XIV.RIVOLUZIONE DELLE PROVINCIE(Dalla Gazzetta Officiale il 22 Marzo).Non sappiamo se nella meravigliosa rivoluzione della Lombardia sia stato maggiore il coraggio o la concordia universale. Come gli individui qui in Milano, così le diverse provincie si levarono ad un tratto risolute, formidabili, con un solo proposito. «Liberiamoci, dissero esse, liberiamoci prima dai presidii che ci tengono soggette, facciamolo presto per accorrere subito dopo in soccorso di Milano: vinta quella città la causa è vinta». E così fecero, e per tal modo mostrarono come le provincie, stringendosi intorno al centro comune, volevano innanzi tutto l’unità politica, e come era loro intento di compiere quell’opera di concordia e d’amore che da più mesi avevano incominciata con tanta spontanea virtù. Quell’antica peste degli odj, delle diffidenze municipali non è più, e, poichè disparve, ecco adempirsi la liberazione di Italia. Forza, intelligenza, che sempre ci hanno distinti, disgregate ci condussero alla ruina, appena unite fecero la nostra gloria. Fummo già perduti per un eccesso di vigoria, giacchè, sentendo la nostra forza, volevamo esser soli per quanto fossimo pochi; ora invece siamo tutti, ed assieme, ed abbiamo vinto.Nella profusione di atti di sacrificio e di valore sarebbe difficile il distinguere una piuttosto che un’altra provincia. Milano è riconoscente a tutte, invia a tutte il bacio della fratellanza e della gratitudine, perchètutte s’adoperarono a giovare Milano e con essa la causa comune, e, ciò che è più singolare, hanno quasi tutte un titolo diverso alla nostra gratitudine.Bergamo che, fin da quattro mesi or sono, ebbe l’onorevole e pericoloso ardire di stendere e presentare alla già Congregazione Centrale una energica protesta della sua Congregazione Provinciale contro le vessazioni dell’Austria e la sua nessuna fedeltà alle date promesse, appena seppe che Milano stava combattendo, insorse tosto, ordinò la guardia civica, inviò trecento armati a Milano, ed assediò la caserma di sant’Agostino, dove erano 800 Croati. L’arciduca Sigismondo, che ivi comandava, diede la sua parola che non sarebbe partito; ma la violò e fuggì abbandonando vilmente le truppe. Intanto a Bergamo si continua ad ordinare la guardia civica nelle città e nelle vallate, e si preparano le difese ai monti, onde intercettare agli Austriaci la via del Tonale. Molti volontarj sono partiti per Crema, altri si dispongono a formar parte dell’esercito mobile: la linea che si distende fino a Chiari, Soncino ed Antignate è sorvegliata da molti che spiano i moti delle orde nemiche. Maggior previdenza, maggior sollecitudine non poteva usarsi, poichè, mentre Milano appena liberata stava in forse dei moti dell’esercito nemico, ecco Bergamo che volontario difensore vegliava già alla nostra sicurezza. Noi, tre mesi fa, avevamo fatto feste ai Bergamaschi, destinando loro il ritratto d’uno dei più grandi loro scienziati e cittadini, il Mascheroni, ed essi ora hanno voluto farci risovvenire che non sanno trattare le sole arti della pace, e e che si conservano pur sempre degni discendenti del Colleoni. Ma se nel cinquecento Bergamo fu valida difesa dello Stato a cui era unito, or si unisce a noi con ben altra eguaglianza di diritti, e perciò con ben più spontaneo accorrere d’armi e d’armati.A Lecco, gli abitanti insorsero, disarmarono 200 Austriaci, e senza alcun indugio accorsero essi pure a Milano. Giunti a Monza, inoltratisi fino alla Piazza del Seminario, trovaronsi a fronte un battaglione del reggimento Geppert, italiano, che erasi formato in quadrato: chiesero di parlamentare, non ebber risposta, e scambiarono vivamente il fuoco per ben tre volte. Ma la truppa era scontenta di trovarsi incontro a’ suoi fratelli; ed il Maggiore che la comandava, essendosene accorto, credette miglior consiglio ritirarsi nel Seminario. Allora gli Italiani deposero le armi, ed i nostri, munitisi di esse, raccolti con loro molti Brianzoli, accorsero a Milano, e qui forzarono la Porta Comasina, dopo una lunga lotta, e si sparsero per la città a combattere l’ultima resistenza del nemico. Il Comitato eretto in Bergamo non si stancava intanto di mandare staffette a Como ed altrove, esploratori, eccitatori all’insurrezione, talchè l’attività di quel Comitato ed il valore dei combattenti di Lecco valse a noi più che una armata all’inimico. Il contado di Varese insorse pure ben presto, e potè riunire una bella colonna d’armati fra abitanti di Varese e volontari della riviera di Piemonte, i quali sono tutti occupati dalla nostra amministrazione di guerra. L’impeto, la risolutezza distinsero quei di Lecco e di Varese, come la previdenza, l’ordine e la celerità distinsero i Bergamaschi.A Como invece fu, si può dire, un assedio regolare alle Caserme, condotto quasi colla più esperimentata scienza militare; dopo la vittoria fu un subito ordinarsi come d’antichi soldati e non d’uomini nuovi alla guerra. Il giorno 18 stesso, appena si seppe l’insurrezione di Milano, i Comaschi andarono in armi al Municipio, chiesero la Guardia civica, l’ottennero e la notificarono ai soldati. Il colonnello comandante al presidio dichiarò che non vi avrebbe posto alcun ostacolo, finchènon si fosse fatto violenza a’ suoi. La guardia si ordinò, prese la polveriera, e nella domenica durò quell’accordo, leale da parte de’ cittadini, slealissimo da parte de’ capi militari, i quali, quando le notizie di Milano fossero state loro favorevoli, si disponevano ad incrudelire con atroce vendetta, come ne facevan fede le violenti minacce. Ma, visto come Milano teneva fermo, visto che molti civici partivano a dar soccorso all’assediata capitale, incominciarono al lunedì a far fuoco dalla maggior caserma esterna detta di san Francesco, ed uscirono contemporaneamente dalla caserma interna detta Erba. Respinti dall’uno e dall’altro posto dalle fucilate de’ nostri, si ritirarono nelle caserme e furono tosto assediati. Sorsero per ogni dove le barricate; quelle che stringevano la caserma Erba erano formidabili per varj cannoncini tolti alle ville del lago da tutti i cittadini accorsi a Como al suono delle campane a stormo. Varj carabinieri Svizzeri volontarj avevano pure valicato il confine, ed erano appostati alla caserma Erba, che, visto quelli apparecchi e quelli uomini, dovette capitolare. Così si arrese questa Caserma, e dopo lunga resistenza furono pure costretti a cedere e deporre le armi e a darsi prigionieri quei della caserma san Francesco, battuti di fronte dai cannoncini e dalle fucilate delle mura, circondati dalla colonna che, prima avviatasi a Milano, era pure retrocessa, e minacciati dal fuoco appiccato ad arte in una vicina chiesa. Per tal modo si fecero 1200 prigionieri, si tolsero loro altrettante armi e ventiquattro cavalli, si ebbe una ricca preda di munizioni e di polvere. Il giovedì fu davvero consolante come con quelle armi in poco più di 6 ore si ordinasse un bel reggimento di mila e duecento volontari che, capitanati dal generale Arcioni, e provvisti di munizioni da guerra e da due cannoni, si incamminarono a Milano in ordine compatto con tutte le cauteledell’arte, coll’ardore e colla gioja, sicuri della vittoria ed anelanti a gloria maggiore. Chi asserisce che noi siamo capaci di coraggio individuale ma non di risoluzioni concertate, osservi quella colonna che s’avanza incontro al nemico, e si persuada che quell’ordine è possibile anche in esercito più numeroso; poichè l’Italiano è riluttante alla disciplina che ammorza lo spirito non a quella che lo asseconda. Intanto il Municipio, interprete del voto popolare, si unisce anch’esso al Governo di Milano, e dimanda a tutte le provincie lombarde in compenso dei suoi sacrificj non altro che libertà e vittoria.A Brescia pure fuvvi prima l’accordo col generale Schwarzenberg che acconsentì la Guardia Civica fino dalla domenica, poi il martedì cedette egli stesso 800 fucili perchè la guardia fosse armata, e più tardi tentò la lotta; ma scoraggiato ben presto venne a patti, e il mercoledì sgombrò Brescia, la quale aderì al governo centrale spontaneamente colle parole più calde d’ammirazione e di gratitudine per la nostra vittoria.A Cremona i patti, pur stipulati cogli ufficiali Austriaci, non furono violati. Quel presidio, composto quasi tutto d’Italiani, si affratellò ben presto coi cittadini, ed il generale Schönhals dovette ritirarsi cogli altri. Si avvicinava a quella che il generale Radetzky chiama così facetamente base delle sue operazioni militari, quando non lungi da Orsinovi, inseguito dagli insorti dovette arrendersi e darsi prigioniero, egli, i suoi ufficiali ed i suoi soldati.A Lodi l’occupazione austriaca durò maggior tempo, perchè ivi erasi riparato il generale Radetzky. Ora però la città è sgombra, e concorre anch’essa all’unione lombarda.Più varie, più sanguinose sono le vicende di Crema, dove al Comitato provvisorio succedette una secondaoccupazione austriaca e il passaggio delle truppe fuggiasche. Anche i Cremaschi ebbero e vittime e prigionieri, e la crudele dimora degli Austriaci durò più giorni. Ora però si sono ritirati, sfiniti d’ogni forza, incapaci quasi a servire, e costretti a fermarsi ogni tratto sulla strada, piuttosto invalidi che soldati.A Pavia gli Austriaci si ritirarono spontaneamente, e un Governo provvisorio sta pure per consolidarsi in quella città.All’insorta e libera Valtellina si ordina in ogni paese la Guardia Civica: molti vegliano al passo dello Stelvio, dove fu tagliata la strada: molti altri montanari si avviano al piano in difesa dei luoghi più infestati dal nemico.Il nostro trionfo è dunque generale, la rapida concentrazione di tutti i municipj ci fa sperare che lo spirito di isolamento, rattenuto finora in ogni parte con tanta saggezza, non vorrà rinnovarsi mai più, e che s’intenderanno i beneficj dell’unione, alla quale dal nostro lato noi vogliamo concorrere con ogni mezzo, coll’abnegazione di noi stessi, se vi fosse bisogno. Queste, che noi facciamo, non sono vaghe promesse, nè parole architettate ad arte: il Governo Provvisorio ha già disposto perchè tutte le provincie siano rappresentate nella cosa pubblica, anche prima che il voto comune dia un libero campo a tutte le città di far valere i propri diritti e di vegliare ai loro interessi. Oh! questo nome di fratelli non sia una parola ripetuta per abitudine, un desiderio onesto ma impotente! chi vuole ottenere una cosa ottima non deve lasciarsela sfuggire, mentre lo può. Tutto in quest’unico momento è disposto onde ottenere la sospirata fratellanza; e noi l’avremo; ce l’assicura la bella condotta di tutte le nostre provincie.XV.ILTE DEUMPER LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI(Dalla Gazzetta officialeIl 22 Marzo.)Sublime e commovente spettacolo presentava questa mattina la nostra cattedrale. La città intera recavasi per invito del Governo provvisorio a ringraziare Iddio della miracolosa liberazione ottenuta, e l’Inno Ambrosiano echeggiava armonioso sotto le vôlte del tempio, ripetuto con fremito di allegrezza da tutti i cuori. Era questa la prima volta, in cui il canto di grazie, non più prezzolato nè ipocrita, saliva al cielo colle più ardenti aspirazioni dell’anima, verace interprete dei voti e della fede di tutto un popolo. L’altare, addobato a festa colle insegne nazionali, annunziava il santo connubio della Religione e della patria, già iniziatore dell’italiana redenzione e promessa di futura grandezza all’Italia. Un senso profondo di venerazione, di amore e di dolcezza partiva da quello e diffondevasi nella moltitudine, commossa ancora e ammirata del recente prodigio. I cuori si gonfiavano e palpitavano; gli occhi si bagnavano di lagrime: in tutti era un tripudio, un entusiasmo, che aveva quasi del delirio. Dopo tre secoli e mezzo di servitù, Milano si sentiva finalmente libera e grande, e poteva pregar Dio colla coscienza della propria dignità. Qual potenza d’affetti doveva essere in quella preghiera!La cerimonia ebbe luogo alle undici del mattino. I membri del Governo provvisorio e dei diversi Comitati partirono dal Palazzo del Marino, sfilando accompagnati dalle Guardie civiche. Modesti nel tripudio,come forti nella lotta, niun segno d’insolito apparato ne distingueva il corteo: una sciarpa tricolore indicava in loro colla gioja il sentimento tutto italiano. E la festa non era municipale, era italiana, come italiana fu la pugna che abbiamo combattuto. Un fascio di bandiere tricolori li precedeva, e il saluto, e gli evviva e le grida di tutta la popolazione accorsa sul cammino li accompagnarono fino all’ingresso del Duomo. Qui l’allegrezza si trasfuse in un senso universale d’adorazione; la moltitudine stipata ascoltò con religioso raccoglimento la messa solenne celebrata dall’Arcivescovo, e accompagnò col cuore i concenti, che dall’altare salivano tripudianti al Dio datore d’ogni libertà. Nuovo e maraviglioso spettacolo quel vincolo misterioso che in quel punto confondeva quasi il cielo colla terra, e rinverginava in tutti la fede coll’aspetto d’una provvidenza redentrice delle nazioni.Terminato l’inno, e benedetto il popolo dall’Arcivescovo, il corteo sfilò di bel nuovo uscendo preceduto dalle bandiere, e, dopo aver fatto il giro della piazza, s’avviò al Palazzo Marino. Fu allora che la gioja, non più compressa dalla venerazione, scoppiò in gridi entusiastici, in applausi, in lagrime, in abbracciamenti. Era un susulto, un fremito indescrivibile. L’aspetto della Guardia civica, militarmente schierata, che sfilava sotto i balconi del palazzo, accrebbe ancor più la comune esultanza. Quella gioventù bellicosa, che marciava sotto l’armi in bell’ordinanza, a guise di truppe già esperte, quel contegno animoso e tripudiante, quelle bandiere sventolanti, quell’insolito suono di tamburi, eccitavano, esaltavano la moltitudine. Gli eroi delle barricate eransi già trasformati in esercito di soldati, forte di parecchie migliaia, e il popolo salutava in loro i prodi suoi difensori. Il grido di «viva l’Italia!» suonava su tutte le bocche; la concordia e l’amore eranoin tutti i cuori. Non mai festa nazionale fu più bella e più grande di questa.E alla festa, comechè compiuta nel giubilo, non mancò la pietà. Il cittadino Angelo Grassi-Marliani aprì sulla piazza del Duomo, appena terminata la cerimonia, una colletta pei feriti. In pochi minuti egli raccolse dagli astanti parecchie centinaia di lire, che andranno a sollievo dei martiri della nostra rivoluzione. Così Milano, anche nei suoi giorni più lieti, mostra sempre accoppiato il vanto della carità a quello dell’eroismo, alleanza di virtù, che le assicurano la futura grandezza.Sulla maggior porta del Tempio leggevasi l’iscrizione seguente:A DIO SIGNORECHE NE’ GIORNI DELLE SUE GIUSTIZIESUSCITA I DEBOLI OPPRESSII VIOLENTI CONFONDE E DISPERDEIL POPOLO MILANESEESCITO NEL BRACCIO DI LUI VITTORIOSODALLA MIRACOLOSA PUGNADE’ GIORNI XVIII XIX XX XXI XXII MARZOTERMINE ALLA SUA LUNGA SERVITU’PRELUDIO ALL’AFFRANCAMENTODI TUTTA ITALIAINTUONA CO’ SUOI MAGISTRATIIL CANTICO DELLE GRAZIEIntanto che nel Duomo cantavasi ilTe Deumin rendimento di grazie a Dio per la cacciata degli Austriaci da Milano, gli Israeliti radunati nel loro Oratorio cantavano nell’istess’ora l’Inno di grazie, susseguito da un apposito discorso di circostanza.XVI.LE POMPE FUNEBRI PEI MARTIRI DELLA PATRIA.(Dalla stessa Gazzetta Officiale il 22 Marzo).L’augusta e pietosa solennità del giorno 6 aprile, in cui abbiamo chiamato la Religione a propiziare il Dio delle misericordie per le vittime della nostra redenzione politica, lascerà per molto tempo un’impressione profonda. Quel rito funebre era comandato dalla patria pei figli della patria, ed ogni cittadino vi era associato come a domestico lutto. Una voluttà amara invogliava al pianto; ma quel pianto era insieme tributo di pietà, di amore e di riconoscenza. Ciascuno ripensava seco stesso e i forti che erano caduti per romperci le catene, e i superstiti alle generose vittime quivi presenti, nei quali la gioja della patria salvata veniva così dolorosamente in contrasto colle memorie domestiche, coi cari effetti di parentela e di amicizia, e la Religione finalmente, suprema consolatrice degli uomini, che santifica il dolore deposto a’ piè de’ suoi altari.Secondo il programma, antecedentemente pubblicato per cura del Governo[50], alle dieci antimer. movevano alla Cattedrale i molti e varj capi rappresentanti della milanese cittadinanza, preceduti ciascuno dalla bandiera tricolore velata in gramaglia. Il Governo provvisorio, seguito dai consoli e dagli inviati esteri, prese posto nel presbiterio, e quindi lungo la navata maggioretutti gli altri ordini in ragione della loro importanza. Monsignor Arcivescovo pontificò il rito funebre, e, finita la Messa, versò le acque lustrali intorno al feretro. Il signor Merini, prevosto di San Francesco da Paola, disse dal pulpito la commemorazione pei cari defunti, a cui era consacrata l’espiatoria cerimonia. La vasta Cattedrale parata a luto con parca, ma appropriata magnificenza, sfolgoreggiava di lumi, di bandiere, di iscrizioni recanti i nomi degli estinti: numero non grave se pensiamo alla grandezza del trionfo ottenuto, gravissimo se ci ricordiamo che ci erano fratelli, ancor più caramente diletti adesso che per loro mercede riposiamo tranquilli sui nostri redenti focolari. La piazza del Duomo rispondeva all’apparato interno del tempio; tutta quanta ornata nei veroni e nelle finestre di sandali e di emblemi di lutto, recante nel suo mezzo il trofeo funebre innalzato alla memoria dei prodi estinti, stipata, gremita, al par delle vie adiacenti, da una folla innumerevole di cittadini, sui volti de’ quali potevi leggere meraviglia insieme e commozione. Reduce dalla solenne pompa, il Governo rientrò nella sua sede al Marino, e dal maggior balcone fu testimonio della concorde riverenza, onde i concittadini di lui circondano quel suo mandato penoso, ma al tempo stesso santissimo, ch’egli si è tolto di condurre a nobile meta i destini della patria. Numerosi applausi scoppiarono dalla affollata moltitudine, fatta ancor più lieta dalla voce del presidente Casati, che con poche e solenni parole si lodò del nostro contegno, affermando come da esso principalmente il Governo Provvisorio pigli sempre maggior lena in sobbarcarsi al grave incarico della cosa pubblica.E nella Gazzetta di Milano del signor Lambertini, che prima inviava all’estero la descrizione di questa commoventissima festa, così si legge intorno all’apparato esterno:Erano le ore 10 antimeridiane che già stretta di folla ogni contrada che alla Cattedrale conduce, obbligava i sopravvenienti a rallentar il passo ed a far forza per riescire alla meta. Alzando gli occhi al Cielo vedeasi a lato della Vergine che s’erge al sommo della guglia del nostro Duomo sventolare il vessillo tricolore, piantatovi fin dal 20 marzo, e vedeasi lasciar pendere un lembo di velo bruno che indicava la tristezza dell’animo cittadino pei martiri delle famose cinque giornate, e l’atto di espiazione che al Sacro Tempio tutti volgevano ad implorare da uno stesso amor nazionale desiosamente sospinti. Così per quelle principali vie tutt’addobbati i balconi e quasi ogni pertugio, di gramaglia, o di neri tappeti a frangia argentea arricchiti, e padiglioni, e appositi detti, e segnali corrispondenti alla suntuosa lugubre funzione vedeansi profusi. Tutt’intorno alla piazza del Duomo era simile e ricco l’apparato, e in mezzo, piantata sopra ampio piedestallo, sorgeva un’altissima lancia lombarda colla tricolore bandiera, pur essa di lutto insignita, sorretta quella lancia come da un rialzo, cui ai quattro angoli stavano corrispondenti statuette e sopra di esse vasi portanti arbusti di funereo cipresso. Alle quattro facciate di così tal, direbbesi, improvvisato obelisco leggevansi le seguenti inscrizioni:PIO SOLENNE VOTODI ETERNA RICORDANZAAI PRODI TRAPASSATI COMMILITONICHE A LIBERAZIONEDELLA SCHERNITA ED OPPRESSA ITALIASORRIDEVANOBOCCHEGGIANTI SOVRA SANGUINOSE MACERIEAL CARO PENSIERODELLA RISCATTATA PATRIA.QUIALL’ALBERO GLORIOSO DELLA FRATELLANZA E DELLA PACEVERSIAMO TUTTICOLLA LACRIMA DEL LUTTO LARGHE OBLAZIONIA DEVOTO SUFFRAGIODE’ NOSTRI CONCITTADINICHENEL TERRIBILE CONFLITTO ITALICOMORENDOIMPRESSERO COL PROPRIO SANGUELO STEMMADELLA PORTENTOSA MILANESE VITTORIAMDCCCXLVIII.OH IL CARO SPETTACOLO DI UNA SANTA COMMOZIONE!TREGUA AL PIANTOVEDOVATE SPOSE E DESOLATE MADRICHE A GRAMAGLIA VESTITEASSISTETE AL SACRO RITO FUNEBREIDDIOVOLLE CON SÈ GLORIOSIQUE’ CARI VOSTRICHE SPENTI PEL SOCIALE COMUNE PROSPERAMENTODELLA RIGENERATA ITALIAVIVRANNO IMMORTALINELLE VENTURE GENERAZIONI.OGNUNO SI TACCIAE DALLE TENEBROSE TOMBEDEI TRUCIDATI NOSTRI FRATELLIODAIL CELESTE COMANDO DEL RELIGIOSO SOVVENIMENTOAD ESSI DOVUTOCHE VITTIME DI GUERRA INTESTINAVOLLERONOI SALVI DALL’OPPRESSIONEDELLO STRANIERO ABBOMINATO DOMINIO.Larga corona intorno a quel rialzo vi faceva la Guardia Civica in bellissimo aspetto, ed in mirabilissimo ordine, come mirabile oltre ogni dire era l’ordine mantenuto dalla calca del popolo. Volgendo lo sguardo al Duomo, tutto gremito vedeasi ad ogni marmoreo parapetto di affollata gente, spettacolo nuovo senza dubbio per noi; ed abbassando l’occhio sulla Porta del Sacro Tempio leggevasi su gran cartello sovraornato da un’urna coperta da strato tricolore e negro velo:☧AI MARTIRI DELLA PATRIACHE NELLE V GIORNATE DI MARZOL’ITALICO RISCATTO SUGGELLARONOCOL SANGUESEME FECONDO DI FAMIGLIE NOVELLEDEVOTE A TUTTI I GRANDI PENSIERIA TUTTE L’OPERE GENEROSEIL POPOLO MILANESEPREGA LA REQUIE ETERNAED OFFRENDO AL SIGNOREL’IMMACOLATA LORO GLORIAIMPLORACHE IL MAGNANIMO SACRIFICIOSALVI ITALIA TUTTA.Entrando nel tempio, aperte le ampie cortine di nero drappo frangiato d’argento con sovrapposto velo, era di tristezza, d’amore, di riconoscenza, di voti sinceri innalzati a Dio per quelle anime benedette e generose ogni cuore commosso, perchè con affetto insolito mirava quelle imponenti colonne, a neri tappeti e argento addobbate, portar ciascuna uno stemma a guisa di scudo,chiuso da corona d’alloro e attraversato da negro velo, con impressi i nomi, parte a parte distribuiti, de’ valorosi che caddero per la gloria del paese, per la vittoria nazionale alla quale ardentemente agognavano. Le faci risplendevano perchè legger si potessero, e rimaner potessero nell’animo nostro scolpiti.Fra gl’intercolunnii pendevano le tricolori bandiere attraversate esse pure da un velo, e l’occhio guidato lungo quell’ampio accesso al funereo monumento, che s’ergeva prossimo all’altar maggiore, restava meraviglioso e attonito di quella grandiosità che le parole nostre non saprebbero esprimere.Quel funebre catafalco che s’alzava a piramide tutto a lutto coperto, ornato di alti fusti orditi a cipresso sui quattro angoli e con elmi, emblemi, e scudi, e allori, e bandiere intrecciate da bruno velo, portava alle quattro facce le seguenti epigrafi:Nella faccia verso la porta della Metropolitana.SALVETEO MARTIRI GLORIOSIDELL’ITALICO RISORGIMENTOCADUTI NELL’EROICA PUGNAO SGOZZATI A TRADIMENTO DAL BARBARONELL’IRA DELLA FUGASALVETEIN NOME DI QUESTA CITTA’PER VOI SCAMPATA ALL’ESTREMO ECCIDIOIN NOME D’ITALIAPER VOI SUSCITATA ALL’ENERGIA DELL’OPEREIN NOME DI TUTTO IL MONDO CIVILECHE VI BENEDICE E V’AMMIRA.Nella faccia verso l’Altar Maggiore.DIO GIUSTO E CLEMENTEACCOGLI NELL’ETERNA TUA LUCEL’ANIME DI QUESTI NOSTRI FRATELLICHE O INERMI CADDEROALLA CIECA PERCOSSA DE’ BARBARIO SOLDATI NELLA GRAN BATTAGLIADEL DIRITTO CONTRO LA FORZAMORIRONO COMBATTENDO:TU FA CHE IL LORO SANGUE ESPIATORELAVI LE COLPE ANTICHE:TU FA CHE LE ANTICHE GENTISTRINGANSI INTORNO AL TUO VICARIOIN AMPLESSO D’AMORE INDISSOLUBILE.Al lato destro.ANIMOSE DONNENEL VOSTRO CUORE DI MADRINELL’ESEMPIO DELLE VOSTRE SORELLECHE POSERO PER LA PATRIA LA VITAVOI TROVERETE IL CORAGGIODELLE FORTI VIRTU’ CITTADINE:EMULATRICI DELLE SICILIANEVOI CANCELLERETE TRE SECOLIDI CODARDA MOLLEZZAE RITEMPRATE A SEVERI DOLORIA GIOJE SEVEREVI FARETE DEGNE COMPAGNE D’UOMINI LIBERI.Al lato sinistro.MARTIRI PRECOCIDI QUELLA CAUSA INDEFETTIBILECHE AL PIÈ DEI PATIBOLIE NELLE CUPE SEGRETERIFORNI’ PER SI’ GRAN TEMPOLA COMPIANTA SCHIERA DE’ SUOI SEGUACINOBILI VITTIMEDI SPILBERGA E DI COSENZAVOI NON AVETE SPERATO INDARNONON AVETE INDARNO PATITOIL TRIONFO DI QUESTI LOMBARDIASSOLVE LA SUBLIME VOSTRA FOLLIALA PATRIA LORO È PUR VOSTRA.Sulla Bandiera a destra:IGNOTI DEL NOME NON DEL CUORENEGATI ALLE PIETOSE CURE DEL MEMORE AFFETTODAI FEROCI OLTRAGGI DE’ BARBARII PIU’ DI VOI L’INSEGNARONOQUANTA È VIRTU’ IN QUELLA TURBA INNOMINATACHE PORTA PIU’ GRAVE IL FASCIODI TUTTE LE UMANE CORRUTTELE E MISERIE.Sulla bandiera a sinistra:PARGOLETTI INNOCENTIMARTIRI DELLA PATRIAIGNARI ANCORADEL SUO NOME DOLCISSIMOIL VOSTRO SANGUELAVACRO ALLA NOSTRA VITTORIAÈ PEI BARBARI MACCHIA NON CANCELLABILE.MORTInelle cinque gloriose giornate per la liberazione di Milanonoti fino al 4 d’Aprile; oltre questi vi sono altre cento vittime finora sconosciute, tra cui donne e bambini.Alberti Giuseppe.Anfossi Augusto.Annovazzi Felice.Arosio Giuseppe.Baj Maria.Bandirali Giuseppe.Bardelli Desolina.Bari Francesco.Barioli Rosa.Barzanò Tomaso.Battioli Giuseppe.Beltrami Giovanni.Benzi Bernardo.Beretta Alessandro.Bernacco Gennaro.Bernasconi, falegname,Bernasconi Innocente.Bertoglio Giuseppe.Bertoglio Giosuè.Bertolio Giacomo.Bertolotti Luigi.Besesti Giuseppe.Besozzi Francesco.Bianchi Angelo.Bianciardi Alessandro.Bolotti Giuseppa.Bombaglio Carlo.Bona Angelo.Bonella Felice.Bontempelli Gaetano.Borella Giuseppe.Boselli Antonio.Bosisio Domenico.Brenzia N.Broggi Giuseppe.Brunetti Roberto.Buontempelli Gio. Batt.Bussolari Geminiano.Caccia Giacomo.Cagnoni Francesco.Cagnoni Teresa.Caimi Giuseppe.Calderara Gabriele.Calini Amanzio.Campati.Candiani Maria.Cantaluppi Maria.Capella.Carati PaoJo.Cardani Giuseppe.Carones Carlo.Casati Apollonia.Casati Michele.Castelli Angelo.Castelli Ferdinando.Castiglioni Dionigi.Cattaneo Camilla.Cazzamini Andrea.Chiambranni Giuseppe.Chiambranni Rosa.Chiapponi Luigi.Colombo Clelia.Colombo Paolo.Comi, speziale in Saronno.Comolli Francesco.Confalonieri Carlo.Confalonieri Giuseppe.Consonni Giovanni.Corbella Francesco.Crenna Andrea.Crespi Antonio.De Ceppi Carlo.De Giovanni Giuseppe.Delmati Gaetano.De Martini Benedetto.Dubini Cesare.Fasanotti Giuseppe.Felicetti.Ferrari Leonardo.Ferrario Leopoldo.Filghera Giuseppe.Filippini Giuseppe.Folcia Mauro.Fossati Carolina.Fossati Giuseppe.Fossati Giuseppe, stalliere.Francisco Camillo.Franzetti Giuseppe.Frontini Angelo.Galleani Giovanni.Gaj Camillo.Gaj Gaetano.Gaj Giuseppe.Galimberti Felice.Galli.Galloni Teresa.Gatti Francesco.Gianotti Francesco.Gilardi Giuseppe.Grandi Francesco.Grugni Teresa.Kling Giovanni.Lambruschini Filippo.Larghesi Apollonia.Lattuada Carlo.Lazzarini Antonio, sacerd.Locarna Gio. Batt.Lomazzi Luigi.Locatelli Luigia.Locatelli Stefano.Longoni Pietro.Magni Carlo.Magni Giovanni.Magnini Giuseppe.Magnoni Cesare.Malnati Domenico.Manfredi Angelo.Marchesi Camillo.Mari Giuseppe.Martignoni Francesco.Martignoni Pasquale.Mascagni, dottore in med.Mauri Gio. Batt.Mazzi Giuseppe.Mazzola Andrea.Mercantini Domenico.Minetti Gaetano.Migliavacca Francesco.Migliavacca Isidoro.Miglio Enrico.Misdaris Celestino.Mognoni N. sarto.Mognoni Cesare.Moll Maria.Mollini Amadeo.Monti Claudio.Monti Luigi.Moraja Paolo.Motta Angelo.Motti Maria.Mussatti Angelo.Muselli Giuseppe.Nardi Luigi.Nicolini Camillo.Orlandi Defendente.Orio Marietta.Orrigoni Angelo.Ottolini Cesare.Paganetti Girolamo.Pajarino Giovanni.Pariani Marianna.Parigini Rosa.Pasquè Pasquale.Pecoroni Antonia.Pedotti Giuseppe.Perelli Giacomo.Perelli Rocco Giacomo.Perinolli Pietro.Perotti Angelo.Perotti Gio. Antonio.Piccaluga Pietro.Picozzi Alessandro.Picozzi Giuseppe.Pilati Girolamo.Pirazzi Giuseppe.Polletti Carlo.Pomè Antonio.Poretti Gio. Antonio.Porro Luigi.Prada Maurizio.Pozzi Giovanni.Radice Natale.Rainoldi Gaetano.Rainoldi Pietro.Ratti Apollonia.Rebolini Ferdinando.Ricotti Antonio.Rigamonti Annibale.Rigo N.Rocco Giacomo.Romanino N.Roncalli Francesco.Ronzoni Giovanni.Ronzoni Giuseppe.Ronzoni Maria.Rovelli Giuseppe.Rovida Pietro.Sacchi Antonio.Sala Caterina.Saldarini N.Sanvitori Giuseppe.Saronico Gilardo o GerardoScotti Marianna o Maria.Segale Carlo.Serimolli Pietro, studente.Silvestri Luigi.Stelzi Luigi.Tamborini Luigi.Tarditti Filippo.Tavazzani N.Tenca Gio. Batt.Tornaghi Enea.Trivaldi Carlo.Usman Caterina.Valentini Alessandro.Valtolina Gio. Battista.Vanotti Francesco.Velati Pietro.Venegoni Giuditta.Verga Francesco.Vigo Agnese.Villa Giacomo.Vismara Felice.Volontieri Giovanni.Zabadini Giulio.Zanaboni Ettore.Zavatteri N.Zopis Maria.In tutto N. 218.Ignoti notificati dall’Ospitale Maggiore, 47 maschi e 5 femmine.Ignoti notificati dall’Ufficio Sanitario, 19 maschi.3 abbruciati all’Ufficio del Dazio di Porta Comasina.2 maschi ritrovati in un giardino presso l’Ospedale di Sant’Ambrogio.CENNI NECROLOGICIDI ALCUNIMARTIRI DELLA PATRIA.Anfossi Augusto[51].Nacque in Nizza nel 1812; ne andò esule nel 1831, reo dell’amare immensamente, sinceramente la patria, il popolo, la libertà: passò in Francia, e di colà, dove allora era un gran ciarlare ed un far pochissimo, impaziente dell’ozio e di quel vano arrabattarsi che è peggio dell’ozio, si trasmutò in Egitto, ove di quei giorni poco si parlava e si faceva molto; militò negli eserciti di Ibraim Bascià, e ne uscì colonnello. Ridottosi alle Smirne, vi aprì una casa di commercio, che in pochi anni crebbe a maravigliosa prosperità; ed ivi, lieto del clima dolcissimo e delle memorie omeriche, avrebbe forse chiuso i suoi giorni, se nol venivano a suscitare i recenti casi d’Italia. Perspicace dell’ingegno, quanto era forte del braccio, s’accorse subito che un moto italiano, benedetto, anzi iniziato dal Pontefice, non poteva venir meno, e quindi si diede a secondarlo coll’energia del pensiero e del cuore. Tornato in Italia, alla grand’operadell’italico riscatto offrì la persona e le sostanze, dichiarandosi disposto ad assoldar volontarj a proprie spese; e si mise in comunicazione con tutti quei generosi che nel Piemonte, nella Liguria e nella Lombardia aspettavano il momento d’insorgere. In questa città nostra capitò pochi dì prima del cominciamento del nostro gran dramma, e subito ebbe a sè i cuori di tutti ed in particolare de’ giovani pel suo piglio franco e militarmente severo, per la sua energica parola, e pel calore dell’anima. Come appena fu deciso che noi dovevamo conquistar coll’armi la nostra libertà, egli offrì i suoi servigi che vennero con riconoscenza accettati. Destinato ad organizzare la guardia civica, e quindi a comandar tutte le forze attive della nostra rivoluzione, diè tali saggi di capacità, di coraggio, di nobile dignità, che lo fecero conoscer tosto e riverire da tutti. Nessuno nei giorni dell’eroica nostra lotta mostrò maggiore attività di lui; egli era da per tutto a consigliare, ad operare, ad erigere barricate, a confortar cittadini, a preparar mezzi di difesa, a studiar posizioni, ora capitano ed ora soldato, ora meccanico, ora strategico, sempre esempio chiarissimo del più fervente patriottismo. E da lui s’inspirava, ed a vicenda eragli inspiratore Giuseppe Torelli, datogli ad ajutante; anime degne d’intendersi, intelletti degni d’associarsi alla difesa di questa carissima patria. Altri narreranno i fatti particolari di lui: qui ci basta riferire come dagli altri di Porta Nuova, monumento della sconfitta del Barbarossa, respingesse un drappello di granatieri ed un cannone, e vi piantasse, baciandola, la bandiera tricolore, e come nell’assalto del locale del Genio, appuntato un cannoncino alla porta principale di esso, nell’atto che la sfondava, fosse colpito in fronte da una palla di moschetto. Morì come Epaminonda, lieto della vittoria de’ suoi: morì invocando Dio e la patria.Borgazzi Girolamo.Il giorno 7 dello scorso aprile nella chiesa parrocchiale della Fontana fuori di Porta Comasina mi trovai presente alle pompe funebri che si celebravano in suffragio di questo martire della Rivoluzione, passai quindi coll’eletta compagnia delle guardie civiche de’ CC. SS., delle guardie civiche a cavallo condotte da Antonio Litta, con alcuni rappresentanti della Strada ferrata Lombardo-Veneta con due numerose bande e con innumerevole popolo al cimitero, furono tumulate le onorate spoglie del Borgazzi, ivi assistetti alle seguenti commoventissime parole lette dal sig. Direttore Grassi.«Dirò brevi parole per onorare la memoria del valoroso Borgazzi, che con pietoso consiglio meco qui accompagnaste alla terra dell’eterno riposo. Severo e nobile però sia il nostro dolore per questa vittima della tirannide, e anzichè a lagrime imbelli, esso ci commova a magnanimo esaltamento, rammentando in lui un generoso immolatosi alla salvezza della cara patria. Fu egli che oltre a prodezze molte e svariate fra i primissimi tolse le porte della città al nemico, e l’eletta schiera condusse de’ fratelli di Lecco e della Comasina per dare l’ultimo crollo alla pertinace prepotenza del barbaro duce, che da noi già vinto anelava pure a vendette maggiori, e se possibile più nefande!«Mi è di conforto pertanto, nella piena del dolore che m’invade nel perduto amico, di avervi qui raccolti, e che mi concediate di parlarvi di lui, dolce essendo la rimembranza dei cittadini eroici, che devoti fin dalla prima età al culto di una grande idea, quella della patria indipendenza, ne procacciarono col loro sangue il trionfo. E l’interesse della patria comune richiede che di un sospiro e di una lagrima venga onorato il lorosagrificio! una lagrima adunque ed un sospiro per la eroica salma del Borgazzi!«Dai lievissimi cenni che vengo a toccarvi della sua ahi! troppo breve vita, vedrete essere egli stato sempre fra i non pochi che luminosamente concorsero alle grandi gesta che segnarono l’epoca del terzo e del più glorioso risorgimento d’Italia.«Borgazzi nacque in Milano nel 1808 da nobile ed onorata famiglia. Le prime idee alle quali informossi l’animo suo furono che la distinzione suprema dell’uomo consiste nella moralità e nella intelligenza. L’educazione sua fu liberale, e inspiratrice di nobili sentimenti. Terminati gli studj di ginnasio e liceo, e trovatosi compresso ed infelice sotto un governo pel quale i sentimenti generosi e la rettitudine di carattere erano sì spesso insormontabili ostacoli all’avanzamento dell’italiana gioventù in qualunque pubblica carriera, si determinò nel 1829 di recarsi in Francia. Ma ivi soffrì dopo la rivoluzione del luglio crudeli disinganni. Le nobili speranze concette pel risorgimento delle nazionalità europee e specialmente dell’italiana e della polacca gli vennero annientate, non già dalla nazione francese, ma da quel governo.«Accortosi il Borgazzi che non era a sperarvi nessun appoggio, e tentata invano con altri pochi valorosi la spedizione di Savoja nel 1833, stette alcun tempo in Francia in ansiosa aspettativa di tempi migliori, a ciò lusingato dalla conservatasi riunione degli emigrati italiani, che per ordine del ministero dovevano organizzarsi in legione a Mont-Brison. Si aggregò diffatti al primo battaglione di essa, e sospirava al momento di entrare in Italia, come a quelli illustri giovani si lasciava credere. Ma Luigi Filippo voleva ben diversamente diretti quei prodi a Tolone, ed imbarcati con ordini suggellati, quando giunsero in alto mare, traditi tutti nelleloro più care speranze, videro volgersi all’Algeria le prore delle navi! L’amico di Metternich rapiva quelle anime generose all’Italia; e traditore ed egoista se ne giovava per sè sulle ardenti sabbie dell’Africa.«Per tre anni dal 1833 al 1836 servì dunque il Borgazzi con distinto onore nella legione straniera, e fra le continue zuffe ed i più ardui disagi a quella malaugurata legione riservati ottenne avanzamento, ed arrivò al grado di sergente-maggiore.«Poi fu mandato colla sua legione in Ispagna in soccorso della regina Isabella II. Ivi nella più fortunosa guerra acquistò col suo valore e con due gravi ferite nuovi gradi onorevoli, prima di sotto-tenente e poi di tenente, infine venne insignito delle due decorazioni di Isabella II e della Civica.«Per non prender parte all’anarchia che invadeva il governo e l’armata dell’infelice Spagna, si disciolse nel 1843 dal servizio, abbandonando la propria legione presso che distrutta dall’aspro e lungo combattere, e venne a risalutare il sacro suolo d’Italia, dopo avere condotto in moglie una spagnuola fornita d’ogni virtù, e capace quindi di comprendere la rara nobiltà del di lui animo.«Ma alla gioventù distinta per sentimenti di patriottismo e di progresso, trovavasi sempre precluso dal governo Austriaco ogni adito a qualunque impiego. Pieno però di vita e di energia, il Borgazzi non volendo rimanersi inoperoso, accettò il modesto impiego di Ispettore alla strada ferrata. E quivi per la sua rara attività, svegliata intelligenza, e urbanità amorevole di maniere, procacciossi la stima e l’affezione della Direzione, mantenne la disciplina la più severa negli impiegati, acquistossi tanti amici e ammiratori quanti ebbero a trattare con lui.«S’avvicinavano intanto le gloriose giornate del Marzo, ed il cuore ardente del Borgazzi già presagivagliessere egli destinato ad operare grandi cose per la sua patria.«Prima sua impresa fu di affrontare impavido la pena di morte minacciata dal Radeztky a qualunque impiegato delle strade ferrate che avesse mosso un convoglio, avendo egli ardito di condurre una mano di coraggiosi a Sesto, ove raccolse una schiera di ben quattromila volontarj con cui si diresse alla Porta Comasina.«Altro fatto di grande coraggio fu il tentato violamento della polveriera di Lambrate, che ben riuscito dapprima, dovette essere abbandonato per soccorso di nuove truppe.«Mentre le mura stavano guardate da innumerevoli soldati, chi le scalava ben sei volte per comunicare col Governo provvisorio? Era il Borgazzi, era un padre di famiglia, che tra i figli proprj comprendeva tutti gli assediati cittadini, bisognosi di comunicazioni esterne.«Quando vinte le soldatesche, e disprezzati i cannoni della porta Comasina entrava in Milano coi fratelli dei borghi e della campagna; quando, infelice! lo scopo degli eroici suoi desiderj stava per essere raggiunto, e l’ora di compiuto trionfo era suonata, egli cadde mortalmente ferito nel petto! e nelle poche ore che sopravvisse, in un breve istante di animo presente a sè stesso, chiedeva: Come vanno le cose della patria? Rispotogli,la patria vinse: Muojo contento, soggiungeva quel magnanimo, e spirava! Ah, preghiam tutti insieme la requie eterna all’anima di Borgazzi! La terra che gettiamo nella fossa che lo racchiude accompagniamola col grido che egli alzava nel fervore della pugna, e che sempre troverà un eco sui nostri labbri e nei nostri cuori.—Viva l’indipendenza d’Italia! Viva l’unione Italiana!—Prima di partire da questa tomba gridiamo:—Vivano nei nostri cuori gli eroi vindici della cara patria! Vivano!«I tuoi figli, o Borgazzi, ai quali non potesti legare che la ricchezza di una grande gloria domestica, troveranno nella patria che se gli adottò, quella predilezione d’amore e quell’ajuto di nazionale educazione che varranno a renderli un giorno emuli delle tue virtù.«L’Italia è pia, è generosa, è magnanima, ed il modo con cui tutelerà il sacro deposito lasciatole da coloro che versarono il proprio sangue per la sua redenzione, mostrerà quanta sia la differenza che passa fra la riconoscenza dei despoti, e quella dei grandi popoli.«Vi ringrazio, amici e fratelli, per la riconoscente pietà con cui voleste onorevolmente accompagnare la salma dell’immortale Borgazzi a questa funerea campagna. Ora ritorniamo ad occuparci con maggior lena delle cose della patria nostra: Viva la patria!—Viva questo vessillo tricolore riconquistato a prezzo di sì nobile sangue!»Boselli Antonio.Nato in Milano nel 1803 da onesta famiglia popolana, lasciati appena i banchi della scuola si diede alla pratica del ragioniere, ed all’insegnamento privato elementare e ginnasiale, prima nella scuola di Giovanni Racheli, poi in una sua propria, che in breve divise con quella i primi onori tra le moltissime della nostra città. Più tardi alla scuola unì un collegio convitto ordinato a nuova disciplina, ed in servigio di esso acquistò e rifabbricò il convento di S. Salvatore sopra Erba. Costretto dalla pedanteria de’ regolamenti austriaci a chiudere il collegio vi sostituì una pensione domestica. Studiò privatamente le leggi, e fu dottorato.Il 18 marzo accorse alla difesa del Palazzo Civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedettero l’assalto de’ Croati, fu udito gridare:Alle finestre, alle finestre! fu veduto farsi col moschetto alla finestra,e tirarvi di molti colpi sul nemico. Ma non volle aspettarlo colà: esci coraggioso sulla via e fu subito ferito d’un colpo di bajonetta presso all’inguine: cercò riparo dietro una barricata, e poco stante due colpi di moschetto gli aprirono altre ferite. Pure ebbe animo e lena. Dilungatisi i barbari, procurò di strascinarsi alla sua casa: vi dolorò sino alla mattina di lunedì, e spirò con accanto la moglie e le sue due bambine, consolato dalla speranza del riscatto d’Italia. Dall’elogio di Achille Mauri, inserito nellaGazzetta Officiale di Milano del giorno 22 aprile.Broggi.Vedi quanto si è detto alla pag. 104 in nota.Guy Giuseppe.Fu uno dei primi martiri dell’indipendenza Lombarda, caduto combattendo sotto le mura di Milano, il secondo giorno della rivoluzione. In compagnia di suo fratello e di due suoi nipoti studenti di Pavia si mise alla testa di alcuni suoi terrazzani e di altri valorosi che si diedero a bersagliare il nemico appostato sugli spalti e ad assalirlo nelle sue frequenti sortite. Spintosi troppo innanzi l’inimico fu colto da un colpo di carabina, direttogli da un ussaro, ed immantinenti spirò nel quarantesimo anno di sua età.Il giorno 2 di aprile nella terra di Filighera, a un miglio circa da Belgiojoso si celebrò la funebre pompa, che a renderla più solenne accorreva una folla di popolo e numerosi drappelli delle guardie dei comuni circonvicini. Suo cugino, Carlo Reale, pronunciò poche ma veritiere parole in lode del valoroso estinto, e conchiudeva:Fratelli, il nome e l’immagine di questo uomo generoso duri indelebile nella vostra memoria, e dall’esempio di lui apprendete quanto amore si debba alla causa santissima della nazione.Stelzi Luigi.Fra le vittime della rivoluzione dobbiamo annoverare anche Luigi Stelzi pel quale si celebravano le esequie nella chiesa di S. Carlo la mattina del giorno 28 marzo. Basta a sua lode l’epigrafe commoventissima che si leggeva alla porta del tempio:FUNEBRE POMPAPER L’INGEGNERE LUIGI DI GIOACHIMO STELZICHESOLERTE NELLO STUDIO, PRODE NELLE ARMIVITTIMA AHI! TROPPO IMMATURA DI PATRIO AFFETTOMORIVANEL CONFORTO DI RELIGIONE NEL COMPIANTO DI TUTTISALUTATO DAL GRIDO ESULTANTE DELLA PATRIARIVENDICATA NE’ VIOLATI DIRITTIFIGLI REDENTI D’ITALIAIL NOME DI LUI CHE A PREZZO DI SANGUEVI MATURAVA A PIU’ GLORIOSI DESTINIBENEDETTO PER SEMPRE VI RISIEDA NEL CUOREPER OTTENERVI UNA PREGHIERA UN VOTOCHE ACCELERI A LUI IL GAUDIO DEGLI ELETTI.
XIV.RIVOLUZIONE DELLE PROVINCIE(Dalla Gazzetta Officiale il 22 Marzo).Non sappiamo se nella meravigliosa rivoluzione della Lombardia sia stato maggiore il coraggio o la concordia universale. Come gli individui qui in Milano, così le diverse provincie si levarono ad un tratto risolute, formidabili, con un solo proposito. «Liberiamoci, dissero esse, liberiamoci prima dai presidii che ci tengono soggette, facciamolo presto per accorrere subito dopo in soccorso di Milano: vinta quella città la causa è vinta». E così fecero, e per tal modo mostrarono come le provincie, stringendosi intorno al centro comune, volevano innanzi tutto l’unità politica, e come era loro intento di compiere quell’opera di concordia e d’amore che da più mesi avevano incominciata con tanta spontanea virtù. Quell’antica peste degli odj, delle diffidenze municipali non è più, e, poichè disparve, ecco adempirsi la liberazione di Italia. Forza, intelligenza, che sempre ci hanno distinti, disgregate ci condussero alla ruina, appena unite fecero la nostra gloria. Fummo già perduti per un eccesso di vigoria, giacchè, sentendo la nostra forza, volevamo esser soli per quanto fossimo pochi; ora invece siamo tutti, ed assieme, ed abbiamo vinto.Nella profusione di atti di sacrificio e di valore sarebbe difficile il distinguere una piuttosto che un’altra provincia. Milano è riconoscente a tutte, invia a tutte il bacio della fratellanza e della gratitudine, perchètutte s’adoperarono a giovare Milano e con essa la causa comune, e, ciò che è più singolare, hanno quasi tutte un titolo diverso alla nostra gratitudine.Bergamo che, fin da quattro mesi or sono, ebbe l’onorevole e pericoloso ardire di stendere e presentare alla già Congregazione Centrale una energica protesta della sua Congregazione Provinciale contro le vessazioni dell’Austria e la sua nessuna fedeltà alle date promesse, appena seppe che Milano stava combattendo, insorse tosto, ordinò la guardia civica, inviò trecento armati a Milano, ed assediò la caserma di sant’Agostino, dove erano 800 Croati. L’arciduca Sigismondo, che ivi comandava, diede la sua parola che non sarebbe partito; ma la violò e fuggì abbandonando vilmente le truppe. Intanto a Bergamo si continua ad ordinare la guardia civica nelle città e nelle vallate, e si preparano le difese ai monti, onde intercettare agli Austriaci la via del Tonale. Molti volontarj sono partiti per Crema, altri si dispongono a formar parte dell’esercito mobile: la linea che si distende fino a Chiari, Soncino ed Antignate è sorvegliata da molti che spiano i moti delle orde nemiche. Maggior previdenza, maggior sollecitudine non poteva usarsi, poichè, mentre Milano appena liberata stava in forse dei moti dell’esercito nemico, ecco Bergamo che volontario difensore vegliava già alla nostra sicurezza. Noi, tre mesi fa, avevamo fatto feste ai Bergamaschi, destinando loro il ritratto d’uno dei più grandi loro scienziati e cittadini, il Mascheroni, ed essi ora hanno voluto farci risovvenire che non sanno trattare le sole arti della pace, e e che si conservano pur sempre degni discendenti del Colleoni. Ma se nel cinquecento Bergamo fu valida difesa dello Stato a cui era unito, or si unisce a noi con ben altra eguaglianza di diritti, e perciò con ben più spontaneo accorrere d’armi e d’armati.A Lecco, gli abitanti insorsero, disarmarono 200 Austriaci, e senza alcun indugio accorsero essi pure a Milano. Giunti a Monza, inoltratisi fino alla Piazza del Seminario, trovaronsi a fronte un battaglione del reggimento Geppert, italiano, che erasi formato in quadrato: chiesero di parlamentare, non ebber risposta, e scambiarono vivamente il fuoco per ben tre volte. Ma la truppa era scontenta di trovarsi incontro a’ suoi fratelli; ed il Maggiore che la comandava, essendosene accorto, credette miglior consiglio ritirarsi nel Seminario. Allora gli Italiani deposero le armi, ed i nostri, munitisi di esse, raccolti con loro molti Brianzoli, accorsero a Milano, e qui forzarono la Porta Comasina, dopo una lunga lotta, e si sparsero per la città a combattere l’ultima resistenza del nemico. Il Comitato eretto in Bergamo non si stancava intanto di mandare staffette a Como ed altrove, esploratori, eccitatori all’insurrezione, talchè l’attività di quel Comitato ed il valore dei combattenti di Lecco valse a noi più che una armata all’inimico. Il contado di Varese insorse pure ben presto, e potè riunire una bella colonna d’armati fra abitanti di Varese e volontari della riviera di Piemonte, i quali sono tutti occupati dalla nostra amministrazione di guerra. L’impeto, la risolutezza distinsero quei di Lecco e di Varese, come la previdenza, l’ordine e la celerità distinsero i Bergamaschi.A Como invece fu, si può dire, un assedio regolare alle Caserme, condotto quasi colla più esperimentata scienza militare; dopo la vittoria fu un subito ordinarsi come d’antichi soldati e non d’uomini nuovi alla guerra. Il giorno 18 stesso, appena si seppe l’insurrezione di Milano, i Comaschi andarono in armi al Municipio, chiesero la Guardia civica, l’ottennero e la notificarono ai soldati. Il colonnello comandante al presidio dichiarò che non vi avrebbe posto alcun ostacolo, finchènon si fosse fatto violenza a’ suoi. La guardia si ordinò, prese la polveriera, e nella domenica durò quell’accordo, leale da parte de’ cittadini, slealissimo da parte de’ capi militari, i quali, quando le notizie di Milano fossero state loro favorevoli, si disponevano ad incrudelire con atroce vendetta, come ne facevan fede le violenti minacce. Ma, visto come Milano teneva fermo, visto che molti civici partivano a dar soccorso all’assediata capitale, incominciarono al lunedì a far fuoco dalla maggior caserma esterna detta di san Francesco, ed uscirono contemporaneamente dalla caserma interna detta Erba. Respinti dall’uno e dall’altro posto dalle fucilate de’ nostri, si ritirarono nelle caserme e furono tosto assediati. Sorsero per ogni dove le barricate; quelle che stringevano la caserma Erba erano formidabili per varj cannoncini tolti alle ville del lago da tutti i cittadini accorsi a Como al suono delle campane a stormo. Varj carabinieri Svizzeri volontarj avevano pure valicato il confine, ed erano appostati alla caserma Erba, che, visto quelli apparecchi e quelli uomini, dovette capitolare. Così si arrese questa Caserma, e dopo lunga resistenza furono pure costretti a cedere e deporre le armi e a darsi prigionieri quei della caserma san Francesco, battuti di fronte dai cannoncini e dalle fucilate delle mura, circondati dalla colonna che, prima avviatasi a Milano, era pure retrocessa, e minacciati dal fuoco appiccato ad arte in una vicina chiesa. Per tal modo si fecero 1200 prigionieri, si tolsero loro altrettante armi e ventiquattro cavalli, si ebbe una ricca preda di munizioni e di polvere. Il giovedì fu davvero consolante come con quelle armi in poco più di 6 ore si ordinasse un bel reggimento di mila e duecento volontari che, capitanati dal generale Arcioni, e provvisti di munizioni da guerra e da due cannoni, si incamminarono a Milano in ordine compatto con tutte le cauteledell’arte, coll’ardore e colla gioja, sicuri della vittoria ed anelanti a gloria maggiore. Chi asserisce che noi siamo capaci di coraggio individuale ma non di risoluzioni concertate, osservi quella colonna che s’avanza incontro al nemico, e si persuada che quell’ordine è possibile anche in esercito più numeroso; poichè l’Italiano è riluttante alla disciplina che ammorza lo spirito non a quella che lo asseconda. Intanto il Municipio, interprete del voto popolare, si unisce anch’esso al Governo di Milano, e dimanda a tutte le provincie lombarde in compenso dei suoi sacrificj non altro che libertà e vittoria.A Brescia pure fuvvi prima l’accordo col generale Schwarzenberg che acconsentì la Guardia Civica fino dalla domenica, poi il martedì cedette egli stesso 800 fucili perchè la guardia fosse armata, e più tardi tentò la lotta; ma scoraggiato ben presto venne a patti, e il mercoledì sgombrò Brescia, la quale aderì al governo centrale spontaneamente colle parole più calde d’ammirazione e di gratitudine per la nostra vittoria.A Cremona i patti, pur stipulati cogli ufficiali Austriaci, non furono violati. Quel presidio, composto quasi tutto d’Italiani, si affratellò ben presto coi cittadini, ed il generale Schönhals dovette ritirarsi cogli altri. Si avvicinava a quella che il generale Radetzky chiama così facetamente base delle sue operazioni militari, quando non lungi da Orsinovi, inseguito dagli insorti dovette arrendersi e darsi prigioniero, egli, i suoi ufficiali ed i suoi soldati.A Lodi l’occupazione austriaca durò maggior tempo, perchè ivi erasi riparato il generale Radetzky. Ora però la città è sgombra, e concorre anch’essa all’unione lombarda.Più varie, più sanguinose sono le vicende di Crema, dove al Comitato provvisorio succedette una secondaoccupazione austriaca e il passaggio delle truppe fuggiasche. Anche i Cremaschi ebbero e vittime e prigionieri, e la crudele dimora degli Austriaci durò più giorni. Ora però si sono ritirati, sfiniti d’ogni forza, incapaci quasi a servire, e costretti a fermarsi ogni tratto sulla strada, piuttosto invalidi che soldati.A Pavia gli Austriaci si ritirarono spontaneamente, e un Governo provvisorio sta pure per consolidarsi in quella città.All’insorta e libera Valtellina si ordina in ogni paese la Guardia Civica: molti vegliano al passo dello Stelvio, dove fu tagliata la strada: molti altri montanari si avviano al piano in difesa dei luoghi più infestati dal nemico.Il nostro trionfo è dunque generale, la rapida concentrazione di tutti i municipj ci fa sperare che lo spirito di isolamento, rattenuto finora in ogni parte con tanta saggezza, non vorrà rinnovarsi mai più, e che s’intenderanno i beneficj dell’unione, alla quale dal nostro lato noi vogliamo concorrere con ogni mezzo, coll’abnegazione di noi stessi, se vi fosse bisogno. Queste, che noi facciamo, non sono vaghe promesse, nè parole architettate ad arte: il Governo Provvisorio ha già disposto perchè tutte le provincie siano rappresentate nella cosa pubblica, anche prima che il voto comune dia un libero campo a tutte le città di far valere i propri diritti e di vegliare ai loro interessi. Oh! questo nome di fratelli non sia una parola ripetuta per abitudine, un desiderio onesto ma impotente! chi vuole ottenere una cosa ottima non deve lasciarsela sfuggire, mentre lo può. Tutto in quest’unico momento è disposto onde ottenere la sospirata fratellanza; e noi l’avremo; ce l’assicura la bella condotta di tutte le nostre provincie.
RIVOLUZIONE DELLE PROVINCIE
(Dalla Gazzetta Officiale il 22 Marzo).
Non sappiamo se nella meravigliosa rivoluzione della Lombardia sia stato maggiore il coraggio o la concordia universale. Come gli individui qui in Milano, così le diverse provincie si levarono ad un tratto risolute, formidabili, con un solo proposito. «Liberiamoci, dissero esse, liberiamoci prima dai presidii che ci tengono soggette, facciamolo presto per accorrere subito dopo in soccorso di Milano: vinta quella città la causa è vinta». E così fecero, e per tal modo mostrarono come le provincie, stringendosi intorno al centro comune, volevano innanzi tutto l’unità politica, e come era loro intento di compiere quell’opera di concordia e d’amore che da più mesi avevano incominciata con tanta spontanea virtù. Quell’antica peste degli odj, delle diffidenze municipali non è più, e, poichè disparve, ecco adempirsi la liberazione di Italia. Forza, intelligenza, che sempre ci hanno distinti, disgregate ci condussero alla ruina, appena unite fecero la nostra gloria. Fummo già perduti per un eccesso di vigoria, giacchè, sentendo la nostra forza, volevamo esser soli per quanto fossimo pochi; ora invece siamo tutti, ed assieme, ed abbiamo vinto.
Nella profusione di atti di sacrificio e di valore sarebbe difficile il distinguere una piuttosto che un’altra provincia. Milano è riconoscente a tutte, invia a tutte il bacio della fratellanza e della gratitudine, perchètutte s’adoperarono a giovare Milano e con essa la causa comune, e, ciò che è più singolare, hanno quasi tutte un titolo diverso alla nostra gratitudine.
Bergamo che, fin da quattro mesi or sono, ebbe l’onorevole e pericoloso ardire di stendere e presentare alla già Congregazione Centrale una energica protesta della sua Congregazione Provinciale contro le vessazioni dell’Austria e la sua nessuna fedeltà alle date promesse, appena seppe che Milano stava combattendo, insorse tosto, ordinò la guardia civica, inviò trecento armati a Milano, ed assediò la caserma di sant’Agostino, dove erano 800 Croati. L’arciduca Sigismondo, che ivi comandava, diede la sua parola che non sarebbe partito; ma la violò e fuggì abbandonando vilmente le truppe. Intanto a Bergamo si continua ad ordinare la guardia civica nelle città e nelle vallate, e si preparano le difese ai monti, onde intercettare agli Austriaci la via del Tonale. Molti volontarj sono partiti per Crema, altri si dispongono a formar parte dell’esercito mobile: la linea che si distende fino a Chiari, Soncino ed Antignate è sorvegliata da molti che spiano i moti delle orde nemiche. Maggior previdenza, maggior sollecitudine non poteva usarsi, poichè, mentre Milano appena liberata stava in forse dei moti dell’esercito nemico, ecco Bergamo che volontario difensore vegliava già alla nostra sicurezza. Noi, tre mesi fa, avevamo fatto feste ai Bergamaschi, destinando loro il ritratto d’uno dei più grandi loro scienziati e cittadini, il Mascheroni, ed essi ora hanno voluto farci risovvenire che non sanno trattare le sole arti della pace, e e che si conservano pur sempre degni discendenti del Colleoni. Ma se nel cinquecento Bergamo fu valida difesa dello Stato a cui era unito, or si unisce a noi con ben altra eguaglianza di diritti, e perciò con ben più spontaneo accorrere d’armi e d’armati.
A Lecco, gli abitanti insorsero, disarmarono 200 Austriaci, e senza alcun indugio accorsero essi pure a Milano. Giunti a Monza, inoltratisi fino alla Piazza del Seminario, trovaronsi a fronte un battaglione del reggimento Geppert, italiano, che erasi formato in quadrato: chiesero di parlamentare, non ebber risposta, e scambiarono vivamente il fuoco per ben tre volte. Ma la truppa era scontenta di trovarsi incontro a’ suoi fratelli; ed il Maggiore che la comandava, essendosene accorto, credette miglior consiglio ritirarsi nel Seminario. Allora gli Italiani deposero le armi, ed i nostri, munitisi di esse, raccolti con loro molti Brianzoli, accorsero a Milano, e qui forzarono la Porta Comasina, dopo una lunga lotta, e si sparsero per la città a combattere l’ultima resistenza del nemico. Il Comitato eretto in Bergamo non si stancava intanto di mandare staffette a Como ed altrove, esploratori, eccitatori all’insurrezione, talchè l’attività di quel Comitato ed il valore dei combattenti di Lecco valse a noi più che una armata all’inimico. Il contado di Varese insorse pure ben presto, e potè riunire una bella colonna d’armati fra abitanti di Varese e volontari della riviera di Piemonte, i quali sono tutti occupati dalla nostra amministrazione di guerra. L’impeto, la risolutezza distinsero quei di Lecco e di Varese, come la previdenza, l’ordine e la celerità distinsero i Bergamaschi.
A Como invece fu, si può dire, un assedio regolare alle Caserme, condotto quasi colla più esperimentata scienza militare; dopo la vittoria fu un subito ordinarsi come d’antichi soldati e non d’uomini nuovi alla guerra. Il giorno 18 stesso, appena si seppe l’insurrezione di Milano, i Comaschi andarono in armi al Municipio, chiesero la Guardia civica, l’ottennero e la notificarono ai soldati. Il colonnello comandante al presidio dichiarò che non vi avrebbe posto alcun ostacolo, finchènon si fosse fatto violenza a’ suoi. La guardia si ordinò, prese la polveriera, e nella domenica durò quell’accordo, leale da parte de’ cittadini, slealissimo da parte de’ capi militari, i quali, quando le notizie di Milano fossero state loro favorevoli, si disponevano ad incrudelire con atroce vendetta, come ne facevan fede le violenti minacce. Ma, visto come Milano teneva fermo, visto che molti civici partivano a dar soccorso all’assediata capitale, incominciarono al lunedì a far fuoco dalla maggior caserma esterna detta di san Francesco, ed uscirono contemporaneamente dalla caserma interna detta Erba. Respinti dall’uno e dall’altro posto dalle fucilate de’ nostri, si ritirarono nelle caserme e furono tosto assediati. Sorsero per ogni dove le barricate; quelle che stringevano la caserma Erba erano formidabili per varj cannoncini tolti alle ville del lago da tutti i cittadini accorsi a Como al suono delle campane a stormo. Varj carabinieri Svizzeri volontarj avevano pure valicato il confine, ed erano appostati alla caserma Erba, che, visto quelli apparecchi e quelli uomini, dovette capitolare. Così si arrese questa Caserma, e dopo lunga resistenza furono pure costretti a cedere e deporre le armi e a darsi prigionieri quei della caserma san Francesco, battuti di fronte dai cannoncini e dalle fucilate delle mura, circondati dalla colonna che, prima avviatasi a Milano, era pure retrocessa, e minacciati dal fuoco appiccato ad arte in una vicina chiesa. Per tal modo si fecero 1200 prigionieri, si tolsero loro altrettante armi e ventiquattro cavalli, si ebbe una ricca preda di munizioni e di polvere. Il giovedì fu davvero consolante come con quelle armi in poco più di 6 ore si ordinasse un bel reggimento di mila e duecento volontari che, capitanati dal generale Arcioni, e provvisti di munizioni da guerra e da due cannoni, si incamminarono a Milano in ordine compatto con tutte le cauteledell’arte, coll’ardore e colla gioja, sicuri della vittoria ed anelanti a gloria maggiore. Chi asserisce che noi siamo capaci di coraggio individuale ma non di risoluzioni concertate, osservi quella colonna che s’avanza incontro al nemico, e si persuada che quell’ordine è possibile anche in esercito più numeroso; poichè l’Italiano è riluttante alla disciplina che ammorza lo spirito non a quella che lo asseconda. Intanto il Municipio, interprete del voto popolare, si unisce anch’esso al Governo di Milano, e dimanda a tutte le provincie lombarde in compenso dei suoi sacrificj non altro che libertà e vittoria.
A Brescia pure fuvvi prima l’accordo col generale Schwarzenberg che acconsentì la Guardia Civica fino dalla domenica, poi il martedì cedette egli stesso 800 fucili perchè la guardia fosse armata, e più tardi tentò la lotta; ma scoraggiato ben presto venne a patti, e il mercoledì sgombrò Brescia, la quale aderì al governo centrale spontaneamente colle parole più calde d’ammirazione e di gratitudine per la nostra vittoria.
A Cremona i patti, pur stipulati cogli ufficiali Austriaci, non furono violati. Quel presidio, composto quasi tutto d’Italiani, si affratellò ben presto coi cittadini, ed il generale Schönhals dovette ritirarsi cogli altri. Si avvicinava a quella che il generale Radetzky chiama così facetamente base delle sue operazioni militari, quando non lungi da Orsinovi, inseguito dagli insorti dovette arrendersi e darsi prigioniero, egli, i suoi ufficiali ed i suoi soldati.
A Lodi l’occupazione austriaca durò maggior tempo, perchè ivi erasi riparato il generale Radetzky. Ora però la città è sgombra, e concorre anch’essa all’unione lombarda.
Più varie, più sanguinose sono le vicende di Crema, dove al Comitato provvisorio succedette una secondaoccupazione austriaca e il passaggio delle truppe fuggiasche. Anche i Cremaschi ebbero e vittime e prigionieri, e la crudele dimora degli Austriaci durò più giorni. Ora però si sono ritirati, sfiniti d’ogni forza, incapaci quasi a servire, e costretti a fermarsi ogni tratto sulla strada, piuttosto invalidi che soldati.
A Pavia gli Austriaci si ritirarono spontaneamente, e un Governo provvisorio sta pure per consolidarsi in quella città.
All’insorta e libera Valtellina si ordina in ogni paese la Guardia Civica: molti vegliano al passo dello Stelvio, dove fu tagliata la strada: molti altri montanari si avviano al piano in difesa dei luoghi più infestati dal nemico.
Il nostro trionfo è dunque generale, la rapida concentrazione di tutti i municipj ci fa sperare che lo spirito di isolamento, rattenuto finora in ogni parte con tanta saggezza, non vorrà rinnovarsi mai più, e che s’intenderanno i beneficj dell’unione, alla quale dal nostro lato noi vogliamo concorrere con ogni mezzo, coll’abnegazione di noi stessi, se vi fosse bisogno. Queste, che noi facciamo, non sono vaghe promesse, nè parole architettate ad arte: il Governo Provvisorio ha già disposto perchè tutte le provincie siano rappresentate nella cosa pubblica, anche prima che il voto comune dia un libero campo a tutte le città di far valere i propri diritti e di vegliare ai loro interessi. Oh! questo nome di fratelli non sia una parola ripetuta per abitudine, un desiderio onesto ma impotente! chi vuole ottenere una cosa ottima non deve lasciarsela sfuggire, mentre lo può. Tutto in quest’unico momento è disposto onde ottenere la sospirata fratellanza; e noi l’avremo; ce l’assicura la bella condotta di tutte le nostre provincie.
XV.ILTE DEUMPER LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI(Dalla Gazzetta officialeIl 22 Marzo.)Sublime e commovente spettacolo presentava questa mattina la nostra cattedrale. La città intera recavasi per invito del Governo provvisorio a ringraziare Iddio della miracolosa liberazione ottenuta, e l’Inno Ambrosiano echeggiava armonioso sotto le vôlte del tempio, ripetuto con fremito di allegrezza da tutti i cuori. Era questa la prima volta, in cui il canto di grazie, non più prezzolato nè ipocrita, saliva al cielo colle più ardenti aspirazioni dell’anima, verace interprete dei voti e della fede di tutto un popolo. L’altare, addobato a festa colle insegne nazionali, annunziava il santo connubio della Religione e della patria, già iniziatore dell’italiana redenzione e promessa di futura grandezza all’Italia. Un senso profondo di venerazione, di amore e di dolcezza partiva da quello e diffondevasi nella moltitudine, commossa ancora e ammirata del recente prodigio. I cuori si gonfiavano e palpitavano; gli occhi si bagnavano di lagrime: in tutti era un tripudio, un entusiasmo, che aveva quasi del delirio. Dopo tre secoli e mezzo di servitù, Milano si sentiva finalmente libera e grande, e poteva pregar Dio colla coscienza della propria dignità. Qual potenza d’affetti doveva essere in quella preghiera!La cerimonia ebbe luogo alle undici del mattino. I membri del Governo provvisorio e dei diversi Comitati partirono dal Palazzo del Marino, sfilando accompagnati dalle Guardie civiche. Modesti nel tripudio,come forti nella lotta, niun segno d’insolito apparato ne distingueva il corteo: una sciarpa tricolore indicava in loro colla gioja il sentimento tutto italiano. E la festa non era municipale, era italiana, come italiana fu la pugna che abbiamo combattuto. Un fascio di bandiere tricolori li precedeva, e il saluto, e gli evviva e le grida di tutta la popolazione accorsa sul cammino li accompagnarono fino all’ingresso del Duomo. Qui l’allegrezza si trasfuse in un senso universale d’adorazione; la moltitudine stipata ascoltò con religioso raccoglimento la messa solenne celebrata dall’Arcivescovo, e accompagnò col cuore i concenti, che dall’altare salivano tripudianti al Dio datore d’ogni libertà. Nuovo e maraviglioso spettacolo quel vincolo misterioso che in quel punto confondeva quasi il cielo colla terra, e rinverginava in tutti la fede coll’aspetto d’una provvidenza redentrice delle nazioni.Terminato l’inno, e benedetto il popolo dall’Arcivescovo, il corteo sfilò di bel nuovo uscendo preceduto dalle bandiere, e, dopo aver fatto il giro della piazza, s’avviò al Palazzo Marino. Fu allora che la gioja, non più compressa dalla venerazione, scoppiò in gridi entusiastici, in applausi, in lagrime, in abbracciamenti. Era un susulto, un fremito indescrivibile. L’aspetto della Guardia civica, militarmente schierata, che sfilava sotto i balconi del palazzo, accrebbe ancor più la comune esultanza. Quella gioventù bellicosa, che marciava sotto l’armi in bell’ordinanza, a guise di truppe già esperte, quel contegno animoso e tripudiante, quelle bandiere sventolanti, quell’insolito suono di tamburi, eccitavano, esaltavano la moltitudine. Gli eroi delle barricate eransi già trasformati in esercito di soldati, forte di parecchie migliaia, e il popolo salutava in loro i prodi suoi difensori. Il grido di «viva l’Italia!» suonava su tutte le bocche; la concordia e l’amore eranoin tutti i cuori. Non mai festa nazionale fu più bella e più grande di questa.E alla festa, comechè compiuta nel giubilo, non mancò la pietà. Il cittadino Angelo Grassi-Marliani aprì sulla piazza del Duomo, appena terminata la cerimonia, una colletta pei feriti. In pochi minuti egli raccolse dagli astanti parecchie centinaia di lire, che andranno a sollievo dei martiri della nostra rivoluzione. Così Milano, anche nei suoi giorni più lieti, mostra sempre accoppiato il vanto della carità a quello dell’eroismo, alleanza di virtù, che le assicurano la futura grandezza.Sulla maggior porta del Tempio leggevasi l’iscrizione seguente:A DIO SIGNORECHE NE’ GIORNI DELLE SUE GIUSTIZIESUSCITA I DEBOLI OPPRESSII VIOLENTI CONFONDE E DISPERDEIL POPOLO MILANESEESCITO NEL BRACCIO DI LUI VITTORIOSODALLA MIRACOLOSA PUGNADE’ GIORNI XVIII XIX XX XXI XXII MARZOTERMINE ALLA SUA LUNGA SERVITU’PRELUDIO ALL’AFFRANCAMENTODI TUTTA ITALIAINTUONA CO’ SUOI MAGISTRATIIL CANTICO DELLE GRAZIEIntanto che nel Duomo cantavasi ilTe Deumin rendimento di grazie a Dio per la cacciata degli Austriaci da Milano, gli Israeliti radunati nel loro Oratorio cantavano nell’istess’ora l’Inno di grazie, susseguito da un apposito discorso di circostanza.
ILTE DEUMPER LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI
(Dalla Gazzetta officialeIl 22 Marzo.)
Sublime e commovente spettacolo presentava questa mattina la nostra cattedrale. La città intera recavasi per invito del Governo provvisorio a ringraziare Iddio della miracolosa liberazione ottenuta, e l’Inno Ambrosiano echeggiava armonioso sotto le vôlte del tempio, ripetuto con fremito di allegrezza da tutti i cuori. Era questa la prima volta, in cui il canto di grazie, non più prezzolato nè ipocrita, saliva al cielo colle più ardenti aspirazioni dell’anima, verace interprete dei voti e della fede di tutto un popolo. L’altare, addobato a festa colle insegne nazionali, annunziava il santo connubio della Religione e della patria, già iniziatore dell’italiana redenzione e promessa di futura grandezza all’Italia. Un senso profondo di venerazione, di amore e di dolcezza partiva da quello e diffondevasi nella moltitudine, commossa ancora e ammirata del recente prodigio. I cuori si gonfiavano e palpitavano; gli occhi si bagnavano di lagrime: in tutti era un tripudio, un entusiasmo, che aveva quasi del delirio. Dopo tre secoli e mezzo di servitù, Milano si sentiva finalmente libera e grande, e poteva pregar Dio colla coscienza della propria dignità. Qual potenza d’affetti doveva essere in quella preghiera!
La cerimonia ebbe luogo alle undici del mattino. I membri del Governo provvisorio e dei diversi Comitati partirono dal Palazzo del Marino, sfilando accompagnati dalle Guardie civiche. Modesti nel tripudio,come forti nella lotta, niun segno d’insolito apparato ne distingueva il corteo: una sciarpa tricolore indicava in loro colla gioja il sentimento tutto italiano. E la festa non era municipale, era italiana, come italiana fu la pugna che abbiamo combattuto. Un fascio di bandiere tricolori li precedeva, e il saluto, e gli evviva e le grida di tutta la popolazione accorsa sul cammino li accompagnarono fino all’ingresso del Duomo. Qui l’allegrezza si trasfuse in un senso universale d’adorazione; la moltitudine stipata ascoltò con religioso raccoglimento la messa solenne celebrata dall’Arcivescovo, e accompagnò col cuore i concenti, che dall’altare salivano tripudianti al Dio datore d’ogni libertà. Nuovo e maraviglioso spettacolo quel vincolo misterioso che in quel punto confondeva quasi il cielo colla terra, e rinverginava in tutti la fede coll’aspetto d’una provvidenza redentrice delle nazioni.
Terminato l’inno, e benedetto il popolo dall’Arcivescovo, il corteo sfilò di bel nuovo uscendo preceduto dalle bandiere, e, dopo aver fatto il giro della piazza, s’avviò al Palazzo Marino. Fu allora che la gioja, non più compressa dalla venerazione, scoppiò in gridi entusiastici, in applausi, in lagrime, in abbracciamenti. Era un susulto, un fremito indescrivibile. L’aspetto della Guardia civica, militarmente schierata, che sfilava sotto i balconi del palazzo, accrebbe ancor più la comune esultanza. Quella gioventù bellicosa, che marciava sotto l’armi in bell’ordinanza, a guise di truppe già esperte, quel contegno animoso e tripudiante, quelle bandiere sventolanti, quell’insolito suono di tamburi, eccitavano, esaltavano la moltitudine. Gli eroi delle barricate eransi già trasformati in esercito di soldati, forte di parecchie migliaia, e il popolo salutava in loro i prodi suoi difensori. Il grido di «viva l’Italia!» suonava su tutte le bocche; la concordia e l’amore eranoin tutti i cuori. Non mai festa nazionale fu più bella e più grande di questa.
E alla festa, comechè compiuta nel giubilo, non mancò la pietà. Il cittadino Angelo Grassi-Marliani aprì sulla piazza del Duomo, appena terminata la cerimonia, una colletta pei feriti. In pochi minuti egli raccolse dagli astanti parecchie centinaia di lire, che andranno a sollievo dei martiri della nostra rivoluzione. Così Milano, anche nei suoi giorni più lieti, mostra sempre accoppiato il vanto della carità a quello dell’eroismo, alleanza di virtù, che le assicurano la futura grandezza.
Sulla maggior porta del Tempio leggevasi l’iscrizione seguente:
A DIO SIGNORECHE NE’ GIORNI DELLE SUE GIUSTIZIESUSCITA I DEBOLI OPPRESSII VIOLENTI CONFONDE E DISPERDEIL POPOLO MILANESEESCITO NEL BRACCIO DI LUI VITTORIOSODALLA MIRACOLOSA PUGNADE’ GIORNI XVIII XIX XX XXI XXII MARZOTERMINE ALLA SUA LUNGA SERVITU’PRELUDIO ALL’AFFRANCAMENTODI TUTTA ITALIAINTUONA CO’ SUOI MAGISTRATIIL CANTICO DELLE GRAZIE
Intanto che nel Duomo cantavasi ilTe Deumin rendimento di grazie a Dio per la cacciata degli Austriaci da Milano, gli Israeliti radunati nel loro Oratorio cantavano nell’istess’ora l’Inno di grazie, susseguito da un apposito discorso di circostanza.
XVI.LE POMPE FUNEBRI PEI MARTIRI DELLA PATRIA.(Dalla stessa Gazzetta Officiale il 22 Marzo).L’augusta e pietosa solennità del giorno 6 aprile, in cui abbiamo chiamato la Religione a propiziare il Dio delle misericordie per le vittime della nostra redenzione politica, lascerà per molto tempo un’impressione profonda. Quel rito funebre era comandato dalla patria pei figli della patria, ed ogni cittadino vi era associato come a domestico lutto. Una voluttà amara invogliava al pianto; ma quel pianto era insieme tributo di pietà, di amore e di riconoscenza. Ciascuno ripensava seco stesso e i forti che erano caduti per romperci le catene, e i superstiti alle generose vittime quivi presenti, nei quali la gioja della patria salvata veniva così dolorosamente in contrasto colle memorie domestiche, coi cari effetti di parentela e di amicizia, e la Religione finalmente, suprema consolatrice degli uomini, che santifica il dolore deposto a’ piè de’ suoi altari.Secondo il programma, antecedentemente pubblicato per cura del Governo[50], alle dieci antimer. movevano alla Cattedrale i molti e varj capi rappresentanti della milanese cittadinanza, preceduti ciascuno dalla bandiera tricolore velata in gramaglia. Il Governo provvisorio, seguito dai consoli e dagli inviati esteri, prese posto nel presbiterio, e quindi lungo la navata maggioretutti gli altri ordini in ragione della loro importanza. Monsignor Arcivescovo pontificò il rito funebre, e, finita la Messa, versò le acque lustrali intorno al feretro. Il signor Merini, prevosto di San Francesco da Paola, disse dal pulpito la commemorazione pei cari defunti, a cui era consacrata l’espiatoria cerimonia. La vasta Cattedrale parata a luto con parca, ma appropriata magnificenza, sfolgoreggiava di lumi, di bandiere, di iscrizioni recanti i nomi degli estinti: numero non grave se pensiamo alla grandezza del trionfo ottenuto, gravissimo se ci ricordiamo che ci erano fratelli, ancor più caramente diletti adesso che per loro mercede riposiamo tranquilli sui nostri redenti focolari. La piazza del Duomo rispondeva all’apparato interno del tempio; tutta quanta ornata nei veroni e nelle finestre di sandali e di emblemi di lutto, recante nel suo mezzo il trofeo funebre innalzato alla memoria dei prodi estinti, stipata, gremita, al par delle vie adiacenti, da una folla innumerevole di cittadini, sui volti de’ quali potevi leggere meraviglia insieme e commozione. Reduce dalla solenne pompa, il Governo rientrò nella sua sede al Marino, e dal maggior balcone fu testimonio della concorde riverenza, onde i concittadini di lui circondano quel suo mandato penoso, ma al tempo stesso santissimo, ch’egli si è tolto di condurre a nobile meta i destini della patria. Numerosi applausi scoppiarono dalla affollata moltitudine, fatta ancor più lieta dalla voce del presidente Casati, che con poche e solenni parole si lodò del nostro contegno, affermando come da esso principalmente il Governo Provvisorio pigli sempre maggior lena in sobbarcarsi al grave incarico della cosa pubblica.E nella Gazzetta di Milano del signor Lambertini, che prima inviava all’estero la descrizione di questa commoventissima festa, così si legge intorno all’apparato esterno:Erano le ore 10 antimeridiane che già stretta di folla ogni contrada che alla Cattedrale conduce, obbligava i sopravvenienti a rallentar il passo ed a far forza per riescire alla meta. Alzando gli occhi al Cielo vedeasi a lato della Vergine che s’erge al sommo della guglia del nostro Duomo sventolare il vessillo tricolore, piantatovi fin dal 20 marzo, e vedeasi lasciar pendere un lembo di velo bruno che indicava la tristezza dell’animo cittadino pei martiri delle famose cinque giornate, e l’atto di espiazione che al Sacro Tempio tutti volgevano ad implorare da uno stesso amor nazionale desiosamente sospinti. Così per quelle principali vie tutt’addobbati i balconi e quasi ogni pertugio, di gramaglia, o di neri tappeti a frangia argentea arricchiti, e padiglioni, e appositi detti, e segnali corrispondenti alla suntuosa lugubre funzione vedeansi profusi. Tutt’intorno alla piazza del Duomo era simile e ricco l’apparato, e in mezzo, piantata sopra ampio piedestallo, sorgeva un’altissima lancia lombarda colla tricolore bandiera, pur essa di lutto insignita, sorretta quella lancia come da un rialzo, cui ai quattro angoli stavano corrispondenti statuette e sopra di esse vasi portanti arbusti di funereo cipresso. Alle quattro facciate di così tal, direbbesi, improvvisato obelisco leggevansi le seguenti inscrizioni:PIO SOLENNE VOTODI ETERNA RICORDANZAAI PRODI TRAPASSATI COMMILITONICHE A LIBERAZIONEDELLA SCHERNITA ED OPPRESSA ITALIASORRIDEVANOBOCCHEGGIANTI SOVRA SANGUINOSE MACERIEAL CARO PENSIERODELLA RISCATTATA PATRIA.QUIALL’ALBERO GLORIOSO DELLA FRATELLANZA E DELLA PACEVERSIAMO TUTTICOLLA LACRIMA DEL LUTTO LARGHE OBLAZIONIA DEVOTO SUFFRAGIODE’ NOSTRI CONCITTADINICHENEL TERRIBILE CONFLITTO ITALICOMORENDOIMPRESSERO COL PROPRIO SANGUELO STEMMADELLA PORTENTOSA MILANESE VITTORIAMDCCCXLVIII.OH IL CARO SPETTACOLO DI UNA SANTA COMMOZIONE!TREGUA AL PIANTOVEDOVATE SPOSE E DESOLATE MADRICHE A GRAMAGLIA VESTITEASSISTETE AL SACRO RITO FUNEBREIDDIOVOLLE CON SÈ GLORIOSIQUE’ CARI VOSTRICHE SPENTI PEL SOCIALE COMUNE PROSPERAMENTODELLA RIGENERATA ITALIAVIVRANNO IMMORTALINELLE VENTURE GENERAZIONI.OGNUNO SI TACCIAE DALLE TENEBROSE TOMBEDEI TRUCIDATI NOSTRI FRATELLIODAIL CELESTE COMANDO DEL RELIGIOSO SOVVENIMENTOAD ESSI DOVUTOCHE VITTIME DI GUERRA INTESTINAVOLLERONOI SALVI DALL’OPPRESSIONEDELLO STRANIERO ABBOMINATO DOMINIO.Larga corona intorno a quel rialzo vi faceva la Guardia Civica in bellissimo aspetto, ed in mirabilissimo ordine, come mirabile oltre ogni dire era l’ordine mantenuto dalla calca del popolo. Volgendo lo sguardo al Duomo, tutto gremito vedeasi ad ogni marmoreo parapetto di affollata gente, spettacolo nuovo senza dubbio per noi; ed abbassando l’occhio sulla Porta del Sacro Tempio leggevasi su gran cartello sovraornato da un’urna coperta da strato tricolore e negro velo:☧AI MARTIRI DELLA PATRIACHE NELLE V GIORNATE DI MARZOL’ITALICO RISCATTO SUGGELLARONOCOL SANGUESEME FECONDO DI FAMIGLIE NOVELLEDEVOTE A TUTTI I GRANDI PENSIERIA TUTTE L’OPERE GENEROSEIL POPOLO MILANESEPREGA LA REQUIE ETERNAED OFFRENDO AL SIGNOREL’IMMACOLATA LORO GLORIAIMPLORACHE IL MAGNANIMO SACRIFICIOSALVI ITALIA TUTTA.Entrando nel tempio, aperte le ampie cortine di nero drappo frangiato d’argento con sovrapposto velo, era di tristezza, d’amore, di riconoscenza, di voti sinceri innalzati a Dio per quelle anime benedette e generose ogni cuore commosso, perchè con affetto insolito mirava quelle imponenti colonne, a neri tappeti e argento addobbate, portar ciascuna uno stemma a guisa di scudo,chiuso da corona d’alloro e attraversato da negro velo, con impressi i nomi, parte a parte distribuiti, de’ valorosi che caddero per la gloria del paese, per la vittoria nazionale alla quale ardentemente agognavano. Le faci risplendevano perchè legger si potessero, e rimaner potessero nell’animo nostro scolpiti.Fra gl’intercolunnii pendevano le tricolori bandiere attraversate esse pure da un velo, e l’occhio guidato lungo quell’ampio accesso al funereo monumento, che s’ergeva prossimo all’altar maggiore, restava meraviglioso e attonito di quella grandiosità che le parole nostre non saprebbero esprimere.Quel funebre catafalco che s’alzava a piramide tutto a lutto coperto, ornato di alti fusti orditi a cipresso sui quattro angoli e con elmi, emblemi, e scudi, e allori, e bandiere intrecciate da bruno velo, portava alle quattro facce le seguenti epigrafi:Nella faccia verso la porta della Metropolitana.SALVETEO MARTIRI GLORIOSIDELL’ITALICO RISORGIMENTOCADUTI NELL’EROICA PUGNAO SGOZZATI A TRADIMENTO DAL BARBARONELL’IRA DELLA FUGASALVETEIN NOME DI QUESTA CITTA’PER VOI SCAMPATA ALL’ESTREMO ECCIDIOIN NOME D’ITALIAPER VOI SUSCITATA ALL’ENERGIA DELL’OPEREIN NOME DI TUTTO IL MONDO CIVILECHE VI BENEDICE E V’AMMIRA.Nella faccia verso l’Altar Maggiore.DIO GIUSTO E CLEMENTEACCOGLI NELL’ETERNA TUA LUCEL’ANIME DI QUESTI NOSTRI FRATELLICHE O INERMI CADDEROALLA CIECA PERCOSSA DE’ BARBARIO SOLDATI NELLA GRAN BATTAGLIADEL DIRITTO CONTRO LA FORZAMORIRONO COMBATTENDO:TU FA CHE IL LORO SANGUE ESPIATORELAVI LE COLPE ANTICHE:TU FA CHE LE ANTICHE GENTISTRINGANSI INTORNO AL TUO VICARIOIN AMPLESSO D’AMORE INDISSOLUBILE.Al lato destro.ANIMOSE DONNENEL VOSTRO CUORE DI MADRINELL’ESEMPIO DELLE VOSTRE SORELLECHE POSERO PER LA PATRIA LA VITAVOI TROVERETE IL CORAGGIODELLE FORTI VIRTU’ CITTADINE:EMULATRICI DELLE SICILIANEVOI CANCELLERETE TRE SECOLIDI CODARDA MOLLEZZAE RITEMPRATE A SEVERI DOLORIA GIOJE SEVEREVI FARETE DEGNE COMPAGNE D’UOMINI LIBERI.Al lato sinistro.MARTIRI PRECOCIDI QUELLA CAUSA INDEFETTIBILECHE AL PIÈ DEI PATIBOLIE NELLE CUPE SEGRETERIFORNI’ PER SI’ GRAN TEMPOLA COMPIANTA SCHIERA DE’ SUOI SEGUACINOBILI VITTIMEDI SPILBERGA E DI COSENZAVOI NON AVETE SPERATO INDARNONON AVETE INDARNO PATITOIL TRIONFO DI QUESTI LOMBARDIASSOLVE LA SUBLIME VOSTRA FOLLIALA PATRIA LORO È PUR VOSTRA.Sulla Bandiera a destra:IGNOTI DEL NOME NON DEL CUORENEGATI ALLE PIETOSE CURE DEL MEMORE AFFETTODAI FEROCI OLTRAGGI DE’ BARBARII PIU’ DI VOI L’INSEGNARONOQUANTA È VIRTU’ IN QUELLA TURBA INNOMINATACHE PORTA PIU’ GRAVE IL FASCIODI TUTTE LE UMANE CORRUTTELE E MISERIE.Sulla bandiera a sinistra:PARGOLETTI INNOCENTIMARTIRI DELLA PATRIAIGNARI ANCORADEL SUO NOME DOLCISSIMOIL VOSTRO SANGUELAVACRO ALLA NOSTRA VITTORIAÈ PEI BARBARI MACCHIA NON CANCELLABILE.MORTInelle cinque gloriose giornate per la liberazione di Milanonoti fino al 4 d’Aprile; oltre questi vi sono altre cento vittime finora sconosciute, tra cui donne e bambini.Alberti Giuseppe.Anfossi Augusto.Annovazzi Felice.Arosio Giuseppe.Baj Maria.Bandirali Giuseppe.Bardelli Desolina.Bari Francesco.Barioli Rosa.Barzanò Tomaso.Battioli Giuseppe.Beltrami Giovanni.Benzi Bernardo.Beretta Alessandro.Bernacco Gennaro.Bernasconi, falegname,Bernasconi Innocente.Bertoglio Giuseppe.Bertoglio Giosuè.Bertolio Giacomo.Bertolotti Luigi.Besesti Giuseppe.Besozzi Francesco.Bianchi Angelo.Bianciardi Alessandro.Bolotti Giuseppa.Bombaglio Carlo.Bona Angelo.Bonella Felice.Bontempelli Gaetano.Borella Giuseppe.Boselli Antonio.Bosisio Domenico.Brenzia N.Broggi Giuseppe.Brunetti Roberto.Buontempelli Gio. Batt.Bussolari Geminiano.Caccia Giacomo.Cagnoni Francesco.Cagnoni Teresa.Caimi Giuseppe.Calderara Gabriele.Calini Amanzio.Campati.Candiani Maria.Cantaluppi Maria.Capella.Carati PaoJo.Cardani Giuseppe.Carones Carlo.Casati Apollonia.Casati Michele.Castelli Angelo.Castelli Ferdinando.Castiglioni Dionigi.Cattaneo Camilla.Cazzamini Andrea.Chiambranni Giuseppe.Chiambranni Rosa.Chiapponi Luigi.Colombo Clelia.Colombo Paolo.Comi, speziale in Saronno.Comolli Francesco.Confalonieri Carlo.Confalonieri Giuseppe.Consonni Giovanni.Corbella Francesco.Crenna Andrea.Crespi Antonio.De Ceppi Carlo.De Giovanni Giuseppe.Delmati Gaetano.De Martini Benedetto.Dubini Cesare.Fasanotti Giuseppe.Felicetti.Ferrari Leonardo.Ferrario Leopoldo.Filghera Giuseppe.Filippini Giuseppe.Folcia Mauro.Fossati Carolina.Fossati Giuseppe.Fossati Giuseppe, stalliere.Francisco Camillo.Franzetti Giuseppe.Frontini Angelo.Galleani Giovanni.Gaj Camillo.Gaj Gaetano.Gaj Giuseppe.Galimberti Felice.Galli.Galloni Teresa.Gatti Francesco.Gianotti Francesco.Gilardi Giuseppe.Grandi Francesco.Grugni Teresa.Kling Giovanni.Lambruschini Filippo.Larghesi Apollonia.Lattuada Carlo.Lazzarini Antonio, sacerd.Locarna Gio. Batt.Lomazzi Luigi.Locatelli Luigia.Locatelli Stefano.Longoni Pietro.Magni Carlo.Magni Giovanni.Magnini Giuseppe.Magnoni Cesare.Malnati Domenico.Manfredi Angelo.Marchesi Camillo.Mari Giuseppe.Martignoni Francesco.Martignoni Pasquale.Mascagni, dottore in med.Mauri Gio. Batt.Mazzi Giuseppe.Mazzola Andrea.Mercantini Domenico.Minetti Gaetano.Migliavacca Francesco.Migliavacca Isidoro.Miglio Enrico.Misdaris Celestino.Mognoni N. sarto.Mognoni Cesare.Moll Maria.Mollini Amadeo.Monti Claudio.Monti Luigi.Moraja Paolo.Motta Angelo.Motti Maria.Mussatti Angelo.Muselli Giuseppe.Nardi Luigi.Nicolini Camillo.Orlandi Defendente.Orio Marietta.Orrigoni Angelo.Ottolini Cesare.Paganetti Girolamo.Pajarino Giovanni.Pariani Marianna.Parigini Rosa.Pasquè Pasquale.Pecoroni Antonia.Pedotti Giuseppe.Perelli Giacomo.Perelli Rocco Giacomo.Perinolli Pietro.Perotti Angelo.Perotti Gio. Antonio.Piccaluga Pietro.Picozzi Alessandro.Picozzi Giuseppe.Pilati Girolamo.Pirazzi Giuseppe.Polletti Carlo.Pomè Antonio.Poretti Gio. Antonio.Porro Luigi.Prada Maurizio.Pozzi Giovanni.Radice Natale.Rainoldi Gaetano.Rainoldi Pietro.Ratti Apollonia.Rebolini Ferdinando.Ricotti Antonio.Rigamonti Annibale.Rigo N.Rocco Giacomo.Romanino N.Roncalli Francesco.Ronzoni Giovanni.Ronzoni Giuseppe.Ronzoni Maria.Rovelli Giuseppe.Rovida Pietro.Sacchi Antonio.Sala Caterina.Saldarini N.Sanvitori Giuseppe.Saronico Gilardo o GerardoScotti Marianna o Maria.Segale Carlo.Serimolli Pietro, studente.Silvestri Luigi.Stelzi Luigi.Tamborini Luigi.Tarditti Filippo.Tavazzani N.Tenca Gio. Batt.Tornaghi Enea.Trivaldi Carlo.Usman Caterina.Valentini Alessandro.Valtolina Gio. Battista.Vanotti Francesco.Velati Pietro.Venegoni Giuditta.Verga Francesco.Vigo Agnese.Villa Giacomo.Vismara Felice.Volontieri Giovanni.Zabadini Giulio.Zanaboni Ettore.Zavatteri N.Zopis Maria.In tutto N. 218.Ignoti notificati dall’Ospitale Maggiore, 47 maschi e 5 femmine.Ignoti notificati dall’Ufficio Sanitario, 19 maschi.3 abbruciati all’Ufficio del Dazio di Porta Comasina.2 maschi ritrovati in un giardino presso l’Ospedale di Sant’Ambrogio.CENNI NECROLOGICIDI ALCUNIMARTIRI DELLA PATRIA.Anfossi Augusto[51].Nacque in Nizza nel 1812; ne andò esule nel 1831, reo dell’amare immensamente, sinceramente la patria, il popolo, la libertà: passò in Francia, e di colà, dove allora era un gran ciarlare ed un far pochissimo, impaziente dell’ozio e di quel vano arrabattarsi che è peggio dell’ozio, si trasmutò in Egitto, ove di quei giorni poco si parlava e si faceva molto; militò negli eserciti di Ibraim Bascià, e ne uscì colonnello. Ridottosi alle Smirne, vi aprì una casa di commercio, che in pochi anni crebbe a maravigliosa prosperità; ed ivi, lieto del clima dolcissimo e delle memorie omeriche, avrebbe forse chiuso i suoi giorni, se nol venivano a suscitare i recenti casi d’Italia. Perspicace dell’ingegno, quanto era forte del braccio, s’accorse subito che un moto italiano, benedetto, anzi iniziato dal Pontefice, non poteva venir meno, e quindi si diede a secondarlo coll’energia del pensiero e del cuore. Tornato in Italia, alla grand’operadell’italico riscatto offrì la persona e le sostanze, dichiarandosi disposto ad assoldar volontarj a proprie spese; e si mise in comunicazione con tutti quei generosi che nel Piemonte, nella Liguria e nella Lombardia aspettavano il momento d’insorgere. In questa città nostra capitò pochi dì prima del cominciamento del nostro gran dramma, e subito ebbe a sè i cuori di tutti ed in particolare de’ giovani pel suo piglio franco e militarmente severo, per la sua energica parola, e pel calore dell’anima. Come appena fu deciso che noi dovevamo conquistar coll’armi la nostra libertà, egli offrì i suoi servigi che vennero con riconoscenza accettati. Destinato ad organizzare la guardia civica, e quindi a comandar tutte le forze attive della nostra rivoluzione, diè tali saggi di capacità, di coraggio, di nobile dignità, che lo fecero conoscer tosto e riverire da tutti. Nessuno nei giorni dell’eroica nostra lotta mostrò maggiore attività di lui; egli era da per tutto a consigliare, ad operare, ad erigere barricate, a confortar cittadini, a preparar mezzi di difesa, a studiar posizioni, ora capitano ed ora soldato, ora meccanico, ora strategico, sempre esempio chiarissimo del più fervente patriottismo. E da lui s’inspirava, ed a vicenda eragli inspiratore Giuseppe Torelli, datogli ad ajutante; anime degne d’intendersi, intelletti degni d’associarsi alla difesa di questa carissima patria. Altri narreranno i fatti particolari di lui: qui ci basta riferire come dagli altri di Porta Nuova, monumento della sconfitta del Barbarossa, respingesse un drappello di granatieri ed un cannone, e vi piantasse, baciandola, la bandiera tricolore, e come nell’assalto del locale del Genio, appuntato un cannoncino alla porta principale di esso, nell’atto che la sfondava, fosse colpito in fronte da una palla di moschetto. Morì come Epaminonda, lieto della vittoria de’ suoi: morì invocando Dio e la patria.Borgazzi Girolamo.Il giorno 7 dello scorso aprile nella chiesa parrocchiale della Fontana fuori di Porta Comasina mi trovai presente alle pompe funebri che si celebravano in suffragio di questo martire della Rivoluzione, passai quindi coll’eletta compagnia delle guardie civiche de’ CC. SS., delle guardie civiche a cavallo condotte da Antonio Litta, con alcuni rappresentanti della Strada ferrata Lombardo-Veneta con due numerose bande e con innumerevole popolo al cimitero, furono tumulate le onorate spoglie del Borgazzi, ivi assistetti alle seguenti commoventissime parole lette dal sig. Direttore Grassi.«Dirò brevi parole per onorare la memoria del valoroso Borgazzi, che con pietoso consiglio meco qui accompagnaste alla terra dell’eterno riposo. Severo e nobile però sia il nostro dolore per questa vittima della tirannide, e anzichè a lagrime imbelli, esso ci commova a magnanimo esaltamento, rammentando in lui un generoso immolatosi alla salvezza della cara patria. Fu egli che oltre a prodezze molte e svariate fra i primissimi tolse le porte della città al nemico, e l’eletta schiera condusse de’ fratelli di Lecco e della Comasina per dare l’ultimo crollo alla pertinace prepotenza del barbaro duce, che da noi già vinto anelava pure a vendette maggiori, e se possibile più nefande!«Mi è di conforto pertanto, nella piena del dolore che m’invade nel perduto amico, di avervi qui raccolti, e che mi concediate di parlarvi di lui, dolce essendo la rimembranza dei cittadini eroici, che devoti fin dalla prima età al culto di una grande idea, quella della patria indipendenza, ne procacciarono col loro sangue il trionfo. E l’interesse della patria comune richiede che di un sospiro e di una lagrima venga onorato il lorosagrificio! una lagrima adunque ed un sospiro per la eroica salma del Borgazzi!«Dai lievissimi cenni che vengo a toccarvi della sua ahi! troppo breve vita, vedrete essere egli stato sempre fra i non pochi che luminosamente concorsero alle grandi gesta che segnarono l’epoca del terzo e del più glorioso risorgimento d’Italia.«Borgazzi nacque in Milano nel 1808 da nobile ed onorata famiglia. Le prime idee alle quali informossi l’animo suo furono che la distinzione suprema dell’uomo consiste nella moralità e nella intelligenza. L’educazione sua fu liberale, e inspiratrice di nobili sentimenti. Terminati gli studj di ginnasio e liceo, e trovatosi compresso ed infelice sotto un governo pel quale i sentimenti generosi e la rettitudine di carattere erano sì spesso insormontabili ostacoli all’avanzamento dell’italiana gioventù in qualunque pubblica carriera, si determinò nel 1829 di recarsi in Francia. Ma ivi soffrì dopo la rivoluzione del luglio crudeli disinganni. Le nobili speranze concette pel risorgimento delle nazionalità europee e specialmente dell’italiana e della polacca gli vennero annientate, non già dalla nazione francese, ma da quel governo.«Accortosi il Borgazzi che non era a sperarvi nessun appoggio, e tentata invano con altri pochi valorosi la spedizione di Savoja nel 1833, stette alcun tempo in Francia in ansiosa aspettativa di tempi migliori, a ciò lusingato dalla conservatasi riunione degli emigrati italiani, che per ordine del ministero dovevano organizzarsi in legione a Mont-Brison. Si aggregò diffatti al primo battaglione di essa, e sospirava al momento di entrare in Italia, come a quelli illustri giovani si lasciava credere. Ma Luigi Filippo voleva ben diversamente diretti quei prodi a Tolone, ed imbarcati con ordini suggellati, quando giunsero in alto mare, traditi tutti nelleloro più care speranze, videro volgersi all’Algeria le prore delle navi! L’amico di Metternich rapiva quelle anime generose all’Italia; e traditore ed egoista se ne giovava per sè sulle ardenti sabbie dell’Africa.«Per tre anni dal 1833 al 1836 servì dunque il Borgazzi con distinto onore nella legione straniera, e fra le continue zuffe ed i più ardui disagi a quella malaugurata legione riservati ottenne avanzamento, ed arrivò al grado di sergente-maggiore.«Poi fu mandato colla sua legione in Ispagna in soccorso della regina Isabella II. Ivi nella più fortunosa guerra acquistò col suo valore e con due gravi ferite nuovi gradi onorevoli, prima di sotto-tenente e poi di tenente, infine venne insignito delle due decorazioni di Isabella II e della Civica.«Per non prender parte all’anarchia che invadeva il governo e l’armata dell’infelice Spagna, si disciolse nel 1843 dal servizio, abbandonando la propria legione presso che distrutta dall’aspro e lungo combattere, e venne a risalutare il sacro suolo d’Italia, dopo avere condotto in moglie una spagnuola fornita d’ogni virtù, e capace quindi di comprendere la rara nobiltà del di lui animo.«Ma alla gioventù distinta per sentimenti di patriottismo e di progresso, trovavasi sempre precluso dal governo Austriaco ogni adito a qualunque impiego. Pieno però di vita e di energia, il Borgazzi non volendo rimanersi inoperoso, accettò il modesto impiego di Ispettore alla strada ferrata. E quivi per la sua rara attività, svegliata intelligenza, e urbanità amorevole di maniere, procacciossi la stima e l’affezione della Direzione, mantenne la disciplina la più severa negli impiegati, acquistossi tanti amici e ammiratori quanti ebbero a trattare con lui.«S’avvicinavano intanto le gloriose giornate del Marzo, ed il cuore ardente del Borgazzi già presagivagliessere egli destinato ad operare grandi cose per la sua patria.«Prima sua impresa fu di affrontare impavido la pena di morte minacciata dal Radeztky a qualunque impiegato delle strade ferrate che avesse mosso un convoglio, avendo egli ardito di condurre una mano di coraggiosi a Sesto, ove raccolse una schiera di ben quattromila volontarj con cui si diresse alla Porta Comasina.«Altro fatto di grande coraggio fu il tentato violamento della polveriera di Lambrate, che ben riuscito dapprima, dovette essere abbandonato per soccorso di nuove truppe.«Mentre le mura stavano guardate da innumerevoli soldati, chi le scalava ben sei volte per comunicare col Governo provvisorio? Era il Borgazzi, era un padre di famiglia, che tra i figli proprj comprendeva tutti gli assediati cittadini, bisognosi di comunicazioni esterne.«Quando vinte le soldatesche, e disprezzati i cannoni della porta Comasina entrava in Milano coi fratelli dei borghi e della campagna; quando, infelice! lo scopo degli eroici suoi desiderj stava per essere raggiunto, e l’ora di compiuto trionfo era suonata, egli cadde mortalmente ferito nel petto! e nelle poche ore che sopravvisse, in un breve istante di animo presente a sè stesso, chiedeva: Come vanno le cose della patria? Rispotogli,la patria vinse: Muojo contento, soggiungeva quel magnanimo, e spirava! Ah, preghiam tutti insieme la requie eterna all’anima di Borgazzi! La terra che gettiamo nella fossa che lo racchiude accompagniamola col grido che egli alzava nel fervore della pugna, e che sempre troverà un eco sui nostri labbri e nei nostri cuori.—Viva l’indipendenza d’Italia! Viva l’unione Italiana!—Prima di partire da questa tomba gridiamo:—Vivano nei nostri cuori gli eroi vindici della cara patria! Vivano!«I tuoi figli, o Borgazzi, ai quali non potesti legare che la ricchezza di una grande gloria domestica, troveranno nella patria che se gli adottò, quella predilezione d’amore e quell’ajuto di nazionale educazione che varranno a renderli un giorno emuli delle tue virtù.«L’Italia è pia, è generosa, è magnanima, ed il modo con cui tutelerà il sacro deposito lasciatole da coloro che versarono il proprio sangue per la sua redenzione, mostrerà quanta sia la differenza che passa fra la riconoscenza dei despoti, e quella dei grandi popoli.«Vi ringrazio, amici e fratelli, per la riconoscente pietà con cui voleste onorevolmente accompagnare la salma dell’immortale Borgazzi a questa funerea campagna. Ora ritorniamo ad occuparci con maggior lena delle cose della patria nostra: Viva la patria!—Viva questo vessillo tricolore riconquistato a prezzo di sì nobile sangue!»Boselli Antonio.Nato in Milano nel 1803 da onesta famiglia popolana, lasciati appena i banchi della scuola si diede alla pratica del ragioniere, ed all’insegnamento privato elementare e ginnasiale, prima nella scuola di Giovanni Racheli, poi in una sua propria, che in breve divise con quella i primi onori tra le moltissime della nostra città. Più tardi alla scuola unì un collegio convitto ordinato a nuova disciplina, ed in servigio di esso acquistò e rifabbricò il convento di S. Salvatore sopra Erba. Costretto dalla pedanteria de’ regolamenti austriaci a chiudere il collegio vi sostituì una pensione domestica. Studiò privatamente le leggi, e fu dottorato.Il 18 marzo accorse alla difesa del Palazzo Civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedettero l’assalto de’ Croati, fu udito gridare:Alle finestre, alle finestre! fu veduto farsi col moschetto alla finestra,e tirarvi di molti colpi sul nemico. Ma non volle aspettarlo colà: esci coraggioso sulla via e fu subito ferito d’un colpo di bajonetta presso all’inguine: cercò riparo dietro una barricata, e poco stante due colpi di moschetto gli aprirono altre ferite. Pure ebbe animo e lena. Dilungatisi i barbari, procurò di strascinarsi alla sua casa: vi dolorò sino alla mattina di lunedì, e spirò con accanto la moglie e le sue due bambine, consolato dalla speranza del riscatto d’Italia. Dall’elogio di Achille Mauri, inserito nellaGazzetta Officiale di Milano del giorno 22 aprile.Broggi.Vedi quanto si è detto alla pag. 104 in nota.Guy Giuseppe.Fu uno dei primi martiri dell’indipendenza Lombarda, caduto combattendo sotto le mura di Milano, il secondo giorno della rivoluzione. In compagnia di suo fratello e di due suoi nipoti studenti di Pavia si mise alla testa di alcuni suoi terrazzani e di altri valorosi che si diedero a bersagliare il nemico appostato sugli spalti e ad assalirlo nelle sue frequenti sortite. Spintosi troppo innanzi l’inimico fu colto da un colpo di carabina, direttogli da un ussaro, ed immantinenti spirò nel quarantesimo anno di sua età.Il giorno 2 di aprile nella terra di Filighera, a un miglio circa da Belgiojoso si celebrò la funebre pompa, che a renderla più solenne accorreva una folla di popolo e numerosi drappelli delle guardie dei comuni circonvicini. Suo cugino, Carlo Reale, pronunciò poche ma veritiere parole in lode del valoroso estinto, e conchiudeva:Fratelli, il nome e l’immagine di questo uomo generoso duri indelebile nella vostra memoria, e dall’esempio di lui apprendete quanto amore si debba alla causa santissima della nazione.Stelzi Luigi.Fra le vittime della rivoluzione dobbiamo annoverare anche Luigi Stelzi pel quale si celebravano le esequie nella chiesa di S. Carlo la mattina del giorno 28 marzo. Basta a sua lode l’epigrafe commoventissima che si leggeva alla porta del tempio:FUNEBRE POMPAPER L’INGEGNERE LUIGI DI GIOACHIMO STELZICHESOLERTE NELLO STUDIO, PRODE NELLE ARMIVITTIMA AHI! TROPPO IMMATURA DI PATRIO AFFETTOMORIVANEL CONFORTO DI RELIGIONE NEL COMPIANTO DI TUTTISALUTATO DAL GRIDO ESULTANTE DELLA PATRIARIVENDICATA NE’ VIOLATI DIRITTIFIGLI REDENTI D’ITALIAIL NOME DI LUI CHE A PREZZO DI SANGUEVI MATURAVA A PIU’ GLORIOSI DESTINIBENEDETTO PER SEMPRE VI RISIEDA NEL CUOREPER OTTENERVI UNA PREGHIERA UN VOTOCHE ACCELERI A LUI IL GAUDIO DEGLI ELETTI.
LE POMPE FUNEBRI PEI MARTIRI DELLA PATRIA.
(Dalla stessa Gazzetta Officiale il 22 Marzo).
L’augusta e pietosa solennità del giorno 6 aprile, in cui abbiamo chiamato la Religione a propiziare il Dio delle misericordie per le vittime della nostra redenzione politica, lascerà per molto tempo un’impressione profonda. Quel rito funebre era comandato dalla patria pei figli della patria, ed ogni cittadino vi era associato come a domestico lutto. Una voluttà amara invogliava al pianto; ma quel pianto era insieme tributo di pietà, di amore e di riconoscenza. Ciascuno ripensava seco stesso e i forti che erano caduti per romperci le catene, e i superstiti alle generose vittime quivi presenti, nei quali la gioja della patria salvata veniva così dolorosamente in contrasto colle memorie domestiche, coi cari effetti di parentela e di amicizia, e la Religione finalmente, suprema consolatrice degli uomini, che santifica il dolore deposto a’ piè de’ suoi altari.
Secondo il programma, antecedentemente pubblicato per cura del Governo[50], alle dieci antimer. movevano alla Cattedrale i molti e varj capi rappresentanti della milanese cittadinanza, preceduti ciascuno dalla bandiera tricolore velata in gramaglia. Il Governo provvisorio, seguito dai consoli e dagli inviati esteri, prese posto nel presbiterio, e quindi lungo la navata maggioretutti gli altri ordini in ragione della loro importanza. Monsignor Arcivescovo pontificò il rito funebre, e, finita la Messa, versò le acque lustrali intorno al feretro. Il signor Merini, prevosto di San Francesco da Paola, disse dal pulpito la commemorazione pei cari defunti, a cui era consacrata l’espiatoria cerimonia. La vasta Cattedrale parata a luto con parca, ma appropriata magnificenza, sfolgoreggiava di lumi, di bandiere, di iscrizioni recanti i nomi degli estinti: numero non grave se pensiamo alla grandezza del trionfo ottenuto, gravissimo se ci ricordiamo che ci erano fratelli, ancor più caramente diletti adesso che per loro mercede riposiamo tranquilli sui nostri redenti focolari. La piazza del Duomo rispondeva all’apparato interno del tempio; tutta quanta ornata nei veroni e nelle finestre di sandali e di emblemi di lutto, recante nel suo mezzo il trofeo funebre innalzato alla memoria dei prodi estinti, stipata, gremita, al par delle vie adiacenti, da una folla innumerevole di cittadini, sui volti de’ quali potevi leggere meraviglia insieme e commozione. Reduce dalla solenne pompa, il Governo rientrò nella sua sede al Marino, e dal maggior balcone fu testimonio della concorde riverenza, onde i concittadini di lui circondano quel suo mandato penoso, ma al tempo stesso santissimo, ch’egli si è tolto di condurre a nobile meta i destini della patria. Numerosi applausi scoppiarono dalla affollata moltitudine, fatta ancor più lieta dalla voce del presidente Casati, che con poche e solenni parole si lodò del nostro contegno, affermando come da esso principalmente il Governo Provvisorio pigli sempre maggior lena in sobbarcarsi al grave incarico della cosa pubblica.
E nella Gazzetta di Milano del signor Lambertini, che prima inviava all’estero la descrizione di questa commoventissima festa, così si legge intorno all’apparato esterno:
Erano le ore 10 antimeridiane che già stretta di folla ogni contrada che alla Cattedrale conduce, obbligava i sopravvenienti a rallentar il passo ed a far forza per riescire alla meta. Alzando gli occhi al Cielo vedeasi a lato della Vergine che s’erge al sommo della guglia del nostro Duomo sventolare il vessillo tricolore, piantatovi fin dal 20 marzo, e vedeasi lasciar pendere un lembo di velo bruno che indicava la tristezza dell’animo cittadino pei martiri delle famose cinque giornate, e l’atto di espiazione che al Sacro Tempio tutti volgevano ad implorare da uno stesso amor nazionale desiosamente sospinti. Così per quelle principali vie tutt’addobbati i balconi e quasi ogni pertugio, di gramaglia, o di neri tappeti a frangia argentea arricchiti, e padiglioni, e appositi detti, e segnali corrispondenti alla suntuosa lugubre funzione vedeansi profusi. Tutt’intorno alla piazza del Duomo era simile e ricco l’apparato, e in mezzo, piantata sopra ampio piedestallo, sorgeva un’altissima lancia lombarda colla tricolore bandiera, pur essa di lutto insignita, sorretta quella lancia come da un rialzo, cui ai quattro angoli stavano corrispondenti statuette e sopra di esse vasi portanti arbusti di funereo cipresso. Alle quattro facciate di così tal, direbbesi, improvvisato obelisco leggevansi le seguenti inscrizioni:
PIO SOLENNE VOTODI ETERNA RICORDANZAAI PRODI TRAPASSATI COMMILITONICHE A LIBERAZIONEDELLA SCHERNITA ED OPPRESSA ITALIASORRIDEVANOBOCCHEGGIANTI SOVRA SANGUINOSE MACERIEAL CARO PENSIERODELLA RISCATTATA PATRIA.QUIALL’ALBERO GLORIOSO DELLA FRATELLANZA E DELLA PACEVERSIAMO TUTTICOLLA LACRIMA DEL LUTTO LARGHE OBLAZIONIA DEVOTO SUFFRAGIODE’ NOSTRI CONCITTADINICHENEL TERRIBILE CONFLITTO ITALICOMORENDOIMPRESSERO COL PROPRIO SANGUELO STEMMADELLA PORTENTOSA MILANESE VITTORIAMDCCCXLVIII.
OH IL CARO SPETTACOLO DI UNA SANTA COMMOZIONE!TREGUA AL PIANTOVEDOVATE SPOSE E DESOLATE MADRICHE A GRAMAGLIA VESTITEASSISTETE AL SACRO RITO FUNEBREIDDIOVOLLE CON SÈ GLORIOSIQUE’ CARI VOSTRICHE SPENTI PEL SOCIALE COMUNE PROSPERAMENTODELLA RIGENERATA ITALIAVIVRANNO IMMORTALINELLE VENTURE GENERAZIONI.
OGNUNO SI TACCIAE DALLE TENEBROSE TOMBEDEI TRUCIDATI NOSTRI FRATELLIODAIL CELESTE COMANDO DEL RELIGIOSO SOVVENIMENTOAD ESSI DOVUTOCHE VITTIME DI GUERRA INTESTINAVOLLERONOI SALVI DALL’OPPRESSIONEDELLO STRANIERO ABBOMINATO DOMINIO.
Larga corona intorno a quel rialzo vi faceva la Guardia Civica in bellissimo aspetto, ed in mirabilissimo ordine, come mirabile oltre ogni dire era l’ordine mantenuto dalla calca del popolo. Volgendo lo sguardo al Duomo, tutto gremito vedeasi ad ogni marmoreo parapetto di affollata gente, spettacolo nuovo senza dubbio per noi; ed abbassando l’occhio sulla Porta del Sacro Tempio leggevasi su gran cartello sovraornato da un’urna coperta da strato tricolore e negro velo:
☧AI MARTIRI DELLA PATRIACHE NELLE V GIORNATE DI MARZOL’ITALICO RISCATTO SUGGELLARONOCOL SANGUESEME FECONDO DI FAMIGLIE NOVELLEDEVOTE A TUTTI I GRANDI PENSIERIA TUTTE L’OPERE GENEROSEIL POPOLO MILANESEPREGA LA REQUIE ETERNAED OFFRENDO AL SIGNOREL’IMMACOLATA LORO GLORIAIMPLORACHE IL MAGNANIMO SACRIFICIOSALVI ITALIA TUTTA.
Entrando nel tempio, aperte le ampie cortine di nero drappo frangiato d’argento con sovrapposto velo, era di tristezza, d’amore, di riconoscenza, di voti sinceri innalzati a Dio per quelle anime benedette e generose ogni cuore commosso, perchè con affetto insolito mirava quelle imponenti colonne, a neri tappeti e argento addobbate, portar ciascuna uno stemma a guisa di scudo,chiuso da corona d’alloro e attraversato da negro velo, con impressi i nomi, parte a parte distribuiti, de’ valorosi che caddero per la gloria del paese, per la vittoria nazionale alla quale ardentemente agognavano. Le faci risplendevano perchè legger si potessero, e rimaner potessero nell’animo nostro scolpiti.
Fra gl’intercolunnii pendevano le tricolori bandiere attraversate esse pure da un velo, e l’occhio guidato lungo quell’ampio accesso al funereo monumento, che s’ergeva prossimo all’altar maggiore, restava meraviglioso e attonito di quella grandiosità che le parole nostre non saprebbero esprimere.
Quel funebre catafalco che s’alzava a piramide tutto a lutto coperto, ornato di alti fusti orditi a cipresso sui quattro angoli e con elmi, emblemi, e scudi, e allori, e bandiere intrecciate da bruno velo, portava alle quattro facce le seguenti epigrafi:
Nella faccia verso la porta della Metropolitana.
SALVETEO MARTIRI GLORIOSIDELL’ITALICO RISORGIMENTOCADUTI NELL’EROICA PUGNAO SGOZZATI A TRADIMENTO DAL BARBARONELL’IRA DELLA FUGASALVETEIN NOME DI QUESTA CITTA’PER VOI SCAMPATA ALL’ESTREMO ECCIDIOIN NOME D’ITALIAPER VOI SUSCITATA ALL’ENERGIA DELL’OPEREIN NOME DI TUTTO IL MONDO CIVILECHE VI BENEDICE E V’AMMIRA.
Nella faccia verso l’Altar Maggiore.
DIO GIUSTO E CLEMENTEACCOGLI NELL’ETERNA TUA LUCEL’ANIME DI QUESTI NOSTRI FRATELLICHE O INERMI CADDEROALLA CIECA PERCOSSA DE’ BARBARIO SOLDATI NELLA GRAN BATTAGLIADEL DIRITTO CONTRO LA FORZAMORIRONO COMBATTENDO:TU FA CHE IL LORO SANGUE ESPIATORELAVI LE COLPE ANTICHE:TU FA CHE LE ANTICHE GENTISTRINGANSI INTORNO AL TUO VICARIOIN AMPLESSO D’AMORE INDISSOLUBILE.
Al lato destro.
ANIMOSE DONNENEL VOSTRO CUORE DI MADRINELL’ESEMPIO DELLE VOSTRE SORELLECHE POSERO PER LA PATRIA LA VITAVOI TROVERETE IL CORAGGIODELLE FORTI VIRTU’ CITTADINE:EMULATRICI DELLE SICILIANEVOI CANCELLERETE TRE SECOLIDI CODARDA MOLLEZZAE RITEMPRATE A SEVERI DOLORIA GIOJE SEVEREVI FARETE DEGNE COMPAGNE D’UOMINI LIBERI.
Al lato sinistro.
MARTIRI PRECOCIDI QUELLA CAUSA INDEFETTIBILECHE AL PIÈ DEI PATIBOLIE NELLE CUPE SEGRETERIFORNI’ PER SI’ GRAN TEMPOLA COMPIANTA SCHIERA DE’ SUOI SEGUACINOBILI VITTIMEDI SPILBERGA E DI COSENZAVOI NON AVETE SPERATO INDARNONON AVETE INDARNO PATITOIL TRIONFO DI QUESTI LOMBARDIASSOLVE LA SUBLIME VOSTRA FOLLIALA PATRIA LORO È PUR VOSTRA.
Sulla Bandiera a destra:
IGNOTI DEL NOME NON DEL CUORENEGATI ALLE PIETOSE CURE DEL MEMORE AFFETTODAI FEROCI OLTRAGGI DE’ BARBARII PIU’ DI VOI L’INSEGNARONOQUANTA È VIRTU’ IN QUELLA TURBA INNOMINATACHE PORTA PIU’ GRAVE IL FASCIODI TUTTE LE UMANE CORRUTTELE E MISERIE.
Sulla bandiera a sinistra:
PARGOLETTI INNOCENTIMARTIRI DELLA PATRIAIGNARI ANCORADEL SUO NOME DOLCISSIMOIL VOSTRO SANGUELAVACRO ALLA NOSTRA VITTORIAÈ PEI BARBARI MACCHIA NON CANCELLABILE.
MORTI
nelle cinque gloriose giornate per la liberazione di Milano
noti fino al 4 d’Aprile; oltre questi vi sono altre cento vittime finora sconosciute, tra cui donne e bambini.
Alberti Giuseppe.Anfossi Augusto.Annovazzi Felice.Arosio Giuseppe.Baj Maria.Bandirali Giuseppe.Bardelli Desolina.Bari Francesco.Barioli Rosa.Barzanò Tomaso.Battioli Giuseppe.Beltrami Giovanni.Benzi Bernardo.Beretta Alessandro.Bernacco Gennaro.Bernasconi, falegname,Bernasconi Innocente.Bertoglio Giuseppe.Bertoglio Giosuè.Bertolio Giacomo.Bertolotti Luigi.Besesti Giuseppe.Besozzi Francesco.Bianchi Angelo.Bianciardi Alessandro.Bolotti Giuseppa.Bombaglio Carlo.Bona Angelo.Bonella Felice.Bontempelli Gaetano.Borella Giuseppe.Boselli Antonio.Bosisio Domenico.Brenzia N.Broggi Giuseppe.Brunetti Roberto.Buontempelli Gio. Batt.Bussolari Geminiano.Caccia Giacomo.Cagnoni Francesco.Cagnoni Teresa.Caimi Giuseppe.Calderara Gabriele.Calini Amanzio.Campati.Candiani Maria.Cantaluppi Maria.Capella.Carati PaoJo.Cardani Giuseppe.Carones Carlo.Casati Apollonia.Casati Michele.Castelli Angelo.Castelli Ferdinando.Castiglioni Dionigi.Cattaneo Camilla.Cazzamini Andrea.Chiambranni Giuseppe.Chiambranni Rosa.Chiapponi Luigi.Colombo Clelia.Colombo Paolo.Comi, speziale in Saronno.Comolli Francesco.Confalonieri Carlo.Confalonieri Giuseppe.Consonni Giovanni.Corbella Francesco.Crenna Andrea.Crespi Antonio.De Ceppi Carlo.De Giovanni Giuseppe.Delmati Gaetano.De Martini Benedetto.Dubini Cesare.Fasanotti Giuseppe.Felicetti.Ferrari Leonardo.Ferrario Leopoldo.Filghera Giuseppe.Filippini Giuseppe.Folcia Mauro.Fossati Carolina.Fossati Giuseppe.Fossati Giuseppe, stalliere.Francisco Camillo.Franzetti Giuseppe.Frontini Angelo.Galleani Giovanni.Gaj Camillo.Gaj Gaetano.Gaj Giuseppe.Galimberti Felice.Galli.Galloni Teresa.Gatti Francesco.Gianotti Francesco.Gilardi Giuseppe.Grandi Francesco.Grugni Teresa.Kling Giovanni.Lambruschini Filippo.Larghesi Apollonia.Lattuada Carlo.Lazzarini Antonio, sacerd.Locarna Gio. Batt.Lomazzi Luigi.Locatelli Luigia.Locatelli Stefano.Longoni Pietro.Magni Carlo.Magni Giovanni.Magnini Giuseppe.Magnoni Cesare.Malnati Domenico.Manfredi Angelo.Marchesi Camillo.Mari Giuseppe.Martignoni Francesco.Martignoni Pasquale.Mascagni, dottore in med.Mauri Gio. Batt.Mazzi Giuseppe.Mazzola Andrea.Mercantini Domenico.Minetti Gaetano.Migliavacca Francesco.Migliavacca Isidoro.Miglio Enrico.Misdaris Celestino.Mognoni N. sarto.Mognoni Cesare.Moll Maria.Mollini Amadeo.Monti Claudio.Monti Luigi.Moraja Paolo.Motta Angelo.Motti Maria.Mussatti Angelo.Muselli Giuseppe.Nardi Luigi.Nicolini Camillo.Orlandi Defendente.Orio Marietta.Orrigoni Angelo.Ottolini Cesare.Paganetti Girolamo.Pajarino Giovanni.Pariani Marianna.Parigini Rosa.Pasquè Pasquale.Pecoroni Antonia.Pedotti Giuseppe.Perelli Giacomo.Perelli Rocco Giacomo.Perinolli Pietro.Perotti Angelo.Perotti Gio. Antonio.Piccaluga Pietro.Picozzi Alessandro.Picozzi Giuseppe.Pilati Girolamo.Pirazzi Giuseppe.Polletti Carlo.Pomè Antonio.Poretti Gio. Antonio.Porro Luigi.Prada Maurizio.Pozzi Giovanni.Radice Natale.Rainoldi Gaetano.Rainoldi Pietro.Ratti Apollonia.Rebolini Ferdinando.Ricotti Antonio.Rigamonti Annibale.Rigo N.Rocco Giacomo.Romanino N.Roncalli Francesco.Ronzoni Giovanni.Ronzoni Giuseppe.Ronzoni Maria.Rovelli Giuseppe.Rovida Pietro.Sacchi Antonio.Sala Caterina.Saldarini N.Sanvitori Giuseppe.Saronico Gilardo o GerardoScotti Marianna o Maria.Segale Carlo.Serimolli Pietro, studente.Silvestri Luigi.Stelzi Luigi.Tamborini Luigi.Tarditti Filippo.Tavazzani N.Tenca Gio. Batt.Tornaghi Enea.Trivaldi Carlo.Usman Caterina.Valentini Alessandro.Valtolina Gio. Battista.Vanotti Francesco.Velati Pietro.Venegoni Giuditta.Verga Francesco.Vigo Agnese.Villa Giacomo.Vismara Felice.Volontieri Giovanni.Zabadini Giulio.Zanaboni Ettore.Zavatteri N.Zopis Maria.
In tutto N. 218.
Ignoti notificati dall’Ospitale Maggiore, 47 maschi e 5 femmine.
Ignoti notificati dall’Ufficio Sanitario, 19 maschi.
3 abbruciati all’Ufficio del Dazio di Porta Comasina.
2 maschi ritrovati in un giardino presso l’Ospedale di Sant’Ambrogio.
CENNI NECROLOGICI
DI ALCUNI
MARTIRI DELLA PATRIA.
Anfossi Augusto[51].
Nacque in Nizza nel 1812; ne andò esule nel 1831, reo dell’amare immensamente, sinceramente la patria, il popolo, la libertà: passò in Francia, e di colà, dove allora era un gran ciarlare ed un far pochissimo, impaziente dell’ozio e di quel vano arrabattarsi che è peggio dell’ozio, si trasmutò in Egitto, ove di quei giorni poco si parlava e si faceva molto; militò negli eserciti di Ibraim Bascià, e ne uscì colonnello. Ridottosi alle Smirne, vi aprì una casa di commercio, che in pochi anni crebbe a maravigliosa prosperità; ed ivi, lieto del clima dolcissimo e delle memorie omeriche, avrebbe forse chiuso i suoi giorni, se nol venivano a suscitare i recenti casi d’Italia. Perspicace dell’ingegno, quanto era forte del braccio, s’accorse subito che un moto italiano, benedetto, anzi iniziato dal Pontefice, non poteva venir meno, e quindi si diede a secondarlo coll’energia del pensiero e del cuore. Tornato in Italia, alla grand’operadell’italico riscatto offrì la persona e le sostanze, dichiarandosi disposto ad assoldar volontarj a proprie spese; e si mise in comunicazione con tutti quei generosi che nel Piemonte, nella Liguria e nella Lombardia aspettavano il momento d’insorgere. In questa città nostra capitò pochi dì prima del cominciamento del nostro gran dramma, e subito ebbe a sè i cuori di tutti ed in particolare de’ giovani pel suo piglio franco e militarmente severo, per la sua energica parola, e pel calore dell’anima. Come appena fu deciso che noi dovevamo conquistar coll’armi la nostra libertà, egli offrì i suoi servigi che vennero con riconoscenza accettati. Destinato ad organizzare la guardia civica, e quindi a comandar tutte le forze attive della nostra rivoluzione, diè tali saggi di capacità, di coraggio, di nobile dignità, che lo fecero conoscer tosto e riverire da tutti. Nessuno nei giorni dell’eroica nostra lotta mostrò maggiore attività di lui; egli era da per tutto a consigliare, ad operare, ad erigere barricate, a confortar cittadini, a preparar mezzi di difesa, a studiar posizioni, ora capitano ed ora soldato, ora meccanico, ora strategico, sempre esempio chiarissimo del più fervente patriottismo. E da lui s’inspirava, ed a vicenda eragli inspiratore Giuseppe Torelli, datogli ad ajutante; anime degne d’intendersi, intelletti degni d’associarsi alla difesa di questa carissima patria. Altri narreranno i fatti particolari di lui: qui ci basta riferire come dagli altri di Porta Nuova, monumento della sconfitta del Barbarossa, respingesse un drappello di granatieri ed un cannone, e vi piantasse, baciandola, la bandiera tricolore, e come nell’assalto del locale del Genio, appuntato un cannoncino alla porta principale di esso, nell’atto che la sfondava, fosse colpito in fronte da una palla di moschetto. Morì come Epaminonda, lieto della vittoria de’ suoi: morì invocando Dio e la patria.
Borgazzi Girolamo.
Il giorno 7 dello scorso aprile nella chiesa parrocchiale della Fontana fuori di Porta Comasina mi trovai presente alle pompe funebri che si celebravano in suffragio di questo martire della Rivoluzione, passai quindi coll’eletta compagnia delle guardie civiche de’ CC. SS., delle guardie civiche a cavallo condotte da Antonio Litta, con alcuni rappresentanti della Strada ferrata Lombardo-Veneta con due numerose bande e con innumerevole popolo al cimitero, furono tumulate le onorate spoglie del Borgazzi, ivi assistetti alle seguenti commoventissime parole lette dal sig. Direttore Grassi.
«Dirò brevi parole per onorare la memoria del valoroso Borgazzi, che con pietoso consiglio meco qui accompagnaste alla terra dell’eterno riposo. Severo e nobile però sia il nostro dolore per questa vittima della tirannide, e anzichè a lagrime imbelli, esso ci commova a magnanimo esaltamento, rammentando in lui un generoso immolatosi alla salvezza della cara patria. Fu egli che oltre a prodezze molte e svariate fra i primissimi tolse le porte della città al nemico, e l’eletta schiera condusse de’ fratelli di Lecco e della Comasina per dare l’ultimo crollo alla pertinace prepotenza del barbaro duce, che da noi già vinto anelava pure a vendette maggiori, e se possibile più nefande!
«Mi è di conforto pertanto, nella piena del dolore che m’invade nel perduto amico, di avervi qui raccolti, e che mi concediate di parlarvi di lui, dolce essendo la rimembranza dei cittadini eroici, che devoti fin dalla prima età al culto di una grande idea, quella della patria indipendenza, ne procacciarono col loro sangue il trionfo. E l’interesse della patria comune richiede che di un sospiro e di una lagrima venga onorato il lorosagrificio! una lagrima adunque ed un sospiro per la eroica salma del Borgazzi!
«Dai lievissimi cenni che vengo a toccarvi della sua ahi! troppo breve vita, vedrete essere egli stato sempre fra i non pochi che luminosamente concorsero alle grandi gesta che segnarono l’epoca del terzo e del più glorioso risorgimento d’Italia.
«Borgazzi nacque in Milano nel 1808 da nobile ed onorata famiglia. Le prime idee alle quali informossi l’animo suo furono che la distinzione suprema dell’uomo consiste nella moralità e nella intelligenza. L’educazione sua fu liberale, e inspiratrice di nobili sentimenti. Terminati gli studj di ginnasio e liceo, e trovatosi compresso ed infelice sotto un governo pel quale i sentimenti generosi e la rettitudine di carattere erano sì spesso insormontabili ostacoli all’avanzamento dell’italiana gioventù in qualunque pubblica carriera, si determinò nel 1829 di recarsi in Francia. Ma ivi soffrì dopo la rivoluzione del luglio crudeli disinganni. Le nobili speranze concette pel risorgimento delle nazionalità europee e specialmente dell’italiana e della polacca gli vennero annientate, non già dalla nazione francese, ma da quel governo.
«Accortosi il Borgazzi che non era a sperarvi nessun appoggio, e tentata invano con altri pochi valorosi la spedizione di Savoja nel 1833, stette alcun tempo in Francia in ansiosa aspettativa di tempi migliori, a ciò lusingato dalla conservatasi riunione degli emigrati italiani, che per ordine del ministero dovevano organizzarsi in legione a Mont-Brison. Si aggregò diffatti al primo battaglione di essa, e sospirava al momento di entrare in Italia, come a quelli illustri giovani si lasciava credere. Ma Luigi Filippo voleva ben diversamente diretti quei prodi a Tolone, ed imbarcati con ordini suggellati, quando giunsero in alto mare, traditi tutti nelleloro più care speranze, videro volgersi all’Algeria le prore delle navi! L’amico di Metternich rapiva quelle anime generose all’Italia; e traditore ed egoista se ne giovava per sè sulle ardenti sabbie dell’Africa.
«Per tre anni dal 1833 al 1836 servì dunque il Borgazzi con distinto onore nella legione straniera, e fra le continue zuffe ed i più ardui disagi a quella malaugurata legione riservati ottenne avanzamento, ed arrivò al grado di sergente-maggiore.
«Poi fu mandato colla sua legione in Ispagna in soccorso della regina Isabella II. Ivi nella più fortunosa guerra acquistò col suo valore e con due gravi ferite nuovi gradi onorevoli, prima di sotto-tenente e poi di tenente, infine venne insignito delle due decorazioni di Isabella II e della Civica.
«Per non prender parte all’anarchia che invadeva il governo e l’armata dell’infelice Spagna, si disciolse nel 1843 dal servizio, abbandonando la propria legione presso che distrutta dall’aspro e lungo combattere, e venne a risalutare il sacro suolo d’Italia, dopo avere condotto in moglie una spagnuola fornita d’ogni virtù, e capace quindi di comprendere la rara nobiltà del di lui animo.
«Ma alla gioventù distinta per sentimenti di patriottismo e di progresso, trovavasi sempre precluso dal governo Austriaco ogni adito a qualunque impiego. Pieno però di vita e di energia, il Borgazzi non volendo rimanersi inoperoso, accettò il modesto impiego di Ispettore alla strada ferrata. E quivi per la sua rara attività, svegliata intelligenza, e urbanità amorevole di maniere, procacciossi la stima e l’affezione della Direzione, mantenne la disciplina la più severa negli impiegati, acquistossi tanti amici e ammiratori quanti ebbero a trattare con lui.
«S’avvicinavano intanto le gloriose giornate del Marzo, ed il cuore ardente del Borgazzi già presagivagliessere egli destinato ad operare grandi cose per la sua patria.
«Prima sua impresa fu di affrontare impavido la pena di morte minacciata dal Radeztky a qualunque impiegato delle strade ferrate che avesse mosso un convoglio, avendo egli ardito di condurre una mano di coraggiosi a Sesto, ove raccolse una schiera di ben quattromila volontarj con cui si diresse alla Porta Comasina.
«Altro fatto di grande coraggio fu il tentato violamento della polveriera di Lambrate, che ben riuscito dapprima, dovette essere abbandonato per soccorso di nuove truppe.
«Mentre le mura stavano guardate da innumerevoli soldati, chi le scalava ben sei volte per comunicare col Governo provvisorio? Era il Borgazzi, era un padre di famiglia, che tra i figli proprj comprendeva tutti gli assediati cittadini, bisognosi di comunicazioni esterne.
«Quando vinte le soldatesche, e disprezzati i cannoni della porta Comasina entrava in Milano coi fratelli dei borghi e della campagna; quando, infelice! lo scopo degli eroici suoi desiderj stava per essere raggiunto, e l’ora di compiuto trionfo era suonata, egli cadde mortalmente ferito nel petto! e nelle poche ore che sopravvisse, in un breve istante di animo presente a sè stesso, chiedeva: Come vanno le cose della patria? Rispotogli,la patria vinse: Muojo contento, soggiungeva quel magnanimo, e spirava! Ah, preghiam tutti insieme la requie eterna all’anima di Borgazzi! La terra che gettiamo nella fossa che lo racchiude accompagniamola col grido che egli alzava nel fervore della pugna, e che sempre troverà un eco sui nostri labbri e nei nostri cuori.—Viva l’indipendenza d’Italia! Viva l’unione Italiana!—Prima di partire da questa tomba gridiamo:—Vivano nei nostri cuori gli eroi vindici della cara patria! Vivano!
«I tuoi figli, o Borgazzi, ai quali non potesti legare che la ricchezza di una grande gloria domestica, troveranno nella patria che se gli adottò, quella predilezione d’amore e quell’ajuto di nazionale educazione che varranno a renderli un giorno emuli delle tue virtù.
«L’Italia è pia, è generosa, è magnanima, ed il modo con cui tutelerà il sacro deposito lasciatole da coloro che versarono il proprio sangue per la sua redenzione, mostrerà quanta sia la differenza che passa fra la riconoscenza dei despoti, e quella dei grandi popoli.
«Vi ringrazio, amici e fratelli, per la riconoscente pietà con cui voleste onorevolmente accompagnare la salma dell’immortale Borgazzi a questa funerea campagna. Ora ritorniamo ad occuparci con maggior lena delle cose della patria nostra: Viva la patria!—Viva questo vessillo tricolore riconquistato a prezzo di sì nobile sangue!»
Boselli Antonio.
Nato in Milano nel 1803 da onesta famiglia popolana, lasciati appena i banchi della scuola si diede alla pratica del ragioniere, ed all’insegnamento privato elementare e ginnasiale, prima nella scuola di Giovanni Racheli, poi in una sua propria, che in breve divise con quella i primi onori tra le moltissime della nostra città. Più tardi alla scuola unì un collegio convitto ordinato a nuova disciplina, ed in servigio di esso acquistò e rifabbricò il convento di S. Salvatore sopra Erba. Costretto dalla pedanteria de’ regolamenti austriaci a chiudere il collegio vi sostituì una pensione domestica. Studiò privatamente le leggi, e fu dottorato.
Il 18 marzo accorse alla difesa del Palazzo Civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedettero l’assalto de’ Croati, fu udito gridare:Alle finestre, alle finestre! fu veduto farsi col moschetto alla finestra,e tirarvi di molti colpi sul nemico. Ma non volle aspettarlo colà: esci coraggioso sulla via e fu subito ferito d’un colpo di bajonetta presso all’inguine: cercò riparo dietro una barricata, e poco stante due colpi di moschetto gli aprirono altre ferite. Pure ebbe animo e lena. Dilungatisi i barbari, procurò di strascinarsi alla sua casa: vi dolorò sino alla mattina di lunedì, e spirò con accanto la moglie e le sue due bambine, consolato dalla speranza del riscatto d’Italia. Dall’elogio di Achille Mauri, inserito nellaGazzetta Officiale di Milano del giorno 22 aprile.
Broggi.
Vedi quanto si è detto alla pag. 104 in nota.
Guy Giuseppe.
Fu uno dei primi martiri dell’indipendenza Lombarda, caduto combattendo sotto le mura di Milano, il secondo giorno della rivoluzione. In compagnia di suo fratello e di due suoi nipoti studenti di Pavia si mise alla testa di alcuni suoi terrazzani e di altri valorosi che si diedero a bersagliare il nemico appostato sugli spalti e ad assalirlo nelle sue frequenti sortite. Spintosi troppo innanzi l’inimico fu colto da un colpo di carabina, direttogli da un ussaro, ed immantinenti spirò nel quarantesimo anno di sua età.
Il giorno 2 di aprile nella terra di Filighera, a un miglio circa da Belgiojoso si celebrò la funebre pompa, che a renderla più solenne accorreva una folla di popolo e numerosi drappelli delle guardie dei comuni circonvicini. Suo cugino, Carlo Reale, pronunciò poche ma veritiere parole in lode del valoroso estinto, e conchiudeva:Fratelli, il nome e l’immagine di questo uomo generoso duri indelebile nella vostra memoria, e dall’esempio di lui apprendete quanto amore si debba alla causa santissima della nazione.
Stelzi Luigi.
Fra le vittime della rivoluzione dobbiamo annoverare anche Luigi Stelzi pel quale si celebravano le esequie nella chiesa di S. Carlo la mattina del giorno 28 marzo. Basta a sua lode l’epigrafe commoventissima che si leggeva alla porta del tempio:
FUNEBRE POMPAPER L’INGEGNERE LUIGI DI GIOACHIMO STELZICHESOLERTE NELLO STUDIO, PRODE NELLE ARMIVITTIMA AHI! TROPPO IMMATURA DI PATRIO AFFETTOMORIVANEL CONFORTO DI RELIGIONE NEL COMPIANTO DI TUTTISALUTATO DAL GRIDO ESULTANTE DELLA PATRIARIVENDICATA NE’ VIOLATI DIRITTIFIGLI REDENTI D’ITALIAIL NOME DI LUI CHE A PREZZO DI SANGUEVI MATURAVA A PIU’ GLORIOSI DESTINIBENEDETTO PER SEMPRE VI RISIEDA NEL CUOREPER OTTENERVI UNA PREGHIERA UN VOTOCHE ACCELERI A LUI IL GAUDIO DEGLI ELETTI.