XXII.

«Signor consigliere.—Se non foste padre di un eccellente patriotta, vi si darebbe oggi una buona lezione. Il Comitato si limita per questa volta a un amichevole avvertimento. Non è più lecito a un italiano di mostrarsi coi militari austriaci, fatta eccezione pegli ufficiali di marina che sono dei nostri. Austriaci e italiani non si devono ormai incontrare che sulle barricate o sul campo di battaglia. Abbiate dunque prudenza e moderate il vostro zelo di servitore fedelissimo di S. M.«Il Comitato.»

«Signor consigliere.—Se non foste padre di un eccellente patriotta, vi si darebbe oggi una buona lezione. Il Comitato si limita per questa volta a un amichevole avvertimento. Non è più lecito a un italiano di mostrarsi coi militari austriaci, fatta eccezione pegli ufficiali di marina che sono dei nostri. Austriaci e italiani non si devono ormai incontrare che sulle barricate o sul campo di battaglia. Abbiate dunque prudenza e moderate il vostro zelo di servitore fedelissimo di S. M.

«Il Comitato.»

Se il povero consigliere viveva sempre in angustie e aveva perduto il sonno e la fame non si poteva dargli poi tutti i torti. Compromesso coi liberali pe’ suoi sentimenti di fedeltà, compromesso col Governo per cagion del figlio che un dì o l’altro doveva passar un cattivo quarto d’ora, egli aveva per soprammercato da invigilar sulla pazzia della moglie alla quale era venuto il ticchio di far la patriotta ardente anche lei, e di trinciar di politica con le femminette che venivano a visitarla ne’ suoi martedì.

—Donna senza giudizio!—le diceva il marito.—Non la volete finire? Non lo sapete che c’è qualche signora che non vien più da voi per non sentir certi discorsi?... E cosa son questi colori sul vestito?... Via subito quel nastro.

—Oh,—rispondeva la contessa Zanze.—Voi sareste capace di aver paura anche se vi portassero in tavola un piatto d’indivia mista col radicchio rosso!

—E voi non avete sale in zucca.... Vi pare che siano momenti da scherzare, questi? Ci tenete proprio ad andar in prigione per il bel gusto di dir tutto quello che vi passa per la testa e d’abbigliarvi come un arlecchino? Vergogna! Alla vostra età!

—Oh! L’età....

—Sì; e con l’allegrie che ci sono in casa.... Con la figlia e la nipote da mantenere!... Che se, Dio scampi e liberi, io perdessi l’impiego, sarebbero quei signori del Comitato che vi darebbero da pranzo! Pregate piuttosto a mani giunte il Signore che non ci faccia capitar qualche brutta notizia da Gasparo che sarà un brav’uomo, non dico, ma è un cervello esaltato.... e se riescono a coglierlo in fallo....

—Voi non sapete preveder che disgrazie.

—E voi avete una benda agli occhi.... Se il Comitato dice che mio figlio è un eccellente patriotta, è segno che ne hanno le prove. Mi spiego?

—Sicuro che le avranno. O che lo credete un austriacante del vostro stampo?

—Zitto, disgraziata... Dovreste gridarlo dalla finestra queste cose! Non vi ricordate dei Bandiera?

—Altri tempi, altri tempi. Adesso quelli che sono al Governo si sentono mancar la terra sotto i piedi e devono far i conti col popolo.

—Ma che popolo? Vorrei vederli, alla prima cannonata, questi strilloni, questi ragazzacci che, in omaggio alla libertà, fischiano un galantuomo che si permetta d’aver un sigaro in bocca. Bella libertà! Non parlo per me che non fumo.... Ma io vi dico che mi par d’essere in un manicomio e che questo baccano va a finire in tragedia.... oh se va a finire!... Mi spiego?

E invero le Autorità, vinte le prime titubanze, accennavano a voler far sul serio anche a Venezia. Sin dal 18 gennaio la Polizia aveva tratti in arresto il Manin e il Tommaseo come quelli che capitanavano la cosidettaagitazione legale; il 22 febbraio fu promulgato il giudizio statario, del quale il marchese Geisenburg aveva dato al conte Rialdi l’annunzio alquanto precoce. Tuttavia gli animi non si quetavano e gli avvenimenti parevano fatti apposta per rincorare i timidi, per imbaldanzire gli audaci. La proclamazione della Repubblica in Francia, come tutto ciò che succede in quel paese singolare, aveva un immenso rimbombo in Europa; di lì a poco Carlo Alberto accordava lo Statuto promesso, e infine la notizia della rivoluzione di Vienna era l’ultima scintilla che faceva divampare l’incendio. Il 17 marzo i prigionieripolitici, liberati dal carcere, eran portati in trionfo sulle braccia del popolo, i colori nazionali apparivano agli occhielli degli abiti nella piccola ma provocante coccarda, una bandiera bianca, rossa e verde era issata sopra una delle antenne della piazza S. Marco. Nel 18, maggiore la folla, più insistenti le grida, più risoluti, più feroci gli animi. La truppa, accolta a fischi e a sassate, perde la pazienza e fa fuoco; ci sono morti e feriti; sembra imminente una lotta sanguinosa per le strade della città. Ma il governatore civile e il comandante la guarnigione eran timidi, fiacchi, benevoli forse a Venezia ove avevan lungamente vissuto; pieni di energia, d’entusiasmo, di fede erano invece gli uomini postisi in quei giorni memorabili a capo del popolo. Si chiede e si ottiene, col pretesto di mantenere la sicurezza pubblica, l’istituzione della guardia civica; dai fondaci dei rigattieri escono vecchie spade irrugginite, e fucili a pietra, e alabarde spuntate; escono dalle cucine i coltellacci e gli spiedi, e i nuovi militi bizzarramente vestiti e tutti con una sciarpa bianca a tracolla corrono come a festa le vie, e distribuiti in pattuglie fanno la notte il servizio di ronda. È il primo atto d’un’epopea? È l’ultima scena d’una farsa? Chi lo sa? Quali sono in quella folla gli eroi veri e quali gli eroi da teatro? Chi lo sa? Sono confusi insieme e non si potranno distinguere che al momento della prova.

Certo non si rischia molto assicurando find’ora che non è un eroe un nostro vecchio conoscente, il signor Oreste, comandante di una di quelle strane pattuglie nella notte tra il 21 ed il 22 marzo. Il signor Oreste, ch’è padrone d’una delle principali osterie in Cannaregio e che ha la sua buona dose di vanità, non ha potuto esimersi dal prestar l’opera sua alla patria in momenti tanto solenni, ma egli vuol conciliare i doveri di cittadino coi dettami della prudenza, e guidando il suo manipolo di prodi attraverso il dedalo inestricabile dellecalletteveneziane, pone ogni studio nell’evitarcattivi incontri.

—Non si passa per i Gesuiti?—domanda un gregario, non so bene se coraggioso o malizioso.

—Ohibò—risponde il signor Oreste.—Perchè si dovrebbe passarci?

—Così, per veder quello che fanno queipatatuchidel reggimento Kinsky che son lì consegnati in caserma.

—Bel gusto.... Se venissero fuori?...

—Si spara il nostro colpo di fucile e si dà l’allarme.

—Provocazioni inutili.... Noi siamo in giro per la sicurezza della città e nient’altro....

—Uhm... Senza un po’ di sangue non la si finisce—ripigliò il milite battagliero.

—Insomma—grida il signor Oreste con piglio autoritario—qui il capo son io. Pei Gesuiti non ci si passa. Si va fino a S. Giovanni Grisostomo, poi si torna indietro e ci si ferma a bere un mezzo boccale da me.

Questa proposta raccoglie tutti i suffragi, e la pattuglia riprende in silenzio le sue perlustrazioni.

—Là c’è una figura sospetta—esclama a un tratto il comandante segnando all’imboccatura d’una calle un individuo che veniva avanti con passo incerto.—Chi va là?

L’individuo borbotta qualche parola incomprensibile che sembra aver una parentela lontana con una bestemmia.

—Bisogna vedere—soggiunge il signor Oreste rivolgendosi ai militi.

E seguìto da loro s’avvicina al misterioso personaggio, nel quale, con sua grande maraviglia, riconosce nientemeno che il conte Leonardo Bollati.

—Oh! Eccellenza—balbetta l’ex cuoco con un resto d’ossequio.

—To’, to’—dice il conte strascicando le parole.—Siete voi... bel mobile?... Anche voi in ma...a...schera?... Mi gira la testa.... Già... già che siete qui... accompagnatemi fino al... palazzo.... È vi... vicino....

Il signor Oreste non può negare un sì piccolo servigio al suo antico padrone.

—Ce n’avete... fatte di grosse... voi...—continua Sua Eccellenza appoggiandosi al braccio di quel furfante arricchitosi a spese della sua famiglia.

Il signor Oreste avrebbe voluto dire che anch’egli era stato sacrificato non riscotendo un centesimo dei suoi crediti, ma s’era ormai giunti al portone del palazzo.

—Lo sapete che... che il palazzo appartiene a...adesso a un Lo...ord inglese?

—Pur troppo, Eccellenza.... Ma!

—Nie...ente paura!... Ho tre camere... in... a...alto e... e m’han lasciato... a...anche la chia...a...ve.

Il signor Oreste aiutò il conte a introdurre questa famosa chiave nella toppa; poi disse:

—Lustrissimo, buona notte....

—Buo...o...na notte.... O che co...o...sa gridano?

Pel vicino Canalazzo passava una gondola e il barcaiuolo con voce sonora gridava:—Viva San Marco!

—Gridano:—Viva San Marco!

—Vi...va San Ma...a...rco?—ripetè a mezza voce Leonardo fermo sulla soglia.—To...o...rna la Serenissima?

—Chi può dir nulla?... Se ne vedono tante.... Buona notte, signor conte.

E la pattuglia si ritirò.

Noi non vorremmo affermare che quel grido diViva San Marconon facesse nessun effetto a Leonardo Bollati, che nessuna fibra si scotesse in lui all’idea di veder risorger l’antica Repubblica, a pro della quale i suoi padri, per tante generazioni, avevano versato il sangue e speso l’ingegno. Ma l’impressione, come accade a chi s’è disavvezzato dal pensare e dal sentir fortemente, non fu che passeggera; egli aveva ben altro pel capo che la risurrezione della Repubblica; aveva bevuto troppo, era stanco,aveva un sonno, un sonno! Si strascinò su dei suoi centoquindici scalini, chè non ce ne volevano meno per arrivare dov’egli abitava, e si mise a letto.

Il giorno dopo Leonardo non s’alzò che tardissimo. Affacciandosi a unfinestrinoche dava sul Canal grande vide un movimento, un’animazione maggior dell’usato, sentì più insistente il grido che l’aveva colpito la notte prima:Viva San Marco!E altri gridi insieme con questo:Viva Pio IX! Viva Manin! Viva la libertà!Inoltre dalle frasi scambiate tra la gente che curiosava sulleriveo aitraghetticapì che gravi fatti erano successi e fatti non meno gravi si preparavano.

—Gli arsenalotti gli hanno fatto la festa?

—Al colonnello Marinovich? Sicuro.... Gli sta bene a quel cane. Li trattava da bestie.

—E com’è andata?

—Ma! Chi la racconta in un modo e chi in un altro. La mia però è storia genuina perchè la so da mia cognata che è sorella di un arsenalotto. Fatto si è che appena Marinovich s’è presentato all’arsenale questa mattina, gli operai, che non se l’aspettavano dopo le minaccie di ieri, gli si strinsero attorno con urli, fischi, imprecazioni. Lui tira fuori la spada e si fa largo un momento.... Ma quelli s’inviperiscono di più e gli danno addosso di nuovo. Vista la male parata, il colonnello cerca di fuggire, trova aperta la porta di una delle torri vicine all’ingresso, sale per la scala, ma i suoi inseguitorigli sono alle calcagna, un calafato gli pianta nella schiena la sua trivella, e felice notte.

Di lì a poco si sente un’altra gran novità.

—L’arsenale è nostro.

—Come? Come?

—Se n’è impadronito Manin.

—Senza combattimento?

—Avevan mandato un battaglione di fanteria marina per riprenderlo, ma le guardie civiche che c’eran dentro dissero:marameo!—Fuoco!ordina il comandante del battaglione, un tedesco. I soldati che son dei nostri, non gli badano neanche e un ufficiale, nostro veneto anche lui, esce dai ranghi e grida:Giù le armi. Il tedesco va in furia e si slancia sull’ufficiale....

—Oh diavolo.... E come va a finire?

—Si battono da disperati. Ma un sergente di marina la termina lui e getta a terra il tedesco.

—Morto?

—No, no; pare che l’abbian risparmiato.... Se lo ammazzavano era meglio.

—Perchè! Hanno ammazzato il Marinovich stamattina. Basta uno.

—Ce ne vuol altro che uno.... Insomma i soldati si confondono con le guardie civiche, si mettono la loro brava coccarda sul petto e gridan tutti insieme: Viva l’Italia!

—Viva la nostra marina!

E ormai le notizie si succedono con una rapidità straordinaria.

—Anche i granatieri han fatto lega col popolo.

—I cannoni della Gran guardia che eran carichi a mitraglia sono in potere della guardia civica.

—Venti, trenta, quarantamila fucili son distribuiti fra i cittadini.

—Il palazzo del governo è nelle nostre mani.

—Il podestà Correr è andato da Palffy a intimargli la resa.

—Solo?

—No, con altri tre o quattro.

Passa un’ora, si sparge la voce che ci siano delle difficoltà, che il governatore non voglia cedere, che il comandante di piazza voglia far bombardare la città.

—Alle barricate—grida qualcheduno.

—Alle campane. Morte all’Austria!

Da qualche finestra si ritira la bandiera tricolore; sul tetto del palazzo Bollati viene issato per prudenza il vessillo britannico.

Ma prima di sera ogni dubbio era tolto; la capitolazione era firmata; era proclamata la Repubblica.

Ormai il tricolore sventolava da tutte le case; l’entusiasmo brillava su tutti i volti; da tutti i petti irrompevano le gridaViva San Marco! Viva Pio IX! Viva l’Italia! Viva Manin!

Leonardo Bollati era rimasto quasi sempre immobile alla finestra. Sporgendo la testa fuoridel davanzale, egli vedeva sotto di sè nel terrazzo del primo piano la famiglia dellordche, insieme con altri connazionali, godeva, come di uno spettacolo, di quella rivoluzione pacifica. E la famiglia del lord, di tratto in tratto, levava gli occhi e vedeva lui,the scion of the Doges, il discendente dei dogi, e lo mostrava agli ospiti, appollaiato lì in alto, sotto la grondaia, come una civetta. Quando le grida diViva San Marcosi fecero più romorose e più generali, gli Inglesi si misero a guardare in su con una curiosità più indiscreta. Pareva volessero indovinar i pensieri di lui,the scion of the Doges, in quel momento solenne. E se il popolo fosse venuto a prenderlo nella sua soffitta, e a ricondurlo nel primo appartamento, cacciandone gli estranei che l’occupavano? Una figliuola del lord, molto romantica, moltobyroniana, diceva che sarebbe stata una scena drammaticissima e ch’ella si sarebbe stimata felice d’assistervi anche dovendo esserne la vittima. Ma l’austero genitore, il quale non voleva che si scherzasse sopra tali argomenti, le diede sulla voce:—Keep your tongue, you silly thing. Tacete, scioccherella. Ormai il palazzo è da considerarsi come parte del territorioof our most gracious Queen, della nostra graziosissima Regina, e guai a chi lo tocca.

Il nobile lord poteva mettere il suo cuore in pace. In quel giorno 22 marzo 1848 i Veneziani non si rammentavano nemmeno dell’esistenza del conte Leonardo Bollati. E se, per una combinazionefortuita, l’uomo acclamato dal popolo portava il nome medesimo dell’ultimo Doge della Repubblica, non toccava ai nipoti degli antichi patrizii di regger le sorti di Venezia durante i diciasette mesi di lotta sfortunata, ma gloriosa, contro lo straniero.

Di lì a tre o quattro giorni arrivava a Venezia Gasparo Rialdi. Arrivava da Pola insieme con qualche altro ufficiale di marina, sopra un piccolo legno, e dopo esser sfuggito non senza fatica agl’incrociatori austriaci. La gioia di trovar la patria libera, di poter combattere per una causa santa era amareggiata a quei generosi dal non esser riusciti a farsi seguire da tutta la flotta. Alle prime voci di rivoluzione, essi dicevano, s’era manifestato un vivo fermento negli equipaggi e in gran parte degli ufficiali ch’erano italiani di sangue e di pensieri. I più arditi, tra cui il Rialdi, sostenevano doversi salpar subito per Venezia, per partecipare alla lotta, se l’esito era ancora incerto, per recare al nuovo ordine di cose il sussidio d’una forza disciplinata, se la battaglia era vinta. Ma la maggioranza fu d’altro parere. Non bisognava precipitare, bisognava aver ragguagli più esatti;forse erano rumori sparsi ad arte; era impossibile che i compagni i quali si trovavano a Venezia non mandassero qualche avviso, che un Governo nazionale il quale per avventura si fosse stabilito colà non desse notizia di sè. Il consiglio di chi voleva gl’indugi prevalse. E intanto a Venezia si commetteva un primo, fatalissimo errore. Le lettere di richiamo per la flotta erano affidate al capitano del vapore del Lloyd che riconduceva il governatore Palffy, e quel capitano, o spontaneo, o costretto, dirigendosi a Trieste anzichè a Pola, consegnava il dispaccio alle Autorità austriache, le quali furono in tempo di prender le disposizioni necessarie a scongiurare un avvenimento forse più grave per la monarchia che la perdita d’una provincia. Rimaneva un partito. Alzare audacemente il vessillo della rivolta, passar sotto i cannoni del porto, aprirsi a ogni costo il varco per Venezia. Questo avevano suggerito, a questo s’erano dichiarati pronti Gasparo Rialdi e pochi animosi suoi pari. Ma molti indietreggiarono all’idea dell’aperta ribellione; si sentivano legati dal giuramento, dall’onor militare; non osavano intraprendere, contro la volontà espressa dei capi, ciò che avrebbero osato quando i capi, colti dal panico, avevano smesso di comandare. A forza di titubanze si lasciò passare il momento propizio e parve follia il tentare quello che prima sarebbe stato agevole il compiere. Il Rialdi e quattro o cinque amici partirono soli; gli altri, fremendo, morsero il freno. Venezianon ebbe nel 1848 una flotta, e chi può dire che il non averla avuta non abbia ritardato di dieci anni la redenzione d’Italia?

Comunque sia, quando il giovane ufficiale giunse in patria, ben pochi s’erano accorti di aver perduta, senza combattere, una prima battaglia. Il paese era nella luna di miele della libertà; i fatti interni e le notizie dal di fuori mantenevano gli animi in uno stato d’ebbrezza gioconda; le voci più strane, pur che conformi al desiderio, erano accolte come verità incontestabili. I Milanesi, vincitori nelle loro cinque eroiche giornate, avevano chiuso Radetzky in una gabbia di ferro; Carlo Alberto era già col suo esercito sotto Verona, ove si trattava della formalità della capitolazione; cinquantamila papalini, benedetti da Pio IX, avevano passato il Po; dietro a loro venivano cinquantamila napoletani, ch’eran soldati di quelli coi fiocchi, diceva la gente, come se li avesse visti alla prova. S’affermava inoltre che non c’erano più neanche due reggimenti austriaci in tutto il Lombardo-Veneto, locchè rendeva alquanto difficile di capire con chi se la sarebbero presa i formidabili eserciti che pullulavano da ogni parte, ma gli spacconi non si confondevano per così poco. Quando una nuova, data per certa la mattina, era smentita la sera—Bah!—si diceva stringendosi nelle spalle.—Quello che non è vero oggi, sarà vero domani.—Che se alcuno si permetteva esprimere un dubbio, gli si dava addosso come a uccello di malaugurio.

Non che si trascurasse d’armarsi, che si esitasse a sottomettersi a qualunque sacrifizio, oh no. Anzi la contraddizione era questa, che si chiedevano e si accettavano lietamente i sacrifizi per una causa la quale, a sentir le chiacchiere della piazza, pareva non doverne aver più bisogno. Senonchè, alla gioia più legittima, agli entusiasmi più santi, all’abnegazione più pura nuoceva un non so che di sguaiato e melodrammatico nelle foggie, nel linguaggio, nelle consuetudini romorose della vita cittadina. Gran bandiere, gran musiche, gran sciupìo di versi, gran mostra dicrociatiche parevan coristi, dilionsche manifestavano i loro sentimenti vestendosi da tenori, gran sfoggio di pennacchi nei cappelli, di colori sugli abiti.

A Gasparo Rialdi questo carnovale dispiacque; tuttavia egli tenne per sè le proprie impressioni e non pensò che a mettersi agli ordini del Governo. Offertogli di attendere all’armamento della flotta minuscola rimasta dentro l’Arsenale, egli accettò subito l’incarico, deliberato però ad arruolarsi più tardi nell’esercito di terra, se, com’egli temeva, non c’era da far nulla sul mare. Naturalmente, durante il suo soggiorno a Venezia, egli abitava presso la famiglia, da lui non più riveduta dopo il disgraziato matrimonio della sorella.

Il 22 marzo aveva mutato di nuovo le relazioni reciproche dei coniugi Rialdi che sembravano destinati a essere, l’uno verso l’altro, nella condizione di due che si trovano sull’altalena.

Adesso la contessa Zanze era tornata in alto; il conte Luca era ricaduto al basso. Egli conservava il suo posto di consigliere d’appello, ma la moglie gli diceva sempre che se non lo avevano destituito era per un riguardo a lei e a Gasparo. E si rifaceva delle umiliazioni sofferte negli ultimi tempi:

—Non mi darete più della visionaria, spero? Chi aveva ragione di noi due, eh?... Dove sono i vostri tedeschi?... Quanto pagherei a sapere dove ha portato la sua pancia quel prepotente del Geisenburg! Ah se avesse fermato me invece che voi, quel giorno in piazza San Marco, avrebbe trovato pane per i suoi denti.... Ma voi, Dio ve lo perdoni, siete un coniglio....

Il conte Luca, che ormai viveva in uno stato d’orgasmo continuo, sbuffava ma non reagiva contro le tirate della moglie. Tutt’al più, in un tuono che voleva esser di comando ed era invece di preghiera, insisteva perchè tacesse:

—Che donna, santo Iddio! Non sapete star zitta un minuto. Se ne sono andati i Tedeschi? E voi lasciateli in pace.

Era difficile confessarlo, ma il conte Luca aveva paura dei vecchi padroni. I nuovi potevano fargli del male subito, i vecchi potevano fargliene più tardi.... se tornavano. E il conte Luca, senza dirlo a nessuno, senza dirlo ad alta voce nemmeno a sè stesso, non sapeva persuadersi che non dovessero tornare. Intanto s’acconciava all’inevitabile. Teneva anche lui la sua coccarda tricolore all’occhiello, faceva di gransalamelecchi ai personaggi in carica, ed era pieno d’indulgenza pegli impiegati subalterni che non andavano all’ufficio con la scusa di dover montare la guardia.

Slanciata nella fiumana del patriottismo chiassoso, la contessa Zanze era sempre in faccende e lasciava la cura delle cose domestiche a Fortunata, la quale, poverina, non aspirava minimamente a mettersi in mostra. S’occupava della casa, della bimba, faceva una scappata quasi ogni giorno fino al palazzo Bollati per aver notizie di Leonardo, per vederlo se era possibile, e la sera preparava filaccia per i feriti.

Gasparo che, venendo a Venezia, sapeva già di trovarla in famiglia, non s’era presa l’ingenerosa soddisfazione di rammentarle le sue parole di quattr’anni addietro, ma abbracciatala con benevolenza, le aveva chiesto subito della piccina.

—Dorme.... vuoi vederla lo stesso?

—Perchè no?

Margherita riposava tranquillamente nella sua cuna, con uno dei suoi braccetti nudi piegato sotto la testa, con una puppattola al fianco.

—Quella puppattola è il suo grande amore,—disse sorridendo Fortunata;—la chiama Lilì e non se ne vuol staccar mai.

Margherita aveva allora tre anni ed era una bella bimba, quantunque fosse lecito dubitare se sarebbe stata anche una bella donna, tanto più che la contessa Zanze ripeteva sempre:—Fortunata era tal quale.

Fatto si è che ell’era bianca e rosea, aveva lineamenti regolari, capelli biondi e finissimi, e nel viso un’espressione dolce, affettuosa che rammentava l’espressione materna. Era forse l’unica somiglianza che ci fosse tra madre e figliuola.

—È carina assai,—disse Gasparo.

—Non è vero?—soggiunse Fortunata tra orgogliosa e commossa.—È buona come un angelo, docile, intelligente....—Poi sospirò a voce bassa:—Povera creatura!

Gasparo, che non aveva staccato gli occhi dalla dormente, a quell’esclamazione della sorella:—Povera creatura!—sentì qualche cosa che rispondeva nel suo cuore. Povera creatura davvero! Con quel nome che anni addietro sarebbe stato una forza e oggi era una debolezza, quasi una colpa! Con quel padre di cui ella non avrebbe potuto ignorar sempre le turpitudini! Povera creatura! Chi sa che sorte l’era destinata? Chi avrebbe guidato i suoi passi sul sentiero della vita? Chi l’avrebbe protetta contro la miseria, contro le tentazioni? Certo la madre sarebbe stata pronta a darle il suo sangue, ma che valida difesa poteva esser la misera Fortunata ch’era inetta a difender sè stessa, che forse era ancora sotto il fascino dell’ignobile marito?

Di mano in mano che tali pensieri sorgevano nell’animo di Gasparo, egli sentiva anche nascere dentro di sè una tenerezza singolare per questa bambina, sentiva nascere un desideriointenso di vigilare su lei, di tutelarla contro l’insidie d’un mondo nel quale ella entrava sotto auspicî sì tristi. Pur non disse nulla, e rivolgendosi a Fortunata che piangeva in silenzio, si limitò a susurrarle:—Coraggio!

Il primo giorno Margherita stentò alquanto ad addomesticarsi con lo zio, ma il dì appresso Gasparo, tornando dall’arsenale, si presentò alla nipote con un involto misterioso sfidandola a indovinare ciò che vi fosse contenuto. Margherita si fece rossa rossa in viso e, naturalmente, non indovinò nulla.

Allora l’involto fu aperto e comparve una splendida bambola tutta nastri tricolori, la cui vista strappò alla fanciulla un grido d’ammirazione.

—Oh!—disse Fortunata—lo zio t’ha portato una nuovaLilì!

Il nome rimase e la bambola battezzata perla nuova Lilìstrinse Margherita d’un nodo indissolubile allo zio Gasparo. Ogni volta ch’egli veniva a casa Margherita gli correva incontro festosa a mostrargli la nuovaLilì, il cui abbigliamento andava illeggiadrendosi e complicandosi sempre più per le ingegnose aggiunte che vi faceva Fortunata. Gasparo, prima ancora di spogliarsi della sua divisa e di depor la sua sciabola, prendeva in collo la nipote e la copriva di carezze e di baci, ma la nipote non era contenta s’egli non dava qualche bacio e qualche carezza anche alla bambola, sua indivisibile compagna. Intanto la vecchiaLilì, dimenticatain un angolo, con la veste sdruscita, una gamba rotta, i fianchi squarciati e la stoppa che le usciva dalla pancia, esperimentava duramente l’ingratitudine umana.

Eran circa due settimane dacchè Gasparo si trovava a Venezia quando Fortunata si fece animo a iniziar con lui un discorso scabroso che le stava da un pezzo sulla punta della lingua e ch’ella non sapeva mai risolversi a cominciare.

—Gasparo—ella balbettò una sera dopo aver messo a letto la bimba—non t’ho ancora parlato di....

—Di che cosa?—interruppe il giovane aggrottando le ciglia.

—Non turbarti, non guardarmi in quel modo—esclamò Fortunata.—Mezz’ora fa eri così gaio, così sorridente con Margherita.... Io sentivo svanir la gran soggezione che ho di te....

—Soggezione! Soggezione!—brontolò Gasparo.—Perchè devi averne?

—Ho torto, lo so.... Sei tanto buono.... Fosti sempre tanto buono.... Ma che vuoi? Sono una femminetta senza spirito.... Basta un nulla a confondermi.

—Via—soggiunse Gasparo raddolcendo la voce.—Di che cosa vuoi parlarmi?

—Di... di Leonardo—disse Fortunata tutta tremante.

—Me l’aspettavo.... Ebbene?... Non hai dovuto riconoscer tu stessa che t’era impossibile viver con lui?.... E quand’egli ha stancato una pazienza come la tua!...

—No, Gasparo... forse non ne ebbi abbastanza... o almeno... non ebbi tatto... non so far niente io... che disgrazia! che disgrazia!

—Povera vittima!—esclamò l’ufficiale un po’ irritato, un po’ commosso.—Dovresti anche prendertela con te stessa! Quel miserabile che t’ha sedotta non per amore, ma per capriccio, che t’ha sposata non sotto l’impulso del dovere, ma sotto quello della paura, quel miserabile che non ha cuore nè per sua moglie, nè per sua figlia, che s’è mangiato tutto il suo, che è precipitato ruzzoloni di vizio in vizio, d’ignominia in ignominia, quel miserabile merita proprio che tu t’accusi per lui!

—È vero... egli ha le sue colpe... ha molte colpe... non lo difendo, no... ma è anche molto da compiangere... e se io potessi....

—Sicuro, se tu potessi dargli dell’altro danaro da scialar come prima fra le ballerine e le femmine da partito, tu saresti contenta come una Pasqua?

—Gasparo, non è questo.... Io vorrei aiutarlo a togliersi da quell’ozio che è la sua rovina... vorrei aiutarlo a trovarsi una occupazione....

—Un’occupazione? Lui? Lo credi uomo da occuparsi d’altro che... di quello di cui s’è occupato finora?

—Forse sì.... Mi pare che ne senta anch’egli la necessità....

—Che ne sai tu?

—Lo vedo talvolta... oh, avrei forse dovuto piantarlo affatto, solo, infelice com’è?... Lo vedo,l’ho visto ieri... era tranquillo, ragionevole.... «Che vuoi ch’io faccia?» mi disse. E soggiunse... ma non arrabbiarti... stammi a sentire con calma.

—Continua, in nome di Dio.... Son calmo, mi pare.

—Soggiunse: «Adesso c’è qui tuo fratello che ha un posto importante, che è pieno di aderenze....»

Gasparo non la lasciò finire.

—E avrei da servirmene per dare un impiego a lui, a lui che non è atto a far nulla, che non merita nulla?... Tronchiamo questo discorso.... O piuttosto—egli ripigliò—ma come non ci ha pensato lui subito?... piuttosto digli che c’è un modo per levarsi dall’abbiezione, un modo facile, sicuro, che può restituirgli la stima dei galantuomini....

—Quale? Quale?

—Tu pure me lo domandi?... Si ricordi dei suoi avi che affrontarono cento volte la morte per la patria; brandisca un fucile, vada, corra dove si combatte contro gli Austriaci;... un giorno solo, un’ora, un minuto di eroismo può sanar molte colpe.... Non rispondi?

—Andar soldato!—mormorava Fortunata, tenendo gli occhi bassi,—Ma egli non è robusto, non è avvezzo alle fatiche... e pur troppo in questi ultimi tempi....

—I vizi l’hanno indebolito di più.... Me lo immagino.... Non importa.... Ne son partiti degli altri, viziosi, scioperati al pari di lui; hannocapito, hanno sentito che quest’era l’unica via di salute....

—Ma egli, ne son sicura, non resisterebbe alla prova.

—E se fosse?—proruppe Gasparo con impeto.—Non c’è dubbio; andando alla guerra egli può soccombere alle fatiche, può morire, beato lui! con una palla in fronte; ma qui, non muore a oncia a oncia? E tu preferiresti di vederlo finire sulle panche d’un’osteria, forse nel canto d’una strada?

—Gasparo, Gasparo, che pronostici fai!—esclamò Fortunata atterrita coprendosi il viso con le mani.

—Io non pronostico nulla d’inverosimile—egli le rispose. E vedendo che le sue parole l’avevano scossa se non persuasa, continuò:—Invece chi sa? Nei sani travagli del campo egli può trovare una vigorìa ignota, e sfuggendo ai pericoli può tornar rifatto di corpo e di spirito.... E allora, siane certa, egli benedirebbe chi gli avesse dato il consiglio di prender l’armi.

Che Gasparo credesse proprio al miracolo, questo non oseremmo affermarlo; tuttavia egli parlava con l’accento d’uomo convinto; e forse era convinto realmente che se v’era per Leonardo un mezzo di redenzione possibile, era quello da lui indicato.

Fortunata era in una strana perplessità. Col suo carattere timido, col suo sgomento della guerra, ella non sapeva neanche figurarsi didover dare lei stessa al marito un suggerimento di quella specie; anzi non sapeva figurarsi che quel suggerimento non le destasse addirittura una ripugnanza invincibile. Eppure una voce interna le ripeteva che Gasparo aveva ragione e la sua mente si fermava volentieri su quella frase:egli può tornar rifatto di corpo e di spirito.... Se fosse vero?

—Gasparo—ella cominciò peritosa—se gli parlassi tu?

—Io?... No... non voglio vederlo... adesso.... Quando si sarà deciso a compiere il suo dovere di cittadino, allora, allora soltanto venga da me.... Io l’accoglierò dimenticando il passato, io farò tutto quello che sarà in mio potere per ispianargli la via.... Ma eh’ egli non mi capiti dinanzi se non è ben risoluto.... Hai inteso?

Visto che suo fratello era irremovibile, Fortunata mise un sospiro e disse:

—Gli parlerò io, proverò.

E il colloquio fu terminato così.

È un fatto che Leonardo Bollati, un giorno in cui egli era d’umor più trattabile, aveva detto alla moglie che, in fin dei conti, se gli offrissero un buon impiego, egli avrebbe forse la degnazione di accettarlo. Una simile idea può parere strana in un uomo di quella tempra e di quella vita, ma la si spiega benissimo ove si consideri che il 22 marzo aveva portato uno sconvolgimento profondo nelle abitudini dei Veneziani. In condizioni ordinarie non c’è popolazione più metodica di questa; la gente si reca ogni giorno alla stessa ora agli stessi ritrovi; alla distanza di dieci anni voi vedete dietro le vetriate dei soliti caffè i soliti visi con qualche ruga e qualche capello bianco di più; quelli che mancano, mettete il vostro cuore in pace, molto probabilmente son morti. Entrate, e sentirete, non dico gl’identici discorsi, ma l’identico modo di discorrere, di sparlare del prossimo,di spropositar di politica, di gridar la croce addosso agli amministratori del Comune. Ciò che vale pei caffè, vale pei teatri, per le conversazioni, per le osterie, per le passeggiate: ciò che vale per un ceto di persone vale per tutti. Gli amici si vedono, si lasciano, si rivedono tre o quattro volte nel corso di ventiquattr’ore. Che amici! si dirà. Adagio un poco. Certo di amici veri ce ne sono anche qui, ma chi si lasciasse illudere dalle apparenze dell’intrinsichezza andrebbe incontro a terribili disinganni. L’amicizia, a Venezia, è più che altro una malattia cutanea; prende le forme d’un’eruzione di cordialità; i visceri ne sono illesi. Tizio, Caio, Marco, Sempronio passano insieme mezza giornata, supponiamo, al Florian, si danno deltu, scherzano insieme, fanno il tresette, sembrano quattro corpi e un’anima. Una mattina Sempronio non si lascia vedere. Tizio, Caio, Marco sono inquieti, ma si consolano dicendo:

—Verrà alle cinque.

Alle cinque Sempronio non compare.

—Oh bella!—esclamano gl’indivisibili.—Dove s’è cacciato oggi colui?

—Non importa. Stasera per la partita non manca sicuramente.

Viene la sera e di Sempronio nessuna nuova.

—Diavolo! Questa poi è grossa.... Bisogna dire che sia malato. Chi fa il quarto invece di lui?

Il quarto si trova facilmente, e si comincia a giocare.

Sul più bello capita qualcheduno con aria contrita.

—Lo sapete? Sempronio è morto!

—Diavolo, diavolo!—dice Tizio.—Come mai? Se ieri era sano come un pesce?

—Ma! L’apoplessia lo ha colto questa mattina e alle tre era spirato.

—Corpo di bacco!... Mi dispiace assai,—soggiunge Caio.

Anche Marco manda un sospiro al perduto amico:

—Povero Sempronio! È proprio una disgrazia.... Accuso tre assi senza denari.... E dove stava di casa?

Ebbene, si capisce senza difficoltà come ogni fatto pubblico il quale alteri l’andamento normale della vita cittadina debba sciogliere queste relazioni così superficiali quantunque così espansive. Figuriamoci poi un fatto dell’importanza della rivoluzione del 1848. Chi fu sbalestrato di qua, chi di là: fu come se un cataclisma gettasse tutti gli astri fuori della loro orbita. Non c’è dubbio che dal nuovo caos uscirebbe una nuova armonia e i corpi celesti prenderebbero un altro cammino regolare; è probabile però che qualche astricino più tardo a disciplinarsi andrebbe alquanto vagando alla ventura per cascar poi a guisa di bolide Dio sa in che luogo. Nel 1848 gli uomini ch’entrarono nel movimento politico, che si posero sul serio al servizio del paese trovarono presto un nuovo equilibrio: quelli, che, senza curarsi deitempi mutati, vollero continuar le abitudini frivole di prima, si aggirarono come fantasimi smarriti in un mondo che non li intendeva e ch’essi non intendevano più.

Eccoci dunque, per una strada un poco lunga, tornati al nostro Leonardo. La sua compagnia di farabutti e viziosi s’era, dopo il 22 marzo, dispersa; alcuni, cosa strana a dirsi, erano partiti pel campo, altri s’erano rintanati brontolando. Nella bettola ov’egli consumava metà della notte e ove l’ostiere fino al 22 marzo serbava a lui e alla sua brigata una tavola a parte, ora gli toccava sedere in mezzo a sconosciuti che parlavano della guerra, di Manin, di Carlo Alberto, di Pio IX, urlando come ossessi e minacciando talvolta, nel calore della discussione, di rompersi i bicchieri in faccia. È vero che per lo più le dispute ci calmavano, le voci irose si raddolcivano e si fondevano in un inno patriottico. Ma Leonardo Bollati non ci si divertiva punto; lì solo, dimenticato in un angolo, egli non ci trovava più gusto nemmeno a ubbriacarsi. E anche le donne gli parevano cambiate, perfino quelle che, ordinariamente, non hanno opinioni e non si curano delle opinioni altrui. Nossignori, adesso anche loro avevano l’aria di guardarlo d’alto in basso, dirimproverarglila sua inerzia; lasciando stare poi le preferenze ch’esse accordavano ai militari, agli elmi, ai grandi mantelli bianchi, ai pennacchi e ai lustrini....

Sotto l’influenza di quest’uggia che gli si eracacciata nell’ossa, Leonardo Bollati tenne alla moglie il discorso ch’ella aveva timidamente riferito al fratello. Leonardo vedeva della gentuccia salita ai primi onori; possibile che non ci avesse a essere un buon posto per lui che aveva un nome inscritto nel Libro d’oro della Repubblica di San Marco? Anche dei giovani patrizi, di nobiltà meno antica della sua, erano entrati negli uffici pubblici, dispensavano grazie e protezioni; ed egli riteneva d’aver il diritto d’esser messo al livello di costoro. In quanto al genere dell’impiego, Leonardo non aveva precisato nulla; gli bastava un impiego decoroso. E non aveva escluso a priori neppur gli impieghi militari; poichè egli non amava la guerra, ma ci avrebbe pensato su prima di rifiutare una carica di generale o di colonnello con residenza a Venezia.

Il lettore si sarà accorto che fra le idee di Sua Eccellenza Leonardo Bollati e quelle del cognato Gasparo Rialdi c’era un dissidio bastevole a mettere a repentaglio il buon successo delle negoziazioni aperte da Fortunata. E infatti quelle negoziazioni fallirono. La proposta di andar a rischiar la pelle come soldato semplice parve a Leonardo un’ingiuria atroce e si sfogò con la moglie a dir corna di Gasparo e di tutti i Rialdi, ch’eran vissuti di carità alla sua tavola e che adesso eran montati in superbia perchè avevano il vento in poppa. Sciocco lui a fidar sul loro aiuto; doveva pur ricordarsene che i Rialdi erano stati una delle piaghedella sua famiglia! Non voleva veder più nessuno di quella brutta gente, neppur lei che già valeva quanto gli altri e non sapeva far di meglio che venirgli a piagnucolare davanti. Ell’aveva fatto benone a tornar presso i suoi genitori; ci stesse e non lo importunasse con le sue visite.

Leonardo non pensò più ad avere un impiego; bensì, riordinandosi allora la guardia civica, egli prese l’eroica risoluzione d’iscrivervisi, e, perchè il nome della sua casa non aveva ancora perduto ogni autorità nel circondario, riuscì a farsi elegger tenente della sua compagnia. Veramente egli aspirava al grado di capitano, ma questo fu conferito ad un pizzicagnolo ch’era stato militare sotto l’Austria. Per un altro uomo che fosse stato soltanto disoccupato ed inerte, quella nomina avrebbe potuto considerarsi una fortuna, chè, o poco o molto, c’era anche nella guardia civica qualche cosa da fare e qualche pericolo da correre. Per Leonardo Bollati fu una nuova disgrazia. Voleva svergognar i superiori, confonder gli uguali, accattivarsi l’animo dei militi, e per ottener quest’intento gli occorreva scialar da gran signore e pagar da bere alla compagnia, nè potendogli bastare all’uopo il suo magro assegno aggiungeva debiti a debiti. Come poi un oberato trovasse dei gonzi che gli prestavan danaro, quest’è uno dei tanti misteri dinanzi a cui gl’ingenui devono chinar la fronte in silenzio. Un povero galantuomo che una volta in vent’anni chieda al sarto un mesedi respiro per saldargli il conto, sentirà rispondersi con mali modi; un fallito che abbia mangiato un milione del proprio e due milioni di quello degli altri potrà ancora imbattersi in uno strozzino di buona volontà che gli dia qualche migliaio di lire.

Insomma Leonardo, alquanto rimpannucciato in quella sua divisa di tenente, tornò ad aver quattro soldi in tasca, ciò che gli permetteva, quand’era di servizio, di far portare in corpo di guardia dei boccali di vino e dei polli arrosto che rinfocolavano il patriottismo dei sott’ufficiali e dei gregari.

Di giorno il quartier generale del nostro tenente era l’osteriaAlla Venezia risorta, condotta da Oreste Meolo, gran ritrovo dei politicanti di Cannaregio. Là si sapevano tutte le novità, si dibattevano tutte le opinioni, si giudicavano tutti gli uomini, e le dispute si facevano tanto più calde e romorose quanto più gli affari accennavano a intorbidarsi; nè ci voleva meno che la calma olimpica e l’imperturbabile ottimismo del signor Oreste per quetar gli spiriti degli avventori.

In mezzo alle loro grida, alle accuse di tradimento ch’essi scagliavano oggi al Papa, domani a Carlo Alberto, o al Borbone, o al Durando che non correva in aiuto dei volontari, il signor Oreste con la sua faccia serena, con la sua voce melliflua sorgeva a dire:

—Mi lasciano esporre il mio debole parere?

E il suo debole parere era questo. Le cosenon si dovevano guardar nei loro particolari, ma nell’insieme. E dall’insieme risultava chiaro come il sole che si camminava a gran passi verso una compiuta vittoria. Se lo lasciavano dire, ne darebbe la prova.

—Sì, sì,—interrompeva qualcheduno,—bel principio. Intanto gli Austriaci vengono avanti.

—Meglio,—diceva il signor Oreste,—così si piglieranno tutti in una volta.

—Uhm! E Durando che non si muove mai?

—E il Papa che volta casacca?

—E Carlo Alberto che sta a guardare i Tedeschi sul Mincio?

—E Ferdinando che richiama i suoi soldati?

—Fidarsi dei Re!... Tutti traditori, tutti bricconi.

—La ghigliottina ci vuole, ecco il rimedio.

—Sangue, sangue....

Pare impossibile la quantità di sangue che domandano agli altri quelli che non sono disposti a spargerne una goccia del proprio!

Il signor Oreste non aveva ancora potuto svolgere il suo concetto, ma, presto o tardi, trovava il modo di farsi sentire.

—M’ingannerò, ma per me queste ritirate, questi voltafaccia non sono che finte, tranelli per adescare il nemico. Perchè, signori, se l’Italia non dovesse pensare che a sè direi anch’io: S’è sbagliata strada. Bisognava gettarsi subito sui pochi Austriaci ch’erano rimasti nel Lombardo-Veneto e impedire che ne venissero giù deinuovi dall’Alpi e dall’Isonzo. Ma l’Italia, signori, ha degli obblighi, dei grandi obblighi. Si tratta di distruggere l’Austria, si tratta. Ora mettiamo che i Piemontesi, i Papalini, i Napoletani, fossero tutti marciati subito verso la frontiera, è evidente che quelli di Vienna non avrebbero avuto coraggio di spedir altre truppe in Italia. Noi avremmo fatto prigioniero Radetzky e i suoi reggimenti, ma il grosso dell’esercito sarebbe rimasto sano e salvo a casa propria. Invece, lasciando sguarniti i confini, vengono ad uno ad uno a cader nell’agguato, Nugent, Welden, d’Aspre e tanti nomacci simili che il diavolo se li porti. E un bel giorno, quando tutte le forze austriache si son calate quaggiù, i Piemontesi da una parte, i Romagnoli e i volontari dall’altra, te li prendono in mezzo e fanno una frittata. Non ce ne deve tornare di là dai monti uno solo. Questo è il mio debole parere. Che ne dice il nostro tenente?

Ilnostrotenente, ch’era il N. H. Leonardo Bollati, arricciava il naso a sentirsi trattar con questa confidenza dal suo antico cuoco, ma eran tempi democratici e conveniva adattarvisi. Del resto ilnostrotenente non aveva opinioni ben determinate circa all’andamento probabile della guerra, ed era disposto ad accettar le opinioni del signor Oreste.

Qualcheduno domanderà se la clientela dellaVenezia risortafosse composta d’idioti o di sonnambuli a cui si potesse spacciar queste fanfaluche; il fatto si è cheil debole pareredel signorOreste era nel 1848 anche quello di persone intelligenti, le quali, nel loro santo entusiasmo per la causa dell’indipendenza, avevano finito collo smarrire ogni lume di critica. Ciò non vuol dire che tutti gli avventori s’acquetassero allo sentenze spropositate dell’oste, ma i più gli porgevano ascolto benevolo, ed egli, con la sua tattica, mostrava d’intuire due grandi verità: che gli uomini credono sempre volentieri a quello che desiderano, e che a conciliarsene l’animo non c’è mezzo più efficace che accarezzar le loro illusioni.

In quanto a lui, dell’indipendenza non gliene importava nè punto nè poco; solo vedeva con piacere per le vicende della guerra la guarnigione crescer ogni giorno, e molti dal di fuori rifugiarsi a Venezia. E per mettersi, come si dice, a livello delle circostanze, il signor Oreste ingrandiva la sua trattoria, si provvedeva di vini napoletani che richiamassero allaVenezia risortai prodi seguaci di Guglielmo Pepe, migliorava il servizio, e dava impiego a due nostre vecchie conoscenze, esuli dalla provincia, la bella caffettiera d’Oriago e il relativo marito. Sì, la Rosetta e Menico, all’avvicinarsi degli Austriaci avevano stimato opportuno di chiudere il caffè e di fuggir gli invasori. Veramente Menico, sulle prime, non capiva perchè i Tedeschi, tornando, dovessero prendersela direttamente con lui; ma sua moglie, la quale correva dietro a un sott’ufficiale della legione romana, tanto disse e fece per provare al consortech’egli s’era compromesso in un modo tale da rischiar la vita ove fosse rimasto, che egli finì col persuadersi di essere un gran patriotta minacciato del patibolo e accondiscese a emigrare, come facevano altri che, a sentir la Rosetta, erano assai meno compromessi di lui. Giunto fra le lagune con pochi quattrini, egli si sarebbe mangiati ben presto anche quelli aprendo un’osteria, se l’ottimo signor Oreste non ne lo avesse sconsigliato e non avesse offerto a lui e alla consorte un posto sicuro e onorevole presso la suaVenezia risorta. Dopo qualche titubanza i coniugi si acconciarono alla necessità, e le grazie della Rosetta contribuirono ad aumentar notevolmente la clientela del signor Oreste.

Il sott’ufficiale della legione romana trovava che gli ammiratori della vispa cantiniera eran troppi e non seppe tacergliene il suo rammarico. Essa però gli fece intender ragione, dicendogli che non voleva e non aveva mai voluto gelosie, che d’altra parte ell’era di carattere allegro e le piaceva far buona cera a tutti, tanto più che ciò le era imposto dai doveri della sua carica. Il sott’ufficiale si rassegnò a chiudere un occhio; Menico poi da un pezzo li aveva chiusi tutti e due.

La Rosetta non mancò di fare i suoi convenevoli a Sua Eccellenza il N. H. Leonardo Bollati; e Leonardo avrebbe voluto riappiccar con lei la vecchia amicizia. Ma il conte non aveva più nessuna attrattiva fisica, e, diciamo la bruttaparola, nessuna attrattiva economica. Da quando la Rosetta non lo vedeva, ed erano quasi tre anni, egli era scaduto immensamente d’aspetto e ci voleva poco ad accorgersi ch’egli stava malissimo di finanze. Infatti gli riusciva ogni giorno più difficile di scovar nuovi sovventori, e i vecchi insistevano per esser pagati e minacciavano di sequestrargli l’assegno accordatogli dal Tribunale. In questa condizione di cose, il meglio per lui era di mostrarsi meno che fosse possibile, tanto più che, indebitato com’era, non avrebbe potuto conservare a lungo il suo grado nella guardia civica. Con la scusa della salute egli diede le sue dimissioni e scomparve anche dallaVenezia risorta.

Noi non facciamo la storia dell’assedio, e non siamo quindi tenuti a seguir passo a passo gli avvenimenti, nè a discorrer dei casi della guerra, nè della fusione col Piemonte votata nel luglio 1848 dall’Assemblea, nè del moto popolare succeduto l’11 agosto alla nuova dell’armistizio Salasco; diremo soltanto che coll’incalzar del pericolo crebbe l’animo e la saviezza dei Veneziani. Alla richiesta di maggiori sacrifizi rispose più spontanea l’abnegazione di tutti, alla necessità di prepararsi a resistere rispose un’energia maggiore nell’organizzar la difesa. Si provvide all’armamento dei forti, si mobilizzò una parte della guardia civica, si formarono nuove legioni di combattenti, quella tra l’altre che in omaggio ai martiri di Cosenza s’intitolò di Bandiera e Moro.

Fosse il fascino d’un nome che gli ricordava gli amici della sua prima giovinezza, fosse lapersuasione di non poter far nulla d’efficace nella marina, Gasparo Rialdi chiese ed ottenne di entrar col grado di capitano in questo corpo che raccoglieva il fiore della cittadinanza veneziana. Fu codesta un’amara delusione per la contessa Zanze, la quale s’era fitta in capo che suo figlio avesse a diventare ammiraglio e non sapeva rassegnarsi a vederlo senza il suo cappello a due punte e le sue belle spalline d’oro. Ai suoi occhi il cambiamento era poco meno di una degradazione, ed essa se la pigliava a vicenda col Governo che non aveva apprezzato abbastanza un ufficiale di quel merito, e con Gasparo stesso ch’era un grand’uomo, ma non sapeva farsi valere. Però queste cose ella non le poteva dire che nel segreto dell’amicizia, alla contessa Ficcanaso, per esempio, quella sua tenera amica che conosciamo, giacchè Gasparo aveva certe massime tutto sue, e guai s’egli avesse sentito che sua madre si lagnava del modo in cui egli era trattato.

In quanto a lui, non desiderava che di poter finalmente combattere, e l’ebbrezza delle prossime lotte lo rendeva dimentico d’ogni altra cosa, perfino del significato doloroso che aveva per la causa italiana quell’avvicinarsi degli Austriaci a Venezia. È vero pur troppo che anche l’eroismo, anche la voluttà del martirio rende talvolta egoisti.

Il lettore conosce abbastanza il carattere del conte Luca da poter credere senza fatica che egli s’apparecchiava agli avvenimenti con disposizionid’animo affatto opposte a quelle del figlio. Pover’uomo! Dalla metà d’aprile a tutto maggio s’era sforzato di persuadersi della fine del dominio austriaco in Italia, e aveva fatto (almeno così pareva a lui) delle dimostrazioni pubbliche atte a ingraziarlo coi liberali, ma dopo i disastri del luglio e dell’agosto la sua vecchia idea che i tedeschi sarebbero tornati aveva ripreso l’antico predominio e non gli lasciava pace. Il peggio si era che gli toccava divorar in silenzio le sue inquietudini. A lunghi intervalli, quando non ne poteva più e il soffiare gli era uno sfogo insufficiente, vuotava il sacco con Fortunata.

—Matti, matti, matti da legare!—egli diceva (però tanto piano che Fortunata doveva aguzzar l’orecchio per sentirlo).—A un bel punto ci hanno ridotti!... Ecco ciò che ha saputo fare il loro Carlo Alberto, ciò che han fatto i volontari, e i papalini, e i napoletani.... E adesso tutta la tempesta viene addosso a noi; stiamo freschi.... Mi ricordo del blocco del 1813, che delizia!... Questi furibondi che ci governano non se ne rammentano mica, son giovani, loro, se no, non farebbero tanto i gradassi.... Eh, perchè l’esperienza servisse a qualcosa, bisognerebbe che al mondo non ci fossero altro che i vecchi.... E il blocco di questa volta sarà anche più rigoroso, si può scommettere.... Avremo la carestia, la miseria, e chi sa che altri malanni.... Con che sugo poi?... Per calar le brache, con rispetto parlando, per istar peggiodi prima.... Figuriamoci quanti impiegati destituiti!... Si terrà conto delle apparenze, delle parentele.... so quel che mi dico. E voglia il cielo che i nostri padroni d’adesso, a forza di arroganza, non spingano i Tedeschi agli estremi... Che se c’è l’assalto, siam fritti. Tutti gli abitanti saranno passati a fil di spada e di Venezia non rimarrà pietra su pietra... Mi spiego?... Chi è?

Con questo grido angoscioso—chi è?—il conte Luca soleva troncare o interrompere le sue querimonie, chè bastava il sospetto della presenza di qualcheduno per suggellargli la bocca. E non solo non avrebbe parlato dinanzi a sua moglie che era una pettegola o a suo figlio con cui non aveva mai avuto confidenza, ma gli dava ombra perfino la piccola Margherita. I bambini, si sa, nella loro pericolosa innocenza, son capacissimi di riferir tutti i discorsi che sentono. E il conte Luca faceva giurare a Fortunata che non si sarebbe lasciata sfuggire con nessuno una parola di ciò ch’egli le diceva. Ella ubbidiva, e la sua mente inclinata a tristi pensieri prestava facil credenza alle terribili profezie paterne e già precorreva le stragi, gl’incendi, la rovina ultima di Venezia.

Intanto l’anno 1848 finiva, per la causa liberale, in Italia e fuori d’Italia, in modo ben diverso da quello in cui era cominciato. La discordia aveva pazzamente agitato la sua face nel campo di coloro che parevano scesi a combatteresotto la stessa bandiera. Da una parte gl’indugi fatali, i tentennamenti colpevoli, le aperte fellonie; dall’altra gli eccessi del linguaggio e le violenze degli atti.

Nondimeno nei primi mesi del 1849 una lieta notizia riconfortò i patriotti della nostra penisola; il Piemonte riprendeva le armi. Ma la gioia durò poco, e la tragica giornata di Novara ripiombò l’Italia nel lutto. Gli Austriaci, sicuri alle spalle, potevano ormai converger le loro forze contro i ribelli. Il 26 marzo, tre giorni dopo la disfatta dell’esercito di Carlo Alberto, il feroce Haynau, nome esecrato dalle madri lombarde e magiare, dal suo quartier generale di Padova, intimava la resa a Venezia. E il 2 aprile, Venezia, col voto unanime dei suoi rappresentanti raccolti nello storico palazzo dei Dogi, decretava la resistenza a ogni costo. Santo e nobile voto che riscattava lunghi anni d’ignavia, ed evocava in quelle aule famose lo spirito della grande Repubblica.

Colpita al cuore dalla tremenda delusione ch’era successa a tanto rifiorir di speranze, la popolazione si riebbe all’annunzio del fiero decreto. Era un’ebbrezza simile a quella del marzo 1848, ma meno teatrale, ma più virile, più degna d’uomini preparati a morire. Simbolo della lotta ad oltranza, non emblema di funeste divisioni sociali, il nastro rosso comparve alla bottoniera degli abiti, la bandiera rossa sventolò sui tetti dei palazzi, sulle cupole delle chiese, sulle punte dei campanili.

E il rimbombo del cannone, dal maggio in poi, divenne la musica pressocchè quotidiana dei Veneziani. Chi, in un giorno di battaglia, udì di lontano quel suono cupo e profondo sa che angoscia esso metta negli animi, che pallore sparga sui volti, e come sospenda, per così dire, in quella crudele trepidazione di tutti, il corso della vita ordinaria. Ma chi, per settimane, per mesi, l’udì da una città assediata sa pure che l’orecchio vi si abitua quasi come a un suono domestico, e che il primo sbigottimento si cambia a poco a poco in un’apatia rassegnata e persino in una spensieratezza gioviale.

Così a Venezia. Il cannone tuonava intorno a Malghera, e tuttavia il popolo conservava il suo umore gaio e il suo spirito caustico; si sarebbe detto talvolta che c’era nella città un’attrattiva di più; onde gli uni si recavano in brigatelle alla punta estrema di Cannaregio a veder i globi di fumo che s’alzavano dalle lunette dei forti, gli altri, dalle specule e dagli abbaini, spingevano col canocchiale lo sguardo fino alle batterie austriache di Campalto e di Mestre.

E quando Malghera, ridotta un mucchio di rovine, fu abbandonata in silenzio nella notte dal 26 al 27 maggio, e la eroica guarnigione, decimata ma non vinta, non doma, fatti saltar i primi archi del ponte, si trincierò fieramente sul piazzale opponendo al nemico una seconda linea di difesa non meno formidabile dell’altra, lo strepito più vicino dell’artiglieria, la coscienzadel crescente pericolo non valse ancora ad accasciar l’animo dei Veneziani.

Si sperava a dispetto di tutto: si sperava nella propria costanza, nei soccorsi del di fuori, negli aiuti del cielo; nessuno parlava, nessuno voleva sentir parlare d’arrendersi. Di tratto in tratto la gente s’accalcava in piazza domandando ad alte grida Manin. E Manin, dal balcone delle Procuratie, rivolgeva agli adunati brevi parole, non mendaci, non lusinghiere, ma ferme e virili quali i forti rivolgono ai forti. La folla si disperdeva applaudendo e più che mai risoluta a resistere.

Resistere fino all’ultima cartuccia e fino all’ultimo uomo, dicevano anch’essi i difensori del ponte, imperterriti sotto una pioggia di fuoco. Che importava morire? Quei prodi sentivano che sui pochi metri quadrati dell’angusto piazzale si gettava il seme del futuro. E quel seme era sangue, il più nobile sangue d’Italia confuso insieme in quattro zolle di terra. Con un grido sul labbro, con un affetto nel cuore eran venuti dalle sponde del Jonio e dalle falde dell’Alpi, dalle pianure lombarde e dai clivi toscani, dal golfo incantato di Napoli e dai feraci campi delle Puglie, dalla Romagna indomita e dalla Liguria operosa; eran venuti a dividere i travagli e la gloria dei figli delle lagune; ignoti fino a ieri gli uni agli altri, oggi più che fratelli. E cadevano come spighe mietute stringendosi in un ultimo amplesso, mormorando coi vari accenti d’una stessa favellail dolce nome della patria comune. Onore a voi, valorosi, sia che vi ricordi la storia, sia che, martiri oscuri, vi copra l’oblio! E onore anche a voi, pochi ma eletti, svizzeri, slavi, magiari, che, non nati sotto il cielo d’Italia, pur ci veniste a morire, suggellando col sacrifizio delle vostre giovani vite l’alleanza fra quanti credono nella giustizia e nella libertà!

Ma non lasciamo sbizzarrir troppo la penna. Tra i più intrepidi combattenti di Malghera e del Ponte c’era Gasparo Rialdi. Primo al pericolo, ultimo a chiedere o ad accettare il riposo, a vicenda capitano e soldato, egli comandava ed eseguiva, ora intento a puntare i cannoni, ora a rinforzare i terrapieni, ora ad assistere i feriti. I suoi compagni d’armi lo dicevano invulnerabile. Infatti le palle gli grandinavano intorno senza toccarlo. Una volta un piccolo deposito di polvere scoppiò a pochi passi da lui con un orrendo fragore; dieci uomini stramazzarono al suolo per non più rialzarsi, altri due, rovesciati dall’urto, sorsero subito in piedi tra il fumo e la polvere, pesti, contusi, ma atti a riprendere il loro posto. Uno dei due era Gasparo.

Ogni settimana egli consacrava alla famiglia una mezza giornata o una notte, ed è facile immaginarsi con che lagrime egli fosse accolto dal conte Luca e dalla contessa Zanze. Chè se il conte era pusillanime come un coniglio e la contessa leggera come una farfalla, questo non voleva dire che non amassero il loro figliuolo.Negli affetti veri, nei veri dolori tutti gli uomini si rassomigliano.

Fortunata, il cui spirito debole era stato soprappreso da un nuovo accesso di fervore religioso, vedeva nella salvezza del fratello un effetto delle sue preghiere alla Madonna, e glielo diceva, e lo scongiurava di non sorridere, di non provocar l’ira del cielo con la sua incredulità.

La sola Margherita, in un’età che non capisce i pericoli, riceveva lo zio Gasparo col sorriso ilare e confidente d’un tempo. Tanto più che egli non si presentava mai alla nipotina senza un regaluccio, ed era curioso vedere quell’uomo grande e grosso, un momento prima in mezzo alle granate e alle bombe, era curioso, dico, vederlo entrar in un negozio di balocchi a prendervi dei soldatini di piombo, o delle minuscole posate di stagno o altre bagatelle simili.

La bimba, quando lo sentiva venire, gli correva incontro con le braccia aperte chiamandolo a nome, ed egli la sollevava per di sotto le ascelle, su, su, fino ad avvicinar la faccia bianca di lei al suo viso abbronzito; poi se la metteva sulla spalla e la conduceva in giro per la stanza.

Dai forti il cannone tuonava e faceva tremar i vetri.

—Vergine santissima!—esclamavano Fortunata e la madre. Il conte Luca si turava gli orecchi con le dita; Gasparo corrugava lafronte come se lo prendesse un rimorso di non esser sul luogo della pugna; Margherita imitava ridendo il suono delle cannonate:bum, bum. Poi si metteva a canticchiare una delle canzonette patriottiche di quei tempi:


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