(G. Pipitone-Federico,Giovanni Meli. I tempi, la vita, le opere. Palermo, Sandron 1898.)
Le quattrocentoventiquattro pagine di questo volume potrebbero essere ridotte quasi a metà, levando via le lunghe citazioni, qualche volta ripetute in diversi capitoli, di brani di componimenti del poeta siciliano. Ma per coloro che conoscono poco o niente del Meli e che non possono facilmente procurarsene le opere, o non sentono grande curiosità di ricercarle sospettando insormontabili difficoltà nell'intenderne il dialetto, il libro del signor Pipitone-Federico riesce utilissimo.
Lo studio intorno ai tempi e alla vita del poeta è fatto ampiamente; quello intorno alle opere, un po' farraginoso e troppo polemico. All'ultimo, si ha, è vero, l'impressione di aver conosciuto un Meli molto diverso da quello, diciamo così, leggendario, e infinitamente più simpatico; ma l'apologia del poeta lascia perplessi. Il critico insiste più del convenevole su le qualità di pensatore, di filosofo, e per poco non dimentica che si tratta di un poeta, di un artista.
La fama del Meli varcò, lui vivente, i confini dell'isola, ed ora il suo nome va accompagnato nel continente a quelli del Belli e del Porta. Ma i più ne parlano per sentita dire. Gli stranieri forse lo conoscono assai meglio di molti italiani. Le traduzioni lo rendono più facilmente accostabile; ma le qualità di stile e di forma, che si alterano straordinariamente nel passaggio da una lingua all'altra, specie trattandosi di poesie dialettali, non daranno mai elementi sodi e sicuri per un equo giudizio.
Io, come siciliano, non posso essere sospetto se non sarò pienamente d'accordo col signor Pipitone-Federico nella grande ammirazione pel Meli. Anni fa, nelFanfulla della Domenica, osai dire che bisognerebbe tradurre il Meli in siciliano. La espressione è forse eccessiva, ma, anche dopo la lettura di questo volume, non esiterei di ripeterla. Parto da un concetto della poesia dialettale che mi sembra giusto tuttavia, nonostante quel che il signor Pipitone-Federico ha diffusamente scritto in difesa del Meli.
E il giudizio del Finzi, che il critico riporta e che io ignoravo, mi pare il più esatto che si sia dato intorno al poeta siciliano finora. Dirò subito la ragione. La poesia dialettale implica naturalmente l'idea della forma popolare. Il Porta e il Belli, due grandissimi poeti, lo hanno istintivamente capito e messo in atto. Il Meli, no. E quando dico forma, non intendo solamentela parola del dialetto, ma il modo di sentire e di concepire il soggetto. Il Porta e il Belli non hanno mai dato improntaletterariaalle cose loro; e questo costituisce il massimo loro pregio. Il Meli, invece, è raramente popolare, anche dove più la sua natura di poeta e l'argomento lo spingevano ad esser tale. Da ciò la meraviglia di coloro che accostandosi, timidamente, per la prima volta, alla lettura delle sue poesie, le trovano di più facile comprensione che non si erano immaginati.
Certamente il vocabolario del Meli è più vario e più ricco, se si confronta con quelli del Porta e del Belli; ma questo avviene perchè più di metà dei vocaboli che egli adopra sono siciliani fino ad un certo punto, o almeno non sono propriamente popolari; così le frasi, così il giro del periodo poetico.
A un siciliano di buon gusto, il Meli fa l'effetto di uno che traduca alla meglio per farsi intendere da coloro che capiscono soltanto il suo dialetto. L'affermazione pare enorme; un esempio la schiarirà. Ecco pochi versi, scelti a caso dall'Idilliu 1º:
Tacinu l'ocidduzzi 'ntra li rami;Sula la cucuccinta, ch'era stataLa prima a lu sbigghiarsi, ultima ancoraVa circannu risettu pri li chiani:Ed ora l'ali soi parpagghiannu,Si suspenni 'ntra l'aria; ora s'abbassa,Ripitennu la solita canzuna.
Tacinu l'ocidduzzi 'ntra li rami;Sula la cucuccinta, ch'era stataLa prima a lu sbigghiarsi, ultima ancoraVa circannu risettu pri li chiani:Ed ora l'ali soi parpagghiannu,Si suspenni 'ntra l'aria; ora s'abbassa,Ripitennu la solita canzuna.
Traduciamo:
Tacciono gli augelletti in mezzo ai rami;Sola l'allodoletta, ch'era stataA svegliarsi la prima, ultima ancoraVa cercando ricetto per le piane;Ed or con l'ali, a guisa di farfalla,Si sospende nell'aria, ora si abbassaRipetendo la solita canzone.
Tacciono gli augelletti in mezzo ai rami;Sola l'allodoletta, ch'era stataA svegliarsi la prima, ultima ancoraVa cercando ricetto per le piane;Ed or con l'ali, a guisa di farfalla,Si sospende nell'aria, ora si abbassaRipetendo la solita canzone.
Questa traduzione sembra l'originale. Si capisce sùbito che il poeta ha sforzato il dialetto, e che, scrivendo, aveva nell'orecchio un movimento ritmico disadatto alla natura di esso.
Si noti inoltre che ho scelto un passo dove il dissidio tra la forma e il concetto è meno apparente.
Ma questa discussione mi menerebbe troppo lontano e non potrebbe interessare tutti i lettori; mi basta averla accennata. Interesserà invece la figura del Meli quale risulta dalle pagine del signor Pipitone-Federico, che ha potuto usufruire di molti documenti recentemente pubblicati e ignorati fuori dell'isola.
Il titolo di abate che va inseparabile dal nome del Meli; molte sue poesie, piene di facile e amabilmente stoica filosofia, hanno dato origine alla creazione del personaggio fantastico d'un poeta gaudente, sensuale, adulatore, parassita. Si diceva: Il poeta ha adombrato sè stesso nellaCicalada lui cantata:
Cicaledda, tu t'assettiSupra un ramu la matina,Una pampina ti mettiA la testa pri curtina,E ddà passi la jurnataA cantari sfacinnata.
Cicaledda, tu t'assettiSupra un ramu la matina,Una pampina ti mettiA la testa pri curtina,E ddà passi la jurnataA cantari sfacinnata.
Povero abate Meli! Egli quasi prevedeva questo equivoco quando scriveva all'arcivescovo Lopez, suo amico e protettore: « L'abate Meli (abate però di sole spoglie, senza titolo, senza pensione) fu una cicala che assordì col suo canto molta estensione di paese ». E soggiungeva: « Il secolo ed il paese in cui nacque e visse, e la professione che esercitò, fecero sempre a calci con la di lui indole e temperamento (sic). Vide e gustò qualche volta il piacere, la pace, la consolazione, ma soltanto nei sogni che gli somministrarono i soggetti delle sue poesie. »
Nato in Palermo il 3 marzo 1740, da un orefice di scarsa fortuna, fu messo a studiare nelle scuole gesuitiche; e vi apprese il latino, passando sette anni attorno alla grammatica del Padre Emmanuele Alvarez, anni che egli rimpianse argutamente nel suo poemettoLa Fata galante. IReali di Francia, i drammi del Metastasio, l'Orlando furiosodell'Ariosto svegliavano la sua fantasia; e l'istinto poetico del giovinetto cominciò a rivelarsi in componimenti di imitazione.La Fata galante, scritta a diciotto anni, è già un gran passo; è la splendida aurora di un bellissimo giorno.
Intanto, tra un canto e l'altro di quel poemetto, tra un'ode e l'altra di fattura rollesca o vittorelliana, tra un capitolo bernesco e l'altro, egli studiava medicina. E appena era in caso di esercitarla — la laurea non esisteva ancora nell'Università di Palermo — le strettezzedella famiglia lo costringevano ad accettare il posto di medico comunale nel villaggio di Cinisi, a ventiquattro miglia dalla capitale. Qua egli era vissuto tra gli accademici dellaGalante conversazione, come s'intitolava una riunione di begli ingegni e di coltissime persone, e il suo nome accademico eraLu stravaganti: a Cinisi, si trovava faccia a faccia con la Natura, in mezzo a un paesaggio incantevole, tra uomini di vita semplice e laboriosa. Curava i suoi malati, si divertiva con la caccia al roccolo e con la pesca, e continuava alla meglio i suoi studi di medicina e di filosofia. La vita frugale gli permetteva di mandare quasi intero il suo magro stipendio alla famiglia. E traquelle collinette, tra quelle valli, tra quelle roccie rivestite di muschi e di edera, egli concepiva e scriveva laBuscolica, che rimarrà il suo maggior titolo di poeta.
Era andato in Cinisi innamorato; cinque anni dopo tornava a Palermo, chiamatovi dal suo professore di clinica che voleva affidargli la sua clientela durante la sua assenza per un viaggio all'estero. Il primo amore era sfumato; e il giovane dottore, con l'aureola di poeta e in fama di uomo di spirito e di persona gioviale, si vedeva festosamente accolto dall'alta società palermitana, specialmente dalle belle signore che si disputavano l'onore di aver dedicata e d'ispirare qualcuna delle sue odi. Il titolo di poeta noceva un po' all'esercizio della sua professione, non ostante cheil Meli avesse usata la precauzione di vestire l'abito talare, come allora facevano i medici per poter avere tra la loro clientela le suore dei monasteri. Pare che molte delle sue odi non siano state semplice esercizio poetico, reminiscenze o ispirazioni del vecchio Anacreonte. Una baronessa Martinez, bellissima e colta giovane signora, la non meno bella marchesa Regiovanni, una signora Mantegno, che aveva sul petto un graziosissimo neo, entrarono per qualche cosa nell'ispirazione delLu gigghiu,Lu pettu,Lu neu. Il Meli menava di fronte la scienza, la poesia e la galanteria: ed è curiosa una sua lettera amorosa che si conserva nella biblioteca comunale di Palermo:
« Non è più tempo di dar fede ai pregiudizii dell'infanzia ed alle fole dei poeti che vi dipingono Amore fiero, indomito, lascivo, crudele al par di un'arpia e d'una megera. Crediamo piuttosto alle veridiche voci della natura. Ella non è un nome vano e senza effetto; è un principio, un nome, una pura causa, una parte di Dio medesimo, che, occultata nel più recondito recesso del cuore umano, ispira, agita e si palesa sotto la mascherata (sic) di un istinto o sia di un sentimento vivo ed animato...... Or questo stesso principio che vi fa amar noi in noi, comanda di amar noi in altri. Per sovrumana metamorfosi di amore, chi ama vive nell'oggetto amato e questo in lui. Adunque dovendoamar voi in voi, dovrete amar voi in me, per diritto di natura, di gratitudine, di convenienza.
« Mi direte che in questo istante non sperimentate in voi le voci del sentimento così vive che vi spingano ad amare. Sia così; ma di grazia, cancellate quella stima pel cagnolino, discacciate il passerino, lasciate di apprezzare quelle gioie, quegli arredi, quelle galanterie, insomma rivocate quell'affetto disperso in mille oggetti e riunite le divise forze d'una potenza così nobile impiegata stoltamente in oggetti ignobili e materiali. Ed allora sentirete destar la natura ed esortarvi ad impiegare il ricco capitale dei vostri affetti in un cuore come il mio, nel quale chi ve ne impiega una parte, nel momento appresso ne avrà rese mille per quell'una. »
La galanteria non gli aveva impedito di scrivere leRiflessioni sul meccanismo della Natura, in rapporto alla conservazione e riparazione degli individuie il discorsoSulle attrazioni elettive adombrate nella mitologia degli antichi, lavori che dimostrano come sotto il poeta ci fosse il pensatore positivo, se non originale, certamente audace riguardo ai tempi e alla cultura del suo paese. LeRiflessioni sopra il meccanismo della Naturasuscitarono quasi uno scandalo, e l'autore ne fu intimidito e non scrisse gli altri due libri che dovevano compire il lavoro. Non si deve però attribuire al suo merito scientifico l'elezione a professore di chimicanell'Università di Palermo, che egli ottenne nel 1786; si volle, con essa, dare una rimunerazione al poeta. Il Meli in chimica era un mediocre teorico: uomo di ingegno e di buona volontà, aiutato dal suo operatore Stefano Chiarelli, potè per sedici anni contribuire a diffondere in Sicilia le teoriche del Lavoisier.
Intanto, alle sventure domestiche, si aggiungevano una lunga malattia e un furto che lo metteva sul lastrico. I ladri gli avevano svaligiato completamente la casa, portandogli via trecento ducati di laboriosi risparmi, biancheria, vestiti, arnesi. Senza l'aiuto dell'arcivescovo Lopez, il Meli sarebbe morto quasi di fame. E di questa disgrazia, scriveva poco dopo, scherzando all'arcivescovo lontano: « Intorno al rispondere, che sarebbe il maggior incomodo, mi rimetto al laconismo della prima lettera di Cicerone:Si vales, bene est, ego valeo, potendosi risparmiare iltua tueor; perchè io in questo mondo non ho nè beni, nè affari, nè pretensioni, onde alcuno potesse assumere per me la cura: nè io medesimo ho niente da sbrigare, o da custodire, giacchè i ladri, com'Ella sa, mi hanno di questa gran cura liberato. »
Il padre del Meli era morto pazzo; uno dei suoi fratelli si era rovinato per eccessivo scrupolo nei suoi doveri di procuratore; la sorella, che poi moriva matta anche lei, era invasata da tale ardore di carità da vendere mobili e biancheria per maritare e dotare le sueserve e le loro figliuole; un secondo fratello, monaco domenicano, processato dagli altri monaci come dilapidatore dei beni del convento, ricorreva al povero abate per farsi cavare da impicci che potevano disonorare la famiglia; e viveva alle spalle di lui, quantunque abitasse nel convento di Santa Cita. L'abate aveva in mano certe carte da cui risultava un credito di once quattrocento (più di tre mila lire) in favore del fratello morto e da cui egli aveva ereditato; ma un frate lo imbroglia, gli leva le carte di mano col pretesto di adoperarle per un accomodamento, e sparisce e non si fa più vedere..... Il poeta ha raccontato tutto questo in una specie di memorietta da lui scritta, non so a che proposito, in terza persona; e finisce malinconicamente:« Oggi che trovasi ridotto all'osso, altro non desidera che questo almeno possa portarlo intero sino alla tomba ».
Nel 1806, a un tedesco suo ammiratore, traduttore di parecchie sue poesie, e che gli chiedeva notizie per un cenno biografico, il Meli scriveva:
« Volete che io mi lusinghi coll'idea di qualche postuma considerazione? Vano e miserabil compenso! Non vale al certo la pena che io vada riandando nella memoria le miserie ed amarezze di mia vita, quelle che con tanto studio ho cercato di coprire e di palliare a me stesso ed agli altri con le poetiche illusioni e col trasportarmi alle antiche età del mondo, pertogliermi da questa almeno col pensiero e colla immaginazione..... Ho fatto poca fortuna nella professione della medicina, facoltà in cui non ci ho veduto mai chiaro ed a cui sono stato negato per natura, perchè nemico del ciarlatanismo, del corteggiamento, e dippiù per il peccato originale nel paese di essere appreso (sic) per poeta..... Conchiudo: leggete le mie poesie e divertitevi e scordatevi della mia vita, come me ne sono scordato io, o guardatela come me nel migliore aspetto: quello cioè di non aver nemici (salvo che non lo sia un fratello monaco, che non accosta mai da me) di non aver litigio, di non desiderare, di non invidiare nessuno, e di lusingarmi di essere amato dalle persone che mi conoscono ».
Il cav. Luigi Medici, che gli voleva bene e lo ammirava e lo aiutava, gli consigliò di chiedere al re l'abbazia di San Pancrazio allora vacante.
— Ma io non sono prete, non ho neppure gli ordini minori! — rispondeva il Meli.
— Si fa presto a prendere gli ordini minori — replicò l'amico. — Al resto penserò io.
Il poeta obbedì e poi scrisse, per supplica, un sonetto con la coda dignitoso e malinconico, che dà una gran tristezza. Ma appunto allora la Corte borbonica, caduto Napoleone, tornava a Napoli; la supplica si smarriva tra le carte burocratiche portate via. Venuta tardi a galla, era rimandata al governo di Siciliaper informazioni; e quando la nomina finalmente arrivava in Palermo, l'abate Meli era morto da parecchi giorni nella più squallida miseria, maledicendo il giorno in cui si era messo a fare il poeta: «Or che sono adulto, anzi vecchio, ne sto piangendo le conseguenze— scriveva al suo amico dottor Troysi. —Imperciocchè mi è d'uopo appoggiar le speranze della mia sussistenza nell'altrui patrocinio. — Maledictus homo qui confidit in hominem!»
A settantacinque anni posando in pieno inverno per un busto nello studio dello scultore Villareale, si era buscata una punta, e il 20 dicembre del 1815 cessava di vivere per peripneumonia biliosa.
L'uomo fa ammirare maggiormente il poeta. E che il Meli fosse davvero un gran poeta nessuno vorrà negarlo, non ostante il dissidio che c'è tra la forma dialettale e il concetto in quasi tutte le sue poesie. Il signor Pipitone-Federico non nega recisamente questo difetto, ma cerca di scusarlo e di spiegarlo là dove è più evidente. Senza dubbio, i tempi, le circostanze speciali della cultura siciliana hanno influito sull'ingegno del poeta. Nato nel continente, con la padronanza della forma del Parini, del Foscolo, del Monti, egli avrebbe raggiunto un'altezza e un'originalità che l'impaccio di dar forma letteraria al dialetto gli ha vietato di raggiungere. Studiare fino a qual punto gli abbia nociuto quest'impaccio e i tempi e le circostanze, studiarloanche dopo quel che con ampiezza ne ha detto l'autore di questo volume, sarebbe interessante: ma occorrerebbe più spazio che un giornale non può concedere; e per ciò me ne astengo.
(La città morta— Fratelli Treves editori. Milano, 1898.)
Poichè le rappresentazioni di essa in Italia sono ritardate, si dice, fino a giugno, tentiamo di darcene intanto una rappresentazione ideale.
Abbiamo il volume sotto gli occhi. L'immaginazione è assai più compiacente della realtà. Un'attrice, un attore hanno sempre qualcosa di più e qualcosa di meno nell'aspetto, nella voce, nel gesto con cui dovrebbero far vivere sul palcoscenico un personaggio. Particolari che sembrano insignificanti attenuano grandemente il godimento estetico in teatro, quando non gli nuocciono a dirittura. Tentiamo dunque di darci della tragedia dannunziana una rappresentazione ideale, cioè conforme all'idea voluta attuare dal poeta.
Fino a pochi mesi fa dovevamo contentarci di conoscere le intenzioni di lui per mezzo delle interviste dei suoi ammiratori ed amici. Intorno alle intenzioni di chi si accinge a fare un'opera d'arte è imprudente discutere.Bisogna dire soltanto: — Va bene; mettetele in atto; ne ragioneremo poi.
Non già che non si possano talvolta discutere le intenzioni, quando, per esempio, sono evidentemente assurde. Ma siccome dal detto al fatto, secondo il proverbio, corre gran tratto, così mi par meglio rassegnarsi ad attendere. Le intenzioni, lungo il cammino, inciampano in difficoltà di esecuzione che ne modificano le crudezze, ne infrenano gli eccessi. Quel che di raramente buono c'è in esse, si trasfonde intero nell'opera d'arte; il po' di strambo, di cattivo che non vien potuto eliminare non risulta poi tale da danneggiarla fortemente.
Infondere nell'anemico organismo della drammatica moderna tutta la maestà, tutta l'idealità ieratica della tragedia greca, fino a sconvolgere i mezzi materiali di cui si serve il teatro attuale, e le abitudini del pubblico a un certo modo di rappresentazione; far sorgere in Albano, in vista del lago, fra gli ulivi, un teatro di foggia antica dove i capolavori della musa tragica greca e i capolavori della musa tragica contemporanea, o, più modestamente, i lavori, i tentativi di essa si alternerebbero davanti a un pubblico capace di intenderne le bellezze e di apprezzarne le arditezze, non erano, secondo me, intenzioni così strane, così assolutamente impossibili da permettere di condannarle anticipatamente.
Le riproduzioni dei drammi di Eschilo e di Sofocle, avrebbero potuto riuscire cosa assai diversa dalle recitazioni scolastiche fatte ogni anno dagli studenti inglesi e tedeschi al cospetto di professori e di dotti, pei quali non hanno misteri le più riposte meraviglie del testo originale. Un pubblico speciale avrebbe potuto, per qualche ora, darsi il gusto di rivivere un'altra vita intellettuale, e ottenere direttamente quelle grandiose impressioni che formarono la delizia del popolo più artistico che mai sia stato al mondo.
In quanto ai lavori nuovi, imitazioni, derivazioni dagli antichi esemplari, perchè diffidarne prima di averli sott'occhio? Ferve negli scrittori e nel pubblico l'ansiosa ricerca di qualcosa di meglio, di più elevato, di più raro che non somministrino le commedie e lepochadesda le quali sono a stento alimentate le fiacche rappresentazioni dei nostri teatri. Parecchi tentativi hanno avuto la fortuna di vincere gli ostacoli di un'educazione estetica molto scarsa, e quelli, anche più ardui, delle vecchie abitudini. Buon numero di convenzioni teatrali, che già s'imponevano come dommi, sono state eliminate; concetti che sembravano repugnanti alla forma drammatica sono apparsi sul palco scenico, dando vita a personaggi, a caratteri, a passioni, a catastrofi che hanno allargato i confini, dentro cui si era aggirata finora questa forma d'arte.
Perchè altri tentativi non avrebbero potuto farsi, cavandofuori nuove conseguenze da vecchie promesse, facendo germogliare semi rimasti addormentati, operando innesti fecondi, procurando anche ibridismi che trasporterebbero nel dominio dell'arte scenica i miracoli ottenuti dalla istancabile pazienza dei floricultori?
— Anche ilsimbolismo?
Apriori, io non oso dire di no. Tutto sta nel modo e nella misura.
Per parecchi secoli, l'arte drammatica si è servita deltipo: poi, per logica evoluzione, ha messo fuori l'individuo: prima, per esempio, con caratteristiche generali, l'avaro, ilgeloso; poi, un talgeloso, un talavaro, Otello, il notaio Guerin. Presentare ora personaggi, caratteri, situazioni che, sorpassando il significato individuale, aprirebbero alla intelligenza e alla fantasia degli spettatori orizzonti più larghi, e darebbero anche sensazioni più profonde, più complicate di quelle che sogliono scaturire da individui, da caratteri, da passioni, da situazioni determinate, perchè mai, dico, dovrebbe sembrare aprioriimpossibile?
Questo però presuppone che un artista, intraprendendo un'opera d'arte, conosca innanzi tutto la intima essenza di quella forma e i limiti ad essa imposti dalla sua natura; presuppone che egli sappia che l'essenza d'una forma d'arte è superiore a qualunque potenza d'ingegno, e che neppure il genio sconvolge o inverte le funzioni vitali di essa, anzi le sente e le incarnapiù compiutamente di ogni altro; così compiutamente talvolta, da esaurire tutte le possibilità d'una forma e chiuderne il ciclo di evoluzione.
La tragedia con personaggi moderni non è precisamente una novità. Invece di tragedia è stata chiamata dramma. Non è una novità il tentativo di trasportare in un soggetto moderno il Fato degli antichi greci. Zaccaria Werner l'ha fatto nel 1810, col suoVentiquattro febbraio, di cui ci ha dato, se non sbaglio, la traduzione e uno studio critico il Mazzini. Questo non significa che non si possa ritentare con altro modo, con altra misura. DelFatodei greci non abbiamo idee esatte; filosofi ed eruditi non sono punto di accordo intorno al vero significato di questa concezione religiosa. Pel D'Annunzio, per esempio, l'interpretazione delFatoconsisterebbe nell'influenza dell'ambiente, nella violenza che la passione esercita su la ragione, nelle determinazioni prodotte nel cuore e nella intelligenza dagli studi particolari a un individuo.
Siamo lontani dalFatogreco, molto lontani da Edipo destinato ad essere uccisore del padre, marito della madre e per questi involontari delitti condannato ad errare cieco e miserabile pel mondo, fino a che non troverà requie nel bosco delle Furie e non diventerà genio benefico per la città di Atene. Non importa. Il pregio dell'indeterminatezza di certi concetti consiste appunto nelle diverse interpretazioni che essi permettonoall'artista per scopi artistici. L'essenziale è che questi scopi artistici siano raggiunti.
Dicevo dunque che fino a pochi mesi fa dovevamo contentarci di conoscere le intenzioni di Gabriele D'Annunzio. Ora che abbiamo sotto gli occhi l'opera bell'e compiuta, cerchiamo di renderci conto se alle intenzioni ha corrisposto il fatto.
***
Siamo avvertiti dal titolo che non dobbiamo attenderci niente di reale, o poco assai. La città morta è Micenericca d'oro, nell'Argolidesitibonda, come dicono le scolie con perdonabile pedanteria. Bisogna dimenticare che gli scavi di Micene furono fatti, tra il '73 e il '78, dal mecklemburghese Schliemann e dalla sua Signora, e non stupirsi se gli scavi del lavoro di fantasia danno risultati alquanto diversi da quelli descritti dal vero scopritore delle tombe degli Atridi. Non si tratta di una ricostruzione, ma d'una creazione che toglie in prestito dalla realtà i particolari che gli fanno più comodo. Il poeta ha diritto di agire così.
Ledramatis personae(dire personaggi è parso una volgarità?) sono indicate con semplici nomi, quasi per spogliarle di ogni bassa caratteristica. Forse notare, invece diAlessandro,Leonardo,Anna,Bianca-Maria, notare soltanto:Un Uomo,Un altr'uomo,Una donna,UnaVergine,Una Vecchiasarebbe stato meglio; lo dico senza malizia, giacchè il poeta vuol raggiungere l'idealizzazione dei personaggi anche con questi espedienti. Nelle rappresentazioni di Parigi ha vestito le donne con larghe tuniche greche, e gli uomini.... da biciclisti, come ci ha fatto sapere il Sarcey, se pure questa non è stata un'irriverente grossolanità del critico francese.
Tutti i personaggi sono oppressi dall'ossessione archeologica. Per Leonardo, la cosa è naturalissima: è invasato dall'idea di scoprire le tombe degli Atridi. Si capisce pure che un poeta come Alessandro, che ha voluto accompagnare l'amico nella difficile e nobile impresa, viva con l'immaginazione nel mondo mitologico di Omero e di Sofocle.
Sembra un po' strano che le due donne, Anna e Bianca-Maria, non leggano altro all'infuori dell'Antigonedurante la monotonia delle lunghe giornate d'ozio; e che Anna, la cieca, racconti alla nutrice la favola della ninfaIo; eppure reca meraviglia che il poeta abbia ceduto un momento alle lusinghe della verosimiglianza facendo addormentare la vecchia a quel racconto.
Sarebbe ridicolo avere un attimo di curiosità intorno alla condizione dei personaggi. Anna è divenuta cieca dopo il matrimonio? O Alessandro, vinto da un impulso di generosissimo affetto, l'ha sposata proprio per quei begli occhi limpidi, ma muti alla luce? Immaginatequel che vi pare. Tanto più che la stessa Anna sembra di scordarsi di essere cieca quando dice, parlando di Zacinto:Io non conosco l'isola; ma una sera, nel mio primo viaggio la vidi di lontano e mi pareva l'Isola dei Beati.Queste minuzie non hanno niente che fare con l'azione, col dramma intimo che i personaggi ci vogliono raccontare, adoperando un linguaggio adatto all'ambiente, tra quei tesori di arte antica che ricompaiono al sole dopo migliaia di secoli — avori, vesti, diademi, maschere del Re dei Re, di Clitemnestra, di Cassandra, ogni cosa di oro massiccio — tra i versi di Omero, di Eschilo e Sofocle che suonano a ogni istante su le labbra di tutti.
In una rappresentazione ideale noi possiamo prestare docile orecchio ai periodi ondulanti, spiegantisi con lenta maestà, scandentisi al pari dei greci trimetri, degli anapesti, dei tetrametri-trocaici, dei giambici eschilei e sofoclei. È vero che dobbiamo foggiarci uno special modo di recitazione simile a melopea, che di tratto in tratto, si esalti fino a divenire melodia; ma nella nostra condizione è lecito permetterci tutto.
I personaggi si sono sollevati molto in alto, in una regione dove possono sentire e pensare a modo loro, fuori d'ogni volgarità, fuori anche dell'umanità, ed esprimersi in conseguenza. Sono nel dramma, cioè nella tragedia, e nello stesso tempo quasi estranei a quel che accade dentro di loro e attorno a loro.
Anna, la cieca, sente, indovina che Bianca-Maria le toglie il cuore del marito, eppure compatisce, perdona e pensa di eliminare l'ostacolo all'unione dei due cuori: sè stessa.
Bianca-Maria è appena turbata dall'impuro amore che le è germogliato nel petto.
Alessandro, il poeta, fa serenamente olocausto della moglie al suo nuovo amore per Bianca-Maria; e quando la vergine gli domanda: —Che volete fare di me, della creatura che amo, che amate? Dite!— egli risponde: —Lasciate che il destino si compia.
Leonardo è preso da folle passione per la sorella; e venendo a cognizione ch'ella ama, riamata, Alessandro, pensa soltanto a purificare per sempre quella creatura, annegandola nelle acque della fonte Perseia. E allora si sente tutto puro anche lui!
—Se ella ora si levasse, potrebbe camminare su l'anima mia come su neve immacolata... S'ella rivivesse, tutti i miei pensieri per lei sarebbero come i gigli, come gigli.
Lo stesso Alessandro, il poeta innamorato, davanti al cadavere dell'amata non ha uno scatto; soltanto,con gesto imperioso, dice all'assassino, no, al purificatore: —Non la toccare! Non la toccare!— E l'altro, indietreggiando, risponde: —Non la tocco... Ella è tua, ella è tua!
Anna, la cieca, finalmente, inciampando nel cadavere dell'amica, ha un grido: —Ah! Vedo! Vedo!
E noi dobbiamo rimanere nell'ideale e ignorare precisamente in che modo ella veda.
***
Senza dubbio, c'è in tutto questo, nel concetto e nella forma, una continua cura di sfuggire il comune, il volgare; ma c'è anche una non meno continua cura di sfuggire la logica della passione e delle circostanze. Nessun artificio teatrale è messo in opera per ottenere qualcuno dei soliti effetti; sono però adoprati altri artifici per raggiungere determinati effetti, e viziosi quanto quelli voluti evitare.
Tutti i personaggi hanno orrore di dire la parola giusta, di servirsi dell'espressione più semplice e quindi più efficace. Nel punto in cui l'anima loro sta per penetrare nell'intimo delpathos, si ritraggono sùbito indietro, quasi abbiano paura di dire qualcosa di umano, di vero.
«Bianca Maria.Le mie labbra erano pure, sono pure... Per la memoria di mia madre, per il capo di mio fratello, io vi giuro, Anna, che rimarranno pure, così, suggellate dalle vostre stesse mani. (Ella preme su la sua bocca le mani della cieca).
«Anna.Non giurare! Non giurare! Tu pecchi contro la vita; è come se tu uccidessi tutte le rose dellaterra, per non donarle a chi le desidera. Abbi fede! Attendi ancora un poco! »
È un momento grave, solenne, veramente tragico.... Ma Anna, a un tratto, divaga:
« Senti l'odore dei mirti? È inebriante come vino caldo... » E in quella divagazione lirica intorno ai mirti di Megara, alle rive di Zacinto (nessuno dei personaggi dice mai Zante!) e intorno alle voci misteriose delle fontane, non si sente il fremito di chi divaga a posta, per sviare il discorso, per reprimere la commozione. La parola non dice una cosa per farne intendere un'altra, la più importante, no; si compiace della bella descrizione, delle dolci immagini, delle sottili comparazioni, fa un esercizio retorico.
Così ogni volta che la situazione drammatica vorrebbe forzar la mano al poeta.
La grande, la ieratica idealità greca? Ma tutto è umano in quella grande idealità. Antigone che affronta consapevolmente la morte per dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice e compire un atto religioso che avrebbe permesso allo spirito di lui il passaggio nell'Eliso, Antigone rimpiange la vita e le nozze. Edipo passa di angoscia in angoscia, tentando di trovarsi innocente, e rimanendo sempre dubbioso ed incredulo davanti alle prove più evidenti della fatalità che lo incalza. E Filottete? Che accenti di dolore, che imprecazioni, che suppliche nella sua misera condizione!
La grande, la ieratica idealità greca! Dove mai? Nel concetto? Il dramma, la tragedia, giacchè così si vuole, qui risulta per via di artifici. Quei personaggi pensano e agiscono a quel modo, perchè il poeta ha voluto che pensassero e agissero a quel modo. Anzi, per dire la verità, essi non c'entrano. Il poeta ha parlato per conto loro, togliendo a ognuno di essi la propria personalità, fin nella maniera di esprimersi. E quando ho detto:agisconoho parlato impropriamente; essi agiscono così poco, che non potrà sembrare esagerazione l'attenuare che non agiscono affatto.
Ora niente è più contrario all'essenza della tragedia greca, che è tutta azione; azione breve, ristretta, circoscritta dai limiti che le condizioni teatrali e l'indole di rappresentazione religiosa imponevano con gli intermezzi del coro, impaccioso residuo della forma sacra primitiva; coro che in Sofocle comincia già a trasformarsi in personaggio.
La grande, la ieratica idealità greca! Dove mai? Nella forma? Ora niente di più semplice, di più limpido, di più trasparente della forma greca; cioè niente di più perfettamente compenetrato col concetto che essa vuole esprimere. Nel caso però che si voleva fare unpastiche, bisognava imitare il Goethe, scegliere un soggetto greco, e dare ad esso quell'apparenza di bassorilievo ch'egli ha tentato di dare alla suaIfigenia.
Ma anche a proposito del Goethe, si può ripetere ilmotto del Taine:Non c'è altre tragedie greche che le greche!
***
Non sarebbe qui inopportuno discutere le intenzioni del poeta. Ma a che prò?
Io capisco che un ingegno come quello di Gabriele D'Annunzio ha fatto così laCittà morta, in massima parte perchè ha voluto farla così. NellaCittà mortac'è il germe di un'azione veramente drammatica, e qua e là un accenno di organico svolgimento di essa. Questo, forse, può significare che un'altra volta, se non vorrà fare a posta così, — cioè rinunziare di proposito ai perfezionamenti che la forma drammatica ha raggiunto dai greci fino a Shakespeare, e da Shakespeare fino ad oggi — Gabriele d'Annunzio ha tanta forza da prendere facilmente una rivincita, purchè non dimentichi che l'essenza d'una forma d'arte è superiore a qualunque potenza d'ingegno, come l'ha sventuratamente dimenticato scrivendo questaCittà morta, morta davvero come opera drammatica.
(Émile Zola, Paris, Charpentier, 1898.)
Ironia della vita! Mentre Emilio Zola pubblicava nelJournalgli ultimi capitoli del suo romanzo, che è la glorificazione anticipata di quel Parigi fantastico da cui l'umanità dovrà ricevere il dono dell'emancipazione definitiva, il Parigi reale, preso da un accesso di follia, insultava il coraggioso scrittore che appunto in quei giorni si era costituito paladino della libertà e della giustizia.
Rileggendo in volume quelle pagine che uscivano quasi contemporaneamente con le relazioni delle sedute della Corte d'Assise pel processo del loro autore, si ha l'impressione di un senso artistico divinatorio che meraviglia. L'anarchico Salvat sembra un simbolo: il processo di lui una esattissima previsione di quel che sarà il processo Zola. Ecco qui:
« Nella gran folla, un mescolarsi di abiti chiari di signore, di toghe nere di avvocati, tra cui si distinguevaappena la toga rossa dei giudici negli stalli così bassi, che lasciavano scorgere a stento, su le altre teste, la faccia bislunga del presidente. Molti osservavano i giurati, tentando d'indovinarne qualcosa dai loro visi; parecchi non levavano gli occhi d'addosso all'accusato.... Salvat si alzò in piedi; il presidente cominciò l'interrogatorio. E apparve con tragica nettezza, il contrasto: da una parte i giurati nell'ombra anonima,con l'opinione già bella e fatta sotto la pressione del pubblico terrore, riuniti là per condannare, dall'altra l'accusato....
« Il procuratore generale prese la parola, severissimo. Era noto per le sue relazioni con tutti i partiti politici e per la sua destrezza nell'essere sempre amico degli uomini al potere; d'onde il suo rapido avanzamento nella carriera giudiziaria e i favori di cui era costantemente colmato.... E continuò per due ore,sdegnando la verità e la logica, cercando soltanto di impressionare le immaginazioni, cavando partito dal terrore che aveva invaso Parigi, incoraggiando il giurì a fare il suo dovere condannandol'assassino, giacchè il Governo era risolutodi non indietreggiare di fronte a qualunque minaccia....
« Dopo una deliberazione di appena un quarto d'ora, i giurati rientravano nella sala, con gran rumore di tacchi sui banchi di quercia. Riappariva anche la Corte. Un crescendo di emozione agitava la folla, quasiun vento di ansietà scuotesse tutte le teste. Molti si erano levati in piedi, lasciandosi sfuggire qualche lieve grido. E il capo dei giurati, grosso, con faccia rossa e tonda, dovette attendere prima di leggere:
— Sul mio onore e su la mia coscienza, davanti a Dio e davanti agli uomini, la risposta del Giurì è questa: Su la domanda intorno all'assassinio,sì, a maggioranza....Salvat capì subito di che si trattava dal silenzio che seguì,senza che si parlasse di circostanze attenuanti. »
I lettori delJournalin quei giorni dovettero sospettare qualche sbaglio d'impaginazione, mescolando la relazione della seduta del processo Zola con la relazione del processo Salvat.
Nel romanzo, il Salvat, condannato a morte, si rizza bruscamente; e mentre le guardie lo conducono via lancia con gran voce il grido: Viva l'anarchia! Lo Zola risponde al verdetto dei suoi giurati, con un libro, con un'opera d'arte che è anch'essa un gran grido. Viva la giustizia!
***
Parischiude la trilogia delleTrois villes.LourdeseRomaerano le premesse;Parisè la conchiusione, la conseguenza del sillogismo. Pietro Froment, giovine prete, sentendosi venir meno nel cuore e nell'intellettola fede religiosa, ha cercato un rimedio al suo male prima aLourdes, nella piccola città dei miracoli, nella piscina odierna, poi aRoma, nel centro di vita del grande organismo cattolico.
ALourdesha trovato, o gli è sembrato di trovare, la superstizione, anzi lo sfruttamento quasi commerciale delle umane miserie fisiche; a Roma, la religione divenuta organizzazione politica, immobilizzata nel domma, ridotta sterile e tiranna dei corpi e delle anime. Quel socialismo cattolico, con cui sembrava che il papa volesse vivificare e consolidare la chiesa, gli si era rivelato un espediente transitorio, un'abile menzogna diplomatica.
Ed era tornato a Parigi profondamente disilluso, minacciando di scrivere un libro incendiario contro Roma, « dove avrebbe messo tutto quel che aveva visto, tutto quel che aveva udito; un libro dove sarebbe apparsa la Roma vera, la Roma senza carità e senz'amore, e già agonizzante nell'orgoglio della sua porpora ».
Il libro lo ha scritto il suo autore per lui, infondendo un grandioso soffio d'arte in tutto quel che avevavisto; facendo sforzi d'intuizione straordinari, ma insufficienti, per quel che avevaudito: libro però dove la Roma vera (la Roma dei papi e la Roma italiana) non è intesa o è fraintesa, perchè l'abate Froment era venuto a cercare una Roma di sua immaginazione, e in tre soli mesi di dimora non si è potuto accorgeredel suo inganno. Nè forse se ne sarebbe accorto in dieci, in venti anni, come la sua compaesana de l'Ile-de-France, cameriera in casa Boccanera, che gli confessa:Voicì vingt-cinq ans que j'habite leur pays, et je n'ai pas encore pu my faire à leur satanè charabia!
L'abate Froment ricercava un'astrattezza, e si era trovato faccia a faccia con l'incarnazione di un'idea, cioè con una realtà ricca di tutti i pregi e di tutti i difetti derivanti dalla natura umana e dalle condizioni sociali, ma non perciò meno elevata, meno possente, meno divina. L'idea astratta gli sembrava perfetta perchè spoglia di particolari, di accidenti; ed egli non sapeva riconoscere, nel gran rigoglio della vegetazione cattolica, appunto quell'idea che n'era il succo vitale.
Ed eccolo ora in quel Parigi, dov'egli spera di ricevere una risposta definitiva ai dubbi della sua mente, alle angosce del suo cuore.
Partendo da Roma egli aveva esclamato: « Giustizia, sì! Ma non più carità! La carità ha reso durevole la miseria; la giustizia forse l'annienterà! »
E tutto ilParisè un largo comento a quel grido.
Questa volta però l'autore non si trova in un mondo potuto conoscere molto esteriormente con tutta la buona fede e la buona volontà che egli aveva adoperato, e l'opera d'arte si giova di tale condizione; risulta viva, quasi spigliata, e rivela qualità che finora sembravano negate al suo autore. L'abate Pietro Fromentnon apparisce più un vanesio, un orgoglioso che tenta di imporre le sue fantasticherie umanitarie a papa Leone XIII col libercoloLa Roma nuova. La sua importuna personalità sparisce in mezzo al gran formicaio parigino dove fervono tutte le attività scientifiche, socialistiche, anarchiche, insieme col fasto della ricchezza, con le orgie del vizio, con le disperazioni della miseria. Sì, come nelLourdese nelRome, egli serve da filo conduttore a traverso gli avvenimenti molteplici del Romanzo, ma non è più il protagonista o, almeno, non se ne dà l'aria. Le lotte della sua coscienza qui ci interessano, ma quanto quelle di suo fratello, inventore di un terribile esplodente che dovrebbe dare alla Francia il predominio della forza su tutte le nazioni del mondo. Il suo carattere ci diventa simpatico, ma quanto quello di Maria, l'orfanella ricoverata in casa del fratello di lui e già sua promessa, che poi, invece, diventerà la moglie dell'abate quando egli avrà buttato alle ortiche la sottana.
NelRomeegli diffonde attorno a sè una fosca influenza che vela, attrista ogni cosa; un senso di rancore e di dispetto, stavo per dire di pettegolezzo, quasi egli non sappia come sfogare la stizza di sentirsi piccino e impotente di fronte alla grandiosa mole dell'organismo cattolico; nelParis, invece, egli versa su le cose e su gli uomini, un così largo sentimento di compassione, di carità, di amore, da far dimenticarel'infausto banchiere Duvillard, l'adultera ebrea convertita sua moglie, la cinica sua figlia che contende l'amante alla mamma e se ne fa un marito, la strana e corrotta principessa di Harth che cerca nel misticismo, nel saffismo, nel decadentismo, e fin nell'anarchismo, sensazioni sempre nuove e sempre più acute; e tutto il vermicaio di deputati, di giornalisti, di uomini di affari, tra i quali appare scomposta, losca e seducente, la figura della cocotte Silvana che fa battezzare col suo nome un ministero; da far dimenticare, insomma, tutto il laidume della società borghese e aristocratica parigina, al confronto di quelli entusiasti per una generosa idea, di fronte a quelli invasati dal furore della distruzione, lanciatori di bombe omicide, preparatori di ordegni e di esplodenti che debbono predicare a modo loro la giustizia finale.
E questo senso di compassione e di tenerezza è tale che il lettore si accorge troppo tardi della parzialità del giudizio, dell'artificiosità dei mezzi di cui si è servito l'autore.
È una gran vittoria per l'artista. Ed è nello stesso tempo la parte caduca che il preconcetto ha infiltrato nel romanzo.
Bisogna però concedere qualcosa alle ragioni dell'arte. Questo mondo nuovo in creazione, in fermentazione (se pure è nuovo) occorreva metterlo in riscontro con quello che esso intende rovesciare; dargli unrisalto tale da porlo in grande evidenza, e non soltanto nei tratti principali, ma anche nelle sue gradazioni, nelle sue sfumature. Guglielmo Froment troneggia su gli altri personaggi; carattere solido, tutto d'un pezzo a cui il sentimento o meglio la sentimentalità annebbia un momento l'intelletto, fino a suggerirgli l'idea di far saltare in aria la chiesa del Cuor di Gesù quando migliaia di pellegrini vi si affollano per una sacra funzione; ma cuor retto, animo capace di alti sacrifici, una delle più simpatiche figure che lo Zola ha messe al mondo.
Viene poi Maria Courturier, figlia d'un amico di Guglielmo, inventore di genio, che aveva sciupato il suo patrimonio in fantastiche scoperte. Guglielmo ha ricoverato in casa sua l'orfanella. Mente sana in corpo sano, ella ha ricevuto una solida istruzione ed è rimasta ingenua quanto bella.
È il simbolo zoliano della donna futura, di un ateismo tranquillo, con completa noncuranza del di là. E quando l'abate Pietro le confessa i tormenti della sua coscienza, il gran vuoto che gli ha lasciato nel cuore la perdita della fede, la disperazione di non sapere che cosa sostituire al Dio perduto, ella lo guarda stupefatta:
— Ma voi siete matto! — gli dice. — Disperarsi, non più credere, non più amare, perchè l'ipotesi del divino è crollata, e appunto quando il mondo ci si aprevastissimo davanti, con tutti i doveri della vita, con tante creature e tante cose degne di essere amate e soccorse, senza contare l'attività universale, dove ognuno ha un còmpito da eseguire! Ma voi siete proprio matto!.... Tornate con noi alla scuola della buona natura. Vivete, lavorate, amate, sperate!
Ella dice delle belle e dolci parole, ma fa anche delle belle ed umili cose; è una buona massaia, e si capisce facilmente come, per lei, l'abate Froment diventi l'operaio Pietro Froment.
Ma io mi occupo più del contenuto che della forma, e trattandosi di un'opera d'arte non sta bene.
Mi limiterò a dire cheParigiha portato buona fortuna a Emilio Zola. Mai egli è stato così semplice, così spigliato, così efficace; mai ha mostrato meno di ora quell'impaccio, quella gravità richiesta e quasi impostagli dal suo metodo di composizione. Ha buttato via tutta la scoria; appena appena qua e là qualche accenno del suo simbolismo, ma fatto con garbo, senza calcar troppo la mano.
« Il sole, vicino al tramonto, dietro un roseo velo di nuvolette, dardeggiava Parigi, simile a un seminatore gigante che lanciasse da un punto a l'altro dell'orizzonte colossali manate di oro.
« — Parigi sementato dal sole! — esclama Pietro.
« — Sì, è vero — dice Maria, — Parigi sementato dal sole! E con che gesto egli butta la semente dellasalute e della luce fin nei più lontani sobborghi! Cosa singolare! A ovest, i quartieri ricchi sembrano avvolti da bruna rossastra, mentre la buona semente dorata cade su la riva diritta e sui quartieri popolosi a est! Là, è vero, dovrà spuntare la messe. »
E Guglielmo soggiunge con allegra espressione di voce e di gesti:
— E non tardi a spuntare su questo buon terreno del nostro Parigi, arato da tante rivoluzioni, concimato da tanto sangue di lavoratori! Non c'è altra terra al mondo per far germinare e fiorire le idee. Sì, Pietro ha ragione: il sole sementa Parigi, e il mondo futuro nascerà soltanto da lui!
E lo Zola nell'ultima pagina del romanzo riprodurrà questa immagine e ne farà la chiusa sinfonica. Non più distinzione di quartieri, ma tutto Parigi sementato ugualmente dai grani di oro del sole. E la messe sembra già maturata, ondeggiante come un gran mare biondo a perdita di vista, sul vasto terreno della riconciliazione fraterna.
Pietro Froment, non più abate; ma padre di una bella creatura, prende in braccio il figlioletto Giovanni, e lo leva in alto quasi in offerta all'immensa Parigi sementata dai raggi del divino sole, d'onde nascerà la futura messe di verità e di giustizia.
Ma al poeta che spicca un così lirico volo nei secoli avvenire divinando la missione redentrice di Parigi,Parigi non ha concesso l'illusione di un istante. Mai con più bestiale smentita è stato risposto, non da una città ma da tutta una nazione, al sogno umanitario di un'anima avida di verità e di giustizia. Che importa, se questo sogno ci ha fruttato una bella, una grandiosa e severa opera d'arte?
In quanto all'avvenire, noi sappiamo che lo Spirito soffia dove vuole, che nessuno può dire anticipatamente: — La redenzione verrà di là! Il mondo attuale non ha niente che vedere col mondo avanti la Rivoluzione; è sazio di astrattezze. — Non più carità, ma giustizia! — Ma qualche altra nazione dà già al mondo lo spettacolo meraviglioso della più grande tolleranza possibile, che è forse la forma più pratica della giustizia su la terra; e l'esempio non sarà senza influenza per le altre nazioni. E con la tolleranza, la carità dovrà riprendere l'opera sua consolatrice, e tutte le forze dello spirito dovranno concorrere alla grand'opera. La carità non ha fatto bancarotta, come non l'ha fatta la scienza, come non l'ha fatta la ragione, checchè ne pensi l'abate Froment così scandalizzato dalla Roma papale. Il vero divino sole dello Spirito si leva su l'orizzonte per tutti i popoli, sementa tutte le terre: e se si dovesse fare un'ipotesi ragionevole — si badi, dico: un'ipotesi! — si dovrebbe dire che la giustizia, invece che nel terreno dove sono spuntate le astrattezze della libertà e dell'uguaglianza,germoglierà nel suolo d'onde si è sparso per tutto il mondo civile l'albero immortale del Diritto.
I giornali avevano annunziato il suo ritorno a Parigi nella prima settimana di questo mese. Egli avrebbe lasciato il misterioso rifugio per riprendere il suo posto accanto all'eroico Picquart nella immane lotta per la verità e la giustizia, alla quale ha, da quasi un anno, sacrificato la sua tranquillità di uomo e la sua gloria di artista.
Gli stessi giornali oggi annunziano invece che egli parte per l'America a farvi delle conferenze, non dicono precisamente intorno a quale soggetto, forse intorno ai tristi avvenimenti della sua patria che destano tanta ansietà e tanto interesse dovunque.
Io non so quel che ci sia di vero in queste contraddittorie notizie, e può darsi benissimo che Emilio Zola ci prepari qualche sorpresa che non sarà il suo ritorno in Francia o il suo viaggio in America. Vorrei però che questa sorpresa fosse un'opera d'arte, un romanzo.
La missione di pubblico accusatore, ch'egli si era generosamente imposta, è ormai finita. Qualcosa di più potente che la voce di uno scrittore, quantunque grande e famoso, la terribile eloquenza dei fatti, ha preso il posto di lui e parla, anzi tuona alla coscienza del popolo francese. Emilio Zola è passato in seconda linea.
Questo non diminuisce punto il valore della nobilissima parte da lui rappresentata nel nefando intrigo che supera quanto di più putrido e di più immondo egli è stato accusato di ammassare nei suoi romanzi.
Doveva accadere così. Egli però n'è stato ricompensato a bastanza. Mentre la Francia soldatesca e reazionaria lo insultava, tutto il resto del mondo civile teneva fissi gli occhi su lui, lo accompagnava coi voti, augurandogli quel trionfo che oggi è quasi raggiunto.
In quei giorni niente faceva prevedere quel che ora è avvenuto. Su tutti i personaggi del triste dramma grandeggiava, calma e serena, la figura del romanziere accusatore; e non valevano a sbigottirlo i feroci attacchi della stampa partigiana, gli urli della folla pagata o miseramente illusa, le sentenze dei giurati terrorizzati dalle minacce dei capi dello Stato Maggiore che, luccicanti di spalline dorate, di decorazioni, impennacchiati e pettoruti, erano comparsi unicamente per quello scopo davanti a loro. I pochi che lo ignoravano come romanziere, avevano appreso ad amarlo e a riverirlo come difensore della vittima del più indegnodelitto che abbiano mai commesso il militarismo, la politica, la intolleranza religiosa. In certi momenti, i più gravi interessi delle nazioni erano diventati meschina cosa di fronte alla titanica lotta da lui combattuta.
Poi sembrò vinto, disfatto. La sua scomparsa veniva giudicata una fuga; il dubio e lo scoraggiamento cominciavano a insinuarsi fin fra coloro che più avevano avuto fede in lui; e i suoi avversari sogghignavano di scherno alle parole:Sarò al mio posto, quando verrà l'ora opportuna!
Tutt'a un tratto il rasoio del colonnello Henry recide i primi lacci della mostruosa matassa... e l'Accusatore sparisce dietro le sinistre figure dei falsari venute inattesamente in pienissima luce.
***
Voglio sperare che Emilio Zola non stimi questa sua grande vittoria, questa sua sublime ora di trionfo superiore o uguale alle vittorie e ai trionfi da lui ottenuti nel campo dell'arte. Il valore di un'azione va anche giudicato dalle conseguenze che può produrre. E intorno a queste, pel processo Dreyfus, non c'è da farsi illusioni di sorta alcuna.
In meno di un lustro, Dreyfus, l'Isola del Diavolo, il colonnello Henry e compagnia brutta saranno certamentedimenticati. All'agitazione presente succederanno altre e non meno violente agitazioni. La vita — che ne dica la ballata — corre più presto dei morti. E poi, Calas e Voltaire non hanno impedito che, appena dopo un secolo, una quasi identica situazione si riproducesse, cioè che un innocente fosse condannato e che uno scrittore, un semplice scrittore, non magistrato, non avvocato, sorgesse a difenderlo e riuscisse, come ci auguriamo tutti, a salvarlo dell'atroce prigione, più fortunato del suo predecessore che potè solamente rivendicare la memoria dell'infelice vittima della superstizione religiosa.
Ci sono voluti degli eruditi per rammentare la bella azione del Voltaire. Tutti coloro che hanno letto e leggonoCandide, o la ignoravano o non se ne rammentavano più; ed io temo che il nuovo esempio dello Zola non varrà neppur esso a impedire che qualche altro infelice sia vittima di altri falsarii o di miserabili di specie diversa. Mutano le apparenze, le passioni assumono altre maschere, ma la malvagità umana permane identica. E quando i nuovi Esterhazy, i nuovi Henry, i nuovi Paty de Clam, i nuovi Gonse e Boisdeffre entreranno in ballo; quando avranno ordito peggiori tranelli e più formidabili falsità che non ne abbiano accumulato i maldestri di oggi, troveranno sempre una folla che si lascerà ingannare, che sentirà il bisogno di essere ingannata per sfogarsi contro qualcunodelle sciocchezze e degli errori da lei commessi e dei quali non saprà rassegnarsi a soffrire le conseguenze; troveranno altri interessati a coadiuvarli, altri furbi che vorranno giovarsi delle loro birbanterie e che li lasceranno liberamente agire con questo secondo fine. E allora niente varrà che altri eruditi rammentino Voltaire e Calas, Emilio Zola e il capitano Dreyfus. Non sempre i Voltaire e gli Zola hanno la fortuna di trionfare, caso mai se ne potessero trovare a ogni occasione; e non si trovano, ahimè!
***
Se Emilio Zola non avesse fatto altro che difendere la innocenza del capitano Dreyfus, avrebbe raccomandato il suo nome a un molto debole sostegno.
Fortunatamente per lui e per noi, egli ha fatto ben altro.
Ed ecco perchè io sono lieto che l'illustre autore deiRougon-Macquartsia giunto al termine della sua campagna. Ed ecco perchè mi auguro ch'egli testimone emagna parsin questi avvenimenti dai quali sono tenuti tuttavia sospesi gli animi — perchè non è ancora certo che le bieche ragioni di Stato non prendano il sopravvento su le ragioni della giustizia — meglio che scrivere un libro di storia e di polemica, come è stato detto, ritorni all'arte, al romanzo.
La politica, oh no! non lo tenterà. Egli deve sentirne un'immensa nausea, dopo aver potuto scrutare da vicino di che laidumi sia impastata.
Ch'egli scriva dunque quest'altraDebacleassai più terribile della prima! Ch'egli attacchi a una gogna immortale — l'arte sola dà l'immortalità — tutti questi farabutti che disonorano l'esercito francese e la Francia intera! Quando le misere agitazioni presenti saranno appena un vago ricordo per li ultimi sopravvissuti della nostra generazione, e quando soltanto gli storici si occuperanno del processo Dreyfus consacrando ad esso qualche breve pagina, l'opera d'arte soltanto terrà ancora in vita, bollate da un marchio di fuoco, le ignobili figure della seconda repubblica, che ecclisseranno i poco scrupolosi faccendieri del secondo impero transustanziati dalla immaginazione neiRougon-Macquart.
Mai più tetra e tragica materia si è presentata all'immaginazione di un grande artista, mai, o quasi, la realtà è stata così superiore alle combinazioni più assurde di un'ardente fantasia! Mai il còmpito di un artista è stato più difficile e nello stesso tempo più tentatore. Emilio Zola ha il poderoso petto che occorre per affrontarlo.
I suoi famosi documenti umani egli non dovrà stentare per trovarli; ne ha già troppi sotto mano.
O tranquilla palazzina di Médan, ieri violata dalla volgare persona degli uscieri, umili strumenti di unagiustizia indegna di chiamarsi tale, quando aprirai a due battenti il tuo cancello al profugo artista? Allora veramente entrerà assieme con Lui nelle tue vaste sale la solenne vindice Giustizia: ed ha un nome altrettanto nobile e santo; ella chiamasi l'Arte.
Sto per credere di averla addosso, se mi capita così frequentemente di vedermi frainteso. Aveva pur troppo ragione il Voltaire quando diceva: Datemi tre righe di un galantuomo e ve lo faccio impiccare. Io ne ho scritte più di tre a proposito di Emilio Zola e della parte da lui presa nell'affare Dreyfus, ed ecco ilFanfullache mi denuncia come reo di lesa maestà della nazione francese, ed ecco il nostroMariusche mi fa una lavata di capo, quasi io abbia mancato di rispetto a Emilio Zola, augurandogli di riprendere presto la sua penna d'artista.
Gli spropositi dell'articolista delFanfullapotevo lasciarli passare inosservati. Quando uno ha il coraggio di proclamare Emilio Zola il più gran malfattore che abbia oggi la Francia, il maggior responsabile di tutta la corruzione che rode come un cancro la società contemporanea francese, non c'è da discutere. Si ride ebasta. Ognuno è spiritoso come può. Se i lettori delFanfullasi contentano dell'amenità che loZio Tobiaha loro ammanito, tanto meglio, o tanto peggio, per essi. Forse pensano che certe sciocchezze sono talvolta più esilaranti di un bel tratto di spirito; questa per esempio: « La Francia, atterrata, ma non soffocata dalle sventure del 1870, avrebbe dovuto riprendere in breve tempo i sentieri luminosi della civiltà; ma trovò sul suo cammino Emilio Zola e ricadde più ferita di prima: anzi strozzata addirittura. »
A chi osa di scrivere queste parole (non hanno bisogno di un qualificativo, ed io sarei imbarazzatissimo se dovessi trovarlo) posso facilmente perdonare la ignoranza che dimostra intorno alle mie convinzioni letterarie, e rassicurarlo che dicendo male dello Zola non si è comprata, come egli crede,a contantila miairosa inimicizia; sarebbe troppo a buon mercato.
Mariusperò deve avere la pazienza di ascoltarmi.
Da qual parte del mio articolo egli ha desunto che io mi permetto di fare a Emilio Zola unaramanzina, come ad un ragazzo impertinente che trascura i suoi doveri?
Debbo supporre cheil fioco lume d'una luna amareggiata da molte nuvoleeil fioco lume della lampada del vagone, o la narcotica virtù del mio articolo lo abbiano ridotto in un dolce stato di dormi-veglia che lo hanno poi indotto a fraintendermi?
Io ho voluto dire soltanto questo: Emilio Zola ha ormai compiuto il suo dovere di cittadino. Coloro che egli accusava sono smascherati. « Qualcosa di più potente che la voce di uno scrittore, quantunque grande e famoso, la terribile eloquenza dei fatti, ha preso il posto di lui, e parla, anzi, tuona alla coscienza del popolo francese. Emilio Zola è passato in seconda linea. Questo non diminuisce punto la nobilissima parte da lui rappresentata... Ritorni all'arte e scriva quest'altraDebaclepiù spaventevole della prima. »
E conchiudevo:
« O tranquilla palazzina di Médan, ieri violata dalla volgare persona degli uscieri, umili strumenti di una giustizia, indegna di chiamarsi tale, quando aprirai a due battenti il tuo cancello al profugo artista?
« Allora veramente entrerà, assieme con Lui, nelle tue vaste sale la solenne vindice giustizia; ed ha un nome altrettanto nobile e santo: ella chiamasi l'Arte. »
Quando mai mi è passato pel capo di diminuire il valore del coraggioso atto cittadino del romanziere trasformatosi inattesamente in pubblico accusatore?
Quando mai mi è passato pel capo d'insinuare che Emilio Zola, così facendo, abbia voluto formarsi unpiedistallo di questa questione, e che abbiapreso il destro di afferrare quest'arma per servirsene a vantaggio suo e dei suoi?
Mariusha trovato proprio le tre righe per farmi impiccare:le ha strappate dal nesso logico del mio articolo, e ha impreso caritatevolmente a lavarmi quel lucido capo, che appunto per questa sua condizione non ne ha punto bisogno.
Se dire ad un artista, a un grande artista: Avete compiuto la missione che vi eravate imposta con generosità senza pari. I resultati della vostra lotta sono forse superiori a quel che voi vi attendevate. Ora, per attaccare a una gogna immortale coloro che han disonorato l'esercito francese e la Francia, scrivete un libro degno di voi, prendendo a soggetto i tetri e tragici fatti di cui siete stato testimone. « Mai còmpito di artista è stato più difficile e più tentatore: voi avete il poderoso petto che occorre per affrontarlo »: se dire questo a Emilio Zola significa fargli una ramanzina come a uno scolaro che ha trascurato il suo dovere, io lo lascio giudicare ai lettori dellaTribuna, e mi rassegno anticipatamente alla loro sentenza.
Le tre righe incriminate daMariusvolevano dire soltanto che l'opera d'arte, per la sua speciale natura, ha un valore assai superiore a qualunque nostro atto semplicemente morale. E citavo per ciò Voltaire e Calas.
L'opera d'arte infatti, anche quando non ne ha la precisa intenzione, è atto di alta moralità, di giustizia spirituale.Io accuso!Ma Emilio Zola, si può dire, non ha fatto altro in tutta la sua dignitosissima vita. I suoi ventitrè romanzi sono atti di accusa e di condannanello stesso tempo; ed io non credo di ingannarmi dicendo che quando, nel lontano avvenire, e anche nel non lontano, non si parlerà più del processo Dreyfus e del coraggioso promotore della revisione di esso, iRougon-Macquart, eLe trois villescon tutti i loro difetti, e non ostante questi, vivranno nella memoria degli uomini e continueranno ad accusare e a condannare il secondo impero e la seconda republica.
Io accuso!Emilio Zola lo ha lasciato trasparire anche troppo da tutta la sua produzione di romanziere, e qualche volta fin facendo sottostare le ragioni dell'arte alle sue convinzioni personali. La sua carriera di critico e di artista è stata una lotta incessante. Ilconspuez Zola, prima che dalla gola della folla anti-semitica e reazionaria, era risuonato parecchie volte dalle colonne dei giornali per opera di articolisti che si affibbiavano la giornea di campioni della morale e dell'arte; e i rammolliti decadenti e i pretesi neo-spiritualisti avevano già ripreso a urlare quelconspuezanche dopo che gli altri si erano stancati.
Emilio Zola non si è minimamente commosso per questi incessanti attacchi, come non si è impaurito delle dimostrazioni della folla che minacciava non la sua opera d'arte, ma la sua vita.
La sua imperturbabilità di artista e di cittadino dimostra ad evidenza che egli non ha mai avuto bassi secondi fini.
Quella ricchezza che è venuta a lui per virtù del suo ingegno, egli l'ha messa a repentaglio spensieratamente per una causa che gli è parsa altrettanto nobile e santa quanto la sua opera d'arte. Se questa volta si fosse anche ingannato, le sue intenzioni non avrebbero potuto essere giudicate meno disinteressate e generose.
E perchè convinto di questo, non ho potuto lasciare senza risposta le parole dell'egregioMarius.
Al quale auguro in altra occasione una lunameno amareggiata da molte nuvolee una lampada di vagonemeno fioca.