Chapter 10

O lasso me, ke fu' temptato,Com fo Adam nel paradhiso,Chi volse plu ke nò i fo dato,Perdè lo bene o' era miso.Perzò ne prego ogne amadhore,Ke no alze tanto lo coreKe cadha interra e sia damnato ecc.

O lasso me, ke fu' temptato,Com fo Adam nel paradhiso,Chi volse plu ke nò i fo dato,Perdè lo bene o' era miso.Perzò ne prego ogne amadhore,Ke no alze tanto lo coreKe cadha interra e sia damnato ecc.

O lasso me, ke fu' temptato,

Com fo Adam nel paradhiso,

Chi volse plu ke nò i fo dato,

Perdè lo bene o' era miso.

Perzò ne prego ogne amadhore,

Ke no alze tanto lo core

Ke cadha interra e sia damnato ecc.

Altri ancora disse:

Boni suno li spareci e li funze,E mejo sun le pècor ki le munze.Ki ponze troppo ad alto e no' li zunze,Kade in terra, e tutto se dezunze.

Boni suno li spareci e li funze,E mejo sun le pècor ki le munze.Ki ponze troppo ad alto e no' li zunze,Kade in terra, e tutto se dezunze.

Boni suno li spareci e li funze,

E mejo sun le pècor ki le munze.

Ki ponze troppo ad alto e no' li zunze,

Kade in terra, e tutto se dezunze.

Nè alcunchè di buono so vedere negli apostoli di Segalello tranne la foggia esteriore dell'abito, che sembrano portare uniforme a quello degli Apostoli, secondo la tradizione che i pittori, da Cristo sino a noi, hanno mantenuta viva, rappresentando sempre gli Apostoli del Nazareno co' capelli lunghi, con barba intonsa, e mantello avvolto attorno alle spalle. Poi di buono si può notare in loro che cominciarono a comparire circa l'anno 1260, quando in Italia ebbe luogo la divozione delle flagellazioni, anno, in cui, al dire de' Gioachimiti, cominciò il regno dello Spirito Santo, che nel terzo stadio del mondo, per mezzo de' monaci, doveva raffigurare una specie particolare di mistero, come in seguito spiegheremo più diffusamente[130]. Mi fa meraviglia però che l'AbbateGioachimo non abbia fatta, da quanto pare, menzione alcuna di questi apostoli ne' suoi scritti, come fece dell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori, che, deducendolo da molti simboli del Vecchio Testamento, predisse, molto prima che sorgesse, la istituzione de' loro Ordini; come più volte, e chiaramente, dimostrai in questa cronaca, e in un'altra, e in una terza, e in una quarta, non che in un trattato che scrissi sopra Eliseo. Laonde la istituzione di questi apostoli mi diventa molto sospetta e spregevole; chè se fossero stati mandati da Dio, l'Abbate Gioachimo ne avrebbe sicuramente parlato. Perocchè nel libroDelle figure, come ho letto assai volte, designa come futuri sette Ordini dopo la venuta dell'Anticristo, de' quali niuno è apparso ancora al mondo; e si riconoscerebbe facilmente, perchè egli ce ne dipinge il modo di vestire, di conversare, e di digiunare. Ma ritorniamo a frate Ugo Provenzale dell'Ordine dei Minori, uno dei più illustri chierici del mondo, tutto dedito alle cose dello spirito, predicatore famoso, Gioachimita fanatico, e così seguitiamo quello che resta da dirne. L'anno 1248 trovandomi io in Provenza a Castel Jeres, ove i Saccati esordirono la loro costituzione, e dove soggiornava frate Ugo, imparai da lui tutto quello che egli sapeva dell'interpretazione fatta dall'Abbate Gioachimo sui quattro Evangelisti, e dopo andai ad Aix, ove dimorai nel convento de' frati Minori, e scrissi coll'aiuto del mio compagno l'esposizione della dottrina dell'Abbate Gioachimo per il Ministro Generale frate Giovanni da Parma, Gioachimitaanch'esso passionatissimo. Aix è città arcivescovile, sanissima, molto fertile di frumento, a quindici miglia da Marsiglia, ove fu primo Arcivescovo S. Massimino, uno de' settantadue discepoli di Cristo. Qui condusse seco Marta e Maria Maddalena e Lazzaro, quando fu di ritorno da oltremare espulso dai Giudei in odio a Cristo, e posto su d'una nave senza vele e senza remi. Ma per volere divino approdarono a Marsiglia, dove in seguito, Lazzaro, ch'era risuscitato da morte per miracolo di Dio, fu fatto Vescovo, e scrisse un libro intorno allePene dell'inferno, quali egli le aveva vedute coi propri occhi; ma quando io andai a Marsiglia e cercai di quel libro, seppi che per incuria del custode della chiesa era restato preda di un incendio. Parimente S. Massimino aveva condotto seco il beato Cedonico, che era un cieco nato, a cui Iddio aveva dato la vista, onde i discepoli dissero a Gesù Cristo:Maestro, chi peccò, costui o i suoi genitori, onde nacque cieco?Aveva anche Massimino in sua compagnia Marcella, fantesca di Marta, che fu la donna, che quando Gesù predicava, sclamò in mezzo al popolo affollato:Beato il ventreecc. Questa Marcella, fantesca di Marta, ne scrisse poi la vita, e andata a Vienna, vi predicò il Vangelo di Cristo, e volò alla pace eterna dieci anni dopo che Marta s'era addormentata nel Signore. Nella città di Aix ebbe sede, il più del suo tempo, il Conte di Provenza, padre della Regina d'Inghilterra, e della Regina di Francia, moglie di Lodovico, che andò oltremare due volte; e vi dimorava, tanto perchè la città era sanissima, quanto per devozione a San Massimino, che n'era stato il primo Arcivescovo. Quivi il Conte morì, e fu sepolto fuori di città in una piccola chiesetta, e deposto in un bellissimo e magnifico sarcofago, ch'io ho visto co' miei occhi, fatto fare da sua figlia la Regina di Francia. Desiderava vivamente d'essere sepolto nella chiesa de' fratiMinori; ma i frati non consentirono, perchè in quel tempo non ammettevano nella loro chiesa sepoltura d'estranei all'Ordine, sia per evitare i disturbi, sia per non avere controversie col clero secolare. E per questi motivi non vollero sepolta in una loro chiesa nemmeno S. Elisabetta. Avendo io dunque terminato di scrivere il lavoro che aveva intrapreso, e che aveva durato sette mesi di fatica, sopravvenne il settembre, circa il giorno dell'Esaltazione della Croce, quando frate Raimondo Ministro Provinciale di Provenza, mi scrisse di andare ad incontrare il Ministro Generale, che veniva di Francia dopo avere visitato l'Inghilterra, la Francia e la Borgogna, e voleva anche fare una visita in Ispagna. Lo stesso invito ricevette per lettera anche frate Ugo, e lo trovammo a Tarascon, ove è il corpo di S. Marta, ed ove la Contessa madre della Regina di Francia e della Regina d'Inghilterra soleva per lo più dimorare. E andammo col Ministro Generale a visitare il corpo di S. Marta, ed eravamo dodici frati oltre il Generale; ed i Canonici ci offersero a baciare un braccio della Santa. Operandosi a quella tomba in antico moltissimi miracoli, Clodoveo Re dei Franchi, fattosi cristiano per battesimo ricevuto da San Remigio, una volta che soffriva di grave mal di reni venne alla tomba della Santa, e ne guarì completamente; epperciò ne dotò la chiesa di tre miglia di terreno all'ingiro, di quà e di là dal Rodano, donando tutto, terre, ville e castella, e rese quel territorio libero ed indipendente. Nel convento de' frati Minori di questo castello, una sera, dopo che si era recitata compieta coll'intervento del Generale, e che erano già stati in quella casa designati i letti a tutti per dormire, compreso il Generale stesso, questi uscì per andare a pregare nel chiostro. Intanto i frati forestieri, per rispetto, si astennero dall'andare a letto, aspettando che prima ritornasse e si coricasse il Generale. Ma io, accortomi della loro irrequietudine pel troppo ritardo, e de' lorobrontolamenti, perchè avevano bisogno di riposare, e anche coricandosi non avrebbero potuto dormire perchè i locali, in aspettazione del Generale, erano illuminati da un cero, andai dal Generale, che era mio famigliare ed intimo amico, e inoltre mio concittadino e parente dei parenti, e lo trovai nel chiostro che pregava, e gli dissi: Padre, i forestieri stanchi dalla fatica del viaggio avrebbero bisogno di riposare, ma per rispetto vostro non vogliono coricarsi ne' letti loro, se prima voi non v'adagiate nel vostro. Ed egli rispose: Va a dir loro da parte mia che se ne dormano pure colla benedizione di Dio; e così fecero. Ma a me parve volere la convenienza di aspettare il Generale per indicargli il suo letto; e, ritornato egli dalla preghiera, gli dissi: Padre, questo è il vostro letto, che per voi è stato allestito. E dissemi: Figlio, in questo letto che mi additi, potrebbe dormire un Papa; frate Giovanni da Parma non dormirà punto in questo letto, e si coricò in quello ch'era stato designato per me. Allora io ripigliai: Padre, ve lo perdoni Iddio, che mi toglieste quel letto dove sperava di dormire io, perchè era stato assegnato a me. Ed egli di rimando: Dormi, dormi tu in quel letto papale. Ed avendolo io a sua imitazione ricusato, conchiuse: Voglio che tu ti corichi lì, e te lo comando; e mi convenne obbedire. All'indomani arrivò il Guardiano di Beaucaire, che abitava sull'altra sponda del Rodano in Beaucaire, nobilissimo castello, pregando il Generale di andare, quando fosse spedito da Tarascon, a visitare con tutto il suo seguito que' suoi figli che abitavano a Beaucaire. E così fece. Intanto che eravamo là, arrivarono dall'Inghilterra due frati, cioè frate Stefano lettore, che ancor garzoncello era entrato nell'Ordine del beato Francesco, ed era bell'uomo, tutto consacrato alle cose spirituali, letterato, prudentissimo ne' consigli, sempre pronto a predicare al clero, ed aveva bonissimi scritti di frate Adamo da Marisco, di cui col mezzo del detto Stefano,potei udire una lezione sul Genesi. A costui frate Giovanni da Parma aveva promesso che, terminata la visita dell'Inghilterra, l'avrebbe per sua consolazione mandato lettore a Roma. Il suo compagno era un altro Inglese, frate Iocelino, bell'uomo anch'esso, letterato e tutto dedito alle cose dello spirito. Poi arrivarono altri due frati a pregare il Generale che provvedesse il convento di Genova di un dotto lettore. I frati venuti da Genova erano frate Enrico di Bobbio cantore del convento di Genova, e da madre, zio di frate Guglielmo, che fu poi lettore e Ministro; dell'altro non mi ricorda il nome. Eglino caldamente pregarono il Generale che per amore di Dio esaudisse i frati del convento di Genova, non che frate Nantelino loro Ministro Provinciale. E subito il Generale, che sapeva in poco tempo spedir molte cose, che era uomo pieno di senno, e aveva sempre in pronto un giudizio pesato, disse a frate Stefano: Ecco una lettera, colla quale i frati del convento di Genova mi supplicano di provvedere loro un dotto lettore; se vi piacesse di andare lettore colà, se l'avrebbero per un regalo; io poi, quando verrò là, vi manderò a Roma. A cui frate Stefano rispose: Di buon grado e con mia consolazione sono pronto ad obbedirvi. E il Generale di rimando: Sia tu benedetto o figlio; hai fatto buona risposta. Andrai dunque con questi frati, che ti avranno per molto raccomandato; e così fu. Dopo ciò lasciammo Beaucaire, discendemmo pel Rodano ad Arles, che è poco lontana da Tarascon; e que' frati si rallegrarono dell'arrivo del Generale, perchè era uomo molto esemplare ed edificante. Un giorno trovandosi il Generale da solo, mi appressai a lui, ed ecco sorvenire il mio compagno, frate Giovannino dalle Olle Parmigiano, e dire al Ministro: Padre, fate in modo che io e frate Salimbene possiamo avere l'aureola. A questa domanda il Generale si mise a ridere, e disse al mio compagno: E come posso fare che abbiatel'aureola? E frate Giovannino rispose; Dando a noi l'ufficio di predicatori. Allora frate Giovanni Ministro Generale soggiunse recisamente. Foste anche miei fratelli, non l'avreste giammai senza prova d'esame. A questo punto presi la parola, e in presenza del Ministro dissi al mio compagno: Vanne, vanne colla tua aureola; io l'ebbi già l'ufficio di predicatore l'anno passato a Lione da Innocenzo IV; e lo dovrei riavere ora da frate Giovannino da S. Lazzaro?[131]. Mi basta averlo ricevuto da chi aveva l'autorità suprema di conferirmelo. Or debbo dire che frate Giovanni si chiamava maestro Giovannino quando da secolare insegnava logica, e si appellava anche da S. Lazzaro, perchè da bambino fu allevato in una casa posta in S. Lazzaro, presso Parma, da uno zio paterno, che era sacerdote, ed era custode di un Oratorio di S. Lazzaro, e che a sue spese mantenne a studio questo nipote. Ma accadde che questo ragazzo si malò a morte, come ne pareva a quelli che l'assistevano; ed un giorno, confortatosi in Dio, disse a udita dei presenti:Il Signore mi ha colpito col suo castigo, e non mi ha messo nelle mani della morte; no, non morrò, ma camperò e narrerò le opere del Signore. Ciò detto, tosto il fanciullo si alzò sano, e cominciò a studiare con grande ardore, e camminò fortissimamente nelle vie del Signore, finchè si fece frate Minore; e da allora crebbe sempre maggiormente di virtù in virtù, e ogni dì più si fortificava nella pienezza della sapienza e della grazia di Dio. Era di statura mezzana, che tenea però più al basso che all'alto; aveva belle forme in tutto il corpo, ben complesso, sano e forte a sostenere le fatiche de' viaggi e dello studio; aveva volto grazioso, angelico, sempre giocondo; carattere largo, liberale, cortese, caritatevole, umile,mansueto, benigno, paziente, divoto a Dio, sempre in preghiere, pio, clemente, compassionevole. Diceva messa ogni dì, e tanto divotamente, che coloro che l'ascoltavano ne ricevevano sempre qualche grazia. Predicava così bene e con tanto fuoco sì al clero che al popolo che in molti dell'uditorio, e l'ho visto io più volte, provocava le lagrime; aveva la parola facondissima, sempre giusta; possedeva scienza profonda, giacchè era buon grammatico, e nel secolo, era stato distinto maestro di logica, e nell'Ordine de' frati Minori, teologo e dissertatore insigne. Insegnò sentenze a Parigi, e fu molti anni lettore nel convento di Bologna e di Napoli. Quando passava da Roma i frati lo facevano ogni volta o predicare, o disputare davanti ai Cardinali, perchè era da loro riputato gran filosofo. Era specchio ed esempio a quanti lo guardavano, perchè tutta la sua vita splendeva come un luminare di onestà, di santità, di buoni, anzi perfetti costumi. Caro a Dio e agli uomini conosceva bene la musica, e cantava benissimo. Non ho mai visto un tanto rapido scrittore, e così bello scultore della verità, e con un carattere facilissimo a leggersi. Quando n'aveva impegno, fu nelle sue lettere nobilissimo modello di stile forbito e sentenzioso. Fu il primo Ministro Generale, che cominciò a girare attorno per visitare tutte le provincie dell'Ordine; cosa per lo innanzi insolita, tranne che frate Aimone una volta andò in Inghilterra, d'onde era nativo. E quando frate Buonagrazia volle pure visitare tutto l'Ordine, seguendo l'esempio di frate Giovanni da Parma, non potè durarne la fatica, e prima della fine del quarto mese del suo ministero, malatosi a morte, cessò di vivere in Avignone. Con pure frate Giovanni da Parma fu il primo Ministro Generale, che ammettesse i devoti e le devote dei frati Minori ai benefici dell'Ordine, rilasciando loro lettere segnate dal suo sigillo di Generale, per le quali molti si fecero devoti a Dio e all'Ordine del beato Francesco; eforse questa concessione servì a loro come occasione di abbandonare il peccato, e di convertirsi a Dio, tanto per effetto della loro devozione, quanto anche delle preghiere che i frati facevano per loro; perocchè come dice Agostino:È impossibile che non siano esaudite le preghiere dei molti. La lettera, che loro dava era la seguente, colla sola differenza del nome delle persone: «Ai dilettissimi in Cristo amici e divoti dei frati Minori Giacomo dei Bussoli, donna Mabilia sua moglie, nonchè ad Angelica amatissima loro figlia, frate Giovanni Ministro Generale e servo dell'Ordine de' Minori augura salute e pace sempiterna in Dio. Accogliendo con sincero affetto di carità la divozione che avete all'Ordine nostro, e che conobbi per mezzo di una pia relazione de' frati, e desiderando di ricambiarvi dell'amore vostro verso di noi, io vi ammetto a partecipare di tutti i singoli suffragi della nostra Religione tanto in vita che in morte, e in virtù della presente lettera, vi concedo la compartecipazione piena a tutti i beni, che la clemenza del Redentore si degnerà di operare per mezzo de' nostri frati in qualunque parte del mondo sia che dimorino. Iddio vi conservi sempre sani. Data a Ferrara 6 settembre 1254». E si noti che non voleva rilasciare questa lettera se non a chi la domandava, e a chi domandandola, fosse riconosciuto veramente divoto a Dio, o uno de' principali benefattori dell'Ordine, o che almeno avesse disposizione a diventarlo. Frate Giovanni da Parma diede anche licenza a frate Bonaventura da Bagnorea di far scuola a Parigi, quantunque non l'avesse mai fatta altrove, perchè era semplice baccelliere, non per anco dottore. E fu allora che frate Bonaventura scrisse le sue lezioni sul Vangelo di S. Luca, che sono bellissime e sapientissime; e compose quattro libri sopraLe Sentenze, che anche oggi sono riputati di singolare utilità (volgeva allora l'anno 1248, ed ora corre l'anno 1284); dettò eziandio in seguitomolti altri libri, che vanno per le mani di molte persone. E quando maestro Guglielmo da Santo Amore provocò l'ira dell'Università di Parigi contro l'Ordine de' Frati Minori e de' Predicatori, frate Giovanni da Parma Ministro Generale, convocata l'Università a piena adunanza, parlò agli scolari e ai Professori, e, tenuto loro uno splendidissimo sermone utile e divoto, in fine disse: «Questi, che è il Re dei Re, è il celeste agricoltore; il suo giardino è la Chiesa, o la Religione del beato Francesco. Ricevette da voi il seme di una pianta, perchè voi siete maestri e padroni nostri, e da voi imparammo la scienza, e noi dì e notte ve ne ricambiamo il beneficio, e siamo pronti a ricambiarvene sempre, sia pregando per voi, sia predicando, sia curando in ogni maniera l'utilità delle anime vostre. Laonde se volete pure schiantarla questa vostra pianta, schiantatela pure, se per avventura non si opponga colui che dice ecc. Io sono il Ministro Generale de' frati Minori, sebbene indegno, impari all'altezza di tanto ufficio, e mio malgrado. Voi siete i padroni e maestri nostri. Noi vostri servi, figli e discepoli; e se qualche cosa sappiamo, a voi ne dobbiamo riconoscenza. Eccoci: Io sottopongo me stesso, e questi frati miei dipendenti, alla vostra disciplina e al castigo, che ne vorrete infliggere. Eccoci, siamo nelle vostre mani; fate di noi quel che ve ne pare buono e giusto». Udite queste parole, tutti le accolsero bene e le acclamarono, e si calmò quello spirito, che s'era sollevato contro i frati; e si alzò uno che aveva ufficio di rispondere per tutti, e disse al Ministro Generale: Benedetto che tu sia, e benedetto che sia la tua eloquenza. La Religione del beato Francesco, che è professata dai frati Minori, è buon seme seminato nel campo della Chiesa. È maligno uomo chiunque s'adopera a distruggere questa Religione; come fece frate Guglielmo da Santo Amore, che scrisse un opuscolo, in cui sosteneva che tutti i religiosi e ipredicatori della parola di Dio, che vivono accattando limosina, non possono salvarsi, e distolse molti dall'entrare nell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori. Ma in seguito Papa Alessandro IV ne riprovò e condannò l'opuscolo; e S. Lodovico Re di Francia, di buona memoria, fece irrevocabilmente espellere da Parigi Guglielmo da Santo Amore, perchè seminò la calunnia sopra gli innocenti. Tutte le suddescritte cose io le ho sapute da maestro Benedetto di Faenza, dottore di scienze fisiche, che era presente, e le ebbe udite, perchè si trovava a Parigi, ove fu molti anni a studio, e amava e lodava frate Giovanni da Parma. Altra volta i Ministri e i custodi adunati in Capitolo generale a Metz, proposero a frate Giovanni di riformare la loro Regola aggiungendo nuovi articoli allo Statuto. E frate Giovanni rispose loro: Non moltiplichiamo gli articoli della nostra Costituzione, ma osserviamo piuttosto fedelmente quelli che vi sono. Sappiate che i poveri fraticelli si lamentano della moltiplicità delle vostre leggi, che imponete loro sul collo; ma voi, che le fate, non le volete osservare, ed essi guardano più alle opere che alle parole dei Superiori. Vi sia maestra la storia, nella quale non si legge mai che Giulio Cesare abbia detto alle sue legioni: Andate, pugnate: ma diceva: Andiamo e combattiamo. Quindi, decamparono in questo Capitolo dalle proposte riforme. Tuttavia frate Giovanni Ministro Generale scrisse una circolare che inviò ad ogni convento dell'Ordine, colla quale comandava che tutti i frati uniformemente adempiessero agli uffici ecclesiastici secondo la rubrica dell'Ordinario; il che prima non si faceva; perchè se avevano nel convento di buon mattino qualche messa da morto, in alcuni luoghi s'accontentavan di quella; e l'altra che correva in quel giorno, fosse pur anche della domenica, o di altra festa, la rimandavano sino a circa l'ora di terza; e molte altre cose si facevano, come ho visto coimiei occhi, or contro la rubrica, ora estranee alla rubrica stessa; le quali per opera del Padre nostro Ministro Generale frate Giovanni da Parma sono state in meglio riformate. Egli, a cagione della dottrina dell'Abbate Gioachimo, alla quale era troppo attaccato, venne in odio a certi Ministri, a Papa Alessandro IV, e a Papa Nicolò III; i quali Papi, quand'eran Cardinali furono governatori, protettori e censori dell'Ordine, e allora lo amavano come sè stessi per la sua scienza e santità di vita. Onde, dopo lungo tempo, Giovanni Gaetani, che era Papa Nicolò III, lo prese per mano un giorno, e conducendolo qua e là per le sale del palazzo, gli disse: Essendo tu uomo di gran senno, non sarebbe meglio per te e per l'Ordine a cui appartieni, che tu fossi qui con noi a Corte, anzichè seguire la dottrina degli stolti, i quali profeteggiano a seconda della loro stoltezza? Ma frate Giovanni rispondendo disse al Papa: Io non ambisco le vostre dignità, e di questa cosa ne è lodato ogni Santo, a cui onore la Chiesa canta:Non cercò la pompa delle dignità della terra, ma volò al regno de' cieli. In quanto alla saviezza de' consigli, di cui voi mi parlate, vi dico ch'io l'avrei sicuramente un savio consiglio da dare, se vi fosse chi volesse ascoltarlo...... All'udir queste cose il papa sospirò........ Dopo ciò, frate Giovanni, lasciato libero, ritornò al romitaggio di Greccio[132], ove era solito soggiornare. Una volta, quando io dimorava a Ravenna, frate Bartolomeo Calaroso di Mantova, che era lettore e Ministro a Milano, e lo era già stato a Roma, e allora si trovava meco nel convento di Ravenna come semplice frate, cioè senza alcun ufficio, mi disse: Frate Salimbene, io vi dico che frate Giovanni da Parma ha guastato sè e il suo Ordine, perchè egli aveva tanta scienza,santità, ed eccellenza di vita, che avrebbe potuto riformare i costumi della Corte romana, e a lui avrebbero prestato ascolto; ma dopo che si diede in braccio alle profezie d'uomini fanatici, fece disonore a sè, e offese non poco i suoi ammiratori. A cui io risposi: Pare anche a me, e me ne duole vivamente, perchè egli mi amava di cuore; ma che volete? I Gioachimiti vanno dicendo: Non vogliate tenere in poco conto le profezie. Udita questa risposta, frate Bartolomeo replicò: Ma anche tu fosti Gioachimita; ed io risposi: Tu di' vero. Ma dopo che è morto Federico, che fu già Imperatore e già è trascorso l'anno 1260, abbandonai al tutto quella dottrina, e inclino a non credere se non quello che vedrò. Onde mi disse: Sia tu benedetto; se così avesse fatto frate Giovanni avrebbe portato la pace nell'animo de' suoi frati. Ma io soggiunsi: non lo poteva. Sai che vi sono taluni che sono così legati alle massime addottate, che dopo, per non mostrarsi in contraddizione con se stessi, hanno vergogna a ritrattare le dottrine professate, e quindi non hanno la forza di ritornare indietro. Tu sai che quando la Contessa di Caserta rimproverò l'Imperatore Federico di aver fatto male ad impacciarsi nelle guerre di Lombardia, mentre poteva godersi ogni sorta di beni nel suo regno, e passarvi una vita piena di dolcezze, egli le rispose: Riconosco, o Contessa, che avete ragione, ma mi sono già spinto tanto innanzi che non posso più in nessuna maniera ritrarmene senza vitupero. Avessi pur io sempre seguito il vostro consiglio, che non sarei andato incontro a tanti disastri. A cui aggiunse di ripiglio la Contessa: E vitupero maggiore avrete, se vi accadrà di peggio (non era ancora stato deposto, nè vinto e cacciato in fuga dai Parmigiani). E l'Imperatore: Io non mi aspetto di peggio; anzi nutro fiducia di pigliarmi vendetta su' miei nemici. E la Contessa di rimando: Vendica male l'ingiuria ricevuta, chi la rende più oltraggiosa,epperciò un tale disse:

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apteQui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apteQui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte

Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.

Male al danno appien provvedeOhi da folle se lo incoglie;Ma se al peggio volge il piedeDanno ed onta ne raccoglie.

Male al danno appien provvedeOhi da folle se lo incoglie;Ma se al peggio volge il piedeDanno ed onta ne raccoglie.

Male al danno appien provvede

Ohi da folle se lo incoglie;

Ma se al peggio volge il piede

Danno ed onta ne raccoglie.

Altrettanto accadde ad Ezzelino da Romano, il quale sulle mosse per dar di piglio all'armi quell'ultima volta, che restò sconfitto, chiese consiglio a' suoi se doveva passare il fiume, o nò, ed azzuffarsi co' nemici; ma nulla ostante che ne fosse dissuaso, rispose: So che giudicate meglio di me; ma io voglio passare; e così ad occhi aperti corse in bocca alla morte. Avendomi detto frate Giovanni da Castelvetro Ministro a Roma, quand'egli andava ad un Capitolo generale a Strasbourg, che frate Giovanni da Parma ex-Ministro Generale persisteva nelle sue vecchie dottrine, ed avendogli io lasciato credere che, se mi trovassi con lui, farei tanto da sperare di ritrarnelo, mi soggiunse: Vanne dunque a lui, che è nella mia provincia al convento di Greccio; (ove il beato Francesco il giorno della natività del Signore cantò il Vangelo e rappresentò la scena di Betlemme in un presepio col fieno e con un bambino); perocchè frate Giovanni elesse per suo soggiorno quel convento, quantunque possa andare dove vuole. E aggiunse quel Ministro della provincia di Roma, corri, t'affretta, scuoti quel tuo amico, perchè il beato Giacomo dice:Se alcuno di voi svia dalla verità, ed altri lo converte, sappia costui che chi avrà convertito un peccatore dall'errore della sua via, salverà un'anima da morte, e stenderà un velo sopra una moltitudine di peccati. Questo frate Giovanni da Parma però, che aveva molti nemici per cagione della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ebbe anche molti che, lo stimavano e l'amavano; tra' quali maestro Pietro di Spagna, sommo filosofo, logico, disputatore e teologo, che fatto Cardinale e poi Papa Giovanni XXI, mandò cercandolo, perchè lo riconosceva fornito di tante edesimie virtù. Volle dunque il Papa che stesse sempre alla sua Corte, e aveva stabilito di crearlo Cardinale, ma la morte gli tolse di mandare ad effetto il suo proponimento, poichè Papa Giovanni morì dopo non molto sotto le ruine di una camera. Anche Papa Innocenzo IV amava frate Giovanni come l'anima propria, e, quando andava da lui, lo ammetteva al bacio del volto, ed ebbe pensiero di farlo Cardinale, ma morì prima di nominarlo. Parimente Vattazio Imperatore Greco, avuta contezza della santità di frate Giovanni da Parma, mandò pregando Papa Innocenzo IV d'inviargli frate Giovanni Ministro Generale, sperando che per opera sua i Greci sarebbero tornati nel seno della Chiesa romana. E, frate Giovanni andatovi, Vattazio ne prese tanta stima e amore, che volle colmarlo di doni, che poi non furono accettati. Allora lo pregò di portare in mano un certo scudiscio ogni volta che col suo seguito cavalcava per la Grecia, e glielo diede. Ed egli pensando che dovesse servire per sollecitare il cavallo, l'accettò, memore di quel verso:

Nil nocet admisso (idest: veloci) subdere calcar equo.Se galoppa il caval più che veloce,Un nuovo sprone al cavalier non nuoce

Nil nocet admisso (idest: veloci) subdere calcar equo.

Nil nocet admisso (idest: veloci) subdere calcar equo.

Se galoppa il caval più che veloce,Un nuovo sprone al cavalier non nuoce

Se galoppa il caval più che veloce,

Un nuovo sprone al cavalier non nuoce

Vedendo dunque nelle sue mani quell'arnese, che era un emblema imperiale, tutti s'inginocchiavano, quando passava frate Giovanni, come usano i latini quando nella messa si fa l'elevazione del Corpo di Cristo; e facevano per lui e per il suo seguito le spese del viaggio. E, dopo tante onorificenze, Frate Giovanni ritornò al Papa, che lo aveva incaricato di quella missione. Vattazio fu l'Imperatore, a cui successe Paleologo, non perchè avesse secolui alcuna attinenza di parentela, ma occupò il trono per usurpazione, dopo avere ucciso il figlio di Vattazio. In un Capitolo provinciale celebratosi a Sens, conobbi quanto il Re di Francia, di buona memoria, S. Lodovico tenesse in venerazione frate Giovanni. E i tre fratellidel Re, ed il Cardinale della Corte romana Oddone, che in occasione di quel Capitolo pranzarono nel convento de' frati, tutti gareggiarono nel mostrargli la loro reverenza. Parimente trovandosi frate Giovanni in Inghilterra, ed essendosi fatto annunziare per una visita al Re nell'ora che era del pranzo, subito il Re s'alzò da tavola, discese di palazzo, in fretta gli andò incontro, lo abbracciò e lo baciò. Ed essendone rimproverato da' suoi cortigiani, perchè s'era abbassato troppo, correndo incontro ad un tale omiciattolo, il Re rispose: Io l'ho fatto per onorare Iddio e il beato Francesco, ed anche quest'uomo, di cui ho udito celebrare l'insigne santità, e che è un vero servo ed amico del Dio Sommo ed Eccelso, e non si degrada guari chi onora i servi di Dio; perocchè il signore disse loro; Chi riceve voi, riceve me. E fu bene accolta la risposta del Re, e lodaronlo della deferenza usata per un uomo tanto rispettabile. Questo Re fu il padre di Odoardo Re d'Inghilterra e passava per un sempliciotto; onde, un giorno che era a tavola co' suoi cavalieri, un giocoliere della Corte a udita di tutti disse: Ascoltate, ascoltate: Il nostro Re è simile a Gesù Cristo. Provò molta compiacenza il Re a udire che era assomigliato all'Uomo-Dio; ed insisteva perchè il giocoliere spiegasse in che egli fosse simile a Gesù Cristo (tanto il Re che il giocoliere parlavano francese, e sulle loro labbra suonava grazioso il volgare francese). Allora il giocoliere disse: Del Signor nostro Gesù Cristo si dice che tanta sapienza avesse al momento della sua concezione, quanta all'età di trent'anni; similmente il nostro Re è tanto sapiente ora, quanto lo era da bambino. Si turbò l'animo del Re, e sdegnato ordinò, a chi era presente, di far appendere il giocoliere alla forca. Ma quando que' cavalieri che erano presenti furono col giocoliere in disparte, non eseguirono il comando del Re; gli legarono soltanto una fune al collo, e lo fecero sollevare a braccia alquanto da terra,e gli dissero: partiti di qui intanto che si calmi l'ira del Re, e non infierisca su di noi e su di te. E ritornando a Corte dissero che avevano eseguiti appuntino gli ordini. Quando poi frate Giovanni da Parma era lettore a Napoli, prima che fosse Generale, e passò da Bologna, un giorno che era alla mensa della foresteria con altri forestieri, sopravvennero alcuni frati, e con violenza lo fecero alzare da tavola per condurlo a pranzare nell'infermeria. Ma vedendo egli che il suo compagno restava, nè era invitato a lasciare quella mensa, si volse al compagno stesso dicendogli: Io non mangerò in nessun luogo senza il mio compagno. La qual cosa fu giudicata una villania da parte di que' frati, ed una somma cortesia e grazia pel proprio compagno da parte di frate Giovanni. Un'altra volta, quand'era Generale e volle prendersi un po' di vacanze, venne al convento di Ferrara, dove io soggiornai sette anni; ed osservando che a fargli compagnia d'onore erano sempre invitati alla sua mensa, sì a pranzo che a cena, gli stessi frati, gli entrò in animo il sospetto che il Guardiano frate Guglielmo da Buzea, Parmigiano, avesse i suoi beniamini, e gliene spiacque. Ora, una sera, mentre si lavava le mani per andare a cena, il frate che lo dovea servire disse al Guardiano: Chi dovrò invitare stasera? A cui il Guardiano rispose: Chiamerai frate Giacomo da Pavia, frate Avanzo, e il tale, e il tale altro. E nota che c'era già stata intesa preventiva, perchè i prenominati s'erano già lavate le mani, e stavan già pronti a tergo del Generale, che li aveva già scorti. Allora, con tutto l'ardore dell'anima sua accesa dallo Spirito divino, cominciò a parlare come in parabola; così e così; chiamerai frate Giacomo da Pavia, chiamerai frate Avanzo, inviterai il tale e il tale altro; prendi per te dieci porzioni; questa è la fola dell'oca. All'udir questo parlare restarono confusi e ne arrossirono quelli che erano stati invitati alla mensa; e non ne rimase meno in vergogna il Guardiano,il quale disse al ministro: Padre, io invitava costoro a farvi compagnia d'onore, perchè io ne li reputava più degni. Ma il Ministro rispose: Forse che la divina Scrittura.......? Io udiva tutto essendo lì vicino. Allora ripigliò colui che dovea fare il servizio: Chi dunque ho da invitare? E il Guardiano: Prendi gli ordini dal Ministro. E il Ministro disse: Mi chiamerai i più umili fraticelli, perchè il far compagnia al Ministro è un ministero che tutti sanno farlo. Andò dunque il frate inserviente al refettorio, e chiamò i più umili e poveri fraticelli, dicendo: Il Ministro Generale invita voi a cenar seco, io vi comando a nome suo di andare immediatamente da lui; e così fu fatto. Perocchè frate Giovanni da Parma Ministro Generale, quando arrivava di passaggio ad un convento di frati Minori, voleva che sedessero seco a mensa anche i più poveri ed umili fraticelli, o tutti simultaneamente, ovvero divisi in gruppi, che si alternassero fra loro, perchè al suo arrivare godessero anch'essi qualche cosa, (prima, s'intende, che la sua foresteria fosse finita, cioè prima di mettersi a mangiare alla mensa comune in refettorio, alla quale, quando si fermava in un convento, era solito andare sempre, subito dopo che si era riposato dalla fatica del viaggio). Frate Giovanni da Parma fu persona accostevole a tutti, senza predilezione per nessuno; alla mensa, liberale e cortese assai, tanto che se aveva a tavola varie specie di vini scelti, ne faceva d'ogni specie mescere a tutti, acciocchè tutti godessero. La qual cosa era reputata cortesia e grazia distintissima. I compagni, che aveva frate Giovanni da Parma quand'era Ministro Generale, sono i seguenti: Primo, frate Marco da Montefeltro,[133]uomo onesto e santo, che ebbeuna longevità straordinaria; e fu compagno di frate Crescenzio, di frate Giovanni da Parma e di frate Bonaventura: Egli era di Modigliana,[134]ed è sepolto ad Urbino; la sua fama è cinta da fulgentissima aureola di miracoli. Modigliana è un castello nel distretto di Massa di S. Pietro: Urbino è città sui monti, per la quale si va a Cagli, che è la chiave della provincia della Marca d'Ancona, per dove si va ad Assisi, nella Valle di Spoleto, all'eremo del beato Francesco. Frate Marco fu anche Ministro Provinciale nella Marca d'Ancona, ove fu lodatissimo il suo ministero. Fu buon scrittore, rapido e chiaro, e per le fatiche che sopportò, servendo di compagno e da segretario di tre Ministri Generali, si meritò, e in un Capitolo generale si decretò, che alla sua morte ciascun sacerdote dell'Ordine celebrasse per l'anima sua una messa da morto. Morì poi l'anno del Signore 1284. Egli era mio specialissimo amico, ed amò tanto il Ministro Generale frate Bonaventura, che quando, dopo la morte di lui, gli tornavano a memoria le sue graziose maniere nel conversare e i suoi meriti letterari, per dolce commozione gli piovevan le lagrime dagli occhi. Eppure, quando frate Bonaventura Ministro Generale doveva predicare al clero, frate Marco gli si presentava e dicevagli: Tu sei come un mercenario; e non ricordi che, quando l'altra volta predicasti, non sapevi quel che ti dicessi? Ma spero che questa volta la non anderà così: E frate Marco gli parlava in questo modo per ispronarlo a predicar sempre meglio. Tuttavia frate Marco scriveva e voleva aver copia di tutti i sermoni di frate Bonaventura, il quale del resto, quando frate Marco gli parlava quel linguaggio ingiurioso, ne godeva per cinque motivi: 1.º perchè era uomo benigno e sapiente; 2.º perchè così imitava il beato Francesco; 3.º perchè era sicuro che frate Marco lo amavadi tutto cuore; 4.º perchè quel fare gli spegnerà ogni seme di vanagloria; 5.º perchè ne riceveva stimolo ad essere più accurato. Degli altri compagni di frate Giovanni diremo altrove a luogo opportuno. Così quando suonava la campanella che chiamava chi n'era incaricato dal convento, a mondare i legumi e gli erbaggi, frate Giovanni, anche quando era Ministro Generale, accorreva e lavorava cogli altri frati, come ho visto co' miei occhi; e perchè io aveva secolui famigliarità, gli diceva: Padre, voi fate quello che insegnò il Signore in Luca 22, ecc; e rispondeva: È così che noi dobbiamo esercitare la perfetta umiltà, e quella giustizia davanti alla quale dobbiamo essere tutti eguali. Parimente non mancava mai nè di giorno nè di notte all'ufficio ecclesiastico, specialmente poi al mattutino, al vespro e alla messa conventuale; checchè il guardacoro gli accennava, subito lo eseguiva, intonare antifone, cantare lezioni e responsorii, e dire le messe conventuali. Nel convento di Lione, come ho veduto io, predicò due volte ai frati nel Giovedì Santo; una volta la mattina, e l'altra volta all'ora che gli fu prefissa, ed eranvi ad ascoltarlo Vescovi e Ministri dell'Ordine nostro. E ciò avvenne quando Papa Innocenzo IV risiedeva a Lione co' suoi Cardinali. Il Venerdì Santo poi avrebbe officiato, se Guglielmo, Vescovo di Modena e Cardinale, non si fosse offerto di fare l'officiatura, a cui, come conveniva, cedette per gentilezza. Nel Sabato Santo il guardacoro gli accennò di cantare l'ultima profezia e la cantò. Insomma era ricco d'ogni virtù, e, sin anche quand'era Generale, voleva fare le parti dell'amanuense per guadagnare di che vestirsi colle proprie mani. Ma i frati non glielo permettevano, perchè lo vedevano occupatissimo per il regime dell'Ordine, e quindi gli davano di buon grado tutto il necessario. Fu eletto Ministro Generale l'anno 1247 in un Capitolo generale adunatosi a Lione in Agosto, tempo in cui aveva ivi trasportata la sua residenza PapaInnocenzo IV. Governò lodevolmente dieci anni l'Ordine de' frati Minori; e anticipò l'ultimo Capitolo generale celebratosi sotto il suo Generalato, per affrettare il giorno delle sue dimissioni, non volendo più saperne d'essere Generale, e si tenne il giorno della Purificazione del 1257. I Ministri, i custodi ed i deputati soprassedettero un giorno intero senza dar corso a nessuno degli affari del Capitolo, perchè non volevano saperne di accettare le dimissioni. Allora entrato in Capitolo motivò, secondo che seppe meglio e volle, la sua deliberazione, e, quelli a cui spettava l'elezione, facendo ragione alla angustia, da cui era premuto l'animo di lui, quantunque a malincuore, gli dissero: Padre, voi che visitaste tutti i conventi dell'Ordine, e conoscete le virtù e le doti dei singoli frati, indicatene uno idoneo a questo ufficio, e sia vostro successore. E subito designò frate Buonaventura da Bagnorea; e aggiunse che uno più degno di quello non lo conosceva in tutto l'Ordine; e per voto unanime fu eletto. Pregarono poi frate Giovanni di tenere la presidenza del Capitolo fino alla sua chiusura, ed accettò. Il successore frate Bonaventura resse l'Ordine diciassette anni, e fece molto di bene. Frate Giovanni, esonerato dall'ufficio, andò ad abitare nel romitaggio di Greccio, dove il beato Francesco, il dì della Natività del Signore, aveva rappresentata la scena del presepio, di che è parlato estesamente nella sua biografia. Ed ivi frate Giovanni abitando, vennero due uccelli selvatici da una vicina boscaglia, grossi come oche, e fecero loro nido, deposero le uova, e covarono i pulcini sotto il tavolo che gli serviva a continuo studio, e da lui si lasciavano senza renitenza accarezzare. Ed andato un giorno a fargli visita un Vescovo, desiderò di avere, ed ebbe da lui per favore, uno di que' pulcini. Inoltre una mattina frate Giovanni, svegliato per tempissimo il suo camillo, perchè voleva dir messa, questi rispose che s'alzerebbe subito; ma siccome si trovava ancora mezzo trail sonno e la veglia, di nuovo cadde in preda al sopore. Dopo qualche tempo si risvegliò, si vergognò della sua sonnolenza, e, accorso alla chiesa, trovò che frate Giovanni diceva messa, e aveva un camillo in cotta, che lo serviva benissimo; e, finita la messa, senza dir verbo si ritirarono. Nel corso della giornata però frate Giovanni disse al suo camillo: sia tu benedetto, o figlio, perchè oggi mi hai servito messa con tanta attenzione e devozione, che son di credere avermi perciò Iddio conceduta la straordinaria consolazione, che oggi ho provato nel dir messa. A cui il camillo rispose: Padre, perdonate se quando mi chiamaste io era così vinto dal sonno che non potei accorrere prontamente a servirvi; e quando arrivai vidi che altri vi serviva. Eppure io so che non c'è nel convento nessun forestiero, ed ho interrogato ad uno ad uno tutti i frati di casa se mai alcuno di loro vi avesse servito alla messa, ed ognuno ha risposto che no. A cui frate Giovanni rispose: Io credeva che fossi tu, ma chicchè sia stato, sia egli benedetto, e sia benedetto il nostro Creatore in tutti i suoi doni. Molte altre bellissime e buonissime cose vidi, udii e conobbi di Frate Giovanni da Parma, già Ministro Generale, degne di essere tramandato ai posteri, ma che passo in silenzio, sia per brevità, sia perchè mi affretto a parlare d'altro, sia perchè la Scrittura dice nell'Ecclesiastico 11.Prima che muoia non lodare nessun uomo. E frate Giovanni vive tuttora, sebbene carico d'anni, ed ora, che questi fatti affido alla carta, volge l'anno del Signore 1284, giorno successivo alla festa dell'invenzione di S. Michele, anno IV del Pontificato di Martino IV, indizione 12, mese di Maggio, martedì. Il padre di frate Giovanni si chiamò Alberto Uccellatore perchè si dilettava di andare a caccia d'uccelli, e ne faceva professione. Dunque, come più su è stato detto, gloriandomi io in Arles, al cospetto di frate Giovanni d'aver ricevutola facoltà di predicare a Lione da Papa Innocenzo IV, il mio compagno frate Giovannino dalle Olle soggiunse: Preferirei d'averla dal Ministro Generale anzichè da un Papa qualunque; e se è necessario passare sotto la prova di un esame, ci esamini frate Ugo, e alludeva a quell'illustre Ugo Provenzale, che si trovava allora nel convento di Arles in occasione dell'arrivo del Ministro Generale, di cui era intimo amico. Ma frate Giovanni rispose: Non permetto che vi esamini frate Ugo vostro amico, che sarebbe vosco indulgente; chiamatemi invece il lettore e il ripetitore di questo convento. Chiamati, accorsero, e il Generale disse loro: Ritiratevi in disparte con questi due frati e sottoponeteli ad esame sulle materie e sull'arte del predicare; e riferitemi se meritano di avere facoltà di predicare. E a me la conferì, al mio compagno la negò, perchè era ignorante. Il generale tuttavia gli disse: Ciò che si differisce, non è perduto; studia, o figlio mio, e dammi la consolazione di prepararti a rispondere meglio a chi ti esaminerà. In quel frattempo arrivarono due frati Toscani; uno di Prato, frate Gherardo fratello di frate Arlotto, ed uno da Colle[135], frate Benedetto, che andavano a studio a Tolosa. Eglino erano allora diaconi ed erano buoni scolari, ed avevano studiato meco più anni nel convento di Pisa. Essi, volendo partire all'indomani, mandarono frate Marco dal Generale, di cui era compagno, a pregarlo che volesse conferire loro la facoltà di predicare, e di essere promossi al sacerdozio. Quella sera il Generale recitava compieta, ed io solo era con lui quando in quel momento arrivò frate Marco, e interruppe la nostra compieta per fare la sua ambasciata. Ma il Generale col calore e coll'enfasi di quello spirito, che soleva avere quando gli pareva d'essereeccitato da zelo divino, rispose a frate Marco suo compagno: Fanno male que' frati, ed è impudenza domandar tanto, mentre l'Apostolo dice:Nessuno arroghi a se stesso gli onori. Ecco: Essi sono or or partiti dal Ministro loro, che conosceva la loro abilità, e poteva loro conferire quanto domandano a me; vadano dunque a Tolosa, dove sono mandati a studiare, ed imparino, che ivi non sono necessarie le loro prediche; a tempo debito potranno ottenere quello che desiderano. Allora frate Marco, vedendo il Generale conturbato, diede un'altra piega al discorso e disse: Padre, dovete credere che non eglino mi hanno mandato, ma frate Salimbene può avermi detto ch'io parlassi a voi per loro. E il Generale di rimando: Frate Salimbene è sempre stato quì con me a recitare compieta; quindi son certo che non ha dato a te questa incumbenza. Si ritirò adunque frate Marco dicendo: Così volete, così si faccia. Io mi accorsi che frate Marco non aveva accolta con animo sereno quella risposta; e, finita la compieta, andai per confortarlo, e mi disse: Frate Salimbene, ha fatto male frate Giovanni a farmi diventar rosso la faccia, e non ascoltare la mia preghiera per sì poca cosa. Anch'io fatico per l'Ordine nostro, sono suo compagno e segretario, sebbene io mi trovi in età avanzata. È vero che sono partiti or ora dal loro Ministro, che li conosce a pieno, e appunto perchè li conosce buoni di indole e di ingegno li manda a studio a Tolosa, perchè vadano poi a Parigi. Ma questi frati gradivano più d'avere la facoltà di predicare dalla santità e dignità di frate Giovanni, che da frate Piero da Cori[136]loro Ministro. Volevano poi essere promossi al sacerdozio perchè la città di Pisa, dove abitarono, da trent'anni, come sapete, è interdetta delle ufficiature ecclesiastiche, avendo i Pisani fattoprigionieri in mare molti Cardinali ed altri Prelati, e per giunta occupano di forza sui monti dieci castelli del Vescovo di Lucca, ed hanno invaso la Garfagnana contro la volontà della Chiesa. (La Garfagnana è un territorio montano tra il Lucchese e il Lombardo). Laonde, trovandosi eglino a Pisa, non si presero pensiero della promozione al sacerdozio; ma ora desidererebbero d'esser fatti preti per dir messa pe' vivi e pe' morti ed essere più utili ai frati, presso i quali si recano; e questi giovani se lo avrebbero in tutta loro vita per un benefizio, ed ora sarebbero riconoscenti della grazia se l'avessero conseguita; e sallo Iddio con qual rossore sulla fronte mi presento a loro per annunziare che sono state vane le mie preghiere. A cui io breve risposi e dissi: Mi piacciono le tue considerazioni più che la risposta del Generale; ma abbi pazienza, chè la pazienza per l'uomo è perfezione. Quella sera stessa il Generale fece chiamar me e il mio compagno, e ne disse: Figliuoli; spero di partirmi presto da voi, perchè mi sono proposto di fare una visita ai frati della Spagna. Perciò sceglietevi un convento, qualunque esso sia fra tutti quelli dell'Ordine, ove vi piaccia andare, eccetto però quello di Parigi, e là vi manderò; avete tempo tutta notte a pensare, a scegliere, a deliberare; domani me ne farete cenno. E l'indomani al primo incontrarci, ne disse: Quale deliberazione avete presa? quale scelta avete fatto? A cui io risposi: Nulla deliberammo a proposito della scelta d'un convento ove andare per non essere noi stessi la causa del nostro dolore; ci rimettiamo al vostro volere; mandatene ove a voi piace, e noi obbediremo. Accolta per virtuosa la nostra risposta, ne soggiunse: Andatene ve dunque al convento di Genova, ove vi troverete in compagnia di frate Stefano Inglese, che manderò colà. Intanto scriverò al Ministro e a que' frati, che vi usino que' riguardi che userebbero a me stesso; e che tu, frate Salimbene, sia promosso al sacerdozio, e il tuo compagnoGiovannino al diaconato. E quando verrò là, se vi troverò contenti, n'avrò tanta consolazione, se no, troverò modo di contentarvi; e tutto fu fatto. Poi quel giorno stesso il Generale disse a frate Ugo amico suo: Che ne dite, frate Ugo? Dobbiamo andarcene insieme in Ispagna per adempire il consiglio dell'Apostolo? E frate Ugo rispose; Anderete voi, Padre; io desidero chiudere i miei giorni nella terra de' padri miei. E subito lo accompagnammo alla barca che l'aspettava sul Rodano. Era la festa di S. Michele, dopo nona, e, datone l'addio, si mosse per arrivare in giornata a S. Egidio. Noi per mare andammo a Marsiglia, ove trovammo frate Stefano Inglese, che mi pregò di dire al Guardiano che per la festa del beato Francesco avrebbe predicato volentieri al clero e ai frati. Ma il Guardiano rispose che l'avrebbe udito di molto buon grado, se non avesse temuto di fare uno sfregio al Vescovo, che doveva andare a rendere quella festa più solenne del solito. Passata la solennità del beato Francesco, prendemmo il mare e andammo a Jeres, al convento di frate Ugo; e frate Stefano, che non potè trovare imbarco col suo compagno s'avviò per terra al convento di Genova. Io poi ed il mio compagno facemmo sosta a Jeres per godere la compagnia di frate Ugo, dalla festa del beato Francesco sino al giorno d'Ognissanti. Ed io era ben lieto dell'occasione di starmi in conversazione di frate Ugo, col quale tutta la giornata si parlava della dottrina dell'Abbate Gioachimo. Perocchè egli ne possedeva tutte le opere pubblicate, era uno de' suoi più caldi seguaci, uno de' chierici più illustri del mondo per scienza e santità incomparabile. Tuttavia io era in dispiacere perchè il mio compagno era malato morto e non voleva aversi riguardi, e per l'una parte l'inverno rendeva più difficile la navigazione, e per l'altra, quell'anno, il soggiorno di Jeres era malsano pel vento marino, ed anch'io, non malato, appena poteva respiraredi notte, anche stando all'aperto. Ma la notte si udivano lupi a torme ululare, e li ho uditi più volte; perciò dissi al mio compagno, che era un giovane sempre inchiodato nelle sue idee: Tu non vuoi averti riguardi da ciò che ti fa male, e sempre fai ricadute. Io riconosco questo paese molto insalubre, e non vorrei morire ora, perchè vorrei arrivare a vedere le cose che predice frate Ugo. Perciò sappi che, se trovo tra' nostri frati una compagnia che mi garbi, partirommi con quella. Allora rispose: Mi piace la proposta, verrò anch'io con te; ma si arrese perchè sperava che nessun frate fosse per mettersi in viaggio con noi. Quand'ecco, per grazia di Dio, subito presentarsi un certo frate Ponzio, sant'uomo, che aveva dimorato con noi nel convento di Aix, ed andava a Nizza, del cui convento era stato eletto Guardiano. Quando ci vide, mostrossi tutto festoso, e gli dissi: Vogliamo venir con voi, giacchè noi dobbiamo andare a Genova. Egli se ne mostrò molto lieto, e disse: Vado subito a procurarmi un imbarco. L'indomani, dopo il pranzo, ci recammo alla nave, che era distante dal convento dei frati un miglio. Ma il mio compagno non voleva seguirmi. Veduto però ch'io assolutamente partiva, si licenziò dal Guardiano del convento, e, dopo noi, si mise in via. E dandogli io la mano per aiutarlo a salire a bordo, si trasse indietro, come io gli facessi orrore, e disse: Non sia che tu mi tocchi, tu che non mi hai serbata nè fede, nè buona compagnia. Ed io di rimando: Miserabile, sii riconoscente alla bontà di Dio verso di te, la quale mi ha rivelato che se tu fossi rimaso qui, ne saresti morto. Ma egli era tanto protervo che non aggiustò fede alle mie parole finchè il morbo colla sua gravità non glielo fece intendere. Difatto tutto l'inverno non potè liberarsi dalla malattia, che aveva contratta in Provenza. .... e mi imbarcai il giorno di S. Mattia, e, da Genova al convento di frate Ugo, navigai quattro giorni; e trovai mortie sepolti sei frati di quel convento; primo de' quali il Guardiano, che aveva accompagnato alla nave il mio compagno; un altro fu frate Guglielmo da Pertuis[137], eccellente predicatore, che una volta aveva soggiornato nel convento di Parma, ed altri quattro che non è necessario nominare. Quando poi, al mio ritorno al convento di Genova, dissi al mio compagno che erano morti i suddetti frati, mi rese molte grazie d'averlo tratto dalle fauci della morte. Finalmente guarì, e dopo alcuni anni andò in una provincia d'oltremare, (quell'anno in cui per la seconda volta partì per una crociata il Re di Francia) e andò a Tunisi, ove fu fatto custode, e, come custode, venne poi ad un Capitolo generale celebratosi ad Assisi, in cui fu creato Ministro Generale frate Bonagrazia, e fu distribuita ai frati una chiosa della Regola. E avendo poi i cristiani che erano in Egitto prigionieri dei Saraceni mandato a pregare Papa Nicolò III che per amore di Dio inviasse loro un buono ed adatto sacerdote, a cui potere confidenzialmente confessare i proprii peccati, il Papa incaricò il Ministro Generale di designare un frate, ed il Generale Bonagrazia volle che quel sunnominato mio compagno, in virtù di salutare obbedienza, e per la remissione di tutti i suoi peccati, andasse dai prigionieri cristiani, che erano in Egitto. Egli poi ottenne dal Ministro Bonagrazia di poter venire al primo Capitolo generale, e poscia andare nella provincia di Bologna, alla quale a principio apparteneva. Ed ogni cosa fu fatta a dovere. Perocchè e per opera sua e coll'aiuto d'altri ne venne molto di bene a quei cristiani. E vide il rinoceronte, e la vigna del balsamo, e portò manna in un vaso di vetro, ed acqua della fontana di S. Maria, senza la cui irrigazione la vigna del balsamo non può fruttare, e portò seco pezzi del legnodel balsamo, e molte altre cose nuove per noi, e le faceva vedere ai frati; e riferiva come i prigionieri cristiani erano trattati dai Saraceni, i quali li fanno scavare le fosse de' loro castelli, e asportarne la terra in corbelli, e non si danno loro che tre piccoli pani per testa al giorno. Dopo dunque che fu celebrato il primo Capitolo generale in Alemagna, a Strasbourg, al quale egli era intervenuto, fu colto da morte nel primo convento che trovò sulla via del suo ritorno presso Strasbourg, e rifulse per miracoli che operò. Tale era frate Giovannino dalle Olle di Parma, che appartenne alla provincia di Romagna, ossia dell'Esarcato Greco, alla provincia di Bologna, e alla provincia di Terra Santa; e fu mio compagno in Francia, in Borgogna, in Provenza e nel convento di Genova; scrittore buono, buon cantore, buon predicatore, buono, onesto ed utile uomo, la cui anima riposi in pace. Nel convento ove morì v'era un frate minore malato di malattia incurabile, per quel che ne san fare i medici, il quale si diede a pregare Iddio affinchè per amore di frate Giovannino volesse concedergli piena salute, e subito guarì. Ho udito raccontarlo da frate Paganino da Ferrara, che era presente. Trovandomi io adunque con lui e con frate Ponzio, nuovo Guardiano di Nizza, quel giorno stesso che lasciammo frate Ugo e Jeres, approdammo a Nizza, che è città sul mare; e vedemmo ed imparammo a conoscere frate Simone Pugliese da Montesarchio[138], che era procuratore dell'Ordine alla Corte pontificia, che allora aveva residenza a Lione. Egli voleva andare a Genova ed aspettava al lido in compagnia del refettoriere di Lione, se mai potessero trovare una nave a loro conveniente, e dissi loro: Noi la nostra nave l'abbiamo già noleggiata, e domani prenderemo il mare. Ed eglino se ne congratularono con noi.Tutta la giornata seguente e tutta la notte si navigò, e al primo mattino si entrò in porto a Genova, che è presso il mare, ed era una domenica. I frati, quando ci videro, ne fecero i loro rallegramenti, e mostrarono di gradire il nostro arrivo; ma in ispecie frate Stefano Inglese, che era lettore, cui poscia il Ministro Generale mandò a Roma, come gli aveva promesso, e vi fu lettore, e vi morì col suo compagno frate Iocelino, dopo che ebbero appagato il loro desiderio di vedere la città eterna co' suoi santuarii; e allora era Ministro di quella provincia frate Giacomo da Iseo[139]. Nel convento di Genova, quando vi arrivai, c'era anche frate Taddeo Romano, già canonico di S. Pietro di Roma; era vecchio, vecchissimo, e dai frati stimato per santo. Altrettanto è da dire di frate Marzio da Milano, che era stato Ministro, e di frate Rabuino di Asti. Questi era stato Ministro della provincia di Terra di Lavoro e della provincia della Marca di Treviso, ed aveva soggiornato a lungo con frate Giovanni da Parma nel convento di Napoli. Nel Capitolo di Lione si adoperò a far nominare Generale frate Giovanni da Parma, sollecitandone i frati; e Iddio appagò il suo desiderio. Trovai pure a Genova frate Bartolino custode del convento, che poi fu Ministro; frate Pentecoste, santo uomo; e frate Matteo da Cremona, anch'egli un santo; i quali tutti ne usarono gentilezze e carità. Il Guardiano poi diede a me due tonache, una più fina, l'altra meno, ed altre due parimente ne diede al mio compagno. Il Ministro, frate Nantelmo da Milano, che era stato lettore, uomo santo e consacrato a Dio, disse che m'avrebbe procurato qualunque piacere e grazia gli avessi mostrato di desiderare, e delegò frate Guglielmo Piemontese suo compagno, uomo valente in letteratura e santo, ad insegnarmi a dir messa ed a cantare. Tutticostoro salirono già da questo mondo al Padre eterno; e i loro nomi sono scritti nel libro della vita; chè buona e lodatissima fu sempre la loro condotta. Non ho mai visto uomo che, più di frate Nantelmo Ministro di Genova, si assomigliasse a frate Vitale Ministro di Bologna, sia nella persona che nel carattere, ne' costumi, in tutto; ed era molto nella grazia di frate Giovanni da Parma. In questo anno 1248 era a Genova un Vescovo di Corsica, che era stato monaco nero dell'Ordine di S. Benedetto, piacentino per padre, e parmigiano per madre, la quale era della famiglia degli Scarpa. Rè Enzo, o Federico suo padre ex Imperatore, lo aveva fatto espellere dalla Corsica, che è vicina alla Sardegna, in odio alla Chiesa, e dimorava a Genova, ed era ridotto a fare l'amanuense per guadagnarsi il vitto, e ogni dì veniva alla messa dei frati Minori, e dopo andava in iscuola ad ascoltare la lezione di frate Stefano Inglese. E causa dell'espulsione fu che l'Imperatore Federico aveva dato ad Enzo od Enrico, suo figlio illegittimo, una donna Sarda in moglie, che si chiamava Donzella. Questo Vescovo adunque mi consacrò Sacerdote nella chiesa di S. Onorato, che ora è annessa al convento de' frati Minori di Genova, ma allora non apparteneva ai frati; chè quantunque fosse eretta su di un'area che era di proprietà dei frati, pure l'aveva occupata un prete e la teneva senza che avesse parrocchiani. Quando i frati si coricavano nelle loro celle dopo il mattutino per riposare, quel buon uomo, colle sue campane, non li lasciava posare; ed ogni notte era di quella. Per cui i frati del convento di Genova seccati troppo, si adoperarono presso Papa Alessandro IV per avere quella chiesa, e la ebbero. Ma quando Papa Alessandro canonizzò S.ª Chiara, nella celebrazione della prima messa di detta Santa, recitatane l'orazione, gli si avvicinò quel sacerdote e disse: Per amore della beata Chiara, Padre, vi prego di non privarmi della chiesa di S. Onorato. Eil Papa, toltegli dalla bocca le parole, in suo dialetto cominciò a dire ripetutamente: Per amore di S.ª Chiara voglio che la abbiano i frati; e lo ridisse tante volte che pareva quasi un pazzarello; e quel prete, udendo quella risposta e in tal modo data, sospirò e partissene. Nel tempo in cui io abitai a Genova, eravi pure un Arcivescovo, basso di persona, molto vecchio e avaro, e sul conto suo correvano anche altre sinistre voci; si diceva cioè che non fosse in tutto cattolico. Egli un giorno convocò nel suo palazzo il clero regolare e secolare, quasi volesse fare un sinodo, ma lo scopo vero era quello di ascoltare, come desiderava, un'orazione di frate Stefano Inglese dell'Ordine de' Minori, poichè l'aveva sentito lodare altamente per celebre oratore ed illustre chierico. Vi fui anch'io, e riferisco quanto ho udito. Primo fu egli a predicare; dopo di lui non permise che altri parlasse tranne frate Stefano, il cui sermone magnificò con lodi. Encomiò frate Stefano anche per la sua scienza, bontà, onestà e santità di vita, aggiungendo che un chierico tanto illustre aveva onorato assai la città di Genova venendo dall'Inghilterra in Italia, e che, se egli fosse stato ancor giovane, avrebbe volentieri, ogni volta che l'avesse potuto, assistito nella scuola alle lezioni di lui. Poi fece i suoi elogi al Vescovo di Corsica come religioso, e santa ed onorata persona, e come distintamente abile a leggere, scrivere, porre in carta le note musicali, cantare, e come rispettabile per ogni maniera di virtù; ed aggiunse che era povero, perchè l'Imperatore lo aveva cacciato dal suo episcopio, e raccomandò a tutti che lo aiutassero in ogni possibile maniera. Vi fu chi osservò che l'Arcivescovo con questa raccomandazione fece vergogna a sè stesso, perchè egli doveva soccorrere un Vescovo bisognoso tenerlo presso di sè nella sua Corte, e n'avrebbe avuto merito, premio ed onore. Ma Seneca dice:L'avarizia del vecchio è simile ad un mostro.Parimente Marziale Coco dice:


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