Ed eccoci all'Epopea. O giorni sublimi, che resterete onorati fino a che il cuore dei generosi palpiterà alla memoria delle azioni magnanime e dei leggendarii eroismi, al rammemorarvi qual fremito nuovo non m'infondete in tutte le fibre!.. La penna trema nelle mie mani: troppo sono inferiore all'alto subietto!.. Eschilo solo, il possente cantor di Prometeo, potrebbe degnamente parlare di voi, giovani, cui rodeva il cuore, più tenace del favoloso avvoltoio l'inestinguibile desio di redimere l'Umanità: ma ad Eschilo sorridevano intorno le Grazie, abitatrici perenni degli incantati recessi della poetica Grecia, ma ad Eschilo ritornato dal combattimento non faceva difetto l'applauso ed il conforto dei suoi cittadini entusiasti, mentre noi, privi della scintilla creatrice del Genio, scriviamo tra gente che non comprende virtù, che ha pronti per noi i dardi avvelenati del sarcasmo e della maldicenza, che, sempre presta a giudicare una intrapresa dall'esito, corona di lauro e porta in trionfo i fortunosi al Campidoglio, ed accenna ai disgraziati la vicina rupe Tarpea.
Oh!.. questa umanità che dava in premio a Socrate la cicuta, a Dante l'esilio, a Galileo la tortura, la prigione a Camoens, il rogo a Huss e a Savanarola, e la forca a Jon Brownh, questa umanità può e deve serbare un assoluto silenzio sulle eroiche vittime della Borgogna: meglio così; il piagnisteo di plebi codarde, sarebbe un insulto a quei prodi, e dalle loro ossa sorgerebbe una rampogna all'ingnavia dei contemporanei; quando i vivi son morti, parlano un'eloquente linguaggio gli estinti; qualche volta un cimitero ha demolito una reggia. Giunto a questo punto supremo dei miei meschini ricordi, quanto mi grava il non aver sortito dal caso una di quelle intelligenze, che, come aquile, si elevano al disopra dello stupido gregge degli umani! Qui cade ogni scetticismo, qui ogni dubbio non che follìa sarebbe delitto. Esiste, esiste la fede, l'abnegazione, la virtù anche in questo secolo nel quale ci s'inchina ai subiti guadagni, alle problematiche fortune, all'oro, nel quale si calcolano i benefizi di una battaglia da quanto rialza la borsa.
Io ti ho veduta, o sacra primavera d'Italia: io ti ho veduta affrontar sorridendo la morte, correre incontro ai cannoni con la stessa vaghezza con cui una fanciullina corre a cogliere un fiore, accompagnare con guerresche canzoni il fischio delle palle, perdere l'ultima stilla di sangue, col volto ispirato, coll'occhio raggiante, come chi sa di riabilitare, morendo, l'umanità che lo spregia: io ti ho veduta e d'ora in avanti in mezzo alle delusioni continue, alle ambizioni codarde, ai vaneggiamenti ridicoli di questa società trista ed ipocrita, il tuo glorioso ricordo infonderà nuova lena al mio spirito, mi raffermerà sempre più in quei santi principii che mi sono di guida, mi farà affrontare, se pur ne è duopo, a mia volta la morte… La morte?.. Oh! ben felice chi la può incontrare col vostro eroismo!
Calate, o corvi dall'alte montagne e dalle folte foreste vicine… i re della terra vi apprestano per oggi un sontuoso banchetto: i re della terra son vostri degni fratelli, e non si mostreranno oggi dammeno della fama di splendidi, per cui l'inalzano a' sette cieli i cortigiani ed i giornalisti venduti. Da una parte è l'avvenire, la gioventù! dall'altra il passato, il calcolo freddo, impassibile come il destino.
In oggi chi troverà il sistema di distruggere reggimenti intieri in un colpo avrà lauri, corone, commende ed archi trionfali… i medici condotti, questi poveri figli della scienza che sfidano l'inclemenza delle stagioni, i disagi delle montagne, stentano la vita e maledicano la fecondità delle loro compagne di sventura e di triboli… oh, è pur giusta la giustizia dei re, ma qualche volta può anche sbagliare i suoi calcoli!
Il progresso infrange l'edifizio granitico inalzato dall'oscurantismo e sorretto dalla violenza: il progresso debella ogni ostacolo, apparisca pur formidabile. Quando si fora il Moncenisio e si taglia l'istmo di Suez, potrà l'umanità soffermarsi difaccia alla barriera di un privilegio, più d'ogni altro schifoso, perché tenuto su da baionette tuttora rosseggianti di sangue? Che si coronino adunque d'elleboro, che danzino, come pazzi, sull'orlo della voragine, che si inebrino ai baci comprati delle loro Odalische, che votino allegramente quei calici dove il rosso licore dovrebbe rammentar loro il sangue di popolo, da loro indegnamente versato… ilDies iraeha da giunger per tutti, la scienza ha già segnato nell'aule dei re ilMane, Tekel, Fares, ed incapaci di rinvenire nell'estremo momento il coraggio di Sardanapalo, noi li vedremo ricchi accattoni girellare nel mondo, sfuggiti da tutti come belve feroci, impotenti e rabbiosi!..
Brillava ancora qua e là per il cielo qualche stella, che man mano sbiancandosi andava a svanire nell'infinito come un generoso proposito di una anima debole, e noi eravamo al quartier generale. Passammo lì molte ore senza alcuna novella, quando ci fu detto che anche per quel giorno non eravi alcuna cosa di nuovo; ma che però, stessimo pronti per il domani che nel domani avremmo avuto una grande, una decisiva battaglia. Rossi, Piccini, gli altri nostri amici della Compagnia Genovese, ci confermarono l'esattezza di ciò che si sentiva e tutt'insieme giurammo di pigliare la sera una sbornia solenne, per rassomigliare almeno in qualche cosa a Leonida e ai suoi trecento spartani che, come ognuno sa, banchettarono allegramente prima di farsi incontro alle tremende falangi di Serse, dandosi appuntamento pel dì dopo all'inferno… e nessuno di loro mancò alla propria parola… Beati quei tempi!
Sul mezzogiorno però a tutti i canti della città suonarono le trombe; i soldati furono in fretta e in furia mandati fuori della città… il cannone tuonava: questa volta ci si era davvero.
Tutti si corse come un sol uomo, al palazzo della prefettura: là trovammo il nostro tenente Ricci—Si vuole andare—Gridammo a coro pieno—Andremo, rispose lui, anche senza arme, e poco dopo tutti ci movemmo, senza curarsi nemmeno di avere un fucile.
Passammo dalla Porta sant'Apollinare dove trovammo Bordone con tutti i suoi ufficiali: prendemmo a passo di corsa un viottolo, desiosi di anticipare il momento, che anelavamo da sì gran tempo. Ad ogni minuto il rimbombo dell'artiglieria, rassembrava una voce potente che ci accusasse di essere lontani dal pericolo: i circostanti campi erano ghiacciati: ghiacciati i fossi che fiancheggiavano la via, eppure si sudava, eppure il cuore ci batteva forte forte nel petto e noi avevamo la lingua fuori. Ad ogni colpo un sol grido elevavasi da tutti noi, un sol grido che chiaramente mostrava la nostra animazione, la nostra bramosia, il grido di: Avanti!
A mezzo chilometro dalla città, incominciammo a trovare delle guardie mobili, o appiattate, o che si ritiravano: noi non facemmo loro alcun rimprovero, ma invece con la più buona maniera del mondo, si richiedevano del loro fucile. Molti lo diedero assai volentieri; molti altri, inorridisco a dirlo, ce la venderono: pochi, messi su dall'esempio, ci seguitarono. E intanto pochi passi ci mancavano ancora per arrivare a Fontain; una salita, molto erta, e ci si era; facemmo quella salita di corsa.
Al limitare del paese, due palle attraversarono la via; i più giovani abbassarono istintivamente la testa, noi godemmo per aver raggiunto finalmente la meta. Fontain era desolato: chiuse tutte le case, non un abitante per le due o tre vie che costituiscono questa borgata.
Prendemmo la prima strada che ci si parò innanzi alla vista, ed arrivammo ad una piazzetta, che è proprio sotto alla piccola collina, sulla quale è situata la chiesa. La mitraglia imperversava, al nostro arrivo: i piccoli muri che custodivano i vicini giardini, erano battuti, scalcinati, rovinati addirittura da quest'uragano di nuovo genere: andare in mezzo alla spianata sarebbe stato impossibile; meno male che fu l'affare di pochi secondi!… Addossati a una cancellata di un giardino, lì trovammo Kane, Niklatz è le altre due guide che erano state attaccate al seguito del generale Bossak..
Kane mi trasse dapparte, e mi sussurrò negli orecchi: Si crede mortoBassak: è da stamani che noi non l'abbiamo veduto….
Montammo su alla chiesa, una sezione d'artiglieria stava ai due lati della modesta parrocchia; il colonnello Olivier, assisteva alle operazioni dei suoi cannonieri: e a pochi passi da lui, con un sangue freddo invidiabile, col suo breviario sotto il braccio se ne stava il prior di Fontain. Il fuoco degli assalitori era diminuito; di tanto in tanto qualche nuvoletta di fumo appariva improvvisamente sul Orizzonte, e qualche scaglia veniva a cadere ai nostri piedi.
—Datemi un po' il canocchiale—Domandai a un'artigliere, un bellissimo giovane.
—Tenete mi disse e non fu capace di darmelo che una palla gli faceva schizzare il cervello… Fu l'unica palla di fucile che sentimmo ronzare in Fontain,
Intanto un vivissimo fuoco di moschetteria cominciò a sentirsi dalla parte della vicina Talant. Talant e Fontain son due collinette isolate, che si elevano in una estesa pianura, frastagliata qua e là da piccoli rialzi, e nel cui fondo è il piccolo paese di Daix, che era stato sgombrato al mattino da due battaglioni di guardia mobile che l'aveano in custodia. I Prussiani si erano spinti verso Fontain, poi ritirandosi con una mossa improvvisa, si erano ricostituiti dietro il villaggio di Daix, per piombare in grandi masse sopra Talant: per conseguenza il fuoco di fronte a noi potea dirsi quasi cessato; mentre cominciava, e senza posa, sulla nostra sinistra.
—Che facciamo?—Domandammo al Ricci.
—Andiamo laggiù…
E tutti scendemmo la strada e per far più presto entrammo nei campi: lì cominciò la bella sinfonia delle palle… Addio Italia, pensammo tra noi, addio occupazioni della nostra vita scapata… un grido ci tolse alle reflessioni… il povero Gaido, colpito in mezzo del cuore, cadeva a pochi passi da noi.
Si procede… riscontriamo un ferito che vien trasportato a braccia alla vicina ambulanza…Ciaoragazzi, ci dice,viva la Repubblicae noi si procede ancora e vediamo il prode capitano Vichard, capo di stato maggiore del Bossak, dilaniato da cinque ferite.
—Portalo all'ambulanza—Mi grida il tenente.
—Ma…
—Poi ci raggiungerai… tu sai dove siamo!
E io e il Bocconi, preso a braccetto il Vichard, rifacemmo quella via sempre in mezzo all'imperversar delle palle, almanaccammo una buona mezz'ora per trovare questa benedetta ambulanza, e quando ci fummo arrivati, fummo dolorosamente sorpresi nell'osservare, che punto più esposto di quello alle palle era impossibile il ritrovare; lì ci era addirittura una grandine e molti feriti, credo, vi ricevessero il colpo di grazia.
Dopo poco raggiungemmo i compagni….
Ed ora spingiamoci sotto Talant, dove aveva da essere la sublime ecatombe, dove Garibaldi in persona, a cavallo, in prima linea capitanava il combattimento. Nei campi sulla destra del paese avevano preso posizione, e si accingevano a rintuzzare l'assalto dei Prussiani, la Compagnia Genovese (capitano Razzeto) i Cacciatori Spagnoli, del cui capitano sono rincrescevole di non sapere il nome, e gli Egiziani, comandati da Zauli. I cacciatori di Marsala erano in sostegno di queste compagnie. La legione Tanara era dall'altro lato della via, mentre Ravelli coi suoi era in riserva nel paese. Tutta la terza e quinta brigata erano insomma lassù.
Dai vigneti, dalle ville poco distanti i Prussiani cominciarono un fuoco d'inferno: gli alberi erano scheggiati ad ogni minuto; le siepi si stroncavano, producendo un fracasso indescrivibile: ogni poco si spengeva per sempre una generosissima vita; ogni poco erano gemiti, strida, imprecazioni; gli strazianti lamenti degli uomini avevano riscontro in que' dei cavalli… povere bestie innocenti, che ad ogni poco cadevano stramazzoni per terra in quella grandinata di proiettili, che di minuto in minuto raddoppiava d'intensità.
I nostri erano imperterriti come vecchi soldati: gli Spagnoli ammirabili; nelle legioni Italiane non mancavano spiritosaggini, nè arguzie..
—Guarda, se con quegli elmi non paiono civiconi del quarantotto!—Diceva uno.
—Mirali bene… che vadano a godere della sua grazia di Dio!
—Coraggio amici, si gioca l'ultima carta… o si sballa o saremo eroi.
Conforti reciproci, incoraggiamenti non mancavano certo in quelle file che decimava la morte. I Prussiani avevano fatto delle feritoie in un muro difaccia e con tutta la sicurezza possibile miravano come se fossero al bersaglio.
Nella prima mezz'ora, Squaglia ebbe una palla in bocca che poco dopo lo rese cadavere. Povero Squaglia!… Quasichè presentisse la morte aveva dato a tutti i compagni la sua carta di visita con l'indirizzo preciso della propria famiglia.
Canzio, come sempre elegantissimo, se ne stava in capo alla via, puntando i nemici col canocchiale, indifferente come se puntasse una bella donna al teatro. Canessa era a pochi passi da lui. Menotti, Bizzoni, Tanara, Erba trapassavano recando ordini, incoraggiando col loro contegno i più timidi in mezzo a quel turbine di palle di ogni qualità, che ci aveva ridotti, alla lettera, sordi. Garibaldi esposto come tutti gli altri, più di tutti gli altri alle micidialissimo scariche del nemico, era sorridente, tranquillo e faceva nascere nel cuore d'ognuno un sentimento tale di dignità e di rispetto che credo, sarebbe stato per chiunque impossibile il mancare al proprio dovere.
I nostri si mandarono a dare due cariche alla baionetta, cariche che furono ricevute accanitamente dal nemico… Quante nobili vite non furono spente!.. Il terreno era chiazzato di sangue, ad ogni passo impediva l'andare un cadavere, via via che si procedeva i morti erano ammonticchiati l'uno sull'altro.
E intanto si avvicinava la sera; e un'acqua fine fine ci filtrava nell'essa; fu allora che vidi Mis Wite Mario passeggiare intrepidamente lì proprio in prima fila con un sangue freddo da fare invidia a un vecchio soldato; chiunque ha preso parte alle tremende giornate di Digione, deve serbare eterna memoria di questa eroina, che abbiamo veduta trasvolarci davanti, come un'esempio vivente di quanto può fare una donna animata da generosi propositi; lei hanno ammirata al proprio fianco i combattenti, lei hanno salutata come affettuosa sorella i feriti; lei hanno riverito gli stessi nemici, in mezzo ai quali passava dalle nostre file, per poter recare un sollievo a chi era in angustie, per potere avere informazioni sicure su certe cose che rimanevano al buio.
Mai la morte ha mietute tante vite magnanime in pochi momenti, come quella sera a Talant. Gli Spagnoli si erano ridotti ad un piccolo nucleo ed avevano perduto i loro ufficiali, lo stesso era degl'Egiziani il cui prode tenente Zauli giaceva ferito; morto il bravo tenente Gniecco dei Genovesi, ed esanimi al suolo giacevano già Salomoni, Imbriani, Settignani, e Pastoris.
L'ecatombe stava per compiersi: a quelli in prima linea mancavano le munizioni, e l'ostinatezza dei Prussiani raddoppiava: mentre difatti essi avevano sgombrato quasi tutto l'esteso terreno che ci stava dicontro, si agglomeravano in faccia a Talant, a Talant i di cui difensori oramai potevansi calcolare a poche centinaie. Avevano i nostri avversarii occupata una cascina al disotto del paese, e si avanzavano a pelettoni serrati, e tirando su noi con una continuità straordinaria.
Vien dato al battaglione dei Cacciatori di Marsala l'ordine di avanzarsi e di caricare il nemico. Lo strenuissimo Perla col volto raggiante, con piglio da infonder coraggio ad un morto si pone alla testa. Genovesi, Egiziani, Spagnoli, quelli delle altre legioni, tutti si raggranellano dietro di lui, tutti sono ansiosi di morire da forti o di veder rinculare il nemico. Molti non hanno più cariche molti sono sfiniti dalla stanchezza, molti non resistono più in mezzo a quella desolazione e vanno incontro a una palla tanto per finirla una volta con questo mondo codardo; avanti, gridano gli ufficiali, avanti ripetono i più animosi, avanti grida nel cuore l'amore dell'umanità e della repubblica, avanti la voce del dovere e tutti, come un sol'uomo, si accingono alla titanica impresa. Cinquecento cori battevano in quell'istante all'unisono!…
Viva la Repubblica, viva Garibaldi… giù la baionetta ed a passo di corsa contro i soldati di re Guglielmo. Il fumo impedisce la vista: in quella penombra, prodotta anche dall'ora divenuta tarda, ad ogni secondo si vedono guizzare immense strisce di fuoco; si procede pestando i cadaveri e seminando a ogni poco di nuovi cadaveri il suolo; i Prussiani essi pure si avanzano, ma lentamente; il cozzarsi è divenuto inevitabile e sarà un cozzo tremendo.
Lo slancio dei nostri è impetuoso… troppo impetuoso: Perla, il veterano di tutte le campagne dell'indipendenza stramazza per terra mortalmente ferito: Cavallotti è morto; moribondo il tenente Rossi di Lodi: i soli cacciatori di Marsala hanno 17 ufficiali fuori di combattimento. I Prussiani si asserragliano in due casette; vien dato anche ai nostri l'ordine di ritirarsi; rimanendo la sola legione Ravelli a guardia di Talant…
—Vieni via—Grida il Piccini al Rossi, quando tutti si erano ritirati.
—Fammi utilizzare anche le ultime due cariche che mi sono restate—Questi rispose… e si avanzò verso il nemico. Un vivissimo fuoco di moschetteria, l'ultimo che si eseguisse in quel punto, uccise il nostro amico diletto, il nostro compagno di tante sventure e di tante peripezie. Nessuno più lo rivide: il giorno dipoi sapemmo da una guida che egli era morto in conseguenza di tre ferite: due nel petto ed una nella faccia.
Ci ritirammo; il cielo era ingombrato qua e là da densi nuvoloni; gli alberi sembravano giganteschi; al fragore prolungato di poco fa era succeduto un silenzio cupo, lugubre, interotto solamente a lunghi intervalli da qualche colpo; rientrammo nella gran strada e qui un viavai di carri, d'ambulanze, sopra uno dei quali vidi la simpatica donnina che avevamo veduto dalla tabaccaia, e trasporti di feriti, e imprecazioni di morenti, e un chiamarsi ad alta voce tra i carri e un domandarsi informazione, accolte ora da sospiri, ora da bestemmie, ora da un «meno male» proferito in senso stizzoso e soddisfatto; nei campi adiacenti si vedevano a quell'incerto chiarore molti cadaveri; la luna si mostrava timidamente in mezzo alle nubi. Mi venne in mente la leggenda popolare che sostiene Caino esser stato relegato nella luna; le macchie di questo pianeta mi sembravano in quella sera proprio gli occhi di questo primo fratricida, che ora allegravasi a quella strage fraterna.
Su un carrettone vedemmo insieme a tanti altri lo Stefani che era stato ferito in un braccio; noi c'inoltravamo serii serii in mezzo a quelle confusione; nessuno avrebbe potuto scherzare: un giovinetto si azzardò di intuonar sottovoce una cantilena fu acremente ripreso: erano troppi i morti che avevamo veduti a quell'ora, eran troppe le perdite che ci facevano sanguinare l'anima a tutti e, ce lo perdonino gli spiriti forti, noi si sentiva voglia di piangere. Io comprendo in certi momenti l'indispensabilità di una guerra, comprendo che nel fervore delle pugne ci s'inebrii più che se prendessimo parte a una scena d'amore e di ardentissimo amore, ma, quando tutto ritorna nella solita calma; quando girando gli occhi non vedi che informi ammassi di carne che saran putrefatti tra poco, e che poco tempo fa sentivano, amavano, speravano; quando ripensi al dolore, alla disperazione di migliaia di madri e di vedove, se non detesti questa macelleria d'innocenti, questa violazione delle più care affezioni e dei legami più sacri, bisogna dire che la natura ti ha dotato di un cuore di pietra!.. I Chinesi, che noi abbiamo avuto il coraggio di chiamar barbari sino a questi ultimi tempi, fino dall'età più lontane, come ci dice Laotsu, imponevano ai loro generali di mettersi in lutto, appenachè avevano vinto una battaglia: noi che ci si becca il titolo di umanissimi e di civilizzati inalziamo sulle nostre piazze monumenti ai generali, anche quando hanno perduto, purché abbiano tirato a far ciccia. Evviva la civiltà!
Entrati in Digione, con grandissima nostra sorpresa, trovammo aperte tutte le botteghe; andammo alla solita trattoria… era quasi deserta; quanti di quelli che erano soliti a frequentarci non avevano lasciato la vita, nel breve volgere di otto o dieci ore!…
Ogni persona che entrava, erano domande, grida di sorpresa, strette di mano: e solamente allora si cominciava a forza di racconti a sapere gli episodi gloriosi del combattimento, le perdite che avevamo subito, l'andamento preciso della battaglia.—Il tale…? domandava qualcuno; è morto, gli si rispondeva; e il tale altro?… Morto anche lui… e tutti a sforzarci a sorridere per far gli uomini forti, ma il sorriso moriva sul labbro e ci si sentiva invece un groppo alla gola che ci faceva discorrere stentatamente, e avremmo pianto così volentieri, se il pianto non fosse qualificato per una debolezza da donnicciole.
Le guide del generale Bossak ci annunziarono la morte di questo eroico figlio della Polonia; come erano commosse via via che procedevano nel loro racconto! Non era un superiore quello che avevano perduto, era un fratello: Bossak aveva voluto dar loro di sua tasca ogni giorno il doppio della paga che le ricevevano dal corpo; ogni giorno le voleva a mensa con lui; il primo dell'anno fe' loro presente di qualche marengo: una volta che la brigata mancava di viveri provvide, sempre a sue spese, affinchè nessuno soffrisse la fame. La democrazia faceva una perdita irreparabile con la morte di lui; figlio di una delle più illustri famiglie Pollacche, si era posto a capo della rivoluzione nel 1864, ed esule in Svizzera confezionava le cartoline da spagnolette, tanto per tirare avanti onoratamente la sua famigliola. Appenachè seppe esser la Francia divenuta repubblica, si mise a di lei servizio, e nella mattina di questo giorno glorioso, spintosi alla testa di una ventina di guardie mobili, più arditamente di quello che sogliono fare tutti i generali, aveva incontrato la morte, suggellando col sangue la sua vita esemplare.
Verso le dieci io volli ridurmi a casa: la stanchezza mia è indescrivibile; appena in strada incontrai i Carabinieri Genovesi: saranno stati una trentina; gli Spagnoli che li seguiano erano tutt'al più venticinque: quante vittime in quella giornata: quante nazioni non affratellava quel sangue generoso sparso in prò di una repubblica!
Arrivato a casa, mi scinsi la sciabola: non guardai nemmeno una vecchia bottiglia che ci aveva apprestato la padrona di casa, meditai molto, riandai tutti i più piccoli episodii della strage a cui avevo assistito, poi cominciai ad appisolarmi e un benefico sonno mi tolse alle ansie, alle dolorose. ricordanze, alle considerazioni più o meno filosofiche.
»La gioia dei profani » È un fumo passeggier.
Mi desto di soprassalto è sento di nuovo suonar delle trombe; credo sul principio che ciò non sia che un giuoco della mia alterata immaginazione: aguzzo l'orecchio, vò alla fine-* stra, la schiudo… Non ci è che dire… sono trombe che ci chiamano un'altra volta a raccolta—Ci siamo, dico tra me e non senza imprecazioni, mi ricingo la durlindana e scendo in mezzo alla via. Doveva esser suonata di poco la mezzanotte. I soldati si avviano verso la stazione; io tenni lor dietro.
—Che ci è?
—I Prussiani si avanzano… hanno avuto rinforzi.
—O non si erano ritirati?
—Sì… ma ora ritornano.
—E noi?
—Si batte in ritirata.
—È impossibile… Garibaldi si farà ammazzare ma non vorrà dar loro questa soddisfazione.
—Eppure vedrete… vi dico che si va a Lione.
—Smettete, pazzo!
—Non è vero!
—Se hai paura, và a letto.
—È impossibile!…
Insomma a forza di queste discussioni, si era giunti al cimitero che è quasi difaccia alla ferrovia. Lì trovammo Garibaldi in carrozza, tutto lo stato maggiore e alcuni battaglioni schierati. Degli scorridori prendevano la via onde attinger notizie, o recar dei dispacci. Il freddo era tremendo; tutti si batteva i denti, ci si strisciava le mani, si passava infine un quarto d'ora più climaterico di quello di Rabelais.
Fortunamente, dopo informazioni ricevute, il Generale ci rimandò tutti a dormire: non era stato che un'equivoco, di cui noi avevamo pagato le spese. Mezz' ora dopo, a dir molto, si dormiva di nuovo tranquillamente.
Quattro ore di sonno, e poi via di corsa in quartiere: quelli erano giorni che si poteva affermare di essere esempii viventi della teoria di là da venire, del moto perpetuo. La nostra scuderia aveva due nuovi ospiti; due cavalli che Mecheri e Ghino Polese avevano preso sul campo: questi due giovani, il giorno innanzi, distaccandosi con tre o quattro altri da noi, erano corsi in prima fila, ed avevano ottenuto dai presenti gli elogii più ampi per il loro sangue freddo e il loro coraggio: Ghino, da quel capo ameno che era, tra una scarica e l'altra, nel turbinio dello palle faceva un minuetto, destando unanimi sorrisi d'ammirazione… non dico di più, perché non si abbia a dire che l'amicizia ha potere di convertir noialtri scapati in società di mutua ammirazione; chi li ha veduti non potrà dire che come me: con loro fu ferito assai gravemente il nostro caporal furiere Pianigiani, giovinetto Livornese quasi bambino, ma che per fermezza poteva dar dei punti a un vecchio militare; il Mattei, guida pur egli, fu ferito a una coscia da un colpo di mitragliatrice, mentre si disponeva ad andare all'attacco.
Raggranello altri ragguagli del giorno innanzi: delle quindici guide che si erano mosse a piedi col tenente Ricci, due erano morte e sette ferite: il nostro deposito avea dato il suo contingente alla carneficina.
Nella nottata due nostri caporali, Luperi e Aribaud avevan fatto prigioniero il nipote del generale Werder, che si era addormentato in una casetta.
Mi si parla di un Romagnolo, Salvadore Caimi, che, giacente in letto all'ospedale, e dato per spacciato da medici, essendo afflitto da perfidissimo vaiolo, all'udire il cannone saltò giù, si rinpannucciò alla meglio, e corse in prima fila, ove morì, ma non colpito da palla: tutti hanno da raccontare qualche eroismo che hanno veduto, qualche atto di valore di cui furono parte: manco male, non avranno più il coraggio di dire che gli Italiani non si battono! I preti, strano a dirsi erano stati pel contegno loro ammirabili; alcuni signori dei paesi a noi vicini si erano mescolati ai soldati, ed alcuni erano caduti vittime del loro amore di patria. Se la perdita di molti nostri compagni ci faceva essere di malumore, ci era anche di che rifarsi la bocca!
Ci pongono in libertà, raccomandandoci di non scostarsi tanto dal quartier generale: approfitto di questo intermezzo per recarmi a far visita al ferito Stefani; la ferita era leggerissima, e lo avevano di nuovo portato nella sua casa, che serviva anche d'ambulanza. Ci trovai mio fratello, diversi della compagnia Genovese; tutti seduti intorno al fuoco facevano piani di guerra, discutevano i comandi del giorno avanti, rammentavano i morti, godevano ed erano sorpresi di averla scapolata e giuravano che fuoco indiavolato, come quello sotto Talant era più che impossibile, avesse di nuovo a farsi sentire. Vollero di riffa che io facessi una corrispondenza per un giornale di Firenze e tutti ci vollero mettere lo zampino…. immaginatevi che brodo lungo la venne a riuscire, e come mostrasse eloquentemente che chi la scriveva non era un Montecuccoli, nè un Napoleone…. pure ci sembrò un capolavoro di descrizione, una vera pagina di dottrina strategica… ci si contentava di tanto poco, dopo una batosta così indiavolata!
A interrompere la nostra ammirazione, capita in mezzo a noi, come una bomba, il Piccini; aveva l'amico un viso di tramontana da metterci i brividi addosso e non aveva torto; partito a bruzzico insieme al Baldassini per rinvenire il cadavere del suo già indivisibile Rossi, per quanto avesse frugato, gli era stato impossibile effettuare questo disegno; nelle sue investigazioni il giovine Garibaldino erasi spinto tanto in avanti, che si era in una strada incontrato con una squadra di Prussiani, che gli aveva fatto una scarica addosso, scarica alla quale con favoloso coraggio aveva risposto con due o tre colpi, rimanendo illeso proprio per uno di quei miracoli del caso che non si sanno spiegare. A quel che ci diceva, anche in quel giorno avremmo avuto battaglia sicura; confermò questa idea anche l'amico Mecheri, che andato a Fontain a restituire quel cavallo che si era appropriato il dì innanzi, aveva udito un rumore vivissimo di fucileria agli estremi avamposti. Bisogna confessare che queste notizie non furono accolte con molto entusiasmo da noi; quel giorno avremmo bramato di riposare;.. si riposò anche Dio, secondo i cattolici: ma pure se ci fosse l'ordine, se Garibaldi si fosse battuto, senza essere onnipotenti come il Dio dei Cattolici, noi eravamo tomi da cacciar la stanchezza e di fare quello che dovevamo fare. Andammo però alla prefettura.
Il cortile di questa dava l'esattissima idea del vestibolo del l'Inferno di Dante; non mancavano le diverse lingue, le favelle orribili, le voci alte e fioche di chi dava schiarimenti, di chi chiedeva informazioni, di chi narrava i fatti del giorno innanzi, nè mancò il suon di mani, quando comparve la nobile figura di Garibaldi sorridente più dell'ordinario. Montò in carrozza svelto, come ai suoi bei tempi e montò insieme con lui, secondo il solito, Basso. Ci salutò affettuosamente; poi ci disse: Oggi avremo vittoria. Parlò Spagnuolo con due o tre figli d'Iberia che erano poco distanti dal nostro gruppo, e si rallegrò con loro per lo splendido contegno che essi avevano tenuto il dì innanzi: poi i cavalli si misero al trotto, il generale si tolse il cappello in mezzo alle acclamazioni, e, partì seguito da alcuni ufficiali di stato maggiore. Aveva appena oltrepassata la porta che un colpo dì cannone ci annunziò che anche per quel giorno ci si era.
I Prussiani, mentre potevano attaccare Digione al Nord Ovest, la dallaFerme de Poully, pianura senza la minima ombra di fortificazione, commettendo un'errore che non si sa comprendere nei vincitori di Sadowa e di Sedan, si ostinarono a tornare all'attacco di Talant, precisamente come il ventuno. La brigata Menotti avveva a sostenere adunque l'attacco e il degno figlio dell'eroe dei due mondi ebbe tutti gli onori di quella giornata; diverse compagnie di Franchi Tiratori e qualche pezzo d'artiglieria avevano durante la notte rinforzate le file che dipendevano da lui.
Le legioni Italiane rimasero in seconda fila; ma varii se la svignarono alla chetichella dai ranghi, e corsero tra il fischiar delle palle e l'imperversare della mitraglia, presentendo quasi che la vittoria annunziata da Garibaldi doveva avere la più ampia realizzazione.
I colpi dell'artiglierie si succedevano senza tregua: i cittadini non se ne addavano; quel giorno tutti avevan fiducia. Materassi e Polese erano al seguito del generale, io, Mecheri, Bocconi pigliammo a piedi la via e ci incamminammo verso Talant. Al principiar della strada incontra***MO il maggior Sartorio che provvedeva a che fossero presto recate a compimento molte barricate che s'inalzavano da operai, requisiti a tale scopo. Era una vera giornata di primavera: il sole era splendido, senza una nuvola il cielo: i due paesetti di Fontain e Talant, con le due vaghe colline, staccavano sul fondo azzurro del cielo e invitavano più a godere di quell'aria purissima, e ad inebriarsi in quell'oceano di luce che ad andare a scannarsi. Splendi pure, con tutta la potenza degli animatori tuoi raggi, o ministro maggiore della madre natura, oggi almeno rischiarerai il trionfo della Libertà!
A poco più di mezzo chilometro dalla città, vedemmo cinque o sei cavalli morti; da uno di questi si partiva una striscia di sangue, che, come la mistica colonna che guidò nel deserto gli Isrealiti, doveva guidare i nostri passi fino a Talant. A piè della scala di una casuccia, vedemmo steso morto un giovine Garibaldino; un campagnolo ci mostrò una lettera che aveva trovato nelle di lui tasche… era una lettera della sua mamma; la povera donna sperava di riabbracciare suo figlio nelle feste di Ceppo: la data di quella lettera era di novembre ed il giovine l'aveva tenuta sul cuore tutto quel tempo!
Arrivammo alle nostre batterie; il fumo impediva di poter scorgere ciò che avveniva nel versante a noi sottoposto; un ronzio impertinente di palle ci rendeva avvertiti che i nemici non erano molto lontani. Garibaldi, Menotti, Bizzoni, Sant'Ambrogio in quel momento eran là. Troviamo lo Strocchi che ci avevano dato per ferito, lo abbracciamo e si aggiunge con noi. Il Generale era sceso di carrozza, esaminava i tiri dell'artiglieria e dava consigli agli artiglieri. Uno di marina, che faceva il servizio ai pezzi, puntò due volte il cannone e fece due tiri ammirevoli: le nostre perdite erano fin allora pochissime e i nostri nemici, non che avanzare, perdevano di momento in momento terreno; allora fu comandata la carica alla baionetta.
I Franchi tiratori si lanciarono, come leoni, all'attacco: due zuavi li procedevano di qualche passo, agitando, a mò di bandiera, i guidoni delle compagnie a cui erano stati ascritti. Il momento era sublime! Il fumo si era dileguato ed il sole ripercotendo i suoi raggi sugli elmi dei nostri avversari, faceva apparire qua e là dei subiti guizzi di luce, da farteli scambiare per lampi. Un gridìo continuo, entusiastico, un prorompere di fucilate… eppoi i soldati di re Guglielmo, pestati, inseguiti colla baionetta alle reni, abbandonavano a rotta di collo il campo di battaglia, seminando il terreno di fucili, d'elmi, di feriti e di morti, e ritirandosi per tre chilometri buoni: tra gli altri trofei furono presi sette furgoni d'ambulanza del valore di circa novantamila franchi.
Il bravo colonnello Lhoste però, caricando arditamente alla testa dei suoi audaci Franchi Tiratori veniva mortalmente ferito. La battaglia era compiuta, la vittoria aveva sorriso all'indomito coraggio, allo slancio più che umano dei volontari della repubblica.
Tornammo subito indietro per annunziare la grata novella; quale non fu la nostra maraviglia, quando, fatti pochi passi dal campo, incontrammo delle signore che si erano spinte arditamente fino lassù; signore che infangavano nelle pozzanghere i loro stivaletti aristocratici e che ci salutavano sventolando i fazzoletti, sorridendoci con un'angelica grazia.
Non era gioia, non era entusiasmo quello da cui era presa Digione la sera del ventidue… era ebbrezza, delirio: a mezzo chilometro dalla città era già affollata la via; donne vecchi, ragazzi ci saltavano al collo, ci prendevano tra le mani la testa ci sollevavano dal peso delle anni, ci insegnavano l'un l'altro, gridando a squarciagola:Vive les Galibardiens, vive Galibardi, vive l'Italie. Ci portavano quasi in collo dal mezzo di strada nelle trattorie, e lì ci offrivano da bere, nè ci era versi di rifiutarlo; da ogni parte strette di mano, da ogni parte baci: «come sono giovani» si sentiva ripeter da una parte; son dei bravi soldati, si ripeteva dall'altra… oh! divini momenti, oh! dolci soddisfazioni di chi compie un dovere, capaci di riabilitare la persona più turpe, capaci di fare un eroe del più pusillanime.
Ma echeggia un grido potente, non interrotto, che fa rintronare da un capo all'altro la strada; le finestre si spalancano con forza; le vecchie, rimaste uniche in casa, si affacciano, si spenzolano, agitano le loro pezzole; un fremito nuovo di gioventù rianima quelle fibre affralite dagli anni: non è il vincitore d'ingiuste battaglie quello che passa, è l'apostolo delle cause giuste, è il propugnatore dell'umanità, è l'eroe leggendario, l'uomo incorrotto che con un pugno di ragazzacci fa retrocedere i soldati che han fatto tremare l'Europa… è Garibaldi.
—Viva Garibaldi—Gridano tutti, e popolani, soldati si buttano verso di lui, vanno quasi sotto i cavalli e le rote della carrozza: tutti vorrebbero stringergli la mano, tutti vorrebbero divorarlo dai baci!
—Gridate: viva la repubblica—Grida il buon vecchio—e non sa riparare a salutare, e sorridere.
I soldati che tornano hanno tutti un'elmo, un fucile preso ai Prussiani; un giovinetto ha un piffero e fischia un'arietta in mezzo agli applausi di tutti. Passano dei prigionieri; tutti gli guardano, ma nessuno alza un grido… il popolo sente la generosità per istinto! Per tutte le piazze è baldoria: per tutto si canta, si grida, si applaude: sulla piazza del teatro si da fuoco persino a dei mortaletti: la fiducia generale è rinata; gli elmi dei Prussiani coll'annesso parafulmine fanno le spese di tutta la sera; contento dell'oggi, nessuno cura il domani e tutti dimenticano l'ieri.
Si va a portare il fausto annunzio allo Stefani; sul principio credeva che si scherzasse: gli avevano nientemeno dato a bere che si trattava di fare una capitolazione e che i Prussiani si avanzavano verso Digione a marcia forzata.
Io era stanco morto: tutte quelle emozioni, tutte quelle fatiche mi avevano prostrato: mi pareva che la vita mi sfuggisse ed in camera del mio amico ferito ebbi un trabocco di sangue.
—O guardiamo, se dopo che ti han risparmiato la palle, vieni qui a far la morte della signora delle Camelie? Mi disse il Materassi, che non si reggeva più dalla fatica, essendo stato in giro tutta la notte, e a cavallo tutto il giorno.
—Non gli risposi, perché quest'ultimo incidente mi faceva uscir proprio dai gangheri. Cheto, cheto me ne andai e neppur mezz'ora dopo mi sdraiavo sul letto.
Per quanto facessi, mi fu impossibile in quella nottata il provare un poco di sonno. La testa mi ardeva, la febbre in certi momenti mi procurava la celeste voluttà del delirio; ora mi pareva di essere in mezzo alla mischia, di vedere i nostri giovani battaglioni avanzarsi, sgominare le schiere nemiche, ed annusavo a piene narici il simpatico odor della polvere, e m'inebriavo ai mille episodii di un combattimento e di una vittoria; ora mi pareva di essere tornato in mezzo ai miei cari, e li vedevo a me d'intorno, raccolti, pendere ansiosi dai miei labbri, interessarsi alle vicende delle battaglie, alle storie che raccontavo e vedevo brillar delle lacrime, spuntar dei sorrisi….. Finalmente venne il mattino, e parve che la luce, come fugava le tenebre, fugasse da me i vaneggiamenti della immaginazione malata. Mi alzai ed uscii; quelli non mi sembravano giorni da poltrir sulle piume.
A tutte le cantonate della città era affisso un'ordine del giorno di Garibaldi; ordine del giorno nel quale l'illustre comandante dei volontarii, nonché inorgoglirsi ai fumi delle vittorie e proclamare i suoi soldati per eroi, raccomandava a loro di moderare la foga dei dì passati, di non attaccare in massa il nemico, ma sì in pochi, alla spicciolata, e spronava in special modo gli ufficiali ad adempiere un poco di più il proprio dovere.
Alla porta del quartiere delle Guide, vidi il Materassi che scendeva da cavallo; mi accolse a braccia aperta e mi mostrò delle bottiglie di vino generoso, urlando: Ecco lo specifico per la tua malattia!
Quel vino era stato trovato nelle ambulanze Prussiane e doveva far le spese di un mattiniero banchetto che imbandimmo lì sul tamburo. Era mezzogiorno e, malgrado tutte le dicerio, si cominciava a credere che per quel giorno gli oppressori della Francia non ci avrebbero molestato. Finito il pasto, ce ne andammo tutti a trovare lo Stefani; dopo poco che eravamo entrati nella di lui camera, mi si cominciò ad abbagliare la vista, sentii al palato un sapore di sangue, tossii a più riprese e caddi sfinito sopra il divano. Non so quanto stessi in quello stato in cui più non sentivo la vita: quando cominciai a comprender qualchecosa tuonava il cannone, e lo Stefani, mezzo vestito, stava per alzarsi da letto.
—Si son riattaccati?.. Domandai
—Altro che riattaccati!.. Affacciati alla finestra e guarda, Guardai… confesso di non aver mai assistito a un così sconfortante spettacolo!.. La gente scappava a rotta di collo per tutte le vie; le porte si chiudevano ermeticamente; le finestre erano pure ermeticamente tappate; ogni poco qualche guardia nazionale, o senza fucile, o senza cappello, traversava a passo accelerato davanti a noi, battendosi il capo, proferendo gridi di lamento o d'imprecazione; donne piangenti che si portavano dietro i bambini, carri che si caricavano, ufficiali d'intendenza che a gran passi si avviavano in direzione del quartier generale….—Ma dunque siamo in completa disfatta?—Dissi tra me, e inpaziente, colla più dolorosa angoscia nell'anima, col dubbio che mi torturava il cervello, presi la mia sciabola, ed andai anche io per strada, deciso di correre alla prefettura, e di là portarmi sul campo. Sulla piazza del teatro, vidi quattro batterie di cannoni guardate da due o tre guardie mobili.. Erano nuove artiglierie arrivate allora allora dalle fabbriche di Lione e del Creusot… osservandole bene, lo si sarebbe agevolmente compreso, ma in quel momento, in quell'esitazione le credei anche io, come il popolo, un indizio di ritirata.
Ma donde venivano queste paure? I nostri avevan forse perduto?.. No; come vedremo tra poco: ma alcuni battaglioni di guardia nazionale presi dal panico a quel terzo assalto dei nostri nemici, atterriti anche dal numero con cui questa volta si erano presentati, non ascoltando più alcun comando, avevano retrocesso, e, siccome, valanga erano piombati per le vie della città, travolgendo coloro che volevano impedire questa ignobile fuga e facendo nascere l'allarme e lo spavento per ogni dove.
I Prussiani, avvedendosi del grave errore che avevano commesso nei giorni antecedenti, e pensando forse che le nostre truppe fossero, almeno per le maggior parte, agglomerate in Fontain e Talant (posizioni contro le quali essi si erano rotte le corna) si concentrarono in grandi masse e prendendo la strada di Langres si spinsero infino al castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato alla brigata Canzio, di avanzarsi verso la direzione, da cui venne difatti il nemico, il quale, fugati ben facilmente i mobilizzati, che sparsero poi tanta desolazione in città, erano giunti persino ad accerchiare in una prossima masseria l'ardito Ricciotti, che coi suoi bravi Franchi Tiratori, faceva una resistenza eroica, seminando la morte tra quelle schiere che non si azzardavano ad assalirlo e tenute a rispettosa distanza dal ben nutrito fuoco di fila, che a loro opponevano dalle finestre, dalle feritoie, dalle siepi questi giovani soldati della libertà. I figli di Garibaldi si mostrarono degni del loro genitore, e la Francia ha da serbar eterna memoria del loro coraggio, delle loro abnegazione, dalla loro bravura.
Le bombe solcavano l'aria, già impregnata di fumo: il sibilo delle palle non avea tregua alcuna; i carabinieri Genovesi, i cacciatori di Marsala, (tutta la quinta brigata) sdraiati pei campi o nelle vicine praterie non facevano uso alcuno delle armi. Canzio osservava impassibilmente le masse nemiche, ed ogni tanto andava da Garibaldi, con cui confabulava. Tutto ad un tratto guizza, come un lampo dall'uno all'altro dei militi, una notizia; un fremito generale si comunica di fila in fila, come, se tutti quegli uomini subissero l'influenza di una pila Galvanica: Canzio concitato, col viso raggiante, si alza, grida a tutti i suoi uomini: Ricciotti è circondato, salviamolo, e, come l'ultimo dei suoi subalterni, si lancia eroicamente alla carica.
La cavalleria Prussiana si schiera in ordine di battaglia difaccia ai nostri; due tiri di cannone bene aggiustati bastano a metterla in fuga, prima ancora che si ponga al trotto contro di noi; altri colpi a mitraglia sbaragliano i battaglioni nemici che si ammassano, si urtano, si infrangano contro la masseria, le cui mura sembrano di fuoco; i Genovesi, i cacciatori di Marsala, gli Egiziani, gli Spagnuoli e persino due battaglioni di mobilizzati di Saone Loire animati dal nobile esempio dei volontari, si spingono dietro il prode Canzio alla baionetta, gridando viva la repubblica, viva la Francia, viva Garibaldi e intonando la Marsigliese e l'inno d'Italia. Che spettacolo imponente… al solo pensarci si provano le vertigini, e quasi si crede di avere assistito a una fantasmagoria.
La brigata Ricciotti si spinge eroicamente fuori della masseria e arditamente dà di cozzo nelle file Prussiane: da tutte le parti è una carneficina terribile; i cadaveri si addensano sopra i cadaveri; là affusti di cannoni stroncati, qua siepi distrutte, alberi sbarbicati dal terreno; per terra frantumi di bombe, pozze di sangue, ossa scheggiate, rimasugli schifosi di corpi umani; i Prussiani non possono più reggere; è troppo formidabile l'urto dei nostri soldati e non che compatte colonne di uomini, sfonderebbe le muraglie d'acciaio. Le file a noi dicontro, piegano, indietreggiano, si sparpagliano eppoi si danno a disperatissima fuga.
Tito Strocchi e il capitano Rostain di Grenoble, raccolgono allora in mezzo ai cadaveri di un picchetto che avevano sbaragliato, terminando tutte le cariche dei loroSpencers, sempre tra l'infuriare delle palle nemiche, lo stendardo del 61 Reggimento Guglielmo; reggimento che in quel giorno fu quasi disfatto.
Io era arrivato poco prima dell'ultima carica; uscito appena di Digione cominciai a imbattermi in mobilizzati senza il più piccolo vestigio d'armi, che se la ritornavano tranquillamente in città: fatti pochi passi vidi la strada tutta seminata di sacchi, buttati là da questi prodi onde correr meglio e scappare: poi il consueto corteggio di feriti e di vetture d'ambulanze: e il capitano Galeazzi e l'Orlandi con la sciabola in pugno, e con due o tre guide che piattonavano i fuggitivi e che si sforzavano dì rimandarli al lor posto: finalmente i nostri compagni che si battevano accanitamente e che si disponevano all'attacco.
Garibaldi corse subito sul luogo dove era stata definita la tremenda tenzone, e dove era accaduto l'orrendo macello; tutti gli furono intorno; tutti vollero dire qualchecosa… pochi e ben pochi furono capaci di articolare un monosillabo; la gioia di quel momento è inesprimile; nessuno sentiva più la fatica; eravamo tra mucchi immensi di morti, si sentiva qualche fucilata lontana, indizio che i soldati della grazia di Dio erano molto ma molto distanti da noi e che se la battevano disperatamente: avevamo preso una bandiera: più bella vittoria noi non la potevamo sperare, ed ora se ne aspirava a pieni polmoni tutta la voluttà. Perché non poterono dividere le nostre letizie tanti generosi che ora giacevano cadaveri, perché non le doveva dividere il buon Ferraris il medico del generale, che dopo aver recato un ordine, pochi momenti avanti era morto?
Mentre Garibaldi, dopo aver risposto ai più vicini, stava per congedarsi da noi e tornare in Digione, una scarica quasi a bruciapelo c'involse tutti in un turbine di proiettili che fortunatamente non colpirono alcuno. Fu fatto voltare la carrozza e il Generale fu fatto immediatamente ritirare. Da chi ci veniva fatta quella sorpresa?.. Io non lo so; certo che gli autori ne ebbero poco gusto; i volontarii si gettarono con rabbia verso la parte da cui così stranamente eravamo stati salutati, e probabilmente altri cadaveri si aggiungevano ai molti che ingombravano il circostante terreno.
I Genovesi e i cacciatori di Marsala, dovevano pernottare nelle loro posizioni: salutai caramente i miei amici, ed appoggiato al braccio di uno deiFrancs chevaliers de Chautillonpiano piano me ne tornai verso la città, persuaso di assistere, se pur era possibile, ed una dimostrazione e ad un entusiasmo maggiore di quelli precedenti.
Avevo sbagliato i miei calcoli!.. Si aveva un bel dire ai cittadini che avevamo conquistato una bandiera, che la nostra era stata una completa vittoria, che i Prussiani erano lontani chi sa quante miglia, oramai lo spavento si era loro infiltrato nel cuore, oramai vedevano le cose dietro il prisma della paura: poche botteghe si riaprirono; pochissime donne si azzardarono a far capolino dalle finestre; difaccia alla Prefettura e alleMairievi erano i soliti capannelli susurroni, insistenti: fu insomma necessario che ilMairfacesse battere i tamburi a tutte le cantonate, ed ivi dal banditore annunziare ai Digionesi che potevano andare a letto, e prender sonno tranquilli, poiché i Prussiani erano stati respinti su tutta la linea.—Dietro questa confortante pubblicazione, ricominciammo a veder del movimento per le strade; si riaprirono i caffè e la città riprese il suo aspetto normale.
Alla mattina del ventiquattro la bandiera Prussiana fu mostrata a tutte le truppe e suscitò ovunque l'entusiasmo più vivo; quella bandiera era nuovissima, tutta in seta, magnifica. La popolazione Digionese, accortasi dell'errore meschino in cui l'avevano fatta cadere la sera precedente alcuni vigliacchi, non si restava dal magnificare il nostro coraggio ed aumentava verso di noi di dimostrazioni affettuose e gentili; sapemmo che causa principale dello sgomento e dell'allarme era stato il colonnello dei mobilizzati dell'Alta Savoja, che al primo rumore del combattimento, era corso con diversi suoi uomini alla ferrovia, e lì aveva preteso che di riffe o di raffe si mettesse in pronto un convoglio, onde partire alla volta di Lione.
Tutto ci faceva sicuri che i Prussiani non avrebbero riattaccato; i nostri amici erano all'avamposti; pensammo bene di far loro una visita e intanto dare un'occhiata al terreno, dove poche ore avanti erasi combattuta la sanguinosa battaglia, alla quale eravamo stati presenti. Qual tremando spettacolo non ci offersero quei campi! Se io avessi la potenza descrittiva di poterli ritrarre al vero, farei inorridire i lettori… fortuna che non l'ho, e così risparmio loro un'emozione ben cruda! Il più sfegatato paladino della guerra, ammenoché non fosse un mostro, non avrebbe potuto fare a meno di fremere davanti a quella carneficina autorizzata dalle così dette gente civili. In qualche punto i cadaveri erano a strati; pochi i nostri, moltissimi quelli Prussiani; i Tedeschi si erano battuti come eroi; nel posto dove fu rinvenuta la bandiera si contavano uno accanto all'altro più di novanta cadaveri, tra i quali quello di un maggiore; la prateria, la strada, i viottoli erano ingombri di elmi, di fucili, di sacchi; ogni passo che noi si faceva eravamo sicuri d'inciampare in un morto… Quanta gioventù, quanta vita dileguata in un soffio!… Erano imberbi adolescenti, uomini tarchiati; tutti avranno lasciato nelle proprie case una sposa, una moglie, una madre: queste povere donne ogni giorno saranno accorse al giungere della posta, avranno divorato coi baci le righe, che tra le fastidiose occupazioni del campo, scrivevano i loro cari: le avranno aspettate anche il domani quelle benedette righe, che loro facevano spuntare tra ciglio e ciglio una lacrima e l'avranno aspettate invano, e invano anche domani, e così via di seguito per chi sa quanto tempo, eppoi finiranno col vestirsi a bruno, col piangere, col pregare, coll'imprecare a chi ordinò, a chi volle, a chi fece la guerra: ma re Guglielmo sarà salutato imperator di Germania, ma Napoleone goderà in santa pace nei beati ozi di Londra i milioni carpiti alla disgraziatissima Francia!
Oh! avessi avuto la virtù d'Ezzecchiello! Oh avessi potuto trasfondere la vita in quegli esanimi corpi!… Sorgete, avrei voluto gridare con voce tuonante, sorgete ed imprecate alle arpie coronate, ai potenti del mondo; tornate nelle vostre città, nei vostri villaggi, nelle vostre famiglie, predicate che si ha da esser tutti fratelli, che non si deve sprecar più tanto coraggio per soddisfare l'ambizione di quelli che ci opprimono, che si deve abolire il macello di creature innocenti, fatte apposta per amarsi tra loro, l'une all'altre simpatiche, perché legate dal santo vincolo della sventura… Se Traupmann con otto omicidii fece rabbrividire tutto il mondo civile, perché si devono dar ghirlande d'alloro a chi, a sangue freddo, ne fa sgozzar centomila?
E mi pareva difatti che quei morti si levassero giganti, e colle braccie poderose scaraventassero nel vano i tarlati troni delle tirannidi umane.
Garibaldi traversò la via in carrozza con Canzio; i due illustri e prodi soldati, arrivati che furono al punto di cui parlo, furono pur essi commossi: no… non era soddisfazione, come dicevano alcuni, quella che brillava sui loro volto, io credo che fosse disgusto. Il guerriero è inesorabile, quando fischiano le palle, ma è commosso al vedere le prove di un valore, che il caso non ha compensato, ma che è innegabile.
Poco distante lì avevan passata tutta la notte i Carabinieri Genovesi. Piccini ci accolse ridendo… Oh! la bella istoria che ho da contarvi!—
—Raccontacela.
—In poche parole vi sbrigo… vedete quella casetta?… Terminata la mia guardia sono andato lì per riposarmi… ci erano tre Prussiani morti ed io mi sdraiai in mezzo a loro; appena steso per terra, è inutile che vi dica, che attaccai un sonno birbone: mi ero addormentato di poco, quando mi parve sentirmi girellare d'intorno, non mi volli scomodare a aprir gli occhi, e il calpestio, non che cessare, accresceva: una mano poco delicatamente si posò sul mio petto, mentre un'altra si avvicinava con gran celerità alla mia tasca; mi alzo allora, come di soprassalto e do un grand'urlo: Chi è?… Non sono mica morto io, perché mi abbiate a frugare!… Un grido disperato e una fuga generale tenne dietro alle mie parole: seguii i fuggitivi e trovai due della mia compagnia che esercitavano questo mestiere proficuo sì, ma schifoso…
—E domandaste loro, se avevano trovato molta roba?
—Sì… mi risposero anzi che tutti quelli che avevano frugato avevano in tasca la bibbia, e moltissimi la carta geografica.
Era verità: nessun bass'uffiziale era sprovveduto della carta di Francia: è così che si vincono le battaglie, e non come si fece nel beatissimo regno d'Italia nella vergognosissima guerra del 66, ove le carte non erano conosciute nemmeno di vista dai colonnelli di stato maggiore..
Dopo avere scambiato qualche altra parola partimmo dalle linee dei Genovesi e andammo per tornare a Digione: avevamo fatti appena pochi passi, che sentimmo dei gemiti poco distanti da noi: questi gemiti venivano da una specie di casaccia che era al principiar di una viottola: quella casaccia non doveva servire di abitazione ad alcuno, nemmeno in tempo di pace; era bassa, piccola, e non aveva finestre. Il desiderio di giovare a qualcuno, l'idea che forse si poteva trovare lì qualche amico, ci fecero entrare risolutamente in quella catapecchia.
Sopra una barca di concio vedemmo all'incerta luce che veniva dalla piccola porta, un'involucro di carne; da questo partivano i lamenti e, cosa strana, questi lamenti non ci parvero d'uomo; ma che lì dentro ci fosse una donna?—accesi con mano tremante un fiammifero, mi appressai… un urlo mi partì dalla strozza, il lume mi cadde di mano, chè io non poteva credere a ciò che mi si parava davanti; era, purtroppo, una povera donna colei che si lamentava in tal guisa e in quella povera donna io riconobbi Aissa.
—Aissa, Aissa—Le dissi e fui incapace di proferire altre parole.
La moribonda mi guardò attentamente, direi quasi con ostinazione; si pose una mano sul cuore, come per reprimerne i palpiti, stiè un poco senza articolare parole, poi faticosamente, senza riconoscermi, sussurrò a bassissima voce: portatemi fuori!
Interrogai con un'occhiata i compagni; vedendo com'essi erano propensi ad esaudire quest'ultimo voto di quella bella creatura, la presi amorevolmente pel capo, mentre gli altri adagino adagino la sollevarono pei piedi, e la deponemmo su di un praticello, dove l'erbetta era tutta ingemmata dalle stille della mattiniera rugiada, e dove rimpercotevasi un vagabondo raggio di sole, che si era fatto strada tra le nuvole che tutto ingombravano il cielo.
Aissa era rimasta prostrata; gli occhi le si erano chiusi; come era bella!… Soffusa di un pallore che faceva apparire le di lei carni di cera; coi magnifici capelli neri disciolti lungo le spalle, tu l'avreste creduta l'angelo della grazia e della bellezza, morto esso pure in tanto turbinio di barbarie! Poco più sotto del cuore, uno straccio nell'abito, delle goccie di sangue rappreso indicavano dove l'avesse colpita il piombo nemico! In quell'istante la si sarebbe detta già morta, se un'anelito frequente muovendo ad ogni poco il busto di lei non avesse ispirato la certezza, che ancora non si era dileguato il soffio animatore di quella materia.
La discinsi; feci portare da uno dei nostri dell'acqua: con questa le bagnai ambe le tempia, e poi colla faccia proprio sopra la sua, mi misi a spiare il momento, in cui ella sarebbe tornata ad essere in se.
—Chiamino un medico!… Sentii esclamare una voce.
—Bravo—Gridai io in tuono d'assentimento, ma senza muovermi… e uno in fretta e furia andò per il medico.
L'aria fresca rianimò la bella dolente; Aissa aprì le sue luci; girò lo sguardo per le circostanti campagne e addiventò pensierosa: in quel momento forse le tornarono in mente i molti fatti del lugubre dramma, a cui ella aveva assistito negli ultimi giorni, mi osservò lungamente, un sorriso sfiorò le di lei labbra sbiancate… ella mi aveva riconosciuto.
—Vedete se ho bene adempiuto alla promessa che io vi feci aMarsiglia.
—Ma dove siete stata ferita?
—Qui…—La rispose accennandomi, dove avevo veduto il sangue rappreso.
—Ed è grave?
—Io credo che sia mortale… lo spero
Restai annichilito; sperar nella morte in quell'età, con quella bellezza, con quel carattere ardente e leggiero che tanto mi aveva sorpreso fino dal giorno che la conobbi!… Un fremito mi aveva invaso ogni fibra, volevo persuadermi di assistere ad una allucinazione mentale e avrei dato la mia vita, pur di non assistere a questo tristissimo episodio, che doveva avere lo scioglimento in faccia ai miei occhi.
—A che mi guardate così stranamente?—con voce sempre più tremula continuò la moribonda—Oh! lo so cosa pensate tra voi!… Me lo immagino… ma se sapeste, quanto mi sorride il lasciar questa vita, che mi opprime come la camicia di forza del galeotto…—Oh! quante volte ho proposto di farla finita per sempre e sul più bello mi è mancato il coraggio!
—Ma voi non morrete—Interruppi io—voi siete sul fiorire degli anni, siete robusta, la vostra ferita non è tanto grave…
—È mortale.. lo sento!… Non sprecate le vostre cure per me… sentite… là… come urla quel povero soldato ferito… vedete, scommetto che lui ha o una mamma, o una sposa… allora si soffre a lasciare la terra, ma io… io..
—Voi potrete trovar degli amici
—Degli amici?!.. Ma dove?.. Ma come?.. Ma chi?..
—Io per esempio!
—Voi traverserete il mare, tornerete in mezzo ai cari vostri, e presto, come tutti gli altri, vi dimenticherete di me… Noi donne galanti, alla moda non sappiamo, non c'immaginiamo neppure l'amicizia; l'amicizia richiede del cuore e a noi ce l'hanno strappato i signori di cui siamo i giocattoli. Chi ci ha mai inculcata la santa religione dell'affetto, delle fede? Chi ci ha mai rammentato di esser donne? ripensando al passato una nube qualche volta passava sulle nostre fronti… «Le vostre fronti son fatte per baci e per i diademi,» ci dicevano i felici del mondo, e a noi diamanti, abiti, ricchezze… qualche volta la miseria degli altri ci strappava dal ciglio una lacrima. «i vostri occhi non son fatti per piangere, son fatti per brillare di voluttà e di piacere,» ci ripetevano i nostri adoratori e a noi le inebrianti emozioni dell'orgia. L'artigiano che ci disprezza perché colla prostituzione si ha quello che egli non giungerà mai ad aver col lavoro, ci addita alle sue figlie, come vampiri, come mostri e queste ci salutano colle loro fischiate; i nostri protettori quando si son sbizzarriti con noi vanno a cercarne delle altre, noi ricorriamo a spese matte, a piaceri che abbruciano: i denari van via, e viene l'età: la prima grinza fa fuggire l'ultimo adoratore e… e… se non morissi qui, se continuassi a vivere, tra pochi anni, obliata da tutti, morirei nel fondo di uno spedale… eccolo l'avvenire di noi povere colpevoli coperte d'oro e di gemme! Fortuna che questa palla ha troncato tanta colpa e tanta miseria!.. Ve lo ripeto, ve ne scongiuro…. andate a soccorrere quel povero soldato…. forse potrete risparmiare un gran dolore ad una povera madre, pensate alla vostra che ora prega per voi in Italia… Oh se avanti di morire il Cielo volesse concedermi là santa voluttà di una lacrima!
Le mani d'Aissa cominciavano ad agghiacciarsi, e posandosi sulle mie, mi producevano la medesima impressione, come quando si tocca una serpe.—Oh!.. un tempo… io ve lo voglio dire… un tempo io non era cattiva!—La proseguì con tuono più flebile—Amai troppo, credei troppo… e ne ho scontato anche troppo la pena. Ah! avessi dato retta alla mamma… fatemi il piacere, levatemi dal seno, la crocellina che è attaccata a questo piccolo nastro., ce la conservo da tanto tempo e quando i miei amanti ci ridevano sopra, io correva a nascondermi e la baciavo, la baciavo colle lacrime agli occhi e col cuore che mi si stringeva dalla pena… vi raccomando di lasciarmela indosso anche quando sarò morta: è il più caro ricordo che io abbia… l'ebbi da lei, una sera, una bella sera di estate: eravamo sull'aja, e ci era stato il prete a benedire il ricolto; l'immagine della madonna era illuminata, un'andirivieni di lucciole faceva sembrare illuminate anche le siepi, i contadini cantavano le litanie, io accarezzavo il vecchio Bibi perché non abbaiasse; la mamma, finita la preghiera, mi venne vicina, mi baciò e mi attaccò al collo questa crocetta… da quella sera non lo ho più abbandonata e quando ero per darmi in braccio alla disperazione, quando dentro me meditavo qualche vendetta terribile, quando avevo commesso una colpa, guardavo quella crocetta e mi tornavano in mente l'aja, il prete, le litanie, il vecchio Bibi, i bei tempi insomma in cui ero giovine, in cui ero buona, e vendetta, disperazione, come per incanto, sparivano, e le colpe mi sembravano meno gravi, perché mi sembrava vedere la mamma che pregava per me, che sorridente additavami il cielo… quel cielo che si acquista soltanto coll'espiazione, e colle sofferenze.
Lo spirito che aveva animato quella donna a proferire il lungo discorso, via via che la parlava sembrava che l'abbandonasse; l'affievolita voce, il faticoso respiro che aveva preso tutte le parvenze del rantolo mi convinsero che ormai niente vi era da sperare, che oramai gli istanti di quella vaga creatura erano contati!
La squilla della vicina parrocchia di Fontain si fè modestamente sentire; i tocchi di quella campana mi scesero in cuore mesti, siccome la preghiera pei moribondi: traversò il viottolo a noi vicino una vecchia cenciosa che portava per mano un ragazzo…—Nonna—disse quest'ultimo—cosa fa tutta quella gente sdraiata?—Povero bimbo—rispose la vecchia—quelli che vedi son morti—E non si risveglieranno mai… mai più?… Mai più! Il bambino chinò gli occhi e poi si rimpiattò nel fossato… intanto uno stormo di corvi volteggiò intorno a noi!… la nonna si mise in ginocchio e pregò: il fanciullo urlava e piangeva!
Uu prete col brevario sotto il braccio si avvicinò, quasi pauroso, alla moribonda: io gli additai la crocellina che essa si era portata alle labbra, egli se ne andò, al soldato che era per morire poco distante da noi, ed intuonò ad alta voce le preci dei moribondi.
Cessa, o prete, dalla stolta cantilena; tu per il primo, dando un'occhiata all'intorno, devi convincerti di quanto le tue preci sono bugiarde! Se fossevi un Dio, potrebbe egli permettere un tanto massacro?… È vero che voi, sacerdoti l'avete chiamato Sabbaot, il Dio degli eserciti e delle battaglie; è vero che a lui in altri tempi avete offerte vittime umane; è vero che nel suo santo nome avete fatto sgozzare dai vostri sicari le donne e i fanciulli a Perugia, i giovani generosi a Mentana, i padri di famiglia nelle mura stesse di Roma; ma è vero puranche che i popoli hanno pieno diritto d'odiarlo e d'abbatterlo, schifati alla idea delle carneficine che voi avete perpetrato nel nome di lui, schifati all'idea del privilegio e della rapina che avete benedetto, e resi sacri sotto la protezione di questa divinità, che, onnipotente, avrebbe creato il male. O prete, se tu fossi convinto, agiresti in altra maniera: cessa adunque dall'ipocrita prece: noi, come te, non crediamo al tuo Dio!
Gli stormi dei corvi raddoppiavano; la nebbia sollevandosi a poco a poco dall'estreme linee di quell'estesa pianura aveva offuscato il sole e i grandi alberi della strada maestra in quell'incerto barlume sembravano giganti che osservassero con fiero cipiglio quella scena d'orrore: dei carrettoni traversavano innanzi a noi, come una triste visione di mente impaurita; questi carrettoni erano colmi di cadaveri e i carrettieri, sferzando i cavalli, fischiettavano le ariette dei villaggi natii; ogni tanto qualche lurida faccia, tale da farti ribrezzo solamente a pensarci, appariva in mezzo ai solchi, nei cespugli, tra le siepi, disopra al ciglione dei fossi, che non pochi erano quelli che giravano per frugare i cadaveri.
Aissa mi strinse forte forte la mano; parve che a furia di baci volesse divorare la crocellina: si sforzò di richiamare sulle labbra un sorriso e gli occhi invece le si empirono di lacrime, proferì mestamente: a rivederci, chinò il capo, sembrò addormentarsi, e si addormentò difatti per non destarsi mai più.
Il bambino si era fatto animo, era saltato dal fosso ed era venuto a vederla, la volle toccare con infantile curiosità; la sentì fredda come una pietra, e rimase impietrito; il prete e la vecchia continuavano a biascicare orazioni, e i corvi si erano tanto a noi avvicinati da sfiorarci il capo con le nerissime ali.
Nello stesso tempo esalava l'estremo respiro il soldato vicino, susurrando a fior di labbra il gentil nome di Greetchein. Greetchein!… Mi passò innanzi alla mente la poetica creazione di Göethe e vidi in un remoto abituro una bionda fanciulla che in quel momento fissando il cielo, pregava per l'amico lontano e che già pregustava le gioie inenarrabili di un sospirato ritorno, che l'affetto immenso di vergine suole ispirare fiducia; l'amico lontano muore invece esecrato da tutti; muore in terra straniera, in terra che egli calpestò vincitore e su cui battè prepotentemente la sciabola; muore proferendo il nome di lei, senza che alcuno possa portarle questa notizia, che le sarebbe non lieve conforto nelle future afflizioni. Vestiti a bruno, o bionda fanciulla, ed impara ad esecrare i tiranni: vestiti a bruno e grida insieme con me: Maledetta la guerra!
Come erano belli quei due cadaveri!… Tutti e due erano morti, ispirandosi a reminiscenze soavi… tutti e due assorti nell'ideale sorridendo eran morti!… Io correva dall'uno all'altro, mi chinavo su loro, li contemplavo, avrei voluto trasfondere nel suo corpo il mio spirito vitale onde di nuovo animare tanta gioventù, tanta forza, tanta bellezza… mi sembrava che il cervello avesse a darmi volta: i miei compagni mi trascinaron via a forza dal triste spettacolo: quando rinvenni dallo stupore aveva fatto più che mezza strada per arrivare a Digione. La febbre mi aveva occupato tutte le membra.
—Và a letto—Mi dissero.
—Sì—Risposi, deciso di dare ascolto a un tal consiglio e lasciai gli amici.
Arrivato appena in città trovai alla porta del quartier generaleMaterassi, Piccini e alcuni altri.
—Vieni con noi—Mi dissero.
—E dove?
—Si va a vedere i morti che hanno già portato in città… chi sa che non rinveniamo, il cadavere di qualche amico, di qualche conoscente.
Quantunque la scena a cui ci si preparava ad assistere offrisse una prospettiva tutt'altro che ridente in special modo per un'ammalato, come ero io, un po' per bruttissima curiosità (ripeto ai lettori che io non bramo di farmi meglio di quello che sono) un po' per non sembrare da meno degli altri, un po' per una vaga speranza di ritrovar forse una memoria da consegnare ai parenti lontani di qualche estinto, seguii la comitiva che si accingeva a questa visita lugubre.
Durante il tragitto, mi fu raccontata la storia luttuosissima del capitano dei Franchi Tiratori, rinvenuto cadavere e tutto bruciato nel castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato un inchiesta su tale nuova barbarie: io qui non voglio discutere, nè avrei dati bastanti per farlo, se sieno o no vere le spiegazioni, che pretese dare il Governo Prussiano con una nota pubblicata su quasi tutti i giornali del mondo: quello che è certo si è che l'ufficiale aveva le mani legate, che covoni di paglia già incendiati erano a poca distanza da lui e che l'infelice, come ben si può osservare dalla fotografia, era tutto coperto d'ustioni, all'infuori del capo. Con ciò non intendo lanciare un'accusa generale a tutto il popolo Germanico; il soldato abbrutito nella caserma, a qualunque nazione appartenga, spesso e volentieri cessa di essere un uomo per addiventare la belva la più sanguinaria.
Passata di poco la porta Sant'Apollinare, avanti di giungere alla barriera vi è il convento dei Cappucini: ivi erano stati messi i cadaveri, forse perchè si potessero riconoscere a bell'agio dagli amici. Prima d'entrare la nostra vista fu dolorosamente colpita da due carrettoni, zeppi di morti Prussiani; quale di questi ciondolava una gamba, quale una mano; l'insieme ti offriva l'idea di una gran montagna di carne; il pavimento era tutto cosperso di sangue, che alcune ferite tuttora gocciavano.
Entrammo in una piccola stanza; sopra due tavoloni erano stesi una ventina di Garibaldini, tutti privi di vita; tra questi lo Squaglia, sorridente come vivesse tuttora; la maggior parte mancava di qualchecosa di vestiario: gli avvoltoi della gloria, avevano, come pocofà si è veduto, fatto man bassa sulle più piccole inezie, purché vi fosse da ricavar qualche soldo. Noi procedevamo in silenzio: solo il Piccini, incaponito di ritrovare il Rossi, esaminava ad uno ad uno i cadaveri, passava per far più presto disopra alle tavole, sempre con viso imperturabile, e con un sangue freddo da essere ammirato.
La seconda stanza era grandissima: avrà contenuto più di settanta morti, disposti non colla medesima precisione di quelli che giacevano nella prima; qui vi erano Guardie Mobili, Franchi Tiratori, Garibaldini ed anche qualche Prussiano: vedemmo tra gli altri il povero Pastoris col cranio tutto fracassato; il prode maggiore era stato spogliato fino della camicia; questa profanazione mi fece ribrezzo, e aggiunta al desolante spettacolo a cui fino dal primo mattino assistevo, ebbe potenza di farmi rinforzare la febbre, che credevo di aver fugata; frequenti brividi lungo le reni, mi rendevano omai più che certo di questa nuova peripezia che veniva a conturbarmi.
Ci fu impossibile ritrovare il Rossi; domandammo schiarimenti ai guardiani e questi ci risposero che forse la salma del nostro amico doveva essere nella stanza di quelli che erano morti di vaiolo.
Avanti di partire non potei fare a meno di rivolgere uno sguardo a tutta quella gioventù, che si era dileguata come una meteora nel cielo; un raggio di gloria, uno sprazzo di luce eppoi il nulla. Quante illusioni, quante speranze, quanti pensieri non si erano spenti, per sempre in quella clade sanguinosissima! Chi sa che tra quelli non vi fosse uno nato a creare qualche nuovo ordinamento sociale, e che invece finirà per procreare un cavolo, una pianta d'ortica? Felice lui! che, se grande fosse riuscito realmente, avrebbe imprecato alla vita, angariato dai ghigni e dalle calunnie dei contemporanei. Quante madri, quante sorelle abbrunate—pensavo dentro di me e continuando a guardare i cadaveri, sentivo commuovermi non tanto per loro, quanto per le care persone che avevano lasciato.