«Caro Leonardo,«Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna. Ma a poco a poco s’impadronì di me un nuovo sentimento, che dev’essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al cospetto del mondo, mi pare d’esser meno infelice. Quando tu mi dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi;che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avròqualchedunoda difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua, Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai rammentarti del figlio.«E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell’orecchio, non credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in nome dellanostracreatura, io ti amai come s’ama a diciott’anni, senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son povera.«Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur troppo, te ne vuole ancora«la tuaFortunata.»
«Caro Leonardo,
«Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna. Ma a poco a poco s’impadronì di me un nuovo sentimento, che dev’essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al cospetto del mondo, mi pare d’esser meno infelice. Quando tu mi dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi;che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avròqualchedunoda difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua, Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai rammentarti del figlio.
«E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell’orecchio, non credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in nome dellanostracreatura, io ti amai come s’ama a diciott’anni, senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son povera.
«Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur troppo, te ne vuole ancora
«la tuaFortunata.»
Questa lettera non ebbe risposta; già, fra le altre ragioni per non rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti.
Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi esclamazioni, sempre ravvolgendo però in un profondo mistero le sue mosse strategiche.
Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al quale l’occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della contessa Zanze, s’egli fosse un uomo o unpampanoera mancata assolutamente per colpa della moglie medesima che l’aveva lasciato in disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell’averle sacrificato la sua partita a scacchi al caffè dellaVittoria, e per ricompensamelo faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d’ufficio e consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita.
Senonchè, in mezzo a tante cure che l’angustiavano, Fortunata andava soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s’affannava a spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso l’uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta in sè stessa, seguiva altre fantasie.—Sarà un maschio? Sarà una femmina? A chi somiglierà?
Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento del sangue, ebbe unimpeto di tenerezza che la fece sciogliere in lagrime.
—Misericordia! Che altri malanni ci sono?—esclamò il conte Luca, il quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva.
Ella gli gettò le braccia al collo: e seguitava singhiozzando:—Povero piccino! povero piccino!
Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt’al più:—No, Fortunata, no, non conviene agitarsi. Il medico te l’ha proibito. Mi spiego?
Ma Fortunata non gli dava retta e si lasciava portar via dai suoi pensieri.
—Gli vorrà bene, babbo?.... Chi sa quanto bisogno avrà che gli vogliano bene!
—Sicuro che gliene vorrò.... che domanda!.... Non è mio nipote?—E il conte soggiungeva aspirando una grossa presa di tabacco e rasciugandosi una lagrimetta col dorso della mano:—Ma! Speriamo che tutto finisca secondo giustizia, mi spiego?
Un po’ per le piccole sofferenze inerenti alla sua condizione, un po’ per lo stato del suo animo, Fortunata non sapeva risolversi a uscire e non vedeva nessuno fuori che il canonico, il quale, buona pasta d’uomo, veniva ogni tanto a far l’ufficio di confortatore e a dire che non aveva ancora potuto indurre Sua Eminenza Reverendissima a parlare al conte Zaccaria, ma che non dubitava punto di indurvelo quantoprima. E una parola di S. E. sarebbe bastata senz’altro, perchè i Bollati eran gente religiosa, e lo stesso Leonardo, così scappato e vanesio, adempiva sempre alle pratiche del culto.
—E quando c’è la religione,—concludeva monsignore,—c’è l’essenziale.
Però la contessa Zanze non era soddisfatta.SiorBortolo era duro come un macigno, e adesso erano venuti giù dalla Moravia anche i Geisenburg e s’erano accampati nel palazzo riempiendolo di boria e di fumo. Vederlo quel marchese Ernesto! Un po’ meno pingue, ma più pettoruto di quello che fosse sei anni addietro, trasudava la superbia da tutti i pori. Ella invece, la marchesa, era diventata magra come una sardella, ma in quanto a superbia non aveva nulla da invidiare a suo marito. S’era appena degnata di salutare la contessa Zanze (che pur se l’era tenuta sulle ginocchia) e poi aveva detto (questo lo riferivano le persone di servizio) che non capiva come i suoi genitori ricevessero ancoracerta gente.
Di Fortunata i Geisenburg sparlavano senza misura. E ridevano fra di loro della sua pretensione stravagante di farsi sposare perchè Leonardo s’era levato un capriccio con lei. Faccenda da accomodarsi con qualche centinaio di zecchini, fissando poi una piccola pensione pel bimbo se si volevano spinger gli scrupoli all’estremo. Di spose convenienti per Leonardo ne avevano loro, i Geisenburg, da proporne unamezza dozzina, tutte ricche, tutte della prima nobiltà austriaca, tutte registrate nell’almanacco di Gotha. E anzi un cameriera di casa Bollati, che aveva il vizio di stare in ascolto dietro gli usci e che pretendeva di capire il tedesco, assicurava che tra marito e moglie avevano già fissato la ragazza da preferirsi.
Probabilmente non c’era in tutto ciò nulla di serio, tanto più che per la scelta della sposa, se una sposa ci doveva esser davvero,siorBortolo avrebbe voluto indubbiamente aver voce in capitolo. A ogni modo, mentre le cose stavano in questi termini arrivò a Venezia Gasparo Rialdi.
L’appello materno gli era pervenuto in un momento critico della sua vita. Già da qualche mese tre ufficiali della marina austriaca, amicissimi suoi, Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, nomi che l’eroismo e la sventura resero sacri, erano fuggiti a Corfù col proposito di gettarsi sul primo lembo di terra italiana ove fosse possibile di alzare il grido della riscossa contro i tiranni stranieri e domestici. Partecipe dei loro disegni e non meno deliberato a dar per la patria il suo braccio e il suo sangue, Gasparo Rialdi però non aveva creduto l’ora propizia pel magnanimo tentativo e aveva scongiurato quei valorosi a serbarsi per tempi migliori. E forse essi avrebbero accolto il suo consiglio, se il timore di esser già spiati dalla polizia imperiale non li avesse indotti a precipitare la diserzione. Con che cuore Gasparoli avesse visti partire è facile immaginarlo. Ed è facile immaginare con che ansietà egli avesse seguito le loro vicende. L’incrollabile fermezza di Emilio di fronte alle preghiere e alle lacrime della misera madre volata a Corfù nella primavera di quell’anno 1844 per iscongiurare l’imminente sciagura, la fiera dichiarazione pubblicata dai due fratelli in un giornale di Malta in risposta a un editto dell’Ammiragliato austriaco, la lettera scritta da Domenico Moro al comandante della sua nave per ispiegargli la propria condotta, commossero in quei tempi, prima ancora della tragedia di Cosenza, quanti erano spiriti gentili nella penisola. E Gasparo, ch’era stato il confidente di quei giovani audaci e che, pronosticando col lucido ingegno l’inanità dell’impresa s’era invano sforzato di trattenerli, aveva poi sentito un acre rammarico a non esser con loro, ad aver piuttosto ubbidito alla voce della ragione che agl’impeti dell’entusiasmo. La notizia sparsasi nella seconda metà di giugno che i Bandiera coi loro seguaci fossero sbarcati in Calabria diede nuova esca al fuoco, e il nostro giovane ufficiale al quale pareva di meritarsi la taccia di codardo, studiava già i modi di raggiungere gli amici, quando la lettera di sua madre gli additò un dovere sacro, preciso, immediato a cui non gli era lecito di sottrarsi.
Livido di sdegno e di rabbia, Gasparo Rialdi, appena ricevuto quel foglio, si presentò al suo comandante pregandolo d’accordargli un congedod’un mese per motivi gravissimi di famiglia.
Il comandante, austriaco fino al midollo dell’ossa, ma buono di cuore e amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta, e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell’ufficiale:
—Che avete, Rialdi?—gli disse.—Non vi si riconosce più.
L’altro si schermì dal rispondere e insistette sulla necessità che aveva di partir subito per Venezia.
—Mi date proprio la vostra parola d’onore che partite per Venezia? Solamente per Venezia?
Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e proseguì con voce ferma:—Sì, le do la mia parola d’onore.
—Ebbene, ebbene,—brontolò il comandante ordinando allo scrivano di redigere il permesso. E proseguì a voce più bassa:—Vedete, Rialdi, sono momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a tutti.
Gasparo sentì salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla.
—Del male a tutti,—ripetè il suo interlocutore.—Si vive in un’atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a sè.... I Bandiera specialmente.... figli d’un contrammiraglio.... Non par vero.... E che cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie controle truppe di S. M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui.
Quest’ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo lavoro.
—Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente.... Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d’onore.
—Gliel’ho data,—tornò a dire Gasparo ringraziando e inchinandosi.
E quella notte medesima egli viaggiava col vapore del Lloyd per Trieste. C’era a bordo una quarantina di passeggieri, quasi tutti sopra coperta, tanto il tempo era bello e il mare tranquillo. Si ciarlava, si giocava, si faceva all’amore. Tre o quattro suonatori ambulanti, imbarcatisi a Smirne in terza classe, strimpellavano delle polke e dei valzer, e chi ne aveva voglia ballava al chiaro di luna, mentre i delfini saltellavano sulle acque fosforescenti.
Gasparo Rialdi pensava ai suoi amici inseguiti, a sua sorella vituperata. Egli era solo, taciturno, chiuso in sè stesso. Nè le sue angoscie patriottiche, nè i suoi dolori domestici erano di quelli che possono cercare un sollievo nelle simpatie altrui.
Pallida, confusa, tremante, con le gote molli di lagrime, Fortunata osava appena alzare gli occhi verso il fratello. La confessione del suo fallo non l’era mai stata così grave. Non dinanzi al sacerdote, avvezzo a quetar gli scrupoli della sua coscienza, non dinanzi alla madre, la cui leggerezza colpevole aveva avuto tanta parte nella sua caduta. Ma Gasparo, del quale ella ricordava le previsioni, gli ammonimenti, i consigli, ahimè non seguiti, Gasparo poteva rinfacciarle la sua vergogna cercata, voluta, poteva chiederle conto dell’onore della famiglia da lei macchiato per sempre. Ella ne aveva avuto sin da bambina una gran soggezione; figuriamoci adesso ch’egli era un giovinotto alto, severo, abbronzito dal sole, con uno sguardo acuto, penetrante, che ricercava l’intime latebre dell’anima.
Eppure, di mano in mano ch’ella parlava le rigide fattezze dell’ufficiale s’atteggiavano aun’espressione più dolce; pareva che il giudice si fosse impietosito del reo. E invero un gran peso gli si era tolto di dosso. Il linguaggio schietto, ingenuo di Fortunata lo aveva reso sicuro che, quale pur fosse stata la condotta di sua madre, sua sorella era una vittima e non era una complice.
Quand’ella si tacque, egli stette un momento in silenzio col viso nascosto tra le palme; poi disse queste sole parole:—E lo ami sempre?
—Sempre—ella rispose chinando la fronte, ma con voce ferma.
—Sì, capisco—ripigliò Gasparo—l’amarlo fu la tua unica colpa e fu anche la tua unica scusa.... Ma adesso.... dopo il suo vile abbandono, dopo il suo turpe oblio d’ogni dovere più sacro.... Ah se tu non lo amassi più!...
Fortunata lo guardò atterrita.—Lo amo! Lo amo! In nome del cielo, che faresti se non lo amassi più?
Gli occhi del giovane sfolgorarono.—Quel che farei?... Gli farei pagare a caro prezzo l’oltraggio, e poi direi a te: Dimentica perfino il suo nome: dimentica ch’egli ti ha reso madre... l’essere che darai alla luce non ha nulla da guadagnarci a conoscerlo.... ci penseremo noi, noi soli.... se sarà un maschio, avrò cura io della sua educazione, ne farò un uomo, un cittadino.
—Grazie, Gasparo, grazie—esclamò Fortunata.—Oh tu sei buono e io non perdonerò mai a me stessa di non averti ubbidito; ma semi vuoi bene, se hai misericordia di me non devi far del male alui.... a Leonardo.... non devi togliermi la speranza ch’egli mi ridoni un giorno il suo affetto, che, disingannato, stanco dei baci delle altre donne, egli torni da quella il cui cuore non muta... dalla madre della sua creatura....
—Ma non sai dunque—interruppe il fratello—che faranno di tutto per indurlo a prender moglie... una moglie che porti il suo bel gruzzolo di zecchini.... poichè si va buccinando che i nostri illustri parenti siano dissestati e che occorra una grossa dote per tappare i buchi?
—No—disse la ragazza sforzandosi di persuader sè medesima che i dubbi di Gasparo erano infondati.—No, non vi riusciranno.... Quello che Leonardo vuole è la sua libertà.... È la risposta ch’egli diede a mia madre, a Monsignore... Se si risolvesse a sposarsi....
—Credi che sposerebbe te?
—Lo credo.
—Senti—disse Gasparo dopo una pausa—vedrò gli zii Bollati, vedrò Leonardo... oh non temere, so esser calmo, so reprimere le mie antipatie.... e quello che potrò fare pel tuo bene te lo giuro, sorella mia, lo farò.
Quantunque a malincuore, la contessa Zanze s’era rassegnata ad abbandonar nelle mani di suo figlio il grave affare domestico, pel quale da un paio di mesi ella metteva in combustione il mondo. Quel benedetto Gasparo aveva uncerto carattere, certe idee tutte sue.... Insomma ella lo aveva chiamato e non poteva disgustarlo. Ma il conte Luca brontolava:—Fanno come s’io non esistessi.... Vanno, vengono senza degnarsi d’avvisarmi.... Quest’è bella.... Sono o non sono il marito di mia moglie e il padre dei miei figli?... Mi spiego?... Non era naturale che conducessi io la faccenda?... Ma, nossignori... Primamadamaha voluto far da sè.... E adesso tocca a Gasparo, che con quel suo temperamento sulfureo finirà di rovinarci.... Cose che andrebbero trattate con calma, con prudenza, con spirito conciliativo.... E intanto chi soffre di più siamo noi due, Fortunata e io.... io che non ho un momento di bene....
Il conte Luca non osava dirlo, ma pensava alla sua scacchiera.
In famiglia Bollati l’arrivo di Gasparo Rialdi a Venezia recò una molestia infinita. Gasparo non era più un ragazzo da prendersi a scappellotti; era un uomo, era un ufficiale tenuto in gran conto dai suoi superiori, e non si poteva sbrigarsene con delle ciancie vuote. Sua Eccellenza Zaccaria se n’era persuaso subito dopo un primo colloquio, in cui, ricevuta l’imbeccata dasiorBortolo e dai Geisenburg, egli aveva tentato di menare il can per l’aia. Bisognava vedere, bisognava studiare (proprio le parole precise disiorBortolo), bisognava cercare con tranquillità una soluzione conveniente. Al bambino si sarebbe provveduto....
—Conte Zaccaria—aveva detto l’ufficialein tuono reciso—o il bambino entra in palazzo Bollati in compagnia di sua madre, o nessuno ha il diritto d’ingerirsene.... La soluzione a cui ella accenna sarebbe un secondo insulto per mia sorella... E io non sono disposto a passar sopra nemmeno al primo.... Ci rifletta meglio, conte, ascolti i suggerimenti del suo cuore e del suo onore.
Già; quest’era esprimersi chiaro. L’antifona della contessa Zanze. Non c’è altra riparazione che il matrimonio. Senonchè Gasparo non affogava il suo concetto in un mare di chiacchiere. Andava per le spiccie, aveva un piglio soldatesco che produceva un certo effetto.
Il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, secondato dalla consorte, urlava che la tracotanza di quell’ufficialetto di marina era intollerabile, e che bisognava dargli una buona lezione, e che gliel’avrebbe data lui stesso se non avesse temuto d’insudiciarsi le mani.
In quanto al contino Leonardo, è vano il dissimularlo, egli aveva paura, e se da un paio di generazioni i Bollati non fossero stati avvezzi a rimanersene attaccati come ostriche agli scogli della laguna, c’è da scommettere ch’egli avrebbe colto quell’occasione per intraprendere un viaggietto all’estero, tanto gli pesava il trovarsi faccia a faccia col fratello di Fortunata, del quale egli conosceva per esperienza l’indole focosa ed altera.
La paura è un difetto, ma anche i difetti possono servire a qualche cosa. Nel caso presenteessa serviva a far capire a Leonardo il brutto impiccio in cui egli s’era messo e a predisporlo alla moderazione e all’umiltà nel suo inevitabile abboccamento con Gasparo.
Gasparo dal canto suo s’era impegnato con la sorella e con sè medesimo a frenar gl’impeti del suo carattere, cosicchè i due giovani, nell’incontrarsi, seppero nascondere il mal animo reciproco. Anzi, sulle prime, Gasparo fu lì lì per dubitare di essere stato ingiusto in passato negando al cugino ogni qualità di cuore e di intelletto. Ma, ohimè, il dubbio non tardò a dissiparsi, e Gasparo s’accorse ben presto che nel fare appello ai sentimenti generosi che scuotono le fibre degli altri uomini egli usava un linguaggio non inteso o inteso a rovescio dal contino Bollati.
Quelle parole che destano la coscienza sopita, che fanno salire al viso i rossori della vergogna, che fanno spuntare sul ciglio le lagrime del pentimento, erano pel giovane patrizio un vano frastuono, e invece di persuaderlo al bene rinfocolavano in lui gl’istinti bassi e perversi. Preparato ai motti pungenti, alle intimazioni recise del fiero Rialdi, l’eloquenza appassionata, commossa, affettuosa di lui gli sembrava un sintomo di debolezza.
—Quand’è così—pensava il vigliacco—ho torto io a farmi coniglio.—E si imbaldanziva a poco a poco, e dal labbro che un momento prima stillava latte e miele, gli uscivano allusioni maligne e velenose. Gasparo pazientò alquanto,ma colta a volo una frase che pareva accusarlo di fini subdoli e venali; egli afferrò pel braccio Leonardo, e fulminandolo con lo sguardo:—Bada—gli gridò con un ruggito—bada a quello che dici, o guai a te.
E mentre l’altro, allibito, biascicava delle scuse, egli proseguì:—Bada di non confondere la calma di chi è sicuro del proprio diritto con la pusillaminità de’ tuoi pari.... Perchè t’ho parlato come a un fratello, tu hai creduto ch’io fossi qui a mendicar le tue grazie.... Povero scemo! Io non so se potrò costringerti a fare il tuo dovere; per me....—e Gasparo voleva dire: per me ci rinunzierei ad averti per cognato; ma si trattenne e soggiunse invece:—Però una cosa è sicura; me vivo, mia sorella non sarà impunemente disonorata, nè il nome della mia famiglia impunemente trascinato nel fango.
Misericordia! Sta a vedere che Rialdi si sognava di provocare un duello? Era matto? Eh Leonardo Bollati non si batteva! S’eran battuti abbastanza i suoi vecchi! La spada egli sapeva appena come s’impugnasse, e infatti non si ricordava d’aver mai toccata quella del nonno, comandante di galera, che il conte Zaccaria aveva regalato al Museo Correr insieme con altre anticaglie.
Questa certezza che, nella peggiore ipotesi, nessuno sarebbe riuscito a condurlo sul terreno, rimetteva un po’ di fiato in corpo al nostro contino, ma non più di quello che era necessario per permettergli di manifestare con parole sconnessela propria codardia. Il cugino era troppo focoso, lo aveva frainteso... Egli non aveva mai avuto l’idea di offenderlo... Ne aveva anzi una grandissima stima... ben meritata... come per tutta la famiglia Rialdi... Del resto, riconosceva i suoi torti... Avrebbe voluto morire piuttosto che nuocere a Fortunata... Ma adesso che poteva fare?... Già non poteva mica disporre di sè... Era minorenne, dipendeva da’ suoi genitori... Se si persuadevano loro....
Gasparo lo interruppe con un gesto d’impazienza:—Quando facciamo sparger delle lagrime per i nostri piaceri, abbiamo perduto il diritto di addurre a scusa la nostra età giovanile e di ripararci all’ombra degli altri... Siamo abbastanzauominida dover risponder noi soli delle nostre azioni.
Parole altrettanto savie quanto inutili. Il contino Bollati non si dominava con gli argomenti, ma con la paura; lo si teneva in pugno perch’era un vile.
E questa fu l’impressione che anche Gasparo ritrasse dal suo colloquio con Leonardo. Si sarebbe vinto, ma la prospettiva d’una tale vittoria umiliava il nostro ufficiale assai più d’una sconfitta. E non volle o non seppe tacerlo a sua sorella allorchè ella gli corse incontro trepida, ansiosa, e vedendolo con la cera stravolta balbettò sbigottita:—Dio mio, tu m’annunzi qualche disgrazia.
—Non quella che temi—egli rispose con un sorriso pieno d’amarezza.
—Che cosa dunque?
—Ascoltami, Fortunata, ascoltami fin che c’è tempo. Se il consenso di Leonardo fosse una disgrazia peggiore del suo rifiuto?
—Egli acconsente? Leonardo acconsente a farmi sua moglie?—gridò Fortunata pazza di gioia. E i suoi occhi s’illuminarono come se le brillasse dinanzi una visione celeste. Ma poi scorgendo la meraviglia, il disgusto dipinti sulla fisonomia di suo fratello, chinò la fronte e arrossì.
—Non lo ha detto ancora—rispose Gasparo.—Ma io credo ch’egli acconsentirà a tutto quel che si vuole... sai perchè? Perchè lo spaventa l’idea ch’io possa fargli pagar caro il male che ti ha fatto, perch’egli trema per sè, perchè egli non ha nemmeno il coraggio d’essere un tristo... E da un tal uomo tu speri la felicità?... Ah se io fossi in te, piuttosto di aver costui per marito, accetterei anche il disonore.
—Per me forse—esclamò Fortunata—ma non perlui, non per mio figlio... Io non voglio che mio figlio sia chiamato con un nome ingiurioso.
Ma a questo grido di madre non tardò a tener dietro un grido d’amante.
—Vedi, Gasparo, tu non puoi capire... malgrado del tuo ingegno, e ne hai tanto, non puoi capire quello che si passa in cuore di donna... Tu mi domandi s’io spero da Leonardo la felicità... Ma la felicità, per noi, consiste nell’appartenere all’uomo che amiamo, nel viver con lui, per lui... anche s’egli non è degno del nostro amore... anche se ricambia con gli oltraggi egli scherni le nostre carezze... Non corrugar la fronte, Gasparo, non esser troppo severo con me... sono una povera femmina, io... Non ragiono, sento... In quell’amore che mi ha fatta colpevole, in quell’amore che mi fa madre è chiuso il mio piccolo mondo... Non ho altro, non avrò altro mai... Il Signore non ha voluto ch’io espiassi il peccato con le preghiere, con le penitenze, coi digiuni... ha ribadito lui stesso le catene che mi tengono attaccata alla terra... No, no, te lo ripeto—ella continuava infiammandosi sempre più—tu non puoi capire... Bisognerebbe esser davvero al mio posto... Io non ho nè la bellezza, nè la grazia, nè lo spirito, edeglimi ha amata, sia pure per una settimana, sia pure per un giorno... è quanto basta perchè io l’ami per tutta la vita.
Gasparo era ammutolito. Che rispondere alle manifestazioni esaltate d’una passione che non tentava nemmeno giustificarsi, ma si affermava come un fatto inesorabile, voluto dal destino? Ed egli, il forte e prode uomo, si domandava tristamente come un libertino volgare, senza ingegno, nè dignità, nè coscienza, potesse esercitare un tal fascino sopra una fanciulla buona e gentile. Di quanto fango è dunque composta quella cosa divina che si chiama l’amore?
Checchè ne sia di ciò, l’abboccamento di Leonardo Bollati e di Gasparo Rialdi aveva avuto per effetto di lasciar uno dei due interlocutori sbigottito, l’altro nauseato. Ma se lo sbigottimento rendeva Leonardo più malleabile,la nausea rendeva Gasparo meno acconcio che mai al suo ufficio di negoziatore. Egli si trovava, del resto, in una singolare condizione di spirito. Egli capiva che, in certi casi, dal matrimonio in fuori, non c’è riparazione che valga, ma, d’altra parte, sentiva crescere la sua ripugnanza ad adoperarsi per combinare un matrimonio che avrebbe unito Fortunata con un uomo tanto spregevole. Era scontento della sua famiglia, scontento di sè. Lo irritava la nullaggine del suo babbo, l’indole poco scrupolosa di sua madre, l’accecamento di sua sorella; si sentiva umiliato di queste misere lotte in un tempo nel quale i suoi amici scontavano col loro sangue un’eroica follìa.
Poichè in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano.
Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19 giugno di quell’anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il dì appresso. LaGazzetta privilegiatadi Venezia di martedì 6 agosto riproduceva dalGiornale di Napolil’estratto della sentenza pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredità di memorie e d’affetti. Era già molto se l’insulto villano non li accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche, nell’intimità dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava a più alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure.
Ciò che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, è inutile il dirlo. Egli giurò allora, e mantenne il giuramento, di consacrare la sua vita all’idea per la quale i suoi compagni d’armi erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa abborrita, a servire sotto una bandiera ch’egli tradiva; però i tempi tristissimi non lasciavano libertà di scelta ai generosi che i voleri delle famiglie o la dura necessità costringevano a militare sotto lo straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli obblighi di soldati.
Comunque sia, sotto la prima impressione della tragedia di Calabria, il nostro ufficiale non seppe padroneggiarsi appieno, e il luogo e il modo in cui egli uscì dal suo riserbo diedero origine a un fatto che poteva avere per lui conseguenze gravissime.
Egli aveva pregato un suo conoscente d’introdurlo una sera nel Casino dei nobili affine di leggervi nei fogli napoletani i particolari del processo contro i Bandiera e i loro complici.
Ora nel momento in cui Gasparo entrò con l’amico, quei fogli erano tutti accaparrati da un gruppo di persone, tra cui primeggiava il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, quello stesso che avrebbe voluto dare una buona lezione al Rialdi se non fosse stata la paura d’insudiciarsi le mani. Il signor marchese leggeva ad alta voce con la sua pronunziaostrogota, fermandosi a ogni due parole per pigliar fiato e per interpolare qualche sua riflessione in italiano o in tedesco, un articolo delGiornale di Napoli, contenente un giudizio sommario sull’impresa di Calabria. Impresaincredibile al racconto, di superlativa stoltezza, di crassa ignoranza, la chiamava il dotto articolista, e l’illustre signor marchese stava appunto deliziandosi in queste frasi concise, vibrate, degne di Tacito. Egli vide con la coda dell’occhio Gasparo Rialdi, ma finse di non accorgersene e tirò innanzi nelle sue osservazioni, mettendoci forse una maggiore acrimonia. Anch’egli opinava, come la suocera, che Gasparo fosse un po’ carbonaro, e non gli dispiaceva di slanciargli indirettamente qualche frecciata, tanto più che l’ufficialetto gli era antipatico per cento altre ragioni. La condotta del signor marchese non era punto generosa, giacchè egli doveva sapere che nel campo politico il Rialdi non aveva libertà di parola. Noi non abbiamo però detto mai che il marchese fosse un uomo generoso. Anzi egli non era punto tale, sebbene non fosse certo un vigliacco come il cognato Leonardo.
—Penissimo—esclamò il marchese Ernesto, sempre col giornale in mano—Superlativa stoltezza... crassa ignoranza. So ist es...Così è.
L’uditorio approvava. Era proprio da matti furiosi il pensarsi una cosa simile... In trenta o quaranta voler abbattere un regno... E poi, se fossero padroni loro?
—Gott bewahre!Dio guardi! meglio la finedel mondo... Sarebbe come Rifoluzione francese... Ladrerie, stragi, sacrilegi.
—Quel Mazzini!—disse un signore grave e maturo tentennando la testa.
—Sicuro—assentì il marchese.—Quel Mazzini, gran canaglia... Se si prende, non fucilarlo... troppo onore...Erhängen muss man ihn... come si dice in italiano? ah sì... impiccare, impiccare...
—Quello non si piglia—osservò un altro—e intanto dei poveri giovani vanno a farsi ammazzare per lui.
—Che poferi giovani? che poferi giovani?—esclamò infastidito il nobile moravo.—Esempi ci vogliono, e queste condanne faranno puonissimo effetto... Che poferi giovani?.... Tanto peggio per loro... Non poferi, impecilli forse... ma impecillità non scusa.
Gasparo s’era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino all’angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale diMode e Varietà. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all’ultime parole del marchese egli non ne potè più, e senza ben sapere quel che volesse fare o dire, si alzò di scatto dalla seggiola, e respingendo l’amico che s’era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l’altro dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano.
Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si tirarono in disparte.Il marchese Ernesto però, antico capitano degli usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto più presto glielo permise la sua corpulenza, s’appoggiò coi pugni alla tavola, e disse:—Was wünscht der Herr Offizier? Ja...Che desidera?
—Io?... nulla—rispose Gasparo sforzandosi d’esser calmo.—Anzi mi dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire solamente....
—Ah, foleva dire qualcosa?Bitte... Prego... Parli....
—Volevo dire che bisogna mancar d’ogni gentilezza d’animo per scagliarsi contro della gente che può esser stata illusa, che può aver sbagliato, ma che in ogni modo sacrificò la vita per un’idea....
—Bitte... Prego... Der Herr...Il signore difende i Pandiera?...Ach sehr gut...Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale....
—Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l’esser ufficiale della marina austriaca non me ne toglie il diritto, che l’insultare alle tombe è viltà.
Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava più del solito.
—Viltà?...Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?...Dice a me questo?
—A lei, a lei.... O a chi dunque?
—Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?...mich herausfordern... ach ja...provocare...provocar me, marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono un pretesto. Il signore vuol provocare perchè sono contrario a speculazioni matrimoniali di sua famiglia....
—Lei mente, lei è un codardo—urlò Gasparo Rialdi fattosi livido all’atroce ingiuria.
E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen se i presenti non si fossero interposti a tempo.
Però quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire così, e il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il conte Gasparo Rialdi si trovarono l’uno di fronte all’altro su una striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese era stato in gioventù uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora alla perfezione le finezze dell’arte, ma il Rialdi era più svelto, più risoluto, più audace e con un colpo bene assestato ferì l’avversario alla spalla destra e gli fece cader l’arma di mano.
Il curioso si è che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe dovuto spazzar via l’ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto tutto contrario alle previsioni.
E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata sempre intollerabile, ma adesso era piùuggiosa che mai, dacchè s’era scoperto che, dietro a tanto fumo c’era pochissimo arrosto, e che i famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava affatto. Siccome però i creditori non avevano l’opinione del signor marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl’impegni contratti dinanzi a un tavolino dirouletteo di faraone, così le citazioni fioccavano, e raggiungevano l’illustre viaggiatore anche di qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e bevuto in cucina, deponevano per poco l’usata albagìa, e ne raccontavano di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da più mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in aiuto del genero e della figliuola. Già, essi soggiungevano mezzo in tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della nobileHerrschaftera stato quello di procurarsi danaro. La servitù dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la nobileHerrschaftfosse costretta a tornarsene indietro con le mani vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti illustrissimoZaccaria, per levarsi la seccatura, mandò il marchese dall’agente generale,siorBortolo, e questi protestò di non poter dare un centesimo. Ormai l’ingegnoso amministratoreera a corto d’espedienti, e non ci teneva punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti dicendo ch’era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un bifolco, e che quelsiorBortolo era un ladro, e ch’era tempo di vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi. Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de’ suoi parenti, ebbe a confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso del proprio genero. IllustrissimoZaccaria aveva su per giù la medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato ferito—Auff—borbottò fra i denti—se la ferita lo guarisse dalla petulanza!
E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima, d’intenerirsi pel cognato; chè anzi quel manichino impastato di arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli l’etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo, onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola, e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da un’altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbestato capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello del Geisenburg col Rialdi lo turbò tutto per ragioni sue personali. Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto, si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro. Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi.
Al contino veniva la pelle d’oca al pensarci, e la notte successiva al duello fu per lui una notte d’inferno. Si voltava e rivoltava fra le lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni più lieve romore. Peggio poi se pigliava sonno un momento. L’assalivano subito tetre visioni, gli pareva d’essere infilzato come un capo di selvaggina, e si svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di là per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato nelle viscere. Allora, un po’ più calmo, cercava di persuadersi che Gasparo Rialdi non l’avrebbe mica aggredito per la strada come un volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e la comunicò ai genitori.
—Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di sposar Fortunata. Ho degli obblighi.
Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso, perchè fino allora il contino non s’era mostrato così soggetto agli scrupoli.
—Ta, ta, ta, ta—disse Sua Eccellenza il conte Zaccaria—meno furia, ci siamo anche noi.... E com’è che fino a pochi giorni fa il signorino protestava di non volersi ammogliare nè adesso, nè mai, nè con la cugina, nè con la figlia dell’imperatore del Mogol, se, puta caso, ella fosse venuta da queste parti?
—Io volevo liberarmi dalle seccature disiorBortolo che s’impuntava a darmi la sua Vinati.
—Di quella non si parla—interruppe la contessa Chiaretta—non è neanche nobile.
Il conte sospirò pensando che la Vinati avrebbe portato in casa cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C’era di mezzo il decoro della famiglia, e conveniva rinunziarci.
—Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio cognato—seguitò Leonardo.
—Oh quelle lì—disse il conte—sonoin mente Dei. Il marchese mio genero non fa che citarle a memoria dall’almanacco di Gotha.... Del resto—soggiunse il nobiluomo con maggiore solennità—è fuor di dubbio che l’unico rampollo maschio d’una famiglia come la nostra deve pigliar moglie per assicurare la discendenza.
—Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza è già assicurata.
—Adagio, Biagio—ripigliò il conte Zaccaria.—Ilmatrimonio d’un Bollati non è faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant’anni addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo....
—E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le figliuole—esclamò la signora Chiaretta.
—Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra i nostri vecchi... le prime famiglie e le più ricche...—soggiunse il conte moderando un poco l’intonazione pomposa del discorso.
—Sarebbero venute anche adesso—disse la moglie—senza questi scandali, senza questa condotta indecente.—Indi rivolgendosi a Leonardo—Vergogna! Sei la rovina dei Bollati.
Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla.SiorBortolo, chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio insolito. Egli non voleva più impicciarsene, perchè s’era accorto che le sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel contino Leonardo, s’era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la marchesa Geisenburg gli avevan dette di quelle ingiurie che feriscono al vivo un galantuomo. Facessero dunque il piacer loro. Già, esclusa la Vinati, egli non vedeva nessun altro buon matrimonio possibile. Egli se ne lavava le mani.... Ricordava soltanto alle Loro Eccellenze che il signor Vinati era deciso a non rinnovare il mutuo.
—Mi pare,—disse il conte Zaccaria, quando l’agente generale s’accommiatò,—mi pare chesiorBortoloalzi la cresta.
—Pare anche a me,—rispose la contessa Chiaretta.
Il fatto si è chesiorBortolo aveva ormai messo da parte un bel gruzzolo di quattrini e si curava assai meno del favore delle Loro Eccellenze.
Ammutolitosi l’agente, screditati i Geisenburg per la loro tracotanza e i loro dissesti ormai palesi a mezzo mondo, il conte e la contessa Bollati rimanevano esposti agli assalti della cugina Zanze, del nobiluomo Canziani, di monsignor Lipari e di tutti i favoreggiatori dell’unione di Leonardo e di Fortunata. Dal canto suo Leonardo, ogni volta che vedeva da lontano Gasparo Rialdi con la sua aria marziale e la sua spada al fianco, sentiva la tremarella alle gambe, e tornava a palazzo strepitando che bisognava riparare ai proprii torti senza perder altro tempo. Batti oggi e batti domani, le ultime resistenze del conte e della contessa furono vinte, e con immenso sdegno dei Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali partirono da Venezia lasciandovi un lungo strascico di debiti e dichiarando di non volervi più rimetter piede, le prossime nozze del contino Leonardo Bollati P. V. con la contessina Fortunata Rialdi furono annunziate ai parenti e agli amici.
Però il matrimonio si celebrò quasi clandestinamente, tra gli epigrammi dei maligni e lemormorazioni di quelli che erano avvezzi alle pompe di casa Bollati. Nè regali, nè fiori, nè componimenti in verso o in prosa. Il nobile Canziani dovette ringhiottire un epitalamio, e don Luigi fu costretto a rinunziare alla stampa d’un altro capitolo della sua opera colossale destinata a polverizzare la gloria di Alessandro Manzoni.
L’unica persona a cui nel giorno solenne brillasse in viso una schietta felicità era Fortunata. Il voto del suo cuore era pago, il suo onore era salvo, la creaturina che stava per nascere da lei non sarebbe entrata nella vita senza padre e senza nome; che poteva ella desiderare di più? Contro le nuove prove che l’aspettavano le pareva di esser forte abbastanza, forte di rassegnazione, di tenerezza, di fede in Dio, in quel Dio ch’ella oggi ringraziava dal fondo dell’anima pel bene che le aveva concesso.
Fatto si è che tutti gli altri, qual più, qual meno, avevano la faccia scura.
Leonardo, quantunque deciso a continuar la vita da scapolo anche dopo ammogliato, s’arrabbiava già con se medesimo d’aver così docilmente piegato il collo al giogo coniugale; il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta vedevano in quel matrimonio un sintomo dell’umiliazione del loro casato, e la contessa Zanze Rialdi aveva amareggiata la gioia del trionfo dalla meschinità della festa e più ancora dai molti indizi della decadenza economica dei Bollati. Aver aspirato con tanto ardore a far entrare la figliuola in quell’illustrefamiglia e riuscirvi solamente quando l’illustre famiglia minacciava d’andar in rovina, era proprio un’ironia della sorte! La contessa Zanze si sfogava col marito e gli diceva all’orecchio durante la cerimonia:—Se foste un altro uomo, non avreste permesso che la cosa si facesse in questa maniera.... Pare che ci facciano una grazia.... E poi Dio voglia che non siamo alla vigilia delpatatrac.... Se almeno foste nell’amministrazione!—Tacete,—rimbeccava il consorte.—Voi parlereste anche sott’acqua. Non siete mai contenta, voi.
Gasparo Rialdi non assisteva a quelle nozze ch’egli, sebben riluttante, poteva dire d’aver imposto con la punta della sua spada. Sventata, mercè la benevola interposizione di qualche ufficiale superiore suo amico, la tempesta che si addensava sul suo capo dopo la scena nel Casino e il duello col Geisenburg, egli era partito da più giorni per la nuova destinazione di Pola, datagli dal Comando della marina. In apparenza lo si mandava a dirigere alcuni lavori a quell’arsenale, in fatto si voleva tenerlo lontano dalla squadra del Levante ove serpeggiavano umori rivoluzionari.
ComesiorBortolo aveva predetto, il matrimonio del contino Leonardo rese intrattabile il signor Vinati, il quale vedeva frustrate le sue speranze di dare un titolo alla figliuola. La moglie di lui, che aveva tutte le bizze e tutti i rancori d’una femminetta arricchita, soffiava nel fuoco e minacciava il marito della sua collera s’egli non esigeva da quelleZelenze(e qui la signora Vinati aggiungeva un epiteto energico) il puntuale rimborso del mutuo che scadeva appunto alla fine dell’anno.—Non un giorno, non un’ora, non un minuto—strillava la megera, implacabile come il destino. E anche altri creditori che fino allora non avevano badato a qualche ritardo nel pagamento degl’interessi, e non avevano mai detto di no alle domande di rinnovazione, si facevano meticolosi ad un tratto e dichiaravano senza cerimonie di non voler servire più da zimbello a nessuno.SiorBortolo non sapeva a che santi votarsi. Invero, eglis’era già preparato la sua brava ritirata; aveva un bel poderetto in Friuli e una casa piena di grazia di Dio in Venezia, ma finchè c’era qualche osso da rosicchiare nell’azienda, non gli bastava l’animo di abbandonare le Loro Eccellenze. Povera gente! Sarebbero stati impicciati come pulcini nella stoppa.
Ormai la fama con le sue cento bocche spargeva dappertutto la notizia della prossima rovina dei Bollati, e sul palazzo pesava la tristezza che pesa sulle cose decrepite. Come suole accadere, i cosidetti amici di famiglia s’erano dispersi; non c’era ragione, dicevano, di andar a disturbar della gente che aveva tanti sopraccapi. Tutt’al più veniva ogni giovedì e ogni sabato il nobile Canziani, visitatore poco desiderabile, sia perchè pativa frequenti accessi di tosse, sia perchè i suoi reumatismi gli rendevano difficile di mettersi a sedere quand’era in piedi e di alzarsi quand’era seduto. I Rialdi, nella loro qualità di genitori della sposa, bazzicavano in casa ancora più spesso del solito, e pranzavano alla tavola dei parenti tre volte per settimana, ma stavan sempre con tanto di muso, non potendo perdonare ai Bollati i loro dissesti economici. Ed era di umor tetro anche don Luigi, il quale si vedeva mancar lo stipendio da parecchi mesi, e presentiva di dover presto abbandonare la sua sinecura, senza che gli fosse riuscito almeno di stampare il libro da cui egli si riprometteva l’immortalità.
Ah come sarebbero rimaste male lelustrissimeAdriana e Marina, padrone e protettrici del defunto Nicola se, uscendo dal sepolcro per un momento, fossero penetrate nel salottino ch’esse avevano empito del loro sorriso, del loro cinguettìo festevole, della loro grazia elegante! Come avrebbero stentato a credere che fossero due Bollati quelle due donne dalla faccia scialba e dall’aria abbattuta che sedevano una di fronte all’altra davanti a un tavolino rischiarato da una lucerna a olio di cui un cappello verde raccoglieva entro un breve cerchio i tremuli raggi, mentre il resto della stanza era immerso nelle tenebre e la vecchia lumiera di Murano, riscintillante un tempo per cinquanta fiammelle, pendeva dal soffitto polverosa e dimenticata! Suocera e nuora talvolta giocavano aconzina, talvolta stavano a guardarsi senz’aprir bocca. Un’ombra scura si moveva nel fondo; era don Luigi che, sprofondato in una poltrona, ora stirava le braccia, ora accavallava le gambe; poco più in là Romeo, il soriano amatissimo dalla contessa, sonnecchiava e faceva le fusa, rivolto a spira sopra uno sgabello imbottito. Ogni tanto S. E. Chiaretta tralasciava a mezzo la partita o rompeva il silenzio per infilar le sue solite querimonie, fedele al suo antico sistema di presagire i maggiori guai senza esser capace di muovere un dito per istornarli da sè. Don Luigi rincarava la dose delle lamentazioni, Fortunata ascoltava pazientemente e taceva. Di tratto in tratto ella guardava verso l’uscio come chi attende qualcuno. Ma la persona dalei attesa non capitava. Capitava invece, prima di recarsi al Casino dei nobili, o al teatro, o al caffè Suttil, illustrissimoZaccaria, il quale, dacchè le sue faccende volgevano alla peggio, era diventato più loquace che mai, e discorreva de’ suoi colossali progetti agricoli, delle sue sognate rivendicazioni di feudi, d’una miniera aurifera ch’egli credeva d’aver scoperto in uno dei suoi poderi del Friuli e d’altre signorie fantastiche e cervellotiche.
Era forse in vista di queste ricchezze future che il conte Zaccaria, nonostante i suoi rigidi principii sull’integrità del patrimonio, aveva permesso che si cominciassero a vendere stabili e campagne. Rimedio che veniva troppo tardi per acconciare le cose. I prodotti dei fondi andavano nelle fauci dei creditori ipotecari, e quando si voleva procurarsi quattrini per disporne a proprio talento era necessario ricorrere allo spaccio furtivo (furtivo così per dire) di qualche oggetto d’arte o d’antichità; oggi un quadro, domani una statuina di bronzo, o un cammeo, o una collezione di porcellane, o un fornimento di pizzi. La servitù, che stentava a riscuotere il salario, approfittava della confusione e sottraeva ingegnosamente qualche coserella anche lei. Già le loro Eccellenze, sollecite del proprio decoro, non avevano stimato opportuno di licenziare i gondolieri, nè le cameriere, nè il cuoco, e queste ottime persone avevano dichiarato di restarsene al loro posto per solo amor dei padroni, aspettando tempimigliori. Anzi il cuoco spingeva l’abnegazione fino a prestar l’opera sua al contino Leonardo per agevolargli le sue particolari combinazioni finanziarie. Non gli dava più danaro direttamente, ma lo aiutava a trovarne ingarbugliando degli usurai acciecati dall’avidità del guadagno. Conchiuso l’affare, il signor Oreste si prelevava la sua provvigione a fronte, diceva lui, degl’interessi che gli spettavano per le sue sovvenzioni passate. Altro che interessi! Se si fosse fatto il conto, si sarebbe visto che il signor Oreste s’era da un pezzo rimborsato anche del capitale, ma in famiglia Bollati non si facevano conti.
Subito dopo il matrimonio, il nostro contino aveva ripreso la sua vita d’un tempo, e della moglie non si curava neppure. Che s’ella si permetteva qualche timida rimostranza, egli prorompeva in bestemmie e in contumelie e urlava che non lo seccassero, per Dio! Egli s’era sposato per compassione, per misericordia, ma non intendeva di essersi messo un laccio al collo, o voleva divertirsi, e star con gli amici e spassarsela con femmine belle ed allegre; che già di lei, di Fortunata cioè, se ne persuadesse pure, egli era stucco e ristucco.
Che pena devess’essere per Fortunata il subire un trattamento simile, s’intende facilmente. Buon per lei che s’ella non aveva nessuna delle qualità vigorose che servono a domare le avversità, possedeva però tutte le virtù passive che aiutano a tollerarle. Alla brutalità del marito, all’alterigiadei suoceri, i quali, pur non vedendola di mal occhio, la consideravano poco più d’una cameriera, ella contrapponeva una calma, una mansuetudine infinita. Le acerbe parole, gli sfregi celati o palesi non potevano scancellare dal suo cuore la riconoscenza per Leonardo che l’aveva sposata, per il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta che l’avevano accolta nella loro casa. Ed ella sperava di conquistarsi meglio il suo posto quando le fosse nato il suo bambino, quel bambino nel cui pensiero ella riposava la mente nell’ore più sconfortate e più tristi. In quanto alla catastrofe finanziaria verso la quale si correva a passo accelerato, ella non se ne angustiava troppo. Cresciuta nella persuasione dell’immensa ricchezza dei Bollati, ella non concepiva neanche la possibilità ch’essi avessero a cadere in miseria; sarebbero diventati meno ricchi; la gran disgrazia davvero! Che bisogno aveva ella di vestiti sfoggiati, di teatri, di gondole, di cavalli, di cocchi? D’un po’ d’amore ella aveva bisogno, ecco tutto, e quest’amore la sua creatura almeno non glielo avrebbe negato.
Nei vecchi tempi, la nascita d’un erede in famiglia Bollati era un fatto di grande importanza. I primi ostetrici della dominante prestavano le loro cure alla puerpera, e i parenti e gli amici accorrevano in palazzo ad attendere con trepida ansietà lo scioglimento favorevole della crisi. Ma la povera Fortunata non ebbe il piacere di mettere in iscompiglio la cittadinanza. La notte in cui ella fu colta dalle doglieil conte Leonardo gozzovigliava in un’osteria con altri scapestrati suoi pari. Avvertito delle condizioni in cui si trovava la contessa moglie—Io non posso far nulla—egli disse giudiziosamente.—Bisogna chiamare la levatrice.
E poichè lo assicurarono che quest’utile provvedimento era già stato preso, egli soggiunse:—Quand’è così, lasciatemi in pace.
E seguitò a mangiare e a bevere fino alla mattina. Allora, tornando a casa mezzo brillo, egli ricevette la lieta notizia che sua moglie, dopo sofferenze non lunghe ma acute, aveva dato alla luce una bimba.
—Neanche buona di darmi un maschio—egli brontolò con mala grazia.
Alla piccina furono imposti i nomi di Chiaretta, Luigia, Adriana, Teresa, Veronica, Margherita. Questo lusso di nomi era tradizionale nelle femmine di casa Bollati, e non si volle che in ciò la nuova contessina fosse da meno delle sue antenate. Delicato riguardo del quale non sembra però che la neonata fosse molto riconoscente, perchè subito dopo il battesimo ella principiò a strillare come un’ossessa e strillò per tre giorni e tre notti consecutive. Trascorso questo termine, ella perdette la voce e il fiato e si credette che sarebbe morta prestissimo. Ma la madre con le sue carezze, co’ suoi baci, con le dolci parole susurratele nell’orecchio la persuase a vivere. Povere mamme egoiste! Vi par proprio che la vita si apra così bella ai vostri figliuoli?
La piccola Margherita (era questo tra i sei nomi della fanciulla quello con cui la si chiamava) prese un po’ di carne e di colore appena fu condotta in campagna. E Fortunata si sentiva così felice, così felice! Quand’ella poteva star vicino alla bimba e chinarsi sulla sua cuna, e covarla cogli occhi, e mirarne i moti inconscienti, e interpretarne il linguaggio, ella non aveva tempo d’accorgersi di quant’altro succedeva intorno a lei. Tutt’al più, qualche volta, le spuntava una lagrima sul ciglio al pensar che Leonardo non si curava di quest’angioletta e non le aveva dato ancora neppure un bacio. Del resto, il brontolio della suocera, le visite frequenti disiorBortolo che lasciava sempre dietro di sè uno strascico di nuvoloni, la turbavano mediocremente. Certo la villeggiatura non era più quella d’un tempo; non c’erano banchetti, non c’erano ospiti, ma che ne importava a lei che aveva la sua Margherita?
Sua madre, la contessa Zanze, non riuscì a svegliarla che a mezzo dal suo beato sopore. La contessa Zanze, com’era suo dovere, venne a far visita ai parenti, e, quando fu sola con Fortunata, le riferì tutte le chiacchiere della piazza sul conto dei Bollati, e le disse che s’era giunti al punto di dover affittare il piano nobile del palazzo a un lord inglese. Non avevan detto nulla a lei?.... No? Ah quest’era il conto in cui si teneva la sua figliuola? Oh se si sarebbe fatta sentire! Ma intanto si ricordassero tutti, anche Fortunata, che i nodi venivano alpettine, e che per scampare dalla miseria bisognava almeno mettere in salvo qualche cosa, prima che i creditori se ne impadronissero.... perle, diamanti, trine, oggetti insomma di poco volume e di molto pregio. Aveva capito? Sì o no? Gran fatalità la sua di aver sempre da fare con gente di poco cervello!
Fortunata non potè a meno di ripetere a suo marito i discorsi che le aveva fatti sua madre, di chiedergli se ci fosse nulla di vero in tutto ciò.
—Che ne so io?—egli rispose stringendosi nelle spalle.—Fanno, disfanno, comprano, vendono, senza chiedere il mio parere.... Tutti imbroglioni, tutti furfanti.... I nostri nonni, che Iddio li abbia in gloria, hanno cominciato loro a sciupare il patrimonio e noi facciamo il resto.... Io non voglio fastidi.... Finchè ce n’è, pretendo d’aver la mia parte; quando non ce ne sarà più....
—Oh, Leonardo,—proruppe Fortunata,—non puoi parlare così.... Non sei solo adesso.... Ci siamo.... c’è questa creaturina qui.... Per me, vedi, mi rassegnerei a dormir sulla paglia, a viver di pane e acqua.... ti giuro anzi che accetterei il sacrifizio con entusiasmo.... perchè nessuno direbbe allora che t’ho amato per speculazione.... ma, lei, la nostra Margherita, non ha da esser nata per patire.... non è vero, Leonardo, che non lo permetterai?.... Guardala com’è bella, com’è bianca e rosea.... Via, Leonardo—ella soggiunse, e i singhiozzi lerompevano la voce—se anche ti son diventata incresciosa io.... se non puoi proprio amarmi più, un po’ di bene lo devi volere alla tua figliuola.
E così dicendo cercava di tirarlo vicino alla cuna. Ma egli, stizzito, protestò che non poteva soffrire nè le donne che piagnucolano, nè i bambini che allattano, e infilò l’uscio della stanza. Allora Fortunata si gettò con la faccia in giù sui guanciali del letto e diede libero corso alle sue lagrime.
Il vagito della bimba la scosse. Ella si rasciugò gli occhi e ricomponendo il viso a un’espressione serena prese in collo la piccola tiranna che urlava furiosamente. Accarezzata dallo sguardo e dalla voce materna, Margherita si chetò a poco a poco e abbozzò il suo primo sorriso.
—Oh, tesoro mio, anima mia!—esclamò Fortunata in estasi, e la sua faccia s’illuminò tutta.—Come ride già! S’eglifosse qui adesso! S’eglila vedesse!
E inebbriata da quel sorriso, dal primo sorriso della sua bimba, la povera donna dimenticò i suoi dolori.
Le notizie della contessa Zanze non tardarono ad aver piena conferma, e l’affare del palazzo, già bene avviato quand’ella ne discorse alla figliuola, fu concluso poco dopo. L’appartamento nobile, ammobigliato come stava, era preso per due anni da un baronetto inglese ricchissimo, il quale, pur di spuntarla, aveva dichiarato d’esser pronto a pagare anticipatamente l’intera pigione in tante belle ghinee. Anzi può dirsi che questa magnanima offerta aveva dato il tracollo alla bilancia e vinte le obbiezioni del conte Zaccaria. Lo scrigno era vuoto, i bisogni stringevano, e le ghinee del signore inglese capitavano molto a proposito.
La famiglia Bollati decise di rimanere in campagna finchè fosse allestito alla meglio il secondo piano del palazzo. Con altre parole, si rinunziava a tornare a Venezia prima del San Martino di quell’anno 1845. Quei sette mesi di villeggiatura forzata invecchiarono la contessaChiaretta di sette anni. Sempre chiusa fra quattro muri, sempre al buio, ella non faceva che lamentarsi da mattina a sera. Rimpiangeva il suo salottino di città che era caduto in mano di stranieri (luterani per giunta), rimpiangeva il suo poggiuolo sul Canal Grande, rimpiangeva le visite, il teatro, la gondola e tant’altre cose di cui ella a Venezia godeva pochissimo ma che adesso le sembravano indispensabili perchè non poteva averle.
Il resto della famiglia se la passava discretamente. Il conte Zaccaria viveva nel suo mondo fantastico, e nel pensiero dei milioni che dovevano venirgli, non si sa da che parte, si consolava dei milioni che gli erano sfumati in mano. Di tratto in tratto egli faceva attaccare i cavalli e con due giorni di viaggio andava nella sua tenuta del Friuli, tenuta ch’era anch’essa, non occorre dirlo, sopraccarica d’ipoteche. Ivi giunto, con molta gravità esaminava i terreni, e raccoglieva vari pezzi di roccia, che poi spediva a qualche geologo di Venezia o d’altri paesi con l’incarico di farne l’analisi. Oppure, chiudendosi in camera, egli scartabellava alcuni documenti polverosi che aveva portato con sè in campagna, e prendeva delle note circa a un credito di duemila zecchini che nel 1685 i Bollati professavano contro un nobil uomo Steno. Quei duemila zecchini con gl’interessi dal 1685 in poi che bella sommetta avrebbero formato!
Quando il conte Zaccaria si era ben pasciuto delle sue illusioni, egli era buono e degnevoleanche con Fortunata. Le prometteva di farle fare uno smaniglio col primo oro estratto dalla sua miniera, e di assegnare una dote alla piccola Margherita prelevandola dalla prima rata del credito che avrebbe incassato dagli eredi Steno. Fortunata non badava alle promesse, ma i modi affabili del suocero le recavano un gran conforto; sentiva d’esser riconosciuta, non più tollerata soltanto, nella famiglia, quando egli le parlava così. Talvolta egli usciva con lei in giardino e, appoggiato al suo braccio, percorreva i sentieri su cui cresceva l’erba, i viali ove i rami degli alberi non rimondati da mano esperta s’intrecciavano disordinatamente fra loro, e diceva che nella villa c’erano infiniti bisogni, e ch’egli ci avrebbe pensato appena avesse avuto quattrini. Voleva scrivere a suo genero, che di queste faccende se ne intendeva, perchè gli mandasse un giardiniere tedesco, voleva ricostruire di pianta alcune case coloniche e migliorare le stalle e rinnovar le stufe dei fiori, e a tante altre belle cose voleva provvedere a tempo e luogo. Discorsi da far pietà a chi sapeva le condizioni vere del patrimonio. Fortunata, poverina, non si raccapezzava. Ora temeva che il conte Zaccaria non avesse più il cervello a posto, ora invece sperava che il diavolo non fosse così brutto come lo si dipingeva, e che ci dovesse esser pure una via d’uscita dagl’impicci presenti. Quantunque i segni dello sfacelo fossero anche troppo visibili, Fortunata si trovava tuttora in mezzo ad agi ch’ella nonaveva mai goduti in sua casa. Una grande fortuna somiglia un poco al sole d’estate che lascia dietro di sè un lungo crepuscolo; il passivo, come dicono gli uomini d’affari, può superar di molto l’attivo, e nondimeno le apparenze della ricchezza continuano per un pezzo ad abbagliare gli estranei, a illuder quelli medesimi che sono immersi nei debiti fino alla gola. Sicuro; il palazzo di campagna dei Bollati era in condizioni deplorevoli, ma era sempre uno tra’ più bei palazzi che fossero sulla Brenta; il giardino era negletto, ma era sempre un giardino ampio e signorile, e il podere contava più campi che non ne contassero sommati insieme gli altri dei possidenti vicini. Per miglia e miglia i contadini riconoscevano per padroni le loro Eccellenze Bollati, e Fortunata riceveva anch’essa inchini e scappellate a profusione e il titolo dilustrissimaa ogni momento. Che più? La stessa Margherita era considerata una principessina, e allorchè tirata dalla bambinaia nel suo paniere a ruote ella si recava a visitar la famiglia del bovaro, i bimbi le facevano una festa da non dirsi e mettevano tutto l’impegno per farla sorridere. In principio riuscivano spesso all’effetto opposto, specialmente quando se ne immischiava Leone, il grosso cagnaccio nero dal pelo irto e dalla voce di basso profondo. Ma alla lunga Margherita s’era avvezzata al chiasso dei fanciulli e alle dimostrazioni romorose del cane, e dalla sua cuna orlata di trine pareva prender parte a quell’allegria,e agitava le sue manine color di rosa, e girava intorno gli occhietti azzurri, e metteva certi piccoli strilli che volevano esprimere l’eccesso della gioia. Povera Margherita! Che ne capiva lei del temporale che rumoreggiava sempre più minaccioso?
Adesso però ci conviene appagare una legittima curiosità del lettore. Come si adattava a quella vita campestre il contino Leonardo, uso in Venezia a far di notte giorno nelle osterie e nei bordelli? Certo doveva esservi una ragione perchè egli, incapace di far nulla pegli altri, s’acconciasse a sacrificare ciò a cui teneva di più, vale a dire le sue abitudini viziose.
La ragione era questa. Leonardo aveva riappiccato con molto maggior fortuna di un tempo le sue relazioni con la Rosetta, quella Rosetta nipote del gastaldo ch’era andata sposa a Menico caffettiere. Ell’era maritata ormai da più anni, durante i quali il conte Leonardo non l’aveva vista, si può dire, che alla sfuggita, giacchè serbava ancora memoria delle busse avute per causa di lei e non voleva rischiar di pigliarne dell’altre. Ma quel soggiorno forzato di parecchi mesi in campagna gli aveva messo addosso di nuovo il solletico, ed egli aveva spinto ripetutamente le sue peregrinazioni fino ad Oriago a prendervi un bicchierino di rosolio dalla bella caffettiera. Infatti Rosetta era più bella che mai, d’una bellezza sensuale, lasciva, con un paio d’occhioni neri che mandavano fiamme e certe rotondità baldanzose innanzi alle quali gli elegantid’Orlago esaurivano l’intero dizionario dei vocaboli ammirativi. Di riputazione la Rosetta stava maluccio e l’accusavano d’aver tresche con questo e con quello; ella poteva rispondere a ogni modo che viveva in ottimo accordo con suo marito, e contento lui, nessuno aveva diritto d’impicciarsene.—Non voglio gelosie, non voglio scene—eran state le sue prime parole dopo le nozze, e il buon Menico le aveva giurato di non darle noia, nè con scene, nè con gelosie. Lo stesso spirito di tolleranza ella imponeva agli amanti che le male lingue le attribuivano; s’ella usava dei favori a qualcheduno, non intendeva per questo di lasciarsi mettere i piedi sul collo da chicchessia. I violenti, gli appassionati non avevano fortuna con lei; la sua benevolenza era riserbata ai mansueti ch’ell’era sicura di menar per il naso, o agli scapati di umore gioviale che nemmeno sapevano dove stesse di casa la fedeltà.
Rosetta capì subito che il conte Leonardo al primo rivederla aveva pigliato fuoco come una volta, e le parve che quello fosse un uomo da farne ciò che si voleva. Inoltre, rovinato o no, egli aveva sempre un gran nome e aveva ancora qualche zecchino in tasca, onde Menico il caffettiere fu pronto a riconoscere che bisognava trattar con tutti i riguardi un avventore il quale non poteva che dar credito alla bottega.
A poco a poco il contino Bollati spesseggiò le sue gite a Oriago sino a venirci ogni giorno; ci veniva solo nella più modesta carrettina dellarimessa, tirata dai più modesto cavallo della scuderia, un cavallo che sarebbe andato da sè e che lo stesso Leonardo si fidava di guidare. La vispa Rosetta, appena il suo nobile avventore entrava nel caffè, gli moveva incontro ufficiosa, gli dava dellustrissimo, dell’Eccellenza, gli domandava notizie della sua preziosa salute e gli portava con le sue mani il solito bicchierino. Allora, se non c’era nessuno, egli se la faceva sedere accanto e mesceva il rosolio anche a lei e la supplicava di non farlo sospirar altro, chè aveva già sospirato abbastanza. Ella, disposta a cedere, voleva però mettere a prezzo le sue compiacenze, voleva che questo babbeo le servisse a qualcosa. In tal guisa, quando finalmente gli capitò la ricompensa meritata, egli aveva speso un bel gruzzolo di denari ch’erano stati impiegati in parte a ristaurar la bottega. Figuriamoci gli epigrammi che si fecero in quell’occasione! I muri, quantunque meno eloquenti di quello che non siano al nostro tempo, furono coperti di scritte ove al nome del caffettiere e a quello della moglie s’aggiungevano degli epiteti tolti al regno animale. Nè il cospicuo lignaggio fu sufficiente difesa al conte Leonardo. Anch’egli lesse il suo nome, l’illustre nome dei Bollati, seguito da un appellativo ingiurioso, e pensò che sua madre aveva ragione di dire che la petulanza dei carbonari non aveva più limite. Infatti bisognava esser carbonari per mancar di rispetto in quella maniera a un nobile veneto. Comunque sia, l’esempio di Menicoe della Rosetta, i quali pigliavano la cosa con la massima indifferenza, persuase il conte Leonardo a calmarsi.