XVIII.

Forse Menico e la Rosetta non avevano torto. Quelle iscrizioni concise ed espressive restarono per un pezzo a far bella mostra di sè sulle muraglie, ma la filosofia di coloro che v’eran presi di mira spuntò gli strali della satira, e gli abitanti del villaggio, ch’eran gente di buona pasta, non istettero molto ad amnistiare le relazioni amichevoli della Rosetta e del conte Leonardo Bollati. Anzi il conte finì coll’esser considerato un personaggio attinente alla bottega, una specie di patrono, di capitalista a cui gli avventori facevano giunger rispettosamente la manifestazione dei loro desideri e delle loro lagnanze. Se lo zucchero non era abbastanza dolce, se il caffè sapeva di paglia, se le carte da giuoco eran troppo unte, si diceva una parolina al signor conte ed egli provvedeva a far cambiare lo zucchero, il caffè e le carte da gioco; se un vetro era rotto, si diceva al signor conte ch’era una bruttura il turare il buco con un foglio di carta oliata, ed egli mandava subito pel finestraio. Con questo savio sistema Sua Eccellenza Leonardo si conciliava le grazie della Rosetta, la tolleranza di Menico e la benevolenza universale. Però c’era una difficoltà. Bisognava aver sempre la borsa fornita, e la borsa del contino Bollati si smungeva rapidamente. Finchè egli aveva avuto anelli, spille o altra roba di valore, il servizievolesignor Oreste lo aveva aiutato con grandissimo zelo. Il valentuomo, che una volta alla settimana si recava a Padova pei doveri d’ufficio, sia che impegnasse o vendesse davvero gli oggetti affidatigli, sia che fingesse d’impegnarli o di venderli e li tenesse invece per sè, tornava sempre con un po’ di danaro. Ma quando non ci fu più nulla, il signor Oreste mutò contegno e linguaggio, e disse che non solo egli non voleva più favorire i vizi di Sua Eccellenza, ma era deciso a pensare ai casi propri e a far qualche passo per mettere al sicuro il suo vecchio credito. Allora il nostro giovinotto cominciò a presentarsi alla Rosetta con le mani vuote, e trovò accoglienze assai diverse da quelle d’un tempo. La furba caffettiera gli teneva il broncio; Menico, forse catechizzato dalla moglie, lo guardava con piglio sospettoso, come se fosse stato colto da un tardo accesso di gelosia; gli avventori della bottega avevano l’aria di canzonarlo, e prima che fosse terminata la villeggiatura il povero contino Leonardo fupulitamentemesso alla porta dalla sua bella.

In quel torno di tempo accadde un fatto d’incontestabile gravità. Il signor Oreste non aveva voluto che le sue minaccie rimanessero prive d’effetto, ed era ricorso a un legale per vedere in qual modo egli potesse far valere le sue ragioni contro il contino Leonardo. Noi sappiamo che il contino Leonardo gli aveva sottoscritto parecchie cambialette, le quali erano sempre nelle mani del sovventore e figuravanocome non pagate. Il legale, pur dicendo ch’era un affar serio perchè si trattava di prestiti a un minorenne, promise di tentar qualche cosa, e tentò realmente un accomodamento amichevole consiorBortolo, l’agente generale. Ma, in primo luogo, non c’eran quattrini nè pochi nè molti, e poisiorBortolo montò su tutte le furie sentendo che il cuoco gli faceva la concorrenza nell’imbrogliare i padroni, e scrisse di buon inchiostro alle Loro Eccellenze. Il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta questa volta pigliarono fuoco anche loro, e la contessa soprattutto fece al signor Oreste una scena non più vista, nè udita. Era tanto e così strano il furore della gentildonna che don Luigi uscendo sbigottito dalla sua camera fu in dubbio se dovesse esorcizzarla.

La conclusione si fu che il signor Oreste ebbe quarantott’ore per far fagotto. Ed egli partì infatti, ma, partendo, commise un delitto sì atroce che il labbro rifugge dal raccontarlo. Come s’egli volesse lasciar buona memoria di sè, nel giorno precedente a quello in cui egli doveva andarsene, egli allestì un pranzo squisito, degno di qualunque celebrità culinaria. C’era specialmente un manicaretto di lepre che lalustrissimaChiaretta dichiarò la miglior cosa ch’ella avesse mangiata in sua vita, e che le fece dimenticare per qualche minuto una cura fierissima che la turbava. Il gatto Romeo, il bel soriano che la contessa portava seco in villeggiatura, era sparito fin dalla sera innanzi, enessuno ne sapeva nuova. Si sperava che egli fosse in giro per fini galanti e tornasse la mattina dopo, ch’era quella appunto in cui il signor Oreste doveva lasciar la villa. Quella mattina, invece a ora di colazione e quando il cuoco era già lontano, capitò un biglietto misterioso indirizzato:

A la lustrissima D. N.Contessa Chiareta BolattiinSue Grassiose Mani.

A la lustrissima D. N.Contessa Chiareta Bolattiin

Sue Grassiose Mani.

Non c’erano che poche righe:

Lustrisima sigora Contessa.Mi preggio avisarlla che il ragù di lepre da Ella mangato geri era il gato Romeo. Ciò per sua cuiette. Le baco le mani e sonno il suo cuocho per servillaOreste Meolo.

Lustrisima sigora Contessa.

Mi preggio avisarlla che il ragù di lepre da Ella mangato geri era il gato Romeo. Ciò per sua cuiette. Le baco le mani e sonno il suo cuocho per servilla

Oreste Meolo.

La contessa Chiaretta ebbe un assalto di convulsioni e cadde nelle braccia della nuora.

La salute non mai vigorosa di Sua Eccellenza Chiaretta ricevette una scossa gravissima da questo tragico avvenimento. Solo il piacere della vendetta, che dicono essere il piacere degli Dei, avrebbe potuto far nascere in lei una benefica reazione, ma il vile uccisore di Romeo era fuggito e le imperfette leggi della società moderna non tengono conto del gatticidio. Onde allalustrissimaBollati non restò altro conforto che quello di querelarsi e d’imputare al carbonarismo questa nuova nefandità. Nè, ritornata di lì a poco a Venezia, e ridotta a vivere nel secondo piano del suo palazzo, ella vi si trovò in tali condizioni da poter rinfrancarsi di corpo e di spirito.

Adesso sì i Bollati cominciavano ad avvertir davvero i segni precursori della miseria. Quegli stanzoni del secondo piano, non più abitati, non più aperti quasi, dopo la morte del vecchio conte Leonardo, avrebbero voluto lusso di addobbia rivestirne le larghe pareti, e allegria di fuochi crepitanti nel caminetto a mitigar il rigore delle lunghe sere invernali. Invece la mobilia povera e scarsa mal nascondeva i guasti dei muri screpolati e ammuffiti, e dall’ampie bocche dei caminetti senza bragie e senza legna, anzichè il calore e la luce, veniva a buffate l’aria umida e fredda. La sala che, simile a quella del primo appartamento, divideva longitudinalmente il quartiere in due parti uguali, era priva di tende e d’ogni specie di suppellettili e metteva i brividi al solo affacciarvisi, nè la si poteva attraversare che impellicciati e a capo coperto, provocando una fuga generale dei topi che non avevano l’abitudine di esser disturbati nelle loro scorrerie. C’era però una stanza ove i topi non si rintanavano, non fuggivano, ma guardavano petulantemente l’uomo come un intruso, ed era la cosidetta biblioteca o piuttosto archivio di famiglia, chè in fatto di libri non ce n’eran stati troppi in palazzo neppure ai tempi della Serenissima, e i Bollati, uomini d’azione più che di studio, avevano sempre avuto una scarsa passione per la lettura. Ma quegli scaffali erano stati pieni di filze, di buste, di pergamene, di registri che rendevano conto di tutte le mutazioni avvenute nel patrimonio dallo scorcio del secolo decimosesto fino alla caduta della Repubblica e ch’erano stati spesso consultati dagli antichi e coscienziosi amministratori. Subentrato poi il disordine col predecessore disiorBortolo e inaugurato dasiorBortolo stesso il regimedell’anarchia, l’archivio cadde in assoluta dimenticanza o per meglio dire fu visitato soltanto da qualche servo infedele che trafugava filze e registri per venderle ai pizzicagnoli. Ora i rosicchianti compivano l’opera. Moltiplicatisi prodigiosamente per virtù della vita comoda e delle facili nozze, essi digerivano con la medesima disinvoltura la carta e il cartone, lo spago e la pergamena, le prime note e i libri mastri, le lettere dei gastaldi e quelle delle Eccellenze, i contratti e lemariegole, lecommissionidegli ambasciatori e lepromissioniducali. Per distruggerli ci sarebbe voluta una legione di gatti, ma si preferiva di lasciarli in pace sperando che così rinuncierebbero ad invadere il resto dell’appartamento. Solite e vane speranze dei deboli nella moderazione dei forti.

La tristezza dei luoghi era accresciuta dalla solitudine e dal silenzio che vi regnavano. Non c’era stato neanche bisogno di ridurre il numero dei servitori; a eccezione di due rimasti o per fedeltà, o per abitudine, o per la speranza di razzolare ancora qualche cosa, gli altri, visto che il bottino era fatto, s’eran licenziati da sè. E anche don Luigi aveva privato la famiglia delle sue prestazioni domestiche e de’ suoi conforti spirituali. Pover’uomo! Non aveva poi tutti i torti. Sul resto poteva transigere, ma aveva almeno il diritto di mangiar bene, e dopo la partenza del cuoco non c’era più caso di veder portare in tavola un piatto decente. Il dotto istitutore del conte Leonardo se ne andòcarico di tutti i suoi manoscritti inediti, imprecando alla sorte che lo aveva fatto nascere un secolo troppo tardi. Cent’anni prima egli sarebbe invecchiato pacificamente presso i suoi Mecenati a’ quali avrebbe potuto dedicar le sue opere stampate a loro spese in edizione di lusso.

In quanto agli antichi conoscenti alcuni non si facevano più vivi, altri venivano per curiosare; primissima fra questi la contessa Ficcanaso a cui non pareva vero di andar in giro per la città esclamando con aria contrita:—Madonna Santa! Quei Bollati a che punto sono ridotti! È una cosa che stringe il cuore.... Una famiglia come quella!... Io vado a salutarli per amicizia, perchè non si vedano abbandonati da tutti, ma ci patisco, in fede mia ci patisco.... Ma! Che lezione pei Rialdi i quali han messo sossopra cielo e terra per accalappiare il conte Leonardo! Eh! Se non fosse che per quella pettegola della contessa Zanze si dovrebbe dire che c’è una giustizia a questo mondo.

Così a poco a poco la loquace femmina lasciava trasparire l’intima soddisfazione recatale dalle disgrazie de’ suoi amici.

E ormai cadevano come foglie secche le ultime illusioni di Fortunata. La campagna aveva esercitato un’azione pacificatrice sul suo spirito, aveva avuto la virtù di attutire in lei le impressioni spiacevoli, di render più intense le impressioni gioconde. E poi la piccola Margherita era tanto sorridente, pareva tanto felice ditrovarsi all’aria aperta, in mezzo all’erba, agli alberi, ai fiori, che la tenera madre non aveva tempo da pensare ad altro, nemmeno all’abbandono del marito, nemmeno alla povertà minacciosa. Oggi la scena era cambiata. La bimba non sorrideva più, e perdeva il suo bel colore di rosa, e piagnucolava pei geloni, e mostrava di non comprendere, senza poterlo dire ancora, perchè l’avessero condotta in quelle stanze fredde e melanconiche invece di lasciarla dov’era. La bimba non sorrideva più, e Fortunata, priva di quel sorriso attraverso il quale le cose le erano apparse tinte d’una luce gaia, si trovava a faccia a faccia con la nuda realtà, e guardava paurosamente all’avvenire. Che sarebbe di lei, che sarebbe della sua creatura?

Tentar di scuoter Leonardo, richiamarlo alla coscienza dei suoi doveri, era impresa disperata. Testimonio, consapevole o no, d’una rovina che del resto nessuna forza umana poteva evitare, il giovane conte Bollati s’abbrutiva ogni giorno peggio nei vizii, e per resistere alle preghiere e ai buoni consigli trovava un’energia che non aveva mai trovato per fare il bene. Guai se sua moglie gli rivolgeva un’esortazione, un rimprovero, guai s’ella rimaneva alzata ad aspettarlo quand’egli tornava a casa nel cuor della notte! Egli la colmava di improperi e si scagliava contro quelle santocchie che con le loro finzioni di tenerezza e i sospiri e gli sdilinquimenti e le arie da vittime cercano di dettar la legge agli uomini e di condurseli dietro comecagnolini. Non l’avevano ancora capita ch’egli voleva esser libero? Non avevano capito che s’era tenuto una stanza separata da quella di sua moglie e della bambina appunto perchè intendeva andare e venire quando e come gli piacesse senza render conti a nessuno?

Dopo un paio di queste scene, Fortunata non osava più farsi vedere, ma d’altra parte ella non poteva pigliar sonno finchè non fosse sicura che suo marito era in casa. E le accadeva sovente, dopo spento il lume, di mettersi a sedere sul letto, col busto avviluppato in uno sciallo, con le orecchie tese, con gli occhi fissi nel buio. Nei silenzi notturni le giungeva distinto dal campanile della parrocchia il suono delle ore, le due, le tre, le quattro talvolta; finalmente ella sentiva aprir la porta dello scalone e Leonardo col suo passo strascicato attraversar la sala ed entrar nella sua camera di cui richiudeva rumorosamente l’uscio dietro di sè. Non c’era dubbio pur troppo ch’egli venisse a fare un’improvvisata alla sua sposa, a dare un bacio alla sua figliuola. Fortunata, singhiozzando, cacciava la testa sotto le coperte.

Intanto, come se le disgrazie fossero poche, la contessa Chiaretta deperiva a vista d’occhio, e quella primavera bisognò per cagion sua rinunziare alla campagna. Ella non aveva una malattia ben determinata; aveva degli accessi di estrema debolezza da cui si rimetteva temporaneamente per ricader poi nella prostrazione di prima. Il medico di famiglia che la curavaper amicizia tentennava il capo dicendo:—Non ci vedo chiaro. Tanto può durare degli anni, tanto può morire da un momento all’altro. Non lasciatela mai sola.

Sua Eccellenza, assistita a vicenda dalla nuora, dalla contessa Zanze e da una vecchia fantesca, tirò innanzi sin verso la fine dell’estate continuando ad attribuire ai carbonari tutti i guai pubblici e privati, e lagnandosi col suo padre spirituale monsignor Lipari (il buon canonico di San Marco che aveva favorito il matrimonio di Fortunata e Leonardo) della eccessiva tolleranza dei Governi verso i nemici del trono e dell’altare. Ma quando nel giugno 1846 Pio Nono salì al Pontificato e un mese dopo la sua elezione promulgò l’amnistia pei delitti politici, la contessa Chiaretta non potè resistere a questo nuovo colpo, e prese commiato da un mondo ove l’ordine naturale delle cose era sconvolto e i patrizi veneti andavano in rovina e i Papi facevano all’amore coi rivoluzionari.

Lo scarso numero di gondole che seguirono al cimitero il feretro della defunta dimostrò a luce di meriggio quanto in basso fossero caduti i Bollati. E pensare che ott’anni prima mezza Venezia era accorsa ai funerali del conte Leonardo!

—Buffoni!—brontolava Sua Eccellenza Zaccaria prendendo nota dei pochi ch’eran venuti e dei molti ch’eran mancati.—Credono che non siamo più quelli d’una volta. Come resteranno intontiti quando principierò a mettere in circolazione l’oro della mia miniera!

Con questa fissazione in testa, il conte Zaccaria non ebbe campo di sentir troppo profondamente la perdita ch’egli aveva fatta. Solo esternava il rammarico che sua moglie non fosse vissuta abbastanza da veder rifiorire le condizioni economiche della famiglia. Invece Leonardo, che si rideva della miniera paterna, provò lo sbigottimento che i pusillanimi provano sempre allo spettacolo della morte. Dalla finestra egli accompagnò con lo sguardo il funebre corteggio che usciva dal portone del palazzo per avviarsi alla chiesa; poi si rannicchiò pallido e smarrito presso la moglie che, interpretando quell’atto come un segno di resipiscenza e rasciugandosi le lagrime che le sgorgavano sincere e abbondanti dal ciglio,—Oh Leonardo—gli disse—per la memoria della tua povera mamma che adesso è lassù a pregare per noi, per amor di questa bambina innocente che è pur figlia tua, fa senno, Leonardo. Se è proprio destinato che la miseria debba picchiare alla nostra porta, pazienza.... Vogliamoci bene almeno noi che siamo rimasti al mondo, viviamo l’uno per l’altro, e tutte le privazioni ci parranno lievi.... Credilo pure, la vita che fai non può darti alcuno soddisfazione, non può che rovinare la tua salute.

Quest’era l’argomento che poteva colpire di più un uomo come Leonardo. E infatti per alcuni giorni, fosse effetto delle parole di Fortunata, fosse l’impressione del lutto recente, egli sfuggì i soliti amici e passò la maggiorparte della giornata in casa, contentandosi, miracolo davvero nuovo per lui, di uscir tre sere di seguito in compagnia della moglie. Senonchè le abitudini dissolute hanno fra gli altri guai anche questo, che chi vuol levarsele d’addosso deve non solo combattere le sue inclinazioni, ma deve pur rassegnarsi a soffrire per qualche tempo cento piccoli acciacchi sinchè il corpo si avvezzi al cambiamento di stato. Leonardo, uso a cercare un vigore fittizio nelle bibite spiritose, uso a respirar l’aria viziata ma calda delle osterie e delle alcove, provava un malessere indefinibile, un senso di spossatezza, di freddo, di cui non riusciva a liberarsi. Se si guardava nello specchio, si sgomentava della sua tinta terrea, dei suoi occhi infossati, delle sue guancie cascanti; gli pareva di sentirsi vecchio e attribuiva alla breve astinenza quello ch’era effetto del lungo libertinaggio.

Uno de’ suoi compagni di stravizzi, vistolo una mattina per la strada, gli corse dietro, e battendogli sulla spalla—ehi Bollati—gli disse—come va?... Hai fatto divorzio dal mondo... Capisco... la perdita della madre... È una gran disgrazia... ma che farci? siamo tutti mortali, e i vecchi bisogna che se ne vadano prima dei giovani.... Tu però... non ci avevo badato... hai l’aria molto patita, sai?...

—Ti pare?—balbettò Leonardo sbigottito di sentir dal labbro di un’altra persona la conferma di ciò che s’era detto lui stesso.

—Sì, parola d’onore.... Del resto, se stai bene....

—Oh sì, sto bene... sono un po’ fiacco....

—Si vede.... Andiamo a prendere un bicchierino dicognac?

—No, no....

—Andiamo; pago io.... Voglio procurarmi il piacere di servir Sua Eccellenza il nobiluomo Leonardo Bollati.... Sua Eccellenza non si degna?

Leonardo cedette, e dopo bevuto quel bicchierino ripetè l’ordinazione, e questa volta pagò lui, per sè e per l’amico. Il magico liquore entrava nel suo stomaco come un padrone che rientra in casa dopo qualche tempo d’assenza; casa e padrone si riconoscono e sono contenti di ritrovarsi.

—Auff!—esclamò il Bollati tirando un gran respiro.—Adesso sono un altro uomo.

—Lo credo io—soggiunse il compagno.—Hai subito rifatto una cera da cristiano.

—Davvero?

—Sicuramente.... Non c’è nulla che ristori come un sorso dicognac.... Si prende un terzo bicchierino?

—Un terzo poi... è troppo.

—Ma che ubbie.... Questo lo giocheremo a pari e dispari.

Così fu fatto e Leonardo perdette.

—A dar retta alle donne si dovrebbe adottare il regime dell’acqua e latte—egli disse leccandosi le labbra.

—Non tutte le donne però—rimbeccò l’altro.—Ti rammenti della Mariannina?

—Quale? La figurante dellaFenice?—domandò il conte Leonardo con gli occhietti lustri.

—Quella appunto.... Che bevitrice!... È a Venezia di nuovo....

—Diavolo! Da quando?

—Da poco.... Stasera è a cena con noi altri alCappello.... Dovresti venire anche tu....

—Io?... No.... Sono in lutto....

—Capisco.... Se si trattasse d’una gran cena, se ci dovesse essere molta gente.... Ma è una cenetta senza pretesa.... non siamo che in cinque, io, per non dimenticarmi, Arduzzi, Caldieri, Dal Maido e la Mariannina.... Vieni, vieni....

—No... oltre al lutto... se tu sapessi... ho tanti fastidi....

—Ragione di più per distrarsi.

—Quel maledettosiorBortolo mi lesina il centesimo....

—Eh... non siamoin floribusnessuno. Appunto per questo s’è limitata la spesa... Quattro svanziche a testa compreso il vino.... Poi si pagherà una bottiglia alla Mariannina, tanto per vederla un po’ brilla.... Sai che originale è quando ha bevuto più del bisogno.... Tre anni fa, al Ridotto, non ti ricordi?

Leonardo si mise a ridere. Se si ricordava! Una notte allegra come quella non l’aveva passata mai.

L’idea di veder la Mariannina un po’ brilla esercitava un fascino singolare sull’animo del giovane conte. E dopo altri tentennamenti, egli si risolse ad andare al ritrovo.

E vi andò infatti, ed ebbe il piacere di veder la Mariannina un po’ brilla, ma sembra che non uscisse neppur lui dalla cena in condizioni normali, se gli amici stimarono opportuno di accompagnarlo a casa e di aiutarlo a metter la chiave nel buco della serratura.

Spuntava il giorno e Fortunata non aveva ancora chiuso occhio. Le sue speranze di ricondurre il marito sulla retta via erano durate una settimana.

A grado a grado, da quella facilità di illudersi che possono avere anche i savi, il conte Zaccaria era arrivato a quell’allucinazione permanente che non hanno se non i pazzi. La sua era una pazzia ilare, innocua, tranquilla, ma era pur sempre una pazzia, e quand’egli discorreva in tuono di profonda convinzione dell’immense ricchezze che dovevano venirgli da cento parti, era impossibile prendere abbaglio sul vero stato del suo cervello. Tuttavia, in complesso, egli era più da invidiare che da compiangere. In mezzo al crollo della sua fortuna, egli stava sereno ed impavido come l’uomo giusto d’Orazio. Non si poteva andar più a villeggiar sulla Brenta perchè la tenuta era stata mandata all’asta dai creditori? Egli si stringeva nelle spalle, e diceva che non gliene importava nulla perchè la Brenta gli era venuta in uggia e voleva fra poco comperarsi una villa di suo gusto, in collina. Gli stessi creditori, insaziabiliarpie, s’impadronivano del podere situato in Friuli, proprio quello in cui avrebbe dovuto esserci la famosa miniera? Il nostro gentiluomo sorrideva con aria di superiorità:—Bah! Il podere se lo piglino pure.... Quattro campi sterili.... Ma il diritto sulla miniera l’ho sempre io.... Carta canta.—E tirava fuori una carta, ove coloro che avevano fatto il sequestro dichiaravano realmente di rinunziare ai prodotti dellaeventuale miniera aurifera che si trovasse sul fondo. Questa dichiarazione da burla s’era ottenuta senza fatica, giacchè, dal conte Zaccaria in fuori, non c’era nessuno che prendesse sul serio l’esistenza della miniera.

A metter di buon umore Sua Eccellenza Bollati contribuiva altresì il fermento politico che andava propagandosi per l’Italia. Dopo la morte della contessa Chiaretta, ch’era una reazionaria di tre cotte, il conte Zaccaria aveva spiegato una certa propensione alle idee liberali. Diceva ch’era tempo di finirla, che i popoli erano stanchi d’esser trattati come pecore, e che il Governo austriaco non meritava più la fiducia dei Veneziani. Chi sa? Forse egli non era alieno dal credere alla risurrezione della Serenissima, nel qual caso, se non facevano doge lui, chi dovevano fare? Ma sopratutto era entusiasta di Pio IX, vero italiano, vero capo della Chiesa, vero padre dei fedeli. Quello era un uomo che doveva stabilir il regno della giustizia nel mondo, e per cominciar bene illustrissimoZaccaria sperava che Sua Santità avrebbe fattogiustizia a lui nella rivendicazione dagli eredi Steno. Poichè la sostanza Steno era andata a finire da un pezzo nelle mani della Pia fondazione dei Catecumeni, fondazione, come ognun vede, d’indole religiosa, e quindi tale da permettere al Papa di guardarci dentro e di farle restituire il male acquistato. I legali avevano un bel dire che, quand’anche il credito dei Bollati verso gli Steno fosse stato sacrosanto, esso era ormai caduto in prescrizione da più d’un secolo; il conte Zaccaria li lasciava discorrere e sorrideva sotto i baffi. Se il Papa prendeva le sue parti, importava molto la prescrizione! E a Sua Santità egli aveva spedito unmemorandumdi venti pagine tutte scritte di suo pugno, e non dubitava nemmeno di riceverne presto o tardi una risposta favorevole. Certo che non bisognava aver fretta; il Sommo Pontefice era tanto occupato!

Una sola cosa turbava l’ottimismo di Sua Eccellenza Bollati, ed era l’impossibilità di ottenere l’aiuto del figlio nell’esecuzione dei suoi disegni. Quel Leonardo era sempre un ragazzaccio, e il conte Zaccaria non lo nominava senza una certa inflessione di voce e una certa scrollatina del capo più eloquenti d’ogni parola.—Quel Leonardo—egli diceva nei momenti di maggiore espansione—non è cresciuto come speravo. E sì che non si è risparmiato nulla per la sua educazione, e non gli son mancati i buoni consigli.... Ma! Fatalità!... Capisco; le donne, il giuoco, il vino sono una gran tentazioneper un giovinotto dell’aristocrazia che non può vivere come un anacoreta, specialmente quando gli corre nelle vene il sangue dei Bollati;... ma, santo Iddio, c’è modo e modo...est modus in rebus....Io, per esempio... sì... mi sono divertito... sempre nei limiti però... sempre tenendo alto il decoro della famiglia... sempre trovando il tempo d’occuparmi degli affari, quantunque la gente non lo credesse.... Adesso mi renderanno giustizia.... Eh, se non ci fossi stato io che scovavo fuori quei due filoni della miniera e dell’affare Steno, l’aveva da esser bella con questi anni di cattivi raccolti, con questa petulanza di creditori che fanno atti, sequestri e ogni specie di porcherie senza un riguardo al mondo, e come s’io fossi un bifolco simile a loro.... Del resto io me ne rido... so che a loro marcio dispetto lascierò ai miei eredi il patrimonio quadruplicato. In fede mia, Leonardo non lo meriterebbe, no davvero, non lo meriterebbe.

Quanto più il conte Zaccaria si persuadeva dei demeriti del figliuolo, tanto più egli si mostrava gentile con la nuora. Lodava la sua pazienza col marito, la sua bontà con la piccina, la sua attitudine a capir le cose (poveretta! ella ascoltava a bocca aperta i suoi spropositisenzaosare di contraddirgli) e largheggiava sempre maggiormente nelle promesse. Basta; se ne sarebbe accorta un giorno, dopo la sua morte.

In mezzo a queste volate d’una fantasia infermac’era però un sentimento vero. Il conte Zaccaria aveva preso sul serio a voler bene a Fortunata. Era una di quelle tenerezze della vecchiaia che somigliano tanto alle tenerezze dell’infanzia, una di quelle tenerezze alimentate piuttosto dai sacrifizii che esigono che da quelli che fanno. Nondimeno Fortunata se ne contentava, e nel suo cruccio di vedersi mancar l’amore del marito, le dimostrazioni affettuose del suocero erano di gran conforto per essa. Tanto più che la benevolenza del conte si estendeva alla nipotina, alla quale egli mostrava una tenerezza che non aveva mai mostrato ai suoi due figliuoli. La bimba, dal canto suo, aveva pel nonno una simpatia appena agguagliata dalla ripugnanza invincibile ch’ella provava pel babbo. Già il babbo non le aveva mai fatto una carezza; era sempre cupo, stralunato, negletto nel vestire, con la barba ispida e i capelli arruffati; il nonno invece la pigliava volentieri in collo, le regalava delle chicche e l’affidava col suo viso ordinariamente sereno, con la persona linda e pulita, con l’intonazione amichevole dei lunghi discorsi ch’egli teneva alla mamma, passeggiando su e giù per la stanza, gestendo anche con vivacità, ma senza perdere una tal quale compostezza di gentiluomo.

Suocero e nuora uscivano sovente a braccetto, e andavano ora a fare una giratina sulla Riva degli Schiavoni, ora a prendere il caffè da Suttil in piazza San Marco, ove qualcuno dei conoscenti si accostava al loro tavolino per barattarquattro chiacchiere. Gli altri avventori si guardavano strizzando l’occhio e tentennando la testa; poi, quando i Bollati non c’erano più in bottega, principiavano i commenti.

—È matto....

—Un matto allegro.... Non parla che delle sue ricchezze....

—Invece siamo agli sgoccioli, non è vero?

—Altro che agli sgoccioli!... Tutte le campagne all’asta... citazioni, oppignorazioni da tutte le parti....

—Uno di questi giorni andrà all’incanto anche il palazzo.

—Lo comprerà ilMilord.

—Probabile.

—C’è sempre quella gioia delsiorBortolo?

—Sì, c’è ancora... finchè può raspare.

—È stato la rovina della famiglia.

—Ci ha cooperato sicuro.... Ma se avessero avuto un po’ di cervello i padroni....

—E il figliuolo? Vi par poco?

—Non discorriamone neanche.... Quello ha tutti i vizi.... Ed è crivellato di debiti per suo conto particolare.

—Sì, come se non bastassero quelli della casa.

—Non si capisce nemmeno come tirino innanzi.

—Ma! Vendendo o impegnando il poco che resta.... Le fortune colossali lascian sempre qualche piccolo avanzo....

—Pensare che si trattava di milioni!

—E il genero e la figlia dove sono?

—In Boemia, in Moravia, che so io?... Indebitati fino agli occhi anche loro....

—Chepatatrac!

—La bella speculazione che ha fatto la ragazza Rialdi sposando Leonardo Bollati!

—Bella tanto! È stata la madre.... Lei, poveretta, s’era innamorata proprio del cugino....

—E gliene aveva date le prove....

—Casi che nascono!

—Del resto, sarà una buona diavola, ma fisicamente non vai nulla....

—Nulla affatto.... Mostra dieci anni di più di quelli che ha. Dev’essere giovanissima.

—Oh sì.... Ventuno, ventidue anni al massimo....

—Ebbene se gliene darebbero trenta....

—Il curioso si è che oggi i Rialdi sono in migliori condizioni dei Bollati.

—Non c’è dubbio.... Tanto più se, come dicono, il conte Luca sta per diventar consigliere d’appello.

—Consigliere d’appello! Con quei meriti! Non ha fatto mai altro che giocare agli scacchi.

—Eh, è un posto che gli viene per anzianità.

—Il figlio, ch’è in marina, si farà strada....

—L’ufficiale? Sì, è un giovane d’ingegno, ma una testa calda, una testa calda.... Uhm!... Vi ricordate la faccenda del duello? E la scena al Casino?

—Quella volta se non c’era qualche santoche lo proteggeva l’andava a finir male per lui. Prender la difesa dei Bandiera? Nella sua posizione?

Mentre si tenevano tali discorsi sul conto dei Bollati e dei Rialdi, il nobiluomo Zaccaria, tornando a casa con la nuora, giudicava severamente lecariatididel Caffè Suttil.

—Quella è gente buona da mettere in museo—egli diceva—gente che non capisce i tempi, come la povera Chiaretta.... E poi tutti rovinati, sai, tutti, senza eccezione....

I tempi che il conte Zaccaria credeva di capire si facevano sempre più grossi, e dall’Alpi al Mar Jonio era un fremito di vita nuova che si manifestava negli scritti, nelle adunanze, nelle dimostrazioni di piazza. Il nome d’Italia, lasciato un giorno ai poeti ed ai rétori, era oggi sulle labbra del popolo e non significava più una memoria, ma una speranza, ma un affetto sentito e gagliardo, preparatore d’opere virili. E l’amore di patria portava seco come natural conseguenza l’odio contro il dominio straniero. Palesemente ove non c’eran gli Austriaci, velatamente nelle terre lombardo venete, si parlava d’una prossima alzata di scudi; con quali armi non si sapeva ancora, ma gl’Italiani si contavano, e già pareva loro d’esser tutti soldati per la guerra santa. I muri si coprivano d’iscrizioni diMorte ai Tedeschi.—W. l’Italia—W. Pio Nono; strana eppur quasi universale illusione che associava l’idea del riscatto al nome d’un Papa. E ancheVenezia, accusata fino a quei giorni di spiriti fiacchi, usciva dal lungo torpore. Il sonnolento Ateneo non isdegnava di entrar esso pure nella corrente rivoluzionaria e iniziava la discussione d’argomenti sociali ed economici; le onoranze a Riccardo Cobden nel luglio 1847 furono un pretesto per inneggiare alla libertà, e il Congresso dei dotti raccoltosi nel settembre in Palazzo ducale servì a stringer saldi legami di pensiero e d’affetto tra i migliori uomini della Penisola.

Questa sinfonia allegra del dramma sanguinoso che doveva rappresentarsi nel 1848 era fatta apposta per isconvolgere interamente la testa debole del conte Zaccaria. Egli confondeva le faccende pubbliche con le sue faccende private, vedeva un’intima relazione tra le riforme politiche, la riscossione dei suoi crediti immaginari, e l’esercizio della non meno immaginaria miniera; ma quest’era ancora il meno peggio perchè gl’impediva di accasciarsi sotto il peso delle sue sventure reali. Il guaio serio era l’inquietudine che gli si era cacciata addosso e che gli cresceva ogni giorno; gli sembrava, chiamandosi Bollati, di non poter rimanere estraneo agli avvenimenti, avrebbe voluto discorrere, scrivere, stampare anche lui qualche cosa (avrebbe stentato a dir che cosa) e s’irritava delle difficoltà che gli attraversavano la via, del modo sprezzante con cui certa gente da nulla accoglieva le sue parole. Sotto l’impressione di queste ripulse egli s’esaltava fuordi misura, e Fortunata, che sola riusciva a calmarlo, cominciava a temere che la pazzia innocente del suocero potesse presto o tardi convertirsi in una pazzia pericolosa. Di qui uno spasimo nuovo per lei, che tremava per la sua Margherita, eppur non sapeva come impedire al conte Zaccaria di vederla.

Però queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de’ due affari che gli stavan più a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione, dicendo, a proposito di quest’ultima, che voleva sollecitare il Papa a rispondergli. E invero dall’agosto 1840 al novembre 1847 c’era stato tempo d’avanzo a maturar la risposta.

Dopo colazione il conte si sdraiò sur una poltrona in fondo del salotto, mentre Margherita, ch’era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli s’arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose,un confettoeuna storia. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della biancheria; Leonardo, al solito, era fuori.

Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi, impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con le fantasie del suo cervello malato, raccontò d’un re e d’una regina che avevano una bimba bellacome il sole, e d’un mago che aveva trovato dei filoni d’oro e con quell’oro aveva fabbricato una casa per mettervi dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande....

—Grande così—disse la bimba allargando il più possibile le sue piccole braccia.

—Grande così—ripetè il conte chinando la testa in segno d’assenso.

E non soggiunse altro.

—Nonno dorme—bisbigliò Margherita dopo una breve pausa.

Fortunata si scosse.

—Se dorme, lascialo stare. Vieni qui. Ma la fanciulla non si moveva.

—Nonno dorme—ella tornò a dire.

E intrecciava le sue dita rosee nei capelli bianchi del conte Zaccaria e chiamava:

—Nonno; nonno!

—Bimba disubbidiente!—esclamò la madre alzandosi infastidita.—Lascialo quieto il nonno.

Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sentì nè l’appello della nipote, nè il grido della nuora, nè l’irrompere tumultuoso della gente accorsa in aiuto, nè le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse vissuto, morto al suono d’una voce carezzevole che gli blandiva l’orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la fortuna, gli onori.

Il testamento trovato in un cassetto dellascrivania provò le felici disposizioni d’animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a un’infinità d’Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt’e due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non esistevano più. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch’egli si ravvedesse, lo nominava erede universale, con l’ordine espresso di spingere alacremente i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di minor conto, c’erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva eretti a sè e alla N. D. Chiaretta sua moglie.

Un cambiamento notevole era successo nella situazione rispettiva dei coniugi Rialdi: la moglie non era più così autoritaria, il marito non era più così docile come una volta. Col suo arrabattarsi continuo, co’ suoi intrighi orditi di lunga mano, con la sua pretensione di ristorar le fortune della famiglia, la contessa Zanze non era riuscita che al colossale sproposito di maritar la figliuola a un uomo vizioso e rovinato; senza impicciarsi in nulla, senza far altro che passar quattr’ore al giorno all’Uffizio e il resto della giornata a giocare a scacchi al Caffè della Vittoria, il conte Luca, gradino per gradino, era giunto a ottenere il posto di consigliere di appello, ch’è quanto dire a essere una persona d’importanza, che nelle feste solenni indossava la sua brava uniforme, s’allacciava a fianco uno spadino incapace di far male a nessuno, si metteva in testa un cappello a due punte, e percorrendo le stradepedibus calcantibusattirava sul suo passaggio le esclamazioni ammirative dei monelli. Aggiungansi a queste compiacenze morali quella d’avere uno stipendio che, in quei tempi di prezzi bassi, permetteva di mantenersi assai decorosamente. Onde non c’era più bisogno di pranzar fuori di casa due volte alla settimana, e s’era potuto sostituire con un servo effettivo e reale il cameriere che la contessa Zanze soleva prendere a nolo pe’ suoi martedì. A fronte di questi benefizi il conte Luca pretendeva dalla consorte un rispetto maggiore e aveva anzi dichiarato in modo assoluto di non voler più lasciarsi chiamare coi titoli dipampano,babbeoe altri simili. La consorte ubbidiva fremendo. A lei pareva d’aver attività, energia, intelligenza da vendere al conte marito, ma l’era forza riconoscere che la sorte non l’era stata propizia e aveva invece favorito lui, quell’imbecille, che non s’era neanche mosso per meritarsene i favori. Delle giustificazioni a sè stessa ella ne trovava in quantità; è naturale, se ne trovano sempre. Ella diceva che quel precipizio dei Bollati era giunto inaspettato a tutti, e che non si poteva prevedere che Leonardo non avesse nè un briciolo di cervello, nè un briciolo di cuore. Del resto, almeno per la parte economica, se l’avessero aiutata, le cose sarebbero andate diversamente. E di tanto in tanto, nell’intimità coniugale, la contessa Zanze si lasciava scappar la vecchia frase:—Se foste entrato nell’amministrazione! QuelsiorBortolo nuota nell’abbondanza.

Il conte Luca montava su tutte le furie e non aveva torto.—Cosa mi venite a parlare disiorBortolo? Volevate ch’io facessi la parte di quel furfante?

Ma la contessa protestava contro questo modo d’interpretar le sue parole e ripeteva quello che aveva già detto centinaia di volte negli anni passati.—Se foste entrato nell’amministrazione sareste diventato un signore voi e avreste salvato dalla rovina i vostri parenti.

—Corpo di bacco! E vi par nulla che io sia invece consigliere d’appello?

Comunque sia, questi erano discorsi inutili, e c’era ben altro da fare che andar ruminando il passato. Ormai appariva chiaro come la luce del sole che fra poco i Bollati sarebbero rimasti in camicia e che Fortunata sarebbe tornata a carico dei genitori o del fratello.

Che se c’era ancora qualche illusione possibile finchè viveva il conte Zaccaria, alla morte repentina di lui anche questa illusione doveva dissiparsi. Il conte Zaccaria non era popolare com’era stato ai suoi tempi il vecchio conte Leonardo; ma non era neppure un uomo mal veduto in paese, aveva forme cortesi, alla buona, e le ingenue allucinazioni a cui egli era in preda negli ultimi anni avevano piuttosto cresciuto che scemato le simpatie intorno a lui.

Ora gli strozzini non hanno l’animo troppo aperto alla simpatia, ma se possono far di meno d’inasprir l’opinione pubblica lo fanno, e non isdegnano di usar qualche temperamentoverso i debitori più forniti di aderenze e di relazioni. Mettere sulla strada un patrizio di quell’età, con quel nome! Era da far gridar mezza Venezia. Col figliuolo era un altro par di maniche. Prima di tutto si trattava d’un giovane; e poi quello lì aveva l’opinione pubblica contro di sè. Anzi può dirsi che l’accanimento con cui l’attaccavano era persino eccessivo; pareva che non ci fossero altri farabutti al mondo. Come talora, per quel bisogno che ha la gente di crearsi dei simboli, un uomo diventa la personificazione d’ogni virtù, così un altro diventa la personificazione d’ogni vizio. Il senso morale, che va soggetto a tante distrazioni, si sveglia a un tratto per protestare contro questo mostro di turpitudine; gli onesti e gli ipocriti si scagliano addosso a lui;... ciò che permette loro di esser più indulgenti con quelli che gli somigliano e anche con sè stessi.

Avete visto mai, verso la chiusa d’un ballo o d’una pantomima spettacolosa, la reggia del tiranno, il castello dell’oppressore, la prigione della vittima cader giù a pezzi, finchè, a un dato segnale, succede l’ultimo scroscio e la luce elettrica accesa in buon punto scende dall’alto a rischiarar le rovine? Questo è quello che accadde, lasciando stare la luce elettrica, del maestoso edifizio Bollati. Il segno dello scroscio finale fu dato dalla morte del conte Zaccaria. Allora non ci furono più riguardi, e gli avvocati ricevettero dai loro clienti l’ordine di procedernegli atti a passo di carica senza lasciarsi smuovere da sollecitazioni o da preghiere di nessuna specie. Terribile fra tutti i creditori era il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen piombato dalla Moravia a far valere le ragioni della consorte, che per la malferma salute non aveva potuto accingersi al viaggio. Il marchese Ernesto, al quale una cura dietetica aveva fatto perdere alquanto della sua corpulenza, s’era risolto a riprendere il servizio militare e veniva di guarnigione in Venezia per invigilar coi propri occhi la liquidazione dell’eredità del suocero. Nè voleva sentir a dire che l’eredità era bell’e liquidata non essendovi un centesimo per nessuno; egli protestava pestando la sciabola che a luiPotz tausend!non la davano ad intendere, e che avrebbe saputo, occorrendo, tagliare il naso al cognato, aHerrBortolo e a tutti gli Italiani,verfluchte Italiener!E al cognato e aHerrBortolo non risparmiava gli improperi e le minaccie dirette, tantochè l’uno e l’altro mettevano il loro studio a non farsi mai trovare in casa e più di una volta era toccato a Fortunata l’onore di ricevere le sue visite amabili.

In queste difficili contingenze l’ottimosiorBortolo pensò ch’era venuto il momento di levarsi d’impiccio. E perchè la sua ritirata non somigliasse a una fuga, egli ricorse al comodo espediente di cader malato. L’asma di cui egli soffriva da parecchi anni si aggravò d’improvviso, un medico premuroso dichiarò che gli eraindispensabile un soggiorno di alcuni mesi in campagna, e il signor Bortolo Segugi, col cuore straziato, dovette prendere congedo dai suoi nobili padroni. Nell’epistola, modello di stile affettuoso e patetico, da lui diretta in quest’occasione al conte Leonardo, egli si permetteva anche di dar quei consigli che gli erano inspirati dalla molta esperienza e dal grande amore per la illustre famiglia. Condurre una vita regolata, ridur le spese ai minimi termini, vendere quello che era ancora vendibile, eccetera, eccetera. Se il Signore Iddio voleva ch’egli,siorBortolo, si ristabilisse in salute, e se non gli veniva meno la fiducia dell’illustrissimo conte Leonardo, sperava di ripigliare ancora in mano le redini dell’amministrazione; se poi doveva soccombere, egli si sarebbe presentato al suo Giudice con la coscienza netta e col convincimento di aver sempre servito fedelmente i suoi benefattori. In un poscritto alla bellissima letterasiorBortolo suggeriva di valersi dell’opera dell’avvocato Timoteo Sgriccioli, a cui egli aveva chiesto da ultimo qualche consulto legale e ch’era l’uomo fatto apposta per trovare il bandolo di una matassa arruffata.

—Buffone! Ladro! Brigante! Gesuita!—urlò il conte Leonardo quand’ebbe letta e decifrata la lettera.—S’è ingrassato col nostro sangue e adesso va a far la digestione in campagna.... Andasse almeno alla malora quel brutto figuro asmatico.... Se mi torna tra i piedi sta fresco.... Non son chi sono se non lo piglio a calcinel sedere.... E anche dei consigli mi dà quel furfante ch’è stato la prima causa di tutti i nostri guai.... Dei consigli, lui, al conte Leonardo Bollati!

Nonostante questa filippica, prima che passassero ventiquattr’ore, il conte Leonardo aveva già adottato uno dei suggerimenti del suo degnissimo agente e si era messo nelle mani dell’avvocato Sgriccioli, patrocinatore ordinario dei debitori morosi o falliti, a benefizio dei quali egli aveva anche conformato il suo studio pieno di bugigattoli, di nascondigli e di usci segreti. L’avvocato Sgriccioli mostrò di prender molto a cuore la faccenda, ma non potè tacere che s’era indugiato troppo a ricorrere a lui e che la condizione delle cose era grave, assai grave, gravissima. Infatti i suoi sforzi non valsero a ritardar la catastrofe; il tribunale (ed era ancora il meno peggio che potesse succedere) aprì il concorso sui beni mobili ed immobili del signor conte Leonardo Bollati P. V., e sino a liquidazione giudiziale finita assegnò all’ultimo rampollo di tanti uomini illustri poche lire al giorno pel suo mantenimento. Il palazzo, mandato all’asta per conto della massa creditrice, fu aggiudicato al maggior offerente, lord Herbert Seaweed, che era l’inquilino del primo piano. E il nobile lord concedette ai Bollati quindici giorni per lo sgombero dell’appartamento da essi occupato, lasciando però generosamente a loro disposizione tre camere a tetto,che se non eran proprio soffitte, di poco ne differivano.

La vanità del baronetto era lusingata dall’idea di dar ricovero a un patrizio che aveva avuto due dogi fra i suoi antenati. Leonardo dal canto suo accettò con lieto animo l’offerta, e perchè gli ripugnava di andar in cerca di un altro alloggio, e fors’anche perchè seguitando ad abitare nel suo palazzo, gli pareva d’esserne sempre lui il padrone. Aggiungasi che in tal maniera egli sperava di sbarazzarsi della moglie e della figliuola. Possibile che Fortunata non si risolvesse a tornare in famiglia e a portarsi seco quell’impiccio della bimba! Già il conte Luca e la contessa Zanze avevano dichiarato di esser pronti a ricever lei e la nipote.

Messa alle strette, Fortunata, cui non bastava l’animo di veder patire la sua piccina, mandò Margherita dai nonni (andando poi a mangiarsela di baci due o tre volte al giorno), e in quanto a sè, dichiarò che non voleva dividersi da suo marito e che avrebbe affrontato volentieri il freddo e la fame piuttosto che abbandonarlo alle prese con la miseria. Ma se c’era uomo inetto a capir questi sentimenti era Leonardo Bollati, il quale non vide in tutto ciò che uno sciocco puntiglio e pensò di far pagar cara alla moglie la matta ostinazione di stargli appiccicata ai fianchi. E se prima rimaneva fuori di casa mezza giornata, adesso ci rimaneva la giornata intiera, e faceva tutti i suoi pasti all’osteria, non rientrando che nel cuordella notte con gli occhi lustri, con la lingua grossa e con le gambe barcollanti. Allora si cacciava in letto e dormiva fino al tocco per ripigliar poi la solita vita. A Fortunata non dava un centesimo; quello che gli passava il tribunale non era neppur sufficiente per lui; andasse da suo padre, il consigliere d’appello, che s’era abbastanza riempiuto l’epa alla tavola dei parenti quand’eran ricchi da poter oggi restituire un desinare a una Bollati, che, per giunta, era sua figlia. Che s’ella non voleva andarci, s’ingegnasse come poteva.

Fortunata s’ingegnava vendendo o impegnando qualcheduno degli oggetti ch’erano avanzati dal gran naufragio e ch’erano stati buttati alla rinfusa in una delle tre stanze lasciate per carità dai nuovi agli antichi padroni. Del resto, per lo più, desinava effettivamente presso i genitori.

Ormai tutti le ripetevano che, poichè Leonardo non aveva cuore nè per lei, nè per la bambina, e ricevendo, checchè ne dicesse, un sussidio bastante per far vivere la famiglia, non voleva pensar che a’ suoi vizi, ella poteva piantarlo senza rimorsi.

Ella però era irremovibile. Pur troppo con la sua presenza ella non impediva nulla, non riusciva a fargli lasciar nè un cattivo amico, nè una cattiva abitudine; ma chissà? mancando lei, sarebbe stato ancora peggio. Egli non avrebbe passato in casa nemmeno le poche ore che ci passava; non avrebbe preso, prima d’uscire,nemmeno una tazza di caffè. E chi avrebbe vigilato perchè la sua camera fosse in ordine, perchè i suoi vestiti fossero spolverati, e chi l’avrebbe assistito se una notte non si sentiva bene!

Inoltre, Fortunata sperava in un miracolo, sperava in un ritorno d’affetto conquistato a forza d’umiltà, di pazienza e di devozione. Perchè, pare impossibile, ell’amava sempre Leonardo. Qualche volta, verso l’alba, mentr’egli dormiva della grossa, ell’entrava pian pianino nella stanza di suo marito, e si accostava al letto e si chinava a deporre un bacio su quella fronte non solcata mai da un pensiero generoso, su quelle labbra umide e sozze da turpi contatti. Una mattina quel tiepido soffio lo scosse a mezzo; abbastanza desto da sentir che una donna gli era vicino, non abbastanza da distinguer qual fosse, egli la tirò a sè, le gettò le braccia al collo. Poi spalancando gli occhi, vide la moglie, palpitante, svergognata come un’adultera côlta in fallo.

—Tu!—egli disse con un’inflessione di voce ch’esprimeva lo stupore e il disgusto.—Io credevo.... Peccato!... Va via.

—Oh Leonardo!—ella cominciò supplichevole e con le lagrime che le gocciolavano giù per le gote.

Ma un resto di dignità le tolse di proseguire. Divenne scarlatta, e coprendosi il viso con le mani fuggì dalla stanza. Indi, abbigliatasi in furia e fatto uno fardello di alcuni oggetti chepiù le premevano, scese a precipizio la scala e volò a casa sua.

—Oh!—esclamò la contessa Zanze—Cosa c’è di nuovo? Cosa t’ha fatto quel brigante?

—Capisco che avevate ragione.... Se mi volete, vengo a star con voi... per ora almeno...

—Sicuro che ti vogliamo.... Sei la nostra creatura.... Ma si può sapere?...

—Non c’è nulla... nulla.... E Margherita? E il babbo?

—Stanno benissimo.... Dormono ancora.... Però vorrei sapere....

—Oh è inutile, mamma....

S’intese la voce della bimba che chiamava:—Nonna, nonna!

—Ecco, s’è svegliata—disse la contessa Zanze. E rivolgendosi alla figliuola le chiese: Vuoi andarci tu?

—Sì—rispose Fortunata. Ma pentitasi subito soggiunse:—È meglio che prima tu l’avverta che ci sono.... Andrò di qui a un momento.

Si fece portare una catinella d’acqua e vi immerse la faccia tre o quattro volte. Poi entrò nella camera di Margherita.

—Oh mamma, mamma—gridò la piccina battendo le mani.

—Tesoretto mio!—proruppe Fortunata piegandosi sopra di lei.—Starò sempre sempre con te.

Margherita le cinse il collo con le sue braccia nude e la coperse di baci che non volevano più finire.

—Ancora, ancora!—diceva la povera donna. Le pareva che quei baci scancellassero l’onta degli altri che, poco prima, ell’aveva ricevuti... per isbaglio.

Il 1847 s’era chiuso come una splendida notte di luglio, in cui il cielo ancora sereno è solcato da spessissimi lampi; il 1848 s’apriva come una giornata nella quale i rossori inauspicati dell’alba fanno prevedere il temporale vicino. Le città italiane conservavano il loro aspetto festante, le popolazioni empivano le strade, i teatri, le chiese (chè il Papa liberale aveva messo di moda la religione) ed era dappertutto uno sfoggio di colori vivaci, di abbigliamenti bizzarri, un echeggiar di canzoni, una loquacità espansiva come di gente a cui prema rifarsi del lungo silenzio e richiamar insieme le memorie del passato e divisar l’avvenire. Ma sotto quella gaiezza tumultuosa covavano i fieri propositi, ma in quei colori, in quei vestiti, in quei canti, in quel fraternizzar delle classi era una sfida gettata in viso a un nemico comune. E il nemico comune, vissuto a lungo in una sicurtàsprezzante, pareva domandare a sè stesso se fosse possibile che i conigli si fossero mutati in leoni, e intanto affilava le armi e si preparava alla lotta. Già i moti fortunati di Palermo e di Napoli e le riforme civili di Roma imbaldanzivano gli animi e rafforzavano la speranza della guerra nazionale contro l’oppressore tedesco; già nelle terre lombardo-venete erano cominciate le prime avvisaglie, già il sangue era corso per le vie di Milano. Dalla laguna al Ticino un potere occulto che attingeva la sua autorità dal consentimento dei più, deludeva i cent’occhi della Polizia austriaca, e, senza codici e senza soldati, con una parola d’ordine gettata nella folla, con un foglietto misterioso fatto pervenire a domicilio, regolava le mosse dei cittadini. Quelli che non ubbidivano per entusiasmo patriottico ubbidivano per ispirito d’imitazione, per vaghezza di novità, per tema di essere mostrati a dito, per la curiosità di vedere come andasse a finire una condizione di cose sì strana ed insolita. Pochi osavano protestare ad alta voce; in maggior numero eran coloro che, divisi tra due paure, la paura del Governo legittimo e quella del Governo clandestino, procuravano di uscir di rado, di parlar poco, di trovarsi con meno gente che fosse possibile. A questo regime s’era condannato da sè il conte Luca Rialdi, suddito fedelissimo di S. M. Ferdinando I, ma innanzi tutto uomo sollecito della propria pelle. In ufficio era riuscito a schermirsi da ogni processo che avesse attinenza con lapolitica; al Caffè della Vittoria non si faceva più vedere; figuriamoci! tutti avevan sciolto lo scilinguagnolo, tutti volevan dire la loro opinione sugli affari del giorno, non c’era un cane che giuocasse a scacchi, e s’anche una partita si principiava era ben difficile tirare innanzi in mezzo a quel frastuono di voci; in piazza San Marco poi il conte Luca aveva giurato di non metter piede dopo un certo tiro del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen.

Un giorno, che è che non è, mentre il nostro consigliere d’appello percorreva a passo spedito le Procuratie vecchie, il signor marchese, in piena tenuta di capitano degli ussari (che ci ha da fare un capitano di cavalleria a Venezia?) il signor marchese, insomma, staccandosi da un gruppo d’ufficiali, gli si avvicinò con la mano tesa e gli disse col suo italiano che s’imbarbariva sempre peggio:

—O signor conte, pen contento di vederla, oja.... Ich gratulire mich, mi congratulo sua nomina aRegierungsrath?.... Geheimerath?.... ach nein.... Appellationsrath. Ja, ja, consigliere d’appello.

Quindi gli si mise a fianco e cominciò a discorrergli degli affari Bollati....eine traurige Geschichte....sì, una triste storia.... quel Leonardo meritar pastonate, prigione.... anche conte Zaccaria puon anima, consumare un patrimonio di quella sorte! Adesso I. R. Tripunale afer in mano la faccenda....man wird sehen; ja....si vedrà.... pur troppo, poco, anzinichts, nienteda sperare....Und wie gehet’s.... ja, come sta la contessa Zanze? E la contessa Fortunata?...Unglückliche junge Dame!...Ah prutto mondo!... Anche suaFrau, marchesa Maddalena, afer immensamente sofferto.... tante disgrazie di seguito!...Arme Frau!

Il conte Luca non sapeva in che mondo si fosse. Quel marchese così borioso, il quale, specialmente dopo il duello con Gasparo, l’aveva a morte coi Rialdi, quel marchese aveva adesso la bell’idea di girar con lui per la piazza San Marco, il ritrovo dei curiosi e dei fannulloni? E non si poteva mica piantarlo in asso da un momento all’altro!

Dagli argomenti privati l’ufficiale passò a parlare degli argomenti pubblici, di quella maledetta politica che si cacciava dappertutto. Gli Italiani erano matti, il Papa eraein Dummkopf, uno sciocco che agitava la miccia accesa vicino a una polveriera; quelgrosser Kerldel Borbone aveva avuto torto di cedere alle grida di quattro fanatici, ma si poteva esser sicuri che alla prima opportunità egli avrebbe saputo accomodar le cose per benino; Carlo Alberto, quello lì eraein Schwärmer, un sognatore, un entusiasta, ora carbonaro, ora sanfedista.... non si sapeva mai. A ogni modo, Metternich aveva giudizio per tutti.... E in quanto ai facinorosi Lombardo-Veneti bisognava dar degli esempi, e si sarebbero dati; stesse tranquillo il signor conte che si sarebbero dati: già egli poteva dire con fondamento che il decreto per introdurre il giudiziostatario era sul punto di esser sottoposto alla firma di S. M. Allora, in una quindicina di giorni, tutto questo baccano sarebbe finito....Ja, gnädiger Herr Graf, so ist es....così è....

A questo punto il marchese offerse un sigaro al suo interlocutore. Bravo! Al povero conte Luca non mancava altro che di farsi vedere a fumare dopo la proibizione assoluta di quei signori del Governo clandestino! Per buona ventura il conte non fumava mai, ed ebbe un’ottima ragione per rifiutar l’offerta.

Il marchese sorrise.—Sie haben nie geraucht?mai fumato?Wirklich so?...Proprio?

—Proprio, proprio... mai fumato—rispose il conte Luca.

E parendogli di poter finalmente accommiatarsi senza increanza, disse al signor capitano ch’era atteso in un luogo e doveva lasciarlo.

—Auf Wiedersehen, Herr Graf...a rivederci...Meine Complimenten den gnädigen Frauen, bitte....prego miei complimenti alle signore,—gridò l’espansivo marchese stringendo forte la mano del conte Luca.

E raggiunse il crocchio degli amici a cui raccontò ridendo cheder Herr Appellationsrath, con quella pillola del giudizio statario in corpo, non doveva dormir certamente per tutta la notte. Del resto, egli aveva fermato il conte Rialdi all’unico scopo di recargli un po’ di molestia e di sforzarlo a passeggiar di pieno giorno in piazza San Marco con unK. K. Offizier. Che seHerr Grafdoveva per questa ragione soffrirqualche sfregio dagliitalianissimi, egli ne avrebbe avuto molto piacere.

Il conte Rialdi uscì dalla piazza senza nemmeno alzar gli occhi. Non vedendo nessuno gli pareva che nessuno dovesse veder lui.

Invece prima di sera gli capitò a casa un bigliettino concepito a un dipresso in questi termini:


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