a. 1283

Ratio praeteriti scire futura focit.Quel che già fu, ciò che avverrà ne insegna.

Ratio praeteriti scire futura focit.

Ratio praeteriti scire futura focit.

Quel che già fu, ciò che avverrà ne insegna.

Quel che già fu, ciò che avverrà ne insegna.

Quest'uomo, oltre al nome proprio, che è maestro Benvenuto, comunemente si chiama Asdente, cioè, per ironia, senza denti, perchè anzi ha denti grossi, e non allineati regolarmente, e la favella ha intricata; tuttavia intende e si fa intendere bene. Sta in Co' di Ponte a Parma, presso la fossa della città, e presso ilpozzo, lungo la strada che va a Borgo 8. Donnino. Parimente nell'anno sussegnato, cioè 1282, Papa Martino IV spedì un esercito in Romagna, composto di Francesi, Lombardi, Toscani, e Romagnoli, e fece cingere d'assedio più mesi Meldola, che non si potè prendere, ma però vi forono molte vittime dell'una e dell'altra parte; e Papa Martino vi spese molte migliaia di fiorini d'oro. Così pure nel millesimo suddetto fu stabilito il duello che doveva farsi a Bordeaux tra Re Carlo e Re Pietro d'Aragona, come diremo più innanzi.

L'anno del Signore 1283, Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona, scaduto della Podesteria di Reggio, fermò sua stanza nella medesima città, vicino alla chiesa di S. Giacomo e al convento dei frati Minori, in casa di Bernardo da Gesso. E lo stesso anno 1283, da Lendinara[43]venne a Reggio presso di lui sua figlia Mabilia, bellissima donzella, e nella stessa casa di Bernardo da Gesso[44]ove abitava il detto Conte, e nello stesso giorno che arrivò presso il padre, ella si maritò con Savino Torriani Milanese, ricchissimo e potentissimo; e subito dopo gli sponsali assistette alla messa della beata Vergine nel convento de' frati Minori; ed, oltre i Reggiani, vi aveva un corteo di molti cavalieri di Parma e di Modena, e il fior delle donne di Reggio; e, subito dopo la messa ebbero imbandita una refezione. E l'imbandigione in quella casa e nel convento di S. Giacomo non fu parca. Questo avvenne nel suddetto millesimo ed anno, il venerdì precedente la Domenica di Settuagesima, ai 12 di Febbraio; e il sabato successivo, la mattina per tempissimo, si posero in viaggio per Parma; ed ivi lo sposo e la sposa abitano presso il Battistero. Il sunnominato Conte era figlio diRizzardo, uomo saggio, prode cavaliere, valoroso in armi, e dotto nell'arte della guerra. E quando Parma si ribellò a Federico II, l'anno 1247, fa il primo ad accorrere in aiuto de' Parmigiani, e, passando pel territorio di Guastalla, entrò in Parma con molti armati. Il resto come abbiamo detto più sopra. Questo Conte Lodovico ebbe moglie una tedesca, d'onde gli nacque la figlia prenominata, e tre figli, che sono giovanetti bellissimi, cortesi ed istruiti, il primo de' quali si chiama Vinciguerra. E nello stesso anno e millesimo, l'ottava di Pasqua, che cadde nel giorno di S. Marco Evangelista, il suddetto Conte, la sera, era agli estremi della vita; e in morte e nel testamento affidò e raccomandò i suoi figli alle cure di Obizzo Marchese d'Este, che li accolse affettuosamente e li trattò come figli suoi, sebbene prima il Marchese non si trovasse in buoni accordi col Conte. (E la cagione della discordia tra loro era stata la città di Mantova, di cui ciascuno di loro ambiva la Signoria; ma sfuggì di mano all'uno e all'altro, e la ebbe Pinamonte). E il predetto Marchese rimise i figli del detto Conte in possesso di tutti i beni, che il padre loro aveva in Lendinara. E la notte seguente al dì di S. Marco morì, assistito dai frati Minori, dai quali si era confessato, e regolò ottimamente le cose dell'anima sua. E la cittadinanza di Reggio pensò ad onorare degnamente la salma di lui; e fece a larga mano le spese del funerale, come a nobile personaggio conveniva, che era stato loro Podestà e che si trovava espulso da' suoi possedimenti come partigiano della Chiesa. Alle sue esequie intervennero tutti i Religiosi di Reggio e molte Religiose, tutta la cittadinanza Reggiana, e molti foresi; e i più nobili Reggiani ne portarono il feretro al convento de' frati Minori, ove fu sepolto. Il suo corpo era vestito di scarlatto, con una bella pelliccia di vaio e un bel manto, e così adorno fu deposto, il lunedì successivo alla festa di S. Marco, inun magnifico Mausoleo, che il Comune di Reggio a proprie spese gli fece erigere; ed ebbe la spada cinta a' fianchi, al tallone gli speroni d'oro, una gran borsa appesa alla cintura di seta, alle mani i guanti, al capo una bellissima cappellina scarlatta, orlata di pelle di vaio, ed una clamide pure scarlatta e ornata di pelliccio di vaio. Il detto Conte lasciò al convento de' frati Minori il suo destriero e le sue armi. Sulla tomba sta quest'epitafio:

Cum tua maiestas Lodoyce quae clara potestasUrbis Veronae comes inclyte sub regioneHac fait inclusa Libitine morsibus usaAprilis quina restabat lux peregrinaAst octogeni tres anni mille duceni

RequietorioDi Lodovico inclito Conte di VeronaChe compiuta la Podesteria di ReggioIl primo di GennaioE la vitaIl cinque d'Aprile 1283In quest'urnaSe ne chiusero le ceneriE gli splendori della grandezza

Fu pure questo Conte uomo onesto e santo; e d'onestà n'aveva tanta che, passeggiando per città, non alzava mai gli occhi verso alcuna donna, sicchè le donne, ed anche le bellissime signore ne facevano le meraviglie .... E il Conte d'Artois, Pietro, fratello del Re di Francia, passando da Reggio, e avendo udito che era un sant'uomo, e che aveva il nome del padre suo, cioè Lodovico, e che si trovava fuori de' suoi possedimenti a cagione del parteggiare per la Chiesa, gli volle fare visita, lo abbracciò e lo baciò. Quel Pietro fratello del Re di Francia si compiaceva di fare visita a tutti que' santi uomini, di cui aveva udito parlare, onde mandò anche cercando, per vederlo, frate Giovanni da Carpinete dell'Ordinede frati Minori. (Questi era entrato nell'Ordine prima del gran terremoto del 1222). Nell'anniversario poi della morte del Conte Lodovico la moglie di lui mandò a Reggio pel convento de' frati Minori, ove era sepolto suo marito, un bel paliotto da altare di sciamito e porpora. E l'anima di lui per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. In questo 1283 si deplorò una grandissima morìa di bovini in tutta la Lombardia, Romagna e Italia, e nell'anno successivo grande mortalità d'uomini. E di fatto presso Salins[45]in Borgogna, in un convento di frati Minori vi erano ventidue frati, veduti da un certo frate Francese che dimorava in Grecia e passava per andare a Parigi; d'onde ritornando poi indietro lo stesso anno, nè trovò morti undici, cioè la metà di quanti erano. Udii questo dalle labbra di lui a Reggio. Anche in altre parti del mondo dominò in quell'anno grande mortalità; e in breve questa è regola generale, che ogni volta che accade morìa di bovini, subito l'anno dopo sussegue mortalità d'uomini. L'anno già detto 1283 Bernardo Lanfredo di Lucca fu Podestà di Reggio per sei mesi, dal 1.º Luglio sino al 1.º Gennaio; al tempo del quale, perchè era troppo debole, si commisero molti omicidi ed altri delitti nella città e nel territorio di Reggio, tanto che i nemici di un tale in città con una scala entrarono nella casa per una finestra, e lo uccisero in letto. Così questo Podestà, a cagione della sua non curanza e debolezza nell'applicazione delle leggi, fu del numero di quelli, di cui il Signore dice per bocca d'Isaia 3.ºIo farò che de' giovinetti saranno lor principi. Alla lettera costui non era giovinetto d'età, ma di negligenza nel far giustizia. A lui successe Barnaba Pallastrelli di Piacenza, che non la perdonò a nessuno, e tolse di mezzo molti ladri e malfattori. Molti ne condannò a morte, e se ne eseguì la sentenza,durante la sua Podesteria, sicchè i Reggiani per la severa applicazione della giustizia dissero che era un distruttore della loro città. Ma molto maggior danno apportò il suo antecessore colla sua negligenza e rilassatezza, per la quale nella città di Reggio si accesero molte nimistà e guerre, che durano tuttora e saranno cause della ruina di Reggio, se Dio non provvede altrimenti.... Tuttavia il primo, che era Lucchese e rilassato, se lo vollero i Parmigiani per loro Capitano; e il secondo, di Piacenza, che era stato severo e rigido, se lo presero i Modenesi; e a tempo della sua Podesteria Modena fu ruinata, come diremo sotto la rubrica dell'anno 1284. Nell'anno 1283 il Numero d'oro e l'indizione coincidevano nel numero 11; e ai due d'Aprile, che era luna piena, la stella lucidissima, che si chiama Venere, pareva entrata nel cerchio della luna nuova; e di notte, dopo mattutino, un'altra splendissima stella, che si chiama Giove, pareva, verso il sud, occupare la branca superiore dello Scorpione. Così, nello stesso anno, Forlì ritornò all'obbedienza della chiesa, la qual città da molti anni le era ribelle, e Papa Martino IV ogni anno le mandava contro un grosso esercito di Francesi, e di diverse altre genti. (E davano il guasto alle vigne, alle biade, alle piante pomifere, agli oliveti, ai fichi, ai mandorli, alle melagrane, alle case, agli animali, alle botti, ai dolii, e ad ogni cosa nata ne' campi. Questa città avrebbe francata dai Bolognesi, che l'avevano occupata, tutta la Romagna, se non vi si fosse intromessa la Chiesa, che prese le armi contro Forlì. La causa poi, per cui la Chiesa vi si intromise, fu che il Papa aveva domandata in dono la Romagna a Rodolfo quando fu eletto Imperatore, e Rodolfo gli aveva concesso di occuparla) E, in più anni, vi spese per insignorirsene molte migliaia di fiorini d'oro, anzi molte some di monete d'oro. Stantechè Papa Martino s'aveva fatto pertinace propositod'averla di violenza, se non poteva di accordo. E così avvenne, perchè, come suol dirsi,il lavoro costante vince tutto. E venuta che fu quella città all'obbedienza della Chiesa, ne furono spianate le fosse, smantellate le porte, atterrate case e palazzi, e rasi al suolo i più cospicui edifici. I principali cittadini di quella città ne uscirono, e andarono a ricoverarsi in nascosi ricettacoli per lasciar sbollire gli sdegni. Ma il Conte Guido di Montefeltro, che era Capitano e condottiero de' Forlivesi e del partito imperiale, venne ad accordi colla Chiesa, e andò a confino per alcun tempo a Chioggia. Poscia fu mandato in Lombardia, ed abitò ad Asti distintamente ricolmo d'onori, perchè era ben voluto da tutti per la sua precedente probità, per le molte vittorie riportate, e per la saviezza e sottomissione, colla quale ora obbediva alla Chiesa. Inoltre egli era uomo nobile, sensato, prudente, costumato, liberale, cortese, largo, cavaliere valoroso e prode nell'armi, e dotto nell'arte militare. Prediligeva l'Ordine de' frati Minori, non solo perchè vi aveva alcuni parenti, ma anche perchè il beato Francesco lo aveva salvato miracolosamente da molti pericoli, e liberato da' ceppi e dal carcere del Malatesta. Nulla ostante da alcuni sciocchi di frati Minori ebbe più volte a soffrire gravissime ingiurie. Egli in Asti ebbe una conveniente compagnia e famiglia, e molte persone non cessavano di darsi premura di offrigli aiuto e servigio. Queste cose accaddero tra il tempo in cui i Re sogliono cominciare le guerre, e la festa del beato Giovanni Battista; ed ivi era Legato del Papa Bernardo di Provenza Cardinale della Corte romana. Lo stesso anno Re Carlo da Napoli recossi a Bordeaux, credendo di scontrarsi in duello con Pietro Re d'Aragona. Questi due Re dovevano aver secoloro soli cento cavallieri per ciascuno, come avevano convenuto con giuramento. Ma quella prova d'armi non ebbe luogo, perchè il Re d'Aragona la declinò.E quello scontro si doveva fare per cagione della Sicilia, in cui Pietro Re d'Aragona aveva posto piede, e l'aveva occupata con un esercito; poichè Papa Nicolò III gliel'aveva data, in odio di Re Carlo, coll'assenso di alcuni Cardinali, che allora erano alla Corte, e d'altronde lo stesso Pietro Re d'Aragona credeva d'avervi diritto, come genero del Principe Manfredi. Ma Carlo, fratello del Re di Francia, avevala avuta prima da Papa Urbano IV per aver soccorsa la Chiesa contro Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto. Nello stesso millesimo morì Guglielmo Fogliani Vescovo di Reggio, e provvide male all'anima sua, essendochè fu uomo avaro, illetterato e quasi un laico: fupastore ed idolocome dice Zaccaria 11.º ecc. Voleva vivere splendidamente, cioè avere ciascun giorno per sè tavola lautissima; e spesso imbandiva sontuosi banchetti ai ricchi ed ai parenti; ma per i poveri ebbe insensibili le viscere della pietà, nè collocò a marito le zitelle povere; fu uomo grossolano, cioè ebete e rude; trovò pochi che parlassero bene di lui. Meglio per lui se fosse stato porcaio, o se avesse avuta la lebbra, che fare il Vescovo. Nulla diede mai ai religiosi, nè ai frati Minori, nè ai Predicatori, nè ad altri poveri; e i poveri Religiosi, che assistettero alle sue esequie, non ebbero nemmeno di che mangiare per quel giorno a spese prelevate dal patrimonio di lui o dalla mensa vescovile. Io fui presente al funerale e alla sepoltura, e so che un cane cacò sulla tomba di lui tosto che egli fu sepolto. Fu collocato nella parte inferiore della chiesa maggiore, ove si mettono quelli del popolo (ma veramente meritava d'esser sepolto in una fogna). Egli in vita conturbò molte persone che godevano la loro pace. Fu Vescovo di Reggio quarant'anni, meno un mese, morì in Agosto il giorno di S. Agostino, e fu sepolto la Domenica dopo, giorno della decollazione di S. Giovanni Battista. Parimente nel detto millesimo quelli di Bibbiano, che è una villadella diocesi di Reggio a case sparse, accordatisi insieme fecero nella villa stessa un borgo; e i frati Minori di Parma fabbricarono un bel refettorio nel prato di S. Ercolano, ove si trova il loro convento, e dove anticamente i Parmigiani facevano il mercato, e poi dopo, verso quaresima, correvano torneamenti. Nello stesso anno i Parmigiani fecero un ponte di pietre sul torrente Parma, a capo della contrada che si chiama Galera[46], dalla casa degli Umiliati alla casa dei Predicatori, e murarono la città dalla parte de' monti, vicino al torrente Parma e all'Ospedale di S. Francesco[47]. Così negli anni precedenti i Parmigiani avevano fatto molti miglioramenti alla città loro; avevano compiuto il Battistero in tutta la parte superiore, tirandolo su sino al comignolo; e sarebbe stato terminato molto tempo prima se Ezzelino da Romano, che signoreggiava a Verona, non avesse frapposto ostacoli[48]; poichè quel Battistero si costruiva tutto di marmi di Verona; fecero scolpire i colossali leoni e le colonne, a ornamento della porta principale del duomo, sulla piazza del Battistero e dell'episcopio; fecero anche tre ampie, belle e magnifichevie; una, dalla chiesa di S. Cristina sino al palazzo del Comune; una seconda, dalla piazza nuova, ove il Podestà tiene a concione il popolo, sino alla chiesa di S Tommaso Apostolo; la terza, dalla piazza del Comune sino alla chiesa di S. Paolo; e su tutte queste vie a destra e a sinistra sorsero belle case e palazzi. Fecero anche il palazzo del Capitano, assai bello, presso il palazzo vecchio, che era stato fatto da Torello da Strada, Pavese e Podestà di Parma; sotto la cui Podesteria fu anche cominciato il castello di Torello sulla strada che va a Borgo S. Donnino. Ma siccome quelli di Borgo S. Donnino si sottomisero all'obbedienza del Comune di Parma, i Parmigiani desistettero dall'opera intrapresa e non compirono il castello, che avevano progettato di costruire. Così nell'anno sussegnato ampliarono la piazza nuova del Comune comprando tutte le case attorno alla piazza; e si proponevano di erigere un altro palazzo con botteghe a comodo del pubblico sull'area, ove in antico sorgeva il bellissimo palazzo dei Pagani, ch'io ho visto co' miei occhi, e poi fu palazzo di Manfredo da Scipione[49], più bello ancora; e finalmente vi si costruì il macello de' beccai; poi il Comune lo comprò per sè colle casamenta che vi erano attigue[50]e colla torre di Rufino Vernazzi, che era dalla parte di S. Pietro. Avevano anche aperto negli anni anteriori un canale naviglio, ma poco utile. Discendeva giù per un vecchio alveo sino alla Villa del Cardinale Gerardo Albo, che fu anche una volta Villa mia, perchè io vi aveva estesi possedimenti, e che si chiama Gainago; e nella parte inferiore di detta Villa svoltava, perchè non andasse come prima a Colorno, ma portasse le barche aFrassinara[51]; ma sia che andasse a Colorno, sia che a Frassinara, era sempre un naviglio di poco conto. E certamente saprei cavarlo meglio io un naviglio utile ai Parmigiani se avessi pieno e libero potere. Nello stesso anno scavarono un lungo fossato lungo la strada che va a Brescello, dall'ospedale sino a Sorbolo[52], nel quale immisero il Gambalone, perchè colle sue acque inondava tutti i campi al di sotto della strada, sicchè non potevano servire nè all'agricoltura, nè agli agricoltori. Quell'anno morì frate Bonagrazia, Ministro Generale dell'Ordine de' Minori, in Provenza ad Avignone, la vigilia del beato Francesco, giorno di Domenica, e fu sepolto nella chiesa de' frati Minori, davanti all'altare maggiore, e alla sua morte si trovò presente frate Vitale, Ministro Provinciale di Bologna, che ricevette incarico di benedire, da parte del morente, tutti i frati della Provincia di Bologna, e di assolverli da tutti i loro peccati. E fu fatto. Fu Ministro Generale quattr'anni, e si differì la convocazione del Capitolo generale sino alla Pentecoste del 1285 perchè, come era stato deliberato nel Capitolo generale precedente, si doveva celebrare a Milano. Nel 1283 si trovò il corpo della beata Maria Maddalena tutto intero, tranne una gamba, in Provenza nel castello di S. Massimino (S. Massimino fu uno dei settantadue discepoli, de' quali si parla in Luca 10.º; e fu Arcivescovo di Aix, che è la città in cui è il sepolcro di quel Conte, la cui figlia fu moglie del Re di Francia S. Lodovico, che andò oltremare in soccorso di Terra Santa l'anno 1248; la qual città è distante quindici miglia da Marsiglia, ed io vi soggiornai l'anno che il Re andò oltre mare, perchè io era addetto a quel convento). E, quando fu trovato il corpo della beata Maria Maddalena,a stento si poteva leggere l'iscrizione con una lente, stante l'antichità della scrittura. E piacque a Re Carlo (che era Conte di Provenza e quell'anno andava a Bordeaux per quel duello, che era stato convenuto ed ordinato con Pietro Re d'Aragona) che il corpo della beata Maria Maddalena fosse esposto al pubblico, e fosse esaltato ed onorato, e se ne celebrasse una festa solenne. Così si fece. Da allora in poi cessarono le contese, le opposizioni, i cavilli, gli abusi e gli inganni che avevano luogo per cagione del corpo della beata Maria Maddalena. Perocchè quelli di Sinigaglia dicono di possederlo essi, e que' di Vezelay anch'eglino pretendono di possederlo, e ne avevano una leggenda che ne parlava. Ma è chiaro che in tre luoghi non può essere il corpo di una donna. (Per causa congenere ardenti contese vi sono anche a Ravenna per il corpo di S. Apollinare, perchè quei di Chiassi, che fu una volta città, sostengono di possederlo, quei di Ravenna parimente pretendono di averlo, stando di fatto che un Arcivescovo di Ravenna trasportò il corpo di S. Appollinare da Chiassi a Ravenna, per timore che gli Agareni[53]lo involassero, come ho letto più volte nel pontificale di Ravenna, e reverentemente lo collocò nella chiesa di S. Martino, presso la chiesa di S. Salvatore, che una volta fu chiesa dei Greci; ma che da Ravenna sia poi stato di nuovo asportato non si trova scritto in nessun luogo). Il corpo dunque della Beata Maria Maddalena è veramente nel castello di S. Massimino, come quello di S. Marta sua sorella è a Tarascon. Il fratello poi di loro, Lazzaro,fu Vescovo di Marsiglia. E la spelonca di S. Maria Maddalena, nella quale essa fece penitenza trent'anni, dista da Marsiglia quindici miglia, e vi ho dormito dentro una notte, immediatamente dopo la sua festa; ed è al fianco di un monte altissimo, roccioso, e tanto vasta è quella spelonca, che a mio avviso, se ricordo bene, possono starvi dentro mille persone. Vi sono tre altari, ed un zampillo d'acqua come quello della fontana di Siloe, e una bellissima strada vi conduce; e fuori e vicino all'ingresso della spelonca vi è una chiesa, alla quale è addetto un sacerdote. Al di sopra di quello speco l'altezza del monte è ancora tanta, quanta è quella del Battistero di Parma; e lo speco è tanto elevato sulla pianura di quel territorio che tre volte la torre degli Asinelli di Bologna, a mio avviso e se ricordo bene, non potrebbe arrivarvi, sicchè gli alberi di alto fusto che sono al piano, guardati da quel punto sembrano ortiche, o salvia del Caspio. E siccome quella regione, o contrada, è ancora al tutto disabitata e deserta, le donne e le nobili signore di Marsiglia, quando per divozione si recano colà, fanno condurre dietro sè asini carichi di pane, di vino, di torte, di pesci e di quali altre vivande desiderano. Sulla strada però, a cinque miglia dalla spelonca, vi è un monastero delle Albe, che hanno molte deferenze pei frati Minori, e di buon grado li veggono, li accolgono, servono loro con ogni attenzione il bisognevole, ed offrono un'agiata ospitalità. A riprova poi dell'invenzione del vero corpo della Maddalena concorre un miracolo che a que' giorni fece il Signore mercè di lei, a dimostrare che quello ne era il vero corpo. Ed eccolo. Camminando in quel tempo un giovane beccaio per una strada, incontrò un suo conoscente, che gli domandò d'onde venisse. Ed egli rispose: Torno dal castello di S. Massimino, ove di recente è stato scoperto il corpo della beata Maria Maddalena,della quale ho baciato una tibia. A cui disse. No, non avrai baciato una tibia di lei, ma quella di un'asina, o di un asino, che i chierici a guadagno mostreranno ai semplici. Ed essendosi perciò acceso alterco acre tra loro, l'incredulo non divoto della Maddalena appioppò diversi colpi di spada al divoto, nè, la mercè di Maddalena, gli produsse ferita di sorta. Il divoto della Maddalena, a sua volta aggiustò un sol fendente al non devoto, e non bisognò il secondo, chè subito perdette la vita e ritrovò la morte. Dolentissimo poi il difensore della Maddalena d'aver ucciso un uomo (e l'aveva fatto a propria difesa, e malgrado, e fortuitamente) e temendo di essere preso dai parenti dell'ucciso, si ricoverò ad Arles, e poscia a S. Egidio, per essere quivi sicuro e lasciar sbollire gli sdegni. Ma il padre dell'ucciso spillando dieci lire ad un traditore, fece imprigionare l'uccisore del figlio, già condannato nel capo. Ma la notte precedente il giorno, in cui doveva essere impiccato, a lui che vegliava apparve in carcere la Maddalena, e gli disse: Non temere, o divoto mio, e difensore zelante della mia gloria, che non morirai. Io ti assisterò al momento opportuno in modo che tutti quelli che vedranno, ne rimarrano esterrefatti, e scioglieranno inni di grazie al Signore, che opera miracoli, e a me di lui serva. Ma quando sarai liberato, riconosci da me questo beneficio a te conferito, ed a vantaggio dell'anima tua, abbine gratitudini a Dio tuo liberatore. Ciò detto, la Maddalena sparve lasciandolo consolato. L'indomani fu appeso alla forca senza riportarne nè guasti al corpo, nè dolore all'anima. Ma poscia a poco, ecco d'improvviso, a vista di tutti gli spettatori calare dal cielo a rattissimo volo una colomba candida come la neve, e posare sul patibolo, sciogliere il capestro dal collo dell'impiccato devoto alla Maddalena, e deporlo in terra illeso. Ma gli ufficiali pubblici e i giustizieri,per insistenza de' parenti dell'ucciso, volendolo di nuovo appendere, per opera de' beccai si evase, de' quali era ivi adunata gran caterva armata di spade e di bastoni. (Tanto s'adoperavano perchè era stato collega ed amico, ed anche perchè avevano ammirato il prodigio chiaro e stupendo). Avendo poi raccontato a tutti che aveva commesso quell'omicidio suo malgrado, e per ragione di difesa sua e dell'onore della Maddalena, e che essa gli aveva già promesso in carcere che al momento opportuno lo avrebbe liberato, ne ebbero consolazione e cantarono lodi a Dio e alla beata Maria Maddalena liberatrice del devoto di lei. Il Conte di Provenza, udito parlare di questi fatti, volle vedere quell'uomo, e udirseli raccontare dalla bocca di lui, e tenerlo in Corte finchè campasse; ma egli rispose che se vi fosse chi lo facesse anche padrone di tutto il mondo, non vorrebbe finir la sua vita altrove che in servizio della Maddalena, nel castello di S. Massimino, ove il corpo di lei era stato di recente scoperto, cioè nel 1283. E così fece. E nello stesso anno, nel mese di Giugno, dovevano battersi a duello Re Carlo, e Pietro Re d'Aragona. Titoli di Re Carlo, che fu Re di Gerusalemme e Sicilia, Duca di Puglia, Principe di Capua, Senatore dell'Alma Città, Principe dell'Acaia, d'Anjou[54], di Provenza, Conte di Forcalquier[55]e di Tonnerre[56]. Avendo Pietro Re d'Aragona inviato con sue lettere credenziali il Prefetto di Marsiglia a Re Carlo, allo scopo di trattare e concludere un matrimonio tra un figlio di detto Pietro e una figlia d'un figlio del predetto Re Carlo; pochi giorni dopo quelle trattative di matrimonio, del quale lo stesso Pietro si diceva desiderosissimo,secondo che ne assicurava quel prefetto, e secondo che egli stesso esprimeva nelle sue lettere credenziali, e dopo molte altre amichevoli dimostrazioni da parte di Pietro stesso fatte allo stesso Re Carlo per mezzo del preaccennato Prefetto, Pietro Re d'Aragona spogliò Re Carlo del Regno di Sicilia con una frode, che si copriva sotto le apparenze di trattative di pace e parentela tra loro. E avendo Pietro Re d'Aragona già allestito navi e quanto occorre a guerra per navigare alla volta della Sicilia, il Re di Francia mandò a lui una straordinaria ambasciata e messi speciali, a significargli che non andasse punto contro suo figlio Re Carlo, nè ponesse piede sul regno di lui, perchè se mai facesse ingiuria a Re Carlo, o all'erede di Re Carlo, la reputerebbe fatta alla propria persona. E Pietro con cortesia e benignità rispose agli ambasciatori che egli non aveva per nulla intenzione di fare ingiuria a Re Carlo, nè all'erede di Re Carlo; ma desiderava di andar oltremare contro gli infedeli Saraceni, e che tutto quel di territorio potesse conquistare, lo assegnerebbe a quel proprio figlio che prendesse moglie la figlia del figlio di Re Carlo. Ricercò per di più al Sommo Pontefice la decima delle terre dello Stato della Chiesa in aiuto di quell'impresa, che voleva compiere oltremare contro i Saraceni, ad esaltazione e gloria della fede cristiana; e pregollo altresì di voler prendere sotto la propria custodia e tutela il suo regno di Aragona. Quando poi Re Carlo ebbe notizie che Pietro con quel tessuto di menzogna era riuscito a por piede in Sicilia, per mezzo di messi speciali e per lettere gli impose di ritirarsi dal suo regno, e per nessun pretesto lo occupasse. Ma Pietro, fidente nelle proprie forze e nelle popolazioni della Sicilia, rispose che non sgombrerebbe mai dal Regno di Sicilia, finchè potesse tenerlo in suo dominio. Udita tale risposta, Re Carlo, che allora era in Puglia, adunò unesercito innumerevole di fanti e di cavalli, e per mare con immenso naviglio mosse contro di lui. Ma i Cavalieri più saggi, che accompagnavano l'uno e l'altro Re, ad evitare che tanta moltitudine d'uomini fosse condotta a strage, proposero che tra Re Pietro e Re Carlo si facesse un duello. E furono eletti sei probi e prudenti Cavalieri dall'una e dall'altra parte, che dovevano ordinare e disporre in che luogo, in che modo, con quali formalità, in che tempo e come s'avesse a fare il duello. I quali tutti concordemente deliberarono e statuirono per lo meglio che si dovesse fare a Bordeaux, città della Guascogna, sotto la Podestà e il dominio del Re d'Inghilterra, e definitivamente fissarono che l'uno e l'altro, Re Carlo e Re Pietro d'Aragona eleggessero que' cento de' loro migliori Cavalieri che volessero, e con loro i Re medesimi in persona si dovessero trovare al 1.º di Giugno 1283 indizione 11ª nel luogo prestabilito; e che nel medesimo luogo e città si dovesse preparare un campo tutt'intorno chiuso, sicchè nessuno potesse entrare, tranne i detti Re e loro Cavalieri. Le quali cose tutte Re Carlo e Re Pietro giurarono sul santo Vangelo di Dio di osservare appuntino e che al dì prefisso, nel preindicato luogo anderebbero coi duecento cavalieri, salvo impedimento di salute, e che tra loro personalmente si batterebbero. Così pure sul Vangelo di Dio giurarono che chi non si trovasse al convegno nel giorno e nel luogo prestabilito, si dovesse per tutta la di lui vita chiamare non Re, ma mentitore, traditore, e mancatore della fede data, e che del resto non potesse avere nè conseguire onore alcuno al mondo; e se da persona ne fosse interrogato, non lo dovesse negare, ma dappertutto e a tutti e singoli l'avesse da confessare. Il serenissimo Re Carlo, illustre protettore e scudo della sacrosanta madre Chiesa romana e della fede cristiana, secondo le convenzioni e i patti preaccennati, al tempo prefisso, presenteGiovanni di Grillo Cavaliere siniscalco dell'illustre Re d'Inghilterra, e presenti moltissimi altri Giudici e Ufficiali del detto Re d'Inghilterra, di lui Luogotenenti in Guascogna, e specialmente nella città di Bordeaux, si presentò in questa città al giorno prefisso, con i suoi cento Cavalieri per battersi personalmente in duello, e aspettò Re Pietro da mattina a sera. Ma Re Pietro, quantunque da più persone degne di fede fosse stato veduto sano di corpo il giorno precedente, e tanto vicino alla città di Bordeaux, che, se avesse voluto, avrebbe potuto trovarvisi, tuttavia non vi andò, non comparve; nè esso, nè altri per lui ne fece scuse di nessuna sorta. Dovendo dunque il detto Pietro d'Aragona, giusta le ragioni e le convenzioni sopra allegate, essere spogliato e privato d'ogni onore reale, e passar sempre la vita sua nell'ignominia, il Legato, per mandato del Sommo Pontefice, conferì il Regno d'Aragona all'illustre Re di Francia pel figlio di lui. Il Re di Francia lo accettò, e inviò sua gente ad occuparlo dalla parte della Navarra, e ordinò di fare subito una leva generale nella Catalogna. Il Re Carlo va in Francia, e deve trovarsi ad un abboccamento col Re d'Allemagna. Il Re di Francia e il Re d'Inghilterra inviano loro gente in aiuto del Re di Castiglia contro i di lui figli ribelli; in aiuto del quale andò Boise Re de' Mori con 10000 soldati, e ricuperò già molte terre; e si è fatto accordo che i nepoti del Re di Francia abbiano da avere il regno dopo la morte dello stesso Re di Castiglia. Il Re di Portogallo e dell'Algarvia scrisse al Re di Francia e al Re d'Inghilterra, e inviò a loro messi speciali per significare che era dolente della fatuità di Pietro suo cognato, e che era pronto a fare ciò che volessero. Il Re d'Inghilterra negò al figlio del detto Pietro la sua figlia che gli aveva promessa moglie; e il Re di Maiorica mandò una solenne ambasciata e lettere per avvisare che non voleva immischiarsi negli affari di suo fratello. E si crede per fermoche si firmassero patti secreti tra lui e il Re di Francia a Moissac[57], ai 27 di Giugno, indizione 11.ª. E nota che quando i due detti Re giurarono di fare quel duello, Papa Martino IV s'interpose per consiglio e assenso de' suoi Cardinali, e proibì che si facesse; ma la sua opposizione non approdò a distorne l'ostinato animo di Carlo, se pure Pietro d'Aragona si fosse prestato a farlo. Tuttavia non mancano coloro che scusano Pietro Re d'Aragona d'essersi sottratto al convenuto duello, e sostengono che non presentossi, perchè il Re di Francia stava pronto con un esercito vicino al luogo del combattimento per soccorrere al bisogno suo zio Re Carlo. E vi fu chi disse che Re Pietro sotto mentite spoglie di mercante andò fino presso al luogo fissato pel combattimento per non infrangere il giuramento, e ne fece rogare atto pubblico: e che poi se ne sottrasse per timore che il Re di Francia accorresse in aiuto di Carlo. Nell'anno sussegnato s'incendiò il convento dei frati Predicatori in Verona, e ne furono danneggiati assai, essendone bruciati i libri, e fusi i calici. Lo stesso infortunio toccò ai frati Minori presso Lione, dopo Natale, la sera di S. Stefano, quando colà risedeva Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali. In quell'ora frate Pietro di Belleville, un vecchietto, studiava la predica che doveva fare l'indomani; ed essendosi addormentato, s'accese il fuoco; e se, svegliatosi, avesse gridato, avrebbe avuto soccorso, ma invece s'affrettò alla cucina per una secchia d'acqua, volendo all'insaputa di tutti estinguerlo; ma quando tornò, il fuoco era tanto dilatato, che ne bruciò il dormitorio e tutti i libri. Ed in quell'anno io mi trovai là con frate Giovanni da Parma Ministro Generale, cui il Papa voleva mandare in Grecia. E nel detto millesimo 1283, abitando io nel convento di Seggio, il dì d'Ognissanti, dopo mattutino,uscendo di chiesa entrai nel chiostro, ed ivi stetti all'aperto sul prato; e pioveva dall'alto una pioggia copiosa, e più alto ancora io vedeva contemporaneamente un cielo sereno, lucidissimo e trapunto di stelle. Questa cosa l'ho vista anche un'altra volta l'anno dopo, ma di giorno, e non potei vedere le stelle.

L'anno 1284, indizione 12., il 27 di Febbraio, si udirono terribili tuoni, quali sogliono udirsi il giorno di S. Gervaso e Protaso, e Giovanni e Paolo piovve e grandinò. L'anno stesso i Parmigiani costruirono un bel ponte di pietra sul torrente Parma, dove era ab antico un ponte di legname, che si diceva di donna Egidia[58]. E fu donna Egidia da Palù, che aveva anticamente fatto costruire quel ponte di legno, quando il Comune di Parma assegnò a Bonacorso da Palù una porta della città, da difendere, ed era allora vassallo del Comune di Parma, perchè occupava quella porta, e dal Comune avevala avuta. Ma in seguito per le accese ire dei partiti, e per rottura tra la Chiesa e l'Impero, i Parmigiani in odio al partito imperiale ruinarono quella porta sino alle fondamenta. Parimente in quest'anno si cominciò in Parma un nuovo e bel campanile tra la Chiesa maggiore e la canonica[59], dove prima era il vecchio. In detto anno vi fu anche abbondanza di frumento; di vino se n'ebbe poco a confronto dell'anno anteriore, ma buono; d'ogni sorta frutti ve ne fu gran copia... fu misericordia di Dio, giacchè gli anni precedenti, a cagione de' bruchi da frutti, le piante non ne portarono a maturità.... Nello stesso millesimo molti fatti accaddero non veramente degni di storia, ma che però non debbono passare al tutto sotto silenzio. In assenza di Re Carlo, il figlio di lui, al quale aveva affidato il Regno di Puglia, andòe commise battaglia navale coll'armata di Pietro d'Aragona, e la sua armata fu rotta, ed egli stesso prigioniero; nè vi era presente il Re d'Aragona, ma l'Ammiraglio di lui colle sue navi. Arrivato poi Re Carlo a Napoli, pochi giorni dopo la cattura del figlio, convocata un'adunanza, proclamò suo figlio uno stolto, pazzo, insensato, e che aveva operato senza senno, commettendo battaglia senza il suo consiglio, e perciò non voleva prendersi pensiero di lui, come non fosse mai nato. E lo diseredò, gli tolse il Principato e lo assegnò al figlio del figlio prigioniero. E a dimostrare allegrezza, e far scomparire ogni segno di lutto, ed esaltare la promozione del nipote, fece in città co' suoi cavalieri un torneo; e così si finse sereno e senza rabbia. Tuttavia in processo di tempo si trovò in brutte acque, a tale che, quanto a denari, ne cercò a' suoi amici per le città Lombarde; ed anche i Parmigiani per amichevole soccorso gli diedero due migliaia di fiorini d'oro, cioè mille lire imperiali. E credo che anche altre città gli stendessero la mano soccorrevole. Questi due Re, cioè Carlo e Pietro d'Aragona, gravi e reciproche insidie si tramavano a cagione del possesso del Regno di Sicilia; ma la loro fine sta ancora sepolta nell'avvenire. Ora, che scriviamo queste cose volge l'anno 1284, settembre, giorno dell'esaltazione della santa Croce; e chi ama il Re d'Aragona dice di lui ogni bene; e chi ama Re Carlo dice ogni bene di Re Carlo. In questo stesso anno, la città di Modena si divise in due fazioni; e cagione di tale scissura furono alcuni omicidii commessi maliziosamente, turpemente e vergognosamente senza che i loro autori ne toccassero la dovuta pena, cioè senza applicazione della legge. E quelli da Rosa, ossia di Sassuolo andarono fuori di città con quelli di Savignano e co' Grassoni e loro aderenti, tanto popolani che militari; ed occuparono Sassuolo, Savignano[60],Monbaranzone[61], e in breve, occuparono tutta la zona di territorio al di sopra della strada Emilia. Fortificarono Sassuolo, inchiudendo nella cerchia dei fortilizii tutte le case del paese, e cavarono fosse d'ogni intorno; e scorrazzavano per la diocesi di Modena, devastando, incendiando e rapinando, perchè quelli della città non li volevano lasciar rientrare. E mandaron dicendo ai Parmigiani che accettassero le chiavi de' loro castelli e delle fortezze che avevano, e fossero loro Signori. Quelli poi che erano in città licenziarono il loro Podestà, Pallastrelli di Piacenza, pagandogliene il salario, e crearono Podestà un Pistoiese, e posero a ruina le case e i palazzi dei fuorusciti. E quando i Parmigiani mandarono i loro ambasciatori a Modena per rappacificare tra loro i due partiti, mentre gli ambasciatori andavano per la città pregando di fare quanto era necessario per la pacificazione, i Modenesi stavano per le vie sull'armi alle porte delle case loro, e digrignavano i denti contro gli ambasciatori Parmigiani, e andavano ripetendo: Che si fa? Gettiamoci sopra di loro, dilaceriamoli, perchè son essi che ruinano la città nostra. E così calunniavano chi non aveva colpa; stantechè per contrario i Parmigiani molte volte hanno sguainate le spade a favore di Modena contro i Bolognesi. Gli ambasciatori inviati dai Parmigiani a Modena erano: Il Capitano del popolo Egidio Milleduci, che è maestro di leggi, ed altri non pochi, che riferirono al ritorno queste scene ai Parmigiani nel palazzo, in pieno Consiglio generale. Ed i Parmigiani ridevano all'udir queste cose, nè vi fu persona che proferisse sinistre parole contro i Modenesi. Poichè sapevano tutti di non aver inferto alcun danno a Modena, e sapevano anche che la causa della ruina diModena era il tizzone della discordia ardente tra i Boschetti e quelli di Savignano. E i maggiorenti che erano in Modena, e che furono e ne sono i capitani, erano i Rangoni, i Boschetti e i Guidi. E al principio di questo dissidio i Modenesi di dentro la città fecero grande allestimento d'armi e di tutte le cose che a guerra sono necessarie; e approntarono carri carichi di vettovaglie, di baliste e d'armi, e condussero numerose squadre contro i Modenesi fuorusciti, sperando di avvilupparli; e con questo apparato corsero sopra Sassuolo, e cominciò un combattimento con quelli di Sassuolo. (Sassuolo è un castello a dieci miglia da Modena sulla Secchia). Ma i Modenesi fuorusciti si trovavano a Savignano. Tostochè Manfredino di Sassuolo seppe che i suoi erano alle prese coi nemici, e che virilmente si battevano aspettando soccorso, coll'eccitamento nell'animo disse a quelli di sua parte: Se vi è chi sia mio amico, si unisca a me, ed ora ne faccia prova, e combattiamo oggi per noi e pei nostri amici. Lo seguirono allora tutti quelli che erano atti a portare le armi, giovani e vecchi, eccetto quelli che erano necessari a tenere guardia a Savignano; ed irruppero poderosamente contro i Modenesi di dentro la città, e li sconfissero, molti ne passarono a fil di spada, e molti ne fecero prigionieri, e fecero bottino di tutte le vettovaglie e del materiale da guerra. È vero però che i vinti, quand'ebbero veduto la fierezza dell'assalto e l'audacia de' loro nemici concittadini, si diedero a fuggire gettando via le armi e i vestiari e quanto portarono, pensando solo a salvarsi. Sapute i Parmigiani queste cose, mandarono con grande apparato ai Reggiani otto ambasciatori, persone che tutte erano state più volte insignite dell'ufficio di Podestà di città cospicue, a pregarli di non far pazzie, come i Modenesi, e non rovinare la patria; e si fermarono a Reggio non pochi giorni, ed io li ho veduti, ed ho loro fatto visita, perchè in queltempo io era addetto al convento di Reggio. (Gli ambasciatori Parmigiani erano: Matteo da Correggio, Bonacorso di Montecchio, Rolando Putagio, Rolando degli Adegherii, Ugolino Rossi, Egidiolo di Marano, e due popolani, i cui nomi non ricordo). Ai quali i Reggiani risposero che avessero pur eglino cura e sollecitudine di custodire la loro Parma, ch'essi s'adoprerebbero a custodire la città propria, a ciò non cadesse a ruina. E i Reggiani diedero risposta di questo tenore, perchè tanto in Parma che in Reggio regnava una certa ambizione e gelosia, quasi volessero dire:O medico, cura te stesso. In Reggio, oltre il partito imperiale, già da lungo tempo espulso, vagante ed errante in esilio, s'erano formati due partiti tra quelli che tenevano per la Chiesa, dei quali uno si diceva il superiore, e l'altro l'inferiore. Del partito superiore della città di Reggio erano principali personaggi e Capitani: Azzone Manfredi, Antonio Roberti, Tomasino suo figlio, e Matteo Fogliani co' suoi seguaci. Del partito inferiore erano capi: Rolandino di Canossa, Francesco Fogliani, il suo fratello Prevosto di Carpineti co' suoi aderenti, Guido da Albareto, Ezzelino suo figlio, ed un altro Rolando, Abbate di Canossa, Scarabello, Manfredino di Guercio, Ugo di Corrado, Corradino suo figlio, Giacomino de' Panzeri, Tomasino suo figlio, Bartolomeo dei Panzeri, Zaccaria suo figlio, Guglielmo de' Lupicini Abbate di S. Prospero (che fece pace coi Bajardi e si rimase nel suo monastero) e Garsendonio de Lupicini (costui poi disertò, abbandonando il partito, e fece adesione a Matteo Fogliani, e s'imparentò con lui, accettando una figlia per moglie al proprio figliuolo Ugolino), finalmente Guido de' Lupicini, e più altri. In Parma poi vi era questa divisione: Obizzo Sanvitali Vescovo di Parma coi di lui seguaci era capo dell'una parte; dell'altra parte era Ugo Sossi germano consanguineo di lui, essendo figli di due sorelle, ed ambiduenipoti di Papa Innocenzo IV. Per Ugo Rossi tenevano quelli da Correggio e molti altri notabili Parmigiani. Queste sono pompe ed ambizioni da lasciarsi in disparte e degne dello sprezzo degli uomini sennati, perchè l'Apostolo dice... Frattanto accortisi i Reggiani d'aver data risposta di poco garbo agli ambasciatori Parmigiani, pentiti, e costretti da necessità, elessero alcuni proprii ambasciatori, li inviarono ai Parmigiani e dai Parmigiani ottennero tutto quello che vollero, e li fecero giurare sull'anima propria di non venir meno a quello che domandavano, cioè se l'un partito di Reggio malignamente espellesse l'altro, i Parmigiani aiuterebbero sempre chi fosse stato iniquamente espulso, e molte altre cose si pattuirono utili a mantenere in città la concordia. Gli ambasciatori mandati dai Reggiani ai Parmigiani erano: Rolandino di Canossa, Guido da Tripoli, ed un Giudice, Pietro di Albinea, che fu l'oratore dell'ambasciata. Questi avendo, nel loro albergo in borgo di S. Cristina, udito parlare di Asdente, profeta de' Parmigiani, lo mandarono a chiamare per consultarlo intorno alle sorti della loro città; e gli imposero sulla sua coscienza di non tacer nulla di quello che Dio stava loro preparando per l'avvenire. Ed egli rispose che se si conservassero in pace sino a Natale, sfuggirebbero all'ira di Dio; diversamente berrebbero tutto il calice dell'ira divina, come l'avevano ingollato i Modenesi. Essi risposero che si sarebbero mantenuti in pace; che anzi, per raffermare la pace e l'amicizia, si disponevano a stringere tra loro vincoli di parentela per mezzo di matrimonii. Ai quali egli di ripiglio soggiunse che queste cose si facevano da loro con mala fede, e che sotto il velo della pace si nascondeva il veleno. Se ne ritornarono pertanto gli ambasciatori, e non si parlò più in seguito di matrimonii; studiarono vieppiù a fabbricare materiale da guerra, che a mantenere una scambievole amicizia;e si verificò di loro quello che Michele Scoto disse in que' suoi versi, ne' quali vaticinava il futuro:

Et Regii partes insimul mala verba tenebunt.In Reggio ogni fazion rotta ha la fede,Le lingue arrota, si dilania e fiede.

Et Regii partes insimul mala verba tenebunt.

Et Regii partes insimul mala verba tenebunt.

In Reggio ogni fazion rotta ha la fede,Le lingue arrota, si dilania e fiede.

In Reggio ogni fazion rotta ha la fede,

Le lingue arrota, si dilania e fiede.

In questi giorni si strinsero con vincoli di amore e di amicizia in una forte alleanza le città di Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara e Brescia, che tutte parteggiavano per la Chiesa. I partigiani dell'Impero già da lungo tempo esulavano dalle loro città, e andavan vagando pel mondo senza speranza di rimpatriare, per quanto dipendeva dal partito della Chiesa; Mantova poi era della fazione contraria per impulso di Pinamonte, che la signoreggiava. Le suddette città adunque conoscendo tutti i danni, che avevano incolto i Modenesi, elessero dal proprio seno un certo numero di cospicui ambasciatori, e li mandarono a Reggio, perchè ivi convocassero una grande assemblea allo scopo di ripristinare in Modena la pace, se ve ne fosse modo. Ma non lo poterono, quantunque vi si adoprassero attorno molti giorni, e vi fossero convenuti i rappresentanti delle due parti di Modena, cioè quei di dentro, e quei di fuori. Finalmente gli ambasciatori con chiusero, deliberarono e decretarono che non si recherebbe a nessuna delle due parti nè consiglio, nè soccorso, nè aiuto, nè favore, sia perchè non vollero per loro bene e per la pace consentire alle proposte fatte, sia perchè non si poteva far danno a nessuna delle due parti dei Modenesi senza offendere il partito degli alleati, sendochè tutti stavano per la Chiesa, ed anche per non alimentare in quei di Reggio e d'altre città la speranza di ricevere aiuti, se talora in eguale maniera folleggiassero. Allora i Modenesi vedendosi abbandonati a se stessi da tutti quegli amici loro, in cui confidavano,mandarono a Firenze e alle altre città della Toscana per indurle a raccorre soldati, e a formare e mandare un esercito potente a farla finita, e che l'una parte l'altra esterminasse e disperdesse. Così stanno le cose oggi, ottava della Natività della beata Vergine. Come finirà, sallo Iddio; se camperemo, vedremo. Allora i Reggiani licenziarono il loro Podestà Tobia Rangoni di Modena, che andasse pe' fatti suoi, e se ne tornasse a Modena sua città, datogli prima quel salario che ad onore e decoro gli era dovuto. E per tre motivi ebbero a licenziarlo: Perchè era nuovo nel ministero dell'amministrare (non aveva mai avuto altra Podesteria che questa) e contro alcuni procedeva con acrimonia e ingiustizia; e per lievissimo fallo multava, o cacciava in carcere; la qual cosa spiacque ai Reggiani.... Perchè era balbuziente, tanto che provocava a riso chi l'ascoltava, e quando in consiglio voleva dire: Avete udito (propositam) la proposta? Diceva:audivistis propoltam?E lo deridevano come scilinguato; ma invece era balbuziente. Però meritano più di essere derisi quelli, che eleggono alle magistrature uomini di quella fatta, i quali non hanno valore di sorta: il che è segno che i simili godono che vi siano dei loro simili, lasciandosi guidare dall'interesse privato più che dal bene pubblico.... Finalmente perchè poneva in opera ogni mezzo per provocare discordie in Reggio e trascinare i Reggiani a parteggiare per la sua fazione, cioè quella dei Modenesi, che erano dentro Modena. Le quali cose considerando, i Reggiani lo deposero dall'ufficio, lasciandogli facoltà di tornare tra' suoi, ed elessero Podestà quello che era lor Capitano, aumentadogli il salario, per avere in avvenire un uomo che fosse saggio ed intraprendente, dal cui diritto operare e dalla cui fedeltà si crede salvata la città di Reggio.... Egli era oriondo di Città di Castello. In questi giorni Obizzo Vescovo di Parma convitò in casa sua il profeta de' Parmigiani,che si chiamava Asdente, e lo interrogò minutamente intorno a cose che stavano ancora nascoste nel fitto velo del futuro. Il quale rispose, a udita di molte persone, che fra breve i Reggiani e i Parmigiani soffrirebbero molte tribolazioni; e parimente vaticinò intorno alla morte di Martino 4.º Sommo Pontefice, delle quali cose determinò e specificò i tempi, ch'io non voglio riportare; e che a Martino dovevano succedere tre Papi tra loro divisi e nemici, de' quali uno sarebbe stato legittimo, gli altri eletti illegittimamente; predisse anche la ruina di Modena prima che avvenisse. E questo profeta altro non è che un uomo che ha l'intelletto illuminato ad intendere i detti di Merlino, della Sibilla, dell'Abbate Gioachimo e di tutti quelli che lessero nel futuro; ed è uomo cortese, umile, famigliare, senza sussiego, senza superbia, nè annunzia mai cosa con affermazione assoluta; ma dice sempre: Così pare a me; così intendo io il tal libro. E quando taluno leggendo in sua presenza, salta qualche tratto, subito se ne accorge, e dice: Tu mi fai inganno, tu hai ommesso qualche cosa. E molti da diverse parti del mondo vanno ad interrogarlo. Egli aveva predetto ben tre mesi prima dell'evento il disastro de' Pisani; e un certo Pisano venne da Pisa a Parma per un suo scopo ad interrogarlo, dopo due battaglie già combattute coi Genovesi. Perocchè i Pisani e i Genovesi tre volte si sono battuti in battaglia navale; la prima nel 1283, e due volte nel 1284, e ne' primi due combattimenti, tra morti e prigionieri si calcolano messi fuori di linea 6000, tra' quali il Conte Facio fu condotto prigione a Genova, e molti altri notabili. E, mentre tra loro in mare ferveva ancora la battaglia, un tal Genovese montò su una nave Pisana e si caricò di lastre d'argento; ma avendo l'armatura di ferro, ed essendo carico di lastre e volendo di nuovo risalire sulla sua nave non potè raggiungerla e cadde e colò a fondo, come una pietra, colferro e coll'argento, e fors'anche colle sue scelleratezze. Tutti questi particolari li ho uditi dal lettore di Ravenna che era un Genovese, e veniva allora allora di Genova. E nota miracolo, e pensa: I Pisani sono stati sbaragliati e fatti prigionieri dai Genovesi nel tempo, nel luogo, nel mese, nel giorno, in cui essi avevano catturato i Prelati a' tempi di Papa Gregorio IX di buona memoria; e giudica se è vero ciò che il signore disse in Zaccaria 2.º:Chi tocca voi, tocca la pupilla dell'occhio mio.Nota che i Parmigiani, uno de' quali mi son io, dicono che la vendetta sino a trent'anni è ancora in tempo. E dicono vero. Ve ne ha un esempio lampante in S. Brizio, a cui dopo trent'anni di episcopato toccò la pena vindice delle moltiplici afflizioni inferte a S. Martino, per cui ne soffrì moltiplici tormenti. Leggi la vita di S. Brizio, e vedrai se non è come ti dico. Così l'anno 1284 ripensando i Pisani al danno inferto loro dai Genovesi, e volendosene vendicare, costruirono sull'Arno molte navi e galee e attrezzi di marina; e, allestita la squadra, deliberarono e pubblicarono ordinanza che dei Pisani dai venti a' sessant'anni nessuno vi fosse esente dal servire in guerra. E corsero tutta la marina Genovese distruggendo, incendiando, uccidendo, catturando, e rapinando: e devastarono tutto quel tratto di litorale che da Genova si stende sino alla Provenza, passando davanti a tutte le città marittime, cioè Noli, Albenga, Savona, e Ventimiglia in cerca de' Genovesi per dar loro battaglia. I Genovesi anch'essi avevan fatta ordinanza che nessuno dei loro dai diciotto ai settant'anni rimanesse a casa, ma dovesse co' suoi concittadini impugnare la spada; e così correvano il mare dando la caccia ai Pisani. Finalmente s'incontrarono fra il Capo Corso e la Gorgona[62], legarono insieme colle catene le galee,come è loro costume nelle battaglie navali, ed ivi si batterono con tanta strage d'ambe le parti, che pareva averne compassione anche il cielo e conturbarsene. Molti dell'una parte e dell'altra eran morti e molte navi colate a fondo. E già i Pisani avevano avuto il sopravvento, quando giunse ai Genovesi un rinforzo di galee, e di nuovo si lanciarono sui Pisani già stanchi; ma pur tuttavia gli uni e gli altri continuarono la zuffa con accanimento. Finalmente i Pisani, riconoscendosi vinti, si arresero ai Genovesi, i quali uccisero i feriti, e mandarono gli altri alle prigioni. Ma anche chi vinse non potè menarne gran vanto, poichè la battaglia fu deplorevolmente sanguinosa pei vinti e pei vincitori. E furono tante le lagrime ed i sospiri in Genova e in Pisa, che mai non ne furono altrettanti in quelle città dalla loro fondazione sino a noi. E chi senza piangere e senza contristarsi può narrare il furore, con cui quelle due nobilissime città, d'onde veniva agli Italiani ogni sorta di ben di Dio, si laceravano per sola vanità, e ambizione, e vana gloria di supremazia, come, se il mare non fosse ampio abbastanza ai naviganti? Quindi invalse l'usanza di dire:


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