CRONACADELLARIVOLUZIONE DI MILANO

NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell’opera originale. L’immagine è posta in pubblico dominio.CRONACADELLARIVOLUZIONE DI MILANOCRONACADELLARIVOLUZIONE DI MILANODILEONE TETTONINoi fummo da secoliCalpesti, derisi,Perchè non siam popoli,Perchè siam divisi;Raccolgaci un’unicaBandiera, una speme;Di fonderci insiemeGià l’ora suonò.Uniti, per Dio,Chi vincer ci può?Mameli.A PROFITTODELLE FAMIGLIE DE’ MORTI NELLE GLORIOSE 5 GIORNATEMILANOCOI TIPI DI CLAUDIO WILMANT1848L’edizione vien posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti nei diversi Stati Italiani, che guarentiscono la proprietà delle lettere.AGLI ILLUSTRI MEMBRIDEL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIAGABRIO CASATI PRESIDENTEVITALIANO BORROMEO, GIUS. DURINI, POMPEO LITTA,GAETANO STRIGELLI, ANTONIO BERETTA,CESARE GIULINI, ANSELMO GUERRIERI, GIROLAMO TURONI,PIETRO MORONI, FRANCESCO REZONICO,AZZO CARBONERA, AD. LUIGI ANELLI, ANNIBALE GRASSELLIQUESTOTENUE LAVORO CHE RICORDA I FATTIDELLA PIU GLORIOSA FRA LE RIVOLUZIONIINTERPRETI DEI VOTIDEGLI AMICI E DEI CONCITTADINI RICONOSCENTIAL LORO INFATICABILE ZELO E SANTO AMOR DI PATRIARIVERENTI INTITOLANOL’AUTORE E LO STAMPATOREI.PRIMA RIVOLUZIONE DI MILANO.Dalle tombe levarono il venerabile capo gli eroi della Tassera e di Legnano, insusurrarono misteriose parole, sparsero un alito di fuoco e di vita, e la moderna Milano, la Sibari dell’Italia, la città degli agi e delle feste, delle mollezze e dei piaceri, la città che trentatrè anni di sempre vigile e sempre artificiosa corruzione, sembrava l’avessero snervata, imbastardita per sempre, questa città si trovò all’improvviso trasformata in una palestra di eroi.Bianchi-Giovini.I fatti che sto per narrare non richiedono poesia, non esaltazione, ma purità di stile senza ricercatezza; e quindi con anima schietta e corrucciata, e colla più santa verità ricordo a’ miei amati fratelli d’Italia cose orrende, non credibili al nostro secolo, non credibili all’intera Europa, e tali che desteranno sul Tedesco l’esacrazione universale. Le epoche in cui la nostra Lombardia ricorda i nomi di Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa e delle barbare soldatesche Scile, Unne, Gote, Visigote, Ostrogote e Borgognone, sono epoche troppo felici messe a riscontro dei trentaquattr’anni della ultima dominazione austriaca su questa bella parte d’Italia; e gli storici che con orrore ci tramandarono i fatti d’allora, certo sarebbero d’opinione diversa, chiamando orde barbariche i Tedeschi del secolo XIX, ed Eroi quelle nordiche legioni dei primi tempi della bella Milano!Il frequente soggiorno degli imperatori in questa città, e particolarmente di Massimiano Erculeo, le donò lustro, ricchezze e magnificenza, ciò che formò la sua rovina: mentre i Barbari del Settentrione, che a torme calavano a devastar l’impero di Roma, allettati da sì belle pompe le si avventarono addosso furiosamente e la resero infelice per più secoli.Milano diede già il suo nome ad uno dei più ragguardevoli ducati d’Europa. Questo paese, abitato in antico dagli Insubri, fu sottomesso ai Romani l’anno 221 avanti Cristo, e passò quindi nell’anno 568 dell’era nostra, insieme colle provincie vicine, sotto alla dominazione dei Longobardi. Lo Stato di Milano con gran parte dell’Italia cominciò allora a riaversi dal suo abbattimento e a respirare dai lunghi mali onde in parte era lacerato. I Longobardi del Settentrione coi loro figli e le loro donne scesero tra noi, e fugati o distrutti gli altri Barbari, formarono un nuovo regno,dove, per le savie leggi in uso presso quelle genti crebbe e si rinvigorì la popolazione pressochè distrutta, e le campagne da prima coperte di squallore e deserte, ritornarono a rifiorire tra le speranze del laborioso agricoltore; regno in fine, al dir degli storici, il più felice che paragonar si potesse alla favolosa età dell’oro.Sede dei re longobardi fu Pavia.L’ambizione e la diffidenza di alcuni pontefici, a cui dovette l’Italia gran parte delle sue ruine, come ci lasciò scritto Macchiavello, spinse i Francesi sotto Carlo Magno a scendere in questa provincia, e con la disfatta di Desiderio ultimo re de’ Longobardi, a stabilirvi il regno dei Franchi. Pipino, primogenito di Carlo Magno, ebbe questa provincia con titolo di regno d’Italia.Indi dalla storia si vede come estintasi la linea Carolina fu usurpato dai principi italiani, l’ultimo de’ quali, Berengario I, fu disfatto da Ottone I imperatore, che ben meritamente seppe acquistarsi il nome diGrande.Nel dominio della stirpe Carolina gli arcivescovi di Milano salirono al loro più eminente grado di autorità. È pur cara la memoria degli arcivescovi Ansperto da Biassono ed Eriberto d’Intimiano. Il primo, sottraendosi da ogni comando straniero si attese con zelo a ristorare la città dalle passate disgrazie e ruine, ad abbellirla di utili fabbriche e a cingerla di valide mura, cercando nel tempo stesso di cattivarsi l’amore e la giusta riconoscenza del popolo: il secondo, coll’aver insegnata ed aperta la strada della gloria a’ suoi concittadini, conducendoli in campo contro le città vicine e i re della Germania, e riconducendoli trionfanti ai patrii lari fra i viva dei congiunti e degli amici seppe dalla grata posterità meritarsi un posto luminoso tra i benefattori del suo paese.La vittoria di Ottone gli sottomise l’Italia, che egli ed i suoi successori riguardarono di poi come una dipendenza dell’Impero. Dopo il dominio d’alcuni re che successivamente godettero con interrotte vicende questa sovranità, ottenne finalmente la corona italica l’imperatore Arrigo IV, principe di pessima indole ed incapace di regnare, il quale riempì co’ suoi disordini tutto il paese di confusioni e di turbolenze. Fu allora la prima volta che i Milanesi a viva forza si sottrassero dal giogo imperiale, e si misero in libertà. Nei primi momenti della repubblica ebbe molta autorità l’arcivescovo, indi fu eretto un consiglio generale, le cui attribuzioni erano di far la guerra e la pace, stringere confederazioni, spedire ambasciatori, eleggere i consoli ed altre dignità primarie. Il consiglio generale eleggeva unaltro consiglio particolare, o senato, appellato Consiglio di credenza, cui spettavano il governo delle cose di giustizia e delle pubbliche entrate.In questo stato d’indipendenza continuò Milano sino all’anno 1152, in cui ascese al trono Federico Enobarbo, o Barbarossa.II.IL GIURAMENTO DI PONTIDA.In Pontida l’han giurataLa disfatta del Tedesco.Antica leggenda.Il nome di Federico I, imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si ricorda come un barbaro. L’epoca di questo imperatore è stata funesta. Siamo stati avviliti, ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le forche Caudine e l’invasione de’ Galli. Noi avemmo Uraja e Federico.Verri, Cap.vii.Federico, straziato dalla forte smania d’ingrandimento, fissò pure lo sguardo sull’Italia. Assicurato dell’appoggio del pontefice Eugenio, dei Baroni della Puglia, del Marchese di Monferrato, dei Consoli di Lodi e di Como, discese nel 1154 per la prima volta in Italia alla testa di poderoso e ben agguerrito esercito. Egli venne tra noi non qual conquistatore, ma qual mediatore od arbitro di contese. Nondimeno eccolo imporre ai Milanesi che lo provvedano di vittovaglie, e coglier pretesti per dichiararsi loro nemico.Era nella politica di Federico l’estinguere in Lombardia la libertà, il soggiogare coll’ajuto delle minori la città maggiore, e quindi tutte nella sua obbedienza ridurre[1].Federico co’ suoi soldati scorre il territorio Milanese, ed ovunque porta il sacco, il fuoco, la distruzione ed il macello di uomini, di donne, di fanciulli. Rosate, Trecate e Galliate ne sentirono il maggior danno. Tortona, perchè amica dei Milanesi, viene assediata, ed intorno alla città sono piantate alcune forche per appiccarvi tutti i prigionieri fatti nelle varie sortite dei Tortonesi, che sostennero valorosamente un assedio di settantadue giorni. Tortona data alle fiamme si arrese salva la vita dei suoi cittadini. Federico si porta quindi a Roma, ove fu coronato imperatore e re d’Italia da Adriano IV, e compiute le feste della sua incoronazione, stanchi i suoi soldati della guerra, lo costrinsero a far ritorno in Germania. Passando per Verona tenne un gran consiglio, nel quale spogliò la Milano del diritto di zecca, che concedette a Cremona, città a lui affezionata.In questo torno di tempo i Milanesi rialzarono la città di Tortona, concorrendo alla spesa nobili, cittadini, popolani e campagnuoli. Tentarono pure colle armi di riprendersi qualche città o terra che loro si era ribellata, e la potenza loro ritornava al pristino stato, quando le discordie insorte tra il Pontefice e l’Imperatore costrinsero quest’ultimo a ritornarsene in Italia nel 1158 con un esercito di 100,000 combattenti capitanati da Ladislao, re di Boemia, Corrado, duca di Rottenburgo, Lodovico, conte palatino del Reno, Federico, duca di Svevia, Enrico, duca d’Austria, Alberto, conte del Tirolo, Ottone, conte palatino di Baviera, Federico, arcivescovo di Colonia, Arnaldo, arcivescovo di Magonza, Hellino, arcivescovo di Treveri, Vikmanno, arcivescovo di Magdeburgo, il principe di Zaringhen ed altri principi sovrani. A questo formidabile esercito si unirono contro di noi le forze diquasi tutte le città d’Italia del partito imperiale, siccome abbiamo da Vincenzo di Praga, cronista contemporaneo, il quale nomina tra esse Pavia, Cremona, Lodi, Como, Verona, Mantova, Bergamo, Parma, Piacenza, Genova, Tortona, Asti, Vercelli, Novara, Ivrea, Padova, Alba, Treviso, Aquileja, Ferrara, Reggio, Modena, Bologna, Imola, Cesena, Rimini, Ancona ed altre città che tutte avevano mandate le loro truppe. Così fatta spaventosa unione di forza atterrì i Milanesi, e li costrinse, dopo alcune sortite, ad un trattato di pace per interposizione del conte Guido di Biandrate[2]. Non fu di lunga durata, poichè l’Imperatore rinforzato l’esercito di nuove truppe venute di Lamagna, tormentò di nuovo i Milanesi, fino a tanto che questi avendo avuto la peggio dovettero arrendersi alla discrezione del nemico, che abusandosi delle sue forze sfogò la più canina rabbia sopra la bella capitale degli Insubri. Rifugge l’animo al solo pensiero di tante vittime sacrificate e di tanti danni riportati in quell’occasione. Basti il dire, che a fine di tutto manomettere e distruggere entro di essa, commise ciascuna porta di Milano all’insolenza e all’arbitrio d’altre città nemiche, le quali vendicarono i torti antichi con lo sfogare in quella il loro proprio furore. Tesori e monumenti di inestimabile magnificenza e rara antichità caddero nella rovina di una tanta distruzione. Lo storico Sire Raul, altroautore contemporaneo, ci descrive molte crudeltà praticate dall’Imperatore ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de’ nostri. Ad alcuni fece tagliar le mani, a cinque nobili milanesi fece cavar gli occhi, e ad un sesto gliene fece cavar uno solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni; le donne venivano violate, mutilati gli uomini. Nè men barbari erano i guasti fatti per le campagne: tagliate le viti e gli altri alberi fruttiferi, abbruciate le messi, incendiati i casolari. Ai Cremaschi, intimando di arrendersi sotto pena della sua indignazione, fa impiccare 40 ostaggi dei loro presi in tempo di pace, ed insieme con questi vengono morti con lo stesso supplizio sei deputati Milanesi mandati a Piacenza, uno dei quali era nipote dell’Arcivescovo[3]. Fece inoltre costruire una torre di travi posta sulle ruote e legarvi gli altri ostaggi cremaschi, e spingendola verso la città obbligava in quel modo i Cremaschi alla scelta o di essere i carnefici dei loro concittadini, dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro.I Milanesi vagavano raminghi per alcuni anni nei dintorni della loro desolata patria, quando il mal governo di Federico fece conoscere a gran parte della Lombardia il bisogno di unirsi, di formare una lega e di abbattere in Federico stesso il comune nemico. Agli interessi de’ Milanesi aveva congiunti i suoi il pontefice Alessandro III, guidati tutti dal solo principio di torsi dalla dispotica dominazione dell’Imperatore. L’assunto era malagevole, nè pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore; nè il papa aveva forze bastanti per farvicontro. Dell’opera dei frati si pretende che il Comitato, come ora direbbesi, dei congiurati siasi servito per condurre a buon termine questa memorabile impresa. Essi in ciascuna città mantenevano pratiche cogli uomini più accreditati, sì che tornò facile di insinuare il progetto di questa liberazione e di prepararne i mezzi che ne assicurassero la buona riuscita.Il congresso per formare la lega si tenne segretamente nel monastero di Pontida, posto sopra un piccolo colle tra la distrutta Milano e Bergamo. Ivi i Lombardi, tutti d’un sol pensiero, strette insieme le valorose destre pronunciarono il fatale giuramento di liberarsi dall’abborrito giogo tedesco, e presero il nome di Lega Lombarda per rispetto ai Milanesi che s’avevano meritato la compassione e l’ammirazione de’ loro stessi nemici.[4]III.LA BATTAGLIA DI LEGNANO.Nel coglier dell’uve, nel mieter del granoDovunque è una gioia, sia sempre LegnanoL’altera parola che il canto dirà.Ma guai pei nipoti, se ad essi discesaDiventa parola che muor non compresa;Quel giorno l’infame dei nostri sarà.Berchet.E voi, spose, se salva una proleDalle verghe tedesche bramate,Al marito l’amplesso negateFinchè libera Italia non è.Vallotti.Il primo articolo trattato e conchiuso nel congresso di Pontida fu quello di ristabilire i Milanesi nella loro patria, di riparare le fortificazioni, di aiutarli a ripristinare le case loro, e così dare ancor nuova vita alla città che doveva essere la prima della confederazione[5]. Per condurre a termine questo disegno vi voleva l’aiuto de’ collegati, i quali, a ben riuscir nell’impresa, aspettarono che Federico si trovasse sotto le mura di Roma per discacciarne il Papa. Le novelle di Milano indussero l’Imperatore ad abbandonare la Romagna e a rivolgersi verso la Lombardia. I Milanesi non si perdettero di coraggio. Si portarono ad assediare il castello di Trezzo presidiato dagli Imperiali, efecero prigioniera la guarnigione che condussero a Milano, e costringendo di poi Lodi ed altre città ad entrare nella Lega. Le città di Lombardia che erano entrate nella Lega furono poste al bando dell’impero. Federico tenta alcune scorrerie, ma è respinto. Doveva lottare con ben 23 città, che unite avevano giurato la sua rovina, e la distruzione dei Tedeschi. Erano collegate fra esse Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. L’Imperatore fu costretto a ritirarsi nuovamente nella Germania per la strada della Savoja, l’unica che gli rimaneva. Tutto questo aveva saputo preparare e condurre l’accorto Alessandro III.Fermata la loro unione le città confederate pensarono di fortificare i confini della Lombardia verso le Alpi, ed in particolare quelli che toccavano le terre del Marchese di Monferrato, possente signore, che colla città di Pavia rimaneva del partito imperiale; ed a rendere immortale la fama del Sommo Pontefice, vollero creare una città che ne ricordasse ai secoli futuri il nome ed il beneficio.«Adunque[6]alli 22 del mese di aprile 1168, le milizie di Cremona, Milano e Piacenza si portarono fra il confine del Marchese di Monferrato, ed il confine pavese oltre Po; quivi i confederati fecero scelta di un luogo che natura istessa pareva aver fortificato; era il confluente della Bormida e del Tanaro, e là dove sorgeva il piccolo castello di Rovereto, concorsi gli abitanti di Marengo, Foro, Gamondo e di parecchi altri liguri castelli, fu per opera d’uomo innalzata una nuova cittàabitata in un subito da quindici mila persone, alle quali giorno per giorno venivano ad aggiungersi molte nobili famiglie di Milano e di Tortona. La città fu ben presto circondata da un fosso scavato all’ingiro e da terrapieni a modo di mura, chè mura vere così in fretta non si erano potute fare per la vicinanza del Marchese di Monferrato che instava coll’armi, e per tema d’altra repentina discesa di Federico». Il Conte di Savoja, il Marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l’imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova Lega. Accettò l’invito, e con poderosa armata e’ si trovò nel 1174 sotto le mura della nuova città, e la cinse di un assedio che durò tutto l’inverno. Nella primavera del 1175 gli alleati misero insieme un forte esercito e si portarono in soccorso di Alessandria per la via di Piacenza, onde obbligarlo a toglierne l’assedio, come avvenne. L’Imperatore è costretto a domandar un trattato di pace, ma in capo a 12 mesi, impiegati dagli arbitri nel discuterne gli articoli, egli riceve nuovo soccorso di gente; nè anche gli alleati erano stati colle mani alla cintola. Federico smania e si dibatte. Unisce le sue forze a quelle di Como, di Pavia, del Marchese di Monferrato e del Conte di Savoja che gli erano stati fedeli. Ma nell’istante appunto che la schiavitù d’Italia pareva inevitabile e sicuro il trionfo del tedesco, nella celebre battaglia data presso Legnano il 29 maggio del 1176, una coorte milanese appellataCoorte della Morte, si slancia come lione affamato sulla preda, scompone, incalza e distrugge le falangi nemiche, e costringe Federico a non più tentare la sorte delle armi contro i Milanesi[7].L’esito della battaglia presso Legnano, fu tanto felice per i Milanesi, che tutto l’esercito dell’Imperatore venne annientato. Molti restarono sul campo. I fuggitivi inseguiti fin al Ticino, vi furono gettati ed affogarono. Il rimanente si arrese, ed i prigionieri furono condotti a Milano. Fra questi ultimi si trovavano il duca Bertoldo, un Principe, nipote dell’imperatore, ed il fratello dell’Arcivescovo di Colonia. La cassa militare, lo scudo e la lancia dell’imperatore, vennero in potere dei Milanesi.Il signor Felice Govean (vivendo sotto gli auspici del generoso Carlo Alberto, re di Sardegna, che non ultimo fra i principi Italiani, accordava a’ suoi sudditi la libertà della stampa) diede in quest’anno non dubbie prove del suo ingegno e del suo sentire veramente italiano, illustrando alcuni fatti celebri della storia d’Italia. Fra questi lavori trovasi pure descritta la battaglia di Legnano, da cui riporto i seguenti particolari.Nel 1176 ai 29 di maggio[8], un giorno di sabbato, giorno del Signore, o popolo italiano, ricordati bene di questa data; o madri italiane, imparatela ai vostri bimbi, l’esercito dei Lombardi si trovò a fronte dell’esercito imperiale.Il cielo era bello e sereno, e le armature risplendevano per i torrenti di luce che il sole pioveva.—Natura istessa pareva ansiosa per l’esito della gran lite.—Fra poche ore il ladro tedesco incrudelirà padrone sulla terrad’Italia, oppure morderà la polvere sotto il fiero vincitore dei repubblicani. Forse le ombre fiere degli antichi Romani, che tante volte avevano debellati i barbari Goti e Cimbri, vagolavano in quel momento taciturne e tementi che i loro figli fossero imbelli.Dio Onnipossente non guardare ai nostri peccati, ma muoviti nella tua misericordia a far salva la cara contrada che creasti con divina compiacenza per dare agli uomini un presagio della bellezza del tuo paradiso.Ecco spuntare da lungi la vanguardia tedesca, una schiera dei nostri spronano ad incontrarla, spronano i tedeschi. A metà cammino s’urtano, e così cominciò la battaglia. Mentre i due eserciti eseguivano i loro movimenti, gli antiguardi menavano le mani.E Iddio sin dal principio di quella tremenda giornata, volle dare un pegno del suo amore per noi.Imperocchè la disciplina tedesca male reggendo alla furia degli Italiani, la vanguardia imperiale fu costretta a retrocedere, ripiegando all’indietro ed a stento conservandosi in nodo.Gli Italiani non concedono sosta; animati da quel primo favore, scostandosi troppo dai loro inseguono e ricacciono gl’imperiali sin contro alla grossa testa dell’esercito nemico.—A quel punto la vanguardia tedesca scompare riparandosi dietro la gran massa della cavalleria, la quale scuote le briglie, abbassa le lancie e sprona in lunghissima linea contro la vanguardia italiana, che per vicenda di guerra dovè retrocedere a sua posta.Alto come una torre sul mezzo della sua sterminata cavalleria a spron battuto procede trionfante il Barbarossa, dinanzi a lui come per fiero turbine il terreno si spazza.Allora i settecentodella mortesi sacrificarono per la patria; ristretti assieme quei soli si gettano sulla via del Barbarossa. Urtati da migliaja e migliaja di lancie non si rimovano dal luogo, avevano giurato di non retrocedere, trafitti cadono senza cedere sotto le zampe dei cavalli ungaresi, e morti ricoprono il posto che vivi occuparono combattendo.La strage che fecero dei nemici fu cosa di spavento. Figuratevi che disperato valore mostrassero uomini che avevano deciso morire, e che per tanta disparità di numero sapevano dover morire.Di questa coorte 600 perirono, un centinajo dalle lancie nemiche stretti da ogni parte e quasi sollevati da terra, venivano per incontrastabile forza portati addietro, sempre però guardando il nemico in faccia, sempre gettandosi a petto perduto contro migliaja di punte, inviperiti, furiosi, colla spuma alle labbra bestemmiando la sorte che loro non voleva togliere la vita.Ora tutto lo sforzo imperiale, cavalleria, fanteria, le schiere dei frombolieri, balestrieri, le macchine di guerra si rovesciano sopra le sei schiere dei cittadini che stavano davanti al carroccio; dietro in lontananza e silenziosi stavano itrecento.Il Barbarossa giunse a forare, spezzando in due le schiere dei Lombardi, di modo che una metà rimase a difesa del carroccio.—Ed egli sempre animando i suoi si getta sulle file degli Italiani, ad ogni poco queste si diradano, si rassottigliano, si mostrano sceme.—O sacro carro della libertà, a te d’intorno i tuoi difensori cadono rotti come le canne dinnanzi al petto di fiero cinghiale.—La vittoria abbandona i repubblicani, e Federico imperversa nell’opera di distruzione; tempestandogià s’avvicina al Carroccio, sprona il suo possente cavallo fiammingo, il quale nitrendo, lacerato nei fianchi si rizza sulle coscie e batte colle ferrate zampe del davanti sul tavolato del Carroccio.—Gli accesi candelieri caddero d’in sull’altare, un traverso della croce si ruppe, ed il Cristo rimase col braccio destro inchiodato e disteso.... Come in atto di fulminare.—Ogni cosa era sossopra, il sangue correva a rivi fumanti. Davanti all’eremita i nostri guerrieri si facevano scannare, uno gli rottola ai piedi inzozzandogli le mani e gli abiti pontificali di sangue; in quel mentre Federico trafigge a furia di sproni il suo cavallo, e tenta farlo salire di sbalzo sul carro.—L’eremita gli si pianta di faccia, e sollevata la destra insanguinata, scaglia sul capo del Barbarossa le parole della scomunica fulminategli dal papa,Anathema, anathema tibi sit!Il volto di Federico diventò livido come cenere; il suo cavallo sbuffando, a criniera svolazzata, retrocesse, e colle larghe narici fiutò lungamente il terreno. Federico, come leone che si flagelli colla propria coda, cercava ridestar la sua smarrita ferocia.Frattanto cosa fanno i trecento, perchè non si precipitano essi pure a morire per la patria e per la libertà?I trecento sono discesi da cavallo, hanno posto il ginocchio a terra e baciano il suolo.—A quella vista l’imperatore con alta voce di scherno grida: «Ecco i vili Italiani che mi domandano misericordia».O Imperatore imbecille, gl’Italiani non dimandano misericordia che a Dio.I trecento non risposero, tranquillamente risaliti in sella abbassarono le visiere, calarono le lancie, e solo allora ruppero il silenzio con un terribile:Viva l’Italia!e spronarono.Parve che il Dio delle vendette avesse finalmente sprigionato i suoi fulmini. Accanto a Federico era un Alfiere che portava lo stendardo imperiale; trapassato da una lancia, cade ravvolto nella sua odiata bandiera dell’aquila a due teste.—Viva l’Italia!in un momento gli approcci del carroccio sono sgombri da ogni peste tedesca, la martinella torna a suonare a distesa. L’ira degli Italiani si rovescia in Federico. Invano Ungari e Fiamminghi tentano di fargli riparo, quel riparo è superato; gl’Italiani sono addosso a Federico.O per Iddio! finalmente ci sei, o Barbarossa, a corpo a corpo coi nostri guerrieri. Per la tua vita io non darei l’ultima moneta di rame.Un milanese aveva lasciata l’azza nelle interiora d’un Fiammingo, la spada l’aveva fatta a pezzi fendendo quattro elmetti di seguito, il pugnale rotto sino al manico crepando la corazza del vescovo di Magdeburgo. Così senz’armi colla sola manopola di ferro alza la destra a modo di ferrea tanaglia su Federigo, la piena degli Ungaresi lo respinge, ritorna alla prova e questa volta le sue unghie strisciano sulla corazza del Barbarossa, gli strappa l’imperiale collana e gliela sbatte sul viso. La pugna che si faceva intorno all’imperatore era così terribile; i giganti Fiamminghi, i bravi Ungaresi morivano anch’essi da eroi per il loro padrone, ferivano a tutta possa per liberarlo. Ma se in quel punto agl’Italiani fosse anche fuggita l’anima di petto, credo che non se ne sarebbero accorti. Un Piemontese grida al Milanese della manopola:—Qua, qua fratello, che ti dia una mano e s’apra la strada a questo modo: distende un pugno sull’elmo ed un Magontino, il quale capitombola versando il sangue dalla visiera, segno che era morto,—tira via unaltro tedesco prendendolo pel braccio e lo fa ululare, segno che il braccio glielo aveva rotto; arriva a Federigo, gli mette a modo nostro la destra sul collo, e colla sinistra lo stringe alla vita; Veronesi, Piemontesi e Milanesi son tutti sopra al tiranno; il Milanese poi della manopola fattosi, Dio sa come, nuovamente largo, piomba su Federico, e mentre il Piemontese lo scuote alla vita, egli afferratolo per le punte della corona gli fece battere e ribattere la testa sulla testa del cavallo, gridando: Muori assassino della mia patria—ed il Piemontese gridava egli pure: Ammazzalo, ammazzalo questo cane; ed un Toscano: Ne voglio un lacerto per farlo cuocere—a pezzi a pezzi—vivo vogliamo mangiarlo!—vogliamo vedergli il cuore—a brani a brani.—E veramente la cosa sarebbe terminata a questo modo, ma un’ondata di Fiamminghi, fatto uno sforzo estremo, tentò di rompere quel cerchio. La zuffa andò in un convulso di uomini e cavalli, italiani e tedeschi, di gambe che si agitavano in aria, di mani che tentavano appoggiarsi in terra, e si sentivano masticare le dita dai denti di chi era sotto calpestato da tanti piedi e ginocchi. Era un turbine di cento mila diavoli che si divoravano fra di loro.—I gridi diViva l’Italia,ammazza, scanna quei cani, rochi per l’arsura delle gole, crescono, oramai non sentesi più altro.—Dov’è la famosa guardia imperiale dei giganti Fiamminghi? uccisa.—Dove gli Ungaresi? uccisi.—E Federico Barbarossa?—Il suo cavallo è là sventrato, attorno sono i pezzi dell’armatura.—Il suo corpo? chi può riconoscerlo fra tanti cadaveri che han tronche le mani, le gambe e la testa? L’imperatore è morto[9].—Su tuttii punti del campo i Tedeschi, gettate le armi, fuggono alla disperata, fuggono chiedendo misericordia, ma non la trovano che nella fuga.Per otto miglia di seguito la furia degli Italiani perseguitò i fuggiaschi imperiali, per otto miglia di seguito lo spazio fu seminato di carne tedesca. Sin sulle sponde del Ticino le spade repubblicane continuarono a ferire, e le acque di quel fiume andarono rigonfie pel barbaro annegato bestiame.I Lombardi ritornando dal cacciare i nemici, ripassarono nel campo di Legnano dov’era rimasto ad aspettargli il carroccio. Quivi quei prodi Lombardi trattisi l’elmo, col sorriso sulle labbra asciugarono il sudor dalla fronte, altri frammezzo ai compagni festanti pestavano, rompevano e sfracellavano gli esecrati stendardi dell’aquila a due teste. Quindi caricato il Carroccio delle spoglie imperiali, cantando i cantici della vittoria fra le grida diViva l’Italia,fra lo suonare a festa di mille trombe trionfalmente rientrarono in Milano.IV.GIROLAMO OLGIATI.Dal Visconteo castelloOve ogni fe’ tradì,Già l’Attila novelloDal ferro ultor fuggì.Fur di Milano i figliEroi più che guerrier....E li dicean conigliDell’Austria i masnadier!Di schiavi in man le spadeNon son che un giunco, un stel;In man di libertadeSon fulmini del ciel.O. T....Diamo un rapido sguardo a questi tempi per vedere a quali tristi condizioni si trovò nuovamente esposta la bella capitale di Lombardia. Pertanto cessate le guerre e rassicurato lo Stato a forza di combattimenti, sembrava che i Milanesi dovessero godersi in pace i frutti delle loro fatiche in seno delle amate consorti e framezzo ad una diletta corona di figli; ma no, la fiaccola incendiatrice della discordia nata nella culla stessa della libertà ed accresciuta fra i partiti pone la città in continue combustioni e tumulto, di maniera che tutta fu piena di turbolenze e di rivoluzioni, conseguenza di così abbominevol mostro distruttore d’ogni buon governo, e da cui venne l’orribil crollo alla libertà di Milano. I tanti partiti si ridussero a due soli, ognuno dei quali s’era nominato il suo capo. Il popolo dirigevasi dalla famiglia Torriani, ed i nobili daiVisconti. Sì gli uni che gli altri lottavano aspramente fra loro, ed ingannandosi vicendevolmente disputavansi a vicenda il principato a scapito della libertà.La celebre battaglia data da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, ai Torriani, a Desio, decise del loro destino, ed i Visconti, ora con simulazione, ora con promesse, trassero il popolo milanese a dura servitù, e posero sotto un nuovo tirannico giogo i nostri padri.Non si può non rabbrividire scorrendo la storia dei Visconti nel leggere le loro avanie, le crudeltà di Luchino[10], di Barnabò[11]e di Galeazzo suo fratello, la perfidia di Gian Galeazzo e di Filippo Maria.Se si volesse ricercare tra loro un’ombra di virtù, ben ci sarebbe malagevole, e non avremmo che a correre tra i rivi di sangue d’uomini onesti ed innocenti, fra l’ombra inspirata di una sorda e tirannica politica, e fra le grida dello sventurato popolo oppresso, e a tal segno conculcato da non essergli talvolta permesso di mostrare le suepiaghe, non che di risanarle. In tempi così luttuosi parve che Dio stesso si servisse del braccio di questi despoti per fargli piovere sopra di lui peste, fame, guerre e ruine, e tutti in somma i flagelli dello sdegno celeste e delle umane passioni. Tali furono mai sempre le conseguenze d’una spirata libertà[12].In Filippo Maria spenta rimase la famiglia dinastica Visconti sebbene altre linee naturali vivessero ancora in Milano, alcune delle quali continuano anche a’ giorni nostri. Il popolo, stanco dei sofferti disagi sotto il tirannico governo dei tristi che per più di un secolo e mezzo li governò, volle proclamare la libertà e reggersi in comune. Ma esso non era più il popolo che aveva giurato la disfatta dei tiranni a Pontida, non era più quello che sbaragliò e sconfisse il nemico a Legnano. Era un popolo senza fermezza, senza coraggio, privo di quel maschio valore che fa superare ogni ostacolo, col quale avrebbero trionfato anche questa volta, e Francesco Sforza, marito di Bianca Visconti, che tutta possedeva l’arte di fingere e simulare, seppe approfittarsi di queste circostanze per ingannare i Milanesi e gettarli di bel nuovo in un mare di guai, facendosi proclamare loro duca[13]. I suoi successori ora ambiziosie deboli, ora crudeli e capricciosi, rinnovarono le triste scene dei Visconti.Galeazze Maria Sforza destò l’indignazione in tutti i suoi sudditi. I primordi del suo governo furono quelli di principe cattivo e dissoluto. Si mostrò ingrato verso la propria madre, la quale volendo egli lontana da sè, fucostretta ritirarsi nel castello di Melegnano, ove chiuse solitaria e trista i suoi giorni. Oltre ad essere cattivo, dissoluto ed ingrato, la storia lo qualifica per libidinoso, impudente, feroce e brutale. Si narra che egli facesse seppellir vivo un uomo, e che ad un altro caduto in sua disgrazia per aver violate alcune leggi da lui promulgate intorno alla caccia, volesse far inghiottire una lepre intera. Tante atrocità gli suscitarono contro una congiura, a capo della quale erano i nobili Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e Carlo Visconti. Il Duca venne trucidato sul limitare della chiesa di S. Stefano in mezzo alle stesse sue guardie il giorno 26 dicembre del 1476, mentre solennemente entrava nel tempio per onorare la festività di quel santo protomartire.—E Girolamo Olgiati, pieno di fuoco per il santo amor di patria, inutilmente si affannò di richiamare alla perduta libertà, colla morte del tiranno, l’avvilito popolo Milanese, il quale anzi che dare ajuto ai congiurati che lo salvavano dall’oppressione, li perseguitò. L’Olgiati caduto nelle mani della giustizia, morì da uomo grande e valoroso nell’età di anni 23, proferendo queste parole:Girolamo fatti cuore: il dolore è di breve durata, ma eterna ne sarà la memoria.Gli Sforza non godettero tranquilli i frutti delle loro usurpazioni, perchè vennero in mille guise sbalzati ora dai Re di Francia pretendenti all’eredità del ducato di Milano per ragione di Valentina Visconti, maritata nella loro famiglia da Gian Galeazzo di lui padre, ed ora dagli Austriaci e dagli Spagnuoli per la ragione dell’Impero. Cessata però la linea retta degli Sforza, dopo vari combattimenti or favorevoli ai Francesi, ora agli Spagnuoli sempre di grave danno ai Milanesi, la fortuna arrise all’imperatore Carlo, re di Spagna.V.SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHIoIL GIRO DI TRE SECOLI.Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti, sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo. Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo posto.Di Pradt,Sulla ristaurazione delGoverno reale in Francia.Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore, era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia, i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca. Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensionedi stati dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna, dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo ramo primogenito austro-spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo austro-tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti, il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza, pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio, nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro proprio.Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia, l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania della famiglia austriaca,ebbe il regno di Napoli, gli Stati della Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della germanica Casa d’Austria.L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa. Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta,per vigor di mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni.Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti, la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà, onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia (1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio dellamonarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino, nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da più secoli avevano perduta.Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando, divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso, ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governodella quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17 ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi, dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la loro sede.Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo, prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione, penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo, precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti nell’inutil blocco di Genova.Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini i generosi sentimenti delPrimo Console della prima nazione, Bonaparte, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:I.Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed indipendente.II.Dovrà da chiunque essere rispettato il libero e pubblico esercizio della religione Cattolica, secondo gli usi che praticavasi al tempo che il prelodatoPrimo Consolecome generale in capo dimorava in Milano; venendo perciò vietato qualunque disprezzo contro la medesimae li suoi ministri; in modo che non ne venga impedito in tutta la sua estensione il libero e pubblico esercizio della medesima, nè per alcun modo sia fatto disprezzo ai simboli che la riguardano, sotto le più rigorose pene estensibili anche alla morte a giudizio delle autorità competenti.III.Saranno pure rispettate le proprietà e le persone di tutti i Cittadini indistintamente, e per conseguenza non potrà alcuno farsi lecito di usare de’ termini che possono in qualunque maniera indicare divisione di partito e di sentimenti.IV.In conseguenza di queste massime regolatici riesce disgustoso all’Amministrazione provvisoria di vedere che molte persone abbiano abbandonata la loro patria, e quindi per espresso ordine del sullodato Primo Console diffida chiunque si è allontanato dalla patria stessa di doversi restituire al più presto a misura della lontananza in cui ciascuno si troverà al tempo della pubblicazione del presente: eccettuati però quelli che avrebbero prese le armi contro la repubblica Cisalpina dopo il trattato di Campo Formio, dovendo questi ritenersi come traditori e nemici della patria.V.Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi, che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del fatto sequestro.VI.Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per contratti fra privati.Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del gloriosoEroeche le dirige, tende alla repristinazione della libertà e dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime, all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra, unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi.Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII(4 giugno 1802).L’Amministrazione ProvvisoriaMarlianiSacchiGoffredo}DelegatiLevato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino alla pace di Luneville, celebratail 9 febbrajo del 1801, nella quale l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si presentavano[14].Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina, formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi, dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un collegio di Dotti.Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male. Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... Laprotezione della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville. Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali, ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche,ne hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle; una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini. Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi, nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi, della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi ritornossene in Francia.«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive l’autore delQuadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di Lipsia), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena, Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso, se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato da ogni nuova intrapresa, egli avearaddoppiato la sua audacia, a misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi, la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore, non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo,mentre l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe divenuto una ricompensa.In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo chiama ilGrand’Uomo, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria, chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere, segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona, chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di Mosca.Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano, e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni; malamente sostenuto, per istanchezza, dallanazione di cui era il capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da una rivoluzione.Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la fortuna e di riprendersi la corona.Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per terminaredegnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena, l’uomo che tanto la spaventava.Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.Un proclama del conte di Bellegarde[15]assicurava pace e protezione alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il regno Lombardo-Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello Raineri.

NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell’opera originale. L’immagine è posta in pubblico dominio.

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—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

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CRONACADELLARIVOLUZIONE DI MILANOCRONACADELLARIVOLUZIONE DI MILANODILEONE TETTONINoi fummo da secoliCalpesti, derisi,Perchè non siam popoli,Perchè siam divisi;Raccolgaci un’unicaBandiera, una speme;Di fonderci insiemeGià l’ora suonò.Uniti, per Dio,Chi vincer ci può?Mameli.A PROFITTODELLE FAMIGLIE DE’ MORTI NELLE GLORIOSE 5 GIORNATEMILANOCOI TIPI DI CLAUDIO WILMANT1848L’edizione vien posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti nei diversi Stati Italiani, che guarentiscono la proprietà delle lettere.AGLI ILLUSTRI MEMBRIDEL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIAGABRIO CASATI PRESIDENTEVITALIANO BORROMEO, GIUS. DURINI, POMPEO LITTA,GAETANO STRIGELLI, ANTONIO BERETTA,CESARE GIULINI, ANSELMO GUERRIERI, GIROLAMO TURONI,PIETRO MORONI, FRANCESCO REZONICO,AZZO CARBONERA, AD. LUIGI ANELLI, ANNIBALE GRASSELLIQUESTOTENUE LAVORO CHE RICORDA I FATTIDELLA PIU GLORIOSA FRA LE RIVOLUZIONIINTERPRETI DEI VOTIDEGLI AMICI E DEI CONCITTADINI RICONOSCENTIAL LORO INFATICABILE ZELO E SANTO AMOR DI PATRIARIVERENTI INTITOLANOL’AUTORE E LO STAMPATORE

CRONACA

DELLA

RIVOLUZIONE DI MILANO

DI

LEONE TETTONI

Noi fummo da secoliCalpesti, derisi,Perchè non siam popoli,Perchè siam divisi;Raccolgaci un’unicaBandiera, una speme;Di fonderci insiemeGià l’ora suonò.Uniti, per Dio,Chi vincer ci può?

Mameli.

A PROFITTO

DELLE FAMIGLIE DE’ MORTI NELLE GLORIOSE 5 GIORNATE

MILANO

COI TIPI DI CLAUDIO WILMANT

1848

L’edizione vien posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti nei diversi Stati Italiani, che guarentiscono la proprietà delle lettere.

AGLI ILLUSTRI MEMBRIDEL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIAGABRIO CASATI PRESIDENTEVITALIANO BORROMEO, GIUS. DURINI, POMPEO LITTA,GAETANO STRIGELLI, ANTONIO BERETTA,CESARE GIULINI, ANSELMO GUERRIERI, GIROLAMO TURONI,PIETRO MORONI, FRANCESCO REZONICO,AZZO CARBONERA, AD. LUIGI ANELLI, ANNIBALE GRASSELLIQUESTOTENUE LAVORO CHE RICORDA I FATTIDELLA PIU GLORIOSA FRA LE RIVOLUZIONIINTERPRETI DEI VOTIDEGLI AMICI E DEI CONCITTADINI RICONOSCENTIAL LORO INFATICABILE ZELO E SANTO AMOR DI PATRIARIVERENTI INTITOLANOL’AUTORE E LO STAMPATORE

I.PRIMA RIVOLUZIONE DI MILANO.Dalle tombe levarono il venerabile capo gli eroi della Tassera e di Legnano, insusurrarono misteriose parole, sparsero un alito di fuoco e di vita, e la moderna Milano, la Sibari dell’Italia, la città degli agi e delle feste, delle mollezze e dei piaceri, la città che trentatrè anni di sempre vigile e sempre artificiosa corruzione, sembrava l’avessero snervata, imbastardita per sempre, questa città si trovò all’improvviso trasformata in una palestra di eroi.Bianchi-Giovini.I fatti che sto per narrare non richiedono poesia, non esaltazione, ma purità di stile senza ricercatezza; e quindi con anima schietta e corrucciata, e colla più santa verità ricordo a’ miei amati fratelli d’Italia cose orrende, non credibili al nostro secolo, non credibili all’intera Europa, e tali che desteranno sul Tedesco l’esacrazione universale. Le epoche in cui la nostra Lombardia ricorda i nomi di Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa e delle barbare soldatesche Scile, Unne, Gote, Visigote, Ostrogote e Borgognone, sono epoche troppo felici messe a riscontro dei trentaquattr’anni della ultima dominazione austriaca su questa bella parte d’Italia; e gli storici che con orrore ci tramandarono i fatti d’allora, certo sarebbero d’opinione diversa, chiamando orde barbariche i Tedeschi del secolo XIX, ed Eroi quelle nordiche legioni dei primi tempi della bella Milano!Il frequente soggiorno degli imperatori in questa città, e particolarmente di Massimiano Erculeo, le donò lustro, ricchezze e magnificenza, ciò che formò la sua rovina: mentre i Barbari del Settentrione, che a torme calavano a devastar l’impero di Roma, allettati da sì belle pompe le si avventarono addosso furiosamente e la resero infelice per più secoli.Milano diede già il suo nome ad uno dei più ragguardevoli ducati d’Europa. Questo paese, abitato in antico dagli Insubri, fu sottomesso ai Romani l’anno 221 avanti Cristo, e passò quindi nell’anno 568 dell’era nostra, insieme colle provincie vicine, sotto alla dominazione dei Longobardi. Lo Stato di Milano con gran parte dell’Italia cominciò allora a riaversi dal suo abbattimento e a respirare dai lunghi mali onde in parte era lacerato. I Longobardi del Settentrione coi loro figli e le loro donne scesero tra noi, e fugati o distrutti gli altri Barbari, formarono un nuovo regno,dove, per le savie leggi in uso presso quelle genti crebbe e si rinvigorì la popolazione pressochè distrutta, e le campagne da prima coperte di squallore e deserte, ritornarono a rifiorire tra le speranze del laborioso agricoltore; regno in fine, al dir degli storici, il più felice che paragonar si potesse alla favolosa età dell’oro.Sede dei re longobardi fu Pavia.L’ambizione e la diffidenza di alcuni pontefici, a cui dovette l’Italia gran parte delle sue ruine, come ci lasciò scritto Macchiavello, spinse i Francesi sotto Carlo Magno a scendere in questa provincia, e con la disfatta di Desiderio ultimo re de’ Longobardi, a stabilirvi il regno dei Franchi. Pipino, primogenito di Carlo Magno, ebbe questa provincia con titolo di regno d’Italia.Indi dalla storia si vede come estintasi la linea Carolina fu usurpato dai principi italiani, l’ultimo de’ quali, Berengario I, fu disfatto da Ottone I imperatore, che ben meritamente seppe acquistarsi il nome diGrande.Nel dominio della stirpe Carolina gli arcivescovi di Milano salirono al loro più eminente grado di autorità. È pur cara la memoria degli arcivescovi Ansperto da Biassono ed Eriberto d’Intimiano. Il primo, sottraendosi da ogni comando straniero si attese con zelo a ristorare la città dalle passate disgrazie e ruine, ad abbellirla di utili fabbriche e a cingerla di valide mura, cercando nel tempo stesso di cattivarsi l’amore e la giusta riconoscenza del popolo: il secondo, coll’aver insegnata ed aperta la strada della gloria a’ suoi concittadini, conducendoli in campo contro le città vicine e i re della Germania, e riconducendoli trionfanti ai patrii lari fra i viva dei congiunti e degli amici seppe dalla grata posterità meritarsi un posto luminoso tra i benefattori del suo paese.La vittoria di Ottone gli sottomise l’Italia, che egli ed i suoi successori riguardarono di poi come una dipendenza dell’Impero. Dopo il dominio d’alcuni re che successivamente godettero con interrotte vicende questa sovranità, ottenne finalmente la corona italica l’imperatore Arrigo IV, principe di pessima indole ed incapace di regnare, il quale riempì co’ suoi disordini tutto il paese di confusioni e di turbolenze. Fu allora la prima volta che i Milanesi a viva forza si sottrassero dal giogo imperiale, e si misero in libertà. Nei primi momenti della repubblica ebbe molta autorità l’arcivescovo, indi fu eretto un consiglio generale, le cui attribuzioni erano di far la guerra e la pace, stringere confederazioni, spedire ambasciatori, eleggere i consoli ed altre dignità primarie. Il consiglio generale eleggeva unaltro consiglio particolare, o senato, appellato Consiglio di credenza, cui spettavano il governo delle cose di giustizia e delle pubbliche entrate.In questo stato d’indipendenza continuò Milano sino all’anno 1152, in cui ascese al trono Federico Enobarbo, o Barbarossa.

PRIMA RIVOLUZIONE DI MILANO.

Dalle tombe levarono il venerabile capo gli eroi della Tassera e di Legnano, insusurrarono misteriose parole, sparsero un alito di fuoco e di vita, e la moderna Milano, la Sibari dell’Italia, la città degli agi e delle feste, delle mollezze e dei piaceri, la città che trentatrè anni di sempre vigile e sempre artificiosa corruzione, sembrava l’avessero snervata, imbastardita per sempre, questa città si trovò all’improvviso trasformata in una palestra di eroi.

Bianchi-Giovini.

I fatti che sto per narrare non richiedono poesia, non esaltazione, ma purità di stile senza ricercatezza; e quindi con anima schietta e corrucciata, e colla più santa verità ricordo a’ miei amati fratelli d’Italia cose orrende, non credibili al nostro secolo, non credibili all’intera Europa, e tali che desteranno sul Tedesco l’esacrazione universale. Le epoche in cui la nostra Lombardia ricorda i nomi di Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa e delle barbare soldatesche Scile, Unne, Gote, Visigote, Ostrogote e Borgognone, sono epoche troppo felici messe a riscontro dei trentaquattr’anni della ultima dominazione austriaca su questa bella parte d’Italia; e gli storici che con orrore ci tramandarono i fatti d’allora, certo sarebbero d’opinione diversa, chiamando orde barbariche i Tedeschi del secolo XIX, ed Eroi quelle nordiche legioni dei primi tempi della bella Milano!

Il frequente soggiorno degli imperatori in questa città, e particolarmente di Massimiano Erculeo, le donò lustro, ricchezze e magnificenza, ciò che formò la sua rovina: mentre i Barbari del Settentrione, che a torme calavano a devastar l’impero di Roma, allettati da sì belle pompe le si avventarono addosso furiosamente e la resero infelice per più secoli.

Milano diede già il suo nome ad uno dei più ragguardevoli ducati d’Europa. Questo paese, abitato in antico dagli Insubri, fu sottomesso ai Romani l’anno 221 avanti Cristo, e passò quindi nell’anno 568 dell’era nostra, insieme colle provincie vicine, sotto alla dominazione dei Longobardi. Lo Stato di Milano con gran parte dell’Italia cominciò allora a riaversi dal suo abbattimento e a respirare dai lunghi mali onde in parte era lacerato. I Longobardi del Settentrione coi loro figli e le loro donne scesero tra noi, e fugati o distrutti gli altri Barbari, formarono un nuovo regno,dove, per le savie leggi in uso presso quelle genti crebbe e si rinvigorì la popolazione pressochè distrutta, e le campagne da prima coperte di squallore e deserte, ritornarono a rifiorire tra le speranze del laborioso agricoltore; regno in fine, al dir degli storici, il più felice che paragonar si potesse alla favolosa età dell’oro.Sede dei re longobardi fu Pavia.

L’ambizione e la diffidenza di alcuni pontefici, a cui dovette l’Italia gran parte delle sue ruine, come ci lasciò scritto Macchiavello, spinse i Francesi sotto Carlo Magno a scendere in questa provincia, e con la disfatta di Desiderio ultimo re de’ Longobardi, a stabilirvi il regno dei Franchi. Pipino, primogenito di Carlo Magno, ebbe questa provincia con titolo di regno d’Italia.

Indi dalla storia si vede come estintasi la linea Carolina fu usurpato dai principi italiani, l’ultimo de’ quali, Berengario I, fu disfatto da Ottone I imperatore, che ben meritamente seppe acquistarsi il nome diGrande.

Nel dominio della stirpe Carolina gli arcivescovi di Milano salirono al loro più eminente grado di autorità. È pur cara la memoria degli arcivescovi Ansperto da Biassono ed Eriberto d’Intimiano. Il primo, sottraendosi da ogni comando straniero si attese con zelo a ristorare la città dalle passate disgrazie e ruine, ad abbellirla di utili fabbriche e a cingerla di valide mura, cercando nel tempo stesso di cattivarsi l’amore e la giusta riconoscenza del popolo: il secondo, coll’aver insegnata ed aperta la strada della gloria a’ suoi concittadini, conducendoli in campo contro le città vicine e i re della Germania, e riconducendoli trionfanti ai patrii lari fra i viva dei congiunti e degli amici seppe dalla grata posterità meritarsi un posto luminoso tra i benefattori del suo paese.

La vittoria di Ottone gli sottomise l’Italia, che egli ed i suoi successori riguardarono di poi come una dipendenza dell’Impero. Dopo il dominio d’alcuni re che successivamente godettero con interrotte vicende questa sovranità, ottenne finalmente la corona italica l’imperatore Arrigo IV, principe di pessima indole ed incapace di regnare, il quale riempì co’ suoi disordini tutto il paese di confusioni e di turbolenze. Fu allora la prima volta che i Milanesi a viva forza si sottrassero dal giogo imperiale, e si misero in libertà. Nei primi momenti della repubblica ebbe molta autorità l’arcivescovo, indi fu eretto un consiglio generale, le cui attribuzioni erano di far la guerra e la pace, stringere confederazioni, spedire ambasciatori, eleggere i consoli ed altre dignità primarie. Il consiglio generale eleggeva unaltro consiglio particolare, o senato, appellato Consiglio di credenza, cui spettavano il governo delle cose di giustizia e delle pubbliche entrate.

In questo stato d’indipendenza continuò Milano sino all’anno 1152, in cui ascese al trono Federico Enobarbo, o Barbarossa.

II.IL GIURAMENTO DI PONTIDA.In Pontida l’han giurataLa disfatta del Tedesco.Antica leggenda.Il nome di Federico I, imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si ricorda come un barbaro. L’epoca di questo imperatore è stata funesta. Siamo stati avviliti, ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le forche Caudine e l’invasione de’ Galli. Noi avemmo Uraja e Federico.Verri, Cap.vii.Federico, straziato dalla forte smania d’ingrandimento, fissò pure lo sguardo sull’Italia. Assicurato dell’appoggio del pontefice Eugenio, dei Baroni della Puglia, del Marchese di Monferrato, dei Consoli di Lodi e di Como, discese nel 1154 per la prima volta in Italia alla testa di poderoso e ben agguerrito esercito. Egli venne tra noi non qual conquistatore, ma qual mediatore od arbitro di contese. Nondimeno eccolo imporre ai Milanesi che lo provvedano di vittovaglie, e coglier pretesti per dichiararsi loro nemico.Era nella politica di Federico l’estinguere in Lombardia la libertà, il soggiogare coll’ajuto delle minori la città maggiore, e quindi tutte nella sua obbedienza ridurre[1].Federico co’ suoi soldati scorre il territorio Milanese, ed ovunque porta il sacco, il fuoco, la distruzione ed il macello di uomini, di donne, di fanciulli. Rosate, Trecate e Galliate ne sentirono il maggior danno. Tortona, perchè amica dei Milanesi, viene assediata, ed intorno alla città sono piantate alcune forche per appiccarvi tutti i prigionieri fatti nelle varie sortite dei Tortonesi, che sostennero valorosamente un assedio di settantadue giorni. Tortona data alle fiamme si arrese salva la vita dei suoi cittadini. Federico si porta quindi a Roma, ove fu coronato imperatore e re d’Italia da Adriano IV, e compiute le feste della sua incoronazione, stanchi i suoi soldati della guerra, lo costrinsero a far ritorno in Germania. Passando per Verona tenne un gran consiglio, nel quale spogliò la Milano del diritto di zecca, che concedette a Cremona, città a lui affezionata.In questo torno di tempo i Milanesi rialzarono la città di Tortona, concorrendo alla spesa nobili, cittadini, popolani e campagnuoli. Tentarono pure colle armi di riprendersi qualche città o terra che loro si era ribellata, e la potenza loro ritornava al pristino stato, quando le discordie insorte tra il Pontefice e l’Imperatore costrinsero quest’ultimo a ritornarsene in Italia nel 1158 con un esercito di 100,000 combattenti capitanati da Ladislao, re di Boemia, Corrado, duca di Rottenburgo, Lodovico, conte palatino del Reno, Federico, duca di Svevia, Enrico, duca d’Austria, Alberto, conte del Tirolo, Ottone, conte palatino di Baviera, Federico, arcivescovo di Colonia, Arnaldo, arcivescovo di Magonza, Hellino, arcivescovo di Treveri, Vikmanno, arcivescovo di Magdeburgo, il principe di Zaringhen ed altri principi sovrani. A questo formidabile esercito si unirono contro di noi le forze diquasi tutte le città d’Italia del partito imperiale, siccome abbiamo da Vincenzo di Praga, cronista contemporaneo, il quale nomina tra esse Pavia, Cremona, Lodi, Como, Verona, Mantova, Bergamo, Parma, Piacenza, Genova, Tortona, Asti, Vercelli, Novara, Ivrea, Padova, Alba, Treviso, Aquileja, Ferrara, Reggio, Modena, Bologna, Imola, Cesena, Rimini, Ancona ed altre città che tutte avevano mandate le loro truppe. Così fatta spaventosa unione di forza atterrì i Milanesi, e li costrinse, dopo alcune sortite, ad un trattato di pace per interposizione del conte Guido di Biandrate[2]. Non fu di lunga durata, poichè l’Imperatore rinforzato l’esercito di nuove truppe venute di Lamagna, tormentò di nuovo i Milanesi, fino a tanto che questi avendo avuto la peggio dovettero arrendersi alla discrezione del nemico, che abusandosi delle sue forze sfogò la più canina rabbia sopra la bella capitale degli Insubri. Rifugge l’animo al solo pensiero di tante vittime sacrificate e di tanti danni riportati in quell’occasione. Basti il dire, che a fine di tutto manomettere e distruggere entro di essa, commise ciascuna porta di Milano all’insolenza e all’arbitrio d’altre città nemiche, le quali vendicarono i torti antichi con lo sfogare in quella il loro proprio furore. Tesori e monumenti di inestimabile magnificenza e rara antichità caddero nella rovina di una tanta distruzione. Lo storico Sire Raul, altroautore contemporaneo, ci descrive molte crudeltà praticate dall’Imperatore ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de’ nostri. Ad alcuni fece tagliar le mani, a cinque nobili milanesi fece cavar gli occhi, e ad un sesto gliene fece cavar uno solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni; le donne venivano violate, mutilati gli uomini. Nè men barbari erano i guasti fatti per le campagne: tagliate le viti e gli altri alberi fruttiferi, abbruciate le messi, incendiati i casolari. Ai Cremaschi, intimando di arrendersi sotto pena della sua indignazione, fa impiccare 40 ostaggi dei loro presi in tempo di pace, ed insieme con questi vengono morti con lo stesso supplizio sei deputati Milanesi mandati a Piacenza, uno dei quali era nipote dell’Arcivescovo[3]. Fece inoltre costruire una torre di travi posta sulle ruote e legarvi gli altri ostaggi cremaschi, e spingendola verso la città obbligava in quel modo i Cremaschi alla scelta o di essere i carnefici dei loro concittadini, dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro.I Milanesi vagavano raminghi per alcuni anni nei dintorni della loro desolata patria, quando il mal governo di Federico fece conoscere a gran parte della Lombardia il bisogno di unirsi, di formare una lega e di abbattere in Federico stesso il comune nemico. Agli interessi de’ Milanesi aveva congiunti i suoi il pontefice Alessandro III, guidati tutti dal solo principio di torsi dalla dispotica dominazione dell’Imperatore. L’assunto era malagevole, nè pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore; nè il papa aveva forze bastanti per farvicontro. Dell’opera dei frati si pretende che il Comitato, come ora direbbesi, dei congiurati siasi servito per condurre a buon termine questa memorabile impresa. Essi in ciascuna città mantenevano pratiche cogli uomini più accreditati, sì che tornò facile di insinuare il progetto di questa liberazione e di prepararne i mezzi che ne assicurassero la buona riuscita.Il congresso per formare la lega si tenne segretamente nel monastero di Pontida, posto sopra un piccolo colle tra la distrutta Milano e Bergamo. Ivi i Lombardi, tutti d’un sol pensiero, strette insieme le valorose destre pronunciarono il fatale giuramento di liberarsi dall’abborrito giogo tedesco, e presero il nome di Lega Lombarda per rispetto ai Milanesi che s’avevano meritato la compassione e l’ammirazione de’ loro stessi nemici.[4]

IL GIURAMENTO DI PONTIDA.

In Pontida l’han giurataLa disfatta del Tedesco.

Antica leggenda.

Il nome di Federico I, imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si ricorda come un barbaro. L’epoca di questo imperatore è stata funesta. Siamo stati avviliti, ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le forche Caudine e l’invasione de’ Galli. Noi avemmo Uraja e Federico.

Verri, Cap.vii.

Federico, straziato dalla forte smania d’ingrandimento, fissò pure lo sguardo sull’Italia. Assicurato dell’appoggio del pontefice Eugenio, dei Baroni della Puglia, del Marchese di Monferrato, dei Consoli di Lodi e di Como, discese nel 1154 per la prima volta in Italia alla testa di poderoso e ben agguerrito esercito. Egli venne tra noi non qual conquistatore, ma qual mediatore od arbitro di contese. Nondimeno eccolo imporre ai Milanesi che lo provvedano di vittovaglie, e coglier pretesti per dichiararsi loro nemico.Era nella politica di Federico l’estinguere in Lombardia la libertà, il soggiogare coll’ajuto delle minori la città maggiore, e quindi tutte nella sua obbedienza ridurre[1].

Federico co’ suoi soldati scorre il territorio Milanese, ed ovunque porta il sacco, il fuoco, la distruzione ed il macello di uomini, di donne, di fanciulli. Rosate, Trecate e Galliate ne sentirono il maggior danno. Tortona, perchè amica dei Milanesi, viene assediata, ed intorno alla città sono piantate alcune forche per appiccarvi tutti i prigionieri fatti nelle varie sortite dei Tortonesi, che sostennero valorosamente un assedio di settantadue giorni. Tortona data alle fiamme si arrese salva la vita dei suoi cittadini. Federico si porta quindi a Roma, ove fu coronato imperatore e re d’Italia da Adriano IV, e compiute le feste della sua incoronazione, stanchi i suoi soldati della guerra, lo costrinsero a far ritorno in Germania. Passando per Verona tenne un gran consiglio, nel quale spogliò la Milano del diritto di zecca, che concedette a Cremona, città a lui affezionata.

In questo torno di tempo i Milanesi rialzarono la città di Tortona, concorrendo alla spesa nobili, cittadini, popolani e campagnuoli. Tentarono pure colle armi di riprendersi qualche città o terra che loro si era ribellata, e la potenza loro ritornava al pristino stato, quando le discordie insorte tra il Pontefice e l’Imperatore costrinsero quest’ultimo a ritornarsene in Italia nel 1158 con un esercito di 100,000 combattenti capitanati da Ladislao, re di Boemia, Corrado, duca di Rottenburgo, Lodovico, conte palatino del Reno, Federico, duca di Svevia, Enrico, duca d’Austria, Alberto, conte del Tirolo, Ottone, conte palatino di Baviera, Federico, arcivescovo di Colonia, Arnaldo, arcivescovo di Magonza, Hellino, arcivescovo di Treveri, Vikmanno, arcivescovo di Magdeburgo, il principe di Zaringhen ed altri principi sovrani. A questo formidabile esercito si unirono contro di noi le forze diquasi tutte le città d’Italia del partito imperiale, siccome abbiamo da Vincenzo di Praga, cronista contemporaneo, il quale nomina tra esse Pavia, Cremona, Lodi, Como, Verona, Mantova, Bergamo, Parma, Piacenza, Genova, Tortona, Asti, Vercelli, Novara, Ivrea, Padova, Alba, Treviso, Aquileja, Ferrara, Reggio, Modena, Bologna, Imola, Cesena, Rimini, Ancona ed altre città che tutte avevano mandate le loro truppe. Così fatta spaventosa unione di forza atterrì i Milanesi, e li costrinse, dopo alcune sortite, ad un trattato di pace per interposizione del conte Guido di Biandrate[2]. Non fu di lunga durata, poichè l’Imperatore rinforzato l’esercito di nuove truppe venute di Lamagna, tormentò di nuovo i Milanesi, fino a tanto che questi avendo avuto la peggio dovettero arrendersi alla discrezione del nemico, che abusandosi delle sue forze sfogò la più canina rabbia sopra la bella capitale degli Insubri. Rifugge l’animo al solo pensiero di tante vittime sacrificate e di tanti danni riportati in quell’occasione. Basti il dire, che a fine di tutto manomettere e distruggere entro di essa, commise ciascuna porta di Milano all’insolenza e all’arbitrio d’altre città nemiche, le quali vendicarono i torti antichi con lo sfogare in quella il loro proprio furore. Tesori e monumenti di inestimabile magnificenza e rara antichità caddero nella rovina di una tanta distruzione. Lo storico Sire Raul, altroautore contemporaneo, ci descrive molte crudeltà praticate dall’Imperatore ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de’ nostri. Ad alcuni fece tagliar le mani, a cinque nobili milanesi fece cavar gli occhi, e ad un sesto gliene fece cavar uno solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni; le donne venivano violate, mutilati gli uomini. Nè men barbari erano i guasti fatti per le campagne: tagliate le viti e gli altri alberi fruttiferi, abbruciate le messi, incendiati i casolari. Ai Cremaschi, intimando di arrendersi sotto pena della sua indignazione, fa impiccare 40 ostaggi dei loro presi in tempo di pace, ed insieme con questi vengono morti con lo stesso supplizio sei deputati Milanesi mandati a Piacenza, uno dei quali era nipote dell’Arcivescovo[3]. Fece inoltre costruire una torre di travi posta sulle ruote e legarvi gli altri ostaggi cremaschi, e spingendola verso la città obbligava in quel modo i Cremaschi alla scelta o di essere i carnefici dei loro concittadini, dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro.

I Milanesi vagavano raminghi per alcuni anni nei dintorni della loro desolata patria, quando il mal governo di Federico fece conoscere a gran parte della Lombardia il bisogno di unirsi, di formare una lega e di abbattere in Federico stesso il comune nemico. Agli interessi de’ Milanesi aveva congiunti i suoi il pontefice Alessandro III, guidati tutti dal solo principio di torsi dalla dispotica dominazione dell’Imperatore. L’assunto era malagevole, nè pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore; nè il papa aveva forze bastanti per farvicontro. Dell’opera dei frati si pretende che il Comitato, come ora direbbesi, dei congiurati siasi servito per condurre a buon termine questa memorabile impresa. Essi in ciascuna città mantenevano pratiche cogli uomini più accreditati, sì che tornò facile di insinuare il progetto di questa liberazione e di prepararne i mezzi che ne assicurassero la buona riuscita.

Il congresso per formare la lega si tenne segretamente nel monastero di Pontida, posto sopra un piccolo colle tra la distrutta Milano e Bergamo. Ivi i Lombardi, tutti d’un sol pensiero, strette insieme le valorose destre pronunciarono il fatale giuramento di liberarsi dall’abborrito giogo tedesco, e presero il nome di Lega Lombarda per rispetto ai Milanesi che s’avevano meritato la compassione e l’ammirazione de’ loro stessi nemici.[4]

III.LA BATTAGLIA DI LEGNANO.Nel coglier dell’uve, nel mieter del granoDovunque è una gioia, sia sempre LegnanoL’altera parola che il canto dirà.Ma guai pei nipoti, se ad essi discesaDiventa parola che muor non compresa;Quel giorno l’infame dei nostri sarà.Berchet.E voi, spose, se salva una proleDalle verghe tedesche bramate,Al marito l’amplesso negateFinchè libera Italia non è.Vallotti.Il primo articolo trattato e conchiuso nel congresso di Pontida fu quello di ristabilire i Milanesi nella loro patria, di riparare le fortificazioni, di aiutarli a ripristinare le case loro, e così dare ancor nuova vita alla città che doveva essere la prima della confederazione[5]. Per condurre a termine questo disegno vi voleva l’aiuto de’ collegati, i quali, a ben riuscir nell’impresa, aspettarono che Federico si trovasse sotto le mura di Roma per discacciarne il Papa. Le novelle di Milano indussero l’Imperatore ad abbandonare la Romagna e a rivolgersi verso la Lombardia. I Milanesi non si perdettero di coraggio. Si portarono ad assediare il castello di Trezzo presidiato dagli Imperiali, efecero prigioniera la guarnigione che condussero a Milano, e costringendo di poi Lodi ed altre città ad entrare nella Lega. Le città di Lombardia che erano entrate nella Lega furono poste al bando dell’impero. Federico tenta alcune scorrerie, ma è respinto. Doveva lottare con ben 23 città, che unite avevano giurato la sua rovina, e la distruzione dei Tedeschi. Erano collegate fra esse Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. L’Imperatore fu costretto a ritirarsi nuovamente nella Germania per la strada della Savoja, l’unica che gli rimaneva. Tutto questo aveva saputo preparare e condurre l’accorto Alessandro III.Fermata la loro unione le città confederate pensarono di fortificare i confini della Lombardia verso le Alpi, ed in particolare quelli che toccavano le terre del Marchese di Monferrato, possente signore, che colla città di Pavia rimaneva del partito imperiale; ed a rendere immortale la fama del Sommo Pontefice, vollero creare una città che ne ricordasse ai secoli futuri il nome ed il beneficio.«Adunque[6]alli 22 del mese di aprile 1168, le milizie di Cremona, Milano e Piacenza si portarono fra il confine del Marchese di Monferrato, ed il confine pavese oltre Po; quivi i confederati fecero scelta di un luogo che natura istessa pareva aver fortificato; era il confluente della Bormida e del Tanaro, e là dove sorgeva il piccolo castello di Rovereto, concorsi gli abitanti di Marengo, Foro, Gamondo e di parecchi altri liguri castelli, fu per opera d’uomo innalzata una nuova cittàabitata in un subito da quindici mila persone, alle quali giorno per giorno venivano ad aggiungersi molte nobili famiglie di Milano e di Tortona. La città fu ben presto circondata da un fosso scavato all’ingiro e da terrapieni a modo di mura, chè mura vere così in fretta non si erano potute fare per la vicinanza del Marchese di Monferrato che instava coll’armi, e per tema d’altra repentina discesa di Federico». Il Conte di Savoja, il Marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l’imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova Lega. Accettò l’invito, e con poderosa armata e’ si trovò nel 1174 sotto le mura della nuova città, e la cinse di un assedio che durò tutto l’inverno. Nella primavera del 1175 gli alleati misero insieme un forte esercito e si portarono in soccorso di Alessandria per la via di Piacenza, onde obbligarlo a toglierne l’assedio, come avvenne. L’Imperatore è costretto a domandar un trattato di pace, ma in capo a 12 mesi, impiegati dagli arbitri nel discuterne gli articoli, egli riceve nuovo soccorso di gente; nè anche gli alleati erano stati colle mani alla cintola. Federico smania e si dibatte. Unisce le sue forze a quelle di Como, di Pavia, del Marchese di Monferrato e del Conte di Savoja che gli erano stati fedeli. Ma nell’istante appunto che la schiavitù d’Italia pareva inevitabile e sicuro il trionfo del tedesco, nella celebre battaglia data presso Legnano il 29 maggio del 1176, una coorte milanese appellataCoorte della Morte, si slancia come lione affamato sulla preda, scompone, incalza e distrugge le falangi nemiche, e costringe Federico a non più tentare la sorte delle armi contro i Milanesi[7].L’esito della battaglia presso Legnano, fu tanto felice per i Milanesi, che tutto l’esercito dell’Imperatore venne annientato. Molti restarono sul campo. I fuggitivi inseguiti fin al Ticino, vi furono gettati ed affogarono. Il rimanente si arrese, ed i prigionieri furono condotti a Milano. Fra questi ultimi si trovavano il duca Bertoldo, un Principe, nipote dell’imperatore, ed il fratello dell’Arcivescovo di Colonia. La cassa militare, lo scudo e la lancia dell’imperatore, vennero in potere dei Milanesi.Il signor Felice Govean (vivendo sotto gli auspici del generoso Carlo Alberto, re di Sardegna, che non ultimo fra i principi Italiani, accordava a’ suoi sudditi la libertà della stampa) diede in quest’anno non dubbie prove del suo ingegno e del suo sentire veramente italiano, illustrando alcuni fatti celebri della storia d’Italia. Fra questi lavori trovasi pure descritta la battaglia di Legnano, da cui riporto i seguenti particolari.Nel 1176 ai 29 di maggio[8], un giorno di sabbato, giorno del Signore, o popolo italiano, ricordati bene di questa data; o madri italiane, imparatela ai vostri bimbi, l’esercito dei Lombardi si trovò a fronte dell’esercito imperiale.Il cielo era bello e sereno, e le armature risplendevano per i torrenti di luce che il sole pioveva.—Natura istessa pareva ansiosa per l’esito della gran lite.—Fra poche ore il ladro tedesco incrudelirà padrone sulla terrad’Italia, oppure morderà la polvere sotto il fiero vincitore dei repubblicani. Forse le ombre fiere degli antichi Romani, che tante volte avevano debellati i barbari Goti e Cimbri, vagolavano in quel momento taciturne e tementi che i loro figli fossero imbelli.Dio Onnipossente non guardare ai nostri peccati, ma muoviti nella tua misericordia a far salva la cara contrada che creasti con divina compiacenza per dare agli uomini un presagio della bellezza del tuo paradiso.Ecco spuntare da lungi la vanguardia tedesca, una schiera dei nostri spronano ad incontrarla, spronano i tedeschi. A metà cammino s’urtano, e così cominciò la battaglia. Mentre i due eserciti eseguivano i loro movimenti, gli antiguardi menavano le mani.E Iddio sin dal principio di quella tremenda giornata, volle dare un pegno del suo amore per noi.Imperocchè la disciplina tedesca male reggendo alla furia degli Italiani, la vanguardia imperiale fu costretta a retrocedere, ripiegando all’indietro ed a stento conservandosi in nodo.Gli Italiani non concedono sosta; animati da quel primo favore, scostandosi troppo dai loro inseguono e ricacciono gl’imperiali sin contro alla grossa testa dell’esercito nemico.—A quel punto la vanguardia tedesca scompare riparandosi dietro la gran massa della cavalleria, la quale scuote le briglie, abbassa le lancie e sprona in lunghissima linea contro la vanguardia italiana, che per vicenda di guerra dovè retrocedere a sua posta.Alto come una torre sul mezzo della sua sterminata cavalleria a spron battuto procede trionfante il Barbarossa, dinanzi a lui come per fiero turbine il terreno si spazza.Allora i settecentodella mortesi sacrificarono per la patria; ristretti assieme quei soli si gettano sulla via del Barbarossa. Urtati da migliaja e migliaja di lancie non si rimovano dal luogo, avevano giurato di non retrocedere, trafitti cadono senza cedere sotto le zampe dei cavalli ungaresi, e morti ricoprono il posto che vivi occuparono combattendo.La strage che fecero dei nemici fu cosa di spavento. Figuratevi che disperato valore mostrassero uomini che avevano deciso morire, e che per tanta disparità di numero sapevano dover morire.Di questa coorte 600 perirono, un centinajo dalle lancie nemiche stretti da ogni parte e quasi sollevati da terra, venivano per incontrastabile forza portati addietro, sempre però guardando il nemico in faccia, sempre gettandosi a petto perduto contro migliaja di punte, inviperiti, furiosi, colla spuma alle labbra bestemmiando la sorte che loro non voleva togliere la vita.Ora tutto lo sforzo imperiale, cavalleria, fanteria, le schiere dei frombolieri, balestrieri, le macchine di guerra si rovesciano sopra le sei schiere dei cittadini che stavano davanti al carroccio; dietro in lontananza e silenziosi stavano itrecento.Il Barbarossa giunse a forare, spezzando in due le schiere dei Lombardi, di modo che una metà rimase a difesa del carroccio.—Ed egli sempre animando i suoi si getta sulle file degli Italiani, ad ogni poco queste si diradano, si rassottigliano, si mostrano sceme.—O sacro carro della libertà, a te d’intorno i tuoi difensori cadono rotti come le canne dinnanzi al petto di fiero cinghiale.—La vittoria abbandona i repubblicani, e Federico imperversa nell’opera di distruzione; tempestandogià s’avvicina al Carroccio, sprona il suo possente cavallo fiammingo, il quale nitrendo, lacerato nei fianchi si rizza sulle coscie e batte colle ferrate zampe del davanti sul tavolato del Carroccio.—Gli accesi candelieri caddero d’in sull’altare, un traverso della croce si ruppe, ed il Cristo rimase col braccio destro inchiodato e disteso.... Come in atto di fulminare.—Ogni cosa era sossopra, il sangue correva a rivi fumanti. Davanti all’eremita i nostri guerrieri si facevano scannare, uno gli rottola ai piedi inzozzandogli le mani e gli abiti pontificali di sangue; in quel mentre Federico trafigge a furia di sproni il suo cavallo, e tenta farlo salire di sbalzo sul carro.—L’eremita gli si pianta di faccia, e sollevata la destra insanguinata, scaglia sul capo del Barbarossa le parole della scomunica fulminategli dal papa,Anathema, anathema tibi sit!Il volto di Federico diventò livido come cenere; il suo cavallo sbuffando, a criniera svolazzata, retrocesse, e colle larghe narici fiutò lungamente il terreno. Federico, come leone che si flagelli colla propria coda, cercava ridestar la sua smarrita ferocia.Frattanto cosa fanno i trecento, perchè non si precipitano essi pure a morire per la patria e per la libertà?I trecento sono discesi da cavallo, hanno posto il ginocchio a terra e baciano il suolo.—A quella vista l’imperatore con alta voce di scherno grida: «Ecco i vili Italiani che mi domandano misericordia».O Imperatore imbecille, gl’Italiani non dimandano misericordia che a Dio.I trecento non risposero, tranquillamente risaliti in sella abbassarono le visiere, calarono le lancie, e solo allora ruppero il silenzio con un terribile:Viva l’Italia!e spronarono.Parve che il Dio delle vendette avesse finalmente sprigionato i suoi fulmini. Accanto a Federico era un Alfiere che portava lo stendardo imperiale; trapassato da una lancia, cade ravvolto nella sua odiata bandiera dell’aquila a due teste.—Viva l’Italia!in un momento gli approcci del carroccio sono sgombri da ogni peste tedesca, la martinella torna a suonare a distesa. L’ira degli Italiani si rovescia in Federico. Invano Ungari e Fiamminghi tentano di fargli riparo, quel riparo è superato; gl’Italiani sono addosso a Federico.O per Iddio! finalmente ci sei, o Barbarossa, a corpo a corpo coi nostri guerrieri. Per la tua vita io non darei l’ultima moneta di rame.Un milanese aveva lasciata l’azza nelle interiora d’un Fiammingo, la spada l’aveva fatta a pezzi fendendo quattro elmetti di seguito, il pugnale rotto sino al manico crepando la corazza del vescovo di Magdeburgo. Così senz’armi colla sola manopola di ferro alza la destra a modo di ferrea tanaglia su Federigo, la piena degli Ungaresi lo respinge, ritorna alla prova e questa volta le sue unghie strisciano sulla corazza del Barbarossa, gli strappa l’imperiale collana e gliela sbatte sul viso. La pugna che si faceva intorno all’imperatore era così terribile; i giganti Fiamminghi, i bravi Ungaresi morivano anch’essi da eroi per il loro padrone, ferivano a tutta possa per liberarlo. Ma se in quel punto agl’Italiani fosse anche fuggita l’anima di petto, credo che non se ne sarebbero accorti. Un Piemontese grida al Milanese della manopola:—Qua, qua fratello, che ti dia una mano e s’apra la strada a questo modo: distende un pugno sull’elmo ed un Magontino, il quale capitombola versando il sangue dalla visiera, segno che era morto,—tira via unaltro tedesco prendendolo pel braccio e lo fa ululare, segno che il braccio glielo aveva rotto; arriva a Federigo, gli mette a modo nostro la destra sul collo, e colla sinistra lo stringe alla vita; Veronesi, Piemontesi e Milanesi son tutti sopra al tiranno; il Milanese poi della manopola fattosi, Dio sa come, nuovamente largo, piomba su Federico, e mentre il Piemontese lo scuote alla vita, egli afferratolo per le punte della corona gli fece battere e ribattere la testa sulla testa del cavallo, gridando: Muori assassino della mia patria—ed il Piemontese gridava egli pure: Ammazzalo, ammazzalo questo cane; ed un Toscano: Ne voglio un lacerto per farlo cuocere—a pezzi a pezzi—vivo vogliamo mangiarlo!—vogliamo vedergli il cuore—a brani a brani.—E veramente la cosa sarebbe terminata a questo modo, ma un’ondata di Fiamminghi, fatto uno sforzo estremo, tentò di rompere quel cerchio. La zuffa andò in un convulso di uomini e cavalli, italiani e tedeschi, di gambe che si agitavano in aria, di mani che tentavano appoggiarsi in terra, e si sentivano masticare le dita dai denti di chi era sotto calpestato da tanti piedi e ginocchi. Era un turbine di cento mila diavoli che si divoravano fra di loro.—I gridi diViva l’Italia,ammazza, scanna quei cani, rochi per l’arsura delle gole, crescono, oramai non sentesi più altro.—Dov’è la famosa guardia imperiale dei giganti Fiamminghi? uccisa.—Dove gli Ungaresi? uccisi.—E Federico Barbarossa?—Il suo cavallo è là sventrato, attorno sono i pezzi dell’armatura.—Il suo corpo? chi può riconoscerlo fra tanti cadaveri che han tronche le mani, le gambe e la testa? L’imperatore è morto[9].—Su tuttii punti del campo i Tedeschi, gettate le armi, fuggono alla disperata, fuggono chiedendo misericordia, ma non la trovano che nella fuga.Per otto miglia di seguito la furia degli Italiani perseguitò i fuggiaschi imperiali, per otto miglia di seguito lo spazio fu seminato di carne tedesca. Sin sulle sponde del Ticino le spade repubblicane continuarono a ferire, e le acque di quel fiume andarono rigonfie pel barbaro annegato bestiame.I Lombardi ritornando dal cacciare i nemici, ripassarono nel campo di Legnano dov’era rimasto ad aspettargli il carroccio. Quivi quei prodi Lombardi trattisi l’elmo, col sorriso sulle labbra asciugarono il sudor dalla fronte, altri frammezzo ai compagni festanti pestavano, rompevano e sfracellavano gli esecrati stendardi dell’aquila a due teste. Quindi caricato il Carroccio delle spoglie imperiali, cantando i cantici della vittoria fra le grida diViva l’Italia,fra lo suonare a festa di mille trombe trionfalmente rientrarono in Milano.

LA BATTAGLIA DI LEGNANO.

Nel coglier dell’uve, nel mieter del granoDovunque è una gioia, sia sempre LegnanoL’altera parola che il canto dirà.

Ma guai pei nipoti, se ad essi discesaDiventa parola che muor non compresa;Quel giorno l’infame dei nostri sarà.

Berchet.

E voi, spose, se salva una proleDalle verghe tedesche bramate,Al marito l’amplesso negateFinchè libera Italia non è.

Vallotti.

Il primo articolo trattato e conchiuso nel congresso di Pontida fu quello di ristabilire i Milanesi nella loro patria, di riparare le fortificazioni, di aiutarli a ripristinare le case loro, e così dare ancor nuova vita alla città che doveva essere la prima della confederazione[5]. Per condurre a termine questo disegno vi voleva l’aiuto de’ collegati, i quali, a ben riuscir nell’impresa, aspettarono che Federico si trovasse sotto le mura di Roma per discacciarne il Papa. Le novelle di Milano indussero l’Imperatore ad abbandonare la Romagna e a rivolgersi verso la Lombardia. I Milanesi non si perdettero di coraggio. Si portarono ad assediare il castello di Trezzo presidiato dagli Imperiali, efecero prigioniera la guarnigione che condussero a Milano, e costringendo di poi Lodi ed altre città ad entrare nella Lega. Le città di Lombardia che erano entrate nella Lega furono poste al bando dell’impero. Federico tenta alcune scorrerie, ma è respinto. Doveva lottare con ben 23 città, che unite avevano giurato la sua rovina, e la distruzione dei Tedeschi. Erano collegate fra esse Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. L’Imperatore fu costretto a ritirarsi nuovamente nella Germania per la strada della Savoja, l’unica che gli rimaneva. Tutto questo aveva saputo preparare e condurre l’accorto Alessandro III.

Fermata la loro unione le città confederate pensarono di fortificare i confini della Lombardia verso le Alpi, ed in particolare quelli che toccavano le terre del Marchese di Monferrato, possente signore, che colla città di Pavia rimaneva del partito imperiale; ed a rendere immortale la fama del Sommo Pontefice, vollero creare una città che ne ricordasse ai secoli futuri il nome ed il beneficio.

«Adunque[6]alli 22 del mese di aprile 1168, le milizie di Cremona, Milano e Piacenza si portarono fra il confine del Marchese di Monferrato, ed il confine pavese oltre Po; quivi i confederati fecero scelta di un luogo che natura istessa pareva aver fortificato; era il confluente della Bormida e del Tanaro, e là dove sorgeva il piccolo castello di Rovereto, concorsi gli abitanti di Marengo, Foro, Gamondo e di parecchi altri liguri castelli, fu per opera d’uomo innalzata una nuova cittàabitata in un subito da quindici mila persone, alle quali giorno per giorno venivano ad aggiungersi molte nobili famiglie di Milano e di Tortona. La città fu ben presto circondata da un fosso scavato all’ingiro e da terrapieni a modo di mura, chè mura vere così in fretta non si erano potute fare per la vicinanza del Marchese di Monferrato che instava coll’armi, e per tema d’altra repentina discesa di Federico». Il Conte di Savoja, il Marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l’imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova Lega. Accettò l’invito, e con poderosa armata e’ si trovò nel 1174 sotto le mura della nuova città, e la cinse di un assedio che durò tutto l’inverno. Nella primavera del 1175 gli alleati misero insieme un forte esercito e si portarono in soccorso di Alessandria per la via di Piacenza, onde obbligarlo a toglierne l’assedio, come avvenne. L’Imperatore è costretto a domandar un trattato di pace, ma in capo a 12 mesi, impiegati dagli arbitri nel discuterne gli articoli, egli riceve nuovo soccorso di gente; nè anche gli alleati erano stati colle mani alla cintola. Federico smania e si dibatte. Unisce le sue forze a quelle di Como, di Pavia, del Marchese di Monferrato e del Conte di Savoja che gli erano stati fedeli. Ma nell’istante appunto che la schiavitù d’Italia pareva inevitabile e sicuro il trionfo del tedesco, nella celebre battaglia data presso Legnano il 29 maggio del 1176, una coorte milanese appellataCoorte della Morte, si slancia come lione affamato sulla preda, scompone, incalza e distrugge le falangi nemiche, e costringe Federico a non più tentare la sorte delle armi contro i Milanesi[7].

L’esito della battaglia presso Legnano, fu tanto felice per i Milanesi, che tutto l’esercito dell’Imperatore venne annientato. Molti restarono sul campo. I fuggitivi inseguiti fin al Ticino, vi furono gettati ed affogarono. Il rimanente si arrese, ed i prigionieri furono condotti a Milano. Fra questi ultimi si trovavano il duca Bertoldo, un Principe, nipote dell’imperatore, ed il fratello dell’Arcivescovo di Colonia. La cassa militare, lo scudo e la lancia dell’imperatore, vennero in potere dei Milanesi.

Il signor Felice Govean (vivendo sotto gli auspici del generoso Carlo Alberto, re di Sardegna, che non ultimo fra i principi Italiani, accordava a’ suoi sudditi la libertà della stampa) diede in quest’anno non dubbie prove del suo ingegno e del suo sentire veramente italiano, illustrando alcuni fatti celebri della storia d’Italia. Fra questi lavori trovasi pure descritta la battaglia di Legnano, da cui riporto i seguenti particolari.

Nel 1176 ai 29 di maggio[8], un giorno di sabbato, giorno del Signore, o popolo italiano, ricordati bene di questa data; o madri italiane, imparatela ai vostri bimbi, l’esercito dei Lombardi si trovò a fronte dell’esercito imperiale.

Il cielo era bello e sereno, e le armature risplendevano per i torrenti di luce che il sole pioveva.—Natura istessa pareva ansiosa per l’esito della gran lite.—Fra poche ore il ladro tedesco incrudelirà padrone sulla terrad’Italia, oppure morderà la polvere sotto il fiero vincitore dei repubblicani. Forse le ombre fiere degli antichi Romani, che tante volte avevano debellati i barbari Goti e Cimbri, vagolavano in quel momento taciturne e tementi che i loro figli fossero imbelli.

Dio Onnipossente non guardare ai nostri peccati, ma muoviti nella tua misericordia a far salva la cara contrada che creasti con divina compiacenza per dare agli uomini un presagio della bellezza del tuo paradiso.

Ecco spuntare da lungi la vanguardia tedesca, una schiera dei nostri spronano ad incontrarla, spronano i tedeschi. A metà cammino s’urtano, e così cominciò la battaglia. Mentre i due eserciti eseguivano i loro movimenti, gli antiguardi menavano le mani.

E Iddio sin dal principio di quella tremenda giornata, volle dare un pegno del suo amore per noi.

Imperocchè la disciplina tedesca male reggendo alla furia degli Italiani, la vanguardia imperiale fu costretta a retrocedere, ripiegando all’indietro ed a stento conservandosi in nodo.

Gli Italiani non concedono sosta; animati da quel primo favore, scostandosi troppo dai loro inseguono e ricacciono gl’imperiali sin contro alla grossa testa dell’esercito nemico.—A quel punto la vanguardia tedesca scompare riparandosi dietro la gran massa della cavalleria, la quale scuote le briglie, abbassa le lancie e sprona in lunghissima linea contro la vanguardia italiana, che per vicenda di guerra dovè retrocedere a sua posta.

Alto come una torre sul mezzo della sua sterminata cavalleria a spron battuto procede trionfante il Barbarossa, dinanzi a lui come per fiero turbine il terreno si spazza.

Allora i settecentodella mortesi sacrificarono per la patria; ristretti assieme quei soli si gettano sulla via del Barbarossa. Urtati da migliaja e migliaja di lancie non si rimovano dal luogo, avevano giurato di non retrocedere, trafitti cadono senza cedere sotto le zampe dei cavalli ungaresi, e morti ricoprono il posto che vivi occuparono combattendo.

La strage che fecero dei nemici fu cosa di spavento. Figuratevi che disperato valore mostrassero uomini che avevano deciso morire, e che per tanta disparità di numero sapevano dover morire.

Di questa coorte 600 perirono, un centinajo dalle lancie nemiche stretti da ogni parte e quasi sollevati da terra, venivano per incontrastabile forza portati addietro, sempre però guardando il nemico in faccia, sempre gettandosi a petto perduto contro migliaja di punte, inviperiti, furiosi, colla spuma alle labbra bestemmiando la sorte che loro non voleva togliere la vita.

Ora tutto lo sforzo imperiale, cavalleria, fanteria, le schiere dei frombolieri, balestrieri, le macchine di guerra si rovesciano sopra le sei schiere dei cittadini che stavano davanti al carroccio; dietro in lontananza e silenziosi stavano itrecento.

Il Barbarossa giunse a forare, spezzando in due le schiere dei Lombardi, di modo che una metà rimase a difesa del carroccio.—Ed egli sempre animando i suoi si getta sulle file degli Italiani, ad ogni poco queste si diradano, si rassottigliano, si mostrano sceme.—O sacro carro della libertà, a te d’intorno i tuoi difensori cadono rotti come le canne dinnanzi al petto di fiero cinghiale.—La vittoria abbandona i repubblicani, e Federico imperversa nell’opera di distruzione; tempestandogià s’avvicina al Carroccio, sprona il suo possente cavallo fiammingo, il quale nitrendo, lacerato nei fianchi si rizza sulle coscie e batte colle ferrate zampe del davanti sul tavolato del Carroccio.—Gli accesi candelieri caddero d’in sull’altare, un traverso della croce si ruppe, ed il Cristo rimase col braccio destro inchiodato e disteso.... Come in atto di fulminare.—Ogni cosa era sossopra, il sangue correva a rivi fumanti. Davanti all’eremita i nostri guerrieri si facevano scannare, uno gli rottola ai piedi inzozzandogli le mani e gli abiti pontificali di sangue; in quel mentre Federico trafigge a furia di sproni il suo cavallo, e tenta farlo salire di sbalzo sul carro.—L’eremita gli si pianta di faccia, e sollevata la destra insanguinata, scaglia sul capo del Barbarossa le parole della scomunica fulminategli dal papa,Anathema, anathema tibi sit!

Il volto di Federico diventò livido come cenere; il suo cavallo sbuffando, a criniera svolazzata, retrocesse, e colle larghe narici fiutò lungamente il terreno. Federico, come leone che si flagelli colla propria coda, cercava ridestar la sua smarrita ferocia.

Frattanto cosa fanno i trecento, perchè non si precipitano essi pure a morire per la patria e per la libertà?

I trecento sono discesi da cavallo, hanno posto il ginocchio a terra e baciano il suolo.—A quella vista l’imperatore con alta voce di scherno grida: «Ecco i vili Italiani che mi domandano misericordia».

O Imperatore imbecille, gl’Italiani non dimandano misericordia che a Dio.

I trecento non risposero, tranquillamente risaliti in sella abbassarono le visiere, calarono le lancie, e solo allora ruppero il silenzio con un terribile:Viva l’Italia!e spronarono.

Parve che il Dio delle vendette avesse finalmente sprigionato i suoi fulmini. Accanto a Federico era un Alfiere che portava lo stendardo imperiale; trapassato da una lancia, cade ravvolto nella sua odiata bandiera dell’aquila a due teste.—Viva l’Italia!in un momento gli approcci del carroccio sono sgombri da ogni peste tedesca, la martinella torna a suonare a distesa. L’ira degli Italiani si rovescia in Federico. Invano Ungari e Fiamminghi tentano di fargli riparo, quel riparo è superato; gl’Italiani sono addosso a Federico.

O per Iddio! finalmente ci sei, o Barbarossa, a corpo a corpo coi nostri guerrieri. Per la tua vita io non darei l’ultima moneta di rame.

Un milanese aveva lasciata l’azza nelle interiora d’un Fiammingo, la spada l’aveva fatta a pezzi fendendo quattro elmetti di seguito, il pugnale rotto sino al manico crepando la corazza del vescovo di Magdeburgo. Così senz’armi colla sola manopola di ferro alza la destra a modo di ferrea tanaglia su Federigo, la piena degli Ungaresi lo respinge, ritorna alla prova e questa volta le sue unghie strisciano sulla corazza del Barbarossa, gli strappa l’imperiale collana e gliela sbatte sul viso. La pugna che si faceva intorno all’imperatore era così terribile; i giganti Fiamminghi, i bravi Ungaresi morivano anch’essi da eroi per il loro padrone, ferivano a tutta possa per liberarlo. Ma se in quel punto agl’Italiani fosse anche fuggita l’anima di petto, credo che non se ne sarebbero accorti. Un Piemontese grida al Milanese della manopola:—Qua, qua fratello, che ti dia una mano e s’apra la strada a questo modo: distende un pugno sull’elmo ed un Magontino, il quale capitombola versando il sangue dalla visiera, segno che era morto,—tira via unaltro tedesco prendendolo pel braccio e lo fa ululare, segno che il braccio glielo aveva rotto; arriva a Federigo, gli mette a modo nostro la destra sul collo, e colla sinistra lo stringe alla vita; Veronesi, Piemontesi e Milanesi son tutti sopra al tiranno; il Milanese poi della manopola fattosi, Dio sa come, nuovamente largo, piomba su Federico, e mentre il Piemontese lo scuote alla vita, egli afferratolo per le punte della corona gli fece battere e ribattere la testa sulla testa del cavallo, gridando: Muori assassino della mia patria—ed il Piemontese gridava egli pure: Ammazzalo, ammazzalo questo cane; ed un Toscano: Ne voglio un lacerto per farlo cuocere—a pezzi a pezzi—vivo vogliamo mangiarlo!—vogliamo vedergli il cuore—a brani a brani.—E veramente la cosa sarebbe terminata a questo modo, ma un’ondata di Fiamminghi, fatto uno sforzo estremo, tentò di rompere quel cerchio. La zuffa andò in un convulso di uomini e cavalli, italiani e tedeschi, di gambe che si agitavano in aria, di mani che tentavano appoggiarsi in terra, e si sentivano masticare le dita dai denti di chi era sotto calpestato da tanti piedi e ginocchi. Era un turbine di cento mila diavoli che si divoravano fra di loro.—I gridi diViva l’Italia,ammazza, scanna quei cani, rochi per l’arsura delle gole, crescono, oramai non sentesi più altro.—Dov’è la famosa guardia imperiale dei giganti Fiamminghi? uccisa.—Dove gli Ungaresi? uccisi.—E Federico Barbarossa?—Il suo cavallo è là sventrato, attorno sono i pezzi dell’armatura.—Il suo corpo? chi può riconoscerlo fra tanti cadaveri che han tronche le mani, le gambe e la testa? L’imperatore è morto[9].—Su tuttii punti del campo i Tedeschi, gettate le armi, fuggono alla disperata, fuggono chiedendo misericordia, ma non la trovano che nella fuga.

Per otto miglia di seguito la furia degli Italiani perseguitò i fuggiaschi imperiali, per otto miglia di seguito lo spazio fu seminato di carne tedesca. Sin sulle sponde del Ticino le spade repubblicane continuarono a ferire, e le acque di quel fiume andarono rigonfie pel barbaro annegato bestiame.

I Lombardi ritornando dal cacciare i nemici, ripassarono nel campo di Legnano dov’era rimasto ad aspettargli il carroccio. Quivi quei prodi Lombardi trattisi l’elmo, col sorriso sulle labbra asciugarono il sudor dalla fronte, altri frammezzo ai compagni festanti pestavano, rompevano e sfracellavano gli esecrati stendardi dell’aquila a due teste. Quindi caricato il Carroccio delle spoglie imperiali, cantando i cantici della vittoria fra le grida diViva l’Italia,fra lo suonare a festa di mille trombe trionfalmente rientrarono in Milano.

IV.GIROLAMO OLGIATI.Dal Visconteo castelloOve ogni fe’ tradì,Già l’Attila novelloDal ferro ultor fuggì.Fur di Milano i figliEroi più che guerrier....E li dicean conigliDell’Austria i masnadier!Di schiavi in man le spadeNon son che un giunco, un stel;In man di libertadeSon fulmini del ciel.O. T....Diamo un rapido sguardo a questi tempi per vedere a quali tristi condizioni si trovò nuovamente esposta la bella capitale di Lombardia. Pertanto cessate le guerre e rassicurato lo Stato a forza di combattimenti, sembrava che i Milanesi dovessero godersi in pace i frutti delle loro fatiche in seno delle amate consorti e framezzo ad una diletta corona di figli; ma no, la fiaccola incendiatrice della discordia nata nella culla stessa della libertà ed accresciuta fra i partiti pone la città in continue combustioni e tumulto, di maniera che tutta fu piena di turbolenze e di rivoluzioni, conseguenza di così abbominevol mostro distruttore d’ogni buon governo, e da cui venne l’orribil crollo alla libertà di Milano. I tanti partiti si ridussero a due soli, ognuno dei quali s’era nominato il suo capo. Il popolo dirigevasi dalla famiglia Torriani, ed i nobili daiVisconti. Sì gli uni che gli altri lottavano aspramente fra loro, ed ingannandosi vicendevolmente disputavansi a vicenda il principato a scapito della libertà.La celebre battaglia data da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, ai Torriani, a Desio, decise del loro destino, ed i Visconti, ora con simulazione, ora con promesse, trassero il popolo milanese a dura servitù, e posero sotto un nuovo tirannico giogo i nostri padri.Non si può non rabbrividire scorrendo la storia dei Visconti nel leggere le loro avanie, le crudeltà di Luchino[10], di Barnabò[11]e di Galeazzo suo fratello, la perfidia di Gian Galeazzo e di Filippo Maria.Se si volesse ricercare tra loro un’ombra di virtù, ben ci sarebbe malagevole, e non avremmo che a correre tra i rivi di sangue d’uomini onesti ed innocenti, fra l’ombra inspirata di una sorda e tirannica politica, e fra le grida dello sventurato popolo oppresso, e a tal segno conculcato da non essergli talvolta permesso di mostrare le suepiaghe, non che di risanarle. In tempi così luttuosi parve che Dio stesso si servisse del braccio di questi despoti per fargli piovere sopra di lui peste, fame, guerre e ruine, e tutti in somma i flagelli dello sdegno celeste e delle umane passioni. Tali furono mai sempre le conseguenze d’una spirata libertà[12].In Filippo Maria spenta rimase la famiglia dinastica Visconti sebbene altre linee naturali vivessero ancora in Milano, alcune delle quali continuano anche a’ giorni nostri. Il popolo, stanco dei sofferti disagi sotto il tirannico governo dei tristi che per più di un secolo e mezzo li governò, volle proclamare la libertà e reggersi in comune. Ma esso non era più il popolo che aveva giurato la disfatta dei tiranni a Pontida, non era più quello che sbaragliò e sconfisse il nemico a Legnano. Era un popolo senza fermezza, senza coraggio, privo di quel maschio valore che fa superare ogni ostacolo, col quale avrebbero trionfato anche questa volta, e Francesco Sforza, marito di Bianca Visconti, che tutta possedeva l’arte di fingere e simulare, seppe approfittarsi di queste circostanze per ingannare i Milanesi e gettarli di bel nuovo in un mare di guai, facendosi proclamare loro duca[13]. I suoi successori ora ambiziosie deboli, ora crudeli e capricciosi, rinnovarono le triste scene dei Visconti.Galeazze Maria Sforza destò l’indignazione in tutti i suoi sudditi. I primordi del suo governo furono quelli di principe cattivo e dissoluto. Si mostrò ingrato verso la propria madre, la quale volendo egli lontana da sè, fucostretta ritirarsi nel castello di Melegnano, ove chiuse solitaria e trista i suoi giorni. Oltre ad essere cattivo, dissoluto ed ingrato, la storia lo qualifica per libidinoso, impudente, feroce e brutale. Si narra che egli facesse seppellir vivo un uomo, e che ad un altro caduto in sua disgrazia per aver violate alcune leggi da lui promulgate intorno alla caccia, volesse far inghiottire una lepre intera. Tante atrocità gli suscitarono contro una congiura, a capo della quale erano i nobili Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e Carlo Visconti. Il Duca venne trucidato sul limitare della chiesa di S. Stefano in mezzo alle stesse sue guardie il giorno 26 dicembre del 1476, mentre solennemente entrava nel tempio per onorare la festività di quel santo protomartire.—E Girolamo Olgiati, pieno di fuoco per il santo amor di patria, inutilmente si affannò di richiamare alla perduta libertà, colla morte del tiranno, l’avvilito popolo Milanese, il quale anzi che dare ajuto ai congiurati che lo salvavano dall’oppressione, li perseguitò. L’Olgiati caduto nelle mani della giustizia, morì da uomo grande e valoroso nell’età di anni 23, proferendo queste parole:Girolamo fatti cuore: il dolore è di breve durata, ma eterna ne sarà la memoria.Gli Sforza non godettero tranquilli i frutti delle loro usurpazioni, perchè vennero in mille guise sbalzati ora dai Re di Francia pretendenti all’eredità del ducato di Milano per ragione di Valentina Visconti, maritata nella loro famiglia da Gian Galeazzo di lui padre, ed ora dagli Austriaci e dagli Spagnuoli per la ragione dell’Impero. Cessata però la linea retta degli Sforza, dopo vari combattimenti or favorevoli ai Francesi, ora agli Spagnuoli sempre di grave danno ai Milanesi, la fortuna arrise all’imperatore Carlo, re di Spagna.

GIROLAMO OLGIATI.

Dal Visconteo castelloOve ogni fe’ tradì,Già l’Attila novelloDal ferro ultor fuggì.

Fur di Milano i figliEroi più che guerrier....E li dicean conigliDell’Austria i masnadier!

Di schiavi in man le spadeNon son che un giunco, un stel;In man di libertadeSon fulmini del ciel.

O. T....

Diamo un rapido sguardo a questi tempi per vedere a quali tristi condizioni si trovò nuovamente esposta la bella capitale di Lombardia. Pertanto cessate le guerre e rassicurato lo Stato a forza di combattimenti, sembrava che i Milanesi dovessero godersi in pace i frutti delle loro fatiche in seno delle amate consorti e framezzo ad una diletta corona di figli; ma no, la fiaccola incendiatrice della discordia nata nella culla stessa della libertà ed accresciuta fra i partiti pone la città in continue combustioni e tumulto, di maniera che tutta fu piena di turbolenze e di rivoluzioni, conseguenza di così abbominevol mostro distruttore d’ogni buon governo, e da cui venne l’orribil crollo alla libertà di Milano. I tanti partiti si ridussero a due soli, ognuno dei quali s’era nominato il suo capo. Il popolo dirigevasi dalla famiglia Torriani, ed i nobili daiVisconti. Sì gli uni che gli altri lottavano aspramente fra loro, ed ingannandosi vicendevolmente disputavansi a vicenda il principato a scapito della libertà.

La celebre battaglia data da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, ai Torriani, a Desio, decise del loro destino, ed i Visconti, ora con simulazione, ora con promesse, trassero il popolo milanese a dura servitù, e posero sotto un nuovo tirannico giogo i nostri padri.

Non si può non rabbrividire scorrendo la storia dei Visconti nel leggere le loro avanie, le crudeltà di Luchino[10], di Barnabò[11]e di Galeazzo suo fratello, la perfidia di Gian Galeazzo e di Filippo Maria.Se si volesse ricercare tra loro un’ombra di virtù, ben ci sarebbe malagevole, e non avremmo che a correre tra i rivi di sangue d’uomini onesti ed innocenti, fra l’ombra inspirata di una sorda e tirannica politica, e fra le grida dello sventurato popolo oppresso, e a tal segno conculcato da non essergli talvolta permesso di mostrare le suepiaghe, non che di risanarle. In tempi così luttuosi parve che Dio stesso si servisse del braccio di questi despoti per fargli piovere sopra di lui peste, fame, guerre e ruine, e tutti in somma i flagelli dello sdegno celeste e delle umane passioni. Tali furono mai sempre le conseguenze d’una spirata libertà[12].

In Filippo Maria spenta rimase la famiglia dinastica Visconti sebbene altre linee naturali vivessero ancora in Milano, alcune delle quali continuano anche a’ giorni nostri. Il popolo, stanco dei sofferti disagi sotto il tirannico governo dei tristi che per più di un secolo e mezzo li governò, volle proclamare la libertà e reggersi in comune. Ma esso non era più il popolo che aveva giurato la disfatta dei tiranni a Pontida, non era più quello che sbaragliò e sconfisse il nemico a Legnano. Era un popolo senza fermezza, senza coraggio, privo di quel maschio valore che fa superare ogni ostacolo, col quale avrebbero trionfato anche questa volta, e Francesco Sforza, marito di Bianca Visconti, che tutta possedeva l’arte di fingere e simulare, seppe approfittarsi di queste circostanze per ingannare i Milanesi e gettarli di bel nuovo in un mare di guai, facendosi proclamare loro duca[13]. I suoi successori ora ambiziosie deboli, ora crudeli e capricciosi, rinnovarono le triste scene dei Visconti.

Galeazze Maria Sforza destò l’indignazione in tutti i suoi sudditi. I primordi del suo governo furono quelli di principe cattivo e dissoluto. Si mostrò ingrato verso la propria madre, la quale volendo egli lontana da sè, fucostretta ritirarsi nel castello di Melegnano, ove chiuse solitaria e trista i suoi giorni. Oltre ad essere cattivo, dissoluto ed ingrato, la storia lo qualifica per libidinoso, impudente, feroce e brutale. Si narra che egli facesse seppellir vivo un uomo, e che ad un altro caduto in sua disgrazia per aver violate alcune leggi da lui promulgate intorno alla caccia, volesse far inghiottire una lepre intera. Tante atrocità gli suscitarono contro una congiura, a capo della quale erano i nobili Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e Carlo Visconti. Il Duca venne trucidato sul limitare della chiesa di S. Stefano in mezzo alle stesse sue guardie il giorno 26 dicembre del 1476, mentre solennemente entrava nel tempio per onorare la festività di quel santo protomartire.—E Girolamo Olgiati, pieno di fuoco per il santo amor di patria, inutilmente si affannò di richiamare alla perduta libertà, colla morte del tiranno, l’avvilito popolo Milanese, il quale anzi che dare ajuto ai congiurati che lo salvavano dall’oppressione, li perseguitò. L’Olgiati caduto nelle mani della giustizia, morì da uomo grande e valoroso nell’età di anni 23, proferendo queste parole:Girolamo fatti cuore: il dolore è di breve durata, ma eterna ne sarà la memoria.

Gli Sforza non godettero tranquilli i frutti delle loro usurpazioni, perchè vennero in mille guise sbalzati ora dai Re di Francia pretendenti all’eredità del ducato di Milano per ragione di Valentina Visconti, maritata nella loro famiglia da Gian Galeazzo di lui padre, ed ora dagli Austriaci e dagli Spagnuoli per la ragione dell’Impero. Cessata però la linea retta degli Sforza, dopo vari combattimenti or favorevoli ai Francesi, ora agli Spagnuoli sempre di grave danno ai Milanesi, la fortuna arrise all’imperatore Carlo, re di Spagna.

V.SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHIoIL GIRO DI TRE SECOLI.Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti, sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo. Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo posto.Di Pradt,Sulla ristaurazione delGoverno reale in Francia.Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore, era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia, i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca. Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensionedi stati dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna, dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo ramo primogenito austro-spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo austro-tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti, il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza, pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio, nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro proprio.Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia, l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania della famiglia austriaca,ebbe il regno di Napoli, gli Stati della Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della germanica Casa d’Austria.L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa. Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta,per vigor di mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni.Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti, la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà, onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia (1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio dellamonarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino, nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da più secoli avevano perduta.Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando, divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso, ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governodella quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17 ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi, dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la loro sede.Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo, prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione, penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo, precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti nell’inutil blocco di Genova.Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini i generosi sentimenti delPrimo Console della prima nazione, Bonaparte, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:I.Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed indipendente.II.Dovrà da chiunque essere rispettato il libero e pubblico esercizio della religione Cattolica, secondo gli usi che praticavasi al tempo che il prelodatoPrimo Consolecome generale in capo dimorava in Milano; venendo perciò vietato qualunque disprezzo contro la medesimae li suoi ministri; in modo che non ne venga impedito in tutta la sua estensione il libero e pubblico esercizio della medesima, nè per alcun modo sia fatto disprezzo ai simboli che la riguardano, sotto le più rigorose pene estensibili anche alla morte a giudizio delle autorità competenti.III.Saranno pure rispettate le proprietà e le persone di tutti i Cittadini indistintamente, e per conseguenza non potrà alcuno farsi lecito di usare de’ termini che possono in qualunque maniera indicare divisione di partito e di sentimenti.IV.In conseguenza di queste massime regolatici riesce disgustoso all’Amministrazione provvisoria di vedere che molte persone abbiano abbandonata la loro patria, e quindi per espresso ordine del sullodato Primo Console diffida chiunque si è allontanato dalla patria stessa di doversi restituire al più presto a misura della lontananza in cui ciascuno si troverà al tempo della pubblicazione del presente: eccettuati però quelli che avrebbero prese le armi contro la repubblica Cisalpina dopo il trattato di Campo Formio, dovendo questi ritenersi come traditori e nemici della patria.V.Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi, che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del fatto sequestro.VI.Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per contratti fra privati.Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del gloriosoEroeche le dirige, tende alla repristinazione della libertà e dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime, all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra, unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi.Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII(4 giugno 1802).L’Amministrazione ProvvisoriaMarlianiSacchiGoffredo}DelegatiLevato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino alla pace di Luneville, celebratail 9 febbrajo del 1801, nella quale l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si presentavano[14].Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina, formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi, dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un collegio di Dotti.Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male. Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... Laprotezione della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville. Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali, ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche,ne hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle; una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini. Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi, nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi, della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi ritornossene in Francia.«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive l’autore delQuadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di Lipsia), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena, Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso, se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato da ogni nuova intrapresa, egli avearaddoppiato la sua audacia, a misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi, la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore, non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo,mentre l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe divenuto una ricompensa.In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo chiama ilGrand’Uomo, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria, chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere, segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona, chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di Mosca.Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano, e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni; malamente sostenuto, per istanchezza, dallanazione di cui era il capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da una rivoluzione.Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la fortuna e di riprendersi la corona.Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per terminaredegnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena, l’uomo che tanto la spaventava.Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.Un proclama del conte di Bellegarde[15]assicurava pace e protezione alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il regno Lombardo-Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello Raineri.

SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHIoIL GIRO DI TRE SECOLI.

Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti, sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo. Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo posto.

Di Pradt,Sulla ristaurazione delGoverno reale in Francia.

Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore, era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia, i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca. Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensionedi stati dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna, dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo ramo primogenito austro-spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo austro-tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti, il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza, pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio, nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro proprio.

Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia, l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania della famiglia austriaca,ebbe il regno di Napoli, gli Stati della Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della germanica Casa d’Austria.

L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa. Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta,per vigor di mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni.Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti, la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà, onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia (1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio dellamonarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.

I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino, nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da più secoli avevano perduta.

Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando, divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso, ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governodella quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17 ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi, dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la loro sede.Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo, prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione, penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo, precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti nell’inutil blocco di Genova.

Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini i generosi sentimenti delPrimo Console della prima nazione, Bonaparte, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:

I.Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed indipendente.

II.Dovrà da chiunque essere rispettato il libero e pubblico esercizio della religione Cattolica, secondo gli usi che praticavasi al tempo che il prelodatoPrimo Consolecome generale in capo dimorava in Milano; venendo perciò vietato qualunque disprezzo contro la medesimae li suoi ministri; in modo che non ne venga impedito in tutta la sua estensione il libero e pubblico esercizio della medesima, nè per alcun modo sia fatto disprezzo ai simboli che la riguardano, sotto le più rigorose pene estensibili anche alla morte a giudizio delle autorità competenti.

III.Saranno pure rispettate le proprietà e le persone di tutti i Cittadini indistintamente, e per conseguenza non potrà alcuno farsi lecito di usare de’ termini che possono in qualunque maniera indicare divisione di partito e di sentimenti.

IV.In conseguenza di queste massime regolatici riesce disgustoso all’Amministrazione provvisoria di vedere che molte persone abbiano abbandonata la loro patria, e quindi per espresso ordine del sullodato Primo Console diffida chiunque si è allontanato dalla patria stessa di doversi restituire al più presto a misura della lontananza in cui ciascuno si troverà al tempo della pubblicazione del presente: eccettuati però quelli che avrebbero prese le armi contro la repubblica Cisalpina dopo il trattato di Campo Formio, dovendo questi ritenersi come traditori e nemici della patria.

V.Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi, che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del fatto sequestro.

VI.Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per contratti fra privati.

Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del gloriosoEroeche le dirige, tende alla repristinazione della libertà e dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime, all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra, unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi.

Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII(4 giugno 1802).

L’Amministrazione Provvisoria

Levato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino alla pace di Luneville, celebratail 9 febbrajo del 1801, nella quale l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si presentavano[14].

Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina, formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi, dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un collegio di Dotti.

Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:

«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male. Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... Laprotezione della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville. Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».

«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali, ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche,ne hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle; una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»

Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini. Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi, nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi, della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.

Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi ritornossene in Francia.

«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive l’autore delQuadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di Lipsia), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena, Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso, se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato da ogni nuova intrapresa, egli avearaddoppiato la sua audacia, a misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi, la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore, non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo,mentre l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe divenuto una ricompensa.

In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo chiama ilGrand’Uomo, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria, chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere, segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona, chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di Mosca.

Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano, e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni; malamente sostenuto, per istanchezza, dallanazione di cui era il capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.

Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da una rivoluzione.

Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la fortuna e di riprendersi la corona.

Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per terminaredegnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena, l’uomo che tanto la spaventava.

Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.

Un proclama del conte di Bellegarde[15]assicurava pace e protezione alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il regno Lombardo-Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello Raineri.


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