a. 1287

Miramur juvenes largos, vetulosque tenaces;Illis cum multum, his breve restet iter.È un fatto in vero sovra ogni altro stranoChe scialacqui il garzon lunge da morte,E ammassi poi con appetito insanoChi già del cimiter bussa alle porte.

Miramur juvenes largos, vetulosque tenaces;Illis cum multum, his breve restet iter.

Miramur juvenes largos, vetulosque tenaces;

Illis cum multum, his breve restet iter.

È un fatto in vero sovra ogni altro stranoChe scialacqui il garzon lunge da morte,E ammassi poi con appetito insanoChi già del cimiter bussa alle porte.

È un fatto in vero sovra ogni altro strano

Che scialacqui il garzon lunge da morte,

E ammassi poi con appetito insano

Chi già del cimiter bussa alle porte.

Parimente nel detto millesimo avvenne un gran turbamento nel monastero di S. Prospero di Reggio, in occasione delle guerre. In quel tempo era diciasettesimo Abbate del monastero Guglielmo de' Lupicini, buon uomo, per quanto a religione ed onestà, ma per quanto riguarda agli affari mondani, semplice, rustico ed avaro. Trattava anche male a vitto i suoi monaci, e perciò li ebbe poi avversi. Perocchè Bonifacio, figlio di Gherardo di Boiardo da Rubiera, di intesa con alcuni monaci, che non se laintendevano bene coll'Abbate, perchè li trattava male a vitto, la prima volta occupò il monastero nel giorno di Pentecoste, all'ora del pranzo, lo spogliò, portò via quello che volle, e si ritirò. L'Abbate si diede alla fuga e andò al convento de' frati Minori, ove si fermò tutto quel giorno e la notte seguente; e poscia passò in casa di un suo fratello germano, che si chiama Sinibaldo, e vi ospitò alcuni giorni coll'animo sospeso e il cuor pauroso. La seconda volta il prenominato Bonifacio, al tempo della mietitura, occupò le cascine del monastero, cioè la Migliarina[104]ed altre cascine; poi si prese di forza Fossole[105], assediò, prese e mise a fuoco la Casamatta, ed ivi uccise un uomo, che difendeva i suoi bovini e non glieli voleva dare; un altro ne ferirono gravemente, e lasciatolo tutto piaghe, se n'andaron via che era semivivo. E nota che queste cose erano state predette all'Abbate prima che avvenissero; ma per quella sua semplicità ed avarizia, non volle prevenirle e guardarsene, poichè le saette previste feriscono meno..... Ma gli amici dell'Abbate vedendo che era pigro a premunirsi, spontanei accorsero, non richiesti da lui, ed erano quaranta buoni Reggiani, che fecero la guardia al monastero di S. Prospero tutta la notte precedente il giorno di Pentecoste. Ma arrivata l'ora del pranzo, non li ringraziò nemmeno della guardia che avevan fatta tutta la notte, non li invitò a pranzo, e lasciò che andassero a pranzare alle proprie case. Ed egli andò al suo palazzo con alcuni suoi scudieri e donzelli per pranzare. Ed ecco che mentre sedeva a mensa, e credeva tutto tranquillo, d'improvviso udì il rintocco della campana della torre, che era suonata dai monaci di lui avversarii....... Allora i secolari nemici dell'Abbate, sbucando prontamente dai nascondigli, irruppero nel monastero, volendo creare unnuovo Abbate; e l'Abbate, per aiuto della misericordia di Dio, si precipitò da un'angusto solaio, che chiamavano ambulatorio, poi traversò le fosse, e arrivò, come s'è già detto, al convento de' frati Minori, spaventato e tremante come un giunco nell'acqua corrente. Ivi tutti gli amici, che venivano a visitarlo, lo rimproveravano acremente, e lo caricavano di oltraggiosi rimbrotti, rinfacciandogli che tali cose lo avevano incolto a cagione della sua rusticità ed avarizia. Ed egli tutto sopportava con pazienza, perchè si riconosceva colpevole. Ma nel mese precedente, cioè nel Maggio, prima che all'Abbate tali cose avvenissero...... e le persone, che hanno attinenza col detto Ordine de' Cisterciensi si astengono da ogni contatto cogli stessi frati Minori, e come fossero scomunicati, non assistono ai loro divini uffici, nè alle loro predicazioni; e questo è di scandalo universale, ed una grave jattura per la Chiesa; le quali cose però da molti savi e prudenti uomini si riconoscono promosse da fomite d'invidia e di odio[106]. Avendo dunque noi sempre prediletto e favorito in modo speciale il predetto Ordine Cisterciense, ordiniamo a tutti voi in generale, e a ciascuno in particolare, sotto stretto comando, di andare in vece nostra ai singoli conventi e monasteri del detto Ordine esistenti nel distretto della vostra giurisdizione, e di avvisare gli Abbati, le abbazie e i conventi loro, e di supplicarli da parte nostra di revocare provvidamente ed effettivamente entro un mese, a contare dal giorno in cui riceveranno i presenti ordini, i loro Statuti così improvvidamente pubblicati e promulgati con iscandalo della Chiesa..... E, se non obbediscono, abbiamo deliberato e decretato che nessuno, Duca, Marchese, Conte, Nobiluomo, od altri chichessia,suddito del nostro Impero possa dare all'Ordine Cisterciense nulla de' suoi beni, nè mobili, nè immobili, nè trasferire in loro proprietà gli accennati beni con alcun titolo di alienazione senza il nostro espresso assenso....... le possessioni, delle quali l'Ordine stesso abbonda; e se altrimenti sarà fatto..... comandando a tutti voi in generale, e a ciascuno di voi in particolare di revocarle per autorità della Maestà imperiale..... La causa poi, onde i frati dell'Ordine Cisterciense si sollevarono contro i frati Minori, per cui fu emanata contro di loro una legge sì dura, come poi in seguito ho saputo, fu questa. Uscì dal nostro Ordine, ed entrò in quello dei Cisterciensi un frate Minore, il quale si comportò tanto bene che arrivò a diventare Abbate di un cospicuo monastero. I frati Minori per una certa gara d'emulazione, che in ordine a questa cosa non era secondo il consiglio della saggezza, temendo che altri, seguendo l'esempio di quel frate, abbandonassero il loro Ordine, lo presero e lo ricondussero al loro convento, e lo nutrirono col pane della tribolazione e coll'acqua del dolore. La qual cosa risaputa, i Cisterciensi s'irritarono acerbamente e si sdegnarono contro i frati Minori, e questo per cinque motivi: primo, perchè punirono chi non meritava di essere punito; secondo, perchè non dipendeva più dall'Ordine nostro; terzo, perchè lo presero vestito dell'abito monacale; quarto, perchè nell'Ordine loro era stato elevato ad un'alta prelatura, quella di Abbate; quinto ed ultimo, perchè si diportava tanto bene nell'Ordine loro per vita, per saviezza, e buoni costumi, che era loro ben accetto ed in grazia di tutti. Ma Rodolfo, che è stato legittimamente eletto Imperatore, e che ama di cuore, e di fatto promuove l'Ordine de' frati Minori, per amore di Dio e del beato Francesco, saputo che i Cisterciensi avevano preso contro loro una deliberazione tanto dura, se ne sdegnò, e scrisse a loro riguardo la lettera surriportata.....Questo Re Rodolfo fu veramente quel buon vicino, di cui dice il Savio ne' Proverbii 23º:Il vicino di loro è forte. Ma i Cisterciensi, conosciuta la predetta lettera, revocarono e annullarono subito la deliberazione presa, e ordinarono che i frati Minori fossero ricevuti nelle loro case con famigliarità, amorevolezza, cortesia e benignità, non solo per declinare da se stessi il danno, a cui potevano andare incontro, come aveva minacciato chi aveva scritta la lettera, ma eziandio per obbedire a sì potente Signore, secondo il detto dell'Apostolo ai Romani 13º:Ogni persona sia sottoposta alle potestà superiori. Riguardo poi alla deferenza dell'Imperatore Rodolfo verso i frati Minori, cerca più indietro, e troverai che cedette loro il suo palazzo, che aveva nella città di Reggio, perchè vi edificassero il loro convento, e che promise di far loro in seguito maggiori elargizioni. Simile controversia incontrò frate Buonagrazia, quando era ministro provinciale a Bologna, contro il monastero di Nonantola[107], che è nel territorio di Modena. Un certo frate Guidolino, Ferrarese, uscì dell'Ordine de' frati Minori, ed entrò in quello di S. Benedetto dei Monaci Neri, ove nel monastero di Nonantola si comportò tanto bene e tanto lodatamente, che s'acquistò la benevolenza di tutti, e lo elessero Abbate del nominato monastero. Per cagione di che sostennero tra loro i frati Minori e que' monaci Benedettini una fiammante controversia al cospetto di Giovanni Gaetani (che allora era governatore de' frati Minori, e poscia fu Papa Nicolò III) e, dopo vivissimo dibattito, i frati Minori ottennero che non fosse fatto Abbate. E quei monaci spesero 10000 lire imperiali per riuscire ed averlo Abbate. Ma non potendo averlo, e vedendo che s'affannavano invano, non elessero nessun altro Abbate, e lo fecero lui signore dell'abbazia,come se Abbate fosse canonicamente. Questo dimostri quanto l'amavano que' monaci. Ma egli fece come l'antico Giuseppe, che a' suoi fratelli non volle rendere male per male, pur potendolo e non mancandogliene occasione; che anzi si tolse premura di far loro del bene, adempiendo quel detto dell'Apostolo ai Romani 13º:Non rendere a nessuno male per male, ed anche:Non lasciarti vincere dal male, ma col bene vinci il male. Suona a proposito anche quello dell'Ecclesiastico 10º:Non aver memoria dell'ingiuria, che t'ha fatto il prossimo; il che appuntino faceva questo frate Guidolino. E vedeva tanto volentieri e accoglieva i frati Minori nel monastero di Nonantola, come fossero angeli di Dio, e pregò i suoi confrati di averne sempre due nel monastero a spese del monastero stesso, come scrivani a copiare e moltiplicare gli originali degli scrittori, de' quali originali colà vi era gran dovizia. Questo frate Guidolino fu mio intimo amico, quando coabitavamo nel convento di Ravenna. E nota che i frati Minori da Papa Nicolò IV, che era pur esso dell'Ordine de' Minori, si ebbero un privilegio, pel quale nessuno che uscisse dal loro Ordine potesse in perpetuo essere promosso ad alcuna prelatura di altro Ordine.

L'anno 1287, indizione 15ª, i frati Predicatori ritornarono ad abitare in Parma, d'onde erano partiti spontanei per cagione di una donna eretica, di nome Alina, cui essi avevano fatta bruciare. E ritornarono il giorno della Cattedra di S. Pietro; ed uscirono per andar loro incontro colle trombe e cogli stendali alcuni Parmigiani ed i Religiosi, che li accolsero e accompagnarono in città con onorificenza. Nello stesso millesimo, dopo che i Lupicini ed i Boiardi s'erano già rappacificati, furono uccisi due monaci del monastero di S. Prospero di Reggio, e furono que' monaci, che avevano già tempo tradito l'Abbate e il monastero di S. Prospero. Poscia, a brevedistanza di tempo, a vendetta di que' due monaci, ne fu ucciso un altro del monastero stesso, che, delegato come suo procuratore dall'Abbate, andava alla Corte con un cert'altro sacerdote. Questo monaco era figlio di Gifredo de' Muti di Reggio, frate Gaudente; e disse a chi lo feriva; Chi siete voi? Ed i feritori risposero: Noi siamo i procuratori di que' due monaci, che pochi giorni fa sono stati uccisi, ed abbiamo mandato di rendere pan per focaccia. E feritolo, fuggirono lasciandolo mezzo morto. Fu portato a casa de' suoi parenti, fece la sua confessione, e s'addormentò nel Signore; e pochi giorni dopo, la madre di questo monaco malatasi di tristezza, morì anch'essa. Così nello stesso millesimo i Reggiani per carnevale non fecero baldoria, secondo il costume delle altre città cristiane, che in tal tempo folleggiano e fan pazzie, ma se ne restarono senza chiasso, come se fossero morti i loro. Ma in quaresima, che è tempo dedicato a Dio, cominciarono a folleggiare, mentre sarebbe stato tempo prezioso per la salute delle anime, tempo di fare elemosine, e di attendere alle opere di pietà..... tempo di confessarsi, di ascoltare le prediche; di visitare le chiese, di pregare, di digiunare, e di piangere...... In quaresima adunque non si diedero i Reggiani alle opere di pietà, nè si curarono delle sante cose preaccennate, ma corsero dietro a vanità, e invanirono..... Di fatto molti di loro presero a prestito vesti dalle donne, e vestiti, da donne, cominciarono loro giochi, e andavano per la città attorno in torneamenti; e per avere vieppiù apparenza di donne, con biacca imbellettavano le maschere, che si mettevano al volto, non curandosi delle pene a ciò comminate...... Guai a que' miseri cristiani che tentano di convertire il tempo consacrato al culto ecclesiastico in tempo di dissolutezza e vaniloquio...... Certamente Cristo, nostro Dio, c'insegnò a digiunare in quaresima......e siccome decretarono i Venerabili Padri Pontefici romani...... ma alcuni infelici cristiani nelle città Lombarde nè digiunano, nè si confessano de' loro peccati. E perchè in tal tempo non possono trovar carni in beccheria, mangiano in secreto carni di galline e di capponi, e, dopo, tutto il giorno se ne stanno sdraiati su stuoie, sotto i porticati, e nelle piazze, giocano a zare, a' dadi, e a trottolino, e bestemmiano il nome del Signore e della beata Vergine madre di Lui; e que' tali si danno a credere che possano mutare i tempi e le leggi, e che venga il giorno di poter vivere in libera libidine. Nota che l'Apostolo specificò alcuni segni de' malvagi cristiani, che vivranno circa i tempi dell'Anticristo, i quali segni si riscontrano in quelle persone che a' dì nostri s'infangano nel peccato senza verecondia...... Ma non giovò ai Reggiani. Videro sì i guai de' Modenesi loro vicini, ma non si diedero pensiero di guardarsene; che anzi posero i semi di tutti que' mali, che poi piombarono su di loro, di cui già parlammo, ed anche in seguito parleremo. In fatto alcuni anni prima del corrente millesimo alcuni mugnai di Reggio, con una certa astuzia e malizia domandarono ed ebbero dai frati Minori alcune tonache usate e vecchie, che dicevano di voler porre sotto il meccanismo del purgatore per ridurle all'apparenza e alla mondizie di nuove; ma se ne valsero poi a vestirsi nel carnevale in abito di frati Minori, e dopo il tramonto del sole ballarono cantando sulla pubblica strada. E queste pazzie facevano per suggestione del diavolo, che voleva si calunniassero gli innocenti, e che, da chi passava, fossero creduti realmente frati Minori quelli che le dette cose facevano, e così diventasse uno scandalo e un disonore pe' frati...... Il che di fatto si avverò poi ne' mugnai, che tali cose facevano. Perocchè il Podestà di Reggio d'allora, saputo di ciò, irritossi assai per l'amore che nutriva pe' frati Minori, e, comeera suo dovere, li punì severamente, imponendo loro multe in denaro, e bando perpetuo dalla città, perchè altri non osasse più in seguito ripetere quelle scene...... Nel detto anno, cioè 1287, ai tre d'Aprile, Giovedì Santo, morì Papa Onorio IV, e il giorno dopo, Venerdì Santo, fu sepolto. Egli fu uomo podagroso; prima si chiamava Giacomo Savelli, romano, eletto dal novero de' Cardinali, e resse il pontificato due anni. Creò un solo Cardinale, cui mandò in Germania con missione di condurre di là Rodolfo eletto Imperatore, volendolo, come comunemente si credeva, incoronare; ma il Papa morì, e Rodolfo restossi senza la corona dell'Impero. Laonde appare chiaro che Iddio non voglia che più sorga alcuno a reggere come Imperatore la pubblica cosa, come è stato detto di Federico II da quelli che con ispirito profetico predicono il futuro: «In lui morrà anche l'Impero, perchè sebbene possa avere successori, saranno privi del titolo d'Imperatori da parte del supremo potere dell'autorità romana». Fuvvi un'altra cagione ancora della morte di Papa Onorio IV. Perocchè volle far gravare la sua mano sull'Ordine de' frati Minori e Predicatori, togliendo loro la facoltà di confessare e di predicare, per eccitamento di alcuni prelati oltramontani, che spesero a questo scopo 100,000 lire della moneta di Tours. E Matteo Rossi, che era il Cardinale protettore, governatore e censore dell'Ordine de' Minori, venne ai frati piangendo e disse: Frati miei, io ho insistito quanto ho potuto per stornare il sommo Pontefice da' suoi propositi, ma non ho potuto smoverlo dal malo divisamento che ha fitto in cuor suo contro di voi...... E siccome è impossibile che le preghiere dei molti non sieno esaudite...... quando Papa Onorio l'indomani, Giovedì Santo, avrebbe pronunciata la sentenza, ecco che Iddio lo colpì la sera innanzi e lo tolse di vita...... Ed io abitava nel convento de' frati Minori di Montefalcone.Lo stesso anno Nicolò Fogliani prese Carpineti[108]e Pacilo[109], (due castelli della diocesi di Reggio), e vi pose di stanza a guardia suoi armati, in servizio di Monaco di Canossa, i cui fratelli l'anno antecedente erano stati uccisi, cioè Guido di Bibbianello e Bonifacio di lui fratello. A vendicare adunque i suoi fratelli, Monaco di Canossa, che aveva signoria a Bibbianello, con molti uomini d'armi andò, e, facendo violenza ai custodi delle porte della città, entrò in Reggio. E in quel giorno ebbe suo principio una sanguinosa zuffa nella città di Reggio, ed ebbe per effetto che il Podestà che era Cremonese, e il Capitano che era di Parma, discesero dai loro Palazzi, e il dì seguente, ricevuto loro salario, partirono ritornando alle loro città. Frattanto Matteo Fogliani, Guido da Tripoli e Monaco di Bibbianello si spartirono gli uffici principali della Signoria. E Monaco di Bibbianello andò in persona ad appiccare il fuoco alla casa di Rolandino da Canossa, e l'incendiò e la fece smantellare sino alle fondamenta; e mentre queste devastazioni si compievano, inanimava i suoi armati, dicendo: Venite a me con sicurezza, e non temete, che io sono fatato ed invulnerabile. E questo diceva per tenere alto il coraggio de' suoi, e renderli pronti ad osare. Quivi fu ucciso un popolano, che era bello e buon uomo, amico mio e dei frati Minori, del partito di Rolandino, ed in quel giorno era di guardia alla casa di lui. Questi esercitava in Reggio l'arte del cimatore, e si chiamava Ugolino da Canossa. Questo accadde il Mercoledì dell'ottava di Pasqua, nel qual giorno cantammo nella messaVenite, benedicti: Venite, o benedetti; ed io abitava nel convento di Montefalcone; e quel giorno andai a Reggio,entrai in città, e vidi tutto co' miei occhi, perchè tutta la giornata, mentre queste cose si facevano, io girai attorno per la città. E le follie, che i Reggiani fecero nella quaresima, si convertirono in pianti ed in querimonie, perchè fatte in tal tempo presagivano male...... E l'Arciprete della chiesa maggiore, che si chiama Enzo Uberto, ed un certo eremita andavano predicando a pieno uditorio che quelle baldorie, che si facevano dai Reggiani nella quaresima, erano un buon segno. Ma frate Benvenuto dell'Ordine dei Minori predicava il contrario, cioè che presagivano male, come poi provò e dimostrò il fatto. Questo frate Benvenuto era del Modenese, lettore di teologia, predicatore buono, ornato e gradito al clero e al popolo; sapeva di greco e di latino; fu interprete molto abile e sottilissimo del testo bibblico; e ovunque correva lezione storpia corresse, e diede un testo, che è il più corretto che oggi si trovi al mondo; fu correttore alla mensa in Parigi si trovò compagno di molti che diventarono poi sommi Pontefici, cioè Papa Adriano, Papa Gregorio X oriondo di Piacenza; e tuttavia amò meglio restare umile cogli umili, che por piede nelle Corti de' grandi; e tale è tornato al suo Ordine, nel quale talvolta, quando torna il suo giorno, secondo l'uso dell'Ordine stesso, lava anche le scodelle. Uomo di molto studio e di acuto ingegno, e dottissimo, di memoria facilissima, che ha molti e buoni libri, che si procurò con grande fatica copiandoseli e facendosene copiare, quando era a studio in Parigi. Umile, socievole, benigno, onesto, di vita santa; di edificante conversare, e da tutti tenuto in distinta considerazione. Questi dunque, in quanto all'applicazione che se ne può fare al caso presente, che riguarda i Reggiani, mi pare prefigurato in Michea, il quale consigliò il Re Acabbo di non ingaggiare battaglia in Ramoth di Galaad contro i Siri. ESedecia figlio di Canaan, chesi fece le corna diferroe disse al Re:Con queste soffierai sulla Siria, finchè tu l'abbia annientata, prefigurò coloro, che adulavano i Reggiani, quando in quaresima folleggiavano.... Quel giorno dunque, in cui accaddero le dette cose ai reggiani, incontrai l'Arciprete della chiesa maggiore della città di Reggio, presso la chiesa di San Pietro, ove era stato canonico, ed era profondamente melanconico e quasi inebetito; e presemi per mano, come per dar segno di conoscermi e d'aver meco dimestichezza, poichè io aveva abitato a Reggio sei anni. E gli domandai come stesse; e mi rispose che stava come in un mulino rotto. Allora, siccome costui era stato uno degli adulatori dei Reggiani quando matteggiavano in quaresima, fui sul punto di dirgli quello che disse Michea ad un tale nella storia preaccennata:Vedraiecc. cioè saprai e conoscerai che cosa sta nella camera del letto, quando nella camera del letto ti ritirerai. Il profeta volle significare che colui, al quale parlava, conoscerebbe piena la verità, quando la tribulazione gli acuisse l'intelletto. Ma stando lì lì per dirgli questa cosa, il mio animo e la mia lingua gliela vollero risparmiare, memori di quel che dice la Scrittura:Non irridere un uomo che si trova nel dolore.... Parimente il giorno stesso, in cui ebbero cominciamento le cose già dette dei Reggiani, Monaco di Canossa, ossia di Bibbianello, andò in persona alle carceri del Comune, e co' suoi uomini d'armi ruppe e le aprì, liberando tutti i prigionieri dalla miseria, e dalle catene, e dalle tenebre, e dall'ombra di morte, e infrangendo i loro ceppi li lasciò andare in libertà. E vi si trovavano alcuni condannati a bando perpetuo dal Comune, tra' quali taluno era già da lungo tempo carcerato, ai quali parve rinascesse una luce nuova, e ne provarono massimo gaudio e tripudio, ne resero grazie a Monaco, e si offersero sempre pronti ad amarlo e servirlo in sempiterno. Quel giorno stesso nella città di ReggioGiacomino dei Panzeri e suo figlio Tomasino assalirono coraggiosamente la fazione loro avversa, come leoni che balzano sopra la preda, parati a penetrare anche attraverso un muro di ferro. Ed a Tomasino fu ucciso sotto il cavallo mentre assaliva i nemici al trivio de' Roberti. Giacomino poi essendosi recato alla porta di S. Nazzaro, non per uscire e partirsene ma per comandare che la porta si abbandonasse aperta, mentre ne ritornava verso casa sua urtò in una moltitudine di armati, ai quali non potendo tener testa, gli fu giocoforza uscire di città; sendochè i Lupicini si staccarono dal partito di Rolandino in occasione di un parentado recente contrattosi tra lui e Matteo Fogliani, avendo Garsendonio accettata come sposa una figlia di Matteo per suo figlio Ugolino; ed altri ancora del partito di Rolandino di Canossa e di Giacomino de' Panzeri non erano dell'animo inclinati a menar le mani; alcuni altri poi se n'erano usciti di città, e se ne stavano nelle loro castella. Allora furono messe a ruba e a sacco le case di alcuni, e ne fu portato via ogni bene, frumento, vino e tutti i mobili; e i giorni successivi furono rase al suolo le case di Giacomino, di Bartolomeo e di Buonacorso de' Panzeri, di Alberto degli Indusiati, di Ugo di Corrado, di Rolandino di Canossa e di Manfredino del Guercio. Come pure il giorno di quella sommossa, dopo nona, molti malfattori e ribaldi andarono correndo al convento de' frati Minori per entrarvi e far bottino degli oggetti che vi erano stati depositati. Di che accortisi i frati suonarono a stormo la campana più grossa; e subito, ecco presente Guido da Tripoli, armato sul destriero, e lo vidi io co' miei occhi, e menò loro colpi di clava, e li cacciò tutti in fuga. Egli mi guardò e disse: Ohe! frati, e non avete voi di buoni randelli da bastonar cotestoro, che non vi rubino? A cui io risposi che a noi non lice bastonare nessuno.... Allora intesi che aveva detto vero Isaia nel 9º:Perchèogni saccheggiamento di saccheggiatori è con istrepito e tumulto. In que' giorni Rolandino di Canossa, Francesco Fogliani, suo fratello il Prevosto di Carpineti, Giacomino dei Panzeri, suo figlio Tomasino e molti altri con loro dello stesso partito, andarono a Parma, e fecero apprestare vessilli, banderuole e macchine da guerra per correre ai castelli che hanno nella diocesi di Reggio, e battere i loro avversarii, cioè i Reggiani che stanno dentro la città. E un giorno quei di Gesso fecero una scorreria contro quelli di Roncolo[110], e rapirono loro dai pascoli i buoi e le vacche; la qual cosa vedendo quelli di Roncolo portarono in sicuro su quel della diocesi di Parma le robe loro, e abbandonarono vuote e deserte le case e la villa.... Quelli poi delle Castella fabbricarono case e trasportarono ogni lor cosa alle falde del colle su cui è Bibbianello, e parte anche sulla vetta. Altrettanto fecero quei di Cauresana[111], di Farneto, di Corniano e di Plazzola intorno intorno a monte Lucio, nella sua più alta parte; così anche quelli di Oliveto; e quelli di Bibbiano si munirono di fortilizii per timore di una vicina guerra. Quelli di Caviano costruirono case intorno alla chiesa plebana, vi cavarono all'ingiro le fossa e le riempirono d'acqua per essere al coperto dalla furia del devastatore. Così sono oggi le cose. La fine sarà quella che sarà, perchè sono sempre incerti gli eventi delle guerre, e la spada ora atterra l'uno, ora atterra l'altro. Ma i Modenesi risapendo di tutti questi guai dei Reggiani, ne furono in forte apprensione e vollero espellere di nuovo que' loro concittadini, che erano tornati da Sassuolo, e coi quali avevano da poco tempo fatta pace. I quali risposero di essere disposti ad obbedire e andare a confino, e piegarsi a' loro comandi, e fare tutto quanto volessero. Laonde i Modenesi vinti da tanta docilità risparmiarono ai loroconcittadini, che erano tornati da Sassuolo, sì grave danno e non li costrinsero ad uscire di città; ma raffermarono più saldamente la pace e la primiera concordia, e si imbandirono scambievoli banchetti, e si contrassero fra le loro famiglie maritaggi, e consolidarono i loro rapporti di amicizia coi vincoli delle affinità. Lo stesso anno un certo maestro Pisano, che era a Parma per fondere campane, fece anche quella del Comune di Parma, grossa, bella e buona; e deve farne un'altra pel duomo a spese del Cardinale oriondo di Gainago. E l'anno antecedente ne aveva fusa un'altra pel Comune, ma, all'atto del gettarla, per insufficienza di metallo riuscì mancante degli orecchioni; e quindi non potendo servire a nulla fu ridotta a pezzi. Un cert'altro maestro Pisano anch'esso ne aveva fatta prima ancora un'altra, ma non era sonora, e di lontano non si udiva. Questa essendo stata sospesa alquanto alta da terra ad un castello di legno presso il palazzo dell'Imperatore, che in Parma è all'Arena, cadde da quella specie di battifredo a terra, e non offese nessuno, tranne che ad un giovane portò via la parte anteriore di un piede, col quale aveva dato un calcio al padre, ma non impunemente, come il giusto giudizio di Dio lo dimostrò con tale disgrazia.... Dacchè adunque abbiamo fatta menzione de' lavori pubblici de' Parmigiani, sta bene che ne facciamo pieno racconto di alcuno per meglio ricordarne le origini; e per farlo meglio è d'uopo ritornare alquanto indietro (Vedi più su dei lavori publici dei Parmigiani). Così nel susseguente millesimo, il Mercordì dell'ottava di Pentecoste, che era ai 28 di Maggio, i Reggiani, fanti e cavalli, uscirono armati dalla città per battersi con quelli di Gesso e si misero a campo sul Campora, un torrente che ha le sue scaturigini presso Canossa, e va a metter foce nel Crostolo. Allora quei di Gesso uscirono anch'eglino col proponimento di presentare battaglia, e andavano provocando al combattimentoi Reggiani della città. Stavano l'une squadre di fronte alle altre a mezzo miglio d'intervallo, e dall'una parte e dall'altra si mandavano avanti quelli che si chiamano spie od esploratori, per conoscere la moltitudine degli armati, o la debolezza del nemico; e così durarono tutta la giornata, finchè stanchi di noia, retrocedettero lo stesso giorno senza essersi scontrati. Ma nel seguente sabato delle Tempora, cioè l'ultimo di Maggio, festa di S. Petronilla, que' di Gesso andarono a battere contro la chiesa plebana di Caviano, attorno alla quale uomini e donne s'erano ritirati e trincerati. E quel luogo era assai ben munito a cagione della torre, della chiesa, e della fossa che lo cingevano, e per il numero d'uomini, di pietre, di baliste ed altre diverse macchine guerresche. Allora si accostò Guido di Albareto, che era uno dei condottieri di quei di Gesso, e tenne un'allocuzione a quei della Terra, dicendo: Provegga ciascuno di voi all'anima propria, e arrendetevi a noi, e andatevene liberi in pace senza dannaggio di sorta; che se resistete, sappiate che sarete presi di forza, e senza misericordia appesi alle forche. In quel punto, irritato da tale linguaggio, uno di quelli che erano sulla torre, lanciò dall'alto una pietra, che andò a colpire sulla testa il cavallo di Guido, il quale orribilmente rotando intorno a se stesso, quasi stramazzò. Allora cominciò l'attacco tra quelli di dentro il castello, e quei di fuori; e quel giorno dentro il fortilizio della plebana non erano presenti che quaranta uomini, che ferirono quindici nemici, de' quali nella ritirata morirono tre e furono sepolti. Ma quei di fuori riconoscendo che non potevano espugnare le munimenta di quella Chiesa plebana, si sbandarono per la villa di Caviano a far bottino di oche, di galline, di capponi, di galli, di porcelli, di agnelli, e di quanto vi era e loro piacque. Di fatto quella villa era boscosa e ricca d'ogni ben di Dio, e gli abitanti vivevano quasi a maniera deiSidonii, isolati e senza comunione con quelli delle Terre vicine; nè vi fu chi opponesse resistenza, nè aprisse bocca a gridare. In quella notte posero a fuoco cinquantatrè case della villa di Caviano tra buone e in mal essere; e tutte indifferentemente l'avrebbero bruciate, se non avessero smesso per le istanze e le preghiere dei frati Minori, che si opposero a quei malandrini. La quale devastazione scorta quelli di Bibbiano, spillarono cento lire imperiali a quelli di Gesso, e concordarono seco loro una tregua d'un anno, per poter lavorare sicuri i loro campi e raccoglierne le messi. Questa tregua si pattuì mercè di donna Beatrice, vedova, sorella di Guglielmo Rangone di Parma. Allora Egidiolo di Montecchio cominciò a porsi in mezzo per concordare una tregua tra quei della villa di Caviano e quelli di Gesso; e la mediazione di lui era molto promettente, perchè sua moglie era nata da quei di Canossa, sorella della madre dell'Abbate, e Monaco di Bibbianello era nipote della moglie di Egidiolo come nato da un consanguineo di lei. Questo Egidiolo era uomo soave, pacifico e dolce; e tutto il tempo di queste lotte tra Reggiani e quei di Gesso, molto si affannò correndo ora a Gesso, ora di là ritornando ai nostri; ma da questo suo adoperarsi non ne raccolse che calunnie e maldicenze. A questi giorni era Podestà dei Modenesi Rolando degli Adegherii di Parma, che chiamò a sè quelli che erano tornati da Sassuolo, e co' quali i Modenesi della città s'erano pacificati, e con modi cortesi li persuase di uscire dalla città, perchè non li incogliesse disastro; specialmente che conosceva addentro l'umore de' Modenesi, e sapeva di un soccorso, che aspettavano dai Reggiani. E furono in tutto obbedienti e partirono. Subito dopo arrivarono da Reggio un duecento soldati, che entrarono tutti in Modena, e fu da loro senza contrasto occupata. A quei giorni si ripetè molte volte a Reggio la voce che i Parmigiani erano in discordia tra loro, chetutte le parti eran sull'armi, e si aveva speranza che Parma fosse dai Parmigiani distrutta. E ognuno parlava a seconda del proprio desiderio; e molti sembravano godere della distruzione di Parma, secondo che è scritto nei Treni 1... perocchè è gran sollievo per gli infelici trovar compagni nella miseria. Ma la Beata Vergine, che in Parma ha culto e onore, sembra tenere sotto la sua cura e protezione speciale quella città. In quel tempo era a Parma Capitano di un partito Obizzo Sanvitali Vescovo della città, e dell'altro partito Guido da Correggio. Quelli poi, che erano stati espulsi da Reggio, si chiamavano di Gesso, dal nome di un castello ove abitavano, il cui Capitano in capo era Rolandino di Canossa, uomo bello, nobile, cortese, liberale e che aveva avute in Italia molte Podesterie. Sua madre era una Piemontese, nobil donna e santissima. E questo Rolandino, di cui parliamo, usò una singolarissima cortesia, che è ben degna di essere raccontata. Avendo tregua quei di Gesso con quelli di Albinea, che è una Terra del Vescovo di Reggio, un certo tale di Albinea si presentò a lui lamentando che uno di quelli di Gesso gli aveva rapiti i buoi. E subito glieli fece restituire, dicendo: Vuoi d'altro? E quel tale soggiunse: Vorrei che quell'uomo, che sta nel vostro paese mi restituisse anche il mio vestito. E Rolandino invitando quell'uomo a restituire, e non volendovisi esso prestare, Rolandino stesso si cavò il soprabito, ossia la guarnacca, gliela diede e disse: Credo che tu sia così ben ripagato del tuo abito; vattene in pace. La qual cosa avendo veduto quel contadino che aveva portato via l'abito all'uomo d'Albinea, arrossì e prostrandosi a piedi di Rolandino, confessò sua colpa e ridiede l'abito all'uomo derubato. Or sappi che i capi condottieri di quei di Gesso furono: Rolandino di Canossa, Guido di Albareto co' suoi figli, cioè Azzolino e l'Abbate di Canossa, che si chiama Rolando; poi Guglielmino Scarabelloe Bonifacio, fratello dell'Abbate di S. Prospero, Reggiano soltanto per madre; inoltre il Prevosto di Carpineti e suo fratello Francesco Fogliani co' suoi figli; Giacomino de' Panzeri con Tomasino suo figlio; i quali due si batterono da leoni nell'occasione della cacciata del loro partito da Reggio; Bartolomeo dei Panzeri con Zaccaria suo figlio; Ugo di Corrado con Corradino suo figlio; Manfredino di Guerzo co' suoi figli; Enrico di Gherro un buon banchiere; e un tal bastardo bell'uomo e valoroso, che qualche volta fu Podestà di quei di Gesso, (ed anche Enrico fu loro Podestà); e Ro... poscia Cremona cominciò ad eleggersi Podestà uno di Cremona. L'altra turba poi che formava le schiere di quei di Gesso erano, o mercenarii, o assassini, o ribaldi. E si noti che Corradino, figlio di Ugo di Corrado, fu dai ribaldi fatto Capitano e Podestà loro. Notisi inoltre che i Lupicini al momento dell'espulsione od uscita dalla città, abbandonarono il loro partito, e restarono in città; e si ascrissero al partito di Matteo Fogliani, la cui figlia la accettò Garsendonio per moglie di Ugolino suo figlio. E sappi che allora quei di Dallo, in servizio e favore di Matteo Fogliani, stettero molti giorni a campo intorno a Bismantova, perchè Guido di Albareto con alcuni altri s'erano ritirati su quella roccia per isfuggire illesi di fronte al nemico. Dopo, gli assedianti annoiati, levarono il campo, e quei di Bismantova discesero e partirono. Di Guido d'Albareto poi è da sapere che, come disse a me suo figlio l'Abbate di Canossa parlando meco un giorno con famigliarità presso la porta di Gesso cinque anni prima che gli accadesse quella disgrazia, da cui fu tormentato in occasione della morte di Guido di Bibianello, interrogò un indovino, che prediceva il futuro, e sapeva dire quello che accadrebbe a questo o a quello, affinchè gli predicesse quali eventi aspettavano il padre di lui; e gli mostrò un libro nel quale stava scritto: «Cadrà nelle mani d'un giudice.» E così fu di fatto,come abbiam narrato più sopra. Laonde è chiaro, che non solo i profeti preveggono l'avvenire, ma lo preveggono talvolta anche i demonii e gli uomini peccatori, e tanto meglio i giusti, come diremo, se ci basterà la vita a parlare del seguente millesimo. Nell'anno sussegnato, un Sabato 17 Maggio, all'ora del pranzo, fu ucciso Pinotto figlio di Ghiberto da Gente, nella villa di Campegine, da' suoi nipoti, figli di Lombardino da Gente, de' quali uno aveva nome Ghibertino e l'altro Guglielmino; e fu ucciso per una contesa che avevano tra loro per un mulino, anzi per cosa da meno, cioè una pezza o stretta lingua di terra, che era di dietro ad un molino. Ma già sin da anni addietro aveva avuto a litigare anche con Lombardino padre di costoro; e per ciò andarono con alcuni malfattori ed assassini, che gli furon sopra con armi e con randelli e l'uccisero.... E qui osserva un triplice giudizio di Dio. Primo, che tutti quelli che sapevano della premeditata uccisione della moglie di Pinotto, cioè di Beatrice di Puglia, e vi acconsentirono, in breve giro di tempo furono uccisi anche essi, e primo fu Pinotto; secondo, Guido di Bibbianello (il quale porse occasione a Pinotto di farlo uccidere, perchè volle dormire con lei; ma ella si ricusò di consumare l'adulterio, non solo per non commettere una turpitudine, ma anche perchè Pinotto e Guido erano fratelli consanguinei). Terzo, fu un certo Martinello, che una notte la soffocò con un piumino in Correggio. Il secondo giudizio è che quel Martinello, uccisore della moglie di Pinotto per mandato avutone da Pinotto stesso, ebbe poi anche mano nella uccisione di Pinotto; e Martinello poi, ferito all'assedio di Moncaulo[112], tornato a casa morì per non aver saputo guardarsi dalla propria moglie. Terzo giudizio di Dio e miracoloso si è che seper caso gli uccisori di Pinotto fossero state persone estranee alla famiglia, i nipoti stessi, che lo hanno fatto uccidere, per l'onore di casa loro e secondo l'uso e la vanità della gloria mondana, lo avrebbero vendicato. Parimente, nel Venerdì precedente, il Consiglio Municipale di Parma deliberò di compiere il castello di Navone, presso Reggio, sulla pubblica strada, vicino alla borgata di Cadèo. Lo stesso anno, ai 16 di Giugno, quelli di Gesso andarono contro quei di Querciola[113], coi quali erano federati e avevano fatto tregua, volendo da loro trarre preda e prigioni, mentre i giorni precedenti ne avevano ucciso parecchi, e avevano fatto bottino di animali, e condotti via dei prigionieri. Essendo dunque, dopo aver fatta tregua con loro, di nuovo contro di loro ritornati, con intenzione di predare, ai 16 di Giugno, come è detto, arrivarono i militi Reggiani della città con a capo Pocapenna di Canossa e si accamparono fra Gesso e Querciola, ma non videro che le spalle de' nemici fuggenti, secondo quel detto.... Poichè i Reggiani stavano in armi contro loro da una parte, e quei di Querciola dall'altra, e ne fecero centotrè prigionieri; e la più parte furono condotti a Reggio legati ad una sola fune, e posti a ceppi sotto buona guardia nelle carceri del Comune. Quei di Querciola però se ne ritennero alcuni a risarcimento dei danni loro inferti da quei di Gesso. (Querciola è una villa di Matteo Fogliani). Non vi fecero però prigionieri che uomini assoldati, mentre i maggiorenti di Gesso se ne stavano in casa protetti dal castello; i quali poi, udita la cattura dei loro soldati, gridarono dicendo:Guai a noi; perocchè non fu tanta esultanza ieri e ieri l'altro: Guai a noi! chi ne libererà dalle mani di cotesti sublimi Dei, (Re 1º). La sera susseguente quelli di Reggio innalzarono una fiaccola ardente sulla vetta della torre del Comune a segno di contentoe di letizia per allegrare l'animo de' loro amici, che erano in Bibbianello e ne' castelli vicini; i quali fecero altrettanto innalzando fiaccole accese, come fanno i contadini in tempo di quaresima, quando fanno illuminazione alle loro casette e capanne. Così pure fecero quelli della plebana di Caviano alzando una fiaccola accesa sulla punta del loro campanile. All'indomani Monaco di Bibbianello mandò gente d'armi a bruciare le case che erano attorno a Canossa[114]per vendicare l'incendio della villa di Caviano, operato da quei di Gesso. Tre giorni dopo, cioè la festa di S. Gervaso e Protaso, corsero i Reggiani sopra il castello di Mozzadella[115]e distrussero le case, e tagliarono le vigne, che vi erano attorno; e con loro vi erano quelli di Bibbianello, delle Quattro Castella, di Bibbiano e di Caviano, e fu fatto un gran guasto di vigne. Ma quelli del castello di Gesso ferirono molti degli assalitori cogli archi e colle saette, e lo stesso giorno i Reggiani se ne tornarono a casa, a numero completo, intatti; i feriti furono di quelli delle Quattro Castella e di altre ville. Nel detto anno, l'ultimo di Giugno, que' di Sassuolo, licenziati da quelli di Modena, che li accompagnarono sino ai confini, ritornarono alla loro città, e ritornarono in pace e coll'annuenza dei Modenesi della città; e morì il Vescovo di Modena, cheera di Milano, e si chiamava Ardicione, già vecchio e carico d'anni; e vi fu in Modena viva agitazione, che durò parecchi giorni per l'elezione di un nuovo Vescovo. Finalmente fu eletto frate Filippo Boschetti di Modena, che era de' Minori. Dal partito contrario ne fu parimente eletto uno, cioè Guido de' Guidi Arciprete di Cittanova, dotto nel diritto canonico, ma aveva la vista lesa, ed era fratello di frate Bonifacio de' Guidi, anch'esso frate Minore. Finalmente la vinse frate Filippo e fu consacrato Vescovo di Modena. E nota che a' miei tempi molti frati Minori e Predicatori furono insigniti delle Prelature Vescovili, ma più in grazia de' parentadi e de' consanguinei, che in grazia dell'Ordine a cui appartenevano. Poichè i Canonici delle Cattedrali e delle Chiese madri di ciascuna città non amano avere a loro superiori dei Religiosi, benchè sappiano che splendono per dottrina e per costumatezza, d'onde avviene che que' canonici temono di essere rimproverati delle loro lascivie e carnalità..... E de' frati Minori e Predicatori l'Abbate Gioachimo dice nell'esposizione di Geremia: «Questi due Ordini semplici ed umili sorgeranno in mezzo alla Chiesa, e allora aspramente sgrideranno e redarguiranno la meretrice di Babilonia....» (Nota che per la meretrice di Babilonia si può intendere ogni anima peccatrice). Di questi due Ordini disse anche l'Abbate Gioachimo: «Mi pare che uno raccolga indifferentemente ogni sorta grappoli, incorporando alla Chiesa chierici e laici; e che l'altro scelga soltanto le primizie dei chierici». Ma di questo basti; e la penna ripigli la narrazione dei fasti dei Reggiani, a cui ora è rivolto specialmente il nostro intendimento, almeno per quanto ha attinenza colla presente guerra, la quale nel sussegnato millesimo e nel seguente, di molto scosse, turbò e afflisse la città di Reggio. A questi giorni del sunnotato anno, cioè 1287, in Luglio, evasero dal carcere del Comune di Reggio ventotto prigionieri;per cui fu incarcerato Scalfino, figlio di Guido degli Indusiati, e sottoposto a tormenti, perchè i Reggiani erano persuasi che avesse fatto avere ai carcerati una lima per aiuto ad evadere. E, dopo altri tormenti, posero sotto le piante de' piedi di lui un fornello con pruni accesi, e con un manticello soffiavano perchè i pruni fossero più vivi e ardenti a tormentare. E mentre stava ivi a sedere co' piedi sopra il fuoco, fecero venire suo padre, perchè vedesse il figlio tra quel martirio. Oltracciò Guido fu condannato in trecento lire della moneta di Bologna, che pagata, lo lasciarono andare in libertà. A questi dì alcuni ebbero pensiero di fare una tradigione del castello di Reggiolo a danno della città di Reggio, e a beneficio di quei di Gesso, ma la frode fu scoperta dai Reggiani la Dio mercè:Il quale dissipa i pensieri dei malvagi, che non possan compiere i disegni che avevano cominciati; e di quelli che erano alla custodia del castello di Reggiolo, ne fuggirono dieci, che dovevano esserne i traditori. Però dai Reggiani fu preso il nipote di Corrado di Canino da Palù, cioè un figlio d'una sorella di lui, e si chiamava Corradino del Bondeno, e fu più e più volte sottoposto a gravi tormenti. Poscia fu appeso per le braccia al palazzo del Comune, poi mozzato del capo, tratto a coda di cavallo a suggello di derisione, di vergogna e di obbrobrio sempiterno, e finalmente bruciato. Dopo di che tutti i Canini, che sono della famiglia dei Palù, furon posti al bando perpetuo del Comune di Reggio con tutti i loro eredi. E noto che quei di Gesso, se veniva lor fatto di avere in mano Reggiolo, speravano che Veronesi, Mantovani e quei di Sesso accorressero, sorprendessero la città di Reggio, e ne scacciassero l'altro partito che ora ne tiene la Signoria. E Corrado Canino era designato Podestà di Reggio per tre anni. Ma l'iniquità ha mentito a sè stessa, come era ben giusto, perchè due mesi prima Corrado aveva fatto uccidere l'ArcipreteFagioli di Fornovo[116]Parmense, ed un suo nipote (figlio di Alessandra sorella di Rolandino di Canossa) che si chiamava Carotto, ed era fratello di Bonifacio, il quale era balbuziente, che aveva cioè la lingua non sciolta. E mentre aveva perpetrato tutti questi delitti, i Reggiani, a cui fu ingrato, tolleravano che abitasse in Reggio nella chiesa di S. Nicolò, che è del monastero delle Fontanelle[117]nell'agro Parmigiano, quantunque Guglielmo Fogliani Vescovo di Reggio, e poscia i frati Gaudenti, se la volessero in seguito appropriare. Si diceva che anche il Vescovo di Parma avesse dato dugento lire a quei di Gesso, come aiuto ad impadronirsi di Reggiolo, e che, quando quelli di Sassuolo furono prosciolti dai Modenesi, mandò dugento uomini di cavalleria, e duecento di fanteria in loro aiuto (ma siccome i Reggiani corsero prontamente in aiuto de' Modenesi, quei quattrocento non poterono compiere il loro disegno, perchè temevano che fosse loro impedita la ritirata per Reggio) dei quali poi si valsero quelli di Gesso per mettere a ruba e a fuoco Caviano, come abbiamo più sopra narrato. E sappi che al principio di questa guerra quelli di Gesso furono audacissimi, bruciando, distruggendo, catturando quelli del partito avverso. Ma poi cominciarono ad accasciarsi, perchè i Reggiani ogni momento salivano a loro con numerosa gente, e ne esportavano le biade, incendiando le case, tagliando le vigne di Rolandino, che davano il vino della vernaccia, e disertarono la vigna di Guido d'Albareto, e ne misero la casa a fuoco. Questa casa aveva molti alloggi e più palchi; vi era la loggia, la sala del palazzo, molte camere da letto, cucine, stalle, cantine, forno, quartieri pe' militi di guardia, mulini e parecchi nascondigli, e, tutto, lafiamma vorace annientò. Lo stesso anno vi fu un immenso sviluppo di zanzare, al monte, nelle paludi e al piano, dal principio di Luglio sino al giorno di S. Maria Maddalena; ed erano molestissime per l'importunità e la punzecchiatura. E noto che quest'anno ritardò di molto la maturazione delle biade, tanto che gli agricoltori e i mietitori non si sbrigarono della raccolta che verso S. Maria Maddalena, e quel che pe' Giudei fu annunziato come una benedizione, cioè:La trebbiatura delle messi toccherà la vendemmia, e la vendemmia si sovrapporrà alla seminagione, Levitico I, i cristiani se lo attribuivano a castigo. Parimente nel detto anno il figlio del Re d'Aragona, che era figlio[118]del fu Imperatore Federico II vinse i francesi, che sotto Re Carlo avevano fatto le campagne di Puglia e di Sicilia, e s'impossessò di tutto il Regno. Nello stesso anno la grossa e bella campana del Comune di Parma si ruppe per imperizia del campanaro a suonarla. Così pure lo stesso anno ebbero convegno in Parma gli ambasciatori di Bologna, Modena, Reggio, Brescia, Piacenza e Cremona per trattare e deliberare intorno ad una concordia e ad una pace delle città Lombarde, affinchè ognuna potesse godere quiete sicura e vivere tranquillamente, senza lasciarsi sopraffare da nemici a cagione delle loro dissensioni.... Nello stesso anno fu celebrato a Montpellier un Capitolo generale de' frati Minori, e fu creato Ministro generale Matteo di Acquasparta, Toscano, della valle di Spoleto. Ed in questo generale Capitolo non furono presi buoni provvedimenti, secondo il modo di vedere degli Italianie secondo la consuetudine degli altri Capitoli generali. Fu ivi Vicario frate Pietro di Fallengaria[119], che fu poi mandato lettore alla Corte, essendo maestro dottorato. Similmente a questi giorni sorse un'infocata discordia nella Romagna per ire di partiti; e nello stesso anno e mese, quattordici di quei ribaldi che erano in Gesso si proposero di andar a spogliare il convento dei frati Minori di Montefalcone. Il che saputosi da Giacomino dei Panzeri e da Bonifacio di Canossa, fratello dell'Abbate di S. Prospero di Reggio, li minacciarono, e per timore se ne rattennero e decamparono dalla loro stoltezza. Parimente nello stesso anno, e in quegli stessi giorni, i popolani di Bologna presero gravi deliberazioni contro i loro Cavallieri, e contro tutti i nobili della città, cioè che qualunque Cavalliere o nobile offendesse alcuno appartenente ad una compagnia d'uomini del popolo, così se ne devastassero le ville, le case di città e di campagna, i campi e le piante, che de' loro beni non restasse pietra sopra pietra. Ed in queste punizioni incapparono per primi i figli di Nicolò dei Bazelerii, che dal popolo furono completamente in ogni loro cosa devastati. D'onde venne che tutti i Cavallieri di Bologna, per l'impeto del popolo furente, già temono di abitare in città; e, a guisa dei Francesi[120], dimorano nelle Ville sui loro possedimenti; e perciò i popolani, che abitano in città, a guisa dei Francesi anch'essi, possono chiamarsi borghesi. Ma i popolani debbono temere che piova su loro l'ira di Dio, perchè operano contro la divina Scrittura, che dice, Levitico 19.º:Rendi giusto giudizio al tuo prossimo ecc. non far vendetta e non serbare odio a que' del tuo popolo.Così per opera de' popolani e de' contadini il mondo si distrugge, e si conserva per opera de' Cavallieri e dei nobili. E Pateclo nel libro de' Tristi disse:Et quando de sola fit tomera ecc. Quando la suola diventa tomaio ecc.E vuol significare che ogni cosa diviene grave a sopportarsi, quando chi deve star di sotto monta sopra. La qual cosa il Signore minaccia di fare anche per punizione dei peccati, (Deuteronomio 28.º):Il forestiere che sarà nel mezzo di te sarà innalzato ben alto sopra di te ecc. e tutte queste maledizioni verranno sopra di te ecc.Ma poscia è da temere che non avvenga il rovescio della medaglia, perchè in giorno di fortuna, si mutano le corna della luna. Richiàmati a memoria l'esempio de' beccai di Cremona, de' quali uno aveva un grosso cane, che tollerò con pazienza molte molestie infertegli da un ringhioso bottolo d'un altro beccaio; ma siccome quel cagnotto non voleva smettere il solito disturbare, perciò fu sommerso e annegato in Po. E così sono molti a questo mondo, che, se vivessero in pace, nessuno li toccherebbe; ma andando studiatamente in cerca di brighe, le trovano poi... ma di ciò basti e riparliamo dei Reggiani. A questi giorni dell'anno sunnotato, cioè 1287, quelli di Gesso stretti da neccessità, perchè incalzati da' nemici, si serrarono nella rocca, e subito arrivarono i Reggiani della città coi loro alleati a cingerli d'assedio, e li tennero stretti quasi quindici giorni. E allora vennero ambasciatori da Bologna e da Parma per pacificare tra loro quei di Gesso assediati nella rocca, e quelli di Reggio che li assediavano. E così col pretesto di trattare la pace fu levato l'assedio e quelli di Gesso uscirono dalla rocca; ma pace non si fece. Anzi quelli di Gesso operarono peggio di prima, depredarono, distrussero le ville della diocesi di Reggio, fecero prigionieri e li sottoposero a studiati e inconsueti tormenti per indurli a riscattarsene per denaro. E coloro che tali cose facevano erano assassinidi Bergamo, di Milano, della Liguria, che quelli di Gesso avevano assoldati.... E avendo una volta pigliato un poveretto, che non aveva loro recato punto offesa, anzi avrebbe loro fatto servigio, se avesse saputo come, lo legarono, lo trassero a Gesso, e gli dissero: Imponi a te stesso la taglia: Che era quanto dire: Di' tu quanto ne puoi dare. Ma avendo risposto che nulla poteva dare, gli martellarono la bocca con un sasso, e gli caddero sei denti, ed un settimo crollante stava per cadere. E altrettanto fecero a più altri. Ad alcuni gettarono al collo una corda a nodo corsoio, e strinsero tanto che gliene schizzarono fuori gli occhi dalle occhiaie posandosi sulle guancie; ad altri legavano soltanto il pollice della mano destra, o della sinistra, e li appendevano in modo che non toccassero terra; altri ancora sospendevano legati per i testicoli; a chi stringevano con fune soltanto il mignolo d'un piede, pel quale si sosteneva sospeso tutto il corpo; a chi legavano le mani a tergo, e li facevano sedere, e sotto i piedi mettevano un fornello di pruni accesi, che con un soffietto facevano diventare più vivamente ardenti; a chi legavano il pollice del piede destro con una funicella legata ad un dente, poi lo punzecchiavano nella schiena perchè cavasse a se stesso il dente; uno ne aveva legate le mani colle tibie presso alle calcagna (come agli agnelli destinati vittime, o al macello) e così un giorno intero senza mangiare e senza bere lo lasciavano sospeso ad una pertica; un altro era sfregato con un legno durissimo agli stinchi, finchè se ne vedevano scoperte le ossa; era insomma a vedere, e anche solo a udire, una miseria e una pietà indicibile. E quando i maggiorenti di Gesso li rimproveravano di fare quelle orribili crudeltà su uomini cristiani, si irritavano quegli assassini, e li invitavano imperativamente a ritirarsi, se non volevano essi stessi un simile trattamento. Quindi per necessità, volere o non volere, permettevano quegli orrori. Molte altre guise ditormenti escogitavano ed applicavano, che per brevità non descrivo.... Entrarono dunque nella Bocchetta quei di Gesso il 1.º d'Agosto, giorno di S. Pietro in Vincoli, e vi stettero assediati sino al giorno dei SS. Martiri Ippolito e Cassiano, giorno in cui ne uscirono. Ed un giovine, che vi si trovava, disse a me che dentro vi erano 300 uomini e 240 cavalli. Fuori poi all'ingiro per l'assedio si noveravano 3000 uomini, computandovi i Reggiani e gli amici loro, che in diversi gruppi erano collocati quà e là pei monti attorno alla Rocchetta, come riserva. E se i Reggiani li avessero presi per fame (e prenderli si poteva, se non l'avessero impedito i Parmigiani e i Bolognesi coll'intromettersi pacieri) senza dubbio la guerra era finita, perchè i capitali loro nemici erano chiusi nella Bocchetta, e al di fuori i Reggiani avevano mangani e trabucchi, i cui urti gli assediati non avrebbero potuto sostenere. La Rocchetta poi è ad un miglio da Sassuolo, e a dieci miglia da Reggio. Questa è una valle chiusa attorno da monti, nel cui mezzo sorge un monticolo, sul quale è costrutta la rocchetta, che si chiama anche con altro nome Tiniberga per la seguente ragione. Alcuni Bergamaschi dei maggiorenti della città, per un omicidio da loro perpetrato, furono banditi dalla città loro e cacciati a perpetuo confino, senza speranza di più rimpatriare. Ed essendo andati a Reggio, chiesero al Comune di Reggio un luogo in cui poter abitare sicuri. I Reggiani permisero loro di girare attorno pel territorio Reggiano, e, ove trovassero un luogo non abitato da altri e a loro opportuno, ivi erigessero una loro fortezza e vi abitassero; e così costruirono la Rocchetta, che da loro fu denominata Tiniberga. Questa ora appartiene a Bernardo da Gesso. In questi giorni e nel susseguente millesimo i Bolognesi posero a confino molti dei loro Cavalieri o li mandarono a dimora in varie città. E ciò fecero i popolani, perchè cominciarono a dominaresopra i Cavallieri. E nota che la divina Scrittura giudica pessima la signoria di certi ordini di persone, come sarebbero le donne, i ragazzi, i servi, gli stolti, i nemici, e le persone di bassa sfera, delle quali dice:Nulla di più aspro d'una persona d'umile condizione, quando sale ad alto grado. E Pateclo, nel libro dei Tristi, disse:Et cativo homo podhesta de terraecc. D'ogni specie di queste Signorie cercane esempi più sopra. In questi giorni Monaco di Bibbianello, che è di Canossa, catturò Bernardo di Guglielmo, diacono della Chiesa di S. Antonino delle Quattro Castella, che spontaneamente e prontamente, senza costrizione di tormenti, come dicevano coloro che lo catturarono, confessò d'avere avuto il proposito di tradire Bibbianello e darlo a quelli di Gesso. E tosto gli segarono le canne della gola, e lo portarono in giro per il castello, morto... nudo; poscia lo precipitarono giù dal castello come un vile cadavere, e fu sepolto colla sola camicia nella Chiesa di S. Antonino. Cantando io messa in Bibbianello il giorno di S. Giovanni Battista, costui cantò alla messa il Vangelo; e lo stesso anno, il giorno dopo la Decollazione di S. Giovanni Battista, giorno di Sabato, fu scannato. Alla sorella di lui, di nome Berta, tagliarono la lingua, e la espulsero dalle Quattro Castella con comando di non ritornarvi. Essendochè attribuivano a lei, come anche alla concubina di lui, o amante o meretrice che fosse, la colpa di rivelare certi colpevoli segreti tra quelli di Gesso ed alcuni infami traditori delle Quattro Castella. Questo diacono era vecchio ed aveva la sua concubina... e finalmente non seppe e non volle confessarsi. Chi lo uccise si chiama Martinello, un famigerato assassino malfattore, che Monaco di Bibbianello teneva seco nella rocca. Parimente nell'anno precedente, dagli assassini di Monaco di Bibbianello fu ucciso Peregrino arciprete della Chiesa plebana di Caviano, a cui attribuivano la colpa di non essere sincero partigianodi Monaco, e lo accagionavano di molte altre cose non meritevoli di essere ricordate. E furono quattro quelli che l'assassinarono: Raimondello, Giacopello, Acorto e Ferarello. Questi quattro una sera cenarono con lui, e la notte mentre egli dormiva nel proprio letto, colle spade l'uccisero, e lo bistrattarono così brutalmente ed oscenamente che pareva un mostro orribile. Ma non fu tarda la vendetta di Dio a raggiungere gli assassini di questo prete. Non passò un anno che Raimondello restò morto da quei di Gesso; anche Giacopello incappò nelle mani di quelli di Gesso, che gli schiantarono due denti, e appena se la potè svignare. Acorto e Ferarello li colpì Iddio ne' loro letti. Parimenti nel millesimo sussegnato, quando il Podestà di Bologna e i cittadini Bolognesi trassero dalla clausura quelli della Rocchetta, condussero secoloro a Bologna Rolandino di Canossa, lo posero tra ceppi e sotto custodia per avere una malleverìa che si farebbe la pace, e ve lo tennero a lungo; fecero altrettanto a Bartolomeo dei Panzeri, una volta giudice, cittadino Reggiano, e al Prevosto di Carpineti, che era figlio d'Alberto Fogliati e fratello di F.... Così nello stesso anno tutti quelli dell'antico partito di Federico Imperatore, che tanto tempo erano stati esuli dalle loro città e girovaganti, mulinarono di impadronirsi di qualche città, in cui abitare senza vergogna o senza tristezza, pronti a pigliarsi vendetta de' loro nemici, se non volessero vivere in pace con loro. Ed a ciò meditare li aveva indotti una necessità durissima, perchè... cioè quelli che parteggiavano per la Chiesa in niun modo volevano loro aprire le viscere della misericordia, accoglierli pacificamente e riammetterli nelle loro città. Perciò macchinarono di tentare ciò che abbiamo accennato più sopra; e Rolandino di Canossa con quelli di Gesso aveva giurato a quelli di Sesso che per tutta sua vita non entrerebbe in Reggio, se non vi entrasse di pieno accordo con loro, come conveniva.Si adunarono dunque quelli dell'antico partito imperiale, cioè di Cremona, di Parma, di Reggio, di Modena, di Bologna, e tirarono seco quei di Gesso e di Sassuolo, e avevano in loro aiuto da Verona e da Mantova cinquecento cavallieri, e duecento tedeschi. E ai 7 di Settembre, Sabbato, sull'ora del mattutino, Tomasino di Sassuolo, con alcuni altri, entrò in Modena per l'alveo del canale, e per porta Bazoaria, e cominciò a scorrazzare qua e là, e a dire gridando che sua era la città e de' suoi Cavallieri, e vi piantò sue bandiere e sue insegne:Ma la iniquità mentì a se stessa, la Dio mercè,che dissipa i propositi dei malvagi, sicchè non possono adempiere le cominciate imprese. Giobbe 5.º. Diffatto avevano già posto mano all'uccisione dei fanciulli, la cui innocenza Iddio immantinente in due maniere vendicò: primo, aprendo ai fanciulli le porte del paradiso, così che intanto che da altri ricevevano la morte, da lui erano assunti alla vita del cielo; secondo, non permettendo loro di impossessarsi della città, la quale indubbiamente sarebbe stata occupata, se si fosse aperta la porta, non potutasi così subito aprire, perchè era ferma in alto da una sbarra di ferro. Non fu dunque abbastanza accorto Tomasino di Sassuolo, gridando troppo presto: Nostra è la città, prima che fosse aperta la porta. Così pure non erano ancora arrivati ad aiuto i duecento tedeschi, che giunsero dopo; e i cinquecento che erano venuti da Verona e da Mantova con altra moltitudine, aspettavano di fuori, volendo entrare in città sol quando fosse libero il passo a chi era per entrare. Ma siccome entrare non potevano, posero fuoco alla porta, affinchè bruciate le imposte, fosse tolto ogni ostacolo. Ma anche allora incontrarono due impedimenti: primo, che soffiava un vento gagliardo e loro contrario, sicchè avventandosi le fiamme verso loro, li costringeva ad allontanarsi; secondo, perchè la fornace di bragia che era sull'ingressodopo bruciate le porte, non permise loro di introdursi. E gridando alcuni: Al fuoco, al fuoco, svegliarono i cittadini, che dato di piglio alle armi, e combattendo virilmente, fiaccarono i nemici, li respinsero, a punta di spada li fugarono, e li inseguirono sino a Sassuolo... permisero loro di entrare... cominciarono a cercare studiosamente i traditori. E presero Grassone de' Grassoni... e lo impiccarono alla porta Bazoaria; e in quei giorni, nella suddetta occasione, trentanove persone furono appese al patibolo, tra le quali, come si diceva, alcune erano innocenti. Era allora Podestà di Modena Bernardino di Ravenna, figlio di Guido da Polenta e di... da Fontana, e di Samaritana Alberghetti di Faenza. In quel tempo Matteo da Correggio andò a Modena, e nel palazzo del Comune, in pieno Consiglio, rimproverò acremente il Podestà, dicendo: Di certo, Voi, o Podestà, addossate una grave responsabilità a noi e a questa città; responsabilità, per cui ne bisognerà tremare per tutta nostra vita, a cagione della precipitata vendetta... che avete fatta.... Detto ciò, ognuno se ne tornò a casa propria. Parimente nel detto anno, agli 8 di Settembre, giorno della Natività della Beata vergine, verso l'ora di Vespro, quelli di Gesso, in tempo di tregua pattuita con quelli di Bibbiano e delle Quattro Castella, i quali avevano già spillato il denaro convenuto, ripiegarono indietro e non attennero la fede data, ma s'avventarono sopra questi, come ho visto io co' miei occhi, e rapirono e condussero via dai pascoli dieci paia di buoi, una giovenca, quattro ragazzi, ed uccisero un uomo. Ma quelli dello Quattro Castella, cioè di Bibbianello... A questi giorni si celebrò un Capitolo provinciale per la provincia di Bologna presso Ferrara, al quale intervenne anche il Ministro Generale frate Matteo di Acquasparta. Era allora Ministro provinciale di Bologna frate Bartolomeo di Bologna, riputatissimo maestro dottorato.E per celebrare solennemente il detto Capitolo fece le spese il Marchese d'Este, e ne onorò la mensa a pranzo. E la Marchesa sua moglie, che era malata, morì; e come essa aveva vivamente desiderato, fu onorificamente sepolta dai frati del Capitolo nel convento dei frati Minori. La sua anima per la misericordia di Dio riposi in pace, perchè in vita e in morte fece molti benefizii ai frati Minori. Parimente nello stesso anno, in settembre, ai dieci, nell'ottava della Natività della beata Vergine, morì a Parma Salvino Torriani di Milano, e fu sepolto al convento de' frati Minori di Parma, nel sepolcreto dei frati. Volle essere sepolto senza pompe funebri, e così fu fatto. Fu genero del Conte di S. Bonifacio di Verona, che aveva moglie una figlia di lui. Era straricco. Si confessò divotamente dai frati Minori. Aveva fatto un bellissimo testamento, nel quale molto aveva legato per la sua anima ai poveri di Cristo; specialmente ai frati Minori, ai Predicatori e ad altri Religiosi sì di Milano che d'altri paesi. Ma Guido da Correggio l'adulterò con abrasioni e mutamenti, e l'anima sua Iddio la depenni dal libro della vita, se non restituisce quanto, a frode e a malizia, ha tolto ai poveri di Cristo, perchè fece graffio alla volontà di un buon uomo, che aveva steso un testamento bellissimo per la salute dell'anima sua. E questo Guido da Correggio, cittadino di Parma, non aveva con lui attinenze di parentela, era a lui estraneo affatto, anzi nemico. E siccome dice Iddio che, chi si umilia sarà esaltato, perciò quel Salvino, che si umiliò coi miti di cuore scegliendo... ora presso la porta... nell'atrio dei Minori è tumulato il suo corpo in un ricco e bellissimo mausoleo; e la sua anima per la misericordia di Dio riposi in pace. Nel detto anno, in settembre, i Parmigiani cominciarono a murare un ponte di pietra detto dei Salarii, sul torrente Parma, sino alla via, che va a S. Cecilia; e murarono anche la porta di borgo Sant'Egidio,che conduce a S. Lazzaro, che è sulla strada pubblica. Similmente la porta del prato di S. Ercolano, per la quale si va al borgo, che si chiama di Bologna. E a clausura della fossa vi fecero un muro in testa, presso il naviglio e il molino, perchè le fosse più a lungo tenessero l'acqua. E a questi giorni vi era in Parma ardente discordia fra il Vescovo Obizzo Sanvitali e Guido da Correggio. Eglino erano i due Capitani dei partiti, che erano in quel tempo nella città; nè erano stati fatti Capitani dai cittadini di Parma, ossia eletti, ma da sè stessi si erano arrogata la supremazia; e l'uno e l'altro credeva di operare secondo ragione e a vantaggio della città. E le persone d'allora, secondochè parteggiavano, parlavano anche, lodavano, biasimavano chi l'uno, chi l'altro. Ma il beato Agostino dice che poco è da curarsi dei giudizii degli uomini; e la ragione che ne dà è questa; non ti può infamare un oltraggio, ne ti può coronare una adulazione. Parimente nel sunnominato millesimo, la vigilia di San Giovanni Battista... l'armata di Pietro... Re d'Aragona colò a fondo, al di là di Napoli,[121]molte navi Francesi. E molti plebei, ossia popolani, e Cavallieri, e nobili, e baroni, che erano reliquie dell'esercito di Re Carlo, n'ebbero cavati gli occhi. E fu cosa veramente degna e giusta... perocchè sono superbissimi stoltissimi, e uomini quasi... maledetti, che sprezzano tutte le nazioni del mondo, e specialmente gli Inglesi ed i Lombardi, e per Lombardi intendono tutti gli Italiani e i Cisalpini, mentre son dessi che veramente meritano di essere disprezzati, e che realmente li sono da tutti. Ai quali può applicarsi a capello quel che per canzonatura dicesi di Trutanno:


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