VI.GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.All’armi, Italiani!Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia e a Milano la legge marziale.Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa, pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie, salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono traditori! e che dovete aspettare?De Boni,La crociata sull’Austriaco.Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui elucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di fatti veri......i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28 aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci spettacolo di miracolosa pazienza.Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci ogni coscienza, ogni vita. Nel1815,quando lo sgomentava la fuga di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat, promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni dirittoed anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva, e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte Lombardo-Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di soppiatto pagare con turpe mistero.Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva.Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti, ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna, il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di nostrocommercio, d nostra industria per servire agli interessi delle altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative, la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise, od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette, più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati, tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno. Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16]. Insidiò, martoriògli uomini più chiari, protesse in cambio le intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse ladelazione e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del patrio amore con gli assassini e coi falsarj.E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa: tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale. Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni,quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della nostra pazienza.E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane, noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse giungere il dispotismo della Casa di Lorena[17].Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami, le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali, tutti i Corpi costituiti amministrativi,giudiziarj, scientifici, i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini inermi, controcittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo d’infame e dolorosa memoria[18]e Pavia e Padova videro rinnovate le stragi di Galizia.Eppure noi durammo ancora ad essere pazienti, e benchè il cuore ce ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con che si cercò sopire la nostraindegnazione: parole bugiarde benchè movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militarediretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar gli scherni più amari, glioltraggi più crudeli per oltre due mesi lunghissimi, che ci furono una continua agonia.Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere a’ suoi popoli istituzioni più larghe,e promettevasi la libertà della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso spargevansile novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione. Quel bando e quelle novelle rivelavano che sitrattava d’una promessa estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero. E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le intenzioni diVienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una milizia cittadina.Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone.Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per sempre.VII.18 MARZO (SABATO)Suonata è la squilla,—già il grido di guerraTerribile eccheggia per l’Itala terra:Suonata è la squilla,—su presto fratelli,Su presto corriamo la patria a salvar:—Brandite i fucili, le picche, i coltelli,Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—Canto del Crociato.Via da noi Tedesco infido,Non più patti, non accordi:Guerra! Guerra! ogn’altro gridoÈ d’infamia e servitù.Su que’ rei di sangue lordi,Il furor si fa virtù.L. Carrer.Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che sperava conun buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e patimenti, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare, ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine di tant’odio.La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima rivoluzione strappava all’Imperatoreuna promessa di future concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini, parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della città furono affisse e diffuse le seguentiDOMANDEDEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibil volere che il nostro paese intende di esser italiano, e che si sente maturo a libere istituzioni.Chiediamo offrendo pace e fratellanza ma non temendo la guerra:1.Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità.2.Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei detenuti politici.3.Reggenza provvisoria del Regno.4.Libertà della stampa.5.Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.6.Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità.7.Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe Austriache.Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi.ORDINE E FERMEZZA.Milano, 18 marzo 1848.Questo ritardo impazientava i cittadini. L’agitazione era al colmo, quando a mezzodì la popolazione traboccava da ogni parte, tutta dirigendosi al palazzo Municipale e gridando armateci, dateci la Guardia Civica. Il podestà conte Gabrio Casati, colui che altre volte aveva esposta la propria vita per il bene de’ suoi amati concittadini, in compagnia dell’assessore Greppi, cercarono d’acquietare la moltitudine e persuaderla che era uopo rivolgersi al Governo. E il popolo dimandava un capo che il guidasse. Ebbene vi precederò io, disse il Podestà; e si mise coi corpi Municipali e Provinciali alla testa del popolo fra le acclamazioni di una moltitudine festante che agitava nell’aria e fazzoletti e cappelli, ed adornavasi il petto di coccarde tricolori, molte delle quali venivano dalle donne d’ogni condizione gittate dalle finestre lungo il Corso.Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a guardia del palazzo di Governo scaricarongli contro i loro moschetti. Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono uccisi, gli altri soldati disarmati e spogliati, il palazzo invaso, e salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi di troppo funesta ricordanza[20].Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe, gli impiegati alcuni seguirono l’esempio de’ loro capi d’ufficio, altri passarono fra il popolo a partecipare, di quellapoca gioja che questa prima vittoria gli faceva gustare. Il solo O’ Donell, capo, in assenza del conte Spaur, l’unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il giudizio statario, rintanato nel suo gabinetto non voleva discendere a patteggiare colla moltitudine. Poco dopo tra le acclamazioni giunsero monsignor Arcivescovo e l’arciprete Opizzoni fregiati essi pure della coccarda tricolore, i quali avendo assicurato il Vice presidente che la sua vita non avrebbe corso pericolo, l’indussero a presentarsi sul verone del palazzo, donde, palido e tremante, spiegando un fazzoletto bianco gridava:Farò quello che volete, tutto quello che volete. E il popolo a rincontro gridava:Abbasso la Polizia, Guardia Civica; ed il conte O’Donell:Sì abbasso la Polizia, la Guardia Civica. Il popolo replicava:Lo vogliamo in iscritto; ed egli l’assicurò che l’avrebbe fatto. Tradotto quindi in casa Vidiserti, contrada del Monte n.o2634 C., sottoscrisse i seguenti editti che poche ore dopo venivano pubblicati dalla Congregazione Municipale[21].Milano, 18 marzo 1848.Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.Firmat. Conte O’Donell.La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.Firmat. Conte O’Donell.La Direzione di Polizia è destituita: e la sicurezza della città è affidata al Municipio.Firmat.Conte O’Donell.LA CONGREGAZIONE MUNICIPALEDELLA CITTA’ DI MILANO.In conseguenza di ciò sono invitati tutti i Cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor dottor Bellati, Delegato Provinciale.I Cittadini che hanno le armi dovranno portarle con sè.CASATI,podestà.Beretta,assessore.Greppi,assessore.Silva,segretario.Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli scrittori, fu gridata lapiù giusta, lapiù morale, lapiù santadi quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie. Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica) narrando di questo fatto[22], scrisse: «La rivoluzione di Milano si è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze, scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile abbiano potuto tollerare per sei lustri.» Ed il GiornaleIl 22 Marzo, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero, che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro, ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno di quegli avvenimentiche la provvidenza suscita, quand’è il tempo, a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta l’ultimo Vespro italiano.Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale, di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi, vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme controun esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni che sanno sperare e volere.Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza. Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata in castello[23]. Quindi un nerbo di soldatisi portò ad occupare i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia, furono salutati afischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla. Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via, non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando un prete dal balcone battendo le mani, gridava:No, no, sono Italiani: viva la Gendarmeria italiana, furono rispettati e poterono passare, senz’essere offesi, alla Corte[24].I cacciatoriDiegherverso le ore due e mezzo si portarono all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo cittadino.L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età e d’ogni condizione al palazzo di Polizia,da dove respinti colle armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove. Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la disperazione ed il furore suggerivano.Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie della città verso le ore quattro pomeridiane:POPOLO DI MILANO.L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo.Ordine! Concordia! Coraggio!Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto della sera.Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldatiunitisi in grosso corpo andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti, all’ex Palazzo Vicereale,sullo spianato del Duomo ed in Piazza Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri diretti dal loro generalea cavallo, uscendo dal castello, prese la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto, impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto, preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza divisione di granatieri.IL MARESCIALLO RADETZKYALLA CONGREGAZIONE MUNICIPALEDELLA R. CITTA’ DI MILANODal Castello di Milano, 18 marzo 1848,ore 8 della sera.Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire ed armare una Guardia Civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all’ubbidienza una città ribelle. Ciò mi riuscirà facile avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.Radetzky,Maresciallo.Gli assaliti combatterono contro gli assalitori da valorosi ma troppo deboli per resister loro. Alcuni impiegati si portarono sui tetti, e con una salva di tegole ne uccisero tre, e ferirono diversi assalitori. Altri tedeschi furono gravemente feriti con arme da fuoco, con sassi e con mobili gettati dalle finestre della contrada. Ma i soldati atterrata colla scure la bottega di contro alla porta del Broletto trascinandovi entro il cannone, vi poterono manovrare al coperto, per cui la porta fu atterrata, e più di cento persone che trovavansi in palazzo, furono condotte prigioniere in castello fra gli strapazzi e le ingiurie dei soldati e del tempo che mandava dirottissima pioggia.A sera tardi fu fatto circolare il seguente proclama:CITTADINI!Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de’ Padri nostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppur la notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate, armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!Altre notizie di questo giorno.Il cittadino Francesco Maglia, munito d’un archibugio a due canne, caricato a quadrettoni, dalla propria casa in contrada de’ Borsinari, fece una scarica sul capitano d’un drappello di soldati che ivi si erano posti, e coltolo nel petto costrinse gli altri immediatamente alla ritirata.Il cittadino negoziante Giuseppe Paganuzzi, dalla finestra della sua abitazione uccise con un colpo di schioppo un granatiere che serviva di spione al comandante de’ suoi, mentre ordinava le truppe sulla piazza del Duomo.Fra coloro che si distinsero per zelo e per santo amor di patria devesi annoverare il cittadino Vernauy, che a porta Vercellina incontratosi prima coi Pompieri, gridava ad alta voce:Bravi Pompieri la rivoluzione giustamente e santamente è incominciata in Milano. Vi mandano in città per battere il popolo. Ricordatevi di non far fuoco sui vostri fratelli, altrimenti perderete l’onore e fors’anche la vita. Poco di poi incontratosi coi Gendarmi, gridava le istesse parole, aggiungendo:Viva la Gendarmeria Italiana.S’adoperava quindi nella costruzione delle barricate, e colla voce e colla forza diede non dubbie prove di sè.Giuseppe Ferrario, impiegato presso la strada ferrata di Porta Tosa, fu pure de’ primi che invasero l’ex palazzo di Governo, che s’impadronirono di O’Donell, e che piantarono la bandiera tricolore su quel palazzo. Nei susseguenti giorni combattè valorosamente, predando molte armi che consegnò al Comitato di Guerra.Il conte di Neiperg, già troppo noto come uno dei più infami istigatori degli eccessi del 3 gennajo, suggellava la propria ignominia in questa giornata. Attraversando con una forte pattuglia la piazza Castello, e giunto a san Protaso al Foro, si fece incontro al signor Prina, persona da lui conosciutissima, e con giudaica ipocrisia abbracciandolo lo invitava a recarsi al castello per intavolare trattative di pace. Il Prina non volle però seguirlo e si ritirò in sua casa.—Lo stesso signor Prina mostrò al Governo provvisorio una grossissima medaglia di piombo recante l’immagine di Pio IX, che quegli assassini scagliarono contro alla sua casa insieme alla mitraglia.—Però delle 60 persone che ivi trovavansi ricoverate nessuna venne offesa[27].«Appena giunse a Torino la prima notizia[28]dei gloriosi avvenimenti di questo giorno, alcuni egregi nostri patriotti che si trovavano colà, si affrettarono di invocare da S. M. il Re di Sardegna quegli aiuti che avevamo diritto d’aspettarci e per la nostra qualità di Italiani fratelli da altri Italiani, e per la eroica temerità della nostra impresacontro il nemico comune d’Italia, e per le notorie simpatie in ogni occasione manifestata colà in nostro favore dai gloriosi popoli Liguri e Subalpini. A queste preghiere dei patriotti Milanesi fu risposto che sarebbe stato impossibile al governo di S. M. di prendere l’iniziativa di un sussidio militare in Lombardia, a meno che non pervenisse a S. M. una diretta domanda da parte del popolo di Milano. Un benemerito nostro concittadino, il signor Enrico Martini, s’incaricò di portare a noi questa notizia a traverso i mille pericoli che si opponevano al suo ingresso in Milano. Giunse la mattina del giorno 21: con che gioja fosse accolto dal Governo Provvisorio, è facile imaginarlo: ebbe subito missione di riportare a S. M. il Re di Piemonte i sensi della nostra gratitudine, i fervidi nostri voti, perchè le gloriose sue truppe accorressero in nostro soccorso. Insuperabili difficoltà provenienti dalla sospettosa vigilanza dei soldati Austriaci si opposero per alcune ore alla partenza del signor Enrico Martini: ma finalmente il valore dei cittadini gli aprì la porta della città, ed egli ne approfittò, volando a Torino.»«Ivi espose il desiderio del popolo Milanese, rappresentato dal Governo Provvisorio, ed ottenne da S. M. il Re le seguenti formali promesse: 1.oLa partenza immediata di un esperimentato e patriottico Generale il Conte Passalacqua, il quale arrivò a Milano la sera del giorno 24 per cooperare all’ordinamento delle nostre milizie. 2.oIl passaggio del Ticino d’un corpo di fanteria pronto ad entrare in Milano alla prima rinchiesta del Governo Provvisorio. 3.oQueste truppe porteranno una bandiera neutrale, nè Piemontese nè Lombarda, ma l’italiana, in segno di delicato rispetto verso le future deliberazioni del paese quando sarà legalmente convocato a decidere i proprjdestini. 4.oFinalmente il Re di Piemonte si propone di venire egli stesso alla testa del rimanente suo esercito in Lombardia; ma disse al signor Martini queste parole:Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo aver ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso».Ecco il generoso proclama che il magnanimo Carlo Alberto pubblicava in seguito a questa conferenza il giorno 23[29].CARLO ALBERTOPER GRAZIA DI DIORE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME,ECC. ECC.Popoli della Lombardia e della Venezia!I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell’aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di fare da sè.E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo Scudo di Savoja sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.Torino, 23 marzo 1848.CARLO ALBERTO.VIII.19 MARZO (DOMENICA)Dal palagio al tetto umileTutto tutto il bel paeseGuerra eccheggi, e morte al vileChe tant’anni ci calcò.Guerra suonino le chieseChe il ribaldo profanò.L. Carrer.O Tedeschi, tanto le nostre donne, le nostre città, la patria nostra ha sofferto per voi! Cotanto è il tesoro d’odio contro di voi accumulato da secoli, da secoli nutrito con sangue, con lacrime, che per voi sarebbe consiglio di unica salute non che tentare l’ira nostra, ma ginocchioni pregare Iddio che non faccia spuntare il giorno in cui a spade c’incontreremo con voi; perchè in quel giorno combatteremo come gente che non vuole, che non concede quartieri, perchè in quel giorno avremo da esigere da voi, o Tedeschi, per due vendette. Feroce vendetta per le madri, per i nostri padri che dormono sonni invendicati nei loro sepolcri; feroce vendetta per noi loro figli, a cui ora vorreste perfino contendere la luce del sole.Govean,Stamura d’Ancona.Ad una notte piovosa, impiegata da tutti i cittadini a formar barricate d’ogni genere, come anderò descrivendo, successe il più bel mattino, che irradiato dal sole pareva arridere alla nostra vicina vittoria. Iddio è con noi. Viva Pio IX, viva l’Italia, morte ai tiranni! Lo sparo de’ moschetti e di tratto in tratto del cannone, il suono a stormo delle campane di tutte le chiese, fanno eco a quelle grida entusiastiche.I primi movimenti delle truppe sono verso Porta Comasina e S. Giovanni sul Muro, dove scorrono divisi in vari drappelli. Diverse pattuglie a cavallo ed a gran trotto fanno lo stesso, e vengono praticati molti arresti di persone tranquille, le quali sono tradotte in castello e spinte con pugni e puntate di bajonetta. Quindi vanno a rinforzare le guardie alle porte della città, munendole di alcuni pezzi di artiglieria e chiudendone i cancelli onde impedire l’ingresso nella città dei contadini che a migliaja vi accorrono in soccorso dei cittadini: molte pattuglie percorrono i bastioni. Non erano icento mila ben agguerriti guerrieriche Radetzky ci minacciava colla sua lettera, ma pure un esercito formidabile, in confronto ai nostri, che armati di archibugi da caccia non oltrepassavano a quest’ora i cinquecento, tutti valorosi cacciatori. Questa volta il pigmeo doveva scacciare il gigante.Un altro reggimento dei nostri si era formato d’ogni sorta di gente, armata la maggior parte d’armi da taglio che venivano somministrate qua e là. Altri portavano, bajonette, altri coltelli da cucina e da tavola, altri picche, lance, chiodi legati a bastoni altissimi, ed ogni altro arnese che si potesse servire a offendere. E quando a questi arnesi si supplì colle carabine e coi fucili? Quando si strapparono di mano al nemico e si vuotarono le caserme prese d’assalto.All’avanzarsi della mattina persone d’ogni stato e di ogni età van procacciandosi arme di qualunque specie, anche antiche, svaligiando negozi, officine e private gallerie.Fra quest’ultime ci piange l’animo a veder distrutto, nella galleria d’arme del cittadino Ambrogio Uboldo, il più bel monumento del medio evo che esistesse in Milano. Non vi era principe, non sovrano, non persona cospicuad’ogni nazione che passando per la capitale della Lombardia non si portasse a visitarla e ad ammirare insieme colla quantità degli svariati preziosi oggetti di quella bell’epoca il buon gusto dell’illustre raccoglitore. Alle ore otto di questo giorno, più di cinquanta individui si portarono a questo venerando tempio dell’antichità a nome del Municipio per impossessarsi di tutte le armi. Il cittadino Uboldo accondiscese volentieri a voler distribuire le armi da fuoco e da taglio meglio servibili. Ed oh quanto sacrificio gli dovea costare la sua generosità! Ma il popolo non contento penetra nei corritoi, nelle sale, ed ovunque s’impossessa delle lance, spade, spadoni, pugnali, brandistocchi delle più scelte fabbriche di Milano dei secoli XIV e XV, sciabole moderne con intarsiature a pietre preziose d’ogni nazione, kangiar, archibugi, stutzen, pistole, ec., strumenti di valore inestimabile del numero di circa 350 pezzi, dei quali fino ad ora non arrivò a riacquistare la cinquantesima parte! Fra le armi moderne, molte, consistenti in sciabole, squadroni, spade, giberne, ed un cannone con carro completo, appartennero al cessato governo Napoleonico. In questa specie di saccheggio ebbe pure a soffrire altri guasti di diversi mobili preziosi, e tra questi un tavolo con pietra agata fu rovesciato a terra e spezzato. Vollero inoltre i saccheggianti munizione per le armi da fuoco, ed anche in questo furono fatti contenti dalla generosità dello stesso signore. In mezzo alla sala maggiore eravi un trofeo formato di diverse lance colla tiara ed altri emblemi pontificj, che venne miracolosamente rispettato[30].Anche il cittadino Merelli, impresario dei grandi teatrialla ScalaeCanobbiana, aprì a chi era privo d’armi la poca armeria del teatro, consistente in ischioppi vecchi, molti dei quali inservibili, ed in lance e spade per l’uso della scena e dei mimi, che nelle mani degli ardenti cittadini diventarono brandi d’eroi.Furono pure svaligiate le sale d’armi del cittadino Pezzoli, consistenti similmente in arme antiche e moderne di molto valore; e alla stessa guisa si andò a prendere tutte quelle da fuoco e da taglio che si trovavano in alcune botteghe d’antichità.Le barricate che quasi per incanto si erano alzate nel giorno antecedente, si formarono col lastricato delle contrade, con casse e cassoni pieni di ciottoli, con carrozze, carri, panche di chiese e di scuole, tavole, materassi, sedie, pagliaricci, ed ogni altra sorta di masserizie. Fra le moltissime furono distinte a porta Romana che si fecero con tutte le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca. Al teatro della Scala con tutte le scranne del teatro. Al Giardino con tutti ali attrezzi che servirono per le feste dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando in re della Lombardia e Venezia di fatale ricordanza, nella contrada del Monte dello Stato con tutte le diligenze della ditta Franchetti. Al Cordusio con alcune centinaja di balle di libri bollettarj presi nel cortile dell’ufficio del Bollo. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine[31]. Al Leone diPorta Orientale si trovò pure un piano-forte a coda, di ottave sei e mezzo, dell’autore Fritz, che il signor Antonio Vago, fabbricatore e negoziante di piani-forti, volle somministrare al bisogno; e dopo otto giorni avendolo ritirato lo trovò intattissimo, sebbene avesse ricevuto ed acqua e sole, e fosse stato tutto coperto di terra.Tralascio di parlare e lodare coloro che più o meno si adoperarono nell’erezione di questi potenti ripari contro il nemico, rimettendo il lettore a quanto già scrisse il narratore deiRacconti di 200 e più testimoni oculari. Sebbene taccia di molti non devo passar sotto silenzio fra i valorosi il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, CandianiLuigi, Alessandro Ponzoni e Valentini Gottardo, dei quali tutti molto si narra nel citato libro.A guardia delle barricate restavano intanto giorno e notte quelli che non avendo arme da fuoco non potevano esporsi al nemico. La più ricca e la più nobile gioventù, quella che allevata nella mollezza dalla politica austriaca sembrava effeminata ed indolente, fu la più coraggiosa ed intraprendente. Nulla curando il pericolo si affacciava al nemico coll’istessa indifferenza che si sarebbe presentata ad una festa da ballo, valorosa nel combattimento, generosa coi vinti: mentrechè quella sorta di gente la più allevata, come si direbbe, alle risse, al coltello, se ne stava neghittosa e non si moveva che a forza di denaro. E le nostre damine? Esse riposero il telajo dei ricami per attendere con le delicate mani a scavar ciottoli per poi portarli ai piani superiori, a far filacce, a medicar feriti, ad incoraggiar i combattenti, a sopravvedere le barricate se ben custodite, a fabbricar cartucce ed altre munizioni da guerra, ed a distribuir coccarde. La letizia è sul loro volto come nel loro cuore. Esse pure odiano i Tedeschi, e si adoperano per distruggerne la razza. Le donne del popolo avvilite e piangenti, pregano Iddio per la redenzione d’Italia, per la salvezza dei loro mariti, dei loro fratelli! La santa e volontaria incumbenza di esser utile alla patria colla fabbricazione delle cartucce e colle somministrazioni di bende, filacce, ec., viene tutt’ora esercitata da uno scelto numero di gentili signore.La ferocia austriaca (come più tardi siamo stati edotti dalla corrispondenza trovata presso la scaduta Direzione Generale della Polizia) ci avea preparato un bel regalo per questo giorno. Cinquecento cittadini milanesi d’intemerata vita e di alti natali, oltre quelli delle provincie,dovevano essere arrestati, e chi sa qual sorte sarebbe loro toccata, se non quella espressa nelle due infami lettere del giovine arciduca Raineri al suo fratello Ernesto[32]! Due cannoni celati fuor di porta Romana, dovevano mitragliare l’inerme popolazione che si sarebbe trovata al corso Pio[33]. Ma gli accidenti di jeri avevano messo tutti gli attori fuori di scena, e di ben altro spettacolo eravamo noi attenti ammiratori, il quale ci lasciava fra le angosce e le speranze a desiderarne lo scioglimento.Tanti di fatto sono gli accidenti di questo giorno, che con diverso aspetto si presentano or favorevole, or contrario a’ nostri; tanti gli attacchi col nemico ed in tutte le parti della città, che difficilmente riesce allo scrittore di narrarli con quell’ordine e quella chiarezza che l’argomento esigerebbe. Procurerò di far alla meglio, ed il lettore mi avrà per iscusato se non giungerò a contentarlo in tutto.Duomo, piazza mercanti e direzione della polizia. Terribili furono le lotte sostenute in piazza del Duomo per impossessarsi del palazzo vicereale e della piazza dei Mercanti, dove risedea la Gran Guardia, munita di due cannoni e di soldati. Il primo circondario di Polizia era collocato su quest’ultima piazza. I cittadini inferociti nel combattimento e tripudianti tra il fischio delle palle, lo assalirono; e riuscirono a impadronirsene dopo un eroico combattimento. Di là passarono alla residenza della Direzione generale in S. Margherita, posto fortificatissimo di guardie, di poliziottied anche di pompieri. Ma quest’ultimi se non si mossero in nostro favore, non si mossero contro: ed anche qui nuova vittoria. Si cercò di Torresani e di Bolza, ma inutilmente: fu sparsa voce che si fossero salvati colla fuga la notte precedente.Alcuni granatieri ungheresi al palazzo già vicereale vengono appostati alle finestre con moschetti, e di là uccidono quanti passano. Lo stesso fanno i Trabanti dalla parte di contrada Larga, dalle finestre e dal tetto uccidendo il droghiere Ottolini e altri del vicinato. In tutte le contrade vicine al palazzo v’era un allarme spaventevole.I cannoni della piazza de’ Mercanti, uno collocato al posto della Gran Guardia, l’altro all’uscita della piazza verso i Ratti, soffiavano con palle di enorme grossezza. I soldati di linea a tre a tre rimpiattati nelle porte delle contrade degli Orefici, de’ Ratti e de’ Fustagnari sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Uno dei cannoni fu preso dai nostri dopo di aver uccisi tre cannonieri, ed indescrivibile fu la gioja dei vincitori.Alle ore dodici e mezzo se ne dava l’avviso a tutti i cittadini col seguente proclama:CITTADINI!La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de’ Mercanti e a porta Ticinese. Il nemico in fuga a Porta Orientale, a Borgo Monforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti. Bergamo marcia a nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte, introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartiere generale è organizzato, la Guardia Nazionale in attività.Continuate a suonare a stormo.Broletto. I soldati di stazione in Broletto coi loro obizzi e mortaj cannoneggiavano giù per la contrada di Santa Maria Segreta, gettando e piccole bombe e razzi incendiarj; ma alcuni valorosi giovani col riparo di una barricata formata con alcuni cassoni di contro alla farmacia Ravizza, si difesero tutto il giorno.Porta nuova. Il combattimento di Porta Nuova fu uno dei più accaniti, e tiene un luogo principale nella storia di questa gloriosa rivoluzione. In esso ebbe importantissima parte anche il celebre Augusto Anfossi, che avendo respinto un drappello di granatieri ed un cannone, vi piantò, baciandolo, il vessillo tricolore. Egli rimase vittima del suo valore alla presa del Genio.—Il sacerdote Alessandro Piola, abitante sulla piazza del nuovo Seminario, fu testimonio dalle sue finestre degli scontri fra i Tedeschi e la valorosa Gioventù Lombarda, e ci assicura che l’accanimento della battaglia in questo giorno e nel successivo superò ogni altro.—Il giorno seguente restati per qualche tempo gli Austriaci padroni del campo, penetrarono per la porta dei preti della canonica di San Bartolomeo, forzandoli ad inginocchiarsi, gridando:Pei preti niente perdono; e quindi ne trassero cinque prigioni alla Zecca. Altri invasero la casa dove abitava il predicatore che rinchiuso se ne stava studiando, e non contenti di stenderlo al suolo con un colpo di moschetto, lo pugnalarono. Ascesero di poi sul campanile e di là incominciarono a tirare sui nostri, i quali rispondendo bravamente coi loro archibugi, uccisero fin colassù uno dei loro, il che tanto valse a spaventarli, che stimando inutile ogni tentativo, si diedero a precipitosa fuga, e sempre inseguiti dai nostri bersaglieri, s’intanarono nella Zecca e di là non si mossero. Al martedì gli Austriaci avanzarono un cannoneche scaricarono sulla piazza di S. Bartolomeo contro l’imprendibile baluardo del ponte di Porta Nuova non superato giammai, dacchè fu fortificato colla barricata di marmo, custodita notte e dì dai nostri prodi.Porta Orientale. Tre volte il nemico si spinse verso S. Damiano, ed altrettante venne ributtato. Una palla di cannone portò via di netto una gamba ad un ragazzo di 12 anni, ed egli esclamò:benedetti coloro che muojono per la patria!Porta Tosa. In sull’albeggiare di questo giorno gli attacchi a porta Tosa incominciarono così gagliardi per parte dei nostri che misero i Tedeschi in grande apprensione. Verso le dieci ore gli abitanti dei sobborghi esterni, caldissimi anch’essi per giusta causa, si portarono per prendere la polveriera, così detta della Bicocca. Era un colpo certo se non fosse stato attraversato dal tradimento. Il conduttore della birreria, situata sul bastione (originario tedesco), si portò dal comandante de’ soldati, accampati lungo il muro del magazzino Cagnola, e lo persuase ad entrare nella casa della birreria stessa, come la più atta a difendere la polveriera, ed a scacciare gl’insorti borghigiani. La disperazione si impadronì tosto degli animi di quegl’inermi inquilini che dovettero sloggiar tutti e ridursi in un solo canto per lasciare ai barbari che li minacciavano della vita il luogo libero donde bersagliare quei che volevano distruggere la polveriera.—Un pezzo d’artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, giunse da porta Romana circa il mezzo giorno. Si combattè per alcune ore, e nel progresso della pugna si faceva più forte il coraggio dalla parte dei nostri. Un colpo di cannone fu diretto al campanile di S. Pietro in Gessate, che lo colpì sotto all’orologio senza atterrarlo. Quel continuo suonare a stormo scendevatremendo nell’animo degli avviliti Tedeschi. Due altri cannoni vennero più tardi appostati avanti la birreria. La pugna andò rallentandosi coll’approssimarsi della sera. I nostri s’imboscarono dietro la siepe dell’osteria del Giardinetto, nelle circostanti ortaglie, sopra i tetti, dietro le gelosie delle finestre[34].Porta Romana. Giovanni Cappietti col solo schioppo protesse la ritirata degli alunni del collegio Calchi Taeggi, mentre una masnada di croati ne svaligiava l’abitazione.Porta Ticinese. Un fatto d’armi alla casa del tenente de’ Poliziotti al ponte delle Pioppette procurò arme e munizioni a quei pochi dei nostri che si erano cimentati.—Nel locale detto della Vettabia si combattè per alcune ore coi Raisingher, cinque dei quali furono fatti prigionieri con l’acquisto di altrettanti moschetti e qualche sciabola.—Il colonnello dei Raisingher, che aveva il suo alloggio in casa Orelli a S. Calocero, chiamò quivi a difesa cento dei suoi soldati che continuarono a bersagliare tutto il giorno su gl’inermi passaggieri e sulle finestre intorno. Portatisi a combattere quella soldataglia una mano de’ nostri prodi, fra’ quali i cittadini Giacomo Colombo, Borletti e Biancardi, e dopo breve combattimento tolsero ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello, ed il cavallo carico di munizioni da guerra che portava ai cento di guardia: l’ufficiale ferito fu steso al suolo, non pochi di quelli che scortavano il carriaggio furono uccisi e gli altri messi in fuga.—Fra i prodi combattenti di Porta Ticinese in questo giorno, va distinto il nome di Giovanni Onetti, che senza aver riguardo al numero bersagliavaintrepido il nemico e riusciva sempre vittorioso. E da una dichiarazione del Comitato di pubblica difesa, risulta che egli consegnò tredici prigionieri compiutamente disarmati, del reggimento Sigismondo, da lui presi fuori di Porta Tosa, azione d’inaudito coraggio, molto più sapendo egli che mentre combatteva per la patria, la sua casa veniva svaligiata dalla rabbia tedesca. Ma tanto era l’ardor suo che nei momenti di tregua anzichè badare alle cose sue e a darsi qualche riposo, tutto era in faccende a medicare e confortare i suoi compagni feriti.Porta Comasina. Alla mattina di buon’ora una pattuglia di circa cento soldati sparando i loro moschetti, s’avviavano dalla Foppa al magazzino delle vivande per provvedersi di pane: ma non sono ancora giunti alla metà della contrada, che vengono respinti da una pioggia di tegole.—Verso sera però vi ritornano e fanno atroce vendetta dell’accoglimento della mattina sugli abitanti della casa che trovasi sull’angolo di detta contrada. Diedero prima il sacco, poi incendiarono due botteghe, abbruciarono vive tre donne, indi fecero prigionieri due giovani, e trascinatigli sui vicini spalti gli attaccarono legati insieme ad una pianta, facendoli così servire da bersaglio ai loro colpi per lunga ora, e quindi semivivi li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina, che furono trovati dai nostri, da’ quali furono subito sciolti, e così poterono terminare il loro martirio coi conforti della religione.Altri fatti di questo giorno. Nella contrada de’ Bossi, un povero vecchio inerme che andava per provvedersi del pane, incontratosi in alcune compagnie di granatieri (che si portavano a rinforzare il presidio al Broletto) venne dapprima infamemente maltrattato e percosso, e dappoi, perchè si era inginocchiato implorando la vita, uno deisoldati abbassando la bocca del moschetto gli scaricò una palla nel petto. Durò cinque quarti d’ora in angosciosa angonia quell’infelice, chiedendo un sorso d’acqua o la morte; ma non venne soccorso, poichè nessuno poteva uscire senza pericolo della vita, e dovette morire lambendo il proprio sangue a cercar di ammorzare la sete che lo struggeva. Narra l’autore delle lettereInfamie e crudeltà degli Austriaci, che sulla piazza del Duomo un giovinetto, che all’abito bianchiccio sembrava o un fornajo od un garzon da cucina, ebbe la valentia di stendere con quattro colpi quattro cannonieri. A S. Vittore, in una casa nel Borgo delle Oche, essendosi nascosti cinque inermi cittadini, sorpresi da una grossa pattuglia dei Raisingher, furono prima percossi coi moschetti, quindi mutilati, ed infine barbaramente trucidati. Questo atroce assassinio succedeva verso le ore 2 pomeridiane.Narrano tutti d’accordo gli scrittori di questa gloriosa rivoluzione, ed io pure lo sentiva narrare il giorno dopo che successe questo fatto da un popolano, che dopo di aver uccisi e feriti molti del reggimentoKaiser, gli fu portato via il dito annulare della sinistra, e che egli fattosi fasciare strettamente la ferita per impedire l’emorragia, continuò ancora a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti con queste parole:Una testa di legno mi ha fatto saltar via questo povero dito; e quindi se lo riponeva in saccoccia. Peccato che non si sia potuto conoscere il nome di questo valoroso cittadino[35]. Il corpo delle guardiedi Finanza abbracciò questa mattina il nostro santo partito. Attaccate le coccarde sui loro berretti, sguainarono la spada e si unirono ai cittadini, distribuendo a loro le armi dei veterani inabili a combattere.—Verso sera fu veduto passare sul corso di Porta Romana il console Sardo, accompagnato da sei cittadini armati e da quattro pompieri per recarsi dal Console di Francia a concertare una energica protesta da farsi a Radetzky, contro l’assassinar del popolo che le sue truppe facevano. Il Console Francese fu il primo a farci sentire le sue intenzioni col seguente proclama che fu affisso agli angoli della città, alle ore quattro pomeridiane[36].CITTADINI!Il Console Generale della Repubblica Francese protesta contro l’arbitrio del nemico che noi stiamo vincendo.Le grandi Nazioni sono fatte per intendersi.Viva la Patria e la Vittoria.Quartiere generale della Sicurezza pubblica.ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!Nella notte del sabbato alla domenica, il Torresani, vedendo inevitabile la caduta del suo potere, ordinò chesi abbruciassero le carte, i registri, le relazioni, e tutto quanto poteva mettere in chiaro le sue ribalderie, e scoprire gl’infami agenti de’ suoi misfatti[37]. Poco mancòche il fumo di tale incendio non soffocasse i poveri carcerati della Polizia, alcuni dei quali gridavano a piena gola che si aprissero le finestre, altri pregavano che si aumentasse il martirio per essere più presto spacciati, parendo loro men doloroso il morir soffocati che morir di fame, dopo trentacinque ore senza che a loro si somministrasse alcuna sorta di vitto. Altra prova della iniquità del signor Torresani si è l’ordine da lui dato al cavaliere Palladini, direttore della casa di Correzione, di scarcerare, nel caso che il tumulto popolare continuasse, i quattrocento sessanta detenuti che si trovavano nella stessa casa, e di armarli alla meglio, onde confusi col popolo, uccidessero, assassinassero ed ardessero ogni cosa. Ma il disegno andò fallito, mentre il Palladini si rifiutò di eseguire così infame comando.Abbiamo a piangere la morte di Giuseppe Broggi, uno dei più segnalati eroi della nostra rivoluzione. Egli morì martire per la patria, la mattina di questo giorno, colpito da una palla di cannone, mentre incoraggiando i nostri, incuteva co’ suoi ben diretti colpi lo sgomento nell’animo de’ nemici[38].
VI.GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.All’armi, Italiani!Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia e a Milano la legge marziale.Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa, pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie, salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono traditori! e che dovete aspettare?De Boni,La crociata sull’Austriaco.Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui elucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di fatti veri......i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28 aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci spettacolo di miracolosa pazienza.Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci ogni coscienza, ogni vita. Nel1815,quando lo sgomentava la fuga di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat, promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni dirittoed anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva, e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte Lombardo-Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di soppiatto pagare con turpe mistero.Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva.Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti, ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna, il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di nostrocommercio, d nostra industria per servire agli interessi delle altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative, la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise, od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette, più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati, tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno. Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16]. Insidiò, martoriògli uomini più chiari, protesse in cambio le intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse ladelazione e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del patrio amore con gli assassini e coi falsarj.E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa: tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale. Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni,quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della nostra pazienza.E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane, noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse giungere il dispotismo della Casa di Lorena[17].Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami, le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali, tutti i Corpi costituiti amministrativi,giudiziarj, scientifici, i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini inermi, controcittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo d’infame e dolorosa memoria[18]e Pavia e Padova videro rinnovate le stragi di Galizia.Eppure noi durammo ancora ad essere pazienti, e benchè il cuore ce ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con che si cercò sopire la nostraindegnazione: parole bugiarde benchè movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militarediretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar gli scherni più amari, glioltraggi più crudeli per oltre due mesi lunghissimi, che ci furono una continua agonia.Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere a’ suoi popoli istituzioni più larghe,e promettevasi la libertà della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso spargevansile novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione. Quel bando e quelle novelle rivelavano che sitrattava d’una promessa estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero. E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le intenzioni diVienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una milizia cittadina.Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone.Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per sempre.
GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.
All’armi, Italiani!
Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia e a Milano la legge marziale.
Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa, pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie, salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono traditori! e che dovete aspettare?
De Boni,La crociata sull’Austriaco.
Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui elucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di fatti veri.
.....i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28 aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci spettacolo di miracolosa pazienza.
Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci ogni coscienza, ogni vita. Nel1815,quando lo sgomentava la fuga di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat, promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni dirittoed anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva, e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte Lombardo-Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di soppiatto pagare con turpe mistero.
Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva.
Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti, ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna, il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di nostrocommercio, d nostra industria per servire agli interessi delle altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative, la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise, od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette, più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati, tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno. Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16]. Insidiò, martoriògli uomini più chiari, protesse in cambio le intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse ladelazione e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del patrio amore con gli assassini e coi falsarj.
E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa: tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale. Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni,quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della nostra pazienza.
E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane, noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse giungere il dispotismo della Casa di Lorena[17].
Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami, le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali, tutti i Corpi costituiti amministrativi,giudiziarj, scientifici, i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini inermi, controcittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo d’infame e dolorosa memoria[18]e Pavia e Padova videro rinnovate le stragi di Galizia.
Eppure noi durammo ancora ad essere pazienti, e benchè il cuore ce ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con che si cercò sopire la nostraindegnazione: parole bugiarde benchè movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militarediretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar gli scherni più amari, glioltraggi più crudeli per oltre due mesi lunghissimi, che ci furono una continua agonia.
Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere a’ suoi popoli istituzioni più larghe,e promettevasi la libertà della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso spargevansile novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione. Quel bando e quelle novelle rivelavano che sitrattava d’una promessa estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero. E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le intenzioni diVienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una milizia cittadina.
Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone.
Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per sempre.
VII.18 MARZO (SABATO)Suonata è la squilla,—già il grido di guerraTerribile eccheggia per l’Itala terra:Suonata è la squilla,—su presto fratelli,Su presto corriamo la patria a salvar:—Brandite i fucili, le picche, i coltelli,Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—Canto del Crociato.Via da noi Tedesco infido,Non più patti, non accordi:Guerra! Guerra! ogn’altro gridoÈ d’infamia e servitù.Su que’ rei di sangue lordi,Il furor si fa virtù.L. Carrer.Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che sperava conun buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e patimenti, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare, ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine di tant’odio.La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima rivoluzione strappava all’Imperatoreuna promessa di future concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini, parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della città furono affisse e diffuse le seguentiDOMANDEDEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibil volere che il nostro paese intende di esser italiano, e che si sente maturo a libere istituzioni.Chiediamo offrendo pace e fratellanza ma non temendo la guerra:1.Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità.2.Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei detenuti politici.3.Reggenza provvisoria del Regno.4.Libertà della stampa.5.Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.6.Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità.7.Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe Austriache.Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi.ORDINE E FERMEZZA.Milano, 18 marzo 1848.Questo ritardo impazientava i cittadini. L’agitazione era al colmo, quando a mezzodì la popolazione traboccava da ogni parte, tutta dirigendosi al palazzo Municipale e gridando armateci, dateci la Guardia Civica. Il podestà conte Gabrio Casati, colui che altre volte aveva esposta la propria vita per il bene de’ suoi amati concittadini, in compagnia dell’assessore Greppi, cercarono d’acquietare la moltitudine e persuaderla che era uopo rivolgersi al Governo. E il popolo dimandava un capo che il guidasse. Ebbene vi precederò io, disse il Podestà; e si mise coi corpi Municipali e Provinciali alla testa del popolo fra le acclamazioni di una moltitudine festante che agitava nell’aria e fazzoletti e cappelli, ed adornavasi il petto di coccarde tricolori, molte delle quali venivano dalle donne d’ogni condizione gittate dalle finestre lungo il Corso.Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a guardia del palazzo di Governo scaricarongli contro i loro moschetti. Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono uccisi, gli altri soldati disarmati e spogliati, il palazzo invaso, e salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi di troppo funesta ricordanza[20].Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe, gli impiegati alcuni seguirono l’esempio de’ loro capi d’ufficio, altri passarono fra il popolo a partecipare, di quellapoca gioja che questa prima vittoria gli faceva gustare. Il solo O’ Donell, capo, in assenza del conte Spaur, l’unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il giudizio statario, rintanato nel suo gabinetto non voleva discendere a patteggiare colla moltitudine. Poco dopo tra le acclamazioni giunsero monsignor Arcivescovo e l’arciprete Opizzoni fregiati essi pure della coccarda tricolore, i quali avendo assicurato il Vice presidente che la sua vita non avrebbe corso pericolo, l’indussero a presentarsi sul verone del palazzo, donde, palido e tremante, spiegando un fazzoletto bianco gridava:Farò quello che volete, tutto quello che volete. E il popolo a rincontro gridava:Abbasso la Polizia, Guardia Civica; ed il conte O’Donell:Sì abbasso la Polizia, la Guardia Civica. Il popolo replicava:Lo vogliamo in iscritto; ed egli l’assicurò che l’avrebbe fatto. Tradotto quindi in casa Vidiserti, contrada del Monte n.o2634 C., sottoscrisse i seguenti editti che poche ore dopo venivano pubblicati dalla Congregazione Municipale[21].Milano, 18 marzo 1848.Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.Firmat. Conte O’Donell.La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.Firmat. Conte O’Donell.La Direzione di Polizia è destituita: e la sicurezza della città è affidata al Municipio.Firmat.Conte O’Donell.LA CONGREGAZIONE MUNICIPALEDELLA CITTA’ DI MILANO.In conseguenza di ciò sono invitati tutti i Cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor dottor Bellati, Delegato Provinciale.I Cittadini che hanno le armi dovranno portarle con sè.CASATI,podestà.Beretta,assessore.Greppi,assessore.Silva,segretario.Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli scrittori, fu gridata lapiù giusta, lapiù morale, lapiù santadi quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie. Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica) narrando di questo fatto[22], scrisse: «La rivoluzione di Milano si è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze, scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile abbiano potuto tollerare per sei lustri.» Ed il GiornaleIl 22 Marzo, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero, che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro, ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno di quegli avvenimentiche la provvidenza suscita, quand’è il tempo, a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta l’ultimo Vespro italiano.Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale, di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi, vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme controun esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni che sanno sperare e volere.Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza. Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata in castello[23]. Quindi un nerbo di soldatisi portò ad occupare i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia, furono salutati afischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla. Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via, non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando un prete dal balcone battendo le mani, gridava:No, no, sono Italiani: viva la Gendarmeria italiana, furono rispettati e poterono passare, senz’essere offesi, alla Corte[24].I cacciatoriDiegherverso le ore due e mezzo si portarono all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo cittadino.L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età e d’ogni condizione al palazzo di Polizia,da dove respinti colle armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove. Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la disperazione ed il furore suggerivano.Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie della città verso le ore quattro pomeridiane:POPOLO DI MILANO.L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo.Ordine! Concordia! Coraggio!Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto della sera.Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldatiunitisi in grosso corpo andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti, all’ex Palazzo Vicereale,sullo spianato del Duomo ed in Piazza Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri diretti dal loro generalea cavallo, uscendo dal castello, prese la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto, impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto, preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza divisione di granatieri.IL MARESCIALLO RADETZKYALLA CONGREGAZIONE MUNICIPALEDELLA R. CITTA’ DI MILANODal Castello di Milano, 18 marzo 1848,ore 8 della sera.Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire ed armare una Guardia Civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all’ubbidienza una città ribelle. Ciò mi riuscirà facile avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.Radetzky,Maresciallo.Gli assaliti combatterono contro gli assalitori da valorosi ma troppo deboli per resister loro. Alcuni impiegati si portarono sui tetti, e con una salva di tegole ne uccisero tre, e ferirono diversi assalitori. Altri tedeschi furono gravemente feriti con arme da fuoco, con sassi e con mobili gettati dalle finestre della contrada. Ma i soldati atterrata colla scure la bottega di contro alla porta del Broletto trascinandovi entro il cannone, vi poterono manovrare al coperto, per cui la porta fu atterrata, e più di cento persone che trovavansi in palazzo, furono condotte prigioniere in castello fra gli strapazzi e le ingiurie dei soldati e del tempo che mandava dirottissima pioggia.A sera tardi fu fatto circolare il seguente proclama:CITTADINI!Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de’ Padri nostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppur la notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate, armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!Altre notizie di questo giorno.Il cittadino Francesco Maglia, munito d’un archibugio a due canne, caricato a quadrettoni, dalla propria casa in contrada de’ Borsinari, fece una scarica sul capitano d’un drappello di soldati che ivi si erano posti, e coltolo nel petto costrinse gli altri immediatamente alla ritirata.Il cittadino negoziante Giuseppe Paganuzzi, dalla finestra della sua abitazione uccise con un colpo di schioppo un granatiere che serviva di spione al comandante de’ suoi, mentre ordinava le truppe sulla piazza del Duomo.Fra coloro che si distinsero per zelo e per santo amor di patria devesi annoverare il cittadino Vernauy, che a porta Vercellina incontratosi prima coi Pompieri, gridava ad alta voce:Bravi Pompieri la rivoluzione giustamente e santamente è incominciata in Milano. Vi mandano in città per battere il popolo. Ricordatevi di non far fuoco sui vostri fratelli, altrimenti perderete l’onore e fors’anche la vita. Poco di poi incontratosi coi Gendarmi, gridava le istesse parole, aggiungendo:Viva la Gendarmeria Italiana.S’adoperava quindi nella costruzione delle barricate, e colla voce e colla forza diede non dubbie prove di sè.Giuseppe Ferrario, impiegato presso la strada ferrata di Porta Tosa, fu pure de’ primi che invasero l’ex palazzo di Governo, che s’impadronirono di O’Donell, e che piantarono la bandiera tricolore su quel palazzo. Nei susseguenti giorni combattè valorosamente, predando molte armi che consegnò al Comitato di Guerra.Il conte di Neiperg, già troppo noto come uno dei più infami istigatori degli eccessi del 3 gennajo, suggellava la propria ignominia in questa giornata. Attraversando con una forte pattuglia la piazza Castello, e giunto a san Protaso al Foro, si fece incontro al signor Prina, persona da lui conosciutissima, e con giudaica ipocrisia abbracciandolo lo invitava a recarsi al castello per intavolare trattative di pace. Il Prina non volle però seguirlo e si ritirò in sua casa.—Lo stesso signor Prina mostrò al Governo provvisorio una grossissima medaglia di piombo recante l’immagine di Pio IX, che quegli assassini scagliarono contro alla sua casa insieme alla mitraglia.—Però delle 60 persone che ivi trovavansi ricoverate nessuna venne offesa[27].«Appena giunse a Torino la prima notizia[28]dei gloriosi avvenimenti di questo giorno, alcuni egregi nostri patriotti che si trovavano colà, si affrettarono di invocare da S. M. il Re di Sardegna quegli aiuti che avevamo diritto d’aspettarci e per la nostra qualità di Italiani fratelli da altri Italiani, e per la eroica temerità della nostra impresacontro il nemico comune d’Italia, e per le notorie simpatie in ogni occasione manifestata colà in nostro favore dai gloriosi popoli Liguri e Subalpini. A queste preghiere dei patriotti Milanesi fu risposto che sarebbe stato impossibile al governo di S. M. di prendere l’iniziativa di un sussidio militare in Lombardia, a meno che non pervenisse a S. M. una diretta domanda da parte del popolo di Milano. Un benemerito nostro concittadino, il signor Enrico Martini, s’incaricò di portare a noi questa notizia a traverso i mille pericoli che si opponevano al suo ingresso in Milano. Giunse la mattina del giorno 21: con che gioja fosse accolto dal Governo Provvisorio, è facile imaginarlo: ebbe subito missione di riportare a S. M. il Re di Piemonte i sensi della nostra gratitudine, i fervidi nostri voti, perchè le gloriose sue truppe accorressero in nostro soccorso. Insuperabili difficoltà provenienti dalla sospettosa vigilanza dei soldati Austriaci si opposero per alcune ore alla partenza del signor Enrico Martini: ma finalmente il valore dei cittadini gli aprì la porta della città, ed egli ne approfittò, volando a Torino.»«Ivi espose il desiderio del popolo Milanese, rappresentato dal Governo Provvisorio, ed ottenne da S. M. il Re le seguenti formali promesse: 1.oLa partenza immediata di un esperimentato e patriottico Generale il Conte Passalacqua, il quale arrivò a Milano la sera del giorno 24 per cooperare all’ordinamento delle nostre milizie. 2.oIl passaggio del Ticino d’un corpo di fanteria pronto ad entrare in Milano alla prima rinchiesta del Governo Provvisorio. 3.oQueste truppe porteranno una bandiera neutrale, nè Piemontese nè Lombarda, ma l’italiana, in segno di delicato rispetto verso le future deliberazioni del paese quando sarà legalmente convocato a decidere i proprjdestini. 4.oFinalmente il Re di Piemonte si propone di venire egli stesso alla testa del rimanente suo esercito in Lombardia; ma disse al signor Martini queste parole:Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo aver ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso».Ecco il generoso proclama che il magnanimo Carlo Alberto pubblicava in seguito a questa conferenza il giorno 23[29].CARLO ALBERTOPER GRAZIA DI DIORE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME,ECC. ECC.Popoli della Lombardia e della Venezia!I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell’aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di fare da sè.E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo Scudo di Savoja sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.Torino, 23 marzo 1848.CARLO ALBERTO.
18 MARZO (SABATO)
Suonata è la squilla,—già il grido di guerraTerribile eccheggia per l’Itala terra:Suonata è la squilla,—su presto fratelli,Su presto corriamo la patria a salvar:—Brandite i fucili, le picche, i coltelli,Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—
Canto del Crociato.
Via da noi Tedesco infido,Non più patti, non accordi:Guerra! Guerra! ogn’altro gridoÈ d’infamia e servitù.Su que’ rei di sangue lordi,Il furor si fa virtù.
L. Carrer.
Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che sperava conun buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e patimenti, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare, ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine di tant’odio.
La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima rivoluzione strappava all’Imperatoreuna promessa di future concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini, parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della città furono affisse e diffuse le seguenti
DOMANDE
DEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.
Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibil volere che il nostro paese intende di esser italiano, e che si sente maturo a libere istituzioni.
Chiediamo offrendo pace e fratellanza ma non temendo la guerra:
1.Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità.
2.Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei detenuti politici.
3.Reggenza provvisoria del Regno.
4.Libertà della stampa.
5.Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.
6.Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità.
7.Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe Austriache.
Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi.
ORDINE E FERMEZZA.
Milano, 18 marzo 1848.
Questo ritardo impazientava i cittadini. L’agitazione era al colmo, quando a mezzodì la popolazione traboccava da ogni parte, tutta dirigendosi al palazzo Municipale e gridando armateci, dateci la Guardia Civica. Il podestà conte Gabrio Casati, colui che altre volte aveva esposta la propria vita per il bene de’ suoi amati concittadini, in compagnia dell’assessore Greppi, cercarono d’acquietare la moltitudine e persuaderla che era uopo rivolgersi al Governo. E il popolo dimandava un capo che il guidasse. Ebbene vi precederò io, disse il Podestà; e si mise coi corpi Municipali e Provinciali alla testa del popolo fra le acclamazioni di una moltitudine festante che agitava nell’aria e fazzoletti e cappelli, ed adornavasi il petto di coccarde tricolori, molte delle quali venivano dalle donne d’ogni condizione gittate dalle finestre lungo il Corso.
Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a guardia del palazzo di Governo scaricarongli contro i loro moschetti. Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono uccisi, gli altri soldati disarmati e spogliati, il palazzo invaso, e salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi di troppo funesta ricordanza[20].
Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe, gli impiegati alcuni seguirono l’esempio de’ loro capi d’ufficio, altri passarono fra il popolo a partecipare, di quellapoca gioja che questa prima vittoria gli faceva gustare. Il solo O’ Donell, capo, in assenza del conte Spaur, l’unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il giudizio statario, rintanato nel suo gabinetto non voleva discendere a patteggiare colla moltitudine. Poco dopo tra le acclamazioni giunsero monsignor Arcivescovo e l’arciprete Opizzoni fregiati essi pure della coccarda tricolore, i quali avendo assicurato il Vice presidente che la sua vita non avrebbe corso pericolo, l’indussero a presentarsi sul verone del palazzo, donde, palido e tremante, spiegando un fazzoletto bianco gridava:Farò quello che volete, tutto quello che volete. E il popolo a rincontro gridava:Abbasso la Polizia, Guardia Civica; ed il conte O’Donell:Sì abbasso la Polizia, la Guardia Civica. Il popolo replicava:Lo vogliamo in iscritto; ed egli l’assicurò che l’avrebbe fatto. Tradotto quindi in casa Vidiserti, contrada del Monte n.o2634 C., sottoscrisse i seguenti editti che poche ore dopo venivano pubblicati dalla Congregazione Municipale[21].
Milano, 18 marzo 1848.
Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.
Firmat. Conte O’Donell.
La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.
Firmat. Conte O’Donell.
La Direzione di Polizia è destituita: e la sicurezza della città è affidata al Municipio.
Firmat.Conte O’Donell.
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALEDELLA CITTA’ DI MILANO.
In conseguenza di ciò sono invitati tutti i Cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.
Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor dottor Bellati, Delegato Provinciale.
I Cittadini che hanno le armi dovranno portarle con sè.
CASATI,podestà.Beretta,assessore.Greppi,assessore.
Silva,segretario.
Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli scrittori, fu gridata lapiù giusta, lapiù morale, lapiù santadi quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie. Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica) narrando di questo fatto[22], scrisse: «La rivoluzione di Milano si è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze, scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile abbiano potuto tollerare per sei lustri.» Ed il GiornaleIl 22 Marzo, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:
La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero, che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro, ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno di quegli avvenimentiche la provvidenza suscita, quand’è il tempo, a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta l’ultimo Vespro italiano.
Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale, di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi, vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme controun esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni che sanno sperare e volere.
Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza. Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata in castello[23]. Quindi un nerbo di soldatisi portò ad occupare i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia, furono salutati afischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla. Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via, non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando un prete dal balcone battendo le mani, gridava:No, no, sono Italiani: viva la Gendarmeria italiana, furono rispettati e poterono passare, senz’essere offesi, alla Corte[24].
I cacciatoriDiegherverso le ore due e mezzo si portarono all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo cittadino.
L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età e d’ogni condizione al palazzo di Polizia,da dove respinti colle armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove. Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la disperazione ed il furore suggerivano.
Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie della città verso le ore quattro pomeridiane:
POPOLO DI MILANO.
L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo.
Ordine! Concordia! Coraggio!
Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto della sera.
Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldatiunitisi in grosso corpo andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti, all’ex Palazzo Vicereale,sullo spianato del Duomo ed in Piazza Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.
Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri diretti dal loro generalea cavallo, uscendo dal castello, prese la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.
Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.
La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto, impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto, preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza divisione di granatieri.
IL MARESCIALLO RADETZKYALLA CONGREGAZIONE MUNICIPALEDELLA R. CITTA’ DI MILANO
Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848,ore 8 della sera.
Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire ed armare una Guardia Civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all’ubbidienza una città ribelle. Ciò mi riuscirà facile avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.
Radetzky,Maresciallo.
Gli assaliti combatterono contro gli assalitori da valorosi ma troppo deboli per resister loro. Alcuni impiegati si portarono sui tetti, e con una salva di tegole ne uccisero tre, e ferirono diversi assalitori. Altri tedeschi furono gravemente feriti con arme da fuoco, con sassi e con mobili gettati dalle finestre della contrada. Ma i soldati atterrata colla scure la bottega di contro alla porta del Broletto trascinandovi entro il cannone, vi poterono manovrare al coperto, per cui la porta fu atterrata, e più di cento persone che trovavansi in palazzo, furono condotte prigioniere in castello fra gli strapazzi e le ingiurie dei soldati e del tempo che mandava dirottissima pioggia.
A sera tardi fu fatto circolare il seguente proclama:
CITTADINI!
Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de’ Padri nostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppur la notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate, armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.
ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!
Altre notizie di questo giorno.Il cittadino Francesco Maglia, munito d’un archibugio a due canne, caricato a quadrettoni, dalla propria casa in contrada de’ Borsinari, fece una scarica sul capitano d’un drappello di soldati che ivi si erano posti, e coltolo nel petto costrinse gli altri immediatamente alla ritirata.
Il cittadino negoziante Giuseppe Paganuzzi, dalla finestra della sua abitazione uccise con un colpo di schioppo un granatiere che serviva di spione al comandante de’ suoi, mentre ordinava le truppe sulla piazza del Duomo.
Fra coloro che si distinsero per zelo e per santo amor di patria devesi annoverare il cittadino Vernauy, che a porta Vercellina incontratosi prima coi Pompieri, gridava ad alta voce:Bravi Pompieri la rivoluzione giustamente e santamente è incominciata in Milano. Vi mandano in città per battere il popolo. Ricordatevi di non far fuoco sui vostri fratelli, altrimenti perderete l’onore e fors’anche la vita. Poco di poi incontratosi coi Gendarmi, gridava le istesse parole, aggiungendo:Viva la Gendarmeria Italiana.S’adoperava quindi nella costruzione delle barricate, e colla voce e colla forza diede non dubbie prove di sè.
Giuseppe Ferrario, impiegato presso la strada ferrata di Porta Tosa, fu pure de’ primi che invasero l’ex palazzo di Governo, che s’impadronirono di O’Donell, e che piantarono la bandiera tricolore su quel palazzo. Nei susseguenti giorni combattè valorosamente, predando molte armi che consegnò al Comitato di Guerra.
Il conte di Neiperg, già troppo noto come uno dei più infami istigatori degli eccessi del 3 gennajo, suggellava la propria ignominia in questa giornata. Attraversando con una forte pattuglia la piazza Castello, e giunto a san Protaso al Foro, si fece incontro al signor Prina, persona da lui conosciutissima, e con giudaica ipocrisia abbracciandolo lo invitava a recarsi al castello per intavolare trattative di pace. Il Prina non volle però seguirlo e si ritirò in sua casa.—Lo stesso signor Prina mostrò al Governo provvisorio una grossissima medaglia di piombo recante l’immagine di Pio IX, che quegli assassini scagliarono contro alla sua casa insieme alla mitraglia.—Però delle 60 persone che ivi trovavansi ricoverate nessuna venne offesa[27].
«Appena giunse a Torino la prima notizia[28]dei gloriosi avvenimenti di questo giorno, alcuni egregi nostri patriotti che si trovavano colà, si affrettarono di invocare da S. M. il Re di Sardegna quegli aiuti che avevamo diritto d’aspettarci e per la nostra qualità di Italiani fratelli da altri Italiani, e per la eroica temerità della nostra impresacontro il nemico comune d’Italia, e per le notorie simpatie in ogni occasione manifestata colà in nostro favore dai gloriosi popoli Liguri e Subalpini. A queste preghiere dei patriotti Milanesi fu risposto che sarebbe stato impossibile al governo di S. M. di prendere l’iniziativa di un sussidio militare in Lombardia, a meno che non pervenisse a S. M. una diretta domanda da parte del popolo di Milano. Un benemerito nostro concittadino, il signor Enrico Martini, s’incaricò di portare a noi questa notizia a traverso i mille pericoli che si opponevano al suo ingresso in Milano. Giunse la mattina del giorno 21: con che gioja fosse accolto dal Governo Provvisorio, è facile imaginarlo: ebbe subito missione di riportare a S. M. il Re di Piemonte i sensi della nostra gratitudine, i fervidi nostri voti, perchè le gloriose sue truppe accorressero in nostro soccorso. Insuperabili difficoltà provenienti dalla sospettosa vigilanza dei soldati Austriaci si opposero per alcune ore alla partenza del signor Enrico Martini: ma finalmente il valore dei cittadini gli aprì la porta della città, ed egli ne approfittò, volando a Torino.»
«Ivi espose il desiderio del popolo Milanese, rappresentato dal Governo Provvisorio, ed ottenne da S. M. il Re le seguenti formali promesse: 1.oLa partenza immediata di un esperimentato e patriottico Generale il Conte Passalacqua, il quale arrivò a Milano la sera del giorno 24 per cooperare all’ordinamento delle nostre milizie. 2.oIl passaggio del Ticino d’un corpo di fanteria pronto ad entrare in Milano alla prima rinchiesta del Governo Provvisorio. 3.oQueste truppe porteranno una bandiera neutrale, nè Piemontese nè Lombarda, ma l’italiana, in segno di delicato rispetto verso le future deliberazioni del paese quando sarà legalmente convocato a decidere i proprjdestini. 4.oFinalmente il Re di Piemonte si propone di venire egli stesso alla testa del rimanente suo esercito in Lombardia; ma disse al signor Martini queste parole:Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo aver ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso».
Ecco il generoso proclama che il magnanimo Carlo Alberto pubblicava in seguito a questa conferenza il giorno 23[29].
CARLO ALBERTO
PER GRAZIA DI DIO
RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME,
ECC. ECC.
Popoli della Lombardia e della Venezia!
I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.
Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.
Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.
Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell’aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di fare da sè.
E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo Scudo di Savoja sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.
Torino, 23 marzo 1848.
CARLO ALBERTO.
VIII.19 MARZO (DOMENICA)Dal palagio al tetto umileTutto tutto il bel paeseGuerra eccheggi, e morte al vileChe tant’anni ci calcò.Guerra suonino le chieseChe il ribaldo profanò.L. Carrer.O Tedeschi, tanto le nostre donne, le nostre città, la patria nostra ha sofferto per voi! Cotanto è il tesoro d’odio contro di voi accumulato da secoli, da secoli nutrito con sangue, con lacrime, che per voi sarebbe consiglio di unica salute non che tentare l’ira nostra, ma ginocchioni pregare Iddio che non faccia spuntare il giorno in cui a spade c’incontreremo con voi; perchè in quel giorno combatteremo come gente che non vuole, che non concede quartieri, perchè in quel giorno avremo da esigere da voi, o Tedeschi, per due vendette. Feroce vendetta per le madri, per i nostri padri che dormono sonni invendicati nei loro sepolcri; feroce vendetta per noi loro figli, a cui ora vorreste perfino contendere la luce del sole.Govean,Stamura d’Ancona.Ad una notte piovosa, impiegata da tutti i cittadini a formar barricate d’ogni genere, come anderò descrivendo, successe il più bel mattino, che irradiato dal sole pareva arridere alla nostra vicina vittoria. Iddio è con noi. Viva Pio IX, viva l’Italia, morte ai tiranni! Lo sparo de’ moschetti e di tratto in tratto del cannone, il suono a stormo delle campane di tutte le chiese, fanno eco a quelle grida entusiastiche.I primi movimenti delle truppe sono verso Porta Comasina e S. Giovanni sul Muro, dove scorrono divisi in vari drappelli. Diverse pattuglie a cavallo ed a gran trotto fanno lo stesso, e vengono praticati molti arresti di persone tranquille, le quali sono tradotte in castello e spinte con pugni e puntate di bajonetta. Quindi vanno a rinforzare le guardie alle porte della città, munendole di alcuni pezzi di artiglieria e chiudendone i cancelli onde impedire l’ingresso nella città dei contadini che a migliaja vi accorrono in soccorso dei cittadini: molte pattuglie percorrono i bastioni. Non erano icento mila ben agguerriti guerrieriche Radetzky ci minacciava colla sua lettera, ma pure un esercito formidabile, in confronto ai nostri, che armati di archibugi da caccia non oltrepassavano a quest’ora i cinquecento, tutti valorosi cacciatori. Questa volta il pigmeo doveva scacciare il gigante.Un altro reggimento dei nostri si era formato d’ogni sorta di gente, armata la maggior parte d’armi da taglio che venivano somministrate qua e là. Altri portavano, bajonette, altri coltelli da cucina e da tavola, altri picche, lance, chiodi legati a bastoni altissimi, ed ogni altro arnese che si potesse servire a offendere. E quando a questi arnesi si supplì colle carabine e coi fucili? Quando si strapparono di mano al nemico e si vuotarono le caserme prese d’assalto.All’avanzarsi della mattina persone d’ogni stato e di ogni età van procacciandosi arme di qualunque specie, anche antiche, svaligiando negozi, officine e private gallerie.Fra quest’ultime ci piange l’animo a veder distrutto, nella galleria d’arme del cittadino Ambrogio Uboldo, il più bel monumento del medio evo che esistesse in Milano. Non vi era principe, non sovrano, non persona cospicuad’ogni nazione che passando per la capitale della Lombardia non si portasse a visitarla e ad ammirare insieme colla quantità degli svariati preziosi oggetti di quella bell’epoca il buon gusto dell’illustre raccoglitore. Alle ore otto di questo giorno, più di cinquanta individui si portarono a questo venerando tempio dell’antichità a nome del Municipio per impossessarsi di tutte le armi. Il cittadino Uboldo accondiscese volentieri a voler distribuire le armi da fuoco e da taglio meglio servibili. Ed oh quanto sacrificio gli dovea costare la sua generosità! Ma il popolo non contento penetra nei corritoi, nelle sale, ed ovunque s’impossessa delle lance, spade, spadoni, pugnali, brandistocchi delle più scelte fabbriche di Milano dei secoli XIV e XV, sciabole moderne con intarsiature a pietre preziose d’ogni nazione, kangiar, archibugi, stutzen, pistole, ec., strumenti di valore inestimabile del numero di circa 350 pezzi, dei quali fino ad ora non arrivò a riacquistare la cinquantesima parte! Fra le armi moderne, molte, consistenti in sciabole, squadroni, spade, giberne, ed un cannone con carro completo, appartennero al cessato governo Napoleonico. In questa specie di saccheggio ebbe pure a soffrire altri guasti di diversi mobili preziosi, e tra questi un tavolo con pietra agata fu rovesciato a terra e spezzato. Vollero inoltre i saccheggianti munizione per le armi da fuoco, ed anche in questo furono fatti contenti dalla generosità dello stesso signore. In mezzo alla sala maggiore eravi un trofeo formato di diverse lance colla tiara ed altri emblemi pontificj, che venne miracolosamente rispettato[30].Anche il cittadino Merelli, impresario dei grandi teatrialla ScalaeCanobbiana, aprì a chi era privo d’armi la poca armeria del teatro, consistente in ischioppi vecchi, molti dei quali inservibili, ed in lance e spade per l’uso della scena e dei mimi, che nelle mani degli ardenti cittadini diventarono brandi d’eroi.Furono pure svaligiate le sale d’armi del cittadino Pezzoli, consistenti similmente in arme antiche e moderne di molto valore; e alla stessa guisa si andò a prendere tutte quelle da fuoco e da taglio che si trovavano in alcune botteghe d’antichità.Le barricate che quasi per incanto si erano alzate nel giorno antecedente, si formarono col lastricato delle contrade, con casse e cassoni pieni di ciottoli, con carrozze, carri, panche di chiese e di scuole, tavole, materassi, sedie, pagliaricci, ed ogni altra sorta di masserizie. Fra le moltissime furono distinte a porta Romana che si fecero con tutte le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca. Al teatro della Scala con tutte le scranne del teatro. Al Giardino con tutti ali attrezzi che servirono per le feste dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando in re della Lombardia e Venezia di fatale ricordanza, nella contrada del Monte dello Stato con tutte le diligenze della ditta Franchetti. Al Cordusio con alcune centinaja di balle di libri bollettarj presi nel cortile dell’ufficio del Bollo. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine[31]. Al Leone diPorta Orientale si trovò pure un piano-forte a coda, di ottave sei e mezzo, dell’autore Fritz, che il signor Antonio Vago, fabbricatore e negoziante di piani-forti, volle somministrare al bisogno; e dopo otto giorni avendolo ritirato lo trovò intattissimo, sebbene avesse ricevuto ed acqua e sole, e fosse stato tutto coperto di terra.Tralascio di parlare e lodare coloro che più o meno si adoperarono nell’erezione di questi potenti ripari contro il nemico, rimettendo il lettore a quanto già scrisse il narratore deiRacconti di 200 e più testimoni oculari. Sebbene taccia di molti non devo passar sotto silenzio fra i valorosi il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, CandianiLuigi, Alessandro Ponzoni e Valentini Gottardo, dei quali tutti molto si narra nel citato libro.A guardia delle barricate restavano intanto giorno e notte quelli che non avendo arme da fuoco non potevano esporsi al nemico. La più ricca e la più nobile gioventù, quella che allevata nella mollezza dalla politica austriaca sembrava effeminata ed indolente, fu la più coraggiosa ed intraprendente. Nulla curando il pericolo si affacciava al nemico coll’istessa indifferenza che si sarebbe presentata ad una festa da ballo, valorosa nel combattimento, generosa coi vinti: mentrechè quella sorta di gente la più allevata, come si direbbe, alle risse, al coltello, se ne stava neghittosa e non si moveva che a forza di denaro. E le nostre damine? Esse riposero il telajo dei ricami per attendere con le delicate mani a scavar ciottoli per poi portarli ai piani superiori, a far filacce, a medicar feriti, ad incoraggiar i combattenti, a sopravvedere le barricate se ben custodite, a fabbricar cartucce ed altre munizioni da guerra, ed a distribuir coccarde. La letizia è sul loro volto come nel loro cuore. Esse pure odiano i Tedeschi, e si adoperano per distruggerne la razza. Le donne del popolo avvilite e piangenti, pregano Iddio per la redenzione d’Italia, per la salvezza dei loro mariti, dei loro fratelli! La santa e volontaria incumbenza di esser utile alla patria colla fabbricazione delle cartucce e colle somministrazioni di bende, filacce, ec., viene tutt’ora esercitata da uno scelto numero di gentili signore.La ferocia austriaca (come più tardi siamo stati edotti dalla corrispondenza trovata presso la scaduta Direzione Generale della Polizia) ci avea preparato un bel regalo per questo giorno. Cinquecento cittadini milanesi d’intemerata vita e di alti natali, oltre quelli delle provincie,dovevano essere arrestati, e chi sa qual sorte sarebbe loro toccata, se non quella espressa nelle due infami lettere del giovine arciduca Raineri al suo fratello Ernesto[32]! Due cannoni celati fuor di porta Romana, dovevano mitragliare l’inerme popolazione che si sarebbe trovata al corso Pio[33]. Ma gli accidenti di jeri avevano messo tutti gli attori fuori di scena, e di ben altro spettacolo eravamo noi attenti ammiratori, il quale ci lasciava fra le angosce e le speranze a desiderarne lo scioglimento.Tanti di fatto sono gli accidenti di questo giorno, che con diverso aspetto si presentano or favorevole, or contrario a’ nostri; tanti gli attacchi col nemico ed in tutte le parti della città, che difficilmente riesce allo scrittore di narrarli con quell’ordine e quella chiarezza che l’argomento esigerebbe. Procurerò di far alla meglio, ed il lettore mi avrà per iscusato se non giungerò a contentarlo in tutto.Duomo, piazza mercanti e direzione della polizia. Terribili furono le lotte sostenute in piazza del Duomo per impossessarsi del palazzo vicereale e della piazza dei Mercanti, dove risedea la Gran Guardia, munita di due cannoni e di soldati. Il primo circondario di Polizia era collocato su quest’ultima piazza. I cittadini inferociti nel combattimento e tripudianti tra il fischio delle palle, lo assalirono; e riuscirono a impadronirsene dopo un eroico combattimento. Di là passarono alla residenza della Direzione generale in S. Margherita, posto fortificatissimo di guardie, di poliziottied anche di pompieri. Ma quest’ultimi se non si mossero in nostro favore, non si mossero contro: ed anche qui nuova vittoria. Si cercò di Torresani e di Bolza, ma inutilmente: fu sparsa voce che si fossero salvati colla fuga la notte precedente.Alcuni granatieri ungheresi al palazzo già vicereale vengono appostati alle finestre con moschetti, e di là uccidono quanti passano. Lo stesso fanno i Trabanti dalla parte di contrada Larga, dalle finestre e dal tetto uccidendo il droghiere Ottolini e altri del vicinato. In tutte le contrade vicine al palazzo v’era un allarme spaventevole.I cannoni della piazza de’ Mercanti, uno collocato al posto della Gran Guardia, l’altro all’uscita della piazza verso i Ratti, soffiavano con palle di enorme grossezza. I soldati di linea a tre a tre rimpiattati nelle porte delle contrade degli Orefici, de’ Ratti e de’ Fustagnari sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Uno dei cannoni fu preso dai nostri dopo di aver uccisi tre cannonieri, ed indescrivibile fu la gioja dei vincitori.Alle ore dodici e mezzo se ne dava l’avviso a tutti i cittadini col seguente proclama:CITTADINI!La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de’ Mercanti e a porta Ticinese. Il nemico in fuga a Porta Orientale, a Borgo Monforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti. Bergamo marcia a nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte, introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartiere generale è organizzato, la Guardia Nazionale in attività.Continuate a suonare a stormo.Broletto. I soldati di stazione in Broletto coi loro obizzi e mortaj cannoneggiavano giù per la contrada di Santa Maria Segreta, gettando e piccole bombe e razzi incendiarj; ma alcuni valorosi giovani col riparo di una barricata formata con alcuni cassoni di contro alla farmacia Ravizza, si difesero tutto il giorno.Porta nuova. Il combattimento di Porta Nuova fu uno dei più accaniti, e tiene un luogo principale nella storia di questa gloriosa rivoluzione. In esso ebbe importantissima parte anche il celebre Augusto Anfossi, che avendo respinto un drappello di granatieri ed un cannone, vi piantò, baciandolo, il vessillo tricolore. Egli rimase vittima del suo valore alla presa del Genio.—Il sacerdote Alessandro Piola, abitante sulla piazza del nuovo Seminario, fu testimonio dalle sue finestre degli scontri fra i Tedeschi e la valorosa Gioventù Lombarda, e ci assicura che l’accanimento della battaglia in questo giorno e nel successivo superò ogni altro.—Il giorno seguente restati per qualche tempo gli Austriaci padroni del campo, penetrarono per la porta dei preti della canonica di San Bartolomeo, forzandoli ad inginocchiarsi, gridando:Pei preti niente perdono; e quindi ne trassero cinque prigioni alla Zecca. Altri invasero la casa dove abitava il predicatore che rinchiuso se ne stava studiando, e non contenti di stenderlo al suolo con un colpo di moschetto, lo pugnalarono. Ascesero di poi sul campanile e di là incominciarono a tirare sui nostri, i quali rispondendo bravamente coi loro archibugi, uccisero fin colassù uno dei loro, il che tanto valse a spaventarli, che stimando inutile ogni tentativo, si diedero a precipitosa fuga, e sempre inseguiti dai nostri bersaglieri, s’intanarono nella Zecca e di là non si mossero. Al martedì gli Austriaci avanzarono un cannoneche scaricarono sulla piazza di S. Bartolomeo contro l’imprendibile baluardo del ponte di Porta Nuova non superato giammai, dacchè fu fortificato colla barricata di marmo, custodita notte e dì dai nostri prodi.Porta Orientale. Tre volte il nemico si spinse verso S. Damiano, ed altrettante venne ributtato. Una palla di cannone portò via di netto una gamba ad un ragazzo di 12 anni, ed egli esclamò:benedetti coloro che muojono per la patria!Porta Tosa. In sull’albeggiare di questo giorno gli attacchi a porta Tosa incominciarono così gagliardi per parte dei nostri che misero i Tedeschi in grande apprensione. Verso le dieci ore gli abitanti dei sobborghi esterni, caldissimi anch’essi per giusta causa, si portarono per prendere la polveriera, così detta della Bicocca. Era un colpo certo se non fosse stato attraversato dal tradimento. Il conduttore della birreria, situata sul bastione (originario tedesco), si portò dal comandante de’ soldati, accampati lungo il muro del magazzino Cagnola, e lo persuase ad entrare nella casa della birreria stessa, come la più atta a difendere la polveriera, ed a scacciare gl’insorti borghigiani. La disperazione si impadronì tosto degli animi di quegl’inermi inquilini che dovettero sloggiar tutti e ridursi in un solo canto per lasciare ai barbari che li minacciavano della vita il luogo libero donde bersagliare quei che volevano distruggere la polveriera.—Un pezzo d’artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, giunse da porta Romana circa il mezzo giorno. Si combattè per alcune ore, e nel progresso della pugna si faceva più forte il coraggio dalla parte dei nostri. Un colpo di cannone fu diretto al campanile di S. Pietro in Gessate, che lo colpì sotto all’orologio senza atterrarlo. Quel continuo suonare a stormo scendevatremendo nell’animo degli avviliti Tedeschi. Due altri cannoni vennero più tardi appostati avanti la birreria. La pugna andò rallentandosi coll’approssimarsi della sera. I nostri s’imboscarono dietro la siepe dell’osteria del Giardinetto, nelle circostanti ortaglie, sopra i tetti, dietro le gelosie delle finestre[34].Porta Romana. Giovanni Cappietti col solo schioppo protesse la ritirata degli alunni del collegio Calchi Taeggi, mentre una masnada di croati ne svaligiava l’abitazione.Porta Ticinese. Un fatto d’armi alla casa del tenente de’ Poliziotti al ponte delle Pioppette procurò arme e munizioni a quei pochi dei nostri che si erano cimentati.—Nel locale detto della Vettabia si combattè per alcune ore coi Raisingher, cinque dei quali furono fatti prigionieri con l’acquisto di altrettanti moschetti e qualche sciabola.—Il colonnello dei Raisingher, che aveva il suo alloggio in casa Orelli a S. Calocero, chiamò quivi a difesa cento dei suoi soldati che continuarono a bersagliare tutto il giorno su gl’inermi passaggieri e sulle finestre intorno. Portatisi a combattere quella soldataglia una mano de’ nostri prodi, fra’ quali i cittadini Giacomo Colombo, Borletti e Biancardi, e dopo breve combattimento tolsero ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello, ed il cavallo carico di munizioni da guerra che portava ai cento di guardia: l’ufficiale ferito fu steso al suolo, non pochi di quelli che scortavano il carriaggio furono uccisi e gli altri messi in fuga.—Fra i prodi combattenti di Porta Ticinese in questo giorno, va distinto il nome di Giovanni Onetti, che senza aver riguardo al numero bersagliavaintrepido il nemico e riusciva sempre vittorioso. E da una dichiarazione del Comitato di pubblica difesa, risulta che egli consegnò tredici prigionieri compiutamente disarmati, del reggimento Sigismondo, da lui presi fuori di Porta Tosa, azione d’inaudito coraggio, molto più sapendo egli che mentre combatteva per la patria, la sua casa veniva svaligiata dalla rabbia tedesca. Ma tanto era l’ardor suo che nei momenti di tregua anzichè badare alle cose sue e a darsi qualche riposo, tutto era in faccende a medicare e confortare i suoi compagni feriti.Porta Comasina. Alla mattina di buon’ora una pattuglia di circa cento soldati sparando i loro moschetti, s’avviavano dalla Foppa al magazzino delle vivande per provvedersi di pane: ma non sono ancora giunti alla metà della contrada, che vengono respinti da una pioggia di tegole.—Verso sera però vi ritornano e fanno atroce vendetta dell’accoglimento della mattina sugli abitanti della casa che trovasi sull’angolo di detta contrada. Diedero prima il sacco, poi incendiarono due botteghe, abbruciarono vive tre donne, indi fecero prigionieri due giovani, e trascinatigli sui vicini spalti gli attaccarono legati insieme ad una pianta, facendoli così servire da bersaglio ai loro colpi per lunga ora, e quindi semivivi li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina, che furono trovati dai nostri, da’ quali furono subito sciolti, e così poterono terminare il loro martirio coi conforti della religione.Altri fatti di questo giorno. Nella contrada de’ Bossi, un povero vecchio inerme che andava per provvedersi del pane, incontratosi in alcune compagnie di granatieri (che si portavano a rinforzare il presidio al Broletto) venne dapprima infamemente maltrattato e percosso, e dappoi, perchè si era inginocchiato implorando la vita, uno deisoldati abbassando la bocca del moschetto gli scaricò una palla nel petto. Durò cinque quarti d’ora in angosciosa angonia quell’infelice, chiedendo un sorso d’acqua o la morte; ma non venne soccorso, poichè nessuno poteva uscire senza pericolo della vita, e dovette morire lambendo il proprio sangue a cercar di ammorzare la sete che lo struggeva. Narra l’autore delle lettereInfamie e crudeltà degli Austriaci, che sulla piazza del Duomo un giovinetto, che all’abito bianchiccio sembrava o un fornajo od un garzon da cucina, ebbe la valentia di stendere con quattro colpi quattro cannonieri. A S. Vittore, in una casa nel Borgo delle Oche, essendosi nascosti cinque inermi cittadini, sorpresi da una grossa pattuglia dei Raisingher, furono prima percossi coi moschetti, quindi mutilati, ed infine barbaramente trucidati. Questo atroce assassinio succedeva verso le ore 2 pomeridiane.Narrano tutti d’accordo gli scrittori di questa gloriosa rivoluzione, ed io pure lo sentiva narrare il giorno dopo che successe questo fatto da un popolano, che dopo di aver uccisi e feriti molti del reggimentoKaiser, gli fu portato via il dito annulare della sinistra, e che egli fattosi fasciare strettamente la ferita per impedire l’emorragia, continuò ancora a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti con queste parole:Una testa di legno mi ha fatto saltar via questo povero dito; e quindi se lo riponeva in saccoccia. Peccato che non si sia potuto conoscere il nome di questo valoroso cittadino[35]. Il corpo delle guardiedi Finanza abbracciò questa mattina il nostro santo partito. Attaccate le coccarde sui loro berretti, sguainarono la spada e si unirono ai cittadini, distribuendo a loro le armi dei veterani inabili a combattere.—Verso sera fu veduto passare sul corso di Porta Romana il console Sardo, accompagnato da sei cittadini armati e da quattro pompieri per recarsi dal Console di Francia a concertare una energica protesta da farsi a Radetzky, contro l’assassinar del popolo che le sue truppe facevano. Il Console Francese fu il primo a farci sentire le sue intenzioni col seguente proclama che fu affisso agli angoli della città, alle ore quattro pomeridiane[36].CITTADINI!Il Console Generale della Repubblica Francese protesta contro l’arbitrio del nemico che noi stiamo vincendo.Le grandi Nazioni sono fatte per intendersi.Viva la Patria e la Vittoria.Quartiere generale della Sicurezza pubblica.ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!Nella notte del sabbato alla domenica, il Torresani, vedendo inevitabile la caduta del suo potere, ordinò chesi abbruciassero le carte, i registri, le relazioni, e tutto quanto poteva mettere in chiaro le sue ribalderie, e scoprire gl’infami agenti de’ suoi misfatti[37]. Poco mancòche il fumo di tale incendio non soffocasse i poveri carcerati della Polizia, alcuni dei quali gridavano a piena gola che si aprissero le finestre, altri pregavano che si aumentasse il martirio per essere più presto spacciati, parendo loro men doloroso il morir soffocati che morir di fame, dopo trentacinque ore senza che a loro si somministrasse alcuna sorta di vitto. Altra prova della iniquità del signor Torresani si è l’ordine da lui dato al cavaliere Palladini, direttore della casa di Correzione, di scarcerare, nel caso che il tumulto popolare continuasse, i quattrocento sessanta detenuti che si trovavano nella stessa casa, e di armarli alla meglio, onde confusi col popolo, uccidessero, assassinassero ed ardessero ogni cosa. Ma il disegno andò fallito, mentre il Palladini si rifiutò di eseguire così infame comando.Abbiamo a piangere la morte di Giuseppe Broggi, uno dei più segnalati eroi della nostra rivoluzione. Egli morì martire per la patria, la mattina di questo giorno, colpito da una palla di cannone, mentre incoraggiando i nostri, incuteva co’ suoi ben diretti colpi lo sgomento nell’animo de’ nemici[38].
19 MARZO (DOMENICA)
Dal palagio al tetto umileTutto tutto il bel paeseGuerra eccheggi, e morte al vileChe tant’anni ci calcò.Guerra suonino le chieseChe il ribaldo profanò.
L. Carrer.
O Tedeschi, tanto le nostre donne, le nostre città, la patria nostra ha sofferto per voi! Cotanto è il tesoro d’odio contro di voi accumulato da secoli, da secoli nutrito con sangue, con lacrime, che per voi sarebbe consiglio di unica salute non che tentare l’ira nostra, ma ginocchioni pregare Iddio che non faccia spuntare il giorno in cui a spade c’incontreremo con voi; perchè in quel giorno combatteremo come gente che non vuole, che non concede quartieri, perchè in quel giorno avremo da esigere da voi, o Tedeschi, per due vendette. Feroce vendetta per le madri, per i nostri padri che dormono sonni invendicati nei loro sepolcri; feroce vendetta per noi loro figli, a cui ora vorreste perfino contendere la luce del sole.
Govean,Stamura d’Ancona.
Ad una notte piovosa, impiegata da tutti i cittadini a formar barricate d’ogni genere, come anderò descrivendo, successe il più bel mattino, che irradiato dal sole pareva arridere alla nostra vicina vittoria. Iddio è con noi. Viva Pio IX, viva l’Italia, morte ai tiranni! Lo sparo de’ moschetti e di tratto in tratto del cannone, il suono a stormo delle campane di tutte le chiese, fanno eco a quelle grida entusiastiche.
I primi movimenti delle truppe sono verso Porta Comasina e S. Giovanni sul Muro, dove scorrono divisi in vari drappelli. Diverse pattuglie a cavallo ed a gran trotto fanno lo stesso, e vengono praticati molti arresti di persone tranquille, le quali sono tradotte in castello e spinte con pugni e puntate di bajonetta. Quindi vanno a rinforzare le guardie alle porte della città, munendole di alcuni pezzi di artiglieria e chiudendone i cancelli onde impedire l’ingresso nella città dei contadini che a migliaja vi accorrono in soccorso dei cittadini: molte pattuglie percorrono i bastioni. Non erano icento mila ben agguerriti guerrieriche Radetzky ci minacciava colla sua lettera, ma pure un esercito formidabile, in confronto ai nostri, che armati di archibugi da caccia non oltrepassavano a quest’ora i cinquecento, tutti valorosi cacciatori. Questa volta il pigmeo doveva scacciare il gigante.
Un altro reggimento dei nostri si era formato d’ogni sorta di gente, armata la maggior parte d’armi da taglio che venivano somministrate qua e là. Altri portavano, bajonette, altri coltelli da cucina e da tavola, altri picche, lance, chiodi legati a bastoni altissimi, ed ogni altro arnese che si potesse servire a offendere. E quando a questi arnesi si supplì colle carabine e coi fucili? Quando si strapparono di mano al nemico e si vuotarono le caserme prese d’assalto.
All’avanzarsi della mattina persone d’ogni stato e di ogni età van procacciandosi arme di qualunque specie, anche antiche, svaligiando negozi, officine e private gallerie.
Fra quest’ultime ci piange l’animo a veder distrutto, nella galleria d’arme del cittadino Ambrogio Uboldo, il più bel monumento del medio evo che esistesse in Milano. Non vi era principe, non sovrano, non persona cospicuad’ogni nazione che passando per la capitale della Lombardia non si portasse a visitarla e ad ammirare insieme colla quantità degli svariati preziosi oggetti di quella bell’epoca il buon gusto dell’illustre raccoglitore. Alle ore otto di questo giorno, più di cinquanta individui si portarono a questo venerando tempio dell’antichità a nome del Municipio per impossessarsi di tutte le armi. Il cittadino Uboldo accondiscese volentieri a voler distribuire le armi da fuoco e da taglio meglio servibili. Ed oh quanto sacrificio gli dovea costare la sua generosità! Ma il popolo non contento penetra nei corritoi, nelle sale, ed ovunque s’impossessa delle lance, spade, spadoni, pugnali, brandistocchi delle più scelte fabbriche di Milano dei secoli XIV e XV, sciabole moderne con intarsiature a pietre preziose d’ogni nazione, kangiar, archibugi, stutzen, pistole, ec., strumenti di valore inestimabile del numero di circa 350 pezzi, dei quali fino ad ora non arrivò a riacquistare la cinquantesima parte! Fra le armi moderne, molte, consistenti in sciabole, squadroni, spade, giberne, ed un cannone con carro completo, appartennero al cessato governo Napoleonico. In questa specie di saccheggio ebbe pure a soffrire altri guasti di diversi mobili preziosi, e tra questi un tavolo con pietra agata fu rovesciato a terra e spezzato. Vollero inoltre i saccheggianti munizione per le armi da fuoco, ed anche in questo furono fatti contenti dalla generosità dello stesso signore. In mezzo alla sala maggiore eravi un trofeo formato di diverse lance colla tiara ed altri emblemi pontificj, che venne miracolosamente rispettato[30].
Anche il cittadino Merelli, impresario dei grandi teatrialla ScalaeCanobbiana, aprì a chi era privo d’armi la poca armeria del teatro, consistente in ischioppi vecchi, molti dei quali inservibili, ed in lance e spade per l’uso della scena e dei mimi, che nelle mani degli ardenti cittadini diventarono brandi d’eroi.
Furono pure svaligiate le sale d’armi del cittadino Pezzoli, consistenti similmente in arme antiche e moderne di molto valore; e alla stessa guisa si andò a prendere tutte quelle da fuoco e da taglio che si trovavano in alcune botteghe d’antichità.
Le barricate che quasi per incanto si erano alzate nel giorno antecedente, si formarono col lastricato delle contrade, con casse e cassoni pieni di ciottoli, con carrozze, carri, panche di chiese e di scuole, tavole, materassi, sedie, pagliaricci, ed ogni altra sorta di masserizie. Fra le moltissime furono distinte a porta Romana che si fecero con tutte le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca. Al teatro della Scala con tutte le scranne del teatro. Al Giardino con tutti ali attrezzi che servirono per le feste dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando in re della Lombardia e Venezia di fatale ricordanza, nella contrada del Monte dello Stato con tutte le diligenze della ditta Franchetti. Al Cordusio con alcune centinaja di balle di libri bollettarj presi nel cortile dell’ufficio del Bollo. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine[31]. Al Leone diPorta Orientale si trovò pure un piano-forte a coda, di ottave sei e mezzo, dell’autore Fritz, che il signor Antonio Vago, fabbricatore e negoziante di piani-forti, volle somministrare al bisogno; e dopo otto giorni avendolo ritirato lo trovò intattissimo, sebbene avesse ricevuto ed acqua e sole, e fosse stato tutto coperto di terra.
Tralascio di parlare e lodare coloro che più o meno si adoperarono nell’erezione di questi potenti ripari contro il nemico, rimettendo il lettore a quanto già scrisse il narratore deiRacconti di 200 e più testimoni oculari. Sebbene taccia di molti non devo passar sotto silenzio fra i valorosi il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, CandianiLuigi, Alessandro Ponzoni e Valentini Gottardo, dei quali tutti molto si narra nel citato libro.
A guardia delle barricate restavano intanto giorno e notte quelli che non avendo arme da fuoco non potevano esporsi al nemico. La più ricca e la più nobile gioventù, quella che allevata nella mollezza dalla politica austriaca sembrava effeminata ed indolente, fu la più coraggiosa ed intraprendente. Nulla curando il pericolo si affacciava al nemico coll’istessa indifferenza che si sarebbe presentata ad una festa da ballo, valorosa nel combattimento, generosa coi vinti: mentrechè quella sorta di gente la più allevata, come si direbbe, alle risse, al coltello, se ne stava neghittosa e non si moveva che a forza di denaro. E le nostre damine? Esse riposero il telajo dei ricami per attendere con le delicate mani a scavar ciottoli per poi portarli ai piani superiori, a far filacce, a medicar feriti, ad incoraggiar i combattenti, a sopravvedere le barricate se ben custodite, a fabbricar cartucce ed altre munizioni da guerra, ed a distribuir coccarde. La letizia è sul loro volto come nel loro cuore. Esse pure odiano i Tedeschi, e si adoperano per distruggerne la razza. Le donne del popolo avvilite e piangenti, pregano Iddio per la redenzione d’Italia, per la salvezza dei loro mariti, dei loro fratelli! La santa e volontaria incumbenza di esser utile alla patria colla fabbricazione delle cartucce e colle somministrazioni di bende, filacce, ec., viene tutt’ora esercitata da uno scelto numero di gentili signore.
La ferocia austriaca (come più tardi siamo stati edotti dalla corrispondenza trovata presso la scaduta Direzione Generale della Polizia) ci avea preparato un bel regalo per questo giorno. Cinquecento cittadini milanesi d’intemerata vita e di alti natali, oltre quelli delle provincie,dovevano essere arrestati, e chi sa qual sorte sarebbe loro toccata, se non quella espressa nelle due infami lettere del giovine arciduca Raineri al suo fratello Ernesto[32]! Due cannoni celati fuor di porta Romana, dovevano mitragliare l’inerme popolazione che si sarebbe trovata al corso Pio[33]. Ma gli accidenti di jeri avevano messo tutti gli attori fuori di scena, e di ben altro spettacolo eravamo noi attenti ammiratori, il quale ci lasciava fra le angosce e le speranze a desiderarne lo scioglimento.
Tanti di fatto sono gli accidenti di questo giorno, che con diverso aspetto si presentano or favorevole, or contrario a’ nostri; tanti gli attacchi col nemico ed in tutte le parti della città, che difficilmente riesce allo scrittore di narrarli con quell’ordine e quella chiarezza che l’argomento esigerebbe. Procurerò di far alla meglio, ed il lettore mi avrà per iscusato se non giungerò a contentarlo in tutto.
Duomo, piazza mercanti e direzione della polizia. Terribili furono le lotte sostenute in piazza del Duomo per impossessarsi del palazzo vicereale e della piazza dei Mercanti, dove risedea la Gran Guardia, munita di due cannoni e di soldati. Il primo circondario di Polizia era collocato su quest’ultima piazza. I cittadini inferociti nel combattimento e tripudianti tra il fischio delle palle, lo assalirono; e riuscirono a impadronirsene dopo un eroico combattimento. Di là passarono alla residenza della Direzione generale in S. Margherita, posto fortificatissimo di guardie, di poliziottied anche di pompieri. Ma quest’ultimi se non si mossero in nostro favore, non si mossero contro: ed anche qui nuova vittoria. Si cercò di Torresani e di Bolza, ma inutilmente: fu sparsa voce che si fossero salvati colla fuga la notte precedente.
Alcuni granatieri ungheresi al palazzo già vicereale vengono appostati alle finestre con moschetti, e di là uccidono quanti passano. Lo stesso fanno i Trabanti dalla parte di contrada Larga, dalle finestre e dal tetto uccidendo il droghiere Ottolini e altri del vicinato. In tutte le contrade vicine al palazzo v’era un allarme spaventevole.
I cannoni della piazza de’ Mercanti, uno collocato al posto della Gran Guardia, l’altro all’uscita della piazza verso i Ratti, soffiavano con palle di enorme grossezza. I soldati di linea a tre a tre rimpiattati nelle porte delle contrade degli Orefici, de’ Ratti e de’ Fustagnari sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Uno dei cannoni fu preso dai nostri dopo di aver uccisi tre cannonieri, ed indescrivibile fu la gioja dei vincitori.
Alle ore dodici e mezzo se ne dava l’avviso a tutti i cittadini col seguente proclama:
CITTADINI!
La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de’ Mercanti e a porta Ticinese. Il nemico in fuga a Porta Orientale, a Borgo Monforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti. Bergamo marcia a nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte, introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartiere generale è organizzato, la Guardia Nazionale in attività.
Continuate a suonare a stormo.
Broletto. I soldati di stazione in Broletto coi loro obizzi e mortaj cannoneggiavano giù per la contrada di Santa Maria Segreta, gettando e piccole bombe e razzi incendiarj; ma alcuni valorosi giovani col riparo di una barricata formata con alcuni cassoni di contro alla farmacia Ravizza, si difesero tutto il giorno.
Porta nuova. Il combattimento di Porta Nuova fu uno dei più accaniti, e tiene un luogo principale nella storia di questa gloriosa rivoluzione. In esso ebbe importantissima parte anche il celebre Augusto Anfossi, che avendo respinto un drappello di granatieri ed un cannone, vi piantò, baciandolo, il vessillo tricolore. Egli rimase vittima del suo valore alla presa del Genio.—Il sacerdote Alessandro Piola, abitante sulla piazza del nuovo Seminario, fu testimonio dalle sue finestre degli scontri fra i Tedeschi e la valorosa Gioventù Lombarda, e ci assicura che l’accanimento della battaglia in questo giorno e nel successivo superò ogni altro.—Il giorno seguente restati per qualche tempo gli Austriaci padroni del campo, penetrarono per la porta dei preti della canonica di San Bartolomeo, forzandoli ad inginocchiarsi, gridando:Pei preti niente perdono; e quindi ne trassero cinque prigioni alla Zecca. Altri invasero la casa dove abitava il predicatore che rinchiuso se ne stava studiando, e non contenti di stenderlo al suolo con un colpo di moschetto, lo pugnalarono. Ascesero di poi sul campanile e di là incominciarono a tirare sui nostri, i quali rispondendo bravamente coi loro archibugi, uccisero fin colassù uno dei loro, il che tanto valse a spaventarli, che stimando inutile ogni tentativo, si diedero a precipitosa fuga, e sempre inseguiti dai nostri bersaglieri, s’intanarono nella Zecca e di là non si mossero. Al martedì gli Austriaci avanzarono un cannoneche scaricarono sulla piazza di S. Bartolomeo contro l’imprendibile baluardo del ponte di Porta Nuova non superato giammai, dacchè fu fortificato colla barricata di marmo, custodita notte e dì dai nostri prodi.
Porta Orientale. Tre volte il nemico si spinse verso S. Damiano, ed altrettante venne ributtato. Una palla di cannone portò via di netto una gamba ad un ragazzo di 12 anni, ed egli esclamò:benedetti coloro che muojono per la patria!
Porta Tosa. In sull’albeggiare di questo giorno gli attacchi a porta Tosa incominciarono così gagliardi per parte dei nostri che misero i Tedeschi in grande apprensione. Verso le dieci ore gli abitanti dei sobborghi esterni, caldissimi anch’essi per giusta causa, si portarono per prendere la polveriera, così detta della Bicocca. Era un colpo certo se non fosse stato attraversato dal tradimento. Il conduttore della birreria, situata sul bastione (originario tedesco), si portò dal comandante de’ soldati, accampati lungo il muro del magazzino Cagnola, e lo persuase ad entrare nella casa della birreria stessa, come la più atta a difendere la polveriera, ed a scacciare gl’insorti borghigiani. La disperazione si impadronì tosto degli animi di quegl’inermi inquilini che dovettero sloggiar tutti e ridursi in un solo canto per lasciare ai barbari che li minacciavano della vita il luogo libero donde bersagliare quei che volevano distruggere la polveriera.—Un pezzo d’artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, giunse da porta Romana circa il mezzo giorno. Si combattè per alcune ore, e nel progresso della pugna si faceva più forte il coraggio dalla parte dei nostri. Un colpo di cannone fu diretto al campanile di S. Pietro in Gessate, che lo colpì sotto all’orologio senza atterrarlo. Quel continuo suonare a stormo scendevatremendo nell’animo degli avviliti Tedeschi. Due altri cannoni vennero più tardi appostati avanti la birreria. La pugna andò rallentandosi coll’approssimarsi della sera. I nostri s’imboscarono dietro la siepe dell’osteria del Giardinetto, nelle circostanti ortaglie, sopra i tetti, dietro le gelosie delle finestre[34].
Porta Romana. Giovanni Cappietti col solo schioppo protesse la ritirata degli alunni del collegio Calchi Taeggi, mentre una masnada di croati ne svaligiava l’abitazione.
Porta Ticinese. Un fatto d’armi alla casa del tenente de’ Poliziotti al ponte delle Pioppette procurò arme e munizioni a quei pochi dei nostri che si erano cimentati.—Nel locale detto della Vettabia si combattè per alcune ore coi Raisingher, cinque dei quali furono fatti prigionieri con l’acquisto di altrettanti moschetti e qualche sciabola.—Il colonnello dei Raisingher, che aveva il suo alloggio in casa Orelli a S. Calocero, chiamò quivi a difesa cento dei suoi soldati che continuarono a bersagliare tutto il giorno su gl’inermi passaggieri e sulle finestre intorno. Portatisi a combattere quella soldataglia una mano de’ nostri prodi, fra’ quali i cittadini Giacomo Colombo, Borletti e Biancardi, e dopo breve combattimento tolsero ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello, ed il cavallo carico di munizioni da guerra che portava ai cento di guardia: l’ufficiale ferito fu steso al suolo, non pochi di quelli che scortavano il carriaggio furono uccisi e gli altri messi in fuga.—Fra i prodi combattenti di Porta Ticinese in questo giorno, va distinto il nome di Giovanni Onetti, che senza aver riguardo al numero bersagliavaintrepido il nemico e riusciva sempre vittorioso. E da una dichiarazione del Comitato di pubblica difesa, risulta che egli consegnò tredici prigionieri compiutamente disarmati, del reggimento Sigismondo, da lui presi fuori di Porta Tosa, azione d’inaudito coraggio, molto più sapendo egli che mentre combatteva per la patria, la sua casa veniva svaligiata dalla rabbia tedesca. Ma tanto era l’ardor suo che nei momenti di tregua anzichè badare alle cose sue e a darsi qualche riposo, tutto era in faccende a medicare e confortare i suoi compagni feriti.
Porta Comasina. Alla mattina di buon’ora una pattuglia di circa cento soldati sparando i loro moschetti, s’avviavano dalla Foppa al magazzino delle vivande per provvedersi di pane: ma non sono ancora giunti alla metà della contrada, che vengono respinti da una pioggia di tegole.—Verso sera però vi ritornano e fanno atroce vendetta dell’accoglimento della mattina sugli abitanti della casa che trovasi sull’angolo di detta contrada. Diedero prima il sacco, poi incendiarono due botteghe, abbruciarono vive tre donne, indi fecero prigionieri due giovani, e trascinatigli sui vicini spalti gli attaccarono legati insieme ad una pianta, facendoli così servire da bersaglio ai loro colpi per lunga ora, e quindi semivivi li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina, che furono trovati dai nostri, da’ quali furono subito sciolti, e così poterono terminare il loro martirio coi conforti della religione.
Altri fatti di questo giorno. Nella contrada de’ Bossi, un povero vecchio inerme che andava per provvedersi del pane, incontratosi in alcune compagnie di granatieri (che si portavano a rinforzare il presidio al Broletto) venne dapprima infamemente maltrattato e percosso, e dappoi, perchè si era inginocchiato implorando la vita, uno deisoldati abbassando la bocca del moschetto gli scaricò una palla nel petto. Durò cinque quarti d’ora in angosciosa angonia quell’infelice, chiedendo un sorso d’acqua o la morte; ma non venne soccorso, poichè nessuno poteva uscire senza pericolo della vita, e dovette morire lambendo il proprio sangue a cercar di ammorzare la sete che lo struggeva. Narra l’autore delle lettereInfamie e crudeltà degli Austriaci, che sulla piazza del Duomo un giovinetto, che all’abito bianchiccio sembrava o un fornajo od un garzon da cucina, ebbe la valentia di stendere con quattro colpi quattro cannonieri. A S. Vittore, in una casa nel Borgo delle Oche, essendosi nascosti cinque inermi cittadini, sorpresi da una grossa pattuglia dei Raisingher, furono prima percossi coi moschetti, quindi mutilati, ed infine barbaramente trucidati. Questo atroce assassinio succedeva verso le ore 2 pomeridiane.
Narrano tutti d’accordo gli scrittori di questa gloriosa rivoluzione, ed io pure lo sentiva narrare il giorno dopo che successe questo fatto da un popolano, che dopo di aver uccisi e feriti molti del reggimentoKaiser, gli fu portato via il dito annulare della sinistra, e che egli fattosi fasciare strettamente la ferita per impedire l’emorragia, continuò ancora a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti con queste parole:Una testa di legno mi ha fatto saltar via questo povero dito; e quindi se lo riponeva in saccoccia. Peccato che non si sia potuto conoscere il nome di questo valoroso cittadino[35]. Il corpo delle guardiedi Finanza abbracciò questa mattina il nostro santo partito. Attaccate le coccarde sui loro berretti, sguainarono la spada e si unirono ai cittadini, distribuendo a loro le armi dei veterani inabili a combattere.—Verso sera fu veduto passare sul corso di Porta Romana il console Sardo, accompagnato da sei cittadini armati e da quattro pompieri per recarsi dal Console di Francia a concertare una energica protesta da farsi a Radetzky, contro l’assassinar del popolo che le sue truppe facevano. Il Console Francese fu il primo a farci sentire le sue intenzioni col seguente proclama che fu affisso agli angoli della città, alle ore quattro pomeridiane[36].
CITTADINI!
Il Console Generale della Repubblica Francese protesta contro l’arbitrio del nemico che noi stiamo vincendo.
Le grandi Nazioni sono fatte per intendersi.
Viva la Patria e la Vittoria.
Quartiere generale della Sicurezza pubblica.
ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!
Nella notte del sabbato alla domenica, il Torresani, vedendo inevitabile la caduta del suo potere, ordinò chesi abbruciassero le carte, i registri, le relazioni, e tutto quanto poteva mettere in chiaro le sue ribalderie, e scoprire gl’infami agenti de’ suoi misfatti[37]. Poco mancòche il fumo di tale incendio non soffocasse i poveri carcerati della Polizia, alcuni dei quali gridavano a piena gola che si aprissero le finestre, altri pregavano che si aumentasse il martirio per essere più presto spacciati, parendo loro men doloroso il morir soffocati che morir di fame, dopo trentacinque ore senza che a loro si somministrasse alcuna sorta di vitto. Altra prova della iniquità del signor Torresani si è l’ordine da lui dato al cavaliere Palladini, direttore della casa di Correzione, di scarcerare, nel caso che il tumulto popolare continuasse, i quattrocento sessanta detenuti che si trovavano nella stessa casa, e di armarli alla meglio, onde confusi col popolo, uccidessero, assassinassero ed ardessero ogni cosa. Ma il disegno andò fallito, mentre il Palladini si rifiutò di eseguire così infame comando.
Abbiamo a piangere la morte di Giuseppe Broggi, uno dei più segnalati eroi della nostra rivoluzione. Egli morì martire per la patria, la mattina di questo giorno, colpito da una palla di cannone, mentre incoraggiando i nostri, incuteva co’ suoi ben diretti colpi lo sgomento nell’animo de’ nemici[38].