Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte,Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.Male al danno appien provvedeChi da folle se lo incoglie;Ma se al peggio volge il piedeDanno ed onta ne raccoglie.
Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte,Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.
Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte,
Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.
Male al danno appien provvedeChi da folle se lo incoglie;Ma se al peggio volge il piedeDanno ed onta ne raccoglie.
Male al danno appien provvede
Chi da folle se lo incoglie;
Ma se al peggio volge il piede
Danno ed onta ne raccoglie.
Questa battaglia fu combattuta ai 13 d'Agosto, Domenica,festa dei SS. Ippolito e Cassiano[63]. Io non ho voluto segnare quì il numero dei morti e dei prigionieri dell'una e dell'altra parte, perchè si racconta in diverse maniere. Però l'Arcivescovo di Pisa ne fissava un numero preciso in una lettera all'Arcivescovo di Bologna, numero ch'io non voglio notare, perchè aspetto da Pisa alcuni frati Minori, che me ne daranno la cifra accertata. E nota che questa battaglia tra Pisani e Genovesi fu pronosticata e segnalata molto prima che si combattesse, giacchè nella villa di S. Ruffino[64]della diocesi di Parma, alcune donne, che di notte purgavano il lino, videro due grandi astri in cielo, che andavano l'uno contro l'altro all'assalto, e più volte si ritirarono, e più volte di nuovo ritornarono al cozzo. Nell'anno sussegnato, dopo la battaglia tra Pisani e Genovesi, molte donne Pisane, belle, nobili, ricche e di potenti famiglie, unite ora a trenta, ora a quaranta insieme, da Pisa a piedi si recavano a Genova per cercare e fare visita ai prigionieri di loro famiglie; tra quali chi vi aveva il marito, chi il figlio, il fratello, il consanguineo, cuiIddio non aveva balzati nel seno della misericordia di coloro che li avevano fatti prigionieri(Salmo 105.º). E quando quelle donne domandavano ai custodi delle carceri di vedere i proprii parenti, si sentivano rispondere: Ieri ne sono morti trenta, oggi quaranta, e li abbiamo gettati in mare, e di questo ne tocca ogni giorno ai Pisani. E quelle donne udendosi dire tali cose de' loro cari, e non potendoli rivedere, angustiate dalle strette del cuore cadevano a terra, e per la piena dell'affanno e del dolore appena potevano respirare; e poi, ripreso fiato, colle unghie si laceravano la faccia, si scarmigliavano icapelli, e ad alte e gemebonde grida piangevano fino a che loro restavano lagrime da versare. Imperocchè i Pisani morivano in carcere d'inedia, di fame, di penuria, di miseria, di dolore e di tristezza, poichè:Ebbero dominio su di loro quelli che li odiavano, i loro nemici eran quelli che li tormentavano, ed erano caduti sotto le loro mani.(Salmo 105º). Nè i Pisani erano giudicati degni de' sepolcri de' padri loro, e perciò li privavano di sepoltura.... E quando le dette donne Pisane arrivavano di ritorno a casa, trovavano morti altri, che alla partenza avevano lasciati sani. Iddio in quell'anno percosse la città di Pisa con una pestilenza, che trasse assai di cittadini al sepolcro... nè vi era casa, in cui non si trovasse un morto.... Toccò Iddio i Pisani colla spada del suo furore perchè da lungo tempo erano diventati ribelli alla Chiesa, e perchè avevano catturato in mare i prelati che andavano al concilio convocato da Papa Gregorio IX di buona memoria.... Quattr'anni io ho abitato nel convento di Pisa dell'Ordine de' frati Minori, ben quarant'anni fa, e perciò mi contristano le sventure de' Pisani, e ne ho compassione: e Dio me lo vede nel cuore. E, quando io abitava colà, fu per tre anni loro Podestà Bonacorso da Palù, cui i Pisani fecero loro Ammiraglio, e lo misero alla testa di quella loro armata, che condussero sulle loro galee sino alle bocche del porto di Genova. (Ed i Pisani oltre le galee vecchie che possedevano, ne costruirono cento di nuove per trasportare quell'esercito, e l'Imperatore in servizio e aiuto dei Pisani, ne mandò di sue cinquanta in completo assetto di guerra, le quali, trovandomi io sul porto di Pisa, ho vedute io arrivare dal Regno.) Ed i Pisani, giunti colla loro armata vicino al porto di Genova lanciarono contro la città per millanteria, per fasto ed a sempiterna memoria, un nembo di saette che portavano l'acuta punta non di ferro, ma d'argento. Essi per tanto vedendoche i Genovesi non uscivano a battaglia, risolcarono il mare devastando e incendiando tutto quanto si parava loro innanzi lungo il litorale de' Genovesi. E nota che come è naturale l'odio tra l'uomo e il serpente, il cane e il lupo, il cavallo e il grifone, così cova un lungo odio tra Pisani e Genovesi, Pisani e Lucchesi, Pisani e Fiorentini. Tra Pisani e Genovesi per cagione della supremazia sul mare, volendo per una certa ambizione, ciascuno parere da più dell'altro; e allora i monti si innalzano, ma le pianure non si abbassano.... Tra Lucchesi e Pisani cova odio, discordia e malevolenza, non solo perchè quelle due città sono di territorio confinanti, ma anche perchè i Pisani appresero dieci castelli del Vescovo di Lucca, e li tennero lungo tempo, per cui furono anche scomunicati, e persistettero lungo tempo nella loro pertinacia (quelle castella erano sui monti). Tra Fiorentini poi e Pisani cova odio, perchè quando i Fiorentini andavano a Pisa per comperare merci, i Pisani facevano loro pagare troppo grave dazio d'uscita alle porte. Avuta dunque notizia i Fiorentini e i Lucchesi, che erano legati tra loro d'interessi e di amicizia, del gran colpo inferto dai Genovesi ai Pisani, giudicarono quello un momento favorevole, e ordinarono un esercito contro i Pisani nell'anno preindicato, in Dicembre, poco prima di Natale, e con loro dovevano trovarsi quei di Prato e di Corneto per avviluppare i restanti Pisani, e se fosse possibile, ridurli a completa ruina, e farli sparire dalla faccia della terra. La qual cosa risaputasi dai Pisani, se ne impensierirono altamente, riconoscendo che su di loro si adempieva quel detto del Deuteronomio 28.º:E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo in moltitudine.Onde i Pisani atterriti si volsero a pregare Iddio.... Avendo dunque sciolte al cielo le preghiere, s'avverò la scrittura che dice:È necessario che intervengal'aiuto di Dio quando manca quello degli uomini.E sorse loro in mente il buon consiglio di mandare le chiavi della loro Pisa a Papa Martino perchè li difendesse dai loro nemici; il quale di buon grado li accolse tra le sue braccia, e represse i nemici insorgenti.... Isaia 60º:Ed i figliuoli di quelli che ti affliggevano verranno a te inchinandosi; e tutti quelli che ti dispettavano si prostreranno alle piante de' tuoi piedi.Ciò che ho udito, ho scritto; oggi le cose sono così; non si sa come anderà poi a finire; chi camperà vedrà l'esito degli eventi. Tutto il mondo è in perturbazione e volto al sinistro; siamo sulla fine del 1284. Nel millesimo suindicato corse voce che Federico 2º, già Imperatore, vivesse ancora in Allemagna; e che avesse sèguito di una immensa moltitudine di Tedeschi, ai quali largamente faceva le spese. E acquistò tanta consistenza e diffusione questa voce che molte città Lombarde spedirono messi speciali a vedere e constatare, se effettivamente ancora vivesse, o se fosse una fiaba. Anche il Marchese d'Este ne mandò uno per conto proprio. Anche alcuni Gioachimiti prestarono qualche fede alla voce corsa e credettero non impossibile la sopravvivenza di Federico, perchè la Sibilla dice: «Essa chiuderà gli occhi di morte ascosa, cioè la gallina gallicana, e sorviverà e suonerà fama a dire in mezzo ai popoli, vive e non vive, essendo superstite uno dei polli, o uno de' polli dei polli.» Anche Merlino dice di lui: «Due volte quinquagennario sarà trattato blandamente.» Il qual passo i Gioachimiti lo interpretavano così: Due volte cinquanta fanno cento; quasi sostenendo che avesse cent'anni. Ma non ne fu nulla. Col tempo si provò che era un ciurmadore, un gabbamondo, che tali cose fingeva a guadagno; e così tanto egli che i suoi seguaci sfumarono. Parimente nello stesso anno suonò altra fama. Dissero testimoni veridici, cioè frati Minori e Predicatori che da poco erano arrivati d'oltremare, chetra Tartari e Saraceni era per avvenire una gran novità. Dicevano dunque che il figlio del defunto Re dei Tartari era insorto a combattere lo zio regnante, che aveva fatta adesione ai Saraceni; e l'aveva ucciso, e con lui aveva fatta strage di una grande moltitudine di Saraceni. Inoltre mandò comando al Soldano di Babilonia di fuggire in Egitto; altrimenti se l'avrà tra le mani, lo ucciderà, quando arriverà ai paese di lui, ove si è proposto di andare sollecitamente; perocchè, come si dice, vuol essere in Gerusalemme il Sabato Santo; e se vedrà discendere fuoco dal cielo, come asseriscono i cristiani, minaccia di uccidere tutti gli Agareni che potrà incontrare. E già prima di cominciare la predetta guerra alleato coi Georgiani e cogli altri cristiani, a cui aveva fatta adesione, fece coniare moneta, sovra un lato della quale vedevasi il Sepolcro, e sull'altro stava scritto: In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Pose anche sulle armi e sugli stendardi la croce, e nel nome del Crocifisso menò duplice strage, cioè dei Saraceni e dei Tartari avversi a lui. Giunto ciò a conoscenza del Soldano di Babilonia e degli Agareni di lui sudditi, che si affrettavano a portare soccorso ai Tartari, si ritirarono, velocemente fuggendo, per non perire anch'essi coi cristiani nemici. E qui finisce l'istoria. In questo stesso millesimo, i Modenesi di dentro la città, presso Montale[65], il giorno 19 Settembre, il Martedì prima delle Tempora, di nuovo si azzuffarono coi Modenesi fuorusciti, che abitavano a Sassuolo, e si battagliò aspramente dall'una e dall'altra parte con grande strage. Però i Modenesi, che abitavano in Sassuolo furono vittoriosi anche in questo combattimento, che accadde in Martedì, presso Montale, come li erano stati nel primo, che avvenne un lunedì, al principio delle ostilità; e in questi due scontri tra morti sul campo eprigionieri ve ne furono ben cinquecento; e parte caddero di spada, altri furon tradotti ai ceppi in carcere, ed ivi trattenuti. In quel tempo i Modenesi di dentro la città ebbero un tale che si spacciava per astrologo ed indovino, a cui davano dieci denari grossi d'argento al giorno, e ogni notte tre grosse candele Genovesi di purgatissima cera, e, interrogando il futuro, prometteva ai Modenesi che, se una terza volta si cimentassero a combattimento, ne riporterebbero vittoria. A cui i Modenesi risposero: Noi non vogliamo misurarci coi nostri nemici nè in Lunedì, nè in Martedì, perchè in questi due giorni siamo stati vinti: designane un giorno diverso per combattere, e sappi che se questa volta non riporteremo la vittoria, che ne prometti, ti caveremo l'altro occhio che ti resta. (Giacchè era guercio, e un barattiere, un gabbamondo, come provò l'evento). Temendo egli dunque di non indovinare, se ne portò via tutto quello che s'era guadagnato, e all'insaputa di tutti... se la svignò per la sua strada. Allora quei di Sassuolo cominciarono a far loro le beffe, come a gente che:Ha sacrificato ai demonii, e non a Dio; a Dii, i quali essi non avevano conosciuto, Dii nuovi, venuti di prossimo e a cui i loro padri non avevano prestato culto.(Deuteronomio 32º). E i Parmigiani, udendo quanti disastri avevano colpito i Modenesi, mandarono dodici ambasciatori, per desiderio di ricomporli a concordia. Ma fu opera vana. Non prestarono fede a loro e non vollero ascoltarli.... Ma tutto questo accadde perchè si avverasse la profezia di Merlino profeta Inglese. Perocchè Merlino compose versi, ne' quali presagiva con verità l'avvenire delle città Lombarde, Toscane, Romagnole e della Marca, versi ch'io credo degni d'essere qui riportati, e che cominciano così:
Incominciano i versi di Merlino
Venient in mundo —— et duo erunt sine fine utundo.Gravia tum dura —— multa sunt inde futura.In Lombardia —— tunc errabit phylosophia.Superbia regnabit —— cum ventis tota volabit.Ipsa Toscana —— dicetur a gentibus vana.Peregrinando ibit —— diffusa, peccando peribit.Romandiola —— sub iugo teneatur a stola,Quæ in perpensum —— tallionem reddet immensum.Marchia anchonitana —— sub Ecclesia stabit romana,Quæ semper lanam —— evellet sibi cotidianam.Apulia vero —— tota erit plena veneno.Multi morientur —— et Reges pro auro delentur.Marchia delusa —— plorabit in sanguine fusa;Et diu plorabit —— sub dura potestate durabit.Francia durabit —— et pluribus praeponderabit;Et cum defecerit —— effusio sanguinis erit.Alamannia imperabit —— zizaniam mundi fugabit,Qui retinet gentes —— Imperium non diligentes.Provincia sola —— diu stabit sub arida stola,Quæ revelata —— dicetur et accumulata.Ab Hispanianis multus —— erit sanguis in terra diffususLombardos natos —— volens sibi fore ligatos.Ecclesia plorabit —— cum superbia tanta regnabit;Et non providebit, —— in dura servitute manebit.Florentia florebit —— immundo tota lucebitLilium depictum —— in campis erit a Senis devictum;Sed convalescet —— Lilii cum victoria crescet.Inepte peccando —— semper vivet dissimulando.Mediolanum —— sibi turrim firmabit in vanum;Aquila videbit —— turrim ipsam totam delebit.Adducet gentes —— de longe et sunt venientes,Quæ dabunt duram —— delinquentibus in vano iacturam.Parma patietur —— multo languore repletur;In malum recidet —— quam medicus sanare non valet;Sed relevatur —— unguento coronae sanatur.Quod erit antiquum —— per exemplum præbet iniquum.Mutina perversa —— tota erit in fine demersa.Volens dominari —— potentioribus æquiparari.Regium, regina —— civitas, erit ipsa supina,Et non providebit —— in dissensione multa manebit.In ipsa Cremona —— sibi nidum aquiret corona,E tamdiu stabit —— ut aquila ipsa volabitPace decepta, —— a sponso accepta,Et re pensata, —— Lombardia erit cremata.Ferraria testatur —— quod mala subire paraturPropter peccata,— quæ diu erunt in ea patrata:In servitute stabit, —— donec peccare cessabit,Et ejiciat illum —— qui peccatum committit indignum.Mantua pugnabit, —— in fine terga Veronæ dabit;Fugabit serpentes —— eam sub cauda tenentes.Bononia regnabit —— cum integra longe durabit,Fjiciet unam —— ad mane partem ituram.In brevi veniendo —— per intrinsecam ejiciendo,Quae non revertetur, —— donec tota sordibus lavetur.Faventia oppressa —— multotiens erit obsessa;Indicat scriptura —— quod mala sunt in ea futura,Et tamen favet, —— quod in ea pars Bononiæ cadet;Quæ dabit dorsum, —— semper eundo deorsum.Gravia quam plura —— sustinebit Imola dura,Quæ re pensata —— cito erit a languore sanata.
Venient in mundo —— et duo erunt sine fine utundo.Gravia tum dura —— multa sunt inde futura.In Lombardia —— tunc errabit phylosophia.Superbia regnabit —— cum ventis tota volabit.Ipsa Toscana —— dicetur a gentibus vana.Peregrinando ibit —— diffusa, peccando peribit.Romandiola —— sub iugo teneatur a stola,Quæ in perpensum —— tallionem reddet immensum.Marchia anchonitana —— sub Ecclesia stabit romana,Quæ semper lanam —— evellet sibi cotidianam.Apulia vero —— tota erit plena veneno.Multi morientur —— et Reges pro auro delentur.Marchia delusa —— plorabit in sanguine fusa;Et diu plorabit —— sub dura potestate durabit.Francia durabit —— et pluribus praeponderabit;Et cum defecerit —— effusio sanguinis erit.Alamannia imperabit —— zizaniam mundi fugabit,Qui retinet gentes —— Imperium non diligentes.Provincia sola —— diu stabit sub arida stola,Quæ revelata —— dicetur et accumulata.Ab Hispanianis multus —— erit sanguis in terra diffususLombardos natos —— volens sibi fore ligatos.Ecclesia plorabit —— cum superbia tanta regnabit;Et non providebit, —— in dura servitute manebit.Florentia florebit —— immundo tota lucebitLilium depictum —— in campis erit a Senis devictum;Sed convalescet —— Lilii cum victoria crescet.Inepte peccando —— semper vivet dissimulando.Mediolanum —— sibi turrim firmabit in vanum;Aquila videbit —— turrim ipsam totam delebit.Adducet gentes —— de longe et sunt venientes,Quæ dabunt duram —— delinquentibus in vano iacturam.Parma patietur —— multo languore repletur;In malum recidet —— quam medicus sanare non valet;Sed relevatur —— unguento coronae sanatur.Quod erit antiquum —— per exemplum præbet iniquum.Mutina perversa —— tota erit in fine demersa.Volens dominari —— potentioribus æquiparari.Regium, regina —— civitas, erit ipsa supina,Et non providebit —— in dissensione multa manebit.In ipsa Cremona —— sibi nidum aquiret corona,E tamdiu stabit —— ut aquila ipsa volabitPace decepta, —— a sponso accepta,Et re pensata, —— Lombardia erit cremata.Ferraria testatur —— quod mala subire paraturPropter peccata,— quæ diu erunt in ea patrata:In servitute stabit, —— donec peccare cessabit,Et ejiciat illum —— qui peccatum committit indignum.Mantua pugnabit, —— in fine terga Veronæ dabit;Fugabit serpentes —— eam sub cauda tenentes.Bononia regnabit —— cum integra longe durabit,Fjiciet unam —— ad mane partem ituram.In brevi veniendo —— per intrinsecam ejiciendo,Quae non revertetur, —— donec tota sordibus lavetur.Faventia oppressa —— multotiens erit obsessa;Indicat scriptura —— quod mala sunt in ea futura,Et tamen favet, —— quod in ea pars Bononiæ cadet;Quæ dabit dorsum, —— semper eundo deorsum.Gravia quam plura —— sustinebit Imola dura,Quæ re pensata —— cito erit a languore sanata.
Venient in mundo —
— et duo erunt sine fine utundo.
Gravia tum dura —
— multa sunt inde futura.
In Lombardia —
— tunc errabit phylosophia.
Superbia regnabit —
— cum ventis tota volabit.
Ipsa Toscana —
— dicetur a gentibus vana.
Peregrinando ibit —
— diffusa, peccando peribit.
Romandiola —
— sub iugo teneatur a stola,
Quæ in perpensum —
— tallionem reddet immensum.
Marchia anchonitana —
— sub Ecclesia stabit romana,
Quæ semper lanam —
— evellet sibi cotidianam.
Apulia vero —
— tota erit plena veneno.
Multi morientur —
— et Reges pro auro delentur.
Marchia delusa —
— plorabit in sanguine fusa;
Et diu plorabit —
— sub dura potestate durabit.
Francia durabit —
— et pluribus praeponderabit;
Et cum defecerit —
— effusio sanguinis erit.
Alamannia imperabit —
— zizaniam mundi fugabit,
Qui retinet gentes —
— Imperium non diligentes.
Provincia sola —
— diu stabit sub arida stola,
Quæ revelata —
— dicetur et accumulata.
Ab Hispanianis multus —
— erit sanguis in terra diffusus
Lombardos natos —
— volens sibi fore ligatos.
Ecclesia plorabit —
— cum superbia tanta regnabit;
Et non providebit, —
— in dura servitute manebit.
Florentia florebit —
— immundo tota lucebit
Lilium depictum —
— in campis erit a Senis devictum;
Sed convalescet —
— Lilii cum victoria crescet.
Inepte peccando —
— semper vivet dissimulando.
Mediolanum —
— sibi turrim firmabit in vanum;
Aquila videbit —
— turrim ipsam totam delebit.
Adducet gentes —
— de longe et sunt venientes,
Quæ dabunt duram —
— delinquentibus in vano iacturam.
Parma patietur —
— multo languore repletur;
In malum recidet —
— quam medicus sanare non valet;
Sed relevatur —
— unguento coronae sanatur.
Quod erit antiquum —
— per exemplum præbet iniquum.
Mutina perversa —
— tota erit in fine demersa.
Volens dominari —
— potentioribus æquiparari.
Regium, regina —
— civitas, erit ipsa supina,
Et non providebit —
— in dissensione multa manebit.
In ipsa Cremona —
— sibi nidum aquiret corona,
E tamdiu stabit —
— ut aquila ipsa volabit
Pace decepta, —
— a sponso accepta,
Et re pensata, —
— Lombardia erit cremata.
Ferraria testatur —
— quod mala subire paratur
Propter peccata,
— quæ diu erunt in ea patrata:
In servitute stabit, —
— donec peccare cessabit,
Et ejiciat illum —
— qui peccatum committit indignum.
Mantua pugnabit, —
— in fine terga Veronæ dabit;
Fugabit serpentes —
— eam sub cauda tenentes.
Bononia regnabit —
— cum integra longe durabit,
Fjiciet unam —
— ad mane partem ituram.
In brevi veniendo —
— per intrinsecam ejiciendo,
Quae non revertetur, —
— donec tota sordibus lavetur.
Faventia oppressa —
— multotiens erit obsessa;
Indicat scriptura —
— quod mala sunt in ea futura,
Et tamen favet, —
— quod in ea pars Bononiæ cadet;
Quæ dabit dorsum, —
— semper eundo deorsum.
Gravia quam plura —
— sustinebit Imola dura,
Quæ re pensata —
— cito erit a languore sanata.
Verranno e due saran che in infinitoIl mondo emungeran di lito in lito.Duri travagli e piaghe e un mar di maliScosso allor pioverà sovra i mortali.Sillogizzando allor filosofiaErrante annebbierà la Lombardia.Regnerà la superbia, e in suo talento,Sull'ale, vuota, volerà del vento.Anche sull'Arno la gentil ToscanaDalle genti sarà chiamata vana;Pellegrinando affogherà dispersaNel vano mar del suo peccato immersa.Sulla Romagna regneran le stole,Che taglia le imporran d'immensa mole.La Chiesa avrà la Marca Anconitana,Qual pecora, da cui trarre la lana.Dal monte al mar l'Apula terra elettaTutta sarà d'atro veleno infetta.Molti dì morte assaggieran lo strale;Farà sfumare i re compro pugnale.La Marca illusa, ogni speranza persa,Cadrà nel pianto e nel suo sangue immersa.E lungo il pianto fia, lungo il lamentoSotto un Signor ch'ogni pietade ha spento.Salda colonna erta starà la Francia:Sul capo a molti agiterà la lancia;Ma, se la destra un dì stanca le langue,Suoi fiumi e mari avrà tinti di sangue.La gran Lamagna imperierà superba,Disvellerà dal mondo ogni mal erba;Dal mondo ove s'annida e si nutricaGente all'Impero asprissima nemica.Sulla Provenza segregata e solaSuo regno a lungo avrà l'arida stola;Che sotto d'ogni ciel sarà chiamataInsiem la rivelata e accumulata.Di sangue esausta a pien la Spagna fiaPer conquistare a sè la Lombardia.Lungo la Chiesa emetterà lamentoPerchè superbia alza tant'ala al vento;Ma provvedere al mal non sa, non cura:E geme in servitù spietata e dura.Fiorenza in fiore a tutto il mondo splende.Siena sul campo il giglio a terra stende;Ma il giglio poi risorgerà fiorenteQuando vittoria avrà piena e ridente.E in ogni inettudine peccandoViverà sempre mai dissimulando.Alza Milano invan torre superba;L'aquila viene e la pareggia all'erba.Viene, e da lunge folte schiere adduce;Fa de' ribelli aspra vendetta e truce.Parma patisce e langue; e poi nel maleRicade e niuno a risanarla vale;Ma si rileva, e a lei vigore donaL'unguento sanator della corona.Quei che valean per i vetusti tempiInnanzi or reca disadatti esempi.Modena fatta in sua ragion perversaIn un mare di guai sarà sommersa.Gonfiando il core a dominare aspiraEd a salir tra que' che in alto mira.Reggio cadrà, cadrà pur essa a terraE senza freno avrà continua guerra.Sull'argine del Po dentro CremonaSuo nido comporrà l'alta Corona,E a lungo in sen l'avrà l'ospite suolo.Sinchè i vanni aprirà l'aquila al volo.Rotta la data fè, rotta la treguaFerma da giuro che 'l dubbiar dilegua,Lo sposo, a studio frodolento, insano,A foco e fiamma osa mandar Milano.Ferrara a sopportar s'appresta il lutto,Di lunghe colpe sue condegno frutto.Serva sarà fin che il peccare duraE scacci il peccator dalle sue mura.Mantova pugnerà d'ardore pienaEd a Verona in fin mostra la schiena.Costringerà la serpe a via fuggire,La serpe che la stringe tra le spire.Bologna in auge avrà sua signoriaFinchè concorde ed incorrotta sia;Ma caccierà gran schiera di sua gente,Errante in pianto e duol verso l'oriente;Che presto tornerà coll'ira in petto,A sbandeggiar chi resta al patrio tetto,E più non torneran senza paura,Se mondi non saran di lor sozzura.Faenza oppressa e d'ogni parte vintaMolte fiate sarà d'assedio cinta.Indica la scrittura e chiaro rendeChe futuro di guai nembo l'attende.Pur favoreggia in un'iniqua guerraChi i fuorusciti Bolognesi atterra,Che fuggiranno in duol cupo profondo,Precipitando sempre in sino al fondo,Imola colpirà lunga sventura;E il ripensarvi sol l'assenna e cura.
Verranno e due saran che in infinitoIl mondo emungeran di lito in lito.Duri travagli e piaghe e un mar di maliScosso allor pioverà sovra i mortali.Sillogizzando allor filosofiaErrante annebbierà la Lombardia.Regnerà la superbia, e in suo talento,Sull'ale, vuota, volerà del vento.Anche sull'Arno la gentil ToscanaDalle genti sarà chiamata vana;Pellegrinando affogherà dispersaNel vano mar del suo peccato immersa.Sulla Romagna regneran le stole,Che taglia le imporran d'immensa mole.La Chiesa avrà la Marca Anconitana,Qual pecora, da cui trarre la lana.Dal monte al mar l'Apula terra elettaTutta sarà d'atro veleno infetta.Molti dì morte assaggieran lo strale;Farà sfumare i re compro pugnale.La Marca illusa, ogni speranza persa,Cadrà nel pianto e nel suo sangue immersa.E lungo il pianto fia, lungo il lamentoSotto un Signor ch'ogni pietade ha spento.Salda colonna erta starà la Francia:Sul capo a molti agiterà la lancia;Ma, se la destra un dì stanca le langue,Suoi fiumi e mari avrà tinti di sangue.La gran Lamagna imperierà superba,Disvellerà dal mondo ogni mal erba;Dal mondo ove s'annida e si nutricaGente all'Impero asprissima nemica.Sulla Provenza segregata e solaSuo regno a lungo avrà l'arida stola;Che sotto d'ogni ciel sarà chiamataInsiem la rivelata e accumulata.Di sangue esausta a pien la Spagna fiaPer conquistare a sè la Lombardia.Lungo la Chiesa emetterà lamentoPerchè superbia alza tant'ala al vento;Ma provvedere al mal non sa, non cura:E geme in servitù spietata e dura.Fiorenza in fiore a tutto il mondo splende.Siena sul campo il giglio a terra stende;Ma il giglio poi risorgerà fiorenteQuando vittoria avrà piena e ridente.E in ogni inettudine peccandoViverà sempre mai dissimulando.Alza Milano invan torre superba;L'aquila viene e la pareggia all'erba.Viene, e da lunge folte schiere adduce;Fa de' ribelli aspra vendetta e truce.Parma patisce e langue; e poi nel maleRicade e niuno a risanarla vale;Ma si rileva, e a lei vigore donaL'unguento sanator della corona.Quei che valean per i vetusti tempiInnanzi or reca disadatti esempi.Modena fatta in sua ragion perversaIn un mare di guai sarà sommersa.Gonfiando il core a dominare aspiraEd a salir tra que' che in alto mira.Reggio cadrà, cadrà pur essa a terraE senza freno avrà continua guerra.Sull'argine del Po dentro CremonaSuo nido comporrà l'alta Corona,E a lungo in sen l'avrà l'ospite suolo.Sinchè i vanni aprirà l'aquila al volo.Rotta la data fè, rotta la treguaFerma da giuro che 'l dubbiar dilegua,Lo sposo, a studio frodolento, insano,A foco e fiamma osa mandar Milano.Ferrara a sopportar s'appresta il lutto,Di lunghe colpe sue condegno frutto.Serva sarà fin che il peccare duraE scacci il peccator dalle sue mura.Mantova pugnerà d'ardore pienaEd a Verona in fin mostra la schiena.Costringerà la serpe a via fuggire,La serpe che la stringe tra le spire.Bologna in auge avrà sua signoriaFinchè concorde ed incorrotta sia;Ma caccierà gran schiera di sua gente,Errante in pianto e duol verso l'oriente;Che presto tornerà coll'ira in petto,A sbandeggiar chi resta al patrio tetto,E più non torneran senza paura,Se mondi non saran di lor sozzura.Faenza oppressa e d'ogni parte vintaMolte fiate sarà d'assedio cinta.Indica la scrittura e chiaro rendeChe futuro di guai nembo l'attende.Pur favoreggia in un'iniqua guerraChi i fuorusciti Bolognesi atterra,Che fuggiranno in duol cupo profondo,Precipitando sempre in sino al fondo,Imola colpirà lunga sventura;E il ripensarvi sol l'assenna e cura.
Verranno e due saran che in infinito
Il mondo emungeran di lito in lito.
Duri travagli e piaghe e un mar di mali
Scosso allor pioverà sovra i mortali.
Sillogizzando allor filosofia
Errante annebbierà la Lombardia.
Regnerà la superbia, e in suo talento,
Sull'ale, vuota, volerà del vento.
Anche sull'Arno la gentil Toscana
Dalle genti sarà chiamata vana;
Pellegrinando affogherà dispersa
Nel vano mar del suo peccato immersa.
Sulla Romagna regneran le stole,
Che taglia le imporran d'immensa mole.
La Chiesa avrà la Marca Anconitana,
Qual pecora, da cui trarre la lana.
Dal monte al mar l'Apula terra eletta
Tutta sarà d'atro veleno infetta.
Molti dì morte assaggieran lo strale;
Farà sfumare i re compro pugnale.
La Marca illusa, ogni speranza persa,
Cadrà nel pianto e nel suo sangue immersa.
E lungo il pianto fia, lungo il lamento
Sotto un Signor ch'ogni pietade ha spento.
Salda colonna erta starà la Francia:
Sul capo a molti agiterà la lancia;
Ma, se la destra un dì stanca le langue,
Suoi fiumi e mari avrà tinti di sangue.
La gran Lamagna imperierà superba,
Disvellerà dal mondo ogni mal erba;
Dal mondo ove s'annida e si nutrica
Gente all'Impero asprissima nemica.
Sulla Provenza segregata e sola
Suo regno a lungo avrà l'arida stola;
Che sotto d'ogni ciel sarà chiamata
Insiem la rivelata e accumulata.
Di sangue esausta a pien la Spagna fia
Per conquistare a sè la Lombardia.
Lungo la Chiesa emetterà lamento
Perchè superbia alza tant'ala al vento;
Ma provvedere al mal non sa, non cura:
E geme in servitù spietata e dura.
Fiorenza in fiore a tutto il mondo splende.
Siena sul campo il giglio a terra stende;
Ma il giglio poi risorgerà fiorente
Quando vittoria avrà piena e ridente.
E in ogni inettudine peccando
Viverà sempre mai dissimulando.
Alza Milano invan torre superba;
L'aquila viene e la pareggia all'erba.
Viene, e da lunge folte schiere adduce;
Fa de' ribelli aspra vendetta e truce.
Parma patisce e langue; e poi nel male
Ricade e niuno a risanarla vale;
Ma si rileva, e a lei vigore dona
L'unguento sanator della corona.
Quei che valean per i vetusti tempi
Innanzi or reca disadatti esempi.
Modena fatta in sua ragion perversa
In un mare di guai sarà sommersa.
Gonfiando il core a dominare aspira
Ed a salir tra que' che in alto mira.
Reggio cadrà, cadrà pur essa a terra
E senza freno avrà continua guerra.
Sull'argine del Po dentro Cremona
Suo nido comporrà l'alta Corona,
E a lungo in sen l'avrà l'ospite suolo.
Sinchè i vanni aprirà l'aquila al volo.
Rotta la data fè, rotta la tregua
Ferma da giuro che 'l dubbiar dilegua,
Lo sposo, a studio frodolento, insano,
A foco e fiamma osa mandar Milano.
Ferrara a sopportar s'appresta il lutto,
Di lunghe colpe sue condegno frutto.
Serva sarà fin che il peccare dura
E scacci il peccator dalle sue mura.
Mantova pugnerà d'ardore piena
Ed a Verona in fin mostra la schiena.
Costringerà la serpe a via fuggire,
La serpe che la stringe tra le spire.
Bologna in auge avrà sua signoria
Finchè concorde ed incorrotta sia;
Ma caccierà gran schiera di sua gente,
Errante in pianto e duol verso l'oriente;
Che presto tornerà coll'ira in petto,
A sbandeggiar chi resta al patrio tetto,
E più non torneran senza paura,
Se mondi non saran di lor sozzura.
Faenza oppressa e d'ogni parte vinta
Molte fiate sarà d'assedio cinta.
Indica la scrittura e chiaro rende
Che futuro di guai nembo l'attende.
Pur favoreggia in un'iniqua guerra
Chi i fuorusciti Bolognesi atterra,
Che fuggiranno in duol cupo profondo,
Precipitando sempre in sino al fondo,
Imola colpirà lunga sventura;
E il ripensarvi sol l'assenna e cura.
Vi fu anche nello stesso millesimo un Notaio Reggiano, di nome Giovanni Malvezzo, cioè avente un brutto vezzo, il quale volendo consigliare i suoi concittadini di non folleggiare come i Modenesi, compose i seguenti versi:
Mutina, quid speras —— dum tecum jurgia quæras?Nil, nisi te superas. —— Vis mala ferre? Feras.Tu te persequeris, —— quasi desperata tenerisTe furiosa feris; —— digna perire, perisCur, rea, te prodis, —— cur destruis, uris et odis?Cur tua, totque fodis —— viscera rupta modis?Hic satis, ac alibi, —— poteris quasi mortua scribi.Gens inimica sibi, —— Mutina, parce tibi.Cerne tuas aedes, —— incendia, bellaque, cædes,Tu, milesque pedes —— tristis ubique sedes.Mutina, te recole, —— nimia iam languida mole,Et te cum prole —— flente perire dole.Sit tibi, sit sedis —— paritas laris, urbis et æedisSit tibi; si credis, —— ad bona prima redis.Desinat armorum —— furor et discursus equorum,Sub strepitu quorum— fit sine pace forum.Suscipe doctrinas, —— et quas tibi do medicinas;Et quas pono minas, —— me posuisse sinas.Si prece, sive minis, —— non flecteris, aut medicinis,Ecce tuus finis, —— præda, ruina, cinis.Gens regina lege —— qua vivit Mutina lege;Te cum pace tege; —— te sine parte rege.Hæc aliena vide, —— discrimina, schisma recide:De te confide —— non trepidanda fideProxima es: harum —— rerum sit cura tuarum,Exemplum quarum —— non tibi credo parum.
Mutina, quid speras —— dum tecum jurgia quæras?Nil, nisi te superas. —— Vis mala ferre? Feras.Tu te persequeris, —— quasi desperata tenerisTe furiosa feris; —— digna perire, perisCur, rea, te prodis, —— cur destruis, uris et odis?Cur tua, totque fodis —— viscera rupta modis?Hic satis, ac alibi, —— poteris quasi mortua scribi.Gens inimica sibi, —— Mutina, parce tibi.Cerne tuas aedes, —— incendia, bellaque, cædes,Tu, milesque pedes —— tristis ubique sedes.Mutina, te recole, —— nimia iam languida mole,Et te cum prole —— flente perire dole.Sit tibi, sit sedis —— paritas laris, urbis et æedisSit tibi; si credis, —— ad bona prima redis.Desinat armorum —— furor et discursus equorum,Sub strepitu quorum— fit sine pace forum.Suscipe doctrinas, —— et quas tibi do medicinas;Et quas pono minas, —— me posuisse sinas.Si prece, sive minis, —— non flecteris, aut medicinis,Ecce tuus finis, —— præda, ruina, cinis.Gens regina lege —— qua vivit Mutina lege;Te cum pace tege; —— te sine parte rege.Hæc aliena vide, —— discrimina, schisma recide:De te confide —— non trepidanda fideProxima es: harum —— rerum sit cura tuarum,Exemplum quarum —— non tibi credo parum.
Mutina, quid speras —
— dum tecum jurgia quæras?
Nil, nisi te superas. —
— Vis mala ferre? Feras.
Tu te persequeris, —
— quasi desperata teneris
Te furiosa feris; —
— digna perire, peris
Cur, rea, te prodis, —
— cur destruis, uris et odis?
Cur tua, totque fodis —
— viscera rupta modis?
Hic satis, ac alibi, —
— poteris quasi mortua scribi.
Gens inimica sibi, —
— Mutina, parce tibi.
Cerne tuas aedes, —
— incendia, bellaque, cædes,
Tu, milesque pedes —
— tristis ubique sedes.
Mutina, te recole, —
— nimia iam languida mole,
Et te cum prole —
— flente perire dole.
Sit tibi, sit sedis —
— paritas laris, urbis et æedis
Sit tibi; si credis, —
— ad bona prima redis.
Desinat armorum —
— furor et discursus equorum,
Sub strepitu quorum
— fit sine pace forum.
Suscipe doctrinas, —
— et quas tibi do medicinas;
Et quas pono minas, —
— me posuisse sinas.
Si prece, sive minis, —
— non flecteris, aut medicinis,
Ecce tuus finis, —
— præda, ruina, cinis.
Gens regina lege —
— qua vivit Mutina lege;
Te cum pace tege; —
— te sine parte rege.
Hæc aliena vide, —
— discrimina, schisma recide:
De te confide —
— non trepidanda fide
Proxima es: harum —
— rerum sit cura tuarum,
Exemplum quarum —
— non tibi credo parum.
Modena cieca, fra torbid'ireSperi tu forse di rifiorire?Speranze vane. Tu cerchi guai.Cerca ed avrai.Te stessa struggi; morta è la speme:Un furibondo destin ti preme.Perir sei degna. Sentenza data.Tu se' spacciata.Contro te stessa perchè t'affanni?Perchè ti struggi? Perchè t'inganni?Perchè le carni tanto ti sbraniIn modi strani?Modena folle! basti: Deh! cessa.L'albo de' morti tra' suoi t'ha messa.Di te, che d'astio su te ribocchi,Pietà ti tocchi.Ve' quanti incendi! Che guerre e stragi!Ve' la ruina de' tuoi palagi.Vedi dispersi fanti e cavalli,Armi e timballi.Modena, pensa. Lasciar tuoi natiSotto la mole de' tuoi peccatiTeco perire, non ti rampogna?Non hai vergogna?Cittade e tetto, l'ara e la mensaVi sia comune. Modena, pensa.E, se la prisca gloria ti piace,Componti in pace.Cessin dell'armi lampi e furoriE scalpitio di corridori;brilli la gioia, regni l'amoreIn ogni cuore.Ascolta il verbo, fa tuo 'l consiglioDi chi vuol trarti da reo periglio;E, se talora minaccia suona,Me lo perdona.Se chi minaccia, se chi ti prega,Favella a rupe che non si piega,Ecco il destino, che a te si serba:Ruina acerba.Reggio gentile, guarda l'esempio.Modena scissa di sè fa scempio.Pace fraterna ti sia muraglia,Scudo e zagaglia.Quest'è l'esempio. Pensa, fa senno,Guerre intestine troncar si denno;E poi confida. Vivi securaFra le tue mura.Sei sulla china: ferma, t'arretra.Pensa a te stessa; la scena è tetra,E fosca luce d'intorno spande.L'esempio è grande.
Modena cieca, fra torbid'ireSperi tu forse di rifiorire?Speranze vane. Tu cerchi guai.Cerca ed avrai.Te stessa struggi; morta è la speme:Un furibondo destin ti preme.Perir sei degna. Sentenza data.Tu se' spacciata.Contro te stessa perchè t'affanni?Perchè ti struggi? Perchè t'inganni?Perchè le carni tanto ti sbraniIn modi strani?Modena folle! basti: Deh! cessa.L'albo de' morti tra' suoi t'ha messa.Di te, che d'astio su te ribocchi,Pietà ti tocchi.Ve' quanti incendi! Che guerre e stragi!Ve' la ruina de' tuoi palagi.Vedi dispersi fanti e cavalli,Armi e timballi.Modena, pensa. Lasciar tuoi natiSotto la mole de' tuoi peccatiTeco perire, non ti rampogna?Non hai vergogna?Cittade e tetto, l'ara e la mensaVi sia comune. Modena, pensa.E, se la prisca gloria ti piace,Componti in pace.Cessin dell'armi lampi e furoriE scalpitio di corridori;brilli la gioia, regni l'amoreIn ogni cuore.Ascolta il verbo, fa tuo 'l consiglioDi chi vuol trarti da reo periglio;E, se talora minaccia suona,Me lo perdona.Se chi minaccia, se chi ti prega,Favella a rupe che non si piega,Ecco il destino, che a te si serba:Ruina acerba.Reggio gentile, guarda l'esempio.Modena scissa di sè fa scempio.Pace fraterna ti sia muraglia,Scudo e zagaglia.Quest'è l'esempio. Pensa, fa senno,Guerre intestine troncar si denno;E poi confida. Vivi securaFra le tue mura.Sei sulla china: ferma, t'arretra.Pensa a te stessa; la scena è tetra,E fosca luce d'intorno spande.L'esempio è grande.
Modena cieca, fra torbid'ire
Speri tu forse di rifiorire?
Speranze vane. Tu cerchi guai.
Cerca ed avrai.
Te stessa struggi; morta è la speme:
Un furibondo destin ti preme.
Perir sei degna. Sentenza data.
Tu se' spacciata.
Contro te stessa perchè t'affanni?
Perchè ti struggi? Perchè t'inganni?
Perchè le carni tanto ti sbrani
In modi strani?
Modena folle! basti: Deh! cessa.
L'albo de' morti tra' suoi t'ha messa.
Di te, che d'astio su te ribocchi,
Pietà ti tocchi.
Ve' quanti incendi! Che guerre e stragi!
Ve' la ruina de' tuoi palagi.
Vedi dispersi fanti e cavalli,
Armi e timballi.
Modena, pensa. Lasciar tuoi nati
Sotto la mole de' tuoi peccati
Teco perire, non ti rampogna?
Non hai vergogna?
Cittade e tetto, l'ara e la mensa
Vi sia comune. Modena, pensa.
E, se la prisca gloria ti piace,
Componti in pace.
Cessin dell'armi lampi e furori
E scalpitio di corridori;
brilli la gioia, regni l'amore
In ogni cuore.
Ascolta il verbo, fa tuo 'l consiglio
Di chi vuol trarti da reo periglio;
E, se talora minaccia suona,
Me lo perdona.
Se chi minaccia, se chi ti prega,
Favella a rupe che non si piega,
Ecco il destino, che a te si serba:
Ruina acerba.
Reggio gentile, guarda l'esempio.
Modena scissa di sè fa scempio.
Pace fraterna ti sia muraglia,
Scudo e zagaglia.
Quest'è l'esempio. Pensa, fa senno,
Guerre intestine troncar si denno;
E poi confida. Vivi secura
Fra le tue mura.
Sei sulla china: ferma, t'arretra.
Pensa a te stessa; la scena è tetra,
E fosca luce d'intorno spande.
L'esempio è grande.
Si noti che il senso di questi versi s'incontra anche nelle parole di Salomone. Proverbii 24.º:Io passai presso al campo del pigro, e presso alla vigna dell'uomo scemo di sennoecc. Lo stesso anno Guglielmo Marchese di Monferrato maritò sua figlia col figlio del Paleologo defunto, che risiede nella città di Costantinopoli, Signore dei Greci; e le assegnò in dote il Regno di Tessalonica, cui la famiglia del Marchese di Monferrato aveva ricevuto ab antico, cioè ai tempi dell'Imperatore Federico I., quandoManuele Imperatore Costantinopolitano fece invito al Marchese stesso di mandargli uno dei suoi figli, al quale voleva impalmare una propria figlia; e così fu fatto e gli diede in moglie donna Maria, e in dote il Regno di Tessalonica che da quel tempo e per tal modo passò ai Marchesi di Monferrato. Ma il detto Marchese, causa la dominazione dei Greci, non ritraendo alcun utile da quel Regno lo assegnò in dote a quella sua figlia che maritò l'anno 1284 col figlio del Paleologo. E il figlio del Paleologo diede allo suocero molte migliaia di bizantini[66]. Inoltre gli promise che in tutta sua vita gli speserebbe in Lombardia cinquecento soldati per la guerra. Allora il Marchese, fidente in tale aiuto, andò e prese Tortona, e molti uccise, molti incarcerò cittadini e soldati che eran venuti d'altronde. Al Vescovo poi, che era nativo di quella città, il Marchese disse: Ditemi, o Vescovo, questi Tortonesi sono vostri sudditi, e sotto la vostra Signoria? No, Signore, rispose il Vescovo. E allora il Marchese ripigliò: Perchè dunque vi cuoce tanto l'animo che si diano a me? Perchè, rispose il Vescovo, io sono stato eletto pastore, rettore e custode del popolo di questa città, e voi combattete in un campo nemico al partito della Chiesa. Allora il Marchese soggiunse: Se vorrete essere amico mio, io sarò amico vostro; altrimenti scatenerò le fiamme del mio furore sopra di voi. Manderò dunque un esercito con tre Capitani a' vostri castelli, e voi anderete seco loro, e v'adoprerete in modo che i Castellani consegnino a me la signoria de' castelli, che hanno in custodia. E il Vescovo di rimando: Signore, curerò fedelmente che le castella vi siano consegnate. Giunti ai castelli, il Vescovo chiamò i Castellani, e con premura li sollecitò a porre le loro castella sotto la Signoria del Marchese. Ma i Castellani, quasitutti per una bocca, risposero al Vescovo a udita dei Capitani: O Vescovo, sappiate che le castella, che difendiamo ad onore della santa Chiesa romana, noi non le daremo no in mano di chi non cessa mai di opprimere il partito della Chiesa, nè le consegneremo neppure a voi, sino a tanto che voi non sarete libero padrone di voi stesso. Così risposero tutti i Castellani dei castelli, ai quali fu condotto il Vescovo. Il che udendo i Capitani presero la via per ricondurre il Vescovo al Marchese. Ma a mezzo della strada, lasciato in disparte il Vescovo, buccinavano tra loro di ucciderlo. La qual cosa il Vescovo per conghiettura indovinando, disse loro:quant'è a me, eccomi nelle vostre mani: fatemi secondo che vi parrà buono e diritto. Ma pur sappiate per certo, che se voi mi fate morire, voi mettete del sangue innocente addosso a voi, ed a questa città ed a' suoi abitanti. Geremia 26.º. E aggiunse, parlando con uno de' Capitani, che era suo consanguineo: Sappi che una volta fosti mio soggetto ed io ti poteva far danno, ma l'occhio mio ti perdonò. Ciò udito, quell'insano subito con un coltello, o con un'alabarda, trapassò d'un colpo il corpo del Vescovo, dicendo: Del resto non sarò più sotto la tua Signoria. Il secondo Capitano perforò il cranio del Vescovo colla spada. Il terzo Capitano lo ferì pure di spada all'omero; e così il Vescovo morì per le spade degli iniqui. Il Marchese udendo che il Vescovo era stato morto, mandonne a raccogliere la salma, e invitando tutti i Religiosi e i Chierici, che erano in Tortona, gli fece dare onorifica sepoltura; ed egli stesso in persona, ad onoranza del Vescovo, volle essere uno di quelli che portavano il feretro, per argomento che il Vescovo non era stato ucciso per ordine suo. I Castellani poi preaccennati fecero buona difesa ai castelli consegnati alla loro fede, nè li posero mai nelle mani del Marchese; il quale abitava in Tortona, e allestiva un esercito per muovere a tempo opportuno guerraai Milanesi. La qual cosa risaputa dalle milizie che erano in Sassuolo, corsero al Marchese, a cui si può applicare quello che per comando del Signore disse Elia ad Acab. 3. dei Re 21.º.Uccideste per soprappiù e v'impadronisteecc. Le cose oggi stanno così; nessuno può indovinarne la fine: chi camperà, vedrà lo scioglimento del nodo. Lo stesso anno i Parmigiani facevano venire del sale da Cervia, ossia dalla Romagna, per loro uso; e i Modenesi che erano dentro la città, irruppero sopra i bifolchi presso Bazzano, e tolsero loro e carri, e sale e buoi in odio ai Parmigiani,[67]perchè pareva a que' Modenesi che prima che si scatenasse quella guerra e distruzione della città per la malizia de' loro concittadini fuorusciti, i Parmigiani avrebbero potuto impedire che tanti mali piombassero poi a loro sul capo. Ed attribuivano questo principalmente a Matteo da Correggio e a Guido di lui fratello, che nella Podesteria erano succeduti a Giacomo da Enzola, morto prima della scadenza del proprio ufficio. Ed usarono i Modenesi quella soperchieria anche perchè quel carico di sale deviava dalla strada sua diritta e naturale, ove si pagava il pedaggio; finalmente operarono quella cattura in odio di quelli di Sassuolo, che avevano permesso ai Parmigiani di passare per le terre da loro occupate senza pagamento di pedaggio, come lo avrebbero pagato, se il messo si fosse presentato a loro quando i bifolchi erano arrivati col sale a Bazzano; ma per una certa stolidità andando tra nemici, e sviando dagli amici entrò nella città di Modena. Onde il savio ne' proverbii 26.º dice:Chi si taglia i piedi ne bee l'ingiuria; così avviene a chi manda a far de' messaggi per uno stolto... ne hai esempio inGerardo dei Rozzi di Parma, che spacciava se stesso per astrologo e indovino. Quando i Parmigiani fuorusciti, che parteggiavano per l'Impero, presero Colorno, e vi entrarono il giorno di S. Domenico, e gli ebbero domandato se l'anderebbe bene per loro, egli rispose che ottimamente, perchè vi erano entrati sotto il segno dello scorpione. Eppure pochi giorni dopo sopravvennero i Parmigiani del partito della Chiesa, e li espulsero tutti, e alcuni ne uccisero, e Colorno riconquistarono; e lo scorpione non salvò punto quelli che vi erano entrati prima. Nello stesso anno mangiai per la prima volta, nel giorno di S. Chiara, i ravioli senza involucro di pasta; e questo lo dico per mostrare quanto s'è raffinata la ghiottoneria degli uomini per i commestibili, a confronto di quella degli uomini primitivi, i quali erano contenti de' cibi semplici, che loro imbandiva la madre natura, de' quali dice Ovidio nel 1.º libro delle Metamorfosi:
Contentique cibis, nullo cogente, creatis,Arbuteos foetus, montanaque fraga legebant,Cornaque, et in duris haerentia mora rubetisEt quae deciderant patula Iovis arbore glandes.E contento del cibo che s'avea,Senza sudarlo, da natura amica,Corniòle, corbezzole coglieaFragole ognor dalla pendice aprica,E l'atra mora che tra spin pendeaDell'aspra rosa nella selva antica,E quella che dall'albero di GioveEdula ghianda maturando piove.
Contentique cibis, nullo cogente, creatis,Arbuteos foetus, montanaque fraga legebant,Cornaque, et in duris haerentia mora rubetisEt quae deciderant patula Iovis arbore glandes.
Contentique cibis, nullo cogente, creatis,
Arbuteos foetus, montanaque fraga legebant,
Cornaque, et in duris haerentia mora rubetis
Et quae deciderant patula Iovis arbore glandes.
E contento del cibo che s'avea,Senza sudarlo, da natura amica,Corniòle, corbezzole coglieaFragole ognor dalla pendice aprica,E l'atra mora che tra spin pendeaDell'aspra rosa nella selva antica,E quella che dall'albero di GioveEdula ghianda maturando piove.
E contento del cibo che s'avea,
Senza sudarlo, da natura amica,
Corniòle, corbezzole cogliea
Fragole ognor dalla pendice aprica,
E l'atra mora che tra spin pendea
Dell'aspra rosa nella selva antica,
E quella che dall'albero di Giove
Edula ghianda maturando piove.
Nella state dello stesso anno molti farfalloni svolazzavano per gli orti, e deposero loro uova sulle foglie de' cavoli, d'onde poi si schiusero bruchi, che rosero le ortaglie. E specialmente i cavoli si chiamanoolera.Olus ab alendofu detto, perchè l'uomo si alimentòex oleribus(erbaggi mangerecci) prima di cominciar a mangiare biade e carni. Così dice Isidoro (Etimologie 12.º). Si ebbero anche in alcune parti del mondo forti terremoti; sicchè quando frate Roglerio dell'Ordine de' frati Minori, Lodigiano, che era stato compagno del Visitatore della Provincia di Bologna, ritornava dalla Corte, dove era stato con un Cardinale, e passava per Taurenno ove s'era proposto di albergare, gli abitanti di quel luogo gli dissero: Padre Santo, in questo paese si fa sentire sovente il terremoto; e in quell'istante, eccoti subito una violentissima scossa. E il frate sclamò:Colui che guarda la terra e la fa traballare, che tocca i monti e fumano. Salmo 103.º. Detto ciò il frate si guardò indietro e vide una casa coperta di paglia, e disse che la notte voleva dormire in quella, perchè, soggiunse, se vado a dormire in altra, forse gli embrici, o le tegole cadranno sopra di me, se la casa ruina, e vi morrò. La qual cosa udendo e vedendo alcune donne del paese, portarono i loro letti in quella capanna per dormire con sicurezza accanto ai frati. Il che avendo scorto un certo vecchio, disse ai frati; Avete fatto cosa, che non dovevate fare, perchè dovete sempre essere preparati alla morte... a cui di rimando il frate: Il beato Girolamo dice:È prudenza temere di tutto ciò che può sopravvenirne, e l'Ecclesiastico 18.º:Il saggio teme di tutto. Questo l'ho udito io da frate Roglerio, che fu compagno di frate Benvenuto, nostro Visitatore della Provincia di Bologna. Così nel millesimo sussegnato, nel giorno di S. Tomaso Apostolo, che fu in Giovedì, e la notte successiva, verso l'ora di mattutino, si videro lampeggiamenti e si udirono tuoni fragorosissimi, cose insolite a vedersi e a udirsi in quella stagione. E allora a Venezia le acque montarono ad allagare la città, tanto che, come dicono i più vecchi, eguale allagamento non fu mai visto dalla fondazione della città ai giorni nostri;poichè quella città è fondata nelle acque, e si sommersero barche e perirono persone; e le mercerie, che non erano nei solai delle case, s'avariarono. Eguale disastro soffrì Chioggia, che anch'essa è nelle lagune, ove si fa il sale. E Bernardo, Cardinale Legato della Chiesa romana, che abitava a Bologna, diceva che tale infortunio aveva incolto i Veneziani, perchè non volevano soccorrere Re Carlo contro Pietro Re d'Aragona, quantunque fosse desiderio di Papa Martino. Parimente in que' due giorni, cioè il Venerdì e il Sabato, si verificò quel detto profetico di Zaccaria 14º:In quel giorno non vi sarà luce, ma freddo e gelo;cosa che spesso verso Natale avviene. Così pure la vigilia di Natale, che fu in Domenica, mentre recitavamo mattutino, la luna si ecclissò totalmente; come disse il Signore in Matteo 24º.Il sole scurerà,(il che si rinnoverà l'anno venturo, come alcuni asseriscono)la luna non darà il suo splendore.La qual cosa ho veduto più volte dopo che sono entrato nell'Ordine de' frati Minori.... Quindi ho avuto campo a moltiplicare queste osservazioni, perchè talvolta scura il sole, tal altra la luna, e poi accadono terremoti; e alcuni che debbono predicare non hanno così alla mano le cognizioni intorno a questa materia; e restano confusi. Ricordo che io abitava nel convento di Pisa, sono bene quarant'anni e più, che si sentì terremoto nel giorno successivo a quel di Natale, cioè la notte di S. Stefano, e frate Chiaro di Fiorenza dell'Ordine de' frati Minori, uno de' più celebrati chierici del mondo, predicò due volte al popolo nella chiesa arcivescovile; e la prima piacque, la seconda non piacque. E non per altro spiacque, se non perchè prese un argomento stesso per tuttadue le prediche. Nella qual cosa, da parte sua, mostrò abilità straordinaria, perchè disse cose sempre nuove; ma il volgo maligno e semplicione, che non sa regole, pensò che avesse ridetto il discorso della primavolta, perchè versava su lo stesso tema; sicchè il predicatore mietè vergogna da cosa onde gliene doveva venire onore. Or ecco il tema che s'era proposto, Aggeo 2º:Fra poco io scrollerò il cielo, e la terra, e il mare e l'asciutto.Nota che il terremoto suol formarsi nei monti cavernosi, ne' quali è imprigionato un vento, che volendo sprigionarsi, e non avendo spiraglio all'uscita, squarcia la terra, che trema, e quindi si sente il terremoto. Ne abbiamo immagine in una castagna non castrata, che salta via violentemente dal fuoco e detona, e mette spavento a chi è seduto attorno al focolare.... Nel sussegnato millesimo, cioè 1284, il giorno di Natale e di S. Stefano, tutta la giornata e tutta la notte si rovesciò un subisso di neve, la quale pel troppo peso atterrò o franse le piante da frutta, come mandorli e melogranati; e si ebbe anche uno smisurato freddo.... Lo stesso anno Giacomo Colonna, Cardinale della Chiesa romana, e nipote di Papa Nicolò 3º, mandò cercando frate Giovanni da Parma, che era stato Generale, e spontaneamente e con grande sua consolazione dimorava nel romitaggio di Grecio (dove il beato Francesco talvolta nel giorno di Natale raffigurò il presepio di Betlemme col Bambino) volendolo vedere e parlare seco in famigliarità, come intimo suo amico; e si videro, e n'ebbero molta consolazione ambidue, e parlarono alla dimestica di cose divine.... Ora è tempo di continuare il resto. Lo stesso anno morì frate Marco, che fu compagno di frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, e di altri Ministri, come di frate Crescenzio, e di frate Bonaventura; del quale Marco mi pare non doversene più parlare, avendone detto abbastanza più indietro. Altro compagno di frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, fu frate Andrea di Bologna, uomo onesto, mite, grazioso, famigliare, religioso, e divoto a Dio. Era anche buono scrittore, e nel Capitolo diSiena dettò quella lettera, che S. Lodovico ricevette a tempo della prima crociata, lettera che gli piacque moltissimo, per la liberalità e la cortesia di frate Giovanni da Parma Ministro Generale. Fu anche frate Andrea Ministro della provincia d'oltremare, cioè di Terra Santa, o Terra di promissione (... Si vergogni adunque Federico 2º, il quale, sia che volesse scherzare, sia che volesse dire da senno, insultando a Dio diceva che se Iddio avesse veduto il Regno ch'esso aveva in Sicilia in Calabria e in Puglia, non avrebbe tanto lodato la Terra di promissione). Pertanto frate Andrea morì lodatamente in pace, quand'era Penitenziere alla Corte del Papa. Terzo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Gualterio, oriondo d'Inghilterra, e vero Inglese; buon cantore, gracile, alto di statura, bello, di santa e onesta vita, di buoni costumi e letterato; era stato scolare di frate Giovanni da Parma quando, prima di diventare Ministro Generale, era lettore a Napoli. Così frate Gualterio fu mandato addetto alla Corte, ma pose ogni opera sua per essere liberato da quel servigio, amando meglio di essere afflitto col popolo di Dio che godere la giocondità del peccato temporale, e reputando maggior ricchezza l'umiltà di Cristo, che il tesoro degli Egiziani.... Tuttavia ho udito che questo frate Gualterio fu poi suo malgrado fatto Vescovo, non so dove. Fu mio amico. E nota che tutti i compagni di frate Giovanni da Parma sono stati miei intimi amici e famigliari. Quarto compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Bonagiunta della Marca d'Ancona, di Fabriano, buon Custode e uomo di lettere, buon cantore, predicatore, scrittore, calvo, di statura mezzana e di faccia somigliante a S. Paolo. Quando era novizzo del convento di Fano, l'anno 1238, giovanetto ancora, abitava meco. Fu il primo e l'ultimo Vescovo di Recanati. Quinto compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Giovanni di Ravenna, grosso,corpulento e bruno, buon uomo e di vita onesta. Non ho mai veduto uomo che più di lui mangiasse avidamente le lasagne condite col formaggio. Fu Guardiano del convento di Napoli, quando frate Giovanni da Parma vi fu lettore, prima d'essere Ministro Generale. Sesto compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Anselmo Rabuino Lombardo, d'Asti, grosso, bruno, e aveva l'aria da Prelato, di vita onesta e santa; nel secolo era stato Giudice; fu Ministro della provincia di Terra di Lavoro e poi della Marca Trivigiana. Amò molto frate Giovanni da Parma, ed accogliendo favorevolmente i voti dei Ministri Lombardi e dei Custodi a Lione, pose opera e fece sì che frate Giovanni da Parma fosse eletto Ministro Generale. Frate Anselmo Rabuino era conosciuto dal sommo Pontefice Innocenzo IV. Io abitava nel convento di Pisa, e frate Anselmo, che era Ministro della provincia di Terra di Lavoro, mi scrisse di andare con mio fratello Guido di Adamo ad abitare nella sua provincia; ma non ci fu permesso dai frati del convento di Pisa, perchè ci vedevano volentieri con loro. Settimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Bartolomeo Guiscolo di Parma, illustre oratore e passionatissimo Gioachimita, cortese uomo e liberale, nel secolo maestro di grammatica, e nell'Ordine uomo onesto e santo. Sapeva scrivere, miniare e predicare, come ne ho detto abbastanza più addietro. Ottavo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Guidolino Gennari di Parma, che fu uomo di lettere e buon cantore; cantava benissimo nel canto melodico, cioè nel canto rotto, e nel canto fermo aveva più arte che voce, la quale aveva debole; fu buon compositore, buono e bello scrittore, e buon correttore alla mensa nel convento di Bologna. Conosceva benissimo la Bibbia, e fu di vita onesta e santa, sicchè era ben voluto dai frati. Morì a Bologna e fu sepolto nel convento dei frati Minori, e riposi inpace. Nono compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Giacomino da Berceto, di vita onesta e santa, valente predicatore, e di gran forza di voce; fu Guardiano del convento di Rimini. Decimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Giacomo degli Assandri di Mantova, uomo onesto e santo, ottimo consigliere e interprete delle Decretali. Fu qualche tempo Ministro in Schiavonia, regione che si chiama anche Dalmazia. Undecimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Drudo, Ministro della provincia di Borgogna, lettore di teologia, che ogni giorno voleva predicare ai frati intorno alle influenze divine, come ho udito, quando mi trovai seco in Borgogna. Questi fu nobil uomo e bello, di vita onesta e santissima oltre ogni credere, e fu divoto a Dio in modo meraviglioso, e al disopra dell'umano giudizio. Frate Giovanni da Parma se lo condusse seco, quando Papa Innocenzo IV di buona memoria lo inviò ai Greci per indurli ad unità di fede colla Chiesa romana. Duodecimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Bonaventura da Iseo, e lo fu quando frate Giovanni andò mandato dal Papa ai Greci. Era frate Bonaventura vecchio di convento e di età, saggio, intraprendente, sagacissimo, di onesta e santa vita, e ben voluto da Ezzelino da Romano; tuttavia si dava oltremisura l'aria da barone, quantunque, secondo la fama, fosse figlio di un'ostessa. Era stato anche Ministro di vecchia data nell'Ordine; poichè fu Ministro nella provincia di Provenza; Ministro nella provincia di Genova, in quella di Bologna, e in quella della Marca Trivigiana. Compose un volume di Sermoni intorno alle feste, e alle Tempora; condusse vita laudabile, e l'anima sua riposi in pace. Sappi però che frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, non li ebbe tutti contemporaneamente questi compagni; e li conduceva seco or gli uni, ora gli altri, quando voleva andare attorno pervisitare l'Ordine, perchè non potendo que' suoi compagni reggere alla fatica ch'egli durava, gli fu giocoforza averne molti. E molte altre virtù ebbero in sè i suddetti dodici compagni, che per brevità io tacqui. Ora parliamo di frate Ugo Provenzale, grande ed intimo amico di frate Giovanni da Parma. Egli fu uno dei più illustri chierici del mondo, e tenacissimo Gioachimita, e di vita onesta e santissima oltre al credibile, come ho veduto io co' miei occhi; ma siccome di lui ho già parlato più sopra abbastanza, mi pare che qui si debba tacerne. Egli, quando a Dio piacque, morì a Marsiglia, dopo aver compiuta una lunga serie di opere buone; e fu sepolto in un'arca di pietra nella chiesa dei Prati Minori di Marsiglia stessa; e Iddio lo illustrò con miracoli. E accanto a lui, in un'altra urna di pietra, è sepolta sua sorella Donolina, cui parimente Iddio fece per miracoli insigne. Costei non entrò mai in alcuna Religione, ma visse sempre in mezzo al secolo castamente e religiosamente. Elesse suo sposo il figlio di Dio, ed ebbe speciale devozione al beato Francesco, del cui cordone andava cinta, per segno dell'acceso amore che aveva a lui; e quasi tutto il giorno lo passava in preghiere nella chiesa dei frati minori. Nessuno sparlava di lei; nessuno sospettava d'alcuna opera sua cattiva; tutti la tenevano in reverenza, uomini, donne, Religiosi, secolari, per la sua segnalata santità. Ottenne da Dio la grazia peculiare di essere rapita in estasi, come i frati Minori videro le mille volte nella loro chiesa; e, se le alzavano un braccio, lo teneva irrigidito in quella posizione da mattina a sera perchè era tutta assorta in Dio. La qual cosa tutta Marsiglia sapeva, e s'era divulgata anche per altre città. Si erano fatte di lei seguaci ottanta nobili donne di Marsiglia, di condizione, quali mediocre, quali illustre, per salvare col suo esempio l'anima loro, delle quali ella era maestra e donna. E giacchè dalla mia penna è caduto il nomedi Marsiglia e della Provenza, non credo fuor di luogo scriverne quello che me ne ricorda, degno di essere saputo. In Marsiglia nacque un fanciullo il giorno di San Benedetto, e Benedetto fu chiamato, il quale, slattato che fu, fu poi mandato un giorno di S. Benedetto a imparar lettere; dopo che fu grandicello, e che sapea di lettere, nel giorno di San Benedetto entrò nell'Ordine dei monaci neri; e in processo di tempo, il giorno di San Benedetto fu fatto sacrista; poscia, con intervallo di più anni, nel giorno di San Benedetto, i monaci, per bontà della vita e dei costumi di lui, lo elessero Abbate; e così di grado in grado elevandosi, i canonici di Marsiglia nel giorno di S. Benedetto lo crearono loro Vescovo, e ne tenne la dignità laudabilmente; poscia nel giorno di San Benedetto entrò nell'Ordine del beato Francesco, nel quale umilmente e lodevolmente passò dieci anni; e nel giorno di San Benedetto vide l'ultimo suo giorno, e fu sepolto nella Chiesa dei frati Minori di Marsiglia in un'arca di pietra, e Iddio lo illustrò con miracoli. Questi fu veramente uomo venerabile, benedetto di grazia e di nome. Sia benedetto un tal Vescovo, che bene cominciò e terminò bene; e per opera sua i frati Minori di Marsiglia ebbero molti buoni libri, perchè volle piuttostoumiliarsi coi miti di cuore, che dividere le spoglie coi superbi,Proverbi 16.º. Parliamo ora di frate Rolando Pavese. Costui, benchè da molti sprezzato, fu uomo santo ed umile sacerdote, predicatore, di molte preghiere, e di molto merito presso Dio; la qual cosa che già bene conoscevano, in più maniere la riconobbero i frati; ma basterà dirne una. Un secolare si accostò una sera al Guardiano del convento dei Frati Minori, in cui abitava questo frate Rolando, e gli disse: Padre, mi raccomando a Dio, e a voi; e vi prego di raccomandarmi alle orazioni dei vostri frati, che mi liberinodagli importuni e perversi uomini2.ª ai Tessalonicesi; 3º; perchè ho nimicizie capitali, enimici pieni di veleno, i quali, mi si dice che stanotte vogliano entrare di forza in casa mia, e ammazzarmi. Il Guardiano premurosamente lo raccomandò ai frati, pregandoli di fare per amor di Dio un'opera di pietà, ed essi con premura la fecero. All'indomani tornò quel secolare, e in Capitolo riferì al solo Guardiano le cose, che nella notte gli erano accadute, e disse: Sia ringraziato Cristo, sia ringraziato l'amico. E aggiunse: Sappiate, Reverendo Padre, che que' nemici, che cercavano la vita mia, con spade e con bastoni la notte passata irruppero in casa mia per uccidermi; ma ivi comparve un certo frate Minore ch'io riconoscerei benissimo, se il vedessi, che ne li scacciò, come si scacciano le mosche e le zanzare col ventaglio, quando si vogliono far fuggire. Udite queste cose, il Guardiano fu preso da meraviglia e in una da allegrezza, e gli rispose: Sta quì meco alla porta del Capitolo, e quando quel tal frate passerà, indicamelo ma in modo che nessuno scorga. E già era suonato il primo segnale del vespro; ed ecco che al secondo tocco della campana, il Guardiano domandava al secolare: È questi? No rispondeva; e questa domanda fu ripetuta per ciascuno che passava. Finalmente al passare di frate Rolando, a cui quel secolare non aveva mai parlato, disse al Guardiano: Questi è quel frate, per cui buona opera e aiuto, Iddio stanotte mi ha liberato. Il Ministro Generale, credendo di fargli cosa piacevole e grata, mandò questo frate Rolando al convento di Alverno, e stettevi in gran consolazione finchè gli piacque. Il convento di Alverno poi è nella provincia di Toscana, nella diocesi d'Arezzo, sull'Apennino, dove il Serafino apparve al beato Francesco, e a similitudine di quelle di nostro Signor Gesù Cristo, gli impresse le stimmate. Passai una volta da questo convento, reduce da Assisi, dove io era andato per divozione; e il sacrista mi fece vedere un grosso pezzo del legno della croce del Signore, che frateMansueto aveva ricevuto dal Re di Francia S. Lodovico di buona memoria, quando fu inviato a lui come nunzio da papa Alessandro IV. Trovandomi poi nel convento di Alverne, visitai tutti i luoghi di divozione che vi sono, e nella Domenica celebrai la messa conventuale, e, dopo il vangelo, predicai al popolo, che vi era adunato, uomini donne, e dopo pranzo andai a Santa Maria di Bagno ove il mio compagno frate Giacomino Savini di Piacenza aveva predicato; poscia andammo a Meldola, poi a Forlì, d'onde a Faenza, dove abitavamo. E nota che quando fui ad Alverno, frate Lotario, che molto tempo prima era stato mio Custode a Pisa, viveva ancora, ed abitava colà vecchio e malato. Credo che quel convento sarebbe stato abbandonato, come mi disse, se non fosse stato per riguardo di lui. Osservai che quando quei frati fanno la commemorazione del beato Francesco nel mattutino dicono sempre quell'antifona, che incomincia:O Martyr desiderio: O Martire di desiderio; e ne' vespri:Coelorum candor: O candore de' cieli. In queste due antifone si fa menzione dell'apparizione serafica, e sempre nel cominciarle a dire, i frati curvano le ginocchia. Passiamo ora a discorrere qualche cosa di frate Nicola da Montefeltro, che fu molti anni Ministro in Ungheria, poscia in Schiavonia, ossia Dalmazia, e abitò anche molti anni, sino alla sua morte, come semplice frate, nel convento di Bologna. Egli fu uomo umile più che qualunque altro io abbia veduto al mondo... reputava se stesso una nullità, e una nullità voleva essere tenuto dagli altri... sicchè se taluno gli faceva segno di riverenza, tosto prostrato a terra baciavagli i piedi, se poteva... Egli quando suonava la campanella del refettorio, era il primo ad arrivare a versar l'acqua del lavacro alle mani dei frati. Quando arrivavano frati forestieri era il primo che si presentava a lavar loro i piedi: e quantunque all'apparenza fosse poco atto a tali uffici, perchè eracorpulento e vecchio, la carità, l'umiltà, la santità, la cortesia, la liberalità e l'alacrità lo rendevano destro, piacente e adatto.... Morì, e fu sepolto onorificamente nella chiesa dei frati Minori di Bologna. Nessuno miracolo fece Iddio per lui dopo la sua morte, perchè pregò Iddio di non farne; come anche il santissimo frate Egidio di Perugia pregò Iddio che dopo la sua morte non facesse miracoli per lui... (Frate Egidio sepolto in un'arca di pietra nella Chiesa de' frati Minori a Perugia fu... computandovi il beato Francesco, la cui vita scrisse frate Leone, che fu uno dei tre speciali compagni del beato Francesco). Ma frate Nicola operò tre miracoli in vita sua, cioè li operò Iddio a gloria di lui, ben degni di ricordo. Il primo fu che avendo il Guardiano di un convento comandato ad un frate giovane chierico suddiacono, di far di cucina per amore di Dio, cioè la minestra pei frati, fino a che ritornasse il cuciniere, che era assente, ed avendo egli umilmente obbedito, ebbe la disgrazia che gli cadde il breviario nel paiuolo, e s'inzuppò tutto. Ed essendo il libro perciò sformato, e il frate piangendone e gridando e dicendo d'avere avuto quel libro a prestito, per cui ne provava maggiore angoscia, frate Nicola, udito di questo fatto e volendolo consolare, gli disse: Vedi, o figlio, non piangere; dammi il libro in prestito, che ne ho bisogno un momento per recitare le Ore. Appartatosi poscia frate Nicola e sciolta una preghiera a Dio, Iddio ritornò il libro alla primiera nitidezza, tanto che nessun guasto ne appariva. La qual cosa considerando quel frate, che prima piangeva per il guasto del libro, consolatosene, restò altamente meravigliato, e benedisse Iddio. Altra volta per mezzo di frate Nicola fece Iddio il seguente miracolo. Una certa donna di Bologna, che aveva un figlio coperto di fistole, sognò che se frate Nicola facesse il segno della croce sul figlio di lei, all'istante ne sarebbe liberato. Quella donna essendo molto divota ai frati Minori andòcol figlio al Guardiano, e gli raccontò il sogno. Era allora Guardiano frate Andrea da Bologna, (che fu il secondo compagno di frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, e di cui ho già fatto menzione) il quale adunati tutti i sacerdoti del convento di Bologna tranne frate Nicola, raccontò loro quello che la donna aveva veduto in sogno, e che stava tuttora alla porta del convento in aspettazione della grazia. E frate Andrea disse a que' sacerdoti: Ma noi non potremo indurre frate Nicola a far questa cosa, se non lo inganniamo con uno stratagemma. Laonde andate voi tutti a quella donna, e conducete vosco anche frate Nicola, ed io arriverò ultimo; e al mio arrivo mi direte che quella donna vuole una grazia dai frati, cioè che ciascun sacerdote faccia il segno della croce sopra il figlio di lei; ed io subito la contenterò; e dopo di me, direte a frate Nicola che faccia altrettanto. Fece adunque frate Andrea il segno della croce sul fanciullo; ma non se ne vide effetto, perchè la grazia era ad altri riservata. La madre del fanciullo allora, e tutti gli altri sacerdoti pregarono frate Nicola che per amor di Dio facesse il segno della croce su quel fanciullo; ma egli si rifiutò ricisamente e disse: lo faccia la Marchesina di lui madre, che io ne sono affatto indegno. Ma frate Andrea, Guardiano, gli comandò in virtù di salutare obbedienza, che messa da banda ogni scusa, senza indugio segnasse colla forma della croce il fanciullo. E dopo averlo fatto, tosto il fanciullo fu sanato, e subito la madre, a vista dei frati, ne tolse le fasciature e le pezzuole. I frati poi ne ringraziarono Dio, e ne tennero scolpito nell'animo loro la memoria. Altra volta fece Iddio per mezzo di frate Nicola uno strepitoso miracolo. Era un giovane nel convento di Bologna, che si chiamava frate Guido figlio di Massaria. Costui quando dormiva, russava sì forte, che nessuno poteva aver quiete in una casa dove egli fosse: e, quel che sorpassavatutto, non solo disturbava orribilmente chi dormiva, ma anche chi vegliava. Perciò i frati lo mandarono a dormire in un angolo del convento destinato per le legne e per la paglia; ma neppur così poterono i frati impedire che non risuonasse per tutto il convento quel maledetto russare. Allora si convocò un'adunanza di tutti i sacerdoti e dei discreti del convento di Bologna in camera di frate Giovanni da Parma, che era Ministro Generale, e gli dissero che quel giovane, a cagione di grave vizio organico che aveva, doveva essere mandato fuori dall'Ordine; ed io pure era presente. E fu giudizio e deliberazione comune che si dovesse ritornare alla madre di lui, perchè essa, che conosceva il difetto di suo figlio, aveva ingannato l'Ordine. Ma per disposizione divina non fu rimandato immediatamente, poichè Iddio voleva fare un miracolo per frate Nicola. Considerando pertanto frate Nicola che quel giovane doveva essere mandato fuori dell'Ordine per un difetto di natura, non per sua colpa, ogni giorno chiamavalo sull'alba a servirgli messa; e, dopo la messa, il giovine di dietro all'altare, per ordine di frate Nicola, s'inginocchiava sperandone qualche grazia. Frate Nicola poi colle mani ne toccava la faccia e il naso, volendogli, la Dio mercè, restituire il dono della salute, e gli ordinava di non rivelare quel segreto a persona. Ed ecco che subito fu quel giovine guarito benissimo, e, dopo, dormiva quieto e pacifico come un ghiro, senza disturbo alcuno dei frati. Si trasferì poscia nella provincia romana; diventò sacerdote, confessore, predicatore, ossequiente e utile ai frati e riconoscente dei beneficî che Dio aveva a lui conferiti mercè dei meriti e delle preghiere di frate Nicola, che sia benedetto ne' secoli de' secoli, e così sia. Ora passiamo a frate Bertoldo di Lamagna. Costui fu sacerdote e predicatore dell'Ordine dei Minori, di onesta e santa vita, come a religioso si addice; fece l'esposizione dell'Apocalisse, della quale non ho copiatoche la parte che riguarda i sette Vescovi dell'Asia, i quali sul principio dell'Apocalissi sono raffigurati sotto il nome di Angeli, e lo feci allo scopo di accertarmi che quelli non erano stati Angeli, e perchè io aveva l'esposizione dell'Apocalissi dell'Abbate Gioachimo, la quale io pregiava sopra tutte le altre. Compose anche un grosso volume di sermoni per le feste di tutto l'anno e per le domeniche; de' quali copiai due soli, perchè vi si parlava dell'Anticristo con molta aggiustatezza. Il primo cominciava così:Ecce positus est hic in ruinam; cioè:Ecco che questi è posto per ruina. L'altro:Ascendente Jesu in naviculam, secuti sunt eum discipuli eius; cioè:Ascendendo Gesù sulla navicella, i discepoli di lui lo seguirono, ne' quali è trattato ampiamente dell'Anticristo, e del tremendo giudizio. E avverti che frate Bertoldo ricevette da Dio il dono speciale della predicazione; e tutti quelli che lo ascoltarono, dicono che dagli Apostoli a noi non fu mai uno pari a lui, che predicasse in lingua tedesca. Una gran moltitudine d'uomini e donne lo seguiva, talora sessanta o cento mila; e talora una gran moltitudine di gente da molte città convenuta per ascoltare le salutifere e melliflue parole che suonavano dalle labbra di lui.... Quando egli voleva predicare montava su di un palco a mo' di battifredo (cioè una torre di legno a foggia di campanile, di cui si serviva come di pulpito, all'aperto nelle campagne) sulla punta alta del quale, coloro che ne congegnavano insieme le parti, collocavano una banderuola perchè dalla direzione del vento che spirava, il popolo conoscesse da che parte dovesse mettersi per udir meglio. E, maraviglia! si udiva ed intendeva tanto da chi era vicino, come da chi era lontano a lui; nè, quand'egli predicava, vi era alcuno che s'alzasse e partisse se prima la predica non fosse finita. E quando parlava del giudizio tremendo, tremavano tutti, come giunchi nell'acqua, e lo pregavano peramor di Dio di non parlare di quell'argomento, perchè a udirlo atterriva e faceva inorridire. Dovendo un dì frate Bertoldo predicare in un certo luogo, avvenne che un bifolco pregò il padrone di permettergli di andare ad ascoltarlo. A cui il padrone rispose: anderò io alla predica, e tu anderai ai campi co' buoi ad arare.... Ma avendo il bifolco un altro giorno cominciato ad arare la mattina per tempissimo nel campo, maraviglia! ecco che subito udì la voce di frate Bertoldo che predicava, sebbene in quel giorno fosse lontano ben trenta miglia. Allora il bifolco tolse di sul collo il giogo a' buoi, perchè pascolassero, ed egli standosene seduto ascoltava la predica. E quì furono operati tre miracoli in uno: Primo, perchè udì la predica e la intese, quantunque fosse distante ben di trenta miglia al predicatore; secondo, perchè imparò tutta la predica, e se la suggellò ben salda nella memoria; terzo, perchè, finita la predica, arò tanta terra quanto ne soleva arare in giornate, in cui non sospendeva mai il lavoro. Avendo poi il bifolco interrogato il padrone intorno alla predica, ed esso non sapendola ripetere, gliela ripetè egli tutta per filo e per segno aggiungendo che l'aveva udita e imparata di sul campo. Perciò il padrone, riconosciutavi l'opera di un miracolo, diede piena facoltà al bifolco di andare liberamente, ogni volta che lo desiderasse, alla predica di frate Bertoldo, per quanto urgente fosse il lavoro che avesse da fare. Era poi consuetudine di questo frate, che andava predicando ora in una, ora in altra città, di prestabilire il tempo e il luogo delle sue prediche, affinchè il popolo che vi affluiva potesse trovare sufficienza di vettovaglie. Una volta, certa nobil donna accesa d'ardente desiderio di udire frate Bertoldo a predicare, sei anni continui, per città e castella, con alcune sue compagne... seco lui potè avere un colloquio secreto e famigliare. Finiti i sei anni e i denari che aveva, la vigilia dell'Assunzionedella beata Vergine non avendo di che mangiare nè essa, nè le sue compagne, andò da frate Bertoldo, e gli espose schietto e netto lo stato di miseria in cui versava. Frate Bertoldo, udito tutto, la mandò a nome suo da un banchiere a dirgli che le desse pel vitto ed altre spese tanto denaro, quanto ne poteva meritare un giorno di Indulgenza, per ottenere la quale ella aveva seguito sei anni frate Bertoldo. Il banchiere sorrise e disse: Come posso io calcolare il valore di un giorno di indulgenza meritata da voi seguendo le peregrinazioni di frate Bertoldo? A cui essa rispose; Mi ha detto che da una parte mettiate denari nel piattello della bilancia, ed io soffierò sull'altro piattello; l'equilibrio vi darà, la misura del valore dell'indulgenza da me acquistata. Pose dunque il banchiere monete a larga mano, e ne empì il piattello della bilancia; essa soffiò sull'altro, e subito quel soffio mostrossi preponderante, e le monete furono sollevate come si fossero cambiate in lievi piume. La qual cosa considerando, il banchiere ne fu pieno di meraviglia; e più e più volte rimise monete sulla bilancia; ma il soffio della donna non potè essere mai vinto dal peso loro, perchè lo Spirito Santo per mezzo di lei spirava sì forte che il piattello, su cui soffiava la donna, non potè mai essere equilibrato dall'altro delle monete. La qual cosa vedendo sì il banchiere che la nobil donna e le altre di lei compagne, meravigliati volarono difilato a frate Bertoldo e gli raccontarono per punto le cose accadute; e il banchiere aggiunse: Io sono pronto a restituire l'altrui, e per amor di Dio a distribuire il mio ai poveri, e a diventare, come desidero, un buon uomo, perchè oggi ho veramente veduto miracoli. Perciò frate Bertoldo gli impose di dare a larga mano vettovaglie a quella donna e alle compagne di lei, per cagione di cui tanto prodigio aveva veduto. Il che subito e di buonissimo grado fece a lode di nostroSignor Gesù Cristo, a cui è onore e gloria ne' secoli de' secoli, e così sia. Una volta, passando frate Bertoldo verso sera col suo compagno laico per una strada, incappò nei bravi di un Castellano, che lo presero, lo condussero al castello, lo incatenarono, e quella notte lo tennero con siffatta ospitalità. Ma quel Castellano aveva tanto gravemente angariati i suoi concittadini, che nel palazzo del Comune avevano già dipinto il modo di punizione che gli si doveva infliggere, se mai avvenisse che potessero ghermirlo, cioè la forca. All'indomani per tempissimo si presentò il carnefice al Castellano suo signore, e gli disse: Che vuole si faccia la signoria vostra di quei frati, che ieri sera sono stati condotti qui? A cui il Castellano rispose: Spicciali; che era come dire: Impiccali.... Tale era quel Castellano, tali i suoi bravi, che alcuni svaligiavano, altri ammazzavano, altri menavano al castello e incarceravano, e teneanli sinchè per denaro si riscattassero, altri li uccidevano issofatto. Ora frate Bertoldo dormiva, e il suo compagno, un frate laico, vegliava recitando il mattutino, e aveva udita la sentenza di morte dal Castellano lanciata sul loro capo, giacchè tra lui e loro non era che una semplice parete. Allora il laico cominciò a chiamare, più volte gridando, frate Bertoldo. E il Castellano udendo pronunciare il nome di frate Bertoldo, si diede a pensare se mai per caso fosse quel famoso predicatore, di cui si dicevano mirabilia; e incontanente richiamato il carnefice, gli comandò di non toccar que' frati, anzi di condurli al suo cospetto. Condotti alla presenza del signore del castello, furono domandati di lor nome. E il laico rispose: Il mio nome è questo, e lo disse. Il mio compagno si chiama frate Bertoldo, quel famoso, graziosissimo predicatore, per cui mezzo Iddio opera tanti miracoli. Udito ciò, il Castellano si prostrò subito a' piedi di frate Bertoldo, lo abbracciò e lo baciò. Inoltre lo pregò per amordi Dio di fare una predica per udirla, poichè da tanto tempo aveva desiderio di ascoltare da lui la parola della salute. E frate Bertoldo annuì a patto che in una col signore del castello si adunassero ad ascoltare la predica tutti que' bravi che vi avevano. E il Castellano promise di farlo volentieri. Mentre dunque egli faceva chiamare i suoi bravi, e frate Bertoldo s'era messo in disparte a pregare, si avvicinò a lui il compagno e gli disse: Sappiate, frate Bertoldo, che da questo signore è stata posta sulla nostra testa sentenza di morte. Laonde se mai inspiratamente avete predicato altre volte delle pene dell'inferno e della gloria del paradiso, or qui risurga la vostra valentia, che ora ne fa vieppiù bisogno. Udendo frate Bertoldo questa cosa, si diede tutto a pregare Iddio; e poi presentatosi a quell'uditorio, parlò così infiammatamente, e così spiegò la parola della salute, che tutti ne furono commossi al pianto. E prima di partire li confessò tutti, ordinò a tutti di abbandonare quel castello, di restituire il mal tolto, e di perseverare in far penitenza per tutta loro vita, se volevano acquistarsi il gaudio eterno. Il Castellano poi, prostrato a' piedi di frate Bertoldo, piangendo dirottamente, lo pregò di riceverlo per amor di Dio nell'ordine del beato Francesco; e lo accolse colla speranza di ottenerne poi grazia dal Ministro. Voleva anche seguire subito frate Bertoldo, ma questi glielo proibì, temendo del furore del popolo, che era stato tormentato, e nulla sapeva della conversione di lui. Arrivato frate Bertoldo alla città, il popolo volle udirlo a predicare, e tutti si adunarono nel greto di un fiume, ove dalla parte del pulpito pendevano dalla forca alcuni ladroni. (Tu che leggi queste cose, mettiti davanti agli occhi, come tipo, la ghiaia del fiume Reno presso Bologna). Ma il Castellano suaccennato, dopo la partenza di frate Bertoldo, infiammato d'amor di Dio, e vinto dal desiderio di riudirlo dimenticò tutte le soperchierieinferte alla città, e andato da solo al luogo, in cui si predicava, fu subito riconosciuto e preso e condotto alla forca; giacchè fu da tutti rincorso e tutti gridavan alto: s'impicchi, s'impicchi, e turpemente muoia questo pessimo nostro nemico.... Frate Bertoldo, che vide il popolo correre e lasciare la predica, fu preso da meraviglia e disse: Non mi avvenne mai che nessuno partisse dalla mia predica, se non dopo finita, e dopo ricevutane la benedizione. Allora una delle persone che erano ancora sedute al posto rispose: Padre, non ve ne maravigliate, perchè fu preso il tale Castellano, che era pessimo nostro nemico, e lo trascinano alla forca. Udendo questo, frate Bertoldo fu preso da tremore, e disse: Sappiate ch'io ho confessato lui e tutti i suoi satelliti, e che li ho assolti e mandati a far penitenza, ed io aveva anche ammesso il Castellano all'Ordine del beato Francesco, ed ora veniva qui per udire la predica; corriamo dunque tutti e liberiamolo. Si diedero tutti a correre velocemente, ma arrivati sol luogo del patibolo, eravi già su penzolone e spirante. Ad un cenno di frate Bertoldo fu deposto, e trovarongli attorno al collo una carta scritta a caratteri d'oro che diceva: Sapienza 4.º:Maturato egli in breve tempo compiè una lunga carriera: conciossiachè era cara a Dio l'anima di lui; per questo egli si affrettò di trarlo di messo all'iniquità.Allora frate Bertoldo mandò chiamando i frati Minori del convento della città, pregandoli di portare una croce, un feretro, e un abito da frate e accorressero a vedere e udire le mirabili opere del Signore. Così fu fatto; e riferì loro tutto intero il caso. Trasportarono il corpo di lui, e gli diedero onorifica sepoltura nel convento de' frati Minori, lodando il Signore che opera tali miracoli.... L'anno 1284, indizione 12.ª, millesimo che abbiamo già più sopra cominciato, settantadue di quelli che si chiamano apostoli,e non li sono, tra' quali ve n'erano di giovani e di vecchi, viaggiavano per la publica strada, passando per Modena e per Reggio, diretti a Parma per vedere frate Gherardino Segalello, che era stato il loro istitutore, mettere nelle mani di lui ogni loro avere, essere da lui benedetti, e con licenza di lui viaggiare pel mondo. Ed egli condusseli entro una chiesa vicino a Parma, li spogliò tutti, li rivestì, li ammise all'Ordine degli apostoli, li benedisse, e poi li lasciò liberi dì andare dove volessero. Papa Gregorio X da Piacenza, in pieno Concilio a Lione, interdisse loro di aggregarsi nuovi proseliti e di moltiplicarsi; pure vestono ancora quel loro abito e vanno girovagando e folleggiando pel mondo; nè hanno il timore di Dio, nè reverenza per l'uomo, cioè pel Sommo Vicario di Gesù Cristo, e credono di essere in istato di salvezza, mentre non obbediscono alla Chiesa romana. Parimente lo stesso anno, pochi giorni dopo le predette cose, arrivarono per la stessa strada pubblica, dodici donzelle avvolte in mantelli attorno alle scapole, che dicevano di essere sorelle apostolesse degli uomini preaccennati, e andavano a Parma a visitare Gherardino Segalello per lo stesso preindicato scopo. Questi uomini, che dicono di essere, ma non sono apostoli, e sono invece ribaldi e uomini grossolani e bestiali, conducendo secoloro queste donne, credevano di fare ciò che l'Apostolo disse ai Corinzi 9.º:Non abbiamo noi podestà di menare attorno una donna sorella? Nello stesso millesimo Papa Martino IV mandò lettere di comando di predicare la crociata contro Pietro d'Aragona, che aveva occupato la Sicilia; e metteva innanzi quattro ragioni, per le quali voleva che si predicasse una crociata contro di lui. La prima, perchè aveva occupata una Terra della Chiesa, e contro la volontà della Chiesa tenevala, nè s'induceva ad abbandonarla. La seconda, per aiutare e favorire Re Carlo, a cui la Chiesaaveva data quella Terra. La terza, perchè colà si moltiplicavano gli eretici, nè gli inquisitori dell'eresia potevano andarvi, a cagione degli ufficiali che vi teneva Pietro d'Aragona. La quarta, perchè l'esercito di Pietro d'Aragona che stanziava in Sicilia, impediva di soccorrere Terra Santa, che di là ab antico traeva abbondanza di vettovaglie e d'armi e d'armati. Ma la crociata non si predicò, perchè dopo breve tempo avvenne la morte di Re Carlo e del Sommo Pontefice romano.