Qualche settimana!—E gli pareva di dir poco al buon'uomo!… Rinunziare alla vita, alle nostre speranze, non goder più di quella libertà, che è prima attributo di ogni essere, ma sia pur per un'ora, per chi sente qualcosa, è sempre un supplizio.
—Entri, entri, ma mi raccomando non faccia scene—Così diceva, introducendo nella stanza la moglie di Gagliano, un carabiniere.
—Veramente!…—Borbottò alzandosi il brigadiere…
—Lasci correre—Ci affrettammo a proferire noi tutti—nessuno parlerà di questo colloquio.
—Ti hanno messo le manette, questi vili, eh?—E tu non hai avuto cuore di bucar loro la pancia?—Gettandosi al collo del marito, e frammischiando al suo dire qualche singhiozzo, esclamava l'arditissima donna.
Perdemmo un cinque minuti a persuaderla che non eranvi state manette, ed allora lei, facendoci dei segni, ci fece capire che, se avevamo qualche cosa di compromettente, le si consegnasse: ed in fatti, colto il momento che i carabinieri non ci guardavano, demmo a lei certe lettere, che, se ci fossero state trovate addosso, non ci avrebbero certamente servito di raccomandazione presso quella gente, che si doveva bazzicare fra poco tempo.
La presenza di una donna in quell'ora tristissima, in mezzo ai carabinieri, dopo tutte le emozioni che si era subito durante il corso di quella giornata memorabile ci procurò un sollievo, e uno stringimento di cuore, che non mi provo nemmeno a descrivere; e quando la ci stese la mano e con voce resa tremula dalla voglia di piangere, ci disse: coraggio, io mi sentii inumidite le ciglia e provai l'inenarrabile voluttà di una lacrima.
—Le carrozze son pronte!
—Partiamo!
—Meno male che marciamoen grands seigneurs.
—Di' piuttosto, come i malfattori che vanno alla Corte d'Assise…
—Eh!… loro ed i principi sono i soli che hanno diritto di avere una scorta! Gli estremi si toccano…
—E si rassomigliano!
Si montò nelle carrozze e dopo un breve tratto di via ci fermammo: si sentì cigolare una porta…
Eravamo giunti ai Domenicani.
La prigione!… È mai vissuta creatura umana, dirò con Guerrazzi, che sollevando le pupille verso il soffitto di una di quelle stamberghe, in cui, per ravvederlo, s'incretinisce il colpevole, non abbia esclamato esser questa l'invenzione più barbara, che mai sia mulinata nel cervello dell'uomo? Quattordici passi di lunghezza; sei di larghezza: una finestra alta cinque piedi da terra, e dalla cui ferriata a quadrelli vedi sempre quel medesimo strappo di Cielo, quella medesima tettoia dell'edifizio difaccia, quella medesima stella che sera per sera, qual malinconica amica, par che venga a darti un saluto, un conforto ed una speranza; un pagliericcio per sdraiarsi: una brocca d'acqua per bere; in quanto a mangiare… ci sono le mani che paiono fatte apposta per questo!… Il rumore del mondo, in mezzo al quale ti trovi ma che, almeno per ora è morto per te, viene a colpirti gli orecchi nella tua solitudine ed ora qualche allegra canzone ti rammenta i bei tempi che unito agli amici andavi a far la serenata sotto i balconi della tua bella: ora i concerti di una musica militare t'inebriano, ti rapiscono in pensieri l'uno più dell'altro impetuosi: ora il frastuono della via, le urla dei venditori, il continuo passare delle carrozze ti riportano i momenti in cui tu pur passeggiavi, in cui tu pure davi alla sfuggita un occhiata alle belle signore che come Dee ti passavano innanzi agli occhi, trasportate da' loro cocchi: insomma un cumulo di reminiscenze che ti straziano l'anima: è un martirio che fa deperire e qualche volta impazzire l'uomo d'ingegno e di cuore, e che indurisce viepiù chi è incallito nel vizio. Aggiungete a tutto questo l'obbligo di restare lì chiuso, mentre, alla semplice idea di esser costretto a fare una cosa, fosse pure la più gradita, si prova una certa repugnanza che ci fa entrar le paturnie.
Perchè invece di una severità che non dà alcun resultato, non si cerca di ricondurre sulla buona via quello, che ne è lontano, a forza di cure amorevoli? Quando si è messo il colpevole nell'impossibilità di nuocere alla società, a che prò aggravare la mano sopra di lui, e incessantemente torturarlo?… Io fò una scommessa; se domani un domatore di fiere uccidesse così per ghiribizzo un leone che ha in gabbia, o si divertisse a martoriarlo a colpi di spillo, i filantropi non la farebbero più finita colle loro proteste: i giornali partoribbero articoli sopra articoli e se ne farebbe quasi quasi una questione di Stato. Qui invece abbiamo degli uomini che sentono, amano, che hanno peccato per inesperienza, per fatalità, ma che per ora non possono tornare a peccare: una delle due… o questi uomini si credono capaci di ravvedimento, o no: in questo ultimo caso uccideteli: nel primo cercate d'istruirli, fate loro conoscere quanto sia migliore la strada della virtù da quella del vizio, educateli col lavoro, metteteli in un'isola incolta e provvedete che quest'isola affidata alle loro mani, addivenga ridente, ubertosa… fate loro conoscere l'agiatezza, la calma, la soddisfazione del buono operaio, eppoi restituiteli alla società, che potrà a ben diritto vantarsi di avere acquistato dei buoni cittadini in quelli che fin ora non eran che rei!… Anche per legge fisica quanta più è la repressione, tanta maggiore è la reazione.
Chiedo scusa ai lettori di aver loro fatto ingozzare questa tirata, che a qualcuno farà l'effetto del cavolo in una merenda; d'altronde qui si parla di una carcere, qual migliore occasione per spifferare le riflessioni che si son covate in quella solitudine e in contatto di quei disgraziati?
In quanto a noi, grazie all'amabilità del capo guardiano dello stabilimento, fu cercato di renderci meno dura che fosse possibile la prigionia. Ci misero in sei in una stanza; lasciarono che si fumasse a nostro bell'agio: ci si passavano i giornali, dove tra le altre cose apprendemmo l'infame tradimento del generale cortigiano Bazaine: non ci era fatta alcuna restrizione nel mangiare e nel bere: ci si trattava insomma coi guanti, e inservienti e guardiani, lungi dal far pompa di quelle mosse scortesi di cui sì spesso e sì volentieri fanno pompa coi carcerati di bassa estrazione, si perdevano in scappellature ed inchini e venivano due tre volte per ora a domandarci, se si abbisognava di qualche cosa. Era compassione questa, o, piuttosto come succede in qualunque circostanza nel mondo anche là si venerava l'abito, anche là avendoci veduti insieme col Colonnello e per questo scambiandoci forse per uno stato Maggiore, si cercava entrare nelle nostre buone grazie, perchè si aveva la ferma credenza che eravamo pezzi grossi?… Io credo che quest'ultima sia la ragione più giusta e più esatta delle preferenze che si avevano per noi. Quell'ingegno ferace, che tanto predominava sugli altri per lo spirito d'osservazione e che così presto doveva esser rapito all'Italia, intendo parlare di Carlo Bini, nelle sue riflessioni sui prigionieri ha dettato delle pagine maravigliose per la verità sulle distinzioni sociali, che con scrupolo sono venerate ancora nelle carceri.
Povero!… t'hanno condotto qui, tu devi aver peccato di certo; va' giù nel buglione, là troverai degli amici e dei degni compagni… e spesso per spingerlo più presto gli si amministra gentilmente una pedata che il meschinello riceve, grattandosi il capo! Sarà innocente… E che importa?… Lo si manda giù tra la feccia, tra i borsaioli, tra i ladri d'ogni qualità e d'ogni risma; gli si fanno degli sgarbi premeditati, gli si ride sul muso quando protesta della propria innocenza; si tiene a stecchetto di pane, si fa mangiare mezz'ora dopo quella prescritta dai regolamenti, si cerca infine di rendere più triste, più penosa la di lui posizione: mai una parola d'affetto per lui, sempre un ghigno, sempre una maledizione… E se fosse innocente!… Per un signore poi è un altro paio di maniche: inchini, conforti, agevolezze: il caffè e latte la mattina, la bottiglia per pranzo, e qualche volta anche iltheper la sera… oh, come è rispettata l'eguaglianza a questi lumi di luna!
Dunque, come ho detto, eravamo in cinque in una prigione. Gagliano, il Colonnello, mio fratello, io ed un giovinetto Perugino, che per la prima volta si moveva da casa, e che era innamorato come un ciuco di una ballerina cui aveva promesso per quanto prima l'anello nuziale.
Il primo giorno, non vedendo alcuna probabilità di un interrogatorio, non facemmo che scrivere. Scrivemmo al console, a una dozzina di deputati, a una mezza dozzina dì giornalisti, e perfino al Lanza: in tutti i nostri scritti si protestava contro la patente ingiustizia, di cui eravamo stati le vittime, e si scongiurava, affinchè fosse troncato quello stato penoso, che, temevamo, si prolungasse ancora per un lasso di tempo, non indifferente.
Uno dei nostri, che era stato diverse volte in prigione sempre per affari politici, ci iniziò nei misteri della vita non troppo geniale del carcere, e c'insegnò tra le altre cose un mezzo sicuro, per comunicare con gli altri infelici, quantunque fossero in stanze dalla nostra lontane: il nome tecnico di questo nuovo sistema di comunicazione è ilcavallo; si attacca ad un sasso o a un pezzo di legno una cartolina, in cui si scrive, quello che vogliamo; si avvolge poi tutto ad un filo e dalla finestra si lancia, dove si ha intenzione di farlo recapitare; i prigionieri, nella solitudine aguzzano tanto l'ingegno, addiventano così maestri nella precauzione, che se si ingannano una volta sola, in questo nuovo bersaglio, si può assicurare che è una fatalità. Inutile il dire, che noi ci servimmo di questo mezzo spessissimo, e sul principio facemmo delle matte risate, alle spalle di qualcheduno il quale più che si piccava ad essere gran tiratore, più ne mandava di fuori.
"Come son lunghe, eterne L'ore del prigionier!"
Canta il tenore nel secondo atto delPipelet, e se noi non cantavamo queste parole, se ne comprendeva però in quei momenti tutta la desolante verità. Addormentarsi colle galline, essere in piedi ai primi chiaror dell'alba; appena desti, eccoti ad assalirci la spaventevole idea di quattordici o quindici ore d'inerzia forzata; oh, almeno oggi tuonasse, infuriasse una gran tempesta… sarebbe una distrazione!.. Oh! se si avesse nel cuore la mansuetudine pecoresca del Pellico, chè potremmo passare ore intiere, facendo asceticamente delle contemplazioni sulle tele di ragno, che in sì gran numero e, a mò di tendoni, adornano la volta della nostra abitazione! Oh! venisse un nuovo carceriere gobbo, sbilenco, rachitico, o per lo meno tartaglione si potrebbe ridere qualche tempo per conto suo… Ma no signori, sempre i medesimi volti, sempre il medesimo cielo nè sereno, nè brusco, sempre qualche pezzetto di ragnatelo che ci dà fastidio, cadendo ed appiccicandosi sui nasi respettivi.
Si fece delle palle colla midolla di pane e ci si mise a giocare alle boccie… Ci si annoiava mortalmente; si tentava attaccare una discussione filosofica o letteraria… sul più bello un prolungato sbadiglio faceva uscir di carreggiata l'oratore e lo squarcio di poesia e di eloquenza finiva con una solita imprecazione, dove non si risparmiava nessuno. L'unico che vivesse estraneo a tutto quello che si svolgeva dinanzi a noi, era il giovinetto che tesseva omelie, ripensando alla sua bella ed ai dolci momenti che era solito passare con lei. A questi sproloqui, noi assumendo la dignità di uomini stagionati, e che hanno corso per tutti i versi la cavallina, facevamo tener dietro delle dissertazioni serio-facete, e dei consigli che le più volte facevano diventar rossa come una ciliegia la faccia del pudibondo giovinetto il quale terminava ogni suo dire, sacrando per tutti gli Dei, che la gentile fanciulla, malgrado tutti gli ostacoli, avrebbe finito per diventare sua moglie. E infatti, oggi tornato di Francia, ho saputo la grata novella del felice connubio che amore sparga sempre di rose il beato talamo in cui piange la ragione e la democrazia: che quel giovine infondo aveva cuore, e si entusiasmava per le idee generose.
Gagliano pareva poi, che avesse in corpo un'organino; cominciava a ciabare la mattina a bruzzico e durava a sfringuellare fino all'undici e anche a mezzanotte; se noi si dormiva lui non si perdeva d'animo e con una costanza degna di miglior causa, discorreva solo, trinciando l'aria con gesti agitati, e ripetendo ordini del giorno e proclami di là da venire: ei s'era fitto in capo di costituire una compagnia che si doveva chiamare dei cacciatori del Varo, egli l'avrebbe costituita, appena che ci si fossero schiuse le porte. La questura che seppe forse il progetto, e che, da abile maestra, sa quanto va maturato un disegno perchè possa riuscire, mentre dava la via, pochi giorni dopo, a tutti noi, riteneva in chiusa per altri tre mesi il povero capitano di quella compagnia, la quale, come direbbero le nostre donnicciole, restò sempre nella mente di Dio.
Ci si faceva prendere aria due volte per giorno: la prima volta lungo i corridoi circondati da terrazzini, da cui è intersecato lo stabilimento: la seconda su, in un piccolo belvedere dal quale si godeva di un colpo d'occhio incantevole. Sui muri dei corridoii, come su quelli della terrazza non si vedevano che scritti in lapis: erano ricordi, conforti scambievoli dei prigionieri: geroglifici indecifrabili, ma che forse contenevano rivelazioni per chi era d'intesa:accidenti alle spieemorte ai birrierano quasi sempre il ritornello obbligato di questi sfoghi.
Su in terrazza trovammo anche dei versi: quantunque si sia detto, e ridetto fino a sazietà che la solitudine fa crescere il bernoccolo poetico, anche a coloro che da mamma natura non hanno avuto un tal dono, l'apparizione di queste strofe fu salutata da noi con unhourràclamoroso, che fece venire in fretta e furia i guardiani a domandar cosa fosse avvenuto. I versi eramo mediocri, ma giudicando dal modo col quale erano scritti, si poteva giurare che quello che li aveva vergati aveva fatto anche troppo e che aveva un'anima molto più sensibile di tutte le altre che si trovavano in quelle catapecchie. I versi son questi; ve li riscrivo tali e quali, chiedendo scusa all'anonimo autore dell'indiscrezione, e ai miei lettori qualora non andassero loro a fagiuolo.
Campanella che rammenti Al dolente prigioniero I dolori ed i tormenti Di una vita, che finì… Deh! Riporta al mio pensiero Le speranze d'altri dì.
Di quei dì, che una tranquilla Gioia al Cielo mi rapia: Fissa inLeila mia pupilla Comprendevo la beltà, Comprendevo la poesia Sentia in cuor la libertà
Or son morto, o campanella Suona, suona a funerale Più non veggo la mia bella Più non palpita il mio onor Sul mio letto sepolcrale Suona i tocchi del dolor
E qui il poeta finiva e la parola dolor con cui avea terminato tu la vedevi ripetuta ai quattro angoli dell'ode!… Sia stato un malfattore colui che vergò questi versi?… Se anche lo fu, è certo che fu più infelice di quello che fosse colpevole!
Passammo altri due giorni in questa completa atonia; già tre giorni che eravamo separati da tutti, già tre giorni col timore che i nostri compagni avessero bruciato delle cartuccie contro i Prussiani!… Finalmente venne l'interrogatorio: un interrogatoriopro forma, dove ognuno rispondeva a casaccio tutto quello che gli veniva alla bocca, dove s'inventavano scuse così magre e storie così bambinesche, che sarebbero cadute al primo soffio di un accusatore, fosse anche il più dozzinale. Entrammo dal giudice colla speranza: si credeva che finito l'interrogatorio ci avrebbero rimandato: invece quale non fu la nostra sorpresa, quando ci vedemmo di nuovo rinchiudere nell'aborrita stamberga, che ci aveva accolto fino a quel giorno?
—Non ci mandano via che a guerra finita—Borbottò stizzosamente uno di noi.
Chinammo tutti la testa, che tale cominciava a diventare l'universale credenza.
E passò un altro giorno, eppoi un altro: era il tre di novembre; la vigilia eravamo stati di un umor perfidissimo; senza provare alcuno dei sentimenti dettati dalla religione, quelle campane che invitavano a andare a commemorare i defunti, ci facevano pensare ai nostri poveri morti, a quelli che caddero per le nostre idee, a quelli che cadevano in quel mentre per far scudo coi loro corpi a una pericolante repubblica, per opporre un'argine all'irrompente valanga dei venduti soldati della monarchia degli Hokenzöllern… Noi eravamo mesti, e si passava intere mezz'ore difaccia alle quadrelle dell'inferriata, tanto per vedere quel miserabile lembo di Cielo: orizzonte rimpiccolito come quello dell'idee che ci bollivano in testa e che non si potevano espandere.
Il tre novembre fu un gran movimento pei corridoi, un via vai continuato e un accorrere di guardiani. Qual nuova avventura era giunta a disturbare la quiete monotona di quel sepolcro di vivi?… Il caso era nuovo.
Rossi, Piccini, Stefani ed altri Fiorentini avevano avuto l'idea bizzarra di commemorare i caduti a Montana; ne correva l'anniversario, e loro, come avanzi degliChassepotsdi De Failly, non ultima celebrità di Sédan, vollero degnamente onorarlo; coi pagliericci improvvisarono un catafalco, ci posero sopra una camicia di flanella rossa, lo circondarono con venticinque candele steariche, comprate la sera avanti, eppoi attaccarono un cartello nel quale a parole cubitali era scritto:
Ai Martiri di MentanaI superstiti Repubblicani
S'immagini un pò il buon lettore, quando i guardiani entrarono nella prigione, per portare il becchime a quegli uccelli ingabbiati. Vedere tutti quei lumi, poi quel catafalco… e' era da fare andare in bestia il secondino più mansueto che abbia mai esercitato questa nobile professione! Subito un reclamo dal direttore, il quale seguito dal capo guardiano, dallo stato maggiore e da un nuvolo di carcerieri si presenta maestosamente sulle soglie delle profanata stanzaccia.
—Questo è troppo!… Io sono buono, ma non lo sono tre volte…Impongo loro di tor via quel cartello rivoluzionario…
—Ma noi non diamo noia a nessuno, e poi qui chi lo vede?
—Non importa… Lascino pure il catafalco, ma levino il cartello!
—Ma se nessuno può leggerlo!…
—Io ho usato troppe gentilezze con loro—questo scandalo non lo subisco…
—Ma, se non v'è scandalo!
Insomma per il buon della pace, fa necessario tor via quel disgraziato cartello.—È un fatto, chiaro, lampante e arci che provatissimo: i governi che pericolano hanno paura dei morti, eguali in tutto e per tutto all'infermo incurabile che fa il viso serio solamente a sentir parlare di morte.
In premio di non aver preso parte alle dimostrazioni sovvertitrici dei nostri amici, quel giorno noi fummo mandati a prender aria un'ora più presto.
Una dolce sorpresa ci attendeva sulla terrazza: arrampicandoci sull'inferriata, e spenzolandoci come meglio si poteva, si vide sedute sulla spalletta di un fosso che attraversava la via, le due fate dai magici scialli, che tanto mi avevano dato a riflettere sul Var: esse guardavano in su; era certo che qualche prigioniero, aveva portato con se molta parte di cuore di quelle creature che credevamo vezzosissime e che le ci apparivano come una visione, nei momenti più climaterici di quella intrapresa.
Ci si perdeva, come di solito, in congetture su quelle apparizioni, quando venne un custode e con ilare fisonomia, ci disse: Giù, giù nella stanza del capo guardiano.
—Ci son novità?
—Eccome!—Loro son liberi.
—Liberi!—Urlammo noi e ci stringemmo l'un l'altro la mano. O libertà!… Prima tra tutti gli affetti e le aspirazioni dell'uomo, senza te è impossibile vivere, e solamente si giunge a comprendere tutta la tua dolcezza ineffabile, allorquando per disgrazia ti si è perduta; ridotti allo stato di cose, costretti a reprimere i battiti del cuore, le concezioni del cervello, gli slanci che suol produrre l'intelligenza, a te si ripensa come lo stanco e affaticato peregrino, in una montagna o in mezzo al deserto ripensa all'agiatezza della sua casa, ai dolci riguardi dei parenti lontani. Tanta è la gioia che si sente nel ricuperarti, che si tornerebbe a soffrire gli istanti penosi, che abbiamo sofferti, pur di provare l'inenarrabile felicità, che si prova in quell'istante divino.
Scendemmo a rotta di collo le scale, entrammo nel corridoio, dove di subito fummo circondati dai nostri compagni, che ci abbracciavano, ci baciavano, ci opprimevano di mille domande; chi troverebbe parole per descrivere l'emozione di quel momento solenne? Non era il tornare a vivere che ci sorridesse soltanto: era l'idea che prima o poi si avrebbe raggiunto nostro padre, che tale deve considerarsi da un giovane l'eroe leggendario della libertà e del progresso, che tale deve essere riguardato da tutti coloro che soffrono, il prode general Garibaldi.
Fassio, incaricato dalla questura ad assistere alla nostra liberazione, volle farci sospirare, più che fosse possibile, un tanto agognato momento! Eravamo una lunghissima fila, ognuno che usciva dalla stanza provocava in tutti un sospirone che si poteva tradurre in queste parole: Lui felice… ed io pure, che mi avvicino alla liberazione!
Venne la mia volta. Entrai: Il commissario mi abbordò subito con queste parole: Lei è di Firenze?
—Sissignore!
—Vuoi fare il viaggio a spesa sue, o a conto della questura?
—Ma io voglio restare in Livorno
—È impossibile!
—Se ci ho i miei interessi!
—Non importa: lei è di Firenze e deve tornare a Firenze!
—Ma questa è bella!
—O bella, o brutta… tali son gli ordini.
Strana logica invero questa della polizia! se nel mio interrogatorio avessi detto di essere del Missisipì chi sa che la questura non mi avesse spedito gratis fino a quelle lontane regioni!… Ah! averlo pensato!!
A tutti gli altri fu fatta la medesima proposizione: tutti accettammo di andare a spese nostre, decisi di tentare ogni via per sfuggire ai questurini.
—Domani si presenteranno al questore in Firenze—Disse allora il Fassio con tuono burbanzoso e poi volgendosi al Piccini aggiunse: lei mi par più serio degli altri, farà da capo squadra… Alla stazione gli accompagneranno le guardie, nè li lascieranno fino a che non avranno preso il biglietto.
Un'altra speranza che si dileguava! Bisognerà tornare per forza donde eravamo partiti con tutta allegrezza.
—Possono andare… e si sbrighino perchè il vapore parte a momenti..
Dei picchi ripetuti all'uscio della nostra antica carcere, richiamano l'universale attenzione verso quel posto. È Gagliano che protesta all'ingiustizia e all'infamia: è il povero Gagliano che solo vien rilasciato ai Domenicani per conto della questura—Scrivete sui giornali—Egli vociava—Fate nota la nuova ingiustizia, dite che mi si vuoi rovinare da questa canaglia.—Nessuno porgeva ascolto, alle di lui querele, qualcuno rideva: l'uomo che esce da un pericolo diventa egoista.
—Via, via—ci disse il nostro accompagnatore, una specie diDon Checco, scalcinato come un poeta, e zoppicante, come un verso sciolto di qualche genio incompreso.
Demmo un'ultimo sguardo alla stanzaccia che ci aveva racchiusi quei giorni, e, cosa strana, provammo un certo dispiacere ad abbandonarla. Quanti pensieri, quanti generosi proponimenti, quanti ricordi, quante speranze non ci avevano agitato là entro!
Quando io esco di prigione, e lo so benissimo grazie al benigno nostro governo, io provo il medesimo effetto di quando esco di un bastimento. Mi gira la testa e le gambe mi reggono appena…. quella sera mi pareva di essere addirittura ubriaco. Ed anche senza parere ubriaca, io credo che la nostra comitiva avesse in se tanto di umoristico da farsi guardare da chiunque passava.
Figuratevi: prima Don Checco con una mazza gigantesca, su cui si appoggiava, ma che non era valevole a farlo passar per meno zoppo di quello che era: poi il Colonnello in cappello a cilindro coi due tubi di latta, in cui erano le carte geografiche, ma che di notte gli davano un'idea di Sesto Caio Baccelli, con gli annessi canochiali; dietro a loro il giovinetto innamorato con due valigione, che erano vote, ma che egli aveva portato con se per dar polvere negli occhi alla pulizia; in coda noi altri urlando, chiassando, facendo le fiche a quel povero diavolo, che tentava attaccar discorso con tutti, senza che nessuno gli rispondesse: in poche parole egli sembrava un precettore che conduce a passeggiare una mandata di birichini, e scommetto che in quell'ora, avvedutosi della parte redicola che sosteneva, avrebbe mandato in quel paese Bolis, la Francia, il Ministero e gli eroi della libertà.
Arrivati alla ferrovia, le guardie ci fecero ala, nè si allontanarono, fino a che non avemmo presi i biglietti.
—Dunque a rivederli, signori—Traendo un sospiro di contentezza ci disse il delegato.
—Dica addio!—Riprendemmo, noi tutti.
—Grazie dell'accompagnatura!—Proferiva uno in tuon di burla.
—La ci saluti Bolis…
—Al piacere di non riverirla mai più..
E via di seguito con espressioni più o meno frizzanti, tutte all'indirizo di quel'infelice che impappinato come un pulcino nella stoppa, voltandosi ad ora ad ora per darci una sbirciata più o meno benevola, se ne andò quatto quatto e colla coda tra le gambe.
Entrammo nella stazione: quelli che viaggiavano a conto della questura erano stati ficcati in due vagoni di terza classe, e cantavano: cantavano dalla rabbia o dal piacere? Non saprei dirlo davvero, ma è un fatto che un uomo che si trova in una situazione eccezionale, prova un refrigerio, stuonando un'arietta; i ragazzi che hanno paura a andar soli in una stanza canticchiano, i poveri coscritti cercano alle canzoni montagnole, e ai patriottici inni quel coraggio che invano cercherebbero al cuore.
Ecco i due scialli!.. Ecco le due donne che ci hanno fatto tanto almanaccare colla testa sulVare in prigione!—Oh! finalmente ci è dato avvicinarle! Sono la madre e la sorella dì un'arrestato, mi sussurra uno, che ho accanto. Mi approssimo a loro. Qual delusione! La madre è sbilenca, le mancano due denti davanti ed ha una bazza, come quella del barone Ricasoli. E la figlia? Mi risparmino i lettori l'orrore di descriverla!.. Un viso da leticare il giallo alle carote, un personale impossibile, due mani che certamente non sarebbero state sproporzionate per il Biancone di piazza. Mi fecero mille complimenti, mi volevano presentare il figliuolo e il fratello: io con una scusa qualunque voltai loro gentilmente le spalle, che amavo credere il nostro compagno di sventura, gobbo, sciancato, ridicolo, per potere almeno avere il vanto di aver conosciuta la famiglia più brutta, che in questi tempi Borgiani, passeggi sotto la cappa del Cielo!
Pochi minuti dopo, si entra tutti nel convoglio: Piccini che doveva essere, il capo squadra ci sfugge: il treno è in movimento e noi ci si trova,spinteesponte, trasportati a Firenze.
Essere in Firenze, e ricominciare a studiare le strade per tornare in Francia fu tutt'una. Il male si era, che le nostre piccole risorse avevano avuto un colpo tremendo, e che la questura aguzzava, come Argo cento occhi per spiare i nostri movimenti più piccoli, le nostre più segrete conventincole. Non si credano esagerate le mie parole: per il malaugurato affare di Livorno si era cominciato un processo, e si adopravano nelle sfere governative a tutt'uomo per mandarlo avanti o di riffe o di raffe: si voleva infatti far vedere alla Prussia come in Italia fossero ligi al principio di neutralità e come il governo non dividesse per nulla le idee piazzaiole di quello scomunicato di Garibaldi.
Noi dal canto nostro non stavamo con le mani in mano, e, tra le altre cose (vedete, come eravamo poeti) si cercò di organizzare in Firenze una compagnia tutta Toscana, che si sarebbe chiamata dei carabinieri dell'Arno. Un tal disegno ci portò per le lunghe: e tra proposte, decisioni, consigli si perse un tempo prezioso.
Mentre nell'Atene dell'Arno, quantunque muniti delle più belle intenzioni, non si dava nè in tinche, nè in ceci, il coraggioso e bravo Ricciotti compieva la romanzesca impresa di Chantillon. La democrazia e tutti coloro che sentono amore per l'Italia, applaudivano calorosamente il giovane condottiero, che con un pugno di uomini, sorprendeva, notte tempo, ottocento Prussiani, ne faceva più che quattrocento prigionieri, e toglieva loro buon numero di cavalli e di armi.
Garibaldi, dopo aver costituito il suo microscopico esercito a Dôle, si era portato ad Autun, e dopo avere ottenuto splendidi resultati a Lantenay, si era spinto fin sotto Dijon, ed avrebbe certamente occupato questa città, se l'imperizia e la codardia della guardia mobile non lo avesse obbligato a ritirarsi fino nella città, da dove si era partito con tanta speranza nel cuore. I Prussiani avevano cercato di sorprenderlo, capitando all'impensata in Autun, ma grazie all'esattezza dei tiri delle batterie da montagna che l'illustre generale aveva sotto i suoi ordini ed al valore dei giovani volontarii, i tremendi soldati che facevano paura a tutta l'Europa, dopo averne buscate come ciuchi, si erano refugati a rotto di collo dentro Dijon, dove il generale Werder aveva piantato il suo quartier generale.
Queste notizie che leggevamo sui giornali erano tante stilettate per noi; già varii dei nostri compagni erano partiti alla spicciolata per la Francia. Io mi rammento che in quei giorni mi vergognavo ad uscir soltanto di casa: mi pareva che tutta quella gente che era conscia della mia prima partenza mi ridesse sul muso, e che dentro di se mi rimproverasse quell'inerzia, che d'altronde era la conseguenza logica della mia situazione.
Finalmente un giorno capitò da me, che in quel momento avevo già dismesso il pensiero di poter prender parte alla campagna di Francia, il Bocconi, e, senza che io proferissi nemmeno una parola mi disse: Sei sempre deciso di venire in Francia?
—Sicuro!—Gli risposi.
—Allora domani l'altro partiamo.
—Non burli?
—Ti parlo del miglior senno possibile… ci stai sempre.?
—Se ci stò!…
—Allora siamo in cinque,
—Ma, ai fondi?
—Ci è chi provvederà…
—Tanto meglio!
E fissammo di vederci due sere dopo al Caffè Ferruccio; chè l'ora della nostra partenza era alle quattro del mattino, ed era deciso che saremmo andati a Genova per via di terra, non essendo cosa ben fatta il tentar di ripassar da Livorno, dove il questore Bolis comandava tutt'ora a bacchetta.
La sera che dovevamo partire me ne andai solo solo all'Arena Merini…pardonal teatro Principe Umberto; chiacchierai cogli amici, mi mostrai più di buon'umore di quello che ero realmente, dissi male degli Italiani che erano andati in Francia, e protestai di riconoscer di avere io fatto malissimo a partire la prima volta. Che volete? I casi che mi erano accaduti antecedentemente mi rendevano sempre più convinto, che a voler che un'impresa vada per il suo verso, è necessaria un pò di gesuiteria, e che una persona che crede di andare avanti colla buona fede, e collo spifferare tutto quello che ha sullo stomaco, in generale finisce coll'avere il male, il malanno e l'uscio addosso.
Salutai gli amici e verso mezzanotte mi ridussi al caffè Ferruccio. I miei quattro compagni, non avevano mancato all'appello e cominciavano a susurrare della mia tardanza; alcune nostre conoscenze fiorentine, colle quali potevamo fidarsi a chiusi occhi, si erano assise al nostro tavolino, e sotto voce ci davano qualche conforto, o si lamentavano di non poterci seguire.
Il caffè si chiuse alle due, ed i nostri amici partirono. Qui cominciarono le dolenti note. Sembra una cosa incredibile, ma in Firenze capitale d'Italia, fu impossibile di trovare un locale che fosse aperto in quell'ora. Un nevischio impertinente ci filtrava nell'ossa, e ci batteva sulla faccia, procurandoci dei brividi che erano salutati da veementissime apostrofi. Come furono lunghe quelle due ore!… E con qual gioia non si salutò, l'aprirsi dei cancelli delle stazione. Gli Ebrei che giunsero finalmente a mettere il piede nella terra promessa, dovevano forse aver provato la medesima gioia… maggiore è impossibile.
—Prudenza, ragazzi—Ci dice a bassissima voce il Materassi, uno dei nostri.
—Che ci è? Proferimmo tutti spaventati.
—Guardate!—E ci accennò colla mano una delle più celebri guardie di sicurezza Fiorentine, che prendeva il biglietto.
Soprapensieri, come eravamo noi tutti, cominciammo a temere!…
Ci si buttò in un vagone, e dopo un'ora eravamo a Pistoia. Altro intoppo!… Viene una guardia e ci annunzia che dovremo restar lì fermi, a dir poco due ore. La neve impediva che il treno procedesse, fino a che una macchina non fosse andata ad esplorare la ferrovia. Difatti per quanto tu stendessi lo sguardo, non ti era dato di vedere che un bianco lenzuolo: bianchi erano i monti lontani; bianche le collinette vicine! gli alberi più alti sembravano pianticelle di giardino, ed invece di essere in quella località così ricca di vegetazione tu avresti, a buon diritto, creduto di essere ai piedi delle Alpi. Per digerire il male umore, e per farci passare il freddo dalle ossa, bevemmo un par di bicchieri di Cognak, che era proprio un castigo di cielo, ma che fu bevuto da noi con quella filosofia con cui si trangugia una medicina.
Le due ore sì tramutarono in più di tre, finalmente venne le famosa locomotiva: rimontammo nel nostro vagone, e insieme con noi rimontò la guardia di pubblica sicurezza. Che si avesse a fare la seconda di cambio?—si pensava tutti tra noi, ma nessuno ardiva dirlo a un compagno.
Maggiore il nostro desiderio di sbrigarsi, minore la velocità eon la quale si andava: la neve infatti più che ci si avvicinava all'Appennino prendeva delle proporzioni imponenti; a tutte le stazioni intermedie bisognava fermarsi una buona ora: ad ogni fermata si trangugiava un bicchierino d'acqua vite.
—Aqua vitae, la chiamavan gli antichi—Declamava il Materassi, vecchio soldato—per mettere anima in corpo par fatta apposta.
Si cominciò a traversare gallerie e a percorrer viadotti!.. Quali considerazioni non vengono in mente al maestoso spettacolo, che scienza ed arte offrono innanzi ai nostri occhi!.. E pensare che un secolo fa, sarebbe stato trattato da pazzo, chiunque avesse predetto la magica impresa, e pensare che il primo Napoleone, il genio della tirannide, rise sulla faccia a colui che gli proponeva il sublime ritrovato dell'umana potenza!.. Ma così è; disgraziato chi trionfa alla prima: l'umanità è codarda coi grandi, e ne attua solamente i grandiosi disegni allorquando essi non sono che polvere! Giovanni Uss, Galileo, i Parigini della Comune, ce ne possono e ce ne potranno dare un'esempio. Corri adunque, o macchina apportatrice di civiltà e di grandezza: corri, che tu ci rappresenti il progresso che non cura gli intoppi o che li debella; gli ostacoli cadono a te davanti: tu ti fai strada tra le impraticabili montagne, in mezzo alle più folte boscaglie; superi fiumi, traversi estese pianure, riunisci e fai conoscer tra loro popoli diversi di costumanze, di tradizioni, e generalizzi l'idee generose, a dispetto del prete che ti stigmatizzò, quando nascesti; a dispetto del retrogrado che in te vide l'annunzio di sua prossima morte.
A Pracchia ci dovemmo trattenere altre due ore; anche a questa fermata della nostravia Crucisripetemmo la parola sacramentale, che proferì anche Cristo dopo essere stato inchiodato, la parola:Sitio, Malgrado però questa nostra manìa di confortarsi le intirizzite viscere a forza di liquore non potemmo fare a meno di ammirare l'inponente panorama che ci si stendeva davanti. Dalla finestra del bugigattolo in cui ci eravamo refugiati si godeva un immenso spettacolo. Le punte accuminate dei monti, gli scoscesi burroni erano tutti bianchi, come l'immensa volta del cielo: gli sconfinati orizzonti che ci si stendevano innanzi a noi ci rendevano piccini, piccini; i castelli, i villaggi, lo chiese che così di frequente si trovano in quelle catene di monti, si alzavano forse un metro dal suolo e ti apparivano quasi informi ammassi di neve. Manfredi, che s'ispira all'orridezza della natura, ci appariva, ombra incresciosa e vagabonda su quel candido strato, e ci faceva volgere tutti i nostri pensieri alla fantasia più che umana di Byron!
L'aspettativa era lunga; è un fatto che in certi momenti si prova la voluttà di bamboleggiare: gli uomini più grandi hanno in comune coi collegiali moltissimi divertimenti…
«Deh., fa che io possa ritornar bambinoA te daccanto!
scriveva un mio amico che non credeva più a nulla; e noi che non eravamo guariti e che ancora si credeva a qualche cosa, incominciammo una guerra a palle di neve: guerra che se non ebbe le conseguenze terribili che ebbero le altre di cui facemmo parte, ci riusciva più fastidiosa, quando qualche proiettile veniva a spiaccicarsi sulle nostre faccie.
I macchinisti col muso nero, i lavoranti colla faccia tutta unta (rimedio per scongiurare la forza del freddo) stavano a guardare con maraviglia, e s'interessavano alle peripezie del combattimento. Nel più bello della lotta mi si avvicina una donna e tendendomi la mano mi chiede un'elemosina. Abituato all'accattonaggio delle grandi città, io rifiutai la richiesta.
—Se sapesse…. Io ho il genero e la nuora malata e sei nipotini che moiono di fame e di freddo.
—Solite storie—Interruppe uno dei nostri alzando le spalle.
—Storie!—Borbottò piangendo la povera vecchia—Storie! vengano a vedere e saranno persuasi.
Seguimmo la povera; in una capannuccia tutta coperta di neve, sopra un monte di strame, vedemmo una donna ancora giovine, forse anche bella, circondata da quattro bambini assiderati dal freddo. Uu fetore immenso, una miseria che metteva spavento: tutto insieme uno spettacolo che faceva venir voglia di piangere. Poveri disgraziati, mentre il ricco annoiato profonde le migliaia di lire ai piedi di una ballerina, o per avere una bella pariglia, e finimenti magnifici alle passeggiate ed ai corsi, essi morivano di fame, non si sdigiunavano nemmeno tutti i giorni, perché il marito dell'afflitta giacente, dopo aver lavorato come un ciuco, era caduto da varii mesi ammalato e i di lui padroni gli avevano sospeso il salario.
Noi avevamo pochi quattrini, questi pochi ci servivano appena per fare il viaggio e purnonostante non potemmo fare a meno di dare il nostro piccolo obolo, per questa miseria che ci faceva piangere il cuore. Oh! se tutti andando a prendere unpunch, o fumando un sigaro (vedete che prendo le più piccole spese) pensassero che con quei pochi soldi si potrebbe procurare un tozzo di pane a tanta gente che è degna di aiuto e che langue nella più tremenda miseria, oh! scommetto che allora i vizi scomparirebbero, che nessuno avrebbe cuore di abusar del superfluo, mentre tanti fratelli mancano del necessario:
Il fischio della macchina che arrivava ci annunziò che l'ora della partenza era giunta; lasciammo la casa del dolore e non potendo esser più allegri, chiotti, chiotti rientrammo nel treno, che dopo due o tre ore ci lasciava a Bologna.
A Bologna fu mestieri fermarsi fino al giorno dipoi; s'immagini chiunque ha fior di senno, con qual malumore: malumore che ci cresceva a mille doppi, vedendo come la celebra guardia di sicurezza seguisse come un cagnolino tutte le nostre pedate.
La mattina all'alba partimmo; mi sembra inutile descrivere ai miei buoni lettori il lungo viaggio che avemmo a fare da Bologna a Genova; le famose avventure in ferrovia, che sono così spesso tirate in ballo dai romanzieri, per me sono favole belle e buone; noi fummo trasportati, nell'identico modo con cui son trasportati i bauli. Avemmo a compagni dei mercanti, dei contadini e dei soldati in congedo; ci fermammo per far colazione, come tutti gli altri a Piacenza; mangiammo di nuovo a Tortona; bevemmo una buona bottiglia di vino a Novi, non potemmo fare a meno di ammirare la magnifica vallata di Serravalle, schiudemmo i cuori alle più liete speranze, osservando l'infinito numero di fabbriche di San Pier' d'Arena, e scendemmo a Genova nelle prime ore della notte. La luna illuminava il bel monumento di Cristoforo Colombo che è sulla piazza della stazione. Noi volgemmo un saluto a quel grande, che in ricompensa di un nuovo mondo si ebbe le catene da un re, e ci persuademmo, che per volger di secoli e per variare di avvenimenti l'umanità non è punto cambiata.
Nostro primo pensiero fu di recarci da un certo individuo, che ci doveva dare il mezzo sicuro, perché si potesse muovere senza disturbi alla volta di Francia. Ci aveva dato una lettera di raccomandazione per questo genio benefico, Andrea Pieri, uno dei nostri buoni amici Fiorentini, giovane egregio e provato patriotta, di cui la democrazia piange a lacrime amare la perdita. Trovammo quasi subito la tanto desiderata persona, e secolui ci riducemmo in una bettoluccìa non molto distante dal teatro Carlo Felice, bettoluccia frequentata soltanto dai marinari, e da qualche facchino di porto.
—Noi si vuolpartir subito—Fu il primo discorso che facemmo.
—Non dubitate… domani sera voi partirete… Domattina… uno di voi verrà con me e combineremo ogni cosa.
—Va bene!
—Ma saremo disturbati qua in Genova?… Dimandai io che avevo sempre fisse in mente le persecuzioni con cui ci onorava il Bolis a Livorno.
—Loro possono andare tranquillamente… Si figurino in quest'ultimo mese ne ho già imbarcati più di duecentocinquanta…
Mi rincresce non poter nominare questo giovine che con tanta abnegazione si prestava, per procurare dei difensori alla Francese repubblica; egli in oggi è uno dei miei amici più cari, ma, se lo nominassi, domani forse non avrebbe più pane e quello che è peggio, non l'avrebbe nemmeno la sua numerosa famiglia. Quanti, oh! quanti sono obbligati a nascondere le idee generose che loro bollono in cuore, per la miseria e per il bisogno! Non vi disperate però, o povere vittime, che ce lo ha lasciato detto anche Giusti:
«Tra i salmi dell'uffizioC'è anche ilDies iraeO che non ha a venireIl giorno del giudizio?!
Si dormì in un Albergo, a cui c'indirizzò il nostro amico; il proprietario, i camerieri la pensavano come noi e terminammo la serata, cullandoci tra le più belle illusioni e facendo i più attraenti progetti per l'avvenire.
Al mattino Materassi andò a fissare per la partenza; noi andammo a vedere i magnifici giardini dell'Acquasola ed ammirammo tutta la poesia di una magnifica giornata; il mare, la terra, il cielo erano ridenti, ridenti come il nostro pensiero, che spaziava in quell'Oceano di luce, in quel verde sterminato delle miriadi di piante che ci circondava, e che traeva da tanta magnificenza di natura nuova forza per tentare l'impresa, e certa speranza di sicura riuscita.
—Stasera alle otto si parte!—Ci disse a pranzo il Materassi.
—Ma come?
—Andremo ad uno ad uno al battello… Io vo per il primo: voi mi seguirete.
Sull'imbrunire ci avviammo al porto; il porto di Genova è senza dubbio il primo d'Italia: il continuo movimento, l'affaccendarsi di migliaia di persone, lo sterminato numero di navi che vi sono ancorate, lo sterminato numero di vapori che s'incrociano arrivando e partendo, disegnando sull'Orizzonte una lunga striscia di fumo, ti rendono certo di essere in uno degli emporii commerciali tra i più accreditati in Europa. A terra hai il lavoro, in mare hai il vapore: le due leve che rialzeranno l'umanità fino all'altezza dei suoi gloriosi destini; l'attività individuale e la scienza!
Se i barcaioli di Livorno ci si erano mostrati usurai e sordidi, quelli di Genova ci sorpresero per il loro galantomismo.
—Lei va in Francia?—Mi domandò quello che guidava la mia barca.
—Sì—Gli risposi.
E lui, zitto come un muro.
—Quanto devi avere?—Gli domandai quando fui giunto alla scala del bastimento.
—Mi, darà mezzo franco.
—Soltanto!—Esclamai io con sorpresa.
—È il mio avere.
Io gli diedi due franchi, egli mi pose in mano il resto e si offese quando gli dissi che del resto io intendeva fargli un regalo.
A bordo, mi buttarono giù tra le cabine dei marinari. Dove erano gli altri? Sul bastimento di certo, e se non li vedevo quella sera, li avrei veduti quando l'aria fosse più libera!
Noi eravamo nientemeno che sulConte Cavour, vapore italianissimo e appartenente alla compagnia Aquarone. Mi sdraiai alla meglio in una cabina, quando entrò nella stanza un tale, che mi fu presentato con queste parole da un marinaro: anche lui, viene in Francia.
—E di dove viene?—Io gli richiesi.
—Vengo da Milano, ed ho fatto a piedi fin qui tutta la strada…
—E come mai?
—Io ero nei cavalleggeri Monferrato e son disertore!
Io lo guardai e sentii compassione di lui; io non ho mai creduto che l'impresa di Francia potesse riuscire, e, se andavo, era solamente perché reputavo un delitto per un republicano il non accorrere là dove si pugnava e si moriva eroicamente intorno al glorioso vessillo dell'umana emancipazione. Morire è nulla per chi ha un poco dì cuore: ma andando alla guerra ci son più probabilità di restare che di andare tra i più, e se quel povero diavolo l'avesse scampata, che avrebbe fatto? In Italia non poteva tornare dicerto, in Francia non sapendo una parola di lingua francese sarebbe morto di fame… Oh! quanti eroi vivono e moiono ignorati, in questo secolo falso in cui si inneggia all'effetto scenico dei bugiardi eroismi.
Questa volta ci si muoveva davvero; allorché io ne fui proprio sicuro mi addormentai profondamente.
Quando al mattino mi destai noi eravamo fermi.
—Venga pur su dai suoi compagni, mi disse un mozzo.
—Ma perché ci siamo fermati?
—Siamo a Savona: ci fermiamo fino a stasera.
—E avremo altre soste avanti di arrivare a Marsiglia?
—Oh!… sissignore! Per lo meno si sta dieci ore a san Maurizio.
I miei compagni, secondo il solito, più fortunati di me, erano stati messi nelle cabine di prima classe. Io li trovai nel così detto salone, nel quale ci si rigirava appena, tanto era piccolo!… ma pure lo avevan battezzato come salone.
Prendemmo un caffè, e si assise con noi un Pollacco, che bisticciava alla peggio un po' di francese: egli ci disse che veniva in Francia, e che era già stato ufficiale di cavalleria nell'esercito Austriaco e Prussiano, e per convalidare ciò che diceva, ci mostrò una fotografia, che aveva in tasca, dove era rappresentato in alta montura di ussero. Alla nostra domanda se pur egli avesse intenzione di arruolarsi con Garibaldi, fece una smorfia. e portestandoci di amare i volontari, ma di trovarsi al mo posto soltanto tra truppe disciplinate, ci fece noto il suo divisamente di entrare nell'esercito di Bourbaki, allora in formazione, io credo, a Châlons.
Era intanto sceso giù da noi il macchinista, un bel tipo di Francese meridionale: un repubblicano a prova di bomba, che faceva parte del Comitato di Marsiglia e che anzi s'incaricava di condurre più gente che gli fosse possibile in quest'ultima città. La testa di quest'uomo era molto espressiva; fronte spaziosa e barba foltissima; con un berretto Frigio sul capo ti rassomigliava perfettamente uno di quei celebri convenzionali che tanto impaurirono ed entusiasmarono la Francia sullo scorcio del secolo decimottavo. Franco e leale egli cantava le cose come le sentiva, per cui alle parole del Polacco, che aveva terminato il discorso con mille elogi dell'eserciti permanenti, sola speranza di una nazione in pericolo (sic) alzava furiosamente le spalle, e finì borbottando: Noi non andiamo d'accordo.
—E come è vestita la cavalleria in Francia? Gli domandò il discendente di Sobieskj, che persino in viaggio era di un'eleganza ineccezionabile.
—Da soldato!—Rispose l'altro bruscamente e volgendosi a noi ci disse a bassa voce e in genovese—Dev'essere un imbecille, un soldato di ventura.
Tale opinione ci fu poco dopo convalidata; il nostro compagno di viaggio cominciò a parlarci delle sue conquiste, dei cavalli che aveva lasciato a Vienna e degli illustri parenti che aveva lasciato a Berlino, e terminò mostrandoci il ritratto della suamaitresse, una bella bionda che non in fotografia, ma in carne ed ossa avremmo desiderato avere davanti. Durante tutta la campagna non vidi più questo Pollacco; probabilmente come tanti altri avventurieri avendo veduta la malaparata sarà andato in cerca di fortuna migliore: chè la campagna di Francia ebbe questo di buono: pochi volontarii, ma i pochi ispirati e che dicevano e facevano davvero… ne diano prova luminosa le migliaia dei cadaveri che abbiamo lasciato lassù.
A mezzogiorno preciso il vapore si mosse; tutti salimmo in coverta. La giornata era superba, il panorama incantevole. Il nostro battello, che si poteva chiamare un guscio, tanto era piccolo, costeggiava la bella riviera che è una delle prime bellezze della bellissima Italia; noi non ci scostammo mai più di cinquanta passi da riva; si passava adunque vicinissimi a quei seni, a quei golfi che s'intersecano nelle montagne, ora ridenti per il verde delle piante, ora tristi per il cenerognolo dei molti uliveti, ora orride per il colore rossiccio delle pietre e per la mancanza di abitazioni; i cento villaggi, i pittoreschi castelli che si vedevano spuntare qua e là, e dominare superbi sulle vette delle colline e dei monti; le capannuccie dei pescatori a cui ad ora ad ora si scorgeva legata qualche barchetta, le onde leggermente increspate dal venticello che rapiva i profumi dalle piante del lido, e li offriva a noi ricreandoci, gli alcioni che apparivano a fior d'acqua, che si tuffavano e riapparivano scuotendo le ali immense, e il cielo tutto sereno, celeste come l'estesa superficie del mare ci facevano credere di essere in primavera, e ci facevano mandare un saluto dal profondo dell'anima alla terra dell'amore e della poesia, a quell'Italia che si biasimava, si vituperava vivendoci, ma che ora si sentiva di amare più di noi stessi. E a farlo apposta sembrava che l'Italia, quasi amante che si voglia tradire, si facesse bella di tutti i suoi vezzi per renderci più amara la dipartita.
Ci fermammo di nuovo a san Maurizio, e fu forza il pernottarci. Mi condonino i lettori la noia di tutti questi ragguagli: ne soffrimmo tanta noi della noia… che possono pazientare, anche loro, poiché poco più ora manca alla fine di questa escursione marittima.
Il mare si fece cattivo: un colpo di vento portò via tutte le panche che erano a poppa e dove ci eravamo seduti il dì innanzi: il nostro stato era deplorevole: lascio dapparte certe descrizioni che urterebbero il delicato sentire dei miei lettori e delle mie buone lettrici; lo stesso Capitano non sapeva più che pesci si prendere: l'equipaggio giurava per tutti i Santi del Calendario Cattolico di non essersi mai ritrovato in acque sì brutte. A Tolone si sobbalzava tanto nelle nostre cabine che si arrivava a picchiare capate terribili nelle asse del soffitto; è per sopramercato si era anche nel colmo della notte. È impossibile descrivere l'irritazione di cui eravamo in preda: lo sconforto si era impossessato di noi, e ci si aspettava di momento in momento di trovar la tomba, ora che si era arrivati in Francia.
Il tempo si calmò; altre cinque ore di viaggio, eppoi il Capitano ci chiamò sul ponte. Corremmo tutti. Un bosco d'antenne occupava tutto il porto: una magnifica città ci si stendeva davanti in mezzo a due picchi, sul primo dei quali si vedeva il campanile di una chiesuola.
—Quella è la Madonna della Guardia—ci disse il Capitano.—Loro sono a Marsiglia.
Finalmente ci si era!
Andammo subito al Comitato; non ci era nessuno: se ne domandò la ragione, ci risposero che era domenica; si cominciava benino!
Facendo di necessità virtù, deliberammo di tornarci il giorno dopo, e intanto andammo a passeggiare per la città: Non posso negare che più che mi inoltravo in quelle magnifiche strade, più osservavo il chiasso, il movimento, il lusso, il fare spigliato di quella popolazione, più mi sentivo in preda d'impressioni bruttissime. Non che essere in una Nazione, tanto bistrattata, tanto avvilita, tanto depressa come era allora la Francia, tu avresti creduto trovarti in un paese dove tutte le cose vadano a meraviglia, dove non si sia nemmeno alla lontana sentito parlare di guerra. Molti giovanotti avevano il berretto da guardia nazionale, ma molti ancora se la passeggiavano tranquilli e contenti, a braccio di signore di virtù più o meno problematica, e occupavano cianciando, chiassando e ridendo i tavolini che sono al difuori dei molti caffè, che si trovano nella magnifica strada dellaCanobiere.
Aicafès chantants, si cantava la Marsigliese, lechant du departtutte canzoni patriotiche… ma pur si cantava; allaMaison dorési ballava sempre patriotticamente ilcancan: tutte lecocottesdi Parigi, allontanate da quella citta a causa dell'assedio, erano piovute là a Marsiglia, dove abbassando le loro pretese, avevano trovato ammiratori a iosa; erano aperti tre teatri; suiboulevardstutte le sere suonava la banda; unico indizio di vita belligera noi lo trovammo in certi cartelli che erano attaccati a tutte le cantonate; cartelli ove era scritto a lettere cubitali: Parigi non si arrenderà mai; del resto, come ho detto, un'indifferenza da fare schifo, una corruzione che non ci faceva mai presupporre che un Trochu avesse la sfacciataggine di qualificarla all'Assemblea per Italiana. Se si fa un paragone tra qualunque delle nostre città nel 1866 e Marsiglia nel 1871, bisogna in coscienza affermare che noi, quantunque corrotti, siamo molto, ma molto superiori, se non altro nell'amore di patria, alla città più spinta del mezzogiorno della Francia.
Né solamente le classi agiate se la spassavano, bastava andare sul porto per potere esser certi se quel popolo lì, aveva intenzione di concorrere alla guerra! Le infinite baracche dei saltimbanchi, i giuochi improvvisati lungo la strada, la gente che si affollava intorno ad un vaporino che conduceva intorno il porto, i cantastorie ambulanti ci offrivano un bel colpo d'occhio, ma ci raffermavano sempre più nella nostra opinione. È vero che tra gli altri sollazzi vedemmo anche un tiro al bersaglio e in questo servivano di mira due Prussiani più grandi del naturale; ma a che prò sciupare la polvere contro i Prussiani di carta, quando si fuggiva a rotta di collo davanti a quelli di ciccia?
La molta gente che interrogammo, ci rispose facendo voti, per la pace; il commercio incagliato, i guadagni diminuiti parlavano nel cuore di tutti quegli uomini, più della voce della patria tradita. Noi pensammo che era ben difficile che la Francia potesse pigliare una rivincita.
In mezzo alla folla vedemmo qua e là confusi ed incerti alcuniTurcosed alcuni Zuavi, zoppicanti e con volti emaciati. Erano feriti; erano avanzi gloriosi di Wissembourg, di Woërt, di Gravelotte. Abituati a vedere questi fieri soldati, allorché nel cinquantanove baldanzosi e trionfanti traversarono l'Italia, noi provammo un senso di dolore nel vederli ridotti in tale stato. I ragazzacci del popolo non di rado li accompagnavano colle loro fischiate, o facevano loro degli scherzi da far rivoltare lo stomaco agli uomini più abboccati del mondo: la sventura dovrebbe esser sacra. La popolazione di Marsiglia l'aveva maledettamente con l'armata: mentre uomini, donne, fanciulli si affollavano lungo le vie e guardavano con ammirazione la guardia Nazionale, che faceva crepar dalle risa, tutti avevano sempre pronto un frizzo, un insulto per quei poveri diavoli del 60° reggimento, che allora si ricostituiva in quella città: li chiamavano i soldati di Napoleone, e tutti erano all'unisono per dichiarare quest'ultimo come un traditore, come l'unica causa di tutti i disastri che avevano ridotto al lumicino la patria degli eroi del novantadue e degli espugnatori di Malakoff.
Un po' sconfortati continuammo a girellare, ma è un fatto che quella varietà, quel movimento ci stordiva in modo, che queste cose le quali, or ripensando mi danno fastidio, terminarono col non farmi nè caldo nè freddo e col darmi gusto. Rintoppammo sul porto il nostro compagno di viaggio, disertore dall'esercito Italiano.
—Vadano al Comitato—Ci disse—perché fra poco si parte..
—Dici davvero?
—Sul mio onore.
E noi ci avviammo al celebre Comitato che aveva la sua sede sulla piazza della prefettura.
Un gruppo di giovani dal portamento spigliato, era sulla cantonata e faceva pervenire ai nostri orecchi il dolce suono della gentile favella del sì. Saranno stati all'incirca una cinquanta ed erano tutti Italiani, qualcuno aveva il berretto rosso: tutti vestivano ancora con abiti cittadineschi. Fummo accolti da loro come fratelli: in quei momenti s'improvvisano le amicizie, e il tu alla quacquera di primo acchito, soave reminiscenza dell'Università, predomina su tutta la linea: nè si creda che queste amicizie che si concludono in un quarto d'ora, sfumino come tutte le amicizie del mondo, poiché sono le più inalterabili, perché dopo molti anni quando l'uomo vive nel passato e chiede un conforto e una lacrima al sacro patrimonio d'affetto che ha raccolto qua in terra, ripensa a questi amici di gloria e di sventura come l'esule, o il prigioniero ripensano alla casetta paterna.
Tutti erano allegri… si andava incontro a un nemico formidabile, si era certi della difficoltà di vincere, si sapeva che probabilmente metà di noi avrebbe pagato col sangue le idee che ci bollivano in testa, ma che c'importava? Anche il sacrificio ha le sue voluttà e sono più inebrianti di quelle della gioia.
—Stasera non possono partire.—Venne a dirci un coso sbilenco, che doveva essere addetto al Comitato.
—Daccapo—Urlarono i giovani e proruppero in fischi.
—Domani sera partiranno di sicuro—Proferì a malapena quel corvo del malaugurio e se la svignò alla chetichella.
—Pazienza ragazzi… bisogna assuefarsi alle disillusioni; venite con me alla vicina taverna e là faremmo passare la malinconia, trangugiando un buon bicchier di vino caldo.
Quello che parlava era un bel tipo di militare; era già vestito daGaribaldino e camminava un po' zoppo.
—Evviva il Mago!—Gridarono tutti.
—Venite con me sempre, o ragazzi, e vedrete che anche al fuoco non vi farò scomparire.
—Eh! lo sappiamo che tu sei un eroe…
—Che eri all'attacco di Dijon…
—E che ci fosti ferito.
—Evviva i prodi soldati!
—Evviva.
E cantando patriottiche cantiche ce ne andammo tutti alla vicina taverna, dove due fior di ragazze dispensavano bibite e sorrisi agli avventori, che ne andavano in solluchero a questo connubio cotanto attraente.
A Marsiglia, il vin caldo e il Cognak costano la miserabile somma di 10 centesimi, e si noti bene che le bibite non si amministrano omeopaticamente come da noi.
—Se ci fossero certi amici!—Esclamò il Materassi, quando giunse a cognizione di questa consolante notizia.
—Mago, su… giacché non sappiamo come passare il tempo, raccontaci i fatti gloriosi di cui è già stato eroe Garibaldi… Noi ci istruiremo e le ore ci trascorreranno, come se fossero minuti.
—Che volete… che dica…
—Di quello che sai: raccontaci come si portano i nostri, quale è la nostra organizzazione, e se infine i soldati Prussiani sono poi quella gente famosa da far tremare tutto il mondo…
—In quanto a questi vi assicuro che non fanno di noccioli e che tirano diritto, e che son duri come montagne, ma, poiché volete saper proprio ogni cosa, vi spiffero tutto dall'aallazpregandovi a scusarmi se non parlo in punta di forchetta.
Tutti fecero silenzio e il sergente (il Mago era sergente), incominciò: Figuratevi che si era in Autun. Il clima di Francia è pazzo come gli abitanti. A Dôle non aveva fatto che piovere, a Autun era un freddo che ci pareva di essere in Siberia. Noi stemmo sei giorni all'avamposti e vi assicuro di aver provato certi brezzoni, che al solo ricordarli mi sento gelato. Riunita tutta la legione, si partì col nostro Vecchio per Arnay le Duc.
—O in che legione eri?—Interruppe uno.
—Io ero con Tanara; un bravo uomo, ragazzi, un uomo, del genere del quale ce ne vorrebbe dimolti nella democrazia, uno di quei pochi insomma che si seguono volentieri, quando cominciano a fischiare le palle!.. Tornando a bomba: vi dirò che da Arnay le Duc, girammo come l'Ebreo Errante, per tutti quei paesuoli, sempre in cerca dei Prussiani che non si vedevano mai… Che marcie, figliuoli!.. Non dubitate, che chi potrà raccontare questa campagna, potrà esserne altero e potrà dire di esser sfuggito alle unghie del diavolo. Il giorno ventiquattro entrammo in Malin, abbandonato poco prima dai Prussiani; pernottammo alla stazione, e Garibaldi, il bravo uomo, era là.. in mezzo a noi, a farci coraggio, a prometterci che ci saremmo fatti onore. Il freddo era intenso, acutssimo e il nostro Vecchio era sorridente, sereno, come se fosse stato nella stanza più bella e più riscaldata del suo quartier generale. Gli abitanti cercavano di renderci meno dure le privazioni colle loro gentilezze: e si affannavano a portarci da mangiare, e da bere; le donne, anche delle classi non basse, ci portavano il pane ed il vino e ci stringevano la mano. L'era una cosa da far piangere i sassi… ve l'assicuro. All'alba partimmo e ci frastagliammo compagnie per compagnie nei borghi diversi, adiacenti a Malin. Così passammo l'intera giornata: sul far della sera venne ordine immediato di partenza, e difatti tutti insieme si andò a Lantenay. Qui trovammo un infinità di guardie mobili, qualche pezzo di artiglieria, un mezzo squadrone diChasseurs d'Afriquee varii corpi di volontari. Garibaldi alloggiò al castello; noi ci fermammo proprio sotto di lui e per riscaldarci facemmo degli immensifalò. I Prussiani erano al di là di una foresta che si stende sull'alture del Nord Ovest del Castello; in linea retta tra noi e loro non ci correva nemmanco un chilometro. La mattina del ventisei oltre la paga ci diedero dei pezzi di capretto che erano stati requisiti; ma sul più bello, allorché si cominciava ad assaporare questa vivanda così patriarcale, suonò l'assemblea, e in un minuto bisognò correre ai ranghi, lasciando sul terreno e nelle case più di metà di quel cibo, che con tanta veemenza veniva reclamato dai nostri stomachi vuoti. Appena arrivati al castello, vedemmo Garibaldi a cavallo: era seguito da Menotti, da Bordone, da Canzio. Il Vecchio diede qualche ordine, poi seguito dai suoi e da alcune guide ci precedette, inoltrandosi al trotto verso l'estremità della foresta; dopo brevi istanti noi ci avanzammo. Pigliammo una viuzza e in poco tempo raggiungemmo lo stato maggiore. Allora si ordinò a due compagnie del primo battaglione, tra le quali alla mia, di occupare l'altipiano e di stenderci in catena. Nell'eseguire quest'ordine voltai i miei occhi a destra e vidi in terra sdraiato il prode Garibaldi. Egli si riposava: lì a cento passi da noi.. Io non sono un poeta, sono un ignorante, un soldataccio cresciuto tra bestemmie della caserma, ma che volete, non ve lo nascondo, veder quel vecchio, malato, quell'uomo della cui fama è pieno il mondo e che si è già conquistata l'immortalità, vederlo, dico lì sdraiato come uno di noi, con quella faccia di santo, a pochi passi dalla morte, io sentii inumidirmi le ciglia e piansi come una donnicciuola, o come un abatino.
Due batterie, una da campagna e l'altra da montagna, presero posizione accanto a noi. Poco distante tuonava il cannone; erano le truppe di Bossak e di Ricciotti, almeno lo credo, che disturbavano le mosse del nemico. Che magnifico spettacolo ci si presentò agli occhi, quando principiammo a guardare! Una vallata ubertosissima di vegetazione si stendeva sotto di noi; i battaglioni Bavaresi e Prussiani formavano un'estesa e ben compatta colonna; gli ulani correvan da un estremo all'altro di quella linea, che sembrava di ferro, tanto era nera: ma colle nostre complessioni e coi nostri comandanti si ammacca anche il ferro!.. Venne l'ordine infatti di avanzarsi.
Il terreno che dovevamo percorrere era pieno d'intoppi: era un avvicendarsi di piccoli scaglioni che qualche volta ci facevano andare a gambe levate. IFrancs Tireurssi erano internati nella foresta e appoggiavano i nostri movimenti. Dopo poco trovammo dietro uno dei tanti rialzi gliChasseurs d'Afriqueche erano in esplorazione. Una scarica a bruciapelo eseguita dai Prussiani, li fece retrocedere; allora occupammo noi la sommità abbandonata dalla nostra cavalleria. Il rombo del cannone si fece sentire da tutte e due le parti, i Prussiani rispondevano ai nostri con accanimento: le palle, le bombe ci smaniavano di sopra, di sotto, intorno al capo, alle gambe: ogni poco i superiori ci ordinavano di sdraiarci per terra, Una rachetta portò via la coscia del bravo luogotenente Dell'Isola aiutante di Menotti. Il nostro capitano Morelli era sempre alla testa della compagnia e diè prova di un sangue freddo, che, come vecchio soldato, io vi dichiaro rarissimo. Pigliammo d'assalto un paesetto, lo traversammo a baionetta calata, in mezzo agli applausi di quei buoni abitanti. I Prussiani si ritiravano colle loro artiglierie: apriamo il cuore alla gioia, guardiamo e si vede in capo alla strada il Generale; ma dunque quest'uomo è per tutto, quest'uomo è miracoloso, quest'uomo è invulnerabile!.. Gridano i volontari, e poi, tutti prorompono in acclamazioni all'illustre condottiero. Garibaldi ci salutava col suo solito sorriso, poi, chiamata una tromba, si fece dare un poco da bere, e bevve l'acqua di una vicina pozzanghera. Intanto il cielo aveva aperto le sue cateratte, ed una pioggia diabolica c'inzuppava maledettamente i vestiti, e ci rendeva assai malagevole il camminare a causa del fango che produceva.
Facemmo alto in un luogo disabitato e scoperto; quivi sfilò innanzi ai nostri occhi tutto il piccolo esercito che aveva sotto di se Garibaldi. Passato che fu, venne anche per noi l'ordine di avanzarci senza sapere ove si andasse e senza nemmeno curarsene: che il buon soldato non deve mai discutere, nè sofisticare su quanto ordinano i superiori. Dopo aver camminato un poco, noi del battaglione, comandato da Ciotti, arrivammo in un piccolo villaggio situato al Nord di Lantenay, e qui dalla bocca stessa dei villici sapemmo che i Prussiani, prima di partire, avevan fatto man salva di tutto il bestiame.
Di cibo non ci era da parlarne, e noi si aveva un appetito numero uno; una sola botteguccia era aperta, ma anche in questa non si trovavano che pochi pezzucci di pane; li dividemmo da buoni fratelli, ma appena si cominciavano a divorare, eccoti di nuovo l'ordine d'immediata partenza. Ragazzi miei, non è il fuoco che costituisce lo amaro di una campagna, chè anzi ne è la pagina bella; sono le privazióni e gli stenti, a cui però di buon grado deve assoggettarsi il soldato dell'idea. Noi eravamo stanchi, le gambe non ci reggevano più, i respiri si elevavano a mala pena dal petto, ma il nostro lavoro non era terminato, bisognava finirlo, come volea Garibaldi, e o male o bene noi lo facemmo ed ecco come andò.
Il Generale voleva sorprendere Digione, ed era sicuro d'impadronirsene con uno dei suoi colpi di mano e vi garantisco che sarebbe riuscito…. Oh! mille valorosi di più o duemila vigliacchi di meno, e avreste veduto! Noi ci inoltrammo silenziosi lungo la strada; avevamo avuto il comando di non scaricare il fucile; quatti quatti senza respirare nemmeno, col cuore che ci batteva forte forte, procedevamo in mezzo a quel buio d'inferno; nessun rumore si sentiva all'intorno: un acquazzone tremendo ci percoteva da tutti i lati. Noi marciavamo per primi insieme ad una compagnia diFrancs tireurs, dietro a noi venivano diversi battaglioni di guardie mobili e l'artiglieria. Così giungemmo fino a un kilometro dalla città; pareva che i Prussiani non si fossero anche accorti di noi; un subitaneo schioppettìo di fucilate ci rese sicuri che la nostra avanguardia era alle prese cogli avamposti dell'inimico.
I nostri superiori ci diedero l'ordine che ad ogni scarica, ci buttassimo nei fossi che fiancheggiavano la strada; questi erano pieni d'acqua, e allorché il lampo annunziatore delle palle vicine si faceva vedere in quel buio, noi prendevamo dei bagni, nè troppo comodi in quella stagione, nè troppo puliti. Però di tratto in tratto ci si avanzava, tra quel diavoleto: le nostre trombe suonavano avanti; avanti, gridavano gli ufficiali; avanti si gridava noi tutti, e come un sol uomo, ci spingevamo, ci accalcavamo, per quella strada che poco dopo doveva essere ingombra da mucchi di deformati cadaveri. Già qualche ferito emetteva grida strazianti, già l'aria s'impregnava di quel simpatico odore di polvere che suole accompagnare i combattimenti, già il lontano rullo del tamburo, il subito guizzo che pari a lingua di fuoco si ripercuoteva per tutta quella estensione, e il fischio non interrotto mai delle micidialissime palle nemiche, ci rendeva sicuri che assistevamo ad un'imponente battaglia.