Così la contessa Zanze poteva catechizzar Fortunata senza contraddizione.—Sii rispettosa, servizievole coi parenti Bollati, e procura di farti voler bene dal cugino Leonardo.
La bimba, ufficiosa per sua natura e facilissima ad affezionarsi, non durava fatica a secondare i desiderii materni, ed era lietissima se poteva rendersi utile in qualche maniera allaziaChiaretta, com’ella chiamava la illustrissima contessa. E costei, ch’era un tipo perfetto d’egoista, vedeva di buon occhio questa fanciullina punto chiassona, punto romorosa, dispostissima a far le parti d’una piccola cameriera. Lo stesso conte Zaccaria si degnava talvolta di occuparsi di lei, e allorchè voleva darle un segno della sua speciale benevolenza, se la prendeva sulle ginocchia, le ordinava di chiuder gli occhi e le cacciava su pel naso un pizzico di tabacco, scherzo fino e saporito che l’illustre gentiluomo riteneva ilnon plus ultradello spirito. Fortunata starnutiva replicatamente, ma non si lagnava mai; anzi, quand’aveva finito di starnutare, sorrideva di quel suo sorriso carezzevole ch’era la sua maggiore attrattiva fisica.
E il contino Leonardo preferiva Fortunata a tutti gli altri compagni di gioco, forse perchè Fortunata sopportava con più longanimità i suoi capricci. Sprezzante per indole, egli era piuttosto cortese con lei, e le serbava delle chicche, o le regalava dei trastulli rotti: cavalli a cui s’era spezzata una gamba, bambocci che avevano perduto la testa, trombette che avevano dimesso l’abitudine di suonare. Fortunata andava in estasi. Ci voleva così poco a riempirle l’animo di gratitudine!
La contessa Zanze provava un grande compiacimento a veder la buona intelligenza tra i due cugini, e si cullava in una speranza ambiziosa balenatale alla mente, si può dire, fin dalla nascita della figliuola. Ah se Leonardo s’innamorasse di Fortunata!
Il marito, più positivo, si stringeva nelle spalle borbottando:—Castelli in aria, castelli in aria.
Ma la consorte gli imponeva silenzio con una ragione perentoria:—Siete un gran babbeo.
Quest’era innegabile. Ma Gasparo Rialdi, che non era un babbeo e che, se non fosse stata la disciplina, avrebbe avuto il primissimo posto nella sua classe, Gasparo, nelle poche feste ch’egli passava in famiglia, diceva che sua sorella aveva un gran torto di perder il suo tempo a giocare con quello stupido prepotente di Leonardo Bollati, e che in quanto a lui era ben lieto di non aver quasi mai occasione di mettere il piede nel palazzo di quei somari. Parole chefacevano andar fuori della grazia di Dio la contessa Zanze e mettevano la febbre addosso al conte Luca, altrettanto meravigliato di aver un figliuolo di quello stampo quanto sarebbe maravigliata la chioccia che s’accorgesse d’aver covato un aquilotto.
Nè Gasparo aveva almeno la prudenza di aspettare a fare i suoi sfoghi che non ci fosse presente la sorella. Anzi un giorno egli disse a lei stessa:—Tu hai i gusti di Sant’Antonio.... Anch’egli prediligeva un certo animale.
Fortunata non capì nulla, ma si mise a piangere senza sapere il perchè, e corse dalla mamma chiedendole in mezzo ai singhiozzi:—Mamma, mamma, che gusti aveva Sant’Antonio? Che animale era quello ch’egli prediligeva?
Guai se Gasparo non fosse rientrato presto in collegio. Egli era proprio insopportabile, e laziaChiaretta aveva ragione a definirlo con una parola che per lei esprimeva la quintessenza d’ogni nequizia:È un carbonaro.
Vediamo ora di far più stretta conoscenza col contino Leonardo Bollati, unico rampollo maschio della famiglia, unico erede d’un nome illustre negli annali della Serenissima.
Per cominciareab ovodiremo che il contino Leonardo nacque nel 1823, come può verificarsi, oltre che dai registri parrocchiali, anche da un volumetto di poesie stampato in quel tempo, col titolo:Versi di vari autori in occasione del battesimo di S. E. il conte Leonardo Bollati P. V.(leggi Patrizio veneto).
C’è fra gli altri componimenti un sonetto che principia così:
O tu in cui dritta la virtù disceseOnde Venezia ebbe del mar l’impero,Certo tu pure, o pargoletto altero,Famoso andrai per memorande imprese;Mel dice il nobil tuo sembiante, il fieroLampo degli occhi tuoi mel fa palese.... . . . . . . . . . . . . . .
O tu in cui dritta la virtù disceseOnde Venezia ebbe del mar l’impero,Certo tu pure, o pargoletto altero,Famoso andrai per memorande imprese;
Mel dice il nobil tuo sembiante, il fieroLampo degli occhi tuoi mel fa palese.... . . . . . . . . . . . . . .
E ci pare che basti.
Nonostante le feste con cui egli fu accolto al suo nascere, il contino Leonardo non fu guastato con troppi baci e troppe carezze. Il conte Zaccaria, libertino incorreggibile, s’occupava più delle crestaie e delle ballerine che de’ suoi figliuoli, e la contessa Chiaretta, tra le pratiche di devozione e il teatro, il fare e il ricever visite, il curare i suoi mali veri e l’almanaccar dietro ai suoi mali immaginari, il bever tazze di cioccolata e il mangiar pasticcini, esauriva tutte le forze del corpo e dello spirito, nè le restava più tempo o voglia di dedicarsi alle cure materne. Dimodochè S. E. Leonardo Bollati, progenie di dogi, passò dalle braccia della balia e delle bambinaie a quelle dell’altre persone di servizio, e ne’ primi anni della sua gloriosa esistenza non era ammesso al cospetto de’ genitori che la mattina appena alzato e la sera avanti di coricarsi. In questi momenti solenni egli baciava la mano al nonno, al signor padre e alla signora madre, e dava loro il buon giorno e la buona notte. Nelle grandi occasioni (a Pasqua, a Natale, al Capo d’anno, ecc.) lo si faceva portare a tavola alle frutta. Allora il contino dava prova di ottimo appetito e di rara precocità nel dir parole indecenti, ch’egli apprendeva in cucina e che esilaravano il conte padre ed erano accolte con un sorriso benevolo anche dai commensali, soprattutto dai Rialdi, parenti poveri, mentre la contessa Chiaretta si limitava ad esclamare:—Maria Vergine santissima! Che discorsi!
Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette grazie del linguaggio popolare.
Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava così) era nato in casa e avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma in quelli in cui le Bollati femmine facevano d’ogni erba un fascio. E raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almorò che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far discorrer di sè perch’era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza Chiaretta, una buona donna, ma via, un po’ troppo monachella, troppo dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perchè in fin dei conti, diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non fanno il chiasso e l’amore?
—Eh—continuava il barcaiuolo epicureo—aitempi delle lustrissime Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non s’eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle. Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via imorosi, ma invece un aiutarsi, un difendersi ch’era un piacere a sentirle. Io ero il confidente di tutt’e due, e quando l’una o l’altra diceva di voler la gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:—«Tu tieni il sacco a quella fraschetta.»—«Nobiluomo—io risposi—la parli con rispetto della padrona.» Sicuro; perchè io non ammettevo scherzi su questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon consiglio allelustrissime, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo bada di più. Così facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne, e non è mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una suora di carità. E quando S. E. Alvise morì, che macchina di monumento ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all’anno faceva dire in suffragio del poverodefunto! Se quell’anima lì non ha scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla moglie. E S. E. Marina? L’ho accompagnata io stesso due anni di fila ad Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che pazienza da santa quella donna! Perchè S. E. Vittore (che Dio l’abbia in gloria!) era una pasta di zucchero finchè stava bene, ma se aveva un dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c’eravamo che la padrona ed io che potessimo sopportarlo.—«Eh, Nicola,»—la mi diceva scherzando—«non si va mica in gondola adesso. »—«Ma, lustrissima; torneranno quei tempi.»—E lei, con una scrollatina di testa:—«Intanto s’invecchia, caro Nicola.»—Benedetta quella vecchia!—io avrei voluto soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi certe libertà.... So ch’era da mangiarla S. E. Marina quando parlava così. A quarant’anni ell’era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le duelustrissimeson morte tutt’e due in fresca età e di donne come quelle s’è persa la stampa....
Questi e altri discorsi consimili il vecchio Nicola li teneva soprattutto nelle sere d’inverno, durante la siesta, quando seduto sul focolare sopra un seggiolone impagliato egli protendevale gambe stecchite sulle ceneri calde, e fumava la sua pipa di gesso o centellava un bicchiere di vino generoso. Il resto della servitù stava ad ascoltarlo ad orecchie tese, e le cameriere, ghiotte di pettegolezzi scandalosi, lo tempestavano di domande. Ed egli, sempre vantandosi d’esser stato un modello di discrezione in gioventù, spifferava una quantità di aneddoti circa alle scappate delle padrone, e al brio delle loro conversazioni nel casino ch’esse tenevano in comune a San Giuliano, e ai loro travestimenti in carnevale, al Ridotto, e ai loro trionfi alla venuta dei conti del Nord e del Re di Svezia. Intanto il contino Leonardo, ora sulle ginocchia d’una fantesca, ora sotto la tavola in compagnia del gatto, sbadigliava aspettando che lo mettessero a letto. E, se vogliamo esser giusti, egli si curava pochissimo di queste glorie casalinghe, e preferiva il racconto dei fatti memorabili del brigante Mastrilli, che il signor Oreste, il cuoco, sapeva a memoria, e di cui mostrava al padroncino le illustrazioni a colori sopra una ventola di cartone.
Altra occupazione gradita pel nostro contino, sin dalla più tenera infanzia, era stata quella di dar la caccia ai granchi che salivano su per larivadel Palazzo. A questo nobile esercizio egli dedicava un paio d’ore al giorno sotto la vigilanza dell’uno o dell’altro dei gondolieri di casa, e, quando aveva preso una di quelle innocue bestiuole, egli trovava un gusto infinito a legarla con uno spago per una delle branchie e a tirarla su e giù per l’androne.
Però i gondolieri non insegnavano al contino Leonardo solamente a pigliare i granchi; essi lo addestravano eziandio nell’arte del remo, l’unica ginnastica a cui si dedicassero in quel tempo i nobili veneti. A quattr’anni egli aveva già un remino microscopico che appena sfiorava l’acqua; poi di mano in mano che il ragazzo cresceva gli si faceva fare un remo più grande e il remo smesso si conservava come trofeo di famiglia. Quando il contino Leonardo non possedeva ancora le lettere dell’alfabeto, egli era ormai in grado di vogare a poppa e di diriger bene o male la gondola nel Canalazzo e pei meandri deirii. I barcaiuoli dei traghetti lo conoscevano tutti, e se qualcheduno vedendolo passare gridava poco rispettosamente:—Occhio ai granchi, Eccellenza—i più rendevano giustizia alle sue felici disposizioni e gli pronosticavano uno splendido avvenire.
Con la sorella, alquanto maggiore d’età, Leonardo non aveva mai avuto buon sangue; del resto si può dire ch’egli l’avesse anche conosciuta poco, perch’ella entrò ben presto alle Salesiane e vi stette fino al momento del matrimonio. La piccola Rialdi, che aveva quattr’anni meno di lui, era stata sempre, come sappiamo, la sua compagna favorita di giuoco. E quand’egli non era in cucina con le serve, o in gondola, o presso allarivacoi barcaiuoli, era con Fortunata in uno stanzone del secondo piano detto lo stanzone degli armadi, ove i bimbi potevano fare il chiasso senza disturbare lalustrissimaChiaretta che pativa di emicrania e di sfinimenti.
Così trascorse l’infanzia del contino Leonardo Bollati. Alla fine il suo signor padre si decise a dargli un precettore, e la scelta cadde sopra un sacerdote di nome don Luigi, al quale il conte Zaccaria, nell’affidargli l’educazione del giovinetto, tenne questo notevole ragionamento:
—Grazie al cielo, Leonardo non ha bisogno di guadagnarsi da vivere, non deve far l’avvocato, nè il medico, nè l’ingegnere, nè, Dio guardi, il professore. Sotto la Serenissima era un altro paio di maniche. Il ragazzo avrebbe dovuto entrare prima nel Maggior Consiglio e più tardi forse nei Pregadi, e non ci sarebbe stata nessuna carica, per quanto alta, a cui egli non avesse potuto aspirare. Adesso il più che possa toccargli è di diventare assessore municipale, o amministratore dei Luoghi Pii, o presidente della Fenice, come me, e per questa roba non occorre troppa dottrina. Dunque, don Luigi, siamo intesi. Un poco di religione, di storia sacra e di storia veneta, le quattro operazioni dell’aritmetica, una tintura di latino, e quel tanto d’italiano che basta a scriver discretamente una lettera, e, se occorre, un sonetto per nozze o per monaca. Insomma non sopraccarichiamo il ragazzo di scienza.
Don Luigi s’inchinò in segno d’assenso, e promise al conte Zaccaria di uniformarsi interamente a’ suoi desiderii.
Proprio un asino don Luigi non era; avevaun certo bagaglio di cultura classica e aveva scritto in gioventù un panegirico di San Luigi Gonzaga, lodato dal Padre Cesari. Ma era una mente gretta, piccina, di quelle che non possono spargere intorno a sè altro che la loro piccineria e la loro grettezza. In fatto di letteratura, il suo più forte convincimento era questo: doversi combattere ad oltranza il Manzoni. Per don Luigi, innamorato degliavvegnachèe deiconciossiachè, il Manzoni era un barbaro, e non c’era scribacchino d’istanze ch’egli non preferisse all’autore deiPromessi Sposi. Onde sopra una sola cosa egli domandò al conte Zaccaria che gli fosse lasciata mano libera:—Bisogna ch’ella mi permetta—egli disse—di formare a mio modo lo stile del mio allievo. Sarei veramente umiliato s’egli dovesse scrivere come il signor Manzoni, quel corruttore della lingua italiana.
—Oh in quanto a questo—rispose il conte Zaccaria—faccia come le pare.
Le inquietudini di don Luigi non durarono un pezzo. Non solo il contino Leonardo non accennava a voler scrivere un giorno come il signor Manzoni, ma dopo cinque anni d’insegnamento era ancora dubbio s’egli sarebbe mai riuscito a scrivere in nessuna maniera. Il pronostico fatto dal nonno poco prima di morire pareva aver molta probabilità di avverarsi. L’ultimo rampollo dei Bollati aveva tutta la disposizione di restare un somaro. Invece, dal lato fisico, egli era cresciuto meglio che la gracile infanzia non promettesse, era abbastanza alto per la sua età,snello e ben proporzionato della persona. Fatta eccezione dal naso un po’ grande, i suoi lineamenti erano regolari, e, non guardando pel sottile all’espressione della fisonomia insignificante e sbiadita, lo si poteva anche dire un bel ragazzo.
I Bollati avevano poderi in più parti del Veneto, ma la loro villa signorile era posta sulla Brenta, ed essi andavano a passarvi alcune settimane della primavera e dell’autunno. Vi andavano per tradizione, per non rimanere a Venezia quando non c’era nessuno, ma quel soggiorno campestre non aveva per loro la minima attrattiva, come non può averne per quelli che portano in campagna i gusti e le abitudini della città. Già per la contessa Chiaretta era un affar di stato il solo tragitto da Venezia a Fusina, e prima di avventurarvisi ella consultava una dozzina di volte l’aspetto del cielo e il parere dei gondolieri esperti nelle cose meteorologiche. Quando non c’era neanche una nuvola, quando non spirava un fiato di vento, quando i barcaiuoli erano d’accordo nel pronosticar la durata del bel tempo, quando a Sua Eccellenza non doleva un callo (ciò ch’era per lei un sintomo infallibile di cambiamenti atmosferici), quandonon era nè martedì, nè venerdì, allora s’intraprendeva finalmente il gran viaggio. Partiva prima la gente di servizio coi bagagli (parevano le salmerie d’un esercito), poi venivano i padroni in due gondole, portandosi, fra l’altre cose, un gatto favorito dentro un paniere. A Fusina si trovavano le carrozze pronte e la comitiva si avviava verso la Mira. E anche qui S. E. Chiaretta era in preda a notevoli trepidazioni.—Le bestie son bestie—ella diceva saviamente,—ed è sempre un miracolo quando non ne fanno di grosse.—Cosicchè ella sottoponeva il cocchiere a un interrogatorio in piena regola.—Era proprio sicuro dei cavalli? Non aveva mica dato loro troppa biada? E le ruote della carrozza le aveva esaminate bene? Non si sa mai; si senton tante disgrazie.... Adagio.... Era inutile di correre in quella maniera.
Basta; presto o tardi s’arrivava, e il fattore, il giardiniere e il gastaldo venivano a baciar la mano ai padroni. La contessa Chiaretta, tutta intontita dal viaggio, si ritirava prestissimo nel suo appartamento, e per quel giorno non discendeva nemmeno a desinare, ma si faceva servire un brodo in camera da letto. Nè è a credere che nei giorni successivi ella uscisse frequentemente in giardino o facesse delle gite nelle vicinanze; tutt’altro; gran parte della giornata ella la passava in un gabinetto con le imposte accostate per non lasciar entrare il sole, coi vetri chiusi per non lasciar entrare le mosche e la polvere; e soltanto a ora di colazionee di pranzo si trascinava a gran fatica fino in tinello, dicendo che non aveva fame e che non capiva come ci fosse della gente che poteva trovarsi bene fuori di città. La sera però, quand’erano accesi i lumi, quando capitavano l’arciprete, il cappellano, il medico condotto e qualche villeggiante per il tresette, la fronte di S. E. si spianava un poco, ed ella si abbandonava un poco alla dolce illusione d’essere nel salottino del suo palazzo di Venezia. E poichè le seccava di andare a letto presto, essa costringeva quei poveri diavoli a farle compagnia fino a mezzanotte, e li teneva svegliati a forza di tazze di caffè.
Il conte Zaccaria, in fondo, aveva per la campagna la stessa passione di sua moglie, ma non voleva dirlo, e si dava l’aria d’intendersene di agricoltura, e ne sballava di grosse col fattore e col gastaldo, i quali, pur mostrando di ascoltarlo con deferenza, si prendevano gioco di lui. Il peggio si era che di tratto in tratto egli non si contentava delle chiacchiere accademiche, ma s’impuntava a ordinar sui suoi fondi dell’esperienze incorpore vilie sciupava il tempo e i quattrini.
In quanto al contino Leonardo, egli avrebbe assai volentieri fatto senza della villeggiatura. Egli trovava che i ranocchi, le cicale, le lucertole valevan meno dei granchi e che la carrozza valeva meno della gondola. A far lunghe passeggiate non ci aveva gusto; l’imparar a guidar delle bestie gli pareva ignobile, e l’equitazionegli era venuta in uggia dopo che un cavallo lo aveva gettato a gambe levate sopra un mucchio di ghiaia. Sicchè, tutto sommato, s’annoiava mortalmente; tanto più che, cosa abbastanza singolare, in campagna aveva meno libertà di quella che avesse in Venezia. A Venezia andava in gondola anche solo affatto, e quand’egli riusciva a scender nell’entratura e recarsi presso allariva, era sicuro di non esser molestato più.—Sarà con qualcheduno dei barcaiuoli,—dicevano in famiglia, e nessuno aveva altro da soggiungere, e don Luigi era esonerato dall’obbligo d’invigilare sul suo pupillo. In campagna invece don Luigi doveva seguire il contino dappertutto, e badare ch’egli non andasse sotto una carrozza, o non fosse morsicato dai cani idrofobi, o non isdrucciolasse giù nella Brenta.—Con l’acqua dolce non si scherza—sentenziava S. E. Zaccaria.
Don Luigi, a tener dietro a S. E. Leonardo, non ne poteva più, e alla fine della giornata aveva l’aria d’uno di quei cani che per ore e ore inseguono la selvaggina, e alla sera si accovacciano sul vestibolo ansanti e con la lingua penzoloni. Onde, se gli riusciva di sgattaiolar via con la scusa di qualche indisposizione appena faceva notte, correva a rifugiarsi nella sua camera, e si cacciava sotto le coperte, maledicendo al destino che costringeva lui, un uomo di tanto merito, a sciupar la sua vita con un ragazzo balordo e maleducato. Ma ordinariamente non gli era concessa neppur questa consolazione,perchè S. E. Chiaretta, che aveva sempre bisogno di seccar qualcheduno e trovava assai comodo di seccare di preferenza il prete di casa, lo sforzava spesso a rimanere alzato per fare il quarto a tresette in un tavolino o per leggerle laGazzettafino a che le venisse sonno. Già ell’aveva dichiarato che alle sue indisposizioni non credeva punto, e che a ogni modo non poteva permettere ai suoi dipendenti di darsi il lusso dell’emicrania e del mal di nervi.
Per don Luigi era meglio che ci fossero ospiti in quantità. E infatti ne capitavano ogni autunno, ed erano, qual più qual meno, tipi di parassiti spiantati e famelici.
Uno degli assidui era il nobiluomo Pietro Canziani, dell’ordine dei segretari, poeta sprositato, autore di madrigali galanti in lode della contessa Chiaretta, la quale si ostinava a chiamarsonettitutti i componimenti di vario metro che il suo devoto e maturo adoratore le dedicava. Il signor Barnaba Sughillo, impiegato di contabilità, nel fare il suo giro per le varie villeggiature sulla Brenta, non dimenticava i Bollati, e intratteneva anche loro co’ suoi giuochi di prestigio e con la sua prodigiosa abilità nell’imitare il canto degli uccelli, meriti che gli avevano procurato il benigno compatimento delle famiglie patrizie. Nè mancava, sebbene non invitata, la contessa Ficcanaso, la quale, dichiarando di non poter stare a lungo senza vedere i suoi dilettissimi amici, veniva a stabilirsi in casa loro per un paio di settimane almeno. Ellaveniva con uno scarso bagaglio di biancheria, ma con una ricca collezione di pettegolezzi, che le facevano perdonar dai padroni l’uggia della sua visita. Nascite, morti, matrimoni, scandali aristocratici e borghesi, arrivi e partenze di forestieri, promozioni e traslochi d’impiegati, tutto aveva un posto nella cronaca della contessa Ficcanaso, e Sua Eccellenza Chiaretta, tra uno sbadiglio e l’altro, pendeva dalla sua inesauribile parlantina. Gli scandali l’attraevano in ispecial modo, come accade a molte donne oneste, che sono piene di curiosità patologiche. E di S. E. Chiaretta, fosse virtù vera, o freddezza, o salute cagionevole, o mancanza di occasioni, non si poteva davvero dir nulla.
I Rialdi poi, l’ho già detto, facevano in villa Bollati la permanenza più lunga possibile. Certo che talvolta, pur di rimanere, dovevano ceder la loro stanza e contentarsi dei peggiori bugigattoli della casa. Ma se ne contentavano perchè la contessa Zanze voleva far economia, il conte Luca aveva bisogno d’una boccata d’aria libera dopo le fatiche dell’impiego, e Fortunata non riprendeva un po’ di colore che quand’era in campagna. Il solo Gasparo preferiva di passare in collegio anche le vacanze.
Gli ospiti di minor riguardo erano vittime del lugubre buon umore di S. E. il conte Zaccaria. Così il nobile Canziani, il signor Sughillo, la contessa Ficcanaso, i Rialdi avevano di tratto in tratto la compiacenza d’esser svegliati prima di giorno da un gallo nascosto in un canterale,o di trovar sparsa l’assafetida sulle lenzuola, o di sentirsi nel cuor della notte strappar via le coperte che erano state insidiosamente legate a una cordicella di cui uno dei capi era fuori della stanza. Quando la burla passava la misura—Ah,—borbottava la contessa Zanze al marito,—se foste almeno nell’amministrazione!
Il conte Luca si stringeva nelle spalle. Gli scherzi del cugino Zaccaria non gli turbavano la digestione, a lui non pareva vero di poter mangiar bene tutti i sette giorni della settimana e di dare qualche capatina furtiva in cucina per assaporare prima del tempo i ghiotti manicaretti apprestati dal signor Oreste. Inoltre, poichènon de solo pane vivit homo, il nostro conte Luca aveva, in quel periodo della villeggiatura, delle insigni soddisfazioni d’amor proprio. Al caffè della Mira non c’era nessuno che gli tenesse testa agli scacchi. Perciò, sia ch’egli giocasse, sia ch’egli assistesse alle partite d’altri giocatori, egli trovava, al cospetto della scacchiera, un brio e una loquacità inesauribile, ed esilarava la compagnia con certi sali attici d’ottimo gusto, come:Fiat lux, faccia lui.—Veda lei che ha quegli occhi così bei.—Tacete su quegli olmi, o passeri inquieti.—Pur che il reo non si salvi i giustoPOMI(garbatissima variante al verso del Tasso).—Tu taci Solimano e a nulla pensi.—Fermi là e nessun si muova—e altre spiritosaggini simili.
Di Fortunata non si discorre neanche. Ella si lasciava cucinare in tutte le salse, e i capricci deicugino erano altrettante leggi per lei. Leonardo, il quale non voleva intorno a sè che persone sommesse, stava appunto con Fortunata, con la Rosa nipote del gastaldo, chiamata per vezzeggiativo Rosetta, e con tre o quattro ragazzi di contadini, ch’egli pigliava a scappellotti se si mostravano recalcitranti ai suoi ordini. Ma già la Fortunata e la Rosetta erano le sue favorite. Con loro deludeva spesso la vigilanza del precettore, e s’inzaccherava nei fossi, o si ravvoltolava sui mucchi di fieno, o andava a zonzo pei campi sgranellando i grappoli d’uva lungo le viti. Ora, per un gran tempo, la Fortunata e la Rosetta, ch’erano quasi coetanee, procedettero d’amore e d’accordo, senza ombra di gelosia, chè la Rosetta riconosceva la sua inferiorità di fronte all’altra, la quale, per quanto spiantata, era sempre una damina. Ma in quell’autunno 1838 il contino Leonardo, che sentiva ormai le prime inquietudini dell’adolescenza, si divertì a prendere verso le due ragazze un atteggiamento di sultano fra le odalische, e accordando ora una preferenza a questa, ora a quella, fece sorger tra loro una specie di rivalità. Sicchè esse finirono col non potersi soffrire, e Fortunata, che pur adorava la campagna, vide con piacere la villeggiatura giungere al suo termine. A Venezia, ella pensava, le cose torneranno come erano prima, e quella pettegola della Rosetta non farà più le sue smorfie.
Quest’era vero, ma Fortunata errava grandemente nel credere che, levata di mezzo, almenoper qualche tempo, la Rosetta, il cugino Leonardo non avrebbe avuto altri grilli pel capo. Invece, giunto in città, Leonardo mostrò di aver progredito in pochi mesi in malizia più di quello che in molti anni non avesse progredito nell’ortografia, e Fortunata non gli pareva che una bimba insipida con la quale non c’era sugo a perdere il tempo.
Le tribolazioni di don Luigi in questa fase critica del suo allievo non si possono descrivere. Quand’egli usciva a passeggio col contino, costui guardava le donne in una maniera così sguaiata, così provocante, si lasciava sfuggir di bocca delle esclamazioni così ardite che il povero sacerdote avrebbe desiderato d’esser mille miglia sotterra, tanto se ne vergognava. E borbottava fra i denti:—Anime sante del Purgatorio! Che cosa mi tocca!
Finalmente don Luigi dichiarò che proprio egli non si sentiva in grado d’andar più fuori di casa solo col contino, perchè, lasciando stare il resto, egli non poteva nè tenerlo per le falde del vestito, nè corrergli dietro quando il ragazzo s’impuntava a seguir le serve, o le crestaine, o.... c’intendiamo.... chè già un paio di volte i monelli gli avevan dato la baja, a lui sacerdote per bene, e avevan fatto sul suo conto chi sa che razza di supposizioni offensive.
Il conte Zaccaria accolse con filosofica serenità questi avvertimenti, e disse che riconosceva in suo figlio il sangue dei Bollati. I Bollati erano stati sempre così, e poco più d’un secolo addietroil nobiluomo Giuseppe Antonio era fuggito a quattordici anni con una cameriera. Effetti del sangue.
Nondimeno per vigilar meglio sul suo chiaro rampollo, il conte Zaccaria deliberò di affidarlo meno alle cure del precettore e di condurlo più spesso con sè, al caffè Suttil di giorno, al teatro la Fenice la sera, quando c’era spettacolo o c’erano prove. Poichè il conte Zaccaria ch’era uno dei presidenti, aveva libero accesso anche al palcoscenico. In quel recinto sacro alle Muse il contino Leonardo trovò subito oneste e liete accoglienze, soprattutto dal corpo di ballo. Infatti le pudiche allieve di Tersicore avevano troppa stima del conte Zaccaria da non far buon viso al suo nobile erede, il quale mostrava le migliori disposizioni a seguir gli esempi paterni. Il contino Leonardo, dal canto suo, si pavoneggiava molto di queste sue nuove conoscenze, e quand’era in palco con sua madre nominava a una a una le vaghe giovinette di rango francese o italiano che volteggiavano sulla scena in vestito succinto.
E se la contessa Chiaretta si sgomentava delle inclinazioni libertine del figliuolo e manifestava dei timori al marito, questi tirava in campo la solita scusa del sangue caldo dei Bollati, e soggiungeva:—Ci vogliono le valvole di sicurezza, ci vogliono. Se no la macchina scoppia.
La savia massima paterna non rimase infeconda, e a sedici anni appena il contino Leonardo cominciò ad applicar largamente il sistema delle valvole di sicurezza. La prima di queste valvole si chiamava Candida, e occupava un posto onorifico tra le Greche del ballo spettacoloso,La caduta di Missolungi. Senonchè, finita la stagione della Fenice, la Candida prese il volo per altri lidi e le successe una Olimpia ascritta tra leScozzesidi unaLucia di Lammermoorche si rappresentava al teatro S. Benedetto. L’Olimpia non durò un pezzo neppur lei, e le tenne dietro una Serafina,virtuosadi canto, che, insieme con molte altre cose, aveva perduto la voce. Nè con la Serafina, è inutile il dirlo, si chiuse il ciclo romantico del nostro giovinetto. Giova bensì notare come queste frequenti conquiste asciugassero le tasche del contino Leonardo, il quale non riceveva dal signor padre che un modesto peculio mensile. In questacritica condizione di cose il nostro Leonardo trovò un’assistenza impreveduta nell’ottimo signor Oreste, il cuoco, uomo danaroso e liberalissimo, sovventore magnanimo di piccoli bottegai e merciaiuoli ambulanti con cui egli teneva conto corrente al mite saggio dell’un per cento alla settimana. Trattandosi ora di levar d’impiccio il padroncino, era naturale ch’egli fosse pronto a dare, nonchè i quattrini, anche il sangue. Onde, in quel modo delicato che rende più preziose le offerte, il signor Oreste mise la sua cassa a disposizione del contino Leonardo, ritirandone di volta in volta delle cambialette rinnovabili ogni anno fino al momento in cui il giovane divenisse maggiore. S. E. Zaccaria, che ignorava ogni cosa, potè intanto cullarsi nella dolce illusione che il figliuolo sapesse far baldoria e spenderne pochini, ciò che non sapevano altri giovani del patriziato.
Il sagace lettore non troverà punto strano che il contino Leonardo, entrato ormai in dimestichezza con le Candide, le Olimpie e le Serafine, guardasse con un sorriso di compassione tutte le femmine le quali non appartenevano a quella casta rispettabile. Fortunata divorava in silenzio il suo dolore pel mutato atteggiamento del cugino verso di lei, ma la contessa Zanze non sapeva dominar la sua stizza, e le accadeva sovente di tirar giù a campane doppie contro i Bollati, ch’erano stupidi, ignoranti, vanitosi, villani, egoisti, e lasciavano crescerecome l’erba matta il solo maschio che avessero.—Già—ella diceva—per poco che quello sbarazzino continui la vita che fa, egli crepa sicuramente.... E sarà quello che si merita—ella soggiungeva urlando come un’ossessa e dimenticandosi per un momento l’idea da lei vagheggiata di avere il contino Leonardo per genero.
Gasparo Rialdi trionfava, vedendo di non esser più il solo della famiglia ad avere in uggia il giovane Bollati. E quando gli toccò d’imbarcarsi, perch’egli era ormai cadetto di marina e doveva andar con la squadra in Levante, egli prese da parte la sorella e le disse con maggior dolcezza dell’ordinario:—Credilo, sorelluccia mia, io me ne vado più contento sapendo che tu bazzichi meno con Leonardo.... Quell’intimità non m’era piaciuta mai, e sarai persuasa che non avevo torto. Leonardo è stato da piccolo in su un monellaccio e nient’altro, e adesso che da un anno in qua fa a modo suo, è uno dei più scapestrati che vi siano in paese. Tu non sei una bimba, hai quasi quindici anni, e a quindici anni una giovinetta deve guardar bene a chi accorda la sua confidenza e le sue preferenze.... Capisco che noi non possiamo troncar le nostre relazioni coi Bollati; il babbo e la mamma non lo vorrebbero, e forse avranno ragione, forse è vero che ci conviene usar dei riguardi a quei nostri parenti.... abbiamo, pur troppo, delle obbligazioni con loro.... Ma un giorno, se la fortuna m’aiuta!... Intanto sta inguardia, e soprattutto non curarti di Leonardo... Son meglio i suoi disprezzi che le sue carezze.—Le parole di Gasparo erano per Fortunata tante punture di spillo. Ella non osava contraddirlo, si sentiva piccina piccina di fronte a lui; ma egli era troppo impetuoso, troppo violento, troppo assoluto da potersele insinuare nell’animo, da poter sradicarne le simpatie segrete coltivate con lungo amore. Poichè non è mica vero sempre che i forti trascinino i deboli; la bufera che abbatte la quercia passa talvolta sul gracile stelo senza far altro che piegarne la cima. A veder suo fratello così accanito contro Leonardo, ella, pur riconoscendo i torti di costui, aveva come la coscienza d’un’ingiustizia, di una persecuzione della quale ell’era muta e impassibile testimonio. Le pareva che sarebbe convenuto tener modi diversi, usar la dolcezza, cercar con le ammonizioni e i consigli di ricondurre il traviato sul retto sentiero, e avrebbe dato dieci anni della sua vita per saper far lei quello che non sapevano o non volevano fare gli altri. Così Gasparo, con tutta la sua perspicacia, s’era affrettato troppo a rallegrarsi della scemata intrinsichezza di sua sorella con Leonardo Bollati. Sicuro, le apparenze gli davano ragione, e Fortunata si trovava di rado a quattr’occhi col cugino, ma chi le fosse disceso in fondo al cuore avrebbe visto che i nodi che la stringevano a lui, anzichè rallentarsi, accennavano a diventare più saldi e indissolubili.—Non sei una bimba—le aveva detto Gasparo,ed era vero. E appunto per questo riusciva meno facile a lei stessa di raccapezzarsi in quel tumulto di sentimenti nuovi e di nuovi pensieri che l’agitavano. Ciò ch’ella provava per Leonardo Bollati non era l’affetto uguale, ingenuo e devoto dei primi anni; era a volte un’attrattiva invincibile, a volte una strana ripulsione; ond’ella ora lo cercava ed ora lo sfuggiva, ma sia che lo cercasse o lo sfuggisse, non sapeva staccare il pensiero da lui.
Dei genitori vigili, intelligenti, avrebbero avvertito il pericolo e cercato di ripararvi in tempo, ma il conte Luca era un uomo nullo che aveva abdicato in favore della moglie, e la contessa Zanze, sebbene non fosse una sciocca, non era nata per capir certe cose, e aveva poi uno spirito singolarmente sconclusionato. Dimodochè, dopo aver dipinto Leonardo con le tinte più fosche, dopo avergli pronosticato ogni specie di malanni, ella mutava a un tratto registro e tornava a far castelli in aria e ad almanaccare sulla possibilità che sua figlia entrasse in casa Bollati e ch’ella, Zanze Rialdi, divenisse un giorno la suocera dell’erede di un gran nome e di un gran patrimonio. Inoltre, anche nei momenti in cui ell’era meno disposta alle illusioni, ell’avrebbe riso in faccia a chi fosse venuto a dirle che il solo mezzo efficace di salvar Fortunata dalle amarezze e dai disinganni era quello di non frequentar troppo i Bollati, di non mantener con essi che le relazioni strettamente necessarie. Colmarli di contumelie quand’essinon potevano sentirla, era, per la contessa Zanze, la cosa più naturale del mondo, ma perdere i vantaggi d’una parentela simile le sarebbe parso un delitto verso sè stessa e verso la propria famiglia. Ah, in verità non c’era che lei che avesse un po’ di sale in zucca! Suo marito era un bamboccio, Gasparo, con tutto il suo ingegno, non sapeva il viver del mondo, e Fortunata era una buona diavola, ma prendeva di tratto in tratto certi atteggiamenti di vittima ch’erano molto noiosi. Adesso ell’aveva l’aria di fare una grazia ad andar l’autunno in campagna, come se si potesse rinunziare a un sistema che, senza contare il benefizio fisico, permetteva di chiuder la casa e di raggranellar quattro soldi per l’inverno.
La ragione, per la quale Fortunata andava mal volentieri in villa Bollati, non è difficile a immaginarsi. Il contino Leonardo, si curava poco di lei e si curava troppo della nipote del gastaldo, la Rosetta, che in brevissimo tempo s’era fatta una bella ragazza. Vispa, civettuola, la Rosetta sapeva di piacere e si divertiva a lasciarsi corteggiare, per rider dei gonzi, diceva lei, giacchè non era così grulla da innamorarsi a spese della salute e del buon umore, e in quanto al prender marito non c’era furia, chè un marito è un tiranno e nient’altro. A ogni modo, di mariti c’era abbondanza; bastava volere. Per ora preferiva spassarsela, e d’autunno quando i padroni erano in villa accettava di buon animo gli omaggi del conte Leonardo,certa di far arrabbiare le sue carissime amiche e di suscitar la gelosia dei bellimbusti del paese. Perciò ella non aveva nessun riguardo a lasciarsi vedere con Leonardo per le strade maestre e a scambiar la domenica in chiesa occhiate e sorrisi con lui. Che se anche leamichee i galanti si vendicavano col tener sul suo conto ogni specie di discorsi e coll’esagerare l’importanza della tresca, ella si stringeva nelle spalle, tant’era sicura che al finir dell’autunno i galanti sarebbero tornati ai suoi piedi, docili come cagnolini. Delleamichepoi non si dava pensiero; chiuder loro la bocca era impresa impossibile.
La Rosetta, come si vede, sfidava la cosidetta opinione pubblica per vanità, poichè questa sua vanità non sarebbe stata soddisfatta se la gente non avesse saputo che il contino Bollati spasimava per lei. Ma dove la vanità non era in giuoco ell’era invece prudentissima, e Leonardo non riusciva a indurla nè a passeggiate in luoghi solitari, nè a furtivi colloqui di sera. Anzi quand’egli era troppo insistente, la ragazza fingeva di corrucciarsi e lo sfuggiva per più giorni di seguito. Già i pretesti non le mancavano; o doveva attendere alla cascina, o aveva da lavorar di cucito per lo zio e i cuginetti. Allora Leonardo si sfogava con Fortunata e diceva che la Rosetta era la più civetta di tutte le tose ch’egli aveva conosciuto, e ch’ella s’ingannava a partito se credeva di far colpo sopra di lui con quelle sue bizze da principessa. C’era proprio pericolo ch’egli la prendesse sul serio!Ma queste confidenze non davano un gran conforto a Fortunata, che, di lì a qualche giorno, vedeva Leonardo più sommesso di prima alla capricciosa contadinotta.
Era impossibile che in casa non s’accorgessero di questa tresca, e seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta la briga di spargerne la notizia. Ella n’era scandalizzatissima, e non risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorità prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d’una villana?
E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto quest’ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni evento, sperasse di tirar l’acqua al suo molino.
L’ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?
Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch’egli non era più il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva diritto dientrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come non intendeva render conti a nessuno.... E poi perchè venivano a discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza giudizio?
—Bei ministri di Dio!—borbottava la contessa Zanze riferendo al marito questi colloqui.—Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come Ponzio Pilato.
—E perchè non ve le lavate anche voi le mani?—rimbeccava il conte Luca.—Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col lumicino i fastidi? Che può importarvi di ciò che passa tra Leonardo e la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?
E il pacifico uomo tornava al caffè a giuocare ai suoi scacchi.
Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di assoluta neutralità, ma, d’altra parte, la contessa Zanze non aveva torto nel presagire che quest’intrigo del contino Leonardo e della Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo aveva mille distrazioni che gl’impedivano di pensare alla nipote del gastaldo, ma quand’era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero. Inoltre c’era ormai di mezzo anche un po’ di puntiglio. Egli giurava e spergiurava a sè medesimo di venirne a capo, di non voler essere raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi d’una carezza e d’un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le Serafine non lo avevano mai fattosospirar tanto. Però questi propositi risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo, soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si tenevano sicure ch’esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti, chi doveva sposare quella sguajata? C’era bensì un tal Menico, garzone di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di languir d’amore per lei e d’esser pronto a darle il suo nome, ma a nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse sotto la protezione del gastaldo, ch’era suo santolo.
Per altro, allorchè Beppe Gualdi, il figlio dell’oste, finita la ferma militare, tornò in paese e s’attaccò subito ai panni della ragazza, si cominciò a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo sposo era bell’e accalappiato, perchè Beppe non era uomo da perdersi in galanterie senza costrutto e aveva già detto di voler prendere moglie. Naturalmente uno sciamedi persone officiose, per la maggior parte madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un collocamento, si diedero premura di metter sull’avviso il giovinotto, informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in così cattive mani. Ma Beppe troncò presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il dente del giudizio e ch’era in grado di regolarsi da sè. Ai suoi intimi poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano nè caldo, nè freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche, perch’era più bella e più vivace delle altre. Del resto egli era disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finchè non si fosse assicurato da sè che tra lei e il contino era troncata ogni relazione.
La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una diecina d’anni più di lei, ma non voleva disgustarlo, nè darla vinta alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena ch’ella fosse dal matrimonio, non era poi così grulla da rinunziar troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva,non avevano servito che a tenerla di buon umore.
Il figlio dell’oste era ripatriato alla fine dell’inverno, mentre i Bollati non erano in villa, ciò che sulle prime diede buon gioco alla nostra civettuola. Le difficoltà vere dovevano affacciarsi più tardi, nell’autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un’arte maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto d’occhi aperti per coglierla in fallo.
Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati, quell’anno, trovò la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva accadergli in peggior momento, giacchè egli s’era impegnato con certi suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz’aver vinto l’ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio il suo fine, egli s’era munito d’un anellino di brillanti il cui splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virtù femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.
Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una volta tanto, da uomo di spirito. Non andò in escandescenze, non perdette il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fidò nella fragilità femminile.
C’era un’altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma alla Rosetta, e ch’era stata tra le più implacabili nel giudicarla. Il giovine conte, che non s’era occupato mai di costei, cambiò tattica a un tratto, le si avvicinò ripetutamente, le disse di quelle paroline che suonano così dolci alle donne, solleticò insomma in tutti i modi la sua vanità. Queste galanterie non rimasero segrete, chè la prima a non voler che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte. Figuriamoci s’ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che l’aveva per tanto tempo guardata d’alto in basso! E la Rosetta n’ebbe una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch’egli corteggiasse la Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura. Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po’ con tutti. Con la Filomena, s’intende; con Leonardo, ch’era volubile e di pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso, con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua moglie, come gliel’avrebbe fatta pagare!
Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e passare avanti, ma ell’era troppo bella, troppo procace in quell’atteggiamento,col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed egli sentì una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.
—Buon giorno, Rosetta—egli disse fermandosi sui due piedi.
Ella finse una grande sorpresa, arrossì e lasciò cadere i fiorellini che teneva in mano.
—Ti faccio paura?—ripigliò il giovane. E soggiunse più basso:—Come sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di rosa.
—Oh—ella rispose—la Filomena è molto più bella di me.
Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.
—La Filomena non è degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.
La fisonomia della Rosetta s’illuminò dal piacere; nondimeno ella si tenne in un certo riserbo:—A me dice così, a lei invece....
—O che credi sul serio ch’io sia invaghito della Filomena?
—To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...
—Tutti quanti credono male, quest’è la verità.... A ogni modo, che te ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?
La ragazza fece un gesto d’impazienza.
—Un brav’uomo—seguitò Leonardo—un po’ maturo per te... ma dal momento che gli vuoi bene....
—Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?
—Oh bella! risponderò anch’io: tutti lo dicono.
—La gente chiacchiera per aprir la bocca.
—E allora perchè sei stata così cattiva con me quest’autunno?—incalzò il contino passandole un braccio attraverso la vita.
Essa resisteva.—No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.
—Non c’è anima viva—replicò Leonardo. E, pronto ormai ad ogni più ardita impresa, le stampò un bacione sul collo, mentre cercava di spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi indiscreti.
Quantunque alla giovane ripugnasse l’idea di questa capitolazione vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non si fosse inteso un improvviso fruscìo, come di persona che si aprisse bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo. Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un’illusione dei sensi. Ma il momento buono era passato, e il timore d’essere scoperta ridonò alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito più circospetto. Egli non aveva un’anima di leone, e non avrebbe voluto tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch’era uomo capace di non guardare in faccia nemmeno a un’Eccellenza. Ottener la vittoria senz’affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro valoroso contino.
Così Leonardo e la Rosetta si separarono di lì a poco non senza promettersi che si sarebbero riveduti.
E si rividero in fatti più volte, ma sempre con infinite cautele e sempre per brevissimi istanti. Però questa intimità avrebbe dato i suoi frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si lasciò scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo sospetto, nè la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perchè i due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone aveva avuto per testimonio un monello di dodic’anni, fratello della Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s’era lasciata dare un bacio dalsignorino. La Filomena scattò come una molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pensò di consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla Filomena l’accoglienza che gl’innamorati fanno sempre a chi accusa dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto, le ordinò severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir quest’imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In tal modoella dissimulò per paura, egli dissimulò per calcolo e provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ciò che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d’un certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare impossibile, i servizi che la gente rende più volentieri son quelli coi quali, giovando a qualcheduno, si può nuocere a qualchedun altro. Insomma Beppe non tardò ad acquistare la certezza che la ragazza lo ingannava, e vi fu anche chi gli riferì queste precise parole dette dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento più intimo del solito ch’egli le chiedeva con insistenza:—«Come devo fare se ho sempre quel seccatore fra i piedi?»—Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah! bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera; bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un’ora che non desse loro mezzo di scampo. Perciò Beppe finse di dover andare a Padova per un affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto di lì a tre o quattro giorni. E s’assentò realmente, ma invece di andare a Padova, si ridusse nella campagna d’un suo compare, poche miglia distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la Rosetta dovevano trovarsinel chiosco chinese della villa Bollati, un chiosco che non s’apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl’indizi, la Rosetta s’era lasciata tentare dalla speranza d’un bel regalo. Ell’aveva avuto l’imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un anellino di smalto regalatole dal fidanzato:—Oh lo smalto ci vuol poco ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti.—Sta a vedere che tu ne hai—rimbeccò l’altra ironicamente. La Rosetta non rispose, ma guardò la sua amica con una tale aria di commiserazione da far intendere che l’averne dipendeva da lei.
Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna compiacenza, ma quand’egli, il cui amore s’era convertito in odio, li invitò ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c’era ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all’aria. Che Beppe piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era meglio non occuparsene.
Però questi consigli non ebbero presa sull’animo risoluto del giovane. E poichè nessuno volle venire con lui, egli solo, poco prima dell’ora fissata pel ritrovo dei due amanti, s’introdusse per una siepe nella villa Bollati, e si appiattò in una macchia di lauri a pochi passi dal chiosco. Il contino Leonardo non istettemolto a comparire, aperse con la chiave la porticina del chiosco, accese un lanternino che spargeva intorno una luce fioca, e poi si fermò sulla soglia ad aspettare. Di lì a dieci minuti s’intese un suono di passi affrettati e leggeri, una voce sommessa (la voce di Leonardo) disse:—Avanti;—una figura di donna avviluppata in uno scialle rasentò la macchia di lauri ove Beppe s’era appiattato, ed entrò rapidamente nel chiosco. Egli la lasciò entrare, resistendo alla tentazione di gettarsele addosso e di stritolarla, ma, quando la porticina fu chiusa, egli, vi si precipitò contro con impeto, ne scompaginò con un colpo vigoroso il debole assito e piombò come un fulmine fra la Rosetta e il suo damo. Non aveva seco armi di nessuna specie e nemmeno un bastone; ma con pugni e calci bene assestati mandò il contino a ruzzolar nell’erba, mentre teneva stretta pei polsi la Rosetta e la colmava d’ogni sorta di vituperi. Le grida acutissime di S. E. Leonardo misero a soqquadro la villa. I servi uscirono coi lumi, i cani da guardia latrarono a piena gola scuotendo furiosamente la catena, la contessa Chiaretta che giocava a tresette dimenticò di accusare lanapoletanadi spade, S. E. Zaccaria si fermò nel bel mezzo d’una spropositata dissertazione agricola col fattore, gli ospiti tramortirono, e Fortunata, pallidissima, si trascinò fino alla portiera a vetri che dava sul giardino; poi, mancandole le gambe, dovette appoggiarsi a uno degli stipiti per non cadere.
Intanto Beppe Gualdi, pago di aver conciato il rivale pel dì delle feste, era riuscito a ripassare la siepe prima che i suoi inseguitori lo raggiungessero, mentre che il contino Leonardo, raccolto dai servi tutto pesto e sanguinolento, era trasportato a casa e deposto sopra un canapè. Per fortuna c’era lì presente il dottore, il quale dichiarò che non c’erano lesioni pericolose e fece le prime medicature. Anche la Rosetta, pazza di terrore, era stata ricoverata in cucina dalla servitù.
Leonardo, ch’era un vigliacco, piangeva e urlava come un bambino. Solo di tratto in tratto egli interrompeva le sue lamentazioni per gridare:—Bisogna denunziarlo alla Polizia quel cane, bisogna farlo condannare a morte.—E nel dir così digrignava i denti e agitavale bracciacon piglio minaccioso.
Il contino Leonardo risanò presto e Beppe Gualdi non ebbe a soffrire che pochi giorni di carcere per soprusi e violenze, condanna che scandalizzò molto, per la sua mitezza, la signora Chiaretta.—Ecco a che punto siamo ridotti,—ella sospirava con don Luigi.—Un bifolco può metter le mani addosso a un patrizio veneto senz’andar incontro a nulla di peggio che a una settimana di prigione. Ormai, credetelo pure, anche i Governi sono d’accordo coi carbonari.
Il sacerdote tentennava la testa.—Pur troppo, Eccellenza, tutto va male, tutto è corrotto nei tempi moderni, il cuore, il cervello ed il gusto.... specialmente da noi. In un paese dove un Manzoni può passare per un grande scrittore non bisogna meravigliarsi di nulla.
Stabilita così la responsabilità indiretta di Alessandro Manzoni nelle busse toccate dal contino Leonardo Bollati, don Luigi seguitava adeplorare le infinite cause del, pervertimento degli animi, la mancanza di religione, l’abbandono delle pratiche del culto, l’uso invalso in tante famiglie di mangiare di grasso il venerdì e il sabato, ecc., ecc.
—E poi—soggiungeva la contessa—volete che non abbiano una cattiva influenza quelle invenzioni del demonio che si succedono da pochi anni?... Vapori di acqua e di terra, illuminazioni a gas e altre porcherie simili.... Non hanno già cominciato a gettare un gran ponte sulla laguna per unire Venezia alla terraferma?
Mentre che la contessa Chiaretta e il cappellano si querelavano in tal maniera delle tristi condizioni dell’umanità, il conte Zaccaria era occupato a negoziare un decoroso componimento.
Lo scandalo avvenuto nel chiosco chinese non avea soltanto fatto tramontare ogni possibilità di matrimonio tra la Rosa e il nipote dell’oste, ma aveva anche recato un colpo gravissimo alla riputazione della ragazza.
Il gastaldo aveva sentito risvegliarsi a un tratto le sue viscere di zio, e strappandosi i capelli per la disperazione era corso da S. E. il conte Zaccaria a dirgli ch’egli era un uomo rovinato, che non avrebbe potuto sopravvivere al disonore della famiglia, nè reggere al pensiero che un colpo simile gli venisse da un nobil uomo Bollati. A chi la mariterebbe adesso la sua nipote? Come risponderebbe ai fratelli della ragazza, giovani impetuosi e maneschi, che lavoravano in Ungheria, ma che sarebbero certotornati in patria appena fosse giunta loro la notizia dell’accaduto?
S. E. aveva molto ragionevolmente fatto notare al suo interlocutore ch’egli aveva avuto torto di non accorgersi di quello di cui s’accorgevano tutti, vale a dire che la Rosetta era un po’ civettuola e che egli doveva custodirla meglio di quel che non avesse fatto.
Ma il volpone non s’era dato per vinto. Sicuro, egli era stato una bestia, sicuro, la Rosa era una fraschetta, ma egli aveva avuto sempre tanta fiducia ne’ suoi padroni! Quel contino Leonardo egli l’aveva sempre considerato, salvo la debita riverenza, quale un figliuolo. Di tutti avrebbe dubitato ma non di lui. E adesso, se quei ragazzi tornavano a vedersi, come impedire che si riavvicinassero, come impedire che la tresca ricominciasse?... Ah s’egli avesse potuto spedir la Rosetta all’altro capo del mondo?... Se avesse potuto sposarla fuori di paese?... Ma prima dello scandalo non c’era che da scegliere fra dieci a dodici partiti oltre a Beppe Gualdi: invece dopo quella sera fatale nessuno voleva più saperne.... Uno solo, forse, non aveva mutato idea, Menico il caffettiere.... Quel monello lì era innamorato cotto della Rosa e pareva sempre disposto a prendersela.... Ma come si fa? La Rosa non aveva un soldo di dote, Menico non aveva neanche la camicia.... Si doveva lasciarli morir di fame? In quanto a lui, il gastaldo, si sarebbe levato il pane di bocca per dare quattro soldi alla nipote che gli erastata raccomandata dal fratello al letto di morte, ma, quant’è vero Iddio, era al verde, assolutamente al verde.... Anni cattivi, anni cattivi, e S. E. lo sapeva meglio degli altri.
In ogni circostanza critica il conte Zaccaria ricorreva al consiglio ed all’opera del suo agente generale. Quell’impagabilesiorBortolo col suo umore uguale, calmo, sereno, era l’uomo fatto apposta per appianare i dissidi. Non che escludessea priorile liti. Quando la dignità dell’illustre famiglia Bollati lo esigeva, egli sapeva tirarle in lungo anche più della guerra di Troia, ma negli altri casi egli preferiva gli accordi amichevoli. Ora, egli aveva un modo tutto suo d’intendere questa dignità del casato. Se le liti potevano fruttare dei quattrini a lui, egli diceva che bisognava litigare; se non potevano fruttargli nulla e aveva invece da sperar qualche cosa dagli accordi, egli sosteneva con altrettanta energia che bisognava venire a patti.
Fedele a questo sistema, egli suggerì a S. E. Zaccaria di far ponti d’oro al matrimonio della Rosetta con Menico. La dignità del nome Bollati imponeva di riparare alle conseguenze della leggerezza del contino Leonardo, e poichè se ne offriva la propizia occasione era debito sacrosanto di non lasciarselo sfuggire. Si desse una piccola sommetta a Menico per aprire, come egli desiderava, un caffè nel vicino paesetto di Oriago, e ch’egli si sposasse in santa pace la Rosa. EsiorBortolo tanto disse e tanto fece che il conte Zaccaria si persuase al sacrifiziopecuniario che gli era richiesto. Già a trovar il danaro ci pensava l’agente.
La ragazza, rendiamole giustizia, si mostrava molto restìa ad accettare una simile soluzione, ma il gastaldo, questa volta, fece da zio e da tutore sul serio, e dichiarò che s’ella non accondiscendeva al matrimonio, egli l’avrebbe cacciata di casa. Non voleva, no, aver altri fastidi per cagion sua.
Ond’ella dovette piegare il capo e rassegnarsi a queste nozze ridicole. È inutile ripetere i commenti che se ne facevano sul luogo e la sorte che si pronosticava a quel grullo di Menico. Costui però non se ne dava per inteso, e tutto tronfio per la bellissima fidanzata, lasciava cantar le cicale, mentre coi capitali di S. E. Zaccaria e sotto il patrocinio di suo santolo e disiorBortolo si disponeva ad aprire nel villaggio di Oriago la nuova bottega di caffè e liquori col titolo pomposo:All’Imperatore d’Austria.
Dopo la sua ingloriosa avventura campestre, il contino Leonardo scivolò ancora più basso sul lubrico pendìo del libertinaggio. Egli non aveva ormai altra cura che questa e aveva abbandonato anche l’esercizio del remo, ch’era stato la passione della sua infanzia. S’era poi emancipato da ogni tutela e non andava nemmeno col suo signor padre al caffè Suttil, trovando abbastanza noioso di sentir raccontare dai vetusti avventori di quel caffè le galanterie di trenta o quarant’anni addietro. Passava invece la sera e buona parte della giornata con altri giovanotti dellasua età e de’ suoi gusti, amanti del bigliardo, del vino e delle femmine. Quantunque avesse ogni tanto delle vampate di boria patrizia, non era troppo rigido nella scelta dei compagni; fra questi suoi amici ce n’erano di nobili, di quelli che, come lui, trascinavano nel fango un nome storico, ma ce n’erano anche della media e della piccola borghesia; ce n’erano infine di usciti dai bassi fondi della società, gente rotta a ogni vizio e priva d’ogni pudore. Costoro vivevano alle spalle dei camerati facendosi perdonare la viltà del parassitismo con viltà ancora più grandi.
Al nostro Leonardo erano insufficienti adesso, nonchè i pochi quattrini datigli dal padre al primo del mese, anche le generose sovvenzioni del signor Oreste, ed egli doveva ricorrere ai peggiori strozzini della città per aver danari a babbo morto. Si può immaginarsi a che condizioni li aveva. Il signor Oreste, che, nella sua qualità di creditore, teneva d’occhio il padroncino ed era sempre informato dei fatti suoi, brontolava a vederlo caricarsi di debiti verso altre persone e minacciava di parlare, tantochè, per tenerlo quieto, conveniva pagargli di tratto in tratto degli acconti che falcidiavano le somme ricevute a prestito, e per conseguenza rendevano necessarii de’ prestiti nuovi.
È ben raro che simili cose restino segrete, e il conte Zaccaria fu avvertito che circolavano delle cambiali con la firma di suo figlio. Vissuto sino allora nella dolce illusione che il continoLeonardo avesse l’arte di divertirsi a buon mercato, Sua Eccellenza rimase di stucco all’inatteso annunzio, e dovette mettersi a letto per un travaso di bile. La particolarità delle cambiali era quella che l’offendeva di più; debiti ne aveva fatti anche lui in giovinezza, e pur troppo ne faceva ancora sotto forma di mutui, ma le cambiali le lasciava ai mercanti. O che il nome di un Bollati doveva figurare a fianco di quello d’un salumaio?
Il N. H. Zaccaria chiamò a consultosiorBortolo e l’avvocato di casa, chiamòad audiendum verbumil suo nobile rampollo e con uno slancio d’insolita energia gl’intimò di dargli la nota precisa dei suoi creditori e della somma che doveva a ciascuno. Ma il contino Leonardo non era in grado di fornirgli quest’utile informazione; chè non s’era mai curato di tenere un registro. Aveva sottoscritto le cambiali; che importava il resto?
A questo proposito l’agente generale e l’avvocato osservarono concordemente che le obbligazioni assunte dal contino Leonardo, ancor minorenne, non avevano effetto legale e potevano quindi non riconoscersi; però il conte Zaccaria, frivolo, dissoluto, improvvido com’era, conservava qualche buona qualità e ci teneva, a suo modo, all’onor del casato, nè volle saperne della scappatoia che gli era offerta. In conseguenza di ciò, tutti quelli che avevano delle ragioni da far valere verso S. E. il signor contino Leonardo Bollati P. V. furono invitati arecarsi entro un dato termine nei mezzanini del palazzo e a presentare i loro titoli al signor Bortolo Segugi, agente generale della nobile famiglia. Trascorso infruttuosamente il termine stabilito si approfitterebbe dei diritti concessi dalla legge relativamente ai debiti dei minori e non si accoglierebbe nessuna domanda, come si dichiarava fin d’ora di respingere in avvenire qualunque pretesa relativa a fatti posteriori alla data di quell’avviso.
L’intimazione sortì in parte soltanto il suo effetto; i creditori più timidi risposero all’appello, e preferendo il certo all’incerto, scesero volentieri agli accordi; gli altri invece, più avidi di guadagno, più fiduciosi nella fortuna dei Bollati, stimarono meglio di correre il rischio e di continuar anzi a sovvenire il giovane Leonardo per rimborsarsi poi del capitale e degli interessi quand’egli fosse venuto in possesso del patrimonio. Il conte Zaccaria era già innanzi negli anni e non era un colosso; non sarebbe mica vissuto eterno. Anche il cuoco, il signor Oreste, dopo molte esitazioni finì coll’appigliarsi a questo partito. A voler figurare tra i creditori del padroncino egli metteva a repentaglio il suo posto, e quel posto era troppo lucroso da giocarlo sopra una carta.