Miramur iuvenes largos, vetulosque tenaces;Illis cum multum; his breve restat iter.
Miramur iuvenes largos, vetulosque tenaces;Illis cum multum; his breve restat iter.
Miramur iuvenes largos, vetulosque tenaces;
Illis cum multum; his breve restat iter.
È un fatto in vero sovra ogni altro stranoChe scialacqui il garzon lunge da morte,E ammassi poi con appetito insanoChi già del cimiter bussa alle porte.
È un fatto in vero sovra ogni altro stranoChe scialacqui il garzon lunge da morte,E ammassi poi con appetito insanoChi già del cimiter bussa alle porte.
È un fatto in vero sovra ogni altro strano
Che scialacqui il garzon lunge da morte,
E ammassi poi con appetito insano
Chi già del cimiter bussa alle porte.
Doveva dunque il ricco Arcivescovo tenere in casa sua il povero Vescovo, e dire con Giacobbe Genesi 22º ecc; ma la sua avarizia e tirchieria ne lo dissuase: e dopo la mia partenza da Genova seppi poi che l'avevano ucciso. Simile a lui per avarizia ed esosità era il Vescovo di Ferrara. Tanto che, quando il Patriarca di Gerusalemme, arrivato a Ferrara d'oltremare, in viaggio per recarsi alla Corte pontificia a trattare di suoi affari, lo pregò di ospitarlo una notte nel suo episcopio, n'ebbe un rifiuto. Ma arrivato a Corte, e, fermatovisi alquanto tempo, vi fu eletto Papa. Questi fu Urbano IV oriondo di Troyes; e scrisse al Vescovo di Ferrara una lettera di questo tenore: Sappi che ora io sono Papa, e non avendomi tu voluto accogliere come ospite, quantunque l'Apostolo dica: Il Vescovo deve essere ospitale, dell'avarizia e tircheria tua potrei ricambiartene a misura del merito ecc. Non si è però mai saputo che il Papa ne lo abbia punito. Tuttavia egli rimase sotto il peso di una continua trepidazione, che gli valse per una non piccola punizione. Il Vescovo suaccennato era oriondo di Brescia, medico, poi Vescovo di Piacenza. Finalmente andò a Roma, ove ne ottenne il Vescovado di Ferrara. A Piacenza teneva in casa due frati Minori, a cui per avarizia dava un vitto meschino. Nell'anno 1248 Papa Innocenzo IV, che risiedeva a Lione co' suoi Cardinali, mandò frate Simone da Montesarchio, procuratore dell'Ordine dei frati Minori, di cui ho parlato più su, in Puglia, perchè sottraesse il regno di Puglia e di Sicilia dal dominio di Federico Imperatore deposto; e molti di quegli abitanti volse ad abbracciare il partito della Chiesa. Ma finì chel'Imperatore lo fece prendere, e gli fece subire diciotto torture, sostenute tutte da quel frate con una fiera rassegnazione, senza che i tormentatori potessero estorcere nulla dalle sue labbra, tranne che lodi a Dio; e Iddio operò per intercessione di lui molti miracoli, e voglia il cielo che sia intercessore anche per noi, e così sia. Questi fu mio amico e venne meco dal Papa alla Corte di Lione, e passando da Nizza a Genova per mare, ci raccontammo molti fatti. Era di statura mezzana e bruno, somigliante a S. Bonifacio, uomo sempre allegro e intraprendente, di buona vita e sufficiente coltura letteraria. Vi fu anche un altro frate Simone, detto della Contessa, cui Iddio rese illustre, cingendolo di una raggiante aureola di miracoli; e frate Giovanni da Parma lo fece Ministro della provincia di Assisi, nella vallata di Spoleto. Questo fu mio intimo amico nel convento di Marsiglia, l'anno in cui il Re di Francia andò la prima volta oltremare, cioè l'anno 1248, anno in cui i fuorusciti di Reggio, partigiani della Chiesa, presero di viva forza tutti i castelli della montagna; e i Parmigiani ricuperarono Bibbianello[140], Cavriago[141], Guardasone[142]e Rivalta[143], e infierì anche una estesa moria, della quale restò vittima l'Abbate di S. Prospero di Reggio. Lo stesso anno l'Imperatore già deposto riconquistò Vercelli; e fu uccisoBonacorso da Palù; e furono mandati ostaggi in Puglia Ruzinente di Reggio e Maravone e molti altri Reggiani. Il Re Enzo, che allora occupava la città di Reggio, fece aprire un gran cavo verso la Scalopia[144]sino al Po; e il Vescovo di Tripoli, che era de' Roberti di Reggio, morì in Parma, e fu sepolto nella Basilica cattedrale, che è dedicata alla Beata Vergine; e Bernardo di Rolando dei Rossi da Parma, cognato di Papa Innocenzo IV, fu preso e ucciso dagli imperiali, perchè, tornando da Fornovo, il suo cavallo incespicò e cadde a terra. Che se l'Imperatore l'avesse avuto in mano vivo......... e la guerra era grossa. L'Imperatore aveva il suo quartiere a Cremona, e faceva spesso sue scorrerie sull'Agro parmigiano, e si soffermava talora ne' dintorni di Parma co' suoi tedeschi ed altri di parte sua, spiando l'occasione di vendicarsi de' Parmigiani, che l'avevano cacciato in fuga, e distrutta Vittoria sua città, costrutta presso Parma, in una località chiamata Grola. E in quel tempo teneva la signoria di Modena, Reggio e Cremona, mentre que' cittadini di queste città, che parteggiavano per la Chiesa, vagolavano al di fuori schivando sempre le strade. Nell'anno suindicato Lodovico Re di Francia passò il mare per battere i Saraceni d'Oriente, e prese loro Damiata;[145]; i Bolognesi assediarono Bazano, castello de' Modenesi, lo espugnarono e lo occuparono il giorno 6 di Luglio. Così la Chiesa, mentre era allora Legato in Lombardia Ottaviano Cardinal diacono, ricuperò le Romagne e riacquistò quasi tutta la Marca d'Ancona. Nell'anno predetto, come già accennai, Lodovico Re di Francia co' suoi trefratelli, coll'esercito e con una innumerevole caterva di volontarii, tutta gente del volgo, verso la Pentecoste, presa la croce, incominciò il suo viaggio e passò il mare per debellare i Saraceni e ricuperare Terra Santa. E a prima giunta occupò Damiata; ma poi, per le colpe dei Francesi, restò ucciso Roberto secondogenito fratello del Re, ma non mancò di colpa il Re stesso, perchè, inebbriato dalla fortuna del primo fatto d'armi, ciecamente credette di avviluppare tutti i Saraceni, e d'un colpo solo distruggerli tutti. Nella vallata di S. Giovanni di Morienna (che si stende da Susa in Lombardia sino a Lione, tra la città di Grenoble e il castello di Ciamberì) ad una lega di distanza da Ciamberì vi è una pianura, che si chiama propriamente valle di Savoia, sopra la quale alzava il capo un monte altissimo, che in quell'anno una notte franando ingombrò, anzi otturò, la valle; e quella frana si vede ancora lunga una lega, e larga una e mezzo, e sotto vi restarono sepolte sette parocchie con quattromila abitanti. Quando accadde questo disastro io era a soggiornare nel convento di Genova, ove udii la voce che ne correva; ma l'anno dopo passai per quella contrada, cioè per Grenoble, e me ne accertai. Dopo tempo poi, abitando io nel convento di Ravenna, ne interrogai frate Guglielmo Ministro Provinciale di Borgogna, che passò da Ravenna per andare ad un Capitolo generale, e ne scrissi fedelmente e veracemente tutto quello che ne seppi.
L'anno del Signore 1249, dimorando io nel convento di Genova, il Ministro frate Nantelmo volle ch'io mi recassi dal Ministro Generale per affari della provincia di Genova. M'imbarcai il giorno di S. Mattia Apostolo, e in quattro giorni arrivai a Jeres al convento di frate Ugo. Egli al vedermi fece vivissima festa, ed, essendo Vicario del Guardiano, pranzò con me e col mio compagno come in famiglia, senza che nessun altro vi fosse presente,tranne il frate che ne serviva; e ne fece imbandire un pranzo di pesci di mare e d'ogni altra cosa lautissimo. Eravamo al principio di quaresima; e il mio compagno, che era Genovese, e i frati di quel convento fecero le meraviglie per la famigliarità e dimestichezza usatami, sapendo che frate Ugo non era uso pranzare in quelle ricorrenze in compagnia d'alcuno; forse perchè era quaresima. Durante il pranzo si parlò molto di Dio, della dottrina dell'Abbate Gioachimo, e delle cose future; e seppi, come più sopra ho detto, che erano morti in quel convento sei frati, che, circa al dì d'Ognissanti, io vi aveva lasciati vivi e sani. E, quando io partii da Genova, vi era vicino alla sagristia un mandorlo fiorito; ed in Provenza vidi le mandorle grosse col mallo verde; trovai anche fave grosse e fresche ne' baccelli. Dopo pranzo mi avviai alla volta del Ministro Generale, che, dopo il tempo necessario pel viaggio, trovai in Avignone, reduce dalla Spagna, d'onde era stato richiamato da Papa Innocenzo IV, residente allora a Lione, per affidargli una missione presso i Greci, i quali si sperava di ricondurre, coll'aiuto di Vattacio, in seno della Chiesa romana. Avignone è una città della Provenza, non lunge dal Rodano, nella quale in processo di tempo morì frate Bonagrazia Ministro Generale. Poscia andai a Lione col Ministro Generale stesso, e quando arrivammo a Vienna, incontrammo il nunzio, che Vattacio aveva mandato al Papa, per domandargli la missione del Ministro Generale in Grecia. Quel nunzio era un frate de' Minori, e si chiamava col mio nome, frate Salimbene, ed era Greco per parte di un genitore, latino per parte dell'altro, e, per laico, parlava benissimo il latino classico, e conosceva benissimo anche quella lingua latina e greca che si parla volgarmente; e il Generale lo condusse seco a Lione. Presentatosi il Generale all'udienza, il Papa lo ammise al bacio del volto, e gli disse: Iddio ti perdoni, o figlio, il tuoindugio; e perchè non venisti a cavallo per arrivare più presto? forse perchè non posso farti le spese della cavalcatura, tu non la prendesti? E frate Giovanni: Padre, veduta la vostra lettera, m'affrettai quant'era possibile, ma i frati pe' cui conventi io passava, avevano bisogno di consigli e m'intrattenevano. E il Papa gli disse: Frate Giovanni, abbiamo buone notizie; pare che i Greci siano proclivi ad accordarsi colla Chiesa Romana. Laonde vorrei che tu ti recassi tra loro con buona compagnia di frati del tuo Ordine, e può essere che Iddio per opera tua si degni concederne questa consolazione. Per parte mia ti sarà concessa ogni grazia che domanderai. A cui frate Giovanni di rimando: Padre, non mancherà chi obbedisca, quando non manchi chi comandi. Io sono prontissimo, e non mi conturba il pensiero del grave incarico d'eseguire i tuoi comandi. E il Papa: Sia tu benedetto, o figlio, la tua risposta è saggia e santa. Era allora a Lione il lettore di Costantinopoli frate Tomaso, oriondo Greco, dell'Ordine de' Minori, che era un sant'uomo e parlava benissimo il greco ed il latino. Il Generale lo prese per condurlo seco in Grecia, perocchè appunto per questo scopo lo aveva mandato Vattacio. Condusse seco anche frate Drudo, Ministro della provincia di Borgogna, nobil uomo, bello, letterato, santo, lettore dottissimo in teologia, che ogni giorno voleva predicare ai frati. Prese pure con sè frate Bonaventura d'Iseo, uomo famoso e Ministro da molto tempo in diverse provincie; e condusse in sua compagnia molti altri frati di distinta abilità, cui ora non occorre nominare. Finita la settimana di Pasqua, si mosse da Lione. Eravi allora a Lione anche frate Ruffino, Ministro di Bologna in compagnia di frate Bonaventura di Forlì e di frate Bassetto. E frate Ruffino Ministro mi disse: Io ti ho mandato in Francia a studiare perchè tu fossi onore e splendore della mia provincia, e tu andasti a soggiornare a Genova; sappi cheme l'ho avuto per male assai, poichè pel lustro della mia provincia mi do cura di far venire a Bologna frati studiosi sin anche da altre provincie. Ed io risposi: Padre, perdonatemelo, io non avrei creduto che ve ne offendeste. Ed egli di rimando: Te lo perdono, purchè tu prometta, quì, subito, per iscritto, di obbedire e ritornare col tuo compagno, che è a Genova, alla provincia di Bologna, a cui eri già addetto. Così fu fatto; e di quest'ordine di obbedienza nulla seppe il Generale finchè stette a Lione. In quel tempo era a Lione anche frate Rainaldo di Arezzo della provincia di Toscana, che era venuto dal Papa per farsi dispensare dall'accettare un Vescovato che gli era stato conferito. Ed era quel di Rieti, ove, essendo lettore al tempo in cui morì il Vescovo di quella diocesi, i canonici per l'alta opinione che avevano di lui, lo elessero ad unanimità per loro Vescovo. Ma Papa Innocenzo, informato della scienza e santità di lui, non solo non volle dispensarlo, che anzi, giusta il parere de' suoi fratelli i Cardinali, gli comandò di sobbarcarsi a quell'ufficio. Dopo poi, ed io era ancora a Lione, gli fece l'onore di consacrarlo egli in persona. Poscia io presi la via di Vienne, distante da Lione 15 miglia; in seguito passai per Grenoble, attraversai la valle del Conte di Savoia, ed ebbi notizie particolari della frana, e della ruina di quel monte, ed entrai in una chiesa, che aveva per titolare S. Gherardo, la quale era piena di camicie da ragazzi. Continuando il mio viaggio arrivai ad Embrun[146], dove era Arcivescovo un Piacentino, che ogni giorno voleva avere commensali due frati Minori, e faceva sempre apparecchiare anche per loro alla sua tavola, e li serviva d'ogni vivanda, che a lui si portava; e quando non aveva a pranzo i frati Minori, quel tanto che sarebbe occorso per loro, se vifossero stati, lo faceva distribuire ai poveri. In quella Terra dimoravano otto frati; e il Guardiano del convento, venutomi incontro, mi disse: Fratello, piacciavi d'andare oggi a pranzo dall'Arcivescovo, che se l'avrà molto caro, poichè da tempo non ha avuto frati Minori alla sua mensa; perocchè quell'essere con lui a pranzo a' miei frati fa troppa soggezione. A cui risposi: Padre, perdonateci e non abbiatevelo per male, se non accettiamo, perchè dopo pranzo vogliamo senza indugio partire; ed esso, sapendo che veniamo dalla Corte del Papa, probabilmente ci vorrebbe intrattenere, e, cercando a noi notizie, ritarderebbe il nostro viaggio. Il Guardiano, udita la mia risposta, non aggiunse verbo; ed io sottovoce dissi al mio compagno: Ho pensato che sia meglio tirar dritto per la nostra strada, giacchè abbiamo tempo opportuno e lettere commendatizie; e così potremo portare più sollecita risposta a chi ne ha mandati, e il Generale non ne precorrerà col suo arrivo al convento di Genova; il che spiacerebbe al nostro Ministro frate Antelmo. Piacquero al mio compagno quelle osservazioni, e così si fece. Questa è la città, il cui Arcivescovo fu miracolosamente convinto di simonia a Lione da Ildebrando Priore di Clunì, quando fungeva da Legato, come abbiam detto di sopra. In seguito poi l'Arcivescovo di questa Terra fu creato Cardinale della Corte romana; ed era uomo valente nelle scienze, nel canto, in letteratura e per vita onesta e santa. Una volta suonando un menestrello la viella in sua presenza, e pregandolo che gli desse qualche cosa, gli rispose: Se vuoi mangiare, per amore di Dio te ne darò volentieri; ma nulla ti darei pel tuo canto e per lo strimpellìo della tua viella, perchè cantare e suonare la viella, come tu fai, so anch'io. Questo Arcivescovo teneva sempre in compagnia due frati Minori; non è però il Piacentino sunnominato. Partimmo da questa città, attraversammo il Delfinato, ed arrivammo a Susa,che appartiene alla provincia di Genova. Giunti ad Alessandria di Lombardia, trovammo due frati del convento di Genova, frate Martino cantore, e frate Ruffino d'Alessandria, ai quali il mio compagno frate Guglielmo Biancardo, disse: Sappiate che voi perdete frate Salimbene e il suo compagno che è a Genova, perchè frate Ruffino Ministro di Bologna li richiama alla sua provincia. Io poi, quantunque sia Genovese, non voglio tornare a Genova, ma voglio andare al mio convento di Novara, d'onde mi tolse il Ministro Provinciale, quando mi mandò dal Generale. Noi abbiamo compiuta la nostra missione con fede e con zelo, abbiamo fatto, a nostro avviso, ogni cosa per bene, e lasciammo a Lione frate Pietro Lanerio Guardiano di Genova, che vide colà il Generale, e frate Buiolo, il quale alloggia in casa il Papa, ed è addetto alla Corte; e se alcunchè non fosse stato da noi adempiuto al tutto bene, speriamo che sarà corretto da loro. Inoltre tra breve passerà da Genova anche il Ministro Generale, che va inviato del Papa in Grecia, domandato dai Greci stessi. Frattanto pigliate questa lettera, e, a nome del Generale, consegnatela a frate Nantelmo Ministro. Dette queste cose, tirò fuori la lettera che aveva, e la diede a' miei compagni. L'indomani si passò da Alessandria a Tortona, un viaggio di dieci miglia, e il giorno successivo da Tortona a Genova, viaggio lungo assai. Quando i frati mi videro, fecero le feste, perchè io ritornava di lontano, e perchè io era apportatore di buone notizie. Il Ministro e frate Stefano Inglese mi domandarono se il Ministro Generale aveva visitato la Spagna. A cui risposi che no, perchè il Papa l'aveva richiamato in seguito all'invito de' Greci; e lo manda in Grecia perchè i Greci, come ha scritto Vattacio, desiderano di ritornare nel grembo della Chiesa romana: e spero che presto passerà da Genova, e lo vedrete, e il vostro cuore ne giubilerà per la consolazione che ne proverete. Dopo pochi giorni,arrivò poi, reduce da Lione, frate Rainaldo Vescovo, e nel giorno dell'Ascensione predicò al popolo, e celebrò messa colla mitra nella chiesa dei frati Minori di Genova; ed io, che era già sacerdote, servii alla messa, quantunque vi fossero già il diacono e il suddiacono e gli altri inservienti; e fece imbandire ai frati un buon pranzo di pesci di mare ed altre cose, e pranzò in refettorio con noi molto famigliarmente. La notte successiva, dopo mattutino, frate Stefano Inglese predicò ai frati ed era a udirlo anche quel Vescovo, e tra le altre melliflue parole, che di solito gli sgorgavano dalle labbra, a confusione del detto Vescovo, riportò un esempio del seguente tenore: «Ben disse una volta in Inghilterra un frate Minore, laico, ma uomo santo, che il cero pasquale quando si accende in chiesa, rifulge e illumina; ma quando poi se gli pone su lo spegnitoio, si smorza e manda cattivo odore: Così è di qualche frate Minore; quando nell'Ordine del beato Francesco è acceso ed arde d'amor di Dio, allora risplende ed è per gli altri un luminare di buono esempio....» Io aveva osservato che il nostro Vescovo al pranzo permetteva che i suoi frati facessero davanti a lui le genuflessioni, quando gli servivano le pietanze; e perciò s'attagliava appuntino a lui quanto quel frate aveva detto del cero pasquale. All'udire tale linguaggio il Vescovo trasse dal cuore un grosso sospiro, e terminato il sermone, genuflesso, in assenza del Ministro Provinciale, pregò frate Bertolino custode, che era uomo di natura dolce e che era già stato Ministro, di concedergli licenza di parlare. Ed ottenutala, si giustificò dicendo: Per vero io nell'Ordine del beato Francesco sono stato come un cero acceso, ardente, splendido, luminoso, e di buon esempio ai veggenti, siccome ben sa frate Salimbene, che abitò con me due anni nel convento di Siena, e conosce quale concetto abbiano della mia vita passata i frati di Toscana; ed anche i frati più vecchi di questo convento conosconola mia condotta, per la quale, ad onore di questo convento stesso, fui mandato a studio a Parigi. Se i frati al pranzo vollero onorarmi con le genuflessioni, questo non è da imputare a mia ambizione, perchè io ho loro ripetuto a sazietà di non farle, nè io ho potuto loro imporre, nè era di mia convenienza, nè avrei osato, di batterli colla verga. Laonde accogliete, ve ne prego, per amor di Dio le mie scuse, e assicuratevi che in me non vi fu nè ambizione nè vanagloria. E dette queste cose, genuflesso, a mia veduta e udita, confessò quella qualunque che mai vi fosse stata sua colpa, se mai egli avesse data ad alcuno involontaria occasione di cattivo esempio, e promise di lanciar via da sè, tosto che il potesse, lo spegnitoio, che gli avevano imposto sul capo. Dopo si raccomandò ai frati, e noi lo conducemmo fuori, e per segno d'onore l'accompagnammo sino ad un convento di monaci bianchi ne' pressi di Genova, ove soggiornava un vecchio che s'era spontaneamente dimesso da Vescovo di Torino per potere con maggiore agio in quel chiostro pensare a Dio e all'anima sua. Questi avendo udito che Rainaldo era uomo dottissimo e che di recente era stato eletto Vescovo, trasse un sospiro e gli disse: Mi fa meraviglia che tu, uomo saggio, sia stato travolto a tanta follìa di assumerti un vescovado, mentre eri addetto ad un nobilissimo Ordine, quello cioè del beato Francesco, che è l'Ordine de' frati Minori; Ordine di altissima perfezione, nel quale chi dura tutta la vita, senza dubbio è salvo; Ordine, in cui certamente era meglio per teessere umile di spirito co' mansueti, che spartir le spoglie cogli altieri. Prov. 16º. A mio avviso tu hai fatto un grave errore, direi quasi un'apostasia, perchè trovandoti in uno stato di perfezione e nella vita contemplativa, ritornasti alla vita attiva. Anch'io fui Vescovo, come sei tu; ma veggendo ch'io non aveva potere di correggere la scostumatezza de' miei preti, checamminavano per le vie della vanità,l'anima mia preferì il laccio[147]. Lasciai pertanto l'episcopato e i miei preti per salvare l'anima mia; e l'ho fatto seguendo l'esempio del beato Benedetto, che abbandonò alcuni monaci per averli riconosciuti discoli e maligni. Avendo frate Rainaldo attentamente ascoltato queste considerazioni, che gli piacevano e non erano nuove nella sua coscienza, e riconoscendo che quel Vescovo aveva ragione, non fece verbo di risposta. Perciò presi io la parola, perchè il Vescovo di Torino non avesse la superbia di credere d'aver operato da savio, e dissi a lui: Padre, or tu hai detto d'aver abbandonato i tuoi preti; ma pensa un po' se tu hai fatto bene. Papa Innocenzo III tra le tante sentenze che ha lasciate ai posteri, ne ha una per un Vescovo che voleva essere dispensato dal ministero, libro delle Decretali 1º alla rubricadella rinuncia, che comincia:Nè pensare. ecc. Mentre io diceva queste cose, pendevano dalle mie labbra i due Vescovi, nè frate Rainaldo osò prendere la parola per non parere di compiacersi della sua dignità episcopale; ma in suo cuore andava sempre più radicandosi il proposito di deporre l'ufficio impostogli, e affrettava col desiderio il momento opportuno di farlo. Andò adunque alla sua diocesi: ed arrivatovi, accorsero i canonici a fargli visita, e gli parlarono di un loro collega giovane e lascivo, che aveva più il fare laico che del sacerdote, e che si lasciava crescere i capelli lunghi e li tenea sciolti sulle spalle, nè voleva farsi la tonsura. E il Vescovo lo prese pe' capelli, e gli affibbiò uno schiaffo, e, fatti chiamare i genitori e i parenti di lui, che erano nobili, ricchi e potenti, disse loro: O questo vostro figlio si dia alla vita laicale, o porti abitoche si addica ad un sacerdote; io non posso punto tollerare che vesta a questo modo. Ed i genitori risposero: A noi piace che sia prete, e voi fate di lui quello che ve ne pare bene e dicevole. Allora il Vescovo di sua mano stessa gli tagliò i capelli, e gli fece fare la chierica in forma di cerchio, larga e rotonda, affinchè la tonsura presente facesse ammenda della capellatura passata. Il chierico ne restò profondamente mortificato, ma i canonici ne ebbero piena soddisfazione. Frate Rainaldo però non potendo con coscienza tranquilla dissimulare quella sbrigliatezza del clero, e riconoscendo di non poterlo ritornare alla rettitudine ed all'onestà, si presentò a Papa Innocenzo IV, che era venuto a Genova, e rassegnò l'ufficio, che gli era stato conferito a Lione, protestando che non sarebbe più stato Vescovo. E il Papa, facendo ragione al turbamento dell'animo di Rainaldo, gli promise che ne lo dispenserebbe, quando arrivasse in Toscana, sperando che il tempo maturasse un cambiamento di proposito; ma non avvenne. Andò dunque frate Rainaldo e si fermò alcuni giorni a Bologna colla speranza che il Papa vi passasse per recarsi in Toscana. Quando poi seppe che era a Perugia, frate Rainaldo si presentò al Papa, al cospetto de' Cardinali in concistoro, rassegnò l'ufficio e il beneficio, e depose a piedi del Papa gli indumenti pontificali, il pastorale, la mitra e l'anello. I Cardinali se ne maravigliarono e se ne conturbarono, parendo loro che il frate con questa determinazione facesse sfregio alle loro dignità, quasi che chi trovasi insignito dell'onore di alti uffici nella prelatura non potesse salvare l'anima sua. Se ne conturbò anche il Papa tanto perchè lo aveva egli in persona con particolare onore consacrato, quanto perchè aveva la persuasione, come tutti la condividevano, e così era in fatto, d'aver provveduto la Chiesa di Rieti di un Vescovo degnissimo. Quindi i Cardinali e il Papa lo pregarono vivamente che per amore di Dio,per riguardo alla loro dignità, per l'utilità della Chiesa e per la salute delle anime non rinunciasse. Ma egli rispose che insistevano invano, e invano pregavano. Allora i Cardinali conchiusero: Che s'ha a dire se a lui ha parlato un Angelo, e se Iddio gli ha fatta questa rivelazione? E il Papa trovandolo tanto fermo gli disse: Sebbene tu ti sia proposto di non volere su la tua coscienza le sollecitudini e le cure pastorali, almeno restino a te gli indumenti pontificali, la facoltà, la dignità e l'autorità di amministrare il sacramento dell'Ordine, affinchè i frati ritraggano da te alcun benefizio. E risoluto rispose: Io non mi terrò nulla. Dispensato, si recò subito al convento, e dato di piglio ad un sacchetto, o ad una bisaccia, o sporta che fosse, pregò il frate destinato alla questua, che quel giorno stesso lo volesse aver seco alla cerca del pane. E mentre andava così a mendicare per la città di Perugia, s'imbattè in un Cardinale, che ritornava dal Concistoro, (forse per disposizione divina), affinchè vedesse, imparasse, ed udisse. E riconosciutolo, si volse a lui dicendo: Non era meglio che tu fossi restato Vescovo, che andar accattando di porta in porta? A cui frate Rainaldo rispose: Il savio dice ne' proverbii ecc. Udendo il Cardinale queste parole, e riconoscendo che era Dio che parlava per mezzo del suo santo, si allontanò, e il giorno dopo in Concistoro riferì al Papa e ai Cardinali le cose, che aveva imparate dal Vescovo mendicante; e tutti ne furono meravigliati. Frate Rainaldo poi disse a frate Giovanni da Parma Ministro Generale che lo destinasse a quel qualunque convento gli piacesse, e lo mandò a Siena, ove era noto a molti, e vi restò dal dì d'Ognissanti fin dopo Natale, quando morì e volò in grembo a Dio. Mentre egli era malato della malattia di cui morì, eravi a Siena un canonico della Chiesa maggiore, che da sei anni giaceva per paralisi in letto, e con tutto il divoto fervore dell'animo invocava l'aiuto di frate Rainaldo. Un giorno,sul far dell'alba, udì in sogno una voce a dire: sappi che frate Rainaldo volò di questa vita al cielo, e pe' meriti di lui Iddio ti risanò completamente; e tosto svegliatosi, e sentitesi sciolte e sane le membra, chiamò il famiglio che gli portasse gli abiti, e recandosi in camera di un suo amico e canonico collega, gli raccontò del miracolo. E tutti e due incontanente, e in tutta fretta, andarono dai frati per narrare il miracolo tanto manifesto, che Dio quella notte s'era degnato operare pei meriti di frate Rainaldo. Ed essendo usciti da una porta della città, udirono i frati, che cantando ne trasportavano la salma alla chiesa; assistettero alle esequie, e poi proclamarono il miracolo. E i frati giubilanti anch'eglino sclamarono: Sia benedetto Dio. Tale fu frate Rainaldo di Arezzo, miracoloso in vita e dopo morte, che amò piuttosto umiliarsi...... Fu uomo coltissimo in letteratura, insigne lettore di teologia, predicatore esimio, graditissimo al clero e al popolo, fecondissimo di pensiero, e di parola sempre fluida e sgorgante calda dal cuore. Io abitai seco due anni nel convento di Siena, e l'ho incontrato molte volte nel convento di Lione e di Genova, e mi fece ordinare suddiacono quando egli, non era ancora investito d'alcun ufficio. Non potrei aggiustar fede a nessuno che mi dicesse che la Toscana ha dato tale uomo, se non l'avessi visto io co' miei occhi. Egli ebbe un fratello nell'Ordine di Valle Ambrosiana ossia Vallombrosa, che fu Abbate nelle Romagne, nel convento di Bertinoro[148], santo, letterato, buono, amico intimo dei frati Minori: Che l'anima sua riposi in pace. Nota qui che due persone di Brettagna ritornavano in compagnia dalla Corte di Roma, ove erano andati a visitare per divozione i Santuarii; e arrivati nelle Romagne, sifermarono su di un monte ad alloggiare in alcune celle, coll'intendimento di far vita da eremiti. Col tempo si agglomerò molta gente ad abitare attorno a loro, e si fecero un bel castello, che sino ad oggi si chiama Brettinoro da que' due eremiti che vi posero stanza, e che erano nativi della Brettagna. Una volta io sapeva i loro nomi, ma ora mi sono fuggiti dalla memoria: si hanno per santi. L'anno del Signore 1249 era Podestà di Genova Alberto Malavolta di Bologna, e venne al convento dei frati Minori a sentir messa. Ed io era colà, e frate Pentecoste, che era sagrista, uomo santo, onesto e buono, volendo suonar le campane per far onore al Podestà, questi gli disse: Anzi tutto porgete orecchio ad una cosa che voglio annunziarvi, ed è una buonissima notizia: Sappiate dunque che il 26 di Marzo i Bolognesi fecero prigioniero Re Enzo e con lui un numero grandissimo di Cremonesi, Modenesi e Tedeschi. Re Enzo, che si dice anche Enrico, è figlio naturale, cioè non legittimo, di Federico Imperatore deposto, ed è uomo di singolare valore e coraggio, e guerriero prode, e sollazzevole quando gli piace, compositore di canzoni, e che in guerra sa andare audacemente incontro ai pericoli; è bell'uomo e di statura mezzana. Quand'egli fu fatto prigioniero aveva sotto la sua signoria Reggio, Cremona e Modena. I Bolognesi lo tennero molti anni prigione nelle carceri del palazzo municipale, ove morì. Non avendogli un giorno i custodi voluto dar da mangiare, si recò da loro frate Albertino da Verona, che era un celebre predicatore dell'Ordine de' frati Minori, pregandoli che, per amor suo e di Dio, non lo volessero lasciar morir di fame. Ma non piegandosi eglino punto alle preghiere di lui, propose: Giuochiamo insieme a' dadi; se vincerò, avrò licenza di dargli da mangiare. Giuochiamo, risposero. Giuocò dunque, vinse, e gli diede da mangiare, standosi con quel Re in famigliare colloquio.E tutti quelli che ne ebbero contezza lodarono il frate della sua carità, cortesia e liberalità. In quella giornata campale, in cui il Re, e col Re moltissimi del suo esercito furono sconfitti, vi furono anche alcuni che, voltisi in fuga, sguizzarono dalle mani del vincitore, alcuni che caddero sul campo, altri rimasero prigionieri, e condotti alle carceri sotto sicura custodia vi stettero tra ceppi. Guido da Sesso, che era il principale Reggiano di parte imperiale, morì nella fuga, precipitando insieme col suo destriero in una fogna dell'Ospedale de' lebbrosi di Modena. Egli era il più acerbo nemico dei partigiani della Chiesa; tanto che essendone stati una volta dal Re fatti molti prigionieri nel castello di Rolo[149], che è nella diocesi di Reggio, ed essendo essi stati condannati alla forca, e desiderando confessarsi, non volle concedere loro tanto di indugio che bastasse a confessarsi, anzi disse: Non avete bisogno di confessarvi, voi partigiani della Chiesa, chè siete santi, e quindi volerete subito senz'altro in paradiso; e, pel suo diniego, fu subito eseguita la sentenza, nè poterono confessare le loro colpe. Egli, in quel tempo in cui tra la Chiesa e la Repubblica avvampava più grossa la guerra, veniva al convento dei frati Minori con altri suoi scherrani, e radunando i frati a capitolo, domandava a ciascuno d'onde fosse, e facevane notare i nomi ad uno scrivano che conduceva seco, poi diceva: tu vanne al tuo paese, tu farai altrettanto, nè osare di farti più vedere in questo convento, nè per questa città. E così furono tutti espulsi, tranne pochi lasciati custodi del convento; ai quali poi, allorchè andavano per città mendicando pe' bisogni di loro sussistenza, si faceva ogni sorta oltraggi, e si lanciavano loro maledizioni, imputandoli di portare lettere false, e diessere nemici dell'Imperatore. Nè i frati Minori, nè i Predicatori, che passavano pel territorio, osavano entrare nelle città di Modena, di Reggio e di Cremona; e se talora alcuni, ignari della condizione delle cose, per caso entrarono, furono subito presi, condotti al palazzo del Comune, tenuti sotto guardia, nutriti per alcuni giorni del pane della tribolazione e dell'angoscia, poi obbrobriosamente cacciati, espulsi, tormentati, e taluni anche uccisi. Difatto più d'uno è stato sottoposto alla tortura in Cremona e a Borgo S. Donnino; a Modena presero alcuni frati Predicatori, che portavano con sè alcuni ferri che servono a fare le ostie, e li condussero al palazzo del Comune, e a loro disonore si fece credere al popolo, che avevano stamponi per coniare moneta falsa. Nè la perdonavano neppure a que' frati, i cui parenti erano in opinione d'appartenere al partito imperiale, ed essi stessi ne erano tenaci fautori, tra' quali fu ignominiosamente espulso frate Giacomo di Pavia, frate Giovanni di Bibbiano[150], frate Giacomo di Brescello, e molti altri; e per dir tutto in poco, furono licenziati dal convento di Cremona tutti coloro che parteggiavano per la Chiesa. Ed io vi era presente, e fu in quell'anno, in cui Parma mia città nativa si ribellò all'Impero. In seguito fermarono e trattennero a lungo alla porta della città di Reggio frate Ugolino da Gavassa[151], nè gli permisero d'entrare, quantunque avesse in città più d'un fratello di parte imperiale. Che più? Era gente diabolica; e sovra tutti pessimo in malizia Giuliano da Sesso, maestro in leggi, vecchio, e inveterato nel male; e, nominato da Re Enzo giudice supremo di Cremona, Reggio e Modena, fece impiccare alcuni da Foliano, e molti altri ne condannò a morte, come partigiani dellaChiesa, e se ne gloriava, e diceva: Guardate come li conciamo noi questi ladroni. Questo Giuliano era veramente un membro del diavolo; e perciò Dio lo colpì di paralisi, e ne diventò da una parte rigido inaridito; gli uscì dell'occhiaia un occhio, che, sporgendo fuori, pareva una saetta, e faceva ribrezzo a guardarlo; diventò eziandio tanto fetido, che ognuno si guardava bene dall'avvicinarsegli, tranne una giovinetta tedesca, la cui bellezza era tanto ammaliante, che bisognava ben essere molto severi per non guardarla con compiacenza. Questo Giuliano era figlio di uno spurio di quei da Sesso, onde un poeta scrisse:
Spurius ille puer nullum suadebit honestumDi spurio seme, reo rampollo è questo,Nè mai ti saprà dar consiglio onesto.
Spurius ille puer nullum suadebit honestum
Spurius ille puer nullum suadebit honestum
Di spurio seme, reo rampollo è questo,Nè mai ti saprà dar consiglio onesto.
Di spurio seme, reo rampollo è questo,
Nè mai ti saprà dar consiglio onesto.
Egli s'era lasciato sfuggir dalle labbra una o più volte in pubblica adunanza che era meglio essere ridotti a mangiar della calce, che vivere in pace coi partigiani della Chiesa. Ma intanto egli si mangiava i buoni capponi, ed i poveri morivano d'inedia. Ma a questo mondo non dura a lungo la fortuna de' malvagi: Mutò vento, e chi parteggiava per la chiesa cominciò ad averlo in poppa. Ed anche per quel miserabile venne il giorno della fuga, anzi fu portato via di soppiatto dalla città di Reggio, e tutto fetore, scomunicato e maledetto, senza confessarsi, senza comunicarsi, e senza fare la penitenza sacramentale de' suoi peccati, e fu sepolto in un fossato della villa di Campagnola[152]. Nello stesso anno 1249, i Parmigiani coi fuorusciti Reggiani bruciarono il ponte di S. Stefano di Reggio, e il borgo d'Ognissanti, e il ponte e il borgo di Porta Bernone; il 10 di Giugno, il Crostolo gonfiò e atterrò i ponti e inondò sino alla Modolena[153]. Lo stesso anno in Agosto,Simone di Giovanni di Bonifacio de' Manfredi occupò Novi, Rolo e S. Stefano[154]Terre o Ville della diocesi di Reggio. Egli era del partito della Chiesa, nobiluomo, bello, forte, amico mio, e, in tempo di grossa guerra, valoroso guerriero; e gli si erano aggruppati attorno molti, che cacciati dalle loro case, avevano il veleno nel cuore e seguivano lui come capo; e si era divulgata molto la fama del suo nome per le memorabili sue gesta d'incendi, di invasioni, di devastazioni, di stragi, come consigliava la barbarie della guerra di que' tempi. Così pure nel settembre di quell'anno, tra nona e vespro, si sentì un orribile terremoto; e i Bolognesi e i fuorusciti Modenesi e Romagnoli assediarono Modena, ne incendiarono i subborghi, e nel settembre stesso la manganellarono; ed Ezzelino da Romano prese Este[155], castello del Marchese d'Este, ed altre Terre dello stesso Marchese, per vendicarsi dell'aiuto che il Marchese Azzone prestava ai Parmigiani, che fabbricavano il Castello di Brescello. I Modenesi poi, nell'anno stesso, fecero alleanza co' Bolognesi, e si crearono due Podestà, uno per parte, e riscattarono que' loro prigionieri, che si tenevano stretti nei ceppi. In quell'anno, dopo la festa di Sant'Antonio di Padova, o meglio di Spagna, che è dell'Ordine da' frati Minori, partii col mio compagno dal convento di Genova, ed arrivammo a Bobbio, ove vedemmo una di quelle idrie, nelle quali era stata l'acqua che il Signore trasmutò in vino per le nozze di Cana Galilea. Almeno si dice che sia una di quelle; se realmente la sia, sallo Iddio, che vede tutto chiaro ed aperto. Dentro di essa sono collocate molte reliquie, e sta su un altare del monastero di Bobbio, dove sono anche, e le vedemmo, molte reliquiedi S. Colombano. Dopo, ci avviammo alla volta di Parma, d'onde eravamo nativi, e sbrigammo le nostre faccende. Poco dopo la nostra partenza da Genova, arrivò colà frate Giovanni da Parma Ministro Generale, a cui i frati del convento di Genova dissero: Perchè, Padre, ci privaste di que' vostri frati, che avevate mandati quì? Noi eravamo lietissimi di averli quì con noi per amor vostro, per la loro bontà, per la consolazione che ne davano, e per la loro condotta esemplare. Allora il Generale rispose: E dove sono? Che? non sono forse più in questo convento? E i frati: Padre, no, non vi sono più: Frate Ruffino, Ministro Provinciale di Bologna, li richiamò alla sua provincia. E il Generale soggiunse: Iddio sa, se io aveva alcuna notizia di questo ordine di obbedienza; anzi io teneva sì per fermo di trovarli in questo convento, ch'io cominciava a far le meraviglie, perchè non mi si erano presentati. In seguito ci trovò a Parma, e con volto gioviale ne disse: Correte pur tanto per di quà e di là, o miei giovanotti; ora in Francia, ora in Borgogna, altra volta in Provenza, poi nel convento di Genova, oggi a Parma con inclinazione a soffermarvici. Oh! se potessi io posare, come voi lo potreste, non vorrei essere sempre in su' viaggi. E gli risposi: A voi, Padre, toccano i disagi del viaggiare per ragioni di ministero; a noi tocca viaggiare per virtù di obbedienza: chè, ve l'assicuro, viaggiammo sempre per ragione di pura e vera obbedienza. Udito ciò, rimase soddisfatto, specialmente per effetto dell'amore che aveva per noi. Quando poi fummo a Bologna, un giorno in camera disse a frate Ruffino Ministro Provinciale: Io aveva mandato questi frati nel convento di Genova a studiare, e tu ne li hai tolti di là. E frate Ruffino rispose: Padre, questo l'ho fatto per far piacere a loro. Io li aveva mandati in Francia, quando l'Imperatore stava a campo intorno a Parma. Perciò richiamandoli, io credeva di far cosa loro gradita. Ed io aggiunsial Ministro Generale: La cosa sta come il Ministro Ruffino l'ha esposta. E il Generale ripigliò: Cura dunque ora di collocarli ove sia che s'accontentino, e si dedichino a studio, e non vaghino tanto di quà e di là. Di buon grado, o Padre, rispose frate Ruffino, mi adoprerò a contentarli e per l'amore che nutro in cuore per voi e per l'amore che mi lega a loro; e ritenne il mio compagno a Bologna, perchè gli correggesse la sua Bibbia, e mandò me a Ferrara, ove dimorai sette anni continui senza mutar mai di convento.
L'anno del Signore 1250 fu fatto prigioniero dai Saraceni Lodovico Re di Francia, e la più parte dell'esercito Francese, che l'aveva seguito oltre mare, fu passato a fil di spada. Anche prima però molti ne avevano mietuto la pestilenza e l'inedia, che furono effetto del cambiamento di clima, e della caristia e penuria di vettovaglia. Infine poi, restituita Damiata ai Saraceni, il Re fu restituito a libertà, e ritornando in regione di fedeli, edificò Balbek e molte altre Terre, cingendole di muraglia, costruendovi case, ed innalzandovi torri. Ma mentre l'esercito era diviso in quattro corpi, mandati in diverse parti all'opera delle preaccennate costruzioni, i Saraceni in uno di quei luoghi piombarono sopra gli operai inermi, e li massacrarono tutti. La qual cosa risaputa, il Re, che si trovava altrove, accorse in fretta, fece scavare una fossa, e, non ritenutone dalla fatica, nè distoltone dal fetore, li seppellì colle proprie mani. E tutte le milizie ne rimasero meravigliate, ond'è che a pieno gli si attaglia quello che è detto di Booz nel 2º libro di Ruth:Sia benedetto dal Signore ecc. Questo stesso anno in Giugno i Bolognesi, i Modenesi, i fuorusciti di Reggio, i Parmigiani, i Romagnoli, i Toscani e i Ferraresi portarono in S. Vito devastazione e saccheggio al territorio Reggiano dalla strada di sopra sino alle fosse della città, e vendettero il bottino ai Parmigiani: ed i Reggiani corsero sopraNovi, e ne posero a fuoco e fiamma i sobborghi e il circondario: devastarono ogni dove, e fecero preda d'uomini e giumenti, e s'impadronirono di Campagnola facendo duecento prigionieri. Poscia, un giovedì, dopo la festa della Beata Vergine, ai 18 d'Agosto, i fuorusciti Parmigiani di parte imperiale, che erano di stanza a Borgo S. Donnino, i Modenesi e il Marchese Uberto Pallavicini, Capitano e condottiero loro, piombarono sopra Parma; ma i Parmigiani uscendo contro loro di città col carroccio, s'azzuffarono in un luogo detto Grola, ove una volta sorgeva la città di Vittoria, e vi ingaggiarono un accanito combattimento, ma sulla strada soltanto, perchè a cagione de' fossati non potevano stendersi nei campi, e presero parte alla pugna i soli militi dell'una e dell'altra parte, e questi non tutti, atteso che la strada non lasciava spazio a larga fronte. E il Marchese Monte Lupo, che era dotto dell'armi ed un leone in guerra, fece mordere la polve sulla strada a molti Parmigiani fuorusciti e Cremonesi; ma finalmente cadde egli stesso a terra ucciso. Questi ed altri suoi fratelli, da parte di sorella, furono nipoti di Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV. Erano gran Baroni, ed abitavano a Parma in Cò di Ponte. Primo de' fratelli era Ugo; secondo, Guido; terzo, Rolando; quarto, Monte, di cui è parola; quinto, Goffredo. Quest'ultimo fu nell'Ordine de' Templari, illustre, potente, ed era tenuto in gran considerazione anche perchè era Marchese. Io li ho veduti e conosciuti tutti, e si chiamavano Marchesi Lupi di Soragna, Villa ove avevano le loro possessioni, cinque miglia al di sotto di Borgo S. Donnino. Ma i fuorusciti Parmigiani, che parteggiavano per l'Impero, vedendo che i loro si avevano la peggio e andavan cedendo terreno, girarono di fianco, e minacciarono d'assalto la città; correndo e sclamando: Alla città, alla città. Ma i popolani, che erano usciti di Parma alla battaglia, udendo questo,lasciarono il carroccio e i loro, che si battevano sulla strada come leoni, di corsa s'incamminarono verso la città, ma nell'entrare si ruppe il ponte della fossa, e molti vi si affogarono. E questa fu una vera provvidenza divina, che impedì in quel modo ai nemici di entrare in città, poichè la beata Vergine, che in Parma ha culto vivo e fervente, non volle abbandonare i suoi. Tuttavia e per pena de' peccati loro, e per la natura de' tempi che correvano, i Parmigiani che erano dentro la città, l'ebbero per un disastro. Di fatto i loro nemici s'impadronirono del carroccio, che era stato abbandonato sulla strada, e restarono sul terreno tremila popolani, e molti militi. Podestà dei Parmigiani di dentro la città era allora Catellano de' Carbonisi di Bologna, che non restò prigioniero perchè seppe guardarsi bene. I prigionieri li incatenarono nella ghiaia del Taro, come disse a me Glaratto, uno degli incatenati; e disse anche che parevano tanti da far credere che tutti i Parmigiani fossero prigioni. Li condussero a Cremona, e, per vendicarsi e indurli a pagare il prezzo del riscatto, nelle carceri li posero ai ceppi, fecero loro molti oltraggi, li sospendevano per le mani e pei piedi, in terribile ed orribile maniera schiantavano loro i denti, ponevano rospi in bocca, e fuvvi anche chi si dilettò d'inventare tormenti di nuovo genere. I Cremonesi incrudelirono atrocemente contro i prigionieri Parmigiani; ma i Parmigiani di parte imperiale fecero ancora di peggio contro i loro concittadini di parte della Chiesa, chè ad alcuni tolsero anche la vita. Ma col tempo arrivò il giorno delle vendette e del ricambio, e i Parmigiani che erano di parte della Chiesa se le presero terribili tanto sui Cremonesi, quanto sui Parmigiani che stanziavano a Borgo S. Donnino, e sul Pallavicino..... Perciò pare sia stato detto apposta da Geremia II ecc. Il che si fece manifesto nel Re Enzo, quando dai Bolognesi fu fatto prigioniero in una coi Cremonesi e co' suoiTedeschi; ed a ragione perchè unitamente ai Pisani aveva catturato nelle acque di Pisa i Prelati della Chiesa, che si recavano al Concilio ai tempi di Papa Gregorio III. (....... Parimente gli ecclesiastici serbano nelle chiese e negli oratorii l'ostia consacrata per tre motivi....... E alcuni sagristi, quando i frati comunicano nella messa vogliono sempre rinnovare l'ostia consacrata nella pisside e nel tabernacolo, in cui si serba; e credono di far bene, ma s'ingannano a partito per quattro ragioni. Primo, perchè ne viene allungata la messa, e i frati s'impazientano, e i secolari ne ricevono scandalo. Secondo, questa cosa potrebbe farla egli stesso il sagrista, se è sacerdote, con due ceroferarii in una messa privata, senza che sia presente tutto il convento. Terzo, perchè talvolta l'ostia che adopera è della stessa infornata che quella che fa consumare, che è quanto dire non fece ostie fresche; e tanto meglio si deve conservare un'ostia consacrata che una non consacrata, serbandosi quella chiusa e non esposta all'atmosfera, e per arrota contiene Dio, che è il conservatore di tutte le cose. E di ciò se ne ha prova. Nella città di Reggio si atterrò una chiesa, sul cui altare, invece di reliquie, era stata collocata un'ostia consacrata, e quell'ostia la trovarono bianca e bella, come se ve l'avessero messa il giorno innanzi, quantunque una memoria scritta diceva che vi era stata trecent'anni(?). Questo l'ho saputo da frate Pellegrino da Bologna, che era presente e vide. A me non piace che il Corpo del Signore stia per reliquia chiuso nel tabernacolo di un altare, come non mi è mai piaciuto l'uso del beato Benedetto di porre il Corpo del Signore sulla salma di un defunto e seppellirlo con quella sotterra. Il Sagrista dirà forse che talvolta si consacrano più ostie di quelle che si consumano, perciò le restanti bisogna riporle nel tabernacolo ove si serba il Corpo del Signore. Ma a questosi può provvedere in due modi, o mandando, al momento che si canta l'epistola della messa in cui si communicano i frati, in giro l'accolito pel coro a contare quelli che vogliono fare la comunione, ed ordinando al suddiacono di porre sulla patena solamente quante ostie bisognano; o disponendo che gli accoliti, che tengono le tovagliole, siano gli ultimi a comunicarsi, e il celebrante dia a loro da consumare tutte le ostie consacrate che restano. Fanno dunque benissimo i sagristi a far le ostie col più puro fior di farina... Il moggio parmigiano è di otto sestarii; il Ferrarese di venti, perchè hanno maggior abbondanza di frumento). Ora è tempo di ritornare a Federico e parlare della sua morte. Federico II ex Imperatore, quantunque grande, ricco, e potente, pure ebbe molte disgrazie; 1.º Enrico suo figlio primogenito, che a lui doveva succedere, fece adesione ai Lombardi contro il volere di lui; e perciò lo prese, lo incatenò, l'imprigionò e finì col morire malamente; 2.º volle soppiantare la Chiesa, e ridurre il Papa, i Cardinali e gli altri Prelati ad essere poveri e andare a piedi; e questo non intendeva già di farlo per zelo verso Dio, ma perchè non era buon cattolico, e poi perchè era molto avaro e agognava cupidamente le richezze e i tesori della Chiesa per sè e suoi figli, e voleva deprimere il potere degli ecclesiastici, acciocchè nulla tentassero contro di lui; e lo diceva apertamente con alcuni suoi segretarii, da' quali s'è poi saputo; ma Dio non permise che mandasse a compimento questi propositi contro i suoi ministri. 3.º Volle soggiogare i Lombardi, ma gli fallì l'impresa; chè quando aveva su loro vantaggio per un verso, altrettanto ne perdeva per altro verso. I Lombardi non si pigliano agevolmente; sono molto obbliqui e sguizzevoli, e dicono una cosa e ne fanno un'altra, sicchè è come voler stringere colla mano un'anguilla o una murena; quanto più forte stringi, tanto più facilmente sguiscia. 4.º Il Papa Innocenzo IV lo depose in pieno Concilio aLione, e pubblicò tutte le malizie e le iniquità di lui. 5.º In suo vivente, vide l'Impero dato ad altri, cioè al Langravio della Turingia, cui poi la morte tolse presto di mezzo. Tuttavia provò Federico gran dolore a vedere l'Impero dato ad altre mani, e ne bevve tutta la tazza dell'amarezza; anzi fu detto e creduto che lo avesse fatto uccidere, ed avrebbe fatto opera meritoria, perchè il Langravio era uomo impastato di malignità. 6.º Parma gli si ribellò, e parteggiò completamente per la Chiesa; il che fu cagione della totale di lui ruina. 7.º I Parmigiani posero a sacco e fuoco la sua città Vittoria, ch'egli aveva fatta fabbricare presso Parma, e la rasero al suolo e ne otturarono le fosse, sicchè non ne restò vestigio di sorta, e lui e il suo esercito costrinsero a vergognosa fuga, e molti de' suoi uccisero, e molti ne trassero in Parma prigionieri, e lo spogliarono di tutto il tesoro...... La quale (corona di Federico) fu trovata da un Parmigiano. Io l'ho visto quell'uomo, e l'ho conosciuto; ho visto anche ed avuta in mano la corona ed era di gran peso e di gran valsente, e i Parmigiani gliela pagarono duecento lire imperiali, e gli diedero per giunta un caseggiato presso la chiesa di Sª. Cristina, ove in antico era la guazzatoia e l'abbeveratoio de' cavalli; e quell'uomo, per essere piccino, si chiamava Cortopasso. 8.º Gli si ribellarono i Baroni ed i Principi; come fece Tebaldo Francesco che si chiuse in Capaccio, e poi finì malamente, perchè fattigli cavare gli occhi, e in molte guise martoriare, gli fece togliere anche la vita; così Pietro delle Vigne e molti altri che sarebbe lungo nominare. Il più amato di tutti fu Pier delle Vigne, cui innalzò dal nulla; mentre prima era un pover uomo, l'Imperatore lo fece suo segretario e lo nominò, a maggior onore, suologoteta. Questa parola è composta dilogose dithetache vuol dir posizione, ed è maschile e femminile, e significa colui che tiene discorso in pubblico, o colui che pubblica un editto dell'Imperatore,o di altro Principe. 9.º La cattura di Re Enzo suo figlio fatta da' Bolognesi, la quale fu giusta e meritata da Federico II, che aveva catturati in mare i Prelati che andavano al Concilio indetto da Gregorio IX. Quindi la spada del dolore per la prigionia di suo figlio non potè non toccarlo, specialmente per essere stata operata da tali nemici, e in tale condizione di tempi, che gli troncavano ogni filo di speranza d'una vittoria a riscossa. 10º La conquista della Signoria dei Lombardi, ch'egli non aveva mai potuto afferrare, fatta di leggieri dal Marchese Uberto Pallavicini, quantunque fosse suo partigiano, e per di più fosse anche vecchio, gracile, debole e guercio, per avergli, quand'era ancor bambino in culla, un gallo beccato un occhio, cioè col becco lo cavò dal capo del bambino, e se lo ingollò. (A queste dieci disgrazie di Federico ex-imperatore possiamo aggiungerne altre due, e così fare le dodici: 1.º la scomunica lanciatagli da Papa Gregorio IX; 2.º il tentativo, da parte della Chiesa, di spogliarlo del regno di Sicilia. E questo non accadeva senza sua colpa. Poichè avendolo la Chiesa mandato oltremare al riscatto di Terra Santa, egli si rappaciò coi Saraceni senza alcun vantaggio dei cristiani, e, per fellonia, feceonorare con cantiil nome di Maometto nel tempio del Signore, come narrammo in altra cronaca, nella quale passammo a rassegna le dodici scelleratezze di Federico). Il Pallavicini ebbe in Lombardia dominio su le città seguenti: Brescia, Cremona, Piacenza, Tortona, Alessandria, Pavia, Milano, Como e Lodi. A tanto non arrivò mai l'Imperatore. Oltracciò Vercelli, Novara e Bergamo gli davano soldati, quando per qualche impresa voleva formare un esercito. Parimente i Parmigiani gli davano fanteria e cavalleria, più però per timore, che per amore, tenendo eglino per la Chiesa, ed esso per l'Impero; e si riscattarono poi da quell'onere pagandogli duemila lire imperiali all'anno.Ogni cosa ha suo tempo; e i Parmigiani, regolandosi prudentemente a norma di questa sentenza, quando soffiò il vento propizio, fecero pesare su lui le proprie vendette, e gli smantellarono il palazzo, che aveva in Parma sulla piazza di S. Alessandro[156], e quel di Soragna, che pareva un castello, e, ancor vivente, gli confiscarono le Terre e le Ville che possedeva nella diocesi di Parma; d'onde ricuperarono il balzello che gli avevano pagato. Il Pallavicino era cittadino Parmense, uomo di animo grande, che spendeva largamente, e perciò era ridotto ad essere così al verde che se poteva avere, quando cavalcava, due scudieri, che lo accompagnassero su due cavalli magrissimi, come l'ho veduto io, se ne contentava, e se lo teneva per un gran che. Ma quando poi ebbe in sua mano la Signoria delle sunnominate città, e la tenne ventidue anni, spendeva ogni dì alla sua Corte venticinque lire imperiali senza il pane e il vino. Agognò di dominare su tutti, e su tutto. Prima signoreggiò in Cremona, e ridusse al niente quella famiglia dei Sommo, che gli aveva posto in mano il dominio di Cremona, ed erano del suo partito e suoi consanguinei. Ma que' Cremonesi che teneano le parti della Chiesa, come avevano fatto i Parmigiani, gliene diedero pieno ricambio, spogliandolo e distruggendo quel di lui fortissimo castello di Busseto, che aveva fatto murare in mezzo alle acque de' paduli, in un bosco, sul confine dei territorii di Parma, Piacenza e Cremona. E credevalo sì forte da non potere essere distrutto da tutto il mondo congiurato. Parimente lo spogliarono i Piacentini, come avevano fatto i Parmigiani e i Cremonesi, e devastarono le sue Terre. Egli bandì molta gente da Cremona, molta ne martoriò, e molta ne uccise. Repudiò sua moglie, donna Berta, figlia del ConteRainerio di Pisa, perciocchè di essa non poteva aver prole; e ne sposò un'altra datagli da Ezzelino di Romano, da cui gli nacquero due figli e tre leggiadrissime figlie, che stettero lungo tempo senza maritarsi. La memoria di tali avversità gli addensò tanta nebbia di malinconia attorno all'animo, che cominciò a malare gravemente di quella malattia, che lo trasse poi al sepolcro, e fece quello che si legge di Antioco I, Macabei VI ecc. Federico poi ex-Imperatore chiuse i suoi giorni l'anno 1250 in Puglia, in una piccola città chiamata Torre Fiorentina[157], distante dieci miglia da Lucera dei Saraceni; nè il cadavere, per l'ammorbante fetore che mandava, potè trasportarsi a Palermo, dove sono le tombe, in cui si seppelliscono i Reali di Sicilia. Molte però furono le cagioni, per cui non ebbe sepoltura nelle tombe dei Re di Sicilia: 1º Il doversi verificare la divina scrittura, nella quale Isaia 14. ecc. 2º Il fetore ammorbante che tramandava il suo cadavere; il che è detto di Antioco nel 2º Macabei 9º ecc. e si verificò appuntino in Federico; 3º Lo studio del Principe Manfredi di lui figlio ad occultarne la morte per occupare il regno di Sicilia e della Puglia prima che il fratello Corrado arrivasse dalla Germania. D'onde avvenne che molti non lo credettero morto, sebbene realmente lo fosse. Quindi si verificò quel vaticinio della Sibilla, che dice:Correrà voce tra le genti: vive e non vive, e premette che la morte di lui sarà tenuta occulta. E morì il giorno di Sª. Cecilia Vergine, l'anno 1250, giorno anniversario della sua incoronazione, avvenuta l'anno 1220. Alcuni dissero che morì il giorno di Sª. Lucia; che se mai fosse stato vero, sarebbe stato ancora un avvenimento misterioso; stantechè S. Luciadisse un giorno in presenza di tutto il popolo di Siracusa: «Annunzio a voi che la pace è data alla Chiesa di Dio: Diocleziano è stato detronizzato, Massimiano è morto oggi» Similmente, quando morì Federico, molti mali scomparvero dal mondo, giusta la parola scritta ne' Proverbii 22º ecc. E nota che quelle cose che sono dette nel capitolo 14º di Isaia intorno alla distruzione di Babilonia, e intorno a Lucifero, possono essere appuntino applicate a Federico... E più sotto aggiunge altre cose che sembrano dette appositamente per Federico e pe' suoi figli. E Dio fece opera di altissima provvidenza spegnendo la stirpe de' figli di Federico, che furono una generazione malvagia e crudele, una generazione, che non tenne al retto il suo cuore; e il suo spirito non si crede che sia salito a Dio. E qui si noti che Federico quasi sempre si compiacque d'essere in rotta colla Chiesa, e in mille guise osteggiò colei che l'aveva allevato, difeso ed esaltato. Non aveva alcuna fede in Dio; fu uomo astuto, fino, avaro, lussurioso, collerico, maliziato. Talora assunse anche le apparenze del gentiluomo, quando gli piacque far mostra di bontà e di cortesia. Sapeva leggere, scrivere, cantare, e comporre canzoni e canzonette; bell'uomo, ben proporzionato, ma di statura mezzana. Io l'ho veduto, e vi fu anche un momento in cui gli volli bene, quando cioè scrisse a frate Elia Ministro Generale dell'Ordine de' Minori che in grazia sua mi restituisse a mio padre. Parlava anche varie lingue e non poche, e, per farla breve, se fosse stato buon cattolico e amante di Dio e della Chiesa, avrebbe avuto pochi pari a lui nel Regno e nel mondo. Ma siccome è scritto che un sol po' di fermento basta per corrompere tutta una gran massa, egli ecclissò ogni sua virtù col perseguitare la Chiesa; e non l'avrebbe perseguitata se avesse amato Dio, e voluto provvedere alla salute dell'anima propria. Quale realmente fosse l'ex Imperatore Federico, egli se lo saprà, e se peccando controDio ebbe a perdere molti beni presenti e futuri, ne incolpi se stesso. Per questo fu deposto dall'Impero e finì malamente. «Con lui sarà finito anche l'Impero, e se pure avrà successori, non avranno nè autorità nè grado d'Imperatori romani». Questa è predizione, dicono, di una Sibilla; ma io non l'ho mai letta ne' libri della Sibilla Eritrea, nè in quelli della Tiburtina; libri di altre non vidi mai, e le Sibille furono dieci. Che questo vaticinio si avverasse, appare chiaramente sia per la parte che riguarda l'Impero, sia per la parte che si riferisce alla Chiesa. Per quello che riguarda l'Impero successe Corrado, figlio, da legittimo matrimonio, di Federico con una figlia del Re Giovanni.
Questo Corrado non ebbe mai l'Impero, nè gli volsero mai prospere le sorti. A lui successe Manfredi, suo fratello, ma figlio di un'altra donna di Federico, che era nipote del Marchese Lanza, sposata da Federico quando egli era sul punto di morte. Questi non ebbe mai l'Impero, ma solo il titolo di Principe da quelli che erano amici di suo padre; e tenne molti anni la Signoria in Calabria, in Sicilia e in Puglia dopo la morte del padre e del fratello. A lui tentò succedere Corradino, figlio di Corrado, figlio di Federico ex-Imperatore, ma tanto Manfredi che Corradino furono tratti a morte da Carlo, fratello del Re di Francia. Per parte della Chiesa poi, i successori nell'Impero per volontà del Papa, dei Cardinali, dei Prelati e degli Elettori, furono il Langravio di Turingia, Guglielmo d'Olanda, e Rodolfo di Germania. Ma a nessuno di loro arrisero mai tanto propizie le sorti da raggiungere, più che il titolo, la piena potestà imperiale. Quindi il surriportato vaticinio pare che siasi adempiuto. Ora è da dire qualche cosa delle strambezze di Federico. E la prima fu che fece tagliare il pollice ad uno scrivano, perchè aveva scritto il nome di lui altramente dal come egli volevalo; perocchè s'era fittoin capo che nella prima sillaba del suo nome mettesse uni, Friderico, e lo scrivano aveva messo une, Frederico. Altra stranezza si fu quella di voler esperimentare che linguaggio, o che modo di esprimere i proprii pensieri, avessero i bambini cresciuti senza udir persona parlare. Perciò diede ordine ad alcune balie e nutrici che dessero ai loro bambini da suggere il latte delle mammelle, che li lavassero e li pulissero, ma non li carezzassero, nè parlassero a loro udita. Con questo mezzo credeva di poter riuscire a conoscere se que' bambini parlerebbero la lingua ebraica, la greca o la latina, o quella de' loro genitori. Ma era opera vana, perchè que' bambini morivano tutti, nè potrebbero vivere senza le voci, i gesti, il sorriso, le carezze delle balie e nutrici loro; ond'è che hanno nome di fascino delle nutrici quelle cantilene che la donna canta cullando il suo bimbo per addormentarlo; senza di che il fanciullo non potrebbe nè quietare, nè dormire. Terza stranezza fu quella che quando vide oltremare quel paese che era la Terra Promessa, tante volte da Dio magnificata col chiamarla terra stillante di latte e miele e la più ubertosa di tutte le terre, a lui per contrario non piacque, e disse che il Dio de' Giudei non dovea aver mai veduto il paese d'ond'egli veniva, cioè Terra di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia, perchè altrimenti non avrebbe più celebrata tanto quella terra che aveva promessa, e che diede agli Ebrei, de' quali poi si dice anche che poco apprezzarono la terra del loro desiderio. Perciò dice l'Ecclesiaste 5.ºNon esser precipitoso nel tuo parlare, e il tuo cuore non s'affretti di proferire alcuna parola nel cospetto di Dio. Quarta stramberia fu di mandare più volte sino al fondo dello Stretto di Messina, benchè fosse renitente, un certo Nicola, d'onde poi sempre ritornò incolume. Ma volendosi a pieno assicurare, se realmente avesse toccato il fondo, e sin di là avesse potuto ritornare, gettò una sua coppad'oro là dove credeva che l'acqua fosse più alta; ed esso mandato giù la pescò e la riportò all'Imperatore, che ne restò molto meravigliato. Finalmente volendolo mandare un'altra volta, Nicola gli rispose: Non obbligatemi a discendere ora laggiù, perchè il mare al fondo è tanto tempestoso ch'io non potrei salvarmi. Nulla ostante lo costrinse a calarsi giù, ma non si rivide: poichè in quel fondo di mare, vi sono scogli, e quando infuria la tempesta, vi nuotano grossi pesci, e, come il Nicola riferiva, vi si trovano navi naufragate. Costui poteva ripetere a Federico ciò che si legge in Giona 2.ºMi gettasti nel profondoecc. Questo Nicola era un Siciliano, ed un giorno offese gravemente ed irritò sua madre, la quale gli imprecò che abiterebbe sempre nelle acque e di rado riapparirebbe a terra; e così gli accadde. Si noti che lo Stretto di Messina in Sicilia è un braccio di mare presso Messina, ove talora la corrente è così impetuosa e vorticosa, che aggira, ingoia e sommerge le navi; e in quello Stretto vi sono anche Scilla e Cariddi, e grossi scogli; onde frequenti disastri. Sul lido, che vi si stende di fronte, sta la città di Reggio, di cui parla il beato Luca, quando narra che dalla Giudea andava a Roma coll'Apostolo Paolo, negli Atti degli Apostoli 28.ºQuindi costeggiando(cioè da Siracusa, che è la città di S.ª Lucia)giungemmo a Reggio.Tutto ciò, che ora ho contato, l'ho udito cento volte dai frati di Messina, che erano de' miei migliori amici. Io poi aveva nell'Ordine de' frati Minori anche un mio fratello consanguineo, frate Giacomino da Cassio[158], Parmigiano, che dimorava a Messina, e queste stesse cose mi riferiva. Molte altre furono le stranezze, le manìe, le maledizioni, le atrocità, le perversità e le soperchierie di Federico, di cui alcune notai in altracronaca, come sarebbe quella di chiudere un uomo vivo entro una botte finchè vi morisse, volendo con ciò dimostrare che anche l'anima era mortale.... Perocchè era epicureo, e tutto ciò che poteva trovare nella divina Scrittura o per sue ricerche, o per mezzo de' suoi sapienti, che servisse a dimostrare che dopo morte non vi è altra vita, tutto raccoglieva.... Il che prova che Federico e i suoi sapienti non avevano fede, e credevano che al di là della presente non esistesse altra vita, per non avere ritegno a secondare più sfrenatamente le loro passioni e la loro libidine. Perciò abbracciarono l'epicureismo, che ripone la pienezza della felicità dell'uomo nella sola voluttà carnale, per contrapposizione allo stoicismo, che la fa derivare dalla sola dolcezza della virtù.... La sesta pazzia, o ribalderia di Federico fu quella di dar bene da mangiare in un pranzo a due uomini, poi mandarne l'uno a dormire, l'altro a caccia, e la sera far loro aprire sotto a' suoi occhi il ventricolo per conoscere quale dei due avesse fatto miglior digestione; e da' medici fu giudicato aver meglio digerito colui che aveva dormito. La settima stranezza fu la seguente, che raccontai già in altra cronaca. Trovandosi egli un giorno in palazzo, interrogò Michele Scoto suo astrologo, quanto era egli distante dal cielo, e gliene rispose quel che ne pensava. Dopo la risposta, col pretesto di fare un viaggio, lo condusse in altre parti del Regno, e ve lo intrattenne per più mesi, e comandò a' suoi architetti e falegnami che nel frattempo abbassassero la sala del palazzo stesso in modo che nessuno potesse addarsene; e così fu fatto. Ritornato di nuovo l'Imperatore dopo il viaggio al medesimo palazzo, e dimoratovi alcuni giorni col prenominato astrologo, un dì condusse bellamente il discorso a domandargli se erano allora tanto distanti dal cielo, quanto aveva detto altra volta. E Michele Scoto, fattasi sua ragione, rispose che o il cielo doveva essersi alzato, o la terra abbassata.D'onde l'Imperatore dedusse che esso era un vero astrologo. Molte altre consimili stranezze ho udito contare di lui, e so, cui io non ridico per brevità, per premura di passar ad altro, e poi perchè mi secca parlare di tante scioccherie. Federico usava anche talora scherzare in casa co' suoi domestici, e pigliando l'aria canzonatoria, contraffaceva, discorrendo e gesticolando, quegli ambasciatori Cremonesi che di volta in volta erano inviati a lui da' loro concittadini; i quali ambasciatori solevano sempre prendere le mosse del discorso dal lodarsi reciprocamente, e dal dire l'un dell'altro a vicenda: Questi è nobile; Questi è un sapiente; Quegli è straricco; Quell'altro è potente; e, dopo le scambievoli lodi e presentazioni, cominciavano a trattare degli affari loro. Parimente tollerava le beffe, i lazzi, e le risposte pungenti de' giocolieri, e li ascoltava senza punirli, o dissimulava di averli uditi. E questa è una lezione contro altri, che si pigliano subita vendetta dei motti che toccano le loro persone. Ond'è che egli trovandosi una volta a Cremona, dopo che i Parmigiani ebbero rasa al suolo la sua città di Vittoria, e battendo colla mano sulla gobba di un giocoliere, di quelli che si chiamano cavalieri di Corte, e intanto dicendogli: O mio Dallio, quand'è che si aprirà questo cofanetto? Egli rispose: Non si potrà aprire così facile, perchè ho smarrita la chiave fuggendo da Vittoria. L'Imperatore sentendosi rinfacciare l'onta patita, e rinnovarne il dolore, trasse un sospiro e disse:Sono stato turbato, ma non ho fiatato; e non si prese alcuna vendetta. Questo Dallio era Ferrarese, mio conoscente ed amico; prese moglie una Parmigiana, e, subito dopo la distruzione di Vittoria, venne a dimorare a Parma. Sua moglie era sorella di frate Egidio Budello dell'Ordine de' Minori. Se la detta risposta l'avesse fatta ad Ezzelino da Romano, era sicuro d'averne cavati gli occhi, e d'esserne impiccato. Altra volta, quand'era all'assedio di Berceto, lo beffò e lo prese incanzone Villano Ferri, e non se ne offese. L'Imperatore gli domandò che nome avessero i mangani e i trabucchi che erano là; e Villano Ferri con certe parole canzonatorie rispose che si chiamavanosbegni e sbegnoini. Al che l'Imperatore sorrise soltanto, e si allontanò. Qui pare luogo opportuno, di dire come l'Imperatore Federico sia nato, cioè di quali genitori. Dirò dunque che suo padre si chiama Enrico VI, sua madre Regina Costanza, che era Siciliana, figlia di Guglielmo Re di Sicilia; ma, per conoscere meglio l'origine di Federico, ti fa d'uopo guardare più sopra. L'anno del Signore 1075 fu fatto Papa Gregorio VII; si chiamava Ildebrando monaco, e tenne il Pontificato 13 anni, un mese e quattro giorni. Fu fatto prigioniero la notte di Natale presso S.ª Maria Maggiore. Dopo di che, il ventun di Maggio, venne a Roma Re Enrico; e nell'anno medesimo dell'apostolato d'Ildebrando, entrò pure in Roma, il ventotto di Maggio, Roberto Guiscardo Re de' Normanni. E mentre soggiornava in Roma, arrivò Enrico III Imperatore con Guiberto Arcivescovo di Ravenna per deporre Gregorio, e far Papa Guiberto; ma il popolo romano, per pretesto di riguardi ai Papa, non voleva aprire le porte all'Imperatore, che era un maledetto, e, finchè visse, osteggiò la Chiesa. Ma l'Imperatore arietando aprì una breccia nella muraglia di cinta della città, e