Chapter 9

Vix humilis parvus. Vix longus cum ratione.Vix reperitur homo ruffus sine proditione.

Vix humilis parvus. Vix longus cum ratione.Vix reperitur homo ruffus sine proditione.

Vix humilis parvus. Vix longus cum ratione.

Vix reperitur homo ruffus sine proditione.

L'uom piccino di staturaÈ superbo di natura.L'uomo lungo di personaEgli è raro se ragiona.Chi di rosso ha tinto il peloTradirà la terra e il cielo.

L'uom piccino di staturaÈ superbo di natura.L'uomo lungo di personaEgli è raro se ragiona.Chi di rosso ha tinto il peloTradirà la terra e il cielo.

L'uom piccino di statura

È superbo di natura.

L'uomo lungo di persona

Egli è raro se ragiona.

Chi di rosso ha tinto il pelo

Tradirà la terra e il cielo.

Nel convento di Lione io l'ho udito aver la prontezza di fare il correttore a tavola in presenza di frate Giovanni ministro Generale e di Papa Innocenzo IV; e allora non aveva ancora composto quel suo libro, che da lui s'intitola. Il terzo amico poi che diceva d'avere frate Ugo era Roberto Grossatesta vescovo di Lincoln, uno dei più eminenti chierici del mondo. Questi, dopo che li aveva già volgarizzati Borgondione giudice Pisano, tradusse di nuovo il Damasceno ed i testamenti dei dodici patriarchi, e molte altre opere. Il quarto amico di Ugo era frate Adamo da Marisco[116]dell'Ordine dei Minori, uno dei più illustri chierici del mondo. Fu chiarissimo in Inghilterra e scrisse di molte cose, come quello di Lincoln.[117]Ambedue Inglesi, e, compagni in vita, furono ambedue sepolti nella chiesa episcopale. Terzo compagno di questi due fu maestro Alessandro dell'Ordine de' frati MinoriInglese, e maestro con cattedra a Parigi, che compose molte opere, e, come dicevano quelli che lo conoscevano a fondo, non ebbe al suo tempo uno pari a lui sulla terra. Io ricordo che, quando io era ancor giovane ed abitava nel convento di Siena in Toscana, frate Ugo che era di ritorno dalla Corte romana, parlò mirabilmente intorno alla gloria del paradiso e al disprezzo del mondo al cospetto de' frati Minori e Predicatori, che erano accorsi ad ascoltarlo; e di qualunque cosa fosse interrogato, subito, senza por tempo in mezzo, aveva in pronto la risposta. E chi l'udiva si meravigliava di tanta sapienza e prontezza. Trovandosi egli a Pistoja nel tempo in cui era imminente la convocazione di un concilio a Lucca nel giorno delle Ceneri, nè avendo i frati di Lucca chi predicasse, ricorsero a frate Ugo pregandolo di favorirli in quella ricorrenza. Egli lo promise e attenne. Arrivò pertanto a Lucca per la via di Pescia appunto in quel momento, in cui doveva egli andare alla chiesa episcopale. E tutta radunanza gli andò incontro per accompagnarlo, per fargli onore, e per desiderio di ascoltarlo. Ma vedendo que' frati fuori di porta, meravigliato disse: Ah! Dio dove vanno costoro? E dettogli che i frati gli facevano quel ricevimento per onorarlo, e perchè desideravano di udirlo, rispose: Non pretendo tanto onore, perchè non sono Papa; se poi vogliono udirmi, vengano quando io sarò alla chiesa. Ora io anderò avanti con un compagno solo, chè non voglio trovarmi in mezzo a tanta caterva di gente. E, quando giunse alla chiesa, li trovò tutti raccolti e pronti ad udirlo. Sermocinò adunque frate Ugo, e disse tante mirabili cose e tanto mirabilmente ad edificazione e consolazione del clero, che tutti rimasero stupefatti della sua graziosa e calda orazione. Ed i chierici della diocesi di Lucca sino a molti anni dopo hanno sempre ripetuto di non aver mai udito uomo parlare tanto eloquentemente. Perocchè altri oratori avevanodeclamato il loro sermone come un salmo che avessero imparato a memoria. E per lungo tempo suonarono le lodi di frate Ugo e della sua predica, e, in grazia di lui, crebbe la buona opinione e la reverenza per tutto l'ordine de' Minori. Io l'ho udito predicare un'altra volta al popolo nella Provenza, vicino al Rodano, a Tarascon[118], e a quella predicazione vi fu immenso concorso di nomini e donne di Tarascon e di Beaucaire[119], che sono due bellissimi castelli l'uno di fronte all'altro sulle due opposte rive del Rodano. In ciascuno de' due castelli vi è un convento di frati Minori. A quella predicazione vi ebbe anche numerosa affluenza d'uomini e donne sin di Avignone e di Arles. E parlò loro, come ho udito io coi miei orecchi, non vuote ciancie, ma parole piene di utili insegnamenti, che, per la dolcezza dell'animo e il calore e la forza del convincimento che le inspirava, scendevano a toccare il cuore. Egli era stimato come un profeta........ Sarebbe ridicolo assai ch'io non volessi credere che altri non sia Vescovo, o Papa, perchè nol sono io... Vi era anche alla Corte del Conte di Provenza un maestro Rainero da Pisa, che si spacciava per filosofo universale, e confondeva per modo i notai, i medici, e i giudici della Corte che nessuno poteva ivi più salvare la propria riputazione. Esposta dunque a frate Ugo la loro inquietudine, lo pregarono di andare in loro soccorso, e difenderli da quel molesto avversario. Ai quali frate Ugo rispose: Fissate col Conte un giorno per una disputa in palazzo, e insieme col Conte vi si trovino cavalieri, cittadini cospicui, giudici, notai e fisici; e disputate secolui, e il Conte mandi in cerca di me; e mostrerò e proverò a quel maestro ch'egli è un asino, e che il cielo è una padella.Tutto fu pronto; e lo inviluppò così, e così gli chiuse la bocca, che si vergognò di essere nella Corte del Conte, e, senza salutare alcuno, scappò via, nè osò più mai ivi dimorare, non che presentarsi. Perocchè null'altro era che un acuto sofista, e credeva di intricare tutti co' suoi sofismi. Liberò pertanto frate Ugo da un soverchiatore quei meschini che non avevano alcun aiuto, e perciò baciavano mani e piedi al loro liberatore. E qui conviene si noti che questo Conte di Provenza è chiamato Raimondo di Berengario; ed era bell'uomo, benevolo ai frati Minori, e padre della Regina d'Inghilterra e della Regina di Francia, ed una terza sua figlia era moglie del fratello del Re d'Inghilterra, ed una quarta era moglie di Carlo fratello del Re di Francia, dalla quale ricevette la Contea di Provenza. Nella Provenza poi vi è un castello molto popolato tra Marsiglia e Ventimiglia, ossia Nizza a mare, lungo la strada che mena a Genova, dove si trovano aie per fare il sale, e quindi prende nome da queste aie. Ivi abita gran numero d'uomini e di donne che fanno penitenza nelle loro case in abito secolare, e sono devoti assai ai frati Minori, e ascoltano volentieri le loro prediche. I frati Predicatori, ivi non hanno convento, perchè si dilettano e vogliono la consolazione di stare soltanto in monasteri grandiosi, e non ne' piccoli. In questo castello il più del tempo abitava frate Ugo. Ivi erano molti notai e giudici, e medici e letterati che ne' giorni di solennità avevano loro comvegno alla cella di frate Ugo per udirlo parlare della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ed insegnare e spiegare i misteri della Sacra Scrittura, e predire il futuro. Perocchè era un tenacissimo Gioachimita, e possedeva tutti i libri dell'Abbate Gioachimo. Ed anch'io una volta vi intervenni per udire come frate Ugo esponeva quella dottrina, di cui anche prima, quando io era a Pisa, aveva udito già un'altra esposizione fatta da un Abbate dell'Ordinedi Flora, che era un vecchietto e santo uomo, il quale per timore che l'Imperatore desse alle fiamme il convento ov'egli abitava, che era tra Lucca e Pisa, sulla strada che va a Luni[120], aveva collocato, come in luogo sicuro nel convento di Pisa, tutti i libri pubblicati da Gioachimo, e che egli possedeva. Poichè egli credeva che in Federico a quel tempo si dovessero adempire tutti i misteri, perchè era in discordia vivissima colla Chiesa. Anche frate Rodolfo di Sassonia, lettore a Pisa, che era un logico stringente, un insigne teologo ed un impareggiabile disputatore, smesso lo studio della teologia per meditare su que' libri dell'Abbate Gioachimo, che erano depositati nel nostro convento, divenne passionatissimo Gioachimita. Ed anche quando il Re di Francia era sulle mosse per andare in Terra Santa, ed io mi trovava nel convento di Provins[121], erano ivi due frati, che professavano tutte le dottrine di Gioachimo, e che con ogni loro potere tentavano di farmele abbracciare. Uno era di Parma e si chiamava frate Bartolomeo Guiscolo; uomo cortese, dedito onninamente alle cose dello spirito, oratore eminente, Gioachimita, e di parte imperiale. Fu una volta guardiano del convento di Capua. In ogni sua cosa era spigliatissimo; e morì in un capitolo generale convocato a Roma. Da secolare insegnò grammatica; frate, scrisse, miniò, insegnò e fece tante altre cose. In vita sua fece prodigi, ed in morte operò miracoli ancor maggiori. E di vero quando l'anima sua si sciolse dal corpo, i frati che erano presenti, videro meraviglie da restarne stupefatti. L'altro era Gherardino da Borgo S. Donnino[122], che fu allevato in Sicilia, e insegnava grammatica; giovanemorigerato, onesto e buono, eccessivo soltanto nella tenacità con cui seguiva irremovibilmente le opinioni e gli insegnamenti di Gioachimo. Questi due mi sollecitavano ad aver fede nelle scritture dell'Abbate Gioachimo, e a studiarle, e ne possedevano l'esposizione su Geremia ed altre opere. E stando appunto allora il Re di Francia in fare i preparativi per andar oltremare con un esercito di crociati, eglino lo motteggiavano e lo deridevano dicendo che la impresa gli sarebbe andata male, come poi dimostrò l'evento; e mi facevano vedere così star scritto nell'esposizione di Gioachimo sopra Geremia, e perciò doversi aspettare che s'adempisse. E, leggendosi per tutta la Francia nella messa conventuale d'ogni dì il salmo:Oh! Dio le nazioni sono entrate nella tua ereditàecc. eglino parimente mettevano questa sentenza in beffa, e dicevano: È necessità che si effettui ciò che dice la Scrittura, che ha ne' Treni 3º:Tu hai distesa una nuvola attorno a te perchè l'orazione non passasse; perocchè il Re di Francia sarà fatto prigioniero, e i Francesi saranno disfatti, e molti periranno di pestilenza. E perciò questi due vennero in odio ai frati Francesi, i quali rispondevano che queste cose si erano verificate nelle crociate precedenti. Eravi anche contemporaneamente a noi nel convento di Provins frate Maurizio lettore, bell'uomo, nobile e letterato distinto, che da scolare aveva fatto studi a Parigi, e da frate aveva fatto un corso di studi di otto anni. Costui era del territorio di Provins, essendochè in Francia i nobili dimorano nelle loro ville e castella, e i borghesi nelle città. Provins poi è nobile castello della Sciampagna distante da Parigi venticinque leghe. Questo frate Maurizio adunque, che da poco era diventato mio amico, m'andava dicendo: Frate Salimbene, non aggiustar fede a questi Gioachimiti, perchè essi turbano la coscienza dei loro confratelli colle loro dottrine; piuttosto aiutami a scrivere, ch'io voglio provarmi a fare un buon librodi precetti che sia utile a predicare. Allora i Gioachimiti si separarono spontaneamente; ed io andai ad Auxerre[123]; frate Gherardino al convento di Sens[124]; frate Ghirardino fu mandato a Parigi a studiare per missione della provincia di Sicilia, alla quale era stato destinato. A Parigi dunque studiò quattr'anni, e commise una follia, componendo un libello, divulgandolo e distribuendolo ai frati più ignoranti. Di questo libello parlerò di nuovo, quando scriverò di Papa Alessandro 4º, che lo proibì. E siccome per quel libello furono mossi rimproveri all'Ordine sì a Parigi che altrove, il prenominato Bartolomeo, che ne era l'autore, fu sospeso dall'ufficio di lettore, di predicatore, di confessore e da ogni altra incombenza che poteva legittimamente esercitare nell'Ordine. E perchè non volle venire a rescipiscenza e riconoscere la sua colpa, ma perdurò ostinato e procace nella sua pertinacia e contumacia, i frati Minori lo misero in prigione ai ceppi, e lo sostentavano del pane della tribolazione e dell'acqua dell'angustia. Quel miserabile neppur per questo volle rimuoversi dal proposito della sua ostinazione, e morì piuttosto in carcere, e fu privato dalla sepoltura ecclesiastica, sotterrato in un angolo dell'Orto. Sappiano dunque tutti che nell'Ordine de' frati Minori si applica il rigore della legge contro i trasgressori della Regola; nè si deve imputare a tutto l'Ordine la stoltizia di uno solo. L'anno poi 1248 trovandomi a Ieres[125]con frate Ugo, ed accortosi egli ch'io lo interrogava con viva passione intorno alle dottrine dell'Abbate Gioachimo, e che avidamente io ne udiva parlare, e ne aveva piacere, un dì mi disse: Ne sei tu infatuato di queste dottrine, come altri che ne sonoseguaci? E in realtà da molti sono stimate follie. Perocchè quantunque l'Abbate Gioachimo fosse un sant'uomo, tuttavia ha tre cose, nelle quali bisogna contrastargli. Primo fu la proibizione del suo opuscolo, che pubblicò contro il maestro Pietro Lombardo, nel quale lo chiamò eretico e pazzo, come ho scritto in altra cronaca. All'Abbate Gioachimo pareva che Pietro Lombardo ammettesse la quaternità nella Trinità, dove dice:Poichè è un tutt'insieme il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e quell'insieme non è nè generante, nè generato, nè procedente.Onde l'Abbate Gioachimo deduce che Pietro Lombardo trovava in Dio non solo una Trinità, ma una quaternità, cioè tre persone distinte, e di più quella essenza di tutte tre le persone unite, che quasi ne formavano una quarta. Ma di questa quistione ne ho parlato in un'altra cronaca più breve, come sta ne' Decretali, nella quale notai anche otto punti, ne' quali il maestro Pietro Lombardo nelle sue sentenze è caduto in errore. Guarda nella cronaca «Delle similitudini e degli esempi, dei simboli e delle figure, e dei misteri del vecchio e del nuovo testamento.» Seconda cosa per cui non si doveva aggiustar fede all'Abbate Gioachimo, fu la predizione delle tribolazioni future.... La quale fu cagione che i Giudici uccidessero i profeti. Perocchè gli uomini carnali non ascoltano volontieri chi parla delle tribolazioni future. Ed è perciò che l'Abbate Gioachimo quando tenne parola delle tribolazioni, soggiunse: «Queste cose non le credono coloro a cui l'ambizione ha ottuso il cuore; non vogliono che perisca il regno del mondo quelli a cui rifugge l'animo dal sopportare il giogo, che conduce al regno del cielo; nè che finisca l'impero degli Egiziani, coloro che non si affrattellano cogli abitatori di Gerusalemme.» Terza cagione, per cui non si possono condividere tutte le opinioni dell'Abbate Gioachimo, furono i suoi seguaci, i quali vollero anticipare i termini da lui indicati. E diloro disse: Ho timore che mi accada quello per cui il Patriarca Giacobbe si lamentava de' suoi figli, dicendo Genesi 34º ecc. Nè l'Abbate Gioachimo fissò alcun termine certo, quantunque a taluno paia che sì; ma accennò soltanto più termini, dicendo: «Iddio può mostrare ancora più chiaramente i suoi misteri; e lo vedranno coloro che sopravviveranno a noi.» Quando poi vidi che nella cella di frate Ugo si univano giudici e notai, fisici e letterati per udirlo esporre le dottrine dell'Abbate Gioachimo, mi ricorse alla memoria il fatto di Eliseo, di cui si legge nel libro dei Re 6.ºEliseo sedeva nella sua casa, e i vecchi sedevano con lui. In que' giorni giunsero due Gioachimiti dal convento di Napoli; l'un de' quali si chiamava frate Giovanni di Francia; l'altro frate Giovannino Pigolino di Parma, cantore napoletano. Eglino vennero a Jeres per vedere frate Ugo e udirlo parlare di queste dottrine. Sopravvennero anche due frati Predicatori reduci da un loro capitolo generale celebratosi a Parigi, chiamati l'uno frate Pietro di Puglia, lettore nel convento del loro Ordine a Napoli, uomo di lettere ed oratore esimio, ed aspettava il momento di imbarcarsi, perchè non avevano in quel paese un convento del loro Ordine. A costui un dì dopo il pranzo disse frate Giovannino cantore napoletano, che lo conosceva davvicino: Frate Pietro, che ve ne pare della dottrina dell'Abbate Gioachimo? A cui rispose: Mi curo tanto di Gioachimo e della sua dottrina, come della quinta ruota del carro. (Anche Gregorio in un'omelia sopra Gioachimo al luogo che dice:Vi saranno segnali nel sole, nella luna e nelle stelle, credette che fosse imminente la fine del mondo, perchè al suo tempo erano arrivati i Longobardi, e distruggevano ogni cosa). Andò dunque subito frate Giovannino alla cella di frate Ugo, e alla presenza del più volte nominato uditorio, gli disse: È qui un certo frate Predicatore, che non crede nulladi questa vostra dottrina. A cui frate Ugo rispose: Che importa a me se non crede? Disgrazia sua: Egli se ne accorgerà quando la discussione aprirà l'intelletto a chi ascolta: tuttavia chiamatelo a disputare con me, e vedremo di che dubiti. Invitato adunque andò, ma a malincuore, tanto perchè stimava poco Gioachimo, quanto perchè giudicava che in quel convegno nessuno potesse stare al pari di lui in letteratura e nella scienza delle Sacre Scritture. Vedendolo pertanto frate Ugo, gli rivolse subito la parola dicendo: Se' tu colui che ha dubbii intorno alla dottrina di Gioachimo? Quell'io, rispose frate Pietro. A cui frate Ugo domandò: Leggestu mai Gioachimo? E frate Pietro: L'ho letto, e letto bene. E frate Ugo di rimando: Credo che tu l'abbia letto come una donnetta legge il salterio, che giunta al fine ignora, o non ricorda ciò che abbia letto in principio. Così molti leggono e non intendono, o perchè non tengono in pregio le cose che leggono, o perchè s'è indurato il loro cuore insipiente. Or dimmi che cosa ti piaccia udire intorno agli insegnamenti di Gioachimo, affinchè io sappia di che vai dubbiando. E frate Pietro disse: Vorrei che tu mi provassi con Isaia alla mano, come pretende insegnar Gioachimo, che la vita di Federico debba terminare a settant'anni, mentre vive ancora; e come non possa morire che per mano di Dio, cioè di morte naturale, e non violenta. A cui rispose frate Ugo: Volentieri il farò; ma ascolta con pazienza, e non con esclamazioni e cavilli; perocchè in questa dottrina è necessario che colui, che le si inizia, abbia fede. L'Abbate Gioachimo fu un sant'uomo, e dice che le cose da lui predette gli furono rivelate da Dio a vantaggio degli uomini, secondo il verbo che è scritto ecc. Della santità poi di Gioachimo, oltre ciò che si legge nella sua biografia, te ne posso recare innanzi una splendida prova, la quale dimostra la sua somma pazienza. Prima di essere Abbate, quandoera ancora un infimo fraticello, sdegnato il refettoriere contro di lui, per un anno intero mise nel fiaschetto di lui a tavola acqua per vino da bere, volendolo sostentare col pane della tribolazione e coll'acqua delle angustie; e questa punizione tollerò pazientemente sebbene ingiusta, e non reclamò. Sedendo sulla fine dell'anno a mensa presso l'Abbate, questi gli disse: Perchè bevi vino bianco, e non me ne dai? È questa la tua cortesia? A cui il santo Gioachimo rispose: Io, o Padre, aveva vergogna a profferirvene, perchèil mio secreto sta in me. Allora l'Abbate prese la coppa di lui e assaggiò, ma s'accorse che era un cattivo cambio. E avendo bevuto acqua, e non convertita in vino, disse: Che è l'acqua, se non acqua? E dimandogli: E col permesso di chi, usi tu questa bevanda? Padre, rispose Gioachimo, l'acqua è bevanda sobria, che non lega la lingua, che non dà il capogiro, nè la parlantina. Avendo poi l'Abbate saputo in capitolo che questa era un'ingiusta punizione ed una vendetta impostagli dalla malignità e da rancore del refettoriere, voleva espellerlo dall'Ordine, ma Gioachimo si prostrò ai piedi dell'abbate e tanto ne lo pregò, che risparmiò a quel converso l'espulsione. Tuttavia lo biasimò e lo rimbrottò acremente e duramente, dicendo: Perchè tu non hai fatto nel servizio ciò che è di regola, ti do in penitenza di non bere per tutto un anno intero che acqua, come tu hai fatto ingiustamente bere al tuo prossimo e confratello. Che poi la vita dell'Imperatore Federico termini, secondo Isaia, come tu trovi ove parla della ruina di Tiro, nota che in queste parole l'Abbate Gioachimo per la terra de' Caldei prende ed intende l'Impero Romano; per Assur, lo stesso Imperatore Federico; per Tiro, la Sicilia; per i giorni di un sol Re, tutta la vita di Federico: per i settant'anni, intende il periodo della vita fissato da Merlino. Che poi Federico non debba morire per mano d'uomo, ma soltanto peropera di Dio, così dice Isaia 31º ecc. E, aggiunse frate Ugo, queste cose ebbero il loro adempimento in Federico, specialmente presso Parma, quando fu messo in rotta e fuga dai Parmigiani, e la sua città di Vittoria fu rasa al suolo; e i Principi e i Baroni del suo Impero, più volte hanno voluto ucciderlo ma non hanno potuto. Udendo frate Pietro queste cose, sorrise e disse: queste cose puoi contarle a chi ti crede, ma non potrai indurre me a crederle. E frate Ugo soggiunse: E perchè? Non credi ai profeti? E frate Pietro: veramente ai profeti io credo: ma dimmi se questo che tu di',sia il concetto principale del profeta, o il secondario, o se sia un concetto estorto dal principale e tradotto ad altro senso, e in qualche modo applicato all'Imperatore. A cui frate Ugo rispose: Ottime osservazioni; epperciò ti dico che se n'è fatta applicazione, come quando nel giorno dei Santi Gervaso e Protaso si canta l'introito:Il Signore parla la pace in mezzo al suo popoloecc. perchè nella festa di questi Santi fu conchiusa la pace tra la Chiesa e i Longobardi..... A quanto s'è detto possiamo ancora aggiungere: Noi vediamo che della mano sinistra, oltre al comune uso, conosciuto anche dagli idioti e illetterati, se ne fa un uso moltiplice. Perocchè essa serve a notare il numero, e al numerare, all'arte musicale, al calendario, al numero d'oro, e alla determinazione del giorno di Pasqua. Similmente nella divina Scrittura, oltre il senso letterale e storico, si trova anche un concetto allegorico, anagogico, tropologico, morale e mistico; e perciò è stimata più feconda e più nobile che se fosse ristretta ad un solo senso, e servisse ad un solo concetto. Lo credi vero tutto questo, disse Ugo, o dubiti ancora? E frate Pietro: Credo, e queste stesse cose ho insegnate più volte, perchè sono dette dai dottori; ma vorrei che con più convincenti ragioni mi argomentassi dei settant'anni, che Isaia indica sotto la figura di Tiro. Frate Ugo rispose:Quelle cose che Merlino, indovino Inglese, predisse di Federico I., di Enrico figlio di lui, e di Federico II. figlio dell'Imperatore Enrico, hanno tutta l'apparenza del vero. Ma smettiamo di andar divagando, e ritorniamo là d'onde mosse a principio la nostra disputa. Pognamo dunque i quattro termini di numeri fissati da Merlino[126]parlando di Federico II. Il primo de' quali lo fissa, dicendo:In trentadue anni cadrà.Il che si può intendere a partire dalla sua incoronazione sino alla morte, perchè fu imperatore trent'anni e undici giorni, e non si credeva ancor morto; e doveva essere così affinchè si verificasse il vaticinio della Sibilla, che dice:Volerà fama tra le nazioni: vive e non vive.Il secondo termine di Merlino è:Vivrà nella sua prosperità settantadue anni; il che come sia per verificarsi, vedranno i posteri ed i superstiti, poichè Federico vive tutt'ora. Il terzo termine di Merlino è:E due volte quinquagenario sarà trattato con ogni deferenza.Il che non si deve intendere per due volte cinquanta, sicchè arrivi al centinaio, ma per cinquanta più due, cioè cinquantadue anni. Il qual numero si verifica a partire dal giorno delle nozze di sua madre sino al diciottesimo anno del suo Impero, che fanno cinquantadue anni a punto. Intorno a che si ha: L'imperatore Federico Idiede moglie a suo figlio Enrico, Costanza figlia del Re di Sicilia, che, ancor nubile, aveva trent'anni d'età, ed Enrico ne aveva ventuno. E le nozze si celebrarono a Milano l'anno 1185, diciasettesimo del suo regno. E nota che diventò Re a quattro anni d'età, e fu coronato Imperatore il 1191. E Federico figlio di Enrico fu coronato Imperatore nel 1220. Il quarto termine di Merlino intorno a Federico è:E diciott'anni dopo la sua incoronazione terrà la Monarchia vincendo l'invidia.Questo ha avuto il suo adempimento in Papa Gregorio 9º, col quale si ruppe al segno che questi lo scomunicò, e, dopo, contro la volontà del Papa e de' Cardinali, e de' Principi del regno, fu Imperatore. Udendo queste cose, frate Pietro cominciò a parlare ambiguo, dicendo:Molti cibi vi sono nel campo de' Padri; ed un cibo è migliore dell'altro.A cui frate Ugo rispose: Non alterare la Scrittura, ma le autorità riportale come stanno nel testo. Perocchè tu ommettesti l'ultima parte del versetto incominciato e la prima del susseguente. Ripetila dunque come la disse il Savio ne' Proverbii 13.º Udendo ciò, frate Pietro fece come usano alcuni, i quali allora che in una disputa non si reggono, passano agli insulti, e disse: Sarebbe da eretico addurre come argomento la parola degli infedeli; e parlo di Merlino, della cui autorità ti servisti. Frate Ugo sentissi provocato, e di rimando rispose: Tu menti; e proverò che hai più volte mentito. Ciò che sta scritto di Balaam e di Elia, e di Caifa, e della Sibilla, e di Merlino, e di Metodio non è appuntato dalla Chiesa. A ciò si può applicare ciò che dice il poeta:

Non rosa da spinas, quamvis sit filia spinæ;Nec violæ pungunt; nec paradisus obest

Non rosa da spinas, quamvis sit filia spinæ;Nec violæ pungunt; nec paradisus obest

Non rosa da spinas, quamvis sit filia spinæ;

Nec violæ pungunt; nec paradisus obest

Figlia di spin la rosaSpine giammai non rende;Nè la violetta ascosaIn modo alcuno offende,Nè mai del paradisoDolor conturba il riso.

Figlia di spin la rosaSpine giammai non rende;Nè la violetta ascosaIn modo alcuno offende,Nè mai del paradisoDolor conturba il riso.

Figlia di spin la rosa

Spine giammai non rende;

Nè la violetta ascosa

In modo alcuno offende,

Nè mai del paradiso

Dolor conturba il riso.

Vuol dire il Signore, ed anche il poeta, che il buono, ilvero, l'utile non è da disgradare, sia pure che venga insegnato da un cattivo dottore..... Così comincia un poeta volendo lodare un suo opuscolo:

Utilis est rudibus præsentis cura libelli,Et facilem pueris præbet in arte viam,

Utilis est rudibus præsentis cura libelli,Et facilem pueris præbet in arte viam,

Utilis est rudibus præsentis cura libelli,

Et facilem pueris præbet in arte viam,

Questo libretto, a chi non sa, dimostraLa via che mena dritto all'arte nostra.

Questo libretto, a chi non sa, dimostraLa via che mena dritto all'arte nostra.

Questo libretto, a chi non sa, dimostra

La via che mena dritto all'arte nostra.

Queste cose udendo, frate Pietro si appigliò ai testi originali dei santi scrittori e alle sentenze dei filosofi. E su questo campo, frate Ugo, che era dottissimo, subito lo intricò e gli chiuse la bocca. Vedendo questo il compagno di frate Pietro, che era sacerdote e vecchio e buon uomo, cominciò ad inframmettersi per cavarlo di malefitte. Ma frate Pietro gli disse: taci, taci. Se non che, riconosciutosi vinto, si volse a commendare la vastissima dottrina del suo avversario. Finita la disputa, ecco subito arrivare un messo del capitano della nave a cercare i Predicatori per avvisarli di andar presto al porto. E, partiti, frate Ugo disse ai dotti che erano presenti, e avevano udita la disputa: Non scandalizzatevi se qualche cosa dicemmo di meno che conveniente; perocchè quelli, che disputano con audacia già montata nell'animo, sogliono trascorrere facilmente nel campo della licenza. E aggiunse: Questi buoni uomini di irati Predicatori si gloriano sempre della loro scienza, e si millantano che nell'ordine loro è la fontana della sapienza, come dice l'Ecclesiastico I:La fonte della Sapienza è la parola di Dio in cielo.Quando poi alloggiano nei conventi de' frati Minori, ne' quali trovano sempre carità, premure e cortesie, dicono d'aver albergato in casa d'uomini idioti. Ma la Dio mercè, ora non potranno dire d'aver ospitato presso uomini idioti, perchè ho fatto come insegna il savio ne' Proverbi 24.º ecc. Poi ch'ebbe finito di dire, l'uditorio secolare se ne dipartì molto edificato e consolato, dicendo: Oggiabbiamo udito mirabili cose; ma domenica ventura abbiamo desiderio d'udir parlare della dottrina di nostro Signor Gesù Cristo. A cui frate Ugo rispose: Se voglia il cielo ch'io stia bene, vi contenterò di buon grado; venite pure. Poco dopo, i due frati Predicatori ritornarono, perchè il tempo non permetteva alla nave di prendere il mare, e stettero con noi in buona compagnia. Dopo cena frate Ugo trattò con loro cordialmente e famigliarmente. E frate Pietro sedette in terra a' piedi di frate Ugo, nè vi fu nessuno che riuscisse a farlo alzare, e sedere nello stesso sedile a fianco di frate Ugo; neppur frate Ugo stesso, quantunque ne lo pregasse vivamente. Frate Pietro adunque non più disputatore nè contradditore, ma umile e attento ascoltava le dolci e in una schiaccianti argomentazioni di frate Ugo, che sarebbero veramente degne di essere riferite; ma per brevità le tralascio, per affrettarmi a dir d'altro. Fu in quella sera che il compagno di frate Pietro in disparte mi disse: Per amor di Dio, frate Salimbene, favorite dirmi chi sia questo frate, se Prelato, Guardiano, Custode, o Ministro. Non ha alcun ufficio, risposi, chè non ne vuole; fu una volta Ministro Provinciale, ora è semplice frate, ma uno de' più dotti chierici del mondo, e per tale è giudicato da tutti quelli che lo conoscono. Ed egli rispose: Lo credo ben vero, perchè io non ho mai udito uomo al mondo argomentare sì forte e sì diritto, e così dotto in ogni scienza; e resto meravigliato come non sia addetto ad uno de' più cospicui conventi. Ed io risposi: La sua umiltà e la sua santità si consolano di albergare nell'oscurità de' piccoli luoghi. E soggiunse: Sia egli benedetto, che pare in tutto uno de' cittadini del cielo. Stettero pertanto fra noi que' frati Predicatori a Jeres fino a che il mare permise di sciogliere la vela. E al momento della partenza frate Pietro disse a frate Ugo: In verità vi assicuro che starei sempre volentieri convoi per discutere intorno alla divina Scrittura. E dopo il ricambio di molti e molti complimenti, i frati Predicatori partirono consolati ed edificati. La domenica successiva alla loro partenza tutti gli uomini di lettere di Jeres convennero alla cella di frate Ugo per ascoltare i suoi ammaestramenti. E, finita la conferenza, un secolare del paese stesso, ch'io vidi e conosceva, e che era stato presente durante la conferenza, si levò e pregò frate Ugo che si degnasse di riceverlo nell'Ordine de' frati Minori. È da sapere che frate Ugo per essere persona spettabilissima, chierico tanto stimato, uomo dottissimo nelle cose dello spirito, e già altra volta esso stesso Ministro, aveva dal Provinciale facoltà di ammettere persone nell'Ordine. Quest'uomo che domandava di farsi frate, fu poi il fondatore dei Saccati; ed aveva un compagno che anch'esso voleva entrare, e furono inspirati da Dio a farsi monaci all'udire la predicazione di frate Ugo. Ai quali frate Ugo rispose:Andate ai boschi, e imparate a vivere di radici, perocchè il tempo delle tribolazioni è vicino.Andarono, si fecero mantelli brizzolati, come anticamente usavano portare i frati di servizio dell'Ordine di S. Chiara. E cominciarono a mendicare il pane per quel paese, nel quale avevano convento i frati Minori, e ne raccattavano in abbondanza; perchè noi e i frati Predicatori demmo a tutti l'esempio del mendicare; sicchè ognuno che prende il cappuccio, vuol anche istituire un'Ordine di mendicanti. Questi si moltiplicarono prestissimo; e dai frati Minori della Provenza erano chiamati ironicamente e per beffa i Boscaioli. Ma frate Ugo aveva molti nemici e detrattori nel suo Ordine, e particolarmente in Provenza, sia in causa della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ch'egli professava, sia perchè gli si attribuiva la fondazione dell'Ordine de' Boscaiuoli. Ma non l'aveva altrimenti fondato, soltanto ne aveva data occasione, dicendo:Andate ai boschi, e imparatea campar di radici, perchè il tempo delle tribolazioni è vicino; finalmente perchè non volle ammetterli nell'Ordine del beato Francesco, quantunque ne avesse facoltà. In seguito poi vestirono una cocolla a sacco non di tutta lana, anzi di quasi tutto lino, e, sotto, vestivano buonissime tuniche a sacco anch'esse, onde furono poi detti frati Saccati; e calzarono i sandali, come li hanno i frati Minori.

E chiunque ora voglia fondare una nuova Regola, toglie sempre qualcosa dai frati Minori, chi i sandali, chi il cordone, chi anche il vestiario completo. Ma finalmente l'Ordine de' Minori ha ottenuto dal Papa un privilegio, per cui nessuno può arrogarsi di vestire in modo da poter essere scambiato con un frate Minore. E quest'ordinanza fu promossa dal fatto che i frati detti Britti nella Marca d'Ancona, solevano portare un abito in tutto somigliante a quello dei Minori. E Papa Alessandro IV li unì in una congregazione sola cogli altri Eremiti, mentre prima gli Eremiti erano divisi in cinque varie comunioni; e vi erano Eremiti detti di S. Agostino, Eremiti di S. Guglielmo, quelli di Favale, i Britti e i Giambonitani, denominati da un Giovanni Buono, vivente a' tempi del beato Francesco, sepolto a mia ricordanza in Mantova, e che aveva istituita una congregazione di Eremiti; ed io ho veduto e conosciuto un suo figlio, che era molto pingue e si chiamava frate Matteo da Modena. Tutte le altre congregazioni furono incorporate in quella di quest'ultimo, che fu poi capo di tutte quelle corporazioni unite. E così si avverò la scrittura che dice in Geremia XV:Potrebbesi rompere il ferro, il ferro d'aquilone e 'l rame?Perocchè:

Quod nova testa capit,Inveterata sapit.

Quod nova testa capit,Inveterata sapit.

Quod nova testa capit,

Inveterata sapit.

Invecchi pur se sa invecchiar la botte:Ognor saprà di quel che nuova inghiotte.

Invecchi pur se sa invecchiar la botte:Ognor saprà di quel che nuova inghiotte.

Invecchi pur se sa invecchiar la botte:

Ognor saprà di quel che nuova inghiotte.

Questi Saccati, appena costituiti, si erano diffusi rapidamenteper le città d'Italia, ove comperavano case per abitarvi, e nel predicare, nel confessare, nel questuare usavano que' modi stessi, che solevano i frati Minori ed i Predicatori; perchè, come già dissi, sì noi che i Predicatori abbiamo sempre insegnato che tutti gli uomini debbono mendicare. D'onde i secolari si sentivano non poco gravati; e un giorno donna Giuditta degli Adelardi di Modena, che era una divota de' frati Minori, avendo veduti que' nuovi frati andare di porta in porta alla cerca del pane, disse ai frati Minori: In verità n'avevamo già tante delle bisaccie e dei sacchi, che ci vuotavano i granai, che non c'era punto bisogno dell'Ordine dei Saccati. Ma in processo di tempo Papa Gregorio X, Piacentino, inspirato da Dio, in pieno concilio di Lione ne soppresse l'Ordine, volendo che non esistessero tanti Ordini di mendicanti a carico del popolo cristiano, e che quelli che predicano il Vangelo vivessero del Vangelo, come l'Apostolo Paolo dice aver comandato Iddio, 1.ª ai Corinzii 9.º Volle anche sopprimere, anzi far perdere sino la memoria degli Eremiti, ma si astenne dal farlo per intromissione di Riccardo Cardinale della Chiesa romana, che presiedeva al loro governo. Disse però che si riservava di dare in proposito quelle disposizioni che avrebbe giudicate migliori. Ma sorpreso dalla morte, il suo progetto non effettuossi. [Il primo dell'Ordine dei Saccati fu Raimondo di Atanulfo, oriondo provenzale, del castello di Jeres ove presso il mare si fa il sale. Nel secolo fu soldato ed entrò nell'Ordine de' frati Minori, ma durante il noviziato fu dimesso dall'Ordine, perchè malaticcio. Ebbe un figlio nell'Ordine de' Saccati, che fu poi Arcivescovo di Arles. Frate Bertrando da Manara fu il primo compagno del suddetto Raimondo. E Manara è una contrada presso il summentovato castello, dove era un monastero delle Bianche, che erano devote dei frati Minori, e le sono tutt'ora un giorno più che l'altro].Soppresse anche quella congrega di ribaldi e di porcai stolti ed abbietti, che chiamano sè stessi apostoli e non li sono, ma sono piuttosto una famiglia di Satana:Perocchè essi non erano del seme di quegli uomini, pe' quali è stata operata la redenzione in Israello, I. Macabei V. Poichè non sono utili nè a predicare, nè a confessare, nè a dir messa, nè a cantare l'ufficio ecclesiastico, nè a fare i maestri, nè per dar consigli, e nemmeno a pregare pe' loro benefattori; perchè tutto il dì vanno su e giù per le strade delle città a guardare le donne. In che dunque servano la Chiesa di Dio e siano utili al popolo cristiano, non so vedere. Tutto il giorno oziosi e vagabondi non lavorano nè pregano. La prima loro istituzione fu in Parma. E fu appunto quando io soggiornava nel convento de' frati Minori di Parma, e che io era già sacerdote e predicatore, che si presentò un giovine parmigiano di bassi natali, illetterato, laico, idiota e sciocco, per nome Gherardino Segalello, e domandò d'essere ricevuto nell'Ordine de' frati Minori. Il quale, non essendo esaudito, tutto il giorno, quando poteva, stava nella chiesa de' frati, e pensava a cosa, che poscia pazzamente eseguì. Sopra la coperta della lampada della congregazione e frateria del beato Francesco erano in giro dipinti gli apostoli co' sandali ai piedi e co' mantelli avvolti attorno alle spalle, secondo la tradizione de' pittori, raccolta dagli antichi e arrivata sino a noi. Attorno a questa lampada, egli stava in contemplazione, e, preso il suo partito, si lasciò crescere la barba ed i capelli, calzò i sandali de' frati Minori, e ne cinse il cordone; perchè, come già dissi, tutti coloro che si propongono di fondare un nuovo Ordine di Regolari, prendon sempre qualcosa dall'ordine de' Minori. E si fece una tonaca di bigietto e un mantello di grosso filo bianco, che portava avvolto attorno alle spalle, credendo di imitare il vestire degli apostoli. E, venduta una suacasetta, e riscossone il prezzo, si pose su una tavola di pietra, sopra la quale solevano in antico tenere le loro concioni i Podestà di Parma, e tenendosi il sacchetto dei danari in mano, non li distribuì ai poverelli, nè con loro si accomunò; ma, chiamati que' ribaldi che lì vicino stavano a giocare in piazza, li gittò in mezzo a loro, gridando: Chi ne vuole, se ne prenda, e se li tenga. Raccolsero pertanto molto lesti que' ribaldi le monete, e andarono a giocarle ai dadi, e a udita di chi le aveva date, bestemmiavano il Dio vivente. Egli credette di adempiere rigorosamente il consiglio del Signore, Matteo XIX. ecc. Ma nota bene che dice:Dà ai poveri, non ai ribaldi. Quest'uomo dunque cominciò male, continuò peggio, e finì pessimamente, poichè la sua congregazione fu riprovata in pieno concilio di Lione da Papa Gregorio X. Ed a ragione, e secondo il merito loro; perchè i Gabaoniti, che colle loro astuzie ingannarono i figli d'Israele, furono giudicati e condannati a perpetua schiavitù. Così questi guardiani di porci e di vacche tentarono di soppiantare i frati Minori e i Predicatori, campando, in un beato ozio e senza fatica, delle limosine di coloro, cui i Minori e i Predicatori avevano educato colle lunghe fatiche e coll'esempio. Di Gherardino Segalello pertanto, che fu il loro fondatore, è da sapere che voleva somigliare al figlio di Dio. Perciò si fece circoncidere contro l'insegnamento dell'Apostolo, che dice, ai Galati V. ecc. Così volle giacere in una culla avvolto tra le fasce, e suggere il latte dalle mammelle di una donna. Dopo si recò ad un castello, sulla via che da Parma va a Fornovo, chiamato Collecchio o Collecchiello, perchè appunto là, dopo la pianura, cominciano i colli; e di questo castello parleremo ancora a tempo opportuno. E stando in mezzo alla strada, colla sua semplicezza andava dicendo a chiare note a chi passava: Andate anche voi nella mia vigna.Chi lo conosceva lo giudicava pazzo, sapendo che ivi non aveva alcuna vigna; ma i montanari, che non lo conoscevano, entravano in una gran vigna, ch'egli additava colla mano stesa, e mangiavano uve che non erano di lui, credendo che l'invito venisse dal vero padrone della vigna. Un giorno avendo ricevuto ospitalità da una donnetta vedova, che aveva una bella ragazza nubile, diedele a credere che Dio gli avesse rivelato di dormire quella notte nudo con quella ragazza nuda, per far prova se avesse, o no, virtù bastante a mantenere il voto di castità. La madre acconsentì, e se ne tenne beata, e la ragazza non si rifiutò. Questo non insegnò il beato Giobbe, che dice nel 31.º ecc. Questo Gherardino Segalello rimase molti giorni solo per Parma senza trovar compagno. E portava il suo mantello avvolto attorno alle spalle, non parlava a nessuno, non salutava nessuno, credendo di adempire la parola di Dio, Luca X. ecc. E spesso pronunciava ad alta voce quella parola del Signore, dicendo:Penitenzagite, cioè fate penitenza, nè la sapeva dire come veramente suona:Poenitentiam agite. E così la pronunziarono in seguito molto tempo i suoi seguaci, che erano tutti campagnuoli e idioti. Se talvolta era invitato a pranzo, a cena, o ad ospitare presso alcuno, rispondeva sempre ambiguamente: O verrò, o non verrò. Il che era contrario a quella parola del Signore, Mattia V. ecc. Perciò quando egli veniva al convento de' frati Minori cercando se il tal frate fosse in casa, o no, il portinaio canzonando e sberteggiandolo, rispondeva: o c'è in convento, o non c'è. Questo modo di parlare non è conforme agli insegnamenti della grammatica, la quale vuole che la risposta si faccia precisa come richiede la domanda. Quando queste cose accadevano, i frati Minori di Parma avevano un inserviente di nome Roberto, che era un giovane disobbediente e protervo. E a proposito di tali qualità disse benissimo un tiranno:Questa genia di servi non si corregge che col supplizio. Quel Roberto pertanto, famiglio de' frati Minori, come vedremo in seguito, fu in qualche modo simile a Giuda Iscariota, che consegnò Cristo ai Giudei. Gherardino Segalello lo indusse ad abbandonare i frati Minori, e farsi suo compagno. Accettò il partito, e fu una fortuna per noi, chè, dopo, avemmo un famiglio assai buono. Ma, partendo dai frati Minori, portò via la coppa, il coltello e la tovaglia, che per uso suo aveva ricevuta dai frati. Andavano pertanto ambedue tutta la giornata co' loro mantelli girovagando per la città, ed i Parmigiani ne facevano le meraviglie. Quand'ecco che quasi tutto ad un tratto si moltiplicarono sino a trenta, e convenivano in una certa casa a mangiare e a dormire; e frate Roberto, che era stato famiglio de' frati Minori, era il loro provveditore. Ed i Parmigiani miei concittadini, uomini e donne, elargivano di buon grado e in maggior copia a loro che ai frati Minori e ai Predicatori, quantunque quelli non pregassero pe' loro benefattori, nè dicessero messa, nè predicassero, nè confessassero, nè dessero buoni consigli e buoni esempi; perchè erano ignoranti affatto, a tutto inetti, non avvezzi alle lotte dello spirito colla carne, e, per mancanza di abitudine, non potevano mostrare, camminando, quel dignitoso contegno d'incesso che hanno sempre i frati Minori e i Predicatori; ma erano puri e semplici guardiani di porci e di vacche. Si distinguevano soltanto per il loro girovagare in città a guardare le donne; il resto del tempo poltrivano senza far nulla, come dice l'Apostolo ecc. Colle quali parole l'Apostolo stesso dipinge la vita e il fare di coloro, che si spacciano per apostoli, e non sono che congreghe di Satana. Frate Roberto adunque era un ladro, e aveva ripostigli, ove, rubate le cose che si mandavano al convento, le riponeva. Dopo qualche tempo io ebbi a soggiornare a Faenza, ove egli pure abitava in casa di un certo fratedella Penitenza, chiamato Glutto; e, il venerdì santo, all'ora in cui il figlio di Dio fu crocifisso, apostatò, si fece tagliare i capelli, radere la barba, e sposò una eremitessa. Queste cose io le aveva già udite raccontare, ma non le aveva volute credere prima di parlar seco. Interrogatonelo adunque, Roberto non negò d'aver fatto quanto s'andava dicendo. Io allora ne lo rimproverai fortemente; ed egli, scusandosene, cominciò a rivelare le colpe di quelli che si spacciavano per Apostoli. E prima di tutto disse che frate Gherardino Segalello, primo loro istitutore, non aveva mai voluto saperne del governo della loro congregazione, sebbene ne lo pregassero; e diceva loro che ciascuno operasse bene da sè; che chi lavora, lavora per sè, e ognuno riceverà mercede commisurata all'opera sua, ciascuno porterà il proprio fardello, e ciascuno darà ragione di se stesso a Dio. Perciò quella società, non avendo un capo, andò dispersa. In secondo luogo mi disse che, intorno al modo di regolarsi allo scopo di eleggersi un rettore, avevano consultato maestro Alberto da Parma, che era uno dei sette notai della Corte romana e che egli aveva rimessa la cosa all'Abbate del monastero de' Cisterciensi di Fontevivo nella diocesi di Parma; il quale se la sbrigò alla spiccia dicendo loro: Non fate conventi, non assembratevi in case, ma, come avevate cominciato, andate vagando pel mondo, portate i capelli lunghi, la barba intonsa, la testa nuda, mantello avvolto attorno le spalle, e cercate ospitalità giornaliera per le case. Il che fu causa della loro dispersione. In terzo luogo mi raccontò che Guido Putagio, mio concittadino, compagno ed amico, entrato nel loro Ordine, e veduto che Gherardino Segalello non voleva saperne del regime della comunità, ne assunse egli coraggiosamente l'incarico, e lo tenne molti anni........ Ma siccome in viaggio faceva sfoggio di troppa pompa, di molte cavalcature, di largo spendere e di lauti banchetti, comeusano i Legati e Cardinali della Corte romana, dispiacque a suoi, e nominarono un altro Superiore, che fu frate Matteo, nella Marca d'Ancona. D'onde nacque rottura e lotta fra loro, perchè ognuno voleva presiedere a quelli di parte sua. Frate Guido Putagio diceva; Io ho assunto l'incarico del governo della comunità perchè mi è stato dato; e perciò non debbo abbandonarla. Si tenne pertanto tra loro una lunga discussione, e la finì che a Faenza si bastonarono reciprocamente gli apostoli di frate Matteo e gli apostoli di frate Guido Putagio, e fu uno scandalo per Faenza. Ivi io pure soggiornava allora, e posso quindi fare testimonianza di quanto accadde. E la causa di questo conflitto e delle bastonature fu questa. Frate Guido Putagio a Faenza dimorava presso una chiesuola limitrofa al giardino degli Albrighetti e degli Acarisii, e con lui erano pochissimi altri frati, e tra loro Gherardino Segalello. Pareva adunque ai frati della Marca che se avessero potuto avere tra loro Gherardino Segalello, primo loro fondatore, avrebbero avuto il sopravento, e perciò, sebbene non vi riuscissero, tentarono di rapirlo e trarlo nella Marca, d'onde avvenne che si bastonarono scambievolmente. Subito dopo venne da me frate Guido Putagio, e, gettandosi costernato a miei piedi, mi riferì il fatto, ed egli, che la conosceva, perchè l'aveva vista sino dalle origini, mi rifece la storia e mi espose la condizione del suo Ordine. E mi pregò di aiutarlo a svignarsela da Faenza, perchè temeva che i Faentini, gonfi di sdegno, d'un subito insorgessero e gli mettessero le mani addosso, sia pel tafferuglio suesposto, sia perchè aveva nel suo Ordine dei nemici e degli accusatori mordenti, sia finalmente perchè Rolando Putagio suo fratello consanguineo era Podestà di Bologna, e i Bolognesi erano già in marcia per avvicinarsi a Faenza ed assediarla; e mi disse che, se poteva uscirne incolume, aveva intenzione di entrare nell'Ordine deiTemplari, perchè Gregorio 10.º in pieno Concilio a Lione aveva soppresso l'Ordine degli Apostoli. E ciò che promise, mantenne. Quel frate Roberto poi, che era stato famiglio dei Minori, per iscusare la sua uscita dal convento, il suo fallo e la sua apostasia, aggiungeva che non s'era mai vincolato nè all'obbedienza nè alla castità; e perciò, a suo modo di vedere, era libero di prender moglie. Ed avendogli io osservato che non gli era lecito per nulla sposare un'eremitessa dedicatasi a Dio, che aveva molti anni vestito pubblicamente l'abito religioso, ed alle ragioni, per arrota, unendo esempi e pareri di autorevoli scrittori per convincerlo della sua follia e malignità........ Poi gli citai il fatto del Re Irtaco, che volle prender moglie Ifigenia, figlia del suo predecessore, nulla ostante che dall'Apostolo Matteo fosse stata dedicata al Signore, e fosse stata Badessa di più che duecento vergini; del qual fallo essa ne scontò la pena vendicatrice. Perocchè il Re fece uccidere l'Apostolo, che non gli aveva consentito il matrimonio con Ifigenia, e fece accendere un alto fuoco attorno al monastero, perchè essa colle altre vergini vi rimanesse dentro incenerita........ In sesto luogo finalmente dimostrai a Roberto che tutti gli apostati, allontanandosi da Dio, finiscono di mala morte; e glielo provai tanto coll'esperienza, che, con fede non cieca, io ne ho veduta in altri, e da altri udito, quanto coll'autorità della Scrittura. Roberto, udendo tutte queste cose cominciò a dar segno di non tenere in niun conto...... Ma ritorniamo a Gherardino Segalello, che fu il fondatore dell'Ordine di cotestoro, che si spacciano per apostoli e non li sono, e paiono piuttosto una congrega di ribaldi stolti e bestiali, che vogliono papparsi il frutto della fatica e del sudore altrui senza essere utili in nulla a chi fa loro elemosina. Di fatti adunatisi da diverse parti vennero a far visita a frate Gherardino Segalello, come primo loro istitutore; e lo alzarono a cielocon tanti elogi, che egli stesso si ebbe a meravigliare di tanto plauso. E raccolti attorno a lui, null'altro dicevano se non che ben cento volte l'acclamarono ad alta voce: Padre, Padre, Padre. E dopo breve tempo di nuovo ripeterono: Padre, Padre, Padre; come que' fanciulli che vanno a lezione nelle scuole di grammatica, che ad intervalli ripetono, simultaneamente gridando, ciò che è stato insegnato dal maestro. Ed egli di tanto onore li ricambiò col cavarsi nudo, e far cavar nudi tutti loro...... e perchè folleggiò in loro presenza, e feceli folleggiare anch'essi... Dopo ciò li mandò a mostrarsi al mondo; ed alcuni si avviarono verso la sede della Corte romana; altri a S. Giacomo; altri a S. Michele Arcangiolo; e taluni oltremare. Egli restò a Parma, d'onde era nativo, e vi fece molte mattezze. Perocchè svestì e gettò via il mantello, in cui s'avvolgeva, e si fece fare una sopraveste bianca, senza maniche, di filo grossolano, di cui vestitosi, pareva un ciarlatano anzi che un religioso. Aveva poi ai piedi le scarpe e alle mani i guanti. — Il suo parlare era scurrile, turpe, vacuo, osceno, futile e degno di scherno, più per fatuità che per malizia. Per la sua fatuità adunque e pel suo parlare osceno e insulso, pel suo giacere a letto nudo con donne nude per mettere a prova la resistenza della sua castità, Obizzo Vescovo di Parma, che fu nipote da parte di sorella di Papa Innocenzo IV, lo fece prendere, incarcerare e mettere a ceppi. Ma poi ne lo liberò e lo tenne seco in palazzo. E quando pranzava il vescovo, aveva anch'esso suo pranzo in una sala del palazzo alla bassa tavola, alla quale altri pure mangiavano a vista del Vescovo, e voleva buon vino e cibi delicati. E quando il Vescovo beveva vino nobile, esso gridava che ne voleva di quello; ed il Vescovo subito gliene mandava. Quando poi era pieno di buon vino e cibi delicati, faceva le pazzie. E il Vescovo di Parma, che era un uomo amante del sollazzo, per gli atti ed imotti di quello stolto rideva, chè lo reputava più un giocoliere fatuo ed insensato che un religioso. In questo tempo eravi anche un frate Minore, che aveva un nipote, che non era ancor giunto all'età della biforcazione della lettera pitagorica; e lo faceva istruire perchè entrasse poscia nell'Ordine de' Minori. Frattanto egli copiava per lo zio frate dei sermoni, de' quali quattro o cinque ne imparò a memoria sino alle virgole; ma non essendo stato ammesso subito all'Ordine, come desiderava, si fece inscrivere alla congregazione o piuttosto alla dispersione di coloro che si vantano apostoli e non li sono. E lo facevano predicare anche nelle chiese cattedrali que' sermoni che aveva imparato; e molti di quegli apostoli imponevano il silenzio mentre il giovanetto parlava al popolo accorso. In quel frattempo accadde che frate Bonaventura d'Iseo, che predicava a Ferrara nel convento dei Minori, vide una parte del suo uditorio alzarsi d'improvviso e correr via in fretta; e ne restò meravigliato; perocchè era un predicatore famoso e tutto grazia, onde di solito lo ascoltavano tanto volentieri che nessuno si moveva se non era terminata la predica. Onde egli domandò ad uno de' pochi rimasti, come mai gli altri si fossero affrettati a partire; e gli fu risposto che un giovinetto degli apostoli stava per fare una predica nella chiesa madre del beato Giorgio, ove il popolo ora si raguna, e perciò ognuno s'affretta per trovar posto. A cui rispose frate Bonaventura: «Veggo che avete l'animo in agitazione e preoccupato d'altro, perciò vi lascio subito tutti in libertà, chè predicherei invano se continuassi, dicendo la Scrittura ecc. Ma questo insegnare che fanno quegli apostoli cose che non sanno, e che per giunta non sanno nemmeno di non saperle, urta i nervi, e sono scempiaggini simili a quelle dei ciarlatani. Sarebbe ora veramente grande disgrazia se comparisse sulla terra l'Anticristo, perchè tra il popolocristiano avrebbe troppi seguaci.» Ed aggiunse: «Il beato Giovanni nell'Apocalisse 11.º dice in persona del Signore:Ed io darò a' miei due testimonii di profetizzare; e profetizzeranno 1260 giorni, vestiti di sacchi.Il che quantunque in primo e principale luogo si debba applicare ad Enoc e ad Elia, pure non ne pare disadatta l'interpretazione dell'Abbate Gioachimo, il quale con esuberanza di argomenti l'applicò a due Ordini di frati, cioè ai Minori e ai Predicatori, contro i quali, come egli dice, al tempo dell'Anticristo, insorgerà il popolo cristiano, e de' quali dice: «E gli abitanti della terra goderanno, e si gioconderanno, e si scambieranno reciprocamente i doni, perchè questi due profeti seminarono l'afflizione sopra coloro che abitano sulla terra.» La qual cosa l'Abbate Gioachimo, riferisce ai due Ordini prenominati, e aggiunge che deve avere suo adempimento all'epoca dell'Anticristo» E inoltre frate Bonaventura disse: «Veramente in voi si verifica quello che scrisse Seneca (?): Le mosche volano al miele, i lupi si gettano sui cadaveri, e le formiche corrono al frumento: Questa turba va in cerca della preda, non dell'uomo. L'Ecclesiastico 10º dice:Guai alla terra che ha un fanciullo per Re.Andate pur dunque da quel vostro fanciullo che desiderate d'ascoltare, e vi confessi de' vostri peccati.» Allora, licenziati da lui, se ne partirono subito a rapidi passi senza che l'uno aspettasse l'altro. Altra volta, soggiornava io allora a Ravenna, fecero predicare il sunnominato ragazzo nella Chiesa Orsiana[127], che è la chiesa arcivescovile di Ravenna, e fu sì affollato il concorso e la fretta d'arrivarvi de' cittadini d'ambo i sessi, che l'uno non aspettava l'altro. E una nobile matrona di quella terra, che era una devota dei frati Minori, donna Giulietta moglie di Guido Rizzuti da Polenta[128], si lamentò co' frati, perchèa pena aveva potuto trovare una compaesana, colla quale andare in compagnia; e la Chiesa Orsiana, quando vi giunse, era così piena zeppa, che dovette starsene fuori della porta. Eppure la chiesa cattedrale è tanto vasta, che ha quattro navate, oltre la maggiore in mezzo. Questi che si chiamano apostoli, conducevano anche attorno per le città questo fanciullo, e lo facevano predicare nelle chiese vescovili; e vi accorreva sempre gran folla di popolo d'ambo i sessi, e ne restavano altamente meravigliati, perchè i moderni si piacciono molto delle novità. Epperciò non è senza mistero che la chiesa tolleri che l'eletto de' fanciulli segga nel trono del Vescovo il dì degli Innocenti. L'Abbate Gioachimo....... Ma queste cose si addicono all'Ordine de' Minori e dei Predicatori, ne' quali entrano fanciulli iniziati alle lettere, nobili e di onesti costumi. Che poi cotesti apostoli non si trovino in istato di salute, possiamo provarlo con esuberanza di argomenti: Perchè dovrebbero obbedire al Papa..... Ma Papa Gregorio X, Piacentino, in pieno Concilio a Lione, soppresse, disperse e sradicò completamente la congregazione e l'Ordine, che costoro avevano cominciato a fondare, come anche quello de' Saccati, non volendo che stessero a carico del popolo cristiano tanti Ordini di mendicanti; trovando solo ragionevole che quelli, a cui ordinò Iddio di vivere del Vangelo, perchè annunziano il Vangelo, abbiano a vivere del Vangelo stesso. I Saccati veramente obbedirono al Sommo Pontefice; e perciò vanno lodati e commendati, perchè possono benissimo cercare la salute dell'anime loro entrando in altri Ordini, od anche permanendo nell'Ordine loro, purchè, attenendosi puramente a quanto è loro permesso, non facciano nuove vestizioni, e così gradatamente si riducano al nulla, e vengano meno da sè stessi. Ma quegli stolti, bestiali e idioti, che si chiamano apostoli, non sono punto disposti ad obbedire. Anzi preparanovestiari conformi al loro abito, e li stendono in mostra, in disparte, ma sotto gli occhi di coloro che vorrebbero essere ammessi all'Ordine, e dicono loro: Noi non osiamo invitarvi perchè ne è proibito, ma non è proibito a voi d'entrare, e perciò fate pur quel che vi aggrada. E così crebbero e si moltiplicarono innumerevolmente; nè quietano, nè si ristaranno dalla loro stoltizia, finchè non sorga qualche Pontefice, che, fiammante di sdegno contro di loro, non cancelli perfino la loro memoria di sotto il cielo. Perocchè si deve obbedire ai Sommi Pontefici della Corte romana, perchè il Signore dice in Luca X. ecc. La seconda ragione è che alcuni di loro non mantengono la castità, a cui sono tenuti tutti i religiosi. Fidenti nell'autorità degli Apostoli, e credendo di essere Apostoli anch'essi menavano seco donna Tripia, sorella di frate Guido Putagio, che fu molti anni loro Prefettessa, e così molte altre donne, che furono la causa della ruina del loro Ordine. Terza ragione è che eglino, o almeno alcuni di loro, vendono le casette, gli orti, i campi, la vigna, e ne portano seco i fiorini d'oro........ Sono acefali; e alcuni di loro vanno isolati, senza disciplina, senza guida. (Però in un certo castello di Puglia, ove i contadini s'arrogarono di proclamarsi tutti capitani e buona gente, furono poi messi in fuga da un barone di Francia, che si recava alla Corte dell'Imperatore. Essi volevano che pagasse un pedaggio, e l'avrebbe anche pagato se avesse trovato il loro capo.) Poichè lasciano il mestiere, a cui sono adatti, quello cioè di guardiani delle vacche e de' porci, e il lavoro della terra. Debbono adunque ridar di piglio alla vanga e voltare la terra, la quale è vasta e manca di braccia a coltivarla..... Io era già arrivato al punto di biforcazione della lettera pitagorica, e aveva già compiuto il terzo lustro, cioè aveva percorso il circolo di un'indizione, e già sin dalla culla avevan cominciato ad insegnarmi e a pestarmiin capo la grammatica, quando entrai nell'Ordine de' frati Minori, e subito nel mio noviziato, nella Marca d'Ancona, nel convento di Fano, ebbi maestro di Teologia frate Umile da Milano, che aveva studiato alla scuola di frate Aimone a Bologna. Il quale frate Aimone poi, che era Inglese, già vecchio, fu fatto Ministro Generale dell'Ordine de' Minori e lo restò sino alla morte, cioè tre anni. E, il primo anno ch'io entrai nell'Ordine, ho udito spiegare nella scuola di teologia i libri di Isaia e di Matteo, e l'interprete ne era il detto frate Umile; e d'allora in poi non desistetti mai dallo studiare ed essere uditore nelle scuole. E come i Giudei dissero a Cristo, Giovanni 2.º. In quarantasei anni è stato edificato questo tempio, così posso dir io, che oggi venerdì, giorno di S. Gilberto, in cui scrivo queste cose, sono appunto quarantasei anni che sono entrato nell'Ordine de' frati Minori, e corre l'anno 1284. E non cessai più di studiare; eppure nemmen così ho potuto raggiungere la scienza de' miei maggiori...... Dell'ignoranza de' sapienti di questo mondo...... Una prova ne hai in Gherardo Rozzi, il quale predisse che avrebbero avuto prospera la fortuna quelli che erano andati a Colorno, perchè vi erano entrati sotto il segno dello Scorpione. Ma era in errore, perchè vi entrarono il giorno di S. Domenico, quando il sole non è in iscorpione; e poi ne furono subito espulsi. Che se poi si riferisca non al sole, ma alla luna, allora disse vero che entrarono in Colorno sotto il segno dello Scorpione; perchè la luna due giorni e più per mese si trova sotto ciascun segno dello zodiaco. Tuttavia si potrebbe ancor sostenere che ha errato per tre ragioni: La prima è, come lo prova il fatto, che ne furono subito espulsi; la seconda è che lo scorpione è un animale retrogrado, e quindi doveva segnare un pronostico sinistro; la terza perchè il Signore dice in Isaia 44º:Io sono il Signore ec. che annullo i segni de' bugiardi, e fo impazzaregli indovini............ Il che intendeva di fare Papa Gregorio 10.º che in pieno Concilio a Lione soppresse e riprovò la congrega degli apostoli; ma la debolezza e la pigrizia dei Vescovi li lascia vagare pel mondo senza che portino alcun frutto a nessuno. Così, non perchè esista ancora la corporazione di Gherardino Segalello, ma anche dopo che è stata dispersa, vi sono tali che si danno a predicare, i quali se appartenessero all'Ordine dei frati Minori, appena si permetterebbe che servissero a tavola, e lavassero le stoviglie, o andassero per pane da porta a porta........ Perocchè non è ragionevole il loro ossequio, accontentandosi di una sola tonaca, e credendo che ciò sia loro comandato da Dio. Ma realmente sbagliano quegli apostoli, perchè quando il Signore dice:Nè abbiate due tonache, condanna il superfluo, non proibisce il necessario, nè ce ne priva. È chiaro dunque da quanto s'è detto, che quando il Signore disse ecc. non volle inteso letteralmente che l'uomo, che n'ha bisogno, non potesse averne più d'una, sia per il bucato, sia per ripararsi dal freddo....... Si dice, ed è vero, anzi è cosa onnimamente superflua, che il patriarca di Aquileia, il primo dì di quaresima, fa servire alla sua mensa quaranta pietanze, cioè qualità diverse di camangiari, e così via via, giorno per giorno, sino al sabbato santo, ne fa diminuire l'imbandigione di una ogni giorno, e dice che lo fa per onore e gloria del suo patriarcato. È chiaro dunque che gli apostoli di Gherardino Segalello sono stolti, contentandosi di una sola tonaca, ed esponendosi a pericolo di freddo, di malattie, ed anche di morte. Così pure con una sola tonaca, che usano, si insudiciano per immondizie, o di pidocchi, che non possono scuotere, o di sudore, o di polvere, e mandano fetore, non potendola nè lavare, nè sbattere senza restar nudi. Onde un giorno disse, scherzando, una donnetta a due frati Minori: Sappiate che ho un apostolo nudo nel mio letto, e vi staràfino a che sia asciutta la tonaca che gli ho lavata. Udendo ciò i frati Minori si risero della leggerezza della donna, e della stoltezza dell'apostolo. L'Apostolo dice ai Galati 6.º:Colui che è ammaestrato nella parola, faccia parte d'ogni suo bene a colui che l'ammaestra.E significa che, chi è ammaestrato deve mettere il mastro a parte di tutti i suoi beni.

La qual cosa si fa in Francia, ove, quando io vi era, i preti mi dissero che di tutti i beni dei loro parocchiani riscuotono la decima, sin anche degli agnelli e dei polli. Tuttavia saviamente agiva frate Boncompagno da Prato dell'Ordine dei Minori, che era sacerdote, predicatore, buon chierico e letterato e uomo dedito alle cose spirituali. Quando io seco abitai nel convento di Pisa, ove ogni anno ciascun frate riceveva due tonache nuove di panno di garbo[129], egli non volevano che una, e quella vecchia. Ed avendolo io interrogato, perchè così facesse, mi rispose: Frate Salimbene, l'Apostolo dice ecc; e appena per questa io potrò ricambiarne Iddio. Ma tra gli apostoli di Gherardino Segalello si trovano ribaldi, seduttori, ingannatori, ladroni, fornicatori, che fanno turpissime cose colle donne e sin co' fanciulli, poi ritornano al loro covile di ribaldi. Quale giudizio adunque cadrà su alcuni chierici del nostro tempo che non predicano il vangelo, e vivono oziosi del pane dell'altare? Non faticano come i campagnuoli, non si battono come i militari, non annunziano il Vangelo, come debbono farei chierici, e, siccome non serbano ordine alcuno, andranno làove nessun ordineecc. Il Segalello pertanto non deve osare di intromettersi nelle cose che spettano ai due Ordini, dei Minori cioè e dei Predicatori, i quali sono adombrati da Geremia sotto il titolo di pescatori e di cacciatori....... Salva l'esposizione dell'Abbate Gioachimo, ch'io da molti anni non ho letta. Cacciatori sono i Predicatori, principalmente oltremare, quantunque altrettanto faccia anche l'altro Ordine. Essendo che in Italia se ne escusano se non escono dalle città, ove abitano i cavalieri, i nobili, i potenti, mentre nelle ville e per le castella hanno romitaggi, ove dimorano frati Minori e possono bastare al bisogno de' secolari. L'Ordine del beato Francesco è simboleggiato dai parvoli, che quando si avvicinavano a Gesù Cristo, i discepoli li sgridavano. Così ne' primi tempi alcuni Cardinali non erano favorevoli alla istituzione di quest'Ordine. Ma come Gesù aveva detto ai discepoli, il Sommo Pontefice Innocenzo III disse ai Cardinali:Lasciateli venire da me questi parvoli, e non vogliate impedirneli; di loro è il regno de' cieli.Queste parole pronunciò Innocenzo III, dopo che ebbe avuta una visione mostratagli da Dio, nella quale vedeva la chiesa di Laterano minacciare ruina per vetustà, e che, un poverello umile e spregiato, miracolosamente la puntellava che non ruinasse. E la Scrittura nel Nuovo Testamento aggiunge:Poi che ebbe su loro stese le mani, partì.E fu perciò che allora Innocenzo III ordinò chierici que' dodici che il beato Francesco aveva condotti seco al cospetto del Papa, il quale ne confermò la Regola e l'Ordine, e conferì loro il ministero della predicazione (correva l'anno 1207); dopo di che tanto i Cardinali della Corte romana, quanto i Sommi Pontefici predilessero sempre l'Ordine del beato Francesco, riconoscendo e vedendo a prova che i frati Minori erano utili alla Chiesa e alla salvezza del mondo......... Intorno al peccato di superbia del primo padre Adamo....... Parimente un tale disse:


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