—Quello che mi sembra impossibile è l'affare di Sofia…
—Nulla di più possibile che l'impossibile—rispose con gravita Lulù.
—Cara, con questi assiomi! Suvvia; lasciamo fare al tempo; forse regolerà egli le nostre faccende. Ciò non toglie che tu sia una pazzerella.
—Ed una capricciosetta…
—Una testa senza giudizio…
—Ed un cervellino bisbetico. Sono tutto quello che vuoi; fammi la predica, me la merito. Andiamo: non hai nulla più da dire? Io attendo.
—Dammi un bacio e va a letto. Buona sera, bambina.
—Grazie mammina. Buona sera.
—Meglio così—diceva fra sè la buona madre.—Meglio così. Lulù è ancora troppo giovane. Si vedono ogni giorno le tristi conseguenze dei matrimoni senza gusto. Dio ci liberi! Meglio così.
—Auff!—diceva prendendo fiato Lulù.—Che diplomazia ho dovuto spiegare, che arte per vincere la mamma! Sarei un ambasciatore perfetto io! Che trionfo, che trionfo! Altro che il trionfo d'amore! Questo è il trionfo di Lulù!
Si fermò davanti alla porta della sorella ed origliò. Si udiva ogni tanto un sospiro represso: la povera Sofia aveva perduta la quiete.
—Dormi, Sofia, dormi—mormorò a bassa voce Lulù baciando la serratura, quasi volesse baciare la fronte della sorella—quietati e riposa. Ho lavorato per te questa sera.
E la generosa fanciulla si addormentò, contenta e felice per la felicità delle persone che amava.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il tempo, il buon vecchio tempo, l'eterno e giudizioso galantuomo, ha fatto il suo còmpito. Lulù chiede a sè stessa, se una signorina che accompagna sua sorella sposa, deve portare un abito azzurro di seta, o semplicemente unfoulardpaglierino con piccoli merletti. Vuol sapere da Roberto se vi saranno molti dolci da rosicchiare, e da Sofia se le donerà quel bel fazzoletto ricamato che sembra un soffio, una nuvoletta. Quei due che hanno conosciuto di quanto sia capace il cuore della fanciulla, sorridono della sua gaia spensieratezza, e l'amano, e la considerano come la loro Provvidenza.
—Perchè io l'ho sostenuto sempre—dice Roberto Montefranco ad un amico, parlandogli del suo matrimonio—gli sposi debbono essere di carattere opposto. Gli estremi si toccano. Così s'intenderanno, si fonderanno, formeranno un tutto completo—mentre quelli di inclinazioni eguali somigliano due parallele: camminano insieme ma non s'incontrano mai. E poi, quando ci è l'amore…..! L'ho sempre detto!
Jésus, ce que tu fis, qui jamais le fera?Nous, vieillards nès d'hier, qui nous rajeunira?A. De Musset. Rolla.
È una sala vasta, deserta, polverosa; qua e là sono aggruppati piedistalli di statue e qualche sedia sgangherata; la luce piove dagli alti finestroni e sembra grigia e fioca, mentre fuori riluce il sole invernale. Camminando in quel salone nudo ed oscuro si abbassa la voce o si tace, si prova un senso di stanchezza e di obblio, e, giunti all'ampio seggiolone che sta di fronte al quadro, si chiudono gli occhi senza volerlo, quasi ad attendere l'ultimo, il più dolce riposo. Ma convien ridestarsi subito, perchè il quadro è là , rimpetto a voi, grande, immobile vivente.
* * *
È un episodio della passione di Gesù: gli leggono la condanna dopo averlo flagellato. Sono ebrei—uno di essi dalle spalle tarchiate, dalle braccia nerborute, stringe un flagello, ed indifferente se la discorre con certi altri; un secondo flagellatore sghignazza orribilmente, ed alza la verga quasi volesse continuare ancora. Alla destra di Gesù è un tale che vuole spuntargli la tunica, a sinistra un altro che gli mostra con atto vero e vivace la condanna. Tutta questa gente, sebbene animata da sentimenti diversi, come l'odio, il disprezzo, la noncuranza, ha il tipo ebreo spiccato: carnagione bruna, soppracciglia vicinissime, sguardo falso; quello poi che ha in mano la carta è un fariseo, un ipocrita che si rivela: labbra strette su cui corre l'insulto, fronte bassa, mano rugosa. Guarda il Nazzareno con invidia e con ira: invidia per quella serenità pacata, ira perchè si vede vinto: e indica la sentenza. Ma il Nazzareno non lo ascolta, non lo guarda: pensa.
* * *
A che pensa? Forse agli sconfinati orizzonti della sua Palestina che non vedrà mai più, alle campagne ridenti, inondate dal sole, al lento volo delle azzurre tortore, alle limpide notti, al cielo stellato e profondo che tante volte ha interrogato con lo sguardo, al placido lago di Tiberiade: egli, che amò tanto la natura, pensa forse a tutto questo. O forse gli vengono in mente i cari compagni delle sue peregrinazioni, quelli che lo compresero e lo amarono; forse ricorda la dolce madre che dovette abbandonare così presto; forse colei che lo adorò sovra tutti: e pensa al loro dolore? No. In quello sguardo vi è qualche cosa di più largo, di più generale: quel Gesù pensa al suo ideale, s'inebbria di esso e dimentica l'individuo nell'universo. La fatale notte di Getsemani, in cui il dubbio lo ha sopravvinto, in cui ha visto scomparire l'anima e la sua immortalità , in cui ha sofferto lo spasimo dell'uomo che vede spezzarsi il suo sogno, quella notte è lontana: egli crede in sè, crede negli altri; ancora pochi giorni ed egli morrà ; ma il mondo sarà scosso, rivoluzionato dal più grande concetto umanitario: la libertà delle anime.
* * *
Io non m'intendo di pittura e molto meno di disegno, non conosco le scuole antiche e moderne e mi affido al solo mio gusto: non so, quindi, se la luce sia giusta nel quadro del comm. Altamura, se le figure delsecondo pianosiano proporzionate a quelle delprimo, se le pieghe degli abiti siano armoniose e via discorrendo. Ma quando una pittura mi colpisce e mi commuove, quando io vi resto estatica lungo tempo davanti, dimenticando in quella sala vuota e fredda il mondo e la vita, quando la tela è illuminata da quel viso intelligente, pallido, buono, sofferente, quando in mezzo a quel gruppo di cretini, di ipocriti, di malvagi, veggo dominare viva e vera la persona del filosofo, del pensatore, del Grande Maestro, io dico che il pittore è un sommo artista, perchè ha raggiunto appunto lo scopo dell'Arte.
* * *
Filosofo! ho sognato su questa parola. Ho riveduto un altro paese bello e fecondo, culla della civiltà umana, ho riveduta la campagna sterminata e la lunga sfilata dei portici marmorei, sotto cui passeggiava gravemente un vecchietto circondato da molti giovani. Il vecchio anche parlava ad essi di libertà , d'anima, d'immortalità e quelli lo ascoltavano e lo amavano: come il Galileo, il vecchio maestro distruggeva gl'idoli antichi, annientava il passato e creava l'avvenire. Sola differenza: il vecchio ragionava, il giovane sentiva. Ma in Grecia ebbero paura come in Gerusalemme, carcerarono il vecchio e gli dettero la cicuta; ed il Nazzareno anche dovette morire. Così, attraverso il tempo, avevano comune il sacrificio ancora i due più grandi martiri dell'Ideale: Socrate e Gesù.
Quelle due famiglie rivali rifacevano in miniatura le discordie dei Capuleti e dei Montecchi: solo, avuto riguardo alla civiltà dei tempi, invece di sparger sangue, spendevano e spandevano denaro. In cambio di morti, vi erano stati processi molti, lunghissimi ed intrigati; litigavano per dispetto, per ripicco, per rabbia; litigavano con quella cocciuta volontà di processi che è uno dei principali morbi della provincia. Come al solito si trattava di scioccherie; un filo d'acqua che prendeva cattiva direzione, una turbolenta capra che era saltata dal campo dell'uno in quello dell'altro, alcune oscure e stupide patate che sotterra, distendendosi, avevano annullato il confine. Su questo pioveva la carta bollata, gli uscieri si affaticavano a scrivere con quel loro stile, ultimo ricordo delle invasioni barbare, le sentenze si moltiplicavano, i processi si complicavano; i due avvocati si fregavano le mani per la gioia, e dall'aspetto che pigliavano le cose, erano sicuri di trasmettere come preziose eredità quelle liti ai loro figliuoli. Come era stata causata quella inimicizia fra i Pasquali e i Dericca non si poteva sapere chiaramente; da una parte e dall'altra vi erano affermazioni varie: soltanto era una inimicizia profonda e dichiarata. Essendo vicini di casa in città , vicini di terra in campagna, s'incontravano spesso, guardandosi in cagnesco; le donne sentivano la messa in due chiese diverse; se le fanciulle Dericca portavano abiti azzurri, le fanciulle Pasquali inalberavano subito il rosa; al consiglio municipale i Pasquali erano sempre conservatori ed i Dericca, naturalmente, sempre progressisti; quello che l'uno faceva, l'altro non avrebbe fatto per mille scudi; dove l'uno andava, l'altro non compariva. E poi pettegolezzi, maldicenze, mormorii, avidità di scandali, malignità : insomma quel corredo di piacevolezze che succedono in provincia fra due famiglie rivali. Su questo, Carlo, primogenito dei Pasquali e Maria, secondogenita dei Dericca, pensarono bene d'innamorarsi.
Gli amori delle piccole città non hanno molta varietà : per lo più sono relazioni che cominciano con l'infanzia, seguitano nelle partite dimosca ciecasi manifestano solitamente nei balletti famigliari, continuano nel giuoco della tombola e si completano sempre davanti al parroco ed al sindaco. Sono amori risaputi, sorvegliati, stabiliti, registrati nelle entrate e nelle uscite della casa; protetti dai nonni brontoloni, dagli zii preti; conosciuti da tutta la città ; amori senza nervi, senza lagrime, senza tenerumi, senza fantasticherie; qualche cosa di molto calmo, di molto lento, la cristallizzazione dell'amore. Ma Carlo Pasquali aveva avuto l'incomparabile fortuna di passare, in una volta, quindici giorni a Napoli, il che gli faceva guardar con disprezzo gli usi provinciali; ma Maria Dericca, la notte, ad un lumicino fioco, aveva pianto sulle sventurate eroine del Mastriani e le aveva invidiate nelle loro fantastiche passioni; quindi a quei due ci voleva un amore eccezionale. Fa prima uno sguardo furtivo, una paroletta mormorata pianissimo eppure intesa con singolare percezione, da colei che doveva udirla, un garofano caduto da un balcone per colpa sicuramente del vento, un subitaneo pallore di lui, un subitaneo rossore di lei; poi coll'intervento armato di un ferro da stirare di una biricchina quindicenne che andava a stirare in casa di Maria, un bigliettino, una breve risposta; una letterina, una letterona, ed infine quei volumi di otto o dieci foglietti che segnano il più alto punto della follia amorosa.
Ahimè! furono brevi le gioie dei due giovanotti e rapidissimo giunse il dolore a dileguarle. Furono visti, spiati, le novelle giunsero ai relativi papà e tutti i fulmini delle ire paterne, inasprite da undici processi, caddero sulle teste dei poveri amanti. Si chiusero i balconi, fu messo il catenaccio alla porta del terrazzo, si contarono i garofani sulla pianta, le passeggiate furono proibite, o almeno fatte senza annunzio, l'ora della messa fu cambiata ogni domenica—ma quei due continuarono ad amarsi. I rabbuffi, le prediche, le proibizioni, le difficoltà , non valsero che ad infiammare il loro amore: la notte, nell'inverno, Maria si alzava, si vestiva, si avvolgeva in uno scialle, con le pianelle, rattenendo il fiato, tremante dalla paura, scendeva nelle scale, ad un finestrino del primo piano; l'amichetto era nella strada, addossato alla muraglia. Così conversavano per due o tre ore senza curarsi del freddo, della pioggia e del sonno perduto; conversavano senza vedersi, a cinque metri di altezza, tacendo ad ogni rumore di passante, riprendendo cautamente il discorso, col timore continuo che i parenti di Maria si alzassero e la ritrovassero in quel colloquio aereo. Ma che importava loro tutto questo? Avevano nel cuore la luce, il sole, la primavera, il coraggio, l'entusiasmo; venisse pure il re, non si sarebbero mossi. Invece il fratello di Maria, una notte che non poteva dormire, si alzò di letto e trovò la porta socchiusa, scese per le scale, udì un mormorio e colse la sorella sul fatto; poco complimentoso sbarrò le imposte sul viso a Carlo, dette uno schiaffo sonoro a Maria e se la riportò in casa. Dal mattino fu murata la finestruola del primo piano, malgrado la scala ne rimanesse un poco oscura.
O voi, fedelissimi amanti che vi desolate nelle pene di un amor contrastato, immaginate la disperazione di quei due! Le loro lettere non si potevano più leggere, perchè le lagrime cancellavano le parole; filze di punti ammirativi da sembrare soldati prussiani sotto le armi, seguivano le diuturne imprecazioni alla sorte, al destino, al fato e ad altri esseri impersonali che non potevano rispondere; mille progetti fantastici erano creati, discussi e poi rigettati. Carlo avrebbe voluto fuggire con Maria, ma suo padre non gli lasciava danaro e sarebbe stato difficile riunire le nove lire e cinquanta per un viaggio in due sino a Napoli; pensarono per un momento al suicidio, ma…. trovarono che non risolveva le difficoltà . Poi a lungo andare il loro amore divenne sistematico, le imprecazioni furono sempre le medesime ed essi non poterono andare a letto senza averversato sulla fedele carta la piena del loro dolore. Nel paese non si parlava che del loro incrollabile amore e dei loro tormenti; erano l'oggetto dell'interesse generale; se giungeva un napoletano lo conducevano a veder le rovine del loro anfiteatro e gli narravano il caso di Carlo e Maria. Quindi i due giovanotti, carezzati nel loro amor proprio, si atteggiavano ad un contegno di circostanza. Maria era pallida sempre, con un'aria malinconica, non sorridendo mai, parlando sempre alle amiche del suoi giorni senza gioia, rifiutando di divertirsi, contenta di somigliare tal quale ad una eroina del Mastriani. Carlo andava a fare delle passeggiate solitarie, era sempre di pessimo umore; ai balli non si moveva mai da un angoluccio, contento che intorno ad esso si mormorasse: Povero giovane, quell'amore sfortunato gli rattrista la vita! Nei circoli, nelle festicciuole, nelle visite, con la monotonia instancabile della provincia, ritornava sempre il discorso dei due amanti, e chi avesse qualche notizia fresca su di loro era accolto a braccia aperte: Carlo e Maria portavano dignitosamente il peso della loro popolarità .
Infine, non so dopo quanti anni, quattro o cinque mi sembra, di questa lotta continua, di questi pianti cotidiani, di questo amore allungato, allungato, mantenuto vivo dai dissidi, le cose cangiarono di aspetto. Vi fu una brava persona—ce ne sono ancora—che con molti sforzi di loquela persuase i genitori che ai processi ci si rimetteva del proprio e molto, testimoni i due avvocati che si erano arricchiti alle spalle dei clienti; che quei due giovanetti si struggevano ed avrebbero dato nel mal sottile per quell'amore contrariato; le case erano daccanto; daccanto i possedimenti; Cristo aveva perdonato, perdonassero anch'essi, se voleano trovare perdono; tante ne disse, tante altre persone, mosse dall'esempio, ci si interposero, che le quistioni vennero ad una transazione, la quale aveva per primo capitolo il matrimonio di Carlo con Maria.
Qui certamente tutti supporranno che i giovanotti furono consolatissimi e supporranno il vero: ma il mio obbligo di novellatrice sincera mi costringe a dire che nel loro primo colloquio libero regnò un grande imbarazzo. Si erano abituati a vedersi di lontano, alla sfuggita; a parlarsi da un primo piano alla strada, nella oscurità , falsando o smorzando la voce: si trovarono molto diversi, forse un po' ridicoli; non avevano argomenti di discorsi, tacevano spesso, affrettando col pensiero l'ora che dovevano lasciarsi. Non vi erano più imprecazioni e lagrime da mescolare con l'inchiostro, non si scrissero più. Tutto era libero, piano, facile davanti al loro affetto: non dovevano pensare alle sottigliezze per ingannare la vigilanza dei vecchi, non avevano più nessun gusto al mormorarsi qualche parola in segreto, non facevano più progetti ardimentosi per l'avvenire. Si sarebbero sposati prosaicamente, senza ostacoli, come tante altre coppie sciocche. Quei del paese non badavano più a loro; passata la meraviglia ed i commenti sul matrimonio, Carlo e Maria non destarono più l'attenzione, non si parlò più di essi, non si notò più il loro contegno; cessarono di essere additati come esempio di fedeltà . Adesso si portavano gli occhi sulla moglie del pretore che era accusata di avere una simpatia poco tribunalesca per il sostituito procuratore del re: caso gravissimo.
I due amanti si sentirono abbandonati, una grande freddezza si ingenerò fra loro. Carlo trovava che le virtù della sua fidanzata, quelle virtù che rifulgevano nelle lettere, si appannavano nella casa; Maria pensava spesso che Carlo era un poco triviale nei suoi gusti e che finire con un matrimonio stupido un amore così tempestoso, era indegno di una lettrice del Mastriani. Vi fu fra loro qualche paroletta vivace sulleillusioni smentite dalla realtà , sui miraggi, sugli inganni otticied altre punzecchiature simili; venne una questione, poi due, poi divennero quotidiane. Una sera Maria disse con voce irritata:
—Carlo, lasciamo stare.
—Lasciamo pure,—rispose lui senza esitare.
Ed il giorno seguente partì per un viaggio d'istruzione; Maria andò a Napoli, presso una sua cugina, per pescarvi un marito eroico. Le famiglie si ruppero di nuovo: il padre di Maria aprì una finestra che dava nel cortile del suo vicino; costui per molestarlo fabbricò un colombaio i cui colombi scorrazzavano dappertutto; subito una citazione, una seconda, una terza, i processi ricominciarono, e questa volta, dicevano gli avvocati sorridendo, senza speranza di transazione.
Quando si entra nel parco, un vivissimo bagliore fa chiudere gli occhi;—ma si riaprono subito perchè si vuol vedere, si vuol sorridere, si vuole ammirare. L'animo è inclinato a trovare tutto buono e bello, la fantasia calza i coturni di festa, ogni pensiero di tristezza è dimenticato; si vorrebbe raddoppiare, triplicare la potenza visiva. Il paesaggio è vasto; sono viali interminabili, tracciati con un rettifilo egualissimo, bianchi, polverosi, senza un sassolino o una erbuccia parassita; ai due lati grandi prati di trifoglio, lasciato crescere a quattro dita da terra e che vi dà una uniformità di verde, senza la più piccola gradazione; a regolari intervalli, gruppi di alberi tagliati a capanne, a scaglioni, non un ramo fuori di posto; enormi masse di acque silenziose e con un moto così lento, che pare siano ferme—ed in ultimo un orizzonte largo, largo, aperto, che non cela nulla. Si guarda tutto questo, si vuole abbozzare un sorriso, ma riesce male, non è sincero; si pruova quasi un senso di delusione: si vorrebbe chiedere sequesto è tuttoe non si osa per timore di sembrare ignoranti o incontentabili; si fissa ansiosamente l'angolo del viale, sperando di trovare dopo quello il nuovo, l'incantevole. Ecco, l'angolo è girato….: viali polverosi, prati di trifoglio, orizzonte senza fine; è sempre lo stesso spettacolo: allora quelle linee grandi, pure, armoniche, cominciano a stancarvi, a mettervi nell'anima una malinconia indefinita. Questa mestizia viene forse dagli alberi, che hanno un'aria saggia e riflessiva, come persone che abbiano esperimentato la vita; forse si eleva da quelle acque brune e senza riflessi che se ne vanno alla loro via senza fare scappate giovanili; forse è la luce sfolgorante, crudelmente ripercossa dai bianchi viali; forse è la inutile ricerca di un angolo fresco, ombroso, nascosto, dove riposare l'occhio—ed è forse tutto questo insieme. Perchè è lo spasimo della Natura a cui sono state imposte le leggi della prospettiva, della geometria, della idraulica e di non so quante altre orribili parole greche e latine; è la umiliazione, la sommissione di una potenza ad un'altra. Però la vittoria dell'uomo può paragonarsi ad una sconfitta; quello è uno spettacolo magnifico, ma non ha anima, è morto: in quel parco non vi è mezzo nè di amare, nè di sognare, nè di vivere….
—Queste,—ripete la voce fredda e cadenzata della guida—sono le reali delizie….
Se i re hanno solo quelle delizie là !
* * *
In un cantuccio semi-nascosto vi è un cancello. I visitatori l'oltrepassano di rado, perchè giunti a quel punto ne hanno già abbastanza e provano un desiderio vago di fuggire. Solo qualche testa strana, qualchetouristeinfaticabile, malgrado abbia inteso che quello è ilboscoe che non ci si entra in carrozza, si decide ad esaurire le forze delle sue gambe e si fa aprire il cancello.
Qui la vegetazione è libera, le piante crescono invadendo il regno dell'aria coi robusti polloni e penetrando la terra con le grosse radici: i rami si dividono, si moltiplicano, s'intrecciano allegramente. Le fronde salgono, scendono, fanno capolino dappertutto; sono brune in cima, pallide al basso, e presentano tutte le più delicate tinte del verde, da quello opalino, trasparente, aereo, sino al vigoroso e forte che quasi sembra nero. Il sole manda negli interstizi certi raggi sottili sottili che paiono capelli biondi luminosi, getta in terra tanti cerchietti lucidi che sono la sua piccola e ridente immagine; la luce è buona, la luce è soave nel bosco. Malgrado la stagione avanzata spuntano ancora gli anemoni, protetti dalla frescura, e le lucertoline brillanti schizzano tra le alte erbe—i sentieri non sembrano tracciati, vi sono labirinti, crocicchi, salite, discese; ogni tanto un vano azzurro che si allarga, si allarga: è la pianura inondata di luce; è scomparsa, ecco il bosco un'altra volta. Il bosco sorride, parla, canta: si odono dintorno lievi sospiri di benessere, voci indistinte e vaghe, confusi mormorii che sembrano parole di gioia balbettate da labbra infantili. Giungono odori forti e sani, leggermente aspri: sono i profumi energici di quegli alberi vigorosi, è lo scoppio della loro gioventù, è il succhio impetuoso di vita che sale in essi e rompe la corteccia. Calma meravigliosa in tanta vitalità —sicurezza profonda in tanta libertà .
Allora l'azione benefica della natura si manifesta, l'uomo si sente sollevato, sulla fronte bruciata dal sole pare sia passata una mano leggera e carezzevole: entra in lui, per tutti i pori, una nuova parte di vita, di vita ridente e felice. Per la prima volta egli si trova davanti alla più sublime delle verità fisiche, perchè la luce, i profumi, i mormorii gli arrivano come palpiti, vibrazioni di aria; le sue sensazioni sono piene, complete, perfette, ed ognuna di esse riassume tutte le altre e tutte concorrono all'equilibro dell'anima e del corpo. L'uomo pensa; pensa alla stirpe dei primi, vigorosi terrigeni che adorarono la terra come madre e come dea; ai giocondi tempi dì Evandro e di Saturno; pensa alle foreste ombrose, alle sconfinate pianure, alle montagne nevose, a tutti i liberi svolgimenti della natura. L'uomo ama e sogna nel bosco, dove ride la luce e si nasconde la pervinca. E quando domani ritornerà alle strade rumorose, alle sale soffocanti, alle veglie prolungate, porterà in sè un ricordo pieno di soavità e di freschezza; la buona Natura, avrà messo unanota di verdenella affannosa ed incessante lotta dell'esistenza.
Bosco di Caserta, giugno 1878.
Oh, i bei tempi delle antiche caccie! Lunghissime corse dietro una problematica lepre o una volpe astutissima, colazioni succolenti e sonni profondi, campagne, boschi, colline, dove siete più? La civiltà vi ha distrutte, o belle caccie dei nostri padri: la civiltà , col suo noioso fumo della vaporiera, con le sue armi di precisione, con le sue larghe strade, con le sue nuove occupazioni. Non vi sono più caccie: le ultime si sono rifugiate fra le montagne del Tirolo, in Russia, in Africa, ma da noi l'è finita. Adesso quasi nessuno più si alza allo spuntar dell'alba, per infilare la giacca e gli stivaloni, e ponendosi ad armacollo il fido fucile andarsene a minacciare le filosofiche riflessioni di un tordo o le rumorose moine di una pernice: bisogna andare alla Borsa, al giornale, al circolo, al caffè, soffocare in una sala angusta, piena di fumo e di malignità che si svolge nell'ambiente, opprimersi il cervello con le solite notizie, le usate ed abusate freddure, i quotidiani scandali; fare una cattiva colazione, un peggior pranzo: e poi di nuovo là , donde si esce affranti senza aver camminato, stanchi senza aver lavorato, vuoti di spirito ed annoiati—Oh la civiltà , miseria della nostra epoca!
* * *
Così è, non si va più a caccia. Mentre gli antichi uomini si contentavano di essere grandi cacciatori davanti a Dio, i nostri moderni vogliono essere grandi pubblicisti, grandi statisti, grandi professori, grandi… qualcos'altro, davanti ad un Dio qualunque che molte volte è la società , spesso il denaro, spesso sè stessi, raramente quel di sopra. Ma io casco nell'enfatico; andiamo al fatto. La caccia non ci è più, ma la caccia ci è. Paradosso. Sorriso ironico ed incredulo del lettore. Mia spiegazione: la caccia non è più nelle campagne, ma si è rifugiata nelle città , la materia deve avere un posto: se la si leva da una parte, essa spunta dall'altra—benedette lezioni di fisica! Dunque s'è fatta cittadina e quindi messa in fronzoli e nastri, nè vi garantisco che non usi la simpaticaveloutine: in città si acquistano tante belle abitudini: tutto sta ad intenderle subito. Ma, venendo al sodo, non si tratta della eterna caccia che danno le signorine alla difficile selvaggina che è un marito, nè di quella che i creditori fanno agli innocenti debitori, non è neanche caccia alla eredità , al testamento, agli onori, alle cariche. È un'altra caccia. Chi la vuol sapere, legga più basso.
* * *
È lacaccia al lettore. Sì, lettore umanissimo, tu sei l'oggetto della caccia dei letterati, poeti, giornalisti, filosofi, scienziati. A te sono dirette tutte le colossali lettere dei cartelloni, le microscopiche lettere dei cartellini, i trasparenti, le pioggie colorate, tutti gli infiniti e molteplici aspetti dellarèclamee dellaclaque. Per te gli autori si inginocchiano nelle prefazioni, negliavant-propos, nelle platoniche dediche—per averti s'inventano i milletrucsdegli abbonamenti, le promesse dei premi favolosi che superano di gran lunga il prezzo che tu sborsi, quasi che il giornale volesse avere il piacere di farti un regalo: curioso disinteresse! Poi le sciarade, immenso campo dove il lettore potrà , mediante un piccolo sforzo di memoria, indovinare, rimanere vincitore, e di che premio! vi so dire. Lettore, per te si fabbrica, per te si traduce, alcuni hanno anche l'ingenuità di creare; per te si legge e per te si scrive; per te si scarabocchia, per te sitoglie—onesta parafrasi—dagli altri giornali—e tutta questa roba mischiata, unita, condita col pepe di uno scherzo, col sale di una riflessione, con l'olio della raccomandazione alla tuabenignità , ti vien presentata con un inchino, con un sorriso—si vuole che tu legga. Tu non leggi—o uomo di poca fede!
* * *
Non si legge, non si legge—ecco il secreto tormento di coloro che invece d'imparare un utile mestiere, hanno avuto la felice ispirazione di volerescrivere. Illettoreè sparito dal mondo—oh legge sulla istruzione obbligatoria! Come faranno dunque tutti questi nuovi ingegni che hanno assolutamente la smania di comunicarci le loro idee? dove è il pubblico per tanti attori? Io moltiplico gli ammirativi e gl'interrogativi, ma la punteggiatura non è un rimedio, tutt'altro; la piaga rimane la medesima. E dire che del lettore si ha assoluto bisogno, lo si cerca, lo si vuole, lo si va cacciando—e lui duro, ostinato, incredulo, fugge, si nasconde, evita i colpi, para le botte e tira via. E così si vede quell'essere spesso innocente, forse involontariamente colpevole, che è uno scrittore letterario, salutare cortesemente la figlia del portinaio che trova leggendo un romanzo—è una lettrice futura remota; quell'altro bipede implume, grande fabbricatore dipettirossie dicaroteche è il giornalista, proteggere modestamente lo speziale dell'angolo che dovrà leggere il suo articolo sulla tassa degli zuccheri—il professore sorridere all'alunno che ha comperato il suo libro—Sono tutte armi quel saluto, quella protezione, quel sorriso; si semina per raccogliere che se poi non si raccoglie nulla, incolpatene la cecità del pubblico poco disposto ad essere illuminato anchegratis.
* * *
Vi dovette essere qualcuno che t'insegnò tanta malizia, o lettore—devi avere qualche segreto potere che ti fa forte contro le infinite tentazioni della penna, contro le molteplici e svariate seduzioni che dalla mattina alla sera sono la ricerca degli scrittori: tu sorridi quando ti si chiamabenigno,benevolo,simpatico, quando ti si dice bella lettrice; sorridi e passi avanti. Non ti curi della lunga schiccherata di collaboratori che sfilano nei programmi delle riviste, bada, nei soli programmi, quasi che tu sapessi essere quello un mezzo di comprare la gloria, tanto per la rivista quanto pel collaboratore—Tu non cerchi vedere chi si nasconde sotto la moderna invenzione, lopseudonimo; sai forse che lì dietro vi è quasi sempre un nome ignoto, di cui non si deve aver che fare, se lo si lascia tanto comodamente? Tu non sai che farti dell'amore dei libri; ami forse, ma non in quel modo: nè vuoi essere data la legge. Non t'importa che la cronaca ti dica che la gente onesta, pulita, che si rispetta, va a Castellammare o a Montecatini; tu resti un galantuomo, prendi l'asino e te ne vai sul Vomero. Il giornale ti dice di votare pel tal dei tali, tu non ne fai niente. Dimmi, chi ti insegnò queste cose, o lettore? La tua scienza tanto sottile, tanto astuta, tanto fine, dove l'hai trovata?
* * *
Questa volta, a furia di girare e di rigirare la questione, credo di averne rinvenuta la molla segreta e i miei punti interrogativi troveranno una qualunque risposta—se non piace loro, che si stiano. Dunque, studiato, paragonato, osservato tutto, risulta: che si legge poco, perchè si scrive troppo. Che novità , eh? Ma la è così: il campo del pubblico si assottiglia, quello degli scrittori aumenta, ma in quantità non in qualità . Ognuno vuole spifferarci la canzone, la poesia, la novella, il romanzo.—Dopo aver letto le gioie del signor Caio, bisogna sorbirci le disperazioni del signor Sempronio e le bestemmie di quell'arrabbiato di Tizio! I circoli, le associazioni, le scuole, i premi accrescono la terribile mania e siamo inondati di genii in erba, incompresi… perchè non sanno la grammatica—ed atei… perchè non hanno di meglio a fare.—Dinanzi a questa irruzione, il pubblico si arretra, si spaventa, si annoia, perde la fiducia e non legge più; apre i libri quando sono firmati da nomi che conosce, compra il giornale che ha l'abitudine di portarsi a casa, ma davanti all'ignoto, di fronte allaxincognita, fa il niffolo e rifiuta.
* * *
Malgrado questo, la caccia continua, i cacciatori sono accaniti, pazienti, non si scoraggiano, non lasciano la traccia—la selvaggina non si trova, non ci è; è dileguata, scomparsa. E la sorte delle lettere, e l'arte? Mah!….. Dategliele queste lettere, quest'arte, e vediamo se quel caro pubblico dirà di no; ma, a conti fatti, bisogna persuadersene: perfareun libro ci vogliono due persone: l'autore ed il lettore. Nevvero, signor lettore? Nessuno mi risponde: ecco una caccia perduta.
Acacia, amor platonicoLinguaggio dei fiori.
Si vedevano in mezzo a molta gente, si scambiavano un saluto breve e distratto, sedevano sempre lontani. Fra loro non ci erano nè sguardi, nè sorrisi. Si conoscevano solo di nome, nulla avevano di comune. Egli, Renato, venuto dalla nativa Germania, diviso dai suoi cari, sotto l'affannoso ricordo di dolori recenti, era serio e grave per natural costume; e frequentava gli allegri ritrovi per non attirarsi la taccia di misantropo. Ella, Cherubina, una fanciulla umile e timida, slanciata nella società prima del tempo, afferrata dal vorticoso turbine del mondo, era piena di stordimenti e di paure. Alla sua delicata natura, alla squisita sensibilità del suo cuore, convenivano meglio la pace ed il silenzio della casa, ma le sue allegre e robuste sorelle se la trascinavano dappertutto; essa che le amava, non osava dire di no. Sibbene, ai balli, ai teatri, ai rumorosi divertimenti, in mezzo ai piaceri, ella portava i suoi occhioni sorpresi ed un volto che arrossiva alla minima emozione.
Ma Renato non sapeva di lei, lei nulla aveva indovinato di Renato—erano estranei. Il caso solo li riuniva nelle sale illuminate, ricche di fiori e di donne: il caso li faceva incontrare nelle vie, dove il mondo felice trascina il suo fasto; il caso solo si compiaceva mettere faccia a faccia la timida giovinetta ed il giovane serio e grave. Essi non si ricercavano.
* * *
Eppure, nel profondo segreto del cuore, Renato amava la fanciulla. Quel cuore che aveva tanto sofferto, in cui si erano scatenate le tempeste della passione e dell'ambizione, quel cuore che aveva palpitato e pianto, riuniva tutte le sue forze di affetto per amare Cherubina. Era un amore intelligente, cioè amore di uomo che ha già amato, amato con la mente, coi sensi, con l'anima e che finisce per riunire in una sola tutte queste espansioni. Era singolare: egli non aveva alcun desiderio di manifestarsi, non lo premeva l'ansia di conoscersi corrisposto. Forse era sicuro di non poter mai risvegliare un affetto simile al suo; forse, con una sublime astrazione, più che la persona, egli amava l'amore. Nelle lunghe veglie invernali, solo, nella sua camera, egli vedeva apparire il volto gentile della fanciulla; egli parlava a quel fantasma, a quel fantasma che egli solo poteva evocare, che era suo, che egli creava dal nulla. Ma la luce mattinale scacciava le ombre, il sognatore ridiventava uomo, e quando Renato rivedeva Cherubina, la Cherubina reale, poteva, senza dolore, non guardarla, non rivolgerle una parola: tutta la notte egli l'aveva adorata, le aveva bruciato l'incenso dell'amore. A che serviva la realtà ? Nulla poteva dargli più dei suoi sogni, e forse poteva distruggerli. La fanciulla delle sue notti era una splendida immagine senza macchia e senza debolezze; mentre forse la vera creatura era una semplice e limitata donnina.
* * *
La buona fanciulla che nulla sapeva di sogni e di visioni, che si lasciava condurre ai balli come un agnellino ubbidiente e che al ritorno, toltisi i fiori dai biondi capelli, mormorava le sue infantili preghiere, la buona fanciulla voleva bene a Renato. Però, siccome non era certa che l'amore fosse o no un peccato grave, così si teneva bene stretto il segreto nel piccolo cuore; si nascondeva, credendo far male; chinava i grandi occhi ed arrossiva più che mai. Invidiava la franchezza delle sorelle ed avrebbe voluto dirgli una parolina dolce; ma aveva tanta vergogna, tanta vergogna! Ci era in lei un indistinto sentimento di pudore, quasi che l'amore le completasse e le rivelasse il segreto della vita: certo non osava guardarlo. Non aveva più la mammina, quella cara mammina, al cui orecchio essa aveva mormorato tutti gli ingenui desiderii della infanzia; la mammina se n'era andata e la Cherubina non diceva nulla a nessuno; anzi tremava tutta al solo pensiero cheeglicomprendesse qualche cosa; e si sedeva in un angolo recondito, lontana dai pericoli.
Passò tanto tempo. Una sera—in un ballo—Cherubina era intenta a rialzare i petali dei suoi fiori, fiori che appassivano in mezzo ai lumi ed ai profumi artificiali; Renato, alle sue spalle, discorreva con un amico.
—Sai? parto—disse.
—Torni presto?
—Non so, non lo credo.
La fanciulla si morse il labbruccio e rimandò indietro le sue lagrime; ebbe il coraggio di non voltarsi e di continuare a gingillar co' suoi fiori; anzi provava un piacere acre in quella sofferenza. Certo, l'amore era un peccato e doveva subirne la penitenza.
Renato partì amandola. Non si dissero neppure addio. Essa pregò per lui; egli portava seco il suo diletto fantasma.
* * *
Due volte si rividero, due volte si lasciarono e gli anni scorrevano. La gioventù di entrambi declinava; le belle ore, le ore delle liete e serene speranze fuggivano per rientrare nel passato; essi passavano volta a volta per le tristi e gioconde vicende che sono di ogni uomo, essi vivevano e la gioventù moriva. Già i volti perdevano la freschezza, già il corso dei pensieri diventava meno tumultuoso, già la vita si faceva più lenta, più lenta. Ma rivedendosi, essi non si trovavano cangiati, perchè serbavano in cuore una eterna giovinezza ed apparivano l'uno all'altra come nei primi tempi del loro amore silenzioso. Avevano serbata la fede senza averla giurata, erano rimasti fedeli ad una idea; Cherubina, prima fanciulla, poi donna, non aveva conosciuto, non aveva nutrito che quel solo affetto, ed era quell'affetto che le faceva brillare gli occhi di una luce dolce e soave, era quell'affetto che rendeva così trasparente la sua pallidezza fino a farle mostrare l'anima, se fosse stato possibile. Portava in sè stessa un tesoro di slanci, di speranze, di aspirazioni; sentiva il cuore dilatarsi sotto la soverchia ricchezza di amore, ed intanto provava una compiacenza a tacere, a restarsene, come sempre, muta in un angolo recondito, calma in apparenza, ma vivendo di una alacrissima vita interna. E Renato immerso nelle ardenti lotte della scienza, consumato dalla sete dell'ambizione e del potere, nella parte di sè stesso più sconosciuta portava una immagine fresca e sorridente, una immagine che egli era sempre rifuggito dall'incarnare.
Ci fu un momento, un giorno, in cui si trovarono di fronte, soli, liberi, senza doveri. Avevano la pace nel volto, ma non nello spirito e l'amore si precipitava alle labbra, quasi ad una meta lungamente anelata. Ebbene, quel momento, quel giorno, essi rimasero freddi, muti, indifferenti. Non trovarono parole, non trovarono sguardi, non li aiutò nè raggio di sole nè profumo di fiori—la natura non voleva forse. Si lasciarono, ritornando ai loro sogni, pentendosi di quel momento in cui avevano arrischiato di perdere il loro tesoro, rivelandolo. Gli anni passarono—morirono.
* * *
Costoro il pazzo mondo chiamerà pazzi e sorriderà della loro follia; ognuno che abbia il cosidettobuonsensoli dirà imbecilli e si stringerà nelle spalle per compassione. Eppure, io so che essi furono felici nel loro silenzio, più di molti altri che delirarono nelle ebbrezze di un amore confessato e corrisposto; e che uno dei loro sogni valse più che mille ardenti realtà . Io so che essi non soggiacquero alle volgarità della vita, e che, rispettosi, non circoscrissero il loro affetto in una cerchia gretta e meschina, dove lo avrebbero veduto morire di sazietà .
Perchè il poeta ha detto che vi sono idee vaste, sconfinate, infinite, che non possono sottomettersi a nessuna forma umana. Forse una di queste è l'amore, il quale è tanto più grande in quanto è inviolato; e forse in questa perenne violazione che ne fanno gli uomini, è il segreto della sua morte.
Guido aveva quel giorno l'aspetto di un uomo felice: fronte serena, occhi e labbra ridenti, andatura svelta e spigliata. Ritornava da un banchetto politico—in questo caso la parolapranzoè troppo volgare—dove alle frutta aveva minutamente spiegato ai suoi elettori futuri il suo programma: gli applausi erano fioccati, la cucina del cuoco, lochampagneed il programma del candidato avevano prodotto molta impressione: l'elezione era assicurata. La sera poi, Guido sarebbe andato ad un ballo, dove avrebbe incontrato la baronessa Stefania, una crudele che cercava da un mese un pretesto dignitoso per lasciarsi intenerire: forse durante unwaltzerdi Metra o in una visita poetica albuffet, il pretesto si sarebbe offerto da sè: la misericordia divina è così grande! Aggiustati quindi i suoi affari pubblici ed intimi, Guido rientrava per dormirsela un'oretta, come il grande Napoleone alla vigilia di non so quale battaglia.
Ma Giuseppe, un servitore vecchio e fedele, come se ne trovano ancora pochi, Giuseppe rimaneva in posizione rispettosa davanti al padrone; sul suo volto si leggeva il desiderio di dire qualche cosa.
—Ebbene?—chiese Guido, che se ne era accorto.
—Chieggo scusa al signor padrone…. volevo dire….
—Purchè tu lo dica presto.
—Il signor padrone ricorda che giorno è questo?
—No, Giuseppe, no.
—Oggi è il suo compleanno….
—Ah!—fece soltanto Guido, la cui fronte si rannuvolò.
—Altre volte…. ai tempi di qualcun altro…. in questo giorno eran fiori dappertutto….
—….Erano, non ci sono più!—osservò Guido con una leggiera mestizia.
—Ci sono, ci sono—disse il vecchio servo smascherando un grosso mazzo di fiori che troneggiava sopra una mensola.
—E chi?…—domandò Guido, ma guardando il volto umile e sorridente del servo, comprese subito.—Tu, Giuseppe?
—Il padrone…. scuserà ….
—No, non vi è bisogno di scusa. Ti ringrazio: mi hai fatto piacere con quei fiori.
E il candidato al collegio di Roccacannuccia ed al cuore della baronessa Stefania, si commosse, pensando che nel suo compleanno, al solo servo era venuta la gentile idea di un dono di fiori. Ma fa una lieve emozione, perchè anzitutto Guido era un uomo di spirito. Ora chi appartiene a questa onorevole e ristretta classe di persone, ha il diritto di commuoversi ogni tanto, ma a patto che lo faccia brevemente, senza dimostrarlo all'esterno, e che dopo sia pronto a sorriderne.
—Io vado a dormire un poco—riprese Guido;—mi sveglierai alle sette e mezzo.
—Sarebbe meglio che il signore non dormisse.
—E perchè, savio Giuseppe?
—Perchè stamane, mentre in casa vi era soltanto Girolamo, è venuta una signora. Quando ha inteso che il padrone era uscito, essa ha detto: «Benissimo, appena sarà di ritorno, ditegli che verrò nuovamente questa sera alle sei, che mi attenda ad ogni costo, perchè debbo parlargli di un affare urgente». Ed è andata via.
—Bravo! ed il nome?
—Non ha voluto lasciarlo.
—Uhm! roba misteriosa, qualche rondinella pellegrina. Girolamo ti ha detto almeno…. di che si trattava?
—Sì: giovane, alta, bruna, vestita con molta eleganza.
—Di bene in meglio. La mia curiosità è stuzzicata. E tu credi,Giuseppe, che per questa incognita io non debba dormire?
—Sono le sei. Se essa è puntuale, il padrone non avrà neppure il tempo di stendersi sulla poltrona.
—E va bene, facciamo questo sacrificio alla Dea ignota. Giuseppe, dammi i giornali, attenderò leggendo. Una bruna ed alta! giusto, Stefania ha i capelli biondo-ardenti; sarà un diversivo.
Qui la lettrice alzerà gli occhi dalla pagina e penserà che Guido minaccia di essere un Don Giovanni; niente affatto. Non nego che ai suoi venti anni Guido era tanto ricco di cuore da adorarne anche tre alla volta; ma poi era venuta la sua grande passione in cui ce lo aveva rimesso tutto il cuore, poi per una sciagurata combinazione la felicità era crollata come un castello di carta e la grande passione soffocata e seppellita nel passato. Dopo due anni impiegati a farla morire, Guido aveva ripreso la sua vita da giovanotto, un po' qua, un po' là : ma erano fuochi di paglia.
—Signore, signore—disse Giuseppe, rientrando tutto turbato.
—È venuta?
—È in salotto.
—La conosci tu?
—No, no…. non la conosco—rispose il servo balbettando.
Ma il padrone era già presso la porta del salotto, dove si fermò un momento per contemplare l'incognita. Costei stava ritta presso il tavolo sfogliando l'albumdelle fotografie; voltava le spalle alla porta, sicchè non si distingueva altro che una figura alta e graziosa, vestita di un ricco abito di seta nera, carico di merletti.
—Signora….—disse Guido, avanzandosi.
Quella si rivolse subito: Guido provò come una scossa elettrica, e per celare la grande meraviglia che gli apparve sul volto, fece un profondo inchino.
—Non disturbo?—chiese ella, sedendosi con molta scioltezza, dopo aver risposto al saluto.
—Per nulla; sono a vostra disposizione.
—Peggio per voi se questo è un complimento; io sono disposta a profittarne.
—A mio rischio e pericolo dunque—replicò Guido sorridendo—compiacetevi di parlare.
La signora (in confidenza si chiamava Emma) carezzò un poco il pelo morbido del suo manicotto; pareva che, sicura delle sue idee, cercasse una forma efficace ad esprimerle. Guido si distraeva a guardarla; era proprio lei, sempre bella, sempre affascinante come il primo giorno che l'aveva vista; anzi adesso gli appariva completa, perfetta. Il profilo sempre puro era più deciso, più fermo; la carnagione bruno-pallida si era colorita di una leggiera tinta rosea; gli occhi che prima erano soltanto vivaci, avevano preso un'espressione profonda; quella donna aveva vissuto e sofferto.
—Avete mai recitato la commedia?—chiese lei infine.
—Si vive nel mondo, signora….
—E si recita da mane a sera. Benissimo, vedo d'aver fatta una domanda inutile. Dunque domani la reciterete ancora; ma vi avverto che avrete una parte seria e che il successo sarà difficile a conseguire.
—Tutto dipende dagli attori e dal pubblico.
—Avrete me a compagna.
—Conosco la vostra valentia.
—Nel fingere?
—Nel recitare. Sarà un proverbio?
—Sì, ma senza la moralità negli ultimi due versi. La moralità è nello scopo della rappresentazione: si tratta di un'opera pia.
—Viene da voi—disse Guido con una velatura d'ironia.
—Vale a dire?
—Che voi siete pietosa; e che io non capisco ancora.
—A momenti. E ditemi…. siete in corrispondenza con mio padre?
—Sempre; ma saranno ora due settimane che non mi scrive.
—Invece io ho ricevuto ieri una lettera. Mi scrive che sta bene e che domani arriverà a Milano col treno delle dieci e venti.
Questa volta Guido non credette dover celare la sua sorpresa.
—Domani?
—Proprio domani.
—Vostro padre che non si muove mai?
—Si trova di passaggio per andare a Napoli e fa una breve diversione per vedere….
—Sua figlia….
—E suo figlio, dice lui.
—Sicchè?
—Sicchè ci troviamo in un grazioso impiccio—disse Emma distendendo il piede sopra uno sgabellino di velluto.
—Lo chiamategrazioso?
—Non sono solita a pronunziar paroloni. Pure bisogna trovare un rimedio.
—Io non ne veggo.
—E siete un uomo politico, un uomo di spirito? A che vi giova aver imparato l'arte dei sottili sotterfugi, delle transazioni delicate, delle frasi leali e…. molto diplomatiche?
—Se continuate così, io troverò molto meno il rimedio.
—Bah! io l'ho trovato.
—Lo sapevo.
—Siete cortese anche nell'intenzione.
—Vorrei esserlo nei fatti per voi.
—Vedremo. Dunque vi diceva che un mezzo c'è. Eccolo qui: io, a niun costo, voglio fare sapere a mio padre la verità ….
—La triste verità .
—Aggettivo inutile. Mio padre ne soffrirebbe molto ed io avrei un rimorso cocente della sua sofferenza: le colpe dei figli non debbono essere piante dai padri. Finora, per le mie cure e per le vostre, per la lontananza, per la nessuna conoscenza che egli ha di persone milanesi, gli è stato risparmiato questo dolore. Ma domani, tutto questo bell'edifizio di pietose menzogne cadrebbe, e sa Dio quali ne sarebbero le conseguenze. Occorre impedire ciò assolutamente; voi mi aiuterete in quest'opera. Che egli ci ritrovi domani insieme come ci ha lasciati; che non una parola, non un gesto gli riveli il vero stato delle cose: ecco quanto dobbiamo fare.
Tutto questo era stato detto con voce seria e grave, e seriamenteGuido lo aveva ascoltato. Pure non rispose subito: rifletteva.
Emma s'impazientì:
—È la commedia, come vedete—essa riprese.—Una commedia per beneficenza, non vi dovrà costare tanto.
—Per me sono pronto. Non temete che avvenga qualche equivoco?
—Quale?
—I servi….
—Darete licenza per domani al nuovo servo che ho trovato stamane. AGiuseppe parlerò io.
—Benissimo: e se viene qualche amico importuno?
—Per domani non riceverete.
—Suppongo che andremo a prendere vostro padre alla stazione e che ve lo ricondurremo; la gente che ci vedrà uniti, che dirà ?
—La gente non ci vedrà ; andremo nelcoupée di corsa.
—Vostro padre resterà qui una giornata: per quanto sia buono ed ingenuo, credete che non si accorgerà di trovarsi nella casa di uno scapolo?
—Questa sera farò portare qui il mio tavolino da lavoro, i miei libri e la mia musica: sarà lamessa in iscena.
—Pure….
—Vi è forse qualche cosa di cambiato nelle camere?
—Nulla vi è di cambiato—rispose Guido con voce grave—la vostra camera è intatta, quale la lasciaste.
—Fate del sentimento?
—V'ingannate, fo del rispetto.
—Grazie; avete altre obbiezioni?
—Nessuna più: resta a vedere se saremo capaci d'ingannare il bravo signor Giorgianni.
—Facendo gli sposini affettuosi? Ci ricorderemo i tempi antichi: le scioccherie del primo anno di matrimonio—disse con sarcasmo Emma.
—Io le aveva dimenticate—rispose prontamente il marito.
Si guardarono in viso, scambiando un'occhiata da duellanti che si riscontrano di prima forza.
—Ma forse io sono un'egoista, a pretendere di sequestrarvi per una giornata intiera. Domani non avete altri impegni?
—No, alcuno: avendone, li lascerei.
—Grazie, di nuovo; per questa sera, poi, siete assolutamente libero: io non ho bisogno di compagnia.
—Come, di compagnia?…
—Certo, io rimango qui stasera. Attendo le mie robe, come vi ho detto: ed intanto mi occuperò ad ordinarle, a disordinarle in modo che sembrino essere state sempre qui. Ma a voi non voglio dare maggiori fastidi; uscite, ritornate a quell'ora che vi piace: fino alle dieci di domani siete un cittadino indipendente.
—Infatti dovrei andare ad un ballo; pure, se volete, rimango.
—E perchè? dovremmo fare conversazione, e fra noi non ci è da dire niente più.
—O troppo; avete ragione. Sicchè chieggo permesso per andare a vestirmi.
Emma s'inchinò e Guido uscì, come un uomo scevro di cure e libero di spirito. Ma dentro era un po' scombuiato; infatti l'avventura era meravigliosa ed egli ci pensava, ci mulinava tanto che al ballo fu distratto in modo deplorevole. La baronessa Stefania gli gittò sguardi fulminei che egli ebbe l'impertinenza di non vedere: anzi, profittando di una quadriglia che teneva occupata tutta la sala, egli se ne andò senza salutare nessuno.
Ritornato a casa, si ritrovò in un ambiente trasformato, insolito, nuovo, era stata data aria al grande salone, chiuso da tanto tempo; nella camera da letto erano accesi i lumi, gli armadii erano spalancati, si sentiva un sottile odore di violetta. Nel salottino il pianoforte aperto e la musica squadernata sul leggìo, dei fiori freschi nei vasi, cangiato l'ordine dei mobili, ed Emma in veste da camera, che si adergeva sulla punta dei piedi per prendere una statuetta da un'étagère.
Era un sogno quello? Emma in casa che lo attendeva… cioè i tre anni di assenza cancellati, cancellato quel doloroso giorno della separazione… che follie!
—Buona sera—disse Guido e passò.
—Buona sera—rispose lei senza voltarsi.
Mi è d'uopo confessare, che malgrado la stranezza degli avvenimenti, malgrado i dubbi del domani, in quella casa, per quella notte, non ci furono insonnie, nè guanciali bagnati di lagrime. Emma era persuasa che la commediola da rappresentarsi non avrebbe cangiato nulla all'avvenire, e Guido aveva dal canto suo la medesima persuasione; si conoscevano troppo bene e sapevano che nulla, nulla poteva più riunirli. Emma, entrando nella sua antica camera, pensò di essere all'albergo; e Guido nella sua si addormentò dopo tre pagine di Herbert Spencer (non intendo calunniare il filosofo, ma il mio eroe avea sonno).
Era vero, nulla poteva più riunirli. Per maritarsi avevano commesso mille stranezze: Guido era corso dietro ad Emma da Firenze sino a Napoli, aveva passati tre mesi sotto le sue finestre; Emma gli scriveva ogni giorno una lettera di otto foglietti e stava tutta la notte sul balcone. Il padre di lei, un po' di buona voglia, un po' per forza, finì per consentire come consentono tutti i papà di questo mondo. In fondo, in fondo, egli era una bravissima persona ed aveva tergiversato perchè gli doleva di allontanarsi dalla figliuola: pure, temendo di vedersela ammalare, disse di sì. I due sposi, schiettamente felici, si adorarono per tre anni di seguito. Non dico che mancassero fra loro le questioncelle, le gelosie, sovratutto da parte di Emma. Essa possedeva un carattere estremo, orgoglioso, irruente; non sapeva amare o odiare a mezzo: invece Guido le si opponeva con quella tinta di freddezza, con quel sorrisetto menomatore ed ironico dei caratteri medii. A volta si urtavano vivamente, ma la pace dopo sembrava più bella.
Un giorno, non so come, Guido ritrovò un'antica fiamma; si rividero, ricordarono, ci corse un biglietto ed un convegno. Guido vi si lasciò trascinare più per debolezza che per un trasporto; più di tutto si vergognava della figura di collegiale. Come lo seppe Emma? Fu un servo imprudente, un'amica zelante, una lettera smarrita? Non si sa, ma fu per certo una prova sicura e lampante: perchè tutto l'amore cieco ed ardente che sentiva per suo marito, le si convertì in un freddo disprezzo. Non trovò per lui una scusa, si sentiva ferita a morte nel suo affetto e nel suo orgoglio di donna felice. Fece venire suo marito e con una calma meravigliosa, senza che mai la voce le tremasse, gli annunziò che si sarebbero divisi senza strepiti, senza scene. Egli strabiliò, per la sorpresa; volle reagire, sorridere, prenderla sullo scherzo, attenuare la sua colpa, ma la moglie gli rispose così fiere e severe parole, che egli dovette tacere. Gli pareva ridicolo continuare a giustificarsi, accettò tutte le condizioni da lei impostegli e la lasciò andar via: la giudicò una donna superba e disamorata. Cercò distrarsi, come ho detto, negli affari, nella politica, negli amoretti; assunse un contegno franco, fece il trascurato e lo scettico; ma solo, in compagnia della sua coscienza, sentiva che la sua vita era infranta e rovinata.
Rivide la moglie due o tre volte, di lontano: si salutarono come due persone che appena si conoscono, l'uno non cercava mai dell'altro; del resto essa faceva una vita molto solitaria, non frequentando mai i teatri e le feste, mentre egli si gittava a capofitto nei rumorosi divertimenti. Si trovavano di accordo in un solo punto: scrivere al padre come se nulla fosse stato; vale a dire notizie stereotipate. Per esempio, Guido scriveva: «Emma sta bene, credo che vi abbia scritto, vi saluta tanto, abbraccia sua zia.» Ed Emma: «Guido sta benissimo, è molto occupato, non potrà accompagnarmi ai bagni.» Così, reggeva, attaccata ad un sottil filo di seta, la felicità del signor Giorgianni.
Nel rivedersi, dopo quell'ultima e crudele giornata, marito e moglie furono molto turbati. Per venire in casa del marito, per vincere le sue esitanze, per assumere quel contegno gaio ed ironico, Emma aveva dovuto domare il suo orgoglio. Per mio padre, per mio padre! andava ella ripetendo per darsi coraggio, ma quello che l'aveva più sollevata fu la gentile freddezza di Guido. Il loro era stato un dialogo cortese, ossequioso, senza allusioni al passato od all'avvenire, salvo qualche frizzo leggiero: non ci erano stati tragicismi, recriminazioni; si erano comportati da persone savie, positive. E il domani?
Il domani sarebbe lo stesso: un po' di finzione, un po' di spirito, essere calmi, non tradirsi mai, celare l'inquietudine sotto il sorriso, dire una filza di bugie ufficiose, e riaccompagnato il papà alla stazione, farsi un grande saluto e dividersi: ognuno per la sua strada. Di conciliazione, nemmeno l'idea: Guido non avrebbe mai detto la prima parola, Emma non avrebbe mai perdonato.
Quindi ognuno, dal canto suo, aveva l'animo in pace.
Avevano allora allora finito di pranzare, il signor Giorgianni sorrideva contento e beato, e i due attori si sforzavano di sorridere anch'essi. Ma tutto quello che era loro sembrato facile la sera innanzi, diventava difficilissimo al momento di eseguirlo. Dal mattino, dall'arrivo del padre che li aveva uniti in un abbraccio, erano costretti a darsi del tu, a chiamarsi per nome, ad usarsi quelle affettuose compitezze che sono di due sposi ancora innamorati: e per una parola, per una intonazione di voce, per un ricordo fuggevole del passato, Guido impallidiva, Emma arrossiva ed un imbarazzo visibile regnava fra loro.
Per quanto fossero disposti a tutto, per quanto avessero pensato agli equivoci che potevano sorgere, per quanto cercassero di dimenticare le loro personalità , pure la realtà sorgeva ad ogni istante e gettava lo scompiglio nel loro animo: era inutile, non potevano sopprimere la loro coscienza. Aggiungete il timore che per una lieve imprudenza andassero perduti tutti i loro lodevoli sforzi, e più lontano ancora l'idea vaga, ma persistente, che quella scena così rappresentata non dovesse creare fra loro qualche cosa di nuovo, d'inatteso.
Per le scale, mentre il Giorgianni saliva avanti, Emma rivolse un'occhiata desolata al marito, occhiata che significava:
—Come la dureremo sino a stasera?
E quegli di rimando uno sguardo espressivo:
—Aiutiamoci, chè il destino ci aiuterà .
E via di questo passo. Ma in casa i pericoli raddoppiavano. Il Giorgianni pareva ci si dilettasse a porre su discorsi pieni di rischi, a rivolgere domande ingenue che turbavano chi doveva rispondere; povero e buon padre che amava tanto i suoi figliuoli!
—Sì—riprese egli, dopo aver posata la sua tazza—sono lietissimo di questa mezza giornata trascorsa con voi. Vedi, Emma mia, le lettere sono una bella cosa per chi sta lontano, ma io preferisco le visite, anche di poche ore; almeno ci si vede! Tu, figliuola, stai bene; anzi sei diventata più bella, più elegante. Non è vero, Guido?
—È quello che le dico sempre—rispose Guido sorridendo.
—E lo scrive anche a me! Oh! per questo, figliuola, ti posso assicurare che Guido nelle sue lettere non sa far altro che parlarmi di te; si direbbe che lo hai stregato. Che marito modello!
—Infatti—approvò Emma a voce bassa.
Vi fu un momento di silenzio; dopo la risposta della moglie, Guido aveva chinato il capo e pareva contasse i fiorami della tovaglia. Ma per quel giorno il papà aveva la parlantina:
—La zia Elisabetta vi saluta tanto, tanto. È sempre un po' brontolona, ma vi vuole un bene dell'anima. Eri tu, Emma, la sua favorita ed ora non fa altro che discorrere di te…
—Buona zia!
—Ottima. Sai che mi diceva poco tempo prima della mia partenza? «Sarei più contenta se la mia cara Emma avesse un grazioso figliuccio…».
Ma qui il Giorgianni, malgrado la sua bonomia, si accorse di aver commessa una imprudenza: vide che il viso di Emma si era tutto rannuovolato, vide che il genero si attorcigliava con mano nervosa i mustacchi.
—Anche la Rosalia, tua cugina—riprese allora per troncare quel discorso—anche la Rosalia sta benino. Ma quella lì ha avuto le sue sofferenze.
—Oh! e perchè? Non aveva sposato il suo Piero?—chiese la figliuola con un po' di ironia.
—Sì, sì, lo aveva sposato, si amavano molto, Non so come, non so perchè, Piero ebbe un capriccio per una signora napoletana…
—Lo chiamate capriccio, papà ?
—Sì, fu un capriccio fuggevole; non essere pessimista. Ma Rosalia n'ebbe un grande dispiacere; vennero pianti, scene…
—Bah!
—Come ti dico. Rosalia se ne fuggì da sua madre…
—Fece benissimo.
—Malissimo, dico io. Una moglie non abbandona mai il marito. Infine, io con la mia eloquenza, la persuasi a perdonargli, a dare un frego su quel debito…
—Voi, papà ?
—Sì, e mi glorio del mio intervento. Perchè poi, ad essere intransigenti su queste cose, si finisce sempre per iscapitarci: l'uomo erra talvolta senza sua volontà …
—Comoda morale—ribattè con accento incisivo Emma.
—Era quella di tua madre, figlia mia.
—Come, anche la… mamma era di parere che si dovesse alzar la mano?—chiese Guido con molto interesse.
—Sicuro, sicuro. Quella donna lì era piena di misericordia e d'indulgenza: era buona, buona, buona. Chi ama bene, soleva dire, perdona molto.
Rimasero tutti pensierosi; e Giorgianni, per interrompere il silenzio, esclamò:
—Sicchè, figliuoli, me lo fate vedere questo appartamento, questo nido di seta e velluto? Non ho potuto darci che un'occhiata di sfuggita.
—Andiamo—rispose Guido—cominceremo dal salone.
—Magnifico, magnifico—disse Giorgianni, Quando vi furono arrivati.—Questo è buono per grandi ricevimenti. Date feste?
—Ne davamo.
—Capisco; ora gli affari, la politica v'impediscono di veder troppa gente, ma il salone è bellissimo. E questo salotto, che gusto squisito! Sei stata tu, Emma, a scegliere?
—No, è stato Guido.
—Mi congratulo con lui. Già avrà pensato che in questo salotto tu ti saresti trattenuta di preferenza; qui vengono i tuoi adoratori a farti la corte, nevvero, bricconcella? Non sei geloso, Guido?
—Io? conosco mia moglie.
—E tu, Emma?
—Conosco troppo Guido.
Le due risposte erano scattate rapidissime. Giorgianni ne fu soddisfatto.
—Questa camera da letto è una meraviglia—egli riprese—i colori formano una dolce armonia. Tutto questo bianco e grigio carezza l'occhio.
Egli girava per la camera, come se ricercasse qualche oggetto mancante. Infine chiamò la figlia che era rimasta sulla soglia.
—Emma?
—Papà ?
—Dove sta il ritratto della mamma? Non lo veggo.
Essa restò tutta confusa, senza saper rispondere.
—Fummo in Brianza—disse Guido—e di là non sono giunte ancora tutte le nostre robe.
—Quel ritratto avrebbe dovuto giungere prima di tutto. Non importa; Emma non può aver dimenticata sua madre. Che donna, che donna, Guido mio! Peccato che tu non l'abbia conosciuta! Quando essa se ne volle andare, poveretta, si fece promettere che tutto avrei sacrificato per la felicità di Emma; e così anche lei ha contribuito al vostro matrimonio. Quando Emma venne a dirmi: «Papà , senza Guido io sarò sempre infelice», pensai alla mia cara morta e mi decisi. Voi eravate fatti l'uno per l'altro: vi amavate da un anno, Emma mi diventava pallida e triste, tu, Guido, davi nel farnetico: gioventù, gioventù! Ti ricordi, figliuola, di quel ballo dal console inglese, dove andasti con Guido?
—Mi ricordo—rispose essa macchinalmente.
—Ai vostri volti sereni e felici, agli sguardi che vi davate, tutti compresero che eravate fidanzati: e mi chiamavano padre fortunato! Sì, molto fortunato, aggiungo io: voi vi amavate fin troppo.
—Mai troppo—disse Guido.
—È vero. Auguriamoci sia sempre così, nevvero, Emma?
—Auguriamcelo, papà .
—E questa camera chiusa, che cosa è?
Era la stanza di Guido; a sua volta egli si trovò impacciato, ed Emma salvò la posizione.
—È la camera degli ospiti, papà .
—Ah! bravo, bravo. Cioè quella che avrei occupata io, se avessi potuto rimanere una notte con voi. È una disgrazia, ma debbo ripartire.
—È una vera disgrazia—aggiunse il genero.
—Non importa: consoliamoci nel vederla, invece di abitarla.
—Ma…
—Capisco, sarà disordinata, fa nulla.
Guido aprì coraggiosamente; non si poteva più esitare.
—Non c'è male, non c'è male; è anche questa carina, come tutto il resto, Oh! guarda, guarda! Chi ha messo qui il ritratto della mia figlietta? Certo sarà stato un gentile pensiero di Guido; grazie, caro mio. Ma io non posso rimanere; quanto me ne dispiace!
Sedettero in salotto. Marito e moglie erano molto distratti, e se il signor Giorgianni avesse avuto un po' di naso fino, avrebbe fiutato che qualche cosa di anormale era fra loro. Ma per fortuna il buon papà non era molto furbo.
—Peccato!—egli disse—peccato per tutta questa bella casa!