É 'n tedianza cu'no posso parlare:
É 'n tedianza cu'no posso parlare:
É 'n tedianza cu'no posso parlare:
e vuol dire che secca l'avere un'amica, a cui l'amicosuo non può parlare, quale sei tu chiusa in un monastero. Ed ella rispose: «Se non può passare tra noi mutuo colloquio, almeno amiamoci col cuore, e preghiamo l'uno per l'altro a fine di salvarci»; Giacobbe nell'ultimo libro. E mi parve che a poco a poco volesse tirarmi a sè, e adescarmi ad amarla; perciò le dissi: Il beato Arsenio.... Ottaviano fu uomo sagacissimo. Di fatto facendosi un giorno una solenne processione, un giocoliere nel momento ch'egli passava, disse a voce sì alta che il Cardinale udiva: Largo, largo, toglietevi di quà, e lasciate passare quell'uomo, che fu traditore della Corte Romana, e molte volte ingannò la Chiesa. Udite il Cardinale queste cose, ordinò sottovoce ad uno de' suoi di chiudere la bocca al giocoliere con monete, ben sapendo che tutto cede alla potenza dell'oro. E così si liberò da quella vessazione. Anzi il giocoliere, intascati i danari, si portò subito su di un'altra strada, per la quale dovea passare il Cardinale, e ne fece mille elogi, dicendo che nessun Cardinale meglio di lui aveva la Corte Romana, e che era veramente degno del papato. Parimente ho udito dire che, se Papa Innocenzo IV avesse vissuto un po' più, avrebbe deposto Ottaviano dal cardinalato, perchè era troppo partigiano dell'Impero, e non trattava con fedeltà gli interessi della Chiesa. Ma egli che sapeva di non essere nelle grazie del Papa, e che molti cortigiani ed altre persone lo avevano divulgato, si studiava di far mostra di godere la confidenza papale. Perciò quando i Cardinali uscivano dal quotidiano concistoro che il Papa soleva tenere, e andavano affrettandosi ai loro alberghi, Ottaviano, o in anticamera, o sul passeggio, che era subito fuori della porta del palazzo del Papa, si fermava a parlare con qualche chierico sino a tanto che vedeva che i Cardinali se n'erano andati tutti, sicchè paresse che, di quelli che erano nella sala del palazzo al cospetto del Papa, egli fosse stato l'ultimo, a uscire, econ ciò voleva far credere che il Papa l'avesse trattenuto a confidenziale colloquio per trattare seco di affari importantissimi, e così tutti lo stimassero il Cardinale più influente in Corte, e il più potente presso il Papa, e quindi con lui largheggiassero in regali, come a uomo, che avrebbe potuto giovarli assai negli affari che avevano col Papa...... In quel tempo che Ottaviano fu Legato in Lombardia, fu Legato in Lombardia stessa anche Gregorio Montelungo. Egli era una volta uno dei sette notai della Corte Romana, e fu un antico Legato di Lombardia. Di fatto quando Ferrara fu tolta dalle mani e dalla signoria del Salinguerra, vi era presente; e quando l'Imperatore assediava Parma, era ivi Legato, e alzava la sua tenda sempre di fronte alla tenda dell'Imperatore. Egli era uomo coraggiosissimo, dotto nelle armi e aveva composto un libro intitolato:Della sagacia nell'arte della guerra. Sapeva condurre e ordinare le milizie alla battaglia; sapeva simulare e dissimulare; conosceva quando s'aveva a star cheti, e quando si dovea irrompere contro il nemico. L'Apostolo nell'epistola agli Ebrei 5º dice:Ma il cibo sodo è per li compiutiecc; de' quali uno era Gregorio da Montelungo, che aveva tanta pratica di battaglie, che sapeva discernere e quando una battaglia la s'avea da ingaggiare, e quand'era il momento di finirla..... E così faceva Gregorio da Montelungo, perchè era dotto nell'arte della guerra, e sperava ed aspettava la vittoria da Dio; e la ebbe segnalata quando s'impossessò di Vittoria.......... Anche Vegezio, ne' libri dell'arte militare a Teodosio Imperatore, insegna mille accorgimenti atti a ben condurre una battaglia, libri ch'io ho veduti e letti, e sono molto utili a chi deve sostenere una guerra contro i suoi nemici. Similmente il Legato Gregorio di Montelungo, quando si trovava in Parma assediata da Federico, udendo che i Parmigiani mormoravano, perchè non arrivavano soccorsicontro le astuzie del dragone, cioè di Federico, egli ne teneva alti gli animi con suoi scaltrimenti. Perciò invitava talora seco a pranzo alcuni militari dei maggiorenti della città, tra' quali io fui talora commensale alla sua tavola nel palazzo del Vescovo di Parma, e mentre si pranzava, ecco arrivare un messo alla porta, che ad alta voce chiamava e voleva entrare. Allora uno de' famigli del Legato, a udita di tutti, annunziava al Legato l'arrivo di un nuovo messo. Egli comandava che subito senza indugio si facesse venire alla sua presenza; e si presentava un uomo succinto, come in abito da viaggio di persona che arrivasse da lontano paese, colle scarpe polverose, e alla cintura la valigia delle lettere; e, prese le lettere, il Legato comandava che conducessero il messo in disparte a rifocillarsi e riposare, e che gli imbandissero un buon pasto. Ma il Legato faceva così per darsi l'aria d'aver compassione della stanchezza del messo, mentre lo scopo diretto era di impedire che i commensali cercassero al messo notizie, che poi esso non avrebbe saputo dare, oppure, per dire qualche cosa, sarebbe caduto in qualche scempiaggine. Nè qui era finita. Il Legato leggeva le lettere ai commensali, nelle quali si preavvisava dell'arrivo di soccorsi. Queste cose que' militari le divulgavano per la città, e il popolo ne faceva le feste, e senza rincrescimento aspettava. Ma due frati Minori di Milano, cioè frate Giacomo e frate Gregorio, che stavano permanentemente in casa del Legato, mi assicurarono che le accennate lettere erano state scritte la sera antecedente nella camera del Legato. Ma egli, a cautela e con accorgimento, faceva spesso queste cose per tener vivo lo spirito nel popolo; e tanto in varii modi tenne alti gli animi de' suoi guerrieri contro la città di Vittoria edificata da Federico, che la fu presa, e si completamente rasa al suolo, da non trovarsene più una pietra. È poi da sapere che l'Imperatore tentò più volte la costanza di Gregoriocon insistenti preghiere, per tirarlo dalla sua, e far seco amicizia, e gli prometteva di crearlo primo ministro della Corte, sicchè sarebbe stato secondo dopo lui primo; ma invano Federico s'ingegnava cogli inganni e colle tentazioni di vincere Gregorio, perchè più facilmente e più presto si sarebbe fatto deviare dal suo corso il sole (la qual cosa è creduta impossibile), che corrompere Fabrizio. Così nessuno mai potè distogliere Gregorio dalla fede data. Questo Legato soleva abitare o a Milano, o a Parma, o a Ferrara. Ed una volta, ora è già passato molto tempo, che era a Ferrara, aveva un certo corvo, cui al bisogno dava in pegno per grosse somme di danaro, e che poi dopo riscattava, restituendo il danaro ricevuto. Quello era un corvo, che parlava come un uomo, e si prendeva gabbo di tutti. Di notte sorgeva e chiamava alle loro stanze gli ospiti forestieri, gridando: Chi vuol venire a Bologna? Chi vuol venire a Doiolo? Chi vuol venire a Peola? Venga, venga, venga, presto, presto: sorgete, alzatevi, correte; andiamo, andiamo; alla barca, alla barca:voga, voga, arranca, arranca:al largo: Timoniere, prendi la rotta, la rotta. S'alzavano dunque i forestieri novelli, che non sapevano delle canzonature e delle gabbature di questo corvo, e colle loro robe e co' bagagli quasi tutta la notte aspettavano in riva al Po la barca, che li trasportasse ove volevano andare; e non trovando ivi nessuno restavano tra lo sdegno e la meraviglia di non sapere da chi fossero stati in tal modo giocati. Così pure questo corvo era tanto molesto ad un cieco, che quando andava a piedi e a gambe nude mendicando lungo la riva del Po, gli beccava le calcagna e le gambe, e poi fuggiva, e, beffandosi del cieco, gli diceva: Or pigliati questa, or abbiti quest'altra. Ma un dì il povero cieco lo colse col bastone sull'ala, e disse: Or tocca a te; or tocca a te. E il corvo rispose: Or tocca a me; or tocca a me. E il cieco: Tienla; prendi la tua e vanne; i simulatori e gliastuti provocano l'ira di Dio; ti ho colpito una volta; non sarà necessaria la seconda; va dal medico a vedere se ti può guarire, giacchè la tua frattura è immedicabile, la piaga è maligna. Ma il Legato diede in pegno il corvo per danaro, nè volle più riscattarlo, perchè era ferito. Altrettanto fanno molti, che licenziano i loro servi quando cominciano a malare. Come fece quello del 1º dei Re 30º ecc. Operò bene il Centurione, che disse al Signore Mattia 8º ecc. Così il Legato Gregorio fu un personaggio pari a quello che descrive l'Ecclesiastico 34º dicendo:Uomo in molte cose esperto.Trattò con fedeltà e con accorgimenti gli interessi della Chiesa, e meritossi il Patriarcato di Aquileia, e lo tenne molti anni sino alla morte. Ebbe in un certo luogo un colloquio famigliare con Ezzelino da Romano, e molti fecero le meraviglie che tali due uomini potessero avere tra loro un colloquio, stantechè Ezzelino era in fama d'essere un membro del diavolo, e figlio di Belial, a cui nessuno potesse parlare; e il Legato si reputava un alto cedro del Libano. Tuttavia è da sapere che Gregorio di Montelungo patì di podagra, e non fu casto; ed io ho conosciuto alcuna delle sue amanti. Intorno al raccomandare la castità a molti chierici secolari..... Così è da sapere di Ezzelino da Romano che Papa Alessandro IV trattava con lui e lo preparava a diventare d'un membro del Diavolo un figlio di Dio, e un amico della Chiesa. Ma due ostacoli si frapposero: 1.º che l'ecclesiastico dice, 7º:Considera le opere di Dioecc; 2.º che Ezzelino, l'anno 1259, fu fatto prigioniero di guerra, e l'anno stesso morì e fu sepolto nel castello di Soncino[177], nella diocesi di Cremona. L'anno successivo poi, 1260, appena cominciata la devozione dei flagellanti, morì Papa Alessandro IV; e fu ordinato di celebrarne l'anniversario nella vigilia dellatraslazione del beato Francesco, cioè ai 24 di Maggio. Dopo Gregorio da Montelungo fu eletto Legato della Sede Apostolica Filippo, per grazia apostolica e divina, Arcivescovo di Ravenna; il quale parla ne' seguenti termini della circoscrizione della sua Legazione in una sua Notificazione: «E perchè non si sollevi alcun dubbio sulla circoscrizione della nostra Legazione, sappiano tutti che a noi è pienamente affidato l'ufficio di Legazione nei patriarcati di Aquileia e di Grado; nelle città, diocesi e provincie di Ragusa, Milano, Genova, e Ravenna; ed in generale in Lombardia, in Romagna e nella Marca di Treviso». Questo Legato era oriondo di Toscana, nel distretto della città di Pistoia; e, povero qual era, andò scolare a Toledo, volendo imparare l'arte della negromanzia. Assiso un giorno sotto un porticato di quella città, un soldato gli domandò che cercasse; ed avendogli esposto che era Lombardo, e il motivo che lo aveva condotto là, lo presentò ad un maestro togato di quell'arte, vecchio, bruttissimo, e glielo raccomandò, pregandolo che per amor suo lo istruisse diligentemente nell'arte che professava. Quel vecchio lo fece entrare in camera sua, gli porse un libro e gli disse: Quand'io mi sarò ritirato, tu potrai quì studiare. E partendosene chiuse bene la porta e la camera. Ma quando questo giovane cominciò a leggere, gli apparvero demoni sotto varie forme, di sorci, di gatti, di cani, di porci, e n'era piena la camera, e per la camera quà e là saltellavano e scorrazzavano. In mezzo a quella scena egli non osò aprir bocca, quando d'improvviso si trovò fuori della camera seduto in istrada. E, sopravvenuto il maestro, gli disse: Che fai quì o figlio mio? Allora egli raccontò al maestro quanto era accaduto, ed il maestro lo ricondusse dentro ancora, e, come prima, partissene chiudendo diligentemente la porta. Ma, riprendendo il giovanetto la sua lettura, eccogli comparire molti garzoncelli e donzelletteballonzolanti per la camera. E di nuovo non osando dir verbo, si trovò fuori seduto sulla via. Ciò vedendo il maestro, gli disse: Voi Lombardi non siete fatti per quest'arte; lasciatela a noi Spagnuoli, che siamo uomini fieri e simili ai demonii. Tu poi, o figlio, vattene a Parigi, e studia la divina Scrittura, che puoi diventar grande anche nella Chiesa di Dio. Andò dunque a Parigi, e studiò, e imparò assai; e, ritornato in Lombardia, dimorò a Ferrara in casa del Vescovo Garsendino, che era uno dei figli di Manfredo di Modena, e fratello dell'Abbate di Pomposa[178]. Diventò poi camerlengo del Vescovo, che, morto, ebbe un successore, e morto anche il successore, costui fu eletto Vescovo di Ferrara, e restò molt'anni l'eletto di Ferrara, finchè fu poi creato Vescovo di Ravenna. E quando Papa Innocenzo IV da Lione venne a Ferrara, costui ivi...... Fatto dunque Legato l'Arcivescovo di Ravenna Filippo, si recò a Ferrara nel tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre. (Il tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre è il mese di Maggio, perchè la stagione è serena, ridente, temperata, nella quale l'usignolo canta quasi sempre, e si trova erba in abbondanza pe' buoi e pe' cavalli). Venuto a Ferrara convocò tutti gli abitanti della città e i Padovani fuorusciti, che ivi erano ospiti, e arringò dalla porta principale della chiesa madre, dedicata a S. Giorgio, (quella della diocesi poi era dedicata a S. Romano) e vi si trovarono tutti i religiosi e i popolani, ragazzi e adulti, i quali speravano di udir parlare della grandezza delle opere di Dio. Anch'io vi era, e mi trovava a fianco dell'Arcivescovo, e con me, e seduto accanto a me, vi era Bongiorno Giudeo, che era mio famigliare, e desiderava anch'egli di udire. Ritto adunque il Legato sulla portadella casa del Signore, cominciò a parlare a voce alta; e l'arringa fu breve, perchè poche parole, e molte opere, debbono farsi, quando sono da tradurre in atto le imprese di cui si parla. Notificò adunque al popolo che egli era stato fatto Legato dal papa per andare contro Ezzelino da Romano, e che perciò voleva fare una crociata per riconquistare Padova, e ricondurre nella loro città i Padovani espulsi; e che chiunque si facesse inscrivere soldato nell'esercito, che voleva levare per quella impresa, acquisterebbe l'indulgenza, il perdono e l'assoluzione di tutti i proprii peccati. E nessuno osi dire: È impossibile che noi possiamo sconfiggere quell'uomo diabolico, temuto dai diavoli stessi; perchè ciò non sarà impossibile a Dio, che combatterà per noi. E aggiunse: Io dico a Voi, ad onore e gloria di Dio onnipotente, e dei beati Pietro e Paolo di lui Apostoli, nonchè del beato Antonio, che si venera in Padova, che se anche io non avessi con me che orfani, pupilli e vedove, e le persone bersagliate da Ezzelino, non mi verrebbe meno la speranza di riportare vittoria sopra quel membro del diavolo e figlio dell'iniquità; poichè già le grida della sua iniquità sono salite al cielo, e dal cielo si roterà la spada contro di lui. Queste parole del Legato fecero esultare di allegrezza gli ascoltatori; e, raccolto un esercito, a tempo opportuno marciò all'espugnazione di Padova, fortemente munita da Ezzelino di mille cinquecento armati, uomini robusti ed espertissimi della guerra. Ma Ezzelino era altrove, e temeva tanto di perdere Padova, quanto Iddio teme che cada il cielo, specialmente perchè era cinta da triplice muraglia, ed aveva fosse ed acque all'esterno ed all'interno, ed, oltre i soldati, una moltitudine di popolo; e, per giunta, Ezzelino, anzi che potenti ad espugnare e prendere quella città, giudicava i suoi nemici, imbelli, senza valore e senza perizia dell'arte della guerra. Ma in questo esercito vi era un fratelaico dell'Ordine dei Minori, nativo di Padova, di nome Clarello, da me veduto e conosciuto a fondo, che aveva cuor di leone, e ardeva di desiderio che i Padovani, profughi già da tanto tempo, fossero rimessi nella loro città. Questi, riconosciuto che il momento era favorevole, e sapendo che: «Dio si vale dei più deboli per umiliare i forti» si fece portabandiera dell'esercito, per provare se mai per caso volesse Iddio per mano di lui salvare tanta gente. Si mise dunque alla testa dell'esercito, e, trovato un campagnuolo che aveva tre cavalle, gliene tolse a forza una, e montatala, impugnò una pertica che gli servisse come di lancia: e cominciò a scorrazzare di quà e di là, e gridare altamente: Su via, coraggio, soldati di Cristo; su via, coraggio, soldati del beato Pietro; su via, coraggio, soldati del beato Antonio; scuotetevi di dosso il timore, e confortatevi in Dio. Non ci volle di più. Alle parole di lui si inanimò e infiammò tanto la milizia che si deliberò di seguirlo ovunque andasse. E ripigliava frate Clarello: Andiamo, andiamo; Addosso, addosso; la salvezza è nelle mani di Dio; sorga Iddio.......... Andò dunque l'esercito seguendo Clarello che precedeva e col vessillo in mano e coll'accesa parola infocava gli animi alla guerra, e campeggiò all'assedio della città. A quelli poi che eran dentro svegliò Iddio la paura in cuore, e non osarono resistere. In quell'esercito eravi anche un altro frate Minore, uomo santo e devoto a Dio, che da secolare era stato ingegnere meccanico di Ezzelino coll'incarico di costruire macchine, trabucchi, gatti e arieti per diroccare le città e le castella. Il Legato, stantechè costui non voleva uscire dall'Ordine, gli comandò, in virtù di santa obbedienza, di svestire l'abito del beato Francesco, e indossare un vestiario bianco, e fabbricare un gatto così potente da poter aprire subito le muraglie della città. Il frate obbedì umilmente, e prestissimo inventò un gatto, chenella parte anteriore gettava fuoco, e dentro vi stavano rimpiattati uomini in armi; e così la città fu presa incontanente. Entrati in città, i partigiani della Chiesa non vollero fare offesa ad alcuno, nè uccidere, nè imprigionare, nè spogliare, nè rapinare, ma perdonarono a tutti, e li lasciarono tutti liberamente uscire. E si tenevano ben felici di potersene partire schivando offese e catture. Pertanto tutta la città si levò in allegria ed esultanza. Erano uomini pestiferi quelli che se la svignarono da Padova; erano distruttori e dissipatori quelli che da Padova fuggirono; e furono riparatori quelli che vi rientrarono...... E siccome la vittoria l'ebbero riportata e la città fu presa l'ottava di S. Antonio, perciò i Padovani festeggiano più solennemente l'ottava che la festa di S. Antonio. Quindi s'attaglia ottimamente a questo fatto ciò, che si legge sulla fine del libro di Ester:Perocchè questo giornoecc. sino all'ultimo versetto, che parla di cose consimili. Ma così non cantano i Bolognesi di parte della Chiesa, che non vogliono sentirlo nominare questo Santo in Bologna, perchè l'anno 1275 furono, appunto il dì di S. Antonio, dai Bolognesi fuorusciti, cioè dai Lambertazzi, e dai Faentini, e dai Forlivesi, al ponte di S. Procolo, sconfitti in battaglia, morti, fugati, fatti prigionieri e incatenati nelle carceri. E l'anno avanti, cioè nel 1274, gli stessi Lambertazzi furono espulsi di Bologna dal partito della Chiesa il 1º di Giugno, dopo aver avuto tra loro guerra civile......... Ed il Legato, che anche prima era uomo di gran rinomanza e riputazione, dopo la presa della città di Padova, riacquistò fama che risuonò altissima ed amplissima. Egli molto tempo prima era stato Legato in Alemagna, allorchè, dopo la deposizione di Federico, fu eletto Imperatore il Langravio. (Al tempo di quella sua Legazione vi erano in Alemagna tre provincie, nelle quali dimoravano alcuni famigerati religiosi, che dato un calcioalle discipline del loro Ordine, non volevano obbedire ai Ministri. E, andando eglino a consultare il Legato, li faceva sostenere e consegnare nelle mani de' Ministri, perchè li giudicassero, e su loro pesasse quella sentenza, che era conforme agli Statuti dell'Ordine). Or avvenne che il Langravio morì; ed egli, che era in altra città, udito della morte del Langravio, e temendo di Corrado figlio di Federico, che faceva tener molto vigili gli occhi sull'Alemagna, comandò ad uno de' suoi domestici che per parecchi giorni non aprisse la camera di lui a nessuno, macchinando egli di fuggire per non restare prigioniero; e con mentito vestiario e un solo compagno occultamente andò al convento de' frati Minori, e chiamato il Guardiano in disparte, gli disse: Mi conosci tu? A cui egli rispose: No. E il Legato ripigliò: Conosco ben io te; e ti comando in virtù d'obbedienza di tenere in te e non rivelare a nessuno le cose che ti dirò, sino a che non ne avrai licenza da me; e di non parlare a nessuno se non in mia presenza, e non in tua lingua tedesca, ma sempre in latino. Or ti dico che il Langravio è morto, ed io sono il Legato: darai dunque a me e al mio compagno un abito del tuo Ordine, e senza indugio ci trafugherai e condurrai in luogo sicuro, chè io fuggo per non cader prigioniero di Corrado. Questo bastò perchè ogni cosa fosse subito e di buon grado eseguita. Ma volendolo condurre fuori di città, trovò una porta chiusa; trovò chiusa la seconda e la terza. Ma alla terza videro che un cane grosso usciva fuori per un vano che era sotto tra l'imposta e la soglia, e parve loro di poter per quello uscire anch'essi. Ma provandovisi, il Legato per la sua grossezza non poteva sbucare. Allora il Guardiano puntò con un piede su le natiche del Legato e spingendo lo fece passare. Usciti per quel pertugio tutti e quattro, presero la via, ed in giornata arrivarono ad una città, ove era un convento di sessanta fratiMinori; dai quali, interrogato il Guardiano che cercava ospitalità chi fossero quei frati che conduceva seco, egli rispondeva: Sono Grandi di Lombardia; per amor di Dio mostratevi con loro liberali e cortesi, fate a loro servizio e onore a voi; giacchè l'onore non è solo e tutto di quelli a cui si fa, ma la miglior parte è di chi lo fa, ed è da reputarsi veramente cortese colui, che di buon animo e con fronte lieta e serena, e senza speranza di ricambio, è liberale di servigi a persone sconosciute. Si presentò dunque il Guardiano di quel convento con dieci frati del convento stesso, e pranzò col Legato e compagni in foresteria con tutta famigliarità e allegramente, mostrando di ricevere molta consolazione dalla presenza di quegli ospiti. Or conoscendo il Legato di essere in sicuro, e di aver sfuggito ogni pericolo, dopo il pranzo diede facoltà al Guardiano che lo aveva accompagnato di farlo conoscere. Perciò quel Guardiano forestiere disse ai frati: Sappiate, fratelli carissimi, che questo frate, col quale avete pranzato, è il Legato del Papa; e l'ho condotto qui da voi perchè è morto il Langravio, e qui non c'è punto da temere di Corrado. Nessuno finora ne sapeva nulla, neppure il compagno mio, che è venuto qui meco. Udendo queste cose i frati, cominciarono a tremare come giunchi nell'acqua corrente; ma il Legato disse loro: Non abbiate timore, o frati; io ho conosciuto che voi albergate negli animi vostri l'amor di Dio; ci serviste con prontezza; ci accoglieste con festa e cortesia; Iddio ve ne rimeriti. Io era amico dell'Ordine del beato Francesco, e lo sarò in tutta la mia vita. E di fatto fu così. Diede ai frati Minori la chiesa di S. Pietro maggiore di Ravenna; ne concedeva ogni grazia che si domandava, di predicare, di confessare, di assolvere da tutti i peccati a lui riservati. Aveva una caterva di servidorame terribile e feroce, ma tutti erano reverenti verso i frati Minori, come fossero stati gliApostoli di Cristo, sapendo che eravamo addentro nelle grazie del loro padrone; ed erano ben quaranta uomini armati, che aveva sempre seco a guardia della sua persona, e lo temevano come il diavolo. Ed Ezzelino da Romano era poco più temuto. Imponeva a' suoi servi severissime punizioni. Di fatto andando un giorno ad Argenta[179], che è castello arcivescovile, fece legare un servo con una fune ed immergerlo nell'acqua, e, così legato ad una barca, lo fece trascinare per le acque delle valli, come se fosse stato uno storione. E tutto questo perchè s'era dimenticato di portar seco il sale. Altra volta ne fece legare uno ad una grossa pertica, e girare come allo spiedo vicinissimo al fuoco. E piangendo gli altri servi per compassione e per pietà al vedere quel crudele spettacolo, si rivolse a loro dicendo; A che piangete, o miserabili? e comandò che si allontanasse dal fuoco; ma ne aveva già avuto spavento e scottature. Gettò in una prigione legato un suo castaldo di nome Ammanato, Toscano, per accusa d'aver consumate le rendite di lui, e i sorci lo rosicchiarono tutto. Molte altre crudeltà commise colle persone del suo servizio per vendetta, per punizioni e per esempio agli altri. Perciò Iddio permise che restasse prigioniero di Ezzelino, quando era tuttavia Legato; e lo teneva sotto buona guardia e lo conduceva seco ovunque andava per sicurezza che non gli sfuggisse. Però Ezzelino lo trattava con reverenza e onorificamente, sebbene gli avesse rapita di mano la città di Padova. Ma Colui che liberò dal carcere Manasse, e lo restituì nel suo regno, liberò anche costui nel modo che segue. Un certo Gerardo, banchiere di Reggio, lo cavò dalla prigione di Ezzelino, e con una fune lo fece calar giù dal solaio, e così nel nome del Signore evase dalle mani di Ezzelino. Egli poi non fuimmemore del beneficio, o piuttosto del servigio ricevuto, e ne lo ricambiò nominandolo Cardinale di Ravenna. E a frate Enverardo di Brescia, dell'Ordine de' Predicatori, e lettore magno, diede il Vescovado di Cesena, perchè apparteneva alla sua Corte, e fu fatto insieme a lui prigioniero; il qual frate Enverardo uscì di carcere dopo la morte di Ezzelino, quando furono scarcerati anche tutti gli altri, che quel maledetto di Ezzelino teneva prigioni. Questo Arcivescovo aveva due nipoti, cioè Francesco e Filippo; ma veramente Filippo era suo figlio, ed aveva venticinque o trent'anni, avvenente e bello come un Assalonne; e Filippo Arcivescovo di Ravenna e Legato della Chiesa romana lo amava come l'anima sua..... Chiunque pertanto voleva empir le mani di quei due, poteva avere o una prebenda, o qualunque altra cosa avesse voluto dall'Arcivescovo; onde ne diventarono ricchissimi. Ebbe anche una figlia bellissima, cui volle dare in moglie a Giacomo di Bernardo, ma non la volle, perchè non era figlia legittima, e poi non voleva in dote beni che erano della Chiesa, ed anche perchè inclinava dell'animo a farsi frate Minore, e morire nell'Ordine del beato Francesco, come poi avvenne. Questo Arcivescovo era poi talora tanto melanconico, triste e furioso e figlio di Belial, che nessuno gli poteva parlare. A me però fu sempre benevolo, famigliare, cortese e liberale; e mi regalò quelle reliquie del beato Eliseo, che erano in S. Maria del Fortico presso Ravenna, nel monastero di S. Lorenzo, in un'urna di marmo nella cappella reale; ed io ne portai le ossa principali e più cospicue a Parma, e le collocai nell'altar maggiore della chiesa dei frati Minori, e vi sono tutt'ora colla seguente epigrafe, oltre un'altra che vi avevano apposta in piombo:
HIC VIRTUTE DEIPATRIS OSSA MANENT HELYSEI,QUAE SALIMBENEDETULIT OSSA BENE
URNADELLE OSSA DEL PADRE ELISEODONO SACRODELLA PIETÀ DI FRATE SALIMBENE
Ma non potei avere la testa di Eliseo, perchè gli Eremitani, di abuso, l'avevano levata, e portata via; e l'Arcivescovo si curava più di guerra che di religione. Una volta venne a Faenza, quand'era Legato, dove io pure abitava, e dovendo entrare nel convento di S.ª Chiara, perchè la Badessa voleva conferire a lungo con lui, mandò cercando alcuni frati, che, tanto per far tacere la maldicenza, quanto per onor suo, l'accompagnassero. Credo che nessuno al mondo più di lui ambisse ricevere dimostrazioni d'onore, e nessuno più di lui sapesse farla da gran Signore e da Barone, come ho giudicato io stesso, ed ho udito anche da altri. Andammo dunque, dieci frati, a fargli corteggio d'onore, e dopo che ci fummo scaldati, (era un sabato di Gennaio, a buon mattino, festa di S. Timoteo) vestì gli indumenti sacerdotali per entrare nel monastero coi riguardi dovuti alla decenza e all'onestà. E, mettendosi un camice che aveva le maniche strette, s'inquietava. Ed il Vescovo di Faenza gli disse: A me non è stretto, e me l'infilo nelle braccia comodamente. A cui l'Arcivescovo rispose; Come? È forse tuo questo camice? È mio, disse il Vescovo. E il mio dov'è dunque? ripigliò l'Arcivescovo; e si scoprì che uno dei servi l'aveva portato a Ravenna. In vero, disse l'Arcivescovo, mi meraviglio io stesso della pazienza, che ho; ma lo punirò poi, giacchè, non essendo quì, non posso punirlo ora: cosa differita non è perduta. A questo punto io dissi all'Arcivescovo: Padre, portate pazienza; la pazienza è virtù di perfezione; e il Savio ne' Proverbii 25.º dice:Il Principe si piega con sofferenza, e la lingua dolce rompe l'ossa. Allora l'Arcivescovo soggiunse: Il savio ne' Proverbii 23º dice anche:Chi risparmia la verga, non vuol bene a suo figlio. Accortomi che l'Arcivescovo aveva fermo il proposito di infliggere al servo una punizione, soggiunsi: Padre, lasciamo questo discorso, e parliamo d'altro. Celebrate, voi, oggi la messa? E disse:No; voglio che la canti tu. Ed io risposi: Obbedirò e la canterò. Allora l'Arcivescovo riprese: Volete ch'io vi predica qualche cosa del Papa futuro? (per la morte di Papa Urbano IV di Troyes era vacante la cattedra di S. Pietro). Sì, Padre, rispondemmo in coro, ditene chi sarà il Papa futuro. E disse: Papa Gregorio IX amò assai l'Ordine del beato Francesco; ora succederà Gregorio X, che amerà di gran cuore i frati Minori. (E voleva alludere a sè medesimo, perchè ambiva molto di avere il Papato, e lo sperava anche, sia perchè aveva molta deferenza pe' frati Minori; sia perchè il maestro in negromanzia di Toledo gli aveva presagito che sarebbe diventato grande nella Chiesa di Dio; e gli prestava fede, trovandosi già in eminente grado collocato; sia perchè i Cardinali erano talvolta discordi nell'elezione del Pontefice; e più ancora perchè già si buccinava qualche cosa di lui a questo proposito). Allora io presi la parola e soggiunsi: Padre, per grazia di Dio sarete voi quel Gregorio X: Voi ne avete prediletti sin ora; Voi ne porterete ancora più amore per l'avvenire. Ma così non avvenne; non successe un Gregorio X, sibbene un Clemente IV; nè l'Arcivescovo di Ravenna ebbe il Papato. Fatte dunque queste ciarle, l'Arcivescovo, che era anche Legato, soggiunse: I frati che verranno meco nel monastero saranno tutti quelli che si trovano quì presenti; de' miei nessuno entrerà, tranne il Vescovo di Faenza, l'Arcidiacono di Ravenna, e il Podestà di questa Terra. Era allora Podestà di Faenza Lambertino dei Samaritani, Bolognese, che era figlio di una sorella della Badessa di Faenza; la quale era nativa di Faenza stessa, e sapeva, quando le piaceva, col gentile e accorto parlare e co' doni, cattivarsi il cuore di tutti; ed aveva così allacciato l'animo del Cardinale Ottaviano che in ogni cosa che gli domandava se lo aveva favorevole, benevolo e condiscendente. Arrivati alla porta della chiesa, trovammoivi un frate converso con un incensiere che mandava globi di fumo, ed incensato il Legato, questi prese l'incensiere dalle mani di lui, ed incensò tutti i frati, che entravano in Chiesa, dicendo:de lincenso ali frati me: de lincenso ali frati me: de lincenso ali frati me.Che era come dire: Incenso i miei frati. Dopo ci inviammo alla scala, e nel salire, poi nello scendere ed uscire, si appoggiava a me, in parte per boria, e in parte per bisogno; ed io lo reggeva a destra, e l'Arcidiacono di Ravenna a sinistra. Nella chiesa, che non era al piano terreno, si trovò raccolto tutto il convento di quelle donne, in numero di settantadue; e celebratasi la messa solennemente, e sbrigati gli affari, e dati i consigli opportuni, usciti dal monastero, trovammo un buon fuoco. E subito suonò nona; ed il Legato, mentre svestiva gli abiti pontificali, disse: Vi invito tutti meco a pranzo. E credo che ben dieci volte in quel suo dialetto toscano ripetesseMo è ve 'nvito, e sì ve renvito.Che era come dire: Vi invito a pranzo, e vi prego di non mancare. Erano però que' frati tanto timidi e in soggezione, che non potei condurne meco che due; gli altri andarono a pranzare al convento dei frati. Quando arrivai al palazzo del Vescovo, il Legato mi disse: Oggi è sabato, e il Vescovo e il Podestà vogliono mangiare di grasso; lasciamoli, e andiamo alla sala del mio palazzo, chè troveremo imbandito un buon pranzo. Mi condusse dunque seco, mi fece sedere a tavola accanto a sè, e più volte mi disse che s'aveva avuto molto per male ch'io non l'avessi onorato di condurre meco gli altri frati, e che li aveva invitati tutti. Ed io non aveva coraggio di dirgli che non erano voluti venire; perchè se ne sarebbe impermalito ancor più; invece io risposi che un'altra volta avrebbe commensali tutti i frati del convento. Ed egli ci teneva molto alle dimostrazioni d'onore, che gli si facevano. Anche l'Arcidiacono venne con noi, ma sedettein disparte alla tavola bassa. Era egli un mio conoscente ed amico, e mi mandò un regalo. Questo Filippo Arcivescovo di Ravenna, per ordine di Papa Alessandro IV, poichè di nuovo correvano voci di invasioni di Tartari, convocò a Concilio in Ravenna, nella Chiesa Orsiana, che è la Chiesa Arcivescovile, tutti i Vescovi suoi suffraganei per discutere e deliberare intorno al modo di provvedere all'utilità della Chiesa, e per raccomandare che tutte le Chiese e le prebende fossero pronte a soccorrere colle rendite loro la cristianità contro i Tartari, quando il Papa lo ordinasse; e che intanto facessero preghiere per tener lontano da loro e dal popolo cristiano le nazioni barbare. A questo Sinodo intervennero i Preti, gli Arcipreti, i Canonici, e gran numero di altri chierici. Aveva anche l'Arcivescovo mandato dicendo a tutti i Guardiani dell'Ordine de' frati Minori della provincia di Bologna che andassero al Sinodo co' loro lettori. Ed erano già sull'andare, quando frate Bonagrazia, che era Ministro, non volle che nessuno vi intervenisse, tranne frate Aldobrando da Fojano[180], che era già stato Ministro, ed allora era lettore a Modena: ed io l'accompagnai fino a Ferrara. Frate Bonagrazia però, che era Ministro, e non volle andarvi, conferì tutti i suoi poteri a frate Aldobrando, e mandò con lui frate Claro di Firenze e frate Manfredo di Tortona, che erano ambidue chierici e dottori illustri. In quel Concilio il clero secolare colse l'occasione di sfogarsi contro i frati Minori e i Predicatori, accusandoli di non predicare l'obbligo di pagar le decime; di confessare i parocchiani che dovrebbero confessarsi dai parroci; di fare le esequie e dar sepoltura, quando muoiono, ai fedeli dipendenti dalle parocchie; e di esercitare l'ufficio di predicatori, chespetta ai parroci; conchiudendo che, per questi quattro motivi, erano cagione che il clero secolare non potrebbe soccorrere di denaro le imprese della cristianità. A questo punto s'alzò Obizzo Sanvitali, Vescovo di Parma e nipote del fu Papa Innocenzo IV di buona memoria, e difese benissimo i frati Minori e Predicatori, sostenendo che le accuse lanciate contro questi due Ordini, e le colpe che loro s'imputavano, non solo non erano di nessuno impedimento al clero secolare, ma piuttosto di aiuto a godere con più libertà i proprii beni. E, in molte maniere argomentando, confutò que' chierici e giustificò i frati Minori e i Predicatori, per cui venne in odio al clero secolare, che lo reputava suo mortale nemico. Anche l'Arcivescovo vedendo che pei suaccennati motivi i frati Minori e i Predicatori avevano molti nemici mordaci, prese la parola e ne fece una forte difesa, e tra l'altre cose disse: «Miserabili e stolti, io non vi ho qui convocati per aguzzare le lingue velenose contro questi due Ordini, che sono stati dati da Dio alla Chiesa in aiuto vostro, e a salute del popolo cristiano e di tutti, ma vi chiamai per deliberare qualche cosa contro i Tartari, come a me e agli altri Metropolitani comandò il Papa.» E udendo che tuttavia borbottavano, riprese le sue prime parole e soggiunse: «Miserabili e stolti, a chi affiderò io il ministero di confessare i secolari, se non confessano i frati Minori e i Predicatori?..... Affiderò io dunque al prete Gerardo, ch'è qui che m'ascolta, le donne da confessare, mentre io so che ha la casa piena di figli suoi e di figlie? E volesse il cielo che il prete Gerardo fosse solo, e in tanta bruttura non avesse compagni!......» Avendo l'Arcivescovo toccato questo tasto in pubblico, tutti quelli che si sentivano la coscienza brutta diventarono rossi di vergogna....... In quei giorni io abitava a Modena; ed uscito di Modena, in viaggio per Bologna, ecco lungo la via farmisi innanzi tre Arcipreti,miei famigliari ed amici, reduci dal Concilio. Ed uno era l'Arciprete di Campogalliano[181]; l'altro era un fratello di frate Bonifacio de' Guidi, dotto decretalista, ed Arciprete di Cittanova[182]; il terzo era Arciprete di Trebbio[183], che è tra l'Apennino, dove una volta io andai a casa sua. E li interrogai del perchè era stato convocato quel Sinodo d'onde tornavano, e di che avevano trattato, se pure potevano dirmene. E mi risposero che il Sinodo era stato fatto per provvedere al caso di una invasione dei Tartari, e fu ordinato, che, al bisogno, il clero secolare, che gode di prebende, dovrà dare soccorso alla Chiesa romana pel bene comune della cristianità contro la malignità dei Tartari. E allora molti di noi sorsero a parlare con fuoco contro i frati Minori e i Predicatori, e ci siamo lamentati, e vi abbiamo accusati di quattro danni, che ne fate, e che noi non possiamo in modo alcuno tollerare. Ma non si diede retta alle nostre querele, nè le nostre ragioni trovarono alcuna soddisfazione; e per arrota, il nostro Metropolitano e il Vescovo di Parma, che assunsero le vostre difese, ne caricarono d'oltraggi e di vitupero. Laonde vi preghiamo di venire a trovarci, quando sia che vi piaccia, e ne abbiate tempo, per conferire intorno a quelle quattro cose, e disputando e discutendo, cercare da che parte stia la ragione. A cui risposi: Verrò volentieri. E, quando poi ci trovammo a convegno, mi dissero: Noi e con noi tutti i chierici e prebendati ci lamentiamo che i vostri due Ordini ci rechino danni che noi reputiamo gravi. Il primo, riguarda le decime, delle quali dovreste parlare di frequente nelle vostre predicazioni, acciocchè i laici secolari non manchino di pagarle, specialmente che sonoobbligati a darle di precetto divino. Il secondo, riguarda le sepolture, chè voi volete fare esequie e dar sepoltura a' morti, che quando vivevano erano sotto la nostra giurisdizione parocchiale; e perciò le nostre chiese vengono spogliate di molti proventi temporali. Il terzo è che voi con nostro dispiacere e contro la nostra volontà vi arrogate di confessare i nostri parocchiani. Il quarto ed ultimo si è che voi vi siete onninamente usurpato il ministero della predicazione, cosicchè il popolo non ci vuol più ascoltare. A che io di rimando: Noi non abbiamo la missione di predicare le decime; ma voi che dovete averle e goderle, voi potrete richiamare a memoria del popolo il dovere di pagarvele; nè pare conveniente che quando noi, predicando, siamo sul parlare di qualche Apostolo, o di qualche altro gran Santo, si abbia da interrompere il discorso di quella solennità per raccomandare che si paghino le decime; anzi ci meravigliamo di voi, e ci abbiam per male che voi vogliate imporci queste brighe. A questa stregua potreste anche lamentarvi perchè non veniamo a mietere e a trebbiare per voi le vostre biade...... Gli interessi secolari debbono essere curati e trattati da persone di meno considerazione. Noi eleviamo più alto lo scopo della nostra predicazione, e quando parliamo della restituzione del mal tolto, veniamo a dire anche delle decime. Non siamo però obbligati di inserire in ogni nostra predica parole sulle decime, perchè sarebbe grave sconvenienza, e il popolo sdegnerebbe di ascoltarci. Allora solo potreste con ragione dolervi, quando si insegnasse che le decime non sono da pagare; il che nessuno di noi ha fatto mai, principalmente perchè il Signore in Malachia 3º, dice:Nelle decime e nelle primizieecc. Ma quando ripenso a qual fine e con quale intendimento Iddio disse:Portate le decime nel mio granaio, perchè non manchi vitto in casa mia;mentre io so che in casa di certi prebendati il vitto vi è insuperflua abbondanza, e che hanno tanta terra da non bastare venti paia di buoi ad ararla, non intendo con quale coscienza osino predicare che si paghino loro le decime, specialmente poi perchè elargiscono le ricchezze ecclesiastiche ai già ricchi parenti, alle amanti, alle concubine, alle amiche, anzi che ai poverelli di Cristo. E in tutto l'anno, quando vado alla cerca, dalle case di que' cotali non posso avere un solo pane; che anzi ammettono piuttosto alla loro famigliarità le compagnie degli istrioni e dei giullari. Passiamo al secondo appunto, che riguarda le sepolture; intorno alla qual cosa dirò che non senza un'alta ragione i Romani Pontefici hanno consentito a chiunque di aver sepoltura ove sia che voglia...... Della giustizia di quelle chiese, che ricevono le salme dei defunti...... Se contro la volontà del proprio parroco, sia lecito confessarsi da altro prete prudente, o se vi sia obbligo di confessarsi dal proprio parroco...... Che in cinque casi se ne deve ritenere come ottenuta la licenza...... Nota che i frati Minori ebbero da Papa Gregorio IX il privilegio di confessare. Frate Bonaventura Ministro Generale interrogò Papa Alessandro IV se gli piacesse che i frati Minori confessassero, ed egli rispose: Anzi lo voglio, e ti narrerò un fatto orribile, e che par quasi inventato per canzonare. [Narrazione canzonatoria, ma vera, fatta da Alessandro IV a frate Bonaventura Ministro Generale dell'Ordine de' Minori, riguardante ad un sacerdote che sollecitava......]. Altro doloroso racconto. Conobbi un frate Umile da Milano, che fu custode a Parma. Questi, quando dimorava nel convento de' frati Minori di Fanano[184], in tempo di quaresima era tutto in sul predicare e confessare. Il che udendo quegli abitantidell'Appennino, uomini e donne mandarono pregandolo che per amor di Dio e per la salute delle anime loro, avesse la degnazione di recarsi tra loro, perchè volevano confessarsi da lui, e, preso un compagno, si recò tra quegli alpigiani, predicò, confessò molti giorni, fece molte buone cose, e diede utili consigli. Un dì gli si presentò una donna, che si voleva confessare...... Il frate gli diede l'assoluzione, e le disse: Che significa questo coltello, che hai in mano, ed a che lo tieni in mano in quest'ora, in questo momento? La quale rispose: Padre, veramente io aveva proposto di togliermi la vita, se mi aveste invitata a peccare, come fecero altri sacerdoti...... Operò dirittamente Papa Martino IV, quando conferì all'Ordine de' frati Minori l'utile privilegio di predicare e di confessare liberamente, nulla ostante che la loro Regola prescrivesse ai frati di non predicare in nessuna diocesi senza il permesso del Vescovo. Ora che scrivo volge l'anno 1284, giorno della vigilia di S. Giovanni Battista; ma quando io parlava con quegli Arcipreti correva il tempo del pontificato di Alessandro IV di buona memoria. In risposta poi alla quarta accusa, che ne movono i sacerdoti secolari, cioè di esserci usurpato il ministero della predicazione, mentre eglino ne hanno l'obbligo, come investiti delle prelature...... noi diciamo che realmente ne correva loro il dovere, quando non ve n'erano dei migliori di loro che predicassero; ma siccome essi se n'erano resi indegni per la mala vita che conducevano, e per la poca scienza che avevano, perciò il Signore ne fece sorgere de' migliori di loro...... Tali sono i sacerdoti e i chierici del nostro tempo; e non vogliono che i frati Minori e Predicatori possano campare la vita, il che è un eccesso di crudeltà; e non vorrebbero nemmeno che potessimo vivere di quelle limosine, che a gran fatica e col rossore sul volto raccogliamo accattando. Eppure nell'Ordine de' frati Minorie de' Predicatori molti vi sono, che se vivessero nel secolo meriterebbero le prebende, e forse più di loro; perchè tra i frati se ne trovarono, e se ne trovano oggi di nobili, di ricchi, di potenti, di letterati, di saggi come tra loro, e al pari di loro potrebbero diventare preti, Arcipreti, Canonici, Arcidiaconi, Vescovi, Arcivescovi, e fors'anche Patriarchi, Cardinali e Papi. E perciò dovrebbero essere riconoscenti verso di noi, che tutte queste dignità abbandonammo a loro, e, per vivere giorno per giorno, andiamo mendicando; nè possediamo le cantine di vino, nè i granai di frumento, che sono pieni in casa loro; nullameno sosteniamo predicando una fatica che spetterebbe a loro, e per giunta dobbiamo ingollarci bocconi amari; ed essi dormono in letti fregiati d'avorio, e non hanno nessuna compassione de' frati, che hanno fatto il gran rifiuto di tutti i beni temporali...... I sacerdoti e i chierici secolari si erano lamentati con Papa Innocenzo IV che nelle messe non potevano ricevere offerte, perchè questi due Ordini celebrano le loro messe in modo che tutto il popolo corre da loro: perciò domandavano che fosse loro fatta ragione. A cui il Papa rispose: Alcuni de' frati dicono messa sul far del giorno, altri a mezza terza, altri dopo cantata terza; non saprei dunque, a sentir voi altri, quando mai dovessero eglino dirla la messa. Dopo pranzo non debbono dir messa, nè dopo nona, nè all'ora di vespro, e quindi non saprei come fare ad esaudirvi. Tuttavia volendo il Papa dar loro qualche soddisfazione, perchè ne lo seccavano troppo, e perchè sperava di svincolarne poscia i frati Minori, scrisse che questi due Ordini, almeno ne' giorni delle feste solenni, non aprissero le porte delle loro chiese, che dopo terza, affinchè i sacerdoti secolari, le chiese parocchiali e le chiese madri non fosser defraudate delle oblazioni. Ma avendo poi frate Giovanni da Parma Ministro Generale mandato dal Papa frate Ugo Zampoldo di Piacenza, cheera un fisico distinto e lettore di teologia nell'Ordine de' Minori, e dimorava presso Ottobuono nipote del Papa, che fu poi anch'esso Papa Adriano V, a pregarlo che per amor di Dio e del beato Francesco, ed anche per onore e vantaggio suo, e per la salute di tutto il popolo cristiano, annullasse quella disposizione, non lo esaudì...... ed era così malato morto Papa Innocenzo IV; ed ivi erano presenti due frati Minori tedeschi, che dissero al Papa: Certamente, Santo Padre, noi stemmo in questo paese molti mesi per avere un colloquio con voi, e con voi ordinare le cose nostre; ma i vostri portieri non ci permettevano di entrare a vedere la vostra persona. Ora non si curano più d'avervi i dovuti riguardi, perchè nulla più da voi aspettano. Ma noi laveremo il vostro corpo...... Dopo pochi giorni fu eletto Papa Alessandro IV, che era il Cardinale protettore, governatore e censore dell'Ordine de' Minori, che subito annullò la detta ordinanza. Tuttavia un certo Parmigiano, maestro Guglielmo da Gattatico[185], che fu vice-cancelliere sotto Papa Innocenzo IV, che era stato promotore e sollecitatore di questi danni nostri, e non amava i religiosi, non se la passò impunemente. E quando malato si fece portare al paese nativo colla speranza che quell'aria lo facesse guarire, morì in Assisi, e fu sepolto nel convento del beato Francesco. Argomentando io a questo modo intorno alle preaccennate accuse, quegli Arcipreti miei amici, si maravigliarono, e dissero: Noi non abbiamo mai udito tali cose:Beati quelli che ti ascoltarono, e sono onorati della tua amicizia, 1º Ecclesiastico 48: Eramo amici, e amici sempre più saremo. Ebbi dunque vitto e alloggio e predicai più volte nelle chiese parrocchiali di quegli arcipreti; e li tenni come intimi amici. Avvenne dopo molti anni, che io dimorava a Faenza, eche Matteo dei Pio, Vescovo di Modena, mio amico, espulso da Modena, venne a Faenza ed era ospitato nel convento de' frati Minori, ora in Faenza, ora a Forlì, ora a Ravenna, passando di convento in convento; e seco aveva, come addetto alla sua Curia, l'Arciprete di Campogalliano, uno dei tre sunnominati, e mi dissero: Frate Salimbene, siamo stati espulsi di casa nostra dal partito imperiale, come voi sapete, e siamo vagabondi pel mondo; e abbiam sempre fitte nella memoria le vostre parole, e i nostri peccati ci privarono d'ogni bene. In quel tempo, prima che Faenza fosse data in mano ai Forlivesi, dimorando io quivi, e passeggiando un dì per l'orto col pensiero a Dio, mi sentii chiamare da un certo secolare di Ferrara, chiamato Matolino, celebre oratore, compositore di canzoni e di serventesi, ossequioso e ad un tempo maldicente de' religiosi. Era esso seduto con due frati all'ombra di una ficaia, e moveva loro interrogazioni; e mi disse: Frate, venite qui a sedere con noi. Sedutomi, mi disse: Io stava qui movendo alcune interrogazioni a questi frati, ma declinano l'incarico di rispondere, e mi dicono di movere le mie quistioni a voi, che siete pronto a rispondere a tutto. Perciò vi prego che vogliate per bontà vostra soddisfare al mio desiderio. A cui io risposi: Dite pure francamente tutto quello che volete. Allora cominciò: Sappiate che voi frati Minori e Predicatori siete oggetto di odio e di scandalo ai chierici e ai sacerdoti secolari. L'altro giorno io pranzava col Vescovo di Forlì, ed aveva commensali chierici e sacerdoti, che dicevano molto male di voi; ed io presi nota esatta di tutto per riferirvelo, e sapere se avete modo, o no, di giustificare il vostro procedere verso di loro, ch'essi chiamano iniquo: primo........: quinto, perchè colle vostre messe conventuali, specialmente ne' giorni di solennità, impedite loro di poter raccogliere oblazioni; sesto, dicono che voi siete troppodonnaiuoli, e colle donne state con compiacenza a colloquio, e, sulle donne, tenete fissi gli occhi; il che è contrario a ciò che insegna la Scrittura. Allora io dissi: Avete più nulla da dire? E rispose: Basta ben questo sì. «Bada a' vizii tuoi, non a quei d'altri.» Queste parole, o Matolino, sono dette per te. Del Vescovo di Forlì poi, sappi ch'egli odia i religiosi, e per conseguenza egli pure non è ben voluto da Dio. Così io soddisfeci alle inchieste di Matolino intorno alle ingiuste accuse mosse a noi; e se ne tenne soddisfatto, e diventò mio amico intimo e fido. Riguardo poi al secondo punto, quello cioè delle sepolture, dirò che da lungo tempo prima di noi i frati Predicatori diedero nelle loro chiese sepoltura a chi lo desiderava, e altrettanto potevamo ben fare anche noi; ma ce ne astenevamo per amore dei chierici, e per evitare contese con loro...... Finora rinunciammo a questo beneficio, ma oggi riconosciamo che commettemmo uno sgarbo imperdonabile, rifiutando di accogliere nella nostra chiesa santa Elisabetta, figlia del Re d'Ungheria, e di dare luogo di riposo nel nostro convento alla salma del Conte di Provenza, padre della Regina di Francia e della Regina d'Inghilterra, che voleva essere sepolto nel convento de' frati Minori di Aix, dove io allora soggiornava, ed era stato nostro liberalissimo amico. Se alcuno volesse ora aprire una discussione intorno a questo argomento, (come fece il beato Gregorio pe' sacerdoti del suo tempo) meno poche eccezioni, troverebbe di gran lunga più feccia che uomini santi...... Conosco sacerdoti che fanno gli usurai per formare un patrimonio da lasciare ai loro spurii; altri che tengono osteria coll'insegna del collare e vendono vino...... i messali, gli indumenti sacri, i corporali li hanno indecenti, grossolani, macchiati e nerastri; i calici di stagno, rugginosi e piccoli; il vino per la messa agresto, o acetoso; l'ostia tanto piccola che a pena sivede tra le dita, nè è rotonda ma quadra, e tutta sucida d'escrementi di mosche. E, come ho visto io co' miei occhi, molte donne hanno le legacce delle sottane e delle scarpe più decenti dei cingoli, dei manipoli, e delle stole di molti sacerdoti. Un giorno di festa dovendo un frate Minore dir messa nella chiesa di un certo sacerdote, gli bisognò valersi, per fermaglio, della coreggiuola che serviva alla cuoca del prete per tener unito un mazzo di chiavi; e quando il frate, cui io ho conosciuto molto davvicino, si voltava per dire il Dominus vobiscum, il popolo udiva il tintinnìo delle chiavi....... Intorno a che osserviamo eziandio che noi, secondo nostra Regola, siamo obbligati ad officiare secondo il rito della santa Chiesa romana, nè accettiamo offerte nella messa, e supponendo anche che nessun secolare venisse, quando diciamo messa, noi la canteremmo egualmente con solennità. Alla sesta accusa con troppo fina malizia lanciatane, cioè che siamo donnaiuoli, e che fissiamo con compiacenza gli occhi sopra le donne, e secoloro volentieri stiamo a colloquio famigliare, rispondo che queste sono maldicenze di coloro che denigrano gli innocenti, cioè di giullari, di istrioni, e di quelli che si chiamano sgherri della Curia, i quali calunniando gli altri credono di scusare le loro lascivie e le loro vanità. Allora rispose Matolino: In verità vi assicuro, frate Salimbene, che queste sono le parole del Vescovo di Forlì, e non di istrioni...... Noi e i Predicatori siamo poveri mendicanti, che viviamo di limosine, e tra l'altre persone nostre benefattrici vi sono le donne, che sono molto pietose e misericordiose; e perciò, quando mandano a cercarne, dobbiamo andar da loro, sia pe' loro malati, sia per qualunque altra tribolazione che abbiano....... Nè alterchiamo tra i bicchieri con alcuna donna, perchè secondo la nostra Costituzione, nelle città non osiamo bere se non coi prelati, coi religiosi e colle autorità del paese...... Io poi ho conosciuto quel talVescovo..... ed era vecchio e invecchiato nella malignità, e dopo pochi giorni una notte fu soffocato da uno de' suoi, che ne portò via tutto il tesoro; anzi assistetti alle di lui esequie (Egli fu Vescovo di Faenza, al quale succedette un giovine dell'Ordine de' frati Minori, che era a studio in Padova, e che venuto a Faenza ottenne subito la consacrazione, e fece sontuoso trattamento tanto ai religiosi che ai secolari suoi concittadini. Egli era nativo di Faenza, ed imbandì mense per tutti quelli che volessero andarvi, poichè aveva il tesoro del suo predecessore in casa de' suoi fratelli, ed era del partito degli Alberghetti, e fu fatto Vescovo per violenza, simonia, denaro e minaccie. Le quali cose furono la cagione del decadimento di Faenza, stante che il partito contrario, cioè quello de' figli di Alcarisio e loro seguaci provocati per questo fatto ad odio e ad invidia, chiamò i Forlivesi, ed espulsero dalla città i loro avversarii. Ed il Vescovo si ritirò a Bagnacavallo, e per timore degli stormi notturni stava chiuso di notte nel campanile di quella chiesa plebana, tremando per la sua pelle; ma sopravvisse pochi giorni e fu nominato un altro Vescovo). Ho conosciuto anche un certo canonico, che fu strangolato dal diavolo e seppellito in un letamaio accanto ai porci. Quando i frati Minori andavano per qualche motivo a cercarlo di mattino per tempissimo, lo trovavano più volte a letto con una nobil donna sua amante. (Era costui Giovanni del Bondeno Ferrarese, che stette dieci anni nell'Ordine de' frati Predicatori, e poi apostatò ed entrò nell'Ordine de' Canonici di S. Frediano di Lucca, e si fermò alcuni anni con loro; poi, uscitone, fu fatto Canonico della chiesa matrice di Ferrara. Quando poi nella chiesa di S. Alessio, ove teneva con sè, come amante, una nobil donna, ma povera, di Padova, espulsa da Ezzelino, fu trovato nel suo letto soffocato dal diavolo senza confessione e senza viatico. La chiesa di S. Alessio era nellaparocchia, in cui aveva in antico i suoi palazzi Guglielmo di Marchesella). Dopo che io ebbi fatta l'esposizione di tutte le mie ragioni ed osservazioni, soggiunse Matolino: Hai risposto benissimo a tutte le mie inchieste, e per me siete giustificati voi e i frati Predicatori; e sarò vostro difensore contro i sacerdoti e chierici secolari, che si sforzano di calunniarvi; poichè io sono persuaso che parlano contro di voi per invidia e per malevolenza. Io poi diedi l'assalto a Matolino e dissi: Io ho abitato cinque anni in Ravenna, nè ho mai posto piede in casa di Marco di Michele, che è uno dei maggiorenti, de' più nobili e de' più ricchi di quella città. Io vi sono andato le cento volte, mi rispose, ed ho pranzato con lui, Allora io ripigliai: Dimmi un po', Chi è dunque più donnaiuolo, tu, od io? E rispose: Veggo che lo sono io[186]; e tu mi chiudesti la bocca, e mi hai dato scacco, nè posso più rispondere nulla. Questo bastò perchè Matolino diventasse mio amico, e lo trovassi sempre pronto a farmi servigio. Ma per questo battibecco neppur egli ebbe a perdere nulla, perchè, coll'aiuto delle raccomandazioni e sollecitazioni di Guido, da Polenta e di Adegherio di Fontana presso un certo Marchese di Ferrara, che abitava a Ravenna, gliene diedi per moglie la figlia, d'onde ricevette una gran dote. Io era confessore del padre di quella fanciulla nel tempo di quella malattia, che lo trasse al sepolcro, ed ho fatto quel matrimonio di sua volontà ed assenso, anzi ebbe a dirmi: Frate Salimbene, Iddio ve ne rimuneri, perchè mia figlia dopo la mia morte sarebbe rimasta in una taverna e forse diventata una meretrice, se non foste stato voi che l'aveste maritata. Ora muoio contento,chè so che mia figlia è bene allogata. Ed ora ritorniamo all'argomento principale. Obizzo dunque Vescovo di Parma teneva molto i suoi chierici a bacchetta, e vedeva di buon occhio i frati Minori, e li difendeva contro le male lingue. Altrettanto fece Filippo Arcivescovo di Ravenna, il quale dopo molte guerre e molte vittorie, già invecchiato e oppresso dagli anni, malò di quella malattia, che lo trasse al sepolcro. E desiderando di chiudere i suoi giorni nella Terra natale, vi si faceva portare su un letto di legno da venti uomini, che si alternavano dieci per volta, e giunto ad Imola, dove io era allora, volle soffermarsi nel convento de' frati Minori; e gli cedemmo tutto il refettorio; ma non restò con noi che una giornata. Giunto poi a Pistoia, mandò cercando frate Tomaso da Pavia, mio vecchio conoscente ed amico, si confessò da lui, aggiustò con lui le cose dell'anima sua, chiuse gli occhi in pace, e fu sepolto nella chiesa de' frati Minori di Pistoia. Quel frate Tomaso di Pavia, fu un buono e sant'uomo, chierico illustre, e lettore di teologia molti anni a Parma, a Bologna, a Ferrara; era uno dei più vecchi dell'Ordine de' frati Minori, saggio, prudente, e uomo di sani consigli; era anche socievole, pronto, umile, dolce, divoto a Dio, predicatore di forza, e di grazia. Fu molti anni Ministro Provinciale in Toscana; compose una cronaca ampia, perchè abbondava di materia ed era prolisso. Scrisse un trattato Dei Sermoni, ed una amplissima opera di teologia, cui egli, per la grossezza del volume, chiamava Bue. Ridusse a buoni costumi la provincia di Toscana, e fu mio intimo amico, perchè abitammo insieme per molti anni nel convento di Ferrara; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. Filippo poi, l'Arcivescovo di Ravenna e Legato del Papa, quando era nella sua villeggiatura d'Argenta[187]presso al Po, passeggiavapel suo palazzo cantando responsorii e antifone in lode della beata Vergine, e ad ogni angolo del palazzo, di estate, si soffermava a bere, ed a questo fine teneva in ogni angolo del palazzo stesso, entro un vaso di acqua fresca, un'inguistara d'ottimo vino; poichè era un gran bevitore, nè voleva acqua nel vino, e perciò si teneva molto caro il trattato di Primasso intorno al non annacquare il vino, che forse trascriverò in questo libro per notizia e piacevole lettura. Però è da sapere che per molte ragioni l'acqua nel vino fa bene. Comincia il trattato di Primasso intorno al non mescolare acqua col vino: