Non faciunt anni, quod facit una diesNon fan molt'anni — quanto può fare un giorno.
Non faciunt anni, quod facit una diesNon fan molt'anni — quanto può fare un giorno.
Non faciunt anni, quod facit una dies
Non fan molt'anni — quanto può fare un giorno.
E questo giorno fu quello in cui i Parmigiani costrinsero l'Imperatore a fuggire ignominiosamente dalla sua città di Vittoria. E bene lo meritò, perchè fece subire morte tormentosa a molti innocenti. E ne sono provaAndrea da Trezzo, nobile cavaliere Cremonese, e Corrado da Berceto, chierico e prode guerriero, cui in molti e varii modi tormentò col fuoco, coll'acqua e con altre maniere di supplizii. Anche duecento militi mandati dai Parmigiani a Modena per guardia di quella città, prima che Parma la rompesse coll'Imperatore, furono dai Modenesi di parte imperiale incarcerati, e incatenati tostochè seppero che Parma s'era ribellata all'Impero. Altrettanto fecero i Reggiani a que' Parmigiani, che colà per lo stesso motivo si trovavano. L'Imperatore dunque mandò a prendere que' militi per averli prigionieri in Vittoria. E quando ne aveva pel capo il bestiale talento, il che accadeva principalmente quando lanciava insulti alla città di Parma con ingiuriose parole, o una battaglia gli era riuscita sinistra, sfogava la sua ira feroce nel sangue di alcuni di que' prigionieri. Perocchè molte volte tentò di sorprendere ed occupare la città col nerbo delle sue forze. Talvolta però anche manipoli di soldati della Marca di Ancona disertarono dal campo dell'Imperatore, e fuggendo entrarono in Parma, dicendo di volersi unire al partito della Chiesa; e furono lietamente e festosamente accolti. Ma a dir vero disertavano perchè l'Imperatore sui primi giorni della ribellione di Parma, temendo che gli sfuggisse di mano la Marca d'Ancona, aveva fatto mettere sotto custodia molti militi Anconitani; parte de' quali nelle pubbliche prigioni, e parte confinati in una zona della città, in cui godevano qualche maggiore libertà; e questi, che erano sotto più larga custodia, avevano, sebbene da loro non conosciuto, un marchio d'infamia. Ma un giorno arrivò un messo dell'Imperatore a comandare che cinque militi Marchigiani, che erano a Cremona in una certa casa (ed era appunto il momento in cui si lavavano le mani per pranzare) subito, senza indugio montassero a cavallo, e insieme col messo si recassero ove era l'Imperatore. E giunti fuori di città ad una piazza, che si chiamaMosa[96], li fece condurre ove erano le forche, ed impiccare. Ed i carnefici andavano ripetendo: così comanda l'Imperatore, perchè siete traditori. Eppure erano accorsi a sostenerlo. Il giorno dopo, i frati Minori andarono, li deposero e seppellirono, e a pena potevano tener lontano i lupi, che non li divorassero ancor pendenti dal patibolo. Tutte queste cose io le ho vedute, perchè di quel tempo, parte l'ho passato a Parma, parte a Cremona. Sarebbe lungo raccontare quanta strage menasse l'Imperatore sopra quelli che tenevano le parti della Chiesa. Perocchè Gerardo da Canale di Parma lo mandò in Puglia, e lo fece sommergere in alto mare con al collo legata una mola da macino. Eppure era stato prima uno de' suoi più intimi, e aveva avuto da lui molte podesterie, ed era rimasto sempre con lui a campo nei pressi di Parma. Unico motivo di sospettare di lui ebbe l'Imperatore il vedere che in Parma non atterravano la torre della casa di lui. Laonde talora l'Imperatore fingendo scherzare, e ironicamente ridendo, gli diceva: Ci amano molto, o Gerardo, i Parmigiani, e ne è prova che mentre atterrano dalle fondamenta i palazzi di quei loro concittadini, che tengon fede all'Impero, non hanno ancor toccato nè la vostra torre, nè quel mio palazzo, che ho all'Arena. Ma parlava ironicamente, nè Gerardo lo intendeva, credendo che ogni tempo corresse sempre eguale. Ma non è così, anzi:
Non eodem cursu respondent ultima primis.Non gira sempre egual la cieca Dea;Or ride e t'accarezza, ed or t'è rea.
Non eodem cursu respondent ultima primis.Non gira sempre egual la cieca Dea;Or ride e t'accarezza, ed or t'è rea.
Non eodem cursu respondent ultima primis.
Non gira sempre egual la cieca Dea;
Or ride e t'accarezza, ed or t'è rea.
Quando poi al tempo dell'assedio partii da Parma per andare in Francia, io passai da Fontanellato[97], ove allora soggiornava Gerardo da Canale; e mi vide, e mi confidò che procurava di rendersi utile ai Parmigiani assediati. Ed io gli risposi: Or che il vostro Imperatore assedia Parma, o siate tutto suo, o tutto nostro. Questa fede divisa non vi gioverà. Perocchè la Scrittura dice ecc. Ma non badò a me, e non fece quello ch'io gli aveva consigliato. Quindi con una mola da macino appesa al collo fu sommerso in alto mare, come più sopra è detto. Ma Bernardo di Rolando Bossi Parmigiano, cognato di Papa Innocenzo IV, come marito di una sorella del Papa, intese il valore di un'allegoria dell'Imperatore meglio che non ne avesse compresa l'altra Gerardo da Canale. Cavalcando un dì in compagnia dell'Imperatore, ed avendo il suo cavallo incespicato, l'Imperatore gli disse: Bernardo, avete un cattivo cavallo; ma spero e prometto di darvene tra pochi giorni un migliore, che non incespicherà di sicuro. Ma Bernardo intese subito il senso nascosto di quel linguaggio, e che si alludeva alla forca; e infiammato di sdegno contro l'Imperatore, l'abbandonò. E raccolti alcuni militi di...... tra i quali era Gerardo da Correggio.... vidi, e Ghiberto da Gente...... E tanta rottura avvenne, quantunque il detto Bernardo fosse stato compare dell'Imperatore ed amicissimo e da lui amatissimo. Sicchè quando voleva parlare coll'Imperatore nessuna porta era chiusa. Ma Federigo non sapeva tenersi amico alcuno. Che anzi stoltamente si vantava di non aver mai nutrito alcun maiale, di cui non avesse poi avuto la sugna. E voleva dire che non aveva mai porta occasione ad alcuno di straricchire senza avergliene poscia arraffato il marsupio,o il tesoro. La qual vanteria era da vile e da folle. Ma ciò apparve chiaro in Pier delle Vigne, che nella Corte dell'Imperatore fu primo consigliere e segretario e gran tesoriere. L'avea tratto dal nulla, e al nulla lo volle ridurre. E a questo fine studiò modo di poter seco lui attaccar briga e di apporgli un'accusa. Ed ecco come. Federico inviò a Lione presso Papa Innocenzo IV il Giudice Taddeo e Pier delle Vigne, come suo affezionatissimo, e tenuto in più conto d'ogni altro alla Corte, e, con questi alcuni altri, perchè rattenessero il Papa dall'affrettar troppo l'esecuzione del proposito che aveva di deporlo. Perocchè aveva saputo che appunto per questo era stato convocato un concilio. Ed aveva comandato che nessuno degli inviati conferisse col Papa senza che ve ne fosse presente almeno un altro, o senza l'intervento di tutti insieme. Ma, dopo il ritorno, i colleghi calunniarono Pier delle Vigne di aver avuto più volte colloquii confidenziali col Papa senza che alcuno di loro fosse presente. Perciò l'Imperatore mandò a prenderlo, lo fece incarcerare e uccidere. E, come a giustificazione, Federico andava dicendo con Giobbe XIX:Tutti i miei consiglieri segreti mi abbominano; e quelli ch'io amava si sono rivolti contro di me.L'Imperatore in quel tempo era facile a turbarsi, perchè era stato deposto dall'Impero, e Parma gli si era ribellata, ed egli colle sue soperchierie e colle ingannevoli promesse credeva di soppiantare la Chiesa, e rattenerla dal procedere contro di lui. Ma vedendo che l'evento non riesciva a seconda della malizia del suo cuore, nessuna meraviglia se anche una cosa da nulla lo facea uscir di cervello. Giacchè secondo il detto de' Proverbii 29ºL'uomo iracondo move contese, e l'uomo collerico commette molti misfatti.Diffatto mandava a morte Principi, Baroni e Consiglieri suoi, incolpandoli di tradimento. Ed a Federico, che molti uccise e molti fece uccidere, si può giustamenteapplicare ciò che dice dell'Anticristo Daniele 8º:E' sarà rotto senza opera di mano.(E qui l'abbate Gioachimo parlando di Federico aggiunge: sottintendiumana.)E la visione de' giorni di sera, e di mattina, che è stata detta, è verità. Or tu serra la visione, perciocchè è di cose che avverranno di quì a molto tempo.Parimenti si deve sapere che Federico non potè trarre in inganno la Chiesa, perchè è detto ne' Proverbii 28º:La sua malignità sarà palesata in piena adunanza.Il che ebbe pieno adempimento nel concilio di Lione, che lo depose dall'Impero; e ne divulgò per tutto il mondo la malignità. È vero però che non vidi mai uomo che meglio di lui avesse le qualità di gran Principe; e ne aveva l'apparenza e la sostanza. Perocchè quando brandiva la spada in battaglia, o colla clava ferrata calava fendenti a destra e a sinistra, i nemici lo schivavano e lo fuggivano come un diavolo. E quando mi voglio raffigurare alla mente la sua persona, mi si presenta l'immagine di Carlo Magno, quale ce l'hanno descritta i suoi contemporanei, e la sua, quale la ho vista io co' miei occhi. Dice il Poeta:
Obsequio quoniam dulces retinentur amici.Amico tuo sarà chi tu rispetti.
Obsequio quoniam dulces retinentur amici.Amico tuo sarà chi tu rispetti.
Obsequio quoniam dulces retinentur amici.
Amico tuo sarà chi tu rispetti.
La qual cosa Federico non sapeva fare, o non voleva, a cagione della sua grettezza ed avarizia. Anzi finiva per avvilirli tutti, gettar loro sul viso il fango della vergogna ed ucciderli per carpire, e avere per sè, e per i proprii figli i loro tesori, le loro sostanze e le loro possessioni. Perciò al bisogno trovò pochi amici. Ora ritorniamo a Federico, che dal 1247 sul terminar del Giugno sino al Martedì 16 Febbraio del 1248, giorno in cui fu presa Vittoria, andò sfogando contro Parma la maledetta ira che tutto l'infiammava.
Nel detto giorno i Parmigiani tutti, militi e popolani,pronti in armi per la battaglia uscirono dalla città, e con loro le donne, i ragazzi, le fanciulle, i giovani, le donzelle, i vecchi e gli imberbi; e cacciarono, virilmente pugnando, l'Imperatore da Vittoria, e sconfissero l'innumerevole sua fanteria e cavalleria; e grande fu la strage che se ne fece, e il numero de' prigionieri che se ne condusse a Parma; liberarono i Parmigiani che l'Imperatore aveva prigionieri a Vittoria; trassero a Parma il carroccio de' Cremonesi, che era pure a Vittoria, e lo posero a trionfo nel Battistero. E quelli che avevano in uggia i Cremonesi per offese da loro ricevute, come i Milanesi, i Mantovani e non pochi altri, quando venivano a visitare il nostro Battistero, e vedevano il carroccio de' loro nemici, strappavano e portavan seco per isfregio e per ricordo le tappezzerie che ornavano Berta, chè tal era il nome del detto carroccio; sicchè col tempo rimasero solo le ruote e il letto del carro sul pavimento, e l'asta dello stendardo ritta e appoggiata al muro. Così pure i Parmigiani fecero bottino e preda di tutto il tesoro dell'Imperatore, che era ricco d'oro, argento, pietre preziose, vasi e indumenti; e s'impossessarono di tutti i suoi ornamenti, di tutta la suppellettile e sino della corona imperiale, che era di gran peso e valore, tutta d'oro, tempestata di pietre preziose, cesellata e con figure a rilievo....... Era grande come un'olla; tenevala più a simbolo, a pompa e come tesoro, che quale ornamento del capo; perchè, messa sul capo senza adatti limbelli trasversali fermi sul cerchio, avrebbe chiusa dentro di sè tutta la testa appoggiandosi sulle spalle. Ed io lo so, chè la ho avuta in mano, quando si custodiva nel Duomo di Parma. Questa corona la trovò un ometto di piccola statura, chiamato a derisione Passocorto, perchè era piccino, e la portava per le pubbliche vie in mano, come si porta un vaso, per mostrarla a chi la voleva vedere, come trionfo della riportata vittoria, ed a sempiterna ignominia di Federico. Perchè tutto ciò cheuno poterà trovare era suo; nè alcuno osava toglierlo a lui. E, cosa singolare, in tanta avidità di ricerca, non si ebbe a deplorare alcuna contesa, nè fu udita parola offensiva. Quella corona la comprarono poi i Parmigiani da quel loro concittadino, e gliela pagarono duecento lire imperiali, colla giunta di un caseggiato presso la chiesa di S. Cristina, ove era in antico la guazzatoia de' cavalli. E fecero poi legge che chiunque possedesse alcun che de' tesori di Vittoria, metà fosse sua, e metà del Comune. Ed i poveri si arricchirono molto delle spoglie di un Principe tanto dovizioso. Gli oggetti personali dell'Imperatore, e d'uso della guerra, come il padiglione e simili, li ebbe il Legato Gregorio di Montelungo. Le immagini e le reliquie, che l'Imperatore aveva, furono collocate a custodia nella sacristia della chiesa maggiore dedicata alla beata Vergine. Perocchè, quantunque vi fossero altri guerrieri a debellare e cacciar in fuga l'Imperatore, pure dessa fu che col suo braccio operò come quella donna Ebrea, che scatenò lo scompiglio nella magione di Re Nabuccodonosor. Duci dell'esercito furono il Legato Gregorio di Montelungo, uomo saggio ed esperto in molte cose; e Filippo Visdomini Piacentino, personaggio di probità distinta e di valore, allora Podestà di Parma, come ho detto in altra cronaca, in cui parlai delle dodici scelleratezze dell'Imperatore Federico. E sappiano i posteri, che dei tesori, che si trovarono a Vittoria, pochi ne rimasero a Parma; atteso che mercanti accorsi da diverse parti li comprarono e li ebbero a buon mercato e li esportarono; cioè vasi d'oro e d'argento, gemme, perle, margherite, pietre preziose, indumenti di porpora e di seta, ed ogni sorta di roba che serve ad uso e ad ornamento delle persone. E si sa che molti altri tesori in oro, argento e pietre preziose sotterrati in orci, cassette e sepolcri restarono nel luogo ove sorgeva la città di Vittoria, ma non si conosce ove sieno sepolti. Ed ènotabile che quando i mercanti comprarono il ricco bottino che i Parmigiani fecero a Vittoria, si adempì quel detto de' Proverbi ecc. E noto per giunta che dopo lo smantellamento di Vittoria, tutti i proprietarii riconobbero sì chiaro il luogo ove ciascuno aveva la sua vigna, che non ebbe a sorgere tra loro contesa o lite di sorta. Così quando Federico fu cacciato in fuga dai Parmigiani si verificò la sentenza biblica dei Proverbii 10º.:Come il turbine passa via di subito, così l'empio non è più. E perchè?Perchè l'empio è espulso dalla sua malignità. Di fatto in pieno concilio a Lione lo depose dall'Impero Papa Innocenzo IV l'anno 1245. Inoltre è da sapere di Federico che dopo la distruzione di Vittoria, e dopo ch'egli ebbe fatte tutte quelle altre cose ch'io narrai in altra cronaca, ritornossene in Puglia, d'onde meglio per lui se non fosse tornato indietro, e non avesse mosso guerra ai Lombardi. Daniele IIº...... questo si può appropriare a Corrado figlio di Federico, che sopravisse pochi giorni al padre, e morì di un clistere avvelenato. Quello poi che segue:E starà in luogo di lui lo sprezzo, può applicarsi a Manfredi, che nacque illegittimo da una figlia d'una sorella del Marchese Lancia e dall'Imperatore, che poi la sposò in punto di morte. E quel che si aggiunge:Non gli saran fatti onori da Reebbe suo adempimento quando Re Carlo lo uccise in battaglia. Ciò poi che, più sopra, Daniele disse di Federico:E farà cessare il principe del suo vitupero, si può attribuire a Papa Innocenzo IV, che per timore di Federico lasciò Roma e pose sua stanza a Lione. E fu veramente il Principe del suo vitupero, perchè in pieno concilio a Lione lo spodestò dell'Impero. Quello poi che segue:E il suo vitupero si rivolgerà contro lui stesso, questo lo vedemmo verificato noi co' nostri occhi. Or mi ricorda di quelle cose, che ho ommesse nella rubrica dell'anno passato, perchè l'animo mio era tutto e solo intento a scrivere di quantoriguardava Federico. Ma meritando di essere raccontate, e avendo promesso di farlo ai molti, che me ne fanno ressa, non è bene ch'io manchi alla mia parola, e per cagione mia rimangano ignorate. L'anno dunque 1247 partii da Parma e andai a Lione, ove parlai in famigliarità con Papa Innocenzo IV in sua camera. Dopo la festa d'Ogni Santi poi incominciai il mio viaggio per la Francia[98], e lo stesso dì in cui giunsi al primo convento di frati Minori che s'incontra dopo Lione, arrivò colà frate Giovanni da Magione[99], reduce dalla Tartaria, ove era andato per missione di Papa Innocenzo IV. Frate Giovanni era uomo socievole, letterato, oratore facondo, destro in molte cose, ed una volta fu ministro Provinciale nell'Ordine. Egli mostrò a me e ad altri frati una coppa di legno, che aveva portata da regalare al Papa, nel fondo della quale eravi il ritratto di una bellissima regina, non dipintovi, o impressovi con altro artificio, ma formatovisi per influenza di una costellazione. E se anche cento volte la si fosse segata a sottilissimi strati, avrebbe pur sempre mostrato lo stesso ritratto. E perchè a taluno non paia questa cosa incredibile, lo possiamo assicurare con un altro fatto, e provarne la credibilità. Infatti l'Imperatore Federico donò in Puglia ai frati Minori una chiesa vetustissima, diroccata e da tutti abbondanata; e nell'area, dove prima era l'altare, era cresciuto un noce di smisurata grossezza che, segato longitudinalmente, presentava in ogni tavola la figura di nostro Signor Gesù Cristo; e se cento voltetu l'avessi risegato, cento volte avrebbe ripresentato tale figura. Il che in vero è avvenuto per miracolo, essendo cresciuto il noce in quel luogo, nel quale si rinnovava la passione dell'immacolato Agnello nell'ostia salutare, e nel venerabile sacrifizio; tuttavia alcuni sono di fermo parere che ciò possa anche essere effetto dell'influenza di una costellazione. Inoltre lo stesso frate Giovanni ci disse che portava a regalare al Papa una bellissima cappella, e per cappella intendeva il complesso degli indumenti pontificali, che occorrono a celebrare la messa nelle solennità. Disse pure a noi frate Giovanni, che, per arrivare sino alla residenza del gran Signore dei Tartari, aveva durato gran fatica, e aveva patito di fame, di freddo, e di caldo. Disse finalmente che que' popoli si chiamano Tattari, non Tartari; che mangiano carne di cavallo, e bevono latte di asina; che vide colà gente d'ogni nazione che è sotto il padiglione del cielo, eccetto che di due; che non gli fu permesso presentarsi all'udienza del gran Signore dei Tattari, se non vestito di porpora; che fu accolto da lui e trattato onorificamente, con gentilezza e cortesia; e che gli domandò quanti erano i dominatori dell'Occidente. Al che rispose che due: cioè il Papa e l'Imperatore, e che tutti gli altri ricevevano i loro poteri da questi due. Poi volle sapere quale dei due fosse il più potente. E frate Giovanni, detto che il Papa, tirò fuori una lettera credenziale del Papa stesso, e gliela diede. Dopo averla fatta leggere, disse che avrebbe scritta anch'egli una lettera di risposta al Papa, e la darebbe a lui da consegnare: come poi fece. Questo frate Giovanni scrisse un grosso libro sui costumi dei Tartari, e intorno a tante altre mirabili cose del mondo, che co' proprii occhi aveva vedute. Ed, ogni volta che gli gravava riparlare delle costumanze dei Tartari, faceva leggere quel libro, come molte volte ho udito io e veduto. E quando gli uditori ne restavano meravigliati,o non intendevano, esso faceva l'esposizione e la spiegazione d'ogni cosa non intesa, o poco creduta. Da quel libro non trassi copia di nulla, tranne che della lettera suaccennata, perchè io non aveva tempo di scrivere. E la lettera era del tenore seguente:
Lettera del Signore dei Tattari a Papa Innocenzo IV.La Fortezza di Dio, l'Imperatore di tutti gli uomini manda al Gran Papa questa lettera autentica e vera. Tenuto consiglio intorno al modo di aver pace con Noi, Tu Papa, e Voi tutti, o Cristiani, mandaste a Noi un Vostro ambasciatore, siccome da lui stesso sapemmo, e stava scritto nella Vostra lettera. Se dunque desiderate vivere in pace con Noi, Tu, Papa, e Voi tutti, Re e Monarchi, non tralasciate per nulla di recarvi da Me, per definire i patti della pace, e allora udirete la Nostra risposta, e nello stesso tempo conoscerete la Nostra volontà. Tra l'altre cose la Tua lettera dice che Noi dobbiamo ricevere il battesimo e farci cristiani. A che con poche parole rispondiamo di non intendere perchè dobbiamo abiurare la Nostra fede. Ad un'altra cosa, che si legge nella Tua lettera, cioè che Ti meravigli di tanta strage d'uomini specialmente cristiani, e principalmente di Polacchi, di Moravi e di Ungheresi, parimente rispondiamo di non intendere neppur questo. Tuttavia perchè non paia che non si voglia neppure parlare di questa accusa, per risposta Ti diciamo che non obbedirono nè alla parola scritta di Dio, nè agli ordini di Cuinis-Kan e Kan; che anzi, consigliatisi in una numerosa assemblea, ne uccisero i rappresentanti. Perciò Iddio comandò di sterminarli, e li pose nelle Nostre mani. Altrimenti se ciò non avesse comandato Iddio, che avrebbe potuto fare un uomo ad un altro uomo? Ma Voi, uomini d'Occidente, Voi credeted'essere i soli cristiani e tenete in dispregio gli altri Ma come mai potete conoscere a chi Iddio siasi degnato di conferire la sua grazia? Noi adorando Dio, colla fortezza di Dio sterminammo ogni terra dall'oriente sino all'occidente, e se questa forza non ci venisse da Dio, che mai avrebbero potuto fare gli uomini? Però se Voi deponete le armi, e volete consegnare a Noi le Vostre fortezze, Tu, o Papa, insieme con tutti i Re del cristianesimo, affrettatevi di venire da Me, chè tratteremo di pace; e allora conosceremo che effettivamente volete pace con Noi. Se poi non darete ascolto nè alla parola di Dio, nè alla Nostra lettera, nè ai Nostri consigli, allora si mostrerà chiaro che con Noi volete guerra. Che cosa sia per avvenire poi dopo, Noi non lo sappiamo: Iddio solo lo sa. — Cuinis-Kan[100]primo Imperatore — secondo Thaday-Kan — Terzo Tujuk-Kan(?)
Lettera del Signore dei Tattari a Papa Innocenzo IV.
La Fortezza di Dio, l'Imperatore di tutti gli uomini manda al Gran Papa questa lettera autentica e vera. Tenuto consiglio intorno al modo di aver pace con Noi, Tu Papa, e Voi tutti, o Cristiani, mandaste a Noi un Vostro ambasciatore, siccome da lui stesso sapemmo, e stava scritto nella Vostra lettera. Se dunque desiderate vivere in pace con Noi, Tu, Papa, e Voi tutti, Re e Monarchi, non tralasciate per nulla di recarvi da Me, per definire i patti della pace, e allora udirete la Nostra risposta, e nello stesso tempo conoscerete la Nostra volontà. Tra l'altre cose la Tua lettera dice che Noi dobbiamo ricevere il battesimo e farci cristiani. A che con poche parole rispondiamo di non intendere perchè dobbiamo abiurare la Nostra fede. Ad un'altra cosa, che si legge nella Tua lettera, cioè che Ti meravigli di tanta strage d'uomini specialmente cristiani, e principalmente di Polacchi, di Moravi e di Ungheresi, parimente rispondiamo di non intendere neppur questo. Tuttavia perchè non paia che non si voglia neppure parlare di questa accusa, per risposta Ti diciamo che non obbedirono nè alla parola scritta di Dio, nè agli ordini di Cuinis-Kan e Kan; che anzi, consigliatisi in una numerosa assemblea, ne uccisero i rappresentanti. Perciò Iddio comandò di sterminarli, e li pose nelle Nostre mani. Altrimenti se ciò non avesse comandato Iddio, che avrebbe potuto fare un uomo ad un altro uomo? Ma Voi, uomini d'Occidente, Voi credeted'essere i soli cristiani e tenete in dispregio gli altri Ma come mai potete conoscere a chi Iddio siasi degnato di conferire la sua grazia? Noi adorando Dio, colla fortezza di Dio sterminammo ogni terra dall'oriente sino all'occidente, e se questa forza non ci venisse da Dio, che mai avrebbero potuto fare gli uomini? Però se Voi deponete le armi, e volete consegnare a Noi le Vostre fortezze, Tu, o Papa, insieme con tutti i Re del cristianesimo, affrettatevi di venire da Me, chè tratteremo di pace; e allora conosceremo che effettivamente volete pace con Noi. Se poi non darete ascolto nè alla parola di Dio, nè alla Nostra lettera, nè ai Nostri consigli, allora si mostrerà chiaro che con Noi volete guerra. Che cosa sia per avvenire poi dopo, Noi non lo sappiamo: Iddio solo lo sa. — Cuinis-Kan[100]primo Imperatore — secondo Thaday-Kan — Terzo Tujuk-Kan(?)
Nulla più era scritto nella lettera del signore dei Tattari mandata al Papa. E qui si noti che questa infelice Italia prima la invasero i Vandali, che vennero dall'Africa e trassero seco prigioniero Paolino vescovo di Nola, di cui parla ampiamente il beato Gregorio nel principio del 3º libroDei dialoghi. Secondi le piombarono sopra gli Unni, il cui Re era Attila flagello di Dio, che venne nell'anno medesimo del pontificato di Leone I. Papa, e distrusse Acquileia, la prima città che incontrasse in Italia. E tutta l'Italia e Roma avrebbe messo a sacco e a fuoco, se Papa Leone non avesse osato corrergli contro, e coll'aiuto della destra di Dio non avesse ottenuto di fiaccarne l'orgoglio e ricacciarlo in Ungheria. Tale era Leone I, il quale a giudizio dell'abbate Gioachimo, si rassomiglia a Giosafatte Re di Giuda (Vedi libroDelle Figure, e il libroDelle Concordanzedi Gioachimo). Terzi a invaderee devastare l'Italia furono i Goti, de' quali parla in un dialogo il beato Gregorio. E molti Re Goti regnarono in Italia, tra' quali fu grandissimo Teodorico in Ravenna; tanto che, quando insorgevano discordie per l'elezione del Papa, sin da Roma si veniva a Ravenna per domandarne a lui consiglio ed aiuto. Egli fece erigere a Ravenna la chiesa dei Goti; e si vede ancor oggi in quella città la torre del suo palazzo[101]. Fece fabbricare anche la chiesa di S. Martino in cielo d'oro[102], che ora si chiama di S. Apollinare nuovo, perchè vi fu trasportato dalla città di Chiassi[103]il corpo del ridetto Santo. Fondò anche fuori di Ravenna la chiesa di S. Maria Rotonda, che è coperta da una pietra di un sul pezzo. Ivi egli fu sepolto in un'arca di porfido, che anche oggi si vede, ma vuota, perchè il beato Gregorio Papa, quando andò a Ravenna, fece levarne le ceneri e gettarle in una fogna. E ciò fece fare per quattro ragioni: 1º perchè sebbene quegli fosse cristiano, era però Ariano; 2º perchè condannò a morire tre grandi uomini, cioè Boezio, Simmaco e Giovanni Papa...... 4º perchè fu sepolto dai demonii in un'urna di colore del fuoco, come dice il beato Gregorio nel quarto libro dei dialoghi. Quarti a saccheggiare e disertare l'Italia furono i Longobardi, de' quali parla Paolo istoriografo nel primo libro della loro istoria: «Spesso innumerevoli torme di schiavi condotti via dalla Germania sono or quàor là dai popoli meridionali comprate a prezzo. Spesso anche molta gente emigra da quella regione, perchè è tanto prolifica da non poterli tutti alimentare, e quindi innondano e disertano l'Asia, e specialmente la vicina Europa. E ad ogni passo ne fanno testimonianza le smantellate città dell'Illirio e della Gallia, principalmente dell'infelice Italia, che ebbe a provare la ferocia di quasi tutte quelle orde. Anche i Goti, i Vandali i Rugi, gli Eruli, i Turcilingi ed altre barbariche genti sbucarono dalla Germania. Parimenti dalla Germania derivano la loro origine i Vinuli, o Longobardi, che poi regnarono felicemente in Italia; però si assicura che furono diverse le cause della loro emigrazione. Anche dall'isola che si chiama Scandinavia ne vennero ad assalirci; della quale isola ne parla anche Plinio il Giovane ne' libriintorno alla natura delle cose.» Fin qui Paolo. Quinti ed ultimi (e voglia il cielo che siano gli ultimi!) si preparano a venire i Tattari, come racconta frate Giovanni da Magione, il quale ha avuto famigliari colloquii col gran Signore dei Tattari. Magione poi.....: e nella provincia di Perugia. E si noti che queste vaghe voci d'invasioni dei Tattari cominciarono a correre la prima volta a' tempi di Papa Gregorio IX. Poi Papa Innocenzo IV mandò in ambasciata al loro Imperatore frate Giovanni da Magione. — Finalmente Papa Giovanni XXI di nuovo mandò a loro un'ambasciata composta di sei frati Minori; due della provincia di Bologna, de' quali uno era lettore, frate Antonio da Parma, l'altro suo compagno e confidente, frate Giovanni da S. Agata; due della provincia della Marca d'Ancona, e due della provincia di Toscana, tutti frati lettori, accompagnati da tre frati di confidenza. Uno de' lettori della Toscana, che andò in Tattaria, fu frate Gerardo da Prato, col quale io aveva coabitato nel convento di Pisa, quando eravamo giovani. Questi era fratello di frate Arlotto, che si dottorò a Parigi ed ebbeuna cattedra. Ritornarono poi questi frati Minori dalla Tattaria in buonissima salute, e dicevano meraviglie di quel paese, come ho udito io co' miei orecchi. Quando frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria, giunse a Lione da Papa Innocenzo IV, e fece la relazione delle sua missione, e presentò la lettera e i doni di quell'Imperatore, il Papa gliene dimostrò la sua riconoscenza in cinque modi: 1º lo trattò con molta cortesia, dolcezza e famigliarità; 2º lo tenne presso di sè in Corte tre mesi, (fino a che fu dai Parmigiani presa e distrutta la città di Vittoria, e l'Imperatore Federico ne fu sloggiato e cacciato in fuga) perocchè aveva sempre seco sei frati Minori, e li volle avere fin che visse, come io ho visto co' miei occhi; 3º il Papa commendò l'opera e la fedeltà di lui, e gli disse; Sia tu benedetto, o figlio, da nostro Signor Gesù Cristo e da me suo Vicario, perchè veggo in te adempiuto il detto di Salomone ne' Proverbii 25.º che dice: ecc.; 4º gli conferì l'Arcivescovado di Antivari, secondo quel che dice Matteo 25º: ecc; 5º lo spedì di nuovo come suo Legato presso Lodovico Re di Francia. A che fare fosse poi inviato al Re di Francia, frate Giovanni interrogatone non volle mai dirlo, ma è opinione comune che la causa della sua legazione fosse la seguente. Papa Innocenzo aveva deposto Federico dall'Impero, e i Parmigiani s'erano ribellati all'Imperatore e per soprassello l'avevano sconfitto e cacciato in fuga ignominiosa, e gli avevano così rasa al suolo la città di Vittoria, che esso aveva fatto costruire vicino a Parma, che non ne restava traccia. E perciò era irritatissimo, e come orsa che inferocisce al bosco se le sono rapiti i figli, fiammava d'ira e di furore. E ridotto a fuggire si ritrasse a Cremona, poi corse sopra Torricella[104], e scorrazzava sulparmigiano, e faceva ogni maggior danno che poteva; quel che non poteva, minacciava di farlo. E prima di ritornare al suo regno ne fece di gravissimi, come diremo tra breve, e come già narrammo in altra cronaca. Il Papa dunque riconoscendo Federico come il terribile persecutore della Chiesa, e pronto a seminare veleno ove potesse, e temendo non poco per la propria persona, mandò pregando il Re di Francia a differire la sua crociata in Terra Santa, fino a che si riconoscesse che cosa finalmente avesse Iddio decretato per Federico. Allegava anche che in Italia scorrazzavano masnade d'uomini infedeli, perversi, pessimi, pestiferi, rapinanti, nudi di tutto e oppressi dai debiti, che, raggruppatisi intorno a Federico, lo seguivano come loro principe, e portavano la devastazione sui beni della Chiesa. Che si poteva dire di più? Ma pure il Papa fece pregare invano, nè potè distogliere il Re dal proposito di andar oltremare, essendo già pronti i crociati e i denari per l'impresa. E mandò rispondendo che il Papa abbandonasse Federico al giudizio di Dio, perchè Dio solo può atterrare i superbi. Lodovico dunque Re di Francia con animo saldo, proponimento irrevocabile, e mente pronta e divota si disponeva al viaggio e a soccorrere, quanto più presto potesse, Terra Santa. Quando adunque vidi la prima volta frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria, il dì successivo andò a Lione da Papa Innocenzo, che lo aveva mandato, ed io mi posi in viaggio per la Francia. E mi fermai a Briançon, che è nella Sciampagna, poi a Troyes quindici giorni, ove trovai molti mercanti Lombardi e Toscani; perocchè, come anche a Provins, vi si fa una fiera che dura due mesi. Troyes poi è la città natale di Papa Urbano IV, e di maestro Pietro, prete, storiografo. Poscia mi recai a Provins, ove soggiornai dal giorno di santa Lucia sino al giorno della Purificazione. Il giorno della Purificazione arrivai a Parigi, e vi stetti otto giorni, e vidi moltecose che mi piacquero. Dopo ne partii per fermarmi nel convento di Sens, perchè i frati Francesi mi tenevano volentieri in loro compagnia, essendo io giovane, pacifico, vivace, e facile a lodare i fatti loro. E trovandomi io nell'infermeria per infreddatura, alcuni frati Francesi di quel convento corsero festosamente da me con una lettera in mano e dissero: Ottime notizie da Parma; i Parmigiani cacciarono l'Imperatore Federico dalla città di Vittoria, lo costrinsero a precipitosa e vergognosa fuga, distrussero la sua Vittoria dalle fondamenta, fecero bottino di tutto il tesoro dell'Imperatore, appresero il carroccio dei Cremonesi e lo tirarono in Parma; e questa è una copia della lettera mandata in Lione al Papa dai Parmigiani. E mi interrogavano a che serviva quel carroccio. Ed io risposi che i Lombardi chiamano carroccio quel carro, su cui in tempo di guerra innalzano lo stendardo; e, se una città perde in battaglia il suo carroccio, se lo reca ad onta tanto, quanto farebbero i Francesi e il loro Re, se in battaglia fosse strappato loro dalle mani l'orifiamma. Questa cosa suscitò nell'animo loro sorpresa e maraviglia, ed esclamarono: Oh Dio! quale mirabile parola abbiamo udito! Questa notizia mi fece star subito meglio di salute. Ed in quel punto ecco presentarsi frate Giovanni da Magione, reduce dal Re di Francia, presso il quale l'aveva mandato il Papa in missione. Ed aveva seco un libro da lui composto intorno al paese e ai costumi e al carattere dei Tattari; e i frati lo leggevano in sua presenza avidamente ed egli spiegava e chiariva quelle cose, che s'incontravano oscure, difficili ad intendersi e a credersi. Io fui commensale di frate Giovanni tanto nella casa dei frati Minori, che altrove più volte nelle abbazie e ne' principali monasteri. Perocchè egli era spesso invitato a pranzi e a cene, sia perchè Legato del Papa, sia perchè inviato al Re di Francia, e perchè reduce dai Tattari, ed ancheperchè era dell'Ordine de' Minori e tenuto in riputazione di sant'uomo. E quando andai a Clugny, dissero a me i monaci di quel paese: Dio volesse che i Papi avessero mandato sempre Legati quale era quel frate Giovanni, che tornò dalla Tattaria. Perocchè di questi Legati ve me sono, che, se vi riescono, spogliano le Chiese, e portano via tutto quello che possono. Ma frate Giovanni, quando passò da qui, non volle accettar nulla, tranne quanto panno occorreva per fare una tonaca al suo compagno. E tu che leggi, sappi che quello di Clugny è un nobilissimo monastero dei monaci neri di S. Benedetto in Borgogna. In questo chiostro vi sono più Priori, e vi ha tanto numero di stanze da potervi ospitare il Papa co' suoi Cardinali e tutta la sua Corte, e contemporaneamente l'Imperatore colla sua, senza disagio de' monaci; chè non sarebbe perciò necessario che nessun frate dovesse lasciare la sua cella, nè sopportare altro disturbo. E nota che la Regola di S. Benedetto, quanto ai monaci neri, è meglio osservata nelle provincie d'oltremonte, che in Italia. Nota inoltre che l'Ordine di S. Benedetto, quanto ai Monaci neri, ha quattro cospicui monasteri, uno in Borgogna, a Clugny, uno in Allemagna, a S. Gallo[105]; un altro in Lombardia nella diocesi di Mantova a S. Benedetto di Polirone, dove è sepolta la Contessa Metilde in un arca di marmo; finalmente il quarto, che è capo di tutti, a Montecassino[106]. Dal convento di Sens poi, ove io mi trovava quando la città di Vittoria fu presa e distrutta dai Parmigiani e l'Imperatore ne fu cacciato in vergognosa fuga, passai ad Auxerre, ed ivi fermai mia stanza, perchè il ministro Provinciale di Francia miaveva addetto specialmente a quel convento. Questa città poi fu detta in latinoAltisiodorum, quasi volesse significare alta sede degli Dei, o alta stella, perchè molti vi subirono il martirio. Qui evvi anche il monastero e il corpo di S. Germano, Vescovo della città, che fu chiarissimo astro di gloria, ed iride fulgida dipinta sulle nubi, come ben sanno coloro che hanno letto la sua biografia. Fu oriondo di Auxerre anche maestro Guglielmo, che scrisse laSomma, poi compose un'altraSomma, intorno agli uffici della Chiesa, ed io frequentai casa sua. Questo maestro Guglielmo, come mi dicevano molti sacerdoti della diocesi di Auxerre, disputava con molta grazia; e quando sosteneva dispute a Parigi, nessuno lo superava, poichè era logico stringentissimo, e dottissimo teologo. Ma quando voleva predicare, non sapeva quello che si dicesse; eppure nella suaSommaaveva saputo dare molti e buoni avviamenti al comporre...... Esempio dell'abbate Giovachino, che dice di aver ricevuto da Dio la virtù d'intendere la Bibbia, e la conoscenza delle cose future. Maestro Guglielmo di Auxerre adunque ebbe la grazia di disputare, ma non quella di predicare al popolo. Così ogni uomo ha suo dono da Dio, come p. e. quel ciabattino, che nel paese de' Saraceni traslocò un monte, e liberò i cristiani. Ricercalo in quel sermone di frate Luca, che incomincia:Aspettiamo il Salvatore........Cosa diversa è l'interpretazione de' sermoni. E nota che l'interpretazione de' sermoni può essere di due maniere. L'una è quella degli interpreti o traduttori, che trasportano i libri da una in altra lingua, de' quali ho detto quanto basta allorchè scrissi la storia dell'Imperatore Adriano, essendosene offerta l'occasione, perchè a' tempi di lui visse Aquila, che fu il primo che facesse traduzioni. Di che cercane in una cronaca che comincia:Ottaviano Cesare Augusto:ch'io compilai nel convento di Ferrara l'anno che Lodovico Re di Francia fu fatto prigionierooltremare dai Saraceni, cioè nel 1250; cronaca, che io, spigolando da parecchie memorie scritte, condussi avanti sino alla dominazione dei Longobardi. Dopo deposi la penna, e la troncai lì, perchè io era tanto povero che mi mancava sin la carta o la pergamena. Ed ora volge l'anno 1284. Non tralasciai però di ritoccare altre cronache, che, a mio giudicio, mi erano riuscite ben composte, e procurai di migliorarle risecandone le superfluità, riducendone a maggiore proprietà la dizione, appurando i fatti, e levandone le contradizioni. Non potei però purgare al tutto la dizione, perchè alcune parole, che si scrivono, sono tanto radicate nell'uso, che nessuno potrebbe cancellarle dall'animo del popolo, che così le ha imparate. Delle quali potrei citare molti esempi. Ma agli zotici ed ignoranti non vale alcun esempio; perchèchi ammaestra uno stolto fa come chi volesse rimettere insieme un vaso di terra rotto, Ecclesiastico XXII. Perocchèchi fa parole con uno che non ascolta,cioè che non intende,fa come chi vuole svegliare il dormiente dal suo letargo. Chi collo stolto ragiona di sapienza, parla con uno che dorme, il quale in fine del ragionamento dice: Chi è costui?Perciò ad un cotale, canzonandolo, si potrebbe dire:Erla ke le farina(?)Ora ritorniamo ad Auxerre. Mi ricorda che, quando io era nel convento di Cremona, l'anno in cui Parma mia città nativa si ribellò al deposto Imperatore Federico, frate Gabriele da Cremona dell'Ordine de' frati Minori, che era un celebre lettore ed uomo di santissima vita, disse a me che Auxerre aveva maggiore quantità di vigne e di vino che Cremona e Parma e Reggio e Modena insieme. All'udirlo rifuggì l'animo mio dal prestarvi fede; non mi pareva credibile: Ma quando poi fui di stanza ad Auxerre, mi persuasi che egli non aveva esagerato, perchè quella diocesi comprende un largo territorio, e i colli, i monti e le pianure sono tuttia viti. Essendo che i coloni di quel paese non seminano grani, non mietono, nè colmano i granai, ma invece mandano i loro vini a Parigi giù pel vicino fiume[107], che entra nella Senna, ove li vendono ad alto prezzo, e ne ricavano quanto loro bisogna pel vitto e pel vestiario. Ed io tre volte uscendo dalla città ho girato tutta la Diocesi di Auxerre; una volta con un frate che andava qua e là predicando, e fregiava della croce quelli che erano per andare in Terra Santa al seguito del Re di Francia. Un'altra volta con un altro frate, che predicò nel Giovedì Santo ai monaci Cistercensi in un magnifico monastero. E si fece pasqua in casa di una contessa, che ci servì, cioè fece servire a tutti i commensali, dodici pietanze; e se il conte suo marito fosse stato a casa, l'imbandigione sarebbe stata più lauta. Questo frate mi fece vedere il monastero di Pontigny, ove Papa Alessandro III, che soggiornava a Sens, mandò con speciale raccomandazione il beato Tomaso Arcivescovo di Cantorbery, quando Re Artaldo lo espulse dall'Inghilterra. La terza volta la visitai con frate Stefano, e vidi e imparai molte cose degnissime di storia; ma per brevità le tralascio e mi affretto a dirne altre. E sappi che nella provincia di Francia, parlo per quel che ha attinenza coi frati Minori, vi sono otto conventi, in quattro de' quali si beve birra, negli altri quattro bevono vino. Sappi anche che sono tre le regioni francesi che abbondano di vino, cioè la Rochelle, Beaune[108], ed Auxerre. Ad Auxerre però i vini rossi sono poco pregiati, perchè non sono così buoni come i vini rossi italiani. Perciò coltivano per lo più le uve bianche e talora color d'oro, che danno un vino aromatico, confortante e di squisito sapore, e chi ne beve diventa allegro e franco; sicchè del vino d'Auxerre sipuò dire benissimo quel de' Proverbii 21.º ecc. ed è così forte che, se lo lasci alcun tempo nel fiasco, trasuda. E sappi finalmente che i Francesi usano dire con un lor gioco di parole che il vino buono deve avere tret, e settefil buonissimo. Perocchè dicono scherzando:
El vin bon et bel sel danceForte et fer et fin et franceFroist et fras et fromijant
El vin bon et bel sel danceForte et fer et fin et franceFroist et fras et fromijant
El vin bon et bel sel dance
Forte et fer et fin et france
Froist et fras et fromijant
Buono e bello è 'l vin che grilla,Bello e buon quel che si spillaForte, fin, fresco, frizzante,Fiero, fervido, fragrante.
Buono e bello è 'l vin che grilla,Bello e buon quel che si spillaForte, fin, fresco, frizzante,Fiero, fervido, fragrante.
Buono e bello è 'l vin che grilla,
Bello e buon quel che si spilla
Forte, fin, fresco, frizzante,
Fiero, fervido, fragrante.
E Maestro Morando, che insegnò grammatica a Padova, fece, a seconda del suo gusto, il panegirico del vino cantando:
Vinum dulce gloriosumPingue facit et carnosumAtque pectas aperit.Et maturum gustu plenumValde nobis est amoenumQuia sensus acuit.Vinum forte vinum purumReddit hominem securumEt depellit frigora.Sed acerbum linguas mordet,Intestina cuncta sordet,Corrumpendo corpora.Vinum vero quod est glaucumPotatorem facit raucumEt frequenter mingere.Vinum vero turbolentumSolet dare corpus lentumEt colorem tingere.Vinum rubeum subtileNon est reputandum vileNam colorem generat.Auro simile citrinumValde fovet intestinumEt languores suffocat.
Vinum dulce gloriosumPingue facit et carnosumAtque pectas aperit.Et maturum gustu plenumValde nobis est amoenumQuia sensus acuit.Vinum forte vinum purumReddit hominem securumEt depellit frigora.Sed acerbum linguas mordet,Intestina cuncta sordet,Corrumpendo corpora.Vinum vero quod est glaucumPotatorem facit raucumEt frequenter mingere.Vinum vero turbolentumSolet dare corpus lentumEt colorem tingere.Vinum rubeum subtileNon est reputandum vileNam colorem generat.Auro simile citrinumValde fovet intestinumEt languores suffocat.
Vinum dulce gloriosum
Pingue facit et carnosum
Atque pectas aperit.
Et maturum gustu plenum
Valde nobis est amoenum
Quia sensus acuit.
Vinum forte vinum purum
Reddit hominem securum
Et depellit frigora.
Sed acerbum linguas mordet,
Intestina cuncta sordet,
Corrumpendo corpora.
Vinum vero quod est glaucum
Potatorem facit raucum
Et frequenter mingere.
Vinum vero turbolentum
Solet dare corpus lentum
Et colorem tingere.
Vinum rubeum subtile
Non est reputandum vile
Nam colorem generat.
Auro simile citrinum
Valde fovet intestinum
Et languores suffocat.
Il vin dolce, onor del mondo,Mi fa tondo, rubicondo,E cuor contento.Quel severo a gusto pianoFa sereno, rende ameno,E dà talento.Un vin forte, un vino puroFa sicuro, imperituro,E 'l sen m'avvampa.Ne corrode quell'agresto,N'è molesto, greve, infesto,E non si campa.Chi 'l vin beve verde mareA me pare gracidare,E piscia ognora.Quel pisciancio turbolentoRende lento, sonnolentoE ne scolora.Il rubino non è vile,È sottile, è gentileE fa bel sangue.Quello poi ch'al sol s'indoraFiero incuora, fier ristoraL'uomo che langue.
Il vin dolce, onor del mondo,Mi fa tondo, rubicondo,E cuor contento.Quel severo a gusto pianoFa sereno, rende ameno,E dà talento.Un vin forte, un vino puroFa sicuro, imperituro,E 'l sen m'avvampa.Ne corrode quell'agresto,N'è molesto, greve, infesto,E non si campa.Chi 'l vin beve verde mareA me pare gracidare,E piscia ognora.Quel pisciancio turbolentoRende lento, sonnolentoE ne scolora.Il rubino non è vile,È sottile, è gentileE fa bel sangue.Quello poi ch'al sol s'indoraFiero incuora, fier ristoraL'uomo che langue.
Il vin dolce, onor del mondo,
Mi fa tondo, rubicondo,
E cuor contento.
Quel severo a gusto piano
Fa sereno, rende ameno,
E dà talento.
Un vin forte, un vino puro
Fa sicuro, imperituro,
E 'l sen m'avvampa.
Ne corrode quell'agresto,
N'è molesto, greve, infesto,
E non si campa.
Chi 'l vin beve verde mare
A me pare gracidare,
E piscia ognora.
Quel pisciancio turbolento
Rende lento, sonnolento
E ne scolora.
Il rubino non è vile,
È sottile, è gentile
E fa bel sangue.
Quello poi ch'al sol s'indora
Fiero incuora, fier ristora
L'uomo che langue.
I Francesi per tanto sono avidi del buon vino. Nè è da meravigliare, perchè il vinorallegra Dio e gli uomini, è detto nel 21º dei Giudici........ Senza punto esagerare iFrancesi e gli Inglesi vanno pazzi per vuotar calici. Quindi è che i Francesi patiscono flussione d'occhi, e il troppo bere fa loro gli occhi arrovesciati, rossi, cisposi e scerpellati. E la mattina per tempissimo, snebbiata la mente dai fumi del vino, con quegli occhi siffatti vanno da un sacerdote, che abbia detto messa, e lo pregano di far cadere sui loro occhi stille di quell'acqua, che gli ha servito per illavabo. Ai quali diceva a Provins frate Bartolomeo Guiscolo da Parma, come ho udito io stesso più volte:Alè ke maletta ve don Dè; metti del aighe in les vin, non in les ocli: Andate che Dio vi mandi alla malora; mettete acqua nel vino, non negli occhi.Anche gli Inglesi sono avidi di quei vini di Francia, e ne tracannano a iosa. Perocchè uno prende una coppa, e la ingolla tutta, poi dice:Ge bui; a vu.Che è come dire; Berrete anche voi quanto berrò io; e se n'ha molto per male se l'altro fa diversamente da quello ch'egli insegnò colla parola e suggellò coll'esempio. Ma così operando si contravviene a quello che dice la Sacra Scrittura nel libro 1º di Ester, ecc. Però bisogna perdonarlo agli Inglesi se nuotano nel buon vino, quando possono, perchè a casa loro di vino ne hanno poco. Sono meno scusabili i Francesi, che ne abbondano, se per iscusa non tengasi la sentenza:È difficile abbandonare le cose a cui siamo avvezzi.Nota che in una poesia si legge:
Det vobis piscem Normandia terra marinum;Anglia frumentum, lac Scotia, Francia vinum;Silva feras, aer volucres, armenta butirum;Hortus delitias, nemus umbra, stagna papyrum.
Det vobis piscem Normandia terra marinum;Anglia frumentum, lac Scotia, Francia vinum;Silva feras, aer volucres, armenta butirum;Hortus delitias, nemus umbra, stagna papyrum.
Det vobis piscem Normandia terra marinum;
Anglia frumentum, lac Scotia, Francia vinum;
Silva feras, aer volucres, armenta butirum;
Hortus delitias, nemus umbra, stagna papyrum.
Tutto per voi feconda e vi maturaIl chimico fornel della natura.Il mar di Normandia vi pesca il pesce;L'Inghilterra per voi le spiche cresce;Pingue la Scozia il latte a voi distilla;Ricca la Francia a fiumi il vin vi spilla;Moltiplica la preda a' vostri straliQuanto la selva ormeggia o va sull'ali;L'orto frutta vi fa, l'ovil butiro,Lo stagno e 'l bosco danno ombra e papiro.
Tutto per voi feconda e vi maturaIl chimico fornel della natura.Il mar di Normandia vi pesca il pesce;L'Inghilterra per voi le spiche cresce;Pingue la Scozia il latte a voi distilla;Ricca la Francia a fiumi il vin vi spilla;Moltiplica la preda a' vostri straliQuanto la selva ormeggia o va sull'ali;L'orto frutta vi fa, l'ovil butiro,Lo stagno e 'l bosco danno ombra e papiro.
Tutto per voi feconda e vi matura
Il chimico fornel della natura.
Il mar di Normandia vi pesca il pesce;
L'Inghilterra per voi le spiche cresce;
Pingue la Scozia il latte a voi distilla;
Ricca la Francia a fiumi il vin vi spilla;
Moltiplica la preda a' vostri strali
Quanto la selva ormeggia o va sull'ali;
L'orto frutta vi fa, l'ovil butiro,
Lo stagno e 'l bosco danno ombra e papiro.
..... E qui è da notare che in certi mesi la parte del giorno illuminata dal sole è più lunga in Francia che in Italia, come sarebbe nel mese di maggio; e nell'inverno è più breve, e n'ho fatto io l'esperienza in persona. Ritorniamo ora sulla nostra via, e continuiamo a parlare del Re di Francia.
L'anno dunque 1248, poco dopo la Pentecoste, da Auxerre passai al convento di Sens, perchè quivi si doveva adunare il capitolo provinciale a discutere gli interessi dell'Amministrazione della provincia di Francia, e stava anche per arrivare Lodovico Re de' Francesi. Adunatosi pertanto il capitolo, il ministro della provincia di Francia coi definitori si avvicinò al cospetto di frate Giovanni da Parma ministro Generale, che era in quel convento; e disse: Padre, noi abbiamo esaminati ed approvati quaranta frati venuti al capitolo per ottenere la facoltà di predicare, e l'abbiamo loro conferita, e li abbiamo rinviati ai loro conventi, perchè questo nostro, ove si tiene il capitolo, non risenta disagio da troppa agglomerazione di frati. E il ministro Generale rispose loro che avevano operato male, senza conoscere la Regola, che prescrive non potersi conferire la facoltà di predicare dai ministri provinciali quand'è presente il ministro Generale. «E aggiunse: L'esame fatto l'approvo; ma comando che siano richiamati, e ricevano da me la chiesta facoltà a norma della nostra Regola. Così fu fatto» e si fermarono poi a Sens finchè fu terminato il capitolo. Partito il Re di Francia da Parigi per onorare il capitolo di sua presenza, quando si seppe che era poco lunge dal convento, uscirono tutti i frati Minori ad incontrarlo, e fare a lui onorifico ricevimento. E frate Rigaldo dell'Ordine de' Minori, maestro cattedrato a Parigi, e Arcivescovo di Rouen, vestito pontificalmente uscì dal convento, ed in fretta andava incontro al Re interrogando ad alta voce: Ov'è il Re? Ov'è il Re? Ed io gli teneadietro, perchè solo e smarrito errava colla mitra in capo e il pastorale in mano. Aveva egli perduto tempo nell'appararsi, sicchè gli altri frati erano già usciti e stavano allineati a destra e a sinistra sui ciglioni della strada colle spalle volte alla città, volendo vedere il primo spuntare del corteggio reale. Ed io vidi spettacolo che mi fece vivissimamente meravigliare, e meco stesso andava ragionando: Ho pur letto non una, nè due volte sole, che i Galli Senoni furono un popolo nobile e potente, e che, capitanati da Re Brenno, entrarono di forza in Roma; ma veramente ora le loro donne, per la più parte, somigliano a tante fantesche. E sì che se il Re di Francia passasse per Pisa e per Bologna tutto il fiore delle nostre matrone gli correrebbe incontro. Ma in quel punto mi tornò a mente d'aver udito dire d'un uso dei Francesi, e lo riconobbi vero. Ed è che in Francia i cavalieri e le loro nobili dame abitano le castella delle loro ville; in città soggiorna soltanto la borghesia. Il Re poi era mingherlino, gracile, macilente, e di statura in proporzione troppo alta, di volto angelico e raggiante di grazia. E veniva alla chiesa de' frati Minori non in pompa reale, non a cavallo, ma a piedi, ed in abito da pellegrino, col bordone e la bisaccia al collo, che dava decoro agli omeri reali; e colla stessa umiltà e conforme vestiario lo seguivano i suoi tre fratelli germani: primo de' quali era Roberto, e l'ultimo si chiamava Carlo, che fece poi meravigliose prodezze degnissime di storia. Il Re non si prendeva cura del corteo de' nobili, ma piuttosto delle orazioni e de' voti de' poveri; ed era di fatto più monaco nelle divozioni, che soldato nell'armi. Entrato pertanto nella chiesa de' frati, e fatta una devotissima genuflessione, pregò davanti all'altare. E mentre usciva di chiesa, giunto sulla soglia della porta, io mi gli trovai vicino. Quand'ecco gli fu offerto, e, per mezzo del tesoriere della chiesa di Sens, presentato un grosso luccio ancor vivoin acqua, dentro una conca d'abete, che i Toscani chiamano bigoncio, e che serve loro per bagni e per lavacro ai fanciulli, che sono ancora in culla. Per vero in Francia il luccio è un pesce, che si paga caro e si giudica squisito. Il Re ringraziò il donatore e il presentatore del dono; poi disse ad alta voce, da tutti intesa, che nessuno entrerebbe nell'aula capitolare, tranne i cavalieri e i frati, ai quali voleva parlare nell'adunanza. Radunato il capitolo, il Re cominciò a fare la sua confessione, a raccomandare a Dio sè stesso, i suoi fratelli, la Regina sua madre, tutto il suo seguito, e inginocchiatosi divotissimamente invocò le orazioni ed i suffragi de' frati. E alcuni frati francesi che mi stavano a fianco, ammirando tanta pietà e divozione, piangevano dirottamente di consolazione. Dopo il Re, sorse a parlare il Cardinale della Corte romana, Oddone, che era stato una volta gran Cancelliere di Parigi, e voleva andare col Re in Terra Santa, e in poche parole si sbrigò. Terzo a parlare s'alzò frate Giovanni da Parma, ministro Generale, a cui per ufficio toccava rispondere, e disse: L'ecclesiastico 32º dice:Parla tu con eletto discorso, tu che in grado avanzi gli altri, poichè a te spetta la prima parola.Il Re, padre e benefattore, che si degnò di parlare affabilmente ad un'adunanza di poveri, venne in mezzo a noi umile e benigno. E come ben conveniva parlò primo tra noi; nè ci domandò oro, nè argento, di cui, la Dio mercè, il suo tesoro abbonda; ma desidera vivamente le nostre orazioni ed i nostri suffragi per uno scopo che è lodevolissimo. Di fatto il Re nostro imprese questo pellegrinaggio e questa crociata a gloria di nostro Signor Gesù Cristo, a soccorso di Terra Santa, a sterminio de' nemici della fede e della croce di Cristo, ad onore di tutta la Chiesa Cattolica e di tutto il Cristianesimo, a salute dell'anima sua e di tutti coloro che seco lui vanno oltremare. Laonde, sia perchè fu il nostro principale benefattore e sostenitore non solo a Parigi, ma eziandioin tutto il suo regno; sia perchè volle degnarsi di venire tra noi tanto umilmente e con tanto nobile corteo, e chiede a noi di pregare per un santo fine, è doveroso e conveniente che noi ricambiamo a lui, almeno per quanto possiamo, i segnalati benefici, e l'alto onore che abbiamo ricevuto. E siccome i frati Francesi sono lieti e prontissimi di fare tutto il possibile a questo scopo, anzi sono d'animo disposti a più di quello ch'io sapessi decretare, perciò non impongo loro comandamenti di sorta. Avendo però io incominciato a visitare tutti i conventi dell'Ordine, mi sono proposto nell'animo di prescrivere a ciascun sacerdote di celebrare quattro messe pel Re e pel suo corteggio: Una dello Spirito Santo; un'altra della Croce; la terza della beata Vergine; la quarta della Trinità. E se fatalmente accadesse che il Figlio di Dio lo richiamasse al seno del Padre eterno, altri più fervidi suffragi aggiungeranno i frati. E se per parte mia non ho abbastanza soddisfatto al desiderio del re, il Re comandi; chè tra noi non manca chi obbedisca; può solo mancare chi comandi. Udite il Re queste parole, ringraziò il ministro Generale, ed accolse con tanto gradimento quelle disposizioni che le volle scritte in una lettera autografa del Generale stesso e autenticate col suo sigillo. Così fu fatto. E le spese di quel dì le fece il Re e pranzò coi frati in refettorio. Al pranzo intervennero i tre fratelli, del Re, il Cardinale della Corte romana, il ministro Generale dell'Ordine de' Minori, frate Rigaldo Arcivescovo di Rouen, il ministro Provinciale di Francia, i Custodi, i Definitori, i frati di fiducia, tutti quelli che erano ammessi al capitolo, e i frati nostri ospiti, che chiamiamo forestieri. Riconoscendo pertanto il ministro Generale la nobiltà e dignità del reale corteggio, cioè tre Conti, il Cardinale Legato della Chiesa romana e Arcivescovo di Rouen, non volle arrogarsi gli onori di preminenza dovuti alla sua dignità, quantunque il Relo invitasse a sedergli a fianco; ma volle piuttosto dimostrare col fatto quella cortesia e quella umiltà, che il Signore predicò colla parola e coll'esempio; e prese posto alla mensa de' poveri, la quale dalla sua presenza acquistò splendore, e tutti ne restarono edificati, e ne ebbero buon insegnamento. E in quel dì il Re fece quel che insegna la Sacra scrittura, Ecclesiastico IV;Renditi affabile nella conversazione de' poveri.La prima imbandigione servita in quel dì a mensa furono le ciliegie; poi pane bianchissimo, e vino abbondante e di qualità veramente degna della magnificenza reale. E, secondo l'usanza de' Francesi, eranvi molti che invitavano, in modo da costringere a bere, anche chi non voleva. Poi si portarono innanzi le fave fresche cotte nel latte, pesci, granchi, pasticci d'anguille, riso con latte di mandorle e polvere di cinamomo, anguille rosolate con squisitissima salsa, torte giuncate e frutta in abbondanza e bellissima. Ed ogni cosa fu servita con molto garbo, e molta compitezza. Il dì successivo poi il Re intraprese il suo viaggio; ed io, chiuso il capitolo, lo seguii, poichè io aveva ricevuta dal ministro Generale l'obbedienza di andare a dimorare nella Provenza. E mi riescì agevole trovarmi dove era il Re, perchè spesso egli deviava dalla strada diretta per andare ai romitaggi dei frati Minori e di altri religiosi, di quà di là vagando a destra a sinistra, per raccomandarsi alle loro orazioni. E così andò facendo sinchè giunto al mare s'imbarcò per Terra Santa. E facendo io una visita ai frati di Auxerre al cui convento io aveva appartenuto, un dì mi recai a Vezellay[109], nobile castello della Borgogna, ove in quei tempi si credeva che vi fosse il corpo della Maddalena. L'indomani era domenica. E la mattina per tempissimo il Re si recò al convento de' frati per raccomandarsi alle loro preghiere, ed avevalasciato il suo corteo nel castello, che era vicino al convento. Condusse seco soltanto i suoi tre fratelli ed alcuni staffieri a custodire i cavalli; e fatta una reverente genuflessione davanti all'altare, i frati teneano gli occhi volti agli scanni su' quali sedere; ma il Re sedette in terra e nella polvere, come ho visto io co' miei occhi, perocchè quella chiesa non aveva un piano lastricato. E ne chiamò presso di sè dicendo: Avvicinatevi a me, frati miei carissimi, e ascoltate le mie parole. Allora facemmo corona intorno a lui, e come lui sedemmo in terra, e fecero altrettanto i suoi tre fratelli germani. E si raccomandò ai frati, invocò le loro orazioni e li pregò de' loro suffragi. All'uscire di chiesa gli fu detto che suo fratello Carlo pregava ancora con fervore, e il Re se ne compiacque, e, per aspettarlo, non montò a cavallo; e gli altri due fratelli in sua compagnia parimente aspettavano fuori della porta della chiesa col Re. Carlo era il fratello minore, Conte di Provenza, marito d'una sorella della Regina; e faceva molte genuflessioni davanti ad un altare che era su un fianco della chiesa vicino alla porta. Ed io mi trovava in un punto da poter osservare tanto Carlo che pregava fervidamente, quanto il Re che fuori aspettava pazientemente; e ne rimasi molto edificato. Dopo continuò il Re la sua via, e dato sesto alle sue cose, si affrettò al naviglio, che era pronto. Io poi andai a Lione, ove trovai ancora Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali. In seguito discesi sino ad Arles, distante cinque miglia dal mare, ed era la festa del beato Pietro Apostolo. In que' giorni arrivò a quel convento anche frate Raimondo ministro della Provenza, che poi fu fatto Vescovo, e mi ricevette onorificamente, ed era con lui il lettore di Mompellier. Di lì passai per mare a Marsiglia, e da Marsiglia andai a Jeres[110]per fare visita a frate Ugo da Digne[111]o da Bariols[112], cui i Lombardi chiamano frate Ugo da Mompellier. Egli era uno de' più illustri chierici del mondo, predicatore affascinante, gradito dal clero e dal popolo, forte a disputare e pronto a discutere di ogni cosa. Tutti gli avversarii inviluppava, e, stringendo gli argomenti, conchiudeva in proprio senso; aveva parola facondissima, e voce sonante come di tromba, o di tuono, o di gonfio torrente in cascata: non mai indietreggiava, non mai s'intricava, era sempre pronto a rispondere a tutto. Erano come il sole fiammeggianti le sue parole, se parlava della corte celeste e della gloria del paradiso, erano terribili, se discorreva delle pene infernali. Nativo della Provenza, aveva statura mediocre, e tinta bruna, ma non era brutto. Era uomo acceso in sommo grado delle cose spirituali, sicchè ti pareva di vedere e di ascoltare un altro Paolo, un secondo Eliseo; ed ognuno sentivasi il tremito quando predicava. Ed ecco le parole che ardiva pronunciare al cospetto del Papa o de' Cardinali in concistoro, nè solo a Lione, ma anche molto prima quando la Corte pontificia era a Roma: «..... Papa Innocenzo IV, vi ha dato il cappello rosso affinchè, come ragion vuole, abbiate una distinzione tra gli altri cappellani. Ma in passato non eravate chiamati Cardinali, sibbene diaconi della Corte romana, e i preti si ritenevano vostri pari, e vostri predecessori..... Frate Ugo era solito dire che aveva quattro amici, ch'egli amava sopra tutti gli altri; primo de' quali era frate Giovanni da Parma ministro Generale (ed era naturale, perchè furono ambedue illustri chierici, cultori dello spirito, e caldissimi Gioachimiti); e per l'amicizia di frate Giovanni da Parma, e poi, perchè s'accorse ch'io aveva fede nella dottrina di Gioachimo Abbate dell'Ordine cheè a Flora,[113]ebbe anche per me molta deferenza ed intrinsichezza. Il secondo amico era l'Arcivescovo di Vienna[114], uomo santo, letterato, onesto, che amava assai l'Ordine del beato Francesco. Perciò in servigio dei frati Minori fece costruire un ponte di pietra sul Rodano, perchè aveva dato nella sua diocesi un convento da abitare ai frati, che stavano al di là del fiume. E trovandomi io una volta a Vienna, venne da Lione, per confessare e predicare, frate Guglielmo dell'Ordine dei Predicatori, autore dellaSomma dei vizii e delle virtù;ed ospitò presso i frati Minori, perchè i Predicatori in quella città non avevano convento. E piacque al Guardiano ch'io gli fossi compagno, e ci trattammo con reciproca famigliarità, perchè era uomo umile e cortese, sebbene di piccola statura[115]. Io gli domandai com'era che i frati Predicatori non avessero convento a Vienna; ed egli rispose che, piuttosto che due o tre conventi, amavano averne uno solo, ma buono, a Lione. E pregato da me di predicare ai frati nell'imminente giorno della Annunciazione della beata Vergine, perchè io desiderava vivamente di udirlo, avendo egli oltre laSommascritto anche un trattatoDe' Sermoni, rispose che volentieri, purchè lo invitasse il Guardiano. E lo invitò, e fece una bellissima orazione intorno all'Annunziazione della beata Vergine, il cui tema, od esordio era:Missus est Angelus: È stato inviato un Angelo.Un altro giorno, mentreio soggiornava ancora a Vienna, giunse frate Guglielmo Britto dell'Ordine de' Minori, autore del libroDella memoria, e per piccolezza di statura si assomigliava all'altro Guglielmo, di cui ho fatto menzione più su, ma non in quanto al carattere, che pareva più impaziente e impastato di furia, come di solito i piccoli. D'onde quel detto: