a. 1240

L'anno 1240 morì frate Alberto da Pisa, ministro Generale dell'Ordine de' frati Minori, e fu eletto a sostituirlo frate Aimone d'Inghilterra, poichè frate Eliaaveva apostatato e fatta adesione a Federico. In Gennaio dello stesso anno gelò si forte il Po che si passava dall'una all'altra parte del fiume a piedi e a cavallo. E nei mesi di Febbraio, Marzo e Aprile fu assediata Ferrara con grande oste da Azzone Marchese d'Este, e da Gregorio da Montelungo, Legato in Lombardia, e dal Doge di Venezia; e ognuno di loro aveva seco grosso esercito. E allora era Podestà di Ferrara Raimondo da Sesso. E i Ferraresi fecero la dedizione della loro città, e consegnarono il Salinguerra in mano ai prenominati Gregorio di Montelungo, Marchese d'Este, e Doge di Venezia. Il Salinguerra poi e con lui altri nobili suoi partigiani furono mandati prigionieri a Venezia; ove il Salinguerra stette a confino, e vi morì, e vi ebbe sepoltura. Egli fu uomo potente e famoso e celebre e stimato per gran sapienza. Resse benissimo la Signoria di Ferrara, come una volta l'aveva retta Guglielmo di Marchesella, e l'aveva data al Marchese d'Este, che prima non aveva avuto mai in Ferrara nulla che fosse suo. Ma realmente la città di Ferrara è del Papa, ed è terra della Chiesa; e l'ho udito io dire le cento volte, perchè io vi ho soggiornato sette anni, e l'ho udito anche da Papa Innocenzo IV in pubblica predica, stante che, quando egli predicava dal balcone del palazzo del vescovo di Ferrara, io era sempre al suo fianco. Tuttavia il Salinguerra usava dire: Il cielo è di Dio, ma la terra è degli uomini: Quasi con questo intendesse di gloriarsi come potente sulla terra. Ma nulla ostante egli morì nella laguna di Venezia. Era sapiente, ma ebbe un figlio stolto, come Salomone ebbe Roboamo. Quel suo figlio si chiamava Giacomo Torello, e anch'esso usava frequente un suo proverbio, che diceva:L'asen dà per la parè; botta dà, botta receve;che vuol dire: L'asino quando tira calci batte sulla muraglia; dà un colpo, e un colpo riceve, cioè, percuote ed è ripercosso. Ed i contadini giudicavano sapientissimoquel motto, perchè credevano che fosse detto a capello del Papa e dell'Imperatore, che allora erano tra loro discordi. In quel tempo era Papa Gregorio IX e Imperatore Federico II: dal quale fu presa Ravenna dopo la morte di Paolo Traversari. Qui è da notare che in antico eranvi a Ravenna quattro nobili casati, come ho letto più volte nel pontificale di Ravenna, dove ho dimorato cinque anni. Ed ora tutti que' casati, che erano i più nobili, e primeggiavano sugli altri, sono spenti; e l'ultimo a venir meno fu quello di Paolo Traversari, che a' miei giorni si estinse completamente. Questo Paolo Traversari fu bellissimo cavaliere, gran barone, straricco e ben voluto da' suoi concittadini; ma tuttavia ebbe in Ravenna un emulo ed avversario, che fu un certo Anastasio. Paolo ebbe un figlio, che lasciò una figlia non legittima, detta Traversaria dal nome del casato di lui. Io l'ho veduta assai volte, ed era bellissima donna ben costumata, di mezzana statura, cioè nè alta nè bassa. Papa Innocenzo IV la legittimò affinchè potesse reditare, e la diede per moglie a Tomaso Fogliani di Reggio, suo parente, cui fece anche conte nelle Romagne, e fu caro ai Ravennati. Questo Tomaso poi generò di quella un figlio, di nome Paolo, ch'io ho conosciuto bellissimo fanciullo ed avvenente, il quale, giunto al bivio della lettera pitagorica, morì lasciando erede Matteo Fogliani, che ne occupò poi i beni. Dopo la morte di Tomaso, la moglie sua si rimaritò col nipote del Marchese d'Este, cioè Stefano, figlio del Re d'Ungheria, fratello di Sant'Elisabetta, ma soltanto da parte di padre. Di questo matrimonio nacque un bel fanciullo, che in processo di tempo morì. E la moglie di Stefano morì e fu sepolta nel sepolcreto di Paolo Traversari nella chiesa di San Vitale in Artica a Ravenna. Stefano poi andò a Venezia ove chiuse i suoi giorni miserrimo e poverissimo. E, come disse Giuseppe parlando di Erode Agrippa, non era veramente uomo,per cui riguardo sia molto da rimproverare di sua mutabilità la fortuna. E come Giuseppe narra di tre speciali disgrazie d'Erode Agrippa, così noi possiamo dire di altrettante che colpirono Stefano. Prima sventura ad incoglierlo fu che sua madre, dopo la morte di Andrea Re d'Ungheria, fuggì dall'Ungheria incinta per timore di essere uccisa dagli Ungheresi, come avevano ucciso altra regina, cioè la madre di Sant'Elisabetta. Secondo, gli fu messo a carico che la madre lo avesse concepito da un tal Dionisio; epperciò non lo riconoscevano per figlio del re d'Ungheria, e non lo ammettevano alla successione. E questa cosa restò per molti anni dubbia nella mente del re d'Ungheria. E molti frati Minori Ungheresi, passando per Ferrara, volevano vederlo, e dicevano che si assomigliava perfettamente al re d'Ungheria suo padre. Terzo, perchè essendo allevato in Ferrara alla corte del Marchese d'Este, ed essendo tenuto appartato, perchè per diritto di più prossimo parente doveva essergliene il successore, come figlio di una nipote, che era figlia del fratello di lui Aldobrandino, fu portato in frattanto dalla Puglia sopra un asino un bambino, nato da una certa nobildonna di Napoli e di un certo principe Rainaldo, figlio di Azzone marchese d'Este già defunto, come si disse allora, ma in vero l'Imperatore teneva lo stesso Rainaldo in prigione a Napoli, come ostaggio. Se questo fatto sia fittizio, e inventato a malizia, o se sia vero, non so. Ma comunque fosse, Stefano fu espulso da Ferrara, e andò a dimorare a Ravenna: e il fanciulletto ultimo condotto tenne la signoria del Marchese d'Este....... E fu pessimo uomo...... Questi è Obizzo Marchese d'Este, che ora signoreggia in Ferrara, e che pe' suoi peccati..... è guercio. Perocchè caracollando in un torneo la vigilia di Pasqua, spezzatasi l'asta, si offese l'occhio destro e ne perdette la vista. E tali caracollamenti faceva perchè era innamorato di una donna, cheera presente. Così pure fu detto di lui che... stuprava in Ferrara le mogli de' nobili e de' plebei. Alcuni dissero che questo Obizzo fosse figlio.... Inoltre spogliò la famiglia Fontana, che lo aveva esaltato e sublimato, e la espulse da Ferrara. Molto male fece, e molto ne riceverà da Dio, se non si emenda. Con Ottobono, che diventò poi Papa Adriano, ebbe sì intima amicizia che sposò poi una parente di lui, d'onde gli nacquero tre figli ed una figlia. Il primogenito fu Azzone, che prese per moglie una parente di Papa Nicolò III, romano, che, quand'era Cardinale, si chiamava Giovanni Gaetani; e al posto di Cardinale subentrò Matteo Rossi, figlio di Orso, fratello germano del Papa. Questo Matteo Rossi era governatore, protettore e censore dell'Ordine de' frati Minori a seconda della loro regola. E Papa Nicolò lo designò e lo diede all'Ordine, quantunque i frati avessero già prima fatta domanda di avere Girolamo, stato già loro ministro Generale. Secondo Cardinale parente del Papa fu Giacomo Colonna, che è favorevolissimo all'Ordine de' Minori. E quando era ancor giovane e cittadino privato, quando cioè non era ancora stato elevato ad alcuna dignità, da Bologna ove era a studio, andò a Ravenna a visitare per divozione le chiese; perchè in Ravenna, tutto il mese di Maggio, vi sono amplissime indulgenze; e molti vi accorrono dalle diverse parti del mondo per conseguire colle preghiere quelle indulgenze che sempre desiderarono. Perciò dunque Giacomo venne a Ravenna, ove io allora abitava nel convento de' frati Minori della Chiesa di S. Pietro maggiore, in cui si venera il corpo di S. Liberio, eletto per mezzo di una colomba, e fui designato ad accompagnarlo, e lo condussi a tutti i Santuarii dentro e fuori della città. Terzo Cardinale, parente di Papa Nicolò III fu Latino dell'Ordine de' frati Predicatori. Questi, in quanto alla fisonomia, a mio giudizio, si assomigliava pienamente a Pietro Lambertinidi Bologna. Papa Nicolò lo fece Legato per la Lombardia, e con una certa sua ordinanza diede assai su' nervi a tutte le donne, comandando che le loro vesti fossero sol tanto lunghe da arrivare a terra, più la giunta di un palmo. Perocchè prima traevano per terra la coda delle vesti con uno strascico di un braccio e mezzo. Onde al proposito dice Patecelo:

Et drappi longhi ke la polver menna.La lunga vesta che la polve innalza.

Et drappi longhi ke la polver menna.La lunga vesta che la polve innalza.

Et drappi longhi ke la polver menna.

La lunga vesta che la polve innalza.

E lo fece pubblicare nelle chiese, e l'impose alle donne come precetto, ordinando anche che nessun sacerdote potesse assolvere quelle che non vi si attenevano; la qual cosa fu alle donne più amara che la morte. Ed una mi disse in confidenza che si teneva più cara quella coda che tutto il resto del vestiario. Oltrecciò il Cardinale Latino comandò che tutte le donne, giovinette, donzelle, maritate, vedove e matrone uscissero di casa col capo velato. La qual cosa fece loro orrore. Ma pure a questa vessazione seppero trovare un rimedio, mentre non era possibile averlo per le code. Perocchè fecero fare veli di bisso e di seta intessuta con oro, coi quali acquistavano un'apparenza dieci volte più seducente, e provocavano maggiormente a lascivia coloro che le riguardavano. Quarto Cardinale parente di Papa Nicolò fu Giordano, suo fratello germano, uomo di poca dottrina e quasi laico. E creò questi quattro Cardinali suoi parenti per esaltare que' del suo sangue e della sua carne. E così fece la Chiesa cosa della sua famiglia, come fecero talvolta alcuni Pontefici romani, de' quali dice Michea.... Ed io in mia coscienza credo certissimo che l'Ordine del beato Francesco, del quale io sono un umile, anzi il minimo fraticello, abbia ben mille frati Minori, che per ragione di scienza e di santità sarebbero più degni del cardinalato che molti di quelli, che per parentela nefurono insigniti dai romani Pontefici. E ve n'è un esempio recente. Papa Urbano IV di Troyes promosse al cardinalato Angero suo nipote, lo esaltò e lo sublimò, quanto a ricchezze e ad onori, sopra tutti i Cardinali della corte; mentre prima non era che un vilissimo scolaretto, tanto che portava a casa dal macello le carni anche per altri scolari, coi quali studiava. In seguito poi s'è saputo che era figlio del Papa. Quarta sventura di Stefano fu la morte di suo figlio e di donna Traversaria sua moglie, dalla quale aveva avuto in Ravenna e per le Romagne ricchezze, onore e gloria. Laonde dovette rifuggirsi a Venezia, ove morì nella desolazione e nella miseria. Dopo questo, cioè dopo la morte di Stefano, venne un certo Guglielmotto dalla Puglia con una certa donna, che lo seguiva, e che prima si chiamavaPasquetta, e le pose poi nome Aica, e la diceva sua moglie, e figlia di Paolo Traversari. Ma sta di fatto che l'Imperatore Federico aveva presa l'Aica figlia di Paolo Traversari, e l'aveva mandata come ostaggio in Puglia, e poi, sdegnato ardentemente contro il padre della fanciulla, la fece gettare in una fornace accesa, e così essa volò al cielo. E vi era presente, e la confessò, un frate Minore di nome Ubaldino, nobil uomo di Ravenna, fratello di Sigorello, e che dimorava in Puglia. Era bellissima giovane; nè vi è punto da meravigliare perchè ebbe un bellissimo padre. Guarda Paolo Traversari, e guarda Re Giovanni, e giudica, se sai, chi di loro sia più bello. Ma questa Pasquetta, che si dava per figlia di Paolo, e s'era assunto il nome di Aica, era brutta donna, deforme, misera e oltremisura avara. Ed io lo so, chè ho parlato secolei in Ravenna, dove io abitava quando venne colà, e l'ho vista le centinaia di volte. Essa aveva imparato a conoscere da una sua donna i costumi di colui, che voleva far credere suo padre; come anche le condizioni di Ravenna. Inoltre un certo tale di Ravenna, ch'io ben conosceva,e che andava frequentemente in Puglia, di dette cose maliziosamente la istrusse, sperando, se la fortuna la portava in alto, di ottenerne da lei un premio. Costui si chiamava volgarmente Ugo di Barco, ed io lo conosceva. Giunse pertanto Guglielmotto con sua moglie; e i Ravennati, avendone avuta notizia, si rallegrarono e andarono loro incontro per fare a loro una festosa accoglienza. Uscii anch'io col frate mio compagno sin fuori porta S. Lorenzo, e stetti sul ponte del fiume aspettando per vedere come la finisse. E intanto mi venne incontro un giovane correndo, e disse: E perchè non sono venuti gli altri frati? In verità sin anche il Papa, se fosse a Ravenna, dovrebbe venire a vedere tanta letizia. Ciò udendo, lo guardai, e sorrisi, e dissi: Che tu sii benedetto, o figlio; hai parlato bene. Entrato in Ravenna, si recarono tosto alla Chiesa di S. Vitale a visitare innanzi tutto la tomba di Paolo Traversari. E Pasquetta, stando davanti all'arca di Paolo, cominciò a piangere a udita di tutti, quasi piangesse per Paolo, personaggio nobile, valoroso e prudente, come se fosse stato suo padre. Spiacque però quel mostrarsi sdegnosa di vedere che anche Traversaria fosse sepolta nel sepolcro di suo padre. Poscia andarono agli alberghi già per loro allestiti. Queste particolarità me le raccontò Giovanni monaco sagrista di S. Vitale, amico mio, che era presente e vide. Il giorno dopo, Guglielmotto tenne un'allocuzione davanti al Consiglio de' Ravennati. Egli era bel cavaliere e magnifico oratore. E, terminata la sua orazione, e fatte nella concione le sue proposte, i Ravennati gli offrirono e promisero più di quello che aveva richiesto. Perocchè erano lieti che rivivesse il casato di Paolo. Gli stessi sensi provò anche Filippo Arcivescovo di Ravenna, oriondo toscano. E Guglielmotto entrò in possesso di tutti i beni e di tutte le terre di Paolo con sicurezza maggiore di quella, colla quale li aveva posseduti Paolostesso. Ed ebbe abbondanza di denaro e di rendite; e fabbricò corti, casali, mura e palazzi, e molti anni, come ho visto io, gli arrise la prospera fortuna. Ma dopo si levò contro la Chiesa, e perciò fu espulso da Ravenna, e si smantellarono tutti i suoi palazzi e tutti i suoi edifizii. Quella Pasquetta sua moglie, che si faceva chiamare Aica, da lui non ebbe figli; però mandò in Puglia e si fece condurre due ragazzi, uno di cinque e l'altro di sette anni, che diceva essere suoi figli. Finalmente ne morì uno, e fattolo seppellire nel sepolcreto di Paolo, cominciò a mandar grida di dolore, e a dire esclamando: Oh! magnificenze di Paolo, ove vi abbandono? Oh! magnificenze di Paolo ove vi abbandono? Oh magnificenze di Paolo, ove vi abbandono? Finalmente, insorgendo molte guerre, chiuse i suoi giorni a Forlì, e Guglielmotto se ne tornò in Puglia spogliato e nudo; sicchè gli si potrebbe applicare il detto del poeta;

Non eodem cursu respondent ultima primis.Non gira sempre egual la cieca Dea;Or lieta t'accarezza, ed or t'è rea.

Non eodem cursu respondent ultima primis.Non gira sempre egual la cieca Dea;Or lieta t'accarezza, ed or t'è rea.

Non eodem cursu respondent ultima primis.

Non gira sempre egual la cieca Dea;

Or lieta t'accarezza, ed or t'è rea.

Che poi di queste frodi, di queste simulazioni e di queste corbellature ne possano avvenire al mondo, non è punto da dubitare, perchè ne abbiamo molti esempi. Ed anzi tutto il finto Alessandro, ai tempi di Cesare Augusto, di cui parlano le storie. Così si dica del conte di Fiandra, che morì oltremare. Dopo molti anni arrivò un tale, che assomigliava in tutto al conte, e si presentò alla contessa di Fiandra dicendole ch'egli era suo padre; e sapeva dire cose dalle quali si poteva congetturare che dicesse la verità. Ma avendogli essa, per suggerimento dei suoi, chiesto chi lo avesse fatto cavaliere, non seppe rispondere, e quindi lo fece impiccare. Il terzo caso è di Federico Imperatore deposto, dopo la cui morte si trovò un eremita, che era di aspetto somigliantissimo all'Imperatore,e conosceva punto per punto le cose del regno, dell'impero e della corte Reale. Alcuni principi e baroni della Puglia, volendo invadere ed occupare il regno, coll'assenso di lui lo tolsero dal romitaggio, e divulgarono che l'Imperatore viveva ancora. E l'eremita si prestava col suo assenso a queste cose, perchè sperava acquistarne ricchezze ed onori. Ma Manfredi figlio di Federico, che era chiamato principe, lo fece prendere e ordinò che fosse sottoposto a tormenti e fatto morire. Nota che questa frode, riguardo a Federico, si presumeva facile a condursi a buon fine, perchè nella Sibilla si legge:Si divolgherà in mezzo ai popoli: vive e non vive.Laonde anch'io per molto tempo stentava a credere che fosse morto; se non che l'udii poi co' miei orecchi dalla bocca stessa di Innocenzo IV, quando nel suo ritorno da Lione egli predicava al popolo affollato in Ferrara. Perocchè io era sempre al suo fianco, e disse nella predica:Quel Signore che una volta fu Imperatore, nostro nemico, e avverso a Dio e alla Chiesa, è morto, come per sicuro è stato annunziato a noi.L'udirlo mi riempì di stupore, e appena ancora potei crederlo. Perocchè io era Gioachimita, e credeva, e m'aspettava, e sperava che Federico fosse per fare ancora mali maggiori di quelli che aveva già fatti, sebbene non fossero pochi. Quarto esempio ne è quello di un certo, che diceva di essere Manfredi, figlio di Federico, quel Manfredi che era stato debellato da Re Carlo, fratello di Lodovico re di Francia. E perciò Re Carlo ordinò che quel finto principe Manfredi, che gli si era presentato, fosse ucciso. E fece uccidere a que' dì molti che s'infingevano Manfredi. Ma di ciò basti. Perocchè queste cose non le ho dette di proposito, ma soltanto trattovi dal caso di Paolo Traversari.Perchè lo spirito spira quando vuole,e non è in potere dell'uomo impedirnelo. Ora ritorniamo all'anno di cui si cominciò a parlare. Nel 1240 adunque l'Imperatoreassediò Faenza, che si arrese a patti, ma, entratovi, ruppe la fede loro data.

L'anno 1241 fu presa Faenza, cioè si arrese di accordo all'Imperatore, il quale, come si disse, non serbò la fede data. Morì Papa Gregorio IX, che fu amico e padre e benefattore dell'Ordine de' frati Minori, e a lui successe Celestino IV milanese, che morì subito; cioè diciasette giorni dopo. E la sede restò vacante dal 1241 sino al 1243, perchè i Cardinali erano discordi e dispersi. E Federico aveva chiuse le vie, tanto che molti ne furono presi; e ciò faceva per timore che alcuno di quei che passassero, diventasse Papa. Ed io stesso in quel tempo fui preso più volte. E allora pensai e studiai modo di scrivere lettere come, in cifra.

L'anno 1242 fu Podestà di Reggio Lambertesco dei Lamberteschi Fiorentino, che aveva amore a far ragione e giustizia ai cittadini; e appunto perchè il detto Podestà aveva amore a far ragione e giustizia alcuni reggiani fecero questi versi:

Venuto è 'l liòneDe terra fiorentinaPer tenire raxoneIn la città regina.

Venuto è 'l liòneDe terra fiorentinaPer tenire raxoneIn la città regina.

Venuto è 'l liòne

De terra fiorentina

Per tenire raxone

In la città regina.

E allora il Consiglio municipale di Reggio a quasi unanimità di voti gli concesse facoltà di fare quel che volesse. E nello stesso anno fece fare la strada di Reggiolo, i ponti sul cavo Tagliata, le fossa attorno al castello di Reggiolo[67], e trenta braccia della torre.

L'anno 1243, sul finir di Giugno, il dì di S. Pietro, fu eletto Papa Innocenzo IV, Lombardo, dei conti di Lavagna[68]nella diocesi di Genova. E governò la Chiesa 11 anni, 5 mesi e 10 giorni. Questi era statocanonico di Parma, e causa dello smantellamento di questa città. Per poter adunare un concilio fuggì a Lione, nobile città della Francia, nella Borgogna, sul Rodano, ove stette molti anni, cioè sino alla morte di Federico, e vi era andato l'anno 1244. Questi a suo tempo stipulò un gran trattato con Federico per ricondurre le cose a pace, e in pendenza della contumacia dell'Imperatore contro la Chiesa, coll'aiuto de' Genovesi andò in Francia; e celebrando un concilio a Lione condannò Federico come nemico della Chiesa, e lo depose dall'Impero, e procurò che fosse eletto re d'Allemagna il Langravio della Turingia; dopo la cui morte fu eletto Guglielmo d'Olanda. Questo Papa canonizzò a Lione S. Emondo confessore. Arcivescovo di Cantorbery. Canonizzò anche a Perugia il beato Pietro[69]dell'Ordine de' frati Predicatori, Veronese, ucciso dagli eretici tra Como e Milano pel suo predicare contro di loro. Canonizzò eziandio in Assisi nella chiesa del beato Francesco, S. Stanislao vescovo di Cracovia, fatto uccidere dall'iniquo Principe (Federico?). Innocenzo, morto l'Imperatore Federico, entrò in Puglia con un grande esercito, e poco dopo morì a Napoli, ove ebbe sepoltura. E queste cose sono dette qui per anticipazione. A questi tempi fiorì venerabile per vita e per scienza il Cardinale Ugo, frate dell'Ordine de' Predicatori, che, dottore in teologia, con dottrina sana e lucidissima commentò tutta la Bibbia. Fu primo autoredelle Concordanze bibliche. Ma in seguito furono fatte concordanze migliori. Papa Innocenzo lo creò Cardinal prete di santa Sabina; nella quale dignità si comportò lodevolmente sino alla morte. Così nel sunnotato millesimo, alla corte dell'Imperatore Federico, morì Nicolò vescovo di Peggio, a Melfi[70]in Puglia, ove fu anche sepolto. Nello stesso anno, e contemporaneamente, furono eletti vescovi di Reggio Guizzolo degli Albiconi, Prevosto di S. Prospero di Castello, e Guglielmo Fogliani. Perciò nel mese di Settembre vi fu gran contesa tra gli Albiconi, i Fogliani e il Podestà. Ma fu poi confermato vescovo di Reggio Guglielmo Fogliani, perchè era parente del Papa Innocenzo IV, che allora reggeva la Chiesa romana. Così pure il prenominato Papa spogliò del vescovado di Parma Bernardo Vizio Scotti, che era de' frati del Martorano, e che già lo possedeva come datogli da Gregorio di Montelungo Legato in Lombardia, per darlo ad Alberto Sanvitali, suo nipote di sorella. E Re Enzo figlio dell'Imperatore Federico occupò il palazzo del vescovo di Reggio, e, in odio del Papa e del partito ostile non lasciò che il sunnominato Guglielmo vi abitasse.

L'anno 1244 morì frate Aimone Inglese, ministro Generale dell'Ordine de' frati Minori, e gli succedette frate Crescenzio della Marca d'Ancona, già molto vecchio. Questi ordinò a frate Tomaso di Cellano (che fu il primo a scrivere la vita del beato Francesco) che la scrivesse di nuovo perchè in quella prima erano state ommesse molte cose. E fece un bellissimo libro dei miracoli e della vita del santo intitolato:Memoriale del beato Francesco in mancanza della sua persona:sul quale ne compilò poscia uno eccellente il ministro Generale frate Bonaventura. E pure vi sono ancora moltecose, che non sono notate; perchè il Signore tutti i giorni, e in tutte le parti del mondo, non cessa di operare grandi miracoli per mezzo del suo servo Francesco. Questi fu invitato al concilio, che si tenne per la detronizzazione di Federico, da Papa Innocenzo IV con lettera particolare, ch'io ho veduta; ma egli se ne scusò per la sua vecchiezza; e in sua vece mandò frate Giovanni da Parma, uomo santo e letterato; e che gli successe poi nel governo dell'Ordine. In quest'anno furono inviate da Roberto Patriarca di Gerusalemme a tutta la cristianità lettere, che portavano gravissime notizie, ed erano di questo tenore: Io Roberto Patriarca, sebbene indegno, di Gerusalemme, notifico a tutti quelli che sono inscritti nell'albo de' cristiani che nell'anno del Signore 1244 ai 17 di Ottobre, cioè la vigilia di S. Luca Evangelista si fecero quì da noi, cioè in Terra Santa, molti massacri e molte tradigioni. Un primo massacro avvenne in Agosto, quando Gerusalemme fu distrutta dai Colisimini. Un secondo, la vigilia di Santa Lucia, nella pianura di Gadar, cioè sabbia bianca, ove furono trucidati 312 frati militanti, e 324 difensori delle torri. Del convento di S. Giovanni furono massacrati 325 frati militanti e 200 guardie delle torri. Del convento degli Alemanni sopravissero alla strage soli tre frati; gli altri, ed erano 400, furono passati a fil di spada. Dell'ospizio di S. Lazzaro furono uccisi tutti i militi lebbrosi. Caifasso fu ucciso con tutta la sua gente. Il conte Gualterio di Giaffa restò prigioniero, e di tutti i suoi uomini fu fatta strage. I militi del Principe d'Antiochia, ch'erano 300, incontrarono la stessa sorte. Quelli del Re di Cipro, 300 anch'essi, uccisi. L'Arcivescovo di Tiro con tutti i suoi fu vittima. Parimenti il vescovo di Rama. Inoltre, e questo è più desolante, 16000 Francesi versarono il loro sangue per la fede di Cristo, e così tanto numero di crociati d'altre nazioni da non potersi contare. Ed è danotare che il Soldano di Damasco, e il Soldano di Camele, e un grande de' Saraceni, che si chiama Nas, e tutta la milizia del Signore di Allap, che avevano giurato a noi fedeltà, ed erano più che 25000 Saraceni, sul finire del combattimento ci tradirono, e i loro nomi saranno maledetti ne' secoli de' secoli; e così sia.

L'anno 1245 il predetto Imperatore Federico fu detronizzato da Papa Innocenzo IV in pieno concilio a Lione, città della Francia. Per la qual cosa Federico esiliò principalmente da Parma e da Reggio tutti gli amici più stretti del detto Papa, e alcuni li fece prigionieri; poi raccolse l'esercito su Milano, e non gli tornò bene. Nello stesso anno Lodovico Re di Francia andò a Cluny da Papa Innocenzo IV: ed ebbe con lui un famigliare colloquio. Parimenti nello stesso anno, il primo di Gennaio, giorno di Domenica, nella città di Reggio vi fu grande stormo intorno alla casa di Scazano; e il lunedì successivo vi fu armeggiamento tra i Roberti e que' da Sesso; dal qual fatto questi ritrassero disonore. E fu bruciata la casa dei Calegari; e perciò vennero espulsi dalla città Giberto de' Tarasconi, Aschiero degli Aschierì e Viviano Meliorati, che era imputato d'averla incendiata, o almeno di aver consentito che vi si appiccasse il fuoco. E furono rigorosamente puniti. Un lunedì poi, 3 Luglio, arrivarono sopra Reggio Simone di Giovanni di Bonifacio de' Manfredi, e Maravone de' Bonici con moltissimi fanti e balestrieri, ed incendiarono porta San Pietro ed entrarono in città per violenza. E quello stesso lunedì e martedì successivo vi furono di nuovo grossi stormi per città. Quindi furono espulsi per ordine dell'Imperatore, tutti i Roberti, i Fogliani, i Lupicini, i figli di Giovanni di Bonifacio, Manfredo da Palù, i Canini e moltissimi Parmigiani di quel partito. De' Reggiani ne furono condotti via molti dall'Imperatore. In quello stesso anno Papa Innocenzo IV era a Lione sulRodano colla sua Corte e i Cardinali, e depose l'Imperatore Federico dal trono imperiale, e lo scomunicò; e l'Imperatore pubblicò un bando contro il Papa, e i Cardinali e i Legati. E allora in Ottobre l'Imperatore marciò contro i Milanesi sul Ticino, ed Enzo di lui figlio sulla Tagliata dell'Adda con Parmigiani, Cremonesi e Reggiani; e presero Gorgonzola[71], nell'assedio della quale fu fatto prigioniero il Re, che fu poi liberato dai Parmigiani e dai Reggiani[72].

L'anno 1246 Tebaldo Francesco e molti altri baroni della Puglia si ribellarono contro il deposto Imperatore Federico. E furono fatti prigionieri dopo lungo assedio nel castello di Capaccio[73]; e uomini, donne e fanciulli furono duramente trattati. Lo stesso anno per intromissione dell'Imperatore Federico fu eletto podestà di Reggio il Marchese Uberto Pallavicini, che andò all'assedio di Rossena[74]e di Felina[75]nella diocesi di Reggio; e le ebbe per capitolazione. Il prenominato Tebaldo Francesco fu poi una volta Podestà di Parma.

L'anno 1247 l'Imperatore Federico già deposto perdette Parma sul finir di Giugno. Questa è la mia città, quella cioè di cui sono nativo, e la tenne stretta di assedio dal Luglio al Febbraio successivo. Lo stesso anno durante l'assedio, io uscii di Parma, e andai a Lione, e avendolo il Papa saputo, subito il dì d'Ogni Santi mandò cercandomi; perocchè, dal dì della mia partenza sino aquello del mio arrivo a Lione, il Papa non aveva saputo nulla di Parma nè per notizie sicure, nè per voci vaghe; e stava aspettando l'esito della contesa. E avendo io parlato da solo a solo in camera con lui, molte cose si dissero, e poi egli mi assolse da tutti i miei peccati e mi diede la facoltà di predicare. Lo stesso anno in cui Parma si ribellò all'Imperatore, fu fatto ministro Generale frate Giovanni da Parma in un Capitolo generale tenutosi a Lione in Agosto, mentre ivi ancora soggiornava Papa Innocenzo IV. Lo stesso anno Boso di Dovara fu podestà di Reggio; e tenne due mesi i Reggiani col Re nei pressi di Guastalla. E nello stesso anno il Re con Ezzelino fecero prigione Ugo de' Roberti da Reggio insieme a molti altri presso Fano[76]. Fano poi è una piccola terra nella diocesi di Reggio presso l'Enza; come pure vi è Bibiano, Tortigliano e Cavigliano, ove sono canali e prati. E distrussero Brescello[77], Berceto[78]e tutta la diocesi di Parma verso Brescello al di qua dell'Enza[79], e occuparono il ponte che avevano fatto i Mantovani. E lo stesso anno fu catturata una squadra di barche dei Mantovani presso Brescello, ed un'altra presso Gramignazzo[80], e furono uccisi molti Mantovani. Ed i Mantovani incendiarono quanto apparteneva alla diocesi di Cremona da Torricella[81]in giù. E i Milanesi, i Bresciani, i Bolognesi e i Veneziani stettero due mesi a campo presso Luzzara[82]; perocchè eravi una guerra grossa, intricata e piena di pericoli, essendo che la Repubblica co' suoi alleati contro la Chiesa, e questa controquelli, s'erano con grande ardore levati in armi. E morì a Lione il Patriarca d'Antiochia, che era de' Roberti di Reggio, ed era stato vescovo di Brescia a' tempi di un gran terremoto; in occasione del quale essendo uscito di camera per le grida di un frate Minore, che dimorava nella corte vescovile, subito dopo per scossa di terremoto rovinò la camera stessa; d'onde riconobbe da Dio la sua salvezza, e si convertì a lui pienamente. Perciò fece voto, e promise di fermo, che per tutta la sua vita avrebbe serbata intatta quella castità che per lo innanzi non mantenne illibata, e che in vita sua non mangerebbe più carni; e tenne il voto. Tuttavia colla sua famiglia usava largo trattamento, secondo il consiglio di Grisostomo ecc. Faceva quel che dice l'Apostolo ai Romani 12:Rallegratevi con quelli che sono allegri, e piangete con quelli che piangono;e faceva bene; e sapeva sollazzarsi a tempo e luogo. Onde, essendo un dì a tavola con tutta la sua corte e molti altri, vide che un certo giocoliere ascose di furto un cucchiaio d'argento. Pertanto chiamò il suo servo, e gli disse: Non renderò a te il mio cucchiaio, se prima ciascuno de' commensali non ti abbia renduto il suo; giacchè dice l'Apostolo agli Efesii IV:Chi rubava non rubi più.E così con queste parole mise sull'avviso il siniscalco, e ricuperò il cucchiaio. Questo Patriarca fu uomo di poca dottrina; ma il molto bene che faceva compensava il difetto della scienza. Perocchè fu largo limosiniere e recitava ogni dì l'uffizio dei morti con nove lezioni. Perchè adunque il Patriarca d'Antiochia perdurò in bontà di vita, dacchè aveva rivolto il cuore all'amor di Dio, Iddio per mezzo di miracoli mostrò alla sua morte che era stato suo servo ed amico degno di gloria; de' quali miracoli non parlo per brevità, e perchè mi affretto a parlar d'altre cose. Col Patriarca poi d'Antiochia visse molt'anni frate Enrico da Pisa dell'Ordine de' Minori, che tante volteparlò assai favorevolmente del prenominato Patriarca a me e agli altri frati. Questo frate Enrico da Pisa fu bell'uomo, di mezzana statura, largo, cortese, liberale e franco. Sapeva star bene a conversazione con tutti, acconciandosi al fare d'ognuno, ben accetto ai frati e ai secolari; il che è di pochi. Così pure fu predicatore rinomatissimo e grazioso al clero e al popolo. Sapeva scrivere, miniare, o, come dicono, lumeggiare (perchè col minio il libro si lumeggia), scrivere musica, comporre bellissime e deliziose cantiche non meno a canto fermo che a canto modulato, cioè note rotte e doppie. Fu distintissimo nell'arte del cantare. Aveva voce profonda, sonante, che riempiva tutto il coro. Aveva poi una doppia nota sottile, altissima, acuta, dolce, soave, dilettevolissima. Fu mio custode nella custodia di Siena, e mio maestro di canto a' tempi di Papa Gregorio IX. E allora viveva anche frate Luca di Puglia, dell'Ordine de' frati Minori, di cui è il libro intitolato:Sermonum memoria. Quest'ecclesiastico fu letterato e dotto in filosofia scolastica, e in Puglia dottore esimio in teologia, rinomato, solenne e di gran fama; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. Frate Enrico da Pisa fu uomo morigerato, divoto a Dio e a S.ª Maria Maddalena. Nè è da meravigliarsi perchè questa Santa era la titolare della sua parocchia in Pisa. Nella città poi di Pisa la beata Vergine è la titolare della chiesa matrice, nella quale io fui ordinato diacono dall'Arcivescovo di Pisa. Frate Enrico compose molti inni e molte sequenze. Perocchè fece e musicò per canto la seguente composizione:

Christe Deus — Christe meus,Christe Rex et Domine.

Christe Deus — Christe meus,Christe Rex et Domine.

Christe Deus — Christe meus,

Christe Rex et Domine.

Per la voce d'una sua divota che andava cantando per la chiesa maggiore di Pisa musicò:

E tu no cure de me; — e no curaro de te.

E tu no cure de me; — e no curaro de te.

E tu no cure de me; — e no curaro de te.

Così fece l'altra a tre voci:

Miser homo — cogita facta Creatoris.

Miser homo — cogita facta Creatoris.

Miser homo — cogita facta Creatoris.

Musicò pure per canto quel componimento di maestro Filippo Cancelliere di Parigi:

Homo quam sit pura — mihi de te cura.

Homo quam sit pura — mihi de te cura.

Homo quam sit pura — mihi de te cura.

E perchè, quand'era custode, si trovò malato nell'infermeria del convento di Siena, e non poteva scrivere musica, chiamò me, e fui il primo a scrivere le note del suo canto, mentre egli cantava. Così mise in musica per canto quell'altra composizione del cancelliere, cioè:

Crux, de te volo conqueri.E... Virgo, tibi respondeo.E... Centrum capit circulus.E... Quisquis cordis et oculi.

Crux, de te volo conqueri.E... Virgo, tibi respondeo.E... Centrum capit circulus.E... Quisquis cordis et oculi.

Crux, de te volo conqueri.

E... Virgo, tibi respondeo.

E... Centrum capit circulus.

E... Quisquis cordis et oculi.

E per quella sequenza.....Iesse virgam humi Davitcompose un canto delizioso, che si canta con assai diletto, mentre, prima della sua, aveva una musica rude e dissonante. La composizione della sequenza l'aveva fatta Riccardo di S. Vittore, come ne compose tante altre. Musicò anche deliziosamente per canto gli inni di S.ª Maria Maddalena, composti dal cancelliere di Parigi, cioè:

Pange, lingua Magdalenae.

Pange, lingua Magdalenae.

Pange, lingua Magdalenae.

con altri inni. Parimente intorno alla risurrezione del Signore fece la sequenza, composizione e musica, cioè:

Natus, passus DominusResurexit hodie.

Natus, passus DominusResurexit hodie.

Natus, passus Dominus

Resurexit hodie.

Il secondo canto poi che l'accompagna, ossia il concanto, lo compose frate Vita Lucchese dell'Ordine de' frati Minori, il miglior cantore che si conoscesse nell'uno e nell'altro canto, cioè nel canto fermo, e nel canto a noterotte, o doppie. Aveva voce sottile, ma piacevolissima a udirsi, nè vi era persona tanto severa che non l'ascoltasse con diletto. Cantava alla presenza di Vescovi, Arcivescovi, Cardinali e Papi e l'ascoltavano volentieri. E se alcuno avesse chiacchierato quando frate Vita cantava, tosto si udiva ripetere il detto dell'Ecclesiastico XXXII:Non interrompere la musica. E se talvolta un usignuolo cantava in un cespuglio, o in una siepe, taceva se udiva cantare il frate, e l'ascoltava attentamente, e poi ripigliava il suo canto, e così alternamente cantando risuonavano per l'aria soavissime voci. E della sua perizia fu tanto cortese, che invitato a cantare non se ne scusava mai, nè per voce impedita da infreddatura, nè per altra cagione. E perciò non si potevano applicare a lui que' versi soliti a dirsi, cioè:

Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicosUt nunquam inducant animum cantare rogati.D'ogni cantor brutto difetto è questoDi non voler cantar quand'è richiesto.

Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicosUt nunquam inducant animum cantare rogati.D'ogni cantor brutto difetto è questoDi non voler cantar quand'è richiesto.

Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicos

Ut nunquam inducant animum cantare rogati.

D'ogni cantor brutto difetto è questo

Di non voler cantar quand'è richiesto.

Anche sua madre e sua sorella furono abilissime nel canto. Egli fece anche la nota sequenza, composizione e musica:

Ave mundi — spes, Maria

Ave mundi — spes, Maria

Ave mundi — spes, Maria

e compose molte cantiche con musica melodica, della quale si deliziavano assai i chierici secolari. Costui fu mio maestro di canto in Lucca l'anno 1239, quando avvenne quella orribile oscurità di sole. E quando Tomaso da Capua Cardinale della corte romana, e il più insigne scrittore della corte stessa, compose quella sequenza:

Virgo parens gaudeat

Virgo parens gaudeat

Virgo parens gaudeat

e pregò frate Enrico da Pisa di musicarla per canto, e ne fece una musica bella, dilettevole e soave a udirsi, frate Vita ne compose il secondo canto, ossia il concanto.Ed ogni volta che trovava qualche canto semplice di frate Enrico, volentieri vi applicava il concanto. Perciò Filippo Arcivescovo di Ravenna volle che frate Vita facesse parte della sua famiglia, quand'era Legato nei Patriarcati di Aquileia, di Grado, di Ragusa, di Ravenna e delle diocesi e provincie di Milano e di Genova, e in generale di Lombardia, Romagna e Marca Trivigiana. E gli piacque averlo, tanto perchè era suo concittadino, quanto perchè era frate Minore, ed anche perchè sapeva cantare e comporre. Morì a Milano, e fu sepolto nel convento dei frati Minori. Fu di persona magro, gracile e di statura maggiore di quella di Frate Enrico; aveva voce più da camera che da coro. Più volte uscì dall'Ordine, più volte vi rientrò; e, quando ne usciva, entrava nell'Ordine di S. Benedetto. E quando poi voleva essere riammesso, il Papa gli usava indulgenza per amore del beato Francesco, e per la dolcezza del suo cantare. Ed una volta cantò tanto soavemente che una certa suora, che l'udiva, saltò giù da una finestra per andare con lui; ma non potè perchè si ruppe una gamba. Però fu molto bene pesata quella sentenza di frate Egidio, detto da Perugia non perchè fosse Perugino, ma perchè lungamente ci visse e vi morì, uomo sempre trasportato da estasi e tutto santo, quarto frate nell'Ordine de' Minori, compresovi il beato Francesco, quando disse:È una grazia grande non aver grazia. E intendeva parlare non della grazia di Dio, ma della grazia acquisita a studio, e da natura, per la quale molti fanno male i fatti loro. In vero frate Enrico da Pisa fu mio intimo amico, e tale quale la Sapienza descrive l'amico ne' Proverbi 18.Un uomo che ha degli amici dee portarsi da amico; e v'è tale amico che è più congiunto che un fratello. Imperocchè ed egli aveva nell'Ordine un fratello mio coetaneo, ed io vi aveva un fratello coetaneo di lui, e mi amava, disse, come il proprio fratello; e, fatto ministro Provincialein Grecia, Provincia di Romanìa, mi diede una lettera di obbedienza, in virtù della quale io poteva, quando mi piacesse, recarmi da lui a far parte de' frati della sua provincia con qualunque compagno mi fosse stato a grado. Inoltre promise di regalarmi una Bibbia e molti altri libri. Ma non vi andai, perchè lo stesso anno che arrivò là, vi morì mentre presiedeva un Capitolo provinciale a Corinto, dove è sepolto e riposa in pace. Profetò, ossia predisse il futuro, quando a udita de' frati a Capitolo, disse: «Ora dividiamo i libri dei frati defunti, ma può essere che tra breve s'abbiano a dividere i nostri» — E s'avverò, poichè nella stessa adunanza capitolare furono divisi i suoi. Noi non possiamo raccontare le storie altrimenti da quello che furono di fatto, e come vedemmo le cose cogli occhi nostri a tempo dell'Impero di Federico e molti anni dopo la morte di Federico, sino a giorni in cui scriviamo, anno del Signore 1284. Io poi, scrivendo diverse cronache, mi sono valso di stile semplice e chiaro, acciochè mia nipote, per cui le scriveva, potesse intendere quel che leggesse; nè curai lo splendore delle parole, ma la sola verità dei fatti, che io esponeva. Mia nipote poi era suor Agnese, figlia di mio fratello, la quale giunta alla biforcazione della lettera pitagorica, entrò nel monastero di Santa Chiara in Parma, e sino ad oggi, giorno in cui scrivo, anno 1284, continua a restarvi per servire a Gesù Cristo. Questa mia nipote ebbe elevatissimo lo spirito d'intelletto della Sacra Scrittura, ingegno buono, memoria, e un favellare grazioso e facondo. Or dunque essendo stato l'Imperatore Federico deposto da Papa Innocenzo IV, erane irritatissimo, come orsa a cui siano rapiti i figli, e inferocisca nel bosco. E s'aggrupparono intorno a lui tutti quelli che erano spiantati, e, carichi di debiti, avevano l'animo amareggiato; e divenne loro capo. Ma ascolta ciò che dice la Sapienza ne' Proverbii 17:Scontrisi pure unuomo in un'orsa, a cui sien rapiti i figli, anzi che in un pazzo nella sua pazzia: qual fu Federico, che non riconobbe i beneficii ricevuti dalla Chiesa. Ma non senza punizione. Perocchè dice la Sapienza ne' Proverbii 17:Il malanno non si dipartirà mai dalla casa di chi rende il mal per lo bene. Il che si è verificato evidentemente in Federico, la cui casa è totalmente distrutta. L'anno dunque del Signore 1247 pochi cavalieri di Parma che, banditi dall'Imperatore, soggiornavano a Piacenza, ed erano di gran cuore, robusti, forti e a trattar le armi esperti, ed avevano il veleno in petto, tanto perchè le loro case in Parma erano state smantellate, quanto perchè era duro quel dover ospitare ora in una casa or in un'altra, (perocchè erano in esiglio e in bando, ed avevano numerosa famiglia e poco denaro, fuggiti da Parma a miracolo per non restare prigionieri dell'Imperatore) vennero da Piacenza, entrarono in Parma ai 15 di Giugno, ed espulsero que' di parte imperiale. Prima però arrivati da Piacenza a Noceto[83], adunatisi in un prato, e armati su' loro cavalli, tennero una concione, ed elessero Ugo Sanvitali loro Capitano e vessillifero, ben sapendo che, quando non vi è chi governa, il popolo cade a ruina. Ed era quell'Ugo uomo forte, e saggio ed esperto nell'armi. Tra loro eravi pure Ghiberto da Gente oratore affascinante, che disse: Assaltiamo ora compatti i nostri nemici come unanimi abbiamo eletto il nostro capitano. E Gherardo da Arcile soggiunse. «Sia in noi ardire e prontezza a vivere o a morire da forti: niuno fugga, niuno tremi di paura; perocchè il Signore combatterà coi forti, e il suo aiuto verrà su voi dal cielo». Inanimiti adunque a tali parole, corsero all'assalto e diedero gran battaglia al Podestà e ai militi Parmigiania Borghetto di Taro[84]; ed ivi cadde morto Enrico Testa d'Arezzo Podestà di Parma, mio conoscente ed amico, che voleva bene a tutti i frati Minori. E parimente restarono sul campo il suo scudiere, e Manfredo Cornazzani, e Ugo di Magnarotto de' Visdomini, e molti altri; e Bartolo Tavernieri, ferito, rifuggissi a Costamezzana[85]con alcuni suoi amici. E allora alcuni tedeschi del partito imperiale dissero ai fuorusciti: Venite a Parma, e sicuramente occuperete la città, che noi non faremo resistenza. Ed incontanente i predetti Cavalieri Parmigiani, banditi dall'Imperatore, mossero sopra Parma, e la presero, e la tennero. I Parmigiani allora convocarono un consiglio, ed elessero loro Podestà Gherardo da Correggio. E questo accadde ai 16 di Giugno, Domenica. E il Lunedì successivo i Parmigiani mandarono ambasciatori al Comune di Reggio Armanno Scotti ed un altro in sua compagnia a domandare che si dessero liberi nelle loro mani que' prigionieri di Parma, che si sostenevano nelle carceri di Reggio. Ma Buoso Podestà di Reggio negossi di concederli. E questi fuorusciti riuscirono per molte ragioni ad invadere facilmente ed occupare Parma, 1º perchè il Re Enzo, a cui il padre aveva commessa la difesa di Parma, era andato coi Cremonesi ad assediare Quinzano[86]nella diocesi di Brescia; 2º perchè l'Imperatore era in una città di Lombardia, che si chiama Torino, per correre a Lione a far prigionieri il Papa e i Cardinali; chè, come si dice, alcuni avevano promesso di dargli in mano tutta la Corte Romana. Ma nutrirono propositi, che non poterono effettuare. Perchè? Perchè Giobbe nel libro V ha detto che Dio:Disperdei pensieri degli astuti, e fa che le lor mani non possono far nulla di bene ordinato; 3º perchè Bartolo Tavernieri in quel dì celebrava le nozze di sua figlia Maria con un Bresciano, che per questo motivo s'era recato a Parma; e quelli che andarono contro ai Parmigiani fuorusciti, che sopravenivano, erano per le succolentissime imbandigioni servite al pranzo, intorpiditi, e brilli di vino; e s'alzarono da tavola colla cieca arroganza di avvilupparli al primo scontro; ma essendo presso che briachi, tanto al Borghetto quanto nella ghiaia del Taro n'ebbero la peggio, e molti di loro vi lasciarono la vita; 4º perchè la città di Parma era da ogni parte aperta, nè aveva cinta di sorta; 5º perchè que' fuorusciti che si avvicinavano per entrare, facevano il segno della croce, e a mani giunte gridavano: Per amore di Dio e della beata Vergine sua madre, che è la nostra patrona in questa città, vi piaccia lasciarne entrare nella città nostra, d'onde senza colpa fummo espulsi e cacciati in bando; e del resto il nostro ritorno non turberà la pace d'alcuno, nè vogliamo ad alcuno fare ingiuria. Udendo queste cose i Parmigiani di dentro, che per la via, senza armi, erano andati ad incontrarli, vinti dalla loro umiltà, furon tocchi da compassione, ed anche riconoscendo che venivano con propositi di pace, dissero loro: Entrate in città sicuri nel nome del Signore, ed avrete il nostro aiuto in tutto; 6º perchè quelli che erano in città non si pigliavano briga di queste contese, nè avevano parteggiato prima per la fazione di quelli che ritornavano, nè mai avevano impugnate le armi per l'Imperatore. Ma sia banchieri, sia cambiavalute, sia artigiani, non smettevano per questo di stare a' loro banchi, o alle officine, come se nulla accadesse; 7º perchè que' nobili e potenti, che erano in città partigiani dell'Impero, subito, abbandonata la città, si sparsero per le diocesi ai loro castelli e al loro fortilizii, per timore di perderli;8º perchè anche i tedeschi dell'Imperatore, avendo saputo che da que' fuorusciti era stato ucciso il Podestà di Parma, temendo anche per la lor vita, li invitavano a fare pacificamente della città quello che fosse loro in grado. Fecero altrettanto le guardie del palazzo e della torre del Comune..... Quasi due Re furono Enrico Testa Podestà di Parma e Paolo Tavernieri Capitano della parte imperiale in Parma a favore dello Imperatore. Questi due non poterono star di piè fermo alla sua presenza venendo con un esercito che era assai sottile; 9º perchè principalmente speravano di ricevere tra breve soccorsi da diverse parti. E 1º da Papa Innocenzo IV, che aveva in Parma molti parenti e affini; e perchè i Parmigiani volevano battere l'Imperatore nemico di lui, anzi avevano già cominciate le ostilità; 2º da Gregorio Montelungo Legato per la Lombardia, che era già preparato in Milano a venire co' milanesi e con Bernardo di Rolando de' Rossi Parmigiano e cognato di Papa Innocenzo IV...; 3º dai Piacentini; 4º dal Conte di S. Bonifazio di Verona; 5º dai Bolognesi e dai Ferraresi e da tutto il partito della Chiesa. Ma qui è da notare, (perchè subito si conosca quel grande intrico di cose) che i Modenesi partigiani del Papa erano fuori di città, e i partigiani dell'Imperatore erano dentro. Così era in Reggio; poco dopo anche in Cremona. E perciò in quel tempo si ebbe grossa e lunga guerra. Nè i contadini potevano arare, nè seminare, nè mietere, nè piantar vigne, nè vendemmiare, nè abitare nelle ville; specialmente nell'agro parmigiano e reggiano, modenese e cremonese. Tuttavia vicino alle città i contadini lavoravano difesi dai militi delle città stesse, che si spartivano in quartieri secondo le porte delle città. Ed i militi armati difendevano tutta la giornata gli operai che coltivavano i campi. E questo era necessario a farsi a cagione degli assassini, dei ladroni e dei predoni, che sierano moltiplicati a dismisura. E facevano prigionieri gli uomini per costringerli a riscattarsi con denaro; e rapivano, e mangiavano, e vendevano i bovini. E se i ricattati non pagavano il prezzo del riscatto, li appendevano per i piedi, o per le mani, e schiantavano loro i denti, o mettevan loro, per indurli a riscattarsi, rospi in bocca; la qual cosa era più dolorosa e abborrita di ogni sorta di supplizio. Ed erano più crudeli che i demonii. E il vedere a que' dì passare un uomo sconosciuto per la via, era come vedere il diavolo. Perocchè l'uno sospettava sempre che l'altro il volesse catturare e incarcerare, perchè, secondo il detto de' Proverbii 13,fossero riscatto della vita dell'uomo le sue ricchezze.E il territorio era ridotto ad una solitudine, non trovandovisi nè agricoltori, nè passeggieri. Perocchè ai tempi di Federico, specialmente dopo che fu deposto dall'Impero, e Parma gli si era ribellata, e avevagli dato il calcio, le strade maestre erano deserte, ed i viandanti andavano per sentieri fuori di strada, e si moltiplicarono i mali sulla terra. E sovrabbondarono gli uccelli e le bestie selvatiche, come i fagiani, le pernici, le quaglie, le lepri, i cavrioli, i corvi, i bufali, i cinghiali e i lupi. E i lupi, che non trovavano presso le ville, secondo il consueto, animali da divorare, come agnelli e pecore, essendo le terre state messe totalmente a fuoco, in branchi numerosissimi ululavano per fame fin presso alle fosse delle città, e sbranavano uomini, donne, ragazzi, che trovavano a dormire sotto i portici, o sui carri; e talora, rompendo, penetravano attraverso le muraglie delle case e divoravano i bambini. Nessuno potrebbe credere senza aver veduto, come ho veduto io, le orribili cose che in quel tempo si facevano tanto dagli uomini, come dalle fiere d'ogni specie. Anche le volpi s'erano di tanto moltiplicate, che ne ascesero due sul tetto dell'infermeria a Faenza, in quaresima, per ghermire due galline che eranonel solaio. Delle quali ne fu presa una nello stesso convento de' frati Minori, dove io era, ed ho veduto co' miei occhi. Ed io ho dimorato cinque anni a Faenza, cinque a Ravenna, e più anni or quà, or là per la Romagna, un anno a Bagnacavallo[87], ed un'altro a Montereale[88]. E quella maledetta guerra invase, corse e distrusse tutta la Romagna nel tempo, in cui io vi dimorava; e quando i Bolognesi coi Lombardi ed altri, che erano accorsi in loro aiuto, assediarono Forlì, io era con loro. Ma non la poterono prendere, come piacque a Dio e al beato Francesco, alla cui vigilia cessò l'assedio. E dimorando io in villa, un certo secolare mi disse che aveva preso alla trappola in alcuni villaggi incendiati ventisette gatti grossi e belli, e ne aveva vendute le pelli a chi le conciava, e non vi ha dubbio alcuno che una volta in tempo di pace fossero domestici in quelle ville. Il sesto aiuto poi che ebbero i Parmigiani fuorusciti, che entrarono in città, fu che non solo l'Imperatore era stato scomunicato e deposto dall'Impero; ma Papa Innocenzo IV aveva eziandio prosciolti tutti dalla sudditanza di lui, come appare chiaro sulla fine di quel decreto, che fu redatto nel Concilio generale, in cui fu proclamata la sua deposizione, ove si dice: «Prosciogliendo in perpetuo dal giuramento tutti quelli che per giuramento di fedeltà sono a lui vincolati, e proibendolo colla nostra autorità apostolica, fermamente comandiamo che nessuno ubbidisca a lui quale Imperatore e Re; e se alcuno a lui come Imperatore e Re presterà consiglio, aiuto, o favore, sia per questo fatto solo scomunicato». E per la sua ingratitudine a tutta ragione meritò l'Imperatore questa pena. Perocchè aveva osato alzare la fronte e ricalcitrare contro la Chiesa, che lo aveva allevato, difeso da' nemici einnalzato al fastigio dell'Impero. E perseguitava la Chiesa, e le moveva accanita guerra; il che era ingratitudine grandissima. E tale fu Federico; e perciò a ragione deposto dall'Impero; perocchè non riconobbe i favori ricevuti. E nota che tutte quelle surricordate maledizioni di guerre, sterilità di campi, moltitudine di bestie selvaggie, quantunque io le abbia narrate in anticipazione, a tempo loro furono vere, cioè dopo che Parma la ruppe coll'Imperatore, e parteggiò per la Chiesa. Ora ripigliamo il filo della nostra storia. L'anno adunque 1247 Re Enzo, che era all'assedio di Quinzano coi Cremonesi, avendo saputo che i banditi da suo padre, che erano a Piacenza, avevano occupato la città di Parma, si disanimò talmente che, sciolto l'assedio di Quinzano, s'affrettò a partire marciando tutta la notte, non con canti, ma muto e gemente, come quando un esercito si dà alla fuga dopo una rotta. Io soggiornava allora nel convento de' frati Minori a Cremona, perchè io era frate Minore; e perciò seppi benissimo queste cose. Sino dalla prim'alba i Cremonesi si trovarono col Re Enzo ad una conferenza che durò sin a mattina inoltrata; e dopo in tutta fretta presero cibo, e uscirono insieme col carroccio in testa. Nessuno atto a portar l'armi e a battersi restò in Cremona. Ed io credo di fermo che se difilato fossero corsi sopra Parma, e avessero coraggiosamente combattuto, senza dubbio l'avrebbero ripresa; sia perchè Parma era d'ogni parte aperta, sia perchè non era ancor giunto a' Parmigiani alcun aiuto; e molto più perchè la maggior parte dei cittadini se ne stavano indifferenti; nè parteggiavano per quelli che di recente erano rientrati, nè per quelli che erano fuggiti, ma si curavano soltanto de' fatti loro. E se l'uno de' belligeranti conoscesse lo stato del suo nemico bene spesso potrebbe sconfiggerlo. Ma per volere di Dio Re Enzo s'attendò coll'esercito Cremonese presso il Taro morto, e non corse su Parma, aspettandoche il Signore la colpisse colla sua destra. Voleva anche quivi attendere l'arrivo dell'Imperatore suo padre, che era a Torino, città sui confini della Lombardia; chè la Lombardia si estende sino a Susa e al Moncenisio. Di là comincia la signoria del Conte di Savoia, e continuando si entra nel Ducato di Borgogna, ove è la città di Lione, che è la prima metropoli della Francia. Ed ivi soggiornava allora Papa Innocenzo IV, co' suoi Cardinali. Taro morto poi si chiama una massa d'acqua, che esce dal Taro vivo o corrente allorchè esso ribocca, e forma un bacino d'acque stagnanti, come di lago, in cui abbondano le scardove, i lucci, le anguille, e le tinche; e si trova presso il convento dei Cisterciensi, chiamato da loro Fontevivo[89], che dista sette miglia da Parma. Ma intanto che ivi Re Enzo aspettava l'arrivo del padre, da ogni parte ed ogni giorno sopravvenivano aiuti ai Parmigiani fuorusciti, che erano rientrati in città. E Rizzardo Conte di S. Bonifacio di Verona, strenuo e prode guerriero, quando Parma si ribellò all'Imperatore, per primo accorse in aiuto de' Parmigiani; i quali per riconoscenza del segnalato servizio loro fatto, gli assegnarono per alloggio il palazzo imperiale, che è all'Arena[90], e gli affidarono la guardia di quella parte della città che è volta verso Seggio. Il giorno dopo arrivarono i Piacentini, che erano trecento cavalieri bene equipaggiati d'armi e di cavalli. Questi ebbero a difendere la città accampati nella ghiaia del torrente, tenendosi anche di piè fermo lunghe ore in sella, se le mosse del nemico lo rendevano necessario. E tale servizio era per loro più un divertimento che una fatica. Talora restavano anche nei loro alloggiamenti, o se ne ivano per città sollazzandosi a piacere.Tre giorni dopo l'arrivo del Conte di S. Bonifacio giunsero da Milano con mille cavalli Gregorio di Montelungo Legato del Papa, e Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Innocenzo IV. E questi facevano la guardia, quand'era necessario, nella ghiaia del torrente a monte della città. Ed i Parmigiani col Legato si appostarono fuori Città lungo la strada che va a Borgo S. Donnino; e per ripararvisi dalle incursioni del nemico si munirono di fossa e di steccato. Ma l'Imperatore infiammato d'ira e furibondo per le cose accadutegli, volò verso Parma, e in una villa, che si chiama Grola (era ricca di vigneti, che producevano buon vino, chè il vino di quella terra è ottimo) costruì una città cinta da ampie fosse, e la chiamò Vittoria, come presagio degli eventi futuri; e le monete coniatevi fece chiamare Vittorini, e la chiesa maggiore, S. Vittorio. Ivi stanziavano l'Imperatore col suo esercito e Re Enzo coi Cremonesi. E l'Imperatore mandò pregando i suoi partigiani di accorrere subito a grandi giornate, in suo aiuto. Il primo ad arrivare fu Ugo Botteri Parmigiano, nipote, da parte di sorella, di Innocenzo IV, Podestà allora di Pavia, e condusse tutti i Pavesi atti a portar l'armi. Nè il Papa potè mai nè con promesse, nè con preghiere staccare questo suo nipote da Federico; quantunque dimostrasse sempre maggior predilezione alla madre di lui che alle altre due sorelle, ch'ella aveva, anch'esse maritate a Parma. Dopo lui arrivò Ezzelino da Romano[91], Signore allora della Marca Trivigiana, conducendo seco numerosissimo esercito. Questi incuteva più terrore che il diavolo; chè per lui era niente uccidere uomini, donne, ragazzi, e incrudelire atrocemente. Neppur Nerone fu pari a lui nella efferatezza, nè Domiziano, nè Decio, nè Diocleziano, sebbene fossero stati i più crudeli tiranni.Perocchè fece bruciare in un sol giorno undici mila Padovani nella piazza di S. Giorgio a Verona[92], appiccando il fuoco all'edifizio entro cui erano, e mentre le fiamme li struggevano, caracollava attorno a loro, e correva torneamenti co' suoi cavalieri. Sarebbe lunga e miseranda la narrazione di tutte le sue atrocità, e ci vorrebbe un grosso volume. E credo di fermo che siccome il Figlio di Dio volle avere uno specialissimo amico e fatto a sua somiglianza, cioè il beato Francesco; così il diavolo volle Ezzelino. Del beato Francesco si dice che a lui solo Iddio diede cinque talenti. Perocchè nessuno mai visse in terra, tranne il beato Francesco, a cui Cristo imprimesse a sua somiglianza le cinque piaghe. Sicchè, come disse a me frate Leone suo compagno, che era presente al lavacro del suo corpo fattosi prima di seppellirlo, pareva appuntino un Crocifisso deposto dalla Croce. Perciò gli si attaglia benissimo il detto dell'Apocalisse I:Vidi uno somigliante ad un figliuol d'uomo.In che poi fosse simile non ridico, poichè l'ho già scritto altrove, e mi affretto ad altro. E siccome sembra suonar male il dire che un uomo è simile a Dio, principalmente perchè la Scrittura dice in Giobbe XXXII:Non confronterò Dio ad un uomo, sappi che la scrittura dice in altro luogo:Vi sarà uno simile a Dio tra i figli di Dio?Ma Ezzelino in molte malizie e atrocità fu pienamente simile al diavolo. Dopo Ezzelino arrivaronoa soccorso di Federico molte genti, cioè i Reggiani e i Modenesi di parte Imperiale, banditi dalle loro città, e que' di Bergamo e d'altre città della Lombardia e della Toscana e d'altre parti del mondo, che non erano del partito della Chiesa. Inoltre a lui ne vennero di Borgogna, di Calabria, di Puglia, di Sicilia, di Terra di lavoro, di Grecia, e di Lucera de' Saraceni, e quasi d'ogni nazione, che è sotto il padiglione del cielo. E così adunò uno smisurato esercito. Con tanta gente però non gli fu possibile occupare che la strada che va a Borgo S. Donnino: le altre parti della città non s'accorgevano quasi d'essere assediate. E perchè l'Imperatore s'avea fatto proposito di distruggere sin dalle fondamenta la città di Parma, e trasportarne gli abitanti a Vittoria, e rasa Parma al suolo, in pena di ribellione, e per segno di perpetua vergogna, e per esempio alle altre città, sullo spianato seminarvi il sale come simbolo di sterilità, tutte le donne Parmigiane ricche, nobili e potenti, tutte si recarono a pregare la beata Vergine che liberasse Parma dall'Imperatore e dagli altri nemici: perocchè i Parmigiani tenevano in grande reverenza il nome di lei, come titolare della chiesa matrice. E, per essere più facilmente esaudite, fecero fare d'argento il modello in rilievo d'una città, e lo offrirono come dono e voto alla beata Vergine. Tale opera rappresentava in argento, ed io l'ho vista, tutti i principali edifici di Parma, il duomo, ma non quale era, il battistero, il palazzo del vescovo, il palazzo del Comune ed altri molti edifizi, che insieme raffiguravano la città. La Madre pregò il Figlio; il Figlio esaudì la Madre, a cui per ragione nulla poteva negare. E avendo la Madre della misericordia pregato il Figlio di liberare la città da quel nembo di nemici che le soprastava, e già era sul punto di dar fiato alle trombe per la pugna...... Nel tempo però che corse tra la cacciata degli imperiali dalla città e lasconfitta che i Parmigiani inflissero all'Imperatore a Vittoria, uscivano ogni dì dall'una e dall'altra città i balestrieri, gli arcieri o saettatori, i frombolieri, e, come ho visto io co' miei occhi, si battevano accanitamente. Ma anche gli assassini scorrazzavano quotidianamente per la diocesi, portando in ogni luogo rapina e incendio; e Parmigiani, Reggiani e Cremonesi reciprocamente si danneggiavano il più che potevano. Sopragiunsero poi anche i Mantovani, e li ho visti io co' miei occhi incendiare tutto Casalmaggiore[93]. E l'Imperatore ogni mattina si recava co' suoi nell'alveo della Parma, e, sotto gli occhi stessi de' Parmigiani, per disanimarli col terrore, faceva decapitare tre o quattro, e anche più se ne aveva il maltalento, de' Parmigiani, o Modenesi, o Reggiani di parte della Chiesa, ch'egli avea prigioni. E questa decapitazione si eseguiva nell'alveo del torrente più in su del ponte di Donna Egidia[94], in un luogo detto Biduzzano[95]. E intanto tutta la milizia dell'Imperatore stava in armi, per timore che i Parmigiani cogli alleati loro, che erano sempre coll'armi in mano, irrompessero alla vendetta. Ma è proverbio che dice:


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