NOTA

NOTAINTORNO ALCUNI DISTINTI INDIVIDUIVado riepilogando in quest’ultima nota i nomi di alcuni cittadini che si distinsero con prove di valore, e d’inaudito coraggio sfidando intrepidi le palle nemiche e dirigendo col senno la gran causa nazionale. Cari ci suoneranno mai sempre i nomi dei sacerdoti Volonteri Giuseppe, cappellano di S. Celso, che liberò dai Croati la caserma di S. Apollinare; di Besesti Giovanni, coadiutore nella parrocchia di S. Calimero, uno dei valorosi che sprezzarono ogni pericolo per accorrere incuorando gli animi ove più vivo ferveva il combattimento, per disporre l’occorrente alla difesa delle barricate, per prestare asilo alle famiglie che fuggivano dalle case devastate dal cannone, per contenere la sfrenata licenza dei Croati.—D. Pietro Mauri, di cui abbiamo già fatto cenno alla pag. 124, ed ora aggiungeremo che fu veduto sul tetto della chiesa di S. Tommaso colla croce e colle tegole, gridando ed eccitando i cittadini alla difesa ed all’offesa; precedere impavido il trasporto de’ morti; e per ultimo andare di guardia ambulante col marchese Pallavicini e l’avvocato Turati dal castello all’Arco del Sempione la sera del 23.—Il Prevosto di Missaglia, signor de Gaspari, che fino dal primo giorno dell’insurrezione milanese arringò la popolazione incitandola ad armarsi e ad accorrere in nostro ajuto.—L’abate Malvezzi (conosciuto pe’ suoi lavori letterarj ed artistici) che molto si adoperò nel suo ministero, somministrando gli estremi conforti ai feriti, accompagnando i feriti ed i morti all’ospedale e sorvegliando alla formazione ed alla custodia delle barricate. (V. quanto di lui si scrive ne’Racconti di 200 e più testimonj oculari).La Gazzetta di Milano ci ricorda degni di memoria e di cittadina riconoscenza gli ingegneri Silvestri, Zambelli e Villa; gli aggiunti Locatelli e Pensa; il capo-macchinista Giovanni Miani, ed i macchinisti Kling, Thyss, Callin, Vergottini, Tohnson, Faenza e Giuseppe Miani; tutti i conduttori della strada ferrata Lombardo-Veneta, i quali, scoppiata appena la Rivoluzione Milanese, inalberarono fin dal primo giorno ad esito incertissimo il colorito vessillo della libertà, animando in tal modo i campagnuoli ad armarsi per Milano, indi percorrendo giorno e notte la linea della strada ferrata da Treviglio sino alla cascinaOrtigliae viceversa, condussero gratuitamente nei cinque giorni successivi più di 30,000 foresi in sussidio della Lombarda Capitale. Questi generosi spendevano giornalmente più di duemila lire italiane in fare procaccio di pane, di polvere, di piombo, e convertirono in appuntate aste i picconi e gli altri stromenti che avevano nei magazzini. Essi raccoglievano, copiavano e diffondevano i diversi avvisi mandati fuori, per mezzo dei palloni volanti, dal Governo Provvisorio, e raccozzavano i numerosi campagnuoli, condotti con le strade ferrate, a Calvairate, li fornivano di vettovaglie, danaro e munizioni, e li guidavano verso i bastioni rispondenti al borgo di Monforte, e verso i bastioni tra Porta Romana e Porta Tosa, acciocchè il nemico (trovandosi tra i due fuochi dei Milanesi e dei Campagnuoli) avesse a sgombrare.Bassi EugenioeFamboli Antonio, ambidue studenti, alle ore 10 del giorno 21, armati salirono la mura tra Porta Ticinese e Porta Vercellina, entrando in città dal borgo di S. Calocero, per dar notizie dell’armamento della campagna.Battistotti-Sassi Luigia. Quest’eroina, d’anni 24, nativa della Stradella in Piemonte, ed abitante al Cavo della Vettabia, dal giorno 18 marzo fino al 22 combattè in abito virile come fuciliere nella compagnia de’ Volontari sotto gli ordini del comandante Bolognini. Fu essa la prima a costruire barricate nel suo quartiere abbattendo alberi. Strappata di mano ad un soldato una pistola obbligò altri cinque d’arrendersi, e li fece accompagnare nella Caserma de’ Finanzieri a S. Michele alla Chiusa. Quindi stretti al seno i figli e dato un addio ai congiunti, volò il giorno 19 col marito a dare ajuto ai combattenti, ed un esempio nuovo alle sue pari. A colpi di carabina uccise di piè fermo Croati e cacciatori tedeschi, ed insieme a tutta la compagnia avventossi sul nemico arrestandolo ed inseguendolo sino al bastione di Porta Ticinese sotto una pioggia di palle che dal campanile di S. Eustorgio cadevano sul bastione tra Porta Ticinese e Porta S. Celso. Al borgo di S. Croce arrestò tre guardie della cessata Polizia e le condusse in casa Trivulzio a S. Alessandro. Recatasi al borgo della Fontana, sostenne unita a varii Pompieri, una lunga fucilatacontro i Croati colà stanziati. Questa valorosa donna non depose mai le armi se non per portare farina in città dal vicin mulino di Porta Ticinese con grandissimo rischio della sua vita. Per tutti questi suoi meriti verso la Patria, fu dal Governo Provvisorio, in un col prode Sottocorno, rimunerata con una pensione.L’eroico coraggio della Sassi merita un posto distinto negli annali di Milano come fatto straordinario e prodigioso.Belloni. Fra i valorosi delle cinque giornate sono meritevoli di speciale ricordo i quattro fratelli Belloni e i loro compagni. Il 18 marzo furono tra i primi a costruire barricate, gittandovi in copia i materiali dei propri magazzini, e facendo lavorare i propri dipendenti. Il 19, avvertiti dal Birigozzi che ferveva la lotta in vicinanza di S. Celso, accorsero colà, e la sostennero animosamente. Poscia ingaggiarono accanito combattimento contro le guardie di Polizia, della cui caserma s’impossessarono il giorno 21. Il 22 ebbero parte nell’occupazione della caserma di S. Francesco, e poi recatisi nella contrada di S. Giovanni sul Muro, di là fecero fuoco sui cacciatori Tirolesi e li obbligarono ad abbandonare il Foro, ed essendosi Luigi Belloni spinto, dopo il mezzo dì dello stesso giorno 22, sul bastione tra Porta Ticinese e S. Calocero, in compagnia solamente di Bellovesi, Fumagalli, e di Antonio Muzziani (il quale era pieno di coraggio, ma privo di arme), si trovò in breve ora soccorso dai fratelli, che avevano con sè alcuni tiratori muniti d’archibugio, e parecchi individui senz’armi diretti dal commerciante Ruffatti. In un baleno tagliarono una dozzina di alberi, e sotto il fuoco dei Tedeschi, in faccia a loro sul bastione, e di pieno giorno eressero due barricate, le tennero per più di tre ore, e così ebbero mezzo di calare dalle mura della città alcuni portatori di importanti dispacci del Governo Provvisorio. In quella posizione fecero prigionieri dodici soldati dell’ex reggimento dell’arciduca Alberto, dai quali seppero che il nemico si apparecchiava a partire dal Castello, e per conseguenza da Milano in quella medesima notte. In quasi tulle queste fazioni ebbero a compagni, oltre ai già nominati, anche Antonio Tamburini, Carlo Chiodoni e Francesco Menghini. Facevano poi l’ufficio di esploratori il Muzziani sopra detto, un Ambrogio Leccardi, un Natale Fabbrica, ed un Carlo Gianbellini, che per grave ferita si dovette ritirare.—Onore ai Valorosi.—Dal22 Marzo, n.o51.Calati Carlo, oste di Corsico, superò due volte le mura in mezzo al moschettar dei nemici per portare notizie al Governo Provvisorio.Cazzamini Andrea, ingegnere, di Oleggio provincia di Novara, giovine di ottima ed agiata famiglia. Questi dopo di essere stato in varj punti della città con altri de’ nostri prodi nei primi quattrogiorni della rivoluzione, nell’ultimo si unì a quelli che entrarono nello Stabilimento dell’Orfanotrofio maschile, ed attraversati alcuni giardini si portarono in vicinanza al bastione di Porta Tosa. Ivi il Cazzamini fece prodigi di valore, avendo, al dire di un suo compagno, uccisi più di trenta de’ nostri nemici, e sempre noncurante della propria vita, perchè tutto intento alla sant’opera della liberazione, fu colpito da una palla di fucile. Ferito mortalmente, venne trasportato nel detto Stabilimento, ove, nonostante le cure prodigategli, dopo ore ventiquattro dovette morire, benedicendo con l’ultime parole, prima di chiudere gli occhi per sempre, Iddio che gli aveva lasciato vedere la città liberata dalla presenza de’ suoi iniqui oppressori.Curti Ambrogio. Fra gli episodi della nostra rivoluzione, quello va ricordato specialmente in cui figura l’avvocato Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di pubblica sicurezza. La mattina che il palazzo del Tribunale Criminale fu evacuato dal presidio austriaco, e che i detenuti politici furono posti in libertà, nel parapiglio erano state forzate le porte degli stanzoni carcerarj. Trovavasi l’avvocato Curti nella corte del palazzo Criminale quando ad un tratto vide una turba di detenuti, ancora coperti dalle carcerarie schiavine, lanciarsi fuori dalla terrenaGuardina, e muniti di grossi bastoni e sassi tentar l’evasione. Coraggiosamente vi si oppose il Curti armato di pistola e squadrone, se non che que’ detenuti alla di lui voce non fecero resistenza, ma d’un tratto si buttarono ginocchioni e colle mani giunte baciando la terra imploravano la libertà, promettendo si adoprerebbero alla difesa della patria. Fu risposto dal Curti che sarebbe provisto perchè fossero più presto spicciate le procedure, e che intanto si ritirassero ne’ loro camerotti. Quegli sgraziati si lasciarono per allora ammansare, forse anche intimiditi pei sorvenuti borghesi armati, onde di bel nuovo vennero rinchiusi nelle carceri. Fu tosto provveduto con organizzarvi una guardia stabile. (DalLombardo.)Dunant, profumiere. «Il 18 marzo di eterna memoria, al comparire della prima sommossa, che dal palazzo del Municipio recavasi a quello dell’ex-Governo, il Dunant spiegava una bandiera tricolore di seta. Questa era la seconda che compariva in mezzo al popolo, e fu tale l’entusiasmo destato a quella vista che tumultuosamente la turba se ne rese padrona; nello stesso tempo fece gettare dalle finestre della sua abitazione che danno sul Corso gran quantità di coccarde nazionali, già ivi preparate, le quali vennero pure con gran giubilo raccolte, poste nei cappelli e portate con pompa alla testa dell’attruppamento.»«Siccome poi la Galleria poteva e doveva essere sotto ogni rapporto un punto di mira pel nemico, il Dunant mise in operatutto il suo sapere per fortificarla, e renderne mortali al Tedesco gli accessi, e in un col concorso degli altri inquilini questo edifizio si vide trasformato in una quasi inaccessibil fortezza.»«Oltre il numeroso personale addetto al proprio stabilimento, lo stesso radunò molti altri individui, che ben forniti d’armi da fuoco e di munizioni appostò ai balconi di sua abitazione nel piano inferiore della Galleria verso la facciata. Tali disposizioni si accordavano con quelle prese da altri inquilini, e già presentavano al nemico una difesa validissima. Intanto il Dunant collocava ad un piano superiore una batteria infernale di nuovo genere, consistente in ben cinquecento libbre d’acido solforico distribuito in varj recipienti da versare e scagliarsi sul nemico e sui loro cavalli da una numerosa vicinanza. Questo liquido micidiale avrebbe fatto strage dei combattenti Tedeschi. I cavalli colpiti sarebbonsi impennati e volti in fuga, precipitando cavalieri e cannoni sulla truppa medesima che doveano proteggere.»«Preservata in tal modo la Galleria da ogni nemica invasione, gli uomini raccolti dal Dunant si sparsero per la città, volando a combattere dove più urgeva, e al dir loro, fecero gran strage di Austriaci. Anzi quattro di essi, seguendo le loro orde fuggitive, sono partiti per andarli a combattere in aperta campagna.»«Nelle cinque giornate di blocco lo stesso Dunant dirigeva un’organizzata corrispondenza areostatica nella Galleria medesima per mezzo di palloni, e fra questi uno di forma colossale adorno di quattro bandiere a tre colori, rinchiudente gli Avvisi che giornalmente faceva pubblicare il Governo Provvisorio intorno agli avvenimenti della città. Ne fece anche stampare degli altri separati in caratteri grandi ed intelligibili ad ogni villico, e tutti convenientemente collocava nei palloni, e poscia li spediva traverso le linee degli assedianti portatori della nostra corrispondenza ai campagnuoli, facendo sventolare nel libero aere sulla testa dei primi l’italiana bandiera.»«In mezzo ad un vivo fuoco d’artiglieria, ed affrontando ogni specie di difficoltà e pericolo, pervenne Dunant a trasportare sul Duomo un grandioso stendardo tricolore fisso alla rispettiva asta, il quale precedentemente era stato dal popolo portato in trionfo intorno alla piazza, e benedetto dal sacerdote Luigi Malvezzi. Questo stendardo fu dal Dunant inalberato in faccia all’inimico sulla sommità della guglia maggiore di fianco alla statua della Madonna. Questo fu il primo vessillo nazionale che siasi veduto sventolare anche da lontani paesi, in quelle cinque giornate, sulla Cattedrale; avendo rispettabili persone ivi addette dimostrato l’insignificanza di altre due banderuole bicolori, cioè bianche e rosse, che con la maggiore facilità furon trasportate per la scaletta interna e collocate ad un ripiano inferiore allaposizione dello stendardo innalzato esternamente a vista e sotto le cannonate dei torrioni del Castello[46].«Riassumendoquanto sopra oprato in piena luce, e dettagliato nei relativi documenti in mano del Governo, che confermiamo veridici in tutte le loro particolarità, risulta:«Che Dunant coraggiosamente prese parte attiva e significante alla rivoluzione fin dal suo scoppiare, sebbene incertissimo e pericoloso fosse l’esito della prima sommossa, e dopo dato uno dei più significanti segnali della rivolta efficacemente la sostenne;«Che personalmente, con mezzi pecuniarj e cogli individui al suo servizio contribuì ad una valida difesa, indi all’attacco, alla sconfitta ed all’inseguimento delle orde austriache».«Suoi scritti, i palloni e la gran bandiera tricolore sul Duomo, non poco dovettero eccitare ed incoraggiare i circonvicini paesi a muovere in ajuto della città».«Finalmente fu quello, che al cospetto dei barbari, dava ben alto nel cielo il segnale della vittoria del popolo milanese, proclamava il trionfo della libertà sulla tirannia ed il risorgimento della civiltà; che in mezzo alle palle ed alle bombe piantò il primo stendardo della nazionalità e della gloriosa indipendenza d’Italia tutta».Leoncini Antonio, pregato che si tenesse dall’assalire il Castello assiepato di Tedeschi, rispose: Lasciate fare, le palle non ci toccano: portiamo in fronte il nome di Pio IX.Il capitanoManara Lucianoprese ed incendiò la Porta Tosa, difesa da sei pezzi di cannone.Meschia Giovanni, lattivendolo di Porta Ticinese, va distinto tra i più valorosi combattenti delle barricate durante i cinque giorni. Egli tormentò il nemico ora in Viarenna, ora al bastione, uccidendo alcuni cannonieri sull’atto che stavano per dare il fuoco al loro micidiale istrumento. Apportatosi dietro un camino sul tetto, davanti al campanile di S. Eustorgio, uccise con dieci colpi altrettanti soldati che s’erano impadroniti di quella torre, e da dove moschettavano sopra i cittadini. Il suo ritratto viene egregiamente descritto nella seguente sestina tolta da una poesia fatta in suo onore:Si chiama questo talMeschia Giovanni,E vende il latte a Porta Ticinese,È grande di persona ed ha trent’anni,Se non sbaglio però di qualche mese,È snello, pronto, ardito molto e destro,E nel tirar a segno un ver maestro.MontanaraN., capo della forza di Finanza, è da commendare per esser venuto il primo tra il popolo, e recato la sera di martedì al ponte Beatrice per impedire a’ Croati di congiungersi alle truppe stanziate al Comando Militare. La qual cosa egregiamente riescitagli, sollecitamente accorse a Porta Vercellina a fine di tentare un assalto alla caserma di S. Francesco; indi alla chiesa di S. Vittore, per disperdere un corpo di Cacciatori e Croati disseminati per quelle ortaglie. Negatogli l’accesso alla chiesa da quei preti custodi, salì per violenza sul campanile, ove facendo suonare a martello, dall’alto della torre e dalli spiragli sostenne una lunga fucilata, nella quale il nemico lasciò molti morti. Poi di là, sempre guidando i suoi, inseguì la truppa e l’artiglieria, che costretta a ritirarsi, si mosse verso Porta Ticinese; passando internamente di casa in casa, le tenne dietro sino al Borgo di Viarenna, ove s’appostò nell’edifizio della Dogana, dalle cui finestre maltrattò siffattamente la fanteria e cavalleria che combattevano dai bastioni, che le costrinse a fuggire più presso all’Arco Ticinese. Le inseguì colà tuttavia, perchè pareva mirassero impossessarsi del Mulino delle Armi, ove erano magazzini di vettovaglia, e quivi da un cittadino generoso avuto un cannone, lo appuntò sulla barricata della via della Vettabia, onde tenere lontane e snidar quelle che già s’erano sparse pei campi. In questo fatto si distinse pure la guardia Borroni che fu de’ primi a salire il bastione affrontando le palle tedesche. Chiesto ajuto, la sera del mercoledì, da quelli di Porta Comasina, il Montanara s’affrettò al luogo detto la Foppa, ove per due ore sostenne un doppio fuoco contro i soldati stanziati sul bastione e quelli ch’erano a guardia del magazzino di S. Teresa. Fu il Montanara che gridando ad alta voce: Vittoria! giunse a tempo di troncare il fuoco impegnato per equivoco tra i nostri e quelli accorsi dal di fuori in nostro soccorso. Non credo di dover finire senza un ricordo di gratitudine all’infelice e valorosa guardia Capra, la quale, alla presa della caserma de’ Croati a Sant’Apollinare entrata in battello per darle l’assalto, si espose sì coraggiosamente ai colpi degli assaliti, che vi perde la vita, ferita da due palle nel capo.—Una nota posta a queste notizie ci fa sapere come il signor capo Montanara non trovò ostacolo alcuno da parte dei preti della Basilica prepositurale di San Vittore al Corpo, giacchè, fin dal fatale mattino, appena sentito il suono a martello della vicina Basilica Ambrosiana (già evasa dai nemici la Caserma attigua di s. Vittore), i sottoscritti due fratelli in persona salirono immediatamente sul campanile di quest’ultima chiesa, e con non poca fatica e grave pericolo della vita, ivi suonando più forte e sollecitamente più che poterono per maggior dispetto all’accanito nemico, e più coraggio ai nostrivalorosi, pel continuo suono furono fatti bersaglio dei cannoni postati sul bastione della prossima Porta Vercellina, ed una palla fra le altre fu sì ben diretta a noi soli, che dessa ci passò framezzo, fatti consapevoli di tal graziosa e gentil visita dal polverìo in cui ci trovammo avvolti pei mattoni percossi, dal traversotto spostato, e dalla palla istessa di cannone che rinvenimmo a’ nostri piedi. Da quel momento in poi non si cessò un istante e dagli inservienti della chiesa istessa, e da altri ancora accorsi, dal suonare con energia e di giorno e di notte.Il cittadino preteBelli Vincenzo,coadiutore in detta Basilica di San Vittore.Il cittadinoBelli Angelo,promotore de’ LL. PP. Elemosinieri ed Uniti di Milano.Nova Giuseppe. Il primo che entrò nelle sale del palazzo di Governo, il primo che espose ai membri della radunata congregazione Centrale i troppo giusti lagni dei Milanesi, il primo a dichiarare che un ulteriore indugio a riconoscere i loro diritti sarebbe stato il segnale della rivolta, lo abbiamo nel signor Nova. Egli diede l’esempio del massimo eroismo e della massima moderazione quando coll’ardire della persona, e colla forza della parola arrivò a far piantar il vessillo tricolore in quel medesimo palazzo dove la tirannide straniera si celava e raccoglieva a Consiglio, ed accorse a salvare il sig. Kolbs, in allora segretario della presidenza, da un colpo di pistola che gli veniva diretto. Lo stesso Nova va distinto tra i più coraggiosi nell’assalto di S. Apollinare, ed al suo valore ed al suo senno si deve principalmente la buona riuscita di quest’impresa. La presa di questo magazzino militare, presidiato da una quarantina di uomini fu difficilissima per la sua costruzione quasi forte castello, ed il combattimento durò tre giorni, nel quale noi ebbimo a piangere un solo morto e tre feriti. A provare quanto fossero barbari i Croati, e crudeli con loro stessi vi basti questo fatto: Il martedì sera quando i nostri s’erano già in parte impossessati del locale, uno di essi conoscendo la lingua slava stava interrogando un Croato ferito (che veniva portato in corte implorando la vita) per sapere quanti di loro vi fossero a presidio, e per farlo parlare gli prometteva che lo avrebbe fatto trasportare allo spedale e medicare. Egli stava appunto confessando il tutto, quando due o tre moschettate gli furono scaricate da’ suoi compagni, che lo stesero morto.Omoboni Tito. Questo personaggio godeva già fama fra noi per i suoi viaggi in Affrica e nelle Indie, e per aver combattuto nelle guerre della Spagna e del Portogallo. Allo scoppio della Rivoluzione intraprese a costruire delle barricate a difesa dellacontrada del Durino, e quindi diresse il piano d’attacco di Porta Tosa, nella quale impresa fu mirabilmente secondato dal conte Luigi Belgiojoso e dai suoi figli Cesare ed Alberto. L’Omboni passò poi tra le prime file dei Volontarii, ai quali potrà giovare colla spada e col consiglio.Pirovano Paolo, d’anni 17, di professione falegname, fu il primo a superare la barriera di Porta Tosa. Egli consegnò una quantità di munizioni da guerra, e specialmente palle di mitraglia da lui raccolte sotto il fuoco dei cannoni. Domandatogli qual ricompensa si sarebbe potuto proporre al Governo in premio del suo coraggio, rispose non ambire altro che l’onore d’esser ammesso alla Guardia Civica. Egli fu inoltre il primo a portar fuori di Milano la bandiera italiana tricolore.Simonetta Antonio, ora capitano della Milizia nazionale del rione di S. Eufemia, che seppe aggiungere al nostro partito il Corpo dei Finanzieri, i quali dalla domenica a tutti gli altri giorni della Rivoluzione si distinsero per zelo e per coraggio dispersi per la città. Avrei avuto a narrare qualch’altro fatto che onora il distinto cittadino Simonetta, se la somma modestia dello stesso non me ne avesse imposto silenzio intorno ai medesimi.Sottocorno Pasquale, che pel primo incendiò le porte del palazzo del Genio, e diede altre prove di valore, ottenne dal Governo Provvisorio il seguente attestato che fu affisso su tutti gli angoli della città.CITTADINI!Onore al popolano Pasquale Sottocorno, che nel palazzo del Genio appiccò primo il fuoco alla porta e irruppe a disarmare e far prigionieri 160 soldati. Quest’oggi ei rinnovò la prova di valore straordinario, assaltando la pia casa di ricovero e disarmando i soldati che vi stavano a guardia. Il nome del Sottocorno suoni glorioso sulle bocche di tutti i prodi, e resti esempio ed eccitamento alle generazioni venture.Milano, 22 marzo 1848.(Seguono le firme del Governo.)Suzzara Gaetano. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo locale fu assai malagevole: i dintornierano troppo scoperti, e quindi assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel formidabile baluardo.»«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi, il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini, di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale, mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.» Destrani.—(DaiRacconti di 200 e più testimoni oculari).Terzi Giovanni Federico, studente di legge d’anni 19, si distinse combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.Villa Maria. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccatala porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo, calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi, trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo: venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosavolesse, distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì senza proferire parola.Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante. Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio, e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’ pochi panni che avevano indosso.Vimercati Ottaviano. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia, ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare inemici esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata. Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano sino a che venne fulminato dal cannone.»Non vanno pure dimenticati i nomi dei valorosi Cusani, figlio del marchese Francesco, del conte Gianforte Secco Suardi, di Luigi Piccinini Rossari, di Luigi Ronchi, di Antonio Cristofori, maestro di musica, di un Rusca, di Giuseppe Pezza. Va distinto ancora il nome del dott. Carlo Osio (autore dell’opuscolo,Alcuni fatti delle cinque gloriose giornate), che col fratello Enrico trovatosi a faccia il nemico in molti scontri sempre combattè con eroica prodezza. Egli pure nel citato opuscolo ha motivo di lode, fra i tanti valorosi che vanta Milano in queste cinque giornate, i seguenti: Monteggia Antonio, Balzaretti Giovanni, Scalfi N., Bononi N., Suini Sigismondo e Giuseppe, Ceresa N., Vicenzino Paolo, i fratelli Mangiagalli Alessandro e Battista, Rossi Giuseppe, Bertarini N., Quadri N., Torricelli Pietro, Scarafoni N., Furi Francesco, Appiani Giuseppe, Manzotti, Aluisetti Giuseppe, Caramelli Domenico, Tagioli Vittore, Lorini, fratelli Giacomo e Giovanni, Morini Serafino, Trabattoni Giuseppe, Vassalli Giacomo, Lorini Gaetano, Leoni Claudio da Cerano, ecc. ecc.Vorrei poter conoscere tutti que’ prodi per registrarne a sussidio della storia gli onorandi nomi. Non dimenticherò tuttavia i fratelli Lazzati, Virginio Cozzi, i fratelli Luigi e Gaetano Strigelli, il dott. De Luigi, i fratelli De Cristoforis, i fratelli Paladini, Albino Parea, Giuseppe Osio, Vernay ed Emanuele Pironi prontissimo a combattere in que’ giorni di maggiore pericolo, ed ora ufficiale della Guardia Civica fra i più zelanti, e invigilava per la pubblica sicurezza. Nè tacerò i nomi di Enrico ed Emilio fratelli Dandolo, Attilio Mozzoni, e di Emilio Morosini,che coraggiosamente pugnarono in quelle giornate, e i più pugnano ancora tra i Volontarii con molti altri giovinetti loro compagni.—Non devo terminare questi cenni senza un tributo di lode anche per la Giuseppina Lazzaroni. Mentre la Sassi adoperava il suo coraggio in una parte della città, in altra Giuseppina Lazzaroni fatta maggiore di sè stessa s’invogliava anch’ella della gloria delle armi fra le dolcezze domestiche nel punto istesso che i cuori più virili e le volontà più ferme abbisognavano di conforto. Armatasi quest’avvenente giovane di moschetto, volle pugnare sempre accanto al fratello Giovanni Battista, e non poche furono le vittime del suo eroico coraggio. (DalMondo illustrato).Il Cantù nelle sueRelazioni e reminiscenze intorno gli ultimi cinque giorni degli Austriaciin Milano racconta altri fatti degni di esser riportati: «Una signora disarmò tre Poliziotti; un’altra uccise altrettanti Croati, nè fu la sola che in quel giorno facesse prodigi di tiro; un gruppo d’inermi ragazzi dagli otto ai dieci anni spogliarono delle bajonette alcuni soldati. Sul Carobbio un uomo combatteva a fucile colla sinistra mano, dopo perduta la destra; c’era chi gli caricava lo schioppo, egli se ne serviva. All’assalto della Corte imperiale un giovine fu colpito da quindici palle nell’istante che pel primo invadeva il palazzo gridando: Viva l’Italia! Cadde gridando: Viva l’Italia! Assistito dal sacerdote, spirò gridando: Viva l’Italia! Un morente scriveva col proprio sangue sulla parete: Coraggio, fratelli! Sangue e azioni da martiri, che Iddio avrà compensate nelle sue altissime regioni, mentre anche qui in terra le corona col trionfo del nostro paese».XIII.ALTRE ATROCITÀCOMMESSE DAGLI AUSTRIACIESTRATTE DA DOCUMENTI OFFICIALICodardi coi pugnantiFèr segno ai colpi lorI bamboli lattanti,Gl’inermi genitor.Se sorpassar d’UrajaL’antica crudeltà,Son degni di mannaja,Non degni di pietà.O. Tasca.Amico lettore, tu ti farai la più alta maraviglia, dopo quanto hai letto ne’ miei cenni storici della gloriosa nostra rivoluzione, trovando un capitolo apposito peraltre atrocità commesse dagli Austriacinei funesti ultimi cinque giorni di lor dimora in questa bella città d’Italia.In vero che hanno dell’incredibile, tanto che qualcuno potrebbe anche accusarmi di esagerazione. Ma pure vi assicuro che colla stessa verità con cui vi narrava gli eventi delle Cinque Giornate io ora vi narro questi nuovi fatti, alcuni dei quali tolti da Gazzette Officiali, e da me verificati sul luogo, altri a me raccontati da tali che furono dolorosi spettatori delle orrende scene che troverete descritte; di altri infine fui testimonio io stesso, e raccapriccio di orrore al solo risovvenirmi.Vi furono uomini e donne barbaramente mutilati ed uccisi, fanciulli sbranati, case incendiate. I sobborghi ed i punti interni più vicini alle porte furono il principale teatro della più esecrabile barbarie, e conserveranno a lungo le tracce del ferro e del fuoco nemico.—L’interno del Castello, appena fu sgombro, presentò ai visitatori il più orribile spettacolo. La nostra Gazzetta Officiale riferisce che si trovarono numerosi corpi di cittadini trucidati e mutilati in mille guise, giacenti nel fossato interno del terzo cortile, nei sotterranei e negli angoli del cortile, ove furono od abbrustoliti od affogati o morti di bajonetta e di fucile. Tra questi vi erano pure alcuni cadaveri di donne che i barbari trucidarono e denudarono a fine di poter poi cogli abiti di queste travestirsi e occultare la loro fuga.—Il cittadino Carlo Viviani dal comandante Lissoni ebbe l’incarico d’esplorare i varj luoghi del Castello, trovò nella seconda corte a destra una diligenza con un calesse d’aggiunta, la prima svaligiata e il secondo abbruciato. In un orto ivi presso trovò sette cadaveri d’uomini, seminudi e barbaramente mutilati ed insultati; trovò due gambe di diversa dimensione, che non appartenevano a nessuno dei suddetti cadaveri, e che dalle forme apparivano chiaramente essere gambe femminili e di persone distinte dalla delicata lor carnagione. In un’acqua corrente attigua si trovarono molte membra di corpi umani, probabilmente appartenenti alle due donne. I cadaveri erano malconci per calce, le due gambe annunziavano una morte non più lontana di 24 ore[47].—I nostri cittadini caduti nelle mani degli Austriaci furono rinchiusi nelle più anguste e fredde carceri del Castello, e in sì gran numero per ogni camerotto, che tutti non potevano contemporaneamente sdrajarsi per riposare.Privi d’ogni più meschino giaciglio posavano sul nudo terreno, e lasciati senza cibo a stento poterono per mezzo di danaro dividere il tozzo di pane nero colle sentinelle che li guardavano.—Di questi prigionieri quelli che non furono sacrificati ebbero a soffrire le più acerbe torture, e minacciati di morte vennero essi tolti dalle carceri, legati a due a due e condotti in giro pel Castello al suono del tamburo velato a lutto fra lo spettacolo dei cadaveri che d’ogni dove l’ingombravano, indi fatti inginocchiare ed appuntati i fucili al loro petto fu sospeso il comando di far fuoco allora soltanto che tutto ebbero assaporato lo spasimo di una lenta agonia. Questa scena fu ripetuta più volte finchè il nemico fu padrone del Castello, e quando sgombrò la città sedici di questi infelici furono da lui condotti in ostaggio legati innanzi le bocche dei cannoni con miccia accesa[48].«Un Croato ferito fu recato all’Ospedale; in un piccolo involto che teneva presso di sè, gelosamente guardato, si trovarono (orribile tesoro) due gentili mani di donna coperte le dita di preziosi anelli.»Nella casa a Porta Vercellina del negoziante e fabbricator di stoffe signor Fortis, un’orda di Croati invasero ogni piano, ogni camera, e non bastantemente paghi di aver uccisi molti inquilini e rapite grosse somme di danaro, devastarono i magazzini, fracassaronoi telai, lacerarono ed insozzarono le stoffe, e misero ogni cosa a soqquadro e rovina. Un ben dettagliato quadro di questo eccesso di barbarie lo togliamo dal giornale ilLombardodel 28 Marzo, ove colle seguenti parole è espresso:«Vicino a Porta Vercellina facendo angolo coi bastioni dello stesso nome, trovasi la grandiosa manifattura nazionale di stoffe di seta dei negozianti Fortis.«Erano le ore una e un quarto passato il meriggio, quando un centinajo di Croati sfondata e gittata a terra una porta, che dai baluardi agli orti e quindi allo stabilimento conduce, entrarono per essa invadendo tutto il locale.«Il primo loro saluto fu una fucilata, che sgraziatamente colpì ed uccise un miserello che là trovavasi. Continuando ad avanzarsi incontrarono il signor Ernesto Fortis, figlio del proprietario delle manifatture. Per salvare la vita questi subito presentò loro ed orologio, e spille, e tutto quanto si trovava avere indosso, poi cercò rifugio nella bottega di un fabbricatore di statuette di gesso attenente a quel locale. Rinvenuto colà da una parte degli invasori, che gli tenevano dietro, ed additato da un suo spaventato servitore, quale padrone, venne da quelli ripreso. Li conduceva allora il giovine Fortis alla cassa del danaro, ed essi lo accompagnavano tenendogli sempre appuntate al dorso e bajonette e schioppi, presti a far fuoco, gridando continuamente con voce gutturalegurr, gurr, gurr, moneta, moneta. Arrivati che furono alla stanza dello scrigno, quello trovando chiuso, e non avendo con sè il signor Fortis la chiave onde aprirlo, già stavano per ucciderlo, quando fortuna volle che quelle immani fiere intendessero il gesto che loro faceva il Fortis di rompere il forziere. Scassinata la serratura, nel mentre che stavano intenti a depredare le ivi rinchiuse ventiduemila lire dell’abborrito nome, tentava il Fortis di fuggire per una vicina scala seguito da quel servo che lo aveva già additato agli invasori qual padrone.«Accortosi i Croati di tale fuga spararono dall’alto della scala varie fucilate, e colto da quelle l’uom di servizio cadde estinto. Allora il Fortis gettandosi in una stanza laterale, riparavasi sotto il letto del suo cuoco. Gli assassini venivano a lui ricercandolo, ed egli trepidante li sentiva avvicinarsi. Anzi due o tre di quei masnadieri postisi a sedere sul letto, sotto il quale egli stavasi nascoso, incominciarono colà a dividersi il depredato danaro.«Quando piacque a Dio alla fine partirono, ed il Fortis potè allora discendere nella cantina, che per essere già stata invasa due volte, era allora la parte più sicura della casa. Infatti quietamente postosi colà dietro una botte potè per più e più ore aspettar senza pericolo il tardo allontanamento dei ladri.«Intanto che accadevano le narrate cose, la maggior parte dei Croati che si era colà introdotta, saccheggiava e devastava tutto il grande fabbricato, commettendo mille nefandi delitti, ed inumanamente uccidendo operai, donne e fanciulli.«Il padre del giovane Ernesto Fortis, che fino dal primo entrare degli assassini era stato spogliato di sue vesti, vedendo ognora aumentare la ferocia di quelli, si gettò boccone a terra fra morti, ove stette per ben quattro ore immobile. Così creduto morto da quelli, campò la vita.«Una giovinetta di circa 13 anni venne scannata, e così pure qualch’altra donna che lavorava in quello stabilimento.«Un infelicissimo padre si trascinava avanti ai barbari traendo per ciascuna mano un fanciulletto. L’ingannato genitore credeva che quella vista avrebbe ammansatola furibonda sete di sangue di quei vigliacchi masnadieri, e quindi sarebbero state risparmiate le loro vite. Fu colmo di raffinata barbarie in vero se quelli non l’uccisero, poichè tagliarono a pezzi sotto il di lui inorridito sguardo le due innocenti vittime.«Dopo quattro ore e più di devastazione e saccheggio si ritirarono quei feroci cannibali seco traendo vistoso bottino di denaro, argenterie, merci, cavalli e carrozze; lasciando quindici cadaveri e sette persone malamente ferite.«Per colmo di sventura condussero seco loro il dottor fisico Benigno Longhi ed il capo delle manifatture Enrico Turpini.—«Fuori di Porta Tosa s’introdussero i Croati in una osteria, e veduto il padrone gli domandarono da mangiare, e siccome non ne aveva, lo legarono insieme con suo figlio, ed attaccatili ad un cannone li trascinarono qua e là per la strada, ed in tal modo dovettero bere a sorsi a sorsi la morte. Portatisi in altra casa e sentendo un tenero pargoletto che vagiva in culla, lo levarono da di là, presente la propria genitrice che era spaventata, ed appoggiate le mani del bambino contro il muro, ne lo inchiodarono come fosse un pipistrello od altra bestia, e poscia con un colpo di bajonetta contro il cuor della madre, la stesero morta a terra.—»Nell’osteria dell’Angelo vicino alla strada ferrata di Treviglio, si trovarono otto cadaveri abbruciati, fra cui due ragazzi dai dieci ai dodici anni non più riconoscibili. In vicinanza della stazione della strada ferrata fu pure trovato il cadavere dell’inglese Klyn, lavorante di macchine, consunto anch’esso dalle fiamme. Venne incendiata la casa presso l’osteria del Leon d’Oro ed il caffè Gnocchi.—«Spuntava l’alba del 22 marzo allorchè 200 Croati circa, prorompendo furibondi ed affamati da questaPorta, spaccavano con accette la porta del caffè Gnocchi, vi entravano forsennati da lì a pochi minuti.«I padroni del luogo, Leopoldo e Luigia Gnocchi (notate che questa era incinta da circa quattro mesi) in ginocchione e colle braccia incrociate al petto pregavano da quei mostri la vita. I soldati nulla rispondevano, ma afferrando diverse bottiglie e succhiandone avidamente i liquori, ghignavano e ferocemente urlando cantarellavano. I due officiali che li capitanavano in cattivo ma pure chiaro italiano risposero;Sì, sì salvare la vita: ma dare robe.—E quelli ecco le chiavi—Venire voi per di sopra: dara tutto: noi Todisch stare Patroni Milan: noi Todisch an occi, o domani bruciare tutta Milano, porca Taliana.«Dopo che gli sventurati sposi speravano (coll’aver dato tutto che possedevano) aver sfogata la cruda fame di quelle belve, eccoti che gli ufficiali staccano a forza la moglie dalle braccia dello sposo, la violentano, la fanno inginocchiare, le appuntano le bajonette alla gola e le dicono:Tacete voi; tua marita, come tutti uomina Taliana dovere essere mazzata; tutta Milano cenere domani.«E dopo tali parole colla spada trafiggono il marito avanti gli occhi della moglie, lo calpestano e il fanno a brani, poscia appiccarono il fuoco all’edificio.«Dopo tali atrocità incredibili al secolo nostro, ed appena credibili fra feroci cannibali, cacciano via la misera Luigia più morta che viva, la quale, errando attraverso prati e varcando fossati riuscì di giungere alla strada ferrata presso la cascinaOrtighe, dove fu accolta benignamente in vagoni di prima classe, fatta adagiare e consolata durante il cammino dallo scrittore del presente racconto, Bissoni Pietro da Cremona, il quale udì dalla bocca istessa della Luigia il miserando scempio del marito.»Fu allora che egli (sebbene ignarissimo dell’arte di maneggiare armi) fattosi dare uno spiedo e scultevi le lettere V. M.vincere o morire, giurò, o di entrare il domani in Milano o di morire sotto i suoi bastioni, martire della causa santissima dell’italiana indipendenza.—«In una casa al mercato Vecchio in Porta Comasina la barbarie della soldatesca giunse al colmo, perocchè quivi dopo avere spaventati gl’inquilini con tre cannonate, le cui palle caddero tutte nelle stanze, vi entrarono essi pure improvvisamente, e poichè tutti, uomini, donne, vecchi, fanciulli ed infermi eransi ridotti in un sol locale a piano terreno, ne atterrarono la porta, e (cosa orribile a narrare!) con una scarica di molti fucili fatta sulla massa di quegli infelici, ne uccisero di un sol colpo diciassette, ne ferirono otto, e ne trassero dodici prigionieri al Castello; e, quasi non ancor sazj di quella carnificina, nel breve tragitto al vicino Castello, ne infilzarono due altri sulle bajonette».—Nella Domenica, giorno 19, essendosi portate molte persone ad udire la santa Messa in S. Simpliciano, circa le ore 9 e mezza, nel mentre che il Sacerdote celebrava, si cominciò a tirar moschettate contro le persone che entravano e uscivano di chiesa; quel buon prevosto Carlo Ferrario, procurava ogni modo a persuadere la gente a fermarsi in chiesa per non arrischiare la vita. Quand’ecco un certo Luigi Bocciolini vedovo, padre di 4 teneri figli, essendo uscito per recarsi a casa ed unirsi ai medesimi, appena arrivato al portone venne colpito da una palla nel braccio destro. Ritorna in chiesa. In essa si trovavano 131 persone, tra le quali il sacerdote ex parroco Lorenzo Denna, ed il sacerdote Ambrogio Decio. Il Denna accoglie[49]il Bocciolini, e coll’ajuto di altri lo sveste,rincorandolo, e siccome dalla ferita veniva una quantità di sangue ed il misero non poteva reggere al dolore, essendo il braccio rotto, si procurarono subito delle bende e de’ panni, e lavando la ferita si procurò di medicarla alla meglio. Il sig. Prevosto apprestò tutto l’occorrente per allestire un letto sul quale si fece coricare, aspettando che si aprissero i passi per farlo trasportare allo Spedale. Si pensò infatti di parlare da una finestra della chiesa al casermiere, che mandò un chirurgo con un ufficiale; sfasciò il braccio, e ponendo sulla ferita alcune filacce, partirono dicendo, che appena fosse stato possibile l’avrebbero tradotto all’Ospitale, ciò che non venne eseguito se non verso le ore 4 pomeridiane.Partiti il chirurgo e l’ufficiale, indi a poco s’udirono varj colpi di fucile contro la chiesa e lo scoppio di due bombe, pel quale andarono a un tratto in pezzi i vetri dei finestroni. Tutti rimasero istupiditi credendosi perduti, ma dopo alcun tempo data calma al timore, s’incominciò a proporre il modo di alimentare quelle persone mentre erano la maggior parte digiune. Il sig. Prevosto, il Denna ed il Decio deliberarono di chiamare da una finestra della casa parrocchiale verso i giardini, gli abitanti della vicina casa, i quali uditi dal vicino fornajo cominciarono a fornire di pane, che venne distribuito a quegli infelici schierati in mezzo alla chiesa, ed in tal modo si continuò fino alle ore 4 pomeridiane, nel qual tempo essendosi spiegato un momento propizio, tutti sen corsero alle loro case a consolare i proprj parenti.Ancor più barbaro è il caso successo alle ore 6 pomeridiane del giorno 19 nella casa posta al N. 2047, che vado a narrare. Entrati i soldati in quella casa, e dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamentesi trovavano ancora in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del Comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia, ed un loro conoscente per nome Paolo Morari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero nello stretto fra il letto ed il muro, ma tosto che furono sorpresi dai soldati, i due uomini caddero a terra trucidati da alcuni colpi di accetta, e la moglie e la figlia non ebbero che alcune busse. Svaligiarono quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie e di tutta la lingeria, e se ne partirono.—La moglie disperata sulle agonizzanti spoglie del marito si dava ogni cura per adagiarlo su di alcuni cuscini onde meno tormentosi gli riescissero gli ultimi momenti della vita; ma rientrati alcuni soldati nella camera martoriarono di nuovo il semimorto Roncari, e con inaudita barbarie afferrando la mano della moglie, fuori di sè per la disperazione, la costrinsero di strappare le cervella al marito, che per le fattegli ferite le cadevano sul volto.—Verso le ore 12 e mezza dei giorno 20, parimenti a Porta Comasina, nel momento, come ho raccontato in quel giorno, che un Maggiore Ungarese verso il Ponte Vetro andava gridando pace e persuadeva gli abitanti a cessare dalle ostilità, due studenti di legge venendo dalla Foppa furono sorpresi ed inseguiti da alcuni soldati che li minacciavano della vita perchè avevano la coccarda al cappello. Ad uno di essi riescì di fuggire. L’altro, che si conobbe poi per certo Pirinoli Giuseppe nativo di Cunardo, comune di Luino, onde evitare il pericolo che gli sovrastava entrò in una bottega di prestinajo che si trovava socchiusa, e salite le prime scale che gli si affacciarono giunse al piano superiore, e dal solajo salendo sul tetto discese nella vicina casa N. 2189. Avvertiti i soldati andarono a spaccare la porta, e dopodi aver perquisita tutta la casa trovatolo nascosto sotto un letto nell’abitazione di Giovanni Larghi, gli scaricarono adosso alcune fucilate, e quindi lo trascinarono fuori e lo presentarono ai vicini dalla finestra, e dopo di avergli preso tutto il denaro lo gittarono in corte, gridando, va a trovarPio Nono.—«Nel vicolo del Sambuco, ove è l’antichissima osteria detta della Palazzetta, recossi una mano di assassini. Chiesto ed ottenuto da mangiare e da bere, legarono l’oste colla moglie e la figlia. Fattone un fascio, buttaronli vivi sul camino, ove furono arsi. Prima di partire lasciarono sfuggire dalle botti tutto il vino che era in cantina.—«Guidati da certo Hansek, già loro commilitone, altri soldati penetrarono dal borgo di Viarenna nella stretta Calusca, e dopo di aver saccheggiato e commesso ogni sorta di orrori in quelle case, trucidarono tre infelici, che furono: Giuseppe Gambaroni d’anni 58 circa, ammogliato, venditore delle così detterobbioleda fuoco; Antonio Piatti d’anni 28, fabbro, e Giuseppe Belloni, cuojajo. Presi e condottili nel vicino orto, e come se fosser ad una festa da ballo ghignazzando e cantando, se li gettavano contro urtandoli e ricevendoli a colpi di bajonetta, e mentre gli infelici in questo modo crudele venivano straziati, parte degli assassini, per godere più a lungo di quella scena orribile, andarono in traccia di paglia e di legna, e gittatele addosso a quei moribondi vi appiccarono il fuoco. Ed allorquando i pazienti per l’ardor delle fiamme tentavano agonizzanti d’allontanarsi, quei feroci assassini li respingevano nelle fiamme colle punte delle bajonette, così seguitando fra le acclamazioni di allegria sino a che furono persuasi di averli spenti; e dopo d’aver obbligati i superstiti parenti ad esser testimonj di una scena così straziante, abbandonarono quel luogo.—«In una stanza, fra le molte di cui si compone la caserma di sant’Eustorgio, si vedeva una panca, sotto la quale eranvi delle scarpe che apparivano chiaramente essere appartenenti ad un cittadino. Su questa panca eravi del sangue raggrumato. Di questo sangue si trovò pure intrisa una penna. Probabilmente sarà stato un prode Austriaco che avrà dissetato la sua sevizie scrivendo note di sangue con sangue italiano.—»

NOTAINTORNO ALCUNI DISTINTI INDIVIDUIVado riepilogando in quest’ultima nota i nomi di alcuni cittadini che si distinsero con prove di valore, e d’inaudito coraggio sfidando intrepidi le palle nemiche e dirigendo col senno la gran causa nazionale. Cari ci suoneranno mai sempre i nomi dei sacerdoti Volonteri Giuseppe, cappellano di S. Celso, che liberò dai Croati la caserma di S. Apollinare; di Besesti Giovanni, coadiutore nella parrocchia di S. Calimero, uno dei valorosi che sprezzarono ogni pericolo per accorrere incuorando gli animi ove più vivo ferveva il combattimento, per disporre l’occorrente alla difesa delle barricate, per prestare asilo alle famiglie che fuggivano dalle case devastate dal cannone, per contenere la sfrenata licenza dei Croati.—D. Pietro Mauri, di cui abbiamo già fatto cenno alla pag. 124, ed ora aggiungeremo che fu veduto sul tetto della chiesa di S. Tommaso colla croce e colle tegole, gridando ed eccitando i cittadini alla difesa ed all’offesa; precedere impavido il trasporto de’ morti; e per ultimo andare di guardia ambulante col marchese Pallavicini e l’avvocato Turati dal castello all’Arco del Sempione la sera del 23.—Il Prevosto di Missaglia, signor de Gaspari, che fino dal primo giorno dell’insurrezione milanese arringò la popolazione incitandola ad armarsi e ad accorrere in nostro ajuto.—L’abate Malvezzi (conosciuto pe’ suoi lavori letterarj ed artistici) che molto si adoperò nel suo ministero, somministrando gli estremi conforti ai feriti, accompagnando i feriti ed i morti all’ospedale e sorvegliando alla formazione ed alla custodia delle barricate. (V. quanto di lui si scrive ne’Racconti di 200 e più testimonj oculari).La Gazzetta di Milano ci ricorda degni di memoria e di cittadina riconoscenza gli ingegneri Silvestri, Zambelli e Villa; gli aggiunti Locatelli e Pensa; il capo-macchinista Giovanni Miani, ed i macchinisti Kling, Thyss, Callin, Vergottini, Tohnson, Faenza e Giuseppe Miani; tutti i conduttori della strada ferrata Lombardo-Veneta, i quali, scoppiata appena la Rivoluzione Milanese, inalberarono fin dal primo giorno ad esito incertissimo il colorito vessillo della libertà, animando in tal modo i campagnuoli ad armarsi per Milano, indi percorrendo giorno e notte la linea della strada ferrata da Treviglio sino alla cascinaOrtigliae viceversa, condussero gratuitamente nei cinque giorni successivi più di 30,000 foresi in sussidio della Lombarda Capitale. Questi generosi spendevano giornalmente più di duemila lire italiane in fare procaccio di pane, di polvere, di piombo, e convertirono in appuntate aste i picconi e gli altri stromenti che avevano nei magazzini. Essi raccoglievano, copiavano e diffondevano i diversi avvisi mandati fuori, per mezzo dei palloni volanti, dal Governo Provvisorio, e raccozzavano i numerosi campagnuoli, condotti con le strade ferrate, a Calvairate, li fornivano di vettovaglie, danaro e munizioni, e li guidavano verso i bastioni rispondenti al borgo di Monforte, e verso i bastioni tra Porta Romana e Porta Tosa, acciocchè il nemico (trovandosi tra i due fuochi dei Milanesi e dei Campagnuoli) avesse a sgombrare.Bassi EugenioeFamboli Antonio, ambidue studenti, alle ore 10 del giorno 21, armati salirono la mura tra Porta Ticinese e Porta Vercellina, entrando in città dal borgo di S. Calocero, per dar notizie dell’armamento della campagna.Battistotti-Sassi Luigia. Quest’eroina, d’anni 24, nativa della Stradella in Piemonte, ed abitante al Cavo della Vettabia, dal giorno 18 marzo fino al 22 combattè in abito virile come fuciliere nella compagnia de’ Volontari sotto gli ordini del comandante Bolognini. Fu essa la prima a costruire barricate nel suo quartiere abbattendo alberi. Strappata di mano ad un soldato una pistola obbligò altri cinque d’arrendersi, e li fece accompagnare nella Caserma de’ Finanzieri a S. Michele alla Chiusa. Quindi stretti al seno i figli e dato un addio ai congiunti, volò il giorno 19 col marito a dare ajuto ai combattenti, ed un esempio nuovo alle sue pari. A colpi di carabina uccise di piè fermo Croati e cacciatori tedeschi, ed insieme a tutta la compagnia avventossi sul nemico arrestandolo ed inseguendolo sino al bastione di Porta Ticinese sotto una pioggia di palle che dal campanile di S. Eustorgio cadevano sul bastione tra Porta Ticinese e Porta S. Celso. Al borgo di S. Croce arrestò tre guardie della cessata Polizia e le condusse in casa Trivulzio a S. Alessandro. Recatasi al borgo della Fontana, sostenne unita a varii Pompieri, una lunga fucilatacontro i Croati colà stanziati. Questa valorosa donna non depose mai le armi se non per portare farina in città dal vicin mulino di Porta Ticinese con grandissimo rischio della sua vita. Per tutti questi suoi meriti verso la Patria, fu dal Governo Provvisorio, in un col prode Sottocorno, rimunerata con una pensione.L’eroico coraggio della Sassi merita un posto distinto negli annali di Milano come fatto straordinario e prodigioso.Belloni. Fra i valorosi delle cinque giornate sono meritevoli di speciale ricordo i quattro fratelli Belloni e i loro compagni. Il 18 marzo furono tra i primi a costruire barricate, gittandovi in copia i materiali dei propri magazzini, e facendo lavorare i propri dipendenti. Il 19, avvertiti dal Birigozzi che ferveva la lotta in vicinanza di S. Celso, accorsero colà, e la sostennero animosamente. Poscia ingaggiarono accanito combattimento contro le guardie di Polizia, della cui caserma s’impossessarono il giorno 21. Il 22 ebbero parte nell’occupazione della caserma di S. Francesco, e poi recatisi nella contrada di S. Giovanni sul Muro, di là fecero fuoco sui cacciatori Tirolesi e li obbligarono ad abbandonare il Foro, ed essendosi Luigi Belloni spinto, dopo il mezzo dì dello stesso giorno 22, sul bastione tra Porta Ticinese e S. Calocero, in compagnia solamente di Bellovesi, Fumagalli, e di Antonio Muzziani (il quale era pieno di coraggio, ma privo di arme), si trovò in breve ora soccorso dai fratelli, che avevano con sè alcuni tiratori muniti d’archibugio, e parecchi individui senz’armi diretti dal commerciante Ruffatti. In un baleno tagliarono una dozzina di alberi, e sotto il fuoco dei Tedeschi, in faccia a loro sul bastione, e di pieno giorno eressero due barricate, le tennero per più di tre ore, e così ebbero mezzo di calare dalle mura della città alcuni portatori di importanti dispacci del Governo Provvisorio. In quella posizione fecero prigionieri dodici soldati dell’ex reggimento dell’arciduca Alberto, dai quali seppero che il nemico si apparecchiava a partire dal Castello, e per conseguenza da Milano in quella medesima notte. In quasi tulle queste fazioni ebbero a compagni, oltre ai già nominati, anche Antonio Tamburini, Carlo Chiodoni e Francesco Menghini. Facevano poi l’ufficio di esploratori il Muzziani sopra detto, un Ambrogio Leccardi, un Natale Fabbrica, ed un Carlo Gianbellini, che per grave ferita si dovette ritirare.—Onore ai Valorosi.—Dal22 Marzo, n.o51.Calati Carlo, oste di Corsico, superò due volte le mura in mezzo al moschettar dei nemici per portare notizie al Governo Provvisorio.Cazzamini Andrea, ingegnere, di Oleggio provincia di Novara, giovine di ottima ed agiata famiglia. Questi dopo di essere stato in varj punti della città con altri de’ nostri prodi nei primi quattrogiorni della rivoluzione, nell’ultimo si unì a quelli che entrarono nello Stabilimento dell’Orfanotrofio maschile, ed attraversati alcuni giardini si portarono in vicinanza al bastione di Porta Tosa. Ivi il Cazzamini fece prodigi di valore, avendo, al dire di un suo compagno, uccisi più di trenta de’ nostri nemici, e sempre noncurante della propria vita, perchè tutto intento alla sant’opera della liberazione, fu colpito da una palla di fucile. Ferito mortalmente, venne trasportato nel detto Stabilimento, ove, nonostante le cure prodigategli, dopo ore ventiquattro dovette morire, benedicendo con l’ultime parole, prima di chiudere gli occhi per sempre, Iddio che gli aveva lasciato vedere la città liberata dalla presenza de’ suoi iniqui oppressori.Curti Ambrogio. Fra gli episodi della nostra rivoluzione, quello va ricordato specialmente in cui figura l’avvocato Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di pubblica sicurezza. La mattina che il palazzo del Tribunale Criminale fu evacuato dal presidio austriaco, e che i detenuti politici furono posti in libertà, nel parapiglio erano state forzate le porte degli stanzoni carcerarj. Trovavasi l’avvocato Curti nella corte del palazzo Criminale quando ad un tratto vide una turba di detenuti, ancora coperti dalle carcerarie schiavine, lanciarsi fuori dalla terrenaGuardina, e muniti di grossi bastoni e sassi tentar l’evasione. Coraggiosamente vi si oppose il Curti armato di pistola e squadrone, se non che que’ detenuti alla di lui voce non fecero resistenza, ma d’un tratto si buttarono ginocchioni e colle mani giunte baciando la terra imploravano la libertà, promettendo si adoprerebbero alla difesa della patria. Fu risposto dal Curti che sarebbe provisto perchè fossero più presto spicciate le procedure, e che intanto si ritirassero ne’ loro camerotti. Quegli sgraziati si lasciarono per allora ammansare, forse anche intimiditi pei sorvenuti borghesi armati, onde di bel nuovo vennero rinchiusi nelle carceri. Fu tosto provveduto con organizzarvi una guardia stabile. (DalLombardo.)Dunant, profumiere. «Il 18 marzo di eterna memoria, al comparire della prima sommossa, che dal palazzo del Municipio recavasi a quello dell’ex-Governo, il Dunant spiegava una bandiera tricolore di seta. Questa era la seconda che compariva in mezzo al popolo, e fu tale l’entusiasmo destato a quella vista che tumultuosamente la turba se ne rese padrona; nello stesso tempo fece gettare dalle finestre della sua abitazione che danno sul Corso gran quantità di coccarde nazionali, già ivi preparate, le quali vennero pure con gran giubilo raccolte, poste nei cappelli e portate con pompa alla testa dell’attruppamento.»«Siccome poi la Galleria poteva e doveva essere sotto ogni rapporto un punto di mira pel nemico, il Dunant mise in operatutto il suo sapere per fortificarla, e renderne mortali al Tedesco gli accessi, e in un col concorso degli altri inquilini questo edifizio si vide trasformato in una quasi inaccessibil fortezza.»«Oltre il numeroso personale addetto al proprio stabilimento, lo stesso radunò molti altri individui, che ben forniti d’armi da fuoco e di munizioni appostò ai balconi di sua abitazione nel piano inferiore della Galleria verso la facciata. Tali disposizioni si accordavano con quelle prese da altri inquilini, e già presentavano al nemico una difesa validissima. Intanto il Dunant collocava ad un piano superiore una batteria infernale di nuovo genere, consistente in ben cinquecento libbre d’acido solforico distribuito in varj recipienti da versare e scagliarsi sul nemico e sui loro cavalli da una numerosa vicinanza. Questo liquido micidiale avrebbe fatto strage dei combattenti Tedeschi. I cavalli colpiti sarebbonsi impennati e volti in fuga, precipitando cavalieri e cannoni sulla truppa medesima che doveano proteggere.»«Preservata in tal modo la Galleria da ogni nemica invasione, gli uomini raccolti dal Dunant si sparsero per la città, volando a combattere dove più urgeva, e al dir loro, fecero gran strage di Austriaci. Anzi quattro di essi, seguendo le loro orde fuggitive, sono partiti per andarli a combattere in aperta campagna.»«Nelle cinque giornate di blocco lo stesso Dunant dirigeva un’organizzata corrispondenza areostatica nella Galleria medesima per mezzo di palloni, e fra questi uno di forma colossale adorno di quattro bandiere a tre colori, rinchiudente gli Avvisi che giornalmente faceva pubblicare il Governo Provvisorio intorno agli avvenimenti della città. Ne fece anche stampare degli altri separati in caratteri grandi ed intelligibili ad ogni villico, e tutti convenientemente collocava nei palloni, e poscia li spediva traverso le linee degli assedianti portatori della nostra corrispondenza ai campagnuoli, facendo sventolare nel libero aere sulla testa dei primi l’italiana bandiera.»«In mezzo ad un vivo fuoco d’artiglieria, ed affrontando ogni specie di difficoltà e pericolo, pervenne Dunant a trasportare sul Duomo un grandioso stendardo tricolore fisso alla rispettiva asta, il quale precedentemente era stato dal popolo portato in trionfo intorno alla piazza, e benedetto dal sacerdote Luigi Malvezzi. Questo stendardo fu dal Dunant inalberato in faccia all’inimico sulla sommità della guglia maggiore di fianco alla statua della Madonna. Questo fu il primo vessillo nazionale che siasi veduto sventolare anche da lontani paesi, in quelle cinque giornate, sulla Cattedrale; avendo rispettabili persone ivi addette dimostrato l’insignificanza di altre due banderuole bicolori, cioè bianche e rosse, che con la maggiore facilità furon trasportate per la scaletta interna e collocate ad un ripiano inferiore allaposizione dello stendardo innalzato esternamente a vista e sotto le cannonate dei torrioni del Castello[46].«Riassumendoquanto sopra oprato in piena luce, e dettagliato nei relativi documenti in mano del Governo, che confermiamo veridici in tutte le loro particolarità, risulta:«Che Dunant coraggiosamente prese parte attiva e significante alla rivoluzione fin dal suo scoppiare, sebbene incertissimo e pericoloso fosse l’esito della prima sommossa, e dopo dato uno dei più significanti segnali della rivolta efficacemente la sostenne;«Che personalmente, con mezzi pecuniarj e cogli individui al suo servizio contribuì ad una valida difesa, indi all’attacco, alla sconfitta ed all’inseguimento delle orde austriache».«Suoi scritti, i palloni e la gran bandiera tricolore sul Duomo, non poco dovettero eccitare ed incoraggiare i circonvicini paesi a muovere in ajuto della città».«Finalmente fu quello, che al cospetto dei barbari, dava ben alto nel cielo il segnale della vittoria del popolo milanese, proclamava il trionfo della libertà sulla tirannia ed il risorgimento della civiltà; che in mezzo alle palle ed alle bombe piantò il primo stendardo della nazionalità e della gloriosa indipendenza d’Italia tutta».Leoncini Antonio, pregato che si tenesse dall’assalire il Castello assiepato di Tedeschi, rispose: Lasciate fare, le palle non ci toccano: portiamo in fronte il nome di Pio IX.Il capitanoManara Lucianoprese ed incendiò la Porta Tosa, difesa da sei pezzi di cannone.Meschia Giovanni, lattivendolo di Porta Ticinese, va distinto tra i più valorosi combattenti delle barricate durante i cinque giorni. Egli tormentò il nemico ora in Viarenna, ora al bastione, uccidendo alcuni cannonieri sull’atto che stavano per dare il fuoco al loro micidiale istrumento. Apportatosi dietro un camino sul tetto, davanti al campanile di S. Eustorgio, uccise con dieci colpi altrettanti soldati che s’erano impadroniti di quella torre, e da dove moschettavano sopra i cittadini. Il suo ritratto viene egregiamente descritto nella seguente sestina tolta da una poesia fatta in suo onore:Si chiama questo talMeschia Giovanni,E vende il latte a Porta Ticinese,È grande di persona ed ha trent’anni,Se non sbaglio però di qualche mese,È snello, pronto, ardito molto e destro,E nel tirar a segno un ver maestro.MontanaraN., capo della forza di Finanza, è da commendare per esser venuto il primo tra il popolo, e recato la sera di martedì al ponte Beatrice per impedire a’ Croati di congiungersi alle truppe stanziate al Comando Militare. La qual cosa egregiamente riescitagli, sollecitamente accorse a Porta Vercellina a fine di tentare un assalto alla caserma di S. Francesco; indi alla chiesa di S. Vittore, per disperdere un corpo di Cacciatori e Croati disseminati per quelle ortaglie. Negatogli l’accesso alla chiesa da quei preti custodi, salì per violenza sul campanile, ove facendo suonare a martello, dall’alto della torre e dalli spiragli sostenne una lunga fucilata, nella quale il nemico lasciò molti morti. Poi di là, sempre guidando i suoi, inseguì la truppa e l’artiglieria, che costretta a ritirarsi, si mosse verso Porta Ticinese; passando internamente di casa in casa, le tenne dietro sino al Borgo di Viarenna, ove s’appostò nell’edifizio della Dogana, dalle cui finestre maltrattò siffattamente la fanteria e cavalleria che combattevano dai bastioni, che le costrinse a fuggire più presso all’Arco Ticinese. Le inseguì colà tuttavia, perchè pareva mirassero impossessarsi del Mulino delle Armi, ove erano magazzini di vettovaglia, e quivi da un cittadino generoso avuto un cannone, lo appuntò sulla barricata della via della Vettabia, onde tenere lontane e snidar quelle che già s’erano sparse pei campi. In questo fatto si distinse pure la guardia Borroni che fu de’ primi a salire il bastione affrontando le palle tedesche. Chiesto ajuto, la sera del mercoledì, da quelli di Porta Comasina, il Montanara s’affrettò al luogo detto la Foppa, ove per due ore sostenne un doppio fuoco contro i soldati stanziati sul bastione e quelli ch’erano a guardia del magazzino di S. Teresa. Fu il Montanara che gridando ad alta voce: Vittoria! giunse a tempo di troncare il fuoco impegnato per equivoco tra i nostri e quelli accorsi dal di fuori in nostro soccorso. Non credo di dover finire senza un ricordo di gratitudine all’infelice e valorosa guardia Capra, la quale, alla presa della caserma de’ Croati a Sant’Apollinare entrata in battello per darle l’assalto, si espose sì coraggiosamente ai colpi degli assaliti, che vi perde la vita, ferita da due palle nel capo.—Una nota posta a queste notizie ci fa sapere come il signor capo Montanara non trovò ostacolo alcuno da parte dei preti della Basilica prepositurale di San Vittore al Corpo, giacchè, fin dal fatale mattino, appena sentito il suono a martello della vicina Basilica Ambrosiana (già evasa dai nemici la Caserma attigua di s. Vittore), i sottoscritti due fratelli in persona salirono immediatamente sul campanile di quest’ultima chiesa, e con non poca fatica e grave pericolo della vita, ivi suonando più forte e sollecitamente più che poterono per maggior dispetto all’accanito nemico, e più coraggio ai nostrivalorosi, pel continuo suono furono fatti bersaglio dei cannoni postati sul bastione della prossima Porta Vercellina, ed una palla fra le altre fu sì ben diretta a noi soli, che dessa ci passò framezzo, fatti consapevoli di tal graziosa e gentil visita dal polverìo in cui ci trovammo avvolti pei mattoni percossi, dal traversotto spostato, e dalla palla istessa di cannone che rinvenimmo a’ nostri piedi. Da quel momento in poi non si cessò un istante e dagli inservienti della chiesa istessa, e da altri ancora accorsi, dal suonare con energia e di giorno e di notte.Il cittadino preteBelli Vincenzo,coadiutore in detta Basilica di San Vittore.Il cittadinoBelli Angelo,promotore de’ LL. PP. Elemosinieri ed Uniti di Milano.Nova Giuseppe. Il primo che entrò nelle sale del palazzo di Governo, il primo che espose ai membri della radunata congregazione Centrale i troppo giusti lagni dei Milanesi, il primo a dichiarare che un ulteriore indugio a riconoscere i loro diritti sarebbe stato il segnale della rivolta, lo abbiamo nel signor Nova. Egli diede l’esempio del massimo eroismo e della massima moderazione quando coll’ardire della persona, e colla forza della parola arrivò a far piantar il vessillo tricolore in quel medesimo palazzo dove la tirannide straniera si celava e raccoglieva a Consiglio, ed accorse a salvare il sig. Kolbs, in allora segretario della presidenza, da un colpo di pistola che gli veniva diretto. Lo stesso Nova va distinto tra i più coraggiosi nell’assalto di S. Apollinare, ed al suo valore ed al suo senno si deve principalmente la buona riuscita di quest’impresa. La presa di questo magazzino militare, presidiato da una quarantina di uomini fu difficilissima per la sua costruzione quasi forte castello, ed il combattimento durò tre giorni, nel quale noi ebbimo a piangere un solo morto e tre feriti. A provare quanto fossero barbari i Croati, e crudeli con loro stessi vi basti questo fatto: Il martedì sera quando i nostri s’erano già in parte impossessati del locale, uno di essi conoscendo la lingua slava stava interrogando un Croato ferito (che veniva portato in corte implorando la vita) per sapere quanti di loro vi fossero a presidio, e per farlo parlare gli prometteva che lo avrebbe fatto trasportare allo spedale e medicare. Egli stava appunto confessando il tutto, quando due o tre moschettate gli furono scaricate da’ suoi compagni, che lo stesero morto.Omoboni Tito. Questo personaggio godeva già fama fra noi per i suoi viaggi in Affrica e nelle Indie, e per aver combattuto nelle guerre della Spagna e del Portogallo. Allo scoppio della Rivoluzione intraprese a costruire delle barricate a difesa dellacontrada del Durino, e quindi diresse il piano d’attacco di Porta Tosa, nella quale impresa fu mirabilmente secondato dal conte Luigi Belgiojoso e dai suoi figli Cesare ed Alberto. L’Omboni passò poi tra le prime file dei Volontarii, ai quali potrà giovare colla spada e col consiglio.Pirovano Paolo, d’anni 17, di professione falegname, fu il primo a superare la barriera di Porta Tosa. Egli consegnò una quantità di munizioni da guerra, e specialmente palle di mitraglia da lui raccolte sotto il fuoco dei cannoni. Domandatogli qual ricompensa si sarebbe potuto proporre al Governo in premio del suo coraggio, rispose non ambire altro che l’onore d’esser ammesso alla Guardia Civica. Egli fu inoltre il primo a portar fuori di Milano la bandiera italiana tricolore.Simonetta Antonio, ora capitano della Milizia nazionale del rione di S. Eufemia, che seppe aggiungere al nostro partito il Corpo dei Finanzieri, i quali dalla domenica a tutti gli altri giorni della Rivoluzione si distinsero per zelo e per coraggio dispersi per la città. Avrei avuto a narrare qualch’altro fatto che onora il distinto cittadino Simonetta, se la somma modestia dello stesso non me ne avesse imposto silenzio intorno ai medesimi.Sottocorno Pasquale, che pel primo incendiò le porte del palazzo del Genio, e diede altre prove di valore, ottenne dal Governo Provvisorio il seguente attestato che fu affisso su tutti gli angoli della città.CITTADINI!Onore al popolano Pasquale Sottocorno, che nel palazzo del Genio appiccò primo il fuoco alla porta e irruppe a disarmare e far prigionieri 160 soldati. Quest’oggi ei rinnovò la prova di valore straordinario, assaltando la pia casa di ricovero e disarmando i soldati che vi stavano a guardia. Il nome del Sottocorno suoni glorioso sulle bocche di tutti i prodi, e resti esempio ed eccitamento alle generazioni venture.Milano, 22 marzo 1848.(Seguono le firme del Governo.)Suzzara Gaetano. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo locale fu assai malagevole: i dintornierano troppo scoperti, e quindi assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel formidabile baluardo.»«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi, il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini, di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale, mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.» Destrani.—(DaiRacconti di 200 e più testimoni oculari).Terzi Giovanni Federico, studente di legge d’anni 19, si distinse combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.Villa Maria. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccatala porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo, calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi, trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo: venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosavolesse, distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì senza proferire parola.Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante. Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio, e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’ pochi panni che avevano indosso.Vimercati Ottaviano. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia, ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare inemici esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata. Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano sino a che venne fulminato dal cannone.»Non vanno pure dimenticati i nomi dei valorosi Cusani, figlio del marchese Francesco, del conte Gianforte Secco Suardi, di Luigi Piccinini Rossari, di Luigi Ronchi, di Antonio Cristofori, maestro di musica, di un Rusca, di Giuseppe Pezza. Va distinto ancora il nome del dott. Carlo Osio (autore dell’opuscolo,Alcuni fatti delle cinque gloriose giornate), che col fratello Enrico trovatosi a faccia il nemico in molti scontri sempre combattè con eroica prodezza. Egli pure nel citato opuscolo ha motivo di lode, fra i tanti valorosi che vanta Milano in queste cinque giornate, i seguenti: Monteggia Antonio, Balzaretti Giovanni, Scalfi N., Bononi N., Suini Sigismondo e Giuseppe, Ceresa N., Vicenzino Paolo, i fratelli Mangiagalli Alessandro e Battista, Rossi Giuseppe, Bertarini N., Quadri N., Torricelli Pietro, Scarafoni N., Furi Francesco, Appiani Giuseppe, Manzotti, Aluisetti Giuseppe, Caramelli Domenico, Tagioli Vittore, Lorini, fratelli Giacomo e Giovanni, Morini Serafino, Trabattoni Giuseppe, Vassalli Giacomo, Lorini Gaetano, Leoni Claudio da Cerano, ecc. ecc.Vorrei poter conoscere tutti que’ prodi per registrarne a sussidio della storia gli onorandi nomi. Non dimenticherò tuttavia i fratelli Lazzati, Virginio Cozzi, i fratelli Luigi e Gaetano Strigelli, il dott. De Luigi, i fratelli De Cristoforis, i fratelli Paladini, Albino Parea, Giuseppe Osio, Vernay ed Emanuele Pironi prontissimo a combattere in que’ giorni di maggiore pericolo, ed ora ufficiale della Guardia Civica fra i più zelanti, e invigilava per la pubblica sicurezza. Nè tacerò i nomi di Enrico ed Emilio fratelli Dandolo, Attilio Mozzoni, e di Emilio Morosini,che coraggiosamente pugnarono in quelle giornate, e i più pugnano ancora tra i Volontarii con molti altri giovinetti loro compagni.—Non devo terminare questi cenni senza un tributo di lode anche per la Giuseppina Lazzaroni. Mentre la Sassi adoperava il suo coraggio in una parte della città, in altra Giuseppina Lazzaroni fatta maggiore di sè stessa s’invogliava anch’ella della gloria delle armi fra le dolcezze domestiche nel punto istesso che i cuori più virili e le volontà più ferme abbisognavano di conforto. Armatasi quest’avvenente giovane di moschetto, volle pugnare sempre accanto al fratello Giovanni Battista, e non poche furono le vittime del suo eroico coraggio. (DalMondo illustrato).Il Cantù nelle sueRelazioni e reminiscenze intorno gli ultimi cinque giorni degli Austriaciin Milano racconta altri fatti degni di esser riportati: «Una signora disarmò tre Poliziotti; un’altra uccise altrettanti Croati, nè fu la sola che in quel giorno facesse prodigi di tiro; un gruppo d’inermi ragazzi dagli otto ai dieci anni spogliarono delle bajonette alcuni soldati. Sul Carobbio un uomo combatteva a fucile colla sinistra mano, dopo perduta la destra; c’era chi gli caricava lo schioppo, egli se ne serviva. All’assalto della Corte imperiale un giovine fu colpito da quindici palle nell’istante che pel primo invadeva il palazzo gridando: Viva l’Italia! Cadde gridando: Viva l’Italia! Assistito dal sacerdote, spirò gridando: Viva l’Italia! Un morente scriveva col proprio sangue sulla parete: Coraggio, fratelli! Sangue e azioni da martiri, che Iddio avrà compensate nelle sue altissime regioni, mentre anche qui in terra le corona col trionfo del nostro paese».

INTORNO ALCUNI DISTINTI INDIVIDUI

Vado riepilogando in quest’ultima nota i nomi di alcuni cittadini che si distinsero con prove di valore, e d’inaudito coraggio sfidando intrepidi le palle nemiche e dirigendo col senno la gran causa nazionale. Cari ci suoneranno mai sempre i nomi dei sacerdoti Volonteri Giuseppe, cappellano di S. Celso, che liberò dai Croati la caserma di S. Apollinare; di Besesti Giovanni, coadiutore nella parrocchia di S. Calimero, uno dei valorosi che sprezzarono ogni pericolo per accorrere incuorando gli animi ove più vivo ferveva il combattimento, per disporre l’occorrente alla difesa delle barricate, per prestare asilo alle famiglie che fuggivano dalle case devastate dal cannone, per contenere la sfrenata licenza dei Croati.—D. Pietro Mauri, di cui abbiamo già fatto cenno alla pag. 124, ed ora aggiungeremo che fu veduto sul tetto della chiesa di S. Tommaso colla croce e colle tegole, gridando ed eccitando i cittadini alla difesa ed all’offesa; precedere impavido il trasporto de’ morti; e per ultimo andare di guardia ambulante col marchese Pallavicini e l’avvocato Turati dal castello all’Arco del Sempione la sera del 23.—Il Prevosto di Missaglia, signor de Gaspari, che fino dal primo giorno dell’insurrezione milanese arringò la popolazione incitandola ad armarsi e ad accorrere in nostro ajuto.—L’abate Malvezzi (conosciuto pe’ suoi lavori letterarj ed artistici) che molto si adoperò nel suo ministero, somministrando gli estremi conforti ai feriti, accompagnando i feriti ed i morti all’ospedale e sorvegliando alla formazione ed alla custodia delle barricate. (V. quanto di lui si scrive ne’Racconti di 200 e più testimonj oculari).

La Gazzetta di Milano ci ricorda degni di memoria e di cittadina riconoscenza gli ingegneri Silvestri, Zambelli e Villa; gli aggiunti Locatelli e Pensa; il capo-macchinista Giovanni Miani, ed i macchinisti Kling, Thyss, Callin, Vergottini, Tohnson, Faenza e Giuseppe Miani; tutti i conduttori della strada ferrata Lombardo-Veneta, i quali, scoppiata appena la Rivoluzione Milanese, inalberarono fin dal primo giorno ad esito incertissimo il colorito vessillo della libertà, animando in tal modo i campagnuoli ad armarsi per Milano, indi percorrendo giorno e notte la linea della strada ferrata da Treviglio sino alla cascinaOrtigliae viceversa, condussero gratuitamente nei cinque giorni successivi più di 30,000 foresi in sussidio della Lombarda Capitale. Questi generosi spendevano giornalmente più di duemila lire italiane in fare procaccio di pane, di polvere, di piombo, e convertirono in appuntate aste i picconi e gli altri stromenti che avevano nei magazzini. Essi raccoglievano, copiavano e diffondevano i diversi avvisi mandati fuori, per mezzo dei palloni volanti, dal Governo Provvisorio, e raccozzavano i numerosi campagnuoli, condotti con le strade ferrate, a Calvairate, li fornivano di vettovaglie, danaro e munizioni, e li guidavano verso i bastioni rispondenti al borgo di Monforte, e verso i bastioni tra Porta Romana e Porta Tosa, acciocchè il nemico (trovandosi tra i due fuochi dei Milanesi e dei Campagnuoli) avesse a sgombrare.

Bassi EugenioeFamboli Antonio, ambidue studenti, alle ore 10 del giorno 21, armati salirono la mura tra Porta Ticinese e Porta Vercellina, entrando in città dal borgo di S. Calocero, per dar notizie dell’armamento della campagna.

Battistotti-Sassi Luigia. Quest’eroina, d’anni 24, nativa della Stradella in Piemonte, ed abitante al Cavo della Vettabia, dal giorno 18 marzo fino al 22 combattè in abito virile come fuciliere nella compagnia de’ Volontari sotto gli ordini del comandante Bolognini. Fu essa la prima a costruire barricate nel suo quartiere abbattendo alberi. Strappata di mano ad un soldato una pistola obbligò altri cinque d’arrendersi, e li fece accompagnare nella Caserma de’ Finanzieri a S. Michele alla Chiusa. Quindi stretti al seno i figli e dato un addio ai congiunti, volò il giorno 19 col marito a dare ajuto ai combattenti, ed un esempio nuovo alle sue pari. A colpi di carabina uccise di piè fermo Croati e cacciatori tedeschi, ed insieme a tutta la compagnia avventossi sul nemico arrestandolo ed inseguendolo sino al bastione di Porta Ticinese sotto una pioggia di palle che dal campanile di S. Eustorgio cadevano sul bastione tra Porta Ticinese e Porta S. Celso. Al borgo di S. Croce arrestò tre guardie della cessata Polizia e le condusse in casa Trivulzio a S. Alessandro. Recatasi al borgo della Fontana, sostenne unita a varii Pompieri, una lunga fucilatacontro i Croati colà stanziati. Questa valorosa donna non depose mai le armi se non per portare farina in città dal vicin mulino di Porta Ticinese con grandissimo rischio della sua vita. Per tutti questi suoi meriti verso la Patria, fu dal Governo Provvisorio, in un col prode Sottocorno, rimunerata con una pensione.

L’eroico coraggio della Sassi merita un posto distinto negli annali di Milano come fatto straordinario e prodigioso.

Belloni. Fra i valorosi delle cinque giornate sono meritevoli di speciale ricordo i quattro fratelli Belloni e i loro compagni. Il 18 marzo furono tra i primi a costruire barricate, gittandovi in copia i materiali dei propri magazzini, e facendo lavorare i propri dipendenti. Il 19, avvertiti dal Birigozzi che ferveva la lotta in vicinanza di S. Celso, accorsero colà, e la sostennero animosamente. Poscia ingaggiarono accanito combattimento contro le guardie di Polizia, della cui caserma s’impossessarono il giorno 21. Il 22 ebbero parte nell’occupazione della caserma di S. Francesco, e poi recatisi nella contrada di S. Giovanni sul Muro, di là fecero fuoco sui cacciatori Tirolesi e li obbligarono ad abbandonare il Foro, ed essendosi Luigi Belloni spinto, dopo il mezzo dì dello stesso giorno 22, sul bastione tra Porta Ticinese e S. Calocero, in compagnia solamente di Bellovesi, Fumagalli, e di Antonio Muzziani (il quale era pieno di coraggio, ma privo di arme), si trovò in breve ora soccorso dai fratelli, che avevano con sè alcuni tiratori muniti d’archibugio, e parecchi individui senz’armi diretti dal commerciante Ruffatti. In un baleno tagliarono una dozzina di alberi, e sotto il fuoco dei Tedeschi, in faccia a loro sul bastione, e di pieno giorno eressero due barricate, le tennero per più di tre ore, e così ebbero mezzo di calare dalle mura della città alcuni portatori di importanti dispacci del Governo Provvisorio. In quella posizione fecero prigionieri dodici soldati dell’ex reggimento dell’arciduca Alberto, dai quali seppero che il nemico si apparecchiava a partire dal Castello, e per conseguenza da Milano in quella medesima notte. In quasi tulle queste fazioni ebbero a compagni, oltre ai già nominati, anche Antonio Tamburini, Carlo Chiodoni e Francesco Menghini. Facevano poi l’ufficio di esploratori il Muzziani sopra detto, un Ambrogio Leccardi, un Natale Fabbrica, ed un Carlo Gianbellini, che per grave ferita si dovette ritirare.—Onore ai Valorosi.—Dal22 Marzo, n.o51.

Calati Carlo, oste di Corsico, superò due volte le mura in mezzo al moschettar dei nemici per portare notizie al Governo Provvisorio.

Cazzamini Andrea, ingegnere, di Oleggio provincia di Novara, giovine di ottima ed agiata famiglia. Questi dopo di essere stato in varj punti della città con altri de’ nostri prodi nei primi quattrogiorni della rivoluzione, nell’ultimo si unì a quelli che entrarono nello Stabilimento dell’Orfanotrofio maschile, ed attraversati alcuni giardini si portarono in vicinanza al bastione di Porta Tosa. Ivi il Cazzamini fece prodigi di valore, avendo, al dire di un suo compagno, uccisi più di trenta de’ nostri nemici, e sempre noncurante della propria vita, perchè tutto intento alla sant’opera della liberazione, fu colpito da una palla di fucile. Ferito mortalmente, venne trasportato nel detto Stabilimento, ove, nonostante le cure prodigategli, dopo ore ventiquattro dovette morire, benedicendo con l’ultime parole, prima di chiudere gli occhi per sempre, Iddio che gli aveva lasciato vedere la città liberata dalla presenza de’ suoi iniqui oppressori.

Curti Ambrogio. Fra gli episodi della nostra rivoluzione, quello va ricordato specialmente in cui figura l’avvocato Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di pubblica sicurezza. La mattina che il palazzo del Tribunale Criminale fu evacuato dal presidio austriaco, e che i detenuti politici furono posti in libertà, nel parapiglio erano state forzate le porte degli stanzoni carcerarj. Trovavasi l’avvocato Curti nella corte del palazzo Criminale quando ad un tratto vide una turba di detenuti, ancora coperti dalle carcerarie schiavine, lanciarsi fuori dalla terrenaGuardina, e muniti di grossi bastoni e sassi tentar l’evasione. Coraggiosamente vi si oppose il Curti armato di pistola e squadrone, se non che que’ detenuti alla di lui voce non fecero resistenza, ma d’un tratto si buttarono ginocchioni e colle mani giunte baciando la terra imploravano la libertà, promettendo si adoprerebbero alla difesa della patria. Fu risposto dal Curti che sarebbe provisto perchè fossero più presto spicciate le procedure, e che intanto si ritirassero ne’ loro camerotti. Quegli sgraziati si lasciarono per allora ammansare, forse anche intimiditi pei sorvenuti borghesi armati, onde di bel nuovo vennero rinchiusi nelle carceri. Fu tosto provveduto con organizzarvi una guardia stabile. (DalLombardo.)

Dunant, profumiere. «Il 18 marzo di eterna memoria, al comparire della prima sommossa, che dal palazzo del Municipio recavasi a quello dell’ex-Governo, il Dunant spiegava una bandiera tricolore di seta. Questa era la seconda che compariva in mezzo al popolo, e fu tale l’entusiasmo destato a quella vista che tumultuosamente la turba se ne rese padrona; nello stesso tempo fece gettare dalle finestre della sua abitazione che danno sul Corso gran quantità di coccarde nazionali, già ivi preparate, le quali vennero pure con gran giubilo raccolte, poste nei cappelli e portate con pompa alla testa dell’attruppamento.»

«Siccome poi la Galleria poteva e doveva essere sotto ogni rapporto un punto di mira pel nemico, il Dunant mise in operatutto il suo sapere per fortificarla, e renderne mortali al Tedesco gli accessi, e in un col concorso degli altri inquilini questo edifizio si vide trasformato in una quasi inaccessibil fortezza.»

«Oltre il numeroso personale addetto al proprio stabilimento, lo stesso radunò molti altri individui, che ben forniti d’armi da fuoco e di munizioni appostò ai balconi di sua abitazione nel piano inferiore della Galleria verso la facciata. Tali disposizioni si accordavano con quelle prese da altri inquilini, e già presentavano al nemico una difesa validissima. Intanto il Dunant collocava ad un piano superiore una batteria infernale di nuovo genere, consistente in ben cinquecento libbre d’acido solforico distribuito in varj recipienti da versare e scagliarsi sul nemico e sui loro cavalli da una numerosa vicinanza. Questo liquido micidiale avrebbe fatto strage dei combattenti Tedeschi. I cavalli colpiti sarebbonsi impennati e volti in fuga, precipitando cavalieri e cannoni sulla truppa medesima che doveano proteggere.»

«Preservata in tal modo la Galleria da ogni nemica invasione, gli uomini raccolti dal Dunant si sparsero per la città, volando a combattere dove più urgeva, e al dir loro, fecero gran strage di Austriaci. Anzi quattro di essi, seguendo le loro orde fuggitive, sono partiti per andarli a combattere in aperta campagna.»

«Nelle cinque giornate di blocco lo stesso Dunant dirigeva un’organizzata corrispondenza areostatica nella Galleria medesima per mezzo di palloni, e fra questi uno di forma colossale adorno di quattro bandiere a tre colori, rinchiudente gli Avvisi che giornalmente faceva pubblicare il Governo Provvisorio intorno agli avvenimenti della città. Ne fece anche stampare degli altri separati in caratteri grandi ed intelligibili ad ogni villico, e tutti convenientemente collocava nei palloni, e poscia li spediva traverso le linee degli assedianti portatori della nostra corrispondenza ai campagnuoli, facendo sventolare nel libero aere sulla testa dei primi l’italiana bandiera.»

«In mezzo ad un vivo fuoco d’artiglieria, ed affrontando ogni specie di difficoltà e pericolo, pervenne Dunant a trasportare sul Duomo un grandioso stendardo tricolore fisso alla rispettiva asta, il quale precedentemente era stato dal popolo portato in trionfo intorno alla piazza, e benedetto dal sacerdote Luigi Malvezzi. Questo stendardo fu dal Dunant inalberato in faccia all’inimico sulla sommità della guglia maggiore di fianco alla statua della Madonna. Questo fu il primo vessillo nazionale che siasi veduto sventolare anche da lontani paesi, in quelle cinque giornate, sulla Cattedrale; avendo rispettabili persone ivi addette dimostrato l’insignificanza di altre due banderuole bicolori, cioè bianche e rosse, che con la maggiore facilità furon trasportate per la scaletta interna e collocate ad un ripiano inferiore allaposizione dello stendardo innalzato esternamente a vista e sotto le cannonate dei torrioni del Castello[46].

«Riassumendoquanto sopra oprato in piena luce, e dettagliato nei relativi documenti in mano del Governo, che confermiamo veridici in tutte le loro particolarità, risulta:

«Che Dunant coraggiosamente prese parte attiva e significante alla rivoluzione fin dal suo scoppiare, sebbene incertissimo e pericoloso fosse l’esito della prima sommossa, e dopo dato uno dei più significanti segnali della rivolta efficacemente la sostenne;

«Che personalmente, con mezzi pecuniarj e cogli individui al suo servizio contribuì ad una valida difesa, indi all’attacco, alla sconfitta ed all’inseguimento delle orde austriache».

«Suoi scritti, i palloni e la gran bandiera tricolore sul Duomo, non poco dovettero eccitare ed incoraggiare i circonvicini paesi a muovere in ajuto della città».

«Finalmente fu quello, che al cospetto dei barbari, dava ben alto nel cielo il segnale della vittoria del popolo milanese, proclamava il trionfo della libertà sulla tirannia ed il risorgimento della civiltà; che in mezzo alle palle ed alle bombe piantò il primo stendardo della nazionalità e della gloriosa indipendenza d’Italia tutta».

Leoncini Antonio, pregato che si tenesse dall’assalire il Castello assiepato di Tedeschi, rispose: Lasciate fare, le palle non ci toccano: portiamo in fronte il nome di Pio IX.

Il capitanoManara Lucianoprese ed incendiò la Porta Tosa, difesa da sei pezzi di cannone.

Meschia Giovanni, lattivendolo di Porta Ticinese, va distinto tra i più valorosi combattenti delle barricate durante i cinque giorni. Egli tormentò il nemico ora in Viarenna, ora al bastione, uccidendo alcuni cannonieri sull’atto che stavano per dare il fuoco al loro micidiale istrumento. Apportatosi dietro un camino sul tetto, davanti al campanile di S. Eustorgio, uccise con dieci colpi altrettanti soldati che s’erano impadroniti di quella torre, e da dove moschettavano sopra i cittadini. Il suo ritratto viene egregiamente descritto nella seguente sestina tolta da una poesia fatta in suo onore:

Si chiama questo talMeschia Giovanni,E vende il latte a Porta Ticinese,È grande di persona ed ha trent’anni,Se non sbaglio però di qualche mese,È snello, pronto, ardito molto e destro,E nel tirar a segno un ver maestro.

MontanaraN., capo della forza di Finanza, è da commendare per esser venuto il primo tra il popolo, e recato la sera di martedì al ponte Beatrice per impedire a’ Croati di congiungersi alle truppe stanziate al Comando Militare. La qual cosa egregiamente riescitagli, sollecitamente accorse a Porta Vercellina a fine di tentare un assalto alla caserma di S. Francesco; indi alla chiesa di S. Vittore, per disperdere un corpo di Cacciatori e Croati disseminati per quelle ortaglie. Negatogli l’accesso alla chiesa da quei preti custodi, salì per violenza sul campanile, ove facendo suonare a martello, dall’alto della torre e dalli spiragli sostenne una lunga fucilata, nella quale il nemico lasciò molti morti. Poi di là, sempre guidando i suoi, inseguì la truppa e l’artiglieria, che costretta a ritirarsi, si mosse verso Porta Ticinese; passando internamente di casa in casa, le tenne dietro sino al Borgo di Viarenna, ove s’appostò nell’edifizio della Dogana, dalle cui finestre maltrattò siffattamente la fanteria e cavalleria che combattevano dai bastioni, che le costrinse a fuggire più presso all’Arco Ticinese. Le inseguì colà tuttavia, perchè pareva mirassero impossessarsi del Mulino delle Armi, ove erano magazzini di vettovaglia, e quivi da un cittadino generoso avuto un cannone, lo appuntò sulla barricata della via della Vettabia, onde tenere lontane e snidar quelle che già s’erano sparse pei campi. In questo fatto si distinse pure la guardia Borroni che fu de’ primi a salire il bastione affrontando le palle tedesche. Chiesto ajuto, la sera del mercoledì, da quelli di Porta Comasina, il Montanara s’affrettò al luogo detto la Foppa, ove per due ore sostenne un doppio fuoco contro i soldati stanziati sul bastione e quelli ch’erano a guardia del magazzino di S. Teresa. Fu il Montanara che gridando ad alta voce: Vittoria! giunse a tempo di troncare il fuoco impegnato per equivoco tra i nostri e quelli accorsi dal di fuori in nostro soccorso. Non credo di dover finire senza un ricordo di gratitudine all’infelice e valorosa guardia Capra, la quale, alla presa della caserma de’ Croati a Sant’Apollinare entrata in battello per darle l’assalto, si espose sì coraggiosamente ai colpi degli assaliti, che vi perde la vita, ferita da due palle nel capo.—Una nota posta a queste notizie ci fa sapere come il signor capo Montanara non trovò ostacolo alcuno da parte dei preti della Basilica prepositurale di San Vittore al Corpo, giacchè, fin dal fatale mattino, appena sentito il suono a martello della vicina Basilica Ambrosiana (già evasa dai nemici la Caserma attigua di s. Vittore), i sottoscritti due fratelli in persona salirono immediatamente sul campanile di quest’ultima chiesa, e con non poca fatica e grave pericolo della vita, ivi suonando più forte e sollecitamente più che poterono per maggior dispetto all’accanito nemico, e più coraggio ai nostrivalorosi, pel continuo suono furono fatti bersaglio dei cannoni postati sul bastione della prossima Porta Vercellina, ed una palla fra le altre fu sì ben diretta a noi soli, che dessa ci passò framezzo, fatti consapevoli di tal graziosa e gentil visita dal polverìo in cui ci trovammo avvolti pei mattoni percossi, dal traversotto spostato, e dalla palla istessa di cannone che rinvenimmo a’ nostri piedi. Da quel momento in poi non si cessò un istante e dagli inservienti della chiesa istessa, e da altri ancora accorsi, dal suonare con energia e di giorno e di notte.

Il cittadino preteBelli Vincenzo,coadiutore in detta Basilica di San Vittore.

Il cittadinoBelli Angelo,promotore de’ LL. PP. Elemosinieri ed Uniti di Milano.

Nova Giuseppe. Il primo che entrò nelle sale del palazzo di Governo, il primo che espose ai membri della radunata congregazione Centrale i troppo giusti lagni dei Milanesi, il primo a dichiarare che un ulteriore indugio a riconoscere i loro diritti sarebbe stato il segnale della rivolta, lo abbiamo nel signor Nova. Egli diede l’esempio del massimo eroismo e della massima moderazione quando coll’ardire della persona, e colla forza della parola arrivò a far piantar il vessillo tricolore in quel medesimo palazzo dove la tirannide straniera si celava e raccoglieva a Consiglio, ed accorse a salvare il sig. Kolbs, in allora segretario della presidenza, da un colpo di pistola che gli veniva diretto. Lo stesso Nova va distinto tra i più coraggiosi nell’assalto di S. Apollinare, ed al suo valore ed al suo senno si deve principalmente la buona riuscita di quest’impresa. La presa di questo magazzino militare, presidiato da una quarantina di uomini fu difficilissima per la sua costruzione quasi forte castello, ed il combattimento durò tre giorni, nel quale noi ebbimo a piangere un solo morto e tre feriti. A provare quanto fossero barbari i Croati, e crudeli con loro stessi vi basti questo fatto: Il martedì sera quando i nostri s’erano già in parte impossessati del locale, uno di essi conoscendo la lingua slava stava interrogando un Croato ferito (che veniva portato in corte implorando la vita) per sapere quanti di loro vi fossero a presidio, e per farlo parlare gli prometteva che lo avrebbe fatto trasportare allo spedale e medicare. Egli stava appunto confessando il tutto, quando due o tre moschettate gli furono scaricate da’ suoi compagni, che lo stesero morto.

Omoboni Tito. Questo personaggio godeva già fama fra noi per i suoi viaggi in Affrica e nelle Indie, e per aver combattuto nelle guerre della Spagna e del Portogallo. Allo scoppio della Rivoluzione intraprese a costruire delle barricate a difesa dellacontrada del Durino, e quindi diresse il piano d’attacco di Porta Tosa, nella quale impresa fu mirabilmente secondato dal conte Luigi Belgiojoso e dai suoi figli Cesare ed Alberto. L’Omboni passò poi tra le prime file dei Volontarii, ai quali potrà giovare colla spada e col consiglio.

Pirovano Paolo, d’anni 17, di professione falegname, fu il primo a superare la barriera di Porta Tosa. Egli consegnò una quantità di munizioni da guerra, e specialmente palle di mitraglia da lui raccolte sotto il fuoco dei cannoni. Domandatogli qual ricompensa si sarebbe potuto proporre al Governo in premio del suo coraggio, rispose non ambire altro che l’onore d’esser ammesso alla Guardia Civica. Egli fu inoltre il primo a portar fuori di Milano la bandiera italiana tricolore.

Simonetta Antonio, ora capitano della Milizia nazionale del rione di S. Eufemia, che seppe aggiungere al nostro partito il Corpo dei Finanzieri, i quali dalla domenica a tutti gli altri giorni della Rivoluzione si distinsero per zelo e per coraggio dispersi per la città. Avrei avuto a narrare qualch’altro fatto che onora il distinto cittadino Simonetta, se la somma modestia dello stesso non me ne avesse imposto silenzio intorno ai medesimi.

Sottocorno Pasquale, che pel primo incendiò le porte del palazzo del Genio, e diede altre prove di valore, ottenne dal Governo Provvisorio il seguente attestato che fu affisso su tutti gli angoli della città.

CITTADINI!

Onore al popolano Pasquale Sottocorno, che nel palazzo del Genio appiccò primo il fuoco alla porta e irruppe a disarmare e far prigionieri 160 soldati. Quest’oggi ei rinnovò la prova di valore straordinario, assaltando la pia casa di ricovero e disarmando i soldati che vi stavano a guardia. Il nome del Sottocorno suoni glorioso sulle bocche di tutti i prodi, e resti esempio ed eccitamento alle generazioni venture.

Milano, 22 marzo 1848.

(Seguono le firme del Governo.)

Suzzara Gaetano. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo locale fu assai malagevole: i dintornierano troppo scoperti, e quindi assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel formidabile baluardo.»

«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi, il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini, di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale, mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»

«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.» Destrani.—(DaiRacconti di 200 e più testimoni oculari).

Terzi Giovanni Federico, studente di legge d’anni 19, si distinse combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.

Villa Maria. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccatala porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo, calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi, trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo: venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosavolesse, distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì senza proferire parola.

Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante. Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio, e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’ pochi panni che avevano indosso.

Vimercati Ottaviano. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia, ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare inemici esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata. Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano sino a che venne fulminato dal cannone.»

Non vanno pure dimenticati i nomi dei valorosi Cusani, figlio del marchese Francesco, del conte Gianforte Secco Suardi, di Luigi Piccinini Rossari, di Luigi Ronchi, di Antonio Cristofori, maestro di musica, di un Rusca, di Giuseppe Pezza. Va distinto ancora il nome del dott. Carlo Osio (autore dell’opuscolo,Alcuni fatti delle cinque gloriose giornate), che col fratello Enrico trovatosi a faccia il nemico in molti scontri sempre combattè con eroica prodezza. Egli pure nel citato opuscolo ha motivo di lode, fra i tanti valorosi che vanta Milano in queste cinque giornate, i seguenti: Monteggia Antonio, Balzaretti Giovanni, Scalfi N., Bononi N., Suini Sigismondo e Giuseppe, Ceresa N., Vicenzino Paolo, i fratelli Mangiagalli Alessandro e Battista, Rossi Giuseppe, Bertarini N., Quadri N., Torricelli Pietro, Scarafoni N., Furi Francesco, Appiani Giuseppe, Manzotti, Aluisetti Giuseppe, Caramelli Domenico, Tagioli Vittore, Lorini, fratelli Giacomo e Giovanni, Morini Serafino, Trabattoni Giuseppe, Vassalli Giacomo, Lorini Gaetano, Leoni Claudio da Cerano, ecc. ecc.

Vorrei poter conoscere tutti que’ prodi per registrarne a sussidio della storia gli onorandi nomi. Non dimenticherò tuttavia i fratelli Lazzati, Virginio Cozzi, i fratelli Luigi e Gaetano Strigelli, il dott. De Luigi, i fratelli De Cristoforis, i fratelli Paladini, Albino Parea, Giuseppe Osio, Vernay ed Emanuele Pironi prontissimo a combattere in que’ giorni di maggiore pericolo, ed ora ufficiale della Guardia Civica fra i più zelanti, e invigilava per la pubblica sicurezza. Nè tacerò i nomi di Enrico ed Emilio fratelli Dandolo, Attilio Mozzoni, e di Emilio Morosini,che coraggiosamente pugnarono in quelle giornate, e i più pugnano ancora tra i Volontarii con molti altri giovinetti loro compagni.—Non devo terminare questi cenni senza un tributo di lode anche per la Giuseppina Lazzaroni. Mentre la Sassi adoperava il suo coraggio in una parte della città, in altra Giuseppina Lazzaroni fatta maggiore di sè stessa s’invogliava anch’ella della gloria delle armi fra le dolcezze domestiche nel punto istesso che i cuori più virili e le volontà più ferme abbisognavano di conforto. Armatasi quest’avvenente giovane di moschetto, volle pugnare sempre accanto al fratello Giovanni Battista, e non poche furono le vittime del suo eroico coraggio. (DalMondo illustrato).

Il Cantù nelle sueRelazioni e reminiscenze intorno gli ultimi cinque giorni degli Austriaciin Milano racconta altri fatti degni di esser riportati: «Una signora disarmò tre Poliziotti; un’altra uccise altrettanti Croati, nè fu la sola che in quel giorno facesse prodigi di tiro; un gruppo d’inermi ragazzi dagli otto ai dieci anni spogliarono delle bajonette alcuni soldati. Sul Carobbio un uomo combatteva a fucile colla sinistra mano, dopo perduta la destra; c’era chi gli caricava lo schioppo, egli se ne serviva. All’assalto della Corte imperiale un giovine fu colpito da quindici palle nell’istante che pel primo invadeva il palazzo gridando: Viva l’Italia! Cadde gridando: Viva l’Italia! Assistito dal sacerdote, spirò gridando: Viva l’Italia! Un morente scriveva col proprio sangue sulla parete: Coraggio, fratelli! Sangue e azioni da martiri, che Iddio avrà compensate nelle sue altissime regioni, mentre anche qui in terra le corona col trionfo del nostro paese».

XIII.ALTRE ATROCITÀCOMMESSE DAGLI AUSTRIACIESTRATTE DA DOCUMENTI OFFICIALICodardi coi pugnantiFèr segno ai colpi lorI bamboli lattanti,Gl’inermi genitor.Se sorpassar d’UrajaL’antica crudeltà,Son degni di mannaja,Non degni di pietà.O. Tasca.Amico lettore, tu ti farai la più alta maraviglia, dopo quanto hai letto ne’ miei cenni storici della gloriosa nostra rivoluzione, trovando un capitolo apposito peraltre atrocità commesse dagli Austriacinei funesti ultimi cinque giorni di lor dimora in questa bella città d’Italia.In vero che hanno dell’incredibile, tanto che qualcuno potrebbe anche accusarmi di esagerazione. Ma pure vi assicuro che colla stessa verità con cui vi narrava gli eventi delle Cinque Giornate io ora vi narro questi nuovi fatti, alcuni dei quali tolti da Gazzette Officiali, e da me verificati sul luogo, altri a me raccontati da tali che furono dolorosi spettatori delle orrende scene che troverete descritte; di altri infine fui testimonio io stesso, e raccapriccio di orrore al solo risovvenirmi.Vi furono uomini e donne barbaramente mutilati ed uccisi, fanciulli sbranati, case incendiate. I sobborghi ed i punti interni più vicini alle porte furono il principale teatro della più esecrabile barbarie, e conserveranno a lungo le tracce del ferro e del fuoco nemico.—L’interno del Castello, appena fu sgombro, presentò ai visitatori il più orribile spettacolo. La nostra Gazzetta Officiale riferisce che si trovarono numerosi corpi di cittadini trucidati e mutilati in mille guise, giacenti nel fossato interno del terzo cortile, nei sotterranei e negli angoli del cortile, ove furono od abbrustoliti od affogati o morti di bajonetta e di fucile. Tra questi vi erano pure alcuni cadaveri di donne che i barbari trucidarono e denudarono a fine di poter poi cogli abiti di queste travestirsi e occultare la loro fuga.—Il cittadino Carlo Viviani dal comandante Lissoni ebbe l’incarico d’esplorare i varj luoghi del Castello, trovò nella seconda corte a destra una diligenza con un calesse d’aggiunta, la prima svaligiata e il secondo abbruciato. In un orto ivi presso trovò sette cadaveri d’uomini, seminudi e barbaramente mutilati ed insultati; trovò due gambe di diversa dimensione, che non appartenevano a nessuno dei suddetti cadaveri, e che dalle forme apparivano chiaramente essere gambe femminili e di persone distinte dalla delicata lor carnagione. In un’acqua corrente attigua si trovarono molte membra di corpi umani, probabilmente appartenenti alle due donne. I cadaveri erano malconci per calce, le due gambe annunziavano una morte non più lontana di 24 ore[47].—I nostri cittadini caduti nelle mani degli Austriaci furono rinchiusi nelle più anguste e fredde carceri del Castello, e in sì gran numero per ogni camerotto, che tutti non potevano contemporaneamente sdrajarsi per riposare.Privi d’ogni più meschino giaciglio posavano sul nudo terreno, e lasciati senza cibo a stento poterono per mezzo di danaro dividere il tozzo di pane nero colle sentinelle che li guardavano.—Di questi prigionieri quelli che non furono sacrificati ebbero a soffrire le più acerbe torture, e minacciati di morte vennero essi tolti dalle carceri, legati a due a due e condotti in giro pel Castello al suono del tamburo velato a lutto fra lo spettacolo dei cadaveri che d’ogni dove l’ingombravano, indi fatti inginocchiare ed appuntati i fucili al loro petto fu sospeso il comando di far fuoco allora soltanto che tutto ebbero assaporato lo spasimo di una lenta agonia. Questa scena fu ripetuta più volte finchè il nemico fu padrone del Castello, e quando sgombrò la città sedici di questi infelici furono da lui condotti in ostaggio legati innanzi le bocche dei cannoni con miccia accesa[48].«Un Croato ferito fu recato all’Ospedale; in un piccolo involto che teneva presso di sè, gelosamente guardato, si trovarono (orribile tesoro) due gentili mani di donna coperte le dita di preziosi anelli.»Nella casa a Porta Vercellina del negoziante e fabbricator di stoffe signor Fortis, un’orda di Croati invasero ogni piano, ogni camera, e non bastantemente paghi di aver uccisi molti inquilini e rapite grosse somme di danaro, devastarono i magazzini, fracassaronoi telai, lacerarono ed insozzarono le stoffe, e misero ogni cosa a soqquadro e rovina. Un ben dettagliato quadro di questo eccesso di barbarie lo togliamo dal giornale ilLombardodel 28 Marzo, ove colle seguenti parole è espresso:«Vicino a Porta Vercellina facendo angolo coi bastioni dello stesso nome, trovasi la grandiosa manifattura nazionale di stoffe di seta dei negozianti Fortis.«Erano le ore una e un quarto passato il meriggio, quando un centinajo di Croati sfondata e gittata a terra una porta, che dai baluardi agli orti e quindi allo stabilimento conduce, entrarono per essa invadendo tutto il locale.«Il primo loro saluto fu una fucilata, che sgraziatamente colpì ed uccise un miserello che là trovavasi. Continuando ad avanzarsi incontrarono il signor Ernesto Fortis, figlio del proprietario delle manifatture. Per salvare la vita questi subito presentò loro ed orologio, e spille, e tutto quanto si trovava avere indosso, poi cercò rifugio nella bottega di un fabbricatore di statuette di gesso attenente a quel locale. Rinvenuto colà da una parte degli invasori, che gli tenevano dietro, ed additato da un suo spaventato servitore, quale padrone, venne da quelli ripreso. Li conduceva allora il giovine Fortis alla cassa del danaro, ed essi lo accompagnavano tenendogli sempre appuntate al dorso e bajonette e schioppi, presti a far fuoco, gridando continuamente con voce gutturalegurr, gurr, gurr, moneta, moneta. Arrivati che furono alla stanza dello scrigno, quello trovando chiuso, e non avendo con sè il signor Fortis la chiave onde aprirlo, già stavano per ucciderlo, quando fortuna volle che quelle immani fiere intendessero il gesto che loro faceva il Fortis di rompere il forziere. Scassinata la serratura, nel mentre che stavano intenti a depredare le ivi rinchiuse ventiduemila lire dell’abborrito nome, tentava il Fortis di fuggire per una vicina scala seguito da quel servo che lo aveva già additato agli invasori qual padrone.«Accortosi i Croati di tale fuga spararono dall’alto della scala varie fucilate, e colto da quelle l’uom di servizio cadde estinto. Allora il Fortis gettandosi in una stanza laterale, riparavasi sotto il letto del suo cuoco. Gli assassini venivano a lui ricercandolo, ed egli trepidante li sentiva avvicinarsi. Anzi due o tre di quei masnadieri postisi a sedere sul letto, sotto il quale egli stavasi nascoso, incominciarono colà a dividersi il depredato danaro.«Quando piacque a Dio alla fine partirono, ed il Fortis potè allora discendere nella cantina, che per essere già stata invasa due volte, era allora la parte più sicura della casa. Infatti quietamente postosi colà dietro una botte potè per più e più ore aspettar senza pericolo il tardo allontanamento dei ladri.«Intanto che accadevano le narrate cose, la maggior parte dei Croati che si era colà introdotta, saccheggiava e devastava tutto il grande fabbricato, commettendo mille nefandi delitti, ed inumanamente uccidendo operai, donne e fanciulli.«Il padre del giovane Ernesto Fortis, che fino dal primo entrare degli assassini era stato spogliato di sue vesti, vedendo ognora aumentare la ferocia di quelli, si gettò boccone a terra fra morti, ove stette per ben quattro ore immobile. Così creduto morto da quelli, campò la vita.«Una giovinetta di circa 13 anni venne scannata, e così pure qualch’altra donna che lavorava in quello stabilimento.«Un infelicissimo padre si trascinava avanti ai barbari traendo per ciascuna mano un fanciulletto. L’ingannato genitore credeva che quella vista avrebbe ammansatola furibonda sete di sangue di quei vigliacchi masnadieri, e quindi sarebbero state risparmiate le loro vite. Fu colmo di raffinata barbarie in vero se quelli non l’uccisero, poichè tagliarono a pezzi sotto il di lui inorridito sguardo le due innocenti vittime.«Dopo quattro ore e più di devastazione e saccheggio si ritirarono quei feroci cannibali seco traendo vistoso bottino di denaro, argenterie, merci, cavalli e carrozze; lasciando quindici cadaveri e sette persone malamente ferite.«Per colmo di sventura condussero seco loro il dottor fisico Benigno Longhi ed il capo delle manifatture Enrico Turpini.—«Fuori di Porta Tosa s’introdussero i Croati in una osteria, e veduto il padrone gli domandarono da mangiare, e siccome non ne aveva, lo legarono insieme con suo figlio, ed attaccatili ad un cannone li trascinarono qua e là per la strada, ed in tal modo dovettero bere a sorsi a sorsi la morte. Portatisi in altra casa e sentendo un tenero pargoletto che vagiva in culla, lo levarono da di là, presente la propria genitrice che era spaventata, ed appoggiate le mani del bambino contro il muro, ne lo inchiodarono come fosse un pipistrello od altra bestia, e poscia con un colpo di bajonetta contro il cuor della madre, la stesero morta a terra.—»Nell’osteria dell’Angelo vicino alla strada ferrata di Treviglio, si trovarono otto cadaveri abbruciati, fra cui due ragazzi dai dieci ai dodici anni non più riconoscibili. In vicinanza della stazione della strada ferrata fu pure trovato il cadavere dell’inglese Klyn, lavorante di macchine, consunto anch’esso dalle fiamme. Venne incendiata la casa presso l’osteria del Leon d’Oro ed il caffè Gnocchi.—«Spuntava l’alba del 22 marzo allorchè 200 Croati circa, prorompendo furibondi ed affamati da questaPorta, spaccavano con accette la porta del caffè Gnocchi, vi entravano forsennati da lì a pochi minuti.«I padroni del luogo, Leopoldo e Luigia Gnocchi (notate che questa era incinta da circa quattro mesi) in ginocchione e colle braccia incrociate al petto pregavano da quei mostri la vita. I soldati nulla rispondevano, ma afferrando diverse bottiglie e succhiandone avidamente i liquori, ghignavano e ferocemente urlando cantarellavano. I due officiali che li capitanavano in cattivo ma pure chiaro italiano risposero;Sì, sì salvare la vita: ma dare robe.—E quelli ecco le chiavi—Venire voi per di sopra: dara tutto: noi Todisch stare Patroni Milan: noi Todisch an occi, o domani bruciare tutta Milano, porca Taliana.«Dopo che gli sventurati sposi speravano (coll’aver dato tutto che possedevano) aver sfogata la cruda fame di quelle belve, eccoti che gli ufficiali staccano a forza la moglie dalle braccia dello sposo, la violentano, la fanno inginocchiare, le appuntano le bajonette alla gola e le dicono:Tacete voi; tua marita, come tutti uomina Taliana dovere essere mazzata; tutta Milano cenere domani.«E dopo tali parole colla spada trafiggono il marito avanti gli occhi della moglie, lo calpestano e il fanno a brani, poscia appiccarono il fuoco all’edificio.«Dopo tali atrocità incredibili al secolo nostro, ed appena credibili fra feroci cannibali, cacciano via la misera Luigia più morta che viva, la quale, errando attraverso prati e varcando fossati riuscì di giungere alla strada ferrata presso la cascinaOrtighe, dove fu accolta benignamente in vagoni di prima classe, fatta adagiare e consolata durante il cammino dallo scrittore del presente racconto, Bissoni Pietro da Cremona, il quale udì dalla bocca istessa della Luigia il miserando scempio del marito.»Fu allora che egli (sebbene ignarissimo dell’arte di maneggiare armi) fattosi dare uno spiedo e scultevi le lettere V. M.vincere o morire, giurò, o di entrare il domani in Milano o di morire sotto i suoi bastioni, martire della causa santissima dell’italiana indipendenza.—«In una casa al mercato Vecchio in Porta Comasina la barbarie della soldatesca giunse al colmo, perocchè quivi dopo avere spaventati gl’inquilini con tre cannonate, le cui palle caddero tutte nelle stanze, vi entrarono essi pure improvvisamente, e poichè tutti, uomini, donne, vecchi, fanciulli ed infermi eransi ridotti in un sol locale a piano terreno, ne atterrarono la porta, e (cosa orribile a narrare!) con una scarica di molti fucili fatta sulla massa di quegli infelici, ne uccisero di un sol colpo diciassette, ne ferirono otto, e ne trassero dodici prigionieri al Castello; e, quasi non ancor sazj di quella carnificina, nel breve tragitto al vicino Castello, ne infilzarono due altri sulle bajonette».—Nella Domenica, giorno 19, essendosi portate molte persone ad udire la santa Messa in S. Simpliciano, circa le ore 9 e mezza, nel mentre che il Sacerdote celebrava, si cominciò a tirar moschettate contro le persone che entravano e uscivano di chiesa; quel buon prevosto Carlo Ferrario, procurava ogni modo a persuadere la gente a fermarsi in chiesa per non arrischiare la vita. Quand’ecco un certo Luigi Bocciolini vedovo, padre di 4 teneri figli, essendo uscito per recarsi a casa ed unirsi ai medesimi, appena arrivato al portone venne colpito da una palla nel braccio destro. Ritorna in chiesa. In essa si trovavano 131 persone, tra le quali il sacerdote ex parroco Lorenzo Denna, ed il sacerdote Ambrogio Decio. Il Denna accoglie[49]il Bocciolini, e coll’ajuto di altri lo sveste,rincorandolo, e siccome dalla ferita veniva una quantità di sangue ed il misero non poteva reggere al dolore, essendo il braccio rotto, si procurarono subito delle bende e de’ panni, e lavando la ferita si procurò di medicarla alla meglio. Il sig. Prevosto apprestò tutto l’occorrente per allestire un letto sul quale si fece coricare, aspettando che si aprissero i passi per farlo trasportare allo Spedale. Si pensò infatti di parlare da una finestra della chiesa al casermiere, che mandò un chirurgo con un ufficiale; sfasciò il braccio, e ponendo sulla ferita alcune filacce, partirono dicendo, che appena fosse stato possibile l’avrebbero tradotto all’Ospitale, ciò che non venne eseguito se non verso le ore 4 pomeridiane.Partiti il chirurgo e l’ufficiale, indi a poco s’udirono varj colpi di fucile contro la chiesa e lo scoppio di due bombe, pel quale andarono a un tratto in pezzi i vetri dei finestroni. Tutti rimasero istupiditi credendosi perduti, ma dopo alcun tempo data calma al timore, s’incominciò a proporre il modo di alimentare quelle persone mentre erano la maggior parte digiune. Il sig. Prevosto, il Denna ed il Decio deliberarono di chiamare da una finestra della casa parrocchiale verso i giardini, gli abitanti della vicina casa, i quali uditi dal vicino fornajo cominciarono a fornire di pane, che venne distribuito a quegli infelici schierati in mezzo alla chiesa, ed in tal modo si continuò fino alle ore 4 pomeridiane, nel qual tempo essendosi spiegato un momento propizio, tutti sen corsero alle loro case a consolare i proprj parenti.Ancor più barbaro è il caso successo alle ore 6 pomeridiane del giorno 19 nella casa posta al N. 2047, che vado a narrare. Entrati i soldati in quella casa, e dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamentesi trovavano ancora in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del Comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia, ed un loro conoscente per nome Paolo Morari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero nello stretto fra il letto ed il muro, ma tosto che furono sorpresi dai soldati, i due uomini caddero a terra trucidati da alcuni colpi di accetta, e la moglie e la figlia non ebbero che alcune busse. Svaligiarono quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie e di tutta la lingeria, e se ne partirono.—La moglie disperata sulle agonizzanti spoglie del marito si dava ogni cura per adagiarlo su di alcuni cuscini onde meno tormentosi gli riescissero gli ultimi momenti della vita; ma rientrati alcuni soldati nella camera martoriarono di nuovo il semimorto Roncari, e con inaudita barbarie afferrando la mano della moglie, fuori di sè per la disperazione, la costrinsero di strappare le cervella al marito, che per le fattegli ferite le cadevano sul volto.—Verso le ore 12 e mezza dei giorno 20, parimenti a Porta Comasina, nel momento, come ho raccontato in quel giorno, che un Maggiore Ungarese verso il Ponte Vetro andava gridando pace e persuadeva gli abitanti a cessare dalle ostilità, due studenti di legge venendo dalla Foppa furono sorpresi ed inseguiti da alcuni soldati che li minacciavano della vita perchè avevano la coccarda al cappello. Ad uno di essi riescì di fuggire. L’altro, che si conobbe poi per certo Pirinoli Giuseppe nativo di Cunardo, comune di Luino, onde evitare il pericolo che gli sovrastava entrò in una bottega di prestinajo che si trovava socchiusa, e salite le prime scale che gli si affacciarono giunse al piano superiore, e dal solajo salendo sul tetto discese nella vicina casa N. 2189. Avvertiti i soldati andarono a spaccare la porta, e dopodi aver perquisita tutta la casa trovatolo nascosto sotto un letto nell’abitazione di Giovanni Larghi, gli scaricarono adosso alcune fucilate, e quindi lo trascinarono fuori e lo presentarono ai vicini dalla finestra, e dopo di avergli preso tutto il denaro lo gittarono in corte, gridando, va a trovarPio Nono.—«Nel vicolo del Sambuco, ove è l’antichissima osteria detta della Palazzetta, recossi una mano di assassini. Chiesto ed ottenuto da mangiare e da bere, legarono l’oste colla moglie e la figlia. Fattone un fascio, buttaronli vivi sul camino, ove furono arsi. Prima di partire lasciarono sfuggire dalle botti tutto il vino che era in cantina.—«Guidati da certo Hansek, già loro commilitone, altri soldati penetrarono dal borgo di Viarenna nella stretta Calusca, e dopo di aver saccheggiato e commesso ogni sorta di orrori in quelle case, trucidarono tre infelici, che furono: Giuseppe Gambaroni d’anni 58 circa, ammogliato, venditore delle così detterobbioleda fuoco; Antonio Piatti d’anni 28, fabbro, e Giuseppe Belloni, cuojajo. Presi e condottili nel vicino orto, e come se fosser ad una festa da ballo ghignazzando e cantando, se li gettavano contro urtandoli e ricevendoli a colpi di bajonetta, e mentre gli infelici in questo modo crudele venivano straziati, parte degli assassini, per godere più a lungo di quella scena orribile, andarono in traccia di paglia e di legna, e gittatele addosso a quei moribondi vi appiccarono il fuoco. Ed allorquando i pazienti per l’ardor delle fiamme tentavano agonizzanti d’allontanarsi, quei feroci assassini li respingevano nelle fiamme colle punte delle bajonette, così seguitando fra le acclamazioni di allegria sino a che furono persuasi di averli spenti; e dopo d’aver obbligati i superstiti parenti ad esser testimonj di una scena così straziante, abbandonarono quel luogo.—«In una stanza, fra le molte di cui si compone la caserma di sant’Eustorgio, si vedeva una panca, sotto la quale eranvi delle scarpe che apparivano chiaramente essere appartenenti ad un cittadino. Su questa panca eravi del sangue raggrumato. Di questo sangue si trovò pure intrisa una penna. Probabilmente sarà stato un prode Austriaco che avrà dissetato la sua sevizie scrivendo note di sangue con sangue italiano.—»

ALTRE ATROCITÀCOMMESSE DAGLI AUSTRIACIESTRATTE DA DOCUMENTI OFFICIALI

Codardi coi pugnantiFèr segno ai colpi lorI bamboli lattanti,Gl’inermi genitor.

Se sorpassar d’UrajaL’antica crudeltà,Son degni di mannaja,Non degni di pietà.

O. Tasca.

Amico lettore, tu ti farai la più alta maraviglia, dopo quanto hai letto ne’ miei cenni storici della gloriosa nostra rivoluzione, trovando un capitolo apposito peraltre atrocità commesse dagli Austriacinei funesti ultimi cinque giorni di lor dimora in questa bella città d’Italia.

In vero che hanno dell’incredibile, tanto che qualcuno potrebbe anche accusarmi di esagerazione. Ma pure vi assicuro che colla stessa verità con cui vi narrava gli eventi delle Cinque Giornate io ora vi narro questi nuovi fatti, alcuni dei quali tolti da Gazzette Officiali, e da me verificati sul luogo, altri a me raccontati da tali che furono dolorosi spettatori delle orrende scene che troverete descritte; di altri infine fui testimonio io stesso, e raccapriccio di orrore al solo risovvenirmi.

Vi furono uomini e donne barbaramente mutilati ed uccisi, fanciulli sbranati, case incendiate. I sobborghi ed i punti interni più vicini alle porte furono il principale teatro della più esecrabile barbarie, e conserveranno a lungo le tracce del ferro e del fuoco nemico.—L’interno del Castello, appena fu sgombro, presentò ai visitatori il più orribile spettacolo. La nostra Gazzetta Officiale riferisce che si trovarono numerosi corpi di cittadini trucidati e mutilati in mille guise, giacenti nel fossato interno del terzo cortile, nei sotterranei e negli angoli del cortile, ove furono od abbrustoliti od affogati o morti di bajonetta e di fucile. Tra questi vi erano pure alcuni cadaveri di donne che i barbari trucidarono e denudarono a fine di poter poi cogli abiti di queste travestirsi e occultare la loro fuga.—Il cittadino Carlo Viviani dal comandante Lissoni ebbe l’incarico d’esplorare i varj luoghi del Castello, trovò nella seconda corte a destra una diligenza con un calesse d’aggiunta, la prima svaligiata e il secondo abbruciato. In un orto ivi presso trovò sette cadaveri d’uomini, seminudi e barbaramente mutilati ed insultati; trovò due gambe di diversa dimensione, che non appartenevano a nessuno dei suddetti cadaveri, e che dalle forme apparivano chiaramente essere gambe femminili e di persone distinte dalla delicata lor carnagione. In un’acqua corrente attigua si trovarono molte membra di corpi umani, probabilmente appartenenti alle due donne. I cadaveri erano malconci per calce, le due gambe annunziavano una morte non più lontana di 24 ore[47].—I nostri cittadini caduti nelle mani degli Austriaci furono rinchiusi nelle più anguste e fredde carceri del Castello, e in sì gran numero per ogni camerotto, che tutti non potevano contemporaneamente sdrajarsi per riposare.

Privi d’ogni più meschino giaciglio posavano sul nudo terreno, e lasciati senza cibo a stento poterono per mezzo di danaro dividere il tozzo di pane nero colle sentinelle che li guardavano.—Di questi prigionieri quelli che non furono sacrificati ebbero a soffrire le più acerbe torture, e minacciati di morte vennero essi tolti dalle carceri, legati a due a due e condotti in giro pel Castello al suono del tamburo velato a lutto fra lo spettacolo dei cadaveri che d’ogni dove l’ingombravano, indi fatti inginocchiare ed appuntati i fucili al loro petto fu sospeso il comando di far fuoco allora soltanto che tutto ebbero assaporato lo spasimo di una lenta agonia. Questa scena fu ripetuta più volte finchè il nemico fu padrone del Castello, e quando sgombrò la città sedici di questi infelici furono da lui condotti in ostaggio legati innanzi le bocche dei cannoni con miccia accesa[48].

«Un Croato ferito fu recato all’Ospedale; in un piccolo involto che teneva presso di sè, gelosamente guardato, si trovarono (orribile tesoro) due gentili mani di donna coperte le dita di preziosi anelli.»

Nella casa a Porta Vercellina del negoziante e fabbricator di stoffe signor Fortis, un’orda di Croati invasero ogni piano, ogni camera, e non bastantemente paghi di aver uccisi molti inquilini e rapite grosse somme di danaro, devastarono i magazzini, fracassaronoi telai, lacerarono ed insozzarono le stoffe, e misero ogni cosa a soqquadro e rovina. Un ben dettagliato quadro di questo eccesso di barbarie lo togliamo dal giornale ilLombardodel 28 Marzo, ove colle seguenti parole è espresso:

«Vicino a Porta Vercellina facendo angolo coi bastioni dello stesso nome, trovasi la grandiosa manifattura nazionale di stoffe di seta dei negozianti Fortis.

«Erano le ore una e un quarto passato il meriggio, quando un centinajo di Croati sfondata e gittata a terra una porta, che dai baluardi agli orti e quindi allo stabilimento conduce, entrarono per essa invadendo tutto il locale.

«Il primo loro saluto fu una fucilata, che sgraziatamente colpì ed uccise un miserello che là trovavasi. Continuando ad avanzarsi incontrarono il signor Ernesto Fortis, figlio del proprietario delle manifatture. Per salvare la vita questi subito presentò loro ed orologio, e spille, e tutto quanto si trovava avere indosso, poi cercò rifugio nella bottega di un fabbricatore di statuette di gesso attenente a quel locale. Rinvenuto colà da una parte degli invasori, che gli tenevano dietro, ed additato da un suo spaventato servitore, quale padrone, venne da quelli ripreso. Li conduceva allora il giovine Fortis alla cassa del danaro, ed essi lo accompagnavano tenendogli sempre appuntate al dorso e bajonette e schioppi, presti a far fuoco, gridando continuamente con voce gutturalegurr, gurr, gurr, moneta, moneta. Arrivati che furono alla stanza dello scrigno, quello trovando chiuso, e non avendo con sè il signor Fortis la chiave onde aprirlo, già stavano per ucciderlo, quando fortuna volle che quelle immani fiere intendessero il gesto che loro faceva il Fortis di rompere il forziere. Scassinata la serratura, nel mentre che stavano intenti a depredare le ivi rinchiuse ventiduemila lire dell’abborrito nome, tentava il Fortis di fuggire per una vicina scala seguito da quel servo che lo aveva già additato agli invasori qual padrone.

«Accortosi i Croati di tale fuga spararono dall’alto della scala varie fucilate, e colto da quelle l’uom di servizio cadde estinto. Allora il Fortis gettandosi in una stanza laterale, riparavasi sotto il letto del suo cuoco. Gli assassini venivano a lui ricercandolo, ed egli trepidante li sentiva avvicinarsi. Anzi due o tre di quei masnadieri postisi a sedere sul letto, sotto il quale egli stavasi nascoso, incominciarono colà a dividersi il depredato danaro.

«Quando piacque a Dio alla fine partirono, ed il Fortis potè allora discendere nella cantina, che per essere già stata invasa due volte, era allora la parte più sicura della casa. Infatti quietamente postosi colà dietro una botte potè per più e più ore aspettar senza pericolo il tardo allontanamento dei ladri.

«Intanto che accadevano le narrate cose, la maggior parte dei Croati che si era colà introdotta, saccheggiava e devastava tutto il grande fabbricato, commettendo mille nefandi delitti, ed inumanamente uccidendo operai, donne e fanciulli.

«Il padre del giovane Ernesto Fortis, che fino dal primo entrare degli assassini era stato spogliato di sue vesti, vedendo ognora aumentare la ferocia di quelli, si gettò boccone a terra fra morti, ove stette per ben quattro ore immobile. Così creduto morto da quelli, campò la vita.

«Una giovinetta di circa 13 anni venne scannata, e così pure qualch’altra donna che lavorava in quello stabilimento.

«Un infelicissimo padre si trascinava avanti ai barbari traendo per ciascuna mano un fanciulletto. L’ingannato genitore credeva che quella vista avrebbe ammansatola furibonda sete di sangue di quei vigliacchi masnadieri, e quindi sarebbero state risparmiate le loro vite. Fu colmo di raffinata barbarie in vero se quelli non l’uccisero, poichè tagliarono a pezzi sotto il di lui inorridito sguardo le due innocenti vittime.

«Dopo quattro ore e più di devastazione e saccheggio si ritirarono quei feroci cannibali seco traendo vistoso bottino di denaro, argenterie, merci, cavalli e carrozze; lasciando quindici cadaveri e sette persone malamente ferite.

«Per colmo di sventura condussero seco loro il dottor fisico Benigno Longhi ed il capo delle manifatture Enrico Turpini.—

«Fuori di Porta Tosa s’introdussero i Croati in una osteria, e veduto il padrone gli domandarono da mangiare, e siccome non ne aveva, lo legarono insieme con suo figlio, ed attaccatili ad un cannone li trascinarono qua e là per la strada, ed in tal modo dovettero bere a sorsi a sorsi la morte. Portatisi in altra casa e sentendo un tenero pargoletto che vagiva in culla, lo levarono da di là, presente la propria genitrice che era spaventata, ed appoggiate le mani del bambino contro il muro, ne lo inchiodarono come fosse un pipistrello od altra bestia, e poscia con un colpo di bajonetta contro il cuor della madre, la stesero morta a terra.—

»Nell’osteria dell’Angelo vicino alla strada ferrata di Treviglio, si trovarono otto cadaveri abbruciati, fra cui due ragazzi dai dieci ai dodici anni non più riconoscibili. In vicinanza della stazione della strada ferrata fu pure trovato il cadavere dell’inglese Klyn, lavorante di macchine, consunto anch’esso dalle fiamme. Venne incendiata la casa presso l’osteria del Leon d’Oro ed il caffè Gnocchi.—

«Spuntava l’alba del 22 marzo allorchè 200 Croati circa, prorompendo furibondi ed affamati da questaPorta, spaccavano con accette la porta del caffè Gnocchi, vi entravano forsennati da lì a pochi minuti.

«I padroni del luogo, Leopoldo e Luigia Gnocchi (notate che questa era incinta da circa quattro mesi) in ginocchione e colle braccia incrociate al petto pregavano da quei mostri la vita. I soldati nulla rispondevano, ma afferrando diverse bottiglie e succhiandone avidamente i liquori, ghignavano e ferocemente urlando cantarellavano. I due officiali che li capitanavano in cattivo ma pure chiaro italiano risposero;Sì, sì salvare la vita: ma dare robe.—E quelli ecco le chiavi—Venire voi per di sopra: dara tutto: noi Todisch stare Patroni Milan: noi Todisch an occi, o domani bruciare tutta Milano, porca Taliana.

«Dopo che gli sventurati sposi speravano (coll’aver dato tutto che possedevano) aver sfogata la cruda fame di quelle belve, eccoti che gli ufficiali staccano a forza la moglie dalle braccia dello sposo, la violentano, la fanno inginocchiare, le appuntano le bajonette alla gola e le dicono:Tacete voi; tua marita, come tutti uomina Taliana dovere essere mazzata; tutta Milano cenere domani.

«E dopo tali parole colla spada trafiggono il marito avanti gli occhi della moglie, lo calpestano e il fanno a brani, poscia appiccarono il fuoco all’edificio.

«Dopo tali atrocità incredibili al secolo nostro, ed appena credibili fra feroci cannibali, cacciano via la misera Luigia più morta che viva, la quale, errando attraverso prati e varcando fossati riuscì di giungere alla strada ferrata presso la cascinaOrtighe, dove fu accolta benignamente in vagoni di prima classe, fatta adagiare e consolata durante il cammino dallo scrittore del presente racconto, Bissoni Pietro da Cremona, il quale udì dalla bocca istessa della Luigia il miserando scempio del marito.»

Fu allora che egli (sebbene ignarissimo dell’arte di maneggiare armi) fattosi dare uno spiedo e scultevi le lettere V. M.vincere o morire, giurò, o di entrare il domani in Milano o di morire sotto i suoi bastioni, martire della causa santissima dell’italiana indipendenza.—

«In una casa al mercato Vecchio in Porta Comasina la barbarie della soldatesca giunse al colmo, perocchè quivi dopo avere spaventati gl’inquilini con tre cannonate, le cui palle caddero tutte nelle stanze, vi entrarono essi pure improvvisamente, e poichè tutti, uomini, donne, vecchi, fanciulli ed infermi eransi ridotti in un sol locale a piano terreno, ne atterrarono la porta, e (cosa orribile a narrare!) con una scarica di molti fucili fatta sulla massa di quegli infelici, ne uccisero di un sol colpo diciassette, ne ferirono otto, e ne trassero dodici prigionieri al Castello; e, quasi non ancor sazj di quella carnificina, nel breve tragitto al vicino Castello, ne infilzarono due altri sulle bajonette».—

Nella Domenica, giorno 19, essendosi portate molte persone ad udire la santa Messa in S. Simpliciano, circa le ore 9 e mezza, nel mentre che il Sacerdote celebrava, si cominciò a tirar moschettate contro le persone che entravano e uscivano di chiesa; quel buon prevosto Carlo Ferrario, procurava ogni modo a persuadere la gente a fermarsi in chiesa per non arrischiare la vita. Quand’ecco un certo Luigi Bocciolini vedovo, padre di 4 teneri figli, essendo uscito per recarsi a casa ed unirsi ai medesimi, appena arrivato al portone venne colpito da una palla nel braccio destro. Ritorna in chiesa. In essa si trovavano 131 persone, tra le quali il sacerdote ex parroco Lorenzo Denna, ed il sacerdote Ambrogio Decio. Il Denna accoglie[49]il Bocciolini, e coll’ajuto di altri lo sveste,rincorandolo, e siccome dalla ferita veniva una quantità di sangue ed il misero non poteva reggere al dolore, essendo il braccio rotto, si procurarono subito delle bende e de’ panni, e lavando la ferita si procurò di medicarla alla meglio. Il sig. Prevosto apprestò tutto l’occorrente per allestire un letto sul quale si fece coricare, aspettando che si aprissero i passi per farlo trasportare allo Spedale. Si pensò infatti di parlare da una finestra della chiesa al casermiere, che mandò un chirurgo con un ufficiale; sfasciò il braccio, e ponendo sulla ferita alcune filacce, partirono dicendo, che appena fosse stato possibile l’avrebbero tradotto all’Ospitale, ciò che non venne eseguito se non verso le ore 4 pomeridiane.

Partiti il chirurgo e l’ufficiale, indi a poco s’udirono varj colpi di fucile contro la chiesa e lo scoppio di due bombe, pel quale andarono a un tratto in pezzi i vetri dei finestroni. Tutti rimasero istupiditi credendosi perduti, ma dopo alcun tempo data calma al timore, s’incominciò a proporre il modo di alimentare quelle persone mentre erano la maggior parte digiune. Il sig. Prevosto, il Denna ed il Decio deliberarono di chiamare da una finestra della casa parrocchiale verso i giardini, gli abitanti della vicina casa, i quali uditi dal vicino fornajo cominciarono a fornire di pane, che venne distribuito a quegli infelici schierati in mezzo alla chiesa, ed in tal modo si continuò fino alle ore 4 pomeridiane, nel qual tempo essendosi spiegato un momento propizio, tutti sen corsero alle loro case a consolare i proprj parenti.

Ancor più barbaro è il caso successo alle ore 6 pomeridiane del giorno 19 nella casa posta al N. 2047, che vado a narrare. Entrati i soldati in quella casa, e dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamentesi trovavano ancora in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del Comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia, ed un loro conoscente per nome Paolo Morari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero nello stretto fra il letto ed il muro, ma tosto che furono sorpresi dai soldati, i due uomini caddero a terra trucidati da alcuni colpi di accetta, e la moglie e la figlia non ebbero che alcune busse. Svaligiarono quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie e di tutta la lingeria, e se ne partirono.—La moglie disperata sulle agonizzanti spoglie del marito si dava ogni cura per adagiarlo su di alcuni cuscini onde meno tormentosi gli riescissero gli ultimi momenti della vita; ma rientrati alcuni soldati nella camera martoriarono di nuovo il semimorto Roncari, e con inaudita barbarie afferrando la mano della moglie, fuori di sè per la disperazione, la costrinsero di strappare le cervella al marito, che per le fattegli ferite le cadevano sul volto.—

Verso le ore 12 e mezza dei giorno 20, parimenti a Porta Comasina, nel momento, come ho raccontato in quel giorno, che un Maggiore Ungarese verso il Ponte Vetro andava gridando pace e persuadeva gli abitanti a cessare dalle ostilità, due studenti di legge venendo dalla Foppa furono sorpresi ed inseguiti da alcuni soldati che li minacciavano della vita perchè avevano la coccarda al cappello. Ad uno di essi riescì di fuggire. L’altro, che si conobbe poi per certo Pirinoli Giuseppe nativo di Cunardo, comune di Luino, onde evitare il pericolo che gli sovrastava entrò in una bottega di prestinajo che si trovava socchiusa, e salite le prime scale che gli si affacciarono giunse al piano superiore, e dal solajo salendo sul tetto discese nella vicina casa N. 2189. Avvertiti i soldati andarono a spaccare la porta, e dopodi aver perquisita tutta la casa trovatolo nascosto sotto un letto nell’abitazione di Giovanni Larghi, gli scaricarono adosso alcune fucilate, e quindi lo trascinarono fuori e lo presentarono ai vicini dalla finestra, e dopo di avergli preso tutto il denaro lo gittarono in corte, gridando, va a trovarPio Nono.—

«Nel vicolo del Sambuco, ove è l’antichissima osteria detta della Palazzetta, recossi una mano di assassini. Chiesto ed ottenuto da mangiare e da bere, legarono l’oste colla moglie e la figlia. Fattone un fascio, buttaronli vivi sul camino, ove furono arsi. Prima di partire lasciarono sfuggire dalle botti tutto il vino che era in cantina.—

«Guidati da certo Hansek, già loro commilitone, altri soldati penetrarono dal borgo di Viarenna nella stretta Calusca, e dopo di aver saccheggiato e commesso ogni sorta di orrori in quelle case, trucidarono tre infelici, che furono: Giuseppe Gambaroni d’anni 58 circa, ammogliato, venditore delle così detterobbioleda fuoco; Antonio Piatti d’anni 28, fabbro, e Giuseppe Belloni, cuojajo. Presi e condottili nel vicino orto, e come se fosser ad una festa da ballo ghignazzando e cantando, se li gettavano contro urtandoli e ricevendoli a colpi di bajonetta, e mentre gli infelici in questo modo crudele venivano straziati, parte degli assassini, per godere più a lungo di quella scena orribile, andarono in traccia di paglia e di legna, e gittatele addosso a quei moribondi vi appiccarono il fuoco. Ed allorquando i pazienti per l’ardor delle fiamme tentavano agonizzanti d’allontanarsi, quei feroci assassini li respingevano nelle fiamme colle punte delle bajonette, così seguitando fra le acclamazioni di allegria sino a che furono persuasi di averli spenti; e dopo d’aver obbligati i superstiti parenti ad esser testimonj di una scena così straziante, abbandonarono quel luogo.—

«In una stanza, fra le molte di cui si compone la caserma di sant’Eustorgio, si vedeva una panca, sotto la quale eranvi delle scarpe che apparivano chiaramente essere appartenenti ad un cittadino. Su questa panca eravi del sangue raggrumato. Di questo sangue si trovò pure intrisa una penna. Probabilmente sarà stato un prode Austriaco che avrà dissetato la sua sevizie scrivendo note di sangue con sangue italiano.—»


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