Non è vero forse che nell'ammirazione provata per un'artista s'infiltra sempre un sentimento di compianto? Non è vero forse che l'artista istesso, nel metter mano all'opera sua, si sente compreso da un'angoscia indefinita e si volge indietro pauroso, quasi a scongiurare un pericolo ignoto? Non è vero forse che egli ha bisogno di essere amato più degli altri uomini? Perchè nel gaio epicureismo dei novellatori trecentisti, nel superbo materialismo di Rabelais, nel dolce ed arguto sorriso di Lorenzo Sterne, nello scherzo blando di Béranger, perchè in tutto l'umorismo moderno, vi è qualche cosa di malinconico che vi colpisce? Perchè tutti questi uomini che dovrebbero avere la serenità olimpica, sono agitati, convulsi, infelici? Perchè anche nelle splendide aureole che circondano i nomi di Wolfango Goëthe, di Giacomo Leopardi, di Vittor Hugo, vi è un punto nero e doloroso? Non so: e l'occhio ansioso che ha scoperto in alto le miserie dei grandi, non osa chinarsi per misurare quella dei piccoli. Così gli umili gregari passano ignorati, sofferenti e confusi nella folla.
Questo ho pensato, quando ho risaputa la storia di Mario, un piccolo. Il quale cominciò per essere molto felice, perchè era stupido; a diciott'anni conosceva poco o nulla—e la madre se ne doleva molto, avendo molto sperato in quell'unico figliuolo. Mario non voleva studiare, non amava per nulla il lavoro; amava solo sua madre. Pure venne il suo giorno, quel giorno che giunge per tutti, il perno dell'esistenza, il punto culminante della vita: non so come, capitò nelle mani del giovanetto un grosso volume illustrato: erano le opere di Shakespeare. Mario a cui non piaceva la lettura, ebbe vaghezza di vederne le illustrazioni; s'interessò alle scene principali che rappresentavano; poi le ricercò nell'azione, alla loro pagina; poi lesse tutto, tutto. Dal mattino all'imbrunire, nel tramonto, nella sera, nella notte, pallido, curvo sul libro, con gli occhi ardenti, le mani tremanti nel rivoltarne le pagine, egli fece suo il mondo del grande inglese. La pietà amorosa di Cordelia, la sfrenata ambizione di Margherita, la fedeltà severa d'Imogene, l'ingenuo amore di Miranda e di Desdemona, la passione di Giulietta, il dubbio del pallido sognatore di Danimarca, il grasso riso di Falstaff, la grandiosa ferocia di Riccardo, il sogghigno crudele di Shylock, i due Macbeth corrosi dai rimorsi; la paura, l'odio, il dolore, la gelosia, l'ironia, i romani, i veneziani, i mori, gl'inglesi; l'umanità, la vita, la creazione, passarono dagli occhi alla mente ed al cuore di Mario. Parve che quelle oscurità venissero dileguate dalla folgore divina, parve che una mano energica avesse bussato a quella mente ed a quel cuore, comandando loro di schiudersi. Quanto potette leggere e studiare, egli studiò e lesse; non seppe più nulla di tempo o di stagioni, dimenticò la sua gioventù, dimenticò l'amore, dimenticò l'amicizia. Lesse fino al capogiro, fino allo stordimento, fino all'ubbriachezza; la testa gli dondolava, quasi troppo pesante; davanti agli occhi abbagliati si formavano immagini lucide, le labbra secche ed aride balbettavano parole confuse. La madre sorrideva e piangeva talvolta di spavento, talvolta di consolazione: sorridere e piangere è il compito delle madri.
Poi volle scrivere. Si sentiva la fantasia troppo piena, mille immagini chiedevano di uscire, per andare a danzare giocondamente nel mondo, il cuore scoppiava di affetto, tutta l'anima traboccava all'esterno. Nella febbrile attività del suo ingegno, in quel succhio giovanile che irrompeva dalla corteccia, scrisse molto e di tutto: furono bozzetti piccoli, graziosi, affettuosi; furono filze di paradossi, difesi splendidamente, simili allo scoppiettìo del fuoco di artifizio; furono novelle ora gaie, ora meste, dove apparivano tante belle figurine, profilate, fuggevoli, sorridenti, innamorate teneramente o freddamente crudeli, sempre originali; furono critiche teatrali dove erano posti da banda i dommatismi, i preconcetti, i subbiettivismi, dove si scorgeva una fede profonda nell'avvenire dell'arte, un sentimento di equità rarissimo; poi dialoghi, schizzi, polemiche letterarie, articoli, bibliografie; una produzione continua, gittata qua e là sui giornali politici, sulle riviste, nelle strenne, dappertutto. Egli fu applaudito e lodato, i lettori lo amarono, ebbe qualcuna di quelle solite lettere che i sommi si degnano di scrivere per incoraggiamento ai neofiti, gli amici dissero:Mario diventerà, diventerà…i giornali gli rivolsero quell'atroce insulto, espresso con le volgari parole:vi è della stoffa….
In casa sua, invece, vi era la miseria. Vivevano magramente con una pensione della madre, pensione che se raggiungeva, non superava certo le cento lire. Intanto per vestirsi, per saziare la fame dopo sì lungo lavoro, per acquistar libri, giornali e riviste, per avere una cameretta da studio, per avere un paio di guanti, per dare un abito di lana nera ogni anno alla madre, ci volevano danari: appunto, di danari ce ne erano pochissimi. Spesso accadeva al giovine di dover scrivere coi nervi esaltati da un pranzo troppo frugale; spesso, nelle gelide notti d'inverno, le mani e la fantasia si gelavano nella camera senza fuoco; talvolta mancavano i soldi per comprare il petrolio, talvolta non vi era carta nel tiretto o si doveva versar l'acqua nel calamaio inaridito. Cercò di guadagnare qualche cosa, vergognandosi di aver ventiquattro anni e di essere inutile; quante umiliazioni, quanti rossori, quanti disinganni gli toccò subire, prima di strappare una cartina di cinque lire! E dovette consacrarsi esclusivamente alla letteratura spicciola, agli articoli leggeri, brevi, divertenti, alle novelline in due numeri, ai lavoretti minuti, alla chincaglieria che il pubblico preferisce alla coltura: se no, niente. I lettori non vogliono romanzi lunghi, non vogliono piagnistei, non vogliono seccaggini, non vogliono filosofia, fisiologia, analisi, vogliono essere divertiti:—gli dicevano i suoi direttori. I giornali e gli amici andavano ripetendo:Sarebbe tempo che Mario si occupasse di un'opera seria; noi l'attendiamo dal suo ingegno, egli ne ha contratto l'obbligo….
Mario, a sentire o a leggere queste parole, impallidiva, sorrideva un poco e non rispondeva verbo, Continuava a lavorare per giornate intiere, arso da una interna febbre, buttando giù senza correggere, passando da un genere all'altro senza intervallo, rubando i quarti d'ora per rinfrancarsi nella lettura, permettendosi di passeggiare solo quando ricercava l'ispirazione, proibendosi qualunque distrazione. Seguitò a prodigarsi nelle gazzette, nelle riviste dove lo chiamavano, dove gli corrispondevano una ricompensa, non rifiutando mai il lavoro, senza tregua, senza riposo. Era una meraviglia la versatilità del suo ingegno, la potenza di assimilazione, la luce che gittava sui soggetti più aridi, la forza di volontà che gli faceva affrontare tutte le quistioni, il coraggio con cui si slanciava in tutte le lotte. Pure in quello che scriveva, si scorgeva una furia, una fretta di giungere alla fine per respirare, per mutar lato come l'inferma di Dante; quasi quasi si comprendeva che egli aveva l'ansia d'intascare quei pochi soldi che gli rendeva l'articolo. Ora il pubblico, sebbene positivo, e perchè positivo, vuole che i suoi scrittori vivano d'aria, che siano superiori ai bisogni della vita, che non pecchino mai di miseria o d'altro simile peccato. Perciò s'incominciò a susurrare di lui: Mario si vuota, egli non scriverà mai nulla di duraturo; forse non ne è capace.
Dio santo! non era vero, non era vero! Portava nella parte più segreta dell'anima sua la concezione di un grande romanzo, di un libro completo e stupendo. Era la sua creazione nascosta, il suo tesoro inesauribile, il fiore delicato del suo cuore, il gruppo dei più soavi sentimenti; quanto vi era di meglio in lui come spirito, come osservazione, come passione. La cara fanciulla che ne era la figura primissima, egli l'aveva tratta dal nulla, l'aveva fatta nascere bella, eterea, senza macchia, immortale;—era la sua divina amante, quella che lo amava unicamente, quella che gli sorrideva sempre, la compagna delle sue ore di solitudine. Il suo bruno eroe, quel cuore leale, integro, nobilissimo, era il suo unico amico, suo fratello, un altro sè stesso, quello che lo confortava negli scoraggiamenti, che lo sosteneva nelle sue debolezze. Il piano del libro era preciso, chiaro, esatto; tutti i fili si annodavano e si distaccavano liberamente, le scene erano pronte: Mario, se chiudeva gli occhi lo vedeva vivo, intiero. Quanti sogni intorno ad esso: che voluttà profonda nello scriverne ogni parola, che acuto piacere nel precisarne i dettagli, che commozione nel tracciarne le parti principali! Il libro è fatto, stampato, venduto, letto da tutti; il pubblico, come Mario, adora la bionda eroina ed il bruno eroe, il pubblico s'impadronisce di quegli affetti e li sente e li condivide—e l'animo dello scrittore si unisce, si confonde con migliaia di anime!
Eppure questo libro non poteva scriverlo. Avrebbe avuto bisogno di sei mesi di quiete, per dedicarsi ad esso solo, per lavorarvi con tutte le forze, senza occuparsi d'altro, senza pensiero del domani. Ed in questi sei mesi come si sarebbe vissuti? Morendo? Il padrone di casa doveva essere pagato, si doveva pranzare la mattina e cenare la sera; la madre spesso avea bisogno di medicine, di buon vino, di una serva che le togliesse dalle spalle il grosso delle faccende domestiche. Forse in quei sei mesi il pubblico avrebbe dimenticato il giovane autore, forse egli non avrebbe più trovato un editore, forse il libro non avrebbe trovato neppure un tipografo: come scrivere con la prospettiva della miseria, del freddo e della fame? Si ha un bel dire che le difficoltà spronano il sangue, che il granaio è bello a venti anni; sì, ma non quando con voi soffre la vecchia madre, non quando si arrossisce di uscire, non avendo un abito decente. Per questo Mario non poteva scrivere il suo libro; per questo si sottometteva ad un lavoro improbo, sciupatore, inutile, inglorioso. Invano egli fantasticava sul suo romanzo, invano egli accumulava idee sopra idee, invano si crucciava dietro al suo ideale: veniva il pensiero aspro del domani e con esso si dileguavano tutte le sue speranze.
Così il suo ingegno decadde lentamente. In quella battaglia continua il suo spirito s'inasprì, svanì la bella fede giovanile, il giudizio si velò d'ingiustizia, Fu acre, bilioso, capriccioso, dubitò di sè, dubitò dell'arte, dubitò di tutto. Fece delmestiere, stanco, spossato, esaurito, senza entusiasmo, senza fede, chiudendo gli occhi per non guardar l'avvenire, sorridendo di scherno a chi ancora lo incoraggiava. Come odiava quel lavoro che faceva, come lo odiava! Come gli sembravano grette e meschine quelle ideucce che doveva allargare, ingrandire, gonfiare, ricamare con tutti i lenocinii della penna—mentre aveva nel cervello la vastissima tela del suo libro! Come erano infedeli, piccole, pallide, incomplete le figure delle sue novelle, di fronte alla eroina del suo romanzo: che aveva egli di comune con quelle figure? Non le aveva amate, non lo amavano, non gli appartenevano—gli avevano procurato dieci lire con cui aveva comperato un paio di scarpe: ecco tutto, Allora il pubblico, presentendo la fine di quell'ingegno, lo abbandonò; era un limone spremuto da una mano gigantesca, era un cervello distrutto, cellula per cellula, in uno spaventoso ingranaggio. Che poteva importare al pubblico di Mario? Non vi erano forse altri limoni da spremere, altri cervelli da esaurire? La sua opera non fu più ricercata, i giornali rifiutarono i suoi articoli; egli si era suicidato giorno per giorno, ora per ora; non trovava più concetti, non trovava più parole, si ripeteva orribilmente, scendeva alle frasi comuni, l'originalità era morta. Provava qualche volta la sensazione di avere nella testa un grosso pezzo di sughero. Si rassegnò, non trovando più in sè stesso alcuna rivolta, nè una scintilla in quel mucchio di ceneri: discese sino a fare ilreporter, pure di guadagnare qualche cosa. Andava dalla Questura alla Prefettura, di là agli ospedali, interrogava i registri, prendeva delle note sul taccuino, e scriveva quelle graziose cose che incominciano:siamo lieti di annunciare; oppure:informazioni pervenuteci da fonte attendibile….
Passarono vari anni in quella vita macchinale, quasi senza che egli se ne accorgesse. Aveva tanto amato la sua bionda sconosciuta ed il suo incognito amico; ed anche questi due si erano allontanati, allontanati, erano scomparsi. Quando li evocava, non accorrevano più. Aveva tanto amato sua madre, l'unica donna che lo chiamasse per nome e che lo avesse baciato: ed essa morì, distrutta dalle privazioni e dai dolori. Allora si pose a voler bene a quei lavori che erano l'eco della sua gioventù; aveva legati in pacco quei giornali, ogni giorno li classificava, li rileggeva, li riponeva accanto al suo meschino letto. Avrebbe voluto riunirli in un volume per dire con esso a quei del mondo: Vedete, io ho lavorato la mia parte, io vi ho commossi; io vi ho dato il mio tesoro; voi siete stati ingiusti con me. Ma gli editori si rifiutarono di ristampargli nulla, dicendo che l'interesse era sfruttato: una sera, un fiammifero cadde sui giornali; questi abbruciarono facendo una bella fiammata. Così sparve anche l'unica prova del suo ingegno: dopo otto mesi sparve anche lui, non ricordato da alcuno, povero, solo.
Una storia troppo semplice, tanto semplice che non avrà interessato nessuno. Eppure era scritta per tutti: per quelli che hanno perseguitato una vita intiera il loro inarrivabile ideale, e per quelli che, raggiungendolo, vi infusero il soffio creatore; era scritta per quelli che cercando la loro donna, novelli e tragici Don Giovanni, infransero mille cuori senza ritrovarla e dettero coraggiosamente la mano al commendatore di pietra, o per i fortunati che si quietarono nella pace di un solo amore; per quelli che nella drammatica lotta del pensiero con la forma, vinsero o per quelli che avendo l'universo nel cervello, passarono, silenziosi analfabeti; per i pochi che hanno dominata la folla o per i molti che ne furono soggiogati. Giacchè per tutti questi, per i vittoriosi come per i caduti, l'arte è la divina fanciulla di Arrigo Heine, che mentre bacia loro soavemente le labbra, con l'unghia rosea ne dilania il cuore.
Noël, noël! liesse, liesse!
Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dall'ambiente dolcemente caldo. Una lampada piove la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore—le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; una nebbia fitta che è fumo, umidità, scirocco, fiato di gente; l'oscurità rotta con violenza dal gas, dal petrolio fumigante, dalla luce rossastra delle fiaccole, dai vividi colori deibengala; l'andare, il venire, l'incontro, l'urto di una folla spessa, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla;—quindi un vocio che percorre tutta la gamma, dai toni più alti ai più bassi, coi salti più bizzarri, diventando ora un clamore acutissimo, ora un grave rombo di tuono. Malgrado le imposte chiuse, malgrado le pareti doppie e foderate, l'eco di quel chiasso si fa un cammino sino a colui che legge; egli si distrae, presta l'orecchio e sorride. Invano d'attorno la temperatura è piacevole, invano il tappeto è morbido, invano la luce è quieta, invano il libro dispiega l'attrazione della sua carta giallina, dei suoi caratterini affusolati, dei suoi fregi capricciosi e dei suoi versiidem: la gran voce della moltitudine è insistente, sale come un appello, risuona come una vigorosa chiamata. Allora colui che legge è preso dalla nostalgìa della strada, della nebbia, dell'agitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede; e con un soffio gigantesco, la strada vince la cameretta.
* * *
Sulle piazze, nelle vie, gittate, profuse tutte le ricchezze vegetali ed animali. Qui è il trionfo della carne: sono le file dei polli sospesi per le gambe, dalla pelle gialletta, soda, leggermente punteggiata di bruno, venata di un azzurro pallido: sono i tacchini dalle forme grasse e rotonde, dondolantisi gravemente al venticello caldo, con la serietà di quando erano vivi. La luce incerta delle fiaccole profila stranamente le masse enormi della carne di vitello, carne rossa, sanguinolenta, dalla fibra lunga e piena di forza, dall'osso levigato, lucido, senza una macchia; ed illumina in pieno i porcellini bianchi, dalle linee quasi eleganti, tenero, succoso e prediletto pasto delle signore e dei preti. Si cammina sempre e non si vede che carne—ed allora quell'odore di macello fresco, quel sangue rosso-bruno che gocciola, quei colpi di coltello netti, decisi, vi cagionano la malinconia, il disgusto: il trionfo della materia piena, grassa, pesante, sfacciata, sorridente della sua morte che è una novella vita, provocante e nauseante, finisce per ischiacciarvi. Pensate a quel lusso, a quel ribocco, a quella esuberanza, a quell'enormezza con un senso di paura—e ricercate con ansietà impressioni più miti.
Allora entrano in campo gli erbaggi, le verdure, i frutti, la fauna vegetale, il tributo della campagna, l'offerta delle pianure e dei boschi. I monticelli dei broccoli verdi, il cui fiore sembra un merletto rilevato, guardano con disprezzo l'umile e piccola cicoria, raccolta in gruppetti, su cui brillano le gocce dell'acqua; i cavoli bianchi, grossi e serrati, pare che vogliano scoppiare dal loro involucro di foglie verde-chiaro, mentre quelli neri si confondono coll'oscurità, quasi desiderosi di solitudine. L'ondulazione dei lumi, il passaggio delle persone e dei carri, il getto improvviso di un razzo, l'ombra che sovraggiunge, danno a questo spettacolo qualche cosa di fantastico: le proporzioni s'ingrandiscono, il senso della realtà si perde e vi sembra di camminare in mezzo ai prati di maggiorana e di trifoglio, fra due siepi di verdura, mentre in fondo, come orizzonte, si accende la fiamma gialla di una piramide di aranci, ricordo dei tramonti siciliani. Vi giunge al cervello il profumo acuto delle mele, capace di ubbriacare; quello più dolce, quasi più vecchio, delle pere serbate per l'inverno, e l'effluvio sottile, leggiero ed esilarante dei mandarini; quando un odore più forte, più sano, li scaccia tutti per prenderne il posto e regnare solo.
Si entra nella dominazione del mare; nei cestellini frangiati di alighe, che somigliano ai capelli disciolti di una bella naiade morta, fremono, si contorcono, si annodano le anguille dai dorsi bruni, dalle pance smorte, mentre le ragoste, animali calmi e rassegnati, agitano lentamente le lunghe ed aguzze zampe. Le triglie rosee fanno un piccolo moto con le pinne per respirare, le ostriche schiudono un pochino la casuccia, ed icannolicchi(soleni) scivolano fuori dal loro lungo astuccio, quasi vaghi di libertà. I merluzzi sono morti in una posizione disperata, mezzo contorti, con la coda sollevata, quasi avessero avuta una dolorosa agonia; altri pesci più dignitosi rimasero immobili e fieri, persuasi della loro sorte. Ed è un continuo spruzzare di acqua salata, un gridare di voci robuste, uscite da petti che hanno combattuto la tempesta; sono pescatori nervosi e bruni dalle gambe e dalle braccia denudate, che vi offrono allegramente la loro mercanzia: è il mare, il buon vecchio mare, il burbero benefico, l'eterno brontolone prodigo, che si è disfatto di un po' del suo tesoro molto volentieri, ed ha mandato il suo biglietto di visita grandioso in questa mostra colossale.—Andiamo, un sorriso ed un ricordo ai giocondi bagni estivi, alla freschezza delle onde, agli scogli coronati di spuma!
Ma la luce vivida del gas che si rinfrange nei lucidi e faccettati cristalli, nei fregi dorati, nelle pagliuzze d'argento, nei rasi vividi, vi attira lo sguardo sopra una vetrina, sopra due, tre vetrine. Sono i dolci con loro forme brevi, leggiadre, aggraziate, che sembrano fiori, frutta, cuori, farfalle; coi loro colori delicati, molli: il cristallino-roseo, il verde-opalino, il bianco-grigio, il violetto pallido, che si fondono, si armonizzano in una tavolozza di tinte sfumate e gradevoli all'occhio. Sono le spume morbide e fioccose che pare si debbano dileguare ad un soffio, le creme tremule, candide, giallette, i frutti gelati coperti di una trasparente pellicola argentina; le lucide cascate dei canditi, le gravi pesantezze dei mandorlati, il bruno cioccolatte sotto tutte le forme e tutti gli aspetti, le paste leggere, sgranate, che si liquefanno sotto il dente; i datteri imbottiti di pistacchio, unione nobilissima come quella del latte col miele: insomma la riunione di quanto vi è di più gentile, di più fine, di più elegante; le carezze della vista, del gusto e dell'odorato; il raffinato e lo squisito nella più completa loro manifestazione, il punto culminante di ogni più strano desiderio e la poesia più alta e più pura delle sensazioni, la fantasia diventata vita, l'ideale artistico realizzato, anzi ilsummumdell'arte.
È in questo sublime volo lirico, che finisce lo splendido inno dedicato dai napoletani alla decima musa: Gasterea!
Natale, 78.
I gusti sono differenti. Vi è chi, leggendo il giornale, si diletta nei brillanti paradossi dell'articolo di fondo, seguendone mentalmente le evoluzioni: molti frequentano l'appendice, pianterreno lugubre e sanguinoso, dove si commettono, sera per sera, i più atroci delitti: alcuni scelgono la cronacainternadove leggono importantissimi fatti avvenuti nell'Uraguay, a Capracotta o a Roccacannuccia; altri prediligono i telegrammi particolari, tanto particolari che talvolta i fili del telegrafo non ne hanno saputo nulla: non mancano, infine, gli amatori della quarta pagina. Ma vi è una rubrichetta modesta, non molto lunga, a caratteri piccini, ficcata come per misericordia in un angolo qualunque del giornale, spesso scorretta, spesso dissestata; ebbene, questa qui è letta da tutti, giovanotti, vecchi, fanciulle, spose, madri, insomma tutti. Persino gli uominiserii, quelli che vorrebbero far credere di non patire alcuna debolezza comune agli altri mortali, persino quelli vi danno un sbirciatina di nascosto, scorrendola in un battibaleno o fingendo di leggere gliStefani. E mentre tutto il resto del giornale può forse riuscire indifferente, quell'angolo lì, nella sua umiltà e brevità, fa sempre una impressione: lascia un sorriso sulle labbra o una oscurità negli occhi. È l'estratto delloStato Civile.
Sì, voi lo leggete assiduamente, o pallide zitellone dalle labbra sottili, provando un amaro piacere a dilatare la ferita nascosta del vostro cuore; ci è della gente che crede ancora alla vecchia istituzione del matrimonio e che intanto dimentica voi, che vi credereste tanto volentieri: voi volete sapere il nome e l'età di questa gente. Quando è molta, ci è il compenso che è di bassa qualità e potete fare un moto di sprezzo; quando è poca, avete la consolazione di dar la stura ai vostri commenti: qui è una coppia che potrebbe esser felice, diciotto e ventidue anni: sono troppo giovani per aver testa! Altrove la sposa si chiama Leonilda, nome capriccioso, sarà certo una civetta: compiangiamo il marito, poveretto! Questo qui è medico, professione che non corre più con le capsule Guyot ed il ferro dializzato Bravais: la moglie soffrirà gli stenti.—Guarda, guarda, la tale è giunta finalmente a gabbarne uno; sa il cielo con quali mezzi! E come, ha fatto scrivere solo trent'anni! Ma se ha avuto sempre cinque anni più di me, che ne ho….. ventotto! E chi sarà lo sposo? Povero imbecille, avrà la vita tribolata, è degno di compassione. Dopo un'oretta di insinuazioni più o meno benigne, di restrizioni mentali, di sottintesi poco caritatevoli e di riflessioni più o meno filosofiche, voi, vecchie zitelle, vi confortate nel pensiero che tutti i coniugati sono e saranno sempre infelici e che per nulla al mondo voi vorreste rinunziare alla vostra pace.
Invece la bionda fidanzata del bruno giovanotto, dopo che ha accompagnato sino alla porta il suo amore, raccomandandogli di venir presto la sera seguente, rientra e prende distrattamente il giornale tra le mani, leggendovi le nascite ed i matrimoni. Essa pensa: fra breve, quattro, sei mesi forse, il nome suo vi sarà insieme con quello dilui; gli amici li leggeranno sorridenti, gli estranei non ne sapranno nulla, ma vi sarà un tesoro d'affetto sotto quei nomi. Pensa ed arrossisce e si guarda d'attorno; chi sa qualcuno non le legga sulla fronte il pensiero; forse in un'epoca un po' più lontana, se Dio vuole….. una cifra di più nei nati, una cifra che per lei, madre, rappresenterà una testolina grande come un pugno, in una cuffiettina ricamata; una testolina che abbia già i capelli neri del papà e gli occhi azzurri della mammina. Allora, trasportata in questo sogno che è per diventare una realtà, la fanciulla si lascia cader il foglio di mano….. e si scorda di leggere il nome dei morti.
Ci sono i vecchi per leggerla, quella malinconica lista, ma non crediate che se ne dispiacciano. Vi è anzi una punta di egoistica soddisfazione per essi, nel vedere che i giovani robusti se ne vanno a dormire per sempre sotto la terra nera e che essi rimangono in piedi ancora, godendo i bei raggi del sole e respirando la vita. Se trovano un caso di lunga vita, tanto meglio: è una speranza per essi di raggiungere l'età del fortunato; se capita loro sotto gli occhi il nome di un amico d'infanzia, di un coetaneo, si compiacciono a narrarne la storia, o ricordarne i detti, gli atti, le virtù, i difetti: una parolina di compianto e tira via—i vecchi hanno già troppo pianto per aver più lagrime. Sibbene la madre del coscritto lontano, trema ed impallidisce, leggendo come ogni giorno un soldato muoia all'ospedale militare e compatisce le altre madri; sibbene l'ammalato si sente colpire quasi da una mano invisibile, quando vede la sua malattia abbattere un uomo alla sua età. Ed in ultimo ci è la turba dei curiosi, che cercano le notizie col fuscellino e sono fortunati se possono, in una riunione, uscire in queste parole: Ricordate la tale, quella bruttina? Ha preso marito. Ovvero: Ricordate il tale, quel galantuomo coi fiocchi? Se n'è andato di là…..
Per l'osservatore, che immensa fonte di studio è il modesto estratto dello Stato Civile! In esso cozzano, si urtano, si confondono, si danno la mano tutte le passioni umane, tutte le classi; tutti gli stati sociali vi sono svelati. Vi è il piccolo nato, che non ha padre e che comincia già a sentire il peso della sua posizione illegale, presso alla progenie nobilissima di principi; vi è il futuro cretino che porta il numero precedente a quello che sarà un futuro uomo di genio. È là che spira la fiducia profonda del popolo nella famiglia, la fede nel lavoro delle proprie braccia, il niuno timore dell'avvenire: nel popolo si sposano giovani, allegri, miserabili, senza dubbi e senza esitanze. È là che fa capolino la vanità innata, profonda, incurabile, la quale nel più bello o nel più brutto momento della vita, qual è il matrimonio, fa ricordare di scrivere il nome con tutti i titoli, prenomi e qualità—e si ammira il salto mortale che fa una fanciulla sulla età dello sposo, pur di avere vettura, dieci abiti all'anno da Parigi e il palco in prima dispari al S. Carlo. Si sorride vedendo il matrimonio del celibe, sinora impenitente, che si decide alla catena per trovare chi gli curi i reumatismi—e si vorrebbe sorridere, ma non si può, alle unioni calcolate, proposte, ventilate, stabilite per mezzo di confessori, avvocati, notai e vecchi amici di casa. La questione sociale monta su nel nome dell'operaio morto pel suo dannoso mestiere, e tutta la dolorosa ed artisticabohèmevi appare in quel poeta che va a morire sopra un lettuccio dell'ospedale; la miseria, madrigna crudele degli uomini, è rappresentata dai suicidi crescenti. Quell'epopea scura della vita vi spaventa; quel riassunto breve, efficace e terribile, quella intiera esistenza che si annienta in un nome ed in una cifra, vi mette paura…..
Ah! no, se è vita, non può essere tutto fango, non può essere tutto nero; vi deve essere la nota ridente, la parte pura, l'ideale realizzato. Vi è tutta una giornata splendida e lucente: la nascita del fanciullino, alba rosea e tremolante di raggi, balbettìo di paradiso, qualche cosa di azzurro che diventa anima; il forte meriggio delle passioni nei calore soffocante del tropico, nell'amore completo e felice, nelle alte ebbrezze del dovere e della famiglia; ed in ultimo la morte aspettata, cioè il tramonto lento, sereno, pacato, per passare in una notte stellata.
(a Lulù)
Queste tre rose, una di un bianco castamente appannato, l'altra di un dolcissimo giallo, e la terza cupamente rossa; queste tre rose che formavano un gruppo di un effetto stupendo e che appuntate sulle trecce cadenti, dietro l'orecchio, ad ogni giro più rapido del ballo fremevano quasi fiori vivi presi d'amore e lambivano il collo: queste tre rose bisogna posarle sulla fodera di carta velina della scatola. Questa pioggerella nevischiata di fiorellini bianchi, che sembravano ghiacciuoli sulla primavera della bionda testa, vada accanto alle rose; il lungo ramoscello di lilà, fiore poeticamente ammalato che ama mescolarsi nelle onde dei ricci mezzo disciolti e cadenti sulle spalle, terrà loro compagnia; insieme la camelia bianca, che il povero Emilio Praga diceva essere stata forse un cereo funerale; insieme la corona di fogliame morto, acuto desiderio del pallido autunno. E quanti altri fiori freschi ed artificiali, che vissero una giornata sola, che vollero morire fra i lumi, i sorrisi e gli amori! Ti ricordi, Lulù, come erano belli, come erano superbi nella loro umiltà, come raddoppiavano la forza dei loro profumi? E fra tutti, quei mughetti di quella famosa sera, come andarono a finire? È vero che dal loro posto naturale che era l'inquadratura del tuocorsage, passarono a fare una fine oscura ed ignorata in un portafoglino di cuoio, fra un biglietto di visita stemmato ed una cartina da venti franchi? Non mi rispondi? Preferisci chiudere la scatola, Lulù?
Ecco qui la fascia d'oro così lucida, così sfolgorante, che sembra un diadema reale; mandavi su un po' di fiato per appannarla, poi strofinala leggermente col fazzolettino di battista e riponila nel suo cassetto circolare di velluto grigio. Non prima però di aver inviato un sorriso a quella notte in cui ridesti tanto, in cui quindici cavalieri con un seguito di cretinismo perfetto, ti s'inchinarono esclamando: Con quelbandeau, una vera regina! E venti altri col solito inchino, ti dissero: Con quel cerchio una bellissima Adalgisa! Come era bello e stupido il ballerino dellancier, come ballava bene, quante sciocchezze diceva! E le fandonie di quel pallido e scarmigliato poeta, afflizione della società sofferente, dove le metti? Ebbe il coraggio di dire in versi troppo lunghi o troppo brevi, che le perle della tua collana erano lagrime di fanciulla tradita; mentre tu gli rispondevi in ottima prosa, che te le aveva donate la tua vecchia matrina, una contessa, vedova di tre mariti.
Dispiega per un momento e richiudi il tuo ventaglio dei balli: un ventaglio leggiero come una farfalla, roseo e velato di oro, dove in un angolo una ninfa in leggieri abiti bianchi si culla in una rete, mentre il venticello le solleva i capelli—è l'immagine del fresco che ti doveva procurare. Ma pur troppo, da tempo immemorabile le donne hanno preso il vezzo di far servire gli oggetti a mille scopi cui non sono destinati; da tempo immemorabile il ventaglio non serve a dar fresco. Serve piuttosto a nascondere il fulgore dei begli occhi, quando questi diventano troppo splendidi per coloro che li guardano; a nascondere il sorrisetto della bocca maliziosa, quando un'amica è troppo, troppo mal vestita; a nascondere il fremito delle mani nervose che vorrebbero spezzare qualche cosa; a nascondere un rossore….. che si ostina a non venire; per chiamare chi è lontano, per respingere chi si affretta troppo, per salutare, per parlare a bassa voce. Credi tu che il tuo ventaglio abbia eseguito queste manovre? Allora è tempo di dargli un po' di riposo: mettilo accanto al libro di raso azzurro e profumato ove chiudi i tuoi fazzolettini. Sono nuvolette di battista, leggiere, fine, ricamate, smerlate, con la iniziale del nome e la corona marchionale; queste cosette così sottili che piegate passerebbero in un anello, stettero fra un bottone e l'altro dell'abito, in una piega della gonna, in un angolo perduto della veste, perchè la moda ha abolito le tasche per le donne, riserbandole solo agli uomini, come è di regola; questi fazzolettini asciugarono lievemente le labbra dal gelato, dallochampagnee dallo zucchero candito di unmarron glacé. Ne andò perduto uno, nevvero? Lo hai forse dimenticato? Non ne sai nulla e sorridi? Ho paura che ti burli di me; fammi leggere i tuoiengagements.
Rappresentano le schede dell'elezione, l'elenco dei nomi degli eletti; i consiglieri….. municipali del tuo cuore; facciamo il calcolo dei voti. Oh! pare che le operazioni dell'elezione non sieno andate perfettamente in regola, mia bella elettrice; trovo qualcuno che ha avuto troppi, ma troppi voti, mentre che per il resto vi sono grandissime dispersioni, sicchè nessun altro ha raggiunto il numero legale. Qui ci deve essere stato un blocco—ci è verso di annullare l'elezione? No? E allora parliamo di statistica. Sono dodici libriccini ed ognuno ha per lo meno otto balli; moltiplichiamo; ritroviamo il numero di giri di ogni ballo; moltiplichiamo, ritroviamo il numero dei passi di ogni giro. Moltiplichiamo; cioè no, non ne facciamo nulla. Si verrebbe a sapere che tu sei andata a piedi da Napoli a Milano, e ne sei ritornata; che avresti potuto salire sul Righi, o sul Monte Bianco; si verrebbe a sapere che hai superato, eroina ignota ai giornali, il capitano Salvi, il Bertaccini ed il comm. Sella, uno dei più attivi alpinisti. E dire che sono proprio quei piedini brevi ed inarcati, che hanno conquistata tanta gloria; e dire che non ne sono rimasti per nulla stanchi e che ricomincerebbero volentieri a guizzare! Gli stivalini di morbido raso bianco, dai piccoli bottoni, dalla fodera di seta, hanno sofferto poco; solo il tacco alto e svelto si è un po' piegato per la stanchezza; le scarpettine rosee con la violetta ricamata sulla punta che sembra una mandorla, non hanno alcuna avaria: quelle grige con la fibbia sul fianco, tempestata di turchesi, possono rendere ancora valorosi servigi. Per adesso non c'è altro da fare che rivolgere loro un caro saluto che equivalga ad un ringraziamento per la loro opera umile ma costante, pel lavoro assiduo e senza ricompensa che hanno compiuto; un saluto che equivalga ad un: Arrivederci per nuovi trionfi!
Perchè i trionfi ci sono stati ed il relativo bottino; sono premii guadagnati nelcotillon, sono sciarpe di garza leggiera, un braccialetto di argento bruciato, due o tre piccole bomboniere, una farfalla dalle ali splendide di verdemare, una ricca decorazione di cuiegli, diplomatico dell'avvenire, si spogliò volenteroso per deporla nelle tue mani, come vi deporrà quelle sul serio, un brano di merletto strappato allegramente, un nastro di color fuoco, ed in ultimo i cuori innamorati di quattro o cinque giovanotti biondi o bruni. Sono tutte cose belle, care, giovani, ridenti, liete, gioconde; sono echi risuonanti di risa, sono ricordi lievi di sguardi saettanti, sono brividi che si rinnovellano come se ne ripresenta la rimembranza. La sola rimembranza: perchè siamo in quaresima, cara.
Qui ti vorrei fare la solita predica del mercoledì fatale. Vorrei dirti che bisogna smorzare il lampo degli occhi, non sorridere che raramente ed anche con una certa gravità, chiudere l'abito sino al collo, abbassare le maniche sino ai polsi, nascondere la nuda pompa dei capelli, fare la penitenza, cioè, farla fare ai tuoi ammiratori; qui c'incastrerebbe benissimo l'idea della cenere e del sacco se non fosse molto vecchia e molto detta; farebbe bella figura da sè il paradiso che si deve conquistare per tornarlo a perdere nel carnevale dell'anno venturo; ci vorrebbe una toccatina d'incenso, un ricordo di ascetismo, qualche citazione latina che abbaglia sempre chi comprende e chi no, qualche riflessione malinconica, qualche pizzico di poetico misticismo, qualche lagrima di Lamartine, qualche esclamazione dell'impaziente Giobbe, qualche versetto di quell'ipocritone di Davide; insomma quello che corre di questi giorni. Se apri un qualunque giornale, troverai la miscela detta di sopra, con qualche ingrediente di più o di meno; pure io potrei apprestartela specialmente per la tua pronta conversione. Solamente mi viene un sospetto: che tanto io, quanto gli innumerevoli scribacchini che un perfido destino creò per la disperazione dei contribuenti italiani, non abbiamo a perdere la fatica della copia conforme. Hai un volto troppo ridente, Lulù, per darci ascolto; tu pensi certo qualche cosa. Scommetti, che l'indovino?
Tu pensi che se è trascorso il mese delle feste, dura ancora l'epoca della lieta tua festa, la gioventù; pensi che dodici balli non hanno sciupato l'inesauribile tesoro del tuo vigore e della tua gioia; ti senti nel core, nella mente, nell'equilibrio delle facoltà morali con le potenze fisiche, il desiderio della vita piena e completa. Non pensi alla quaresima, fanciulla impenitente; forse che essa ti cambia, forse che essa lo cambia, forse che in questi giorni non siete sempre quelli dei giorni passati? È vero, tu devi dare un addio ai fiori, alle stoffe, ai veli, alle garze; ma vi è modo di piacere anche con un abito di seta nera ed un colletto di merletto bianco—perchè la quaresima non ha influenza sugli occhi belli, sulle labbra fresche e rosse, sul corpo snello. È venuta la quaresima, epoca di ascetismo e di malinconia; ma tu stai troppo bene per soffrire di ascetismo, e la gioventù, con miracolo eterno, si rinnovella nel riso: ecco giunge la primavera leggiadra con le sue promesse; e dopo, il caldo estate con la felicità del mare che ti chiama, e poi l'autunno con le gaie escursioni in villa, e poi l'inverno coi balli, daccapo, per allietarsi, per sorridere, per amare! Se pensi tutto questo, ti annunzio che hai ragione, Lulù.
Il faut, en géneral, se méfier de ces natures phthysiques, l'amour et la jalousie leurs donnent des nerfs d'acier.
MURGER:m.me Olympie
Fosse pure la musica vergata da una mano divina, fosse pure eseguita dagli artisti con la voce e col cuore, viene un'ora che nel teatro si prova la noia e il disgusto, La mente rimane fredda e scettica, l'anima non si lascia più trasportare, la riflessione analizza, distrugge e sogghigna: le arcate maestose, le ombrie dei giardini sono di cartone dipinto; quei due che si amano gorgheggiando o strillando, sono ridicoli; le coriste, le nobili damigelle, sono brutte, vecchie e stupide: tutto è falso, convenzionale. Le illusioni, sieno anche quelle ottiche, sono svanite; invano si chiama in aiuto la forte potenza dell'astrazione, invano si cerca un impulso, un impeto di entusiasmo: il senso della realtà è ostinato, ha tutto invaso. Ma coloro la cui vita è fantasia, i sognatori, ireveurs, gli ammalati di pensiero, gli assetati di poesia, si ribellano e quando la scena non dà più loro il dramma, lo ricercano altrove, in un angolo qualunque del teatro; sono come Archimede: per sollevare il mondo della loro immaginazione hanno bisogno di un punto solo.
* * *
Non posso dimenticare quelle due donne: quando apro gli occhi nella oscurità, mille fiammelle la diradano, una confusione di colori gira, turbina, si urta, poi si mette a posto, si armonizza ed esse compaiono su quel fondo, vive e parlanti. Erano due tipi così spiccati, così opposti, così personali, così profondamente impressi nella loro materia di carne e di nervi, così completi nell'idea che ciascuno rappresentava, da sembrare che l'artefice creatore le avesse ritoccate con un unico concetto sino all'ultima linea. E per quella legge costante che vuole inseparate le umane contraddizioni, che regola l'attrazione delle forze contrarie, che riunisce i poli con una linea fantastica, che presenta sempre due pensieri opposti, era fatalmente necessario che quelle due donne vivessero insieme, l'una di fronte all'altra, l'una reazione dell'altra.
La prima sembrava una madonnina di Carlino Dolci, il soave pittore che ha incarnato nei quadri il suo nome. Era una figura esile, molto esile; i capelli biondissimi, ma di un biondo morbido, quasi timido, di cui si presentiva la dolcezza sotto la carezza della mano e il tocco delle labbra; il volto magro, lunghetto, malaticcio, di un pallore finissimo, quasi trasparente come un cereo; socchiusi i bruni occhi sotto la frangia dorata delle palpebre, sottolineati da quelle occhiaie nero-violacee che fanno pena al cuore; sottili, vivide, aride, quasi abbruciate le labbra; il collo, le spalle, le braccia scarne e consumate; abbandonata e languente tutta la persona: dappertutto le traccie della febbre e del decadimento. Pure era vestita con quell'arte speciale della donna che tenta tutt'i mezzi per nascondere la verità: l'abito di raso bianco serviva ad ingrandirne alquanto la figura; sul collo cadevano ad onde i bei capelli per celarne la magrezza; sulle spalle denudate si aggruppavano fiotti di velo bianco e di merletti, conoscendo ella il valore immenso delle trasparenze che correggono i contorni meschini, mettendoli quasi in una nuvola; la manica scendeva sino al gomito e lo avambraccio, piccolo come quello di una fanciullina, era ricoperto di braccialetti; le affusolate dita delle manine erano zeppe di anelli, quasi ad ingannare la gente sulla loro apparenza; tutta la persona rimaneva in una penombra amica e discreta, in un atteggiamento stanco. Ma la stessa cura che ella prendeva per dissimulare il suo stato, muoveva maggiormente la pietà e non illudeva nessuno: quella donna era ammalata; ammalata d'amore, di quella lenta febbre che non ha posa, che non ha requie, che infiamma il cuore ed agghiaccia le mani, che divora il sangue e fa impallidire per sempre il viso, che mina il corpo sordamente, senza compassione, di ora in ora, di minuto in minuto. Era ammalata, buona, delicata, squisitamente sensibile ed innamorata; lo sguardo vagava errante, indeciso, ricercando qualcuno forse; sul petto due rose bianche e profumate si appassivano, morenti anch'esse di febbre e di amore.
L'altra, perfettamente in luce, sorgeva come una splendida manifestazione di bellezza. Sul capo altiero si attorcigliavano le masse nere dei capelli, lasciando libera una fronte audace; l'arco dei sopraccigli, tracciato nettamente, si distendeva su due occhi scintillanti; il colore lionato della pupilla era circondato da un cerchio gialliccio, bronzo circondato di oro, ma oro vivente, bronzo animato; il profilo severo, purissimo, era corretto dalla rosea trasparenza delle nari; le labbra schiuse come un frutto di melagrano, si rialzavano lievemente agli angoli con quel sorriso perenne delle figure perfette; il collo pieno, con un battito provocante di vita; il busto scultorio, un braccio modellato con vigore, delicato nell'attaccatura della spalla e del polso, terminato da una mano aristocratica. Vestita di velluto nero, scollata in quadrato, con una puntina di merletto bianco, senza maniche, come esige la moda, senza un nastro, senza un gioiello, ella pareva sollevarsi, slanciarsi candida e sorridente dal fondo bruno di un quadro: si sollevava, l'ho detto, come una superba emanazione di grazia, di beltà, di salute. Vi era in lei quella calma cosciente dei lineamenti che dev'essere la soddisfazione della forma in ammirazione di sè stessa; quella serenità immutabile, plastica, superiore, che è l'unico segno di vita nelle statue greche: anche a volerlo fare apposta, quella donna non si sarebbe potuta rendere meno perfetta. Sembrava che nè il tempo nè l'amore avessero potuto turbare, guastare quell'aspetto mirabile; ella era così sicura, così imperturbata, che finiva per irritare: si provava lo strano desiderio di vederla un po' rovinata, come si desidera talvolta di rompere una statuina di valore. Poi doveva essere cattiva: quando si rivolgeva alla sua bionda e pallida compagna, la guardava con certi occhi duri e scrutatori, quasi avesse voluto strapparle dall'anima un pensiero nascosto: il labbro inferiore si avanzava con disdegno. Con quel lusso di vita e di salute pareva che volesse insultare, schiacciare la biondina sofferente, che le rispondeva dolcemente, sforzandosi di sorriderle. Io pensai che qualche dramma intimo dovesse svolgersi fra quelle due donne.
* * *
La porta del palco si schiuse, un giovane entrò: tutte due si turbarono. La bruna arrossì un poco, la bionda alzò uno sguardo lento e profondo su colui che entrava. Era un giovane sulla trentina, alto, simpatico, sciupato ed interessante nel volto; salutò quasi sbadatamente l'ammalata e sedette presso la bruna, impegnando con lei un'animata e vivace conversazione. La donna interrogava, alzava il dito con una graziosa aria di minaccia, sorrideva, arrivò sino a battergli sul braccio col manico del ventaglio; l'uomo s'inchinava, cercava difendersi, faceva dei complimenti; per istanti un'ombra d'inquietudine gli si disegnava sul viso, pure la discacciava e continuava il discorso con molta disinvoltura: quei due obbliavano affatto la presenza della loro compagna. Ma essa li guardava a lungo, avvolgendoli nel fluido dei suoi occhi magnetici, li guardava senza dir motto, ma doveva soffrir molto; le occhiaie pareva che crescessero sempre più, fremevano lievemente le nari con un movimento impercettibile, tremava la mano abbandonata sul velluto rosso del davanzale, le labbra si stringevano; il viso, senza colorirsi, ardeva nel suo pallore.
Rivali dunque. Luisa—immaginai si chiamasse con questo nome gentile la bionda—amava quell'uomo con tutte le forze del suo cuore infermo e la sua bellissima amica glielo aveva preso o voleva prenderselo.
Era uno spettacolo dolorosamente ingiusto: da una parte la salute, la felicità, la bellezza, cioè una di quelle donne senza cuore e senza testa, che fanno il male senza pensarvi prima e senza pentirsene dopo, fredde trionfatoci, feroci ed egoiste, ebbre di vanità, liete di vincere un uomo, solo perchè, vincendolo, feriscono un'altra donna; dall'altra parte Luisa, cioè l'ideale realizzato della dolcezza e della bontà, ammalata, quasi distrutta dalla sua passione, umiliata da quella gloriosa rivale, incapace di lottare, incapace di vincere, Luisa che se ne moriva di quell'amore, di quel disprezzo: in mezzo un uomo affettuoso, ma debole, capace forse di due amori, trascinato senza dubbio da una corrente fatale. Era questo il dramma, il dramma intimo di quelle tre persone: difatti nel palco la bruna raddoppiava i suoi sorrisi che diventavano quasi ironici, moltiplicava le cortesie che erano esagerate, si dava in spettacolo, il giovane era perplesso, inquieto; Luisa si mordeva le labbra e vi accostava spesso il fazzoletto, o nascondeva il volto nel suobouquetdi vaniglia—e quando la Wanda Miller scoppiò nella frase meravigliosa del duetto d'amore dell'Africana:Sarò gelosa, gelosa, gelosa, gli occhi della bionda mandarono tale un lampo di gelosia da far tremare i due colpevoli.
* * *
—Dunque la scrivete questa storia?—mi chiese il mio vicino di destra, un amico, un artista, che m'indovinava.
—Perchè no?
—La sapete almeno?
—Me la immagino.
—Non ve la immaginate. Un anno fa quei due sposi si adoravano, si erano presi per amore: bellissima la moglie, intelligente il marito, una coppia eccezionale. Ebbene, ci si mette in mezzo quella palliduccia lì, ricca di languori, sempre moribonda, piena di profumi irritanti, di graziette malaticcie, di veli bianchi, di nastri azzurri e di capelli biondi. Il marito abbandona quella splendida e buona creatura che è sua moglie, per quell'ombra di donna; la moglie lo sa, ma finge per decoro e si rode internamente; egli esita, si tormenta, vuole uccidersi, non ne ha il coraggio, ama la bionda, rispetta ed ammira sua moglie: è infelicissimo. La causa di tutto questo scompiglio ne sorride soavemente: si chiama Tecla, un nome duro; pare ammalata, ma non lo è: quello è il suo stato normale, la sua natura; con le sue delicatezze, con le sue sensibilità, vive meglio di chi sta sanissimo: è assai forte, anzi gode di tormentare le persone belle e vigorose. Per questo ha irretito il giovane che sta là, per questo tortura quei due con una gelosia nascosta ed esigentissima. La scrivete questa storia?
—No, non la scrivo—risposi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Li rividi sullo scalone. Avanti venivano la Tecla e il marito della bruna. La bionda scendeva lentamente, avvolta nelle sue bianche pelliccie come un uccellino sofferente, stanca, abbattuta, reggendosi al braccio di lui: vi si appoggiava con molle abbandono, ma aveva incrociate le mani, quasi per non lasciarselo sfuggire. Lo guardava di sotto in su, con occhiate lunghe, parlandogli a bassa voce, affascinandolo: vi era nel suo lieve sorriso, nell'atto della testolina cadente, nello strascico lunghissimo di raso bianco un'aria di conquista: essa si portava via quell'uomo come un bottino. Dietro, sola, altiera, avvolta maestosamente nelle pieghe del suo mantello rosso, veniva la bruna; nulla si leggeva nelle linee del bellissimo volto; ella non dava segno di dolore o di sdegno: chiusa in sè, nella forte e coraggiosa anima sua, non chiedeva compassione.
Egli—eglisignifica un mio amico che si chiama Augusto, ma potrebbe significare uno, due, cinque, mille fra i miei carissimi lettori—egli la sera aveva chiuse ermeticamente le imposte, perchè la mattina gli piaceva dormire sul tardi. Pare uno spiraglio ci era rimasto, cioè una sottile e lunga striscia di un azzurro sbiadito che stava là, luminosa e sorridente; egli si voltò dall'altro lato per non vederla, ma scorse sul muro riflessa una colonnina di luce; chiuse gli occhi per riaddormentarsi, ma l'azzurrino sbiadito e la luce sorridente gli ballavano nel cervello. Si alzò volendo essere furioso e si ritrovò, con suo dispetto, di umore buonissimo, anzi si sorprese a canticchiare un'arietta dellaMignon:quella doveva essere per lui la giornata delle meraviglie. Era scapolo e quindi faceva colazione in casa: nella unione molto morganatica del latte col caffè, egli notò, come un fatto nuovissimo, che il latte aveva un sapore autentico, anzi odorava del buon odore di timo; sopra una sedia giaceva un grosso mucchio di biancheria ed un fascio di fiori. S'intende che non era uscito dalla bottega di Lamarra, ma lì, su quel bianco, faceva allegria: erano viole-ciocche di quelle rosse e di quelle gialle, poi erba-menta, cedratina, maggiorana ed un ramoscello di ruta: Luisella, una bruna e forte Nausicaa del Vomere, aveva portato la biancheria e i fiori. Allora ad Augusto venne in mente la sua meschina, impolverata ed ammalata flora del salottino—ed andatovi, si fece a scostare il musco secco e trasportò le pianticelle fuori al balcone; vi si trattenne un minuto a guardare l'animazione della strada, poi rientrò perchè doveva mettersi al lavoro.
Tutto era pronto sullo scrittoio, val dire l'occorrentecome nelle commedie: la carta candida, rasata, aveva un'aria ingenuamente civettuola, l'inchiostro era nero di pensieri, una puntina nuova e lucida brillava nella penna favorita: erano soddisfatte tutte le piccole superstizioni artistiche. Augusto alzò gli occhi sul calendario, lesse un proverbio rovinato e la nota di un pranzo immaginario ed inutile; scrisse una frase, rialzò gli occhi e si pose a guardare il ritratto….. un ritratto appiccato al muro; quando li riabbassò, la frase non andava più bene e la cancellò. Macchinalmente si alzò, andò fuori al balcone, vi stette un momento e tornò a sedere; ma si trovò seduto di traverso e pel balcone aperto si vedeva un quadrato di cielo sereno, un muro grigiastro illuminato dal sole ed il campanile dello Spirito Santo, i cui mattoni di maiolica gialla ebleuescintillavano; in fondo alla camera la serva aveva spalancato l'armadio, ne tirava fuori certi soprabiti e li spolverava. Insomma Augusto non poteva lavorare, non poteva, senza saperne il perchè; cedeva ad un influsso ignoto, ad una pigrizia insolita,—mentre fu lestissimo a vestirsi e ad infilare l'uscio.
Per la strada tanta gente, tutte le donne belle: era la loro giornata; perchè, a chi nol sapesse, a Napoli ci sono i giornifastiin cui escono tutte le bellezzine ed inefastiin cui sbucano le….. altre: le donnine avevano una certa aria più seducente del solito, forse una migliore acconciatura, un velo punteggiato d'oro, un nastro roseo, chi sa! Poi tanti amici, per lo più tutti allegri e loquaci: uno disse ad Augusto di aver fittata una bellissima casa, che l'avrebbe mobiliata così e così, che vi darebbe delle feste e lui rimaneva invitato, s'intende; un altro, che finalmente avrebbe sposato la Concettina, ed Augusto a congratularsi; un terzo, che si era deciso per la carriera diplomatica con speranza di riuscita, ed Augusto ad incoraggiare; un quarto, che voleva scrivere una commedia, sicuro, una commedia da sbalordire e capace di dare una spinta energica al teatro drammatico italiano, ed Augusto augurii. Tutti hanno progetti, pensava egli, tutti sperano in un esito favorevole, ed io? E si mise a fantasticare sopra un lavoro serio che voleva dar fuori, sopra un viaggio, che doveva fare, su certi studii critici che voleva compiere, e camminava leggiero leggiero, salutando, sorridendo, soffermandosi, guardando le vetrine luccicanti e promettenti, sbirciando i bei visini, sino a che un grande vuoto nello stomaco lo avvertì dell'ora del pranzo.
Al pranzo altre novità: certi pisellini piccini e graziosetti vi fecero una timida apparizione ed alla fine, invece degl'immancabili, fedelissimi, gialli ed itterici aranci, si vide un po' di fragole; vederle solo però, che si potevano contare sulle dieci dita, Nè Augusto si ribellò al nuovo ordine di cose, anzi pacificamente prese il caffè, pose i giornali sotto il braccio e andò a leggerli nello studiolo. Pure, malgrado le attrattive più o meno autentiche delleparti letterarie, l'amico era distratto e poco capiva di quello che leggeva: dalla strada gli giungevano troppe voci. Era quella cantilena lunga, dolce e lamentosa del ragazzo che, deposto per terra il suo canestro, dice alla gente i meriti dei limoni che smercia; il grido sottile ed acuto della fanciulla che vende le pianticine di rose ed i garofani ancora in bocciuolo; la voce stentorea degli strilloni che annunziano essereuscitala tal cosa e la tal'altra e la tal'altra ancora.
Ed il crepuscolo scendeva lento e dolce come mai non era stato, scendeva senza la tetra malinconia dei brevi giorni invernali; nella strada il movimento cresceva invece di diminuire, le campane si chiamavano e si rispondevano allegramente, perchè era l'epoca delle feste gaie: Santa Matilde, una buona regina che si mortificava lietamente, mettendo dei sassolini negli stivaletti da ballo. Santa Matilde, cioè il genetliaco del re; San Giuseppe, grande e buon protettore delle ciambelle bionde e delle fanciulle bionde o brune; l'Annunciata, una festa poetica e misteriosa; Pasqua, l'idea della nuova nascita che combatte la morte, la migliore delle feste, e nella luce rosea, dorata, infiammata, violetta, grigia, azzurro-cupa del tramonto e della sera, Augusto sorrideva allo scampanío giocondo, sorrideva ai lumi che si accendevano senza che se ne vedesse la mano; si sentiva libero e fresco di corpo, respirava a larghe boccate come se da lungo tempo ne avesse perduto l'abitudine, il sangue se lo sentiva scorrere vivo e giovane per le vene: era contento di sè e del mondo, senza saperne il perchè e noncurante di saperlo.
La sera, quando uscì per andare a teatro, incontrò ancora moltissima gente che passeggiava; alcune fanciulle più ardite avevano abolito il cappuccio di lana bianca ed inalberavano il cappellino della mattina; molti di quegli abiti maschili, informi, sgraziati, mostruosi, che si chiamanopassamontagne, erano scomparsi: l'aria era buona. Al teatro non molta gente, lo spettacolo ottimo. Augusto si trovava pieno d'indulgenza, applaudì molto spesso; ma guardando nei palchi, lo colpì qualche cosa di strano, una curiosa combinazione senza dubbio. In uno due sposi novelli, lo si sarebbe scorto cento miglia lontano; daccanto due fidanzati, invigilati da una madre e da uno zio; più in là una fanciulla che fissava, fissata, un giovanotto della platea; altrove una moglie, un marito e il relativo amico del marito: la metà degli eleganti abbuonati delle poltrone che occhieggiavano coi palchi: amore dappertutto ed in tutte le forme.
Qui Augusto provò una stretta al cuore; era provveduto di una discreta dose di scetticismo, aveva cento volte messo in caricatura i giuramenti, le promesse, i sentimentalismi morbosi e le passioncelle proibite; si era atteggiato a spirito forte, ad uomo di esperienza, ma quella sera lo scetticismo era svanito e lo spirito più o meno forte gli era corso dietro. Si sentiva triste in mezzo a tanto amore di cui non gli toccava neppure un bricciolo, si sentì solo, povero, abbandonato, indifferente a tutti. Lo aveva voluto lui, del resto: per quale ragione si era rotto con la Giannina che lo amava tanto, che era così carina, così buonina? Era stato crudele con lei la settimana prima, l'aveva tormentata abbastanza, troppo, povera donna—ed ora per castigo gli toccava guardare gli altri e rimanersene a bocca asciutta. Fosse stata là, in quel momento, la Giannina, avrebbe voluto caderle alle ginocchia e chiederle perdono, purchè lo volesse amare ancora un poco. Ma domani, domani….. andare da lei e scacciare il grosso nuvolone e rivederne il contento e fare una gita insieme…..
E tra le fantasie ardenti del suo cervello, passò due ore della notte a guardare le stelle, a parlar loro, egli che si era sempre burlato degli amanti e dei poetistellaiuoli; ma che volete, aveva nell'anima una ricchezza, un rigoglio di vita e di affetto che fugava ogni ironia. Mille idee belle, nuove, ridenti, gli nasceano nel cervello, mille creazioni gli apparivano, l'attività della mente aumentava, si raddoppiava; avrebbe voluto lavorare, scrivere, che i giorni fossero di quarantott'ore, che la lena non gli venisse mai meno, che le mani fossero instancabili….. e lontano, lontano, la Giannina che sorrideva e si voleva nascondere e intanto lo chiamava cogli occhi….. e lontano, lontano, un orizzonte sereno e fiori e musiche e mare scintillante al sole e notti chiarissime…..
Portò a casa i suoi sogni, le sue fantasie, il suo bisogno di agire, di operare; volle mettersi al lavoro. Pure gli ronzava pel capo una domanda, che gli spiegasse i piccoli e grandi misteri di quella giornata: il latte profumato, i fiori, le frutta, la gente allegra, le voci della piazza, il crepuscolo, il benessere, la nuova vita, l'amore, il bisogno di amare e di sognare. Alzò gli occhi e lesse appiedi del piccolo calendario:Equinozio di primavera.
—Dunque sogniamo ed amiamo—disse tra sè, quietandosi.
Vi era una volta una fanciulla—ohimè! quante ve ne furono e quante ve ne sono!—una fanciulla che doveva pacificamente sposare un giovanotto. Costui era un bravo ragazzo, negoziante all'ingrosso di spirito e di zucchero: i suoi buoni amici dicevano che del primo non gliene rimaneva mai in deposito e del secondo troppo, volendo significare, con una ignobile freddura, che era buono e stupido. Viceversa, la fanciulla aveva un professore di lingua italiana che la dichiarava un ingegnaccio; ella leggeva romanzi e parti letterarie di giornali illetterati assisteva a conferenze scientifiche, storiche e poetiche, spiegava sciarade, era immancabile alle prime rappresentazioni, prendeva viva parte alle discussioni critiche ed inutili che ne scaturivano: insomma una fanciulla moderna, una fanciulla superiore. Qui si comprende che prima di diventar tale, il suo matrimonio col negoziante di zucchero e spirito poteva sembrar logico, ma giunta che fu la superiorità si cambiava in una proposizione assurda: poichè ogni fanciulla superiore che si rispetta, deve sposare un uomo illustre o morire zitella. I genitori che amavano molto la loro figliuola, si persuasero di questa profonda verità e licenziarono il fidanzato: egli pianse per un'ora, si disperò per tre giorni, fu malinconico per una settimana e finì per isposare la figliuola di un negoziante in legname. La storia non aggiunge se ebbero lunga prole, ma all'onesto lettore è lecito supporlo.
Intanto la fanciulla cercava il suo uomo illustre e dopo molte difficoltà, ne ritrovò uno; difficoltà, non già per la scarsezza del genere, perchè a sentire i contemporanei siamo nell'epoca delle grandezze,—ma ella ne voleva una vera, autentica, bella e buona. Quello che scelse era, come al solito,sorto dal nulla, perchè una celebrità che si permettesse di sorgere da qualche cosa di diverso dal nulla, sarebbe una falsa celebrità; aveva combattuto con la miseria, la fame ed il freddo, gioconda compagnia della sua giovinezza: come molti altri entrò in carriera per la porta piccola del giornalismo e portandovi due qualità opposte, la pazienza e l'ardire, riuscì a conquistare un nome ed un posto nella schiera militante. Poi gli si volsero sempre favorevoli gli eventi, per lui accaddero miracoli inauditi; gli editori pagavano, i suoi libri arrivavano alla sesta edizione, la critica lo carezzava, la gloria gli cascava addosso sua vita natural durante. Tentò la politica, questo grande spegnitoio delle intelligenze artistiche, e fu tanto fortunato da uscirne vivo e vincitore. Quando una sua interpellanza era annunziata, il ministero faceva l'esame di coscienza, gli avversarii affilavano i ferruzzi delle risposte, le tribune si affollavano di ascoltanti; un portafoglio gli era stato offerto, aveva avuto lo spirito di rifiutarlo. Gli giungevano onorificenze, gradi, titoli, croci da tutte le parti: egli accettava tutto con serenità olimpica e rimaneva un uomo illustre, osservato, studiato discusso, commentato e sempre applaudito dal pubblico.
Come la fanciulla potè vederlo, conoscerlo, portarselo in casa, persuadere i parenti, sarebbe lunghissimo il narrare: giorno per giorno, per la parola matrimonio, si disperdono nell'oceano della vita torrenti di diplomazia femminile. Al certo non fu lieve impresa fare la conquista di quell'eterno trionfatore, perchè egli si amava troppo per amar molto qualcun altro; ma la giovinetta era ricca, bella, elegante; sapeva a memoria i libri di lui e ne recitava qualche brano con un grazioso sorriso di ammirazione; era in un'adorazione perpetua degli atti, delle parole del grand'uomo; i genitori con la loro adorazione pareano chiedere umilmente l'onore di tanto parentado; lo adoravano gli amici di casa, lo adoravano i servi: egli si inebbriò di quell'incenso, si commosse allo spettacolo di tanta brava gente ai suoi piedi; scese dal trono della sua grandezza e si lasciò strappare un benevolo consenso.
Un'adorazione meritata: pensava la sposina. Un uomo di genio nulla ha di simigliante con la turba degli altri esseri piccoli e comuni: egli vive in una sfera elevata, circonfusa di luce. Il portamento altero della testa con la noncurante disinvoltura della persona; lo sguardo ora fisso sulla terra, ora perduto nel cielo, sempre profondo; la sprezzatura artistica dei capelli, il solco della fronte, il senso di mistero dei vari sorrisi, la piega ironica del labbro, tutto rivela la razza degli eletti. Nessuno come lui sa entrare in un salone, inchinarsi, richiamare su di sè tutti gli sguardi, essere il centro dell'attenzione, dominare tutta la riunione. Tutto quello che egli dice ha un senso riposto che talvolta sfugge ai profani; spesso egli dice delle cose molto semplici, che ognuno sa, ma v'imprime un suggello d'originalità elegante; la sorridente modestia con cui parla di sè stesso, la bonomia con cui accoglie i giovani principianti, quella velatura di disprezzo, con cui tratta gli avversari, la calma con cui affronta la discussione ed il subitaneo scoppio dell'idea sono tutte cose che completano la sua grandezza! Egli ha la singolare potenza di dare un aspetto poetico anche ai nostri prosaici abiti moderni: il petto della camicia sembra nebuloso, i guanti hanno una tinta, soave ed indefinibile, lo stessofrackacquista delle linee artistiche—viene la voglia di chiedere se quest'uomo pranzi, beva e dorma come il resto dell'umanità. Come deve essere sublime nel momento dell'ispirazione! E nell'amore. Essere la moglie di quest'uomo, portare il suo nome, possedere il suo cuore, dividere la sua gloria: ecco la felicità delle felicità.
* * *
Distacco alcune noterelle dal giornale della giovane sposa.
…. Viaggio bellissimo. Guglielmo a Roma mi ha parlato delle antichità romane, a Firenze delle repubbliche italiane, a Bologna dell'Università, dappertutto di arte e di estetica. In un viaggio di nozze…
…. Gli amici di Guglielmo finiranno per irritarmi. Lo circondano sempre, lo assediano, non me lo lasciano un sol momento; con me poi, o m'inganno o usano una cert'aria compassionevole che mi dà sui nervi. Ce ne è uno specialmente che quando va via, non manca mai di dirmi: «Vi raccomando il grand'uomo.» E l'altro giorno, mi disse con un tôno sentimentale: «Fatelo felice, signora, fatelo felice, perchè la storia ve ne chiederà stretto conto!» Domando io se la storia deve ficcare il naso in certe cose!
…. Siamo a casa. Guglielmo ha quattro librerie, moltissimi libri che sono ammirati dai visitatori, ma egli non legge mai. Io credeva che studiasse almeno otto ore al giorno; mi ingannavo, avrà studiatoprima.
…. Orribile, orribile! Egli porta un berretto da notte con un fiocco rosa, col pretesto di conservare l'arricciatura dei capelli!
…. Egli restava ore intiere nel suo gabinetto datoilettee ciò stuzzicava la mia curiosità,—ammesso che marito e moglie sono la stessa cosa, non vi è indiscrezione a vedere che cosa fa l'altra metà di sè stesso; ho posto l'occhio al buco della serratura. Egli studia davanti allo specchio; gli ho visto provare una dozzina di sorrisi ed otto pose diverse….
…. Nei momenti d'ispirazione mio marito somiglia tal quale uno stupido. E guai ad entrare allora in camera sua! È scortese, ineducato, vi manda via con superbe parole!
…. Egli pranza benissimo. Vuole sempre dei grandi pezzi di carne sanguinolenta che gli danno l'aria di un cannibale che squarta un cristiano. Venitemi un'altra volta a discorrere dell'ambrosiadei poeti!
…. Sono otto giorni che mio marito passeggia per la casa, declamando il discorso che improvviserà alla Camera. Non andrò a sentirlo; a momenti lo pronunzio io il discorso, tante volte l'ho inteso ripetere.
…. Il segretario di mio marito!….
…. Questa politica mi obbliga a fare moltissime cose che mi dispiacciono. Adesso sono obbligata a far visita alla signora Zeta, una donnina gentile, troppo gentile; taci lingua, che ti darò un biscotto! Lo so, noi siamo esseri deboli, ma almeno salvare le apparenze! Ed è moglie di un uomo politico; non ha dunque imparato nulla alla scuola di suo marito?
…. Sono furiosa. Guglielmo riceve delle lettere amorose da signore incognite che lo amano nei suoi libri; quando gli ho fatta una scena, mi ha risposto con la sua solita freddezza: «Cara mia, sposandomi dovevate saperlo, sono gliincertidella posizione!» Me li chiamaincerti! Una di queste sfrontate gli scrive:Sono sicura che vostra moglie non comprende la vostra grandezza. Vorrei che questa signorina lo vedesse col suo berretto da notte!
…. Il segretario di mio marito!….
…. Guglielmo fa una corte assidua alla moglie dell'ambasciatore. Se gli dite nulla, vi risponde che è per ragion politica; anzi l'altro giorno mi raccomandò di lasciarmela fare dall'ambasciatore marito: così le potenze rimangono in equilibrio e la pace Europea è assicurata. Non già che mi dispiaccia mettere nella lista mia anche l'ambasciatore—ma egli è così noioso, così noioso….
…. Guglielmo non può accompagnarmi ai bagni. Va a fare un viaggio diplomatico, dove non posso andare anche io. Pazienza, mi rassegnerò….
…. Grandi uomini….. Ammirarli sì, sposarli mai.