Altra Italia sognavi!un'altra metaAccarezzavi nell'ingenua testa!Povero vecchio! il desiderio acqueta!Ecco l'Italia dei tuoi sogni è questa!Non pei suoi figli, tu ne' giorni reiDolce speravi d'una patriail vanto?Vuota formola Italia or più non sei,Tutto ora copri del tuo nome santo.Guarda le nude, le tetre pareti!Chiudono ancor le squallidedimoreI generosi, i matti ed i poeti...Ma almen veglia alla porta il tricolore!Ve' tra gli inermi, come un dì, si sbrancaTorma di sbirri per le dense strade!Lavorano le daghe a dritta e a manca...Ma almeno, almeno, son d'Italiaspade!Oh dolce orgoglio! Non più lo stranieroC'insulta nei cruenti parapiglia!Le prepotenze son le stesse, è vero...Ma almeno, almeno, son fatte in famiglia!
Altra Italia sognavi!un'altra metaAccarezzavi nell'ingenua testa!Povero vecchio! il desiderio acqueta!Ecco l'Italia dei tuoi sogni è questa!
Non pei suoi figli, tu ne' giorni reiDolce speravi d'una patriail vanto?Vuota formola Italia or più non sei,Tutto ora copri del tuo nome santo.
Guarda le nude, le tetre pareti!Chiudono ancor le squallidedimoreI generosi, i matti ed i poeti...Ma almen veglia alla porta il tricolore!
Ve' tra gli inermi, come un dì, si sbrancaTorma di sbirri per le dense strade!Lavorano le daghe a dritta e a manca...Ma almeno, almeno, son d'Italiaspade!
Oh dolce orgoglio! Non più lo stranieroC'insulta nei cruenti parapiglia!Le prepotenze son le stesse, è vero...Ma almeno, almeno, son fatte in famiglia!
La forma non eleva l'ironia troppo volgare; e questo difetto fa pensare che gli Dei hanno voluto bene al poeta, evitandogli il pericolo di esser ministro e di trovarsi in circostanze che avrebbero permesso, a qualche altro non meno volgarmente, di ripetere che anche sotto ilgoverno di luialtri generosi, altri matti ed altri poeti, o pretesi generosi, o pretesi matti e poeti, come si vorrà, avevano abitato lesquallide dimore; che altre daghe non meno sbirresche avevano lavorato a dritta e a manca per ledense strade; giacchè la politica gioca simili e peggiori tiri ai suoi adepti, e non c'è abilità che possa evitarli.
Nella poesiaDijon, in morte del fratello Giuseppe, egli si lascerà sfuggire:
Oh, la notte che all'Alpi scoscese,Solo, in vetta, sostando fra i geli,Lungi il guardooltre i limpidi cieliSospingevi la Francia a cercarDi che lauri mai fosse corteseQuestosuol che a difender volavi,E qual messe superba ignoraviTanto sangue dovesse inaffiar!Non pensasti la gallica boria.Curva ancor sotto l'asta germana,Peitornatiguerrier di MentanaRitrovante l'oltraggio di un dì;E spartirsi l'ausonia vittoriaQuei che al Prusso voltarono il dorso.E i paffuti fuggiaschi del CòrsoScagliar fango a chi vinse e morì!
Oh, la notte che all'Alpi scoscese,Solo, in vetta, sostando fra i geli,Lungi il guardooltre i limpidi cieliSospingevi la Francia a cercar
Di che lauri mai fosse corteseQuestosuol che a difender volavi,E qual messe superba ignoraviTanto sangue dovesse inaffiar!
Non pensasti la gallica boria.Curva ancor sotto l'asta germana,Peitornatiguerrier di MentanaRitrovante l'oltraggio di un dì;
E spartirsi l'ausonia vittoriaQuei che al Prusso voltarono il dorso.E i paffuti fuggiaschi del CòrsoScagliar fango a chi vinse e morì!
E annoterà:Non è inutile per la storia il rammentare di che gratitudine imperialisti, legittimisti, pseudo-repubblicani e clericali rimeritassero in Francia il soccorso magnanimo del vinto di Mentana. Ma sùbito la politica della sua parte repubblicana gli farà soggiungere: «Per fortuna... ilVERO POPOLO FRANCESE...ricorda con ammirazione e gratitudine il nome del vincitore di Dijon, » quasi imperialisti, pseudo-repubblicani, legittimisti e clericali non appartenessero alVERO POPOLO FRANCESEe non ne formassero la maggioranza!
Sarà meglio rifuggiarsi spassionatamente nella critica letteraria e, innanzi tutto, prender nota di una preziosa confessione del poeta:
A me polito e tersoNel furiar de l'oreNon concessero il versoLe Pierie canore:E di squisiti carmiE d'armonia gentilL'estro ignorò fra l'armiIl delicato stil.
A me polito e tersoNel furiar de l'oreNon concessero il versoLe Pierie canore:E di squisiti carmiE d'armonia gentilL'estro ignorò fra l'armiIl delicato stil.
(La lucerna di Parini).
Infatti, proprio nel componimento che inizia il volume, nella prima strofa, c'imbattiamo in questi versi:
Ma già già l'ombrefascianoil piano,Espero luccica ne lo zaffiro...Il lampionaio comincia il giroPer iviottolide la città!
Ma già già l'ombrefascianoil piano,Espero luccica ne lo zaffiro...Il lampionaio comincia il giroPer iviottolide la città!
(Tramonto).
E nell'ultima strofa:
Or tu, fanciulla, che nel tripudioDei cari aprili mi chiedi un canto,Tu, se dell'arte gentile incantoPerenne fascino rida a' tuoi dì.Nei tardi vesperi, su questa paginaSe un melanconico sguardo ritorni,Del fior più bello che il crin t'adorniLieve una fogliaposalaqui.
Or tu, fanciulla, che nel tripudioDei cari aprili mi chiedi un canto,Tu, se dell'arte gentile incantoPerenne fascino rida a' tuoi dì.
Nei tardi vesperi, su questa paginaSe un melanconico sguardo ritorni,Del fior più bello che il crin t'adorniLieve una fogliaposalaqui.
E più in là in questi altri, nella liricaAlla Doccia perenne di Dagnente:
Ecco, orfantasima somiglio biancaChe vada errando per la montagna...Di qualche morto l'anima stancaChe dialcuntorto forse si lagna...Senti, Giovanni, quando in lenzuoloSimile a questo porranmi un dì,In qual sia trovimi lontan suoloDi' lamia barala portin qui.
Ecco, orfantasima somiglio biancaChe vada errando per la montagna...Di qualche morto l'anima stancaChe dialcuntorto forse si lagna...
Senti, Giovanni, quando in lenzuoloSimile a questo porranmi un dì,In qual sia trovimi lontan suoloDi' lamia barala portin qui.
Non voglio affermare che uguale trascuratezza s'incontri in tutte le sue liriche, ma è raro che qualcosa di trasandato, di dimesso, di comune non dia a quasi tutte l'aria di facili improvvisazioni. I metri troppo musicali lo affascinano, lo fanno trascorrere, gl'impediscono di scegliere fra le tante immagini che gli si presentano davanti, di indugiare su un aggettivo, diesitare intorno a una rima. L'eccitazione lo spinge innanzi senza dargli tempo di voltarsi addietro; le strofe sgorgano una appresso all'altra, lusingandogli l'orecchio, ed egli cede volentieri alla loro malìa.
Certe volte la trovata è geniale, ma la verbosità per poco non la sciupa; è gentile, ma fa rimpiangere che la forma non sia gentile altrettanto. La sincerità spesso lo salva, giacchè dov'egli appare anche più manierato si mostra pure sincero. In bocca a un altro questa strofa oggi farebbe ridere:
Oh melodi! o fantasimeSuperbe del pensiero!Santi dell'Arte fascini.Caste Pimplee del Vero!Triste chi osò di adùlteriAmplessi i vostri altar,Di servil carme i dèlubriDi Pindo profanar.
Oh melodi! o fantasimeSuperbe del pensiero!Santi dell'Arte fascini.Caste Pimplee del Vero!
Triste chi osò di adùlteriAmplessi i vostri altar,Di servil carme i dèlubriDi Pindo profanar.
In bocca sua fa appena sorridere, perchè c'è sempre un dissidio tra la sua forma e il suo concetto, quasi egli abbia gettato addosso a questo la prima veste capitatagli sotto mano, senza badare se gli si attaglia o no; forse, per la convinzione che il concetto, bene o male, più o meno efficacemente, si farà intendere; e questo gli sembra l'importante.
Infatti le naturali attitudini del suo ingegno sono ricche: l'impeto, lo slancio, la commozione, la tenerezza,il sorriso, l'ironia, la satira violenta si alternano, si mescolano, si confondono con vena abbondante.
Quella monotonia che scorrendo il volume si fa vivamente sentire è più nei mezzi ch'egli adopra, che non nella sostanza; nel verso, nel metro, nella costruzione della strofa, e anche un po' nella concezione generale. Si vede bene che, se egli non avesse avuto troppa fretta, se non avesse sentito alle spalle l'urgenza di altre bisogne specialmente politiche, l'opera sua avrebbe potuto riuscire assai ben diversa. Ma a lui, che scorge soltanto gli eccessi di certe ricerche di stile e giustamente le sdegna, anche illimæ laborsembra, o almeno pare che sembri, un eccesso. E perciò si fa dire dalla Musa:
Fra pergamene logore, astruseChe andresti, misero vate, cercando?Astrusi ritmi, strofe confuse,Gergo dai vivi fuggito in bando?Odon gli stitici metri di notteL'ombre:te i cuori ch'odano io vo':O scegli il plauso di scimmie dotte,O scegli i baci ch'io sola do.
Fra pergamene logore, astruseChe andresti, misero vate, cercando?Astrusi ritmi, strofe confuse,Gergo dai vivi fuggito in bando?
Odon gli stitici metri di notteL'ombre:te i cuori ch'odano io vo':O scegli il plauso di scimmie dotte,O scegli i baci ch'io sola do.
(L'Addio alla Musa).
Ma forse quand'egli rimpiange, con insolita bellezza di forma,
I bei razzi lucentiLanciantisi alle stelle,In fasci aurei spioventiE in scintillanti fior!Per mille goccie belleDi color mille splendeLa pioggia ignea... discendeLenta ne l'aria... e muor
I bei razzi lucentiLanciantisi alle stelle,In fasci aurei spioventiE in scintillanti fior!
Per mille goccie belleDi color mille splendeLa pioggia ignea... discendeLenta ne l'aria... e muor
nella quale felicissima immagine adombra i fervidi giovanili sogni che
Spingean superbi voliIncontro all'avvenir:
Spingean superbi voliIncontro all'avvenir:
forse egli pensa quel che sarebbe stata l'opera sua letteraria, soggiungendo con amarezza:
Luce più lunga ed altroSolconel'aria scuraS'era il mio cor più scaltroSegnato avria il cammin!Cercando la venturaPer altre vie gioconde,Avria più liete spondeRaggiunto il mio destin!
Luce più lunga ed altroSolconel'aria scuraS'era il mio cor più scaltroSegnato avria il cammin!
Cercando la venturaPer altre vie gioconde,Avria più liete spondeRaggiunto il mio destin!
E altri rimpianti, e altri dubbi intorno alla vitalità dell'opera sua gli sfuggono frequentissimi, assieme con accenni al riposo finale, quando il suo cuore avrà cessatodi battere e la sua mente di lottare. E questo senso di scoraggiamento e di tristezza rende simpatico l'uomo anche a coloro che non amavano il partigiano politico e il polemista irruente. L'arte non è eccelsa, ma il carattere fa impressione; e qualche volta anche la persona prende rilievo e apparisce viva, come nella liricaI miei discorsi alla camera.
Egli si leva a parlare:
E sovra italiche labi e vergogneDe l'ire chiuse puntando l'arcoL'aspra parola, frenata al varco.Tenta di arguzie vestita uscir.
E sovra italiche labi e vergogneDe l'ire chiuse puntando l'arcoL'aspra parola, frenata al varco.Tenta di arguzie vestita uscir.
Ma iforse, iquasi, i periodi corretti, i cauti motteggi gli sembrano una triste concessione, una viltà; e la parola scatta arroventata.
Ma inquieto l'occhio del presidenteAttento, vigile sopraglista,Fatto a l'orecchio la man riparoAnsio ogni sillaba segue il vegliardo;Or bieche lanciaglirampogne il guardo,Ora par preghilo...: Per carità!
Ma inquieto l'occhio del presidenteAttento, vigile sopraglista,
Fatto a l'orecchio la man riparoAnsio ogni sillaba segue il vegliardo;Or bieche lanciaglirampogne il guardo,Ora par preghilo...: Per carità!
Ed egli s'infrena, s'infrena; e il Biancheri lo ringrazia sorridendo. Ma di là a poco, una forte scampanellata:
Allora... allora... dal cor profondoUnnon so cosasal di molesto...;E la man destra fa un certo gesto...Come di cetra corde toccar.Conclude in furia... finisce il fondoDe l'acqua e zucchero... poi corre via...
Allora... allora... dal cor profondoUnnon so cosasal di molesto...;E la man destra fa un certo gesto...Come di cetra corde toccar.Conclude in furia... finisce il fondoDe l'acqua e zucchero... poi corre via...
E infatti parrà di vederlo a tutti coloro che hanno assistito a qualcuna delle sue sfuriate parlamentari.
E per questa schiettezza di rappresentazione che ci mostra il poeta calmo, sorridente, in un momento di galanteria anzi dimarivaudage, certe sue poesie minori, riunite nella parte IV appunto sotto il titolo diSogni e Sorrisi, hanno probabilità di vita più lunga delle altre, anche perchè più accarezzate, in grazia forse della serenità del momento, dal lato della forma.
Oh, egli sa benissimo di essere stato un combattente, un agitato, un inesorabile; e la sua coscienza gli fa prevedere che neppur quando sarà morto i suoi avversari gli daranno pace! Ma egli protesta, e invoca l'amicoPrimo... perchè difenda la sua memoria dalle biecheingiurieche tenteranno disterpare i fiori dalla sua fossa:
Tu, che da questi carmi udiraiNote a te fremere pugne dal cor,Tu al buon Tersite dirlo potraiSe furon tinti del suo livor.Tu che gli sdegni vedevi e l'ire,E il giambo uscirne, beffardo suon,Tu al buon Tersite lo potrai direSe vi eran lagrime nella canzon!
Tu, che da questi carmi udiraiNote a te fremere pugne dal cor,Tu al buon Tersite dirlo potraiSe furon tinti del suo livor.
Tu che gli sdegni vedevi e l'ire,E il giambo uscirne, beffardo suon,Tu al buon Tersite lo potrai direSe vi eran lagrime nella canzon!
(A l'amico Primo...)
E quantunque questi versi siano del giugno 1879, non mi è parso inopportuno ripeterli come chiusa di questo scritto.
Da quasi dieci anni Alfonso Daudet sopravviveva a se stesso. I suoi intimi affermavano che la spinite da cui era reso mezzo inerte il suo corpo non aveva menomamente intaccato le facoltà intellettuali di lui; ma gli ultimi libri pubblicati mostravano una stanchezza, un affievolimento di forze che smentivano presso gli ardenti ammiratori la pietosa bugìa. Per ciò, oggi, al dolore per la perdita dell'autore prediletto si è mista la pietà per l'uomo che ha cessato di soffrire.
La natura e le circostanze lo avevano colmato di doni. Alla bellezza fisica si accoppiavano in lui un'immaginazione vivacissima, una sensibilità squisita, quasi femminile, una geniale padronanza della forma letteraria, un felicissimo intuito dell'opportunità, una sempre giovanile freschezza di impressioni, di slanci di buon umore, di malizia e di birichineria. Nato poeta, le necessità della vita lo avevano fatto smarrire tra iromanzieri; e c'era voluta una gran forza di volontà e di ostinazione per guadagnarsi e mantenersi fra essi il posto che ha occupato per parecchi anni.
Pochi scrittori hanno avuto, come lui, la rara facoltà di impossessarsi delle anime, di compenetrarsi con loro, di ispirare la profonda simpatia che mette all'unisono il cuore dello scrittore con quello dei lettori. I suoi stessi difetti lo aiutavano in questo. L'eccesso di colorito, la mancanza di proporzioni e di equilibrio, le trascuratezze apparenti o volute di molte parti dei suoi lavori avevano un incanto particolare, di bizzarra noncuranza, di imprudenza gioconda. Si perdonava facilmente ogni cosa a colui che ci commoveva con le sue novelline, che ci interessava e ci sbalordiva con la magnificenza delle sue descrizioni, con la passione e coi casi dei personaggi dei suoi romanzi. In Francia gli han perdonato fin le sgrammaticature; e il giorno che qualcuno, nellaVie moderne, si compiacque di una lunga spulciatura pedantesca dell'Immortel, i lettori francesi non gli badarono, e continuarono a leggere e ad ammirare il Daudet, sospirando forse: Ne avessimo parecchi di simili scrittori sgrammaticati! Giacchè egli, come tutti gli artisti di razza, si era creato una lingua tutta sua, uno stile vivo, pieno di efficacia drammatica, che non somigliava a quello di nessun altro. Se la grammatica non ci trovava il suo conto, peggio per lei.
Eppure quella deliziosa facilità era frutto di pazientefatica. Le novelline di poche pagine gli costavano otto giorni di lavoro. La lucidezza e il fremito della sua frase risultavano da una cesellatura amorosa, paziente che voleva raggiungere a ogni costo la perfezione. Quando si parla di lingua e di grammatica, bisognerebbe sempre rammentarsi che il Fénelon ha detto del Molière, da lui tanto ammirato come autor comico:Ah, se Molière sapesse scrivere!E il Molière oggi è un classico.
Alfonso Daudet ha avuto tutte le fortune, non ultima quella di non accorgersi di morire.
Autore dell'Immortel, satira spietata ed eccessiva dell'Accademia francese, esecutore testamentario del De Goncourt per l'altra Accademia dei Dieci che dovrebbe essere il contr'altare dell'Accademia dei Quaranta, gli era toccata ultimamente anche la consolazione di un primo sfavorevole giudizio dei tribunali verso gli avidi eredi del fondatore. E forse dalle sue belle labbra, convulse per gli atroci dolori che gli rodevano le ossa, uscivano inesorabili epigrammi contro i quarantaimmortalinell'istante in cui la morte è venuta a strappargli l'estremo grido, rovesciando su la tavola, fra lo spavento della moglie e dei figli, la leggendaria testa capelluta, grigia per gli anni e pei patimenti.
Non ostante i suoi ultimi lavori, sembrava che per lui la posterità fosse cominciata da un pezzo, dopoSapho. I giovani, con la ingratitudine baldanzosa che è propria della loro età, osavano già scrivere che il Daudet ormai era un grand'uomo soltanto in provincia, a Tarascona da lui illustrata, a Nîmes dove era nato! E il suo stile veniva qualificato di telegrafico, rozzo impasto di interiezioni e di balbettamenti, linguaggio dapetit nègre, cosparso di pariginismi in voga! Tamburinaio traviato (alludevano al Valmajour delNuma Roumestan) falso parigino, era stato creduto per un momento uomo di spirito, stilista, artista e fin romanziere! Ma tempo, tempo fa!
Ai giovani è permesso di esagerare e anche di essere ingiusti. A questi cercatori di novità sbalorditoie, a questi infatuati del simbolo, a questi folli adoratori della preziosità della forma, uno scrittore limpido, vivace, drammatico anche nel colore della frase come il Daudet non può riuscire gradito. È troppo esteriore, secondo loro, è troppo del suo tempo, e anche troppo personale. Probabilmente, il giudizio della posterità non sarà proprio questo che essi han pronunciato così alla spiccia nelle compiacenti colonne delFigaroe di altri giornali. Non sarà neppure un'ampia conferma, senza nessuna obbiezione e riserba, di quello pronunziato dal pubblico, quando i romanzi del Daudet gli mettevano sotto gli occhi creature che non lo interessavano soltanto come creazioni di arte, ma anche perchè ne stuzzicavano la curiosità come figure, appena velate, dipersonaggi viventi o spariti da poco dalla scena del mondo.
Indagare quale potrà essere il giudizio dei posteri, e quale delle opere del Daudet sarà capace di resistere all'edace lavoro del tempo, mi sembra tentativo inutile oltre che irto di difficoltà.
Siamo vissuti con lui nello stesso ambiente letterario; abbiamo ancora fresche le sue stesse convinzioni e, se così si vuole, i suoi stessi pregiudizi estetici, da poterci astrarre da essi, e studiare l'opera sua da un punto di vista così elevato e così imparziale che permetta di adoprare come elementi di giudizio soltanto i più puri e i più immutabili principî d'arte. Bisogna contentarsi di riandare tutta la non vasta opera sua, metterne in rilievo i caratteri principali e notare via via lo svolgersi delle qualità più personali che lo hanno distinto tra la folla degli scrittori francesi contemporanei; bisogna contentarsi di accennare quel che egli ha apportato di nuovo nella forma narrativa, quel che, per caso, vi ha lasciato in germe e che potrà fiorire a tempo opportuno, quel che anche oggi può facilmente giudicarsi e manchevole e caduco. Questa sarà l'umile opera che cercherò di fare alla meglio nel presente studio.
***
Innanzi tutto, il Daudet dev'essere qualificatoimpressionista. Questo miope ha una gran virtù di osservatore.
Lo sforzo per veder bene acuisce la sua attenzione, imprime più profondamente nella sua memoria le cose vedute, e la vivace sua fantasia meridionale non deve fare nessun conato per renderle col magistero della parola. Certe volte l'evocazione è così intensa, che perde la qualità di opera d'arte e, da descrizione che avrebbe dovuto essere, riesce enumerazione e niente altro; ma questo, bisogna dirlo, gli accade di rado.
L'osservatore è intanto anche un sensitivo, un sentimentale, un poeta. La sua anima è piena di fantasticherie e di compassione; egli s'intenerisce facilmente; ama meglio sorridere che sdegnarsi; perciò mentre la sua visione delle cose esteriori è intensa e minuta, e le impressioni del paesaggio e delle scene della natura si trasformano agilmente dentro di lui in immagini artistiche, il suo sguardo non penetra addentro nell'intimo spirito delle persone che non possono riuscire simpatiche al suo cuore. Da ciò una sproporzione, un disquilibrio nella sua opera d'arte. Il poeta guasta il romanziere.
E soltanto poeta egli arrivava a Parigi nel novembre del 1857 a diciotto anni, portando con sè nella misera valigia la maggior parte dei componimenti poi pubblicati sotto il titoloLes Amoureuses.
Un critico scrisse allora: « Alfredo de Musset, ha lasciato due penne a disposizione di chi poteva prenderle: la penna della prosa a quella dei versi. Ottavio Feuillet aveva già ereditato l'una; Alfonso Daudet si è impossessato dell'altra. »
Si vede bene che i critici fanno male a indossare la veste di profeti!
Teodoro de Banville ci ha lasciato il ritratto del giovane poeta. « Testa maravigliosamente incantevole; carnagione di un pallore caldo, color d'ambra; sopracciglia diritte e morbide; occhi fiammeggianti, vaghi, umidi in una e brucianti, pieni di fantasticherie, occhi che ci vedono poco, ma belli a vedersi; labbra voluttuose, pensose, quasi sanguinanti; barba fine, infantile; capellatura fitta, abbondante bruna; orecchio piccolo e delicato; insieme di virile rigoglio e di grazia femminile. »
I salotti e le signore avevano fatto la fortuna delleAmoureuses; IlFigarodoveva rivelare lo scrittore di novelline. Parecchie di esse erano appena una transizione dai raccontini in versi e dialogati, comeLe roman du Chaperon Rouge,les Rossignols des cimetières,l'Amour trompette. Brevi come questi, poetici nella sostanzae nella forma, quantunque non vi fosse adoprato più il verso, essi hanno preso posto nelleLettres de mon moulin, neiContes du lundi, nelleLettres à un absent. Sono fantasie, ricordi, note di impressioni fugaci, che, dopo i disastri francesi del '70, assumono talvolta un'elevazione tragica, un'espressione di sdegno non potuto reprimere. RammentoL'ultima classe,La partita di bigliardo. Quel povero maestro Hamel che col cuore infranto, dà l'ultima lezione in francese ai suoi scolari alsaziani, perchè il governo prussiano ha ordinato che da allora in avanti si dovrà studiare soltanto il tedesco nelle scuole; e che alla fine della lezione, preso un gessetto, scrive a grosse lettere su la lavagna:Viva la Francia!e barcollante, con le lagrime agli occhi, dice soltanto col gesto agli scolari sbalorditi: — È finita! Andatevene! — quella figura di vecchio maestro di villaggio, che ancora porta l'antico tricorno, rimane indimenticabilmente impressa nella memoria, quantunque il racconto sia di quattro o cinque paginette.
E come fa fremere quel maresciallo che, acquartierato in un castello del tempo di Luigi XIII — mentre i suoi soldati intirizziscono fuori, coi piedi nel fango, morti di fame — giuoca al bigliardo con un capitano che perde appositamente per adulare il superiore da cui dipende il suo avanzamento! I prussiani, sopravvenuti, hanno già attaccato gli avamposti; la fucilataincalza, incalzano anche le bombe. Gli ufficiali francesi accorrono dal maresciallo, chiedendo ordini; ma egli non smette di giuocare, ingessa tranquillamente la stecca, tenta delle carambole. Che gli importa se fuori si combatte e si muore? Quando la sua partita finisce, i reggimenti francesi sono già sbaragliati, e attorno al castello si ode soltanto un rumore confuso di passi simili a quello di un armento che fugge!
In questi mirabili capolavori si trovano tutte le buone qualità dell'ingegno del Daudet, senza nessuno dei difetti che egli mostrerà quando dal quadretto di genere passerà a dipingere i grandi quadri della corrotta vita parigina.
Da principio sembra che nei lavori di lunga lena egli facilmente si annoi, e cerchi volentieri l'occasione di distrarsi. E le narrazioni complicate assumono quindi fra le sue mani un'aria di cosa scucita, frammentaria. Si capisce da un capitolo all'altro, la disposizione del suo spirito. Mentre è ingolfato a raccontare il crudo dramma di casa Risler, e già trova accenti di vigore e di forza nel descrivere e gli adulteri amori di Sidonia con Giorgio Fromont, socio di suo marito, e tutti gli infami intrighi di essa che conducono l'onesto e buon Risler al suicidio, egli si sente a disagio tra quei personaggi. Ah, che sforzi in questa continua tensione di spirito! E, appena può, scappa via, in casadell'illustre Dolabelle che lo diverte con la sua vanità di comico di provincia smarrito per le vie di Parigi, con le sue pose, col suo accento teatrale, con quell'aria di sacrificato in contrasto con la sua pinguedine e con la lucentezza della sua pelle! E come lo accarezza, come gli sta attorno, come se lo gode lui, prima di presentarlo ai lettori! Ogni suo gesto, ogni suo atto è stato mimato da lui, ogni sua parola gli è venuta su le labbra con lo stesso falso accento di lui; egli è stato Dolabelle, immaginando e scrivendo. E quando gli fa scappar di bocca una di quelle frasi incredibili che sono stupende trovate di artista, la gioia e la soddisfazione dello scrittore traspariscono tra le righe, invadono anche il lettore, che si vede davanti agli occhi, vivo e parlante, il personaggio. Come, per esempio, quando l'illustre Dolabelle conduce dietro il convoglio funebre di sua figlia Desiderata tutti i comici dei teatrucoli di Parigi, e invanito per la solennità della cerimonia, additando le due carrozze che seguono il corteo, esclama serio e impettito:
— Due vetture padronali!
Così farà il Daudet più tardi nelNabab, con la famigliaJoyeuse. E gli parrà quasi di ritrovare un riscontro all'illustre Dolabelle in persona del signor Joyeuse che, perduto l'impiego, per non addolorare le figliuole, nasconde ad esse per tre lunghi mesi la suadisgrazia; e tutte le mattine finge di andare, come era solito, al suo ufficio, e passa la giornata errando qua e là per Parigi, fantasticando le storielle che dovrà poi raccontare alle figlie a fine di far durare il loro inganno.
Così praticherà, più tardi ancora, inNuma Roumestan.
Ma, a proposito di questo romanzo, bisogna aprire una parentesi.
Fra il gran tumulto della vita parigina, Alfonso Daudet ha continuamente la nostalgia del suo mezzogiorno. La nebbia che là infosca il cielo, il fango che imbratta scarpe e calzoni, gli fanno sospirare il profondo azzurro del cielo provenzale e quello più costantemente limpido di Algeri, dove, anni prima, avea dovuto ricercare ristoro alla sua malferma salute. Da questa doppia nostalgia era già scaturitoTartarin da Tarascon, armato di tutto punto per le sue caccie di leoni!
Tartarin sognava caccie di orsi, di leoni, di elefanti, centellinando bicchierini di rhum in quel suo salotto parato di armi d'ogni sorta e di ogni tempo. E dire che, da buon provenzale, avrebbe dovuto fantasticare soltanto bei colpi aiberretti, quei bei colpi con cui i suoi amici si solevano compensare, nelle partite di caccia, della selvaggina che non trovavano!
Ma di mano in mano che la fantasia di Tartarin si eccitava e divampava, si eccitava maggiormente e prendeva fuoco la fantasia del suo creatore. E questa voltaera proprio vero che il Dio foggiava la sua creatura a immagine e similitudine sua! Se non che, il Dio si divertiva dell'opera che andava facendo e della caricatura di sè stesso che ne scaturiva fuori. Il provenzale che, credendo di ammazzare un leone, stendeva morto dietro una siepe un povero somaro, non era diverso dal provenzale che si compiaceva di fargli fare quella e altre ridicole prodezze. Tutti e due mentivano, esageravano, prendevano diletto della propria esagerazione e della propria menzogna scaturite dal fondo di un organismo infiammato dal sole della loro cara Provenza. Rare volte una creazione artistica era riuscita così intimamente improntata del carattere dell'autore e della razza.
Coloro che hanno avuto la fortuna di gustare la conversazione famigliare di Alfonso Daudet dicono che par di riudirne la voce durante la lettura dei suoi libri. Quello stile spezzato, di scorcio scintillante di immagini, riboccante di esclamazioni, di apostrofi, di tutte le figure che la rettorica ha enumerate e che là vengono al lor posto spontaneamente, come ribollimento anzi spuma del pensiero concitato, è precisamente la sua parola ordinaria un po' infrenata, epurata, quasi inconsapevolmente adattata dall'arte. Sarà, forse (diciamolo per compiacere gli stilisti) stile disuguale, scorretto; ma ha il fuoco della vita, il fremito del movimento, la commozione, il pittoresco, l'imprevisto, comesecoli avanti l'aveva avuto, in Italia, quello di Benvenuto Cellini, che non si curava anche lui della grammatica dei pedanti e dettava, tra un cesello e l'altro, la meravigliosa narrazione sventuratamente rimasta caso isolato nella nostra letteratura.
E il Tartarin che scrive come ride delle famose gesta del Tartarin eroe che gli balza vivo da ogni pagina, gesticolante, ebbro delle sue stesse madornali fandonie, dalle quali egli si lascia illudere con pienissima buona fede, quasi quanto gli altri a cui le sballa!
Numa Roumestanè un Tartarin più elevato, ma artisticamente meno sincero. Anche questa volta la nostalgia della Provenza ha invaso il cervello del Daudet; ma questa volta risultaTartarinproprio lui che racconta.
Ha avuto un colpo di sole; ha visto il Gambetta nel colmo della sua potenza e n'è rimasto abbagliato. Infatti, nei primi capitoli del romanzo il lettore non può far a meno di pensare al Gambetta; i nomi cambiati non riescono a ingannarlo. Aps è Aix; Numa Roumestan è il gran latino che ha conquistato nuovamente la Gallia. « Quella festa del concorso nazionale nell'arena d'Aps (mi sia permesso ripetermi) sotto il sole cocente, con quella folla in ammirazione davanti al grand'uomo di provincia, Numa Roumestan, che distribuisce a destra e a manca saluti alla buona, strette calorose di mano, incoraggiamenti e promesse d'ognisorta mentre le bande strepitano e i contadini si slanciano a ballare lafarandoleal suono del piffero e del tamburo del Valmajour, primo tamburinaio della Provenza; quella festa ci richiama alla mente altre riunioni della stessa natura, delle quali abbiamo letto le descrizioni nei giornali, quando il latino dalle larghe spalle e dalla parola possente andava attorno per convertire le turbe al suo vangelo opportunista. Poi si torna indietro, assistiamo ai primi passi del grand'uomo nella carriera politica. Quella testona dalla nera capigliatura che glimangiametà della fronte, quella faccia col sangue a fior di pelle, coi begli occhi dorati, di ranocchio, quel giovane studente, insomma, che passa le serate al caffè Malmus, nel quartiere latino, discutendo in dialetto coi focosi compaesani, e poi quel processo di stampa delFuretche rivela, più che agli altri, a se stesso, un oratore di prima forza nel giovane avvocato senza cause, ci ricordano anch'essi il latino dalle larghe spalle e dalla parola possente, che sotto il secondo impero frequentava, ancora studente, il caffè Procopio, esercitandosi con colpi di pugni sui tavolini nella grand'arte della discussione, e che dopo, nel 1868, già laureato e uscito dallo studio del Cremieux, nel processo Baudin lanciava, invece della difesa del cliente Delescluze, un terribile atto di accusa contro l'impero in via di sfasciarsi.
L'autore però, che non avea preso sul serio Tartarin,che lo aveva accompagnato con un benevolo sorriso di compatimento e con risate quasi di ammirazione dalla sua partenza per Algeri fino al trionfale ritorno in Tarascona assieme col famoso cammello che ha voluto seguirlo a ogni costo, commette lo sbaglio di accigliarsi, di sdegnarsi a ogni atto e a ogni parola di Numa Roumestan, e ha incaricato l'antipatica parigina, moglie di Roumestan, di far la parte di moralista. La razza! La razza! Ed egli incolpa il Roumestan delle cose più semplici e più innocue, quasi nessun parigino fosse mai capace di dire una sola di quelle piccole bugie, che sono, più che altro, espressioni di convenienze sociali!
Così Numa fa la corte alla figlia di un Consigliere della Corte d'Appello; non l'ama, ma gli sembra conveniente sposarla. E siccome sa che la ragazza non può soffrire i meridionali da lei stimati grossolani, chiassosi, tenori da melodramma o negozianti di vino, il giovane provenzale s'ingegna d'ingraziarsela; le ripete, forse involontariamente — come nota l'autore — brani di discorsi politici da lui recitati al caffè, nelle conferenze, e l'abbaglia con gli sprazzi della sua fulgida eloquenza.
Delitto!
— Amate la pittura, signore? — ella gli domanda.
— Oh, signorina, se l'amo! — risponde Numa, quantunque sappia di non capirne niente.
Delitto!
Eppure questa poca scrupolosa esagerazione meridionale monta la testa anche al Daudet; non è compaesano di Tartarin per nulla.
— Flamme et vent du midi, vous êtes irresistibles! — egli esclama, entusiasmato.
Quasi non fosse stata bastante l'esagerazione di lui posta per epigrafe del libro:Pour la seconde fois, les Latins ont conquit la Gaule!»
Numa Roumestanha un valore per la storia dell'ingegno artistico di Alfonso Daudet: segna il punto di partenza della sua ultima evoluzione. Si era smarrito, per qualche tempo, dietro gli allettamenti del romanzo, diremo di circostanza, colNababeLes Rois en exile vi aveva profuso tesori di osservazioni e di descrizioni che daranno a questi lavori il pregio di documenti storici in avvenire; era fallito nella terza prova con L'Evangéliste. Ora, colNuma Roumestan, pur cedendo un'ultima volta alle lusinghe di un soggetto che lasciava trasparire qua e là personaggi viventi dietro le figure dell'arte, sembrava si fosse, innanzi tutto, occupato della forma, per rispondere a coloro che lo accusavano di servirsi di uno stile troppo impennacchiato, troppo straluccicante; a coloro che gli rimproveravano la mancanza di proporzione negli episodi, l'eccesso evidente nella ricerca dei contrasti. E a forza di sorvegliarsi, d'infrenarsi, egli, meridionale, compaesano di Tartarin, di quella razza provenzale che vive all'ariaaperta, inebbriata di sole, tutta sensi, tutta esteriorità, che parla come l'uccello canta, facendo della propria parola non un mezzo ma un fine; di quella razza che non ha misura, che ha l'esagerazione nel midollo delle ossa, nei nervi, nel sangue; egli, Daudet, riusciva grigio, monotono, per aver voluto architettare il suo lavoro con regolarissime proporzioni di parti, senza divagazioni, senza contrasti.
Ci fu allora chi, studiando questo strano fenomeno, si domandò: Che vuol dire?
E rispose: « Secondo me, vuol dire che questo libro è laforma transitoriadell'evoluzione artistica del Daudet. Qui comincia a mancare l'accento personale, la commozione intensa dello scrittore, e i personaggi, se non si disegnano netti e spiccati, tentano di vivere da per loro. Guardando all'ingegno di Daudet, non è ardito presagire che nel suo prossimo romanzo potremo salutare la sua evoluzione artistica già bella e compiuta ».
Chi scrisse queste parole ebbe un senso di gran soddisfazione quandoSaphovenne fuori a confermare mirabilmente il presagio.
***
Saphofu una sorpresa per molti lettori del Daudet. Dietro quelle creature, appassionate, tormentate, buone,cattive, stravaganti, perverse, che annodano un dramma di spaventevole semplicità, non s'intravedevano figure note, personaggi in vista.
I critici si sentivano anch'essi fuorviati, quasi ingannati. Come era stato bello tormentare un po' l'autore, rimproverandogli di servirsi della cronaca, dell'aneddoto contemporaneo, per dare ai suoi libri un piccante che altrimenti non avrebbero avuto!
Com'era stato comodo fargli scontare la gloria letteraria attaccando l'uomo, accusandolo di ingratitudine verso il conte de Morny, ilMoradelNabab; di calunnia contro Francesco Bravay, ilNababin persona; di esagerazione contro il Thérion, l'Eliseo Méraut deiRois en exil; di sconvenienza versoSarah Bernhardt sospettata di essere l'originale dellaFélicia Ruys; di non so quale altra colpa contro il senatore Numa Baragon che si diceva avergli servito pelNuma Roumestan!
E ora, conSapho, niente di tutto questo! Appena qualche sospetto intorno al vecchio ingegnere galante Déchelette.
E quasi quasi se la prendevano con quei personaggi che vivevano indipendenti, come nella vita reale, senza essere neppur dalla lontana il riflesso di altre persone della società contemporanea; che amavano, che tradivano, che si lasciarono illudere, che commettevano pazzie, e che, pur non somigliando particolarmente a nessuno, erano come lo specchio di tutti, perchènon rappresentavano più un caso eccezionale, patologico ma la natura umana schietta, con le idealità, le miserie, le falsità della passione e del vizio che rendono bella e triste la vita, la giovinezza specialmente!
Eppure l'artista aveva adoperato con Fanny Legrand,Sapho, col suo adorato Jean Gaussin, con l'ingegnere Deschalette e col marito di Fanny Legrand, l'identico processo adoperato nel dipingere i grandi quadri della vita parigina; cioè, aveva aguzzato gli occhi miopi attorno a sè, aveva osservato, preso appunti, rimuginato impressioni, fuso insieme due, tre, quattro personaggi della realtà per formarne uno solo, eliminando alcune particolarità, accumulandone altre, proprio come era riuscito a trarre Jansoulet dai pochi casi di Francesco Bravay, attribuendogli una bella morte che il personaggio reale, ridotto alla miseria, dovette spesso invidiargli; dandogli un'ingenua nobiltà di animo che il personaggio reale non possedeva così intera, mettendo nelle ultime parole del romanzo tutta la sua tenerezza di poeta:
« Le sue labbra si agitarono, gli occhi dilatati, rivolti verso Géry, ritrovarono prima di morire un'espressione dolorosa di implorazione e di ribellione, quasi per prenderlo in testimonio di una delle più grandi e più crudeli ingiustizie che Parigi abbia mai commesse ».
È vero che nello scandalo letterario s'infiltrava un po' la politica. I legittimisti non gli perdonavano di essersi acconciato tacitamente al secondo impero e poi alla repubblica; non gli perdonavano — a lui che aveva orgogliosamente detto al Morny: Io sono legittimista! sul punto di diventare uno dei suoi segretari di gabinetto — di essersi tenuto in disparte, di non essersi voltato un momento a guardare verso il castello di Frohsdorf, quando era parso che la restaurazione della monarchia stava lì lì per avverarsi. Fingevano di aver dimenticato le roventi parole del Daudet nelle ultime pagine delRobert Helmont:
« O politica, io ti odio! Ti odio perchè sei grossolana, ingiusta, strillona e chiacchierona; perchè sei nemica dell'arte e del lavoro; perchè tu servi di etichetta a tutte le sciocchezze, a tutte le ambizioni, a tutte le poltronerie. Cieca e appassionata, tu dividi cuori fatti per stare uniti; tu leghi, al contrario, esseri assolutamente dissimili. Tu sei il gran dissolvente delle coscienze, tu dài l'abitudine della menzogna, del sotterfugio: in grazia tua, vediamo brave persone diventar amici di birbanti purchè siano dello stesso partito. Ti odio sopratutto, o politica, perchè sei fin arrivata ad uccidere nei nostri cuori il sentimento, l'idea della patria! »
Ma la più bella risposta dell'artista era il suo capolavoro,Sapho. La curiosità, l'indagine storica farannocertamente ricercare nel lontano avvenire le smaglianti pagine delNabab, delNuma Roumestan, deiRois en exile forse anche dell'Evangéliste; ma tutti i cuori tormentati dall'amore, ma tutti gli illusi dal falso miraggio della passione torneranno a rileggere le pagine diSapho, dove ritroveranno non l'incidente d'un momento, l'aneddoto d'una breve fase storica, ma l'eterno spettacolo dell'umana debolezza, narrato serenamente, delicatamente e senza che la delicatezza noccia all'efficacia e alla forza.
***
Io non ho neppur fatto cenno diPetit Chosee diJackche son rimasti oscurati dai loro fratelli venuti dopo. Non dirò niente dell'opera teatrale del Daudet, che non ha importanza di sorta, quantunque egli abbia tentato di usare pel teatro tutte le sue belle qualità di scrittore.
Che cosa è stato apportato dal Daudet nella forma del romanzo?
Egli sopravveniva in pieno naturalismo, per esprimermi con la formula di uso, dopo il Flaubert, dopo i De Goncourt, dopo lo Zola. Alla impassibilità troppo ostentata del primo, alle preoccupazioni stilistiche e di colorito dei secondi, all'epica e un po' romantica ispirazione del terzo, unita a un problematico rigore scientifico, egli ha recato in contributo una bella facoltà dicommozione, una giocondità alata di poeta, la sincerità alquanto chiassosa di una brava persona indulgente.
Ha mostrato che si poteva tentar di fare lavoro di artista senza nè troppo nascondere nè mostrar troppo che, infine, l'opera d'arte è la natura passata attraverso l'organismo dello scrittore e da esso un po' modificata, se non del tutto alterata; che le preoccupazioni stilistiche non debbono soverchiare nell'opera d'arte quel che ne costituisce la parte essenziale, cioè, la creazione del personaggio vivente; che la rigorosa osservazione non deve implicare l'intromissione di argomenti scientifici da produrre, con la tesi, una deformazione dell'opera d'arte; ha mostrato che si poteva tentare tutto questo, e il suo tentativo non è stato vano.
Fino a che punto sia riuscito, quali influenze abbia egli esercitato nell'arte narrativa contemporanea e se egli abbia lasciato germi che potranno germogliare a tempo opportuno può, forse, risultare dal frettoloso schizzo che ho fatto.
E poichè intendo finire questo studio parlando dell'uomo, dirò qualcosa dell'Immortelche sembra una stonatura nella sua carriera di scrittore.
L'artista, in un cattivo momento — chi non ne ha nella vita? — aveva ceduto a un impeto di sdegno, che egli, con la focosa natura meridionale, si era compiaciuto subito di ingrossare. Aveva fatto — sembra — come il proverbiale compare della mula di cuiparla un aneddoto siciliano. Costui andando a chiedere in prestito una mula da un suo compare, riflette per via che questi troverà mille scuse per non fargli quel favore. Supposizione, sospetto; egli però fantastica tanto intorno a questa idea, che finisce con scambiarla per un fatto già avvenuto. E tiene broncio al compare; se lo incontra per via, finge di non riconoscerlo o non risponde al saluto di lui. Fa peggio: con amici comuni dice male dell'ingrato compare che ha avuto il coraggio di negargli così piccolo favore. Non gliela avrebbe rovinata quella sua mula, caso mai! E più ci pensa su, e più s'imbroncia, e più si sdegna. Alfine il compare va a domandargli: — Compare mio, perchè? — Per la mula. Non avete voluto prestarmela. — Non l'avete chiesta. — È vero. Ma ho pensato che non me l'avreste prestata lo stesso....
Il Daudet rimase al broncio. Immaginando, forse, che l'Accademia non avrebbe voluto saperne di lui, scrisse l'Immortel. La satira passò il segno; la freccia rimase spuntata.
A furia di caricare d'obbrobrio l'accademico Astier-Réhu, l'artista spinge il lettore a scuotersi dallo sbalordimento che gli danno tante nefandezze e tante imbecillità, lo forza a riflettere; e allora tutto il romanzo gli crolla davanti come un edificio di carte da giuoco, non ostante la magìa di molti particolari, non ostante che lo stile si sia avvantaggiato dell'eccitazione dell'autoreper riuscire più vibrato, più denso, elettrico quasi.
E forse l'Immortelnon era opera di malignità, nè di invidia, nè di altro sentimento cattivo, ma una semplice birichineria, simile a quelle che Ernesto Daudet ha raccontate nel volumeMon frère et moi, quando Alfonso studiava assieme con lui nel liceo di Lione. Me lo fa supporre la risposta da lui data a un compaesano che gli parlava dell'indignazione suscitata fra gli accademici dall'Immortel:
— Eh? Un bel sasso nel pantano dei ranocchi! Gracideranno più di un mese!
Lo divertiva l'idea di quel gracidìo di accademici.
Se non si accetta questa spiegazione, l'Immortelrimane un atto inesplicabile nella vita del Daudet, una aberrazione enorme.
Ma ora egli riposa nella pace della tomba e non gli importa più niente di tutte le accademie di questo mondo, compresa anche quella del suo amico De Goncourt.
Artista, ha avuto, vivente, tutta la gloria possibile.
Uomo, ha avuto nella famiglia tutta la possibile felicità. La sua buona sorte non solamente lo aveva preservato dalla sciagura di uno di quegli amori che gli hanno fatto scrivere, come ammonimento ai suoi figli,Sapho; ma gli aveva regalato, nel fiore della giovinezza,una compagna, un'anima di artista fina e seducente quanto lui.
Egli ha ringraziato con eloquenti parole colei che è stata fino all'ultimo la sua regolatrice del lavoro, la discreta consigliera delle sue ispirazioni, la serena stella della sua casa:
« Ella è così artista! Ha preso tanta parte in tutto quel che ho scritto! Non c'è una sola delle mie pagine, ch'ella non abbia riveduta, ritoccata, e dove ella non abbia sparso un po' della sua bella polvere azzurra e dorata. E così modesta, così semplice, così poca donna di lettere! Io avevo espresso, un giorno, tutto questo e la testimonianza della sua tenera ed instancabile collaborazione in una dedica delNabab, che mia moglie non ha voluto permettermi di pubblicare e che ho conservato soltanto in una dozzina di esemplari regalati ad amici. »
Ella, alla sua volta, ha svelato con grazia squisita il segreto della loro collaborazione:
« La nostra collaborazione? Un ventaglio giapponese: da un lato, campagna, personaggi, cielo; dall'altro, ramoscelli, petali di fiori, lievi accenni di fronde, quel po' di colore, quel po' di doratura che rimane all'ultimo nel pennello di un pittore. E questo lavoro minuto lo faccio io, badando che le mie cicogne volanti non guastino il paesaggio invernale, o, la mia vegetazione,sul fondo bruno dei lembi, il paesaggio primaverile che è dipinto dall'altra parte ».
E intanto tutto è finito! Questa mirabile armonia di due cuori e di due menti è rotta per sempre!
La folla che settimane fa si accalcava per le vie di Parigi facendo, riverente e commossa, ala al passaggio del feretro di Alfonso Daudet, oggi irrompe furibonda per le stesse vie, insultando chi si è generosamente costituito cavaliere della giustizia e della libertà, Emilio Zola. Se qualche eco dell'indegna gazzarra arrivasse laggiù, o lassù, fino a lui, Alfonso Daudet avrebbe ragione di ripetere:
—O politique, je te haïs!
Qualcuno ha detto: — Davanti a una bell'opera d'arte io ammiro come un bruto. — Probabilmente questo è il miglior modo di ammirare. Sentirsi compenetrare dall'intimo senso della bellezza, da non aver tempo di ragionare o di sofisticare, è anche la più alta prova del valore di un'opera d'arte. Ma è difficile mantenere immacolata questa specie d'innocenza battesimale del senso estetico. Lo spirito umano ha bisogno di variare le sue impressioni; così alla sua ammirazione da bruto segue sempre l'ammirazione che ragiona o che pretende ragionare. C'è qualcosa del fanciullo in noi, che permane non ostante l'età; a un certo punto, vogliamo tutti vedere com'è fatto quel giocattolo che ha servito a divertirci, e spesso, per soddisfare questa curiosità, distruggiamo il giocattolo, l'opera d'arte, proprio come fanno i fanciulli.
Veramente il paragone non è esatto: l'opera d'arte rimane quella che è; il disastro avviene nelle nostreimpressioni. Gli antichi su questo particolare erano, o sembrano, più fortunati di noi. Non ricercavano col lumicino quali relazioni avesse l'opera d'arte col carattere, con l'organismo, con l'atavismo dell'autore, o almeno non si accanivano in questa ricerca come facciamo noi e non ne traevano le conseguenze che ne tiriamo noi. Se ci fossero pervenute tutte le scolie dei grammatici, possederemmo forse oggi indiscrezioni, notizie, favole, intorno agli antichi autori, da farci vedere che il pettegolezzo dei critici non è poi cosa tutta moderna. I pochi documenti che ci rimangono autorizzano questa supposizione. Così, per esempio, sappiamo che Orazio aveva gli occhi cisposi; che lo stomaco di Virgilio digeriva difficilmente; che Sofocle si era così senilmente affezionato al figlio naturale avuto da una donna di Sicione, da provocare un processo in famiglia; ma gli occhi cisposi di Orazio, lo stomaco debole di Virgilio, la senile affezione di Sofocle non sono serviti, per quel che ne sappiamo, di cemento estetico-psicologico alle odi, alle epistole, alle egloghe alla Georgica, all'Eneide, nè all'Antigone o all'Epido a Colono.
Oggi no. Così dicendo non mi passa pel capo di voler discreditare gli studi psicologici o psicopatici che sono, con tutte le loro esagerazioni, gloria e onore della scienza moderna. Noto il fatto per discuterlo un po' a proposito di un libro che chiama alla sbarra dellagiustizia Volfango Goethe[6], e gli chiede conto, rispettosamente, coi riguardi dovuti a tanta grandezza, del processo creativo con cui sono state messe al mondo tutte le sue opere d'arte.
***
In Edoardo Rod è avvenuto il fenomeno a cui accennavo in principio. « Dieci anni fa, egli dice, ebbi l'occasione di fare nella Facoltà di lettere di Ginevra, un corso di lezioni intorno al Goethe. Come tutti coloro che si accostano al grand'uomo, ne sentii fortemente l'influenza. Le mie lezioni e alcuni articoli da me pubblicati in quel tempo furono l'espressione di un entusiasmo senza riserve di sorta alcuna. Un viaggio a Weimar, nuove letture e nuove riflessioni arrecarono a poco a poco sfumature e modificazioni nelle impressioni primitive. Il Goethe è, tra gli scrittori, quello che ha preso l'atteggiamento più schietto di faccia ai problemi della vita; è dunque naturale che il giudizio intorno a lui si vada trasformando con la esperienza dell'età. »
Egli ha riacquistato, in questa sua nuova condizione, quella libertà di spirito ch'era stata sopraffatta dalla violenza delle prime impressioni, ed ha avuto la buona idea di liberamente scrivere un libro liberamentepensato, senza fanatismo, nè acrimonia. Per questo il suo lavoro è riuscito interessantissimo, e sarà letto con profitto anche da coloro che dissentono dai principî che gli servono a sostenere la sua tesi.
Giacchè il libro ha una tesi; e forse a parecchi, arrivando all'ultima pagina, parrà o che l'autore non sia molto convinto della bontà di quella, o che la luce del gran sole goethiano sia riuscita ad abbagliarlo di nuovo. E questa ultima pagina sarà giusto trascriverla intera. Ma prima bisogna dire qual'è la tesi. L'opera d'arte del Goethe, o quella parte della sua opera dove la creazione artistica ha raggiunto il culmine della perfezione, è talmente legata alle vicissitudini della sua vita, e questa vita è stata, per forza di innato vigore e per forza di volontà, foggiata talmente da riuscire essa stessa una grand'opera d'arte, che diventa difficilissimo il giudicare l'opera letteraria, senza cedere alla tentazione di metterla in riscontro con le circostanze che l'hanno prodotta.
Se non che, in questo genere di critica con cui gli avvenimenti della vita dell'autore vengono usufruiti per rivelare le intime ragioni del processo artistico, si corre facilmente il pericolo di dare troppa importanza alla realtà materiale dei fatti e di diminuire il valore della realtà spirituale dell'opera d'arte dalla quale è stata trasformata, fino a renderla quasi irriconoscibile, l'altra che n'è la causa occasionale; o di nonscorgere la manchevolezza dell'opera d'arte, illusi dalla corrispondenza di essa coi fatti reali d'onde la creazione artistica è venuta fuori.
***
Il pericolo di cui parlo diventa maggiore quando un'idea di moralità s'infiltra nel giudizio intorno alla vita, e da questo passa inavvertitamente a influire su quello intorno all'opera d'arte.
Il libro del Rod mostra sin dai primi capitoli che la personalità del Goethe gli è un po' antipatica; ma fa scorgere anche che quel che più gli rende antipatico il Goethe è ilgoethismo, cioè l'adorazione incondizionata del modo con cui l'autore delFaustoadatta spregiudicatamente sè stesso alle circostanze della vita, e queste alla libera espansione e formazione di sè stesso. Ora ilgoethismoè una stupidaggine di cui il Goethe non può essere stimato responsabile.
Quel che gli si può attribuire è l'olimpismo, come il Rod lo chiama dopo tanti altri, cioè l'egoismo elevato a forza di coscienza, di riflessione, di raffinatezza fino a l'ennesima potenza; teorica ragionata e pratica, sapiente e speciosa, aggiunge il Rod, la quale però non lo differenzia da quella media umanità che fa dell'egoismo, senza elevatezza ma con contegno, la regola ordinaria delle sue azioni.
Qui mi sembra stia l'inganno. Quest'egoismo, che il Rod ben definisce: — indifferenza verso qualunque cosa che non sia il proprio sè; ferma risoluzione di voler ignorare gli sconvolgimenti che menano con loro gli avvenimenti quotidiani della vita; cura continua di allontanare dallo spirito qualunque impressione penosa, dal cuore qualunque sentimento che potrebbe agitarlo; e decisa volontà di tirare innanzi per la sua strada senza darsi pensiero del danno che si arreca agli altri — quest'egoismo comune, volgare, non dà frutti; è sterile quand'anche non riesce nocivo. Qualunque mascalzone può esserne capace; e se non provoca la nostra indignazione, non attira affatto l'ammirazione, pure quando, talvolta, ci trova quasi indulgenti.
All'olimpismodel Goethe, invece, l'umanità intera deve qualcosa. Esso non è servito unicamente a lui, ma a tutti; per questo l'umanità sente il dovere non soltanto di essere indulgente ma di ammirare. Se c'è degli imbecilli che si assumono il diritto di volerlo imitare, il torto è tutto di costoro. Sono occorsi secoli di civiltà, circostanze straordinariamente aggruppate per produrre il fenomeno spirituale che ha nome Volfango Goethe; e queste circostanze non si ripeteranno più. È puerile, è sciocco, ostinarsi a tentar di rifare artificialmente un prodotto simile, cioè un organismo e uno spirito talmente equilibrati, in così felicecorrispondenza tra loro, da dar vita a capolavori che faranno eternamente parte del patrimonio intellettuale dell'umanità, e che danno e daranno ancora per un pezzo mirabile impulso alla nostra vita interiore.
In non lontano avvenire, la posterità farà la sua scelta anche tra le opere del Goethe. Molte ne dimenticherà, per esempio, tutti i suoi lavori drammatici e qualche romanzo. E le belle pagine nelle quali il Rod analizza ilTorquato Tassoper giustificare le parole del suo autore:Esso è l'osso delle mie ossa, la carne della mia carne, basteranno a coloro che vorranno conoscere come certe forme d'arte possano riuscire incompatibili anche con un genio universale qual'era quello del Goethe.
Confessioni, documenti di ogni sorta, studî, interpretazioni, raffronti però non ci riveleranno mai il segreto con cui lo spirito del Goethe ha prodotto quell'organismo, o, se così si vuole, il segreto con cui quell'organismo ha prodotto quello spirito. Questa grande divina operazione rimarrà sempre un mistero per noi, come tutte le operazioni consimili della Natura. La necessità e la libertà hanno operato assieme; il Goethe non è, in questo, diverso da una magnifica quercia che s'impossessa, con le sue vaste radici, di tutti i più eletti succhi nutritivi del terreno dove è nata, a detrimento delle altre piante circostanti. Come noi domanderemmo invano alla Natura il segreto della vegetazionedi questa quercia gigantesca, così domanderemo invano il segreto della vita di quell'uomo gigante. Se i critici non se ne vogliono persuadere e non sanno rassegnarsi a tale ignoranza, vuol dire che non hanno spirito scientifico e filosofico. Se gli imitatori, i fanatici non sanno scegliere tra la piccola personalità originale, che ogni individuo possiede appunto perchè è individuo, e la copia della personalità altrui che li rende impotenti, sterili, mediocri, peggio per loro. Mi sembra troppa degnazione l'occuparsene. E poi, ilgoethismopasserà, com'è passato ilvolterianismo; resterà Volfango Goethe, o meglio resteranno i suoi capolavori, e anche il capolavoro della sua vita, non quello scritto, ma il vissuto, e che farà ripetere alle generazioni venture il motto di Napoleone: — Voi siete un uomo, signor Goethe!
Ed è, infine, la conchiusione anche del libro del Rod. Libro che ha pagine veramente magistrali di analisi arguta e pacata, e che risponde allo scopo per cui è stato scritto, quello cioè di spingere gli intelletti indipendenti a studiare le opere del Goethe senza preconcetti, di gustarle senza esserne sopraffatti, di ammirarle senza dare in stravaganze.
« All'ultimo, egli conchiude dopo tanta analisi, si è sempre costretti a salutare in lui un uomo che si è sviluppato secondo la sua propria legge, realizzando giorno per giorno le sue più intime virtualità, col pienosviluppo di quei germi nascosti che muoiono spesso infecondi nei recessi delle anime ordinarie. E questa legge, dalla obbedienza alla quale proviene la di lui forza, può essere espressa in termini altrettanto chiari quanto l'idea fondamentale del suo capolavoro che anch'esso ne dipende: Avendo amato l'azione, egli ha conformato tutta la sua vita e adattato il suo intelletto a questo principio dominatore. Qui consiste la sua grandezza, e forse tutt'intera. Che cosa sia stata la sua incessante attività a traverso i molteplici scopi, sarà dannoso per la gloria di lui ricercarlo molto da vicino. Così, si può benissimo parlare a lungo intorno a lui, raccontarne la vita, discuterlo, smarrirsi nelle tenebre della sua cronologia o del suo pensiero senza mai poter giungere una di quelle sentenze che dannano o santificano. Le stupende parole del coro degli angeli che riassumono il suo capolavoro, riassumono egualmente, in ultima analisi, l'insieme delle riflessioni che egli ispira. E arrivando al termine di questo lungo studio, non possiamo far altro che ripetere con lui arrivato al termine del suo poema:
« Colui che si sforza a un'aspirazione costante, colui può essere salvato. »
C'è un'ode tra le poesie del Goethe che dà un'immagine schiettissima della mirabile operazione che egli metteva in atto per trasformare la realtà delle circostanze in una realtà spirituale superiore. Ricordate ilmito di Ganimede rapito da Giove? Niente di più materiale. Ora leggete:
« Come tu m'inondi dei tuoi ardori, o amata primavera, nello splendore del mattino! Ineffabili voluttà si destano nel mio cuore, invaso dal sacro sentimento della tua eterna bellezza, o Infinito!
« Oh potessi io stringerti tra queste braccia!
« Oh, io poso sul tuo seno e languisco, e le tue erbe e i tuoi fiori premono il mio cuore. Tu estingui l'ardente sete che mi divora, dolce brezza del mattino! Tu mi porti il canto dell'innamorato usignuolo, che m'invita dal nebbioso fondo della vallata. Eccomi! Eccomi! Dove io vo? Dove?
« Lassù, lassù io aspiro! Le nuvole nuotano, discendono, si abbassano verso l'ansioso amore.
« Venite, venite! Accoglietemi nel vostro seno, abbracciante abbracciato! Lassù! Padre dell'universale amore! »
Tutta la vita e tutta l'opera d'arte di Volfango Goethe son simbolizzate in quest'ode.