CAPITOLO VI.

Le scariche dei Prussiani di minuto in minuto crescevano d'intensità, eppure noi fedeli ai nostri ordini non ci azzardavamo a far uso delle nostre armi, quando quei vili delle guardie mobili cominciarono a scappare e a tirar fucilate all'indietro, fucilate che colpivano noi, non i Prussiani. L'impresa a quel momento si poteva chiamare fallita; un uomo prudente, uno che va col successo si sarebbe ritirato, ma Garibaldi era lì in prima fila, ma noi si vedeva fuggire i Francesi e volevamo far vedere quanto più di loro valessero i calunniati Italiani, epperciò con l'entusiasmo di chi sa di sacrificarsi per una idea generosa si stava fermi, al nostro posto. E lì morì il povero tenente, Anzillotti; lì morì il bravo Del Pino uno dei ragazzì più buoni e più coraggiosi che io m'abbia conosciuto, e certo uno dei migliori della mia compagnia. Non vi sto a dire il numero dei feriti, i Carabinieri Genovesi furono decimati… gli Italiani si battevano e si battevano da eroi.

Fu giuocoforza il ritirarsi; mai ritirata poteva cominciare con tanto disordine; si correva all'impazzata pei campi, ogni poco, si cadeva per terra, ogni poco ci si trovava a mezza gamba nell'acqua, e tutto questo sotto un fuoco continuo di mitragliatrici, di cannoni, di moschetterìa. Giunto a capo di una viuzza, fui scaraventato per terra: tentai di rialzarmi, mi fu impossibile poco dopo io era fuori dei sensi; non so quanto durò, il mio sbalordimento; quando mi riebbi mi trovai sopra un barroccio che mi portò all'ambulanza d'Autun, da dove fui trasferito a Lione. Un'impertinentissima scheggia di mitraglia mi aveva forato la coscia. Ottenuto un permesso di convalescenza, ho fatto un mesetto di villeggiatura a Nizza, e ora me ne torno lassù, che, grazie al Cielo, della forza per battermi coi Prussiani ne ho sempre, perché, sappiatelo ragazzi, una battaglia è uno di quei divertimenti che non capitano ad ogni canto di gallo; si può morire, ma dove volete trovarmi una cosa più bella di morire, in mezzo al fumo, al rumore, alle trombe e alla gloria… eh! via dunque, venite con me, e vi farete onore, il vecchio Mago ha veduto troppe volte da vicino la morte, perché vi possa far fare una figuraccia indecente.

—Evviva il Mago!—Gridarono tutti e tutti picchiarono il bicchiere tra loro.

Dopo aver discorso un'altra buona mezz'ora, dopo aver domandato tutto il domandabile al brav'uomo che aveva già veduto i Prussiani, ci congedammo da quell'allegra compagnia e ci avviammo all'albergo.

—Ma se ci mandassero con Frapolli!—Esclamò uno di noi per la strada.

—Che… Parleremo ben chiaro al Comitato, noi intendiamo di batterci e non di fare il framassone a cento miglia dal teatro della guerra.

—E però va specificato—ci disse uno che per buona fortuna era venuto dalla taverna con noi—Perché quei signori che spediscono sono tutti una zuppa e un pan molle con quelli arfasatti e se voi state zitti, vi trovate di certo mistificati.

Noi ringraziammo il gentile consigliero e ci addormentammo decisi di raggiungere tra poche ore il generale, e l'Armata dei Vosgi.

Il giorno seguente, appena fu un'ora da persone educate, andammo dal Comitato. Dopo molta anticamera, chè anche nella democrazia quando si comincia a salire si assume tutte le belle e gentili maniere le quali distinguono l'aristocrazia, fummo introdotti in quel sinedrio di senno e di patriottismo, e ci trovammo davanti al presidente Panni, un omaccino tarchiato colla barba lunga, nato a Firenze ma domiciliato da vario tempo a causa di affari a Marsiglia. Tanto lui come il segretario Lalli, si davano tutto il tuono di persone importanti, ci squadravano dall'alto in basso con una prosopopea da commissarii di polizia, e parlavano della guerra colla medesima autorità, che avrebbero adoperato se fossero stati generali d'armata o per lo meno, capi di stato maggiore…..

Adempiute le formalità, di quella specie di arruolamento che si firmava presso di loro, noi facemmo noto a quella gente, il nostro proposito di andare diretti al quartier generale dì Garibaldi.

—Loro possono andare anche con Frapolli—Ci disse il segretario—Tutte le vertenze sono accomodate e i due generali, glielo assicuro io, camminano verso la medesima mêta.

—Sono belle assicurazioni, ma noi abbiamo deciso di raggiungereGaribaldi e vogliamo andare a Digione.

—Facciano come vogliono; stasera partono una cinquantina di volontarii… potranno andare anche loro—Borbottò il presidente, non nascondendo un senso di malumore e di contrarietà: poi, rivoltosi ad Omero Piccini, fratello di quello che era sulVare in prigione con noi, gli proferì in tuono brusco: Lei non può andare.

—E perché?

—Non lo vede… è un ragazzo.

Difatti il nostro compagno aveva 17 anni.

—Eppure, interrompemmo noi, è già stato a Mentana.

—Allora faccia lei… Stasera alle dieci sieno qui… se vogliono partire.

Cosa dovevamo fare per giungere alle dieci?.. Entrammo nella taverna della sera avanti… Ah! così ci fosse venuto un granchio alle gambe!.. Rivedemmo le simpatiche Ebi che con tanta grazia porgevano il nettare agli avventori, entusiasti delle loro bellezze, le rivedemmo, e ci attaccammo discorso; si parlò della guerra, della Francia, delle donne Italiane, che esse dicevano bellissime, delle prossime emozioni del campo, della moda, dei vestiti corti, del ciuco ammaestrato che facevano vedere sul porto, della guardia mobile, dell'esercito di Bourbaki e dei pasticcini di Strasburgo che non arrivavano più. Erano discorsi le più volte senza senso comune, ma che servivano ammirabilmente per farci ammazzare alla meno peggio qualche ora. Il male si fu, che le parole erano accompagnate dalle libazioni: le libazioni c'indussero a fare ildejuner, questo tirò dietro da se loChampagne… Avevamo cominciato a sdrucciolare su una sgamba viuzza e ormai bisognava ruzzolare a rotta di collo per tutta la china. Il piacere di esser giunti finalmente in quella Francia, che da tanto tempo agognavamo, il trovarsi accanto a quelle vaghe ragazze, la generosità dei vini che avevamo trincato, la gioventù che ci bolliva nel cuore, ci avevano sprigionato tale un'allegrezza dalle più intime fibre, che, non sapendo più quello che si faceva, ridevamo senza alcuna ragione, folleggiavamo come se fossimo tornati bambini, si faceva le più strane proposte e tutte venivano approvate.

—Andiamo tutti in barca sul porto.

—Sì… sì… sul porto.

E prese a braccetto le due silfidi, ci avviammo versò il mare, traversammo la popolosa città e poco dopo eravamo in barchetta.

Io ero divenuto il cavaliere servente o per dir meglio il consigliere intimo della più giovine delle due vezzose sorelle. Essa chiamavasi Aissa, e nella sua vita disordinata, aveva veduto l'Affrica, la Spagna, l'Italia sempre con nuovi amanti, e cercando soltanto la voluttà vertiginosa dell'orgia; senza curarsi nè punto nè poco del mondo, delle convenienze sociali e di quel buon nome che si acquista soltanto col rispetto dell'apparenze, la capricciosissima figlia d'Eva, siccome farfalla, dì fiore in fiore aveva libato in tutte le sue forme svariate l'emozioni e i piaceri ed ora annoiata di tutto e di tutti continuava la sregolata sua vita, per far fronte alle spese pazze che sono la logica conseguenza degli sbalordimenti procacciati a bella posta per obliare il presente e per non pensare all'avvenire. La taverna non era che un pretesto; la vecchia padrona teneva quelle ragazze per accalappiare i merlotti, e mentre ritraeva da loro dei lucri non indifferenti, mentre non lesinava il denaro per vestirle con tutto il lusso immaginabile, mai era larga con esse dell'oro che così indegnamente guadagnava.

Aissa del resto era simpaticissima; aveva in sé qualche cosa di Orientale; i suoi occhi nerissimi ed umidi sempre indicavano chiaramente la di lei voluttà: due labbra tumide che reclamavano un bacìo; due mani da principessa; un piedino da vera Andalusa; insomma un boccone da fare escire dai gangheri un anacoreta!

Il mare era tranquillo: la campana della Madonna della Guardia sonava lentamente; ora l'ora poetica delle ricordanze; cento barchette in qua e là solcavano le onde. Noi ci sentivamo commossi; su' di un piccolo schifo, un sonatore girovago, uno di quei Napoletani che strascinano per i caffè il biblico strumento degli antichi profeti, fece echeggiare per l'aere una canzonetta patetica, molle, meridionale e noi rammentammo l'Italia, le sue belle costiere profumate d'aranci, il movimento delle nostre città, le amate fisonomie dei nostri amici, e dei nostri congiunti… la commozione era al colmo e il bello si è che al pari di noi erano intenerite le nostre compagne… E perché ciò ha da essere strano?.. Le reminiscenze sono il patrimonio degli sventurati, e pari alla rugiada del cielo vivificano i cuori… quelle povere donne erano certamente sventurate, e più oneste di tante che scroccano il nome d'oneste nel mondo, sentivano la santa voluttà di una lacrima, e trovavano una scusa ai loro trascorsi, immerse nell'imponente, nel sublime spettacolo della calma natura.

La nostra, escursione si prolungò per più di due ore; il momento; della partenza si avvicinava a gran passi; era mestieri dirci addio.

Riaccompagnammo a casa le donne.

—Vi prometto di raggiungervi—Mi disse Aissa, stringendomi forte forte la mano.

Io la guardai e sorrisi: non credevo punto al coraggio di quell'eroina… Col tempo però come vedranno i lettori, fui completamente disingannato; e solo per tal causa ho riportato questo episodio della nostra breve dimora a Marsiglia: episodio che sarebbe stato proprio un di più, se non fosse collegato con altri che si svolgeranno a Digione…

—Bisogna pagare il conto—Disse un di noi.

Oh! la crudele parola!.. Oh! la bruttissima prosa dopo tante ore di non interrotta poesia!.. Ci guardammo in faccia l'uno l'altro! Che una donna gravida non vegga mai, per l'amore dei suoi futuri nati, delle fisonomie come avevano in quel momento, i miei compagni… Le nostre risorse erano tanto limitate, che se noi ne fossimo usciti puliti, ci era di che attaccare un voto.

Il conto era di 102 franchi: tra tutti ne avevamo 104: se ci fossimo trattenuti un'ora di più si restava in pegno a Marsiglia! E la bella prospettiva che avevamo davanti: intraprendere un viaggio di due giorni con due franchi in saccoccia… o negatemi che in Francia il divertirsi non costi salato!

Baci, saluti strette di mano, e poi di galoppo al Comitato.

—E se non si partisse… che facciamo senza quattrini?

—Ma!—Preferì filosoficamente il Materassi, e noi a nostra volta ripetemmo la filosofica esclamazione…

Per buona fortuna quella sera pareva che si dovesse partire certamente: erano già stati distribuiti i berretti rossi ed i Garibaldini, schierati in due file lungo la strada attendevano il luogotenente che doveva accompagnarli fino a Digione.

I volontari erano allegri, cantavano a squarciagola, e negli intermezzi cianciavano, politicavano, facevano infine un brusio indiavolato; un Milanese ponendosi ambe le mani alla bocca imitava perfettamente il fischio del vapore, un altro faceva da cane, abbaiando e guaendo con tanta naturalezza da chiamar per la strada tutti i cani che giravano per quei dintorni. Era insomma una scena deliziosissima e il tenente non si vedeva.

Ognuno che abbia frequentato per poco i volontari, sa quanto sia susurrone e incontentabile questo elemento, quando è lontano dal fuoco; quindi facilissimo e immaginarsi quali recriminazioni, quale sussurro provocasse questa inopinata tardanza. Prima furono proteste, poi fischi acutissimi: finalmente calci e pugni alla porta.

—Noi non si vuol fare il comodo dì nessuno!

—Si comincia male!

Tali erano a un dipresso le espressioni di quella gente stizzita, e a rinforzare la dose il Mago dava degli schiarimenti sul comitato e sulle spilorcerie ed angherie da questo commesse per il passato. Figuratevi, diceva, che a me diede a portare venti uomini a Dôle, e mi diedero una lira per uomo… Di qui bisognava andare a Mouchard, ventiquattro ore di strada, lì bisognava dormire e poi partire il giorno dopo per la destinazione… vi raccomando quello che dovevo fare… E lo stesso che a me è succeduto a tutti i capi squadra… Oh! hanno un gran talento quei signori di sù!…

—Abbasso… Abbasso questi grulli—Urlavano tutti—Son Frapollini…Giù i traditori!

Chi sa dove avremmo finito, se fortunatamente non avessimo udito degli altri rumori e più intensi dei nostri sulla piazza vicina. Cosa era succeduto?.. Noi non vedevamo che delle guardie mobili, che venivano via a rotta di collo. Rompemmo le righe ed andammo a vedere cosa era. Un battaglione delle guardie mobilizzate delleBouches du Rhônaveva rifiutato partire, ed aveva lasciato soli sulla piazza, il maggiore e tre o quattro altri ufficiali di buona volontà; uno di questi si mordeva le mani e piangeva… Oh! ne avea ben ragione: A vedere quel branco di vili che fuggivano piuttosto di andare a difender la patria, ci era da esecrare l'umanità, di vergognarsi di esser uomini per non avere a compagni quella canaglia.

Vedendo l'inutilità della nostra presenza, tornammo indietro, e dopo pochi minuti fummo consolati dalla venuta del tenente. Il nostro accompagnatore era grasso e rubizzo, e avrebbe fatto più figura vestito da canonico che da garibaldino. Lo accompagnava una bella ed elegantissima signora, che sapemmo, essere la di lui indivisibile compagna; non si creda che quella donna fosse un'eroina, giacchè quel tenente in tutta la campagna avrà forse veduto il fumo del camminetto: quello dei combattimenti no certo; tutti i suoi incarichi si limitavano ad accompagnare i volontari da Marsiglia al quartier generale; non nego con questo che certi impieghi sono indispensabili, ma io vorrei vederci dei vecchi e non dei giovani tarchiati e robusti, come giusto appunto era il nostro duce provvisorio.

Si fece l'appello, eppoi a quattro a quattro ci movemmo per andare alla stazione. Che l'Italia sia la terra del canto, non può esser dicerto impugnato da chiunque ha fatto anche una sola campagna; il soldato Italiano appena si muove canta, canta andando all'attacco, come quando è in ritirata, canta nei malinconici stanzoni della caserma, come in mezzo alle strade, quando sa di partire; parta per una guarnigione, parta per andare alla guerra.

»Non pianger, mio tesoro»Forse ritornerò

Cantavamo in coro noi tutti; e le finestre si spalancavano, si illuminavano, ci offrivano dei leggiadri visetti, degli occhi superbi che ci lanciavano occhiate tanto benigne da farci commuovere; il nostro contegno non poteva non esser paragonato a quello dei mobili delleBouches du Rhôn, e chiunque ha un po' di mitidio può di leggieri comprendere quanto un tal paragone resultasse per noi favorevole.

Il lunghissimo tratto di via che è tra la prefettura e la stazione ci passò in un baleno; in una carrozza sul piazzale della ferrovia vedemmo la simpatica Aissa che ci buttò un bacio sulla punta delle dita. Se quel bacio non era precisamente il castissimo bacio degli angeli, è innegabile che per noi era assai caro. Salutammo gentilmente quella donna; il sapere che qualcuno serba dolce ricordanza di noi, ci fa piovere in cuore un sentimento di gratitudine, e in quei momenti che, volere o non volere, non sono così facili a ripetersi nella vita di un uomo, magnifichiamo certe cose alle quali in certi altri non daremmo alcuna entità.

—Avanti,march—Gridò con voce stentorea il lilliputtiano segretario del comitato… e tutti noi gli si tenne dietro nella stazione….

Vedendo otto vagoni a nostra disposizione fummo colpiti da una dolce meraviglia. Fin allora avevamo veduto i soldati ammonticchiati l'uno sull'altro nei vagoni di terza classe: noi tutt'al più eravamo quattro per scompartimento; ci era posto da sdraiarsi e di attaccare anche un sonnellino. Ah!.. quanto sono fallaci le speranze del mondo!.. Ah!.. la speranza meretrice della vita, dirò con Francesco Domenico!… La nostra gioia, il nostro benessere doveva protrarsi fino alla prima stazione, e questa è appena a venti minuti di distanza, da Marsiglia.

Vienna, Avignone, Remoully dovevano vomitare sul nostro disgraziatissimo treno una congerie di mobilizzati. L'educazione pare che non entrasse nella teoria che s'insegnava a questi campagnuoli del mezzogiorno dell'antica terra dei Druidi. Infatti entravano in frotta e senza garbo nè grazia in quei vagoni che avevamo avuto l'illusione di credere nostra proprietà; entravano pestandoci i piedi, sedendosi sulle nostre ginocchia con l'indifierenza di una donna del mondo galante, non però colla di lei grazia, nè colla di lei leggerezza. Fra tutte le sventure che possono capitare a un viaggiatore, io credo, non esserne alcuna che possa stare a confronto colla compagnia di un mobilizzato della campagna. Se lo immaginino un poco i lettori: questi eroi avevano sulle spalle un magazzino, una vera montagna d'involti, di fagotti e di fagottini; erano muniti di due o tre paia di scarpe; pretendevano di stare a baionetta in canna anche tra noi, anche in quelli sgabuzzini; avevano chi il cane, chi un uccello in gabbia, tutti poi indispensabilmente delle pagnotte stragrandi; si piantavano a sedere, e per quante gomitate, per quanti urtoni loro si amministrassero, non ci era verso di farli muovere un solo centimetro; i più attaccavano sonno e russavano come contrabbassi; quei pochi che erano desti non ci rispondevano, e si lamentavano tra loro del governo che li strappava alle ordinarie occupazioni.

I nostri compagni di viaggio erano vestiti in mille maniere; ve ne erano col cappello alla spagnola, col gasco e col berretto; ve ne erano dei bigi, dei neri, dei verdi, dei turchini; avevano tutti il fucile all'antica ed in pessimo stato. Siamo giusti!.. Se le guardie mobili hanno fatto nella campagna del 1871 una figura non invidiabile, non ne sono del tutto colpevoli. Comandate dal nipote del sindaco, dallo speziale del luogo, dal Beniamino della moglie del sottoprefetto, insomma da tutti ufficiali creati per dato e fatto dell'impero, e che non ne sapevano un acca: armate con certi fucili che avevano più apparenza di schizzettoni che di armi micidiali: disilluse di tutto, persuase di esser tradite e condotte al macello (persuasione che io credo loro avessero inoculata i preti) dolenti di avere a trascurare i loro interessi per una patria, che finora non conoscevano, esse non potevano fare eroismi: l'eroismo richiede la convinzione: l'eroismo nasce dalla virtù cittadina.

Appena cominciò a farsi giorno cominciammo a vedere le colline circostanti a Lione; colline che nelle belle stagioni devono essere amenissime; ubertose per viti dell'altezza di un palmo, così fitte tra loro da farti sembrare quei campi un'estesa brughiera, bagnate da un'infinità di ruscelletti che scorrono placidamente alle loro falde, per perdersi poi nella Loira o nel Rodano. A tutte le stazioni eravi un movimento indicibile: un andare e venire di soldati e di guardie nazionali: uno stringersi di mano, un baciarsi tra loro nei vari gruppi che facevano ressa intorno a quei che partivano.

Finalmente si cominciò a vedere un'infinità di cammini di fabbriche; poi una miriade di case e di palazzi; finalmente si trascorse in mezzo ad immensi magazzini. Eravamo arrivati a Lione.

Sotto la magnifica stazione ci si mise in rango e il tenente ci fece un'arringa che non aveva certo nessuna parentela, neppure alla più lontana, con quello di Demostene o di Napoleone primo. Fece l'eroe, magnificò le gesta dei Garibaldini nostri predecessori, sfoggiò di tutti i luoghi comuni che si sono inventati dal quarantotto a questa parte, e tutto questo per dirci che bisognava rimanere fino alla sera a Lione, e che coloro i quali non sarebbero partiti, sarebbero restati!

Questa peregrina scoperta del nostro duce ci fece acquistare una grande opinione sul di lui talento; lo salutammo perciò con rispetto, e contenti di vedere anche questa nuova città, e di paragonarla con quella che avevamo lasciato da così poco tempo, scendemmo la gradinata che è davanti all'edifizio e ci trovammo nella magnifica piazza con due fontane, che gli sta dicontro.

Lione era seria; non il brio di Marsiglia per le sue vie sempre affollate di popolo, non il più piccolo movimento d'allegria negli eleganti caffè: moltissimi negozi chiusi, poche le donne abbigliate con galanteria ed anche queste non curate; un affacendarsi continuo vicino alla prefettura ed alla Mairie per sapere i dispacci, per strappare la notizia più piccola agli uscieri, ai galoppini, a qualche soldato. Quasi tutti coloro che si incontrava, avevano il berretto da guardia nazionale, alcuno non abbandonava mai il fucile; tutti poi erano muniti di sciabole o di pistole; vedemmo diversi a braccetto delle loro mogli, armati fino a denti, agitarsi a mo' degli ubriachi e vociare a squarciagola:Ah,., si viennent les Prussiens!,… Era proprio così; nessuno si sarebbe mosso per andare a incontrare il nemico, ma guai a lui se avesse osato di presentarsi fiu sotto le mura!

Le fortificazioni si rinforzavano; sulle piazze si vedevano parchi d'artiglieria, e capannoni di legno che servivano di rimesse ai cavalli; fanteria, lancieri, pollacchi, mobilizzati, compagnie addette alle mitragliatrici…; un esercito insomma; uniformi per tutti i gusti; una idea tale di resistenza da mettere anima in corpo all'uomo più vigliacco del mondo—Ma come mai ne hanno buscate—Si diceva tra noi—con tutti questi soldati che abbiamo veduto in due giorni?

Spuntava in qua e là, ma raramente, per le vie anche qualche berretto da Garibaldino.

—E come mai siete qua?—Domandammo ad uno di quelli che ci avevano colpito con tale sorpresa.

—Siam qua con Frapolli—Ci rispose questi ingenuamente.

—O perché non raggiungete il generale?

—Lo raggiungeremo quanto prima.

—E chi ve lo ha detto?..

—Il nostro capo!

—Ed è qui in Lione il vostro capo?

—Sì.. oggi anzi è a un banchetto Massonico.

—Questo ci fa piacere!.. I Francesi a quel che pare, trattano bene gli Italiani..

—Oh! In quanto a cotesto non ci è da fare eccezioni… Si figurino: in quattro mesi sarà il centesimo banchetto a a cui assiste il nostro generale… e quando ci ha menato anche noi, le abbiamo fatte noi pure le belle strippate e le belle bevute!

—Empitevi tutti!—Esclamai io un poco irritato—Empitevi e così serbando la pancia ai fichi, mentre i vostri fratelli arrischieranno la vita per battere i Prussiani, voi batterete i pasticciai e il Bordeaux risparmiando dell'esistenze così utili all'umanità pericolante.

Il nostro interlocutore non mi rispose, ci disse addio e se ne andò: noi pure ce ne andammo verso una trattoria, dove mangiammo in fretta e furia per poter dare un'occhiata alle bellezze principali della città. Per tutto dove andavamo si trovava una piccola cassetta, su cui in grossi caratteri era scritto:Sécours aux blessées; per tutto dove andavamo per lo spaccio delle manifatture non vedevamo che donne: ciò non ci recò alcuna sorpresa, perché anche nella scioperata Marsiglia, avevamo veduto adottato lo stesso sistema. In Francia non si vedono come da noi degli uomini incaricati di dar sigari agli avventori, di misurare le tele, le stoffe, di contare i punti del biliardo, di fare insomma tutte quelle piccole cose che possono esser fatte benissimo da donne e che troppo impugnano al posto che l'uomo deve avere in società a causa della di lui forza, e delle di lui attività. Gli uomini lavorano nelle fabbriche, passano le loro giornate nelle officine, accudiscono ai loro interessi, ma non tolgono certi lavori da nulla alle femmine, ma si vergognerebbero ad esser impiegati in certe funzioni, che si compiono oziando.

La sera si avvicinava; noi prendemmo direzione verso la ferrovia: passando sulquaisul Rodano (passeggiata che ci rammentava Firenze e i nostri lungarni) facemmo una breve sosta ad una taverna per bere un bicchiere di vin caldo.

Qui vedo il lettore alzare le spalle, farmi il viso dell'arme e susurrare stizzosamente: «Ma dunque non facevate che bere?… E invece di vergognacene ora ve ne fate bello, come se ciò costituisse una delle più predilette occupazioni della vostra esistenza». Non vi nego quest'ultima verità: per me il generoso umore della vite è il solo amico dell'uomo; per lui si dimenticano gli affanni, le codardie, le ignominie di questa società di buffoni, per lui i tradimenti amorosi finiscono col non farci nè caldo, nè freddo: per lui germogliano a mille e mille nel cuore le magnanime idee, e nel cervello le ardite concezioni. Chi sa dirmi quante idee ci sono in un fiasco di vino?… Esclamava il compianto Ugo Tarchetti, uno di queiperdutiche cadono avvizziti per esuberanza di cuore; noi lasciamo al buon Evio le ispirazioni delle quali era così prodigo a Orazio e a Plutarco, noi gli chiediamo solamente l'oblio.

Nella stanza di aspetto della ferrovia, dove ci riducemmo quasi subito, al nostro arrivo si aggirava una folla stragrande: quel movimento c'inebriava: in un canto del salone noi vedemmo un gran cartello dove a caratteri cubitali era scritto: Qui si dà da mangiare e da bere ai soldati di passaggio. Credo inutile il dire che quell'appello non trovava dei sordi; intorno a quella porta era un'accalcarsi, specialmente dimobilizzatida far rabbia: a onor del vero anche qualche Garibaldino non fece il restìo: l'amico disertore, da volpe vecchia, rinnovò un par di volte, e ci magnificò poco dopo la squisitezza dei cibi, il gentile contegno ed i modi aggraziati delle belle ragazzine che li distribuivano, la succulenza deiconsommése delle gelatine, apprestate per i feriti, ma che egli aveva assaggiato, facendo lo zoppo. L'esempio dì lui venne tosto imitato da moltissimi dei nostri commilitoni: una valanga di storpi e di zoppi si rovesciò sul desco, dove le vivande erano apprestate; una tal cosa mi fece provare una forte repugnanza, e mi fece disperare di quei soldati che mentivano per una zuppa. Fortuna che al fuoco si portarono dappoi tanto eroicamente da farmi attribuire a semplice giovanile vaghezza, quello che in quel mentre mi aveva prodotta un'impressione tanto spiacevole! Se da un lato avevamo questo brutto spettacolo, dall'altro lato però ci consolava la vista ed il cuore un esempio di carità cittadina, che vorrei potere eternare. Questo esempio ci veniva dato da donne; già la più bella metà del genere umano fu, è, e sarà sempre in prima linea laddove trionfa sovrana la santa religione dall'affetto.

Cinque, o sei signore, tutte vestite di nero, tutte colla fascia al braccio, distintivo dell'ambulanze, giravano per ogni verso, si affaticavano a far complimenti onde raccogliere offerte per i feriti. Il portamento distinto, il loro modo gentile di chiedere, la squisita educazione che trapelava dai loro discorsi più inconcludenti ci resero certi che quelle donne appartenevano ad elevatissimo rango: stuzzicare la sensibilità, mettere in opera anche un po'* dì civetteria per fare più quattrini per i poveri diavoli che scontavano la pena di aver troppo amato la patria e l'umanità… ecco quale era lo scopo di queste generose, e si sforzavano di raggiungerlo con la abnegazione dell'apostolo, colla poesia che suole essere ispirata dall'idea di fate un'opera buona.

Bisognava vedere con che grazia le vi levavano di tasca il denaro!… se un ministro delle finanze avesse di tali esattori il nostro impareggiabile pareggio sarebbe pareggiato!…. bisognava vederle queste care donnine, abituate all'atmosfera profumata dei saloni, al linguaggio adulatore dei felici del mondo, bisognava vederle, ripeto, discorrere confidenzialmente coll'operaio dalla giubba sdrucita, colla popolana i cui vestituccì emanavano degli effluvi tutt'altro che aristocratici, ringraziarli con amabile sorriso, infonder loro speranza, promettere di occuparsi dei loro cari che erano al campo, stringer loro cordialmente la destra.

Spiccava sopra tutte le altre per autorità una vecchia matrona: una di quelle matrone dell'antico stampo, che fedeli alle tradizioni cingevano la spada ai loro figliuoli, quando si trattava di difendere il re e la patria; la di lei fisonomia avrebbe ispirato rispetto all'uomo più screanzato del mondo. Passò vicino a me, io le feci cenno dì avvicinarmisi e nello stesso tempo mi avvicinai verso di lei.

—Cosa bramate?—Mi domandò per la prima.

—Vorrei fare la mia piccola offerta—Apro una parentesi; la mia borsa sì era rafforzata di poche lire, datemi da mio fratello che fortunatamente non aveva preso parte alle nostre poetiche smancerie di Marsiglia.

—Ma voi siete soldato?—Mi disse con meraviglia la signora—voi pure potrete esser ferito….

—Speriamo di no!

—Ve lo auguro… Ma perché espropriarvi di una somma che può farvi comodo?

Provai un leggero imbarazzo; la mia scappata poteva costarmi salata: la mia dignità m'imponeva un ultimo sacrifizio; si parlava di una somma… ed era precisamente quello che avrei desiderato in quel momento; posi mano alla borsa e diedi due lire che mi escivano dagli occhi; ma pure tentai di richiamare un sorriso sul labbro e dissi: È l'offerta della vedova…

—La più gradita al Signore;

—Ma non probabilmente ai feriti.

La mia interlocutrice fe' una boccaccia, e poi riprese di subito: Voi siete Italiano?

—Sì… signora.

—Me ne ero accorto al vostro disprezzo per le cose sacre.

Rimasi di sasso; che avessi avuto anche a subirmi una romanzina in tutte le regole? la signora difatti con voce calma, accento di madre, cominciò a dirmi: Voi siete giovane, e son sicura che diventerete un bravo soldato, ma anche voi pur troppo siete affetto dalla malattia che condurrà a perdizione il vostro bel paese. Ma che vi ha fatto quel povero vecchio di Pio IX per entrargli nella sua città a forza di cannonate, per tenerlo prigioniero nel Vaticano?—E perché prender Roma? Non è dessa la città di san Pietro, del Cattolicismo, di tutti coloro che si son dedicati a questa sublime religione che ha per precetto di dimenticare le offese, di amare tutti come noi stessi, di sollevare quelli che soffrono?

Un amico un pochino più scettico di me, presente al colloquio, mi susurrò negli orecchi: Questa non è una donna, è un priore di campagna.

Io invece che non credo a nulla, compresi quello che passava nel cuore della vecchia signora, e piuttosto che attaccare una disputa con una che aveva tutta la poesia della fede, che mi simpatizzava per il modo con cui ne faceva propaganda, mi contentai di dirle che non si andava daccordo.

—Io torno alle mie elemosine—Allora la mi replicò—spero però che resteremo amici!

—Sarò onorato di una tale fortuna.

—Se restate in Lione…

—Io parto stasera!… Ed ecco ci è là il nostro tenente che ci fa cenno di seguirlo.

—A rivederci… A rivedervi colla commenda… e vestito da capitano!

—Potevate dire addirittura da generale!

—E perché no?… Il soldato francese ha in tasca il bastone da maresciallo!

Io mi rammentai che ci avevo pochi soldi soltanto e mi passò la poesia. La signora sorridendomi si era allontanata.

—Dove si va tenente?

—Non so, se a Autun o a Digione.

—Come… lei non lo sa?… O per che direzione si parte?

—Ma!…

—O chi ce lo deve dire?

—Il quartier generale doveva trasferirsi a Digione, non so se abbia avuto ancora luogo un tal trasferimento. Lo dimanderemo al capo stazione.

—Al capo stazione!…—Si ripetè tutti meravigliati—Per vedere di queste cose bisognava venir proprio in Francia! E in Italia che dicevamo nel 1867 di aver raggiunto l'apice della confusione! Un innocentissimo capo stazione ridotto lì per lì a capo di stato maggiore per provvedere al movimento dei corpi che son di passaggio, ci riesciva proprio nuova di zecca!

E qui al solito tutti i discorsi di convenzione che si ripetono in tutte le campagne.

—E se il capo stazione ci tradisse?

—E se fosse una spia dei Prussiani?

—O anche che non ne sappia nulla sarà un bel lavoro!

—Ma chi è quest'imbecille di tenente che non prende nemmeno ordini?

—Ve lo diceva che era anche lui della cricca!

—Già… e ora cerca tutti i mezzi per farci restar con Frapolli.

—Abbasso Frapolli!

—Abbasso il tenente!

E qualcuno gridò anche: Abbasso il capo stazione!… Povero uomo!… come ci apparve impappinato quando si vide fatto segno di quel fuoco di fila d'interrogazioni, alla maggior parte delle quali non sapeva cosa rispondere!

—Li assicuro che Garibaldi è a Digione—Badava a protestare.

—Allora a Digione!—Gridammo tutti.

—A Digione—Ripetè, come eco, il duce nostro!

—Ma non so—Riprese il capo stazione—no so, se ci potranno arrivare, se le linee saranno libere… tante volte i Prussiani… sono così accidentati quei soldatacci di Bismark!

—Eh! non importa… noi si va.

—Faccian loro!

—Arrivederlo e stia bene!—E tutti via di corsa in un treno che era lì pronto.

—Ma dove vanno, dove vanno signori?—Gridava con tuono di raccomandazione quella povera vittima dell'ignoranza del tenente e dei nostri capricci—Quel treno lì va a Marsiglia: montino in quell'altro!

—Sanno, cosa è—Proferì stizzosamente allora il nostro accompagnatore—io con loro non ci voglio star più, e me ne lavo le mani fino da questa momento: ecco la loro paga.

Nessuno protestò; nessuno scongiurò il tenente a ritirare quello che aveva detto; ma egli, dopo averci dato un franco a testa, montò per il primo in un vagone di prima classe, mentre noi fummo di nuovo pigiati in una di quelle gabbie che a vederle sembrano molto più atte a ricettar delle bestie che dei Cristiani… o degli Ebrei.

Il benefico Morfeo, ausiliato potentemente dalla fatica e dallo strapazzo che ci avevano martoriati in quei giorni, scosse i suoi papaveri intorno a noi, che ci addormentammo saporitamente. Con qual voluttà si dormiva! non il più piccolo sogno, nè piacevole nè triste, veniva a turbare la nostra quiete di morte: come si deve esser felici, quando siam morti! Non sentire, non vedere più nulla, esser nulla… ecco quello che devono anelare le anime generose, trambasciate, sbattute in quest'orrenda burrasca del mondo, dove giungono a salvamento solamente gli ipocriti e i vili.

Un urtone rompe l'incanto di quella calma. Che è? Siamo giunti a Tournus: sono le nove e bisogna trattenersi fino alle due. Meno male che troveremo qualche caffè, qualche bettola, pensammo tra noi e forse potremo anche riposare su coltri più o meno sprimacciate quattro ore.

»Chi mi darà la voce e la parola,

Per stimmatizzare degnamente questo iniquo paesucolo, in cui ci faceva capitare la nostra malvagia fortuna. Io consacro Tournus all'esecrazione di tutta la gente per bene; io auguro ai di lei cittadini che il naso ghiacci loro, come ci si era ghiacciato a noi quella sera.

La camera dei deputati quando parla Michelini è il luogo più popolato del mondo appetto a Tournus: noi non ponemmo vedere un abitante; picchiammo a due o tre osterie, non ci vollero rispondere: tirammo pedate da orbi alle porte, vennero i gendarmi a pregarci gentilmente che si smettesse; non un caffè aperto, non una finestra illuminata, non il minimo indizio di vita. Persino l'orologio del campanile della chiesa. maggiore era fermo e segnava le sette.

Nel mentre che noi avevamo dormito in vagone, la neve era cominciata a cadere ed ora ricopriva col suo bianco lenzuolo tutte le circostanti pianure; il freddo, il malessere in cui uno si trova quando viene svegliato di soprassalto, il desio intenso di bere che ci accompagnava, come l'angelo custode accompagna un cattolicone di quelli coi fiocchi, ci avevano procreato un'arsione, come se si fosse attraversato il deserto; e anelavamo un centellino di vino, come in circostanze normali si anelerebbe un milione.

I cittadini di Tournus non dovevano aver molto in pratica l'Evangelo;battete e vi sarà aperto,diceva il divino maestro, e noi battemmo colle mani, coi piedi, colle mazze: battemmo ovunque eravi un'insegna d'albergo e di trattoria, nessuno ci rispose: in qualche casa si sentiva metter la spranga. Tornammo tutti sconsolati alla stazione: la trovammo piena di gente sdraiata, che cantava in coro una litania d'invettive all'indirizzo di questo sconsacrato paese.

—Ma non vi è unRestaurant?—Domandammo a una guardia.

—Una volta ci era…

—Ed ora!

—Lo chiusero al principiar della guerra!

—E per bere come si potrebbe fare?

—Uhm!… Guardino là ci è una vivandiera.

Guardammo verso il punto che ci accennava quell'uomo e vedemmo difatti un pezzo di ciccia del peso di un centinaio di chilogrammi: quest'informe ammasso di carne in sottanina e cappello con piume, ci sembrò bella come un angelo, come l'Angelo che insegnò alla povera Agar la benefica polla che doveva rinfrancare di spirito e di vita l'assetato Ismaele. Le chiedemmo da bere…

—Non ce ne ho che pochi bicchierini… ma sono per quelli della mia compagnia.

—Va benissimo!… Borbottammo noi, emettendo un sospiro, che non poteva sembrare enigmatico a chicchessia!

—Meno male che poco ci abbiamo da attendere!—Esclamò uno di noi.

Aveva appena terminato di dirlo, quando venne una guardia e coll'accento più naturale del mondo ebbe il coraggio di dirci: Il treno di Lione è in ritardo, bisognerà che aspettino altre due ore.

Noi eravamo prostrati… Andammo alla pompa che è lì a pochi passi per rinfrescare la macchina: uno si mise a tirare come un facchino e gli altri bevettero, bevettero con rabbia, quasi per protestare che, se la fortuna ci era avara di vino e di liquori, essi se la ridevano di lei e gliela facevano in barba. Poi si andò nel magazzino, ci sdraiammo alla meglio su certi cassoni che vi erano e sonnacchiammo malamente quelle maledettissime due ore.

Il fischio della locomitiva ci richiamò a noi stessi e dopo pochi minuti eravamo tutti al nostro posto. Già da vario tempo avevo cominciato a inebriarmi delle mille fantasmagorie che sogliono produrre i beati momenti del dormiveglia, quando il treno si fermò; e vidi baluginare dentro il nostro vagone, all'incerto chiarore del lumicino, due fisonomie eteree, due di quelle fisonomie che ti strappano di bocca un grido di ammirazione, tanto le ti sembrano sovrumane: senza trarre il respiro, io le contemplava estatico e pensavo che seguitasse una di quelle belle visioni che tanto mi avevano entusiasmata la testa, pochi momenti innanzi: ma quale non fu la mia meraviglia, allorché io sentii posarmi sulle spalle una manina gentile, allorché un alito profumato mi carezzò dolcemente la faccia?—Ma è egli vero quello che si svolge davanti a me?—Riflettevo, quando una vocina simpatica, che mi s'insinuava proprio nel cuore, mi rivolse queste parole:

—Tenete… Voi dovete averne bisogno.

E del pane, del salame e una bottiglia di vino generoso furono lasciate a nostra disposizione da quelle simpatiche fate.

Eravamo arrivati a Macon, e le signore addette all'uffizio del soccorso ai feriti, portavano, come d'ordinario, qualchecosa per ristorare i soldati di passaggio.

Erano le sei della mattina: faceva un freddo tremendo, persino i vecchi soldati, imbacuccati fino alla punta del naso, sbraitavano contro una stagione sì perfida, e quelle donne, e quelle signorine erano là da tutta la notte, portavano quell'immensi canestri con una disinvoltura e con una grazia che forse si vede adoprare da chi porta un mazzo di fiori: gelavano dal freddo, ma pure sorridevano: morivano dal sonno, ma pure avevano una parola di conforto, una di speranza per noi.

Ah! La donna!.. I miei lettori avranno osservato che io non l'ho punto risparmiata ai Francesi, che io ho detto di loro tutto quello che sentivo, che ho esposto alla libera le mie impressioni sul loro contegno, e che l'ho chiamati degeneri, corrotti, indegni della fama che si erano scroccati in Europa, ma in quanto alle donne bisogna convenire, che avevano tutta l'abnegazione, tutti i riguardi, tutte le doti, tutte le delicatezze di una madre, e tutto il coraggio delle donne spartane: coraggio che le ha spinte a curare in prima fila i feriti, e che poi ha fatto loro incontrare la morte sulle barricate, quando Thiers ha iniquamente schiacciato e soffocato nel sangue la generosa Parigi.

Ah! non si chiamino utopie gli sforzi generosi di certi publicisti che vogliono collocare la donna nel posto che le si spetta: le donne hanno già fatto abbastanza per mostrarsene degne, che anzi alla prova io le ho vedute riuscir sempre a mille doppi dell'uomo.

Questo avvenimento, così inopinato, mi riconciliò lì per lì colla Francia, con me, con la sorte: ringraziai alla peggio quelle vezzose signore e mi misi a mangiare con un'appetito da cointeressato. Ci si mosse quasi subito: i volontari salutarono con applausi fregorosi quella città che si era mostrata tanto ospitale con noi.

Intanto albeggiava; la giornata almeno per quello che se ne poteva preconizzare doveva essere uggiosissima: il cielo pareva di piombo, la terra era coperta di neve, grossi stormi di corvi alleggiavano per quei dintorni.

Sulla spianata di Baune io vidi un corazziere in alta tenuta, ritto, stecchito al piede di un albero. Gli enormi cipressi, tutti nevicati fuori che in punta, dove tuttora mostravansi verdi cupi, mi sembravano tanti scheletri giganteschi col morione delle vecchie guardie i quali ghignando sbirciassero quello omuncolo coperto di ferro e che in faccia a loro stava nella medesima proporzione di un granello di rena a una piramide dei Faraoni.

Dopo un'ora ci si fermava e questa volta ci si fermava definitivamente. Per somma ventura di quei dieci o dodici lettori che hanno avuto la più che cristiana pazienza di seguirmi fin qui, noi eravamo giunti a Digione, a quella Digione che poco dopo doveva illustrare il sangue di tanti prodi Italiani e che allora ci appariva in mezzo alla nebbia coi suoi gotici campanili, colla sua semplice guglia di San Benigno, come apparisce un'Oasi a chi si è sperso nell'ampio deserto, come apparisce la meta allo stanco auriga che già comincia a disperar del trionfo.

La stazione era ingombra di cannoni, di casse, dell'ambulanza, di bagagli di tutte le dimensioni che appartenevano alle truppe ed ai battaglioni che di poco ci avevano preceduto. Due o tre sentinelle di guardie mobili passeggiavano per lungo sull'ambulatorio, facendo sfoggio di una prosopopea, che te li avrebbe fatti gabellare per eroi; d'altronde eravamo in prima linea, e quando il nemico non attacca, ci si può prendere la scesa di testa di farla da gente feroce e terribile,

—In rango—Gridò il nostro ufficiale con una voce da baritono molto sfogata, e sfoderando per la prima volta la Durlindana.

Questo movimento in altre circostanze ci avrebbe fatti scompisciare dalle risa: in quel momento eravamo troppo felici per aver raggiunto lo scopo delle nostre fatiche, e dei nostri dolori, per poter nemmeno prestare attenzione a questa spacconata.

Per quattro fianco destro, avanti marchs!

E mettendoci alla peggio per quattro, escimmo dalla stazione dietro all'ardente condottiero, infilammo il viale dei Platani che vi conduce, e passando di sotto all'Arco che fu inalzato ad onore dello strenuisissimo Principe di Condè, entrammo nel capoluogo delle Côte d'Or.

Traversammo la città e nella nostra traversata non ci fu dato vedere alcuno amico, nè tampoco alcuno che rivestisse la divisa di Garibaldino; in quell'ora così mattinale, i componenti dell'Armata dei Vosgi, o erano occupati in recognizioni ed esercizi, oppure se la dormivano saporitamente. Felici questi ultimi… noi cascavamo dal sonno! ci portarono al quartier generale che era proprio in fondo della città al lato opposto della ferrovia; il generale Garibaldi abitava il palazzo della prefettura, dove erano stati anche impiantati gli uffizi dello stato maggiore. Vedemmo alla porta in fazione un carabiniere genovese ed una guardia nazionale.

Il rivedere la simpatica camicia rossa, ci fece nascere in cuore un'emozione dolcissima; i nostri timori di non arrivare in tempo eransi dileguati: entrammo nel cortile ilari, e svelti, proprio come se uscissimo allora da un morbido letto.

Il tenente andò a prendere ordini; poco dopo tornò e ci disse: Loro possono andare per la città: per ora non è stata data alcuna disposizione per loro; a mezzogiorno sulla piazza delleMairieio farò le paghe:

Dopo queste poche parole, se ne andarono tutti, e si stava per andarsene anche noi dell'esigua combriccola, che si era mossa da Firenze, quando ci sentimmo chiamare su di verso il terrazzo e avemmo appena tempo di voltarci che si era abbracciati e baciati…

—Ne eravamo sicuri!

—Credevamo dì trovarvi quassù.

Guardammo e vedemmo il Piccini e lo Stefani già vestiti daGaribaldini, che ci salutavano così affettuosamente.

—O Rossi?… Domandammo noi altri.

—Rossi è a lavorare… Riatta tutti i fucili della compagnia… Lo vedremo più tardi!

—O come mai siete arrivati a raggiunger Garibaldi?

—È una cosa lunga!

—Allora ne riparleremo stasera, perché noi si ha un'appetito birbone, e si ha una voglia di dormire grandissima.

—Per dormire non ci è bisogno d'andare all'albergo.

—Davvero?

—Sicuro!.. Venite con noi dalmaired avrete un biglietto d'alloggio… qui in Francia, in tempo di guerra, i militari hanno questo diritto.

—Evviva la Francia!.. Gridammo noi, sedotti ed entusiasmati dall'idea di non spendere quei pochi piccioli che ci erano rimasti, onde procurarci una stanza.

—Venite dunque con me—Disse il Piccini e tutti noi lo seguimmo verso la piazza maggiore della città.

Durante il nostro tragitto cominciammo a farci un idea del corpo d'armata che era stato affidato all'eroe dei due mondi; vedemmo i Franchi tiratori, i Mobilitati, gli Spagnoli, laCroce di Nizza, le Guide: i costumi, gli abbigliamenti di questi giovani soldati della libertà, formavano un contrasto così bizzarramente artistico, che ti faceva credere di essere in un mondo nuovo, in un mondo variato; ad ogni cantonata tu vedevi un nuovo vestiario: pareva quasi di avere in faccia agli occhi un caleidiscopio continuo; chi aveva in cuore un po' di sentimento di artista, lo si poteva facilmente conoscere dal modo con cui portava le piume al cappello e la svelta casacca; una collezione di penne di tutte le qualità; dall'aristocraticissima penna di pavone, alla plebea di gallina, che forse rammentava un allungamento di mano non permesso dal Codice, tu vedevi brillare sui cappelli di questi amabili matti, ogni specie di questi arnesi indispensabili agli animali che s'elevano dal suolo.

I Franchi Tiratori ci offrivano l'esattissima riproduzione dei volontari Italiani del 1860 e del 1866; tra loro spiccavano delle distintissime fisonomie: tra loro figurava in mezzo ai figli della montagna l'artista, in mezzo all'uomo del lavoro abbronzato dal fumo dell'officine, il generoso milionaro abbronzato dal sole: tutti erano rappresentati in quelle file, che lo spirito potente dell'amore di libertà affratella nel momento supremo, in cui questa libertà versa in pericolo, coloro che sentono rispondere generosamente il loro cuore all'appello dei santi principii, che saranno il Vangelo dell'Umanità.

Una tal vista rallegrò i nostri spiriti: il sonno si era dileguato, si era dileguato lo strapazzo, si era dileguata la fame. O divini entusiasmi di colui che affronta la morte per un'idea generosa, perché siete svaniti, e così presto svaniti?.. Siamo forse diventati vecchi in due mesi?.. Le nostre fibre non si commuovono forse tuttora alla corrente magnetica, che infonde le voce del dovere, della patria, della società conculcata? Chi sa…. L'atonia in cui viviamo ci ripiomba in uno scetticismo che voglio credere temporaneo… Tornino i giorni felici, torni il santo momento di una rivoluzione, e scettici o no, ci troveremo al nostro posto! Utilizzare la vita a prò di chi langue: ecco quale deve essere in tanta tristezza di tempi, il programma per chi ha cuore e coscienza.

Andammo allaMairiee volendo render meno dura che fosse possibile la situazione, che ci si preparava, approfittandoci dei nosti abiti cittadineschi, demmo a bere all'impiegato che eravamo ufficiali, e ci fu sul tamburo steso un biglietto d'alloggio per uno dei primari palazzi di Digione, nientemeno che il palazzo de Beverant.

Qui fummo accolti gentilissimamente da una vecchia signora, che ci condusse in un magnifico appartamento e c'insegnò uno stanzino tutto pieno di legna, dicendoci che con quel freddo ci avrebbero fatto assai comodo! Eppoi la simpatica vecchia si intrattenne con noi in amichevole conversazione; la ci disse le cose le più gentili, ci salutò come gli angioli salvatori di quel disgraziato paese… E i nostri buoni governanti d'Italia che ci riguardavano come diavoli, ed i malvoni che ci tenevano a rispettosa. distanza, che ci gabellavano per scavezzacolli, per beceri, per intrattabili?.. Proprio il caso da direnemo propheta in patria, e se i benigni nostri avversarii avessero udito le gentili proteste a nostro riguardo indirizzateci da quella donna, appartenente alla più pura aristocrazia della Francia, scommetto la testa che alla lor volta sarebbero divenuti frementi.

L'ospite nostra ci ragguagliò su certe prodezze che avevano commesso i soldati di re Guglielmo nella prima occupazione della città; il comando generale gliene aveva messi in palazzo cinquantasei: e tutti spadroneggiavano peggio che se fossero in una caserma; accendevano il fuoco e facevano da cucina nelle magnifiche camere; avevan ridotto il giardino a maneggio per i cavalli: pretendevano le legna, e qualche giorno persino il vino e la carne. L'amor nazionale avrà forse fatto esagerare un poco quella signora, ma è un fatto che molti tra i soldati della grazia di Dio ne fecero di quelle di pelle di becco, a detta di tutti; tutti però concordavano nell'affermare, che questa gente, la quale dicerto non era stata restia nel far pompa di prepotenza verso il popolo inerme, era rispettosissima, educatissima verso il sesso gentile.

Sapemmo anche per mezzo della nostra interlocutrice, quanto fu lo spavento da cui fu colto il generale Werder, quando Garibaldi tentò di sorprenderlo la sera del 26 novembre: tutti i cariaggi erano stati preparati, tutte le disposizioni per una ritirata erano state ordinate in men che si dice; i soldati avevan fatto fagotto: i battaglioni di riserva erano adunati nelle piazze, e di momento in momento altro non si attendeva che l'ordine della partenza.

La signora ci rese informati di un episodio, che poi ci fu dato raccogliere anche da tutti gli altri cittadini che avvicinammo; episodio ben meschino a paragone di quelli che si svolsero in quel maraviglioso periodo di storia che farà stupire i nostri posteri, ma che ci si dava come ragione principale dello sgombro della città da parte dei soldati Germanici. Io credo però che quello che ci si raccontava, come verità indiscutibile, non fosse altro che una di quelle storielle, che nascono non si sa come, che si propagano con facilità straordinaria in un momento in cui una nazione ha perso la bussola, ma che cadon di subito di faccia alle riflessioni che può ispirare il più volgare buon senso.

Secondo questi discorsi il buon Werder, che è un cattolicone coi fiocchi, uno di quei cattolici per cui il regno dei cieli è spalancato come per tutti i poveri di spirito, dopo un lungo colloquio che aveva avuto col vescovo di Djon, degno servo dì Dio, avrebbe preso le sue carabattole e cheto come un olio, spaventato dalle minaccie dei fulmini dell'ira divina aveva trasferito le sue tende ben lontano da quella città, dove sarebbe piovuto acqua bollente se egli si fosse piccato di continuare un occupazione in odio alle tremende divinità che reggono il mondo.

Le frequenti visite che il generale Badese con un unzione veramente apostolica faceva al vescovo, l'intimità più che fraterna che esisteva tra questi due personaggi, il patriottismo ben noto del pastore che aveva sotto la sua tutela i buoni abitanti delle Côte d'Or furono dicerto la ragione precipua per cui nacquero e presero voga queste chiacchiere di nessuna entità. Io non posso credere che un capo di stato maggiore, reputatissimo come è il signor Moltk, possa ritenere ai suoi ordini un sagrestano che si lascia imbecherare dalle fandonie impossibili di un porporato qualunque.

Dopo aver bevuto dell'eccellenteWermuth, lasciammo il palazzo, che cominciavamo a riguardar come nostro, e rientrammo in quelle strade, dove un continuo viavai di soldati, di cavalieri, di carri, d'artiglierie produceva un chiasso, una confusione che c'inebriava, mentre avrebbe fatto venire un'emicrania solenne al pacifico e ben pasciuto gaudente, che per caso si fosse trovato lassù.

Arrivati appena nellarue Condé, via principale della città, degli applausi entusiastici ci colpiron gli orecchi; poi un correre concitato di ragazzi e di donne; uno spalancarsi di finestre; un'affollarsi repente lungo i marciapiedi, ed un gridìo unanime, pieno, che ci produsse immediatamente una commozione indicibile.Vive Galibardi (!) Vìve le premier defenseur de la France. Il primo soldato della libertà dei popoli passava per quella strada, ed il popolo che in tutto il mondo fa sempre sentire la generosa sua voce in favore dei generosi che alla libertà dedicano la loro intiera esistenza, accoglieva come si conveniva, ben differente dai grandi del mondo che dispregiano sempre, chi è grande davvero.

Garibaldi!… Chi può rammentare questo nome, chi le gesta famose dell'eroe divenuto già leggendario, senza sentirsi dì subito rapito in una commozione divina?… Eccolo là, questo vecchio figlio della rivoluzione, sempre giovine quando si tratta di rispondere ai di lei magnanimi appelli! Eccolo là quell'uomo, che nel suo splendido passato dall'ultima Montevideo alla vicina Mentana è stato sempre in prima fila per la causa divina dell'Umanità!… A che mi si rammentano i grandi, a che mi si rammentano gli eroi? Pari al sole che quando sorge col suo Oceano di luce fa oscurare le stelle, quest'uomo ha fatto oscurare la fama di tutti quelli che lo precessero. I posteri lo crederanno un mito: perché la fortuna ha dato a questi tempi un Garibaldi, quando non ci ha dato un Plutarco per rammentarne degnamente le gesta? Ma i buoni popolani son pronti a rammentarlo degnamente ai lor figli, ad insegnar loro a venerarlo come quelli da cui dipende la felicità, l'avvenire di quelli che soffrono! Io per me, le poche volte che mi è stato dato incontrarlo mi son sentito le lacrime agli occhi ed egli mi è trasvolato davanti come un eroe dei tempi sublimi, in cui i Cincinnati e i Fabbrizi lasciavano la spada dopo aver salvato la patria, per tornare alle glebe natie, O alle officine rese sacre dal sudore di quelli operai, che veramente erano grandi per il lavoro e per la virtù cittadina. Benedetto da tutti quelli che amano; implorato, come una speme da tutti quegli che soffrono; terribile ai tiranni; sempre presente agli schiavi; invano tenteranno d'abbatterlo i Giuda politici, che si inspirano ai fondi segreti del ministero, mai alle azioni generose.

Il Generale era in carrozza con l'indivisibile Basso; ambedue erano vestiti in borghese: Garibaldi aveva un cappello alla calabrese bigio ed ilpunchche sempre lo ho accompagnato in tutte le campagne; dietro alla carrozza venivano a cavallo il maggiore Fontana dello stato maggiore, e il capitano Galeazzi delle Guide, aiutante di campo. Il Generale sorrideva a quei popolani che l'applaudivano con tanto entusiasmo, e li salutava gentilmente con le mani. Il popolo di Digione accompagnava sempre con dimostrazioni d'affetto il Generale, e quello che si vedeva, si doveva d'ora in là ripetere ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Poco dopo che noi ci eravamo commossi ad un tale spettacolo, dovevamo esser sorpresi da un'incontro non meno gradito di quello del nostro Generale. Trovammo Rossi, nostro compagno sulVar, uno di quei pochi Fiorentini, che sempre fedeli al principio Repubblicano, avevano subito gli oltraggi dei giornali dello sbruffo, e l'ire delle questura, e che ora, coerenti al proprio principio, dopo mille peripezie, che più tardi racconterò ai miei lettori, era pervenuto a raggiungere gli stendardi della, libertà e della emancipazione sociale. Il Rossi era ingrassato in una tal maniera, che noi durammo fatica a riconoscerlo: sembrava più un Domenicano che un Garibaldino; gli si leggeva in volto la contentezza dell'uomo che dopo tante fatiche, ha potuto raggiungere uno scopo per tanto tempo da lui vagheggiato.

Andammo tutti insieme a pranzo: lì sapemmo a un'incirca tutto l'andamento preciso dell'Armata dei Vosgi: questo mucchio di uomini, abbastanza omeopatico, a cui superbamente si regalava il titolo d'armata, era allora diviso in quattro brigate: la prima sotto il comando del generale Bossak, aveva il suo quartier generale a Fontaine, paesetto, a circa due kilometri di distanza da Digione: la seconda, anticamente comandata da Delpeche, ed ora comandata dal Lobbia, si era avviata verso Langres, e non si sapevano notizie precise sul di lei conto: la terza, generale Menotti, era a Talant, e ne formavano parte le due legioni italiane sotto gli ordini di Tanara e Ravelli: Ricciotti con la quarta brigata era dalle parte di Poully, lato Nord Est della città.

Le traversie che ebbero a subire Rossi e Piccini, Squaglia e Baldassini per giungere in Francia, ci furono raccontate a quel desinare e meritano, credo, l'attenzione dei lettori, se non altro perché questo serva ad assicurarli del come, quando si nutrono certe idee, si affronta qualunque pericolo da quel partito che i troculenti avversarii, hanno osato qualificare per gente che non ha nulla da perdere e che si pasce solamente di trambusti perché in questi ci è da pescare nel torbido,

Rossi e gli altri, dopo il nostro arresto restarono in Livorno e giungendo ad eludere quell'oculatissima pulizia, poterono giungere al momento bramato di imbarcarsi su una piccola barca, colla quale si accingevano a intraprendere una traversata che mette in pensiero l'indolente e pacifico borghese che deve farla in piroscafo. Perseguitati dalla polizia che non si ristava un momento da pedinarli, con un tempo indiavolato essi poterono imbarcarsi verso mezzanotte, due miglia lontani da Livorno. Il mare metteva spavento: ognuno potrà facilmente rammemorarsi di quanto furono sconsocrate le giornate che nell'anno passato annunciarono l'inverno; perfido il clima, continue le pioggie, mai interrotte le burrasche; ora mi si mettano otto o dieci persone sopra uno schifo, atto solamente a fare delle passeggiate, eppoi se ne tragga l'unica conseguenza possibile, e la non può esser che questa: i bravi giovani erano decisi a giocare di tutto per raggiungere il loro scopo, e possedevano tempra, da reputarsi più che miracolosa in questi tempi di unversali debolezze e di codardia inesprimibile. Certo che chiunque avesse veduto quel piccolo legno, sbattuto in mezzo agli spaventevoli cavalloni, sempre a un pelo per far cuffia, sempre frisando gli scogli, sempre a pochi passi dalla morte, non poteva fare a meno di esser colpito da tanta sublimità, da tanta abnegazione, da tanto coraggio… Oh! non mi si dica, che ai dì d'oggi l'antica virtù è un mito nel mondo… oh! no… la virtù esiste: sarà a bella posta obliata; si tenterà di farla passare per pazzia, ma a dispetto di chi non lo vuole, essa trova sempre dei seguaci, dei seguaci che vivono e muoiono ignorati, ma che sono anche troppo superbi per ottenere tale oblio, nel secolo in cui i ciarlatani di professione, i codardi e colpevoli servitori delle corti e del vizio sono portati in palma di mano da una folla più di loro codarda e colpevole! La virtù la vìve, ma per volerla rintracciare, bisogna andare tra quella gente che è posta in quarantina dalla società degli uomini serii, bisogna rintracciarla nei bassi fondi sociali, tra la gente che soffre, lavora e muore di fame; simile in tutto alle perle che non si trovano che tra la melma.

Il vento impetuosissimo, i marosi che in conseguenza di questo avevano raggiunto tutto ciò che può esservi di più orribile per il marinaro, l'albero maestro troncato costrinsero i nostri giovani amici a fermarsi a Vada, piccolo paese della Maremma, distante a dir molto mezza giornata di cammino da Livorno.

Attorniati immediatamente dai carabinieri, essi dovettero ai sentimenti generosi dei buoni popolani di lassù, il potersi ridurre in salvo: si rifugiarono diffatti in un'abbaino, alle cui finestre non erano imposte, nè vetri, e che aveva tanto basso il soffitto da costringere chiunque v'entrasse, ad andarvi carponi. Vi doverono star sette giorni: senza un pagliericcio, senza un brodo che loro ravvivasse le forze già esauste; costretti a dormire, l'uno l'altro abbracciati, per scongiurare la veemenza del freddo Siberico, confortandosi e prendendo animo all'idea del santissimo sacrificio che per santissimo intento essi in quel mentre facevano, passarono in quella dolorosissima situazione degli istanti divini.

Riattato il piccolo navicello, essi a notte inoltrata poteron ripartire: a bordo vi erano viveri, ma essendo durato il viaggio per altri sedici giorni, i futuri difensori della repubblica, soffrirono anche la fame ed arrivarono sfiniti, cascanti, dopo cento altre peripezie a Bastia.

Nella capitale della Corsica, Rossi, Piccini, e i compagni, trovarono una perfidissima accoglienza: tutti ci dichiararono umanimemente che quegli abitanti, devoti alla causa Napoleonica, appena che ebbero odorato, che i giovinetti, sbarcati dal quel navicello, stracciati, ed in cattivissimo, stato, erano dei Garibaldini, non fecero che guardarli in cagnesco, non risparmiando loro certi atti villani, che sarebbero stati degnamente rintuzzati, se in quei momenti ragioni potentissime non avessero consigliato sangue freddo e prudenza.

Ricevuti come cani alla prefettura, trattati, quasi come pazzi al comando di piazza, guardati con diffidenza dalMair, essi non si perdettero di coraggio e fiduciosi nel proverbio che l'importuno vince l'avaro, tanto almanaccarono, tanto scombussolarono, usando ora buone maniere, ora sgarbi, pregando e protestando, che alla fine furono imbarcati sopra un piroscafo, e inviati a Marsiglia, dove si erano già costituiti i due celebri comitati Garibaldini.

Credendo dì aver toccato il cielo con un dito, i bravi nostri amici salutarono Marsiglia, come il fanciullo che si è perduto nel bosco, saluta il cammino della casa paterna. E furono accolti a braccia aperte dal Comitato, ed i membri di questo furono loro cortesi d'incoraggiamenti e di belle parole; nè quando accamparono il loro desiderio di partir prontamente, fu fatta l'obiezione più piccola… Meno male che la fortuna qualche volta corona felicemente gli sforzi di chi ha sofferto—Pensavano i nostri, entusiasmati..—Oh sì, che la pensavano bene! Essi non erano giunti che alla prima stazione del Calvario che doveva menare, qualcuno di loro alla morte, e credevano invece di aver preso possesso della terra Promessa.

Frapolli aveva in quell'epoca il suo quartier generale a Chambery, e già stava instituendo un primo battaglione di fanteria a Montmèlian nell'estrema Savoia. Là furono diretti i nostri amici, i quali, non sapendo ancora, quanto fosse discorde il celebre grande Oriente della Massoneria dai disegni del Generale, andarono alla loro destinazione, allegri e contenti, con la ferma convinzione di raggiungere tra pochi giorni, l'invitto capo dell'armata dei Vosgi.

Arrivati alle loro destinazione essi trovarono tra i componenti del battaglione lo Stefani, venuto via pochi giorni avanti di Firenze. Quattrocento giovinetti erano già adunati, ma nessuno di loro aveva arme, nessuno di loro aveva il più piccolo distintivo che potesse contrassegnarli, come soldati. I superiori, si sfogavano, a rammentare ogni giorno, che presto anche loro sarebbero andati in prima linea, e intanto esortavano i dipendenti a fare delle esercitazioni, le quali tutte, si compendiavano in gite di 15, 16 e persino 20 chilometri, su quei monti, dove la neve si alzava sette o otto metri dal suolo. I continui strapazzi, tutti infruttuosi, il rigido clima di quelle alpine ragioni influirono maledettamente sulla salute di quei poveri diavoli di cui molti ne andarono allo spedale, mentre gli ufficiali passavano allegre serate, ravvivati da cene Lucullesche, che il loro capo scroccava ai buoni Massoni di quelle montagne; ragione questa per cui ogni ufficiale che dipendeva dal buon Frapolli si faceva di subito iniziare ai misteri della Massoneria!

Fu dato il comando del battaglione al Perla, a quest'eroe che ora è una delle più belle figure nel Panteon dei martiri della libertà: Perla, valoroso soldato delle nostre guerre dell'Indipendenza, patriotta di romana virtù, comandando una frazione del microscopico esercito del Frapolli, non si rese certamente complice dei bassi intrighi del suo superiore, e lo mostrò chiaramente quando tra i primi, raggiunse la legione del Garibaldi tra cui doveva incontrare così gloriosamente la morte.

Rossi, Piccini, Stefani, in ricompensa di aver servito altre volte, furono fatti sergenti, ma il tempo passava (erano già scorse due settimane) e ancora non si veniva a capo di nulla; unica cosa fatta, fu l'abbigliamento per i volontari: i giovani cominciavano a mormorare: le notizie degli scontri che aveva sostenuto Garibaldi erano giunte fin là, e troppo repugnava a giovine gente restare in un deposito, mentre i fratelli si misuravano coll'inimico e spargevano di nobile sangue gli ubertosi vigneti della Borgogna.

Tutte le sere in caserma succedevano concitatissime conversazioni; si proferivano gridi che non erano certo d'ammirazione per i comandanti; si fischiavano gli accaniti difensori degli ufficiali, era insomma una confusione da metter pensiero a chi era incaricato di condurre tutta quell'accolta di gente: una di queste sere, proprio all'impensata, capitò a Montmelian Frapolli ed ordinò una rivista per il giorno dipoi.

Dopo aver squadrato, così per pretesto, ad uno ad uno i suoi dipendenti, il Frapolli fece formare il quadrato, e piantandosi in mezzo alle file, sciorinò tutto d'un fiato un lungo discorso, dove chi capì un acca potè chiamarsi ben fortunato. Parlò di trame e di cospirazioni, protestò di esser calunniato, di andar d'accordo con Garibaldi, ma che però non bisognava sposarsi a quest'ultimo, poiché dei guerrieri bravi ce ne erano anche più di lui, poiché era succeduta la rivoluzione anche nell'armi e nella strategia e che perciò ci voleva gente nuova.

Un lungo mormorio ed anche qualche fischio accolsero le strampalate parole del generale, che alzando, bruscamente le spalle e borbottando, non so quali inpertinenze, si ritirò seguito dal suo stato maggiore.

Giunto il battaglione alla caserma, Piccini, incoraggiato e sostenuto da Rossi e Stefani, scrisse addirittura una lettera a Garibaldi, lettera nella, quale si metteva chiaramente a nudo la situazione e si chiedevano consigli su ciò che era da operarsi: qualora non forse pervenuta alcuna risposta i tre amici avevano deciso di disertare.

Come furono lunghi i cinque giorni d'aspettativa! quante polemiche, quante questioni anche serie non accaddero in quel breve lasso di tempo! i soldati cominciavano a perder la fiducia nel loro capo, dacché subodoravano che tra lui e il grande Italiano non ci era più quell'accordo, che solo può produrre buoni resultati; finalmente venne il colpo dì grazia, e questo colpo fu giusto appunto la lettera con cui Canzio a nome del Generale rispondeva a Piccini.

Frapolli vi tradisce, Frapolli è un'inviato del Governo Italiano, che tenta di seminare la zizzania nel campo degli eroi delle libertà—Tale era a un dipresso il sunto dello scritto di Canzio. Un fulmine e questa lettera potevano produrre il medesimo effetto. I volontarii si ragunarono tumultuosamente: siamo traditi: abbasso i traditori: viva Garibaldi vogliamo partire… ecco le grida che sorgevano da tutti quei petti, ecco le convinzioni che tutti quei giovani esprimevano proprio all'unisono: invano gli ufficiali con preghiere, con moine, con minaccie pretendono di far rientrare in caserma i sottoposti e di ridurli a dovere; invano si rammenta loro la causa che sostengono e che può esser compromessa con moti intempestivi e con deliberazioni inprovvise: oramai tutti son rimasti troppo scottati dalle buone parole, oramai tutti son stanchi di lasciarsi abbindolare di più; gli ufficiali sono obbligati ad andarsene scorbacchiati e confusi; nè potevano quei bravi avanzi delle guerre della libertà disapprovare in cuor loro l'impazienza generosa di quei bravi ragazzi: difatti la maggior parte degli ufficiali raggiunse poco dopo l'armata, e si portò eroicamente: rimasero solamente quegli eroi che fanno la guerra per diventare ricconi, che fuggono al fuoco, ma che sono i primi ad attaccarsi i ciondoli del valor militare sul petto.


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