Fuoco sopra fuocoS’ha da vincere o morir,ecc. ecc.
Fuoco sopra fuocoS’ha da vincere o morir,ecc. ecc.
Oppure
E col verde, bianco e rossoLa bandiera s’innalzò,ecc. ecc.
E col verde, bianco e rossoLa bandiera s’innalzò,ecc. ecc.
O quella scioccheria in dialetto
Tre colori, tre colori,I Tedeschi gà i dolori,ecc. ecc.
Tre colori, tre colori,I Tedeschi gà i dolori,ecc. ecc.
Di lì a poco però, sporgendo avanti la testa come chi da una finestra del secondo piano vuole attaccar conversazione con gl’inquilini del primo, ella arrischiava una domanda:
—Zio Gasparo, cosa m’hai portato?
—Niente—rispondeva serio serio l’ufficiale.
Ed ella, con un suo vezzo inimitabile:
—Sì che m’hai portato qualcosa.
Allora egli la faceva discendere dal punto elevato in cui l’aveva posta, si metteva a sedere con lei e le diceva:
—Cerca.
Margherita cercava di qua, cercava di là e finiva col tirar fuori da una tasca della tunica o dei calzoni gli oggetti che lo zio le aveva destinati e che le strappavano un grido d’ammirazione.
—Guarda, mamma, guarda.... Oh bello, bello!
Fortunata ringraziava il fratello con gli occhi che le si velavano di lagrime. Ah se Leonardo avesse voluto alla sua figliuola la metà del bene che Gasparo voleva alla nipote!
In verità Gasparo Rialdi era meravigliato lui stesso della parte che questa bimba prendeva nei suoi pensieri. Severo, ruvido qualche volta, alieno sempre dalle soverchie espansioni, egli era pienamente convinto d’essere un orso, come gli aveva detto una donna gentile che non era riuscita ad ammansarlo. Ma ciò che non avevan potuto le donne lo poteva ora una fanciulletta di men che quattro anni; l’orso era ammansato.
Un giorno, verso la fine di luglio, quando le previsioni dell’avvenire eran più fosche che mai, e il nemico stringeva intorno alla città assediata il suo cerchio di ferro e di fuoco, e scarseggiavano i viveri, e il lugubre spettro del colèra appariva sull’orizzonte, Gasparo, venuto a casa per poche ore, fece alla sorella una inattesa proposta.
—Fortunata.—egli le disse, e il suo aspetto era più grave e la sua voce più commossa dell’usato—nessunoosa confessarlo, ma tutti lo sentono. Venezia non potrà resistere a lungo.... Fra due mesi, fra un mese forse, ci mancheranno i soldati, le munizioni, il pane... bisognerà cedere come ha ceduto Roma.... Se in questo mese, se in questi due mesi la mia buona stella non mi manda una palla di cannone, e sa Iddio se la cerco....
—Oh Gasparo, Gasparo, che parole son queste?
—Beati quelli che son morti—egli riprese in tuono solenne;—beati quelli che morranno prima che il giallo e nero abborrito torni a sventolar sugli stendardi del nostro San Marco!... Ma io non sarò fra questi felici... pare un destino.... Ebbene, se io sopravvivo, credi tu che io possa rimaner qui? Io, antico ufficiale austriaco, io, disertore?
—No, no... è necessario che tu fugga... subito....
—Non oggi, o Fortunata, non prima che Venezia sia caduta.... Allora prenderò la via dell’esilio.
—Dove andrai?
—Non lo so;... forse a Londra, ove un signore che ho conosciuto a Smirne mi offre un impiego... a ogni modo, ho ventisette anni, ho una salute robusta, conosco le lingue, la matematica; potrò dar delle lezioni.
A questo punto egli afferrò tutt’e due le mani della sorella e guardandola fissa negli occhi, le disse:
—Vuoi seguirmi, Fortunata... insieme con la tua Margherita, s’intende?
Fortunata impallidì.
—Partire?
—Sì, partire.... Ho qualche risparmio che basterà per il viaggio di tutti noi tre.... Poi lavorerò.... Sarete la mia famiglia.
Ma Fortunata, non rimessa ancora del suo smarrimento, ripeteva balbettando:
—Partire?.... Abbandonare....
—I nostri genitori?—interruppe bruscamente Gasparo compiendo a suo modo la frase.—Poveri vecchi! Lo so, restan soli, ma che puoi tu fare per loro?... Afflitta da tante sventure, nella casa già triste, tu non puoi portare che una tristezza di più.... Certo la mancanza dei figli è un gran dolore, ma nostro padre ha il suo impiego che probabilmente gli sarà conservato, la mamma è d’un carattere ottimista, vede molta gente;... insomma, finiranno col passarsela alla meno peggio, tanto più, se, non avendo da pensare che a sè, godranno d’una discreta agiatezza.... Credilo, Fortunata, ciò ch’io ti propongo non nuoce a nessuno e può giovare a molti:... a me, a Margherita, a te stessa, che qui sei troppo vicina alla prima cagione di tutti i tuoi mali.
Così Gasparo, per necessità di cose, arrivava al punto che avrebbe voluto schivare.
E Fortunata, che sino a quel momento era riuscita a padroneggiarsi, scoppiò in un piantodirotto o disse con voce soffocata dai singhiozzi:
—Sì, sì... è vero... la prima cagione dei miei mali è qui.... E te lo giuro... non lo vedo più da un pezzo... non lo vedrò finchè egli non abbia bisogno di me.... Ma se ne avesse, se desiderasse riavvicinarsi a sua moglie, alla sua bimba, e noi fossimo lontane... lontane?...
—Ancora infatuata di quei miserabile!...—esclamò Gasparo.—Apri una volta gli occhi, per Dio.... Che obblighi hai verso di lui?... Quell’uomo è di fango.... Egli aveva una via di salvezza, gliel’abbiamo offerta, non l’ha voluta.... Gli esseri più spregevoli hanno pur qualche cosa da contrapporre ai loro vizi, ai loro delitti....
—Oh delitti egli non ne ha commessi....
—Lo credi?... E sia pure.... Ci sono degli sciagurati a cui si perdonano i delitti in nome di un loro impeto di generosità, d’un loro atto di coraggio; quello che non si perdona è l’abbiezione continua, la vigliaccheria contenta di sè....
—Oh Gasparo.... Sono sua moglie....
—Ma sei anche madre.... E più che a un marito indegno, devi pensare a una figlia ingenua, innocente.... Che sarà di lei?... Chi si curerà della sua educazione?... Sei moglie, sei moglie!... Ebbene, se tanto ti preme quell’uomo, se per amor suo vuoi rimanere a Venezia, lasciami Margherita.....
—Lasciarti Margherita?... Staccarmene forse per sempre?... No, no.... Gasparo, per carità, non me la rubare.
Quindi, alzando le palme al cielo in un parossismo di disperazione:—Vergine santa—esclamò la povera donna—intercedetemi la grazia di morire... Che ci faccio io a questo mondo? Sono un impiccio per me e per gli altri.... Vergine santa, ottenetemi questa grazia.... Ho patito tanto.... E nessuno ha bisogno di me.... Mia figlia starà molto meglio con mio fratello... Vergine santa, datemi retta, salvate lui e fatemi morire, fatemi morire.
Fortunata avrebbe impietosito i sassi. L’ufficiale chinandosi sopra di lei le diede un bacio in fronte e le disse:
—Calmati... una madre non è mai un impiccio per sua figlia.... Io non te la ruberò la tua Margherita... con che diritto potrei rubartela?... Se tu non vorrai separartene, se non vorrai venire con lei e con me... mi avrai dato un gran dolore, m’avrai privato di ciò che poteva rendermi meno amaro l’esilio, ma non importa, io non te la ruberò.... Per altro fino all’ultimo giorno, fino all’ultima ora conserverò la speranza di persuaderti.... Oggi non parliamone più, è tardi e debbo essere al mio posto prima di sera....
Il cannone tuonava. Gasparo sorrise.
—E noi facciamo i conti sull’avvenire—egli mormorò tristamente.
Di lì a poco, abbracciati i genitori e la nipotina, egli s’avviava alla batteria.
Fortunata, corse a chiudersi nella sua camera e ponendosi in ginocchio davanti a un’immagine della Madonna rinnovò la preghiera di poco prima:—Vergine santa, salvate mio fratello e fatemi morire, fatemi morire!
Il palazzo Bollati era vuoto da più mesi. Ad onta del suo grande amore per Venezia, lord Herbert Seaweed era partito con la famiglia fin dall’estate 1848, e la figliuola romantica ebyronianas’era mostrata la più sollecita a fare i bauli. Ell’aveva però voluto portar seco una scheggia di marmo del caminetto del salotto; la città poteva saltar in aria tutta quanta ed era opportuno d’averne un ricordo. Nell’imbarcarsi sopra un vapore inglese, il nobilelordaveva sentenziato che le razze latine son destinate a servire in perpetuo e che soltanto la vecchia Inghilterra,old England, ha il diritto di godere della libertà.
Le chiavi degli appartamenti rimasero in mano del console di S. M. Britannica, e un custode il quale abitava nel pian terreno aveva ben poco da custodire. Nondimeno il signor Ambrogio (chè tale era il suo nome) si davauna gran d’aria di importanza come se fosse lui stesso il rappresentante della Regina Vittoria. E reputandosi cittadino inglese, giudicava gli avvenimenti con la calma superiorità d’uno straniero, diceva che gl’Italiani, pur troppo, sono una piccola nazione priva d’ogni esperienza politica, e che avevano commesso e commettevano ogni giorno errori nuovi, i quali avrebbero condotto il paese a inevitabile rovina.
—Per noi però—egli conchiudeva rivolgendosi a sua moglie, a una figliastra e a due gatti che dividevano con lui l’onore di guardare il palazzo—per noi non ci sono pericoli. Al primo serra serra si inalbera sul tetto la bandiera di S. M. e vorrei vedere chi ardisse metter piede qua dentro.... Per gl’Inglesi è una cosa da nulla il mandare una fregata, e vi dico io che i loro cannoni fanno far giudizio a tutti i Governi provvisori e a tutte le Monarchie del mondo.
Il signor Ambrogio estendeva il suo patrocinio anche all’unico inquilino della casa, al conte Leonardo Bollati.
—Quello lì—egli diceva—in mezzo alle sue disgrazie può considerarsi un uomo fortunato. E non dovrebbe aver parole bastanti per ringraziar la munificenza del Milord, che lo ha lasciato stare in una botte di ferro... una botte di ferro.
—Pover’uomo!—esclamavano in coro la matrigna e la figliastra.—Pensare che una volta era lui il padrone!
—È la ruota della fortuna—ripigliava il grave signor Ambrogio.—Un tempo c’era l’aristocrazia veneziana, adesso c’è l’aristocrazia inglese.
E nel dir così si stropicciava le mani come se a quest’aristocrazia inglese appartenesse anche lui.
Il custode e la sua famiglia, ch’eran buona pasta di gente, usavano molti riguardi al conte Leonardo, e le donne gli tenevano pulite le camere senza curarsi di domandargli il compenso di poche lire al mese ch’egli aveva loro promesso e che non pagava mai. Per quello che si riferisce alle sue condizioni domestiche, alla sua separazione dalla moglie e dalla figliuola, non sapevano che giudizio fare. A sentirlo, poichè di tratto in tratto egli si fermava a chiacchierare col signor Ambrogio, tutti i torti eran della moglie e specialmente dei parenti della moglie, i quali gli avevano teso un tranello per costringerlo al matrimonio, quando i Bollati erano ancora tra i primi signori di Venezia. Poi, sopraggiunti i rovesci, quei birbanti s’eran dimenticati dei pranzi, delle cene, dei regali avuti, e non avevan voluto aiutarlo in nessuna maniera. Basta dire che il suo degnissimo signor cognato, ch’era adesso tra quelli che tenevano il mestolo, invece di procurargli un impiego onorifico, gli aveva suggerito di arruolarsi come soldato semplice! Soldato semplice, lui, un Bollati! Dopo che i suoi vecchi eran stati generali, ammiragli, dogi!
Il signor Ambrogio non pareva alieno dal credere alla perversità e all’ingratitudine dei Rialdi; ma le donne rimanevano perplesse. Nonostante la compassione che destava in loro questaEccellenzacosì pitocca, esse non potevano dissimularsi che il conte Bollati era un vizioso, un buono a nulla, uno di quegli uomini che sembran fatti apposta per finir sulla paglia, e che hanno un gran torto di attribuire agli altri le proprie sventure. Inoltre era impossibile che la moglie del conte Leonardo fosse cattiva; bastava vederla per persuadersi del contrario. E al palazzo la si vedeva spessissimo. Ella veniva a chieder notizie di suo marito, a raccomandarlo, a lasciar qualche cosa per lui, un po’ di biancheria, una flanella, dei limoni, degli aranci, tanto più preziosi quanto più era difficile l’averne durante l’assedio. Se le dicevano ch’egli era in casa, ella guardava istintivamente verso la scala come se fosse tentata di salire; ma resisteva alla tentazione e calando il velo sugli occhi e rattenendo le lagrime si allontanava a passi rapidi. Dopo la scena violenta che egli le aveva fatta in occasione di quel famoso impiego chiesto e non ottenuto, ella non aveva più coraggio di presentarglisi dinanzi. Del resto, per lo più, nell’ore in cui Fortunata poteva recarsi al palazzo, Leonardo non c’era.
Le cose tirarono avanti in questo modo per mesi e mesi; solo quando Gasparo fece alla sorella la proposta che sappiamo, ella deliberò di avere un ultimo colloquio col marito; s’eglitrovava una parola d’affetto, se dava un segno di rammarico all’idea di separarsi per sempre dalla sua famiglia, no, no, checchè dicesse Gasparo, ella non sarebbe partita.
Ma le vicende dell’assedio impedirono il colloquio desiderato.
La sera di domenica 29 luglio le batterie austriache avevano sospeso il fuoco; gli artiglieri del Piazzale e di San Secondo, a cui non pareva vero di risparmiar le munizioni, ne avevano imitato l’esempio. A un tratto, poco prima di mezzanotte, spettacolo bello e terribile, il cielo è solcato da infinite striscie luminose, un fragore spaventoso risveglia la città addormentata. Che è, che non è? I projettili nemici che fino allora erano stati rivolti contro i forti o avevano colpito tutt’al più l’estremo lembo di Cannaregio, ora giungevano d’improvviso nel cuore di Venezia. Si sentiva il fischio delle bombe, lo strepito delle granate che scoppiavano, lo schianto dei fumaiuoli, delle cornici, dei tetti, che cadevano a pezzi. A poco a poco, dalle case rovinate o minaccianti rovina, uscivano intere famiglie, vecchi languenti, donne discinte, bambini aggrappati ai collo delle madri, uomini ancor vigorosi e pronti a combattere, ma smarriti al cospetto d’un pericolo che veniva a insidiarli persino nelle pareti domestiche. Uscivano portando seco le masserizie più necessarie, avviandosi ai quartieri più lontani dai bombardatori, a San Marco, a Castello. In breve la piazza fu gremita di gente. Chi stendendoil materasso sul nudo terreno vi si adagiava coi suoi cari a dormire, chi sedeva muto sopra uno sporto di colonna della Basilica o su uno dei gradini delle Procuratie nuove, chi cercava asilo nei Caffè, chi girava inquieto su e giù in traccia di parenti e d’amici. Dalla folla saliva un mormorìo confuso di gemiti, di preghiere, d’imprecazioni; in alto, sopra le mille e mille teste, i colombi di San Marco, turbati nei loro riposi dall’insolito frastuono e cacciati fuori dai nidi da un folle spavento, volavano a stormi di qua, di là, senza mai chetarsi e sbattendo l’ali con un fragore sinistro.
Una calca poco minore c’era sul Molo, ove accorrevano anche i semplici curiosi per veder meglio la parabola delle bombe.
—I ne fa i foghi d’artifizio, sti fioi de cani—diceva un barcaiuolo apparecchiando tranquillamente la sua gondola e offrendosi di condur in laguna quelli che volessero goder più davvicino del meraviglioso spettacolo.
Un altro, a ogni colpo, mandava agli assediati un augurio breve ed espressivo:Andè in malora!
—Ve le faremo inghiotir tute le vostre bombe—esclamava un popolano stringendo i pugni in aria di sfida.
Nessuno apriva la bocca per parlare di capitolazione.
Il bombardamento continuò con pari vigore nel giorno dopo, ma intanto la carità pubblica e privata aveva provveduto all’alloggio di quellich’eran rimasti senza tetto. Però, chi pensi che due terzi della città erano quasi inabitabili, si farà presto un’idea del modo in cui questi profughi infelici potevano essere accomodati nell’altro terzo. Le stanze non bastavano più; bisognava pigiar la gente nelle soffitte arse dal sole, nei pianterreni corrosi dalla salsedine, nei sottoscala infetti, nelle stive puzzolente dei barconi ancorati in laguna. Qual meraviglia se in mezzo a quella moltitudine ammucchiata in sì breve spazio, affranta già dagli stenti passati e ora sfinita più che mai dalla nutrizione insufficiente e mal sana, prima serpeggiava insidioso, poi scoppiava tremendo il colèra?
Il palazzo Bollati, e la casa Rialdi sorgevano in due punti abbastanza distanti fra loro: tuttavia erano entrambi in quella parte di Venezia ove arrivavano le bombe; Anzi, nel palazzo, un proiettile era caduto fin dalla mattina del 30, mezz’ora dopo che il signor Ambrogio aveva issato sul tetto il vessillo britannico dicendo solennemente alla moglie:
—Noi siamo in una botte di ferro... una botte di ferro. La bandiera devono vederla sicuro, e allora da questa parte non tirano più.... Vorrei poi sapere perchè quell’imbecille del conte Bollati non sia ancora tornato a casa.
Il conte Bollati non era tornato a casa e non aveva nessuna intenzione di ritornarci. Quando principiò il bombardamento egli era in unabettola a pochi passi dalla quale scoppiò una granata. Uscitone in fretta, trovò la strada piena di gente che fuggiva dalsestieredi Cannaregio, quello appunto dov’era il palazzo già appartenente alla sua famiglia. Con l’esagerazione propria degli spaventati, quei fuggiaschi dicevano che a Cannaregio le bombe venivan giù come una gragnuola, che due persone eran morte, che la chiesa di S. Geremia era in fiamme, che una gondola era stata squarciata e sommersa. Leonardo non se lo fece ripetere due volte e prese la rincorsa fino a Castello, ove andò a rifugiarsi in una osteriaccia da lui frequentata in altri tempi.
Anche i Rialdi avevano dovuto lasciare la loro abitazione ed erano stati accolti presso un amico di Gasparo, in parrocchia di San Marco. Il primo pensiero di Fortunata, appena vide in salvo i suoi genitori e la sua Margherita (di sè non si curava affatto, la poverina), fu quello di Leonardo. Ma dove trovarlo? Come arrischiarsi ad andar fino al palazzo Bollati, ove forse, se c’erano ancora i custodi, se ne avrebbe saputo qualcosa? A badare alla gente quella era la parte della città più bersagliata; non ci mettevano piede che le pattuglie della guardia civica; i pochi abitanti rimasti stavano tappati nei magazzini ove si credevano più sicuri e da cui non uscivano che per le indispensabili provvigioni.
—Eh,viscere mie, c’è altro da fare che andar in cerca di tuo marito—borbottava la contessaZanze alla figliuola, la quale chiedeva a lei consiglio ed aiuto.—Per poco che la duri così, siamo tutti spacciati e non ci resta che da raccomandare l’anima al Signore.
La contessa Zanze non aveva torto. Le condizioni di Venezia s’aggravavano terribilmente ogni giorno. Non ostante gli sforzi eroici del nostro piccolo naviglio, la flotta austriaca era riuscita a impedir tutti gli accessi del porto; dal lato di terra, non c’è bisogno di dirlo, non poteva entrare nè un sacco di grano, nè un capo di bestiame. S’era ridotti a cibarsi di pan nero, di frutte e d’erbaggi forniti dalle nostre isole, del pesce che si pescava nei nostri canali e nella nostra laguna. Chi riusciva a imbandire un pezzo di carne d’un quadrupede purchessia, doveva ringraziare la Provvidenza come d’un segnalato favore. La fame, gli stenti, l’agglomeramento della popolazione preparavano una messe abbondante al colèra. E il colèra falciava le vittime a centinaia, senza distinzione di classe, di sesso, d’età; ricchi e poveri, giovani e vecchi, donne e bambini. Non bastavano al bisogno gli ospedali, benchè se ne aprissero sempre di nuovi, non bastavano i medici, benchè pieni d’abnegazione; mancava il ghiaccio, mancava il chinino pei malati, mancavano i preti pei moribondi, i seppellitori pei morti.
Eppure, in generale, le privazioni erano sopportate virilmente, e si trovava perfino il tempo di ridere e di scherzare. Nella famiglia oveerano ospitati i Rialdi c’era una vecchia nonna piena d’energia che dava coraggio ai giovani e non voleva sentir piagnistei. Linda, pulita, con una cuffietta bianca da’ cui orli spuntavano due ciocche di capelli d’argento, asciutta dalla persona e non curva ancora dagli anni, con un par d’occhi scuri, vivi, lucenti, la signora Teresa era sempre circondata da uno stuolo di bimbi come una chioccia dai suoi pulcini. La chiamavano nonna tutti quanti, i suoi nipoti come gli estranei, ed ella raccontava loro tante belle storielle, insegnava loro tanti bei giuochi. Qualche volta una nube velava la sua fronte serena; allora, rivolgendosi ai maschi, ella diceva con voce sommessa:
—Quando sarete grandi toccherà a voi a prendere il fucile contro i Tedeschi.
—Sì, sì—gridavan quelli con entusiasmo.
—Lo farete il vostro dovere?
—Sì, sì, nonna.
—Bravi!—E la nonna soggiungeva con un filo d’ironia:—Fin che venga quel tempo torniamo a giocar a mosca cieca.
La signora Teresa aveva una gran simpatia per Gasparo Rialdi e per Margherita; per Fortunata provava una sincera commiserazione, ma non poteva intendersi nè con lei, nè col conte Luca o con la contessa Zanze; erano caratteri troppo dissimili dal suo. La impazientiva specialmente il conte Luca, il quale passava delle ore tenendosi una boccettina d’aceto e un pezzo di canfora al naso, e lamentandosi:
—L’hanno voluta fare la rivoluzione! Ecco che cosa ci hanno guadagnato. L’avevo sempre previsto io.... Mettersi a cozzare con l’Austria!... era uno scacco matto sicuro.... Mi spiego?
—Eh, caro signore—rimbeccava la vecchierella—se tutti fossero come lei, il regno dei prepotenti durerebbe sino alla consumazione dei secoli.
Malgrado del suo spirito alquanto mordace, la signora Teresa esercitava una singolare attrazione non soltanto sui fanciulli, ma anche sugli adulti. E Fortunata si fece animo a confidarle, non le sue vicende coniugali, che già erano note, ma le sue angustie per la proposizione che l’era stata fatta dal fratello.—Dio mio, come devo regolarmi? Come devo regolarmi?—esclamava la povera giovine.
La signora Teresa non amava le persone le quali non sanno regolarsi da sè; tuttavia ella non potè schermirsi dal rispondere. E riconobbe che la cosa era grave; ma pesato il pro e il contro, disse:
—Per me, accetterei.
E ripetè gli argomenti addotti già da Gasparo. Rimanendo a Venezia Fortunata non poteva recar nessun giovamento ai suoi genitori, e in quanto al signor conte Bollati, egli, con la sua condotta aveva perduto il titolo di marito e di padre. Fortunata doveva pensare alla sua figliuola, e per la bimba sarebbe senza dubbio un gran bene lo star con lo zio.
—Quello è un uomo—concludeva la signora Teresa—e in qualunque luogo si trovi, saprà farsi la sua strada e mantenere le sue promesse.
Fortunata si torceva le mani e gemeva:
—Dio, Dio!—E neanche vederlo? Neanche saper s’è vivo o morto?
—Qui ha ragione lei. Ma non c’è proprio caso d’averne notizie?
—Senta, signora Teresa, poichè è tanto buona, trovi un’anima pietosa che m’accompagni fino al palazzo Bollati. Dicono ch’è un vero rischio l’andar fin là, ma non importa....
—Crede che non si sia mosso di casa?
—Non lo so.... Probabilmente si sarà mosso come gli altri, ma possibile che non ci sia più nessuno a guardia del palazzo? E se c’è qualcheduno, possibile che non mi diano un’ informazione, una traccia?
—Insomma vorrebbe aver compagnia per questa sua gita?
—Sì... un servitore... un facchino a cui darei una mancia.
—Ma che servitore? Che mancia? Aspetti domattina e vengo io.
—Lei!... No... no, nemmen per idea....
—O che ha bisogno d’una pattuglia per esser sicura? O crede ch’io non mi regga sulle gambe?
—Ma no... non è questo.... Non voglio che si esponga a un rischio per causa mia.... In mezzo alle bombe....
—Che paroloni! Dia retta a me, il rischio è molto minore di quello che si dice.... Se non ci fosse altro che il bombardamento, gli Austriaci avrebbero da sudare ancora per un pezzo.... In verità, quanti crede sian stati colpiti dalle bombe in tutta la città? Dieci o dodici forse.... Meno di quelli che il colèra porta via in una casa sola in poche ore.... Alle corte, se si decide, domattina alle nove, con la scusa di fare qualche spesa, si va insieme.... Andare e tornare è l’affare di un’ora.... Se poi non le accomoda, si spicci da sè, chè io non ho tempo da perdere.
Come avviene sempre a quelli che contrastano con chi abbia più energia di loro, Fortunata cedette. E la mattina seguente, alle nove precise, le due donne s’avviarono insieme a braccetto.
I quartieri bombardati avevano realmente un aspetto che stringeva il cuore. Le strade deserte, le botteghe chiuse, e chiuse pure, per la massima parte, le imposte delle case, soprattutto nei piani superiori. Qua e là, dietro alle inferriate di un magazzino, dietro ai battenti socchiusi d’una porta, spuntava una faccia livida, affilata, sparuta. Non mancavano segni più visibili del bombardamento; qualche mucchio di rovinacci, qualche pezzo di tegola e di grondaia, qualche muro diroccato o annerito da un principio d’incendio. Tuttavia il pericolo delle persone non era gran cosa. Nè i cannoni austriaci potevano tirar più di tanti colpi alminuto, nè tutti i colpi arrivavano sino all’abitato. Di quelli che ci arrivavano, molti finivano nei canali interni; a ogni modo, ben di rado i proiettili avevano la forza di trapassar le impalcature di tutti i piani e di giungere ai luoghi terreni ove s’erano ridotte quelle famiglie che non avevan voluto lasciar le loro case. Per le strade poi era quasi impossibile d’esser colti alla sprovveduta; le bombe si sentivan venire e cento volte contro una c’era tempo di mettersi in salvo.
Checchè ne sia, Fortunata e la signora Teresa toccarono senza disgrazia la meta del loro pellegrinaggio. Il portone del palazzo era chiuso; il campanello risuonò cupamente nei cortile silenzioso.
Alla terza suonata si sentì qualcheduno a muoversi, e una voce femminile gridò dal di dentro:
—Chi è? Chi è?
Era la moglie del custode.
—Sono io, sono la contessa Bollati—rispose Fortunata,—apra un momento.
—Madonna santa!... Cosa viene a fare?—replicò la donna affacciandosi sulla soglia ma senza invitar le due visitatrici ad entrare.—Il signor conte non c’è mica.... Non è più venuto dopo il 29 del mese passato.... dopo il principio del bombardamento.
—Almeno mi faccia la carità di dirmi dove sia....
—Se lo sapessi....
—Non lo sa? Non lo sa?... O poveretta me!... Non sa neanche s’è vivo?
—Per questo si cheti—rispose la custode con voce raddolcita.—È vivo....
—Ah sì.... N’è ben sicura?
—Ieri era vivo.... Mio marito l’ha visto in piazza.
—Ha parlato con lui? E dov’è suo marito?
—Ambrogio è dal console... per quella bomba ch’è venuta in palazzo. Ah Gesù mio!
Quest’esclamazione fu provocata dal romore d’un proiettile che doveva esser caduto poco lontano. Dopo aver ripreso fiato, la custode accennò a voler troncare il discorso.
—Vada, vada, signora, e che Iddio l’accompagni.... Non son luoghi da fermarcisi, questi....
—Un momento ancora, per carità.... Non mi ha detto se suo marito abbia parlato col conte Leonardo.
—Non gli ha parlato.... Si son scambiati un saluto di lontano e il signor conte ha gridato: «A rivederci dopo il bombardamento....» Sarà contenta adesso.... Vada via, vada via....
—Vado, sì... e grazie.... Ma se potesse saper qualche cosa di più....
—O Signore Iddio benedetto! Cosa vuol che si sappia in questi tempi?... Bisogna contentarsi di vivere.
E con queste parole la donna chiuse bruscamente il portone.
La signora Teresa, che aveva taciuto fino allora,toccò leggermente la spalla della sua compagna.
—Andiamo... Quello che si poteva sapere lo ha saputo.
—Oh sì—disse Fortunata—e mi par d’esser sollevata d’un gran peso.... È vivo!... Ma dov’è? Dov’è?... È necessario ch’io lo veda.
—A questo si penserà poi.... Andiamo.
Lungo il cammino, Fortunata cercava ogni tanto la mano della signora Teresa e la stringeva con un moto convulso come a ringraziarla d’esser venuta con lei. Avrebbe voluto attaccar discorso, rimetter sul tappeto la gran questione della sua partenza con Gasparo, questione ch’era sempre insoluta nella sua mente, ma la signora Teresa pareva assorta in gravi pensieri.
Il cannone tuonava.
—Non finirà più!—mormorò a mezza voce Fortunata come parlando tra sè.
—Oh finirà... pur troppo che finirà—disse la signora Teresa tentennando tristamente il capo.
Giunsero in piazza San Marco. C’era una calca di gente; la guardia civica era schierata sotto il palazzo del Governo, e Daniele Manin, affacciato al poggiuolo, le indirizzava per l’ultima volta la parola.
La voce onesta e leale, che per diciassette mesi aveva mantenuto acceso nei Veneziani il sacro fuoco del patriottismo, che aveva guidato, frenato, corretto i mobili istinti del popolo,ora scendeva commossa in una folla commossa; era un patetico addio, era un gagliardo eccitamento a sperare nell’avvenire, era un caloroso appello a quelle virtù con cui le nazioni riescono a domar la fortuna.
Dal punto della piazza ove si trovavano le due donne, non era possibile seguire il filo del discorso, ma se ne coglievano le frasi pronunciate con accento più vibrato.
«.... Un popolo che ha fatto e patito quanto ha fatto e patito e patisce il nostro popolo non può perire. Dee venir giorno in cui gli splendidi destini siano corrispondenti al merito vostro.... Quando verrà questo giorno?... Noi abbiamo seminato.... Sventure grandi sono forse imminenti.... È pur sempre in poter nostro mantenere intemerato l’onore di questa città.... Checchè avvenisse, dite:Quest’uomo s’è ingannato; ma non dite mai:Quest’uomo ci ha ingannati....»
—Mai, mai—gridavano i militi agitando i berretti sulle baionette.—Mai, mai—ripeteva il popolo unanime.
E tutti piangevano, tutti sentivano che l’ultima ora della libertà era vicina.
Daniele Manin pronunziò ancora qualche parola; poi, sorpreso da un malessere subitaneo, dovette ritirarsi. La folla si disperse.
La signora Teresa era rimasta immobile con gli occhi fissi al suolo; due grosse lagrime, le prime che Fortunata le vedesse spargere, le rigavano le gote. Alla fine si scosse, sospiròdue volte:—Povera Venezia! Povera Venezia!—disse alla sua compagna:—Spicciamoci, a casa ci aspetteranno;—e s’avviò.
Fortunata la seguì senza aprir bocca. Forse anche a lei parevano piccoli, dinanzi a questo gran dolore della patria, tutti i dolori privati.
. . . . . . . . .. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .Il morbo infuria,Il pan ci manca,Sul ponte sventolaBandiera bianca!
. . . . . . . . .. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .Il morbo infuria,Il pan ci manca,Sul ponte sventolaBandiera bianca!
Questo grido pietoso d’un gentile poeta e soldato, che sul cader del 20 agosto 1849 contemplava mestamente da uno dei forti della laguna la città avvolta nei rosei vapori del tramonto, dipinge, meglio che non potrebbero le lunghe descrizioni, lo stato di Venezia in quei giorni. Il cannone non tuonava più, si negoziava la resa. E la resa fu sottoscritta il 22; il 27 doveva succeder l’occupazione austriaca.
Cessato il bombardamento, tutti quelli che il fuoco, la fame, il contagio avevano risparmiati,s’affrettarono a tornare alle loro abitazioni, stupiti e forse non lieti di sopravvivere alla patria. Però, se la guerra era finita, se la carestia era scemata, c’era sempre tempo di morir di colèra, chè la malattia non accennava punto a diminuire d’intensità, e anzi il numero delle vittime fu, in quello scorcio d’agosto, maggiore che mai. L’accesa fantasia popolare parlava di migliaia di morti al giorno; non erano tanti, ma passavano i trecento, cifra enorme in una città di poco più che centomila anime.
Naturalmente anche i Rialdi furono tra quelli che rincasarono. Se la paura, come ritengono alcuni, dispone i corpi al contagio, il conte Luca avrebbe dovuto avere il colèra una ventina di volte; invece n’era rimasto illeso e attribuiva la sua salvezza alle infinite precauzioni di cui s’era circondato, e soprattutto a un grande odor di canfora che lo isolava in mezzo alla gente. È vero ch’egli non poteva ancor cantar vittoria. Aveva però ben altre angustie addosso oltre a quella del colèra. Che cosa farebbe di lui il Governo austriaco? Lo lascerebbe al suo posto, lo metterebbe in pensione, lo destituirebbe addirittura? Il Signore Iddio gli era testimonio ch’egli non aveva contribuito per nulla alla Rivoluzione, che non aveva appartenuto all’Assemblea, nè era sceso in piazza San Marco a gridarvivaemorte; sicuro che s’era messo anche lui la coccarda tricolore all’occhiello, e s’era presentato al Manin coi suoi colleghi del Tribunale; sfido io; come si poteva esimersi? Mail grosso guaio era l’esser padre d’un ufficiale che aveva preso le armi contro il suo legittimo Sovrano e che doveva quindi emigrare, l’esser marito d’una donna senza giudizio, che s’era voluta cacciare in una dozzina di comitati, e per diciassette mesi non aveva fatto altro che salir le scale delle case per accattar firme a indirizzi e denari per collette, o bazzicar per le ambulanze a civettare coi feriti (alla sua età! vergogna!) o intervenire a cerimonie chiassose, tutta gale e pennacchi come un cavallo bardato. La contessa Zanze non poteva lodarsi del Governo provvisorio, il quale non aveva apprezzato sufficientemente il suo patriottismo, nè dato a Gasparo il comando di tutte le forze di terra e di mare; anzi ella diceva che un’altra volta si guarderebbe bene dal rifare i sacrifizi che aveva fatto; ma ella non era punto disposta a sopportare in pace i rimproveri di suo marito, e, stuzzicata da lui, rispondeva per le rime. Egli però non era in grado di sostenere una discussione, e alzando le mani al cielo esclamava:
—Per carità, non mi stordite con le vostre chiacchiere, non mi fate inquietare, che c’è ancora il colèra.
—Sì, sì,—rispondeva la moglie.—Se non avessi la spina dei figliuoli che sono in procinto di partire, non mi fareste mica tacer così presto.
Era deciso; Gasparo conduceva con sè la sorella e la nipotina. Fortunata, debole sempre,aveva ceduto alle istanze reiterate di suo fratello; o forse non voleva star più a carico dei suoi genitori, i quali, nell’incertezze dell’avvenire, potevano essere impicciati a provvedere a sè medesimi. La piccina, dal canto suo, avrebbe preferito di rimaner eternamente nella casa ove c’era lanonna Teresacon tanti bimbi, e ove ella, a marcio dispetto del bombardamento e del colèra, aveva passato i giorni più allegri della sua vita. Ma dacchè s’era tornati nella casa vecchia, nella casa squallida e trista, ella ripeteva da mattina a sera che voleva andarsene con lo zio Gasparo, con la mamma e conla nuova Lilì. Notiamo fra parentesi chela nuova Lilìispirava a Margherita un rispetto superstizioso. Infatti, mentre tutti i suoi giocattoli s’erano rotti,la nuova Lilì, di legno dalla testa alle piante, aveva resistito agli urti, alle percosse, ai cambiamenti di domicilio, aveva persino ruzzolato un giorno la scala senz’altra conseguenza che una lieve avaria nei capelli e nel vestito.
Nel piegarsi, dopo molte lagrime e molti contrasti, alle sollecitazioni di Gasparo, Fortunata aveva messo la condizione d’andar un’ultima volta in cerca di Leonardo che non era stato ancora possibile di rintracciare, e di condurgli Margherita, s’egli mostrava il desiderio di vederla.
—E se,—aveva soggiunto la povera Fortunata,—s’eglifosse diventato un altr’uomo, se avesse messo giudizio, se volesse esser davveroun buon marito e un buon padre.... intendi bene che non potrei lasciarlo.
—Se uno solo de’ tuoisesi verificasse,—rispose Gasparo sapendo di rischiar poco,—sarei il primo a dirti: Rimani a Venezia.
La vigilia del giorno stabilito per la partenza, Fortunata s’avviò di buon mattino al palazzo Bollati. L’accompagnava una donna di servizio che sarebbe tornata a prender Margherita nel caso che il conte Leonardo fosse nelle sue stanze e volesse dar un bacio alla figliuola.
Una vecchia aperse il portone.
—Chi è? Che vuole?
—Non c’è il signor Ambrogio, il custode?
—Oh poveretto, sia pace all’anima sua, è morto già da due giorni.
—Morto?
—Sì, di colèra.... E adesso c’è la moglie in burrasca.... Vada via, signora, ch’è meglio.
—Padroncina, padroncina, andiamo,—disse la fantesca che a sentir nominare il colèra era diventata bianca come un cencio lavato.
—Un momento.... Buona donna, e del conte Bollati ne sapete nulla?—soggiunse Fortunata con voce tremante.
—Il conte Bollati? Chi è?
—Non lo conoscete? Quel signore alto, coi baffi biondi, che abita qui all’ultimo piano.
—Non lo conosco.... Ma badi.... ho sentito dire dal medico che anche su in alto c’è qualcheduno col colèra.
—Vergine santa!—gridò la giovine mettendosi la mano al cuore.
—Padroncina, per amor di Dio, andiamo a casa,—ripetè angosciosamente la serva.
Ma Fortunata si svincolò a forza dalla paurosa compagna che la teneva per un lembo del vestito e le disse:
—Va a casa tu sola, va subito anzi.... io devo salire.
E senza soggiunger altro attraversò rapidamente il cortile e l’entratura, e infilò lo scalone.
Il conte Leonardo era tornato alla sua soffitta fin dal giorno innanzi, e i primi sintomi del morbo l’avevan colpito nel cuor della notte. Disceso giù nell’androne all’alba per chieder soccorso, aveva per caso trovato il dottore che veniva a curar la moglie del custode. E il dottore, dopo avergli inutilmente suggerito di farsi trasportar all’ospedale piuttosto di rimaner così solo nel suo covile, gli aveva consegnato una boccettina con una mistura di canfora e laudano da prendersi in più volte, promettendogli di tornar fra un’ora e di condur seco un infermiere. Trascinatosi di nuovo su de’ suoi cento e quindici scalini, il conte s’era coricato aspettando. Ma non s’eran più visti nè infermiere, nè medico. Chi poteva risponder di sè e degli altri in quei giorni? Intanto il male cresceva di violenza e il pover’uomo che aveva trangugiato in un colpo tutta la mistura e aveva bevuto una mezza bottiglia di rhum, si contorceva urlando sul letto. E lo lasciavano morir come uncane! Pensò a Fortunata; s’era viva, se lo sapeva in quello stato, sarebbe venuta ad assisterlo.... Ma per mezzo di chi mandarla a cercare!... Egli non poteva più scendere, non si reggeva più sulle gambe. Era in queste smanie quando Fortunata entrò nella camera. La prima impressione di Leonardo fu un’impressione di spavento. Era proprio sua moglie in carne ed ossa, o era uno spettro? Egli non la vedeva da alcuni mesi e gli parve invecchiata di diec’anni, gracile e sottile come un giunco, bianca e diafana come l’alabastro. Alla fine si persuase ch’era lei e si calmò alquanto. Sì, aveva fatto bene a venire, ma adesso premeva avere il medico; corresse subito subito a chiamarne uno, e poi, subito subito, tornasse. E Fortunata rifece le scale e volò in due o tre farmacie lasciando dappertutto l’ordine di mandar in palazzo Bollati il primo medico che capitasse. Quand’ella tornò presso l’infermo, alcuni fenomeni della fatale malattia si erano alleviati; minori i granchi allo stomaco, minore il vomito; ma erano sopraggiunti altri sintomi gravissimi: la pelle sparsa d’un sudor freddo e viscido, la tinta terrea, gli occhi infossati nell’orbita, il respiro affannoso, la voce rauca e sepolcrale. Mentre il conte Leonardo si trovava in una specie di sopore letargico, Fortunata sentì un suono di passi nella stanza attigua, e credendo che fosse il medico uscì a incontrarlo.
Ma non era il medico, era Gasparo, il quale, saputo confusamente a casa sua che la sorellaera rimasta in palazzo Bollati, veniva in traccia di lei.
—Tu, Gasparo?
—Io, sì.... Ebbene?... Tuo marito?...
—È di là.... col colèra.... È tanto aggravato... E non si trova un medico... O Gasparo, fa un’opera di carità.... falla per me.... va tu a cercarlo il dottore.... Io non posso abbandonare Leonardo che muore.
Gasparo si lasciò scappare una frase crudele.
—Ne son morti tanti migliori di lui in questi diciassette mesi!
Ella gli mise una mano sulla bocca.
—Non parlare così.... Se Leonardo ha le sue colpe, vedi come le espia! vedi a che punto è ridotto!
Sunt lacrimae rerum.Gasparo girò gli occhi intorno, e nel mirar quella squallida soffitta, e nel richiamar alla mente il lusso, gli agi che avevan cinta l’infanzia di Leonardo Bollati provò uno stringimento di cuore. E disse alla sorella:
—Farò come desideri.... Andrò pel dottore.... Ma lo sai che domattina all’alba?...
—Taci, taci,—interruppe Fortunata.
E vedendolo turbarsi, soggiunse:
—Taci in questo momento.... Posson succedere tante cose prima di domattina!
Gasparo la guardò inquieto. C’era un’intonazione così triste nella sua voce, c’era una tale aria di stanchezza nella sua persona!
—Fortunata, cos’hai?
—Io?... Nulla.... Per amor del cielo non perdertempo.... Va, va.... Oh smemorata ch’io sono, prima d’uscir dal palazzo, batti all’uscio dell’abitazione del custode, al pian terreno.... c’è un caso di colèra anche lì.... forse ci sarà un medico.... va, Gasparo....
Egli discese in fretta. Dal custode gli dissero con un gesto espressivo che il medico non aveva più ragione di venire. Invece, giunto in istrada, la sua buona stella gli mise subito tra i piedi un dottore di sua conoscenza; se ne impadronì (è il vocabolo giusto) e se lo tirò dietro in palazzo.
Leonardo peggiorava rapidamente; spenta la voce, impercettibili i polsi, esauste le forze; pur non aveva ancora perduto conoscenza, e vedendo insieme col medico entrare il cognato guardò Fortunata con un’espressione indefinibile di sgomento. Ella lo rassicurò con un’occhiata, e Gasparo, impietosito al miserando spettacolo, gli fece un saluto amichevole e gli rivolse le parole incoraggianti che sogliono rivolgersi ai malati.
Al dottore, ch’era un brav’uomo e aveva curato i colerosi a centinaia, non occorse più di un minuto per giudicare che Leonardo era bell’e spacciato; nondimeno volle provare i mezzi che gli suggeriva la sua esperienza. Visto che non ne cavava alcun frutto, chiamò da parte Gasparo e gli susurrò all’orecchio:
—Non c’è alcuna speranza.... Procuri di condur via sua sorella.... Mi par molto debole, eil colèra si attacca facilmente, soprattutto alle persone deboli.
Ma Fortunata, come se avesse indovinato il pensiero del medico, fece un energico segno negativo col capo e passando un braccio sotto il collo del moribondo parve voler dire: «Non mi strapperete di qui che a forza.»
Gasparo le si avvicinò con dolcezza.
—Fortunata, per amore della tua Margherita....
—No, no... Margherita non ha bisogno di me....Luisì che ne ha bisogno.... Leonardo, Leonardo, non è vero che hai bisogno della tua Fortunata?... Oh meschina me, che ho potuto lasciarti per tanto tempo.... Perdonami, Leonardo mio.... Oh se tu m’avessi mandata a chiamare!... Perchè, non m’hai mandata a chiamare?... T’ho sempre voluto bene.... O Leonardo, se guarisci, starò sempre con te, te lo giuro.
E, trattenuta invano, si gettava bocconi sul letto e tentava scaldar con le sue carezze quel povero corpo assiderato.
A un certo momento il medico, che non aveva levato mai gli occhi dall’infermo, disse:
—Signora, si faccia una ragione.... Ormai... è inutile.
Ella alzò la testa, guardò il medico, guardò Gasparo, guardò Leonardo, comprese che tutto era finito e cadde ginocchioni, tendendo le palme al cielo e gridando:—Madre di Dio, abbiate misericordia!
Stette così qualche minuto singhiozzando, pregando, coprendo di baci la mano del morto che spenzolava dalla sponda del letto; poi, appoggiandosi a Gasparo, cercò di rizzarsi in piedi, ma le vennero meno le forze e s’abbandonò come una massa inerte tra le braccia del fratello.
Il dottore ch’era ancora nella stanza, accorse subito, e vedendo la faccia stravolta, gli occhi smarriti, il pallore cadaverico della giovane, capì subito di che cosa si trattava. Era di nuovo il colèra, un colèra de’ più gravi, di quelli che lasciano meno tempo alle difese. Il male che aveva testè ucciso il marito ora investiva con raddoppiata violenza la moglie.
—E poi negheranno il contagio!—disse tra sè il valentuomo, il quale, per far prevalere la teoria del contagio, aveva sostenuto fiere battaglie con alcuni colleghi. E non vorremmo giurare che l’idea di poter gettare in viso agli oppositori un nuovo esempio a sostegno della sua tesi, non gli desse qualche soddisfazione. Tanto più che il triste caso di Fortunata pareva dargli ragione su un altro punto. Questo aveva tutta l’aria di esser colèra fulminante, e anche il colèra fulminante negavano que’ caparbi, e pretendevano che in Europa non se ne fosse mai visto.
Si trasportò Fortunata nella camera vicina a quella dov’era morto Leonardo. S’era pensato sulle prime di trasportarla a casa, ma ella, pienamente in sè e pienamente consapevole delsuo stato, supplicò che la lasciassero morir lì. Non voleva comunicare a’ suoi genitori e a sua figlia il germe della malattia... o forse, giacchè il cielo le aveva accordato la grazia di ricongiungersi a suo marito, non voleva staccarsene più.
Forte in mezzo agli strazi, come non era stata mai nelle condizioni ordinarie della vita, ella scongiurava il medico di non tormentarla coi rimedi; già ella capiva ch’era suonata la sua ora e che Iddio la chiamava a sè.... avesse almeno potuto avere un prete!...
Gasparo si mosse per andare a cercarne uno, ma ella col po’ di voce che le rimaneva:
—Per carità non allontanarti—gli disse.
In pari tempo rivolse al medico uno sguardo supplichevole. Il buon dottore comprese il significato di quella muta preghiera, fece a Gasparo cenno di rimanere e s’avviò:
—In un quarto d’ora vado e torno.
—Gasparo—mormorò Fortunata, quando fu sola con suo fratello—il Signore sa quel che si fa.... Se fossi venuta teco a Londra ti sarei stata d’impaccio... sempre malinconica, sempre piagnucolosa.... Se invece all’ultimo momento mi fossi rifiutata di venire, tu non avresti voluto privarmi della mia bambina....
—No, Fortunata....
—E allora il tuo esilio sarebbe stato più tristo.... È meglio così.... Te la raccomando, la mia Margherita.... Parlale qualche volta di me.... E se le nomini suo padre, non insegnarlea disprezzare la sua memoria.... Promettimi che compiacerai alla tua povera sorella.
—Te lo prometto, sì, te lo prometto con tutta l’anima.
—Grazie.... E il babbo e la mamma... poveri vecchi, che restan soli nel mondo... li vedrai, non è vero, prima di partire? Salutali, di’ loro che mi perdonino se non fui sempre una figliuola ubbidiente... e tu pure...
Uno spasimo acuto le troncò la frase, e la voce le si estinse in un gemito.
Quando tornò il dottore, e poco dopo di lui venne il prete ch’egli era andato a chiamare, gli occhi dell’ammalata nuotavano già nella morte. Ma ell’era sempre presente a sè stessa e potè accompagnare col movimento delle labbra le preghiere del sacerdote e volger di tanto in tanto lo sguardo all’uscio della camera vicina, come se intendesse che quelle preghiere dovessero valere anche pel disgraziato che non era più in caso di sentirle.
Era l’ora del tramonto; il sole prima di nascondersi dietro un palazzone che sorgeva dall’altra parte del canale mandò un fascio di raggi nella stanza e tinse d’una luce purpurea il letto improvvisato e la faccia livida della morente. Ella s’agitò in un’ultima convulsione, poi le sue membra s’irrigidirono per sempre.
Gasparo ebbe un ruggito da leone.—Morta, morta! Infelicissima sorella mia, che non hai fatto altro che patire!... Morta per cagione di quel miserabile! E non dovrò maledirlo?
Ma quell’impeto durò poco. Il tempo stringeva e Gasparo aveva ancora un terribile ufficio da compiere: annunziare ai suoi genitori la nuova, inattesa sciagura che piombava loro sul capo.
Egli strappò un foglietto da un taccuino e scrisse col lapis poche righe a un amico sulla cui devozione poteva fare assegnamento. «Sai che devo partire domattina sotto pena di essere preso e fucilato dagli Austriaci. Mia sorella»—a questo punto egli ebbe un’esitazione, ma la vinse e proseguì:—«e mio cognato son morti or ora di colèra in due stanze a tetto del palazzo Bollati. Intenditi col dottore X... per la tumulazione. Fa quello che faresti se la sventura (che il cielo tenga sempre lontano da te) avesse battuto alla tua porta. In un momento come questo non posso dare un tale incarico a mio padre. Addio: quando mi sarò posato in qualche luogo (spero di fermarmi a Londra) ti riscriverò e ti indicherò il mio recapito. Addio, e grazie dal fondo del cuore. A rivederci in tempi migliori.»
Com’ebbe finito di scrivere, piegò il foglietto in due, vi fece l’indirizzo e lo consegnò al dottore.
—È stato tanto buono; m’usi un’ultima cortesia. Mandi questo biglietto al mio amico—e glielo nominò—che lei conosce benissimo e si metta d’accordo con lui per tutto quello che resta da fare.
Il medico chinò la testa in sogno d’assenso epromise a Gasparo che avrebbe anche pensato a trovar chi vegliasse nella notte quei poveri morti.
—Non sono ricco, sto per prendere la via dell’esilio—disse Gasparo con voce commossa—non posso compensarla come vorrei, ma una memoria....
E si toglieva un anello dal dito, ma il dottore l’interruppe vivamente:
—No, Rialdi, io non accetto nulla... assolutamente nulla... Ogni più piccolo oggetto può esser necessario ad un esule....
—Ma...
—Non ne parliamo.... Mi dia piuttosto un bacio, e buon viaggio....
Gasparo abbracciò intenerito il dottore, sfiorò ancora una volta con le labbra la fronte gelida di Fortunata e corse a precipizio giù per le scale. Uscito dal palazzo, egli fece in un lampo la strada che lo divideva da casa sua.
Il conte Luca e la contessa Zanze lo aspettavano con ansietà.
—E Fortunata?—essi chiesero a una voce vedendolo arrivar solo.—Dov’è?... È rimasta lì?... Quando verrà?
—Fortunata...—principiò Gasparo. Ma invece di continuare, balbettò:—Coraggio, padre mio, coraggio, mamma... Armatevi di tutta la vostra forza, chè ne avete bisogno.
Quelle parole, quelle lagrime, che invano rattenute velavano due occhi non avvezzi a spargerne, lasciavano indovinare il peggio.
—Gasparo—gridò la contessa—tu non diresti di più se tua sorella fosse morta!
Il giovino chinò la fronte in silenzio. Rinunziamo a descrivere la scena che ne seguì per non render ancora più triste questo capitolo già pieno di tante pubbliche e private tristezze, e perchè ci sembra che l’ora incalzi anche noi e ci costringa innanzi tutto a mettere in salvo il nostro ufficiale. Questa partenza inevitabile, imminente, era quella sera, in casa Rialdi, un dolore di più, e nello stesso tempo una distrazione al dolore. Non c’era caso, bisognava occuparsene, far gli ultimi preparativi, dar l’ultime disposizioni, e per conseguenza, di tratto in tratto, pensare ad altro, parlar d’altro che della tragica fine di Fortunata.
Intanto Margherita dormiva. Poichè ella doveva alzarsi per tempissimo, l’avevano messa a letto subito dopo desinare, poco prima che Gasparo giungesse, ed ella, appena posata la testa sul capezzale, aveva trovato il sonno dolce e profondo dell’infanzia.
Degli altri di casa, come si può ben credere, non chiuse occhio in quella notte nessuno. Ma, verso il mattino, Gasparo sforzò i suoi genitori a ritirarsi nella loro stanza per un paio d’ore; avrebbe vestito lui la bambina.
—Sei proprio irremovibile?—disse la contessa.—Vuoi portarcela via? Vedi come restiamo soli.
Oh Gasparo lo sapeva, e ne sentiva in cuore una profonda pietà. Ma anche egli era solo, eda mesi e mesi il pensiero di condur seco questa fanciulla, di tenersela come propria figlia, era per la sua anima un raggio di luce che rischiarava le tenebre dell’avvenire. E poi, nonostante tutte le amarezze, tutte le incertezze dell’esilio, gli pareva di provveder meglio alla sorte di Margherita conducendola con sè che lasciandola presso i nonni.
—Sì, mamma—egli rispose con affetto.—Credi pure ch’è meglio così... Un giorno, se la fortuna m’arride, verrete voi altri a raggiungerci.
La contessa Zanze non insistette.
Alle quattro del mattino Gasparo entrò nella camera della nipote. Margherita dormiva tranquilla, con la sua puppattola al fianco, con un braccio nudo piegato sotto la testa, in una positura simile a quella in cui egli l’aveva vista la prima volta. Accanto alla cuna della bimba c’era il letto della sua povera mamma, intatto, con le lenzuola rimboccate.
—Margherita—chiamò Gaspare—o Margherita.
E la scosse dolcemente.
Ella si risentì, aperse gli occhi, si guardò intorno e disse:—La mamma... voglio la mamma.
—Sono io, Margherita, sono lo zio Gasparo.... Lo sai che si deve partire insieme.
—Ma anche la mamma...
—La mamma—egli soggiunse con pietosa bugia—è andata avanti... La troveremo... Su, su....
Margherita si lasciò persuadere, e, aiutata dallo zio e da una donna di servizio, fu prontain pochi minuti. Anche il suo piccolo bagaglio era pronto.
Ma convenne assolutamente prender seco un altro piccolo personaggio, un personaggio di legno,la nuova Lilì, da cui Margherita non voleva staccarsi a nessun patto.—Gliel’ho promesso—ella diceva con la maggior gravità—e anche la mamma glielo ha promesso.
Storditi sotto il cumulo di tanti dolori, il conte Luca e la contessa Zanze benedissero il figlio e la nipote quasi senza parole, quasi senza lagrime. Solo quando l’uscio si richiuse dietro i due profughi, si sentì dalla stanza uno scoppio rumoroso di pianto.
Gasparo e Margherita entrarono in una gondola. I canali interni della città erano ancora avvolti nell’ombra, ma, guardando in su, si vedevano i comignoli delle case illuminati dal sole. E appena la gondola sboccò in laguna, il Molo, la Riva degli Schiavoni, la Salute, i Giardini, San Giorgio apparvero nuotanti in un mare di luce. Gasparo mise la testa fuori del finestrino delfelze, ma la ritirò bruscamente... Sul forte di San Giorgio sventolava la bandiera gialla e nera.
Il giovane ufficiale si coprì il viso con le mani e stette un pezzo immobile e taciturno.
—Ma dov’è la mamma?—ridomandò Margherita.
Gasparo si scosse, passò un braccio intorno al collo della piccina e ripetè:
—La mamma... è andata avanti.
Giunsero al Lido e s’imbarcarono sopra unvapore ch’era pieno di gente. Non tutti emigranti però; alcuni erano venuti lì soltanto per accompagnarvi i congiunti e gli amici.
Margherita girò gli occhi inquieta e chiese di nuovo:—C’è qui la mamma?
—No, bimba mia, non è qui... è andata avanti.
La macchina diede tre fischi. Si scambiarono ancora una volta i baci, i saluti, gli auguri, le parole di conforto e di speranza; poi quelli che non dovevano partire discesero in fretta.
Il vapore si mosse. Raccolti sulla coperta, con lo sguardo fisso verso una parte, gli esuli mandarono un ultimo addio alla città che pareva fuggir dinanzi a loro. E chi singhiozzava, e chi piangeva in silenzio, e chi imprecava al destino e chi invocava il giorno della riscossa.
Margherita era seduta sulle ginocchia dello zio.
—Dove si va adesso?
—Adesso—egli rispose—andiamo intanto in un paese che si chiama Corfù.
—La troveremo lì, la mamma?
C’era un’ansietà così dolorosa nell’accento della fanciulla che Gasparo non ebbe il coraggio di dirle il vero e baciandola teneramente le susurrò con un filo di voce:
—Se la troveremo?... Chi sa?... Forse sì.
Margherita si calò giù pian pianino, presela nuova Lilìche giaceva ai suoi piedi, le riannodò intorno alla vita un nastro bianco rosso e verde che s’era sciolto e si mise a canticchiare