XI.

XI.22 MARZO (MERCOLEDÌ).Son giunchi che pieganoLe spade vendute:Già l’aquila d’AustriaLe penne ha perdute.Il sangue d’Italia,Il sangue PolaccoBevè col Cosacco,Ma il sen le bruciò.Stringiamci a coorte,Siam pronti alla morte,Italia chiamò.Mammeli.Oh giorno memorabile, ultimo della nostra schiavitù, la tua memoria occuperà la più bella pagina della storia d’Italia! Spezzate sono le nostre catene, le nostre vittorie progrediscono, e di mano in mano che i valorosi cittadini petti s’infiammano di quel santo amor di patria, l’avvilimento s’impossessa delle orde austriache, che estenuate di forze mal si reggono in piedi. La notte passò in un continuo all’erta che gridavasi di tratto in tratto da chi stava a guardia delle barricate, e veniva ripetuto da migliaja di voci. Il cannone romoreggiava a Porta Tosa, a Porta Comasina, a S. Celso ed in altri punti importanti dei bastioni, mentre si voleva nella stessa notte stringere il nemico fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte.Il difetto d’accordo nelle mosse faceva andar a vuoto il disegno. Ordini diversi si succedevano durante il conflitto. Chi gridava:Colle armi a Porta Tosa, chiS’apre la Porta Romana, e simili. Intanto spuntava il giorno sereno e fresco. Una delle prime imprese dei nostri era quella di assaltare il palazzo del General Comando, quando con universal sorpresa fu trovato vuoto, essendosi i soldati che v’erano a guardarlo, vergognosamente giovati dell’oscurità della notte per rifuggirsi in castello. Allora si presero le carrozze di que’ vecchi generali e conducendole nella contrada si formarono delle barricate, come erasi fatto di quelle delVicerè.—Due obizzi e due razzi si trovarono quella stessa mattina sul balcone dell’attuale Aggiunto nell’ufficio di pubblica Vigilanza signor Grasselli in contrada di Brera.Più tardi si lessero sugli angoli della città, e si facevano anche circolare i seguenti tre proclami:CITTADINI!Milano, 22 marzo 1848.L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere.Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.Cittadini! riceviamo di piede fermo quest’ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo provvisorio, che reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti viene così proclamato.Firmat.Casati, Presidente.Vitaliano Borromeo.Giuseppe Durini.Pompeo Litta.Gaetano Strigelli.Cesare Giulini.Antonio Beretta.Marco Greppi.Alessandro Porro.CITTADINI!Mercoledì, 22 marzo.La caserma di S. Francesco, il palazzo del Comando Militare e la casa del Maresciallo Radetzky sono in poter nostro: è una nuova promessa della nostra vittoria. Sappiatelo per averne la sicurezza che il nostro nemico non può altro che abbandonare la nostra città. Tutto viene ad accrescere la nostra fiducia: ne abbia nuovo stimolo il nostro coraggio!Viva l’ITALIA-Viva PIO NONOCITTADINI!Viene riferito che alcuni travestiti da Prete siano esciti dal castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendonoil servigio di dare pronti schiarimenti quando ne fossero richiesti.La spada del maresciallo Radetzky, la spada di sessantacinque anni che fu tinta nel sangue de’ nostri fratelli, è nelle nostre mani, nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli.Sessanta Croati rifiniti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che ci si sono arresi sono da noi trattati come vuole l’onore italiano.VIVA L’ITALIA—VIVA PIO IX.Dal Comitato Centrale di Guerra in Casa Taverna, 22 marzo 1848.Diversi fatti meritevoli di menzione succedettero anche in questo giorno, come vado narrando:S. Luca,Collegio Militare. Già da tre giorni si dava l’assalto a questo collegio de’ cadetti, quando costretti per mancanza di viveri e di forze dovettero arrendersi. Il signor Severus, direttore dell’istituto, aveva ordinato al maestro Corsich di disporre i 140 alunni sì che sicuri potessero offendere coi fucili e col cannone la gente del popolo inerme che nel secondo giorno della rivoluzione usciva dalle sue abitazioni per provvedersi delle cose di prima necessità. A loro vengono aggiunti 300 cacciatori Tirolesi, e tutti uniti, animati dalle istigazioni del loro direttore, cercano di uccidere a più potere. I soli alunni italiani, che raccapricciavano a tale comando, sono minacciati di 25 colpi di bastone. In questi giorni per non rallentare il fuoco, viene a tutti proibito di portarsi al refettorio, e dal sabato al mercoledì sono nutriti con treonce di pane al giorno. Vedi barbarie del signor Severus, infame satellite di Radetzky!Verso le ore dodici il marchese Trivulzio, che molto si segnalò in questi giorni, portandosi con un corpo dei nostri per la consegna, fu ferito in una coscia e si dovette trasportarlo alla sua abitazione. I cadetti che appartenevano a famiglie milanesi vennero consegnati a queste, e gli altri si tennero ostaggi nella casa Barbò. Più estese notizie intorno alla presa di S. Luca si leggono nell’altre volte citato libro deiRacconti di 200 e più testimoni oculari.Porta Nuova. Reduce alla sera il cavaliere Palladini, direttore dell’Ergastolo, dal Governo Provvisorio ove erasi recato per le importanti sue rivelazioni, delle quali si è già toccato più sopra, presentavasi ai portoni di Porta Nuova con due guardie inermi di quello stabilimento, instando perchè qualcuno dei combattenti di quel forte volesse scortarlo. La sera era oscurissima, e benchè corresse voce che dalla caserma di S. Angelo continuava il fuoco ed incessante fosse lo sparo dei cannoni in quelle vicinanze, s’offersero immantinenti e senza tema i cittadini Luigi Rossignoli e N. Perelli. Percorso lo stradone di S. Angelo ed accortisi che la caserma era già abbandonata dalle truppe, tranquillamente proseguirono il cammino. Alloraquando arrivati al viale che mette alla casa di Correzione, d’improvviso vennero scagliati due colpi di fucile alla distanza di circa sei passi di fronte al Palladini ed al Rossignoli, che precedevano gli altri tre del seguito; ma fu volere d’Iddio che ne rimanessero illesi. Imprudenza sarebbe stata l’avanzarsi più oltre per quella strada, stante l’oscurità della sera, e per essere invasa dalle soldatesche, che, come venne a conoscersi, proteggevano lapropria ritirata; onde retrocessi d’alcun poco e fatto aprire un’osteria di contro alla caserma di S. Angelo, fu ivi dato ricovero al cavaliere Palladini, che vi passò la notte in compagnia delle sue due guardie, cui il Rossignoli, prima di allontanarsi col proprio compagno, muniva di due buone pistole perchè vegliassero alla difesa del benemerito suddetto Palladini.Porta Tosa.Il combattimento che fiero e terribile durò in tutti i cinque giorni a Porta Tosa è uno dei fatti più importanti della rivoluzione di Milano. L’impeto poi con cui si attaccava oggi da tutti i punti il nemico, dava a vedere esser questo il giorno decisivo della battaglia. In questo luogo più che altrove la ferocia delle milizie austriache diede le più orrende e turpi prove di sua barbarie. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe, mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio a molti caseggiati. Il saccheggio, l’assassinio ed il fuoco dominavano in tutte le case ove potè penetrare il Tedesco; ben nove incendi appiccati nella giornata, entro e fuori della città, rischiaravano talmente la notte precedente il giovedì, che gli abitanti potevano attendere alle loro cure domestiche nel più fitto della notte senza bisogno del lume[43].In mille modi ci viene raccontato il combattimento di questo giorno a Porta Tosa dai diversi narratori dei fasti delle gloriose cinque giornate.I punti principali dell’attacco furono dalla parte del Conservatorio di Musica, e dalla parte del Dazio. Io riporterò quanto si legge in proposito al primo nel n.o4 nel giornale ilLombardo, in quanto al secondo riferirò le parole del dottor Osio nelle sueReminiscenze, come quello che più s’accorda colle informazioni da me prese sul luogo e da persone che v’ebbero parte.1.oDal giornale ilLombardo:«Frattanto spuntava il mattino del 22 marzo, rallegrato da un cielo sereno. Suonano le cinque, e mentre il Dal Bono muove verso il Conservatorio, i cittadini che il difendevano colti da improvviso timore, fuggendo esclamano:Siamo perduti! Siamo perduti!Intanto duemila Croati, una banda di Tirolesi ed il cannone irrompevano con fragorosi tuoni per atterrare le mura del Conservatorio. Il pericolo era iminente, imperocchè se fosse stato concesso al nemico di avanzarsi più oltre, i cittadini erano presi alle spalle. Ma udita la causa di quella subitanea mossa, e conosciuto il danno che ne sarebbe avvenuto per l’abbandono di quel posto, il Dal Bono con animoso coraggio rincora i fuggiaschi gridando:Chi non è traditor della patria mi segua, e precede intrepido verso il Conservatorio. I cittadini, scossi a quelle parole, il seguono tutti; ed egli gli dispone con molto avvedimento nei siti meno esposti, parte sulle finestre, parte nei cortili, poscia in mezzo ad una tempesta di palle attraversa un terreno per recarsi sotto il muro di cinta vicino al bastione a parteciparvi delle ferritoje. Il suo esempio è seguito da diversi animosi, ed in breve molti fori furono fatti, dadove 20 e più fucilieri mantennero un vivissimo fuoco. Anche dalle superiori finestre le fucilate non cessarono un istante in tutto il giorno. Durante la mischia il Dal Bono accorreva in ogni parte: ei provvide anche alla difesa del tempio della Passione, collocando archibugieri sulle finestre del coro, e nelle prossime case, per modo che i Croati e i Tirolesi non poterono avanzarsi un sol passo, e furono d’ogni banda uccisi e molestati. Fra gli animosi che segnalaronsi in questa giornata vuolsi ricordare un Belgiojoso, abitante alla Guastalla, un Bianchini, cavallerizzo in casa Archinto, un Carlo Bordoni, assistente all’emporio di belle arti, un impiegato del Tribunale, ed alcuni bravi artisti pittori o scultori, il cui nome non ci è conosciuto, ma che ciò non pertanto meritano la riconoscenza dei propri concittadini. Mentre più ferveva il combattimento, alcune guardie di confine insieme ai varj cittadini furono posti dal Dal Bono alla difesa degli orti che stanno a sinistra della Passione. Il coraggioso Luigi Archinto era in questo sito tra i primi, e dopo un lungo alternar di fuoco i Tedeschi dovettero allontanarsi dalla loro posizione, per cui gli abitanti di quelle case, che già da tre giorni mancavano di ogni alimento, furono veduti correre verso i loro liberatori.»«Sbandato da queste parti il nemico, conveniva scacciarlo anche dal bastione Monforte, ove erasi del continuo mantenuto malgrado l’accanito combattere de’ cittadini, che per la seconda volta impadronironsi dell’antico Palazzo del Governo. Gli abitanti di quelle case erano già ridotti alla massima ristrettezza: mancanti di alimento, la morte volava sopra di loro, se il crudo nemico fosse rimasto vittorioso. Il Dal Bono alla testa di alcuni prodi, che difeso avevano il Conservatorio, corre verso quellaparte: innalza una barricata nel mezzo della strada; fa praticare diversi fori nei muri dei giardini di quelle case, ne sottrae gli abitanti, e tale fu l’accorgimento di quelle operazioni che in breve tempo il nemico dovette anche da quivi sgombrare».«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».2.oNelleReminescenzedel dottor Osio si legge:«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coimoschetti, tentava di farci ritirare dalla nostra strategica posizione».«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il Borgo della Fontana».«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi; l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44]; veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj, vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi, appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere: spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali, nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o dalle barricate delDazio, e della casa Tragella. Formai in seguito il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non so a chi sia venuta primiero».«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte lesue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio, non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate, chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il terreno e le pareti».«Sbaragliato un primo corpo di linea, credo del reggimentoReisingher, venne a questi in soccorso un corpo di cacciatori; sempre più animati dai felici successi dei nostri colpi, continuammo il fuoco su di loro, e buona parte dovettero mordere il terreno, o farsi trasportare feriti, e fra questi un ufficiale. Irritati, o meglio spaventati dal vedersi così frequentemente decimati tentarono col cannone di atterrare le porte ove noi stavamo appostati. Ma Dio era con noi! In mezzo al loro cannoneggiar frequente io non esitai punto a barricare la porta dello stesso giardino goduto dal Bianchi, che potea essere facilmente atterrata, perchè debole, e più delle altre esposta ai colpi del nemico. Fu poco dopo che mi recai nuovamente in casa Ratti, premendomi osservare tutti i posti occupati dai nostri; in quel mentre passando per casa Melas una palla da sedici a dieciotto libbre cadeami a pochi passi distante, ammaccando fragorosamente il muro; io la raccolsi religiosamente e la conservo ad eterna memoria, come pure conservo un pezzo di cartoccio diferro, entro cui i barbari racchiudevano la mitraglia, e che cadea poco distante dal muro ove noi stavamo freddamente a mirarli e colpirli. Fu pure allora che lanciarono contro di noi dei razzi alla Congrève, tentando di incendiare la casa che ci difendeva; ma i razzi produssero poco effetto, giacchè male diretti, uno cadde in un giardino a noi vicino, affatto innocuo, ed un altro in casa Melas appiccando il fuoco in una sola stanza al secondo piano, fuoco che venne da noi stessi spento con pochissimo danno; fu pure in quel momento che maravigliati scorgemmo cominciare il fuoco anche in casa Tragella, ove il nemico stavasi barricato. Su questo fuoco che andava mano mano crescendo si formarono varie congetture, da chi cioè fosse stato appiccato, se dai nostri, o da loro. Certo che i nostri non lo potevano anche quando lo avessero voluto tentare. Erano circa le ore due e mezzo pomeridiane, e sino a quel momento nessuno di noi aveva ancora osato avvicinarsi cotanto. Convien quindi conchiudere che il fuoco sia stato dato da loro stessi, ed in tal caso è forza il convenire che fino da quel momento, disperando della vittoria, vollero suggellare la loro sconfitta con atti dell’innata loro ferocia, devastando e distruggendo in mille modi quanto non poteano rubare».«Anche il soccorso dei cacciatori fu di nessun danno per noi, mentre essi provarono e perdita e vergogna, poichè, molti di loro feriti e morti, dovettero ritirarsi fuggendo per avere i superstiti salva la vita».«Nè posso nè debbo tacere come a questi veramente mirabili successi abbiano straordinariamente contribuite quelle barricate mobili, monumento eterno del genio Italiano. Esse avanzandosi lentamente, spinte dai nostrivalorosi armati, nel mentre aumentavano lo spavento nel nemico, permettean loro di potere impunemente avvicinarsi, e ferire dietro quei baluardi inespugnabili. Gloria eterna al suo inventore!»«Animati dalla loro fuga, resi noi arditi anzi che coraggiosi, formammo il progetto di fare una sortita per caricare il restante colla bajonetta in canna, della quale eravamo quasi tutti forniti; ma non appena fatti quattro o cinque passi fuori del giardino del Bianchi, che vedemmo arrivare correndo, dal lato di Porta Orientale, un drappello di granatieri da quattro a cinquecento circa, e che appostatisi dietro gli alberi stavano per colpirci. Ci ritirammo allora di bel nuovo, e rincominciammo l’attacco, non mai scoraggiati, ma sempre più animati di prima».«Dopo una lunga lotta anche i granatieri dovettero abbandonare il terreno, con perdita dei loro, e nessuno dei nostri, quantunque fossero essi sempre ajutati dal cannone. Ai granatieri vennero in soccorso i Croati, altro drappello di 500 circa, che furono pure completamente sbaragliati. A questo punto, privo di munizioni, avendo consumate circa 150 cartucce, e da 26 a 28 once di polvere pei cannoni, mi ritirai nel centro cercando alcuni fucilieri freschi, e munizioni per me e pei compagni che cominciavano pure a scarseggiarne, promettendo a tutti sicura la vittoria in meno di un’ora. Comparvero subito alcuni giovani coraggiosi che volentieri si prestarono all’invito, e la munizione venne favorita dal benemerito cittadino conte Belgiojoso, della contrada della Guastalla. Feci immantinente ritorno verso le ore sette e mezza, ma il fuoco era già stato dai nostri appiccato alla porta; i soldati dispersi continuavano atirare su di noi, e coi fucili e coi cannoni, il che non valse a rallentare il nostro valore, e fortunatamente in una lotta così ostinata, e che non durò meno di dieci ore, noi non avemmo a deplorare che la perdita di tre individui e di pochi feriti. Oh! voi tutti fortunati, che combattendo per la patria incontraste una morte invidiata sul campo della vittoria! La patria riconoscente perpetuerà i vostri nomi scolpiti, e li tramanderà gloriosi ai nepoti, perchè, maravigliati dalle vostre eroiche gesta, e dalle vostre virtù, imparino a sfidare il furore del barbaro che tentasse di invadere questa nostra bella contrada, sacrificando e beni e vita anzichè cedere più mai un palmo solo di questa sacra terra, rigenerata ormai col sangue dei prodi».XII.LA VITTORIA.Le lagrime di gioja, i gridi dei bimbi, dei vecchi e delle donne, che si precipitavano nelle braccia dei loro vincitori guerrieri e li baciavano sulla bocca, furono tali e così profondamente sgorganti dall’anima, che per certo gli angeli del cielo se ne commossero, e toccando le arpe d’oro cantarono un inno di grazie all’Eterno per la vittoria conceduta ai loro mortali fratelli d’Italia.Govean,La battaglia di Legnano.Era trascorsa di due ore circa la mezzanotte quando quel forte romoreggiare del cannone che doveva coprire la fuga delle truppe del grand’impero, cessò affatto. Il Feld-Maresciallo credette di usare questo nuovo ingegno di sua strategica per salvare la pelle. Chiamò a raccolta tutte le sue truppe e mano mano che faceva il giro di circonvallazione le raccoglieva, facendo trasportare con esse gli innumerevoli morti e feriti, di che il valore dei nostri prodi aveva coperto il terreno.Prima ad aprirsi fu la Porta Comasina, e vi tenner dietro Porta Nuova, Porta Orientale, Porta Tosa e Porta Romana. La novella della riportata vittoria si sparge tosto per tuttala città. I nostri accorrono al Castello ed alle porte. Un grido difuori i lumi, i Tedeschi sono andati, vittoria, vittoria, viene ripetuto per tutte le contrade. Tutti vogliono assicurarsi del fatto. Le contrade vanno stivate di gente cittadina e forese che era corsa in nostro ajuto. Qual commoventissima scena di gioja, quegli amici, quei parenti, quei mariti, quei figli, quei fratelli che durante i cinque giorni di lotta non s’erano più incontrati, ora si abbracciano, si stringono insieme, e gridano:Sì siamo vivi, vivi e redenti, cessino le angosce, Viva l’Italia libera! Noi ci siamo battezzati col sangue de’ nostri fratelli. Noi abbiamo giurato sulle loro esanime spoglie mai più Tedeschi, mai più stranieri! L’Italia si è emancipata, essa può far da sè. La patria di tanti eroi, la bella Milano sarà pareggiata all’antica Roma.Milano è libera e l’inimico sbandato e fuggiasco si muove in due colonne verso Lodi e Bergamo. Il Governo Provvisorio ne dà tosto avviso coi seguenti editti, invitando ancora i nostri prodi a tenergli dietro onde spegnere del tutto quella razza di barbari e d’assassini.AI PARROCIE A TUTTE LE AUTORITÀ’ COMUNALI.Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.Il Presidente del Comitato di GuerraPompeo Litta.CITTADINI!Milano, 23 marzo 1848.Il marescialloRadetzkyche aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare. Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi.Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.VIVA L’ITALIA.Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano.Giulini Cesare.Guerrieri Anselmo.Gaetano Strigelli.Durini Giuseppe.Porro Alessandro.Greppi Marco.Beretta Antonio.Litta Pompeo.Correnti, Segr.COMITATO DI PUBBLICA SICUREZZAMilano, 23 marzo 1848.CITTADINI!L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata colcoraggio, coronata collacostanza, ma dev’essere perfezionata coll’ordine.Per guarentire la Sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperano a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi Comitati.S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia e uffizio onorevole quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!IL COMITATOFAVA.—SOPRANSI.—RESTELLI.—LISSONI.—CARCANO.—CURTI.I Segretarj,Ancona.—Cominazzi.ITALIA LIBERAW. PIO IXESERCITO ITALIANOMilano, 23 Marzo 1848.I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico nel suo seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d’armi la città,—l’altra, provveduta completamente d’armi da fuoco, e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa, anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente; lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremoLegione Prima,l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.I difensori della città si chiamerannoLegione Seconda,e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:Guardia Civica.Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all’Esercito, e alla Guardia, secondochèl’imperfetto armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.Il Comitato di GuerraPompeo Litta—Giorgio Clerici—Giulio Terzaghi Cattaneo—Carnevali—Cernuschi—Lissoni—Torelli.Prima di por termine a questa mia narrazione vorrei conoscervi tutti o valorosi miei concittadini e coraggiose eroine per decantare i vostri nomi ed i vostri trionfi a tutto il mondo[45]. Sì diciamolo, nella nostra Rivoluzione vi fu del prodigioso, del sovrumano, ma vi fu ancora un eroico coraggio, del quale non v’ha esempio nelle storie dell’incivilita Europa. L’Austria è caduta, e con essa l’infame sua politica che s’appoggiava sul raggiro e sulla frode. «Caduta è l’Austria, ripetiamolo con Bianchi Giovini, e noi gettiamoci sopra di lei, pestiamola, calchiamola, stritoliamola. Vendichiamo tutte le infamie della sua polizia, tutte le malvagità del suo ministero, tutta l’ignoranza de’ suoi ministri, tutte le estorsioni, le truffe, le ruberie, i sacrilegi, le immanità consumate nel troppo lungo periodo di trentatrè anni: e affamata, conquassata, sbigottita, balziamola al di là de’ Tarvisj monti e sia maledetta la sua memoria».Ora che Milano è libero, ma non tutto il territorio, il Governo Provvisorio continua con energici editti a mantenere in noi quell’entusiasmo e quell’eroismo che tanto ci distinse durante i cinque giorni, riportiamo il seguente:PROCLAMAIL GOVERNO PROVVISORIO.Milano, 25 marzo 1848.Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, raccozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli orrori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre l’Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso Principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta Italia, e sarà!Orsù dunque, all’armi, all’armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana.Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella gran lotta della libertà.Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti maraviglia e vanto a tutta la nazione.Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch’esso italiano,accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio, sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore, che fra breve sventolerà dall’Alpi ai due mari.Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell’umanità.Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.Dio è con noi: già ne ’l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest’eroica settimana: Dio è con noi!—All’armi, all’armi! Vinciamo un’altra volta, e per sempre.Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano—Giulini Cesare—Guerrieri Anselmo Strigelli Gaetano—Durini Giuseppe—Porro Alessandro Greppi Marco—Beretta Antonio—Litta Pompeo.Correnti,Segret.Quindi lo stesso Governo si volgeva al Sommo Pontefice Pio IX, a colui che suonò continuamente sul labbro di tutti, come l’iniziatore del maraviglioso rivolgimento politico dell’Italia, implorando la sua benedizione nel proseguimento della guerra dell’indipendenza italiana. Ecco il tenore dello stesso indirizzo:IL GOVERNO PROVVISORIO DI MILANOALLA SANTITA’ DI PAPA PIO IX.Beatissimo Padre!La gran causa dell’indipendenza italiana da Vostra Santità benedetta ha trionfato anche nella nostra città. Noi le abbiamo resa testimonianza di sangue; e ne andiam lieti nella speranza che questo sangue sarà lavacro di rigenerazione per noi e per tutt’Italia.Nel Nome Vostro, Beatissimo Padre, noi ci preparammo a combattere; scrivemmo il Nome Vostro sulle nostre bandiere, sulle nostre barricate; nel Nome Vostro inermi quasi e improvidi d’ogni cosa, fuorchè della santità pe’ nostri diritti, affrontammo i formidabili apparati del nemico; nel nome Vostro giovani e vecchi, donne e fanciulli, lietamente combatterono, lietamente morirono, ed ora nel Nome Vostro apriamo la gioja de’ nostri cuori a Dioche ha vinto in noi la sua battaglia.Sì, è Dio che in noi ha vinto: lo proclama la gran voce del popolo, che in questa certezza dimentica tutti i dolori del passato e li perdona, mentre pieno di fede contempla nell’avvenire l’avveramento di quelle magnifiche promesse di che prima gli entrava mallevadrice, o Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta parola. Intrepidi nella lotta, noi siamo stati misericordiosi nella vittoria; e devoti al Vostro Nome che suona mansuetudinee perdono, non ci siamo abbandonati all’ebbrezza del trionfo, non l’abbiamo macchiato d’alcuna esorbitanza, e, quanto lo consentono le severe ragioni della guerra, abbiamo rispettato l’immagine di Dio anche nel nostro spietato nemico.Spietato nella pugna, più spietato dopo la pugna; perocchè, volgendo in fuga dalla città nostra, si gettò sulle terre vicine e fe’ di tutte le campagne dei nostri contorni all’Adda ed all’Oglio un desolato deserto. Violate le Chiese, i Sacerdoti dispersi e martoriati, in fiamme i casali, gli abitatori taglieggiati, assassinati: carnificina e saccheggio per tutto. Ed anche a noi spietato, pur dopo averci lasciati tanti segni della cieca ira sua: perocchè trascinò con sè molti nostri concittadini che aveva già nei dì della lotta soggettati ad ogni obbrobrio, ad ogni martirio di servitù, Magistrati riguardevoli, giovani nel fior della vita e delle speranze, padri, mariti, figli. Sulla sorte loro noi viviamo in ansietà dolorosissima, sapendoli alla balía d’una sfrenata soldatesca e di sgherri ancor più sfrenati. Ah! queste son tali angoscie che ci avvelenano anche la gioja della vittoria. Ma coll’averla deposta nel cuor paterno della Santità Vostra, ci sembra sentircela già disacerbata, massime che il pensier nostro corre già a vagheggiar la speranza che in pro’ di questi nostri disfortunati s’interporrà, Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta autorità, la Vostra parola propiziatrice.Intanto, forti del nostro diritto suggellato dal sangue de’ nostri combattenti, forti dell’ajuto che ci presta, da noi domandato, il magnanimo Re di Sardegna, forti del Vostro Nome, noi ci prepariamo a proseguir quella guerra a cui non può metter fine che la completa conquistadell’indipendenza italiana. Sinchè ferve la guerra contro il comun nemico, solleciti di mantener l’ordine, più necessario dentro, quando si combatte fuori, noi provvederemo insieme ai governi provvisorj di altre città di Lombardia sgombre dall’austriaco e con noi affratellate, che dissidj non sorgano sulla forma politica a cui debba comporsi questa nobil parte della gran Patria italiana. A causa vinta, la Nazione deciderà; e certo avrà per noi gran peso l’esempio degli altri nostri fratelli, dacchè siamo fermamente risoluti di rivolgere tutti gli sforzi nostri a rendere più saldi i legami dell’unica unità, senza cui l’Italica indipendenza non sarà mai.Ma ora si tratta di combattere, si tratta di ricacciare oltre le Alpi il comun nemico d’Italia, quel nemico che contristò anche il paterno Vostro cuore, o Beatissimo Padre, e osò fare del Vostro Nome un segno di contraddizione e di scandalo. Or dunque a Voi ricorriamo come al primo Cittadino d’Italia, come all’iniziatore di questo gran moto che i volonterosi condusse e trascinò i repugnanti, come al nostro padre, come in Cristo chefrancò tutte le nazioni della terra.Aggiungete alla forza delle nostre armi la forza delle Vostre benedizioni: benediteci nell’effusione della Vostra grand’anima, come avete già benedetto a tutt’Italia: benediteci nella pugna per benedirci nella vittoria: vittoria finale che farà sorgere una voce sola a gridare dall’Alpi ai due mari:Viva l’Italia libera ed una. Viva Pio IX.Milano, il 25 Marzo 1848.Casati,Presidente.Borromeo—Durini—Litta—Strigelli—GiuliniBeretta—Guerrieri—Greppi—Porro.Il Sommo Pontefice in seguito ai felici successi della Lombardia indirizzava ai popoli Italiani le seguenti parole:PIVS PP. IX.AI POPOLI D’ITALIASALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi e incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri, non ode la voce del Signore. Guai all’umano orgoglio se a colpa o a merito d’uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra. E Noi, a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderj, ai timori, alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri.E prima dobbiamo manifestarvi, che se il Nostro cuore fu commosso nell’udire come in una parte d’Italia si prevennero coi conforti della Religione i pericoli dei cimenti, e con gli atti della carità si fece palese la nobiltà degli animi, non potemmo per altro, nè possiamo non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate a’ Ministri di questa Religione medesima. Le quali, quando pure Noi contro il dovere Nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il Nostro silenzio che non diminuissero l’efficacia delle Nostre benedizioni.Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria è più grande e più difficile cosa che il vincere.Se il tempo presente ne ricorda un altro della storia vostra, giovino ai nipoti gli errori degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità e ogni prosperità ha per prima ragion civile la concordia: che Dio solo è Quegli che rende unanimi gli abitatori di una casa medesima: che Dio concede questo premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell’ordine della società, nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola edifica; che le passioni distruggono: e Quegli che prende il nome di Re dei Re, s’intitola ancora il Dominatore de’ popoli.Possano le Nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far discendere sopra di voi quello spirito di consiglio, di forza e di sapienza, di cui è principio il temere Iddio: affinchè gli occhi Nostri veggano la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se nella Nostra carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle però che fosse a noi la più vicina.Datum Romæ apud S. Mariam Majorem die XXX Martii MDCCCXLVIII, Pontificatus Nostri Anno secundo.PIVS PP. IX.Tosto avuta in Torino la nuova del fortunato esito della nostra rivoluzione si ordinò per il giorno 24 dello stesso mese di marzo la celebrazione di un solenneTe Deumnella cattedrale di quella città, cui intervennero S. M. il Re colla R. Famiglia e la Corte, li Supremi Magistrati, il Corpo di città e le regie Università. La Deputazione Lombarda ebbe un posto distinto. Durante la funzione si sentiva un continuoe forte cannoneggiare, e le truppe schierate sulla piazza fecero i fuochi di parata; quindi S. M. con lo Stato Maggiore passò la prima rivista alle 24 compagnie della Guardia Comunale. Alla sera vi fu splendidissima illuminazione per tutta la città, che venne rinnovata la sera vegnente.A un’ora dopo mezzo giorno della domenica, giorno 26, arrivò fra noi la milizia Sabauda fra le acclamazioni di un popolo esultante che affollatissimo si era portato alla Piazza d’Armi e fuori del Sempione per incontrarla, sebbene il cielo mandasse dirottissima pioggia. V’era pure la nostra Milizia Civica, divisa già in varj drappelli ed in buon numero schierata nei due lati della strada a fare il presentat’arm’. Alcune gentili signore non poteronsi tenere dall’allungare le loro graziose manine e porgere delle coccarde tricolori a que’ garbati ufficialetti, che con molta eleganza se le mettevano sul cuore unite a quella dell’amato loro Sovrano. Le grida diViva i fratelli Piemontesi,Vivano i Prodi Lombardi,Viva l’Italia libera, venivano contraccambiate tra gli spettatori e gli arrivati.Lo stesso Carlo Alberto, alla testa di altro poderoso esercito partiva nel medesimo giorno coi Figli, dopo d’aver raccomandati la Regina, la Duchessa ed i Principini alla Guardia Nazionale. Il nobile disinteresse di questo magnanimo Principe, che abbandonò così spontaneo la deliziosa sua reggia per combattere il comun nemico alla testa delle sue truppe, e divider con esse gli stenti della guerra, gli acquistò tanta simpatia nei cuori di tutti gli Italiani e particolarmenle dei Lombardi, che tanto valorosi quanto generosi gli stanno preparando un premio condegno al suo merito. Egli non degenera da quella dinastia veramente italiana, che pel corso di nove secoli vegliò sempre a difesa dell’Italia.Viva il magnanimo e potente Carlo Alberto, la prima e più valorosa spada nella guerra per la libertà d’Italia!Venezia, Modena, Reggio, Parma ed altre città inviarono successivamente al Governo Provvisorio, e le più per mezzo di Deputati, indirizzi o di adesione, o di congratulazione, o di fratellanza italiana. Il Governo com’era suo debito rispose loro, e nelle risposte espresse la sua riconoscenza e dichiarò i suoi principj, le norme della sua condotta e le sue speranze sull’avvenire. Tanto gl’indirizzi quanto le risposte furono fatti pubblici per mezzo della Gazzetta officiale.Pubblichiamo, come documento istorico comprovante un titolo alla stima dei Milanesi, il seguente indirizzo dell’Autore delleMelodie Italiche, reputandolo opportuno a tramandare la memoria di un fatto degno di vivere nella memoria di quanti hanno cara la virtù della gratitudine, il quale spetta al giorno 23 del marzo.AI VOLONTARJ GENOVESI.CAPITANATI DA G. DE CAMILLIE PRECURSORI DEI MILITI ITALICI IN MILANOFratelli!I Lombardi superstiti agli stenti e ai lutti dell’esiglio, quando nella durata di una generazione fecero le due prove per ricuperare un bene, che la forza e la frode dei successori dell’Enobarbo resero infauste, il bene perduto, ma pur sempre caro e sacro retaggio di memorie e di speranze inalienabili, que’ nostri diletti ritornando al supplice desiderio dei rimasti leali alla patria nel posto loro fisso, come a Geremia, tra le desolazioni cittadine, narrarono colla gioia del pianto, che l’astro dei naviganti scorgevali a scampodalle carceri e dai patiboli del nemico sulla spiaggia di quel mare dove Cristoforo Colombo imparò a governare la vela e il timone per iscoprire le stelle e le isole divinate dall’Alighieri e dal Petrarca nel cielo e nell’oceano dell’Atlantide. E parlavano di voi, magnanimi Liguri, colla esultazione della gratitudine, raccomandandoci la malleveria dì un debito, che non avremo pur sciolto, se compartecipi non siate di ogni nostro titolo alla stima delle nazioni, voi primi venuti all’impresa della fede e dell’amore col generoso fuoruscito, che salutammo l’araldo di giuliva novella, mentre apparve guidandovi ad esaltare il Signore degli eserciti sulle mille trincee, portentosi altari di testimonianza degli oppressi, fatti lioni di Giuda, contro i violenti.Di quanto sangue grondassero per molte età le tolde di quelle galere, che si contendevano il commercio del Mediterraneo per istipendiare coi tesori dell’Oriente le bande depredanti e struggenti i figli di una stessa madre, quando le tracotanze degli stranieri si avvantaggiavano delle nefande discordie, noi più non rammenteremo: giacchè la fonte delle lagrime fu esaurita da tanta espiazione; e scese il perdono coll’angelo sterminatore dei barbari nel campo di Legnano, annunciandoci le giornate della giustizia riparatrice; e disse al primogenito popolo dell’ultima alleanza, pari all’eletto dell’antica:—cingi ai fianchi sul lucco la daga degli avi, e col bordone de’ Romei ti appresta a seguire la fase dell’Onnipotente per celebrare nella valle di Pontita la pasqua della liberazione, sedendoti nel cenacolo, in cui si confermi dal re de’ nostri sacrificii la religione di un patto statuente l’emblema di propizio avvenire.E voi sapete, ospiti cordialissimi dei profughi, che il lituo di Pio era operatore di miracoli come la verga di Mosè per ricondurli alle liete imbandigioni di quel convito, disserrando i termini fìssi dal Faraone teutonico alla cattività dell’abbominio. Inesorabile l’odio de’ suoi ministri alla vocazione del nostro destino, ebbe la pena delle tenebre misteriose, mentre le tribù dei militi votivi al martirio consumatoredella tirannide ivano nello splendore sfolgorante dal labaro del riscatto; e simili ai Cherubini veglianti l’arca primitiva le immagini di Ambrogio e di Galdino, domatori delle esorbitanze imperiali di Teodosio e di Federigo, precedevano i passi della nostra vittoria. E ai pargoletti chiedenti nel dì delle grazie, perchè le rombe a stormo delle squille innanzi chiamanti al pericolo espandessero allora i placidi suoni del giubilo, i vecchi rispondevano:—ecco il dì della perenne ricordanza, nè opere servili lo profaneranno più mai nel paese dei grappoli e delle spiche, il paese archetipo della redenzione di ogni popolo.Dolce la lode degli antenati al cuore dei posteri meritevoli di serbarla negli inni della tradizione, se come voi, o nepoti dei prodi propulsatori delle ostili masnade dopo un secolo ricacciate da noi, abbiano una fama loro propria, che stia nel firmamento qual luminare senza tramonto: ma gli asterismi sono storici monumenti, in cui si effigiarono i fatti ordinatori del mondo morale, simboli eterei dei volghi d’Italia, che staranno, come quelli dello zodiaco, permanenti nella individualità di un nome e di un’orbita con armonia di evoluzioni successive e simultanee intorno al sole, occhio sol egli della Provvidenza per noi.Benedetta la luce di raggi moltiplici ed una vita della materia e dello spirito, elemento originario dell’universo, che il Verbo creatore mise nell’abisso delle cose, e salvatore in quello delle idee! La prima fiaccola figurativa di questa luce per l’orizzonte civile fu locata da voi, abitatori di Genova, sul culmino dell’Apennino, nella notte della veglia dell’armi trionfatrici degli oppressori:—all’erta, gridarono le vedette, accendendone di giogo in giogo sino alle vampe del Vesuvio e dell’Etna: all’erta, ripetevano le scolte delle Alpi, udito il tuono balenante di meteora boreale, fausto presagio delle battaglie degli umili debellatori dei superbi; e si compiranno da quel Giosuè, che le arpe dei leviti e le danze delle vergini accompagneranno col cantico del passaggio dove gli eroi dell’antico carroccio santificavanola terra della seconda promissione per giurarvi la legge perpetua della evangelica fratellanza, su quel campo di maggio, nel giorno XXIX, che ricordi l’anniversario del 1176. E là vi stringeremo la destra, che impugnava per noi il brando del sacrificio, acclamandovi concittadini per iscolpire i vostri nomi nei fasti della Insubrica regione.Il 12 aprile, 1848.

XI.22 MARZO (MERCOLEDÌ).Son giunchi che pieganoLe spade vendute:Già l’aquila d’AustriaLe penne ha perdute.Il sangue d’Italia,Il sangue PolaccoBevè col Cosacco,Ma il sen le bruciò.Stringiamci a coorte,Siam pronti alla morte,Italia chiamò.Mammeli.Oh giorno memorabile, ultimo della nostra schiavitù, la tua memoria occuperà la più bella pagina della storia d’Italia! Spezzate sono le nostre catene, le nostre vittorie progrediscono, e di mano in mano che i valorosi cittadini petti s’infiammano di quel santo amor di patria, l’avvilimento s’impossessa delle orde austriache, che estenuate di forze mal si reggono in piedi. La notte passò in un continuo all’erta che gridavasi di tratto in tratto da chi stava a guardia delle barricate, e veniva ripetuto da migliaja di voci. Il cannone romoreggiava a Porta Tosa, a Porta Comasina, a S. Celso ed in altri punti importanti dei bastioni, mentre si voleva nella stessa notte stringere il nemico fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte.Il difetto d’accordo nelle mosse faceva andar a vuoto il disegno. Ordini diversi si succedevano durante il conflitto. Chi gridava:Colle armi a Porta Tosa, chiS’apre la Porta Romana, e simili. Intanto spuntava il giorno sereno e fresco. Una delle prime imprese dei nostri era quella di assaltare il palazzo del General Comando, quando con universal sorpresa fu trovato vuoto, essendosi i soldati che v’erano a guardarlo, vergognosamente giovati dell’oscurità della notte per rifuggirsi in castello. Allora si presero le carrozze di que’ vecchi generali e conducendole nella contrada si formarono delle barricate, come erasi fatto di quelle delVicerè.—Due obizzi e due razzi si trovarono quella stessa mattina sul balcone dell’attuale Aggiunto nell’ufficio di pubblica Vigilanza signor Grasselli in contrada di Brera.Più tardi si lessero sugli angoli della città, e si facevano anche circolare i seguenti tre proclami:CITTADINI!Milano, 22 marzo 1848.L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere.Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.Cittadini! riceviamo di piede fermo quest’ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo provvisorio, che reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti viene così proclamato.Firmat.Casati, Presidente.Vitaliano Borromeo.Giuseppe Durini.Pompeo Litta.Gaetano Strigelli.Cesare Giulini.Antonio Beretta.Marco Greppi.Alessandro Porro.CITTADINI!Mercoledì, 22 marzo.La caserma di S. Francesco, il palazzo del Comando Militare e la casa del Maresciallo Radetzky sono in poter nostro: è una nuova promessa della nostra vittoria. Sappiatelo per averne la sicurezza che il nostro nemico non può altro che abbandonare la nostra città. Tutto viene ad accrescere la nostra fiducia: ne abbia nuovo stimolo il nostro coraggio!Viva l’ITALIA-Viva PIO NONOCITTADINI!Viene riferito che alcuni travestiti da Prete siano esciti dal castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendonoil servigio di dare pronti schiarimenti quando ne fossero richiesti.La spada del maresciallo Radetzky, la spada di sessantacinque anni che fu tinta nel sangue de’ nostri fratelli, è nelle nostre mani, nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli.Sessanta Croati rifiniti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che ci si sono arresi sono da noi trattati come vuole l’onore italiano.VIVA L’ITALIA—VIVA PIO IX.Dal Comitato Centrale di Guerra in Casa Taverna, 22 marzo 1848.Diversi fatti meritevoli di menzione succedettero anche in questo giorno, come vado narrando:S. Luca,Collegio Militare. Già da tre giorni si dava l’assalto a questo collegio de’ cadetti, quando costretti per mancanza di viveri e di forze dovettero arrendersi. Il signor Severus, direttore dell’istituto, aveva ordinato al maestro Corsich di disporre i 140 alunni sì che sicuri potessero offendere coi fucili e col cannone la gente del popolo inerme che nel secondo giorno della rivoluzione usciva dalle sue abitazioni per provvedersi delle cose di prima necessità. A loro vengono aggiunti 300 cacciatori Tirolesi, e tutti uniti, animati dalle istigazioni del loro direttore, cercano di uccidere a più potere. I soli alunni italiani, che raccapricciavano a tale comando, sono minacciati di 25 colpi di bastone. In questi giorni per non rallentare il fuoco, viene a tutti proibito di portarsi al refettorio, e dal sabato al mercoledì sono nutriti con treonce di pane al giorno. Vedi barbarie del signor Severus, infame satellite di Radetzky!Verso le ore dodici il marchese Trivulzio, che molto si segnalò in questi giorni, portandosi con un corpo dei nostri per la consegna, fu ferito in una coscia e si dovette trasportarlo alla sua abitazione. I cadetti che appartenevano a famiglie milanesi vennero consegnati a queste, e gli altri si tennero ostaggi nella casa Barbò. Più estese notizie intorno alla presa di S. Luca si leggono nell’altre volte citato libro deiRacconti di 200 e più testimoni oculari.Porta Nuova. Reduce alla sera il cavaliere Palladini, direttore dell’Ergastolo, dal Governo Provvisorio ove erasi recato per le importanti sue rivelazioni, delle quali si è già toccato più sopra, presentavasi ai portoni di Porta Nuova con due guardie inermi di quello stabilimento, instando perchè qualcuno dei combattenti di quel forte volesse scortarlo. La sera era oscurissima, e benchè corresse voce che dalla caserma di S. Angelo continuava il fuoco ed incessante fosse lo sparo dei cannoni in quelle vicinanze, s’offersero immantinenti e senza tema i cittadini Luigi Rossignoli e N. Perelli. Percorso lo stradone di S. Angelo ed accortisi che la caserma era già abbandonata dalle truppe, tranquillamente proseguirono il cammino. Alloraquando arrivati al viale che mette alla casa di Correzione, d’improvviso vennero scagliati due colpi di fucile alla distanza di circa sei passi di fronte al Palladini ed al Rossignoli, che precedevano gli altri tre del seguito; ma fu volere d’Iddio che ne rimanessero illesi. Imprudenza sarebbe stata l’avanzarsi più oltre per quella strada, stante l’oscurità della sera, e per essere invasa dalle soldatesche, che, come venne a conoscersi, proteggevano lapropria ritirata; onde retrocessi d’alcun poco e fatto aprire un’osteria di contro alla caserma di S. Angelo, fu ivi dato ricovero al cavaliere Palladini, che vi passò la notte in compagnia delle sue due guardie, cui il Rossignoli, prima di allontanarsi col proprio compagno, muniva di due buone pistole perchè vegliassero alla difesa del benemerito suddetto Palladini.Porta Tosa.Il combattimento che fiero e terribile durò in tutti i cinque giorni a Porta Tosa è uno dei fatti più importanti della rivoluzione di Milano. L’impeto poi con cui si attaccava oggi da tutti i punti il nemico, dava a vedere esser questo il giorno decisivo della battaglia. In questo luogo più che altrove la ferocia delle milizie austriache diede le più orrende e turpi prove di sua barbarie. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe, mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio a molti caseggiati. Il saccheggio, l’assassinio ed il fuoco dominavano in tutte le case ove potè penetrare il Tedesco; ben nove incendi appiccati nella giornata, entro e fuori della città, rischiaravano talmente la notte precedente il giovedì, che gli abitanti potevano attendere alle loro cure domestiche nel più fitto della notte senza bisogno del lume[43].In mille modi ci viene raccontato il combattimento di questo giorno a Porta Tosa dai diversi narratori dei fasti delle gloriose cinque giornate.I punti principali dell’attacco furono dalla parte del Conservatorio di Musica, e dalla parte del Dazio. Io riporterò quanto si legge in proposito al primo nel n.o4 nel giornale ilLombardo, in quanto al secondo riferirò le parole del dottor Osio nelle sueReminiscenze, come quello che più s’accorda colle informazioni da me prese sul luogo e da persone che v’ebbero parte.1.oDal giornale ilLombardo:«Frattanto spuntava il mattino del 22 marzo, rallegrato da un cielo sereno. Suonano le cinque, e mentre il Dal Bono muove verso il Conservatorio, i cittadini che il difendevano colti da improvviso timore, fuggendo esclamano:Siamo perduti! Siamo perduti!Intanto duemila Croati, una banda di Tirolesi ed il cannone irrompevano con fragorosi tuoni per atterrare le mura del Conservatorio. Il pericolo era iminente, imperocchè se fosse stato concesso al nemico di avanzarsi più oltre, i cittadini erano presi alle spalle. Ma udita la causa di quella subitanea mossa, e conosciuto il danno che ne sarebbe avvenuto per l’abbandono di quel posto, il Dal Bono con animoso coraggio rincora i fuggiaschi gridando:Chi non è traditor della patria mi segua, e precede intrepido verso il Conservatorio. I cittadini, scossi a quelle parole, il seguono tutti; ed egli gli dispone con molto avvedimento nei siti meno esposti, parte sulle finestre, parte nei cortili, poscia in mezzo ad una tempesta di palle attraversa un terreno per recarsi sotto il muro di cinta vicino al bastione a parteciparvi delle ferritoje. Il suo esempio è seguito da diversi animosi, ed in breve molti fori furono fatti, dadove 20 e più fucilieri mantennero un vivissimo fuoco. Anche dalle superiori finestre le fucilate non cessarono un istante in tutto il giorno. Durante la mischia il Dal Bono accorreva in ogni parte: ei provvide anche alla difesa del tempio della Passione, collocando archibugieri sulle finestre del coro, e nelle prossime case, per modo che i Croati e i Tirolesi non poterono avanzarsi un sol passo, e furono d’ogni banda uccisi e molestati. Fra gli animosi che segnalaronsi in questa giornata vuolsi ricordare un Belgiojoso, abitante alla Guastalla, un Bianchini, cavallerizzo in casa Archinto, un Carlo Bordoni, assistente all’emporio di belle arti, un impiegato del Tribunale, ed alcuni bravi artisti pittori o scultori, il cui nome non ci è conosciuto, ma che ciò non pertanto meritano la riconoscenza dei propri concittadini. Mentre più ferveva il combattimento, alcune guardie di confine insieme ai varj cittadini furono posti dal Dal Bono alla difesa degli orti che stanno a sinistra della Passione. Il coraggioso Luigi Archinto era in questo sito tra i primi, e dopo un lungo alternar di fuoco i Tedeschi dovettero allontanarsi dalla loro posizione, per cui gli abitanti di quelle case, che già da tre giorni mancavano di ogni alimento, furono veduti correre verso i loro liberatori.»«Sbandato da queste parti il nemico, conveniva scacciarlo anche dal bastione Monforte, ove erasi del continuo mantenuto malgrado l’accanito combattere de’ cittadini, che per la seconda volta impadronironsi dell’antico Palazzo del Governo. Gli abitanti di quelle case erano già ridotti alla massima ristrettezza: mancanti di alimento, la morte volava sopra di loro, se il crudo nemico fosse rimasto vittorioso. Il Dal Bono alla testa di alcuni prodi, che difeso avevano il Conservatorio, corre verso quellaparte: innalza una barricata nel mezzo della strada; fa praticare diversi fori nei muri dei giardini di quelle case, ne sottrae gli abitanti, e tale fu l’accorgimento di quelle operazioni che in breve tempo il nemico dovette anche da quivi sgombrare».«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».2.oNelleReminescenzedel dottor Osio si legge:«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coimoschetti, tentava di farci ritirare dalla nostra strategica posizione».«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il Borgo della Fontana».«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi; l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44]; veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj, vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi, appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere: spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali, nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o dalle barricate delDazio, e della casa Tragella. Formai in seguito il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non so a chi sia venuta primiero».«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte lesue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio, non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate, chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il terreno e le pareti».«Sbaragliato un primo corpo di linea, credo del reggimentoReisingher, venne a questi in soccorso un corpo di cacciatori; sempre più animati dai felici successi dei nostri colpi, continuammo il fuoco su di loro, e buona parte dovettero mordere il terreno, o farsi trasportare feriti, e fra questi un ufficiale. Irritati, o meglio spaventati dal vedersi così frequentemente decimati tentarono col cannone di atterrare le porte ove noi stavamo appostati. Ma Dio era con noi! In mezzo al loro cannoneggiar frequente io non esitai punto a barricare la porta dello stesso giardino goduto dal Bianchi, che potea essere facilmente atterrata, perchè debole, e più delle altre esposta ai colpi del nemico. Fu poco dopo che mi recai nuovamente in casa Ratti, premendomi osservare tutti i posti occupati dai nostri; in quel mentre passando per casa Melas una palla da sedici a dieciotto libbre cadeami a pochi passi distante, ammaccando fragorosamente il muro; io la raccolsi religiosamente e la conservo ad eterna memoria, come pure conservo un pezzo di cartoccio diferro, entro cui i barbari racchiudevano la mitraglia, e che cadea poco distante dal muro ove noi stavamo freddamente a mirarli e colpirli. Fu pure allora che lanciarono contro di noi dei razzi alla Congrève, tentando di incendiare la casa che ci difendeva; ma i razzi produssero poco effetto, giacchè male diretti, uno cadde in un giardino a noi vicino, affatto innocuo, ed un altro in casa Melas appiccando il fuoco in una sola stanza al secondo piano, fuoco che venne da noi stessi spento con pochissimo danno; fu pure in quel momento che maravigliati scorgemmo cominciare il fuoco anche in casa Tragella, ove il nemico stavasi barricato. Su questo fuoco che andava mano mano crescendo si formarono varie congetture, da chi cioè fosse stato appiccato, se dai nostri, o da loro. Certo che i nostri non lo potevano anche quando lo avessero voluto tentare. Erano circa le ore due e mezzo pomeridiane, e sino a quel momento nessuno di noi aveva ancora osato avvicinarsi cotanto. Convien quindi conchiudere che il fuoco sia stato dato da loro stessi, ed in tal caso è forza il convenire che fino da quel momento, disperando della vittoria, vollero suggellare la loro sconfitta con atti dell’innata loro ferocia, devastando e distruggendo in mille modi quanto non poteano rubare».«Anche il soccorso dei cacciatori fu di nessun danno per noi, mentre essi provarono e perdita e vergogna, poichè, molti di loro feriti e morti, dovettero ritirarsi fuggendo per avere i superstiti salva la vita».«Nè posso nè debbo tacere come a questi veramente mirabili successi abbiano straordinariamente contribuite quelle barricate mobili, monumento eterno del genio Italiano. Esse avanzandosi lentamente, spinte dai nostrivalorosi armati, nel mentre aumentavano lo spavento nel nemico, permettean loro di potere impunemente avvicinarsi, e ferire dietro quei baluardi inespugnabili. Gloria eterna al suo inventore!»«Animati dalla loro fuga, resi noi arditi anzi che coraggiosi, formammo il progetto di fare una sortita per caricare il restante colla bajonetta in canna, della quale eravamo quasi tutti forniti; ma non appena fatti quattro o cinque passi fuori del giardino del Bianchi, che vedemmo arrivare correndo, dal lato di Porta Orientale, un drappello di granatieri da quattro a cinquecento circa, e che appostatisi dietro gli alberi stavano per colpirci. Ci ritirammo allora di bel nuovo, e rincominciammo l’attacco, non mai scoraggiati, ma sempre più animati di prima».«Dopo una lunga lotta anche i granatieri dovettero abbandonare il terreno, con perdita dei loro, e nessuno dei nostri, quantunque fossero essi sempre ajutati dal cannone. Ai granatieri vennero in soccorso i Croati, altro drappello di 500 circa, che furono pure completamente sbaragliati. A questo punto, privo di munizioni, avendo consumate circa 150 cartucce, e da 26 a 28 once di polvere pei cannoni, mi ritirai nel centro cercando alcuni fucilieri freschi, e munizioni per me e pei compagni che cominciavano pure a scarseggiarne, promettendo a tutti sicura la vittoria in meno di un’ora. Comparvero subito alcuni giovani coraggiosi che volentieri si prestarono all’invito, e la munizione venne favorita dal benemerito cittadino conte Belgiojoso, della contrada della Guastalla. Feci immantinente ritorno verso le ore sette e mezza, ma il fuoco era già stato dai nostri appiccato alla porta; i soldati dispersi continuavano atirare su di noi, e coi fucili e coi cannoni, il che non valse a rallentare il nostro valore, e fortunatamente in una lotta così ostinata, e che non durò meno di dieci ore, noi non avemmo a deplorare che la perdita di tre individui e di pochi feriti. Oh! voi tutti fortunati, che combattendo per la patria incontraste una morte invidiata sul campo della vittoria! La patria riconoscente perpetuerà i vostri nomi scolpiti, e li tramanderà gloriosi ai nepoti, perchè, maravigliati dalle vostre eroiche gesta, e dalle vostre virtù, imparino a sfidare il furore del barbaro che tentasse di invadere questa nostra bella contrada, sacrificando e beni e vita anzichè cedere più mai un palmo solo di questa sacra terra, rigenerata ormai col sangue dei prodi».

22 MARZO (MERCOLEDÌ).

Son giunchi che pieganoLe spade vendute:Già l’aquila d’AustriaLe penne ha perdute.Il sangue d’Italia,Il sangue PolaccoBevè col Cosacco,Ma il sen le bruciò.

Stringiamci a coorte,Siam pronti alla morte,Italia chiamò.

Mammeli.

Oh giorno memorabile, ultimo della nostra schiavitù, la tua memoria occuperà la più bella pagina della storia d’Italia! Spezzate sono le nostre catene, le nostre vittorie progrediscono, e di mano in mano che i valorosi cittadini petti s’infiammano di quel santo amor di patria, l’avvilimento s’impossessa delle orde austriache, che estenuate di forze mal si reggono in piedi. La notte passò in un continuo all’erta che gridavasi di tratto in tratto da chi stava a guardia delle barricate, e veniva ripetuto da migliaja di voci. Il cannone romoreggiava a Porta Tosa, a Porta Comasina, a S. Celso ed in altri punti importanti dei bastioni, mentre si voleva nella stessa notte stringere il nemico fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte.Il difetto d’accordo nelle mosse faceva andar a vuoto il disegno. Ordini diversi si succedevano durante il conflitto. Chi gridava:Colle armi a Porta Tosa, chiS’apre la Porta Romana, e simili. Intanto spuntava il giorno sereno e fresco. Una delle prime imprese dei nostri era quella di assaltare il palazzo del General Comando, quando con universal sorpresa fu trovato vuoto, essendosi i soldati che v’erano a guardarlo, vergognosamente giovati dell’oscurità della notte per rifuggirsi in castello. Allora si presero le carrozze di que’ vecchi generali e conducendole nella contrada si formarono delle barricate, come erasi fatto di quelle delVicerè.—Due obizzi e due razzi si trovarono quella stessa mattina sul balcone dell’attuale Aggiunto nell’ufficio di pubblica Vigilanza signor Grasselli in contrada di Brera.

Più tardi si lessero sugli angoli della città, e si facevano anche circolare i seguenti tre proclami:

CITTADINI!

Milano, 22 marzo 1848.

L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere.

Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.

Cittadini! riceviamo di piede fermo quest’ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.

Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.

La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.

Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo provvisorio, che reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti viene così proclamato.

Firmat.Casati, Presidente.Vitaliano Borromeo.Giuseppe Durini.Pompeo Litta.Gaetano Strigelli.Cesare Giulini.Antonio Beretta.Marco Greppi.Alessandro Porro.

CITTADINI!

Mercoledì, 22 marzo.

La caserma di S. Francesco, il palazzo del Comando Militare e la casa del Maresciallo Radetzky sono in poter nostro: è una nuova promessa della nostra vittoria. Sappiatelo per averne la sicurezza che il nostro nemico non può altro che abbandonare la nostra città. Tutto viene ad accrescere la nostra fiducia: ne abbia nuovo stimolo il nostro coraggio!

Viva l’ITALIA-Viva PIO NONO

CITTADINI!

Viene riferito che alcuni travestiti da Prete siano esciti dal castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendonoil servigio di dare pronti schiarimenti quando ne fossero richiesti.

La spada del maresciallo Radetzky, la spada di sessantacinque anni che fu tinta nel sangue de’ nostri fratelli, è nelle nostre mani, nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli.

Sessanta Croati rifiniti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che ci si sono arresi sono da noi trattati come vuole l’onore italiano.

VIVA L’ITALIA—VIVA PIO IX.

Dal Comitato Centrale di Guerra in Casa Taverna, 22 marzo 1848.

Diversi fatti meritevoli di menzione succedettero anche in questo giorno, come vado narrando:

S. Luca,Collegio Militare. Già da tre giorni si dava l’assalto a questo collegio de’ cadetti, quando costretti per mancanza di viveri e di forze dovettero arrendersi. Il signor Severus, direttore dell’istituto, aveva ordinato al maestro Corsich di disporre i 140 alunni sì che sicuri potessero offendere coi fucili e col cannone la gente del popolo inerme che nel secondo giorno della rivoluzione usciva dalle sue abitazioni per provvedersi delle cose di prima necessità. A loro vengono aggiunti 300 cacciatori Tirolesi, e tutti uniti, animati dalle istigazioni del loro direttore, cercano di uccidere a più potere. I soli alunni italiani, che raccapricciavano a tale comando, sono minacciati di 25 colpi di bastone. In questi giorni per non rallentare il fuoco, viene a tutti proibito di portarsi al refettorio, e dal sabato al mercoledì sono nutriti con treonce di pane al giorno. Vedi barbarie del signor Severus, infame satellite di Radetzky!

Verso le ore dodici il marchese Trivulzio, che molto si segnalò in questi giorni, portandosi con un corpo dei nostri per la consegna, fu ferito in una coscia e si dovette trasportarlo alla sua abitazione. I cadetti che appartenevano a famiglie milanesi vennero consegnati a queste, e gli altri si tennero ostaggi nella casa Barbò. Più estese notizie intorno alla presa di S. Luca si leggono nell’altre volte citato libro deiRacconti di 200 e più testimoni oculari.

Porta Nuova. Reduce alla sera il cavaliere Palladini, direttore dell’Ergastolo, dal Governo Provvisorio ove erasi recato per le importanti sue rivelazioni, delle quali si è già toccato più sopra, presentavasi ai portoni di Porta Nuova con due guardie inermi di quello stabilimento, instando perchè qualcuno dei combattenti di quel forte volesse scortarlo. La sera era oscurissima, e benchè corresse voce che dalla caserma di S. Angelo continuava il fuoco ed incessante fosse lo sparo dei cannoni in quelle vicinanze, s’offersero immantinenti e senza tema i cittadini Luigi Rossignoli e N. Perelli. Percorso lo stradone di S. Angelo ed accortisi che la caserma era già abbandonata dalle truppe, tranquillamente proseguirono il cammino. Alloraquando arrivati al viale che mette alla casa di Correzione, d’improvviso vennero scagliati due colpi di fucile alla distanza di circa sei passi di fronte al Palladini ed al Rossignoli, che precedevano gli altri tre del seguito; ma fu volere d’Iddio che ne rimanessero illesi. Imprudenza sarebbe stata l’avanzarsi più oltre per quella strada, stante l’oscurità della sera, e per essere invasa dalle soldatesche, che, come venne a conoscersi, proteggevano lapropria ritirata; onde retrocessi d’alcun poco e fatto aprire un’osteria di contro alla caserma di S. Angelo, fu ivi dato ricovero al cavaliere Palladini, che vi passò la notte in compagnia delle sue due guardie, cui il Rossignoli, prima di allontanarsi col proprio compagno, muniva di due buone pistole perchè vegliassero alla difesa del benemerito suddetto Palladini.

Porta Tosa.Il combattimento che fiero e terribile durò in tutti i cinque giorni a Porta Tosa è uno dei fatti più importanti della rivoluzione di Milano. L’impeto poi con cui si attaccava oggi da tutti i punti il nemico, dava a vedere esser questo il giorno decisivo della battaglia. In questo luogo più che altrove la ferocia delle milizie austriache diede le più orrende e turpi prove di sua barbarie. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe, mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio a molti caseggiati. Il saccheggio, l’assassinio ed il fuoco dominavano in tutte le case ove potè penetrare il Tedesco; ben nove incendi appiccati nella giornata, entro e fuori della città, rischiaravano talmente la notte precedente il giovedì, che gli abitanti potevano attendere alle loro cure domestiche nel più fitto della notte senza bisogno del lume[43].

In mille modi ci viene raccontato il combattimento di questo giorno a Porta Tosa dai diversi narratori dei fasti delle gloriose cinque giornate.

I punti principali dell’attacco furono dalla parte del Conservatorio di Musica, e dalla parte del Dazio. Io riporterò quanto si legge in proposito al primo nel n.o4 nel giornale ilLombardo, in quanto al secondo riferirò le parole del dottor Osio nelle sueReminiscenze, come quello che più s’accorda colle informazioni da me prese sul luogo e da persone che v’ebbero parte.

1.oDal giornale ilLombardo:

«Frattanto spuntava il mattino del 22 marzo, rallegrato da un cielo sereno. Suonano le cinque, e mentre il Dal Bono muove verso il Conservatorio, i cittadini che il difendevano colti da improvviso timore, fuggendo esclamano:Siamo perduti! Siamo perduti!Intanto duemila Croati, una banda di Tirolesi ed il cannone irrompevano con fragorosi tuoni per atterrare le mura del Conservatorio. Il pericolo era iminente, imperocchè se fosse stato concesso al nemico di avanzarsi più oltre, i cittadini erano presi alle spalle. Ma udita la causa di quella subitanea mossa, e conosciuto il danno che ne sarebbe avvenuto per l’abbandono di quel posto, il Dal Bono con animoso coraggio rincora i fuggiaschi gridando:Chi non è traditor della patria mi segua, e precede intrepido verso il Conservatorio. I cittadini, scossi a quelle parole, il seguono tutti; ed egli gli dispone con molto avvedimento nei siti meno esposti, parte sulle finestre, parte nei cortili, poscia in mezzo ad una tempesta di palle attraversa un terreno per recarsi sotto il muro di cinta vicino al bastione a parteciparvi delle ferritoje. Il suo esempio è seguito da diversi animosi, ed in breve molti fori furono fatti, dadove 20 e più fucilieri mantennero un vivissimo fuoco. Anche dalle superiori finestre le fucilate non cessarono un istante in tutto il giorno. Durante la mischia il Dal Bono accorreva in ogni parte: ei provvide anche alla difesa del tempio della Passione, collocando archibugieri sulle finestre del coro, e nelle prossime case, per modo che i Croati e i Tirolesi non poterono avanzarsi un sol passo, e furono d’ogni banda uccisi e molestati. Fra gli animosi che segnalaronsi in questa giornata vuolsi ricordare un Belgiojoso, abitante alla Guastalla, un Bianchini, cavallerizzo in casa Archinto, un Carlo Bordoni, assistente all’emporio di belle arti, un impiegato del Tribunale, ed alcuni bravi artisti pittori o scultori, il cui nome non ci è conosciuto, ma che ciò non pertanto meritano la riconoscenza dei propri concittadini. Mentre più ferveva il combattimento, alcune guardie di confine insieme ai varj cittadini furono posti dal Dal Bono alla difesa degli orti che stanno a sinistra della Passione. Il coraggioso Luigi Archinto era in questo sito tra i primi, e dopo un lungo alternar di fuoco i Tedeschi dovettero allontanarsi dalla loro posizione, per cui gli abitanti di quelle case, che già da tre giorni mancavano di ogni alimento, furono veduti correre verso i loro liberatori.»

«Sbandato da queste parti il nemico, conveniva scacciarlo anche dal bastione Monforte, ove erasi del continuo mantenuto malgrado l’accanito combattere de’ cittadini, che per la seconda volta impadronironsi dell’antico Palazzo del Governo. Gli abitanti di quelle case erano già ridotti alla massima ristrettezza: mancanti di alimento, la morte volava sopra di loro, se il crudo nemico fosse rimasto vittorioso. Il Dal Bono alla testa di alcuni prodi, che difeso avevano il Conservatorio, corre verso quellaparte: innalza una barricata nel mezzo della strada; fa praticare diversi fori nei muri dei giardini di quelle case, ne sottrae gli abitanti, e tale fu l’accorgimento di quelle operazioni che in breve tempo il nemico dovette anche da quivi sgombrare».

«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».

2.oNelleReminescenzedel dottor Osio si legge:

«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coimoschetti, tentava di farci ritirare dalla nostra strategica posizione».

«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il Borgo della Fontana».

«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi; l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44]; veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj, vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi, appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere: spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali, nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o dalle barricate delDazio, e della casa Tragella. Formai in seguito il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».

«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non so a chi sia venuta primiero».

«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte lesue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio, non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate, chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il terreno e le pareti».

«Sbaragliato un primo corpo di linea, credo del reggimentoReisingher, venne a questi in soccorso un corpo di cacciatori; sempre più animati dai felici successi dei nostri colpi, continuammo il fuoco su di loro, e buona parte dovettero mordere il terreno, o farsi trasportare feriti, e fra questi un ufficiale. Irritati, o meglio spaventati dal vedersi così frequentemente decimati tentarono col cannone di atterrare le porte ove noi stavamo appostati. Ma Dio era con noi! In mezzo al loro cannoneggiar frequente io non esitai punto a barricare la porta dello stesso giardino goduto dal Bianchi, che potea essere facilmente atterrata, perchè debole, e più delle altre esposta ai colpi del nemico. Fu poco dopo che mi recai nuovamente in casa Ratti, premendomi osservare tutti i posti occupati dai nostri; in quel mentre passando per casa Melas una palla da sedici a dieciotto libbre cadeami a pochi passi distante, ammaccando fragorosamente il muro; io la raccolsi religiosamente e la conservo ad eterna memoria, come pure conservo un pezzo di cartoccio diferro, entro cui i barbari racchiudevano la mitraglia, e che cadea poco distante dal muro ove noi stavamo freddamente a mirarli e colpirli. Fu pure allora che lanciarono contro di noi dei razzi alla Congrève, tentando di incendiare la casa che ci difendeva; ma i razzi produssero poco effetto, giacchè male diretti, uno cadde in un giardino a noi vicino, affatto innocuo, ed un altro in casa Melas appiccando il fuoco in una sola stanza al secondo piano, fuoco che venne da noi stessi spento con pochissimo danno; fu pure in quel momento che maravigliati scorgemmo cominciare il fuoco anche in casa Tragella, ove il nemico stavasi barricato. Su questo fuoco che andava mano mano crescendo si formarono varie congetture, da chi cioè fosse stato appiccato, se dai nostri, o da loro. Certo che i nostri non lo potevano anche quando lo avessero voluto tentare. Erano circa le ore due e mezzo pomeridiane, e sino a quel momento nessuno di noi aveva ancora osato avvicinarsi cotanto. Convien quindi conchiudere che il fuoco sia stato dato da loro stessi, ed in tal caso è forza il convenire che fino da quel momento, disperando della vittoria, vollero suggellare la loro sconfitta con atti dell’innata loro ferocia, devastando e distruggendo in mille modi quanto non poteano rubare».

«Anche il soccorso dei cacciatori fu di nessun danno per noi, mentre essi provarono e perdita e vergogna, poichè, molti di loro feriti e morti, dovettero ritirarsi fuggendo per avere i superstiti salva la vita».

«Nè posso nè debbo tacere come a questi veramente mirabili successi abbiano straordinariamente contribuite quelle barricate mobili, monumento eterno del genio Italiano. Esse avanzandosi lentamente, spinte dai nostrivalorosi armati, nel mentre aumentavano lo spavento nel nemico, permettean loro di potere impunemente avvicinarsi, e ferire dietro quei baluardi inespugnabili. Gloria eterna al suo inventore!»

«Animati dalla loro fuga, resi noi arditi anzi che coraggiosi, formammo il progetto di fare una sortita per caricare il restante colla bajonetta in canna, della quale eravamo quasi tutti forniti; ma non appena fatti quattro o cinque passi fuori del giardino del Bianchi, che vedemmo arrivare correndo, dal lato di Porta Orientale, un drappello di granatieri da quattro a cinquecento circa, e che appostatisi dietro gli alberi stavano per colpirci. Ci ritirammo allora di bel nuovo, e rincominciammo l’attacco, non mai scoraggiati, ma sempre più animati di prima».

«Dopo una lunga lotta anche i granatieri dovettero abbandonare il terreno, con perdita dei loro, e nessuno dei nostri, quantunque fossero essi sempre ajutati dal cannone. Ai granatieri vennero in soccorso i Croati, altro drappello di 500 circa, che furono pure completamente sbaragliati. A questo punto, privo di munizioni, avendo consumate circa 150 cartucce, e da 26 a 28 once di polvere pei cannoni, mi ritirai nel centro cercando alcuni fucilieri freschi, e munizioni per me e pei compagni che cominciavano pure a scarseggiarne, promettendo a tutti sicura la vittoria in meno di un’ora. Comparvero subito alcuni giovani coraggiosi che volentieri si prestarono all’invito, e la munizione venne favorita dal benemerito cittadino conte Belgiojoso, della contrada della Guastalla. Feci immantinente ritorno verso le ore sette e mezza, ma il fuoco era già stato dai nostri appiccato alla porta; i soldati dispersi continuavano atirare su di noi, e coi fucili e coi cannoni, il che non valse a rallentare il nostro valore, e fortunatamente in una lotta così ostinata, e che non durò meno di dieci ore, noi non avemmo a deplorare che la perdita di tre individui e di pochi feriti. Oh! voi tutti fortunati, che combattendo per la patria incontraste una morte invidiata sul campo della vittoria! La patria riconoscente perpetuerà i vostri nomi scolpiti, e li tramanderà gloriosi ai nepoti, perchè, maravigliati dalle vostre eroiche gesta, e dalle vostre virtù, imparino a sfidare il furore del barbaro che tentasse di invadere questa nostra bella contrada, sacrificando e beni e vita anzichè cedere più mai un palmo solo di questa sacra terra, rigenerata ormai col sangue dei prodi».

XII.LA VITTORIA.Le lagrime di gioja, i gridi dei bimbi, dei vecchi e delle donne, che si precipitavano nelle braccia dei loro vincitori guerrieri e li baciavano sulla bocca, furono tali e così profondamente sgorganti dall’anima, che per certo gli angeli del cielo se ne commossero, e toccando le arpe d’oro cantarono un inno di grazie all’Eterno per la vittoria conceduta ai loro mortali fratelli d’Italia.Govean,La battaglia di Legnano.Era trascorsa di due ore circa la mezzanotte quando quel forte romoreggiare del cannone che doveva coprire la fuga delle truppe del grand’impero, cessò affatto. Il Feld-Maresciallo credette di usare questo nuovo ingegno di sua strategica per salvare la pelle. Chiamò a raccolta tutte le sue truppe e mano mano che faceva il giro di circonvallazione le raccoglieva, facendo trasportare con esse gli innumerevoli morti e feriti, di che il valore dei nostri prodi aveva coperto il terreno.Prima ad aprirsi fu la Porta Comasina, e vi tenner dietro Porta Nuova, Porta Orientale, Porta Tosa e Porta Romana. La novella della riportata vittoria si sparge tosto per tuttala città. I nostri accorrono al Castello ed alle porte. Un grido difuori i lumi, i Tedeschi sono andati, vittoria, vittoria, viene ripetuto per tutte le contrade. Tutti vogliono assicurarsi del fatto. Le contrade vanno stivate di gente cittadina e forese che era corsa in nostro ajuto. Qual commoventissima scena di gioja, quegli amici, quei parenti, quei mariti, quei figli, quei fratelli che durante i cinque giorni di lotta non s’erano più incontrati, ora si abbracciano, si stringono insieme, e gridano:Sì siamo vivi, vivi e redenti, cessino le angosce, Viva l’Italia libera! Noi ci siamo battezzati col sangue de’ nostri fratelli. Noi abbiamo giurato sulle loro esanime spoglie mai più Tedeschi, mai più stranieri! L’Italia si è emancipata, essa può far da sè. La patria di tanti eroi, la bella Milano sarà pareggiata all’antica Roma.Milano è libera e l’inimico sbandato e fuggiasco si muove in due colonne verso Lodi e Bergamo. Il Governo Provvisorio ne dà tosto avviso coi seguenti editti, invitando ancora i nostri prodi a tenergli dietro onde spegnere del tutto quella razza di barbari e d’assassini.AI PARROCIE A TUTTE LE AUTORITÀ’ COMUNALI.Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.Il Presidente del Comitato di GuerraPompeo Litta.CITTADINI!Milano, 23 marzo 1848.Il marescialloRadetzkyche aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare. Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi.Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.VIVA L’ITALIA.Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano.Giulini Cesare.Guerrieri Anselmo.Gaetano Strigelli.Durini Giuseppe.Porro Alessandro.Greppi Marco.Beretta Antonio.Litta Pompeo.Correnti, Segr.COMITATO DI PUBBLICA SICUREZZAMilano, 23 marzo 1848.CITTADINI!L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata colcoraggio, coronata collacostanza, ma dev’essere perfezionata coll’ordine.Per guarentire la Sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperano a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi Comitati.S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia e uffizio onorevole quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!IL COMITATOFAVA.—SOPRANSI.—RESTELLI.—LISSONI.—CARCANO.—CURTI.I Segretarj,Ancona.—Cominazzi.ITALIA LIBERAW. PIO IXESERCITO ITALIANOMilano, 23 Marzo 1848.I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico nel suo seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d’armi la città,—l’altra, provveduta completamente d’armi da fuoco, e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa, anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente; lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremoLegione Prima,l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.I difensori della città si chiamerannoLegione Seconda,e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:Guardia Civica.Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all’Esercito, e alla Guardia, secondochèl’imperfetto armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.Il Comitato di GuerraPompeo Litta—Giorgio Clerici—Giulio Terzaghi Cattaneo—Carnevali—Cernuschi—Lissoni—Torelli.Prima di por termine a questa mia narrazione vorrei conoscervi tutti o valorosi miei concittadini e coraggiose eroine per decantare i vostri nomi ed i vostri trionfi a tutto il mondo[45]. Sì diciamolo, nella nostra Rivoluzione vi fu del prodigioso, del sovrumano, ma vi fu ancora un eroico coraggio, del quale non v’ha esempio nelle storie dell’incivilita Europa. L’Austria è caduta, e con essa l’infame sua politica che s’appoggiava sul raggiro e sulla frode. «Caduta è l’Austria, ripetiamolo con Bianchi Giovini, e noi gettiamoci sopra di lei, pestiamola, calchiamola, stritoliamola. Vendichiamo tutte le infamie della sua polizia, tutte le malvagità del suo ministero, tutta l’ignoranza de’ suoi ministri, tutte le estorsioni, le truffe, le ruberie, i sacrilegi, le immanità consumate nel troppo lungo periodo di trentatrè anni: e affamata, conquassata, sbigottita, balziamola al di là de’ Tarvisj monti e sia maledetta la sua memoria».Ora che Milano è libero, ma non tutto il territorio, il Governo Provvisorio continua con energici editti a mantenere in noi quell’entusiasmo e quell’eroismo che tanto ci distinse durante i cinque giorni, riportiamo il seguente:PROCLAMAIL GOVERNO PROVVISORIO.Milano, 25 marzo 1848.Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, raccozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli orrori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre l’Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso Principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta Italia, e sarà!Orsù dunque, all’armi, all’armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana.Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella gran lotta della libertà.Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti maraviglia e vanto a tutta la nazione.Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch’esso italiano,accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio, sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore, che fra breve sventolerà dall’Alpi ai due mari.Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell’umanità.Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.Dio è con noi: già ne ’l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest’eroica settimana: Dio è con noi!—All’armi, all’armi! Vinciamo un’altra volta, e per sempre.Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano—Giulini Cesare—Guerrieri Anselmo Strigelli Gaetano—Durini Giuseppe—Porro Alessandro Greppi Marco—Beretta Antonio—Litta Pompeo.Correnti,Segret.Quindi lo stesso Governo si volgeva al Sommo Pontefice Pio IX, a colui che suonò continuamente sul labbro di tutti, come l’iniziatore del maraviglioso rivolgimento politico dell’Italia, implorando la sua benedizione nel proseguimento della guerra dell’indipendenza italiana. Ecco il tenore dello stesso indirizzo:IL GOVERNO PROVVISORIO DI MILANOALLA SANTITA’ DI PAPA PIO IX.Beatissimo Padre!La gran causa dell’indipendenza italiana da Vostra Santità benedetta ha trionfato anche nella nostra città. Noi le abbiamo resa testimonianza di sangue; e ne andiam lieti nella speranza che questo sangue sarà lavacro di rigenerazione per noi e per tutt’Italia.Nel Nome Vostro, Beatissimo Padre, noi ci preparammo a combattere; scrivemmo il Nome Vostro sulle nostre bandiere, sulle nostre barricate; nel Nome Vostro inermi quasi e improvidi d’ogni cosa, fuorchè della santità pe’ nostri diritti, affrontammo i formidabili apparati del nemico; nel nome Vostro giovani e vecchi, donne e fanciulli, lietamente combatterono, lietamente morirono, ed ora nel Nome Vostro apriamo la gioja de’ nostri cuori a Dioche ha vinto in noi la sua battaglia.Sì, è Dio che in noi ha vinto: lo proclama la gran voce del popolo, che in questa certezza dimentica tutti i dolori del passato e li perdona, mentre pieno di fede contempla nell’avvenire l’avveramento di quelle magnifiche promesse di che prima gli entrava mallevadrice, o Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta parola. Intrepidi nella lotta, noi siamo stati misericordiosi nella vittoria; e devoti al Vostro Nome che suona mansuetudinee perdono, non ci siamo abbandonati all’ebbrezza del trionfo, non l’abbiamo macchiato d’alcuna esorbitanza, e, quanto lo consentono le severe ragioni della guerra, abbiamo rispettato l’immagine di Dio anche nel nostro spietato nemico.Spietato nella pugna, più spietato dopo la pugna; perocchè, volgendo in fuga dalla città nostra, si gettò sulle terre vicine e fe’ di tutte le campagne dei nostri contorni all’Adda ed all’Oglio un desolato deserto. Violate le Chiese, i Sacerdoti dispersi e martoriati, in fiamme i casali, gli abitatori taglieggiati, assassinati: carnificina e saccheggio per tutto. Ed anche a noi spietato, pur dopo averci lasciati tanti segni della cieca ira sua: perocchè trascinò con sè molti nostri concittadini che aveva già nei dì della lotta soggettati ad ogni obbrobrio, ad ogni martirio di servitù, Magistrati riguardevoli, giovani nel fior della vita e delle speranze, padri, mariti, figli. Sulla sorte loro noi viviamo in ansietà dolorosissima, sapendoli alla balía d’una sfrenata soldatesca e di sgherri ancor più sfrenati. Ah! queste son tali angoscie che ci avvelenano anche la gioja della vittoria. Ma coll’averla deposta nel cuor paterno della Santità Vostra, ci sembra sentircela già disacerbata, massime che il pensier nostro corre già a vagheggiar la speranza che in pro’ di questi nostri disfortunati s’interporrà, Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta autorità, la Vostra parola propiziatrice.Intanto, forti del nostro diritto suggellato dal sangue de’ nostri combattenti, forti dell’ajuto che ci presta, da noi domandato, il magnanimo Re di Sardegna, forti del Vostro Nome, noi ci prepariamo a proseguir quella guerra a cui non può metter fine che la completa conquistadell’indipendenza italiana. Sinchè ferve la guerra contro il comun nemico, solleciti di mantener l’ordine, più necessario dentro, quando si combatte fuori, noi provvederemo insieme ai governi provvisorj di altre città di Lombardia sgombre dall’austriaco e con noi affratellate, che dissidj non sorgano sulla forma politica a cui debba comporsi questa nobil parte della gran Patria italiana. A causa vinta, la Nazione deciderà; e certo avrà per noi gran peso l’esempio degli altri nostri fratelli, dacchè siamo fermamente risoluti di rivolgere tutti gli sforzi nostri a rendere più saldi i legami dell’unica unità, senza cui l’Italica indipendenza non sarà mai.Ma ora si tratta di combattere, si tratta di ricacciare oltre le Alpi il comun nemico d’Italia, quel nemico che contristò anche il paterno Vostro cuore, o Beatissimo Padre, e osò fare del Vostro Nome un segno di contraddizione e di scandalo. Or dunque a Voi ricorriamo come al primo Cittadino d’Italia, come all’iniziatore di questo gran moto che i volonterosi condusse e trascinò i repugnanti, come al nostro padre, come in Cristo chefrancò tutte le nazioni della terra.Aggiungete alla forza delle nostre armi la forza delle Vostre benedizioni: benediteci nell’effusione della Vostra grand’anima, come avete già benedetto a tutt’Italia: benediteci nella pugna per benedirci nella vittoria: vittoria finale che farà sorgere una voce sola a gridare dall’Alpi ai due mari:Viva l’Italia libera ed una. Viva Pio IX.Milano, il 25 Marzo 1848.Casati,Presidente.Borromeo—Durini—Litta—Strigelli—GiuliniBeretta—Guerrieri—Greppi—Porro.Il Sommo Pontefice in seguito ai felici successi della Lombardia indirizzava ai popoli Italiani le seguenti parole:PIVS PP. IX.AI POPOLI D’ITALIASALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi e incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri, non ode la voce del Signore. Guai all’umano orgoglio se a colpa o a merito d’uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra. E Noi, a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderj, ai timori, alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri.E prima dobbiamo manifestarvi, che se il Nostro cuore fu commosso nell’udire come in una parte d’Italia si prevennero coi conforti della Religione i pericoli dei cimenti, e con gli atti della carità si fece palese la nobiltà degli animi, non potemmo per altro, nè possiamo non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate a’ Ministri di questa Religione medesima. Le quali, quando pure Noi contro il dovere Nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il Nostro silenzio che non diminuissero l’efficacia delle Nostre benedizioni.Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria è più grande e più difficile cosa che il vincere.Se il tempo presente ne ricorda un altro della storia vostra, giovino ai nipoti gli errori degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità e ogni prosperità ha per prima ragion civile la concordia: che Dio solo è Quegli che rende unanimi gli abitatori di una casa medesima: che Dio concede questo premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell’ordine della società, nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola edifica; che le passioni distruggono: e Quegli che prende il nome di Re dei Re, s’intitola ancora il Dominatore de’ popoli.Possano le Nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far discendere sopra di voi quello spirito di consiglio, di forza e di sapienza, di cui è principio il temere Iddio: affinchè gli occhi Nostri veggano la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se nella Nostra carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle però che fosse a noi la più vicina.Datum Romæ apud S. Mariam Majorem die XXX Martii MDCCCXLVIII, Pontificatus Nostri Anno secundo.PIVS PP. IX.Tosto avuta in Torino la nuova del fortunato esito della nostra rivoluzione si ordinò per il giorno 24 dello stesso mese di marzo la celebrazione di un solenneTe Deumnella cattedrale di quella città, cui intervennero S. M. il Re colla R. Famiglia e la Corte, li Supremi Magistrati, il Corpo di città e le regie Università. La Deputazione Lombarda ebbe un posto distinto. Durante la funzione si sentiva un continuoe forte cannoneggiare, e le truppe schierate sulla piazza fecero i fuochi di parata; quindi S. M. con lo Stato Maggiore passò la prima rivista alle 24 compagnie della Guardia Comunale. Alla sera vi fu splendidissima illuminazione per tutta la città, che venne rinnovata la sera vegnente.A un’ora dopo mezzo giorno della domenica, giorno 26, arrivò fra noi la milizia Sabauda fra le acclamazioni di un popolo esultante che affollatissimo si era portato alla Piazza d’Armi e fuori del Sempione per incontrarla, sebbene il cielo mandasse dirottissima pioggia. V’era pure la nostra Milizia Civica, divisa già in varj drappelli ed in buon numero schierata nei due lati della strada a fare il presentat’arm’. Alcune gentili signore non poteronsi tenere dall’allungare le loro graziose manine e porgere delle coccarde tricolori a que’ garbati ufficialetti, che con molta eleganza se le mettevano sul cuore unite a quella dell’amato loro Sovrano. Le grida diViva i fratelli Piemontesi,Vivano i Prodi Lombardi,Viva l’Italia libera, venivano contraccambiate tra gli spettatori e gli arrivati.Lo stesso Carlo Alberto, alla testa di altro poderoso esercito partiva nel medesimo giorno coi Figli, dopo d’aver raccomandati la Regina, la Duchessa ed i Principini alla Guardia Nazionale. Il nobile disinteresse di questo magnanimo Principe, che abbandonò così spontaneo la deliziosa sua reggia per combattere il comun nemico alla testa delle sue truppe, e divider con esse gli stenti della guerra, gli acquistò tanta simpatia nei cuori di tutti gli Italiani e particolarmenle dei Lombardi, che tanto valorosi quanto generosi gli stanno preparando un premio condegno al suo merito. Egli non degenera da quella dinastia veramente italiana, che pel corso di nove secoli vegliò sempre a difesa dell’Italia.Viva il magnanimo e potente Carlo Alberto, la prima e più valorosa spada nella guerra per la libertà d’Italia!Venezia, Modena, Reggio, Parma ed altre città inviarono successivamente al Governo Provvisorio, e le più per mezzo di Deputati, indirizzi o di adesione, o di congratulazione, o di fratellanza italiana. Il Governo com’era suo debito rispose loro, e nelle risposte espresse la sua riconoscenza e dichiarò i suoi principj, le norme della sua condotta e le sue speranze sull’avvenire. Tanto gl’indirizzi quanto le risposte furono fatti pubblici per mezzo della Gazzetta officiale.Pubblichiamo, come documento istorico comprovante un titolo alla stima dei Milanesi, il seguente indirizzo dell’Autore delleMelodie Italiche, reputandolo opportuno a tramandare la memoria di un fatto degno di vivere nella memoria di quanti hanno cara la virtù della gratitudine, il quale spetta al giorno 23 del marzo.AI VOLONTARJ GENOVESI.CAPITANATI DA G. DE CAMILLIE PRECURSORI DEI MILITI ITALICI IN MILANOFratelli!I Lombardi superstiti agli stenti e ai lutti dell’esiglio, quando nella durata di una generazione fecero le due prove per ricuperare un bene, che la forza e la frode dei successori dell’Enobarbo resero infauste, il bene perduto, ma pur sempre caro e sacro retaggio di memorie e di speranze inalienabili, que’ nostri diletti ritornando al supplice desiderio dei rimasti leali alla patria nel posto loro fisso, come a Geremia, tra le desolazioni cittadine, narrarono colla gioia del pianto, che l’astro dei naviganti scorgevali a scampodalle carceri e dai patiboli del nemico sulla spiaggia di quel mare dove Cristoforo Colombo imparò a governare la vela e il timone per iscoprire le stelle e le isole divinate dall’Alighieri e dal Petrarca nel cielo e nell’oceano dell’Atlantide. E parlavano di voi, magnanimi Liguri, colla esultazione della gratitudine, raccomandandoci la malleveria dì un debito, che non avremo pur sciolto, se compartecipi non siate di ogni nostro titolo alla stima delle nazioni, voi primi venuti all’impresa della fede e dell’amore col generoso fuoruscito, che salutammo l’araldo di giuliva novella, mentre apparve guidandovi ad esaltare il Signore degli eserciti sulle mille trincee, portentosi altari di testimonianza degli oppressi, fatti lioni di Giuda, contro i violenti.Di quanto sangue grondassero per molte età le tolde di quelle galere, che si contendevano il commercio del Mediterraneo per istipendiare coi tesori dell’Oriente le bande depredanti e struggenti i figli di una stessa madre, quando le tracotanze degli stranieri si avvantaggiavano delle nefande discordie, noi più non rammenteremo: giacchè la fonte delle lagrime fu esaurita da tanta espiazione; e scese il perdono coll’angelo sterminatore dei barbari nel campo di Legnano, annunciandoci le giornate della giustizia riparatrice; e disse al primogenito popolo dell’ultima alleanza, pari all’eletto dell’antica:—cingi ai fianchi sul lucco la daga degli avi, e col bordone de’ Romei ti appresta a seguire la fase dell’Onnipotente per celebrare nella valle di Pontita la pasqua della liberazione, sedendoti nel cenacolo, in cui si confermi dal re de’ nostri sacrificii la religione di un patto statuente l’emblema di propizio avvenire.E voi sapete, ospiti cordialissimi dei profughi, che il lituo di Pio era operatore di miracoli come la verga di Mosè per ricondurli alle liete imbandigioni di quel convito, disserrando i termini fìssi dal Faraone teutonico alla cattività dell’abbominio. Inesorabile l’odio de’ suoi ministri alla vocazione del nostro destino, ebbe la pena delle tenebre misteriose, mentre le tribù dei militi votivi al martirio consumatoredella tirannide ivano nello splendore sfolgorante dal labaro del riscatto; e simili ai Cherubini veglianti l’arca primitiva le immagini di Ambrogio e di Galdino, domatori delle esorbitanze imperiali di Teodosio e di Federigo, precedevano i passi della nostra vittoria. E ai pargoletti chiedenti nel dì delle grazie, perchè le rombe a stormo delle squille innanzi chiamanti al pericolo espandessero allora i placidi suoni del giubilo, i vecchi rispondevano:—ecco il dì della perenne ricordanza, nè opere servili lo profaneranno più mai nel paese dei grappoli e delle spiche, il paese archetipo della redenzione di ogni popolo.Dolce la lode degli antenati al cuore dei posteri meritevoli di serbarla negli inni della tradizione, se come voi, o nepoti dei prodi propulsatori delle ostili masnade dopo un secolo ricacciate da noi, abbiano una fama loro propria, che stia nel firmamento qual luminare senza tramonto: ma gli asterismi sono storici monumenti, in cui si effigiarono i fatti ordinatori del mondo morale, simboli eterei dei volghi d’Italia, che staranno, come quelli dello zodiaco, permanenti nella individualità di un nome e di un’orbita con armonia di evoluzioni successive e simultanee intorno al sole, occhio sol egli della Provvidenza per noi.Benedetta la luce di raggi moltiplici ed una vita della materia e dello spirito, elemento originario dell’universo, che il Verbo creatore mise nell’abisso delle cose, e salvatore in quello delle idee! La prima fiaccola figurativa di questa luce per l’orizzonte civile fu locata da voi, abitatori di Genova, sul culmino dell’Apennino, nella notte della veglia dell’armi trionfatrici degli oppressori:—all’erta, gridarono le vedette, accendendone di giogo in giogo sino alle vampe del Vesuvio e dell’Etna: all’erta, ripetevano le scolte delle Alpi, udito il tuono balenante di meteora boreale, fausto presagio delle battaglie degli umili debellatori dei superbi; e si compiranno da quel Giosuè, che le arpe dei leviti e le danze delle vergini accompagneranno col cantico del passaggio dove gli eroi dell’antico carroccio santificavanola terra della seconda promissione per giurarvi la legge perpetua della evangelica fratellanza, su quel campo di maggio, nel giorno XXIX, che ricordi l’anniversario del 1176. E là vi stringeremo la destra, che impugnava per noi il brando del sacrificio, acclamandovi concittadini per iscolpire i vostri nomi nei fasti della Insubrica regione.Il 12 aprile, 1848.

LA VITTORIA.

Le lagrime di gioja, i gridi dei bimbi, dei vecchi e delle donne, che si precipitavano nelle braccia dei loro vincitori guerrieri e li baciavano sulla bocca, furono tali e così profondamente sgorganti dall’anima, che per certo gli angeli del cielo se ne commossero, e toccando le arpe d’oro cantarono un inno di grazie all’Eterno per la vittoria conceduta ai loro mortali fratelli d’Italia.

Govean,La battaglia di Legnano.

Era trascorsa di due ore circa la mezzanotte quando quel forte romoreggiare del cannone che doveva coprire la fuga delle truppe del grand’impero, cessò affatto. Il Feld-Maresciallo credette di usare questo nuovo ingegno di sua strategica per salvare la pelle. Chiamò a raccolta tutte le sue truppe e mano mano che faceva il giro di circonvallazione le raccoglieva, facendo trasportare con esse gli innumerevoli morti e feriti, di che il valore dei nostri prodi aveva coperto il terreno.

Prima ad aprirsi fu la Porta Comasina, e vi tenner dietro Porta Nuova, Porta Orientale, Porta Tosa e Porta Romana. La novella della riportata vittoria si sparge tosto per tuttala città. I nostri accorrono al Castello ed alle porte. Un grido difuori i lumi, i Tedeschi sono andati, vittoria, vittoria, viene ripetuto per tutte le contrade. Tutti vogliono assicurarsi del fatto. Le contrade vanno stivate di gente cittadina e forese che era corsa in nostro ajuto. Qual commoventissima scena di gioja, quegli amici, quei parenti, quei mariti, quei figli, quei fratelli che durante i cinque giorni di lotta non s’erano più incontrati, ora si abbracciano, si stringono insieme, e gridano:Sì siamo vivi, vivi e redenti, cessino le angosce, Viva l’Italia libera! Noi ci siamo battezzati col sangue de’ nostri fratelli. Noi abbiamo giurato sulle loro esanime spoglie mai più Tedeschi, mai più stranieri! L’Italia si è emancipata, essa può far da sè. La patria di tanti eroi, la bella Milano sarà pareggiata all’antica Roma.

Milano è libera e l’inimico sbandato e fuggiasco si muove in due colonne verso Lodi e Bergamo. Il Governo Provvisorio ne dà tosto avviso coi seguenti editti, invitando ancora i nostri prodi a tenergli dietro onde spegnere del tutto quella razza di barbari e d’assassini.

AI PARROCIE A TUTTE LE AUTORITÀ’ COMUNALI.

Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.

Il Presidente del Comitato di GuerraPompeo Litta.

CITTADINI!

Milano, 23 marzo 1848.

Il marescialloRadetzkyche aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare. Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi.

Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.

Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.

Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.

VIVA L’ITALIA.

Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.

Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano.Giulini Cesare.Guerrieri Anselmo.Gaetano Strigelli.Durini Giuseppe.Porro Alessandro.Greppi Marco.Beretta Antonio.Litta Pompeo.

Correnti, Segr.

COMITATO DI PUBBLICA SICUREZZA

Milano, 23 marzo 1848.

CITTADINI!

L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata colcoraggio, coronata collacostanza, ma dev’essere perfezionata coll’ordine.

Per guarentire la Sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperano a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi Comitati.

S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.

Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia e uffizio onorevole quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.

Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.

VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!

IL COMITATO

FAVA.—SOPRANSI.—RESTELLI.—LISSONI.—CARCANO.—CURTI.

I Segretarj,Ancona.—Cominazzi.

ITALIA LIBERAW. PIO IXESERCITO ITALIANO

Milano, 23 Marzo 1848.

I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico nel suo seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d’armi la città,—l’altra, provveduta completamente d’armi da fuoco, e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa, anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente; lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.

Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremoLegione Prima,l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.

I difensori della città si chiamerannoLegione Seconda,e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:Guardia Civica.

Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all’Esercito, e alla Guardia, secondochèl’imperfetto armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.

Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.

Il Comitato di GuerraPompeo Litta—Giorgio Clerici—Giulio Terzaghi Cattaneo—Carnevali—Cernuschi—Lissoni—Torelli.

Prima di por termine a questa mia narrazione vorrei conoscervi tutti o valorosi miei concittadini e coraggiose eroine per decantare i vostri nomi ed i vostri trionfi a tutto il mondo[45]. Sì diciamolo, nella nostra Rivoluzione vi fu del prodigioso, del sovrumano, ma vi fu ancora un eroico coraggio, del quale non v’ha esempio nelle storie dell’incivilita Europa. L’Austria è caduta, e con essa l’infame sua politica che s’appoggiava sul raggiro e sulla frode. «Caduta è l’Austria, ripetiamolo con Bianchi Giovini, e noi gettiamoci sopra di lei, pestiamola, calchiamola, stritoliamola. Vendichiamo tutte le infamie della sua polizia, tutte le malvagità del suo ministero, tutta l’ignoranza de’ suoi ministri, tutte le estorsioni, le truffe, le ruberie, i sacrilegi, le immanità consumate nel troppo lungo periodo di trentatrè anni: e affamata, conquassata, sbigottita, balziamola al di là de’ Tarvisj monti e sia maledetta la sua memoria».

Ora che Milano è libero, ma non tutto il territorio, il Governo Provvisorio continua con energici editti a mantenere in noi quell’entusiasmo e quell’eroismo che tanto ci distinse durante i cinque giorni, riportiamo il seguente:

PROCLAMAIL GOVERNO PROVVISORIO.

Milano, 25 marzo 1848.

Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, raccozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli orrori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre l’Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso Principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta Italia, e sarà!

Orsù dunque, all’armi, all’armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana.

Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.

Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella gran lotta della libertà.

Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti maraviglia e vanto a tutta la nazione.

Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch’esso italiano,accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.

Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio, sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore, che fra breve sventolerà dall’Alpi ai due mari.

Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell’umanità.

Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.

Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.

Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.

Dio è con noi: già ne ’l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest’eroica settimana: Dio è con noi!—All’armi, all’armi! Vinciamo un’altra volta, e per sempre.

Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano—Giulini Cesare—Guerrieri Anselmo Strigelli Gaetano—Durini Giuseppe—Porro Alessandro Greppi Marco—Beretta Antonio—Litta Pompeo.

Correnti,Segret.

Quindi lo stesso Governo si volgeva al Sommo Pontefice Pio IX, a colui che suonò continuamente sul labbro di tutti, come l’iniziatore del maraviglioso rivolgimento politico dell’Italia, implorando la sua benedizione nel proseguimento della guerra dell’indipendenza italiana. Ecco il tenore dello stesso indirizzo:

IL GOVERNO PROVVISORIO DI MILANO

ALLA SANTITA’ DI PAPA PIO IX.

Beatissimo Padre!

La gran causa dell’indipendenza italiana da Vostra Santità benedetta ha trionfato anche nella nostra città. Noi le abbiamo resa testimonianza di sangue; e ne andiam lieti nella speranza che questo sangue sarà lavacro di rigenerazione per noi e per tutt’Italia.

Nel Nome Vostro, Beatissimo Padre, noi ci preparammo a combattere; scrivemmo il Nome Vostro sulle nostre bandiere, sulle nostre barricate; nel Nome Vostro inermi quasi e improvidi d’ogni cosa, fuorchè della santità pe’ nostri diritti, affrontammo i formidabili apparati del nemico; nel nome Vostro giovani e vecchi, donne e fanciulli, lietamente combatterono, lietamente morirono, ed ora nel Nome Vostro apriamo la gioja de’ nostri cuori a Dioche ha vinto in noi la sua battaglia.

Sì, è Dio che in noi ha vinto: lo proclama la gran voce del popolo, che in questa certezza dimentica tutti i dolori del passato e li perdona, mentre pieno di fede contempla nell’avvenire l’avveramento di quelle magnifiche promesse di che prima gli entrava mallevadrice, o Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta parola. Intrepidi nella lotta, noi siamo stati misericordiosi nella vittoria; e devoti al Vostro Nome che suona mansuetudinee perdono, non ci siamo abbandonati all’ebbrezza del trionfo, non l’abbiamo macchiato d’alcuna esorbitanza, e, quanto lo consentono le severe ragioni della guerra, abbiamo rispettato l’immagine di Dio anche nel nostro spietato nemico.

Spietato nella pugna, più spietato dopo la pugna; perocchè, volgendo in fuga dalla città nostra, si gettò sulle terre vicine e fe’ di tutte le campagne dei nostri contorni all’Adda ed all’Oglio un desolato deserto. Violate le Chiese, i Sacerdoti dispersi e martoriati, in fiamme i casali, gli abitatori taglieggiati, assassinati: carnificina e saccheggio per tutto. Ed anche a noi spietato, pur dopo averci lasciati tanti segni della cieca ira sua: perocchè trascinò con sè molti nostri concittadini che aveva già nei dì della lotta soggettati ad ogni obbrobrio, ad ogni martirio di servitù, Magistrati riguardevoli, giovani nel fior della vita e delle speranze, padri, mariti, figli. Sulla sorte loro noi viviamo in ansietà dolorosissima, sapendoli alla balía d’una sfrenata soldatesca e di sgherri ancor più sfrenati. Ah! queste son tali angoscie che ci avvelenano anche la gioja della vittoria. Ma coll’averla deposta nel cuor paterno della Santità Vostra, ci sembra sentircela già disacerbata, massime che il pensier nostro corre già a vagheggiar la speranza che in pro’ di questi nostri disfortunati s’interporrà, Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta autorità, la Vostra parola propiziatrice.

Intanto, forti del nostro diritto suggellato dal sangue de’ nostri combattenti, forti dell’ajuto che ci presta, da noi domandato, il magnanimo Re di Sardegna, forti del Vostro Nome, noi ci prepariamo a proseguir quella guerra a cui non può metter fine che la completa conquistadell’indipendenza italiana. Sinchè ferve la guerra contro il comun nemico, solleciti di mantener l’ordine, più necessario dentro, quando si combatte fuori, noi provvederemo insieme ai governi provvisorj di altre città di Lombardia sgombre dall’austriaco e con noi affratellate, che dissidj non sorgano sulla forma politica a cui debba comporsi questa nobil parte della gran Patria italiana. A causa vinta, la Nazione deciderà; e certo avrà per noi gran peso l’esempio degli altri nostri fratelli, dacchè siamo fermamente risoluti di rivolgere tutti gli sforzi nostri a rendere più saldi i legami dell’unica unità, senza cui l’Italica indipendenza non sarà mai.

Ma ora si tratta di combattere, si tratta di ricacciare oltre le Alpi il comun nemico d’Italia, quel nemico che contristò anche il paterno Vostro cuore, o Beatissimo Padre, e osò fare del Vostro Nome un segno di contraddizione e di scandalo. Or dunque a Voi ricorriamo come al primo Cittadino d’Italia, come all’iniziatore di questo gran moto che i volonterosi condusse e trascinò i repugnanti, come al nostro padre, come in Cristo chefrancò tutte le nazioni della terra.Aggiungete alla forza delle nostre armi la forza delle Vostre benedizioni: benediteci nell’effusione della Vostra grand’anima, come avete già benedetto a tutt’Italia: benediteci nella pugna per benedirci nella vittoria: vittoria finale che farà sorgere una voce sola a gridare dall’Alpi ai due mari:

Viva l’Italia libera ed una. Viva Pio IX.

Milano, il 25 Marzo 1848.

Casati,Presidente.Borromeo—Durini—Litta—Strigelli—GiuliniBeretta—Guerrieri—Greppi—Porro.

Il Sommo Pontefice in seguito ai felici successi della Lombardia indirizzava ai popoli Italiani le seguenti parole:

PIVS PP. IX.

AI POPOLI D’ITALIA

SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.

Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi e incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri, non ode la voce del Signore. Guai all’umano orgoglio se a colpa o a merito d’uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra. E Noi, a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderj, ai timori, alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri.

E prima dobbiamo manifestarvi, che se il Nostro cuore fu commosso nell’udire come in una parte d’Italia si prevennero coi conforti della Religione i pericoli dei cimenti, e con gli atti della carità si fece palese la nobiltà degli animi, non potemmo per altro, nè possiamo non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate a’ Ministri di questa Religione medesima. Le quali, quando pure Noi contro il dovere Nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il Nostro silenzio che non diminuissero l’efficacia delle Nostre benedizioni.

Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria è più grande e più difficile cosa che il vincere.Se il tempo presente ne ricorda un altro della storia vostra, giovino ai nipoti gli errori degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità e ogni prosperità ha per prima ragion civile la concordia: che Dio solo è Quegli che rende unanimi gli abitatori di una casa medesima: che Dio concede questo premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell’ordine della società, nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola edifica; che le passioni distruggono: e Quegli che prende il nome di Re dei Re, s’intitola ancora il Dominatore de’ popoli.

Possano le Nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far discendere sopra di voi quello spirito di consiglio, di forza e di sapienza, di cui è principio il temere Iddio: affinchè gli occhi Nostri veggano la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se nella Nostra carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle però che fosse a noi la più vicina.

Datum Romæ apud S. Mariam Majorem die XXX Martii MDCCCXLVIII, Pontificatus Nostri Anno secundo.

PIVS PP. IX.

Tosto avuta in Torino la nuova del fortunato esito della nostra rivoluzione si ordinò per il giorno 24 dello stesso mese di marzo la celebrazione di un solenneTe Deumnella cattedrale di quella città, cui intervennero S. M. il Re colla R. Famiglia e la Corte, li Supremi Magistrati, il Corpo di città e le regie Università. La Deputazione Lombarda ebbe un posto distinto. Durante la funzione si sentiva un continuoe forte cannoneggiare, e le truppe schierate sulla piazza fecero i fuochi di parata; quindi S. M. con lo Stato Maggiore passò la prima rivista alle 24 compagnie della Guardia Comunale. Alla sera vi fu splendidissima illuminazione per tutta la città, che venne rinnovata la sera vegnente.

A un’ora dopo mezzo giorno della domenica, giorno 26, arrivò fra noi la milizia Sabauda fra le acclamazioni di un popolo esultante che affollatissimo si era portato alla Piazza d’Armi e fuori del Sempione per incontrarla, sebbene il cielo mandasse dirottissima pioggia. V’era pure la nostra Milizia Civica, divisa già in varj drappelli ed in buon numero schierata nei due lati della strada a fare il presentat’arm’. Alcune gentili signore non poteronsi tenere dall’allungare le loro graziose manine e porgere delle coccarde tricolori a que’ garbati ufficialetti, che con molta eleganza se le mettevano sul cuore unite a quella dell’amato loro Sovrano. Le grida diViva i fratelli Piemontesi,Vivano i Prodi Lombardi,Viva l’Italia libera, venivano contraccambiate tra gli spettatori e gli arrivati.

Lo stesso Carlo Alberto, alla testa di altro poderoso esercito partiva nel medesimo giorno coi Figli, dopo d’aver raccomandati la Regina, la Duchessa ed i Principini alla Guardia Nazionale. Il nobile disinteresse di questo magnanimo Principe, che abbandonò così spontaneo la deliziosa sua reggia per combattere il comun nemico alla testa delle sue truppe, e divider con esse gli stenti della guerra, gli acquistò tanta simpatia nei cuori di tutti gli Italiani e particolarmenle dei Lombardi, che tanto valorosi quanto generosi gli stanno preparando un premio condegno al suo merito. Egli non degenera da quella dinastia veramente italiana, che pel corso di nove secoli vegliò sempre a difesa dell’Italia.

Viva il magnanimo e potente Carlo Alberto, la prima e più valorosa spada nella guerra per la libertà d’Italia!

Venezia, Modena, Reggio, Parma ed altre città inviarono successivamente al Governo Provvisorio, e le più per mezzo di Deputati, indirizzi o di adesione, o di congratulazione, o di fratellanza italiana. Il Governo com’era suo debito rispose loro, e nelle risposte espresse la sua riconoscenza e dichiarò i suoi principj, le norme della sua condotta e le sue speranze sull’avvenire. Tanto gl’indirizzi quanto le risposte furono fatti pubblici per mezzo della Gazzetta officiale.

Pubblichiamo, come documento istorico comprovante un titolo alla stima dei Milanesi, il seguente indirizzo dell’Autore delleMelodie Italiche, reputandolo opportuno a tramandare la memoria di un fatto degno di vivere nella memoria di quanti hanno cara la virtù della gratitudine, il quale spetta al giorno 23 del marzo.

AI VOLONTARJ GENOVESI.

CAPITANATI DA G. DE CAMILLI

E PRECURSORI DEI MILITI ITALICI IN MILANO

Fratelli!

I Lombardi superstiti agli stenti e ai lutti dell’esiglio, quando nella durata di una generazione fecero le due prove per ricuperare un bene, che la forza e la frode dei successori dell’Enobarbo resero infauste, il bene perduto, ma pur sempre caro e sacro retaggio di memorie e di speranze inalienabili, que’ nostri diletti ritornando al supplice desiderio dei rimasti leali alla patria nel posto loro fisso, come a Geremia, tra le desolazioni cittadine, narrarono colla gioia del pianto, che l’astro dei naviganti scorgevali a scampodalle carceri e dai patiboli del nemico sulla spiaggia di quel mare dove Cristoforo Colombo imparò a governare la vela e il timone per iscoprire le stelle e le isole divinate dall’Alighieri e dal Petrarca nel cielo e nell’oceano dell’Atlantide. E parlavano di voi, magnanimi Liguri, colla esultazione della gratitudine, raccomandandoci la malleveria dì un debito, che non avremo pur sciolto, se compartecipi non siate di ogni nostro titolo alla stima delle nazioni, voi primi venuti all’impresa della fede e dell’amore col generoso fuoruscito, che salutammo l’araldo di giuliva novella, mentre apparve guidandovi ad esaltare il Signore degli eserciti sulle mille trincee, portentosi altari di testimonianza degli oppressi, fatti lioni di Giuda, contro i violenti.

Di quanto sangue grondassero per molte età le tolde di quelle galere, che si contendevano il commercio del Mediterraneo per istipendiare coi tesori dell’Oriente le bande depredanti e struggenti i figli di una stessa madre, quando le tracotanze degli stranieri si avvantaggiavano delle nefande discordie, noi più non rammenteremo: giacchè la fonte delle lagrime fu esaurita da tanta espiazione; e scese il perdono coll’angelo sterminatore dei barbari nel campo di Legnano, annunciandoci le giornate della giustizia riparatrice; e disse al primogenito popolo dell’ultima alleanza, pari all’eletto dell’antica:—cingi ai fianchi sul lucco la daga degli avi, e col bordone de’ Romei ti appresta a seguire la fase dell’Onnipotente per celebrare nella valle di Pontita la pasqua della liberazione, sedendoti nel cenacolo, in cui si confermi dal re de’ nostri sacrificii la religione di un patto statuente l’emblema di propizio avvenire.

E voi sapete, ospiti cordialissimi dei profughi, che il lituo di Pio era operatore di miracoli come la verga di Mosè per ricondurli alle liete imbandigioni di quel convito, disserrando i termini fìssi dal Faraone teutonico alla cattività dell’abbominio. Inesorabile l’odio de’ suoi ministri alla vocazione del nostro destino, ebbe la pena delle tenebre misteriose, mentre le tribù dei militi votivi al martirio consumatoredella tirannide ivano nello splendore sfolgorante dal labaro del riscatto; e simili ai Cherubini veglianti l’arca primitiva le immagini di Ambrogio e di Galdino, domatori delle esorbitanze imperiali di Teodosio e di Federigo, precedevano i passi della nostra vittoria. E ai pargoletti chiedenti nel dì delle grazie, perchè le rombe a stormo delle squille innanzi chiamanti al pericolo espandessero allora i placidi suoni del giubilo, i vecchi rispondevano:—ecco il dì della perenne ricordanza, nè opere servili lo profaneranno più mai nel paese dei grappoli e delle spiche, il paese archetipo della redenzione di ogni popolo.

Dolce la lode degli antenati al cuore dei posteri meritevoli di serbarla negli inni della tradizione, se come voi, o nepoti dei prodi propulsatori delle ostili masnade dopo un secolo ricacciate da noi, abbiano una fama loro propria, che stia nel firmamento qual luminare senza tramonto: ma gli asterismi sono storici monumenti, in cui si effigiarono i fatti ordinatori del mondo morale, simboli eterei dei volghi d’Italia, che staranno, come quelli dello zodiaco, permanenti nella individualità di un nome e di un’orbita con armonia di evoluzioni successive e simultanee intorno al sole, occhio sol egli della Provvidenza per noi.

Benedetta la luce di raggi moltiplici ed una vita della materia e dello spirito, elemento originario dell’universo, che il Verbo creatore mise nell’abisso delle cose, e salvatore in quello delle idee! La prima fiaccola figurativa di questa luce per l’orizzonte civile fu locata da voi, abitatori di Genova, sul culmino dell’Apennino, nella notte della veglia dell’armi trionfatrici degli oppressori:—all’erta, gridarono le vedette, accendendone di giogo in giogo sino alle vampe del Vesuvio e dell’Etna: all’erta, ripetevano le scolte delle Alpi, udito il tuono balenante di meteora boreale, fausto presagio delle battaglie degli umili debellatori dei superbi; e si compiranno da quel Giosuè, che le arpe dei leviti e le danze delle vergini accompagneranno col cantico del passaggio dove gli eroi dell’antico carroccio santificavanola terra della seconda promissione per giurarvi la legge perpetua della evangelica fratellanza, su quel campo di maggio, nel giorno XXIX, che ricordi l’anniversario del 1176. E là vi stringeremo la destra, che impugnava per noi il brando del sacrificio, acclamandovi concittadini per iscolpire i vostri nomi nei fasti della Insubrica regione.

Il 12 aprile, 1848.


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