—Perchè, peccato?
—Gli è che fra poco dovete lasciarla. Se ti eleggono deputato, come ne sei quasi sicuro, ti converrà stare a Roma almeno per sei mesi dell'anno, e non credo che vorrai abbandonare Emma sola a Milano. Dovrete avere due case; sarà un grave impaccio; pure vi è una cosa che mi solleva molto. Se venite a Roma, io potrò capitare da voi almeno una volta al mese: da Napoli a Roma il viaggio è breve e comodo, mentre da Napoli a Milano ce ne vuole, che ce ne vuole! Allora ci rivedremmo spesso!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quando i due eroi risalirono in carrozza, dopo aver accompagnato il papà alla stazione, quando si trovarono soli, dettero in un grande sospiro di sollievo. La era finita finalmente; la vita loro avrebbe ripreso il suo corso regolare. Non si parlavano; Emma guardava le goccioline della pioggia che battevano sui vetri delcoupé; Guido non dava segno di vita; erano ridiventati estranei.
Ad un punto, Guido, movendosi, urtò il braccio della moglie:
—Scusate—fece lui.
—È nulla.
Estranei, è vero. Pure ambidue in quel silenzio riandavano sui fatti della giornata; ne ricordavano le più minute impressioni, le sentivano di nuovo.
—Si volta per casa vostra?—domandò Guido, ad un certo punto della strada.
—No, vengo da voi: debbo riordinare le mie cose, perchè la mia cameriera non saprà mai farlo. Andrò via più tardi.
—Benissimo.
A casa, essa entrò direttamente nella camera da letto; Guido si gettò sopra una poltrona del salotto e finse di leggere un giornale. In verità la sentiva andare e venire a passi lenti, la vide anche passare due o tre volte:
—Vi stancate?—le chiese.—Potrei aiutarvi.
—No, grazie; a momenti finisco.
Infatti, poco dopo venne anche essa a sedersi con un'aria molto stanca; quella giornata l'aveva esaurita. Si guardava dattorno come per ritrovare qualche cosa dimenticata.
—Piove meno, mi pare?—disse a Guido che aveva lasciato andare il giornale.
—Piove sempre.
—La carrozza non è ancora pronta?
—Non so, vado a vedere.
La carrozza sarebbe pronta fra dieci minuti.
—Desiderate che vi accompagni?
—Non importa, grazie.
Parvero un secolo od un istante quei dieci minuti? L'uno e l'altro forse.
Quando entrò il servo a dire che tutto era all'ordine, Emma si alzò con un fare deliberato e andò a mettersi il cappello davanti allo specchio; ci volle un po' di tempo ad annodarne i nastri perchè le dita avevano un lieve tremito. Poi, lentamente, infilò i guanti, li appuntò, aggiustò alcune pieghe dell'abito; e si avanzò verso Guido per salutarlo. Egli si era levato, pallidissimo.
—Addio—disse ella.
Guido non rispose; essa voltò le spalle e traversò il salotto, diritta, fiera, senza barcollare, con un passo fermo ed uguale; pure sentiva benissimo che il marito la seguiva. Presso la porta, alzò la mano per sollevare la portiera ed incontrò quella più pronta del marito.
—Tu dimentichi di perdonarmi, Emma—disse egli con voce in cui combattevano il dolore e la passione.
Essa si rivolse d'un tratto e gli gittò le braccia al collo, soffocata da quell'amore che rinasceva fra loro gigante.
—Non te ne vai più, mai più, cara?
—No, no; manda a prendere il ritratto della mamma, Guido.
O diva Pomona!
….. E malgrado i reclami delle pallide e malinconiche lettrici, dei pensosi e disillusi giovanotti, io dirò il fatto mio ai fiori. O che forse realmente la giustizia se ne sta serrata in un certo portafoglio e non ne esce mai per non raffreddarsi? Alle volte ho delle idee umanitarie—solo Dio senza difetti—e quantunque dovessi andare incontro al poco piacevole titolo di filantropa, pure non posso lasciar passare….. il capriccio della gente. Capisco che non sarò ascoltata e che le cose proseguiranno identicamente il loro corso molto forzoso; ma in questi tempi in cui tutti parlano e nessuno ascolta, non sarà poi un gran male. Capisco che diventerò impopolare pei miei gusti prosaici; ma la popolarità è un segno di debolezza nel potere, dice il filosofo. E quindi senza pensarvi più che tanto, addossandomi le conseguenze del mio articolo, entro in materia. Era tempo, nevvero?
* * *
Giorno per giorno, ora per ora, da tempo immemorabile, sempre e dappertutto, si preferiscono i fiori alle frutta; non si parla che dei primi, non si vuole che essi. I fiori prendono parte intima a tutti i nostri avvenimenti lieti o dolorosi; alimentano, fanno crescere e prosperare l'amore, sostengono la bellezza, aiutano la scienza, entrano da per tutto; con essi si parla, si esprime ogni sentimento, si fanno dichiarazioni di amore o di guerra; ci servono sulla culla, sull'altare e sulla tomba. Sempre i fiori: dal principio alla fine della vita non vi sono che fiori, con le debite spine, s'intende.
E non parliamo della poesia! vera, assidua, clamorosaréclamedei fiori. La rosa avrà ricevuto non so quanti milioni di versi e vi assicuro che ne è stufa; la violetta mi diventa civettina a furia di sentirsi dire che è modesta; il giglio usa un po' di cipria per mantenersi della solita immacolata bianchezza e la camelia è nervosa, batte i piedi a terra per la rabbia e va dal profumiere per non ascoltare più che è senza odore—i fiori diventano i fanciulli viziati della società e, saliti in superbia, si permettono di ammazzare tranquillamente le persone, come nelle poesie di Aleardi e nei romanzi di Emilio Zola.
* * *
Ingiustizia massima, lasciatemelo dire. Non ne ho mai compresa la ragione, come di molte cose che si dicono ragionevoli. Perchè il regno delle frutta è egualmente ricco, splendido, variopinto, profumato; perchè al godimento della vista, del tatto e dell'odorato unisce una cosa ancora che i fiori non possono dare: la delizia del gusto. Quando si ha davanti un cestello di frutta colmo di pesche dalla pelle morbida e rosea; di prugne verde-cupo, rotonde, sode e piene di succo; di uva dolce, facile a sgranarsi, leggiermente odorosa; di fichi dalla boccuccia rossa ed aperta, dai fianchi leggermente striati di bianco: quando si ha davanti, dico, questa meraviglia della natura, questa magnifica ricchezza della terra, ricchezza bella, buona, utile, vi è qualcuno che preferisca estasiarsi dinanzi ad un gruppo di grosse ed antipatiche dalie? qualcuno che si occupi platonicamente a sfogliare la margherita dei campi, mentre il mandorlo gli accarezza la fronte e il ciliegio si abbassa pel peso dei vividi frutti? Ci è qualcuno che preferisca appuntarsi la gardenia dalla breve vita all'occhiello e passeggiare in un microscopico e riarsosquare, anzichè nella piena campagna veder passare di lontano le fanciulle che vanno alla vendemmia, chinandosi sotto i curvi filari delle vigne? Se in pieno secolo decimonono, col positivismo e col realismo, colla vita piena ed ardente che si vive, vi è questo qualcuno….. ebbene, io chieggo che mi mandi il suo ritratto per metterlo nella galleria degli spostati.
* * *
Non senza un po' di dispiacere, ho osservato che le donne ci entrano per massima parte in tutte le cose ingiuste—esse preferiscono costantemente i fiori alle frutta e gli uomini per gentilezza, per cortesia, vanno dietro. Ma la ragione? Perchè esse hanno un pensiero recondito, un motivo segreto di fronte alle cose più semplici della vita e sono capaci di dirvi che vi è uno scopo filosofico in una forcinella dippiù o un nastro di meno. Ho cercato molto e contrariamente non ho trovato niente e mi son dovuta limitare alle sole supposizioni. La preferenza delle donne pei fiori sarà perchè fu un pomo quello che rivelò il primo peccato, senza pensare che furono le compiacenti foglie di un fico che formarono la primacuirasse guindée; forse sarà perchè il famoso giudizio di Paride ha avuto un pomo per interprete e da esso vennero Elena, Troia e labelle Helène, cose poco piacevoli per il sesso femmineo; forse perchè le donne vogliono essere odorate o adorate come i fiori e non volgarmente divorate come le frutta; forse perchè veggono una mistica rassomiglianza fra la loro bellezza e…. risparmio il resto. E può darsi anche che non sia nemmeno per una di queste cose che ho supposte. Oh potessi domandare a ciascuna delle graziose lettrici—conosco i miei aggettivi—perchè appuntano il velo svolazzante con un gelsomino invece di una lazzeruola! Potessi fare un plebiscito! Sarebbe l'unico mezzo di non sapere la verità.
* * *
O divina, divina Pomona! alma figlia di Demeter, la terra, io ti amo tanto dippiù della infida Flora; tu sei buona, forte e robusta e ricerchi i raggi passionati del sole; tu sei rigogliosa ed oltre ai frutti hai le foglie larghe, brune, vellutate—e ti amavano anche il vecchio e giocondo Anacreonte, il sorridente e grave Virgilio, e Orazio e Catullo ed i cento poeti greci e romani che si coronavano, è vero, di rose, ma te cantavano sulla mensa accanto alle snelle anfore del Falerno. Tu, fiera amazzone, non ti curi di ornarti la chioma e la gonna come quella bizzarra di Flora, nè ti fai corteggiare da un monelluccio come lo zeffiro; non sei pallida, esile, magruccia, languida, come tua sorella cui andrebbero consigliati il ferro ed i bagni di mare. Se viene il gelo, l'uragano, un sole troppo caldo, essa muore od appassisce; ma tu resisti, o forte fanciulla, tu combatti, sai di dover vivere, di essere utile, e mentre tua sorella se ne va per quattro mesi Dio sa dove ed a fare chi sa che, tu da gennaio a dicembre ci sei sempre presente. Nella vostra famiglia tua sorella rappresenta l'aristocrazia, tu il popolo: essa ha bisogno di cartine ricamate, di nastri, di gioielli, di giardiniere dorate e verniciate, di candide porcellane, di cestini eleganti, di botteghe che sembrano saloni: tu invece, umile nella fortezza, distendi le membra divine nellesporte di Gaetanella, la fruttaiuola dell'angolo!
* * *
Il mio lirismo è stato affogato in tempo debito, ma non vorrei averlo sprecato; vorrei rialzare le sorti….. non della donna, nè dei maestri elementari o di altre utopie degne di rispetto, ma delle semplici ed ingenue frutta. Del resto la propaganda è incominciata: si principia ad usarli sui cappelli e sugli abiti; un primo passo è già arrischiato; quasi quasi tenterei un secondo predicozzo, se il malevolo spirito che mi consiglia sempre bene, non mi susurrasse che forse otterrei un effetto opposto. In politica ed in letteratura si veggono spesso casi consimili.
Nella notte, mentre l'ombra è sulla terra e l'azzurro del cielo diventa sempre più latteo, avviene qualche cosa di nuovo. Le stelle non sono più fisse, immobili, immortali; invece si precipitano in curve rapidissime di luce e si spengono. Lontan lontano, sulla fine dell'orizzonte, dappresso, da tutte le parti, il firmamento è solcato, quasi ferito da strisce luminose; sono innumerevoli stelle che cadono, è una pioggia di astri, è un lusso, una prodigalità di splendori: è uno spettacolo pieno di vita.
Sempre il cielo è chiuso come un problema inesplicabile: è troppo grande, troppo lontano, troppo svariato. L'artista lo guarda sorridendo, parlandogli, pensando di esso; pittore, vorrebbe dipingerlo; poeta, vorrebbe cantarlo; e non può, non può….. Davanti ad esso le idee si allargano, diventano più grandi, sempre più grandi, vastissime, indefinite; passano in un'altra sfera, deviano, trasportano l'anima in regioni incognite e quando il pensiero ricade un'altra volta sulla terra, l'artista ha nel cuore un freddo e disperato silenzio. Il cielo è una contraddizione perenne; per esso si pensa, s'interroga, si dubita, si spasima, ma non si opera: è il grande assorbitore dell'azione, ed intanto pare immoto, senza vita. Allora, per risolvere questo enigma affannoso si chiede alla scienza che sia il cielo ed essa risponde;È un sistema di pianeti regolari dalle leggi immutabili detta materia. Dunque l'azzurro sconfinato è un sistema, è una legge l'uragano senza freno, la poesia universale del cielo è materia? Impossibile. Ebbene, si chieda alla fede: Il cielo è il regno di Dio. Come, un regno divino e non un soffio di anima? un regno divino e la profonda, indifferente inconscienza? un regno divino, immobile e cattivo?
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Molte donne sono come le stelle: abitano in alto belle, noncuranti, splendide, solitarie, ma non si può dire che vivano; non arriva al loro cuore alcuna voce mortale, sia pure di pianto; sono incapaci di grandezza o di debolezza; paiono fatte estranee alla gioia ed al dolore. Figure meravigliose, anime cristallizzate, trasparenti, vuote; brillano pel mondo, ma nulla sanno di luce; restano al posto dove furono messe, nulla ricercano, nulla fuggono. Così passano gli anni e mentre ai loro piedi batte l'onda furiosa delle passioni, esse continuano a brillare serene ed ignoranti. Pure, un giorno la voce fatale dell'amore si fa strada, arriva sino al cuore di queste donne, con ineffabile accento di seduzione: esse vorrebbero resistere, combattere, rimanere stelle; ma non è possibile: l'abisso le chiama con le sue note misteriose, hanno la follia della caduta, subiscono l'irresistibile attrazione del peccato, del precipizio, dell'annullamento. Dopo aver esaurito nel brevissimo viaggio ogni splendore, si annientano, spariscono nella voragine: ma il cielo resta sorridente, il mondo non le compiange, qualche volta le invidia, esse che compensarono in un solo istante di passione tanti anni vuoti ed inerti.
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Muoiono le stelle—muore anche l'amore. Quando esso s'impadronisce di uno spirito, lo rivoluziona e lo rinnova; diventa il battito del cuore, il pensiero della mente, il fremito delle vene: tutta la vita, anzi tutto l'uomo. Lui potente, lui maestoso ed immortale; senza di lui il deserto, il vuoto, la lettera morta senza lo spirito che vivifica. È la idealità superiore ed intangibile, la realtà splendida, la fede senza macchia, il vessillo invincibile, lo scudo più forte, l'arme miracolosa di Achille che tocca e sana nel medesimo tempo: l'anima s'immerge, si soffoca, si annega, si perde nell'amore. In una parola è il sublime. Pure tutto questo entusiasmo decade lentamente, impallidiscono i colori, si disperdono le forti immagini, si scrolla la credenza; la passione si calma, l'amore ha compiuta la sua parabola, finisce. È una corda che non risuona più, un pensiero spento, un'idea vaga come un ricordo di tempo molto lontano; è entrato nel dominio del passato, non è più nel presente; è inutile ricercarlo più, tentare di farlo rivivere, volerne rinnovare le forti lotte e le delicate impressioni. È un periodo umano e drammatico, perfettamente cessato.
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Cadono le stelle innumerevoli e lucide: nella strada bagnata e polverosa, sulla soglia delle povere case siedono le popolane, parlando vivamente nel loro poetico e rude dialetto. Fra lo spazio angusto dei chiassuoli si scopre una striscia strettissima di cielo e quelle donne vi rivolgono spesso lo sguardo—quando una stella fila, esse dicono fra loro senza alcuna meraviglia:
—È la notte di S. Lorenzo.
Perchè corre tra il popolo una pia leggenda:—si dice che quando S. Lorenzo fu martirizzato, le stelle, abituate da lunghissimo tempo a tanti cruenti spettacoli, ebbero sì gran pietà dei suoi tormenti che caddero dal cielo per tutta la notte, come lagrime infuocate. E non è forse il solo caso in cui la coscienza popolare propone e risolve uno dei più terribili dubbi della scienza…. Chi sa, chi sa! quando muore l'amore, quando scompaiono le stelle, sulle labbra contratte dell'uomo spunta un sorriso vittorioso: la più grande ricerca dell'umanità è la vita e la sola prova di essa è sicuramente la morte.
È inutile contrastarlo: ai periodi bisogna crederci. Prima nemmeno io poteva ammetterli, ripugnando istintivamente da tutto quello che è monotono, cadenzato, convenzionale, rivoltandomi contro i partiti presi e le opinioni collettive. Confesso l'errore: il periodo esiste. Noi viviamo, soffriamo, ci divertiamo, amiamo per periodi che si seguono e si rassomigliano con ordine meraviglioso; noi, dimenticando facilmente, non ci accorgiamo che una cosa che eseguiamo e ci sembra nuova, è quella di tutti gli anni, della stessa epoca. Ci illudiamo, credendo avere impressioni nuove, sensazioni insolite; non è che una ripetizione continua e regolare di altre impressioni, di sensazioni obbliate. Vi sono due grandi fatti ad esempio: il carnevale e la villeggiatura.
Non vi pare che il desiderio di divertirsi ci abbia ad essere tutto l'anno? Nossignore, lo si raccoglie in un solo mese, sempre il medesimo—sempre il peggiore dell'anno. È allora che abbiamo l'obbligo di commettere tutte le follie che hanno fermentato nel cervello per undici mesi, è allora che si ha il dovere di ridere, di fare le più strane mattezze. Dopo, non più—il periodo è passato, la serietà ritorna. Fate il medesimo ragionamento per la villeggiatura.
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Viene un'epoca dell'anno in cui la città, che pure abbiamo sopportata pazientemente per tanto tempo, comincia a diventare insoffribile; la polvere delle strade che abbiamo inghiottita senza mormorare, ci affoga; il rumore delle carrozze di cui non ci accorgevamo, ci assorda; i volti abituali ci diventano noiosi ed antipatici. Tutto è stupido, tutto è pesante, senza gusto e senza sapore—non si respira non si dorme, non si mangia più. Vi è bisogno di aria, di luce, di sole, di verde: cose di cui non si era mai sentita la mancanza; ora si cercano dovunque. Allora tutti sembrano invasati da un timor panico—bagagli, partenze, fughe su tutte le linee… ferroviarie. Si vuole la villa, gli alberi e si va a cercarli con premura, con ansia—due sono gli scopi: fuggire la città abbominata e ritrovare il sogno dei poeti, dei pensatori, dei filosofi: la campagna. Pare un impeto, un furore, una frenesia: la campagna o la morte. È lecito non accorgersi che essa esista nei lunghi mesi d'inverno, la si dimentica nella ridente primavera e nel principio dell'estate; ma giunto l'agosto, l'amore campestre arriva come una palla di cannone, e via!
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Dopo tutto, questa di cambiar posto, di passeggiare sulla terra fresca invece che sulle lastre infuocate, di respirare una maggior quantità di ossigeno, è necessità reale della vita. È un diversivo, è una varietà, un mutamento, un abbandono della vecchia forma per la nuova, una rivolta a quello che abbiamo amato, un'aspirazione a quello che possiamo amare. Lo spirito nostro si compiace di queste innovazioni, si diletta allo stesso spettacolo della sua incostanza, ammira la propria potenza nel passare rapidamente da un estremo all'altro, bruscamente e senza intervalli. Tutto questo lavoro interno ed esterno sarebbe bellissimo, straordinario, se non fosse perfettamente regolare e perfettamente periodico.
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Dunque villeggiature per tutti, e quindi molteplici e svariate specie di esse per contentare tutti i gusti. Ma oramai non vi restano che due o tre tipi spiccati e tutte le altre rientrano nella categoria di queste principali. Vien prima la villa mobigliata con costosa eleganza, dipinta a colori gai, con un giardinetto, la vasca, il tavolino di legno rustico—qualche volta un piccolo tentativo di parco. Di alberi….. qualcuno; aria….. si dice e si sostiene che ve ne sia; passeggiate….. sul lastrico di una via perfettamente selciata e nella propria vettura. Si fa….. lo stesso che si faceva in città. Si balla, si rappresenta la commedia, si dice male del prossimo, si prendono gelati e si vestono abiti di squisito gusto. Vi è l'etichetta stretta, formale: fissate le ore del pranzo, le giornate di ricevimento, il termine delle serate: tutto è registrato. Però si sta in campagna—si ha il diritto di crederlo almeno: è vero che la città è vicina e che le visite non mancano, è vero che al corso si vede la stessa gente che si vedeva prima, è vero che il verde si scopre col cannocchiale: ma tutto questo si fa in campagna, fra un vaso dove cresce un limone un poco etico, fra una brezza che passando per le vie troppo popolate non porta più nè il profumo dei fiori e molto meno quello del mare; si vede il cielo azzurro, si tratta di un palmo e mezzo, ma è il cielo. E chi non si contenta, si stia. Questa è la campagna aristocratica, fina, la campagna della gentedistintache sa divertirsi a tempo ed a luogo, come si deve e senza infrangere le regole delbon ton. Una campagna convenzionale, artificiale, falsa, che porta il rossetto ed è capace di mettere ilfrac. Per noi è rappresentata da Portici, da Castellammare ed altri simili: sobborghi, succursali di Napoli.
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Viene la cittaduzza di provincia, dove tante volte si ha una casa, parenti, amici, dove si vanno a passare venti giorni per amore o per forza. La città di provincia! roba oscura, grigia, pesante—pretensione di imitare la capitale senza arrivarci: quindi un tentativo di corso, un tentativo di banda ed un caffè dalla dubbia eleganza, in cui si prendono dei miscugli orribili. Nessun giardino, qualche orto molto lontano e anche piantato a cavoli e insalata, piante per nulla ombrifere. Si passano giornate lunghe, eterne, leggendo qualche volume disparato di un antico romanzo, sorbendo a centellini una noia che viene dal cielo, che emana dalla terra, che piove dalle vecchie e tristi mura. Qualche volta si esce per andare a camminare lungo la stazione, a veder passare quel grosso mostro sbuffante che trasporta tanti volti pallidi e melanconici. E si ha l'obbligo di andar vestiti per bene, di dover dare tutte le notizie, di sopportare cento domande insulse sulla città donde venite. E la sera l'oca, il giuoco di penitenzaet similia; e non avete nemmeno il dritto di lagnarvi. Siete in villeggiatura, siete venuto a svagarvi! Dopo quindici giorni avete lospleen, la nostalgia, e l'idea del suicidio si presenta con molta insistenza.
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Resta il villaggio, perduto in una vallata o inerpicato sulla collina: il villaggio in cui ancora fortunatamente non è pervenuta la civiltà; il villaggio che ha le sue larghe strade maestre che si prolungano a vista d'occhio tra i filari degli alberi, che ha le sue viottole strette, intersecate, cinte dalle siepi di biancospino. Attorno ad esso è la campagna vera, vasta, sconfinata—prima la pianura, poi il bosco, la collina, la montagna; tutto fiorito, vegeto, sorridente, silenzioso; in esso le case modeste, umili, raccolte intorno alla chiesa e poi una più grandetta: è la vostra. Forme antiche e severe di mobili, finestre larghissime, stanze vuote di arredi e intanto piene di vita. Dappertutto regna la libertà: dormite pranzate, studiate quando volete, nessuno vi dirà nulla; quei contadini hanno poche curiosità: ignorano, ecco tutto. Che se andate a far visita, trovate la porta aperta ed i visi allegri, vi offrono dei frutti e dei fiori, i ragazzi vi parlano guardandovi in viso, talvolta mettono un dito in bocca: è sconveniente, ma è ingenuo. Le fanciulle portano il fiore alla camicia, la brocca in testa e vi salutano amichevolmente passando sotto la finestra—se andate alla sorgente le troverete lavando e accompagnando con la voce, lo sgorgo e la caduta lenta dell'acqua che nessuno ha pensato ad incanalare e che se ne va tranquilla per le sue faccende. La sera vedrete il tramonto sulla piazzuola e il crepuscolo vi sembrerà sempre meno triste che altrove; rientrerete contento in casa e là potrete leggere, scrivere, inabissarvi nella riflessione, nellarêverie: lo strido del grillo e le ultime voci della notte non potranno disturbarvi. Passerete un mese distratto, allegro, contento, felice. Poichè tutto questo rappresenta la pace, la serenità, il riposo, il lavoro proficuo, perchè fatto nella solitudine, la salute aiutata dall'aria pura, dal lungo esercizio del cammino—poichè tutto questo è bello buono, onesto—e poichè è la natura.
* * *
Eppure ciò malgrado, anche nel villaggio, dopo un certo termine, vi incomincia a serpeggiare nelle ossa un qualche brivido di freddo, negli occhi avete un'ombra. Principiate a sentire quel desiderio vago, indefinito, indeterminato, ma fitto, assiduo, continuo, di qualche cosa che non sapete, che non trovate; e v'infastidite, v'irritate di non potervi sottrarre a questo stato dell'animo vostro. Ma che cosa è? Non è forse più così bella la campagna, così cara la pace che vi si gode? Siete voi che vi mutate, è l'antico uomo che fa capolino, è l'intelligenza che si sveglia come prima, è la memoria che si ridesta e con essa i soavi volti lasciati e i dolci amici e le gioconde abitudini ritornano alla mente. La città vi attrae, vi chiama, vi conquista. È un periodo che passa, un altro che ricomincia.
Per quella simpatia che ispira un visetto pallido e mezzo divorato da un par d'occhi grandi grandi—per quella attrazione che dispiega un corpicino gracile, esile, perduto nelle stoffe, pieno di dolci languori e di febbrili sussulti—per quella seduzione che esercita una fanciulla pensierosa, intelligente, ammalata e nervosa—per tutto questo e per altro ancora, Gemma era molto amata. Intorno a lei vivevano altre giovinette ridenti di bellezza e di salute; ma ella, senza fare neppure uno sforzo di civetteria, finiva per vincerle tutte. Dapprincipio destava interesse quella testina un po' curva sotto il peso dei bruni capelli; quello sguardo incerto, stanco, molto spesso smarrito; quella bocca così vivida in quel pallore così cereo; quell'aria di donna che abbia molto amato e molto vissuto in pochissimo tempo. Poi veniva la pietà: si sapeva che la fanciulla era infermiccia, minacciata da una lenta consunzione; che non aveva più nessuno, solo una zia affettuosissima; che era obbligata a vivere sei mesi in campagna sei sul mare, e non ballare mai, e cibarsi come si ciba un uccellino; che in chiesa ed in teatro aveva spesso degli svenimenti: chi non si sarebbe commosso davanti ad essa? Infine una sera, una mattina, un'ora qualunque, Gemma alzava i suoi neri occhi in fronte al suo ammiratore, talvolta si degnava di sorridergli, talvolta disprezzarlo; gli porgeva una manina lunga, candida, calda ed allora… allora bisognava inchinarsi, amare, adorare ciecamente quella fragile e bella creatura. Essa no, non amava; pare che non ne avesse la voglia o la forza; ed il sentimento più sviluppato in lei era un pretto egoismo, che le faceva accettare con una riconoscenza passiva tutte le premure, tutti gli omaggi, tutti gli affetti. Quando qualcuno la metteva sul soggetto dell'amore, essa scuoteva il capo con aria triste, dicendo: «Sto sempre così male, così male; come posso pensarci?» E nessuno osava più proseguire.
Andrea non gliene parlava mai; anzi egli si stimava molto felice che Gemma gli concedesse il solo permesso di amarla. Perchè era nella larga ed esuberante natura del giovane il bisogno d'innamorarsi, di voler bene a qualche cosa di piccolo e di delicato, di proteggere qualche cosa di debole; in lui ci era un po' del cavaliere errante, un po' del fanciullone, un po' dell'artista. Figuratevi un giovanotto alto, robusto, quasi un colosso, con un paio di spalle erculee, un collo di toro ed una testa energica, dalle linee nettamente accusate: una salute a tutta prova. Faceva lunghissime tappe a piedi, in cerca di un problematico tordo o di una volpe incognita e dopo molte ore di cammino ritornava a casa senza l'ombra della stanchezza; montava a cavallo per andar da un paese all'altro e mentre il cavallo si trascinava a stento, egli era fresco come una rosa, capacissimo di mettersi a ballare per una notte intiera. In lui niuna impressione facevano le notti vegliate, le intemperie della stagione, i lunghi viaggi, per mare e per terra: non era mai ammalato. Lo si trovava sempre pronto ad uno svago o ad un'opera buona, sempre ben disposto, mai annoiato, mai triste, incapace di alterarsi o di andare in collera. Non molto intelligente: ma gli aleggiava sul volto qualche cosa che era sorriso, riflesso, luce, un non so che di buono e di poetico. Sì, anche poetico: in quell'ercole moderno vi era la calma e straordinaria, poesia della forza e della bellezza fisica. La forma era piena, completa, armoniosa in lui, la linea grande e sviluppata, il disegno compiuto, l'ultimo tocco, lo svolgimento potente ed equilibrato di tutte le forze. Era una statua greca o romana perduta per la nostra razza mingherlina e sgagliardita: egli ne profittava per essere buono, molto buono.
Un cuore largo, largo: credo di averlo detto. Non poteva sentir piangere una donna o veder percuotere un bambino, non poteva sentir raccontare di miserie, di afflizioni, di morti: diventava rosso e pareva che volesse morir soffocato. In verità era il suo cuore ingenuo che si sollevava contro le ingiustizie e le sventure, era la sua ricca natura che sorgeva per istinto e lo spingeva a mettersi dalla parte dei deboli. Per questo fatalmente s'innamorò della Gemma: egli che stava tanto bene, aveva una grande compassione di lei, che passava dalla febbre all'emicrania e da questa al raffreddore; egli che, postosi in letto, si addormentava sul momento, aveva pietà delle lunghe ed agitate insonnie della fanciulla. Un giorno, vedendola melanconica, le chiese se si sentisse più male:
—Al solito,—rispose lei, con voce breve:—finirò per morirne e nessuno mi avrà amata!
A queste parole il buon Andrea provò un grande rimescolìo: ma l'anima sua n'era andata da Gemma, per farle atto di servitù. Così quel grande cuore divenne un giocherello nelle manine di Gemma, che si compiaceva a farne tutto quello che voleva. Il fiero e robusto garzone, dalla tempra indomabile, si piegò a tutte le delicatezze, a tutte le finezze, a tutti i capricci della sua fanciulla, curvò la sua fibra, diventò per lei una dama, anzi una madre. Fu visto impallidire e arrossire ad ogni cenno di Gemma; chiederle ogni momento della sua salute e dopo vergognarsene e domandarle scusa pel fastidio; guardarla negli occhi per indovinarne i desiderii e rivoluzionare il mondo per soddisfarli; correr dietro al medico ed interrogarlo ansioso e confessargli che tutta la sua vita, tutta la sua felicità era riposta in quella giovinetta inferma! Egli avrebbe dovuto vivere sempre all'aria aperta, in mezzo alla luce: eppure nelle lunghe nevralgie di Gemma, passava le giornate intiere in una camera chiusa, semi-scura, non osando muoversi dalla sua sedia per timore di disturbarla, non osando parlare, respirando un'aria carica del sottile odore dell'etere, soffocando anche i sospiri. Qualche volta, dopo averla lasciata bene ed essersene tornato a casa, gli sorgeva il dubbio che ella fosse ammalata; allora usciva di nuovo ed andava a passeggiare sotto le finestre di lei, contento di vedere che tutto era quieto e silenzioso e che non si mandava pel medico. In ricompensa non voleva nulla, nulla—e se Gemma gli diceva con la sua voce languida ed insinuante: «Come siete buono, Andrea!» egli diventava matto dal piacere, gli scintillavano gli occhi e nell'impeto della riconoscenza si sarebbe prostrato, per sentire sul suo capo il piedino vittorioso della fanciulla.
Ma non sempre costei era umana con lui; gli intervalli di dolcezza erano brevi e rari. Quando Gemma si sentiva meglio, nei bei giorni di primavera, essa si dilettava di quelle premure, di quei sacrifizii, anzi si può dire che cercasse quell'anima sempre fedele, quel cuore sempre sicuro; giungeva sino a domandarsi se Andrea non meritasse di esser amato. Erano i giorni lieti del giovanotto, che si accorgeva subito della buona disposizione: giorni lieti, ma così pochi e scontati dopo così caramente. Per una lieve cagione, per un cielo piovoso, per un capriccio, per un nastro, Gemma ripiombava nella sua noia, nella sua irritazione: i suoi diavoli neri la prendevano pei capelli, ed ella si sfogava, tormentando tutto il mondo. Andrea sopportava, senza mormorare, le parolette amare, gli sgarbi, i lamenti di Gemma: soffriva, soffriva tanto, ma non le rispondeva una parola; lasciava correre la tempesta, chinando il capo, senza sognare neppure d'irritarsi contro la fanciulla. Non ci sarebbe mancato altro! Era invece lei che s'indispettiva di quella rassegnazione; un'ombra nera le passava sulla fronte, le labbra diventavano sottili sottili, stringeva le mani…. dopo, ridiventava sarcastica e volgendogli uno sguardo freddo, gli diceva:
—Avete troppa salute: è una ingiustizia per chi non ne ha.
Povero Andrea, che avrebbe voluto morire mille volte di seguito per lei! Ma essa continuava spietata: gli diceva che sarebbe morta, che l'avrebbero messa giù nella terra nera, dove il sole non entra, e che alloratuttisarebbero rimasti contenti per essersi sbarazzati di lei. A lui venivano le lagrime negli occhi e le rimandava indietro; talvolta doveva alzarsi ed uscir fuori, tanto era grande la tortura che Gemma gli infliggeva. Una sera, una brutta sera essa arrivò fino a dirgli che aveva il presentimento di esser seppellita viva, in uno dei suoi prolungati deliquii: egli sognò per tre notti questo caso orribile. Insomma era una vita crucciata, vita di angosce e di paure, in una continua ansietà del peggio; eppure per questi dolori, per queste torture sempre nuove, l'amore di lui aumentava e dal contrasto traeva novello vigore.
Gemma era ingrata ed ingiusta con lui; essa stessa lo riconosceva nei suoi buoni momenti. Dacchè Andrea l'amava, la salute di lei migliorava, le crisi nervose erano più miti, quasi quasi un po' di sangue cominciava a rifluire nelle vene impoverite. Quando egli compariva, per influsso benefico, essa si sentiva sollevata e sicura, le sembrava di avere un'egida, un'àncora di salvezza. Quell'ambiente di affetto, di adorazione, d'idolatria di cui egli la circondava, esercitava un'azione vivificante sul suo gracile organismo. Non aveva più paura dell'avvenire, dell'ignoto, della morte, della terra nera: non era egli là, pronto a salvarla da tutto questo? Fra lei e la sventura s'interponeva Andrea; fra lei e la felicità Andrea sarebbe stato intermediario. Egli doveva pensarci, era il suo compito, il suo dovere, la sua consegna.
Ahimè! il soldato dovè deporre la sua arme, dovè lasciare il posto. Il povero Andrea fu preso da una febbre violenta come ne patiscono solo le tempre forti; il giorno seguente il tifo era dichiarato, e nel delirio egli esclamava: «Non fate venire Gemma, non la fate venire!» E poi aggiungeva raccomandazioni, che le badassero, che non la trascurassero, non la facessero uscire con quel cattivo tempo. In capo al fatale nono giorno, egli aprì gli occhi, disse con voce fioca: «Povera, povera Gemma» e se ne morì.
Alla fanciulla ne parlarono poi, con molta precauzione, a gradi, cercando di non affliggerla: lei non rispose nulla, non pianse. Ma la notte si sentì sola, ebbe freddo, ebbe paura e le parve trovarsi senza difesa, in preda a mille pericoli. Volle distrarsi, cercò di farlo, vi riuscì per poco. Pure pensava spesso a quell'onesto e bravo garzone che le aveva voluto tanto bene e che essa aveva tanto mal ricambiato: e per una strana bizzarria d'inferma si pose ad amare quel morto. Come avrebbe voluto rivederlo un sol momento per domandargli perdono! Come si sentiva piccola e meschina davanti a quell'uomo che essa aveva torturato a fuoco lento, sorridendo delle sue lagrime! Come era pentita ed umiliata, come era stata cattiva! L'inverno fu lungo, lungo; Gemma tornò ad ammalarsi; nelle notti della febbre chiamò Andrea ed egli non rispose: eppure quante cose gli avrebbe voluto dire! La fanciulla diventò sempre più magra, sempre più esile; esaltata dalla sua postuma passione, aspettava sempre. Ma egli non venne più ed essa nella primavera pensò di andare a raggiungerlo.
Al signorVESUVIO,di professioneVULCANO,strada fra Napoli e Salerno, casa propria—ultimo piano.
Carissimo amico,
A momenti sono diciotto anni che ci conosciamo, e l'esserci visti quasi ogni giorno dalla via Santa Brigida, da Santa Lucia e dalla Villa, ha stabilito fra noi due una cordiale intimità. Gli è per questo che ho deliberato di scriverti questa letterina, proponendomi di dirti la verità. Qui tu farai il viso della meraviglia: ma, sicuro, la verità. Ai tempi in cui siamo, lo sconvolgimento sociale è tale che una donna è fin capace di dire la verità ed un editore è capacissimo di stampargliela!
Tu mi sei parso sempre un galantuomo: col ferraiuolo grigio del tramonto, coll'abito nero della sera, col costume verde-bottiglia del mattino, hai avuto sempre molta dignità nel tuo aspetto. Non si può negare che hai anche un bel carattere: è ammirabile la fermezza di non muoverti mai dal tuo posto, ammirabile il sereno disprezzo con cui tu, vivo, guardi la morta montagna di Somma: e dove mettiamo la tua inaccessibilità ai….. visitatori? Virtù questa che ogni autorità dovrebbe avere. Non dubito che sei anche un po' filosofo, filosofo moderno: me lo indica la nebbia di cui spesso ami avvolgerti e il fumo superbo di cui t'incoroni. Quando poi entri nell'esercizio delle tue funzioni e cominci piacevolmente a gittar fuoco e fiamme, allora diventi proprio una persona rispettabile.
Ma ahimè! tutto decade, tutto passa, tutto si trasforma: le mode, la gioventù, i capelli, gli affetti ed anche i vulcani. Col pressoio della civiltà (carino, quelpressoio, neh? sovratutto nuovo), con la ginnastica del ministro De Sanctis e colrealismoche ci piove da tutte le parti, non ci riconosciamo più. Tu stesso, fiero, selvaggio e solitario Vesuvio, pensi a civilizzarti e ci neghi la tua eruzione: rimangono inutili le pressioni, le notiziepremature, le preghiere, gli inviti gentili, l'affluenza dei curiosi; la stessa luna si è decisa ad intervenire, e tu continui ed essere in isciopero! Perchè?
Capisco che sette anni fa, volendo compiere il tuo dovere, adoperasti troppo zelo e commettesti cose indegne di un gentiluomo. Mi ricordo quei giorni—che scompiglio, che baraonda, che confusione! Il mondo alla rovescia, uno scombussolamento generale: i professori di matematica impallidivano, gli alunni erano licenziati dalla scuola, le madri non sorvegliavano più le figliuole, le mogli si gittavano nelle braccia dei mariti, gli amici si abbracciavano cordialmente, i vetri tremavano e di notte ci si vedeva meglio che di giorno. Ma dopo vennero le critiche dei giornali, le imprecazioni degli spazzini, i sonetti dei poeti, i quadrettini dei pittorucci, gliepisodidei novellieri; come potevi resisterci? Ti oppressero, ti calunniarono, ti ingiuriarono, ti dipinsero in nero e rosso: ora rinchiuso nel severo e misterioso silenzio dell'uomo che non ha nulla da dire, tu ci neghi l'eruzione.
Pensa che noi potremmo esigerla. Da tempo immemorabile i cittadini di Napoli e dintorni hanno il diritto, almeno ogni cinque anni, ad una graziosa eruzioncella; perchè infine noi siamo brava gente e ci contentiamo di poco: non mormoriamo se invece di acqua ci danno coriandoli, se le vie sono sporche ma ben illuminate, se dappertutto si veggono possidenti in cenci che cercano l'elemosina a miserabili ben vestiti. Tutto questo per noi è nulla; basta che non ci vengano negati i nostri cari spettacoli. I romani avevano il Circo, gli spagnuoli hanno i tori, gli egiziani hanno il Nilo e noi abbiamo il Vesuvio.
Almeno, se non vuoi farlo per obbligo, fallo per compassione: china i tuoi occhi sulla pianura e considera lo stato miserando della tua dilettissima figlia, la gioconda Napoli. Napoli si annoia, e siccome non suole fare mai le cose a mezzo, si annoia profondamente e coscienziosamente: rassomiglia ad una bellissima donna, pallida displeen, col corpo abbandonato e le mani penzolanti, che ogni tanto apre la bocca…. per sbadigliare. Nulla può castrarla ed i suoi languidi occhi semichiusi non veggono d'attorno che cose vecchie; i teatri sono sempre gli stessi, e le emozioni che vi si provano, convenzionali; le passeggiate uguali, dritte e monotone; il cielo sempre sereno, il golfo sempre incantevole, i pomidori sempre eccellenti: sbadigli. Il sole va, viene, fa le smorfiette dietro qualche nuvola, pare che voglia andarsene e non tornare più, ma sono moine: ritorna e sempre col medesimo viso. La luna…. ma non parliamo di persone inutili. Tutto è cadenzato, registrato, previsto: nessuno scandalo, duelli….. leggieri, avvenimenti straordinarii pochini, le signore tutte in campagna o chiuse in casa per far credere che sono partite. Ci fu una, lotta amministrativa, ma ci si è campato fin troppo sopra ed ora è posta nel dimenticatoio; le alluvioni sono durate tre giorni, la quistione d'Oriente non attecchisce, quella del gran Caffè non interessa.Ledaè risanata, i giovedì di ottobre riescono freddi e stentati. E Napoli sbadiglia a canto fermo, come se la sua Università, le sue accademie, i suoi concerti musicali ed i suoi Circoli fossero aperti ed in seduta permanente.
Non ti narro poi in quale stato di afflizione si trovino alcune classi sociali: primi i giornalisti, ma specialmente i cronisti. Esseri infelici, destinati a soffrire le più crudeli ansietà per la cronaca dell'indomani, girovagando pallidi e con l'occhio smarrito in cerca di notizie. Il loro pranzo, il loro teatro, i loro sonni innocenti sono turbati dal pensiero fisso, dominante della cronaca: e pensare che senza tuo grave incomodo, tu potresti sollevarli! Vengono gli innamorati: per essi, poveretti, è finita la bella stagione di estate e con essa i colloqui acquatici, le passeggiate alla Villa, le escursioni in barca, le serate trascorse sui terrazzi: non vi è più alcun pretesto per rimanere all'aperto, al solo lume delle stelle—fa fresco, bisogna starsene nel salotto sotto la sfolgorante luce del petrolio, a contare i sospiri e le occhiate. Eppure, se tu, o Vesuvio, volessi….. Oh! come saresti benedetto! Gli albergatori sono addirittura disperati: la compiacenteStefanisi era benignata annunziare alle cinque parti del mondo che il vecchio vulcano si era finalmente deciso, e dalle cinque parti del mondo cominciavano a giungere gliamatori; l'inglese, genere che si va facendo rarissimo e difficile, abbondava sulla piazza; i corrispondenti arrivavano con l'inseparabile taccuino; qualche Altezza in istretto incognito era annunziata, e già i suddetti albergatori, col cuore immerso nei giubilo si preparavano a scrivere nelle loro note:Vue, par le fenêtre du Vésuve en éruption, 40 francs. Invece delusione grandissima; ed ora negli alberghi si potrebbero stabilire delle fabbriche di tamarindoconcentrato nel vuoto.
Il professore Palmieri, tuo buono e fedele amico, che era venuto a farti una visita, è stato costretto a tornarsene via disgustato dalla freddissima accoglienza che gli hai fatta: non ti vergogni di tanta ingratitudine? Il sismografo arrossisce del suo forzato riposo; l'eremita crolla il capo, pensando alla caducità del genere umano, e le povere guide, assise sulla lava raffreddata come Mario sulle rovine di Cartagine, vanno melanconicamente esclamando: La montagna è morta, la montagna è morta!
È poi vero che sei morto? Sei forse diventato indifferente alle voci dei figli tuoi? È scetticismo il tuo o pietà? Se ti piglia pensiero dei graziosi villaggi che sorgono sui tuoi fianchi, se temi per la loro salute, allora fa una cosa: non curarli, lasciali da parte, disprezzali, prendi un'altra via. Va all'aperto, sconvolgi, rovina, illumina, incendia, dove non sono quei miserabili ostacoli, dove trovi la strada libera: in ultimo avrai anche la coscienza pulita, qualità che non hai sempre avuto premura di possedere. Non conosco le tue opinioni politiche: ma ti consiglierei, se devi presto abbracciare un partito, di esseremoderato.
Dunque deciditi: migliaia di occhi stanno rivolti verso di te, si freme, si spera, si aspetta….. fa il tuo dovere, o saggio Vulcano. Senti, a rimanere là impalato, taciturno come un disutilaccio, a godere un impiego che è una vera sinecura, ad occupare un posto che non ti spetterebbe più, ci fa brutta figura. Offri piuttosto le dimissioni e liquida la tua pensione di ritiro: si penserà a rimpiazzarti. In premio dei tuoi lunghi ed onorati servigi, malgrado le tue ultime deficienze, ti faranno forse commendatore.
Su che, ho il piacere di salutarti.
Ottobre 78.
Devotiss. tuaMATILDE SERAO
Ad un menestrello.
Chi sa! Nacque in quel boschetto di rose che si chiama la Provenza, in quella Provenza così bella che dovrebbe appartenere all'Italia; forse nell'ardente Sicilia, l'innamorata del sole, i cui figli hanno nel cervello un atomo speciale, raggio di luce o scintilla di lava; o forse nella Spagna, paese dei caldi amori, delle belle donne e dei vini poderosi…. chi sa! Ed il sole, il vulcano, le donne, le rose, l'amore han fatto cantare iltroviero. Vincenzullo di Alcamo gli ha insegnato il metro, esirvente,tarantelle,lai,virelai,cavalloggie,spagnole, hanno deliziato le nobili dame. Clemenza Isaura ha sottoposto a lui molti quesiti della sua corte d'amore; Ruberta, castellana di Monfort, gli ha donato una ricca collana e, premio maggiore di ogni altro, gli concesse la bellissima mano a baciare.
Il menestrello ha cantato l'amore delle nobili donne, il valore dei prodi cavalieri—molte bionde fanciulle diventarono pallide per lui, e molti visi bruni diventarono di fuoco; egli sorride, ama, canta e parte. Fino a che una gelosa donzella gli dà un filtro, che ebbe da una vecchia strega, ed il menestrello cade addormentato per cinque secoli.
* * *
Triste risveglio nevvero? Tu, menestrello, sei sempre quello di una volta ed invece ti hanno cangiato il tuo mondo: non vi sono più castelli, sibbene grandihôtelsdove l'ospitalità costa sette franchi al giorno per la camera, cinque pel pranzo ecc. ecc. Nè si può viaggiare in Italia senza il biglietto di circolazione, ammeno che non si preferisca il velocipede; non vi sono più corti d'amore, le donne pensano alle interpellanze pei loro diritti civili. I lunghi guanti proibiscono il baciamano; e l'uso dellaveloutinee dellapoudre rosenon fa più distinguere il pallore o il rossore; le collane si accettano, non si donano più. I cavalieri moderni pensano a diventar… commendatori; armi non ce ne sono più, si usano i processi. Tu, menestrello, rimani sorpreso, addolorato, gridi che questo è un delirio, una pazzia, dici che vi è ancora del buono e del bello, che ci è la fede, il sorriso, la lagrima e questo e quest'altro ancora… bah! I giovani non ti danno retta, le fanciulle sorridono, calcolando quanto renda la professione di avvocato di fronte a quella di medico. La gioventù è scettica, e tu ti sei risvegliato troppo tardi in un secolo troppo nuovo.
* * *
Scettico, cioè uno che crede. Non è un paradosso. Significa essere giunto al culmine di ogni gioia ed al fondo di ogni dolore, avere con ansia dolorosa ricercate le fonti del vero, dubitando malinconicamente di non ritrovarle, aver detto: Questa qui è menzogna, e l'altra, e l'altra, e l'altra ancora—poi ad un tratto, avere scoperto l'oggetto della fede! Chi lo trova in sua madre, chi nella natura, chi nel suo cane, chi nel proprio ingegno, ed intanto costui è uno scettico perchè non crede alle convenzioni, alle falsità sociali ed alle umane bugie. Questo sentimento non esiste assolutamente, esclusivamente, senza eccezione: lo scettico moderno può negare l'ingenuità della giovinetta e credere alla fedeltà del suo cane, negare l'immortalità dell'amore e credere in quella delle sue opere—non vi sono dunque semiscettici. È lo scetticismo che è un semi-sentimento.
* * *
Dopo tutto, vuoi che ti dica una cosa? Stamane vi è il sole, ed il vento leggiero porta con sè lontani sentori di gioventù e di primavera: qualche grande cosa rinasce. Ieri sera ho vegliato sino a tardi col grande Voltaire e stamane ho paragonato l'azzurro di un abito a quello del cielo ed il cielo ha guadagnato; a quest'ora Ernesto Rénan scrive nel suo gabinetto ed il curato di campagna dice la messa nella piccola chiesa; materialisti ed idealisti portano tutti lo stessopaletôte percorrono le stesse vie. Gli è che al di sopra di tutto e comprendendo tutto, facendo un poderoso amalgama, composto di scetticismo, ironia, ateismo, sorrisi, lagrime, innamoramenti, poesia bassa e prosa sublime, vi è la vita, la grande, l'immensa verità: la vita con tutte le sue contraddizioni, con le sue pazzie, le sue stravaganze, e le sue regolarità, con la sua falsa gloria in su e la buona in giù, col dubbio desolante e la dolce credenza, con la passione furibonda e l'amoretto platonico, col sospiro e con l'urlo, con Roma, il Medio evo e la modernità: la vita piena, tumultuosa o placida e lenta; la vita che offre ai suoi figli ingrati i più vasti campi da sfruttare; la vita che è sempre bella e nuova, malgrado sia brutta e vecchia; la vita, il più grande dei tesori disprezzati.
* * *
Se trovi sulla tua mandola una corda miracolosa che vada dai tôni più gravi a quelli più acuti, che possa esprimere il sogghigno ed il semplice sorriso nello stesso tempo, che possa dare la musica della romanza delSalicee quella dellaDanse macabre; se la trovi questa corda miracolosa, allora suona l'inno alla vita, buon menestrello!
Flavia si sentiva la coscienza quieta: neppure l'ombra di un piccolo rimorso; quello che le accadeva era molto strano, ma senza un briciolo di sua colpa. Quindi scuoteva la bella testa bionda, si stringeva lievemente nelle spalle e andava al ballo. Perchè poi adempiva agli obblighi della sua posizione con la massima buona volontà, anzi sorridendo sempre; alle feste ballava dalle undici della sera alle quattro del mattino, lacerando gaiamente il suo lungo strascico, senza mai essere stanca; non dava mai in quei languidi lamenti delle signore contro i vestiti troppo stretti, i tacchi troppo alti, i capellini troppo piccoli; l'estate si divertiva molto sulle spiaggie, ai bagni, ai concerti improvvisati, seguiti dai soliti quattro salti; di autunno le piaceva la campagna con le escursioni sulle colline, il latte fresco, le serotine partite di scacchi, la vendemmia ed il fieno; l'inverno le giungeva gradito coi teatri e le veglie prolungate. Passava senza intervalli per la fiera di beneficenza, loskating, i coriandoli e le prediche al Gesù Nuovo. Stava bene dappertutto. Una natura felice se mai ve ne furono, una gioventù fresca, bionda, azzurra, serena: due uomini l'amavano, essa li amava tutti e due, ma non si faceva rimproveri. Era la fatalità, l'ananke, per dirla in greco.
Il primo—per epoca—era un giovanotto, un po' parente, un po' amico della famiglia di Flavia, di condizione uguale per ricchezza e per nobiltà: rispondeva al fiero nome di Leone, e quasi a mantenerne intiero il significato, era aristocratico fino ai capelli. Nè qui si tratta del solito tipo di cretino fannullone e gonfio, vecchio da quanto il mondo, tipo perfettamente ingiusto: Leone cuore ed ingegno ne aveva, non in modo eccezionale, ma ne aveva, e se li sottometteva alle leggi della sua società, non bisogna fargliene un torto; ci era nato, non sapeva staccarsene. Era sempre compìto, sempre buono ed affabile, con un grazioso sorriso sulle labbra; alcuni lo trovavano troppo eguale. Pure il rispetto che portava alle donne vecchie, il non averne mai compromessa una giovane, un certo senso di lealtà che traluceva da ogni suo atto, avrebbero fatto perdonare qualunque difetto, anche più grande. Sovratutto egli rifuggiva dagli slanci, dagli entusiasmi incomposti, dalle passioni senza regola; amatore profondo della pace, credo non intendesse le ambizioni sfrenate, le altezze inaccessibili; le sublimità lo meravigliavano senza attirarlo. Si era fatto un piano di vita quieta, calma, scorrevole: avrebbe prima goduto un poco la gioventù libera, poi si sarebbe ammogliato, senza troppe furie, con una persona simpatica, poi… intanto cercava la persona simpatica.
Così una notte, fra una polka ed una gita albuffetfece a Flavia una mezza dichiarazione, che spuntava da un complimento susurrato più che detto. Lì per lì ci risero, se ne scordarono; si rividero, ricominciarono, si lasciarono andare alla china: una parolina furtiva, un'allusione mal celata, un sorriso speciale, un brano di conversazione riannodata ogni tanto, ecco tutto. Eppure amore era quello, amore come essi lo intendevano: cioè, amore fine, leggiero, profumato, sottile, lasciato, ripreso a scoppietti, con un'ombra di gelosia per rinforzarlo, ma niente più che un'ombra; amore palliduccio, ma che continuava a vivere bene, come molte persone pallide.
Bastava alla felicità di Leone che Flavia gli inviasse ogni mattina un bigliettino roseo, con tre righe di un caratterino delicato, dove ci fosse il programma della giornata; bastava che al momento dell'incontrofortuito, ella lo salutasse con quel tale inchino della testa accordato a lui solo; bastava che al teatro lo ricercasse con l'occhialino, che al ballo gli serbasse sempre il primo valzer; che, prima di prendere una grave decisione, come la disposizione di una sala, i colori di un abito, una gita in campagna, egli fosse interrogato in proposito. Pel resto la lasciava libera, non esigeva nulla: egli era guidato sempre dal timore del ridicolo, teneva moltissimo alle apparenze e non voleva far la brutta figura dell'amante geloso. Non si adombrava punto dei numerosi ammiratori che circondavano Flavia, anzi dirò che ne provava una specie di contento; sapeva di essere il prescelto, sapeva che il mondo lo sapeva e questo era sufficiente a rassicurarlo.
Anche la fanciulla si contentava facilmente: trovarlo esatto ai ritrovi, sempre il primo arrivato, ascoltare quelle dolci parole che egli sapeva dire così bene, vedergli all'occhiello il fiore simile a quello che ella portava nei capelli, imporgli ogni tanto qualche lieve capriccetto e vederlo ubbidire con un grazioso sorriso: ricevere quella corte semi-nascosta, squisita, deliziosa, che non le imponeva alcun obbligo. La gente attorno mormorava: Una bella coppia! I parenti non dicevano di no.
Nel caso di Flavia la fatalità si chiamava Everardo, ed abitava al quinto piano del palazzo dove dimorava anche essa. L'intelligente lettore avrà capito che si tratta di un poeta, ed è la verità; ma debbo aggiungere, per diminuire la cattiva impressione, che i suoi versi erano buoni, sebbene non fossero letti da alcuno. Egli apparteneva ad una classe che si trova numerosa in tutti i grandi centri: poichè in tutti i grandi centri giunge ogni anno una schiera di giovani buoni e volenterosi. Hanno la testa piena di maravigliose fantasie e di progetti stupendi, il cuore riboccante di affetti ed il borsellino poco riboccante di scudi; al povero e buon papà rimasto in fondo al suo paesello hanno promesso, chi di frequentare Cujacio, chi di presentarsi ad Euclide, chi di annodare stretta relazione con Tissot ed Orfila. Promesse; ma vengono i poetici allettamenti delle lezioni di letteratura, ci si mettono di mezzo le associazioni giovanili, i circoli letterari, le vivaci discussioni sull'arte; tutto questo fermenta insieme agli ardimenti dei venti anni. Allora… allora si forma la classe degli spostati e ne vien fuori il giovane pallido, scettico, anelante ad uno scopo cui spesso non gli basteranno le forze, roso dalla smania di giungere, divorato dall'ambizione, incapace più di ritornare sulla vecchia e diritta strada, torturato da una lotta ineguale che lo rende profondamente infelice. Ed il papà è sempre laggiù e lavora; e si sacrifica e s'illude che il figliuolo sarà contento, avrà una posizione… e non sai quale sia più degna di compassione; se la dolce illusione del vecchio o la desolata sfiducia del giovane. Così nascono i genî, si dice; lo so, ma per un genio che nasce, migliaia di mediocri agonizzano, preferirei proprio che il genio nascesse altrimenti.
Questa qui è la storia di Everardo: uniteci un cuore passionato, un sistema nervoso irritabile, un paio di occhi ardenti, ed avrete un ritratto somigliante. Come è naturale, incontrò Flavia per le scale marmoree una giornata d'autunno scuriccia, con una luce diffusa e triste; ma Flavia era bionda, e sorrideva. Notate, ella discendeva e parve al povero poeta che quella fanciulla che veniva dall'alto, fosse un raggio di luce rosea e scherzosa, smarrito in quell'imbrunire: egli non fiatò, non si mosse: ella passò, ma portandosi l'anima di un uomo.
Non racconto come il rivedere Flavia non fece che innamorare sempre più Everardo, come egli descrivesse in una lettera di fuoco tutto questo amore e quante e quali difficoltà dovette vincere prima che la lettera capitasse nelle manine di lei: basti dire che ottenne l'intento. Flavia lesse due volte le brevi parole e rimase pensosa, pensosa, coi sopraccigli corrugati e la fronte seria: la lettera le bruciava le dita come carbone acceso, eppure non la riponeva. Pareva che quelle parole fiammeggiassero, sfiorassero la mano e penetrassero nelle vene; sentiva un gran calore invaderla tutta, giungere al cuore ed al cervello, precipitarle il sangue: sembrava che stesse in pieno meriggio, in una luce splendida ed abbagliante. Nessuna sensazione di dolore, anzi godeva di quel ricco e dolcissimo incendio in cui le si struggeva l'anima. Pensò a Leone, pensò ad Everardo: li amava.
Vi erano delle ore in cui Flavia si sentiva penetrata, circonfusa da una grande soavità, come se voci alte e lontane le cantassero una dolce canzone, come se mani di fanciulli facessero piovere sul suo capo foglie di fiori. Le si risvegliavano istinti vaghi, aspirazioni fluttuanti, indecise; desiderava i colori molli, temperati, dove le mezze tinte si sfumano come una carezza; le piccole stanze dove la temperatura è tiepida come soffio umano, dove i rumori vanno a spegnersi nella lana morbida dei tappeti; le stoffe calde e profumate, dal leggero fruscìo, che circondano il corpo come se lo amassero e palpitassero con esso; gli effluvî sottili che cullano i nervi in un dormiveglia delizioso. E sul fondo roseo-azzurro di questi sogni compariva un'ombra leggiera, che poi si disegnava più corretta, si distingueva: era Leone. Bello, nobile, ricco, gentiluomo, innamorato, stirpe di principi: con lui la vita doveva essere una lunga ed inesauribile festa, una serie di giorni felici, sorridenti, senza mai l'amarezza del domani, senza un cruccio, senza un punto nero, Flavia l'amava; quando dalla sua carrozza ella lo vedeva passare sul cavallo inglese dalla testa svelta e dai garretti di acciaio, il cuore le si sollevava verso il bello ed elegante cavaliere: quando vedeva lo sguardo altiero di lui diventare amoroso mirandola, quando egli le parlava a voce sommessa, ella provava un fascino irresistibile, Leone era per lei tutto un mondo, un mondo elevato, superiore anche alla sventura, dove fossero la soddisfazione dei gusti più raffinati, la calma profonda e sicura della ricchezza, l'infinita e varia lusinga del lusso. Leone era la pace, la gioia tranquilla, la vita quieta. E nella certezza dell'amore di Leone essa cullava, addormentava il suo cuore.
Ad un tratto veniva rapidissimo il risveglio: tutto il suo essere dava in un grande sbalzo, scosso da una forza interna; si alzava, camminava, avrebbe voluto spezzare qualche cosa fra le mani, si sentiva la testa troppo piccola. Sorgevano pensieri tumultuosi e cozzanti fra loro, idee vaste ed ardite, un bisogno chiarissimo di agitazione, di attività, di combattimento. Allora intendeva quanto di sublime ha il silenzioso lavoro del poeta e del pensatore; comprendeva come l'arte possa essere l'unico supremo desiderio di un uomo, intendeva la sfrenata ambizione di gloria: essere in basso, essere povero, sconosciuto, perduto nella folla, atomo ignoto di una massa enorme, ed intanto guardare in alto, elevarsi. salire, sfolgorare, essere il solo, l'individuo: Everardo. Con lui la passione energica, onnipossente; un amore che sia l'amore unico, che domini tutto, che vinca ogni ostacolo, che consoli ogni sconfitta, che ingrandisca ogni vittoria. L'oscuro poeta adorava la nobile fanciulla che discendeva dalla sua altezza a bearlo del suo affetto; ed ella era conscia, superba di questo amore cieco, animato dalla più fiera gelosia. Quando Flavia era al ballo, sapeva che nella strada buia e solitaria vi era un uomo che fremeva d'impazienza, che invidiava anche l'ultimo servo di quella casa inondata di luce. E nelle sale dorate, fra gli ondeggiamenti delle stoffe ed i sorrisi delle donne, essa era presa da una folle idea: avrebbe voluto lasciar tutto, fuggire per le scale, gettarglisi al collo e dirgli: Ti amo; portami via.
Quando pensava alla vita stentata e meschina di Everardo, alla piccola e bassa camera dove l'inverno si moriva di freddo, alle privazioni continue cui andava soggetto, a tutti quei particolari spaventosi della miseria, provava per quel giovane una grande ammirazione, perchè in mezzo a quell'ambiente egli rimaneva poeta, pieno di fede, carezzando sempre le sue speranze, sognando ancora il suo caro ideale. Flavia si sentiva molto umiliata davanti a quel coraggio, essa che non poteva rinunziare al fastoso e vuoto lusso, ai giojelli inutili, alle mode costose: come le odiava tutte queste cose, come le odiava! Avrebbe voluto rinunciarci, castigare il suo corpo che viveva in quelle mollezze, esporsi al freddo, alla fame, e portare anche lei nel cuore quel tesoro di forza e di gioventù. Sposare il poeta, essere la vita della sua vita, passare per tutte le sue agitazioni, dividere la sua esistenza piena di fremiti, di battaglie e di dolori!
Così si svolgeva in quella fanciulla noncurante ed allegra il dramma meraviglioso del dualismo. Si erano manifestate due potenze, ugualmente forti, opposte; le inclinazioni, sin allora indistinte e confuse, si staccarono, prendendo vie contrarie. Visse passando per questi periodi consecutivi, l'uno negazione dell'altro, che si distruggevano volta a volta per rinascere più vigorosi e combattere da capo. Eppure essa non ne soffriva; anzi in questo fenomeno strano del suo spirito si sentiva completa e soddisfatta, quasi avesse ritrovato il suo equilibrio. Quell'ondeggiamento perenne la lasciava calma, era il suo stato naturale, era spiegabile.
Flavia nasceva da un matrimonio misto: suo padre molto in alto, sua madre molto in basso, ed ognuno dei due le aveva data una natura. Aveva con sè la tempra robusta della madre, i gusti semplici e grandi, il desio di lotta, il palpito onesto e vivace, il soffio sano e gagliardo del popolo. Del padre aveva lo squisito sentire: la delicatezza dei nervi, le aspirazioni gentili. Insomma due coscienze; ma queste due coscienze si confondevano, si univano, ne formavano una sola, gli amori si riducevano in un solo e Flavia era felice, molto felice, avendo ritrovato nel modo più assurdo l'unità del suo spirito.
I due giovani che si erano incontrati e fusi così bene nel cuore della fanciulla, incontrandosi nella vita reale e sapendosi rivali, si guardarono in cagnesco: Leone prese Everardo per un pazzo ardimentoso, Everardo scambiò Leone per uno sciocco orgoglioso. Certo non potevano intendersi e molto meno apprezzarsi: andarono di accordo in un solo moto spontaneo, perchè l'indomani Flavia riceveva due lettere quasi identiche, la cui sostanza era la parola: Scegli.
La fanciulla provò un doloroso stupore, uno stringimento affannoso al cuore come se le avessero annunziato una grande sventura; credeva di fare uno di quei sogni terribili dove si cade, si cade sempre da una smisurata altezza e l'angoscia si prolunga sino al risveglio. Scegliere; doveva scegliere: perchè? Aveva tanto goduto, la sua vita era stata così completa e piena nell'amore! Scegliere: chi? Sentiva di amarli egualmente, sentiva che tutti e due le erano necessari, non poteva neppur figurarsi di dover annullare uno di quei nomi dalla sua mente, di cancellare una di quelle immagini dall'anima. Era impossibile, impossibile, impossibile. Le si chiedeva una cosa ingiusta, era sdegnata contro quella domanda. Tutto cadeva, tutto precipitava nel nulla; la bella armonia era turbata e rotta, la pace era scomparsa, bisognava scegliere: cioè amarne uno solo, far sacrifizio di un affetto all'altro, soffocare una delle coscienze, morire per metà. Volle farlo, volle decidersi, accumulò gli argomenti che dovevano difendere e far prevalere la causa di uno dei due giovani, prese anche una determinazione e cercò di fortificarsi in essa; fu inutile: il momento dopo pensava all'altro. Passò giorni tristissimi, stanca, sfiduciata, in preda a dubbi crudeli, abbandonata a tormentose esitanze: era uno stato insopportabile. Allora preferì l'abbandono completo, lo schianto intiero: distaccò da sè tutto l'amore, rinunziò ad ambedue. Leone ed Everardo la giudicarono una civettuola comune, ma essa non si curò di spiegar loro il mistero del suo cuore.
La bionda fanciulla ha molto sofferto, ha trascorso le notti insonni e le giornate malinconiche, ma anche il dolore si attenua, diminuisce e scompare. Per lei l'amore è diventato un ricordo lontano lontano, un'epoca felice e passata, un periodo bellissimo ed esaurito; ci pensa talvolta, ma senza volerlo far rivivere. Come ogni persona di questa terra, ha amato per quanto basta: nei suoi due amori ha riassunto il suo grande amore.