La democrazia Italiana, credo bene ripeterlo, ha lasciato un degno e glorioso contingente sui campi di Francia; la democrazia Italiana, come sempre, anche nel 1871 ha immolato al principio repubblicano, i cuori più giovani ed entusiasti, le immaginazioni più fervide, le intelligenze più belle. Una pleiade di generosi scompare ogni volta che la coscienza dell'umanità si risveglia, ogni volta che si traducono in atto le sante credenze, le così dette utopie dei pochi ispirati che ci han preceduto: solo col sangue rinvigoriscono le idee. E sangue di eroi onorò le strade ed i campi dell'ubertosa Borgogna, e una pleiade di magnanimi figli d'Italia scomparve, lasciando di se imperituro ricordo in chiunque abbia il core informato al gentil culto delle azioni generose. Perla, Pastoris, Settignani, Cavallotti, Ferraris, Gnecco, Imbriani, Zauli, Salomoni, Canovi, Zerbini, Anzillotti, Caimi, Ricci, Giordano, Valduta, Resegotti… dall'Alpi all'estrema Sicilia la calunniata Penisola ebbe un figlio, per ogni città, per ogni paese, da offrire in olocausto al sacrosanto principio. Firenze ebbe nove morti: Rossi, Squaglia, Viti, Aterini, Carli, Pini, Scali, Cortopassi e Signorini; la vicina Pistoia su sette volontarii ebbe a piangerne quattro: Biechi, Ferrarini, Bongi e Lanciotti. Se io avessi appunti precisi, vorrei citar tutti i martiri, e ben si avvedrebbero gli odierni politicanti di Francia, i generali famosi, allora rincatucciati per la paura, e in oggi spavaldi, ben si avvedrebbero, dico, che l'italiana democrazia non mancò al proprio dovere e che, superando ostacoli a lei frapposti dalla mancanza di mezzi e dalla vigilanza la più sospettosa del timido governo del re, corse volenterosa all'appello.
Ed i Digionesi con quel buon senso che suol distinguere i popoli, non tardarono a esserne più che convinti ed a dimostrarcelo con ripetuti segni di sincera affezione.
Nel ridurmi a casa difatti ebbi la prova più luminosa della fiducia generale che si nutriva in Garibaldi ed in noi; dappertutto non si faceva che domandar notìzie e porgere elogi all'eroico Ricciotti e alla sua valorosa brigata; i nomi di Menotti, di Canzio volavano accompagnati da lodi, per tutte le bocche; e le donne con quel sentimento gentile, che ci rende caramente diletto quel sesso che, sembra, esser stato messo quaggiù per asciugare le lacrime e per darci un pietoso conforto in mezzo alle disillusioni e all'affanni, accoppiavano a questi nomi, omai resi gloriosi, quello non meno caro, quantunque modesto, di Teresita.
È stato detto che la superstizione è la poesia dell'ignoranza: io, quando vidi in capo alla strada, dove abitavo, le donne affollarsi a pregare davanti a un'immagine, per Garibaldi, per noi, per la Francia, aspirai tutto il profumo di questa ingenua poesia, e rimasi a contemplare estatico quel gruppo, che avrebbe offerto a un pittore un'invidiabile quadretto di genere, e che a me offriva un certo tal qual refrigerio di cui non so farmi ragione.
Il male però progrediva spaventosamente: mi martellavano le tempie; avevo perduto la voce, le gambe mi reggevano appena. Passando dalla bottega della tabaccaia, vi entrai, e mi buttai rifinito su di una seggiola.
La graziosa fanciulla, affidata alle cure della bottegaia, si svestiva in quel mentre della sua cappa di appartenente all'ambulanza; aveva già visitato tutti gli ospedali della città, aveva già fatto amicizia con tutti i feriti Prussiani: mi disse tutto questo d'un fiato, senza che la potessi interrompere; quando io cominciai a parlare, la buona ragazza sentendo la mìa voce roca, esaminandomi fissamente nel volto, con tono affettuoso mi disse: Ma voi avete bisogno delle mie cure… voi siete malato.
—Che… non è nulla!
—Oh voi dovete curarvi… andare a letto!
—Vi pare… qui… in faccia al nemico…
—Il nemico ha di catti a rifarsi di forze, e credo che non avrà intenzione di riattaccare.
—Ammettiamolo pure: Ma che vorreste… che io passassi uno, due, forse tre giorni solo, come un cane?…
—Siete ingiusto… voi dimenticate gli amici…
—Son tutti occupati…
—E… le amiche? Ficcandomi gli occhi negli occhi proferì la ragazza.
—Le amiche!
—Sì andate ed ei vi prometto di venirvi a far visita, di passare la maggior parte della giornata da voi.
—Davvero?
—Sul mio onore… via, via andate… non fate il bambino… il vostro sarebbe un eroismo inutile…—E tanti altri bei discorsi, che uniti al male che mi sentivo in dosso, e alla voglia di aver dei colloqui intimi con quella gentile infermiera, di cui avevo imparato ad ammirare il carattere, mi persuasero a cacciarmi nel letto, deciso però di non badare a prescrizione veruna del medico, o di chicchessia, qualora avessi udito suonare a raccolta le trombe, o tuonare il cannone.
Dopo poco ero a letto; a letto, con una tazza di tisana a me vicina sul comodino, apprestatami dalla mia gentilissima ospite.
Se il trovarsi ammalato lontano dai suoi, in terra dove siamo sconosciuti, nella solitudine, che, a detta di Pascal, fa giocare persino alle carte con se medesimi, in generale è una disgrazia, godo nel dire che io feci eccezione alla regola. La solitudine che io temeva, non l'ebbi a provare che in qualche momento, gentili premure, assistenza più che fraterna, riguardi inconcepibili non mi fecer difetto ed io serberò riconoscenza indelebile per le generose creature che, ispirandosi al santo amor della patria e dell'umanità, con le loro attenzioni resero meno tristi le travagliate ore di un povero malato. Se questi miei ricordi varcassero le Alpi, io l'avrei caro soltanto per mostrare ai miei pietosi assistenti che sotto la camicia Rossa del Garibaldino non batte il cuore di un ingrato, ma che, finché campa, egli serba una soave reminiscenza di chi gli fece del bene.
Appena da un'ora ero in letto, quando capitò la mia vaga vicina in perfetto abbigliamento da infermiera: andò al camminetto, attizzò il fuoco e mi preparò della nuova tisana; poi mi disse che più tardi avrebbe portato anche il medico, e cominciò a tirar fuori boccette d'essenze, scatole di pasticche e, quel che più m'importava dei libri… e che libri!… Le poesie di Alfredo di Musset e un paio di romanzi di Walter Scott; un libro è un grande amico nella solitudine ed io salutai quei libri con la medesima gioia con cui si salutano gli amici più cari.
Per quella sera però non potei leggere: le palpebre mi si erano appesantite: un sonno profondo, prodotto dalle febbre, mi rese inerte durante tutta la notte. Al mattino stavo un pò meglio; pregai Materassi e Bocconi che stavano di casa con me di tenermi informato a puntino di quanto sarebbe successo, e di non por tempo in mezzo per venire a avvisarmi, se vi fosse stata la probabilità di un nuovo attacco. Cosa d'altronde poco probabile, chè i Prussiani ne avevano buscate anche troppe!
Erano trascorse due ore buone e nessuna notizia erami per anco arrivata: io tentava, per passare il tempo di legger qualchecosa, ma, quantunque ciò che leggevo fosse bellissimo, il mio pensiero volava lontano lontano, nientemeno che fino a Firenze. I miei occhi percorrevano macchinalmente quelle linee stampate, le mie mani sempre macchinalmente sfogliavano quelle pagine, ma io non mi occupava per nulla di ciò che credevo leggere, che anzi leggevo di certo. Pensavo alla mia povera mamma già morta: chi le avesse detto, quando proibiva al bambino di correre, di pigliar fresco, di saltare, chi l'avesse detto che il bambino diventato uomo, si avesse a trovare nella situazione nella quale mi trovavo io in quel momento?… Povere mamme… povere le vostre cure!… sarà una stranezza la mia: ammiro la donna spartana, ma anco molto di più la povera vecchia che, da vera bacchettona, si strascina a malapena a un'altare, onde implorar dal Cielo che mai certe ideacce frullino nella mente di quel figliuolo, a cui vol tanto bene… Eppoi la solitudine mi spaventava.—O cosa fanno tutti i miei amici?.. Perche non vengono?… E se si battessero?… Oh così la non può durare… oh! molto meglio una palla e farla finita per sempre!…
Fu bussato dolcemente alla porta. Quale non fu la mia sorpresa, quando, dopo aver detto: entrate, io vidi comparire in compagnia della vecchia padrona, due graziose figurine, di donna degne proprio dell'elegante pennello dell'ispirato Wattau.
Le principesse invisibili si erano finalmente degnate di scendere dall'Olimpo per visitare un mortale… quelle due signorine erano le figlie del proprietario del nostro ricco palazzo: le medesime, per veder le quali avevamo tanto almanaccato nelle molte ore d'ozio che avevano preceduto le tre giornate di combattimento. La fama questa volta non era bugiarda; vi assicuro che erano proprio carine; modeste, educate, geniali… tanta fu la mia sorpresa che non sapevo cosa dire, e sul primo devo aver fatto la figura del collegiale più candido che sia mai scappato dall'unghie dei reverendissimi maestri.
Si trattennero una mezzora; dissero, secondo il solito, ira di Dio dei Prussiani, canzonarono imoblotsinalzarono al cielo i Garibaldini; parlarono dell'Italia e del desiderio intensissimo che aveano di vederla, mi fecero con mille moine trangugiare altri due bicchieri di tisana, e protestando di non volere più oltre importunarmi, si accomiatarono, promettendomi di tornar la sera a farmi visita.
Ero tutt'ora sotto la dolce impressione di questa visita inaspettata, quando con strepito immenso entrò Materassi, seguito da uno sciame di Guide.
—Notizie?—Domandai subitamente.
—Nessuna.
—La cronaca del giorno?
—Ah… La Corte Marziale ha condannato a dodici anni di galera una guardia mobile che non ha voluto ricevere un'ordine dal suo tenente.
—Hai detto una guardia mobile?—Benissimo!… Meglio in galera che averli tra i piedi!
—Approvato—Urlarono tutti.
—Di più—Continuò il Materassi—Sembra che i Prussiani marcino suDòle… tentando così di prenderci in mezzo…
—O di avere altre briscole!
—Speriamo che debba succeder così! Del resto per oggi puoi restar tranquillamente a letto; da tutti i lati della città per ben molte miglia è impossibile rintracciare un Tedesco, e noi siamo venuti qui per far l'ora di andare al trasporto di Ferraris… credi che per oggi non ci è timore di alcuna cosa!…
Dopo poco entrarono in camera mio fratello, i due Piccini e vari altri; si poteva creder benissimo di essere in una caserma; per ammazzare il tempo vari si posero a giocare alle carte: alcuni altri chiesero aiuto alle muse, e si misero a sciorinare ottave, sonetti, rispetti con una facilità più che Arcadica. Fra le altre birbonate, sentii un rispetto non molto bruttaccio, e lo regalo ai lettori, se non altro onde mostrare che a tu per tu colla morte, colla corte Marziale, e col linguaggio barbino dei superiori e dei regolamenti, qualcuno alla meglio o alla peggio trovava il momento di dedicarsi alle arti gentili. Il rispetto era dedicato ai Franchi Tiratori, a questi Beniamini della situazione. Eccolo:
*Son della patria un Franco tiratoreE vo pei monti a caccia dei Prussiani:Amor mi spinge contro all'oppressore,Amor dei cari miei, che or son lontani:Tra il fragor dei fucili e del cannone,Siccome a nozze, corro alla tenzone:Venga l'Ulano dall'acuta lancia…Io non ritiro il piè… Viva la Francia!Vengan di Prussia i difensor più saldi…Io qui l'attendo… Evviva Garibaldi!*
Ogni tanto la padrona di casa, veniva a pigliar mie notizie, dava un'occhiata a quei gruppi e se ne andava proferendo con amabil sorriso:Oh les braves garcons!
L'ora di assistere alla cerimonia pietosa in onore del compianto Ferraris si avvicinava a gran passi, e i miei amici mi lasciaron solo di nuovo: questa partenza che lì per lì mi uggiva non poco, doveva procacciarmi un paio d'ore di felicità, se almeno la felicità si valuta dalla maggiore o minor prestezza con la quale volan gli istanti… quelle due ore mi sembrarono infatti appena un minuto, ed eccone la ragione.
Leggevo con più attenzione del solito una delle più bella poesie del Musset, poesia un po' materialista, se vogliamo, ma non per questo meno ispirata; il fino contorno di una gamba elegante, ed il piccolo piede di una figlia d'Eva, attraente come la colpa, erano ivi tratteggiate con una finezza indicibile dal poeta più simpatico della Francia moderna: il mio pensiero vagava per orizzonti tutt'altro che Platonici e la mia immaginazione esaltata riandava i bei piedini ed i fini contorni di certe gambe, che lo zeffiro compiacente come un ufficiale d'ordinanza di un re, tante volte aveva svelato al poverobohèmeche dalla porta di un caffè vede a trasvolarsi davanti, come una visione, le belle del mondo privilegiato.
Leggera quasi farfalla, senza che io la veda, si è avvicinata al mio letto la gentile infermiera, la pietosa visitatrice di tutte le ambulanze: Essa mi guarda in silenzio; alla mia volta io la guardo e sto zitto. Per cotesto, si principia benino!
Finalmente lei rompe il ghiaccio, e colla sua vocina simpatica la comincia: Non ho potuto portare il medico, come vi avevo promesso.
—Non importa…
—Vi sentite meglio?
—Tanto meglio che domani mattina esco di casa.
—Voi non commetterete questa pazzia! Ve lo proibisco in nome di vostra madre… pensate alla povera donna che forse vi aspetta…
—Mia madre è morta! Proferisco un po' commosso all'evocazione di tale ricordo..
—A vostro padre…—Continua più affettuosamente la cara fanciulla.
—È morto!—Replico in tuono brusco
—Dunque siete orfano?..
—Purtroppo!
—Avrete una bella però?… confessatelo?
—No.
—È impossibile!
—Ve lo garantisco.
Osservo che la mia interlocutrice arrossisce molto facilmente ed ha un nasinorétrousségraziosissimo.
Altri due minuti di silenzio.
—Ebbene vi farò da sorella. Come vi chiamate?
—Ettore.. e voi?
—Luisa!
—Ho appunto una sorella che si chiama come voi.
—Benissimo!.. Allora ci faremo confidenze reciproche.
—Va bene?
—A meraviglia! Cominciate voi, che mi avete fatto tante domande e rispondetemi a tuono… E voi…?
Non mi azzardo a continuare, ma l'altra capisce alla prima e volendo soddisfare a quel sentimento di vanità, prerogativa del sesso debole in generale e delle Francesi in particolare, si affretta a rispondermi: Ah!.. Io appena sarà finita la guerra ho da essere sposa..
—E chi è il fortunato?..
—È… Ve lo do a indovinare tra mille…
—Non saprei… qui non conosco nessuno.
—È nientemeno che un ufficiale Badese.
—Un vostro nemico?
—Io non ho alcun nemico.
—Ma… che so io… un oppressore.
—Che ci han che fare quei poveri diavoli!.. Oh! sentiste come la pensa anche lui!… scommetto, che se vi avvicinaste, in pochissimo tempo diventereste amici del cuore. È tanto buono, è così generoso!
—Sarà.. ma dove l'avete conosciuto?
—Qui all'epoca dell'occupazione: egli mi chiese in tutte le regole ed io acconsentii.
Cosa strana, egoistica, tutto quel che volete! Io non sentivo nulla per quella donna, ma provai dispetto ad udir quella confessione, che così ingenuamente venivami fatta: per cui non potei fare a meno di diventar brusco; Luisa se ne avvide e per placarmi si chinò su me e le di lei labbra sfioraron le mie; non l'avesse mai fatto!.. un fuoco di fila di baci, tutt'altro che fraterni, echeggiò sotto il padiglione nuziale che adornava il mio letto. Povero ufficiale Badese, io mi prevaleva un po' troppo dei diritti del vincitore, ma ora ti auguro un brevetto di colonnello, una croce dell'aquila nera, un'eredità di un mezzo milione, purché tu renda felice la mia assidua assistente!
Era tanto carina, quando partì, imbacuccata nel suowater-proof!Giunta alla porta tornò indietro, si levò di tasca una medaglina, me l'attaccò al collo… io la lasciai fare: era una medaglia della vergine madre… oh! religione!… Eppure non ho mai abbandonato quel microscopico pezzetto d'argento: non fremano i liberi pensatori: io tengo molto alla religione… dei gentili ricordi!
Partita lei, tornarono le padroncine e insieme alla vecchia vollero servire il mio desinare da ammalato: le più squisite galanterie, che l'arte e l'umana ghiottoneria hanno inventato pei convalescenti, mi si portarono davanti; a siffatta gentilezza, a vedere intorno a me le due creaturine che sembravano angeli, mi vennero le lacrime agli occhi. Gli spiriti forti hanno poco da ridere: Campanella, il quale non era certo un debole nè una donnicciola, rifugiatosi a Marsiglia per sfuggire alle persecuzioni ha confessato di aver sostenuto a ciglio asciutto prigionia e tortura e di aver pianto sperimentando l'opera benefica dell'illustre Pereiscius che l'ospitò: ed io che avevo non un Pereiscius, ma delle donne e molto belline, per ospiti e che ancora non ho provato torture, potevo piangere come il celebre perseguitato dalla Corte di Roma.
«Cosa bella e mortal passa e non dura». La campana dei vespri mi rapì la genial compagnia: in quella famiglia erano religiosissimi, come in quasi tutte le famiglie delle classi aristocratiche e borghesi di Francia. Mai ho maledetto San Paolino di Nola e la sua sconsacrata invenzione delle campane, come lo feci in quella sera.
E a rincarar la dose del mio malumore, capitarono gli amici. Avevano accompagnato la salma del Ferraris, ma, colla teorica degli antichi Romani, dopo i funerali erano andati alle mense, e ciò si vedeva chiaramente dalle accese loro fisonomie, dal lor modo di muovere i passi.
Il Piccini entrò traballando, e parlando un francese che non si capiva nè da Italiani nè da Francesi: ogni poco interrompeva il bisticcio per vociare:le saucisson de Lyon… en avant Garibaldiens… Cosa credeva di dire, non giungemmo mai a capirlo nemmeno da lui!… Il Dio Bacco l'aveva inalzato, a dir poco, alla ventesima potenza dell'ebrietà, e quando si mise a sedere attaccò un tal sonno, che per portarlo via ci vollero persino dei pugni.
Giunsi a comprendere in tanto baccano che il funebre trasporto era stato imponentissimo e che Canzio aveva proferito generose e ben degne parole sulla tomba del figlio prediletto della democrazia Torinese.
Dopo aver rimesso un polmone, o poco meno, per mandar via di camera tutti quegli indiavolati mi addormentai saporitamente… Con poche ore di riguardo e di calma il mio male era passato.
Non ascoltando i consigli degli amici, io me ne andai il giorno dipoi, secondo il solito, al quartiere, e secondo il solito, non vi rinvenni alcuno. Facendo necessità virtù, mi misi a girellar per la piazza, molto più deserta dell'ordinario. I volontarii erano stanchi e dopo essersi battuti, come leoni sul campo, avevano anche ragione, se voleano riposarsi: si sapeva che i nostri esploratori erano giunti fino a Messigny senza rintracciare il più piccolo vestigio dell'inimico, e il Garibaldino ha un'avversione pronuziatissima per far l'eroe per chiassata. Tutti coloro che han fegato sono scansafatiche per eccellenza: può sembrare alla prima un'assurdo, ma ho provato che è vero.
Dopo poco rintoppai il nostro tenente Ricci, che aveva domicilio e stanza d'ordini su quella piazza.
—Il generale è contentissimo di voi—Mi disse con la soddisfazione sul volto—Dovreste fare un ordin del giorno?
—Chi?… io?
—No… Miquelf…
—O non sei tu il comandante il deposito?
—Che deposito d'Egitto!—e qui una bestemmia in Romagnolo—io non ne voglio saper nulla… che faccia lui, che sa tutto—e qui una litania d'improperi alle spalle del sottotenente.
Era sempre così; una lotta continua, un ricambiarsi perpetuo d'impertinenze, che ci facevano godere amenissime scene: Miquelf non sapeva l'Italiano, il Ricci non conosceva neanche di vista il Francese, per cui noi si rideva e le cose del deposito andavano a vanvera.
Dopo essermi assicurato che nulla di nuovo eravi al quartier generale, lasciai il mio tenente, e presi laRue Condè.
Vidi alle cantonate delle città una nuova sentenza della corte marziale; questo tribunale, istituito dal dittatore Gambetta, continuava a terrorizzare l'esercito, e solo, mercè l'influenza benigna di Garibaldi, ora si addimostrava assai più benevole di quando fu impiantato; sul principio non erano che sentenze di morte: per il nonnulla più piccolo non si esitava a decretare la fucilazione di un soldato: in Autun fu ucciso perfino un volontario, che, affamato, aveva rubato una gallina… A Digione per colpe così gravi, ci si contentava di mandar l'uomo in galera! Lo spirito bizzarro dei Garibaldini però aveva ridotto a materia di scherzo questo tribunale il cui nome faceva venir la pelle d'oca ai birbanti. Il gran giudice veniva chiamatoBertoldino: il codazzo dei sommi consulenti erano additati come le comparse della giustizia, o come le guardie di sicurezza della libertà. Guardia di sicurezza nel linguaggio di uno scavezzacollo significa, un animale irragionevole che ha del pagliaccio e delle birbante, del coniglio e dell'uccello da preda, sempre ridicolo e spregevole specialmente poi quando vuol fare l'eroe.
Leggevo la sentenza, quando mi sentii battere sulla spalla e vidi TitoStrocchi con un berrettino da sottotenente.
—Mi rallegro!—Esclamai, stringendogli la mano.
—Cosa vuoi?! Bisogna rassegnarsi: con questo alluvione di gradi non ci è ombrello che tenga.
—Ma tu te lo meriti—Interruppi io, volendo far rimarcare all'amico la sua troppa modestia—Ti hanno promosso per il tuo contegno del ventitrè?
—Sì… anzi volevano in tutti i modi portarmi da Garibaldi, ma io mi vergogno.
O anima eccezionale!… O vera mosca bianca in quel turbinio di ambiziosi sfacciati!… Il vero merito è modesto, ed è abbastanza soddisfatto dalle voce della coscienza. Battano pur la gran cassa i ciarlatani e gli eroi di professione, facciano pubblicare ai quattro venti le loro mirabili gesta, chi ha fatto realmente il proprio dovere non si cura se l'opinione pubblica fischi od applauda, troppo è convinto che quest'opinione ha avuto sempre un ghigno per il grande, una lode e un'applauso pel miserabile.
*Digione era allegra: un'insolito viavai di gente percorreva le strade: le donne venivano sull'uscio delle botteghe per vederci passare e tutte avevano un sorriso, un complimento per noi… per niente non avevamo debellato i più celebri soldati della Pomerania!… Oh! giorni!… O dolcezze perdute, o memorie!… Dirò con quel povero Renato così tradito dalla moglie e da Piave!
Vicino alle caserme osservai un'affaccendarsi e un movimento indicibile. Si temeva forse che i Prussiani ci riattaccassero? Nemmeno per sogno! Si trattava di armare tutti i soldati, a qualunque corpo appartenessero, colle carabineRemingtone in quell'ora appunto si distribuivano quest'armi.
Questo provvedimento fu commendevolissimo: con tante specie di fucili, così differenti tra loro il provveder le cartucce per tutti, era una cosa assai malagevole: di più, mi pare averlo detto altra volta, le carabineWincesteresigevano una pratica d'armi, una avvedutezza in chi le possedeva, come non si può che raramente trovare in un corpo di giovinetti, la maggior parte dei quali è inesperta al maneggio delle armi; nè minori cure esigevano leSpencer, per cui si trovò nei combattimenti chi dopo tre o quattro colpi si ridusse all'impossibilità di tirare. IlRemingtonnon offre difficoltà alcuna, nè alcun pericolo in chi lo maneggia. Il provvedimento adunque fu magnifico: peccato che fosse preso, quando, pur troppo, non aveva ad esservi alcun bisogno di armi. È una cosa buffa: Mi rammento che anche in Tirolo si cominciò a cambiare gli schioppettoni dei volontarii in buone carabine di precisione, quando era già segnato l'armistizio. Son le solite cose che toccano a quel povero uomo di Garibaldi.
Al quartier generale mi si notifica che dopo tre giorni è stato rinvenuto il cadavere del prode Bossak, e che gli si apprestano funerali solenni: non funerali preteschi, veli, che di tali sciocchezze all'armata dei Vosgi non se ne facevano di certo, ma invece un'accompagnatura con tutta la pompa che si conviene ad un generale morto in battaglia. Al quartier generale saluto affettuosamente il capitano Bacherucci, il cui battaglione della legione Barelli, si è coperto di gloria a Talant, sostenendo sulle prime ore della sera l'urto formidabile degli irrompenti battaglioni Prussiani e scaricando fino all'ultimo colpo: fa parte di quel battaglione anche il capitano Romanelli d'Arezzo, giovine veterano della guerra dell'Indipendenza, e patriotta di tempra Spartana; è l'uomo più piccolo dell'armata dei Vosgi, ma forse dei più grandi per coraggio: mi dicono che in faccia al fuoco ha voltato il cappotto dalla parte della fodera rossa ed in tal modo ha sostenuto per più di mezz'ora l'ostinato fuoco di fila delle compagnie nemiche.
Un altro capitano, Nizzardo credo, che è lì con gli amici, con una franchezza piuttosto brusca, senza conoscermi, mi stringe forte forte la mano e mi dice: finora credevo che le Guide non fossero buone che a farsi vedere per i caffè, o a far la corte a queste pettegole… ma l'altro giorno, vi ho vedute come noi col fucile, tra il fischiar delle palle, bravi figliuoli, vi rimetto la stima.
Ritrovai molto dopo questo capitano, ma, con mia grande meraviglia, lo riconobbi accanito più di prima nel suo odio contro le Guide. Le penne dei nostri cappelli erano il suo cauchemar. Bisogna sentire che cosa non ne diceva!… E se la bravura del nostro corpo si doveva argomentar dalle nostre penne, convengo che l'amico non avea tutti i torti. Mai collezione più originale può essere veduta nel mondo! Chi ne aveva una lunga lunga: chi così piccola che per vederla ci volevan le lenti d'ingrandimento: chi le aveva rossa, chi nera, chi verde ed uno perfino se l'era messa celeste: aggiungete il colore sfacciato dei molti cordoni che ornavano la nostra uniforme, eppoi ditemi, se capitando in pieno veglione a un teatro, non ci era proprio da scambiarci per una mascherata.
—Se fossi io nei piedi del Generale—Borbottò lasciandomi il vecchio ufficiale—vi pianterei tutti nel treno.
—Io mi augurai che quel vecchio non diventasse mai un pezzo grosso nella nostra piccola armata.
Ritorno a bomba per far sapere ai lettori che la legione Ravelli, che noi non incontrammo nel combattimento si era comportata strenuame. Ravelli era stato leggermente ferito, erano morti gli ufficiali Giomi, Mauroner, Falchiero, Leviski e molti altri di cui non so i nomi; stragrandi erano state le perdite della bassa forza.
Lasciai gli amici e il capitano e mi avviai verso casa. Per quel giorno la repubblica non era in pericolo. Mi fermai a dire due sciocchezze con la tabaccaia; la Luisa mi rimproverò perché io era uscito, io le accennai che ritornavo in casa; ci si bisticciò, si fece la pace, si rise eppoi andai in camera a scaldarmi.
Non sentendo più dentro me alcun'indizio di malattia, la sera me ne andai al solitoRestaurant; vi entrai tristo: ripensavo che l'ultima volta ci ero entrato insieme con Rossi!
Appena aprii l'uscio, sentii un grand'urlo un urlo, come di chi prova paura. Mai erami successo in tutta la vita di venire accolto in quel modo nè sapea farmene ragione, per quanto mi scervellassi. L'urlo era stato proferito dalla proprietaria, che finora si era mostrata gentilissima ed educatissima a nostro riguardo.
—O non siete morto?—Mi disse finalmente di dietro il banco l'ostessa.
—Ma io credo di no!—Risposi immediatamente.
—È impossibile!—Questa replicò, turandosi gli occhi, quasiché si trovasse al cospetto di un'ombra.
Non starò a riportare tutte le spiegazioni; basti il sapere che gli amici mi avevano dato per morto, onde assister più tardi a questa burletta,
«On est toujours trâhi, què par les siens.
Come eran lunghe le serate a Digione! Cosa fare?… Gli altri ammazzavano il tempo col fare frequenti libazioni in onore del generoso paese che ci ospitava e del vino che produceva: io non era in stato di farlo: mi misi a chiacchiera colla padrona ed insieme combinammo che le avrei insegnato la lingua italiana.
Io non so chi abbia inventato l'accento; ma vi assicuro che, se gli arrivassero le maledizioni che dentro di me gli scagliai nel mio periodo magistrale, egli chiederebbe un permesso al Padre Eterno per fare una scappatina nel mondo di qua, onde sfidarmi a duello… fu una vera desolazione!… Dite lunedì—dicevo alla mia graziosa scolara; e lei:Lunedi: dite casa, e leicasà; in sette o otto lezioni insomma non arrivò che a proferire la sera che noi partimmo:Buonà serà. Povero fiato!… È vero che se ci si perdeva di fiato, ci si risparmiava di borsa, e quello che nelle prime sere io ed i miei compagni si pagava tre franchi, nelle ultime si pagava un franco e mezzo e anche meno.
A proposito di mangiare devo far notare ai gastronomi che avessero intenzione di andare a Digione due grandi inconvenienti: primo la eterna zuppa, che come in tutta la Francia, si mangia indispensabilmente, quasichè non vi fossero fabbricatori di paste: secondo l'ora regolare, indiscutibile deldejunere del pranzo. Un povero disgraziato che capita in città dopo le undici, abbia pure le saccoccie rigurgitanti di maranghi, farà la fine del conte Ugolino.
Dopo aver provato all'albergatrice che almeno per ora non ero anche morto, ce ne andammo alcafé de la Paix, dove un subisso di mobili raccontavanomirabiliadegli ultimi fatti. Tra questi predominava un capitano lungo come una pertica, elegante come un perfettodandy.
—Guarda ha la croce di Mentana!—Mi dice all'orecchio il furiereQuaranta che in quella sera ci aveva accompagnato.
—Lascialo stare—Gli risposi io immediatamente, ma conoscendo l'umor delle bestie, fino da quel momento previdi dei guai.
Godo dire che i miei amici furono delicatissimi e che per parte nostra non sarebbe nato certamente diverbio di sorta. Si lasciaron cadere inosservate le solite fanfaronate francesi, si lasciò correre su certi eroismi di cui si facevano belli questi Don Chisciotte da dieci al centesimo; ma quando in mezzo all'attenzione generale, il gallonato cosaccio si lasciò scappare di bocca:Les Garibaldiens sont dès aventuriers, ci alzammo tutti contemporaneamente da sedere e ci avvicinammo a questi guerrieri da caffè.
Scommetto che il capitano non ci aveva veduti: me lo fa credere la sua fisonomia pallida e sconvolta, che fece, appena che ci vide vicini.
—Rèpetez, Monsìeur, ce que vous aves dit?—Urlò come un indemoniato il Quaranta.
—Je vous assùre…
—Ah.. lache—E un potente manrovescio fe' capitombolare sotto il biliardo lo spilungone.
Ci si era: battaglia campale: volavano banchetti, tazze, piattini: fu rotto uno specchio e chi sa quanti bicchieri: le guardie mobili sul primo tennero fermo, poi, peste e malconcie, se la diedero a gambe. Al capitano fu perfino tolta la sciabola; gli fu levata dal petto la croce e gli fu battuta sul naso. Che gusto schiaffeggiare un'eroe di Mentana, sputare in faccia a un difensore del papa!.. E come se ne andò scorbacchiato e confuso!… Traballava come un briaco e non si azzardava ad alzar gli occhi. Noi eravamo rimasti padroni del campo: in cinque avevamo messo in fuga una ventina dimoblots. Che bella vittoria! E dire che la padrona pretendeva che le si rifacesse le spese dei danni, che aveale recato il combattimento!… Da quando in qua il vincitore paga qualche cosa dopo una battaglia? Nella terra di Brenno, si dovrebbe conoscere il tradizionale:Veh victis!
Il giorno ventisette gennaio si presentò colla solita mancanza di ogni e qualunque movimento strategico. Finivo di sorbire un'eccellente tazza di caffè, quando vidi entrare nella bottega il Perelli, sergente del nostro squadrone, un Meneghino puro sangue, impavido al fuoco, susurrone sempre.
—Oui ti—Mi disse abbordandomi—Ti è passata la malattia?..
—Mi pare!
—Allora in servizio…
—Questo poi…
—Meno osservazioni…
—E che ho a fare!
—Devi portare questo plico a Fontaine, quando sei lassù, piglia pure una cotta… te lo concedo.
—Ma dimmi perché non ci vai tu?
—Ecco lascierò il tuono di superiore e te lo chiederò in piacere… sai quante volte ti ho risparmiato la guardia… se tu conoscessi le occupazioni che ho!… Figurati, bisogna che contenti tre o quattro ragazze…
—Scusate, se è poco!
—Eh!… non è niente! non fo che pigliare la rivincita di ciò che fecero i Francesi da noi nel cinquantanove… d'altronde i Garibaldini son troppo necessari all'Umanità e per conto mio, cerco tutte le strade per eternarne la razza…
—Va bene… dunque parto!
—Addio!
Il plico che avevo a portare era per un certo Meyssac o Meglac salvo errore, maggiore dei mobilizzati dell'Ain. Mi aggrego il tromba delle Guide, un Romagnolo che ha la pretesa di far dello spirito. Infatti, passando sotto la chiesa diNôtre Dame, chiesa mezzo rovinata, la sbircia ben bene eppoi dice: I Francesi non credono alla verginità di Maria…
—E perchè?
—Perchè in tal caso la chiamerebberonôtre demoiselle!
Chiedo scusa ai lettori per il disgraziatissimo tromba.
Passammo la barriera e rivedemmo quei luoghi tanto illustrati dai recenti combattimenti; non un cadavere si vedeva per l'immensa estensione: solo qualche albero stroncato, qualche muro disfatto, qualche casa scortecciata, crivellata dalle palle faceva supporre la tremenda tenzone che si era svolta in quei luoghi. Un sole bellissimo, come mai avevamo veduto dacché eravamo arrivati in Francia, ripercoteva i suoi raggi in quella campagna squallida e tetra, o che forse tale ci appariva al ricordo di tante generose esistenze che ivi erano state tolte alla patria, agli amici per saziare la indomabile sete di sangue che suole distinguere i re.
Giunti a Fontain andammo per informazioni alla scuola, che per la prima ci si parava davanti. Domandammo ad un uomo inblouseturchina che era sulla porta, dove si trovasse il maestro. Con nostra gran sorpresa ei ci rispose che il maestro era lui.
Tutte le attribuzioni che Sue nel Martino il Trovatello dà ai maestri campagnoli non sono che vere, come vero purtroppo è il meschino stipendio con cui vengono retribuiti nellagrande Nation. Il maestro rimette l'orologio della parrocchia, suona le campane, pulisce il giardino, spazza le scale, fa tutto… tutto quello che troppo repugna al gran ministero dell'insegnamento. È una cosa desolante!… Nei più piccoli borghi è proibita la mendicità, e si fa languir quasi di fame questo pover'uomo che suda, che si affatica per provvedere il pane intellettuale ai poveri Paria della montagna.
Il maestro fu con noi gentilissimo, conosceva il posto a cui noi dovevamo arrivare, e c'insegnò una scorcitoia; questa scorcitoia doveva procurarci degli impicci gravissimi. Avevamo appena passato un viottolo, che una voce imponente, ci grida:Qui vive, e cinque o sei canne di fucili si abbassano in nostra direzione, procurandoci col loro barbaglio una sensazione non troppo piacevole.
—France!—Gridammo io e il tromba, proprio all'unisono.
—Alto… o fò fuoco!
—Per Cristo!—Strilla il tromba—E' son capaci di farlo!.. questi mobili lontani dal fuoco sono capaci di tutto.
—Dove è il capoposto? Cominciai io avvicinandomi.
—Present—Declamò con burbanza un ghiozzo, rinfagottato sotto un involto di panni… un vero sacco di panni sudici legato in mezzo: e dietro a lui altri cinque o sei che non aveano da invidiargli nulla in bellezza ed in eleganza si presentarono a noi con baionetta calata, e con quel piglio da eroe che suole assumere l'uomo che esponendosi a un pericolo è sicuro della vittoria.
—A noi—replicai io immediatamente—Ci ho qui un plico da consegnare al vostro capitano, conducetemi a lui, chè non ho tempo da perdere.
—Assicuratevi bene di loro—Comandò ai suoi uomini il capoposto, e poi rivoltosi a noi con fare sdegnoso, borbottò: seguiteci.
Il capitano era in una specie di bettola, ridotta lì per lì in stanza d'ordine; era un coso rimpresciuttito, che parea proprio dovesse regger l'anima coi denti: sdraiato su di una poltrona impagliata, teneva tra le labbra la pipa, di cui si divertiva ad esaminare con certa voluttà le nuvolette grigiastre di fumo, che man mano andavano a dileguarsi in quell'ambiente.
Consegnai il mio plico;Monsieur, così lo chiamavano con grande unzione i suoi sottoposti, prima mi sbirciò ben bene con tale ostinazione che mi ridestava il pizzicor nelle mani, poi cominciò a capolvogere, e spiegazzare quel povero foglio in tutti i versi, finalmente si decise a porvi gli occhi. Per maledetta disgrazia quell'ordine era stata fatto in lapis: di qui non sto a dire quanto aumentassero i sospetti in quella zuccaccia ignorante.
—C'est un affair tres serieux—Proferì rivoltandosi al sergenteCes coquins de Prussiens ont trop d'espions…—poi di nuovo girando la faccia verso di me, mi domandò:Vous etes Polonais?
—Non, monsieur, je suis Italien.
—Attendes—E senza dire ai nè bai, ci lasciò in asso in mezzo a quei mammalucchi.
Si aspettò cinque minuti, se ne aspettò dieci, l'affare cominciava a diventar serio davvero: ogni poco venivano a frotte dei mobili e ci guardavano, come se fossimo bestie feroci: le donne di casa, una vecchia e una fanciullina avevano a nostro riguardo lo stesso contegno: sbaglio, la fanciullina ci faceva le boccacce.
—O bada… che le do uno scappellotto—Mi diceva il tromba digrignando i denti.
Io non gli rispondeva: se però fossero arrivati al Perelli, che ci aveva mandati lassù, tutti gli accidenti che gli augurai in quella mezz'ora, il povero diavolo chi sa mai quante volte avrebbe fatto il fatale viaggio che gli avevano risparmiato le palle prussiane.
Esaminando però tanto per ammazzare la noia e il malumore quei gruppi di mobilizzati che convenivano in quella stanza, sempre più mi convincevo della decadenza tanto fisica e morale della disgraziata nazione francese. Quella gente rachitica, mingherlina, paurosa non si poteva certamente chiamare la genia dei Cimbri e dei Galli, l'orgia e il deboscio han dato il colpo di grazia all'antica terra di Brenno e dei Druidi, l'orgia e il deboscio hanno ridotto una baracca dei burattini la così detta signora del mondo: qualche bel tipo raramente si trova nei campagnoli, ma la gioventù delle città muove a schifo. Per me la generazione è un diritto pubblico, non un diritto privato, e se ogni giorno si fanno, delle leggi per il miglioramento della razza equina e canina, perché non si hanno da istituire delle leggi che provvedano al miglioramento della razza umana? L'uomo è il re della natura, dicevano gli antichi: oh sì, che la dissero grossa… tra un leone ed un gobbo non può esser dubbio su chi ha aspetto più sovrano!
E il tempo passava e non il più piccolo indìzio che avesse a cessare la nostra prigionia.
—Si può mangiare? Domandai ad uno.
Questi alzò disdegnosamente le spalle e se ne andò—O guardiamo, se questi pezzi d'ira di Dio finiscono col farci far la morte del conte Ugolino?
Dopo un ora rientrò l'invitto duce, seguito da una scorta tutt'armata, che ci prese nel mezzo.
—E ora che ci fanno? Mi domandò con emozione il tromba.
—Scommetto che ci fucilano qui sulla piazza… raccomandati l'anima—Io gli risposi per ridere… Ma che brutta faccia non fece a tale annunzio il mio compagno di sventura!
—Per Cristo!… Esser fucilato dai Francesi non me l'aspettavo.
I mobili ci accompagnavano con fischi ed imprecazioni a cui facevano eco i borghigiani di tutto Fontain che si erano accalcati lungo la via.
Vidi che i nostri carnefici avevano intenzione di ricondurci in città: per nostra buona fortuna un capitano Nizzardo tutto vestito di rosso, ci vide, ci riconobbe (eravamo stati insieme il giorno ventuno) fece una partaccia al capoposto, ci tolse di mezzo ai soldati e ci condusse a bere con lui. Ci raggiunse il maestro di scuola e ci chiese un milione di scuse per averci cacciati in quel laberinto. Gli facemmo toccare il bicchiere con noi, e tutti insieme propinammo alla felicità della Francia, di quella Francia i cui figli ci trattavano con tanto riguardo.
In fretta e furia tornammo a Digione al nostro quartiere: là ci furono date due novità: la prima che erano stati incorporati nelle guide quei quattro Pollacchi, che erano di scorta al generale Bossak: questi disgraziati non sapevano un ette nè d'italiano, nè di francese e poco tardarono a diventare i buffoni dello squadrone: ci sembravano bravi ragazzi: ci guardavano attoniti, ci offrivano il loro tabacco, e divennero poi i cirenei del servizio: la seconda si fu che Miquelf con otto guide era partito insieme colla colonna dei Franchi Tiratori Alsaziani, comandata dal maggiore Bun, allo scopo di far saltare alcuni ponti che erano nelle vicinanze. Se la partenza di Miquelf ci fece tutti respirare dalla contentezza, il perdere anche per pochi giorni Materassi e altri amici lasciò un voto intorno a noi.
Una ben più dolorosa notizia doveva però poco dopo recarci turbamento: il generale Cremmer aveva abbandonato Dôle, lasciandoci così quasi accerchiati dai Prussiani, rimanendo libera, al caso di una ritirata, soltanto la via di Lyon. Il generale Cremmer pareva messo a bella posta a noi vicino per scombuiare i disegni del pro' Garibaldi: a Baune attaccando intepestivamente il fuoco e non volendo servirsi dell'aiuto del nostro piccolo esercito aveva dovuto ritirarsi, mettendo i nostri in falsa posizione: ora era la causa vera dell'ultimo disastro di Francia, poiché l'armata di Bourbaki nella disastrosissima sua ritirata avrebbe potuto appoggiarsi a questo paese, invece che di gettarsi in Svizzera.
Il governo della difesa nazionale cominciava a prendere in considerazione la fin qui disdegnata armata dei Vosgi, e si bucinava in quei giorni che la somma delle cose militari sarebbe rimessa nelle mani del general Garibaldi: ottimo provvedimento che, ne siamo certi, avrebbe salvata la Francia e che in allora reclamava ogni ceto di cittadini. Parigi non ancora arresa e coi suoi trecentomila uomini, gli eserciti dì Chanzy e di Faidherbe, lo spirito pubblico rialzato con le tre ultime vittorie, una direzione franca, ardita, incorruttibile non potevano non influire contro un esercito da otto mesi entrato in campagna, vittorioso sì ma omai stanco di guerreggiare in terra straniera, ma omai affralito dalle intemperie del cielo, dalle malattie, dalle morti; io credo infine che più fiducia in Garibaldi avrebbe servito per salvare la Francia; è una idea, come un'altra, e perché non l'han voluta attuare, io ho tutto il diritto di gabellarla per ottima.
Non vennero rinforzi di uomini, ma furono però a noi spedite, e giunsero in quel giorno in città, nuove batterie che, almeno a vederle, prometteano assai;
Quella sera dopo il pranzo ci saltò il ticchio di dar dietro a qualche figlia del piacere, di cui vi era in Digione un vero formicolaio. O sia che molte bocche vote di Parigi fossero piovute nella capitale della vecchia Borgogna, o che piuttosto tutta quanta la Francia sìa appestata da una corruzzione ributtante, è un fatto più che provato che il cinismo con cui ti abbordavano, che la franchezza con cui di caffè in caffè, di bottega in bottega queste disgraziate trascinavano le loro grazie e la loro prestituzione era tale, che non potevi fare a meno di sentir dentro di te un disgusto che non eri capace di mascherare: no, non è stata l'abilità degli strategi Germanici quella che ha debellato la Francia, lo torno a ripetere a rischio di passar per un predicatore noioso, è stata la corruzione aiutata e sorretta da un governo corrotto che voleva distrarre, divertendolo, il popolo dalle materie di stato.
In Italia non ci si può fare un'idea di cosa erano le strade di Digione sulle prime ore di sera; bisogna aver veduto quelle giovinette che col sorriso più provocante fermavano vecchi, giovani, soldati e ufficiali, che li prendevano a braccietto, che proferivano i più laidi discorsi con una indifferenza, con una leggerezza da darti la nausea, e tutto per scroccare una cena. Io non sono un puritano: quando si tratta di scherzare ci sto, ve lo provi il mio contegno di questa sera, ma se è permesso ad un soldato approfittarsi delle circostanze, in un pubblicista, se tale pur posso chiamarmi, sarebbe delitto il non alzare la voce su certi scandoli che deturpano l'umanità.
Tenemmo dietro a due giovinette e secoloro entrammo in una via che rimane sotto i bastioni della città. La porta dellaMaison du Plaisirera tutta crivellata da colpi di revolwer. Gli ufficiali prussiani, superbi e sguaiati, come tutti i conquistatóri, avevan provato diletto a rovinar tutti gli usci, e tutte le vetrate di quella strada dedicate al piacere. Aggiunsi anche questo a tutti gli altri soprusi che avevano commesso i soldati della grazia di Dio, e mi tornarono in mente le parole dell'inno di Handt:
Dove non radica straniero vezzoDove ha l'onesto stima: e al disprezzoIl vil si danna…È sol sol'ellaL'intiera ed una Germania è quella.
È deliberato che i poeti non abbino ad imbroccarne una sola. Lo stendardo Germanico, finchè è nelle mani di un re, rappresenterà l'oppressione come tutti gli altri stendardi monarchici.
Entrammo in una bella sala, circondata da divani in velluto, tutti occupati damoblotsd'ogni grado, intenti a ber della birra e a far la corte alle damigelle: una ventina di bottiglie stappate erano disposte in batteria sul tavolino; sei erano le disgraziate, passabili ma avvizzite; in un canto ve ne era una ubriaca; quasi tutti fumavanocigarettes; predominava sulle altre un'Alsaziana, bella, ma stupida… una vera rosa del Bengala; bellezza senza profumo: la degnava solamente con gli ufficialetti, a cui ogni poco chiedeva da bere.
Il nostro ingresso non provocò certamente una dimostrazione: le donne rimasero indifferenti: imoblotsfacendoci il viso dell'arme ogni tanto ci occhiavano a squarciasacco: per far qualchecosa ordinammo da bere e uno dei nostri andò al pianoforte.
Gli illustri campioni di Francia si misero a ballare… ci pareva di assistere al ballo dell'orsi: come è ridicolo un'uomo che balla sul serio!.. I nostri cantavano: tutto andava benissimo, quando uno dei nostri, un po' allegro, ci disse: Scommettiamo che mi metto a far la corte a quel biondino difaccia.
Detto fatto, la proposta venne accolta: era deciso che imoblotsfossero glijocrissesdel momento; di più il biondino in questione era un'individuo rubicondo e pasciuto, un traccagnotto che avrebbe fatto figura a vender castagne e polenta in mezzo ai buzzurri; le stesse donne mentre ne accettavano le gentilezze lo canzonavano dietro alle spalle.
Il nostro amico gli va risolutamente daccanto! tutti noi ci avviciniamo per goder la scenetta: lo guarda con un occhio di triglia da fare sdilinquere una pulzellona, e a fior di labbra, pigliando una posa da Paolo nella Francesca, gli dice:Combien tu es gentil!..
—Que ce que vous dites?—Riprese l'altro di subito, e l'innamorato con più anima gli ripetè le frase.
Immaginatevi come rimanesse il povero grullo! Da bel principio non sapeva che pesci si prendere, guardò un paio di volte il soffitto, diventò rosso come una ciligia, eppoi si decise a far l'Indiano, ma l'altro gli posò gentilmente sulla spalla una mano.
—Vous vous trompez—Borbottava allora—je vous assure.. je vous prie ne me fâcher d'avantage.
Quando ecco che uno dei nostri per compire il mazzo leva di sul tavolino il tappeto e lo butta sul lume.* quindi buio pesto, buio come in cantina: ed i nostri si misero ad abballottare donne e guardie mobili: e fu un'urtarsi, uno spingere un'inciampare, un ruzzolarsi per terra; strida, bestemmie, risate, un vero pandemonio. Ansioso di terminare la burla, giunsi a farmi strada in mezzo a quel diascoleto: a tentoni trovai il tavolino, tolsi via il tappeto e la luce fu fatta. Imoblotsaccettarono la burla: bisogna convenire che non sangue, ma acqua di malva avevano nelle loro vene.
A causa della presa di Dôle fu necessario che le nostre truppe, eseguendo nuovi movimenti, occupassero le posizioni situate al Sud Est di Digione, posizioni fino allora sguernite. La brigata Menotti traversò la città, portandosi da Talant al suo nuovo destino. Nel comando deiFrancs Tireurs réunisera succeduto al bravo Lhoste l'Italiano Baghino: qualche volontario da Marsiglia o da Lione era giunto a rafforzare le file delle nostre compagnie, già abbastanza stremate nell'ultimi fatti.
La mattina del ventotto il generale Garibaldi passò in rivista la brigata di Canzio: le truppe erano schierate in battaglia lungo il viale del Parco: il nostro generale più sorridente del solito traversò in carrozza sulla loro fronte; quindi assistè a vederle sfilare. I battaglioni dei mobili passandogli davanti lo acclamarono, plutone per plutone, con entusiasmo; i cacciatori di Marsala, i carabinieri Genovesi, questi giovani eroi, procederono come vecchi soldati e il prode vecchio si fè più sereno, guardando quei veterani sul fiorire degli anni.
Nel tempo che io pure guardava un così consolante spettacolo, mi sentii chiamare, e volgendomi vidi il fratello di Perelli che mi salutò caramente: egli aveva il braccio al collo: sapevo che era stato ferito e fui felice di vederlo così presto sulla via di guarigione.
Rammento ai lettori questo mio amico che di diciassette anni era là in mezzo a noi, lo rammento perché nel raccontarmi come buscò quella palla adoperò con me una verità da reputarsi impossibile.
—Alle prime palle ebbi una paura birbona—mi disse il buon ragazzino—pensai alla mia povera mamma, che mi proibiva di saltare, di pigliare il fresco, che stava in pensiero, quando tornavo tardi, e che ora non era più buona a proteggermi… mi addossai a im muro tutto rannicchiato, facendomi piccino, piccino e ci stetti qualche minuto: passarono gli Egiziani, uno di loro mi disse: sei un vile; mi saltò il rossore alla faccia, avrei ucciso quell'uomo, poi vidi che aveva ragione, ripensai anche allora alla mamma, alla mamma che piuttosto di vedermi infamato, piuttosto di piangere su me vivo avrebbe pianto sulla mia tomba, e mi accodai all'Egiziani, con loro mi stesi lungo i vigneti, con loro sostenni due ore di fuoco, con loro caricai alla baionetta, fino a che mi sentii percuotere questo braccio, come da una bastonata e caddi per terra… ero ferito!…
La rivista era terminata: allegri e contenti tornammo in città; l'eccellente spirito da cui erano animate indistintamente le truppe, la fisonomia sorridente di Garibaldi, il piglio ardito e simpatico di Canzio, la memoria dei generosi amici nostri che ci avevano dimostrato come si deve morire allorché siam guidati da magnanimi proponimenti, una certa tal quale ambizione di avere assistito ad uno dei drammi più splendidi dell'Epopea Garibaldesca, sempre più ci stimolava ad adempire scrupolosamente il nostro dovere, sempre più ci rendeva sicuri di brillanti, di memorabili trionfi: ma a che serve la fede, quando i traditori ed i mercanti di popolo paralizzano coll'alito gelato del calcolo le sublimi abnegazioni delle minoranze da loro dette fazioni? Mentre l'avvenire ci si dipingeva davanti con i colori più rosei, mentre germogliava viepiù gigante nel petto dei prodi l'inestinguibile desio di quella gloria che sola è da rispettarsi, perché nasce nel sacrificio e nel sacrifizio consolidasi, Favre coi suoi prestigiatori camuffati da repubblicani, segnava la vergogna della Francia: la patria di Danton diventava la cloaca dei Cesari; il berretto frigio che aveva sul capo le si tramutava, in meno che lo si dice, nell'ignobile berretto del galeotto; ed un tal berretto nelle ultime circostanze a me parve il più adatto, che i popoli che hanno sentimento vero di libertà e di giustizia sanno morire sotto le ruine delle loro città: informino Sagunto, Saragozza e Missolungi: i popoli invece, i quali sono corrotti, vigliaccamente si accasciano sotto le verghe dei Napoleonidi, o sotto alle bombe a petrolio dei manigoldi di un Thiers.
Chiami pur vandali i primi e civili i secondi la stampa venduta; tra il vandalismo di cruenta ma eroica protesta e il civismo di chi si appoggia alla prepotente codardia della forza, io m'inchinerò sempre, io sempre mi farò di cappello al primiero.
Ma a noi non doveva esser noto per anche il grande avvenimento che fece andare in solluchero i borsaioli (vedi negozianti di borsa che alla fine è tutta una zuppa e un pan mollo) e tutti gli Arlecchini quattrinai di questa valle di trappolerie.
Una nazione che cade fa arrichire un banchiere: il pianto delle vedove e degli orfanelli che reclaman vendetta e che son costretti a piegare il capo alla tremenda necessità della forza fa alzare ilsessantacinquealsettanta: vinca il nemico: se rialzano i fondi, ben vengano l'umiliazione, le rapine, gli incendii; s'impingui la borsa, e poi si balli ilcancancolle baldracche più laide tra le rovine tuttora fumanti della nostra povera patria, tra i cadaveri dei nostri fratelli che avendo sortito dal caso un generoso carattere hanno preferito all'ignominia la morte… son storie vecchie quanto Noè, ne convengo, ma son vere come è vera la luce del sole… oh! benedetta l'aristocrazia dell'oro, del prezioso metallo che solamente qualche scalzacane ha potuto qualificare per vile: oh, benedetto il trionfo della classe borghese, di quella classe che ha per patria le mura del proprio negozio, o del palazzo carpito a forza di scrocchi e d'usure a un rampollo di magnanimi lombi, che si è giocato a bambara gli averi e la reputazione dei vetusti parenti!
I nobili dei tempi andati avevano, se non altro, delle tradizioni alle quali si mostravano ligissimi; spinti da queste (inutile sarebbe il negarlo) hanno regalato al mondo degli eroici tratti, che giocoforza è ammirare;noblesse oblige: tale era la loro divisa, e si facevano uccidere per quel re, a cui avevano giurato devozione illimitata; per un sorriso, per un'occhiata, per una sciarpa della bella dei loro pensieri col sorriso sul volto andavano incontro, al pauroso fantasma degli spiriti deboli, alla morte: loro cantava il trovatore nella mesta ballata, o nell'ispirato inno di guerra: loro salutavano come protettori gli artisti…. erano nel falso, dovevano cadere, chè la legge del progresso non ammette ostacolo alcuno, sia pure attraente; ma era un falso splendido, era un falso del quale, nostro malgrado, non potevamo non ammirare in qualche parte la cavalleria; esso ci rammentava la Tavola Rotonda, le crociate, le battaglie di Luigi XIV; e quando quest'aristrocrazia si vide impotente ad impedire la marcia del progresso ella cadde eroicamente, cospergendo di sangue glorioso i campi della Vendea: questo sangue segnó la morte del nobilume: in oggi i rampolli degli antenati magnanimi o funghiscono nella loro castella, o fanno da comparse nelClub.
Ma l'aristocrazia dell'oro? Nata nel lurido bugigattolo di uno strozzino, cresciuta nella stanza di affari di un ladro intendente, rinvigorita nello splendido palazzo di un commendatore banchiere che pur ieri vendeva i cenci o raccattava le cicche, vergognosa del proprio passato, piena di sospetti per l'avvenire, codardamente accanita alla sola idea di perdere o di scapitare su dei capitali accumulati a forza d'infamie, e di bassezze, è lei sola il vero sostegno delle tirannidi, è lei sola che fa cadere nel fango i popoli più gloriosi, è a lei sola che si devono attribuire i disastri del mondo: poiché, se l'antica aristocrazia a un'idea falsissima sacrificava e vita e agiatezza, la moderna all'agiatezza e alla vita sacrifica tutto. Io non ammetto nemmeno la così detta aristocrazia dell'intelligenza: il nascer savi è caso e non virtù, dirò parafrasando i celebri versi del Metastasio; ed allora? mi domanderà qualcheduno: allora, rispondo, io non ammetto che una sola aristocrazia, aristocrazia basata sull'eguaglianza, l'aristocrazia del lavoro!…
Mi scusino i lettori, se io vado di palo in frasca: mi scusino le lettrici che potranno ravvisare in me più un predicatore noioso, che un narratore giocondo; tra i miei appunti ho trovato anche queste linee e non sono stato buono di sacrificarle; non saprei dirne il motivo; ma per non fare brontolare nessuno rientro a gran carriera in carreggiata.
Mecheri, Materassi, Piccini, Bocconi ed io eravamo nella nostra camera, sognando tra una boccata e l'altra di fumo nuove battaglie, e per conseguenza nuovi trionfi. «Quando il vecchio passa in rassegna i soldati, si pensava tra noi, ci è sempre per aria qualche cosa di grosso». Per tranquillizzare gli amici e i parenti si scrivevano lettere nelle quali si magnificava il bel cielo che ci faceva credere di essere in primavera (come han sentito i lettori erano giornataccie piovose da metter l'uggia in corpo anche ad un'ombrellaio); si descriveva i nostri adipi che addivenivano d'ora in ora da canonici, si dava ad intendere che si apprestavano feste da ballo. Chi parlava di andare a Parigi, chi di riprendere Metz, chi di schizzare diritti diritti a Berlino…
… Oh degli eventi umaniAntiveder bugiardo!
Spalancando la porta con una pedata, entra in camera Ghino Polese con un viso da far rizzare i bordoni all'uomo più apatista del mondo.
—Che è?—Gli si grida tutti a una voce.
—È…—e qui un moccolo da Livornese puro sangue—È… che si tratta nientemeno…
—Di assedio della città?
—Peggio… potremmo morire con le armi alla mano.
—I Prussiani son entrati?
—Ma peggio!
—Ma cosa dunque… per carità!
—Ci è l'armistizio!…
Un fulmine che fosse caduto in mezzo a noi poteva produrre il medesimo effetto. Prima un silenzio di morte, poi una salpa d'imprecazioni; tutte allo stesso indirizzo.
—Ma sei ben sicuro di quello che dici?
—Me lo ha assicurato un'ufficiale di stato maggiore…
—È impossibile! Parigi si difenderà fino all'ultima pietra.
—Parigi ha capitolato!…
Altro silenzio, poi tutti mossi dallo stesso pensiero giù a rotta di collo per la scala, onde portarci al quartier generale.
Sulla cantonata incontriamo la vaga Luisa…Dites donc… proferisce ed io secco secco la congedo con un «non ho tempo da perdere» e continuo la via… Dei gruppi concitati s'incontrano in qua e là… la parola vile errava dì bocca in bocca.
—E Favre che giurava che finchè esistesse una pietra di queste città l'invasore avrebbe trovato un baluardo.
—Ed è stato lui che ha segnato la capitolazione.
—E noi cosa faremo?—Gridava un disertore dall'esercito.
—Imparerete a servire la Francia—Di rimando rispondeva un Gallofobo.
E i popolani abbassavano il capo, quando noi si passava, che la maggioranza dei Digionesi era republicana: e lo svelto ed allegro Garibaldino era divenuto sornione e lo vedevi trascorrere colle mani in tasca, col berretto sugli occhi e mordendosi i labbri, e ad ogni poco sentivi ripetere, commiserandoli, i nomi dei prodi caduti… solo i volti deimoblotsbrillavano per insueta gaiezza… non ci era più dubbio.
Colle gambe che ci facevano cilecca arrivammo alla prefettura; una folla di gente si accalcava intorno alle due colonne che son di fianco alla porta, e su cui si attaccavano i dispacci e le comunicazioni officiali: tutti si alzavano in piedi, e, quando erano pervenuti a leggere, si ritiravano mandando imprecazioni e grattandosi il capo. Si sarebbe detto che le magiche parole del convito di Baldassare fossero là, scolpite su quei marmi e che tutti coloro che vi si avvicinavano ne risentissero i terribili effetti.
Due sole righe di scritto: due righe che contenevano però la più dolorosa notizia per chiunque preferisce la dignità al beato vivere—«Oggi è stato concluso un'armistizio di ventun giorno». E dire che mani francesi non avevan rifiutato di firmare un patto, che segnava lo stigma sulla fronte di quella nazione che fin'ora come il favoloso Dio dell'Olimpo bastava muovesse le ciglia per fare allibire il mondo tutto dalla paura; e dire che un Favre era stato tra i manipolatori di tale infamia! Oh, allora si vide chiaramente che il vecchio republicano aveva ciurlato nel manico, oh! fin d'allora la gente dal cervello sottile preconizzava nel difensore d'Orsini, nel montagnardo dell'Impero uno dei tanti carnefici che hanno straziato la Francia. Impotente contro i Prussiani, si macchiò nel sangue dei suoi cittadini: ora si è ritirato, ma non tanto lontano che a lui non pervenga l'eco dei pianti e dell'imprecazioni delle migliaia d'orfani e di vedove che per lui son ridotte a stendere la mano! Ma di maggiore infamia si doveva macchiare Favre contro Garibaldi e di ciò sapranno tra poco i lettori.
L'armistizio fu la testa di Medusa dell'entusiasmo nostro; io vidi qualcuno piangere: la maggior parte si sbizzariva lanciando improperii a Favre e alla Francia: quella sera non canti per le vie, non le allegre conversazioni dei giorni passati, ma una musoneria generale… non vi era più fede!
Un'ordine del giorno di Garibaldi nel quale ci si esortava ad addestrarsi nelle armi, ad attender preparati il momento della riscossa, fece credere a diversi che non sarebbe stata cosa impossibile il potersi di nuovo misurare col nemico e ciò fece rinascere un poco quella gaiezza di cui davano tanta prova ne' dì del pericolo i Garibaldini. Per conto mio non mi illudevo: armistizio non poteva significare che pace disonorante: la resa di Parigi lo diceva troppo chiaràmente, eppoi da quando in qua i seguaci di Garibaldi potranno ottenere un completo trionfo?.. Gli unitari d'oggi non lo relegarono nel 60 a Caprera, mentre volava alla conquista di Roma? Gli arfasatti che gli si caccian sempre davanti non gli han fatto sgombrare il Tirolo, quando palmo a palmo lo aveva conquistato, mentre a Lissa e Custoza veniva oltraggiata la bandiera italiana?.. Non fu il prode Generale ferito da piombo italiano a Aspromonte?.. Non fu lasciato dopo la vittoria di Monterotondo, solo a Mentana e si lasciarono scannare i suoi generosi, mentre trentamila uomini di truppa italiana erano sul confine? Non si è sempre cercato di sfruttare i suoi trionfi, facendolo poi passare quasi per un pazzo per un avventuriere? Non si è avuto il coraggio di stampare, che lo si aveva aiutato, mentre si era tentato ogni mezzo per avversarlo o per screditarlo?.. I repubblicani francesi erano presso a poco gli stessi pagliacci dei consorti italiani, ed era da prevedersi quello che era avvenuto, quello che avvenne dipoi. Ma muovan pur guerra le anime vili e i livreati pigmei a quest'uomo che da solo basterebbe a riabilitare la società, tentino pure di schiacciarlo e di avvilirlo, Garibaldi vincerà sempra in nome della libertà, vincerà anche perdendo perché il suo nome oramai rappresenta una idea e le idee non si vìncono.