Chapter 6

Un giorno, mentre il buon Pascotto stava spolverando la lampada della nostra camerata, gli domandai perchè non scappava.

—Voi non avete più che dodici anni da fare. Ma pensate che la vita è breve, accidempoli! Nei vostri panni io non esiterei un minuto. Mi servirei della casacca per insaccarvi la testa del mio guardiano e obbligarlo a sciupare del tempo a distrigarsela e poi direi: gambe mie, aiutatemi! Continuerei a fuggire senza mai voltarmi indietro.

Non smise neanche di strofinare la lampada. Per lui erano tutte sciocchezze. Lui non era uomo da lasciarsi scaldare la testa. Prima di tutto aveva la sua pena da espiare e non intendeva sottrarvisi se non gli si faceva la grazia. Aveva violata la legge e la legge doveva essere rispettata. Ai suoi tempi era stato un bulo e anche un grassatore di strada. Ma adesso aveva fatto giudizio ed era, per lui, un piacere mantenersi sulla via retta. La fuga poi, per un povero cristo, era una ridicolaggine. Come si poteva scappare colla catena o cogli abiti del galeotto?—E quando siete al largo e cercato dappertutto dagli agenti di polizia, dove andate a nascondervi? La vita del fuggiasco è più grama di quella del recluso. Credetelo. E come troverete da mangiare in giro, senza amicizie e senza denari? Rubando. E io non farò mai più il ladro.

Egli mi rispondea da uomo emendato, e il mio pensiero incanagliva e trepidava, preparandosi una fuga clamorosa e spettacolosa. Lui mi parlava di ridicolaggine e di catena, e io sentivo il mare che si frangeva fracassosamente sulla spiaggia di Finalmarina. Lui si vedeva inseguito dai cagnotti sguinzagliati dalla giustizia che non dà tregua, e io mi gettavo sul mare supino e, a forza di gambe, raggiungevo la nave straniera che mi accoglieva a bordo a braccia aperte. Il 598 si vedeva impacciato, perseguitato e morto di fame. Io mi sentivo libero, sulla piattaforma inglese o americana, circondato da migliaia di persone che mi salutavano con dei battimani fragorosi e mi riempivano le tasche di dollari o di sterline udendomi raccontare le avventure della mia fuga e il periodo della fame de' miei amici della quinta camerata!

Il 77 era il lavandaio. Era alto come un palo telegrafico, secco come il merluzzo e giallognolo come la pelle di un giapponese. Con il suo collo esile, sormontato da una testa poco voluminosa, con le sue braccia lunghe appese alle spalle come cose floscie giù rasente il corpo, con la sua faccia piena di rientrature, pareva uno scheletro ambulante.

Gli occhi, nascosti nelle occhiaie profonde sotto le tettoie ossute e pelose, sembravano focolari di delinquenza. Erano in essi i guizzi del delitto che facevano passare per la schiena l'aria fredda.

Tutte le volte che lo guardavo, mi obbligava a liberarmi dai fremiti che mi suscitava con degli scotimenti di spalle. La sua bocca a culo di gallina e il suo mento che tirava da sinistra a destra, mi riassumevano il tipo del luogo.

Aveva la mano denutrita e le dita lunghe del fantasma. Si movevano come tentacoli. Prendevano la biancheria sporca con un movimento meccanico. Sul cuore del 77 era il listone nero del suo trasporto, e sulla sua testa gibbosa era il berretto giallo a spicchio che lo incadaveriva.

Come tutti i sanguinarii, era di modi carezzosi. Parlava con dolcezza e non si lamentava mai della sua sorte. Una volta che gli domandai se pensava di rientrare nella vita sociale, mi offerse una presa di tabacco con una spallata di sprezzo. Pareva volesse dire: Società ingrata, non avrai le mie ossa! I suoi compagni mi dicevano che era religiosissimo. Non mangiava mai senza farsi il segno della croce e non andava mai sulla branda senza prima essersi inginocchiato a ringraziare il Signore Iddio di averlo mantenuto buono anche in quella giornata.

Tra tutti i condannati della quinta camerata preferiva don Davide. Il sacerdote nel camiciotto del recluso gli faceva sanguinare l'anima. Non gli pareva giusto che un uomo di «talento», come diceva lui, fosse in prigione per avere del «talento».

Don Davide si soffiava il naso sovente a Finalborgo. Aveva preso un raffreddore che gli era divenuto cronico. E il lavandaio, di nascosto, gli lavava un fazzoletto al giorno e glielo portava pulito e piegato come una cosa proibita dal regolamento.

L'udito del 77 era molto difettoso.

C'era un recluso che aveva già scontato otto anni e che anche nel saio della casa di pena non aveva perduto la caratteristica del mestiere che esercitava prima di essersi intriso le mani nel sangue dei suoi simili. Lo si vedeva e si pensava al palcoscenico. Egli non poteva essere che un calcascene. Il suo viso era una ditta teatrale. Una di quelle facce grassottelle di venticinque anni, con la carne biancastra della gente che va a letto quando la notte sfittisce, con l'ombreggiatura per la mezza faccia della barba fitta e nera che ha subito il contrappelo e con gli occhioni dalle pupille fulgide nella vivezza lattiginosa che inondano l'assieme di una bontà infinita.

La sua vita di «scrivanello»—una vita che lo lascia libero tutto il giorno e gran parte della notte—non gli ha fatto dimenticare che gli mancano quattro anni, anni che egli chiamava quattro secoli anche quando gli si diceva che la sua liberazione non poteva essere lontana.

Le lettere che riceveva dalla famiglia gli rinverdivano le speranze ogni tre mesi, ma, tra l'una e l'altra del trimestre, aveva dei momenti neri di ipocondria. Gli pareva che più nessuno pensasse a lui. Prima che venisse l'indulto me ne fece leggere una la quale gli dava l'idea che finalmente il sovrano si era commosso del suo stato. Egli era convinto che S. M. stava per firmare la sua grazia. Ma il giorno che mi vide partire senza novità per lui, ricadde nella disperazione.

—«Non mi dimentichi!» mi disse. E dicendolo si asciugava gli occhi, volgendosi dall'altra parte. «Se posso ritornare a casa, le assicuro che non mi vedranno più in questi luoghi. L'ho scontata troppo cara per dimenticare la vita del recluso. Poi ho la mamma e la sorella che mi vogliono un bene dell'anima. Lei ha letto l'ultima loro lettera e può dire se hanno del cuore.»

Di mattina, era addetto al medico. Registrava la medicina da mandarsi a prendere. Dopo, andava per le camerate a raccogliere le ordinazioni mangerecce, e nel pomeriggio, fino magari dopo la mezzanotte, rimaneva con un galeotto perpetuo a preparare gli specchietti del movimento amministrativo quotidiano.

Il suo numero di matricola era il 2107.

Prima dell'attore veniva da noi, col libro della spesa e il calamaio attaccato per un lembo di pelle al bottone della giacca, uno scrivanello che aveva ammazzato un carabiniere il quale lo aveva sorpreso a svaligiare unacarbona(casa) fuori di porta Magenta. L'omicidio gli aveva dato modo di rimanere fuori dalle unghie della giustizia per parecchi mesi. Ma la gatta, anche dopo una paura maledetta, va al lardo fin che vi lascia lo zampino. E un bel giorno lo agguantarono con degli altri ladri o degli altri grassatori e lo mandarono in galera con una sentenza di vent'anni.

Era recidivo, qualchecolpogli era andato bene e sapeva adattarsi all'ambiente in un modo meraviglioso. Quando la direzione non lo imbestialiva coi conti che gli aveva affidato, non si accorgeva di essere in un reclusorio. Lasciava l'ufficio verso mezzanotte e dalla spia della nostra camerata lo rivedevamo al lavoro prima delle quattro.

Qualche volta, se la guardia che lo accompagnava non gli era vicino, gli dicevo che faceva male a lavorare tante ore in un periodo in cui gli operai che mangiano meglio si agitavano per un orario quotidiano di otto. Vi ammalerete e andrete al cimitero senza rivedere Milano.

Mi rispose che stava meglio in ufficio che in infermeria, ove poteva coricarsi e alzarsi presto senza svegliare alcuno. L'infermeria è uno stanzone lunghissimo con delle finestre libere dai cassoni e con due filate di letti quasi sempre vôti.

—Come, vi lamentate di dormire sulla materassa?

—Non mi lamento, ma lei non sa….

—Datemi del voi, gli dissi celiando. Sapete bene che il regolamento proibisce ai detenuti di servirsi di un pronome che non sia di seconda persona plurale.

—Giusto, voi non sapete che in letto—anche sulla materassa—sto male. È l'unica cosa alla quale non sono mai riuscito ad abituarmi. Il galeotto è incatenato alla branda. Ora, mettetevi nella mia posizione, e vedrete che darete la preferenza al pisolino sulla scranna dello scrivanello. La lunghezza della catena non mi permette che di mettere il piede in terra dalla parte dell'anello e di rimanere, se non voglio scorticarmi, in una posizione supina. Il letto, per me, è una tortura.

Fu lui che ci iniziò ai pasti dei peperoni, dei pomidori, dell'insalata di cipolle e di patate coll'aglio e di fagiolini tirati fuori dalla pasta del convento, quando la minestra era coi fagioli.

Egli è piuttosto piccolo, con la pelle sulla faccia scura e butterata, con gli occhi un po' loschi e con le estremità del taglio della bocca non esattamente equidistanti. È tutt'assieme una figura rapace.

Lo abbiamo perduto per avere alzato il gomito. Poco abituato a bere, un giorno era riuscito ad ubbriacarsi. Lo trovai nel letto della infermeria incatenato alla branda, con la cuffia di cotone bianco sulla fronte, che stava aspettando la sbriacatura.

—Che cosa fate? gli domandai.

—Non ho potuto alzarmi alla solita ora per un po' di vino brusco.Accidenti al vino brusco!

All'indomani, o qualche giorno dopo, il direttore lo mandò nell'altro reclusorio a mia insaputa e io non ho potuto restituirgli lo Stecchetti che mi aveva imprestato per passare il tempo.

Lo scrivanello lo sapeva quasi tutto a memoria.

__Fra i passatempi dei condannati.__

Fra i passatempi dei condannati giornalisti nel Reclusorio v'era pur quello di mettere in versi i fatti che destavano qualche impressione. Come saggio pubblico le seguenti strofe di don Albertario. La notte dal 26 al 27 novembre una libecciata terribile devastò la sponda ligure e recò gravi danni in mare e in terra. A Finalborgo furono schiantati alberi, trasportati dal vento comignoli e tetti; il camino della caldaia a vapore del Reclusorio di Finalborgo venne spezzato a metà, cadde sull'infermeria del carcere, sprofondò il tetto e, per prodigio, non schiacciò nei loro lettini gli ammalati. Al mattino si celebrò il fatto doloroso, con le strofe di don Albertario:

O cielo di Liguria, o ciel furioso,E quando, dimmi, la farai finitaA ridonarmi il sol, la nostra vita,Che tieni dentro al guardaroba ascoso?

Qui, dal tepido mar, dall'alpi algenti,Scendon sul lido alla battaglia atrociScirocco e Tramontana, e a lor velociSchieransi intorno i bellici tormenti.

Dense le negre nubi e gonfie d'ireIn groppa ai venti stendonsi pel campo;Il tuono scoppia inseguitor del lampo,De' mostruosi guerrier folle è l'ardire.

Dalle cime native il ghiaccio chiedeBorea e lo muta in grandine funesta;Libeccio intanto del Tifone apprestaL'arma a Scirocco che terribil riede.

«Pel Simun, rugge, per le arene e il fuoco«Del genitor deserto, il giuro al cielo,«In fra le nevi porterò lo sgelo«E di Borea il mugghiar farassi fioco.

«Siccome nebbie spersi carovane,«Come fuscelli sprofondai navigli,«Ho atterrato i leon quasi conigli; … ,«Rido del soffio delle Tramontane.»

Sì dice—e fiero e furibondo attaccaCon Libeccio e Tifon, colle saetteSferza Aquilon dalle scoscese vetteI suoi guerrieri e lo Scirocco fiacca.

Le navi trottolâr nell'oceáno,E in un baleno l'inghiottisce il gorgo;Crollano torri e case; a FinalborgoDel fornello il camin vien raso al piano.

O cielo di Liguria, o mar Tirreno,E quando l'aure e l'onde tue sarannoSerene e quete ed avrà fine il dannoOrrendo inflitto al dolce lido ameno?

Non fia sicuro sullo stelo il fiore,E allo stranier che ti sospira ed ama.Colle tempeste appagherai la bramaDi qui svernar sul suolo dell'amore?

Torvo risponde il Ciel: «Allor letizia«Del suo sorriso abbellirà la terra,«Quando fien salvi i prigionier di guerra,«E a splender torni il sol della giustizia.

«Ma fin che a Finalborgo, tra le pene,«Giaceranno innocenti, il mar col flutto,«Col vento il Ciel, semineran tal lutto«Che in pianto scioglierà fin le catene.»

__Costantino Lazzari.__

Tra l'ottanta e l'ottantatrè i pionieri del movimento marxista continuavano a battere il chiodo che, se si voleva organizzare i mestieri, bisognava costituire un partito puramente operaio, il quale, a suo tempo, avrebbe potuto trasformarsi in partito socialista italiano. Parecchi operai, che studiavano e frequentavano i circoli di studi sociali, si misero a concionare in questo senso, e subito dopo la morte di Carlo Marx la loro organizzazione si potè dire iniziata.

Ormai, si disse, l'operaio farà da sè. Chiunque si occupava di questioni sociali e non aveva i calli del lavoratore alle mani, veniva considerato una specie d'intruso. Lo si vedeva negli angoli dei meetings come un rognoso.

Coi pregiudizi che pullulavano nella testa operaia e con la stampa che blatterava di progresso e dava eternamente ragione agli intascatori di lavoro non pagato, senza un giornale che stimolasse, che aiutasse, che confortasse, che difendesse e che rivelasse la vita che si svolgeva negli stabilimenti padronali, gli operai non avrebbero potuto tener duro.

Un giornale era necessario. Senza di esso sarebbero stati calunniati, schiacciati. Non si domandarono neanche chi di loro sapeva scrivere o chi di loro sapeva mettere assieme un foglio qualunque. L'esperienza li avrebbe fatti andare sulle pedate degli altri. Il loro partito era nuovo e nuovi dovevano essere gli scrittori. Non si trattava di scrivere in ghingheri. Si trattava semplicemente di dire chiaro e tondo che cosa volevano, dove tendevano, a che cosa aspiravano. Non altro. E ilFascio Operaio—voce dei figli del lavoro—il 29 luglio 1883 era già nelle mani del pubblico. Lo scopo della pubblicazione era condensato in queste parole di Malon stampate a destra, in corpo otto, sotto il titolo del giornale: «Se non pensano a far da loro gli operai italiani non saranno mai emancipati.»

Nel primo articolo intitolato «chi siamo e che cosa vogliamo», dicevano apertamente che erano «operai nel più stretto senso della parola, cioè, operai manovali».

«Siamo i figli di quella immensa moltitudine a cui la vita non è concessa che a patto di una perenne produzione—di quella classe che lavora e soffre, senza adeguati compensi—che vede il frutto delle proprie fatiche aumentare le ricchezze dei capitalisti.»

L'attività dei redattori delFascio Operaioera infaticabile. Restando al lavoro, tenevano conferenze ogni sera, organizzavano la lega di resistenza ogni volta si trovavano coi compagni, e scrivevano articoli ogni settimana. In due mesi la «voce dei figli del lavoro» seppe preparare e inaugurare un Congresso operaio a cui ilFasciomandava il suo saluto «perchè i congressisti erano puramente dei lavoratori che si ispiravano alla loro coscienza di lavoratori». «Siate uomini nuovi, diceva loro. Due siano le vostre stelle polari. L'eguaglianza di tutti gli uomini in faccia alla giustizia e l'indipendenza della personalità umana.»

IlFascio Operaiodiscuteva i problemi operai, polemizzava coi giornali che si occupavano dei redattori e dei loro articoli, decomponeva, a poco a poco, il Consolato operaio nelle mani dei romussiani, e attaccava, con qualche violenza, la democrazia al dorso delSecolo, chiamandola «vile». Cavallotti, che fino dai tempi delGazzettino Rosaaveva imitato don Margotti, tenendo nella sua casa il casellario degli uomini pubblici—casellario che se venisse pubblicato adesso sorprenderebbe molti e susciterebbe polemiche infinite—si era occupato anche dei redattori delFascioe specialmente di Costantino Lazzari, il quale, oltre essere il redattore capo del Fascio, era l'anima del partito operaio.

Per capire l'importanza dell'accusa contro Costantino Lazzari, bisogna ricordarsi che nell'86 Cavallotti aveva già assunto il carattere dileaderparlamentare ed aveva già iniziato il sistema di inseguire e snidare i corrotti dovunque li trovava o li sapeva.

Nel salone dei Giardini Pubblici, ove aveva finito di parlare Cavallotti sulle elezioni generali, non appena il redattore capo delFasciosi permise di domandare la parola, si sentirono voci spaventevoli.

—Fuori le spie! fuori le spie!

Chi erano le spie? I redattori delFascio. Ma l'indiziato eraCostantino Lazzari. Tanto è vero che nel questionario, che invitavaCavallotti a dare «risposte categoriche in nome della verità e dellagiustizia», c'era questa interrogazione:

—È giusto paragonare il compagno Lazzari ad un agente di polizia?

Cavallotti non volle mai smentire l'accusa e non volle mai dire pubblicamente su quale documento era basata. Ma tutti gli amici dell'autore diAnticagliesapevano e sanno che l'accusa era basata su una ricevuta di cinquecento lire, firmata da Costantino Lazzari, nelle mani di Nicotera, ministro dell'interno. Chiunque di noi l'avesse veduta senza cercare altro, non avrebbe potuto venire ad altra conclusione. Cioè che Costantino Lazzari non aveva schifo dei fondi segreti. Ma la cosa non è così. E ne parlo appunto per distruggere una calunnia che perseguita Lazzari da parecchi anni. Non lo si può dire prudente, questo no. Prendere del danaro per un partito senza domandare da che parte venga, con la scusa che il denaro non ha «odore», è un po' arrischiato. Ma in verità Costantino Lazzari entrò come un sorcio nella trappola. Non sapeva del tranello. Gli si esibirono cinquecento lire per il partito in un momento elettorale, le prese, e le consegnò intatte al partito senza curarsi d'altro. Un fatto consimile è avvenuto tra i socialisti di Londra. Itoriesdiedero parecchie centinaia di sterline a unleadersocialista per moltiplicare le candidature socialiste tra il candidatotorye il candidato liberale. Il giuoco era che col terzo candidato i liberali avrebbero perduto i voti che venivano dati ai socialisti e quindi qua e là dei collegi. Si gridò altory money, come qui si gridò alla spia. Ma illeaderinglese e illeaderitaliano poterono salvarsi mostrando, come Walpole, le mani pulite.

Dopo questo fatto ilFascio Operaio—del quale parlo perchè è come parlare di Costantino Lazzari—e il partito operaio subirono le violenze prefettizie e passarono attraverso un uragano indemoniato. Il Comitato Centrale del partito operaio italiano venne sciolto, ilFascio Operaiosospeso e la redazione intiera messa sotto chiave al Cellulare per ottanta giorni. I condannati furono cinque, tra i quali Costantino Lazzari, a tre mesi di carcere e a trecento lire di multa.

E ilFascio Operaiorisorse, dicendo che «il socialismo è un gigante che nessuna forza può vincere».

In Costantino Lazzari è rimasta l'avversione del Fascio Operaio per gli «intrusi». Un socialista dottore o avvocato o scrittore o ingegnere o architetto gli fa torcere il viso dall'altra parte. Ha per tutti costoro un'antipatia invincibile. Li chiama i socialisti dal panciotto bianco o i socialisti dalgilé de gess.

Si dice che la gratitudine non sia il suo forte. Ma è indubitato ch'egli, giovanissimo, si è dato la briga di soccorrere la sua famiglia povera, e di mantenere alle scuole di Milano una sua sorella e un suo fratello.

Ha rinunciato alla carriera commerciale per dedicarsi completamente al socialismo. Ma le vicissitudini dell'esistenza tribolata gli hanno fatto riprendere la via di prima. Egli è ora commesso viaggiatore. È stato in prigione più di una volta. Ma i giorni di Finalborgo gli sono ancora sullo stomaco. Perchè il Lazzari si considera il povero Fornaretto del processo dei giornalisti. Egli era nell'Umbria ed è andato in galera per i tumulti di Milano!

Ha un'istruzione tumultuaria, è un conferenziere improvvisatore, ha una tendenza sentita verso la misantropia, ed è disgustato degli uomini e della vita.

Se dovessi riassumere Lazzari, direi, con Tommaso Grossi, ch'egli è un «orso mal leccato».

__Si muore di fame.__

Per ricordarmi di queste giornate negre, ammucchiavo le mie impressioni sui margini, sui frontispizi e sotto e sopra gli indici dei libri. Mi servivo di un moncone di lapis che tenevo nascosto tra il dorso e la legatura di un volume, il quale rimaneva con me giorno e notte. I libri che giovano di più al prigioniero sono quelli che offrono più spazio.

Quelli che hanno cinque o sei pagine bianche prima di arrivare alla prefazione, che incominciano e finiscono i capitoli con dei vuoti preziosi, che sono stampati in modo da lasciarvi una linea tra una riga e l'altra e che terminano in fondo col lusso della entratura. A me, per esempio, sono stati di grande giovamento la grammatica tedesca del dottor Friedmann e leAscensioni Umanedel Fogazzaro. Mi hanno permesso di scrivere un volume su ciascun volume. Se dovessi ritornare in prigione e qualcuno volesse regalarmi qualche libro, non dimentichi di dare un'occhiata agli spazi.

Copio, o meglio completo i periodi coi riempitivi che lasciavo fuori per economia.

«Il periodo della fame venne inaugurato stamane, sei settembre. Se lo avessi saputo prima, ieri sera mi sarei imbottito con un pranzo luculliano. Non si è mai contenti. Era una giornata che ci aspettavamo di minuto in minuto, ed ora che è giunta troviamo che è giunta troppo presto. Io poi, che non ho tanti denari da spendere, non dovrei tormentarmi con queste seccature di gola. Tanto più che mi rincresce di stare a tavola cogli amici, che non sono capaci di mangiare in santa pace il loro pranzo, senza costringermi, con la massima gentilezza, ad assaggiare un po' di questa o di quella pietanza. Adesso siamo pari. La nostra mensa è diventata la mensa degli uguali.

«Che cani! Ci hanno portato via penne, calamai e lapis. Sono venuti a prendere i libri per registrarli. Ho domandato il permesso di scrivere una lettera per comunicare agli amici l'avvenimento, ma mi si è detto che il regolamento non mi autorizza a scriverne che una al mese. Chiesi, che è alla reclusione, non può scriverne che una ogni tre. A proposito, egli è alla reclusione, e rimane con noi. Dunque non c'è differenza che nelle spese e nelle lettere. Lui può spendere venticinque centesimi e noi, alla detenzione, trentacinque.

«Non riuscirete mai, signori aguzzini, a farmi capire l'utilità sociale di impedirci di scrivere per tenerci qui a guardarci l'un l'altro. Seguitiamo a chiacchierare sulla dieta. Nessuno ha paura. Se non sono morti quelli con la catena che la subiscono da anni senza migliorarla col sopravitto, vuol dire che non si muore.

«Le latrine sono indecenze primitive. Mi sono messo con la faccia alla ferriata della prima finestra e sono stato lì per recere. Sotto, nel cortile, è un mastellone nascosto da un murello a curva, che lascia venir su una puzza velenosa. È il mastellone dei condannati addetti ai lavori domestici. Il direttore di questa casa di pena deve avere l'olfatto molto ottuso. In tutto il penitenziario non c'è una latrina. Ciascuno fa i suoi bisogni come in un bosco. Peggio che in un bosco. Perchè qui non potete alzarvi e andarvene via. Qui vi si lascia il mastellone che riceve il materiale di tutta la camerata tutto il giorno e tutta la notte. Non lo vuotano che alla mattina e nel pomeriggio. Noi, per fortuna, non siamo che in sette. Immaginatevi il fetore costante di una camerata di settanta o ottanta individui! C'è però un guaio anche nella nostra. In alto alla parete sono due finestrucole che comunicano con una camerata piena di reclusi. Di notte e di giorno riceviamo la loro atmosfera appestata e siamo condannati a sentirli trullare come maiali!

«Non è la prima volta che mangio la pagnotta, ma era un pezzo che non la sbocconcellavo. Me la hanno portata e mi sono ricordato degli ultimi tozzi di pane bianco che ho dato al recluso che ci porta il barile dell'acqua. Come sarebbero buoni, adesso! In un reclusorio non mi aspetto il pane di fantasia. Ma certamente mi aspetterei un pane migliore di questo. I cavalli ne mangiano del più buono. Le nostre sono pagnotte di mollica ammassicciata. Non è la mollica pastosa, duttile, allungabile, come quella del pane dei signori. È una mollica friabile, di un colore brunastro e di un sapore sciapito.

«Ho sempre sentito dire che la crosta solida è un indizio della bontà del pane; Dev'essere abbondante, fitta, resistente, cotta bene. Questa è molle, sottile, che si stacca senza fatica, che ritiene la ditata non appena la premete leggermente. Ha un colore tra il rosso-bruno e il giallo-dorato.

«Fanno sul serio. È cessata anche la pulizia domestica. Prima ci facevano scopare la camerata e lavare la gamella dai galeotti. Adesso ci si è detto che la cuccagna è finita. Benissimo. Non marciremo neanche per questo. Il male è che con la minestra condita d'olio la latta rimane unta. Senza acqua calda ci ungiamo come guatteri e ce le laviamo male. Ciascuno di noi si è scelta la giornata di pulizia. Lunedì Lazzari, martedì Federici, mercoledì Valera, giovedì Chiesi, venerdì Ghiglione, sabato don Davide, domenica Suzzani. È un movimento igienico. Si puliscono e si mettono a posto i tavoli e si scopa due volte il giorno. I più volonterosi e i più abili sono indubbiamente Lazzari e Federici. Entrambi scopano adagio, passano l'arnese sotto le brande, si fermano a far uscire i crostini dalle commessure tra mattone e mattone e tra pietra e pietra e si tirano a dietro il materiale fino in fondo, senza lasciare per la via polvere e briciole. Scopa bene anche don Davide, ma non con la diligenza degli altri due. Se al sabato si dimentica del suo turno, il Chiesi, gli grida subito alle spalle:

«—Non più privilegi e non più privilegiati!

«Il Ghiglione, campagnolo, scopa male, lo fa di mala voglia e pulisce i tavoli come un uomo che si senta umiliato.

«La direzione di qualunque casa penale vende ogni mese laRivista di discipline carcerarie, diretta dal Beltrani-Scalia, direttore delle carceri (ora, come si sa, ha preso il suo posto il Canevelli). Lo scopo della rivista è pio. È di assistere con delle sottoscrizioni i figliuoli derelitti dei condannati. Una cosa la quale vi suggerisce che la società punisce più i figli che i genitori. Perchè mette sotto chiave i secondi e lascia sulla strada i primi.

«Le ultime pagine sono occupate dal movimento dei liberati dagli stabilimenti penali durante il mese. In agosto hanno lasciato uscire 54 uomini e 6 donne per grazia sovrana, 299 uomini e 12 donne per indulto e 31 maschi e 2 femmine condizionalmente.

«La tabella dei liberati condizionalmente prova che l'Italia è più crudele d'ogni altra nazione. L'Inghilterra, punto tenera pei suoi delinquenti, dà loro modo, colla buona condotta e col lavoro persistente, di guadagnarsi tre mesi su ogni anno. Conquistandosi il numero fisso di marchette, il condannato, poniamo, a sei anni, è sicuro di non rimanere in carcere che quattro anni e mezzo. Il nostro sistema non assicura nulla al condannato e premia la condotta incensurata con una lesineria che fa piangere. Deduce, su per giù, da un anno a un anno e mezzo per ogni dieci anni di galera!

«Ne scelgo uno. N. A., di Napoli, contadino, condannato a dodici anni, è uscito a 37 anni, dopo avere scontato una pena di undici anni ed un mese!

«Nella stessa tabella si nota che la donna subisce gli stessi rigori. A. L., di Palermo, entrata nella casa di pena a 38 anni, con una condanna di vent'anni per omicidio, è uscita dopo una pena di diciotto di lavori forzati. Che tigri!

«Aggiungo che la liberazione dei condannati non dovrebbe mai essere lasciata all'arbitrio del direttore—il quale è, novantanove volte su cento, parziale e crudele.

«Non so se dipende dalla dieta. Ma con una dieta scellerata e insufficiente ho perduto persino la voglia di leggere. In un mese non sono riuscito a rileggere il primo volume deidieci annidi Louis Blanc. Sbadiglio spesso, e spesso, dopo una specie di torsione alla regione epigastrica, mi istupidisco in un sopore che mi spaventa. I miei amici di camerata mi dicono che mangio troppo poco e che butto via troppo sovente la minestra. Non so che farci. È una minestra che mi ripugna e che non so ingoiare nè asciutta nè col brodo. Ci sono dei cani liberi che la lascerebbero nella scodella. Ho notato una certa sonnolenza anche negli altri. Più di una volta ho veduto Federici fermarsi sulla pagina, coi gomiti sul tavolo e la faccia nelle palme. Alle undici antimeridiane d'ieri ho sorpreso don Davide che dormigliava sul breviario. Anche Lazzari subisce la stessa legge di prostrazione. Rimane assopito per delle ore. Forse è perchè egli legge troppo di notte. In Chiesi ho notato che la sua respirazione notturna è diventata più rantolosa.

«Ci hanno portato di sopra delle lettere piene di cancellature. A noi che abbiamo il limone per diseppellire le parole dai neracci del direttore, importa poco. Ma mi piacerebbe che qualcuno, mi rivelasse l'utilità di queste soppressioni di parole. Una volta che siamo condannati, che cosa deve importare a voi che qualcuno ci faccia sapere un breve minuto della vita del mondo dal quale siamo stati espulsi con tanta violenza? È una cretineria da mettersi con le altre che si commettono in questi luoghi.

«Il mio amico Mario Borsa, corrispondente londinese delSecolo, mi manda una rivista mensile per tenermi al corrente dei grandi fatti europei. Una rivista estera non può impensierire alcuno. Qui impensierisce. Il direttore mi ha fatto chiamare in direzione per dirmi che non poteva darmela perchè ci sono in essa articoli che si occupano di cose che non devo sapere! Suppongo per un minuto che vi sia qualche narrazione sui fatti di maggio. Nossignore, me la nega perchè vi è un articolo sulla guerra tra gli Stati Uniti e la Spagna! Sono o non sono un giornalista? Una società che corregge e non abbia per compito di mandarmi fuori imbecille, dovrebbe procurarmi, anche a proprie spese, le riviste ed i giornali che mi dovrebbero tenere al corrente di tutto ciò che avviene. Non vi pare? Anche al Chiesi hanno trattenuto delle riviste francesi per le stesse ragioni. Asini!

«Piove. Quando piove, il condannato perde il diritto all'aria e al moto delle gambe. Senza uscire dalla gabbia si diventa di umore nero. È una meraviglia che uno non s'avventi sull'altro. Ci si tiene nella camerata sino a quando il cielo si rasserena. E in questa regione, quando incomincia a diluviare, è capace di tirare innanzi senza interruzione per una settimana. Nella camerata al dorso della nostra sembrano diventati tanti leticoni indiavolati. Di tanto in tanto qualcuno si sfoga gridando: aria! In uno stabilimento di tanta gente ci dovrebbe essere anche il passeggio coperto. Ma non ci si pensa. Perchè il bestiame in galera può crepare senza inumidire l'occhio sociale.

«La visita del medico che abbiamo avuta ieri l'altro mi ha fatto un effetto strano. Mi parve un uomo incaricato di venire a vedere se avevamo ancora delle giornate da vivere. Sì, o signori aguzzini, siamo languidi più di ieri, ma non siamo ancora moribondi. Anche col vitto insufficiente possiamo vivere degli anni.

«La nota di ieri è stata un po' baldanzosa. Si indebolisce lentamente e lentamente mi pare che si perda la memoria. Stamane, parlando degli affamati americani al polo Nord, non ho saputo rammentarmi il nome del generale che venne trovato inconscio vicino al cadavere di un nero che gli era stato fedelissimo. E non me lo ricordo neppure adesso. Questo fatto mi mette addosso del freddo. Credo che a grado a grado ci avviamo verso l'abolizione della intelligenza. Usciremo delle pagine bianche. Non sapremo più neppure di essere stati in prigione!

«Siamo calati tutti di peso. Il pancione di don Davide è rientrato di molto. Forse sarà l'effetto della rasatura dei baffi, ma il naso di ciascuno di noi mi riproduce il naso dell'allampanato. Anche il Federici è dimagrito. Parla poco e fa dei pisolini ripetuti con pochi intervalli. A Chiesi si sono formate le scodellette sotto gli occhi. Il naso di Ghiglione pare il becco adunco dell'aquila. La faccia di Suzzani è accesa e si è spiritualizzata. Egli mi ha detto che si sente di tanto in tanto dei dolori dietro l'orecchio destro. Noto tutto senza spiegare nulla. Lazzari ha avuto degli stringimenti pilorici. Dorme poco, e durante il sonno parla con delle interiezioni di dolore.

«A me non passa più nulla. Federici mi ha dato un cucchiaio della sua magnesia effervescente. Per una concessione speciale egli può tenersene un vaso e farselo riempire quando è vuoto. Se ne prende una cucchiaiata ogni mattina in due dita d'acqua. Mi ha fatto bene. Ho potuto trangugiare la gamella di pasta senza gli impeti di repulsione. Sento che mi ritornano le forze. Leggo e più rapidamente. Ieri ero proprio in uno stato compassionevole. Ho dovuto domandare il permesso di adagiarmi sulla branda. Mi sentivo vicino al deliquio. Sdraiato, ebbi degli assopimenti leggeri. Mi pareva di essere in decomposizione. Rimasi più di tre ore col dorso completamente abbandonato allo stramazzo. Non sentivo più che il languore delle braccia ed un certo calore insolito alle tempia.

«Il grido che si muore di fame è nell'aria.—Tutte le camerate ci fanno chiedere dei bocconi di pane. Noi, che soffriamo un po' tutti di inedia, mandiamo gli avanzi delle nostre pagnotte ai 35 minorenni della camerata quasi in faccia alla nostra. Tra loro sono pochissimi quelli che possono spendere per il sopravitto. Devono essere tutti poveri o figli di poveri. Don Davide, che ha tra loro il suo chierico, va a dir messa spesso collo schianto del cuore. Gli rincresce di non avere sempre un boccone di pane da dargli. Quel ragazzo patisce la fame sotto la sorveglianza governativa! Se fossi direttore dello stabilimento butterei via lo stipendio. Non saprei mangiare coi piedi sotto la tavola senza pensare al battaglione di affamati sotto la mia custodia. Il grido dei minorenni mi sospenderebbe il boccone in gola.

«Stanotte sono stato svegliato da un grido acuto di qualcuno che stava male nella camerata al dorso della nostra. Non ci ha lasciato più dormire. Aveva il rantolo bronchiale ed emetteva gemiti che si ripetevano anche dopo che la guardia gli vociava dalla spia:

—«Fate silenzio, che domani andrete dal medico!

«Un compagno deve averlo soccorso con una goccia d'acqua. Ho sentito i suoi piedi nudi che correvano da una parte all'altra.

«Come deve essere triste morire in questo luogo!

«La luce misurata dai cassoni alle finestre finisce per indebolirci la vista. A me si è dilatata la pupilla e Lazzari si lamenta di non avere un paio d'occhiali. L'indebolimento gli ha come paralizzato i nervi ottici.

«Alla domenica c'è sempre speranza di rifarsi lo stomaco con una gamella di brodo e 250 grammi di carne. È sovente una grande disillusione. Più di una volta si è obbligati a sbattere via tutto. Il brodo è grasso con gli occhi dell'olio alla superficie che fanno venir voglia di vomitare, o è magro come l'acqua bollente. Manca sempre di sale. Quello di stamane vale un fico secco. La carne è peggiore. La carne di questa domenica è squamosa, sciapita, dura come il corame. L'ho voltata e rivoltata sotto i denti senza riuscire a masticarla. Pazienza, aspetterò quella di domenica ventura. Siamo sotto l'azione del regime forcaiolo da qualche mese e non abbiamo veduto neppur l'ombra della commissione. Questi signori, che assumono una carica così importante e poi la trascurano, meriterebbero un po' di reclusione. La loro assenza dovrebbe essere considerata un delitto. Ah, se fossi io il loro giudice! Farei mozzar loro le orecchie come ai tempi della buona Elisabetta.

«Il pane di stamane è esecrabile. Sente dell'acido del lievito che ha tentato di farlo levare prestamente. Mi par di sentire il gesso sotto i denti. La mollica umida ha qua e là dei punti biancastri che rivelano la qualità infame della farina. Ghiglione ci consola dicendoci che prima, quando lo facevano i galeotti nello stabilimento, era più buono. Adesso, coll'appalto, è malcotto, pesante, indigeribile. L'indigestione di un pane come questo produce a tutti noi effetti straordinari. Sembra che ci fermenti nel ventre. Un'ora dopo ci sentiamo tutti gravidi. Lo si fa con una farina di quarta o quinta qualità e con poco o nessun glutine. Preferisco ancora la pagnotta che i signori danno ai cavalli.

«Anche i galeotti che lo mangiano da tanti anni se ne lamentano e farebbero un «fuori! fuori!» se non avessero paura di un rincrudimento di rigore. Sarei contento che una volta o l'altra mi si processasse per diffamazione. Io non domanderei che la testimonianza dei sei compagni della quinta camerata e il permesso di citare una cinquantina di galeotti e un centinaio di reclusi. Proverei come due e due fa quattro che la qualità del pane è infimissima e che alla reclusione si imbecillisce dalla fame. Sarebbe uno dei processi più emozionanti di questo secolo.

«Ho trovato modo di eliminare la pasta dal mio cibo quotidiano. Non sapevo mandarne giù che qualche cucchiaiata e con ripugnanza. Un galeotto mi ha raccontato ch'egli vive da anni con l'insalata di patate e cipolle. Mi sono messo sulle sue pedate una settimana e non mi trovo malcontento. Qualche volta mi sento sazio. Le patate potrebbero però esser più buone. Ne butto via una su tre. Si vede che sono il rifiuto delle corbe. Quasi tutti ci siamo dati all'insalata di patate e cipolle. L'olio è troppo cattivo e peserebbe troppo sui miei trentacinque centesimi. La condisco col sale e coll'aceto. Più di una volta vi aggiungiamo i fagiuoli che troviamo nella minestra di pasta. Sono fagiuoli bianchi. Compero pure qualche spicchio d'aglio. Ho dovuto eliminare definitivamente anche il pane. Non potevo più ingoiarlo. Abbiamo protestato sovente e qualcuno di noi se ne lamentò col direttore e col sottocapo. Ma all'indomani ritorna peggio di prima. C'è stato un giorno che non lo si volle in nessuna camerata. Molti rifiutanti vennero castigati con della cella di rigore. In prigione non si sa come fare. Se si protesta si è puniti e se non si richiama con questa misura l'attenzione dell'autorità carcerarie, si mangia come bestie.

«Tutto il mio essere sta in piedi con trentacinque centesimi al giorno. Ecco come li ho spesi stamane. Ho comperato cinque centesimi di sapone, dieci di pane bianco, cinque di patate, tre di cipolle, due d'aglio, tre di sale, cinque di fichi secchi e due di carta per la pulizia. La carta per i bisogni corporali e il sapone non dovrebbero essere a spese del condannato. Come? volete educarmi, e mi impedite di tenermi pulito e di lavarmi come si lavano tutti i cristiani! I fichi secchi ho dovuto gettarli nelle immondizie che raccogliamo nell'angolo. Li aprivo, e uscivano i bachi. Don Davide, mi fece dimenticare i fichi con un motto latino.Sursum corda. Sit gressus ad superiora; melius est ascendere. In alto i cuori. Volgiamo i passi alle regioni superiori; è miglior cosa salire.

«Siamo fortunati che non c'è specchio. Ci spaventeremmo. Sento che la pelle della faccia mi stiracchia da tutte le parti.

«Ho dovuto comperarmi due centesimi di refe per trasportarmi il bottone dei calzoni. Senza bretelle, li perdo. Sono diventato magro, magro. Ho i miei dubbi che si esca tutti. Ho sempre avuto schifo dei sorci. Ma se ce ne fosse uno abbrustolito lo mangerei con l'appetito dei parigini durante l'assedio della loro capitale. È strano che non ci siano topi in questo vecchio edificio. Noi non ne abbiamo mai veduto uno. Ci sono parecchi gatti. Ma rimangono tutti nel cortile e sono sotto la protezione di una guardia alta, addetta alle celle di rigore. Un gatticidio potrebbe costarmi parecchi mesi di cella di rigore e di camicia di forza.

«La ciarla si è ammorzata. Non parliamo più tanto. Una lettera suscitava, settimane sono, una discussione che durava delle ore. Adesso la si legge e la si lega con le altre. Sembriamo tanti nevrastenici. La nostra conversazione è diventata monosillabica. Ci guardiamo difficilmente in faccia.

«Ho comunicato a Federici i miei timori. Ho paura di uscire idiota. Ci sono dei momenti in cui sono obbligato a mettermi la mano sulla testa per paura che mi scappi il pensiero. Egli mi disse che è dovuto alla mia cocciutaggine di non voler mangiare abbastanza. In carcere bisogna essere alliatrofago. Inghiottire ogni cosa, anche se ributtante. Con trentacinque centesimi non si può vivere. E con trentacinque centesimi mi compero il limone, il sapone, il refe, gli aghi e i bottoni che perdo. I bottoni sembrano stati attaccati con gli sputi. Son sempre in terra. Questa mane al passeggio mi sono lustrato le scarpe. Il sottocapo mi disse che erano indecenti. Erano ormai divenute rosse.

«Ha ragione Federici. E poi tutti i giorni insalata! Son tre giorni che mi brucia lo stomaco e non la mangio più con lo stesso piacere. Mi danno 100 grammi di bue in umido per quattordici centesimi. Ma è necessario uno stomaco foderato di rame per trangugiarlo. A me ha provocato la nausea.

«Ho notato che Federici verso gli ultimi del mese diventa più cupo. Pare che incominci a pensare al suo colloquio. Non sono che lui e don Davide che hanno la consolazione di vedere qualcuno che non sia di questa casa maledetta. Dopo il colloquio con la sua signora, Federici risale gaio, amico di tutti, coi saluti per tutti.

«Come mi farebbe bene una goccia di cognac! Mi tirerebbe su lo stomaco e mi ridarebbe le forze perdute. Il mio corpo deve avere una calorificazione incompleta. Stanotte mi sentivo freddo. O piuttosto mi pareva di avere in me un umidore freddo che mi andava dalla radice dei capelli alle unghie dei piedi. Provavo la sensazione di un organismo che sta raffreddandosi. Sommerso nell'ombra e nel silenzio m'intenerivo. Mi sentivo le lagrime in gola e non piangevo. Che cosa pagherei a essere un fisiologo consumato! Potrei uscire con un diario completo sulle sensazioni della fame. A me pare che ne risentano tutti gli organi. Sono spossato dappertutto. Il cervello pare vuoto, la testa è indolenzita e pesa due volte, le braccia sentono il bisogno di rimanere adagiate, i polpacci delle gambe paiono carichi di piombo e i piedi mi danno l'idea che stiano per slogarsi. E tuttavia, dopo i primi giorni, non ho mai provato le insurrezioni di una fame canina. Mastico senza piacere come un automa.

«I miei movimenti sono diventati lenti e faccio fatica a tener aperti gli occhi. Sono determinato a rifarmi con la pagnotta, ma la mia determinazione non val nulla dinanzi all'atonia dell'apparecchio digestivo. La forza digestiva è come interrotta. Ieri sera stavo facendo il letto e ho dovuto sedere sul materasso due volte. Mi sembravo vicino al deliquio. Federici è stato buono anche questa volta. Mi ha dato un cucchiaio di magnesia effervescente. L'ho bevuta col piacere che da lo champagne. Ho respirato più liberamente.

«Ghiglione è andato dal medico. Non ci ha detto nulla. È egli ammalato? Non è ammalato?

«Vi sono andato anch'io, ma solo per domandargli il permesso di un bagno. Io mi immergo sempre con piacere nell'acqua. Non capisco come le persone possano tirare innanzi degli anni senza mai buttarsi addosso un secchio d'acqua. Pulitevi, se volete star sani!

«Nessuno dorme profondamente. L'insonnia è generale. Qualcuno parla o straparla. Stanotte ho dovuto confessare alla guardia scelta di ronda che stavo proprio male. È andato in infermeria e mi ha portato una polverina di bismuto e magnesia. È un'infermeria che non ha nulla. Tutti gli ammalati sono curati con delle polverine di calomelano, di bismuto e magnesia e di bicarbonato di soda. C'è qualche pennellata di tintura di iodio per i reumatismi e i dolori acutissimi e basta. Il cavadenti è un condannato. È un vero miracolo che egli non abbia mai smascellato qualcuno. Il suo sistema è questo: mette la testa del paziente sulle ginocchia, gli guarda in bocca, si fa puntare col dito il dente cariato, l'agguanta con la tenaglia e tira. Spesso, nello sforzo, si levano in piedi operatore e paziente e l'uno segue l'altro fino alla parete. A una di queste operazioni era presente don Davide.

«Siamo salvi o per lo meno siamo salvi per un po' di giorni. La signora di Federici è riuscita a far passare del cioccolatte. Deve avere sgelato il cuore della direzione. Federici ha incominciato subito col distribuirne due pezzi a ciascuno di noi. Mi sentii immediatamente ristorato. E non ne ho mangiato che uno. Il secondo sono stato capace di tenerlo in tasca fino alle sei di sera. Poi ho cominciato a scartocciarlo con l'intenzione di non rosicchiarne che un angolo e non ho smesso che a tavoletta finita. Ingordo!

«Ho passato una buona notte e alla mattina mi sono messo a leggere di gusto. Credendo che fosse permesso a tutti di mangiare del cioccolatte, ho scritto subito a casa di mandarmene due chilogrammi. Son stato chiamato dal capo, il quale era incaricato dal direttore di farmi sapere che il cioccolatte non è nel regolamento. Al Federici venne dato perchè era giunto come pacco postale e a sua insaputa. Se giungesse anche a me, a mia insaputa, si potrebbe fare lo stesso.

«Ci sono state annunciate delle cassette, di biscotti. Sarebbero stati provvidenziali. Li abbiamo aspettati per due giorni. La direzione ci ha fatto comunicare che potevamo rimandarli a chi ce li aveva spediti o regalarli all'ospedale di Finalborgo. Non potendo mangiarli noi, abbiamo votato per gli ammalati.

«Federici, ci tiene in piedi col suo cioccolatte. Non appena ci si porta la pagnotta, egli va da tutti con una tavoletta e li costringe ad accettarla. Una tavoletta di cioccolatte in galera, nella nostra condizione, val un tesoro. Pochi se ne disfarebbero con tanta sollecitudine. Bisogna avere del cuore per compiere sagrifici come questi.

«Novità. Ci deve essere qualcuno che lavora per noi. Il periodo della fame che produce le allucinazioni è finito. È venuto un ordine che ci permette di spendere settantacinque centesimi al giorno. Abbiamo subito domandato il permesso di farci fare, a nostre spese, una minestra collettiva da venticinque centesimi ciascuno. Ci è stata concessa.

«Incominciamo a smutriarci. Facciamo delle spanciate di baccalà fritto per venti centesimi. Beviamo quasi tutti un quarto di vino per nove centesimi. È brusco, accidenti se è brusco! Io e Lazzari siamo ritornati al pane bianco. Anche Chiesi e Suzzani si son dati al pane bianco. Don Davide e Federici resistono e continuano col pane della casa. Il piatto più buono sono le uova al burro arrostite, per ventidue centesimi. Vi manca però il burro e se c'è lo vedono appena. Non poche volte sono putrefatte, ma a lamentarsi ce le cambiano. Ci si dà una tazza di caffè per dieci centesimi. È una tazza di un boccalino, ma imbevibile. Io e don Davide abbiamo tenuto duro per qualche settimana, ma abbiamo dovuto rinunciare anche a questo lusso. Nella tariffa dei generi in vendita nella dispensa, è stata introdotta la polenta. Con otto centesimi ce ne danno trecento grammi. È buona. Con ventisei centesimi di salsiccia in umido e una sleppa di polenta, inaffiata dal quinto di vino, non si crepa. Mi duole che la concessione della spesa sia stata accordata alla sola nostra camerata. E le altre, non sono piene di reclusi stati condannati dagli stessi tribunali militari per un identico delitto?

«Sette dicembre. Non si muore più di fame. Il Governo ci ha inviato il commendatore Berardi a comunicarci personalmente che da oggi possiamo mangiare e spendere quello che vogliamo noi. Egli è già stato a comunicare la stessa notizia al Romussi e al De Andreis nel reclusorio di Alessandria e a Turati in quello di Pallanza.

«Ecco che cosa mi ha detto:

—Io sono un ispettore inviato dal Ministero. So che lei adesso non può spendere che settantacinque centesimi e che questo aumento non le è stato concesso che pochi giorni sono. Da oggi io posso comunicarle ch'ella può spendere per il suo vitto cinque o anche dieci lire al giorno, se lo desidera. Non c'è limite. Se non le piace la cucina del reclusorio può servirsi dell'osteria o dell'albergo di fuori. Desidera qualcosa altro?

«Uno dopo l'altro gli domandammo duearie, cioè tre ore di passeggio. Perchè un'ora sola, lesinata anche quella, non ci dava esercizio sufficiente per conservarci sani:

—Concesso, rispose a ciascuno di noi. Desidera qualche cos'altro?

—Se si potesse fumare qualche sigaretta.

—Lo domanderò al direttore. Se fossero completamente separati dagli altri, non esiterei a dire di sì senza interrogarlo. Lei sa che cosa voglia dire il vizio di fumare. Gli altri che sentissero il fumo impazzirebbero e farebbero un chiasso indemoniato e non avrebbero torto. D'altro?

—Lei sa che noi siamo tutti bevitori di caffè. Se ci permettesse di comperarci la macchinetta, il caffè, lo zuccaro, lo spirito e di farcelo quando vogliamo noi, in camerata?

—Concesso. D'altro?

—Scusi, se abuso.

—Faccia, perchè io sono venuto qui per contentarli.

—Grazie. Senta, ci sono libri che il signor direttore non ci consegna perchè si ostina a considerarli immorali o pornografici. Lei sa che noi siamo abituati a leggere tutto.

—Concessi. D'altro?

«Mi curvai. Egli mi strinse la mano. Così va fatto.»

………………………………………..

«Sono uscito con l'indulto. L'indulto è una remissione di pena, è un perdono. Chi ve lo ha domandato? E se non ve l'ho domandato perchè non mi date il permesso di rifiutarlo? Non so che farmene del vostro perdono.

«Sono uscito arciconvinto che nei reclusori italiani si istupidisce la gente con la fame.

«Un anno di reclusione, con seicento grammi di pane in due razioni e due mezze gamelle di pasta in brodo al giorno, basta per ritornare alla società secchi come chiodi e col cervello completamente rammollito.»

PS.—Permettetemi di aggiungere due parole alle note di Finalborgo. Sono stato perdonato, non è vero? Ma, o signori, o cosa direste se io, legge, vi mettessi sotto chiave per dei mesi e poi vi perdonassi? C'è stato un processo, lo so. Non siamo mica stati mandati alla reclusione così alla cieca. Ci si è detto che avevamo commesso un delitto. Ma anche noi, o signori, abbiamo detto e ridiciamo che ci si è mandati in galera innocenti. E se siamo stati mandati in galera innocenti, non c'è che una via alla riparazione. Rifare il processo, restituirci quello che ci si è tolto e risarcirci dei danni. Il risarcimento dei danni vogliamo, o signori, che ci avete mandati in galera e ci avete lasciati fuori come mendichi che avessero limosinato l'indulto. Non altro.

__Achille Ghiglioni.__

Sono sicuro che se Achille Ghiglioni dovesse autobiografarsi, si presenterebbe ai lettori come un uomo senza importanza. Al Castello, nella stanza lungo il ballatoio che dà sul cortile della Rocchetta egli, con grande modestia, si meravigliava di trovarsi impigliato nel processo dei giornalisti.

Con noi, nella quinta camerata di Finalborgo, è stato il modello degli uomini industriosi. Si alzava e si metteva al lavoro. In un giorno egli studiava, senza mai stancarsi, un po' di tedesco, un po' di olandese, un po' di spagnuolo, un po' di musica, un po' di manuale del capomastro, un po' di stenografia, un po' di disegno, un po' di computisteria, un po' di letteratura moderna, un po' di Porta e un po' di altre cose che non ricordo.

Egli è entrato ed è uscito un tenace cooperatore.

__Io e Federici ritorniamo a Finalborgo.__

La «catena» era composta di noi due. Il vagone cellulare era nuovo e non puzzava di biacca. Le celle erano assai più comode delle altre del primo viaggio. I carabinieri non sembravano cattivi diavoli. I ferri erano noiosi, ma non ci pigiavano i polsi come le altre volte. Chiusi nelle due celle in fondo, l'una in faccia all'altra, vicini alla finestra del vagone, non mancavamo di qualche boccata d'aria.

Ricordandomi dei due viaggi, mi dicevo contento.

—Almeno qui, non si crepa. Mi misi in bocca una sigaretta con un po' di fatica e con un po' di fatica riuscii ad accendermi Io zolfanello.

Federici attraversava la tempesta. Era tetro, non diceva nulla e non rispondeva alle mie interrogazioni, che volevano distrarlo, se non con dei monosillabi che non invitavano alla conversazione. Forse si sentiva umiliato a rifare la strada che conduceva a un reclusorio dal quale era uscito con tanto piacere, dove erano persone che non amava rivedere o persone con le quali non avrebbe scambiato una parola, gli fosse costata la lingua.

Verso Sampierdarena i lineamenti facciali di Federici assunsero una parvenza di dolcezza. L'uomo stava per convincersi che era inutile lottare contro l'invisibile. Eravamo nelle mani di sconosciuti che ci sbalestravano da una parte e dall'altra e bisognava adattarsi. Anche a me sarebbe piaciuto andare in un altro reclusorio, dove avrei potuto raccogliere del materiale nuovo, dove avrei potuto fare la vera vita del galeotto con dei galeotti autentici, dove avrei potuto studiare tipi che nella quinta camerata non avrei mai trovato. Ma pazienza, ormai mi hanno abituato a fare la volontà degli altri.

A Sampierdarena il nostro vagone venne staccato e lasciato fuori dalla tettoia. C'era un intervallo di due ore e mezza. Era un'altra punizione che avremmo scontata se i carabinieri non avessero avuto fame. Avevano appetito, volevano mangiare col sedere sulla scranna, e dare anche a noi il modo di far colazione più comodamente che ammanettati nella cella. Ci domandarono se volevamo cavarcela con qualche cosa di asciutto in cella o se preferivamo di andare alla sezione dei carabinieri con loro. Io non esitai un minuto a votare per l'uscita. L'idea di muovermi e di respirare l'aria libera mi metteva gli aghi nelle gambe.

L'indugio di un attimo mi diventava un supplizio. Mi faceva salire le fiamme alla faccia e mi dava l'impressione che soffocavo. Federici era riluttante. Lui e Romussi, nel viaggio di traduzione, avevano imparato che per le strade, di giorno, si attira l'attenzione di tutti i passanti. Vinse l'aria libera. Uscimmo e fummo contenti. La gente sostava sulle botteghe, i ragazzi ci correvano dietro, i passanti si fermavano a vederci, alcuni commentavano, ma noi passavamo senza darcene pensiero. Ormai ci avevamo fatto il callo.—Chi ci conosce ci conosce e chi non ci conosce felice notte.

Giunti alla sede dei carabinieri ci si chiuse in uno stambugio buio più di una cantina, esalante la mefite. Incominciavamo a dolerci di non essere rimasti in gabbia.

—Piuttosto che mangiare in questo luogo, preferisco la fame.

—Anch'io. Ma vedrai che non saranno tanto cani.

Stavano a farci preparare la tavola.

Facemmo colazione nella loro cucina, la quale aveva una larga apertura verso il cortile. Mangiammo due ossi buchi indimenticabili. Erano eccellenti. Bevemmo del vino eccellentissimo, e facemmo scomparire un pezzo di formaggio di gorgonzola bianco e un'alzata di uva e pesche saporitissime.

—Vogliono anche il caffè?

—Vada per il caffè!

—La Cassazione ha parlato e può darsi che questa sia l'ultima colazione dell'uomo libero.

—Non pensiamoci. Ce ne sono tanti in galera e non sono morti.

I carabinieri dicevano anche loro che la bestia non era poi così brutta come la si dipinge.

—E poi loro! ci si diceva. Usciranno più presto di quello che credono. C'è tanta agitazione per il paese.

—Sembra che non ci siamo che noi in prigione!

Il maresciallo della caserma era un uomo tarchiato, con una faccia grossa e grassa da bonaccione.

—Li condurrò alla stazione in carrozza per non farli passare traverso la folla.

—Grazie.

—Pagheranno la vettura!

—S'intende.

Alla stazione venimmo circondati da una moltitudine che aumentava di minuto in minuto.

Entrammo in un vagone di terza classe. È stata una vera sorpresa. Non eravamo mai stati così bene.

Prima che suonasse il campanello della partenza, un signore ottenne il permesso di salire sul predellino a stringere la mano a Federici.

—Faccia buon viaggio.

—Grazie.

Il signore era commosso. Federici con le mani legate non aveva potuto stringergliela come avrebbe voluto.

—Partenza!

Il maresciallo ci salutò con un gesto della mano.

Al reclusorio trovai il capo guardia in collera.

—Lei si lascia intervistare!

—Da chi?

—Lei si lascia intervistare dai giornalisti per dir male delReclusorio.

Mi vennero in mente parecchi giornalisti che erano venuti a trovarmi nel camerotto indecente della Corte d'Appello di via Clerici. Chi sa che cosa mi avranno fatto dire!

—Lei si lamenta!

—Certamente che io sto meglio fuori.

—Non doveva entrare se non le piaceva!

—Non ci sono venuto spontaneamente.

—E va bene, loro hanno sempre ragione!

—Mi faccia leggere questa intervista e le dirò se quello che ho detto è esatto.

—Gliela farà leggere il direttore!

__I lavoratori della quinta camerata.__

Erano dei mesi che intisichivamo dietro la speranza che un giorno o l'altro ci avrebbero restituiti il calamaio e la penna. Senza la distrazione di vuotarci la testa coll'inchiostro, non sapevamo che infelicitarci con discussioni pessimistiche o nere fino in fondo. Non vedevamo che delusione e dolore. Anche quando traluceva qualche lampo, si finiva per intetrarci o immusonirci assai più che seduti sotto le finestre di faccia a Capra Zoppa, senza una parola.

Non ci si proibiva di leggere. Ma si legge male in una camerata e in una camerata ove gli individui sono padroni di fare quello che vogliono. Tu leggi, e gli altri chiacchierano. Tu leggi, e due amici ti passano innanzi e indietro sussurrandoti il coro:

A casa, a casa, amici,Ove v'aspettano,Le vostre spose.

Tu leggi, e un compagno zufola e rizufola per il lungo e per il largo, per delle ore, l'Inno dei lavoratorie subito dopo, un altro, te ne canticchia la prima quartina, ricominciandola con sempre crescente piacere:

Su fratelli, su compagni.Su venite in fitta schiera,Sulla libera bandieraSplende il sol dell'avvenir.

Tu leggi, e due altri passeggiano, come in una caserma, o lungo un corridoio, o nel cortile, con le braccia sulla schiena, battendo i tacchi, scombussolandoti il pensiero col tremuoto dei piedi. Tu leggi, ed ecco un animale che si sveglia di soprassalto, con dei versi in bocca:

Me non nato a percuotereLe dure illustri porte,Nudo accorrà, ma libero,Il regno della morte.

Tu leggi, e nasce una conversazione che ti prorompe nel cervello come una gazzarra di voci, ma che finisce per piacerti e uncinarti a prendervi parte. Tu leggi, e un prigioniero si sbottona e ricorda aneddoti contemporanei che ti fanno chiudere il libro, tanto sono interessanti. Tu leggi, e un agente del reclusorio ti chiama dabbasso, in direzione, per una cosa che ti si poteva dire con un monosillabo, o anche fra cento anni. Tu leggi, ed entrano i battitori a scomodarti e a rintronarti le orecchie. Tu leggi, e suona la campana della distribuzione della minestra e del pane. Tu leggi…. Credetelo, in una camerata perdete l'illusione di potervi sommergere in un libro per ritornare alla vita rifocillato di qualche cosa.

Col permesso di scrivere, il nostro tempo penale si accumulava e si accorciava rapidamente. Qualche volta si avrebbe voluto che la giornata di diciassette ore fosse più lunga, per avere modo di prolungare la gioia del lavoro. C'era tra noi la gara degli operai a cottimo. Ci si alzava e ciascuno andava al proprio posto. Chiesi e Federici avevano un tavolo nello spazio in fondo, a fianco della finestra. Il primo scriveva dalla mattina alla sera, senza mai smettere che all'ora dei pasti o quando aveva bisogno di stiracchiarsi le braccia, appendendosi al bastone più alto dell'inferriata. Senza i libri necessari per un'opera descrittiva, o storica, o politica, egli si era votato interamente al romanzo—un lavoro, da quello che vedevo, che non gli costava che la fatica manuale. Non è mai a secco nè di idee nè di scene. Dotato di un apparecchio digestivo che non gli annoia il cervello, e arciricco di vocaboli, egli poteva prendere la penna ad ogni minuto, digiuno o col boccone in bocca, quando pioveva a diluvio e quando il sole si riversava nella nostra camerata come un'allegria. Alla mattina riprendeva il filo del racconto senza neppure degnarsi di leggere l'ultima frase e, dopo la colazione, il passeggio e il pranzo, ricominciava come se non vi fosse stata interruzione. Il Sue si popolava il tavolo, sul quale scriveva, di pupazzi per tenere a mente i personaggi che gli nascevano a mano a mano che entrava nella intimità del romanzo. Gustavo Chiesi ha potuto completareIl Corpo di Ballo—un romanzo d'ambiente che racchiude tutta la popolazione del palcoscenico della Scala—senza sciupare più di alcuni nomi scritti sul cartone dei fogli che produceva. Il suo modo di composizione è dei più semplici. Incomincia la prima riga e tira via senza mai voltarsi indietro, cioè senza mai dare un'occhiata alle cartelle che la sua penna ha ammonticchiato. Non cancella che di rado, una volta o due alla settimana. Non potendo leggere il suo manoscritto per la sua calligrafia illeggibile, non lavora di lima che sulle bozze. Ma è difficile ch'egli si permetta di alterare una frase. Sul suo stampone non vedete ai margini che poche correzioni o dei segni che paiono lasciati giù da una mosca che lo abbia percorso con le zampe umide d'inchiostro. Perchè la frase gli esce limpida, corretta e brunita, come da una officina. In pochi mesi ha scritto tre romanzi, letto parecchi volumi e mantenuta una corrispondenza abbastanza voluminosa.

Il secondo, cioè Federici, si alzava sempre prima di ogni altro, un po' perchè amava il pediluvio quotidiano, e un po' perchè gli piaceva diguazzare del catino più lungamente degli altri. Iniziava i suoi lavori con una spanciata di verbi inglesi, che egli si trangugiava tranquillamente, tra un passo e l'altro, fatti colla leggerezza e la mollezza della gallina che non disturba. Lo si vedeva andare in su e in giù, rasente le brande, colla grammatica sotto gli occhielli scintillanti, o chiusa con l'indice tra le pagine, con la sinistra sul collo della destra o cogli occhi che vagolavano per il soffitto come quelli dell'inspirato o dell'uomo che manda versi o prosa a memoria. Dopo la distribuzione del pane, la quale avveniva verso lo ore otto, sedeva e si metteva di schiena al lavoro di traduzione, divorando un esercizio dopo l'altro, senza magari dire una parola.

E noi, fino a quando non si sapeva di che umore si era alzato, ci guardavamo bene dal buttargli l'amo della ciarla. Perchè, malgrado la gentilezza e la squisitezza d'animo, il Federici, era il compagno più difficile della camerata. Non si sapeva mai da che parte pigliarlo. Proprio nel momento in cui lo credevate il vostro migliore amico, poteva scattare per un nonnulla o vi poteva tappare la bocca con una di quelle parole solenni che arrivano alla testa come un pietrone, o vi poteva isolare per un tempo indeterminato, senza mai accorgersi della vostra presenza, anche se vi trovavate gomito a gomito o a faccia a faccia, allo stesso tavolo. Terminato il boicottaggio, risentivate l'amico che vi dava il buon giorno, che spartiva i suoi cinque centesimi di frutta con voi, che vi dava, se ne aveva, con la miglior grazia del mondo, un pezzo del suo cioccolatte eccellentissimo, o che si metteva con voi al passeggio, ingolfandovi in una conversazione piacevole e spesso istruttiva.

Il tempo che gli lasciava l'inglese lo consumava nella lettura. Leggeva romanzi, filosofia, storia e tutto ciò che di buono gli capitava tra le mani. In musica mi parve più che un orecchiante o un buongustaio. Canticchiava sovente le arie popolari o più conosciute delle opere moderne—sapeva dei pezzi di Wagner come e assai più del Chiesi che aveva propalato e difeso il maestro di musica dell'avvenire con uno studio, e correggeva le voci stonate degli altri che volevano imitarlo.

Don Davide incominciava dopo la messa. Prima della messa passeggiava impaziente. Se la guardia, che doveva accompagnarlo nella cappelletta, ch'egli aveva l'audacia di paragonare a un'oasi nei claustri del dolore, tardava un po', diventava nervoso. Anche noi, il mattino, non appena in piedi, sentivamo un bisogno immenso di uscire da uno stanzone dal quale l'afa se ne andava assai lentamente. Per il 2557 un minuto diventava un secolo. Percorreva la camerata a passi lunghi, con le mani sul dorso, sotto la giacca, con la faccia torva.

Lo si chiamava e si fingeva di credere ch'egli andasse a compiere i suoi uffici divini fuori del Reclusorio.

—Don Davide, fate il piacere di comperarmi trenta centesimi di sigarette virginia.

—Don Davide, se vedete il pollivendolo, mandateci a casa un'anitra, sgrassata, come quella della settimana scorsa.

Don Davide, non dimenticate di passare dall'oste, che siamo senza vino.

Don Davide, se trovate del pesce fresco, mandatene a casa una padellata.

Rientrava ilare e pieno di scuse. Ci diceva che il pescivendolo era alla spiaggia, che il tabaccaio era andato alla dispensa e che il pollivendolo non veniva in paese che tre volte la settimana.

Si metteva al lavoro senza indugio. Il suo tavolino era tra il finestrone e la sua branda. Si perdeva su suoi fogli di protocollo fino a colazione. Durante il lavoro taceva volentieri, ma non andava in collera se lo si interrompeva e se si faceva di tutto per fargli perdere del tempo.

Chiesi: Don Davide, come state?

Don Davide: Bene, grazie.

Chiesi: Che cosa supponete che stiano dicendo, in questo momento, De Andreis e Romussi?

Don Davide: È difficile indovinarlo.

Chiesi: Ve lo dirò io che cosa stanno pensando. Stanno pensando a una chicchera di caffè buono, magari con una goccia di grappa buonissima.

Don Davide: Piacerebbe anche a me, adesso, una tazza di caffè caldo con uno spruzzo di grappa di quella che ho a casa mia, a Filighera!

Riprendevano il lavoro e poi ricominciavano il dialogo.

Don Davide: Che opinione hai tu questa mattina sull'amnistia?

Chiesi: Conosco Pelloux. È un soldato, ma un soldato che ha sempre fatto parte della sinistra. È impossibile ch'egli si mangi il passato in un boccone. Lascerà passare la tempesta per contentare un po' i fanatici e poi, alla prima occasione, metterà nel discorso reale, per guadagnare della popolarità al re, l'amnistia.

Interveniva qualcuno di noi a dire che un soldato non poteva dar torto ai soldati.—L'amnistia che cosa vorrebbe dire? Che le sentenze militari sono state ingiuste. E questo un generale non lo può dire.

Chiesi: Tu non conosci Pelloux. Nella sua vita parlamentare ha dimostrato più di una volta di non essere quello che gli inglesi chiamano unmartinetdella caserma. L'esercito non può fargli dimenticare che c'è della gente che soffre ingiustamente.

Don Davide: Vedremo.

Chiesi: Non sì tratta di voi, don Davide. Voi siete qui per «fini speciali».

Don Davide intingeva la penna con un risolino, la piegava dolcemente sul pezzetto di carta che si teneva a destra, e si rimetteva a scrivere. Nessuno ha mai potuto leggere una riga dei suoi manoscritti. Ma dai discorsi si sapeva ch'egli riempiva le pagine di impressioni, di reminiscenze, di note autobiografiche, di vita giornalistica, di articoli di polemica e di sfoghi poetici.

La sua calligrafia non fa mettere gli occhiali. È nitida e arieggia l'inglesino. Non è quella dello scrittore che va via all'impazzata e lascia agli altri la briga di capirla. Se il pane terroso non gli aveva fatto peso o non gli aveva gonfiato il ventre, il pensiero gli si sgomitolava senza interruzioni. Giornalista col fondaccio letterario, gli piace, quando non è infuriato dalla rotativa, rifare il manoscritto, senza toccarlo troppo o levargli la naturalezza della prosa spontanea. Il suo stile è pastoso, la sua prosa calda, la sua penna duttile, il suo periodo limpido come un cristallo. Con qualche predilezione per la frase pariniana, rifugge dalle inversioni del poeta delGiorno, che svogliano il lettore. L'ingiustizia gli scalda il calamaio e gli fa produrre una prosa vigorosa, senza ridondanze e senza i plebeismi del Baretti. Con o senza collera egli non è mai volgare. Il suo ingegno poliedrico fa pensare a don Margotti. La tendenza sentita negli scritti di don Davide è la mestizia o piuttosto l'emozione.


Back to IndexNext