Chapter 7

Le tre mila lettere ch'egli ha scritto durante la sua prigionia—lettere che potrebbero formare, per il pubblico cattolico, un epistolario interessantissimo—ne sono un documento. Sono in esse la sua bontà infinita, lo spandimento della sua anima mal rassegnata a stare in prigione, l'affezione intensa per la gente ch'egli ama e che lo ama, il perdono incommensurato per tutti gli avversari pentiti che gli hanno tribolata l'esistenza a 52 anni, proprio quando, diceva lui, si ha bisogno di un po' di vita buona.

In prigione non ha mai avuto rimpianti. Egli è sempre stato orgoglioso del suo passato. Non ha mai avuto che parole d'amore per la sua penna che l'ha mandato «tra i ferri anzichè adattarsi a mentire e adulare», come non ha avuto che trasporti per il suoOsservatore Cattolico«divenutogli più che mai prezioso, ora che gli ha procurato il carcere, e dato occasione di soffrire per la causa che difende e dimostrare che seriamente anche in faccia alla morte, la difende e la difenderà sempre.»

Costantino Lazzari consolava i suoi ozii forzati nel silenzio, nella lettura, nel disegno. Taceva per delle ore, leggeva volumi ponderosi senza sbadigliare, rileggeva iPromessi Sposicon piacere, laVitadi Benvenuto Cellini direi quasi con entusiasmo e ilSant'Ambrogiodi Romussi, superbamente illustrato, con ammirazione, e disegnava, disegnava sempre. Disegnava galeotti, secondini, reclusi, frontoni del reclusorio, compagni di camerata. Copiava danzatrici, madonne, bimbi, uomini illustri, donne celebri, quello che trovava nelle riviste e nei libri illustrati. Con la tenacia del volere è potere, dell'uomo che vuol riuscire ad ogni costo, la sua matita faceva progressi meravigliosi. Le sue figure prendevano forma, diventavano vive, assumevano la grazia dell'arte.

—Perchè non smetti di fare il commesso viaggiatore e non ti dai interamente al lapis che ti serve così bene e che ti darebbe una vita meno stentata?

Perchè era troppo tardi, perchè non aveva fantasia, perchè l'artista, per essere tale, non deve essere tormentato dai bisogni urgenti della vita, perchè altri lo precedevano di parecchie miglia.

Non so s'egli abbia continuato e se continui. So che, se all'abilità del disegno egli potesse aggiungere la sollecitudine, potrebbe diventare un giornalista che illustra i suoi e gli articoli degli altri. Egli non è l'ultimo dei ritrattisti. Ha disegnato un don Davide seduto, vestito da galeotto, il quale resterà il suo capolavoro di Finalborgo. Ci ha dato una mezza figura di Chiesi mirabile e un Suzzani intiero, con la gamella in mano, che non dimenticherò facilmente. Ma io sciupo le parole come il padre di Cellini che voleva fare del figlio un suonatore di flauto e di cornetta. Cellini lo contentava di tanto in tanto, con qualche pifferata. Ma continuava per la sua strada a cesellare. Così sarà di Costantino. Egli diventerà tutto fuorchè un artista.

Le ore della sera erano le più tranquille. Si passava come dall'inferno al paradiso. Chiesi, Federici e don Davide—il primo in mezzo e gli altri due in faccia—avevano una lampada a petrolio in comune sui loro due tavoli riuniti. Noi quattro ci servivamo della lampaduccia a luce elettrica, la cui poverezza di luce ci faceva chinare sovente gli occhi, o ci lasciava per dei minuti sotto un rossore crudele. Migliorammo la nostra condizione quando a furia di guardarla ci accorgemmo che aveva del filo attorcigliato che ci poteva servire per allungarla fin quasi al tavolo.

Tutto sommato, erano ore deliziose. Il chiasso delle camerate vicine alla nostra cessava con la campana del silenzio. Salvo qualche gola che sprigionava versi da dannato o qualche voce che dava fuori nel sonno o qualche disgraziato che manifestava i suoi tormenti fisici con degli:oh Signor! femm morì, femm!, potevamo supporci in un sepolcro. Si poteva sentire la penna di qualcuno che s'impuntava sulla carta, o il piede di cimossa di un sottocapo in giro a origliare e a guardare attraverso i pertugi, o la respirazione di un recluso al di là della parete, male adagiato. Lo starnuto di Lazzari, fatto a bella posta per ricordarci che eravamo vivi, ci faceva trasalire o sussultare come quando si sentono sulle spalle le mani degli sconosciuti che vi dichiarano in arresto in nome della legge.

Si lavorava immersi nel lavoro. Chiesi a mettere in iscena i suoi ballabili, don Davide a scrivere una epistola dopo l'altra per vivere di ricordi e riallacciare i legami col mondo che lo conosceva, Lazzari a riprodurre il momento storico dei tre lavoratori con un disegno grandioso che toccava e ritoccava ogni sera senza dirlo mai finito, Ghiglione a illustrare le parole di un dizionario tedesco con l'idea froebeliana che chi leggeHimmelaccanto a una chiazza di cielo eFraudinanzi a una testa di fanciulla, impara una lingua e vapore e non la dimentica più mai.

—Come farai, gli domandavo, a illustrareich habe kein Geld?

—In un modo semplice. Mettendo tra le parole un individuo che si fruga svogliatamente nelle tasche.

—Ma il tuo dizionario diventerà una montagna!

Federici allargava la zona dei suoi studi nella letteratura di altre lingue, in manica di camicia, senza mai smettere, senza mai aprire bocca, come se fosse stato obbligato dal regolamento carcerario a divorarsi un dato numero di pagine, e Giovanni Suzzani si sprofondava nei romanzi dell'editore Aliprandi, scoppiando talvolta in risate così plateali e così rumorose che costringevano il secondino di guardia a buttare per il buco un ordine imperioso:

—Silenzio!

In certe sere….. In certe sere nessuno lasciava cadere un libro, nessuno tossiva, nessuno si muoveva come se avessimo saputo che avevamo alle spalle gli occhi e le orecchie degli agenti incaricati della sorveglianza notturna.

Ci capitava addosso la ronda, col lanternone fumoso, come una sorpresa che metteva freddo.

—Sono le dieci!

Non ce lo facevamo dire due volte. In un minuto spostavamo i tavoli, mettevamo carta e libri al posto, lasciavamo giù le brande, facevamo il letto e ci buttavamo sul pagliericcio senza aver modo di cambiare la camicia.

Chiesi era sempre il primo a toccare le lenzuola. Adagiato, con la guancia sul guanciale, incominciava subito a ruggire come una belva con una palla nella testa. Don Davide non dormiva subito. In letto, con una coperta che non lo copriva completamente nè da una parte nè dall'altra, sembrava un enorme cetaceo a mezz'acqua. Si voltava faticosamente come un pachidermo. Federici si metteva sul fianco, con un libro in mano, in una posizione da ricevere la luce sulle pagine e continuava la lettura per un'altra mezz'ora. Poi mi diceva:

—Ciao, Paolino, dormi bene.

—Ciao.

Lazzari, sentone, con gli occhiali che gli aveva prestato l'amico Scannatopi e che gli davano l'aria di una vecchia in collera, si dava furiosamente alla lettura, leggendo cento, centocinquanta pagine di un fiato, lasciandosi magari sorprendere dalla seconda ronda col libro in mano.

Dove siamo adesso stiamo assai meglio che nella quinta camerata. Ma pochi di noi, rientrati in questa vita vertiginosa, rigodranno la pace delle serate intellettuali del reclusorio di Finalborgo.

L'uomo è un animale che rimpiange perfino la galera!

__Ulisse Cermenati.__

Non so se sia in lui il giornalismo nuovo. So che è giovine e che il giornalismo lo ha stregato. Anche dopo che la professione gli ha fatto rasentare la porta del reclusorio, non sa staccarsene. Con la penna del giornalista gli pare di essere più uomo.

Dal processo è uscito di carattere piuttosto timido. È buono come un marzapane e ricco al di là delle cento mila lire, ma gli manca l'audacia giacobina. Tutti i testi, compreso il sindaco di Lecco, ce lo profilarono con parole che andavano al cuore. Lo stesso Plutarco di S. Fedele non seppe o non volle adagiarlo nei colori foschi delle altre biografie.

Sul banco degli accusati lo consideravamo un problema professionale. Dalla sua condanna o dalla sua assoluzione si doveva sapere se un giornale potesse inviare sul teatro di una sommossa i suoi redattori, senza che la legge dei tribunali militari li considerasse dei partecipanti côlti con le armi alla mano.

—Dopo l'assoluzione, gli domandai un giorno che facevamo colazione alSavini con un amico, che cosa ti è avvenuto?

—Nulla. Io, Seneci, Zavattari, Del Vecchio, socialista, e Invernizzi, anarchico, fummo accompagnati a San Fedele da due agenti di P. S. in borghese, in due carrozze a nostre spese. Nella prima erano Del Vecchio e Zavattari, nella seconda io e gli altri due. Alla porta della questura c'era la signora Seneci, colorata dalla morte, che aspettava il marito con la paura di perderlo un'altra volta.

L'Invernizzi e il Del Vecchio vennero rinchiusi in un camerotto per ordine del viceispettore Prina. Zavattari e Seneci vennero rilasciati dopo le solite formalità. Zavattari, quando l'ispettore Latini gli fece un'interrogazione, divenne un po' agitato. Non voleva sentire più niente. Voleva andarsene sui monti e non pensare al brutto sogno attraverso il quale era passato. Io fui sfrattato dalla provincia di Milano, entro le ventiquattro ore.

All'uscita trovai l'ing. Ongania, sindaco di Lecco, e l'avv. Ignazio Dell'Oro che mi aspettavano. Stavamo per andarcene, quando il vetturale che mi aveva condotto alla questura mi ricordò la corsa.

—Dica, e la corsa?

Non mi si avevano ancora restituiti i denari. Il mio amico sindaco tirò fuori subito il portafogli.

Vetturale: Scusi, lei è forse uno del processo dei giornalisti?

—Sissignore.

Diede una frustata al cavallo e via senza la corsa,

—Ho anch'io un cuore, diss'egli scappando.

__L'arresto dei redattori dell'«Italia del Popolo» narrato da un testimonio.__

A me pare una scena che inchiuda Bava Beccaris. Una di quelle scene che si svolgono con una rapidità straordinaria, e lasciano dovunque tracce di un momento che passa alla storia. Rifacendola per il tuo libro, il mio pensiero si commuove e si contrista come dinanzi una sventura. Gli è come rivivere l'ora tragica, in cui la stampa si lasciava strangolare senza neppure il grido della resistenza legale. Ma non perdiamoci in considerazioni. Tu non ne vuoi. Voialtri del giornalismo moderno non volete che il fatto nudo e crudo. Io crepo a digerire i fatti nella prosa arida. Ma sia fatta la volontà di quelli che sentono l'avvenire del quotidiano diverso dal mio.

La giornata era il 7 maggio 1898—una giornata piena di sole. I fatti di Ponte Seveso e di via Napo Torriani avevano fatto scrivere al direttore dell'Italia del Popolol'ormai famoso trafiletto intitolato: «Ne erano assetati». Lo salto senza commenti, perchè tu non hai bisogno di essere sequestrato. Tu non godi i privilegi delCorriere della Sera, neppure in tempi ordinari. IlCorriere della Sera, il quale nei giorni di Bava Beccaris è stato fratricida, ha potuto, senza molestia di sorta, darlo e ridarlo, tale e quale, ai suoi lettori, in tre edizioni consecutive. Il proposito del giornale di via Soncino Merati non può essere sfuggito ad alcuno. Lo pubblicava e ripubblicava con l'intenzione assassina di infuriare la mano militare contro i redattori del giornale di S. Pietro all'Orto. Questa è storia.

Potevano essere le quattro e mezzo. Mi sentivo spossato dalla fame e dal lavoro e la testa confusa dagli avvenimenti. In redazione c'era stato l'andirivieni della commozione cittadina. Sembrava una sala d'aspetto. La gente era andata e venuta sbalordita, concitata, terrorizzata. Gli sconosciuti entravano, raccontavano con la parola spaventata dal loro spavento o esaltata dalla loro esaltazione e scomparivano, senza magari lasciarsi mai più vedere. Erano i reporters spontanei delle giornate tumultuose.

I locali dell'Italia del Popololi conosci. Si entrava dal portone della casa di via S. Pietro all'Orto, si saliva al primo piano, si passava dallo stanzone amministrativo, si voltava a sinistra, si entrava nella sala di redazione, e si vedeva il direttore spingendo l'uscio in fondo alla parete di fronte.

Ilreportagespontaneo era cessato. Nella direzione si trovavano Chiesi e Federici—in redazione Ulisse Cermenati e l'avvocato Valentini, il quale, come sai, scriveva, in quei giorni, degli articoli finanziarii. Il Seneci era dabbasso in tipografia che lasciava andare a casa gli operai, raccomandando loro di ritornare per l'edizione di notte. Di fuori, dinanzi il locale di distribuzione, la folla degli strilloni aspettava con impazienza l'ultima edizione della giornata. Ne avevano vendute delle bracciate nella mattina e nel pomeriggio, e s'impromettevano di spacciarne assai più nella sera. Il pubblico era ansioso di sapere che cosa avveniva, ma la cronaca di qualunque giornale non gli portava che fatti slegati e non gli diceva come avevano avuto principio, se erano inanellati e perchè continuavano.

La via di S. Pietro all'Orto venne occupata militarmente. Non pensavamo neanche che si trattasse di noi. Io poi, che avevo dovuto essere da una parte e dall'altra e mi ero convinto che Milano stava per diventare una rete di cordoni militari, tirai via a chiacchierare sui tumulti spaventosi senza badare a ciò che avveniva nella strada. I fatti ci assorbivano. Come si erano compiuti? Chi li aveva provocati? C'era stato scambio di fucilate? Chi sarà stato il primo a far fuoco? Annegavamo nelle supposizioni senza venire in chiaro di nulla. Il tavolo del cronista rigurgitava di note sanguinose, ma nessuna ci dava la chiave della giornata. La nostra conversazione venne interrotta da una moltitudine di piedi che sentivamo venire alla nostra volta. Erano il viceispettore Prina, il delegato Gislon, e parecchi agenti in borghese che invadevano gli uffici dell'Italia del Popolo.

Le prime parole che ci dissero furono che il giornale era sequestrato. Una notizia che ci lasciò tranquilli. Non era la prima volta che ci si capitava addosso coi sequestri. Ma il Prina non ci permise di tirare il fiato liberamente, senza aggiungere che era dolente di comunicarci «la cessazione del giornale fino a nuovo ordine». Il direttore rimase senza sorpresa. Passammo in stamperia. Assistevano alla scomposizione del giornale Chiesi, Federici, Cermenati e Seneci. Prima di risalire negli uffici il Prina diede ordine di non permettere l'uscita ad alcuno.

In redazione ci si disse:

—Ci rincresce, ma siamo incaricati di fare una perquisizione.—Nessuno di noi rispose. Tanto e tanto il nostro consenso o la nostra protesta non avrebbe contato per nulla. Si misero a perquisire. Guardavano nei cassetti del direttore e dei redattori, leggevano o scorrevano affrettatamente i manoscritti, raccoglievano le cartelle scritte o incominciate per i tavoli e frugavano e adocchiavano dappertutto. Intanto che avveniva questa operazione, Federici si era affacciato alla finestra, proprio nel momento in cui De Andreis riusciva, nella sua qualità di deputato, a passare il cordone militare. Si protese e gli disse:

—Hanno sequestrato il giornale e stanno facendo una perquisizione.Vieni di sopra.

Due minuti dopo era anche lui in redazione. Terminata la perquisizione, il Federici chiese, come di legge, che si facesse il verbale delle cose sequestrate. Uno dei due funzionarii rispose:

—Lo faremo in questura, dove abbiamo l'incarico di accompagnarli.Loro signori sono invitati dal questore per delle comunicazioni.

Cermenati: Allora vuol dire che siamo tutti in arresto.

Gislon: Non abbiamo quest'ordine e non credo ci sia probabilità d'arresto.

De Andreis: Come deputato protesto per la perquisizione e per la violazione di domicilio, senza mandato dell'autorità giudiziaria.

Suggellati i pacchi dei manoscritti sequestrati, il Prina invitò Chiesi, Federici, Cermenati, l'avvocato Valentini e Seneci ad andare con loro a S. Fedele.

Senici, in pantofole, domandò il permesso di mettersi le scarpe.

—Faccia.

De Andreis: Vengo anch'io.

Prina: Scusi, onorevole, ma io non ho ordini che riguardino lei.

De Andreis: Io voglio andare dove vanno i miei amici.

Prina: Se crede, s'accomodi.

Cermenati: Se non siamo in arresto, noi non vogliamo essere accompagnati dagli agenti di P. S.

Il delegato Gislon li fece allontanare.

In via Soncino Morati, dinanzi l'entrata delCorriere della Sera, incontrammo Colautti. Il Chiesi, incrociando i polsi, gli fece segno che eravamo in arresto.

—Ci siamo!

Colautti rispose, con un gesto, che non poteva essere.

In S. Paolo, Seneci entrò dal tabaccaio a bere una bibita. Era stato in tipografia e nel locale di distribuzione tutto il giorno, e aveva sete. I funzionari non lo aspettarono neanche. Ci raggiunse correndo. Questo fatto ci lasciò credere che non eravamo in arresto. Che si tratti solo di dirci che la stampa subirà la censura preventiva da qualche impiegato di questura?

In questura ci si lasciò in un'anticamera.

—Aspettino; saranno ricevuti dal questore non appena sarà libero.

Aspettammo una buona mezz'ora, facendo mille supposizioni. Annoiati di essere trattenuti tanto tempo, incominciammo a mormorare. Ma dunque? Ci prendono per dei domestici, questi signori di questura! Facciano presto, ci dicano se siamo in arresto, se siamo liberi, e che cosa vogliono da noi. Entrò un impiegato ad invitarci di andare con lui.

—Tutti, meno l'onorevole De Andreis.

De Andreis non voleva saperne di aria libera. Si mise a protestare con parole vibrate e a dichiarare ch'egli sarebbe andato dove andavano i suoi amici. E tutti noi, compreso l'on. De Andreis, passammo in un'altra stanza, dove ci si trattenne un'altra buona mezz'ora.

Aspettavamo e parlavamo sottovoce. Perchè in questa seconda anticamera eravamo tenuti d'occhio da un agente in borghese, seduto in mezzo a noi come un muto. Conversando, si almanaccava sul tempo che ci avrebbero fatto perdere. Federici manifestava la sua opinione che anche De Andreis sarebbe stato trattenuto. Qualche altro pregava quest'ultimo a prendere l'uscio intanto che era libero.

—Libero ci potrai essere più utile che non chiuso in carcere con noi.

Fu testardo e rimase.

Alle sei e mezzo circa entrò un vecchio impiegato a dirci queste parole:

—Sono spiacente di comunicar loro che, essendo stato proclamato in questo momento lo stato d'assedio, loro signori sono tutti in arresto.

Ci fu un'irruzione di guardie in borghese le quali, senza tanti complimenti, ci presero per la manica. Protestammo e dicemmo che non era il modo di trattare persone che non volevano fuggire, e i delegati ordinarono agli agenti di lasciarci andare. Discendemmo ed entrammo nell'ufficio del delegato Eula, il quale, per essere sinceri, ci trattò con la massima gentilezza. Ci sequestrò carte e matite che avevamo nelle tasche, ci lasciò denari, orologi e anelli e ci fece firmare il verbale, porgendo ad ognuno la penna.

—Già che ci deve mandare in guardina, ci potrà mandare anche da mangiare.

—Senza dubbio.

E il delegato promise che ci avrebbe fatto portare qualcosa dall'Orologio.

—Devono avere un po' di pazienza, perchè in questo momento ho molte cose da fare.

Ci si chiuse nel camerotto riservato alle donne, il quale, secondo l'espressione dell'Eula, era «il meno peggio». Avevamo fame ma non aspettammo molto. Tre quarti d'ora dopo si spalancava l'uscio ed entravanoroast-beef, un fiasco di vino, del formaggio, della frutta e delle sigarette.

Mangiando si chiacchierava e si rideva.

De Andreis era di opinione che avrebbero montata qualche macchina per tenerci in prigione.

Federici fumava disperatamente una sigaretta dopo l'altra per cambiare l'odore dell'ambiente.

Chiesi si contentò di dire che avrebbe pagato il conto.

Un po' più tardi Seneci ci faceva sapere che non aveva mai dormito così bene.

—Vi raccomando di ravvolgervi la testa nel fazzoletto, se non volete che certe bestioline vi vadano nelle orecchie.

Cermenati si allungò sul tavolato con una frase tragica:

—Così giovane e già tanto galeotto!

Qualche minuto dopo, ricordandosi d'essere stato dilettante drammatico, si drizzò in piedi e si mise a declamare un po' d'Amleto:

Potesse, oh! questa troppo salda carneChe mi veste, scomporsi, andar diffusa,Sfarsi come rugiada!

Il carceriere, lungo il corridoio, ci impose il silenzio.

—Signori, faccian silenzio!

Ci addormentammo.

Tra le dodici e mezzo e la una venimmo svegliati dal fracasso che si fece a schiudere l'uscio. Entrarono, tra la sorpresa generale, l'avvocato Carlo Romussi e il professore Emilio Girardi, accompagnati dalla guardia carceraria che portava la lanterna fumosa.

Romussi: Ho ottenuto il permesso di venirvi a trovare coll'amico Girardi. E giacchè ci siamo, vogliamo tenervi compagnia fino a domattina.

Girardi andò sul tavolato con un: dio cane!

Seneci fece loro la raccomandazione del fazzoletto. Romussi ci raccontò che gli agenti erano andati alSecoloa perquisire la redazione, a far scomporre il giornale e ad arrestare tutti i redattori che vi si trovavano. Non vi hanno trovato che il direttore ed un redattore. Negli uffici vi erano parecchie persone, come l'Antongini e il Missori. Ma nessuno di loro venne arrestato. L'episodio storico dell'arresto del direttore delSecolofu quello della sedia.

Romussi era al suo tavolo che scriveva non so più che cosa sulle ultime notizie. Il delegato, col codazzo dei questurini in borghese, gli annunciò la perquisizione e credo anche la sospensione del giornale. Romussi disse qualche parola sulla libertà di stampa e lasciò che l'uomo di questura andasse a mettere sottosopra il suo cassetto e a rovistare le carte del tavolo unito a quello di lavoro. Per la maledetta abitudine di Romussi di accumulare i manoscritti gli uni sopra gli altri per un anno di seguito, gli sequestrarono un numero infinito di carte e di lettere, non poche delle quali dovevano essere di Cavallotti. Suggellati i pacchi e fatto il verbale di sequestro, Romussi e Girardi vennero invitati in questura. Romussi, prima d'andarsene, voleva scrivere due righe non so se alla moglie o ai colleghi. Prima di sedere buttò via la penna con la quale aveva scritto il delegato, diede un calcio alla sedia, sulla quale era stato seduto e ordinò al portiere di portarla via subito e di bruciarla.

—Portamene un'altra e dammi un'altra penna.

Alla mattina ci svegliammo con le ossa rotte. Avevamo sulla faccia il colore di una notte trambasciata. Ci eravamo coricati sul tavolazzo, vestiti come eravamo entrati, e lungo la notte il sonno ci era stato interrotto centinaia di volte. Dal fracasso degli usci che si aprivano e si chiudevano, dal trambusto, nel cortile, dei soldati che pareva arrivassero ogni quarto d'ora, dai piedi che tumultuavano sotto il portico e dalle voci che giungevano a noi come di gente ammutinata.

Verso le dieci antimeridiane il delegato Eula ci annunciò che era giunto l'ordine della traduzione al cellulare. Venimmo chiamati a due a due, e a due a due venimmo legati, polso a polso, con una catenella, da un maresciallo dei carabinieri alto e spalluto. Eravamo così appaiati: Valentini e Chiesi, Seneci e Federici, Cermenati e Romussi, De Andreis e Girardi. Uscimmo ed entrammo in una folla di circa ottanta arrestati.

Il balcone del palazzo di questura era gremito di altri monturati con alcuni borghesi. Non posso dire se vi era Bava Beccaris, perchè non lo avevo mai visto neppure sulla fotografia. C'era certamente il questore. Un uomo magrettino che ha l'aria di essere gobbo. I grandi gallonati parlavano tra loro e gli uni ci additavano agli altri col dito puntato verso noi.

Prima che il convoglio si mettesse in moto, il delegato Birondi disse a tutti:

—Non salutino alcuno e non parlino, perchè ho ordini severissimi.

Eravamo tutti a piedi, circondati dai carabinieri e dai soldati di cavalleria col revolver in pugno. Qua e là c'erano parecchi questurini.

C'incamminammo verso le undici. L'itinerario fu questo: piazza S. Fedele, piazza della Scala, Santa Margherita, via Mercanti, via Dante, foro Bonaparte, S. Gerolamo, S. Vittore, via Filangieri.

Gustavo Chiesi abita in foro Bonaparte 93. I suoi vecchi genitori erano alla finestra che si asciugavano le lagrime col fazzoletto. Nessun altro incidente.

Sai come si è ricevuti al Cellulare.

De Andreis, il quale si sentiva male per il lungo digiuno, domandò subito da mangiare. Gli altri lo imitarono. Impolverati, sudati, passati traverso un'ora piena di pericoli, avevamo una sete da cani trafelati. L'Astengo, il direttore, ci fece portare dell'acqua con del fernet dal bettoliniere.

Ci si separò in tante celle e ci si riunì in un cellone a mangiare. Mangiammo del salame, della pasta al sugo, dell'arrosto e del formaggio e bevemmo del vino comune. Eravamo serviti da due scopini e sorvegliati da due guardie carcerarie. Terminato il pasto, venimmo visitati dal cappellano, accompagnato dal direttore. Subito dopo Federici, Cermenati, Seneci, Valentini e De Andreis vennero cellularizzati in infermeria. Romussi e Chiesi vennero chiusi in celle separate al secondo raggio.

Il secondo giorno vedemmo arrivare in infermeria i deputati Turati eBissolati.

Il resto ti è troppo noto perchè io sciupi dell'inchiostro.

__Al Tribunale di Guerra.__

Il primo Atto d'accusa, senza commenti.

Ritenuto che dall'esame dei testimoni, dall'interrogatorio degli imputati e dai documenti esistenti in processo, risulta quanto appresso:

Già da tempo i diversi partiti sovversivi, sotto l'egida della libertà loro concessa, avevano estesa la più attiva propaganda in tutta Italia; anarchici, socialisti e repubblicani, ostentando un antagonismo apparente, si trovavano concordi nell'istillare nelle masse incoscienti l'odio verso le classi più favorite dalla fortuna, nello screditare l'esercito, le pubbliche amministrazioni, le persone rivestite di autorità, nel vituperare le istituzioni. I giornali, gli opuscoli, le riunioni, le conferenze, i comizi di tutti costoro erano concordi nell'eccitare l'odio di classe, e nel creare ovunque agitazioni rispondenti ai loro scopi criminosi.

Questa campagna quasi febbrile si accentuò nel decorso inverno; tutto era ormai pronto all'azione; si attendeva soltanto l'occasione propizia che si presentò nel disagio economico delle popolazioni, pel rincaro del pane.

Così sulla fine dell'aprile or decorso moti e tumulti cominciarono a Minervino Murge, a Bari, a Foggia, ed attraverso le Marche e la Romagna, si propagarono ben presto in diversi piccoli paesi ed in alcune città della Toscana, proseguendo poi per l'Emilia fino a Milano, dove dovevano pur troppo avere il loro pieno sviluppo e cambiarsi in aperta insurrezione.

In proposito è da notarsi che tutti i moti avvenuti nelle diverse parti d'Italia non furono fatti improvvisi, isolati, occasionati da una causa accidentale o locale, ma furono la conseguenza di una lunga preparazione diretta all'unico scopo di mutare gli ordini politico-sociali, e della quale erano specialmente creatori ed istigatori i capi repubblicani e socialisti, appartenenti ai rispettivi Comitati centrali direttivi residenti in Milano.

Basta a dimostrare ciò il solo esame del modo uniforme col quale i moti medesimi si svolsero.

Infatti, ovunque, facendo a fidanza coi nobili e generosi sentimenti dell'esercito, erano disumanamente spinti in prima fila contro la forza armata i ragazzi, poi le donne e per ultimo venivano gli uomini; ovunque i primi tumulti furono fatti sorgere nei piccoli centri, allo scopo di attrarvi distaccamenti di truppa e sguarnire le città e tentarvi poi un colpo di mano.

E prima di scendere ad indicare le specifiche responsabilità degli odierni imputati, è altresì utile premettere che Milano fatalmente era stata prescelta all'azione principale e risolutiva per molte ragioni, cioè: perchè a Milano la propaganda rivoluzionaria era stata fatta più attiva e proficua da frequenti riunioni, comizi e conferenze pubbliche e private tenute dai più influenti, intelligenti, operosi ed energici capi dei partiti rivoluzionari ivi residenti o convenuti, e col mezzo dei giornali locali, quali ad esempioLa Lotta di Classe, ilPopolo Sovrano, l'Italia del Popolo, ilSecolo, laCritica Sociale, e per altri scopi speciali l'Osservatore Cattolico; perchè in questa città e nei suoi contorni ingente è il numero degli operai dei grandi stabilimenti industriali; perchè quivi più che altrove i rivoluzionari avevano recentemente avuto agio di contarsi e passarsi in rassegna in occasione dei funerali di Cavallotti e della commemorazione delle Cinque Giornate; perchè Milano, per la sua posizione geografica, con minore difficoltà avrebbe potuto isolarsi dal rimanente del regno onde impedirvi l'arrivo di altra truppa in rinforzo, qualora specialmente si fosse verificato lo sciopero totale e già pronto dei ferrovieri uniti in potente lega di resistenza; perche quivi più sollecito sarebbe stato il soccorso già preparato ed organizzato degli operai e fuorusciti italiani residenti in Svizzera; ed infine fors'anco perchè, in caso di insuccesso, con minore difficoltà i capi ed i maggiorenti avrebbero potuto fuggire e riparare nella vicina, e per loro ospitalissima, Svizzera, lasciando che i gregari da essi illusi, ipnotizzati e spinti al macello, scontassero il fio delle loro colpe nelle prigioni e con la rovina delle famiglie.

Vero è che nella ricca ex capitale lombarda mancava il disagio economico assunto altrove a pretesto per tumultuare ed insorgere; ma era però ovvio che altro potesse trovarsi, ed infatti fu doppiamente trovato nella disgraziata morte di un giovane figlio di notissimo deputato e nel richiamo delle classi sotto le armi.

Ed appunto per questi pretesti nella mattina del 6 maggio incominciarono dimostrazioni e disordini che divennero poi tumulti e vere rivolte con devastazioni e saccheggi nei successivi giorni 7, 8 e 9, nei quali le turbe inferocite, dalle strade, dalle barricate, dalle finestre e dai tetti, trassero contro la truppa e gli agenti della forza pubblica colpi di fuoco, sassi, tegole e fumaiuoli.

Finalmente, dopo quattro giorni di fiera lotta, la insurrezione fu vinta dalla energia delle Autorità superiori militari e dalla abnegazione e dal coraggio dell'esercito.

A questi tumulti presero parte attivaCallegari Sante,CastelnuovoUmberto,Cerchiai Alessandro,Gabrielli AlfieroeGruppiolaFrancesco; nel 6 maggio si trovarono al Ponte Seveso ed in via NapoTorrioni, e nel giorno 7 sul corso di Porta Venezia.

Costoro sono anarchici e lo confessano; e tali sono pur anco gli altri imputatiBaldini Domenico,Fraschini GiuseppeedInvernizzi Pietro. Tutti facevano attivissima propaganda delle idee del partito; sono tristi apostoli del disordine e dell'odio sociale ed hanno pessimi precedenti politici.

Taluni anche riportarono condanne, cioè il Baldini nel 1893 per eccitamento all'odio di classe e nel 1894 assegnato al domicilio coatto; il Fraschini ammonito nel 1889, condannato nel 1891 per eccitamento all'odio di classe e assegnato nel 1894 al domicilio coatto; il Gruppiola condannato nel 1897 per apologia di reato; l'Invernizzi condannato due volte per oltraggio e violenze alla forza pubblica ed altre due volte per reati di stampa.

Inoltre il Callegari, coll'istigazione del Cerchiai, nel marzo scorso, alla commemorazione delle Cinque Giornate, portò la bandiera anarchica con la scritta «viva la rivoluzione.»

Il detenuto Gustavo Chiesi si distingue fra i repubblicani intransigenti; è direttore dell'Italia del Popolo, sul quale giornale ogni articolo tende a scalzare il principio di autorità ed a suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le istituzioni. Ispirò e scrisse nel numero del 6 al 7 maggio l'articolo «Ne erano assetati» ove, narrando i fatti avvenuti nel 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi, tutte dirette a maggiormente eccitare in quei tristi momenti gli animi della popolazione, si legge:In tutta la giornata i tutori dell'ordine non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, s'intende.

Fu visto nella mattina del 7 maggio con l'amico deputato De Andreis in carrozza a Porta Garibaldi fermarsi ripetutamente a discorrere con persone del popolo; più tardi si installò negli uffici del giornale da lui diretto, ricevendo dallo stesso De Andreis, che più volte si era recato alle barricate del corso porta Venezia, notizie ed episodi. In quell'ufficio furono più tardi ambedue arrestati insieme all'avvocato Bortolo Federici, al prof. Stefano Lallici, al pubblicista Ulisse Cermenati ed all'Arnaldo Seneci, che colà si trovavano riuniti in comitato quando cominciava a fervere la lotta, con la intenzione manifesta di dirigerla e dare le istruzioni occorrenti per proseguirla. Ciò risulta, oltre che dal sopraricordato articolo «Ne erano assetati» da due cartelle manoscritte preparate per una nuova edizione del giornale, nelle quali sta scritto che il deputato De Andreis, presso le barricate sul corso di porta Venezia, aveva protestato contro la violenza dell'Autorità, e si riferiscono avvenimenti esagerati svoltisi sul Corso medesimo, fra questi un episodio orribile quanto bugiardo sull'uccisione di un bambino per opera di un vicebrigadiere. Tale intenzione viene pure confermata dalla risposta data dal De Andreis presso le barricate suddette al tenente Patella, che lo scongiurava di interporsi per ottenere la calma: «Tenente, ormai è tardi, c'è sangue.» A quella riunione di repubblicani, invitato, doveva intervenire il deputato Filippo Turati con altri socialisti.

Inoltre il Federici, avvocato di molto ingegno, fervente ed efficace conferenziere, è membro attivissimo della direzione centrale del partito repubblicano italiano e collaboratore dell'Italia del Popolo. Durante le dimostrazioni tumultuarie del marzo 1896 istigò le turbe a perseverare nei tumulti sperandoche il soffio di rivolta manifestatosi a Milano dilagasse preludendo all'avventodella repubblica; nello stesso anno 1896 firmò unmemorandumdel partito repubblicano al paese eccitando alla rivolta; e nel 20 marzo u. s. al monumento delle Cinque Giornate pronunciò un discorso riassunto dall'Italia del Popolodel 21 al 22 marzo, ove spingeva all'azione e annunciava chestavano per suonare le diane dell'ora novellae chel'ora fatale precipitava. Cercò di mettere in buono accordo socialisti e repubblicani.

Il prof. Lallici, fondatore e presidente delCircolo repubblicano irredentista adriatico orientale, fondò pure un giornale umoristico repubblicano,Il Figaro, che ebbe poca vita a causa di replicati sequestri. Nell'occasione della commemorazione delle Cinque Giornate fatta il 20 marzo u. s. si oppose acchè fossero portate le bandiere con lo scudo di Savoia, e pretese che non fosse suonata la marcia reale. Nelle dimostrazioni di piazza fu sempre immischiato; accentuò l'agitazione per il rincaro del pane; e l'opera sua contribuì ad acuire i sentimenti di ribellione negli adepti del partito repubblicano in cui milita.

Il Cermenati, pure repubblicano, fu collaboratore col Chiesi e colRomussi nei giornali da essi diretti.

Il Seneci, amministratore dell'Italia del Popolo, fece propaganda di idee repubblicane e scrisse articoli adatti all'indole del giornale da lui amministrato.

L'altro imputato, Romussi avv. Carlo, è noto per le sue opinioni repubblicane e per la sua intimità coi capi più influenti di quel partito e con Amilcare Cipriani, col quale conferì in Milano circa la metà dell'aprile scorso; ispirò e dettò nel giornale ilSecolo, di cui è direttore, continui e innumerevoli articoli di una deleteria propaganda contro le autorità e le istituzioni e propugnò sempre una politica di azione. Basta citare l'ultimo numero dall'8 al 9 maggio, ove si trovano gli articoli:A che giovano le perifrasi, ed ilRichiamo alle armi della classe 1873. Ed anche nei suoi discorsi e nelle sue conferenze predicò sempre con esagerate e false affermazioni contro l'esercito e tutto ciò che è principio di autorità, non risparmiando neppure la sacra memoria del re Vittorio Emanuele.

L'ex deputato Zavattari Pietro, pure arrestato, e ascritto al partito repubblicano-rivoluzionario, prese parte attiva ai tumulti del 1896; tentò il connubio dei partiti repubblicano e socialista; coprì varie cariche nei circoli repubblicani, e il suo nome si lesse in tutti gli statuti, programmi e manifesti del partito stesso; nell'ultima agitazione per il rincaro del pane si dette a sobillare i rivoltosi, ad eccitare i perplessi, e specialmente i facchini di dogana, dei quali è console.

L'imputato Costantino Lazzari è audace socialista fra i più pericolosi e temibili. Fu uno dei primi apostoli del partito e cooperò alla costituzione di tutti i circoli e delle associazioni. Dotato di discreto ingegno, lo ha tutto rivolto all'agitazione settaria; è il vero socialista di mestiere che campa la vita sui contributi che pagano gli illusi gregari e sui magri lucri dei giornali del partito, ove iscrive con stile sempre velenoso e ribelle, onde riportò diverse condanne. Fece attiva propaganda rivoluzionaria specialmente nelle Marche e Romagna, ed il recente malumore delle popolazioni pel rincaro del prezzo del pane fu da lui sfruttato a danno dell'ordine pubblico in Ferrara, Ravenna e Camerino.

Pure pericoloso propagandista è l'arrestato Gatti Oreste, il quale cercò sempre distinguersi promuovendo riunioni e prendendo parte a tutte le manifestazioni pubbliche, nelle quali raccomandava la disobbedienza e la resistenza alle autorità.

Fanatico socialista è l'altro Achille Ghiglione, che a Niguarda, ove è domiciliato, sobillò con fervore quei terrazzani incitandoli alla resistenza e al disprezzo per le autorità e per i padroni. Ha istituito altresì in quelle campagne circoli e cooperative con base di resistenza.

L'imputato Paolo Valera è uno dei dirigenti del partito socialista anarchico, ed esercita molta influenza a causa della sua coltura e delle sue aderenze con tutti i caporioni dei partiti estremi. I suoi scritti sono sempre violenti ed informati ai più stretti principii della lotta di classe. Fu più volte condannato, e nel 1884, per sottrarsi ad una condanna, riparò a Londra, donde tornò nel 1894, dopo il termine della prescrizione. Successivamente militò nel campo di azione e negli ultimi di aprile decorso, discutendosi dai socialisti sulle manifestazioni del Primo Maggio, esso, appoggiato da un forte gruppo, propugnò il progetto di resistere alle autorità e di fare ad ogni costo un pubblico corteo. Facile quindi è a dedursi quale debba essere stato il di lui contegno negli ultimi tumulti.

Mestierante in politica risultò l'Angelo Oppizio, prima anarchico, poi repubblicano, ora socialista. Di fenomenale attività nella propaganda, ha atteso validamente alla costituzione di circoli, ad organizzare e congressi e riunioni e pubblicare opuscoli, giornali, ecc. Si ingerì negli scioperi, consigliando la resistenza. In occasione dell'agitazione per il rincaro del pane tenne concioni spiccanti per violenza ed eccitamento alla rivolta. Nel 6 maggio, appena scoppiati i tumulti in via Napo Torriani, fece testamento in vista dei pericoli ai quali si esponeva; ed infatti risulta che prese parte ai tumulti in via Galileo unitamente al Turati, e fu arrestato nel 9 maggio a Porta Monforte durante la mischia.

L'ingegnere Valsecchi Antonio, altro degli imputati, figura fra i capi più influenti del partito socialista milanese; a Borghetto, suo paese di nascita, per la insistente e larga propaganda delle malsane teorie, fu denunciato per eccitamento all'odio di classe. Dopo il 1894 fu segretario della Federazione Socialista Milanese; e riportò tre mesi di condanna di confino come dirigente di diversi circoli. Si mantenne in relazione coi correligionari di fuori, scrisse sui giornali socialisti violenti articoli, sempre consigliando pubblicamente la resistenza, ed eccitando alla ribellione, preparando così il terreno alla violenta ultima rivolta.

Di ugual tempra è Ennio Del Vecchio, pure socialista attivo nella propaganda ed eccitatore all'odio di classe; fu esso pure condannato due volte alla pena della multa.

La russa dottoressa Anna Kuliscioff, venuta a Milano nel 1885 dopo aver peregrinato per le varie capitali d'Europa e città d'Italia, ebbe prima intima relazione col socialista deputato Andrea Costa, poi col deputato Filippo Turati, seguendo l'azione di essi. È fervente socialista e propagandista efficace quanto tenace; cooperò alla costituzione di circoli, pubblicazioni di giornali, di programmi e di statuti, figurando indefessamente nei congressi, nelle riunioni, nelle pubbliche passeggiate. Nel 1894, come dirigente del partito socialista dei lavoratori italiani, fu condannata al confino. Dopo la elezione di Filippo Turati a deputato, raddoppiò di attività per la propaganda delle teorie socialiste; ed all'intento di mantenere ad esso salda la base elettorale del suo collegio, tenne parecchie conferenze pubbliche al Circolo Cappellini, cercando di organizzare in lega di resistenza, inscrivendoli nel partito, gli operai dello stabilimento Pirelli, i quali, perchè ben trattati, avevano fino a questi ultimi tempi resistito; e come essa riuscisse nelle sue mire lo prova il fatto che già 1200 operai si erano ascritti alla lega, ed imbevuti di massime sovversive, di sentimento d'odio, si segnalarono nel primo giorno della sommossa a Ponte Seveso e via Napo Torriani, e specialmente le donne, sulle quali la Kuliscioff esercitava molto ascendente, dimostrarono maggiore ferocia.

Un altro imputato è don Davide Albertario, direttore dell'Osservatore Cattolico, organo di quel partito clericale intransigente che avversa le istituzioni e l'unità della patria; di carattere battagliero e violento, sostenne lotte vivissime con quella parte del clero che si ispirava a principii temperatamente liberali. La sua condotta poco morale, non rispondente alla dignità del sacerdozio, gli valse un processo penale per delitto contro il buon costume ed una procedura disciplinare per parte della Autorità Ecclesiastica. Tenne conferenze consigliando e dirigendo nel senso della più aperta intransigenza l'organizzazione clericale. Nella lunga sua carriera giornalistica i suoi sforzi furono diretti a far cadere in disprezzo le istituzioni e l'Esercito, prendendo di mira la stessa Dinastia, onde ebbe molti sequestri per offese alla Sacra Persona del Re ed alla Real Famiglia. Divenendo sempre più violento negli ultimi tempi dimostrò tendenza a favorire il cambiamento della forma di Governo, e da altra parte si faceva banditore di idee democratiche e socialiste, come apparisce dall'opuscolo stampato nella tipografia dell'Osservatore Cattolicocol titolo «Dal Socialismo alla Democrazia Cristiana», gareggiando così col partito repubblicano e socialista nel combattere la Monarchia e nel suscitare l'odio di classe. Tale malefica propaganda, esercitata continuamente con somma energia e fine arte di polemista, agiva pur troppo sulla parte meno colta dei credenti e del clero, e contribuì potentemente a formare l'ambiente ostile ed a maturare lo spirito della rivolta ora repressa. Nel corrente anno ebbe l'Albertario più occasioni per accentuare l'azione del suo giornale contro le istituzioni, nel marzo la commemorazione del cinquantenario dello Statuto e quella delle Cinque Giornate, poi i moti che scoppiarono in diverse località per il rincaro del pane. Questi moti furono nell'Osservatore Cattolicomalignamente narrati, esagerati, commentati; ed a qualche altro giornale che rivelava questa condotta intesa a creare imbarazzi alle istituzioni, rispondeva nel numero dal 6 al 7 maggio: «Ah canaglie, voi date piombo ai miseri che avete affamati, e poi vi lanciate contro i clericali.» Questo fu l'ultimo numero, perchè lo stesso giorno scoppiò la rivolta ed il giornale sospese le sue pubblicazioni. In tal modo è manifesto che l'Albertario divide cogli altri imputati la responsabilità della sommossa.

L'ingegnere Giuseppe De Franceschi fu arrestato e denunciato perchè militò nel campo socialista; vi ebbe per l'addietro una parte attiva; e più specialmente perchè si ritenne che avesse dato ricetto a rivoltosi che tirarono sulla truppa a Porte Monforte nel 9 maggio. Ma dalle assunte verifiche risulta che il De Franceschi dopo il 1894, da che è proprietario dello stabilimento industriale all'Acquabella, si è ritirato dal partito socialista e si è astenuto da ogni manifestazione e propaganda. È risultato altresì che soltanto per errore fu ritenuto che avesse dato ricovero a rivoltosi nel suo stabilimento, giacchè è accertato che costoro si erano invece posti in salvo da una piccola via, che rasentando il fabbricato porta ai campi, e che sul momento non era stata osservata. Manca quindi a di lui carico ogni responsabilità penale.

Il Girardi Emilio, arrestato insieme al Romussi, è redattore delSecolo, e sebbene militi nel campo repubblicana, non risulta peraltro che abbia tenuto pubbliche conferenze ed abbia in qualsiasi modo fatto propaganda delle teorie che professa, e non sarebbe coinvolto in alcun delitto.

Considerato che dietro le risultanze sopra indicate gli imputaliCallegari,Castelnuovo,Cerchiai,GabriellieGruppiola, sarebbero incorsi nei delitti previsti dagli articoli 190, 248 e 252 del Codice penale—gli imputatiBaldini,FraschinieInvernizzinel delitto previsto dall'articolo 248—gli imputatiChiesi,Federici,Lattici,Cermenati,SenecieRomussinei delitti previsti dagli articoli 64, 77, 118, 120, 134, 246, 248 e 252 del Codice penale ed articoli 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894 N. 315—l'imputatoOppizionei delitti previsti dagli articoli 190 e 247 del Codice penale—gli imputatiZavattari,Lazzari,Gatti,Ghiglione,Valera,Valsecchi,Del VecchioeKuliscioffnei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135 e 246 del Codice penale—e l'imputatoDon Albertarionei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135, 246 e 247 suddetto e dagli articoli 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894, N. 315.

Considerato che in forza dei Bandi pubblicati dal R. Commissario Straordinario in virtù dei pieni poteri accordatigli con R. Decreto 7 maggio 1898 spetta a questo Tribunale Militare di Guerra la competenza a giudicare gli individui suddetti pei delitti a ciascuno di essi imputati;

dichiara non farsi luogo a procedere contro l'ingegnereGiuseppe De Franceschie contro il professoreEmilio Girardipei delitti ad essi rimproverati ed ordina la loro scarcerazione quando non debbano rimanere detenuti per altre cause.

Pronuncia l'accusa contro:

Callegari Sante, Castelnuovo Umberto, Cerchiai Alessandro, Gabrielli Alfiero e Gruppiola Francesco Giuseppe; pei delitti previsti dagli articoli 190, 248 e 252 del Codice penale per essersi associati in più di cinque persone onde commettere delitti contro l'ordine pubblico, le persone e le proprietà e per aver usato violenze contro gli agenti della forza armata commettendo altresì fatti diretti alla guerra civile.

Contro:

Baldini Domenico, Fraschini Giuseppe e Invernizzi Pietro; per il delitto previsto dall'articolo 248 per essersi associati in più di cinque persone onde commettere delitti contro l'ordine pubblico, le persone e le proprietà.

Contro:

Chiesi Gustavo, Federici Bortolo, Lallici Stefano, Cermenati Ulisse, Seneci Arnaldo e Romussi Carlo; pei delitti previsti dagli articoli 64, 77, 118, 120, 134, 246, 248, 252 Codice penale degli articoli 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894, N. 315, perchè allo scopo finale tra loro concertato e stabilito di mutare violentemente la costituzione dello Stato e la forma di Governo e far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato, si associarono fra loro ed altri, e coll'istituire e dirigere circoli, comitati, riunioni o leghe di resistenza con discorsi e conferenze pubbliche o private e con scritti pubblicati per mezzo della stampa, furono causa diretta ed immediata della insurrezione, e cooperarono così efficacemente con tali mezzi di istigazione alla guerra civile, ai saccheggi ed alle devastazioni che ebbero luogo in Milano nei giorni 6-7-8-9 maggio ultimo decorso.

Contro:

Oppizio Angelo, pei delitti previsti dagli articoli 190 e 247 del Codice penale, per aver usato violenza contro gli agenti della forza armata, ed incitato pubblicamente alla disobbedienza della legge ed all'odio fra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità.

Contro:

Zavattari Pietro Giuseppe, Lazzari Costantino, Gatti Oreste, Ghiglione Achille, Valera Paolo, Valsecchi Antonio, Del Vecchio Enrico e Kuliscioff Anna; pei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135 e 246 del Codice penale, per avere pubblicamente eccitato a commettere fatti diretti a mutare violentemente la costituzione dello Stato, la forma del Governo ed a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato.

Contro:

Albertario don Davide, pei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135, 246 e 247 del Cod. penale e 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894, N. 315, per avere specialmente per mezzo di iscritti pubblicati nell'Osservatore Cattolicoincitato all'odio fra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità, ed a commettere fatti diretti a mutare violentemente la costituzione dello Stato, la forma del Governo, ed a far sorgere in armi gli abitanti del Regno, contro i Poteri dello Stato.

Ordina quindi l'invio dei suddetti 24 accusati avanti il Tribunale Militare di Guerra sedente in Milano competente a giudicarli pei delitti loro rimproverati rispettivamente.

Il Sostituto Avvocato Generale Militare in missioneE. BACCI.

__Il secondo Atto d'accusa.__

Il Pubblico Ministero nella causa contro:

De Andreis Luigi, fu Giuseppe, d'anni 47, nato e domiciliato in Milano, ingegnere; Turati Filippo, fu Pietro, d'anni 39, nato a Canzo, domiciliato a Milano, avvocato; Morgari Oddino, fu Paolo, d'anni 33, nato a Torino, domiciliato a Roma, pubblicista;

Tutti e tre deputati al Parlamento Nazionale—detenuti ed imputati dei delitti previsti dagli articoli 134, 246, 247, 248, e 252 del Codice Penale;

Ritenuto che dalla istruita procedura risulta che fino dalla prima gioventù i tre imputati De Andreis, Turati e Morgari si dedicarono quasi interamente alla politica, e con la loro attività, energia ed intelligenza riuscirono ad acquistare grandissima influenza nei diversi partiti radicali nei quali militavano;

Infatti il De Andreis, repubblicano intransigente, rivoluzionario fino dal 1892, figurò sempre fra i capi e promotori di tutti i comitati e circoli repubblicani di Milano, ne fu delegato ai congressi, ed era uno dei cinque membri del Comitato centrale repubblicano italiano trasferito da Forlì a Milano, e talvolta ne tenne la presidenza; fondò poi in ogni porta della città di Milano un circolo repubblicano rionale. Oratore violento e demagagico nelle conferenze, nei comizi, nelle commemorazioni e dimostrazioni, spingeva le masse alla resistenza contro le autorità ed all'azione, che nel 31 gennaio ultimo in una commemorazione a Russi annunziavapiù vicina di quanto potesse immaginare; ed in altro discorso per le feste del 50.º anniversario dello Statuto al monumento di Garibaldi in Milano, disse fra le altre cose: «il popolo per ottenere le sue rivendicazioni ha due armi: il voto e lacarabina».

Il Turati, fervente socialista, propugnò con attivissima propaganda le dottrine più avanzate del socialismo in Milano e nelle campagne, istituendo, anche nei più piccoli paesi, comitati e circoli; attrasse nell'orbita del partito la Lega ferroviaria, la Camera del lavoro con trenta società operaie e di mutuo soccorso confederate, ed altri sodalizi, falsandone la primitiva istituzione. Esso è l'autore dell'Inno dei lavoratoridivenuto il grido di guerra del partito; è direttore dellaCritica Sociale; nella quale rivista, detta scientifica, si trova per esempio una nota del seguente tenore:come diavolo mai l'anno scorso venne in mente al Costa di appoggiare la proposta d'Imbriani per chiamare l'esercito non Regio, ma Nazionale? ma l'esercito è bene che si chiami regio come il lotto, come gli impiegati, come la questura, come tutto ciò che vi è di sudicio in Italia. Il Costa doveva invece proporre che fosse intitolato regio anche il debito pubblico.(N. 9 del 1.º maggio 1898). È altresì da notarsi che in un articolo intitolato «Il Domani» contenuto nel N. 6 del 16 marzo 1896, parlandosi dei gravi moti avvenuti in diverse città d'Italia dopo la battaglia di Adua, si preconizzò fin d'allora cheMilano, la città cui son volti tutti gli sguardi, sarebbe stata l'arena della rivoluzione futura; e si previde che a Milano da 40 a 60 mila persone d'ogni età, d'ogni sesso si riversino senza intesa nelle vie, si addensino al centro, unite da un solo grido, da un solo entusiasmo, cui non manca se non chi sappia imprimergli direzione rapida e precida per vedere instaurato nel Comune un governo provvisorio locale repubblicano.

Allo stesso Turati si devono l'organizzazione del partito e l'indirizzo datogli di odio di classe: illimitata è la influenza che esercitava specialmente sulle classi operaie, ed è indubbiamente a ritenersi l'anima e la mente del partito socialista rivoluzionario in Milano, del quale era il capo riconosciuto ed il rappresentante ufficiale nelle occasioni più solenni.

Il Morgari può dirsi fosse nella città e provincia di Torino quasi quello che il Turati era in Milano. Abile, instancabile conferenziere e propagandista, partecipò a tutte le manifestazioni della vita collettivisti del partito: organizzò riunioni, pubblicò programmi, circolari ed opuscoli e specialmente uno intitolato:L'Arte della nostra propagandache è un completo manuale da servire pei propagandisti, fondatori di circoli e gruppi socialisti.

Alla sua ferrea volontà si deve l'incremento dei socialismo rivoluzionario in Piemonte.

Che con tali mezzi di organizzazione e di propaganda i tre imputati, insieme e di concerto con altri capi rivoluzionari che si adoprarono nello stesso senso nelle altre provincie, riuscirono nei primi mesi dell'anno corrente a creare e mantenere in Italia, e specialmente in Milano, nei loro affigliati e nelle masse operaie, uno stato di continuo eccitamento e di tensione e lo spirito di rivolta, la quale quindi per opera loro era pronta a scoppiare ad un sol cenno, all'occasione propizia, ed anche per un accidente imprevisto.

Che sebbene repubblicani e socialisti siano discordi nelle teorie e nei principii, pure sono pienamente d'accordo nel voler cambiare la costituzione dello Stato e la forma del Governo, ed è questo lo scopo comune cui miravano i tre imputati e i loro associati con la propaganda e l'organizzazione dei partiti. Infatti lo stesso Morgari ebbe a dichiarare nelle sue commemorazioni e conferenze:Essi, i socialisti, essere i veri repubblicani, giacchè vogliono la repubblica non come fine, ma come mezzo, che apre la via al fine di togliere, insieme al re, gli altri piccoli re di officina, di latifondi e di banche.

Che oltre a ciò in Milano risiedè fino dopo la sommossa il noto Pietro Gori, maestro e riorganizzatore degli anarchici, e sull'appoggio e concorso di costoro, sempre pronti al disordine, alla devastazione ed al saccheggio, potevasi sicuramente contare, tanto più che col Gori, e coll'Amilcare Cipriani (qui di passaggio nell'aprile ultimo decorso), e con gli altri anarchici, vivevano i socialisti in buon accordo, giacchè di costoro il Morgari dice:non sono cattiva gente e lavorano essi pure per il bene della società; ma credono che l'uomo debba essere libero come l'uccello nell'aria, senza alcuna legge, nè autorità nè comando, e questo per molto tempo non sarà possibile.

Che inoltre i socialisti avevano sparse le loro malsane, ma abbaglianti teorie fra i ferrovieri e si erano concertati coi capi della Lega dei ferrovieri medesimi, onde mediante uno sciopero generale in occasione di una sommossa fosse ritardato od impedito il trasporto della truppa ed il richiamo delle classi in congedo.

Che infine anche oltre i confini dello Stato i capi dei partiti sovversivi tutti uniti e concordi avevano spinte le loro mene; ed infatti i loro associati predicavano il socialismo e l'anarchia agli operai italiani residenti in Svizzera, e con una attiva propaganda erano riusciti a tenerli pronti a scendere in Italia al momento opportuno per recare aiuto ai compagni rivoltosi.

Che intanto sulla fine dello scorso aprile a causa del disagio economico delle popolazioni, del quale i capi dei partiti non mancarono di approfittare, cominciarono moti e tumulti in alcuni paesi e città dell'Italia meridionale, e a traverso le Marche, le Romagne e la Toscana, proseguirono a Parma, Piacenza, Pavia e raggiunsero Milano, ove, per le circostanze e le condizioni già esposte, dovevano pur troppo avere il loro pieno sviluppo, e cangiarsi in aperta insurrezione.

Che infatti nelle ore pomeridiane del 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani gli operai dello Stabilimento Pirelli si dettero a tumultuare sotto vari pretesti e specialmente per l'arresto di un individuo che spargeva un manifesto socialista diretto:ai Cittadini lavoratori; e tali tumulti si cambiarono in rivolta e guerra civile con devastazioni e saccheggio nei successivi giorni 7, 8 e 9, nei quali le turbe—numerosissime di persone di ogni età e di ogni sesso—si riversarono nelle vie, innalzarono alle porte dei diversi rioni della città molte barricate, trassero dalle barricate medesime, dalle strade, dalle finestre e dai tetti contro la truppa e gli agenti della forza pubblica colpi di fuoco, sassi e tegole, con l'intento di addensarsi poi al centro unite da un solo grido, da un solo entusiasmo ed instaurare nel Comune un governo provvisorio locale repubblicano, come appunto aveva preconizzato il Turati nellaCritica Socialefino dal 16 marzo 1896, e sarebbero riusciti nei loro disegni senza l'energia delle Autorità superiori militari, l'annegazione, il coraggio e la disciplina dell'Esercito.

Che le località, nelle quali nella sera del 6 maggio ebbero principio i disordini, fanno parte del Collegio di cui l'onorevole Turati è deputato, dove esso gode della massima influenza sopra i numerosi operai di quegli stabilimenti industriali; e dove nei giorni precedenti avevano tenute conferenze alcuni suoi intimi amici e compagni di fede, quali la Kuliscioff e il Dell'Avalle.

Che il manifesto:Cittadini lavoratori, sparso in quel primo giorno e causa dei primi disordini, e firmato:I Socialisti milanesi, ed in esso si parladi rivolta della fame e della disperazione, alla quale il Governo del Re risponde coll'eccidio scellerato dei supplicanti pane e lavoro, si parla delmilitarismo piovra della nazione a servizio di alleanze e d'interessi dinastici, di privilegi odiosi, ecc.—Si diceche il Governo del Re hapreparato quelle rivolte e le ha volute; sono opera sua. La responsabilità del sangue che essa versa in questi giorni ripiomba tutta sul suo capo, e dopo altri periodi dello stesso genera termina:Giorni gravi si appressano; è tempo che il popolo Italiano rifletta, ricordi ed alfine provveda a sè stesso. Il paese, salvi il paese!Or bene, si hanno gravi ragioni per ritenere che di quel manifesto sparso fra le masse in momento di sì grave commozione pubblica sia autore ilTurati, il quale poi in ogni caso deve averlo ispirato e necessariamente conosciuto.

Che durante quei primi disordini il Turati, insieme all'altro capo e ben noto socialistaDino Rondani, ora latitante, si recò sul posto, si impose alle Autorità esigendo la liberazione dell'arrestato, ed arringò le turbe raccomandando apparentemente la calma e promettendo di unirsi e battersi insieme ad esse in un giorno più propizio.

Che nella mattina successiva lo stessoTuraticolRondanisi trovò a Porta Venezia quando si innalzavano le barricate, ed infieriva maggiormente la lotta, e ad un bravo cittadino che a lui rivolgeva preghiera d'interporsi e far cessare un inutile eccidio, rispondeva cinicamente:I cadaveri servono a qualche cosa: sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del popolo.

Che poco appresso esso ed il Rondani, sempre insieme, si diressero alla Stazione centrale ferroviaria, ed ivi introdottisi si trattennero a colloquio presso il deposito delle locomotive col noto socialista, pur latitante, Giuseppe Mantovani, conduttore ferroviario a riposo, segretario del Comitato esecutivo della Lega ferrovieri, il quale subito dopo lavorò a tutto uomo per determinare lo sciopero generale dei ferrovieri. Infatti nel giorno appresso furono diramate fra i ferrovieri medesimi due circolari che eccitavano allo sciopero;—nel dì 9 diversi macchinisti e fuochisti si rifiutarono a prestar servizio, e firmarono una dichiarazione diretta ad indurre i compagni allo stesso rifiuto; e soltanto per l'energia delle Autorità superiori e per il pronto accorrere della truppa, fu evitato lo sciopero, le cui conseguenze sarebbero state gravissime.

Che in una perquisizione eseguita nel 7 maggio negli uffici del giornaleL'Italia del Popolofu trovato e sequestrato un biglietto da visita, in cui s'invitava il Turati e compagni socialisti ad una riunione coi repubblicani per quel giorno, e sebbene la riunione non avesse più luogo, pure rimane il fatto a dimostrare il buon accordo fra i repubblicani e socialisti.

Che nella stessa sera del 7 maggio i capi dei diversi partiti sovversivi di Milano in numero di circa 20 si riunirono in casa del dott. Ceretti Vittorio, ora latitante, e da una di lui lettera-testamento ivi rinvenuta si arguisce in modo sicuro la deliberazione presa di proseguire nell'insurrezione, che infatti divenne sempre più fiera nei giorni successivi.

Che nel giorno 8 maggio il Rondani, il fido compagno del Turati, si recò in Svizzera; ed a Brissago, Locarno, Bellinzona e Lugano cercò riunire, formare in bande e dirigere al confine i numerosi operai italiani per accorrere a Milano in aiuto degli insorti.

Ed anche successivamente costui insieme agli altri fuorusciti ha colà raddoppiato nella propaganda e nello spirito settario, collaborando nella redazione dei giornaliL'Italia NuovaedIl Socialista, scrivendo od ispirando articoli della maggiore violenza contro lo Stato italiano, le Autorità e L'Esercito.

Che l'imputato Oddino Mogari nel dì 9 maggio da Torino si diresse a Milano, ove, dopo lasciata la ferrovia a Magenta, si introdusse in modo guardingo e misterioso; vi si trattenne il giorno 10, e nel dì 11 giunse a Lugano e col Rodani dette opera ad organizzare le bande che già si dirigevano al confine; ma poi, al sopraggiungere della truppa, egli si allontanò recandosi a Roma, ove fu arrestato nel 14 maggio e fu trovato possessore di L. 1740,05. Egli deve pure rispondere avanti il Tribunale di Biella di eccitamento all'odio di classe, pel quale delitto la Camera dei Deputati autorizzò il provedimento in seduta del 14 marzo ultimo decorso.

Che infine l'imputato De Andreis è uno dei principali ed assidui redattori dell'Italia del Popolo, giornale che ebbe sempre di mira scalzare il principio di autorità e suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le istituzioni, ed i di cui articoli divennero ancor più violenti negli ultimi tempi. Basta infatti leggere tutto il numero dal 7 all'8 maggio e specialmente l'articolo intitolato «Ne erano assetati» ove, narrandosi i fatti avvenuti nel 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi tutte dirette a maggiormente eccitare in quei dolorosi momenti gli animi della popolazione, si legge:In tutta la giornata i tutori dell'Ordine non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, si intende.

Che nel giorno 7 maggio il De Andreis si recò più volte negli uffici di quel giornale; vi portò, per essere pubblicati, episodii svoltisi a Porta Venezia, esagerandoli e falsandoli; ed ivi intervenne chiamato ad una riunione di amici repubblicani.

Che il De Andreis si trovò a Parma, Piacenza e Pavia, nei giorni in cui si verificarono disordini in quelle città. Nella mattina del 7 maggio era alle barricate di Porta Venezia in Milano, quando più fiera ferveva la lotta fra gli insorti e la truppa: vi ritornò nelle ore pomeridiane; e al tenente Petella che lo scongiurava ad interporsi per ottenere la calma, rispose in tono quasi di sfida: «Tenente, ormai è tardi, vi è sangue.» Inoltre, tanto nella mattina quanto nelle prime ore pomeridiane del 7 fu veduto a piedi ed in carrozza in corso Garibaldi parlare con diverse persone estranee a quel quartiere, mentre appunto vi si stavano costruendo le barricate; e finalmente nelle ore pomeridiane dello stesso giorno fu arrestato negli uffici dell'Italia del Popolo.

Considerando che dietro le risultanze sopra indicate gli imputati De Andreis, Turati e Morgari sono incorsi nei delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale.

Considerato che la Camera dei Deputati nella seduta del 9 luglio corrente ha accordata l'autorizzazione a procedere contro di essi.

Considerato che in forza dei Bandi pubblicati dal Regio CommissarioStraordinario di Milano in virtù dei pieni poteri accordatigli colRegio Decreto 7 maggio 1898 spetta a questo Tribunale Militare diGuerra la competenza a giudicarli,

Visto l'articolo 544 del Codice penale per l'Esercito, pronunzia l'accusa contro i deputati De Andreis Luigi, Turati Filippo e Morgari Oddino per i delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale comune,—perchè col mezzo di opuscoli, discorsi e conferenze, col mezzo dell'istituzione di circoli, comitati, riunioni e leghe di resistenza, ed allo scopo concertato e stabilito fra essi ed altri capi ora latitanti di partiti sovversivi di mutare violentemente la costituzione dello Stato e la forma di Governo, riuscirono a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio nella città di Milano nei giorni 6, 7, 8, e 9 maggio ora decorso, cooperando anche immediatamente e direttamente all'azione, e procurando di recarvi assistenza ed aiuto.

Ordina quindi l'invio di essi accusati avanti questo Tribunale di guerra competente a giudicarli.

Milano, addì 17 luglio 1898.

Il Sostituto Avvocato Generale Militare in missioneE. BACCI.

__La sentenza contro i deputati.¹__

¹ Tolgo questa e la successiva sentenza daiTribunalidi Enrico Valdata—il giornale che, nel periodo del Bava Beccaris, fu, compatibilmente col momento, il più indipendente ed audace.

In nome di S. M. Umberto I, per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d'Italia. Il Tribunale Militare Territoriale di Milano, funzionante da Tribunale di Guerra, ha pronunciato la seguente sentenza nella causa, contro De Andreis Luigi, fu Giuseppe, di anni 47, nato e domiciliato in Milano, ingegnere; Turati Filippo, fu Pietro, d'anni 39, nato a Canzo, domiciliato a Milano, avvocato; Morgari Oddino, fu Paolo, di anni 33, nato a Torino, domiciliato a Roma, pubblicista.

Tutti e tre Deputati al Parlamento Nazionale, detenuti ed imputati dei delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale, perchè col mezzo di opuscoli, discorsi e conferenze, col mezzo dell'istituzione di circoli, comitati, riunioni e leghe di resistenza, ed allo scopo concertato e stabilito tra essi ed altri capi ora latitanti di partiti sovversivi di mutare violentemente la costituzione dello Stato e la forma di Governo, riuscirono a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio nella città di Milano nei giorni 6, 7, 8 e 9 maggio ora decorso, cooperando anche immediatamente e direttamente all'azione, e procurando di recarvi assistenza ed aiuto.

Ritenuto in fatto come emerse, al pubblico dibattimento dalla lettura dei documenti, dalle deposizioni dei testimoni e dalle dichiarazioni degli accusati;

Che sui primi dello scorso mese di maggio, in seguito alle agitazioni manifestatesi in varie parti del regno, e sopratutto pei tumulti di Pavia, nei quali ebbe a soccombere lo studente Mussi, i vari partiti politici sovversivi di Milano si trovavano in uno stato di fermento, e bastava una causa qualsiasi per farli scoppiare in aperta rivolta. Qui, ove il rincaro del pane non poteva essere causa sufficiente, la spinta fu data da un manifesto diretto ai lavoratori italiani, nel quale si leggono frasi eccitanti alla ribellione e che stampato nel giorno 5 maggio fu divulgato nel pomeriggio del giorno 6 successivo nelle località di Ponte Seveso e Napo Torriani, ove maggiore è il numero degli operai addetti ai vari stabilimenti industriali colà esistenti.


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