X.

Durante queste peripezie dei loro nobili congiunti, i Rialdi stavano sempre nell’ombra. Nessuno si curava di loro, nessuno chiedeva il loro parere; tutt’al più la querula contessa Chiaretta ripeteva alla cugina Zanze e alla Fortunata glisproloqui ch’essa soleva fare due volte al giorno con don Luigi. Erano variazioni su un unico motivo. Il mondo andava a rotoli per l’audacia dei carbonari e per la debolezza dei Governi. Quest’era la ragione per la quale il contino era stato picchiato dal figlio dell’oste, quest’era la ragione per cui egli era caduto in mano degli usurai. Non c’era che dire, i suoi difetti egli li aveva pur troppo, e la contessa Chiaretta, altrettanto energica nel linguaggio quanto fiacca e nulla nell’azione, ammetteva lei per la prima che Leonardo era uno scioperato, un vizioso, un uomo ch’ella non si stupirebbe di veder finire sul patibolo, ma, alla stretta dei conti, di chi era la colpa? Dei carbonari, dei frammassoni e dei loro acoliti. Senza di questa brutta genìa, la vecchia Repubblica sarebbe ancora in piedi, e Leonardo farebbe quello che facevano i suoi nonni, e anche lui, dopo morto, lo metterebbero in cornice come una brava persona.

—Povero Leonardo!—pensava Fortunata.—Se gli avessero voluto bene, sarebbe cresciuto diversamente. Altro che i carbonari!... Io però gliene avrei voluto tanto di bene, gliene voglio anzi come una sorella, come.... più che come una sorella.... Ma è una fatalità... Egli non mi dà retta e corre invece dietro a certe femmine.... È vero che quelle son bellissime... dicono... e io invece... oh perchè, perchè non son bella anch’io?

E quest’idea di non esser bella, di non piacere a Leonardo, di non poter salvarlo dallarovina del corpo e dell’anima l’accorava fuor di misura e le impediva di gustare quel po’ di bene che c’era in famiglia. Perchè in casa Rialdi pareva essersi aperto uno spiraglio alla fortuna. Dopo dieci anni di aspettativa, il conte Luca aveva finalmente ottenuto una promozione che aveva il duplice vantaggio di farlo guadagnare di più e lavorare di meno, giacchè è noto che nei pubblici impieghi ognuno lavora in ragione inversa della paga che ha. Però questo era il meno. Le maggiori speranze dei Rialdi erano oramai concentrate in Gasparo, a cui sembrava riservato davvero uno splendido avvenire. L’anno stesso del suo imbarco, vale a dire il 1840, egli aveva la buona ventura di prender parte alla fazione di San Giovanni d’Acri e di coprirvisi di gloria, tanto da esser citato con lode speciale nell’ordine del giorno del comandante, e di passar alfiere di vascello, primo tra i giovani usciti con lui dall’Accademia di Sant’Anna. Più tardi la sua intrepidezza in una burrasca, l’audacia e il sangue freddo con cui egli aveva diretto un’imbarcazione alla riscossa di alcuni naufraghi, avevano confermato la sua fama di marinaio valoroso ed intelligente, e gli avevano procurate nuove dimostrazioni di stima da’ suoi superiori.

La contessa Zanze, che nella sua fervida fantasia lo vedeva già ammiraglio, gli perdonava ormai il suo carattere impetuoso e la sua avversione ai parenti Bollati, e nelle rare e brevi gite ch’egli faceva a Venezia lo costringeva apasseggiar con lei una o due ore al giorno per la piazza S. Marco con la sua bella uniforme in dosso e con la sua spada al fianco. Visite egli non voleva farne a nessun patto; bisognava dunque ch’ella trovasse un altro mezzo perchè le sue conoscenti lo ammirassero e nello stesso tempo ammirassero lei ch’era sua madre.

Anche Fortunata era orgogliosa di suo fratello, ma quanto più egli cresceva in riputazione tanto più ella si sentiva intimidita e quasi sgomenta al suo cospetto. Egli, vedendola sempre malinconica, faceva di tutto per darle confidenza e per indurla ad aprirsi con lui, ma non c’era caso, le parole le morivano sul labbro. Già nel fondo del suo cuore, la giovinetta maturava un pensiero che non osava rivelare a nessuno, il pensiero di entrare un dì o l’altro in un chiostro. Colà almeno ell’avrebbe pregato giorno e notte per Leonardo.

Si sa quel che dura l’energia degli uomini deboli. È uno scatto e nulla più. Stupiti essi medesimi del loro insolito vigore, ripiombano tosto nell’irresolutezza e nell’indolenza di prima. Così avvenne al conte Zaccaria. La tarda severità mostrata verso il figliuolo poteva ancora dar qualche frutto, ma per ottener ciò bisognava che essa non rimanesse un fatto isolato, che iniziasse un nuovo sistema di relazioni domestiche, un nuovo periodo di vigilanza operosa. Invece il N. H. Zaccaria lasciò che le cose camminassero coi loro piedi, e le cose tornarono a camminare pel sentiero sdrucciolevole su cui egli era riuscito a fermarle appena un momento. Il contino Leonardo, alienato ancor maggiormente dalla famiglia in seguito al chiasso poco onorevole che s’era levato intorno al suo nome, ripigliò le sue abitudini dissolute, s’invescò peggio che mai nella cattiva compagnia e perdette ogni verecondia. L’illustre casato, il largo censo (almenocreduto tale), l’aspetto piacente gli avrebbero spalancate tutte le porte, e la cosidetta buona società, tanto benevola pel vizio elegante, avrebbe perdonato volentieri a’ suoi rotti costumi, sol ch’egli avesse saputo rispettar le apparenze. Ma a lui era intollerabile qualunque freno ed egli non s’acconciava a nessun ritrovo ove convenisse moderare il suo linguaggio da trivio. In tal modo il contino Leonardo Bollati, sul quale, da fanciullo, molte mamme avevano fabbricati i loro castelli in aria, diventava a poco a poco un partito impossibile, esiorBortolo, l’agente generale, vedeva allontanarsi la probabilità di ristorare con una bella dote le pericolanti fortune della famiglia. Tutt’al più, si sarebbe forse potuto sperare di trovar un dì o l’altro qualche pizzicagnolo arricchito che pernobilitarla figliuola non badasse al resto; ma figuriamoci se il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta, con la loro boria, avrebbero acconsentito a un matrimonio simile. Ora, per fare a meno del loro consenso, era necessario aspettare che il contino Leonardo fosse uscito di minorità, ossia, come prescriveva il Codice austriaco, ch’egli avesse compiuto i ventiquattr’anni, e l’ottimosiorBortolo, che vedeva la proprietà stabile dei Bollati coprirsi rapidamente d’ipoteche dubitava molto di poter tirare innanzi a forza di palliativi sino a quel tempo. Comunque sia, il coscienzioso agente non ommetteva di far di tratto in tratto l’inventario delle ragazze milionarie, anche se gobbe, sbilenche o avariate nellariputazione, che potevano in caso disperato offrirsi come ancora di salvezza al padroncino, quando un avvenimento imprevisto sconcertò tutti i suoi disegni.

Una sera il contino Leonardo si mise a letto con la febbre e in breve la malattia prese un tale carattere di gravità da incuter seri timori. Da un pezzo il giovine non ispirava personalmente la minima simpatia, ma l’idea che con lui sarebbe perito l’unico rampollo maschio di una grande famiglia e che il palazzo Bollati e gli oggetti di valore che vi si trovavano sarebbero andati a finire, alla morte del conte Zaccaria, in mano di gente straniera, destò una certa commozione in paese e fece seguire con viva sollecitudine le varie alternative del male.

Ma questo a noi preme poco o punto. Quello che ci gioverà di sapere si è che l’infermità del contino Leonardo fece riacquistare alla contessa Zanze Rialdi una parte dell’influenza che da qualche anno ella andava a grado a grado perdendo in casa Bollati. Era costume inveterato della contessa Zanze, quando c’era qualche malato grave tra i suoi conoscenti, di recarsi in persona presso la famiglia, e lì, senza tante cerimonie, profferire i propri servigi, l’opera sua, i lumi della propria esperienza. Era madre di famiglia, aveva fatto pratica co’ suoi figliuoli, i quali, pur troppo, avevano avuto il morbillo, la rosolia, la tosse canina e tutte le piaghe d’Egitto, e nondimeno eran sani e salvi più per virtù delle sue cure che per virtù del medico.

Se poi il suo zelo derivasse da bontà d’animo, da spirito inframmettente o dalla speranza di guadagnarsi qualche bel regalo, questo è quello che non si potrà mai sapere con precisione; forse esso derivava da tutte queste cose unite insieme. O forse si nasce infermieri e flebotomi come si nasce poeti. Certo si è che la contessa Zanze non aveva chi la pareggiasse nel mescere un farmaco, nel fasciare un salasso, nell’accomodare i guanciali sotto il capo di un giacente, e, sia detto coi debiti riguardi, nell’applicar cataplasmi d’ogni maniera.

Era naturale che con queste singolari attitudini ella si mettesse subito a disposizione dei suoi cari parenti, dicendo che ella aveva visto nascer Leonardo e lo considerava come un’altra sua creatura, e poteva benissimo far presso di lui le veci della madre, la quale, cagionevole di salute e nervosa all’estremo, non era assolutamente in condizione da assistere inalati.

La contessa Zanze Rialdi piantò quindi le sue tende in palazzo Bollati tirandosi dietro anche il marito e la figliuola, a cui nessuno preparava più da colazione e da pranzo, giacchè la rispettiva moglie e genitrice non si fidava della donna di servizio, e da buona massaia stimava opportuno di non far nemmeno accendere il fuoco in cucina. Però il conte Luca e Fortunata andavano ogni sera a casa a dormire.

Invece la contessa Zanze stava dì e notte al letto di Leonardo che le si era affezionato con quel trasporto col quale gli egoisti sogliono affezionarsia coloro di cui hanno bisogno e pel momento in cui ne hanno bisogno. Egli non prendeva le medicine da altri che da lei, non ubbidiva che alla sua voce, non voleva lasciarla mai uscire di camera, e, nel suo immenso terrore della morte, aspettava da lei sola la sua salute.

Per più settimane il nostro giovinotto fu in gran burrasca, e in tutto questo tempo don Luigi dovette consacrarsi interamente allalustrissimaChiaretta e assisterla nelle sue pratiche religiose o apparecchiarla con esempi della Sacra Scrittura a sopportar con animo forte la prova che pareva esserle serbata dal Signore. In complesso la torpida contessa Zanze aveva l’aria di voler rassegnarsi presto, e S. E. Zaccaria era in molto maggiori angustie di lei. Nessuno però soffriva quanto Fortunata, che passava le notti senza chiuder occhio, piangendo a calde lagrime e pregando i Santi e la Madonna per la salvezza di suo cugino. Se almeno le avessero permesso di rendersi utile, se le avessero permesso di aiutar sua madre nei suoi uffici d’infermiera! Ma non c’era caso; non la lasciavano nemmeno entrare in camera; le dicevano ch’ella non avrebbe fatto che confusione. Solo qualche volta, mentre aprivano l’uscio adagio adagio, ella, che era venuta in punta di piedi nell’andito, s’affacciava allo spiraglio, e nella penombra della stanza, in fondo all’alcova, vedeva un viso affilato, due occhi smorti, due mani lunghe e scarne che giacevano immobilisulla coperta del letto. Povero Leonardo! Com’era ridotto! Non lo si riconosceva quasi più.

Alla fine i medici dichiararono che l’ammalato era fuori di pericolo, ma che la convalescenza sarebbe stata assai lunga, perchè ogni strapazzo avrebbe potuto produrre una ricaduta fatale. Essi soggiunsero altresì che se il contino ci teneva a campar molti anni, egli doveva menar una vita più regolata. Ed egli che aveva avuto quel po’ di battisoffia che sappiamo, promise tutto ciò che gli si domandava.

Appena Leonardo fu in istato di veder qualcheduno, Fortunata impetrò la grazia di dargli un saluto; poi le visite di lei divennero più lunghe e più frequenti, e allorchè egli principiò ad alzarsi, ella fu ammessa a tenergli compagnia per un paio d’ore al giorno.

Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti della prima giovinezza. Così l’albero investito dal turbine sente le sue radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva con maggior simpatia dell’usato la compagna de’ suoi giochi infantili, e l’accoglieva con una espansione a cui ella non era più avvezza e che le empiva l’anima di giubilo. Ella diceva a sè stessa ch’ella aveva avuto ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano. Covava il suo male, ecco la ragione de’ suoi modi aspri, de’ suoi stravizzi, di tutto. E poi c’eran stati i falsi amici che lo avevano traviato,que’ falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare più in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava cattivi consigli, egli era un altr’uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo:—Vedi chi di noi due s’ingannava!—Perchè quel suo fratello era così ostinato! Le poche volte ch’egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s’era commosso neppure alla notizia della malattia. «Desidero che Leonardo guarisca—egli aveva scritto sdegnosamente ai suoi genitori—perchè non si deve augurar male a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia nè per la famiglia, nè per Venezia, nè per l’Italia.»

—L’Italia! Che cosa c’entra l’Italia?—brontolava il conte Luca.

Se c’entrasse l’Italia è assai dubbio, ma secondo la rispettabile opinione del nobile Piero Canziani, c’entrava nientemeno che l’umanità. Infatti la guarigione del contino Leonardo ispirò la Musa dell’insigne poeta, e gli dettò un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta, avvertita che non era unsonetto, chiamòun verso. Ora il componimento del nobile vate esordiva così:

Sorgi, o contrita umanità. Dal coroSgombra il vano terrore;Questo figlio d’eroi vive e non muore.

Sorgi, o contrita umanità. Dal coroSgombra il vano terrore;Questo figlio d’eroi vive e non muore.

Concetto peregrino che don Luigi però trovava preferibile al manzoniano

I fratelli hanno ucciso i fratelli.

I fratelli hanno ucciso i fratelli.

—Non c’è giovane di negozio—osservava don Luigi con aria di sprezzo—che non sappia dire una roba simile.

Anch’egli, l’ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e stampò con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta all’Ateneo col titolo:Alcuni pensieri sul migliore uso della congiunzione separativa O. Non era che il frammento d’un’opera linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato certe riputazioni!...

Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un momento tutto l’antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sentì la messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale fu l’abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono non solo a riempire l’epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti vantaggiosi con tre o quattrorestaurantsdi second’ordine.

Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimoavvenimento, il conte Zaccaria elargì somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d’infanzia, alla Casa degli esposti e ad altri istituti pii. E per più giorni laGazzetta privilegiata di Veneziaebbe da registrare con parole di sentito encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani sentenziando:—I Bollati sono sempre i Bollati.—Alla quale affermazionesiorBortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.

Quando il contino Leonardo cominciò ad uscir di camera era circa la metà di aprile; i medici però gli prescrissero di rimanere in casa ancora un mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna, ove non c’era più da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse differendo a rendergli la libertà si sperava distoglierlo affatto delle vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto l’impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio. Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto. Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del palazzo a domandar sue notizie; poi non s’eran più fatti vivi. E siccome d’altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane perbene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli anni dell’infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l’uggia di quell’eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la vita le corresse sempre a quel modo, e poichè lo sperarlo era follia, invocava dal cielo il favore supremo d’addormentarsi in quel sogno e di non riaprire gli occhi mai più.

Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio fisico non avvertito per l’addietro, sia che il non trovarsi in mezzo alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue, considerava con più attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell’animo suo ci vuol poco a immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da scrupoli, insofferente d’altre catene che di quelle che s’annodano e sciolgono in un giorno, egli intendeva l’amore in un’unica maniera... la maniera del resto in cui la intendono i dissoluti diprofessione. L’idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi uno stimolo di più, che gli pareva legittima curiosità il verificar co’ suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che non erano tali. Nè lo trattenevano i vincoli di parentela che lo stringevano a lei, nè l’affezione sommessa ch’ella gli mostrava, nè la gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce addosso. Bensì da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perchè s’egli fosse stato sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era così cauto, così riguardoso; il turbamento ch’ella provava vicino a lui era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l’assalisse una vana inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s’urtavano, ell’arrossiva fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Però non era salda abbastanza ne’ suoi propositi, e sembrava ricercar di lì a poco le sensazioni ch’ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno la consigliava. Sua madre era fuori di sè dalla gioia nel veder chequei due ragazzise la intendevano, e tornando sempre con la mente al sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar contessa Rialdi, chè già, se le fanciulle senza dote non s’ingegnano, guai. E se il conte Luca s’avventurava a dire:—Bisognerebbe badare di più a Fortunata, mi spiego?—essa lo faceva tacere con un brusco:—State zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.

In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non eran gente da scomodarsi per sì piccola cagione, e anzi la contessa Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata:—Ohe tosi, io non istò mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta che non mi facciate il chiasso vicino.

Itosiavevano ormai l’uno vent’anni passati, l’altra quasi diciotto, e non era probabile che essi facessero un baccano così indiavolato. Ma ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi ell’aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caffè e ibaicolicol nobile Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle altre dame che venivano a visitarla, da giocare aconsinacon don Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali.Tutto ciò senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?

Con quest’assoluta libertà lasciata a’ due cugini, accadde quello ch’era da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu più audace e Fortunata più debole.....

Come fosse andata la cosa, Fortunata stessa non sapeva dirlo. Leonardo le aveva affascinato i sensi, paralizzato la volontà. E dopo la caduta, oppressa dalla coscienza della sua vergogna, dilaniata dagli scrupoli e dai rimorsi, ella si sentiva più inetta che mai a scuotere il giogo, a sottrarsi all’abbiezione in cui era piombata. Che le valeva, ogni sera, sola nella sua cameretta, piangere, pregare, scongiurare tutti i santi del Paradiso che la soccorressero; i santi del Paradiso non avevano orecchi per lei; e invece le immagini voluttuose venivano ben presto a sconvolgerle la fantasia, veniva il ricordo di quei baci di fuoco, di quelle parole ardenti, ed ella si voltava e rivoltava nel letto senza trovar pace, e mordeva rabbiosamente le lenzuola e i guanciali invocando e temendo a vicenda il sorger del sole. Chi sa che sorprese le apparecchiava il nuovo giorno? Se la tresca si scoprisse, se la sua onta diventasse pubblica, sene giungesse la notizia fino a Gasparo? Come affronterebbe ella lo sdegno del fratello, come difenderebbe dalla collera di lui il suo amante? Eppure, per quanto spaventoso fosse questo pensiero, ce n’era un altro che l’atterriva ancora di più. Era il pensiero che Leonardo, nonostante i suoi giuramenti, non avesse per lei che un passeggero capriccio e dovesse fra poco gettarla in un canto come si fa d’un abito frusto. Dio, Dio, che sarebbe di lei allora? Dove andrebbe a nascondersi? L’idea del chiostro, accarezzata in passato, tornava a balenarle alla mente, e per brevi istanti l’animo inquieto vi si riposava come in un porto sicuro dalle tempeste. Ma il cuore non tardava a dirle che anche questa era un’illusione, e che non c’è porto ove ripararsi dalle tempeste che ruggono dentro di noi. E come potrebbe ella alzar gli sguardi al cielo finchè un amore profano la teneva incatenata alla terra? E quell’amore come sperar di sradicarlo s’esso era parte dell’esser suo, s’ella gli aveva sacrificato ogni cosa più cara? Oh quanto bene ella voleva a Leonardo, quanto gliene aveva sempre voluto!... C’era della gente che sparlava di lui, che lo accusava di mille vizi, che fingeva di disprezzarlo;... ella lo trovava bello, lo trovava buono, ella si sforzava di attribuirgli tutti i pregi possibili. Divenir sua moglie sarebbe stato per essa il colmo della felicità. Ma la fortuna non l’aveva guastata con troppi favori, ed ella non osava cullarsi in questa dolce speranza. Egli, che poteva aspiraread una principessa, avrebbe sposato lei!... Le bastava morire prima ch’egli sposasse un’altra, prima ch’egli amasse un’altra....

Così, senz’accorgersene, ell’accettava il suo disonore, accettava tutto piuttosto che l’abbandono. E quando s’alzava dal letto dopo una notte insonne e angosciosa, ella contava l’ore e i minuti che la dividevano dal momento in cui il gondoliere di Ca’ Bollati sarebbe venuto a prenderla per ordine dellalustrissimae l’avrebbe accompagnata a palazzo. E come le batteva il cuore, allorchè, nel far lo scalone, sentiva i passi di Leonardo che, aspettandola, misurava in lungo e in largo la sala!

—Sia ringraziato il cielo—diceva la contessa Chiaretta.—Se Leonardo non ha compagnia non istà mai tranquillo.... Andate a giocare a dominò, ragazzi.... O fate pure quel che volete, purchè io non senta rumore.

Da figliuolo ubbidiente, Leonardo si tirava dietro Fortunata in un altro angolo della casa, in quello stanzone degli armadi ove i due cugini s’erano da bimbi trastullati insieme e da cui si poteva, volendo, salire in un’ampia terrazza. Non mancavano buoni pretesti per andar colà. Prima di tutto il luogo era opportunissimo per isgranchir le gambe e per prendere una boccata d’aria libera; poi ci si trovavano parecchi vasi e cassette di fiori pei quali Leonardo s’era acceso d’una subitanea passione e ch’egli rimondava con gran cura dell’erbaccie, e inaffiava ogni giorno.

I desiderii della contessa madre erano esauditi appieno. Checchè avvenisse lassù, ella non sentiva romore.

Ma la baffutasioraPlacida, la cameriera anziana, che teneva le chiavi della biancheria e considerava lo stanzone come suo speciale dominio, durava fatica a persuadersi che il padroncino e Fortunata impiegassero tanto tempo nella fioricultura, e aveva tentato più d’una volta di scoprire quali fossero le loro occupazioni. A dir vero, a malgrado del suo diligente spionaggio, essa non aveva scoperto nulla di positivo perchè lo stanzone era chiuso da un uscio assai grosso e pesante di cui non si sarebbe potuto spingere uno dei battenti senza un molesto cigolìo che avrebbe tradito l’esploratore indiscreto. Pure, dei pochi indizi ch’essa aveva raccolto, la onoranda matrona aveva data la partecipazione confidenziale al cameriere Stefano, suo favorito. Stefano aveva ripetuto la notizia alla lavapiatti, una massiccia montanara del Bellunese, con la quale, di nascosto dellasioraPlacida, egli era in ottimi termini, e colei ne aveva parlato in segreto a uno dei barcaiuoli che godeva di qualche sua preferenza furtiva. In breve la cosa passò per tutte le bocche, e in cucina si discusse gravemente se si doveva o no metter sull’avviso Sua Eccellenza Zaccaria e Sua Eccellenza Chiaretta. Il signor Oreste, il cuoco, stava pel sì, e sosteneva che la era tutta una cabala ordita dalla contessa Zanze Rialdi, la quale volevacostringere illustrissimoLeonardo a sposare la sua figliuola, e intanto gliela gettava in braccio per metterlo fra l’uscio e il muro. Ora pareva a lui che fosse necessario di sventar la trama, perchè, sebbene non ci fosse nulla da dire contro la ragazza, quello non era un partito adattato pel padroncino, e da sì misere nozze la servitù non poteva sperare nè mancie, nè regali convenienti. E poi non c’era una ragione al mondo di favorir gl’intrighi della contessa Zanze, che al capo d’anno non dava un centesimo a nessuno.

Argomenti di gran peso che rendevano testimonianza della sagacità del signor Oreste e che avrebbero dovuto trionfare, ma il cuoco aveva la disgrazia d’essere antipatico a’ suoi compagni, e accadeva assai di rado che i suoi consigli fossero accolti.

Prevalse dunque l’opinione contraria, difesa con molto vigore dal cameriere Stefano, il quale diceva che i pericoli del matrimonio non c’erano se non che nella fantasia del signor Oreste, e che in quanto al rimanente a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere, nè occorre scandalizzarsi di accidenti che nascono dappertutto. LasioraPlacida poteva certificare se quelli eran fatti nuovi in casa Bollati.

E la cameriera, quantunque le seccasse esser chiamata a testimonio di cose passate, era costretta nella sua lealtà a riconoscere che, per quel che dicevano i vecchi, nella nobile famiglia uomini e donne eran sempre stati di manica larga e non c’era che lalustrissimaChiaretta la quale,avendo acqua nelle vene invece che sangue, non desse a discorrer di sè.... Beninteso ch’ella, lasioraPlacida, non avrebbe messo le mani nel fuoco nemmeno per la padrona, e non avrebbe voluto giurare che fra Sua Eccellenza e il nobile Piero Canziani, per esempio, non avessero mai fatto altro che sorseggiare il caffè e sgretolare ibaicoli.

Comunque sia, il primo risultato di queste chiacchiere si fu che, quando Leonardo e Fortunata scendevano dallo stanzone degli armadi, eran sicuri di trovarsi fra i piedi qualcheduno della servitù che con curiosità mal dissimulata li squadrava dalla testa alle piante per far poi in cucina quelle chiose che si possono immaginare.

Leonardo, il quale in certe faccende aveva buon naso, indovinò che c’erano in aria dei sospetti, e colse il pretesto per troncare gli abboccamenti segreti nello stanzone, tanto più che ormai si era levato il capriccio e Fortunata cominciava a venirgli a noia. Inoltre s’avvicinava il momento in cui egli sarebbe uscito di casa, e allora avrebbe avuto ben altro pel capo che la cugina. Meglio dunque allentare il nodo a poco a poco.

La povera ragazza, dopo aver con sì calde lagrime chiesto al Signore di allontanarla dal peccato, adesso che il peccato s’allontanava da lei ebbe un risveglio tremendo. Ella capì che stava per succedere il peggio, capì che Leonardo l’abbandonava. E resa ardita dalla disperazione,volle a ogni costo ch’egli le accordasse un colloquio da solo a sola, e nel suo amore e nel suo dolore trovò accenti così caldi ed appassionati, quali non si sarebbero attesi dal suo labbro ordinariamente timido e peritoso. Egli, più infastidito che commosso, cercò in principio di calmarla con buone parole; poi, com’ella non se ne mostrava paga, perdette la pazienza, e si lasciò andare al suo linguaggio cinico e sboccato. In fin dei conti, che pretendeva ella da lui? Che la sposasse? Ma già egli non si sognava nemmeno di prender moglie. O credeva forse che la loro relazione potesse durare eterna? Non doveva anzi essergli grata della prudenza con cui egli s’era condotto? Se la cosa tirava in lungo altri due o tre giorni, c’era da scommettere che sarebbe nato uno scandalo; invece, per merito suo, nessuno direbbe nulla, perchè nessuno sapeva nulla di positivo, ed ella non iscapiterebbe affatto nella riputazione. E ancora si lagnava?

Ella rimase fulminata. Era dunque finito tutto? Noi lo sappiamo, il presentimento che tutto potesse finire in questo modo le aveva già angustiato lo spirito, ma non era mai riuscito ad annidarvisi per un pezzo; chè ogni lieve segno d’affetto da parte di Leonardo era bastato a rianimare le sue illusioni. Adesso però, dopo le parole dure, recise, sprezzanti che le echeggiavano sinistramente all’orecchio, non c’era più illusione possibile, non c’era più spiraglio di luce che rompesse le tenebre ond’ella era cinta. E sisentiva sola, derelitta nel mondo. I suoi genitori? Ma suo padre pur troppo era un fantoccio, e sua madre perchè non l’aveva vigilata, perchè non l’aveva avvertita? Un lampo tremendo le attraversò la mente. Se sua madre, che fin dall’infanzia le aveva inculcato la riverenza ai parenti Bollati, la devozione al cugino, se sua madre avesse voluto lei stessa apparecchiar la catastrofe nella speranza di forzare Leonardo al matrimonio? Ed ella si sarebbe fatta complice di questa ignominia? Che orrore, che orrore! Ah! Gasparo era stato buon profeta! Un momento le venne il pensiero di scrivergli. Ma che cosa gli avrebbe scritto? Ch’ella s’era prostituita, ch’ella s’era disonorata? E che cosa gli avrebbe chiesto? Di vendicarla? No, no, mille volte no, ella non voleva che si torcesse un capello a Leonardo. Forse egli era meno colpevole di quel che essa credeva, forse con le donne (povere donne!) si fa sempre così; tocca a loro a difendersi. Ah senza dubbio la vera colpevole era lei che s’era lasciata acciecare, inebbriare dalla febbre dei sensi, che aveva dimenticato la sua fede. Come le rimordeva la sua coscienza di cattolica! Con che paura superstiziosa pensava ai suoi doveri religiosi trascurati, alle sue distrazioni in chiesa, ai desiderii immodesti, alle immagini profane che avevano turbato il suo raccoglimento e le sue preghiere! Ella si domandava tremante se ci sarebbe stata penitenza adeguata al suo fallo. E di nuovo una voce intima le additava come supremaáncora di salvezza il convento, seppur c’era un convento che volesse accoglierla.

Sotto l’impero di questa idea, il giorno stesso del fatale colloquio, ella corse in traccia d’un sacerdote suo conoscente, e inginocchiata nel confessionale gli rivelò la sua passione infelice e il fermo proposito di espiare i suoi errori con una vita d’orazioni, d’astinenze, di sacrifici. Che le dicesse il prete noi non sappiamo; certo si è ch’ella uscì dal tempio più invasata che mai dall’ascetismo e più che mai decisa a prendere il velo. La contessa Zanze, che aveva già notato quella mattina il pallore e l’abbattimento di Fortunata, notò ora lo stato d’esaltazione in cui ella si trovava e l’assoggettò a un interrogatorio in piena regola. La ragazza avrebbe voluto ritardare questa nuova confessione, ma non potè schermirsi dall’insistenza materna. Stremata di forze, ella fu côlta da un pianto isterico, irrefrenabile, e in mezzo ai singhiozzi ripetè ancora una volta la dolente istoria del suo amore e della sua vergogna. Quella storia sorgeva accusatrice terribile contro la madre, e la contessa Zanze, quantunque certe cose le capisse poco, non si sentiva la coscienza affatto tranquilla. Nondimeno, perchè ell’era seguace della dottrina che il fine giustifica i mezzi, se la caduta di Fortunata doveva darle un’arma per venire a capo de’ suoi disegni, ell’era prontissima ad assolversi d’ogni colpa. Sì, sì, ella non aveva difficoltà a riconoscerlo, la faccenda poteva esser condottameglio e sopratutto sarebbe stato necessario di badare che Fortunata conservasse il suo sangue freddo e che la bussola la perdesse Leonardo. Invece era successo precisamente l’opposto. Fatalità! A tale proposito la signora Zanze ricordava con segreto orgoglio l’arte finissima da lei adoperata a’ suoi tempi col conte Luca Rialdi in condizioni analoghe a quelle della figliuola. Prima aveva invischiato ben bene il merlo; poi non aveva avuto più tanti scrupoli, chè già non è un delitto il mangiar il proprio grano in erba. Del resto, ora l’essenziale era di non smarrirsi d’animo e guai se Fortunata abbandonava la partita. Perciò, quando la ragazza tirò in campo l’argomento del chiostro, la contessa, che fino a quel punto l’aveva ascoltata con simpatia fingendo di non accorgersi dei rimproveri indiretti che c’erano nelle parole di lei, mutò tenore ad un tratto, e non frenandosi più dichiarò che questi eran discorsi da bambina e che il chiostro non accomodava nulla, e che una sola cosa poteva salvar l’onore della famiglia, il matrimonio. Ma Fortunata, la timida Fortunata, insistette dicendo che già il matrimonio era impossibile, e che a ogni modo ell’era ormai risoluta a fuggire dal mondo e a non consacrarsi ad altri che a Dio.... Era risoluta, avevano capito? La lasciassero stare, se non desideravano la sua morte.

Ne seguì una scena violenta, nel mezzo della quale la giovane cadde in deliquio.

Assistita subito dalla madre, ella non istettemolto a rinvenire; ma si lagnava d’una grande spossatezza, d’un malessere generale ch’ella non sapeva spiegarsi.

Un dubbio improvviso sorse nell’animo della contessa Zanze; tuttavia ella tenne per sè le sue impressioni, e ripigliando verso la figliuola un tuono affettuoso e sollecito, raccomandò a Fortunata di esser calma, di non pensare a malinconie, di persuadersi che nessuno in famiglia voleva tiranneggiarla.

Rinfrancata alquanto da queste parole, la ragazza baciò e ribaciò la genitrice, e chiestole perdono del suo linguaggio eccessivo di poco fa, consentì a mettersi a letto.

Il conte Luca, tornando quel giorno dall’ufficio con la testa piena d’un finale di scacchi ch’egli aveva studiato sulla carta, trovò la moglie in cima alla scala e fu condotto da lei con gran mistero in un salottino appartato.

—Che cosa c’è? Che cos’è successo?—chiese il pover’uomo che non capiva.

—Zitto!—disse la contessa.—Non facciamoci sentire dalla gente di servizio.

La gente di servizio, fra parentesi, si riduceva a una fantesca un po’ sorda. Ma la contessa Zanze amava le amplificazioni.

—Insomma?—ripigliò il conte abbassando la voce.

E allora la consorte gli spifferò tutto quello che ella sapeva e tutto quello che l’indisposizione di Fortunata le faceva supporre.

Il nobile Rialdi era d’indole mansueta, main certi casi non c’è mansuetudine che tenga; bisogna parlare o scoppiare.

—Questa tegola mi casca sul capo!—esclamò il conte Luca, girando come un forsennato su e giù per la stanza.—Mi spiego?... Non l’avevo detto io che l’andava a finir male?... Ma volete sempre fare a vostro modo, voi....

—Eh non mi seccate—interruppe la contessa Zanze.—Piuttosto andate a chiamare il medico, giacchè mi occorre saper precisamente in che acque si navighi.

Il conte Luca ubbidì, e il dottore, interrogata con molta discrezione la ragazza, uscì dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni della signora contessa avevano proprio côlto nel segno.

—Povero me, povero me!—gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei pochi capelli che gli rimanevano.—Poteva toccarmi di peggio?

La contessa moglie gli diede sulla voce.—Ci vuol altro che queste smorfie! Adesso si vedrà se siete un uomo o unpampano.

La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perchè la contessa Zanze, secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito lasciò l’ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla figliuola.

L’annunzio del grave avvenimento fu come lo scoppio d’una bomba in casa Bollati. Di così grosse Leonardo non ne aveva fatte mai, nè aveva mai recato un impiccio simile alla famiglia, neppure quella volta dello scandalo in giardino. Come immaginarsi che quel ragazzo si incapricciasse della Fortunata, una giovinetta senza forme e senza colore, che aveva diciott’anni e ne mostrava sedici, e con la quale egli aveva giocato alla bambola? E per peggio, il diavolo ci doveva metter la coda; anche un bimbo in prospettiva ci doveva essere!—Già—notava in cuor suo il lustrissimo Zaccaria—un gran sangue quello dei Bollati.

Sicuro, un gran sangue. Ma intanto (poichè non s’era nemmeno potuto effettuare l’andata in campagna a cagione di un’epidemia di tifo che infestava in quei mesi i pressi della villa) non c’era modo di levarsi d’attorno la contessa Zanze, la quale voleva che si rendesse l’onorealla sua creatura, e s’era ostinata a non veder altro risarcimento possibile che il matrimonio. E non si lasciava mica scoraggiare dalle ripulse, ma tornava alla carica collustrissimoZaccaria, o con lalustrissimaChiaretta, o con Leonardo, o con don Luigi, che nella sua qualità di ecclesiastico avrebbe pur dovuto capire quale fosse l’obbligo sacrosanto dei suoi padroni.

Don Luigi, uomo alieno dai fastidi, aveva in principio adottato la tattica di non credere all’importanza della cosa.

—Esagerazioni, esagerazioni—egli diceva.—Le ragazze senza esperienza prendono spesso lucciole per lanterne.

La contessa Zanze si sentiva il prurito di graffiargli gli occhi.—Ma che lucciole, ma che lanterne? Metterebbe forse in dubbio quello che Leonardo confessa?

—I giovinotti, si sa, hanno l’abitudine di vantarsi.

—Auff! Ma se il medico ha dichiarato che mia figlia... via, non lo sa quello che ha dichiarato il medico?

—Bisogna star a vedere, bisogna aspettare... I medici, cara contessa, pigliano tanti granchi a secco.

Finalmente don Luigi si arrese all’evidenza. Gli dispiaceva, proprio da galantuomo gli dispiaceva assai. Ma che poteva farci? Le Loro Eccellenze non ricorrevano a lui per consiglio... eh, pur troppo, i preti non eran più tenuti nel conto d’una volta.... E poi era un affare difficilissimo;...tutte le soluzioni avevano i loro inconvenienti... senza dubbio il matrimonio riparava al mal fatto... ma c’erano le sue obbiezioni, oh se c’erano....

La contessa Rialdi non voleva ammettere che ce ne fossero affatto, si riscaldava, usciva dai gangheri, e pretendeva tener responsabile il sacerdote della cattiva condotta del suo allievo. Allora anche a don Luigi saltava la mosca al naso, e, accendendosi in viso, egli dichiarava che aveva instillato al contino principii di moralità e di religione, e che non era colpa sua se l’altro non aveva saputo trarne profitto. Insomma perchè lo tiravano in ballo lui? Perchè non lo lasciavano attendere in pace a’ suoi studi?

Coi cugini Bollati la contessa Zanze era a vicenda umile e petulante, supplichevole e minacciosa. Vantava i servigi da lei resi a Leonardo durante la sua malattia e così indegnamente ricambiati, dipingeva coi più tetri colori lo stato della propria famiglia dopo la catastrofe; Fortunata che si stemperava in lagrime; il conte Luca che ci rimetteva la pelle dall’avvilimento; oh se ce la rimetteva; lei ch’era invecchiata di più anni in pochi giorni e ch’era sostenuta soltanto dall’idea di giovare agli altri;... senza contare poi Gasparo che navigava nelle acque del Levante e che ancora non sapeva nulla, ma che quando avesse saputo.... Misericordia! Era meglio non pensarci neanche.

Quest’era il nembo lontano che ruggiva neidiscorsi della contessa, ma di lì a poco tornava il sereno, tornava l’idillio pastorale. Che moglie più amorosa di Fortunata poteva mai trovare Leonardo; che nuora più devota, più ubbidiente potevano trovare il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta? Non era una Venere, ma non era nemmen brutta e spiacente, e poi aveva tutto le qualità morali che è lecito desiderare in una ragazza... buona, docile, pia.... Era povera sì, pur troppo, non aveva dote; ma che bisogno avevano di dote i Bollati?... Che cos’è il danaro? Che cos’è la ricchezza?... In quanto alla nobiltà dei Rialdi, nessuno pretendeva che essa fosse paragonabile a quella dei Bollati, ma era sempre una nobiltà genuina, co’ suoi documenti in regola, non una delle tante che circolano per la piazza.

Ma la parte più commovente delle arringhe della contessa Zanze era quella che si riferiva al nascituro. Ella s’inteneriva al solo pensarci. Lo amava già con tutta l’anima quel suo nipotino. Ed era anche nipotino loro, dei Bollati; era, voglia o non voglia, un Bollati... Possibile che si rifiutassero di riconoscerlo?... Bisognava altresì considerare che vantaggio inestimabile sarebbe stato per Leonardo il prender moglie.... Era forse l’unico modo di sottrarlo davvero alle tentazioni, alle cattive amicizie e ai cattivi esempi.

Insomma la loquace femmina tratteggiava ai Bollati un quadro compiuto di felicità domestica. Che se le riusciva di abbrancar Leonardo(e non era cosa facile) rincarava la dose. Aveva a un passo il Paradiso ed esitava ad entrarci, quel disutilaccio.

Malgrado della sua furberia, la contessa Zanze non s’appigliava al mezzo migliore per far entrare in grazia il matrimonio a Leonardo. La prospettiva delle gioie casalinghe non lo seduceva punto, e chi avesse voluto persuaderlo a sposarsi avrebbe agito più saviamente dicendogli che il matrimonio era una semplice formalità, e che dopo le nozze egli avrebbe potuto menar la solita vita, senza paura che la moglie lo tormentasse con tenerezze o con gelosie, o che i figliuoli gli ruzzolassero fra le gambe o lo assordassero coi loro strilli.

Tutto considerato, i maggiori ostacoli all’adempimento del gran disegno della contessa Zanze non venivano nè dallustrissimoZaccaria, nè dallalustrissimaChiaretta. Certo ch’essi non favorivano l’unione da lei vagheggiata, certo che avrebbero voluto anzi impedirla, ma non avevano per essa una di quelle ripugnanze invincibili che fanno cascar le braccia e troncano le parole in bocca a chi difende una causa.

Il conte un fondo di gentiluomo l’aveva; egli capiva che il danno recato da suo figlio ai Rialdi non è di quelli che si risarciscano con l’oro, e che non era una bella cosa pei Bollati il restar con quella macchia sul loro nome, e che la contessa Zanze non aveva torto a veder una sola riparazione possibile....; quantunque fosse lecitosospettare ch’ella avesse una gran parte di colpa in ciò che era accaduto.

Lalustrissimanon era mossa dalle ragioni di suo marito. Ella non poteva soffrire quella inframmettente e pettegola cugina Rialdi e non avrebbe voluto fargliela spuntare a nessun prezzo; giacchè per lei non c’era dubbio ch’era tutto un intrigo ordito dalla Zanze, la quale adesso spargeva lagrime di coccodrillo; ma d’altro lato ella s’era tanto avvezza ad aver intorno a sè Fortunata, a farsene servire come da una cameriera o da una dama di compagnia, che non sapeva rassegnarsi all’idea di dover perderla. E allora era costretta ad ammettere che, realmente, come diceva la contessa Zanze, una nuora simile essa non l’avrebbe trovata mai, e che una gran signora avrebbe portato chi sa che fumi in casa.

L’avversario più accanito, più formidabile dell’unione fra Leonardo e Fortunata era l’agente generale,siorBortolo, il quale, tanto per procurarsi nuovo danaro quanto per tener a bada i vecchi creditori, aveva necessità assoluta di ripetere su tutti i tuoni che presto o tardi gli affari della nobile famiglia s’accomoderebbero con un cospicuo matrimonio del signor contino. Al principale poi fra questi creditori, certo signor Vinati, usuraio desideroso di nobilitarsi,siorBortolo non voleva togliere ogni speranza di vedere un giorno contessa la sua unica figliuola che stava per uscir di collegio e aveva gli occhi scerpellini, i denti guasti e cinquecentomila lire austriache di dote, astrazion fatta da ciò che le spettava alla morte del padre.

Cosicchè, sempre col debito rispetto alle Loro Eccellenze, il brav’uomo disse aperto l’animo suo. Non conveniva esagerare in nulla, nemmeno negli scrupoli. Un ragazzo di vent’anni che seduce una ragazza di diciotto non è più responsabile di lei che s’è lasciata sedurre.... ammesso anche che le parti non siano state invertite e che la ragazza, ubbidiente ai consigli di una madre artificiosa, non sia stata lei la vera seduttrice. A ogni modo, ci vorrebbe altro che in tutti i casi di questo genere si finisse col matrimonio! L’esservi un bimbo per istrada era senza dubbio un impiccio di più, era una disgrazia, ma si poteva vedere, studiare una soluzione decorosa, soddisfacente.... Il matrimonio egli, in coscienza, per la sua gran devozione ai padroni, doveva sconsigliarlo con tutte le sue forze. Quando si ha nome Bollati, si hanno degli obblighi verso il paese, verso la società, ed era evidente che queste nozze non corrispondenti alla grandezza del casato nè sotto l’aspetto morale nè sotto l’aspetto economico avrebbero prodotto una pessima impressione. E poi, era inutile dissimularlo, gli anni continuavano a esser cattivi, c’eran sempre batoste nuove, pur troppo, alcune innovazioni agricole introdotte dal signor conte, sebbene eccellenti in sè, non eran riuscite, le tasse crescevano, crescevano gli interessi dei mutui;alle corte, se il contino Leonardo si risolveva ad ammogliarsi era indispensabile ch’egli facesse entrar di molti quattrini in famiglia. EsiorBortolo concludeva, come per tastare il terreno:—Insomma, sul blasone si può transigere; perchè quello dei Bollati basta per tutti, ma non si può transigere sui danari.

Alleati disiorBortolo, se non molto efficaci certo molto romorosi, erano i Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali erano venuti a saper la cosa e tempestavano i genitori e suoceri di lettere scritte in lingua austro-italica. Per carità non si lasciassero tirar nelle reti dalla Zanze Rialdi. Non dessero alla scappatella giovanile di Leonardo più peso di quello ch’essa meritava. Il matrimonio dell’ultimo rampollo maschio dei Bollati con una ragazza nè bella, nè ricca, nè sufficientemente nobile avrebbe alienato i parenti e gli amici. Se Leonardo doveva ammogliarsi, si cercasse un partito degno di lui. Anzi, a questo proposito, si riserbavano di discorrerne personalmente in Venezia, dove non eran più tornati dopo il 1838 e dove si disponevano a venir prestissimo per abbracciare il conte Zaccaria, la contessa Chiaretta e il caro Leonardo, fattosi ormai un bel giovinotto.

Non c’è bisogno di soggiungere che in queste difficili contingenze anche gli amici di casa volevano dir la loro opinione. E naturalmente non andavano d’accordo. La contessa Ficcanaso, per esempio, era furibonda alla sola idea che iRialdi potessero vincere il loro punto, e urlava che sarebbe un pessimo esempio, e che tutte le ragazze sarebbero incoraggiate a far le civette e peggio, e che nessuna madre di famiglia avrebbe voluto più condur le figliuole in palazzo Bollati se fosse successo quello scandaloso matrimonio. Certo, s’ella fosse stata madre di famiglia, non ci avrebbe più posto il piede. Invece il nobil’uomo Canziani sosteneva, secondo le sue deboli forze, la causa di Fortunata, e un buon canonico di San Marco, monsignor Evaristo Lipari, commensale dei Bollati nelle grandi occasioni, aveva assicurato la contessa Zanze che farebbe il possibile per ottenere la benevola interposizione di S. E. il Patriarca.

Nondimeno la contessa Zanze, vedendo che passavano i giorni senza frutto, ricorse ad un alleato più energico e scrisse a Gasparo informandolo dell’ultime vicende domestiche, e sollecitandolo a procurarsi una licenza di alcune settimane e ad accorrere in aiuto di sua sorella.

E Fortunata?

Che trasformazione succedesse in lei allorchè il vero le fu interamente palese, ce lo dirà una sua lettera, ch’ella, di nascosto dei suoi genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino.


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