NOVELLADEL GIURECONSULTO

NOVELLADEL GIURECONSULTO▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪PROLOGOIlnostro oste si accorse che lo splendido sole aveva già compiuto la quarta parte, più mezz’ora buona, del suo corso giornaliero; e per quanto non avesse, in fondo, una grande dottrina, sapeva però che quello era il ventottesimo giorno di Aprile, cioè il messaggiero di Maggio. Egli osservò che l’ombra degli alberi, in terra, aveva la stessa lunghezza del fusto dell’albero che la proiettava, e da questo fatto calcolò che Febo, il quale riluceva in quel momento in tutto il suo splendore, era salito per quarantacinque gradi. Il che significava, in conclusione, che, dato quel giorno e quella latitudine, allora erano ledieci; perciò spinse avanti il suo cavallo dicendo:«Signori, ho l’onore di avvertire tutta questa brigata, che la quarta parte del giorno se n’è bell’e ita. Quindi, per amore di Dio e di San Giovanni, guardate, se vi riesce, di non perdere più tempo. Signori miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell’oro dello scrigno; poichè le ricchezze si possono in qualche modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna aMalkins[1]la verginità, una volta che la sua lascivia glie l’ha fatta perdere. Non stiamo, dunque, a marcire così nell’ozio.Signor giureconsulto, che Dio vi benedica, raccontateci voi, ora, una novella, secondo che abbiamo stabilito. Anche voi aveteacconsentito a sottomettervi al mio giudizio: fate dunque il vostro dovere, e mantenete la vostra promessa».«Oste, egli rispose,de par dieu jeo assente, giacchè non ho intenzione di mancare alla mia parola. Ogni promessa è debito, e vi ripeto che io farò volentierissimo l’obbligo mio. Gli stessi libri nostri dicono che la legge è uguale per tutti: ma tuttavia io non posso dirvi una novella discreta, che non sia stata già raccontata da Chaucer (sebbene l’arte del verso e della rima non sia il suo forte), in quell’antico idioma inglese nel quale, come tutti sanno, egli ebbe a scriverle. Poichè se non l’avrà raccontata in un libro, amico mio, sta pur sicuro che l’avrà raccontata in un altro. Sono più gli amanti di cui ha scritto la storia lui, o in un libro o nell’altro, che quelli semplicemente nominati da Ovidio nelle sue antichissimeepistole. Che cosa vi debbo dunque raccontare, se le novelle che io so, sono già state raccontate da Chaucer! Nella sua gioventù egli scrisse la novella di Ceyx e Alcyon, e quindi ha fatto la storia di tutte le donnee gli amanti più illustri. Chi avesse voglia di leggere il suo libro intitolato:La sacra leggenda di Cupido, vi troverà descritte le larghe e profonde ferite di Lucrezia e di Tisbe babilonese, vi troverà la storia di Didone che si trafigge con la spada per causa del traditore Enea, e di Fillide cambiata in albero pel suo Demofoonte. Vi troverà il pianto di Deianira, di Ermione, di Arianna e di Isifile, il nudo scoglio nel lontano mare, dove Leandro affogò per la sua bella Ero, le lacrime di Elena, il dolore di Briseide e di Laodamia, e la tua crudeltà, o regina Medea, che appendesti pel collo i figlioletti per vendicarti di Giasone, l’amante spergiuro. In quello stesso libro egli loda altamente la vostra fedeltà, o Ipermestra, Penelope, Alceste.Ma naturalmente non fa neppure parola del turpe esempio di Canace che amò, incestuosamente, il proprio fratello, nè (Dio ci scampi da certe novelle) ricorda la storia, raccontata da Apollonio Tirio, di quell’infame re Antioco che deflorò la propria figlia, gettandola (orribile a leggersi) a forzaper terra. Di tali turpi cose egli non volle mai scriverne, ed io, se me lo permettete, mi dispenso dal raccontarvele. Ma come farò, dunque, a dire anch’io, oggi, la mia novella? Certamente io mi guardo bene dal voler gareggiare con le Muse altrimenti dette Pieridi (voi capite, senza dubbio, che io alludo alle Metamorfosi); del resto poco m’importa di Ovidio: faccia pure quanti versi vuole, io parlerò in prosa». E detto questo, il giureconsulto, serio serio, incominciò la sua novella, e disse quello che segue.NOVELLA DEL GIURECONSULTOO miseria, male pieno di pericoli, sinonimo di sete, freddo, e fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, invano tenti di nascondere le piaghe delle tue ferite: esse sono così dolorose, che per forza devi mostrarle altrui. Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accattare, o a prendere a credenza il pane.Tu te la prendi con Cristo, e col cuore gonfio d’amarezza, dici ch’egli non distribuisce equamente le ricchezze sulla terra. Rimproveri, a torto, il tuo vicino, perchè mentre tu hai ben poco in questo mondo, a lui non manca nulla. E gridi: «Per Dio,verrà anche per lui il redde rationem, verrà il giorno in cui il fuoco gli brucerà la coda perchè non aiuta chi ha bisogno!»Ascolta, piuttosto, ciò che ti dice il savio: meglio la morte della miseria. Il tuo vicino, se sei povero, sarà il primo a guardarti dall’alto in basso: pel povero non c’è rispetto. Impara anche questo dai savi: i giorni del povero sono tutti uguali, tutti brutti lo stesso; perciò abbi giudizio prima di cacciarti da te in mezzo a tante spine.Se tu sei povero, neppure i tuoi fratelli ti possono vedere, e gli amici, ahimè, ti salutano tutti. Felici voi, o ricchi mercatanti, voi sì che siete gente rispettabile e con un po’ di sale in zucca; per voi non c’è doppio asso: ma il cinque e sei, ad ogni tiro di dadi, v’empie le tasche. Almeno, voi, per Natale potete ballare allegramente.Voi scrutate terre e mari in cerca di guadagno, e da gente savia conoscete le condizioni di ogni paese, e ne recate notizie e avventure di pace e di guerra. Ed ora, appunto, non saprei dove pescare una novella, se un mercante, morto parecchianni fa, non mi avesse raccontato questa che voglio dirvi.Nei tempi antichi, dunque, c’era in Siria una società di ricchi mercanti così bravi ed onesti, che avevano un estesissimo commercio di stoffe in oro e in seta dei più smaglianti colori. La loro merce era così bella e così nuova, che tutti reputavano una fortuna comprar da loro e cambiar con loro la merce.Ora accadde che questi mercanti una volta stabilirono di andare a Roma, non so se per affari, o per semplice divertimento; fatto sta che non vi mandarono i loro commessi, ma andarono da sè, e presero alloggio dove tornava loro più comodo per gli affari.Già da qualche tempo si trovavano per loro piacere in Roma, quando un bel giorno sentirono parlare della famosa Costanza figlia dell’Imperatore, la cui fama giungeva loro agli orecchi con sempre nuovi particolari.La voce che correva sulla bocca di tutti era questa: «Il nostro Imperatore, Dioce lo conservi, ha una figlia così bella e buona, che da che il mondo è mondo non si è vista l’eguale nè per bellezza nè per bontà. Dio la protegga, e possa essere un giorno la regina dell’Europa intera.La sua straordinaria bellezza è senza orgoglio, la sua gioventù non conosce capricci e non ha grilli per la testa. Ogni sua azione ha per guida la virtù, ed umiltà, in lei, vince superbia. Questa donna è un vero specchio di gentilezza: nel suo cuore alberga la pietà, e la sua mano è ministra di libertà e di misericordia».E tutto questo che la voce del popolo diceva, era vero come la voce di Dio. Ma torniamo a bomba: questi mercanti caricate le loro navi, e dopo aver veduto, finalmente quella benedetta fanciulla, ritornarono in Siria, e si rimisero ai loro affari come prima, passandosela da signori.Ora dovete sapere che questi mercanti erano molto in grazia al Sultano di Siria. Ed ogni volta che essi facevano ritorno da qualche paese straniero, egli pieno di affabile cortesia faceva loro festa e buon viso,e domandava, con grande interesse, notizie dei vari stati, per sapere se avevano visto o sentito nulla di bello e di meraviglioso.E questa volta fra le altre cose, essi gli parlarono con sì calda ammirazione dello splendore di Costanza, che il Sultano provava un grandissimo piacere a immaginarsi colla fantasia la figura di lei; ed ogni suo desiderio, ogni sua più grave cura ripose nell’amare questa fanciulla per tutta la vita.Ma fino dal giorno della sua nascita le stelle avevano scritto in quel gran libro che gli uomini chiamano il cielo, ch’egli, ahimè, doveva morire per amore. Poichè nelle stelle (e Dio sa se è vero) c’è scritto a chiare note (per chi vi sa leggere) il destino di ogni uomo.Molti anni prima che avvenisse, era scritta nelle stelle la morte di Ettore, di Achille, di Pompeo, di Cesare, la guerra di Tebe, la morte di Ercole, di Sansone, di Turno, e di Socrate. Ma gli uomini hanno un’intelligenza così corta, che nessuno di loro in quel libro ci sa leggere chiaro.Il Sultano, dunque, fece radunare il suo consiglio privato, e per esaurire in poche parole l’argomento, manifestò, senza altro, il suo desiderio, e disse che se non gli fosse concesso di possedere subito Costanza, non gli resterebbe che morire: lasciava a loro di trovare un rimedio per la sua vita.Ognuno allora disse la sua: furono fatte e ribattute molte proposte, molte ragioni furono addotte, giustamente, da una parte e dall’altra; si parlò di magia, di inganni, e finalmente per venire ad una conclusione, tutti non videro altro mezzo, non trovarono altra via che il matrimonio.Ma con ragione videro subito una grave difficoltà: naturalmente i loro riti erano così diversi da quelli del popolo di Cristo, che (dicevano essi) «nessun principe cristiano sarebbe contento di mandare a nozze col Sultano una figlia, facendole accettare i dolci riti del loro profeta Maometto».Ed egli rispose: «Piuttosto che rinunziare a Costanza, io son disposto, decisamente, a farmi cristiano. Io debbo esseresuo, e non posso fare diversamente, perciò, ve ne prego, risparmiatevi qualunque osservazione di questo genere; pensate piuttosto a salvarmi, e cercate con ogni mezzo di farmi avere colei, dalla quale dipende la mia vita: poichè io sento che non posso vivere molto in mezzo a tanto dolore».Perchè andare ancora per le lunghe? Per mezzo di trattative e di una ambasceria, con la mediazione del papa e di tutta la Chiesa, e con l’approvazione di tutta la nobiltà, fu stabilito, a dànno della religione maomettana e con vantaggio della cara legge di Cristo, quanto sentirete.Fu stabilito, cioè, che il Sultano, tutti i suoi baroni e tutti i suoi sudditi, si farebbero cristiani, ed egli sposerebbe Costanza (con non so quanto di dote, ma certo una bella somma), e così la sua vita sarebbe salva. Così fu convenuto e giurato da ambo le parti: ed ora, bella Costanza, Dio onnipotente ti accompagni.Qualcuno ora s’aspetterebbe forse che io raccontassi, per filo e per segno, tutti i preparativi che l’Imperatore e la sua cortefecero per le nozze di Costanza. Ma ognun di voi s’immagina bene che non sarebbe possibile raccontare, in quattro e quattr’otto, tutto ciò che si fece nell’occasione di un avvenimento così grande.Vescovi, conti, contesse, cavalieri di gran nome, ed altri personaggi, in una parola, furono mandati, ad accompagnarla. E fu annunziato a tutta la città che ognuno pregasse devotamente Cristo, affinchè volesse proteggere questo matrimonio, e accompagnasse per viaggio la spedizione.Venne il giorno della partenza (il triste, fatale giorno, aggiungo io), chè ormai non v’era più da aspettare, e tutti erano pronti. Costanza, straziata dal dolore, si levò pallida dal letto, e si vesti preparandosi a partire, vedendo bene che non le restava altro da fare.Ahimè! Qual meraviglia ch’ella piangesse? Lei che da quelli stessi i quali l’avevano tenuta fin allora così caramente, era mandata ora in un paese straniero, legata e soggetta ad un uomo che non aveva mai visto nè conosciuto? Io non voglio dire altro:ma so che in generale riescono sempre buoni mariti coloro che hanno conosciuto per tempo la loro moglie.«O babbo, diceva lei al momento di partire, la tua sventurata Costanza, la tua giovine figliuola, che con tanto amore hai visto crescere; o mamma mia, che dopo Cristo, il quale sta su nel cielo, sei la cosa a me più cara nel mondo, Costanza, la figliuola vostra, si raccomanda a voi. Pensate che essa deve andare in Siria e forse non vi rivedrà più.Ahimè, io devo andare in quel barbaro paese, perchè voi lo volete. Cristo che morì per la nostra redenzione mi conceda almeno la forza di poter fare la sua volontà. Io, disgraziata donna, non mi curo di morire: noi siamo nate per essere schiave e per fare penitenza sotto il dominio dell’uomo.»Io ci scommetto, vedete, che nemmeno quando Pirro abbattè le mura di Troia e Ilio andò in fiamme, o quando cadde Tebe, e neppure a Roma in mezzo alle stragi di Annibale che vinse per tre volte i Romani,si sentì un pianto così commovente e pietoso come in camera di Costanza al momento della sua partenza. Ma o piangendo o ridendo la poveretta dovè partire a tutti i costi.O crudele firmamento, tu nel tuo primo moto[1]quotidiano accozzi e trascini insieme, girando da oriente ad occidente, tutto ciò che da natura avrebbe avuto un altro indirizzo. I tuoi giri disposero le stelle in modo che, fin dal principio del doloroso viaggio, Marte distrusse questo matrimonio.Malaugurato oroscopo, per l’obliquo moto del quale il signore[2]è caduto, irremissibilmente, nel buio più profondo! O Marte, in questo momento tu sei Atyzar[3]! O pallida luna, il tuo cammino è sventurato; poichè tu volgi il corso colà dove nessuno ti vuole, ed hai abbandonato quel luogo dove stavi benissimo.Ahimè, stolto Imperatore di Roma! Non c’era proprio un astrologo in tutta la tua città? Non potevi scegliere, almeno, un tempo migliore di questo per il viaggio di nozze? Specialmente alle persone della tuacondizione manca forse il tempo di scegliere una bella giornata, e di consultare l’oroscopo, prima di mettersi in mare? Ma la questione, ahimè, è che noi siamo troppo ignoranti e troppo corti di cervello.La bella fanciulla, dunque, tutta addolorata, fu accompagnata da un gran seguito, e con tutti gli onori, sulla nave, e prima che questa si allontanasse disse: «Ora, Gesù Cristo sia con voi». E così, bella Costanza, buon viaggio; giacchè non c’è rimedio. La povera fanciulla faceva di tutto per non tradire il suo dolore; ma lasciamola navigare e andiamo avanti.La madre del Sultano, che era un vero pozzo di vizi, aveva spiato tutto, e s’era accorta del proponimento fatto da suo figlio di abbandonare l’antica religione di Maometto; e subito adunò il consiglio, e quando tutti furono presenti per sentire che cosa aveva da comunicare, si assise, e disse così:«Signori, voi tutti saprete che mio figlio sta per abbandonare le sante leggi del nostro Corano, datoci da Maometto messaggio di Dio. Ebbene, io faccio voto all’altissimoSignor nostro di perdere la vita, prima di rinnegare la religione di Maometto.Che vantaggio può venirne a noi da questa nuova religione, se non servaggio e sofferenze, e d’essere trascinati all’inferno per avere rinnegato Maometto il nostro creatore? Signori, dunque, mi assicurate di approvare il mio consiglio? Se lo approverete, io vi salverò in eterno».Tutti approvarono, e giurarono di vivere o morire con lei, e di non abbandonarla. E ciascuno prese l’impegno di fare il possibile perchè i propri amici prestassero l’opera loro. La Sultana allora si mise all’impresa nel modo che sentirete, e disse a tutti queste precise parole.«Noi fingeremo da principio di andare lieti al battesimo: tanto un po’ d’acqua fresca non ci potrà fare un gran male; ed io farò preparare tali feste e in mezzo a tanta allegria, che il Sultano, certamente, non sospetterà di nulla. Dicono che sua moglie sia la più pura e più bianca creatura battezzata: ed io vi prometto che essa non riuscirà a lavare tutto il rosso del sangue che la bagnerà,quand’anche portasse con sè una fontana».O Sultana iniqua, nuova Semiramide, serpente dall’aspetto di donna, donna simile al serpente che sta giù nel profondo dell’inferno, femmina ingannatrice, in te, nido d’ogni vizio, si accoglie tutto ciò che corrompe la virtù e l’innocenza per mezzo della malizia.E tu, o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro regno, ben ritrovasti subito la via di tornare fra noi per mezzo della donna. Tu facesti sì che Eva ci trascinasse nella schiavitù, e tu ora sconcludi questo matrimonio cristiano. Quando non vuoi comparire, ahimè, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna.La Sultana che io rimprovero e maltratto in questo modo, lasciò maturare a poco per volta il suo disegno preparandogli la strada; e senza farla tanto lunga ecco che cosa fece. Un giorno, montata a cavallo, se ne andò dal Sultano, e gli disse che aveva deciso di rinnegare la fede maomettana, e voleva ricevere il battesimodalla mano del prete, pentita di essere rimasta tanto tempo pagana.E lo scongiurò di concederle l’onore di festeggiare il popolo cristiano al suo arrivo nella Siria dicendo: «Io farò tutto quello che potrò per fargli onore». E il Sultano rispose: «Farò tutto ciò che vorrete, madre mia». E in ginocchio la ringraziava della sua domanda, e non sapeva più che cosa dire dalla contentezza. La Sultana allora lasciato suo figlio se ne ritornò a casa.Intanto i cristiani toccarono terra, e giunsero in Siria accompagnati da un grande seguito. Allora il Sultano mandò un messo a sua madre e attorno per tutto il regno, annunziando che sua moglie era finalmente arrivata, e pregando tutti di volere andare incontro alla regina, per tenere alto il decoro del regno.La folla dei Sirii e dei Romani era immensa, e tutti erano splendidamente vestiti. La madre del Sultano, riccamente abbigliata, con molta festa ricevè la sposa, e con tutta la gioia con cui una mamma accoglierebbe la propria figliuola. Quindi il corteo, montatoa cavallo, si avviò solennemente alla città, che era poco lontana dal mare.Il trionfo di Giulio Cesare, che Lucano leva fino alle stelle, non fu certo più splendido e maraviglioso di quello che questa festante turba celebrò. Ma quel velenoso scorpione della Sultana, col suo maligno spirito, sotto sotto meditava il morso mortale.Quando la comitiva fu giunta al palazzo, il Sultano, nella sua splendida divisa, andò, esultante e pieno di gioia, a riverire la sposa. Lasciamoli lì ora in mezzo al tripudio, e veniamo al momento in cui tutti pensarono che era ora di finire la veglia, e di andarsene a riposare.Intanto venne il giorno in cui la vecchia Sultana aveva stabilito di festeggiare, come ho già detto, il popolo cristiano, e tutti i figli di Cristo si erano preparati per la cerimonia. Bisognava vedere che cosa fu in quella occasione: il lusso e lo splendore uno non se l’immagina nemmeno; ma prima di alzarsi da tavola la pagarono salata.O improvviso e inaspettato dolore, tu succedi a ogni mondana gioia, che deve esseresempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per fine le lacrime. Non dimenticate mai questo consiglio pel vostro bene: ogni volta che vi pare d’essere felici, abbiate sempre davanti agli occhi il dolore e la sventura, che non tarderanno a raggiungervi.Per farvela corta, dunque, il Sultano e tutti i cristiani furono tagliati a pezzi mentre stavano a tavola, e la sola Costanza scampò all’eccidio. La maledetta vecchia con l’aiuto dei suoi riuscì a compiere questo esecrando delitto, per diventar lei imperatrice.Non vi fu cittadino della Siria, convertito al cristianesimo, che sorpreso dai consiglieri della Sultana non venisse trucidato prima che potesse scappare. Quindi presa la povera Costanza, la misero, in fretta, sopra una nave senza timone, alla mercè di Dio, e le dissero che, se era buona, se ne ritornasse dalla Siria in Italia.Le restituirono il piccolo tesoro che aveva portato come dote, le dettero una abbondante quantità di roba per mangiare,misero sulla nave delle vesti, quindi spiegarono le vele e la nave fu spinta nell’alto. Povera, buona Costanza, giovane e onesta figlia dell’Imperatore. Colui che ha in mano la fortuna e il destino di tutti sia ora il tuo timone.Prima che la nave si allontanasse dalla riva essa benedì tutti, poi rivolgendosi alla croce di Cristo disse: «O croce benedetta, pura fonte di felicità, bagnata del sangue del pietoso agnello che purificò il mondo delle sue antiche colpe, il giorno in cui io dovrò morire affogata in fondo al mare, salvami dalle unghie del diavolo.Albero glorioso, scudo dei fedeli, che solo fosti degno di portare il re del cielo sanguinante di ferite, il candido agnello trafitto a colpi di lancia; tu che metti in fuga il diavolo e lo allontani da tutti coloro che sono protetti amorosamente dai tuoi rami, salvami e dammi la forza di redimermi.»Passarono i giorni, passarono gli anni, e la povera Costanza spinta con la nave pel mare di Grecia arrivò, finalmente, per caso, allo stretto del Marocco; ma prima che leonde selvagge la portassero al suo destino, troppi amari bocconi dovè ancora mandar giù, per non morire di fame, sempre con la morte davanti agli occhi.Qualcuno di voi mi potrebbe domandare: «Come mai non fu uccisa anche lei insieme con gli altri cristiani? Chi la salvò dall’eccidio il giorno della festa?» Io vi risponderò allora con queste altre dimande: «Chi salvò Daniele nell’orribile spelonca dei leoni, dove tutti quelli che entrarono prima di lui, d’ogni condizione, furono divorati senza poter fuggire in nessun modo? Nessun altro che Dio lo salvò, Dio che egli portava nel cuore.A Dio piace mostrare in questo modo i suoi miracoli meravigliosi, affinchè noi possiamo vedere quanto è grande la sua potenza. Cristo il quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che solo i Sapienti conoscono, fa delle cose per un fine che la mente nostra non arriva a comprendere, cosicchè noi, per l’ignoranza nostra, non possiamo farci un’idea di quanto sia savia la sua provvidenza.Or dunque, poichè Costanza non fu uccisa il giorno della festa, chi fu che la salvò anche dal fondo del mare? Chi fu che salvò Giona nello stomaco del pesce che lo rigettò vivo a Ninive? Ben sa ognuno che fu precisamente Colui, il quale salvò il popolo Ebreo quando attraversò il mare a piedi asciutti.Chi ordinò ai quattro punti cardinali, spiriti della tempesta i quali hanno potere di mettere sotto sopra la terra e il mare, di non turbare la calma del mare della terra e degli alberi? Certo fu Colui il quale protesse sempre dalla tempesta questa donna giorno e notte.Dove mai, questa donna, potè trovare da mangiare e da bere? Come le potè bastare per tre anni e più la provvista che aveva nella nave? Chi nutrì Maria Egiziaca nelle spelonche del deserto? Nessun altro che Cristo, senza dubbio! Fu una cosa veramente meravigliosa sfamare cinquemila persone con cinque pani e due pesci: Dio mandò la sua abbondanza al gran bisogno di lei.Essa navigò dentro il nostro Oceano attraversandoil nostro vasto mare, finchè, finalmente, l’onda la gettò sotto un castello, del quale ora non ricordo il nome, nel lontano regno di Northumberland. E il bastimento si incagliò così fortemente nella rena, che non si mosse di lì per tutto il tempo di una marea: era volere di Cristo che Costanza restasse ferma in quel luogo.Il Castellano scese giù a vedere questo avanzo di naufragio, e girato tutto il bastimento trovò la povera donna sfinita dal dolore, e vide anche il tesoro che essa portava con sè sulla nave. Allora Costanza, nella sua lingua, domandò per misericordia che le si togliesse la vita, per liberarsi dal dolore in mezzo al quale si trovava.Essa parlava un latino alquanto corrotto, tuttavia riuscì a farsi capire. Il guardiano, quando fu stanco di cercare per tutta la nave, portò con sè a terra questa povera donna. La quale cadde in ginocchio, e ringraziò il messaggio di Dio. Ma non volle dire a nessuno chi era, nè colle buone nè colle cattive, a costo di morire.Diceva che il mare l’aveva tanto stordita,che aveva perso la memoria, e che questa era la verità. Il guardiano e sua moglie ebbero tanta compassione di lei, che piansero commossi. E Costanza si dimostrò subito così accurata e sollecita a servire e far piacere a tutti, che chi la vedeva se ne innamorava subito.Il Castellano e madonna Ermenegilda, sua moglie, erano pagani, e tutto il paese era pagano; ma Ermenegilda voleva bene a Costanza come alla sua vita. Costanza intanto durante il suo soggiorno in questo luogo, con amare lagrime pregava sempre il Signore, finchè Gesù convertì la moglie del Castellano.In tutta quella terra nessun cristiano aveva osato mai mettere piede; i cristiani erano stati cacciati di là dai pagani, che conquistarono tutto il Nord per mare e per terra. I cristiani fuggirono tutti a Wales, rimanendo in quest’isola, dove per qualche tempo trovarono un sicuro asilo.Ma ancora i Brettoni cristiani non erano stati espulsi così radicalmente, che non si trovasse qualcuno il quale in cuor suo venerasseCristo, ingannando la gente pagana. E proprio vicino al castello ve ne erano tre, uno dei quali era cieco, e non vedeva altro che con gli occhi della mente, i soli occhi che restano ai ciechi per vedere.Il sole risplendeva come in un giorno d’estate. Il Castellano e sua moglie insieme con Costanza, presero la via dritta al mare, per circa un quarto di miglio, girando per diporto qua e là, quando per caso incontrarono quel povero cristiano cieco, e curvo dagli anni.«Nel nome di Cristo (disse il vecchio Brettone), madonna Ermenegilda, fate ch’io riacquisti la vista.» La moglie del Castellano si spaventò a queste parole, per timore che il marito, sentendo che si era fatta cristiana, volesse ucciderla. Allora Costanza le fece coraggio, e le ordinò di fare la volontà di Cristo, come figlia della santa chiesa.Il Castellano non raccapezzando che cosa succedesse in quel momento domandò: «Ma come va questa faccenda?» E Costanza rispose: «Signore, è la potenza di Cristo, che salva gli uomini dalle insidie del demonio!».E preso a recitare il nostro credo, prima che fosse sera ebbe convertito anche il Castellano, il quale cominciò a credere in Cristo.Costui non era però il signore di questo luogo, dove aveva trovato Costanza; ma lo governava semplicemente, da molti anni, sotto il regno di Alla, re di Northumberland, uomo molto savio e dabbene come sentirete, e potente nemico degli Scozzesi. Ma ritorniamo al nostro racconto.Satana che sta sempre pronto per ingannarci, vide tutta la perfezione di Costanza, e cercò subito il modo di farle scontare l’opera buona da lei compiuta. E fece sì che un giovine cavaliere che abitava in quella città, si innamorò di lei così sensualmente, che egli sentiva che sarebbe morto se non riuscisse a sfogare le sue sozze voglie.Egli dunque le si mise intorno, ma non riuscì a nulla, perchè Costanza non volle peccare a nessun costo: allora, indispettito, pensò, per vendicarsi, di farla morire vergognosamente. Aspettò infatti che il Castellano fosse fuori del paese, e di nascosto, unanotte, entrò nella camera dove dormivano Ermenegilda e Costanza.Stanca per aver a lungo vegliato nelle sue orazioni, Costanza riposava tranquillamente, ed Ermenegilda lo stesso. Il cavaliere allora, tentato da Satana, si avvicinò piano piano al letto, e in un momento tagliò la gola ad Ermenegilda; e lasciato il coltello insanguinato vicino a Costanza, fuggì via, che Dio gli dia del male!Poco dopo ritornò il Castellano insieme con Alla re di questa terra, e trovata sua moglie così barbaramente uccisa, cominciò a piangere e a torcersi le mani dalla disperazione. Quando ad un tratto, ahimè, vide vicino a Costanza il coltello sanguinoso! Che cosa poteva dire la disgraziata? Dal gran dolore svenne.Il triste fatto fu subito riferito ad Alla. Il quale udito quando e come la povera Costanza era stata trovata nel bastimento, ebbe un senso di compassione, per una creatura così buona, caduta in tanto dolore e tanta sventura.Poichè quell’innocente andò davanti alre, come l’agnello che è condotto alla morte. Il cavaliere mentitore che aveva commesso il delitto l’accusava dicendo che lei sola, manifestamente, aveva assassinato Ermenegilda! Ma nonostante, sorse un grande mormorio fra il popolo, e tutti dicevano che non potevano immaginarsi come Costanza avesse potuto commettere una sì grande malvagità. Poichè l’avevano sempre veduta virtuosa, e affezionata a Ermenegilda quanto alla propria vita: e di ciò tutti facevano testimonianza, eccetto colui che aveva ucciso Ermenegilda col suo coltello. Questo gentile re tenne molto conto di queste deposizioni, e pensò di studiare a fondo la cosa, per riuscire a scoprire la verità.Ahi! povera Costanza, tu non hai un campione, e non puoi combattere da te! Ma Colui che morì per la nostra redenzione, e vinse Satana, Colui che porta pace dovunque con la sua presenza, sia oggi il tuo forte campione. Poichè se Cristo non fa, per te, un miracolo, tu, senza colpa alcuna, sarai tosto uccisa.Essa dunque si gettò in ginocchio e disse:«O Dio immortale che salvasti Susanna dalla calunnia, o pietosissima vergine Maria, figlia di S. Anna, tu il cui figlio è salutato dall’Osanna degli angeli: se io sono innocente soccorretemi, o io morrò.»Avete mai veduto, in mezzo ad una folla di gente, un uomo condotto al supplizio, senza speranza di grazia? È così pallido, che chiunque, appena lo vede, capisce anche fra mille persone, che quello è il condannato a morte. Tale era appunto l’aspetto di Costanza, mentre smarrita si guardava attorno.O regine che vivete beatamente nella vostra reggia, o duchesse e voi altre tutte, nobili dame, abbiate pietà della sventurata Costanza: la figlia di un imperatore si trova in tal modo abbandonata, senza che ci sia un’anima pietosa, alla quale possa chiedere aiuto. Ahi, tu figlia di sangue reale, in mezzo a tanto spavento e a tanto pericolo, non hai vicino un solo amico!Il re Alla sentiva tanta compassione (giacchè un cuore gentile è sempre pietoso), che piangeva dirottamente. «Or via, disse ad un tratto, andate in cerca di una bibbia, e sequesto cavaliere giurerà che fu proprio costei che uccise la donna, allora decideremo in qual modo dovremo fare giustizia.»Fu portata una bibbia che conteneva gli Evangeli scritti in lingua brettone, ed il cavaliere giurò sul sacro libro che Costanza era rea. Ma improvvisamente una mano misteriosa lo colpì fra il capo e il collo con tanta forza, ch’egli cadde a terra come una pietra, e gli occhi gli schizzarono via dalla testa in presenza di tutti quelli che erano lì.Nello stesso tempo si senti una voce che disse: «Tu hai calunniato davanti a Dio la innocente figlia della santa Chiesa. Tanto hai osato: non dico altro.» La folla rimase stupefatta di questo miracolo, e tutti, fatta eccezione di Costanza, rimasero come sbalorditi per paura della vendetta divina.Grande fu il timore e il pentimento di quanti avevano indegnamente sospettato della povera, innocente Costanza. E finì che dopo questo miracolo, e per opera di Costanza, il re e molti altri del paese (la bontà di Cristo sia lodata!) si convertirono subito al Cristianesimo.Il cavaliere spergiuro giudicato lì per lì da Alla, fu ucciso per la sua indegna falsità. Costanza, tuttavia, sentì molta compassione della sua morte. Dopo questo miracolo Gesù, colla sua bontà, fece sì che il re Alla sposasse solennemente questa santa donna, così buona e bella, la quale per opera di Cristo divenne una regina.Chi non gioì di questo avventurato matrimonio? Donegilda la madre del re, lei sola che era trista e malvagia. Il pensiero di quanto era avvenuto, spezzò il cuore maledetto di quella cattiva donna, la quale non voleva che il figlio, a suo dispetto, avesse preso per moglie una straniera che nessuno conosceva.Ed ora, siccome non mi piace farla tanto lunga, vi risparmio la descrizione delle feste. Perchè dovrei stare a raccontarvi lo splendore con cui furono celebrate le nozze, e dirvi, per esempio, chi giunse primo nelle corse che ebbero luogo, e magari chi suonava la tromba e chi il corno? Tanto, si sa, le novelle finiscono sempre ad un modo: tutti mangiarono e bevvero allegramente, ballarono,cantarono, si divertirono, e gli sposi finalmente se ne andarono a letto.E infatti anche i nostri sposi ci andarono, e ne avevano, d’altronde, tutto il diritto. È vero che il candore di una sposa è una cosa santa: ma, come si fa? Vien la notte in cui essa deve piegare la testa davanti a certe piccole necessità, che piacciono a chi le ha dato l’anello di sposa; e allora non c’è rimedio: per un poco bisogna mettere da una parte la santità.Dopo qualche tempo Costanza rimase incinta, e Alla, dovendo andare a combattere contro la Scozia, affidò la moglie al suo Castellano e alle cure di un vescovo. La bella Costanza, la moglie umile ed affabile del re, andò innanzi con la sua gravidanza, finchè un giorno, aspettando il volere di Cristo, si mise in letto coi dolori.Venne il momento, ed essa partorì un maschio che fu battezzato col nome di Maurizio. Il Castellano mandò subito un messaggio, e scrisse al re Alla, dandogli la fausta novella insieme ad altre notizie. Il messo prende la lettera, e se ne va per la sua strada.E con la speranza di guadagnare qualche cosa, va in fretta e in furia dalla madre del re, e dopo averla salutata cortesemente, le dice: «Signora, potete bene essere felice e contenta, e ringraziare mille e mille volte Dio: la regina ha partorito un maschio, che senza dubbio sarà la gioia e la benedizione di tutto il regno.»Ho qui la lettera sigillata che devo portare al re al più presto possibile: se desiderate qualche cosa per vostro figlio, io sono a vostra disposizione giorno e notte.» Donegilda rispose: «Per ora non ho bisogno di nulla: voglio solo, che tu passi qui la notte per riposare. Se avrò da darti qualche ordine, te lo darò domani.»Il servo prima di andare a letto si bevve birra e vino senza discrezione, e mentre dormiva, briaco, gli fu rubata la lettera dalla tasca. Fu astutamente scritta un’altra lettera, imitando il carattere del Castellano, la quale dava al re una notizia ben diversa, come sentirete.Questa lettera diceva dunque: «che la regina si era sgravata di una creatura cosìorribile e mostruosa che nessuno nel castello aveva il coraggio di guardarla solo per un momento. La madre che l’aveva partorita doveva essere certo una strega capitata là per qualche incantesimo o per qualche stregoneria, e nessuno la poteva soffrire.»Il re provò un grande dolore, quando lesse questa lettera, ma non manifestò a nessuno la ragione del suo grave dispiacere, e rispose di proprio pugno: «Sia ben venuto per sempre ciò che Cristo ha mandato a me che professo ormai la sua dottrina. Signore, sia ben venuto il tuo volere, e ciò che a te piace: io sottopongo ai tuoi ordini ogni mio desiderio. Abbiate cura di questo fanciullo, bello o brutto che sia, ed anche di mia moglie finchè io ritorni; Cristo, ove gli piaccia, potrà mandarmi un erede che mi sia più caro di questo.» Egli suggellò la lettera, piangendo di nascosto, e la fece consegnare subito al messo il quale, senz’altro, se ne tornò via.O messaggio briacone, il tuo respiro è affannoso, le gambe non ti reggono più etu tradirai ogni segreto. La mente è svanita, tu balbetti come una gazza, il tuo viso ha cambiato colore. Quando c’è l’ubriachezza, non ci sono più segreti davvero.O Donegilda, l’inglese nel quale io parlo non può descrivere la tua cattiveria e la tua tirannia: e perciò ti abbandono al tuo demonio, il quale penserà lui a far conoscere il tuo infame tradimento. E tu sei un essere umano? No, affè di Dio, io mento: tu sei uno spirito diabolico, io oso dire che sebbene tu cammini in questo mondo, l’anima tua è giù nell’inferno.Il messaggio, dunque, si congeda dal re, e si ferma, anche al ritorno, alla corte della madre di lui, la quale ne fu molto contenta, e cercava soddisfarlo in tutto quel che poteva. Egli bevve, e si rimpinzò bene la pancia, e quindi cominciò a dormire e a russare, da pari suo, tutta la notte, fino a che si levò il sole.Anche questa volta gli fu rubata la lettera del re, che fu sostituita da una contraffatta, nella quale il re domandava al Castellano, sotto la pena di impiccarlo perpunizione, che non permettesse a Costanza di rimanere nel suo regno più di tre giorni e la quarta parte di una marea.Aggiungeva che la mettesse, col bambino e con tutta la sua roba, nello stesso bastimento in cui era stata trovata, e la spingesse lungi da terra, ordinandole di non farsi più vedere.—O mia Costanza, ben doveva l’animo tuo sentir paura e soffrire sognando, allorchè Donegilda macchinò quest’infamia.Il messaggio la mattina svegliatosi prese la via pel castello, e portò la lettera al Castellano, il quale quando la lesse non potè fare a meno di dire: «Ahimè, ahimè! Cristo Signor nostro, come può durare questo mondo con gente così piena di malvagità?Dio possente, se questo è il tuo volere, poichè tu sei giudice infallibile, come puoi tu permettere che muoia l’innocenza, e la gente malvagia regni in prosperità?—O buona Costanza, ahimè, povero me, io debbo essere il tuo carnefice, o morire di una vergognosa morte, senza scampo.»Tutti, giovani e vecchi, quando sepperoche il re aveva mandato quella maledetta lettera, si misero a piangere: Costanza con la faccia pallida come quella di un morto, il quarto giorno si avviò verso il bastimento. E nonostante il suo dolore sopportò di buon animo il volere di Cristo, e inginocchiatasi sulla spiaggia, disse: «Signore, sia sempre ben venuto ciò che tu mi mandi.Colui che mi salvò dalla falsa accusa mentre ero qui fra voi in questa terra, mi può proteggere dal male e dalla vergogna in mezzo al mare salato, sebbene a me non sia dato ora di vedere come potrà salvarmi. Ma Egli è ancora potente come è stato sempre, ed io ho fede in Lui e nella sua cara Madre. Egli è la mia vela e il mio timone.»Il bambino le piangeva fra le braccia; allora lei inginocchiatasi, amorosamente gli disse: «Taci, figliolino mio, io non ti farò alcun male.» Indi si levò di testa il fazzoletto, e con quello gli coprì il viso, e cominciò a cullarlo tra le braccia, in fretta, levando gli occhi al cielo.Poi disse: «Madre, vergine santa Maria, per colpa purtroppo della donna, il genereumano fu perduto e condannato a morte, e per questo il figlio tuo fu messo in croce. Gli occhi tuoi benedetti videro tutto il suo tormento: perciò non c’è paragone fra il tuo dolore e quello che qualunque donna può sopportare.Tu ti vedesti uccidere il figlio davanti gli occhi: invece il figlio mio, il mio bambino, se Dio vuole, è ancora vivo: dunque, Vergine santa, a cui si raccomandano tutti gli addolorati, tu gloria di tutte le donne, tu Vergine bella, tu cielo di rifugio, tu splendida stella del giorno, abbi compassione del mio bambino, tu che col tuo cuore gentile senti pietà di ogni sofferente.»Poi soggiungeva: «Povero bambino, ahimè! che cosa hai tu fatto, tu che fino ad ora, affè di Dio, non commettesti alcun peccato! Perchè il crudele tuo padre ti vuole morto? Oh, abbiate compassione, caro Castellano: lasciate che il mio bambino resti con voi; e se non osate salvarlo, almeno baciatelo una volta in nome di suo padre.»E volgendo lo sguardo alla città disse: «Addio marito spietato!» Quindi si alzò,e camminò lungo la riva verso la nave, dove l’accompagnò tutta la folla. E sempre cercava di quetare il bambino, poi salutò tutti, e col pensiero di una santa benedì tutti e salì nella nave.La nave fu caricata di viveri abbondantemente, e in modo che durassero per lungo spazio: ed altre cose necessarie di cui aveva bisogno le furono questa volta concesse, per favore di Dio. Infatti Dio onnipotente le mandò un aiuto e un tempo favorevole. Non posso dirvi se il vento la riconduceva a casa: ma il fatto è che la nave filava dritta a vele gonfie nel mare.Subito dopo questo fatto, il re Alla ritorna al Castello, e domanda della moglie e del figlio. Il Castellano si sentì ghiacciare il sangue; e tosto raccontò tutto quello che era successo (voi lo sapete senza ch’io lo ripeta), e mostrò al re il suo sigillo e la sua lettera.«Sire, egli disse, io ho fatto senza dubbio quello che voi mi comandaste di fare sotto pena di morte.» Allora fu messo alla tortura il messaggio, e costretto a confessare,e a dire recisamente e senza bugie, dove si era fermato a dormire notte per notte. Così a forza di indagini e accurate ricerche, si potè raccapezzare chi era stato la causa di tanto male.Fu riconosciuta non so in qual modo la mano che aveva scritta la lettera, e tutto il veleno di questa opera infame. La fine però fu questa: il re Alla uccise sua madre, perchè aveva tradito la sua fede; così Donegilda andò a finire male come si meritava.Il dolore al quale Alla si abbandonava notte e giorno, per la moglie e pel figlio suo, nessuna lingua può ridirlo. Ma ritorniamo a Costanza, che errò pel mare afflitta e addolorata, per cinque anni e più, come piacque a Cristo, prima di toccare terra.Finalmente il mare la gettò insieme col figlio suo ai piedi di un castello pagano, di cui non ricordo il nome. Dio potente, che salvò tutto il genere umano, non li abbandoni ora che sono andati a cadere in mano dei pagani e stanno per lasciarci la vita.Giù dal castello vengono molte persone a vedere il bastimento e Costanza: e poco dopo, una notte, scese giù anche il maggiordomo del padrone (Dio gli dia male), un ladrone che aveva rinnegato la nostra fede, il quale, entrato solo nella nave, disse a Costanza che voleva, ad ogni costo, essere il suo amante.Così la povera donna cominciò da capo col dolore: il bambino suo piangeva, ed anche lei piangeva in modo da fare pietà. Maria benedetta allora le corse in aiuto, e per opera del suo forte volere e della sua potenza, il ladrone cadde improvvisamente dalla nave, ed affogò, per vendetta del cielo. In tal modo Cristo mantenne Costanza immacolata.O sozzo desiderio della lussuria, ecco quale è la tua fine: tu non solo consumi la mente dell’uomo, ma ne distruggi anche il corpo. L’ effetto dell’opera tua, o per meglio dire, della tua cieca libidine, è triste: quanti uomini non per altra ragione che per essere caduti in questo peccato sono stati uccisi, od hanno fatto una brutta fine!Questa povera donna, debole com’era, come poteva avere la forza di difendersi da se sola contro quel rinnegato?—O Golia, gigante smisurato, come potè annientarti Davide? Come potè egli, così giovane e senza armi, avere solamente coraggio di guardarti in faccia?—- Ognuno capisce bene che fu per grazia di Dio.Chi dette a Giuditta il coraggio e l’ardire di uccidere Oloferne nella sua tenda, salvando dalla sventura il popolo di Dio? Io dico che, come Dio mandò loro forza e coraggio salvandoli dal male, così mandò forza e coraggio a Costanza.Il suo bastimento, dunque, spinto dalle onde, si rimise in cammino, e uscì per lo stretto di Gibilterra e per Ceuta, andando sempre senza direzione ora ad Occidente ora a Nord e a Sud, e ora ad Oriente, per molti lunghi giorni, finchè la madre di Cristo (che sia sempre benedetta) pensò colla sua infinita bontà, di mettere un fine alle pene di Costanza.Ma lasciamo andare per un poco Costanza, e torniamo all’Imperatore di Roma,il quale apprese, per mezzo di lettere dalla Siria, la strage del popolo cristiano, e l’obbrobrio fatto a sua figlia da una vile traditrice, voglio dire la maledetta infame Sultana, che alla festa aveva fatto uccidere tutti i cristiani fino ad uno.Per questo fatto, dunque, l’Imperatore mandò subito uno dei suoi senatori con un seguito regale, e molti altri signori (Dio sa quanti) in Siria, a fare vendetta: e costoro infatti bruciarono, uccisero, e torturarono per quindici giorni di seguito il popolo di Siria e quindi, per non farla tanto lunga, si prepararono a tornare a Roma.Mentre il senatore, ritornava vittorioso a Roma, veleggiando con gran pompa, s’imbattè nella nave, che scorreva pel mare, come già sapete, e nella quale stava tutta afflitta la povera Costanza. Egli ignorava chi essa fosse, e per quale ragione si trovasse in quello stato. E Costanza non volle dire nulla, a costo di morire.Egli però la portò a Roma, e la consegnò col piccolo bambino alla moglie, con la quale ella visse per qualche tempo.In questo modo nostra Signora la Madonna, levò di mezzo ai dolori la povera Costanza; e, come lei, può liberarne molte altre ancora. Per molto tempo dunque ella rimase in quel luogo, sempre dedicata alle opere pietose, come era suo piacere.La moglie del senatore era zia di Costanza, ma non per questo la riconobbe. Io non voglio andare ancora molto per le lunghe, e ritornerò senz’altro al re Alla, del quale ho parlato molto prima, che ancora piange e si dispera per la moglie; lasciamo dunque Costanza sotto la protezione del senatore.Il re Alla, che aveva ucciso la madre, fu preso un giorno da tale pentimento, che sentì il bisogno di andare a Roma per fare penitenza, umiliandosi al papa e pregando ardentemente Gesù Cristo di perdonargli il turpe misfatto.Intanto corse la voce per tutta la città che Alla sarebbe venuto a Roma in pellegrinaggio; e la notizia si sparse per mezzo della sua gente che lo precedette per procurargli l’alloggio. Il senatore, saputo diquesto arrivo, gli andò incontro a cavallo, come era uso, insieme con molti della corte, per mostrargli la sua alta stima, e per il rispetto dovuto ad un re.Egli accolse con molta festa il re Alla, che se ne mostrò lietissimo, e tutti fecero a gara per onorarlo. Ora accadde, dopo qualche giorno, che il senatore andò, insieme col figlio di Costanza, ad una festa data al re Alla.Alcuni dicono, che egli portasse con sè alla festa il bambino per preghiera di Costanza; io non posso accertare ogni particolare, ma, comunque sia, il fatto è che il bambino vi si trovò e che, sempre per desiderio di sua madre, durante il pranzo sedeva di fronte al re.Il re Alla guardava con grande ammirazione il figliuolo di Costanza, e disse ad un tratto al senatore: «Di chi è quel bel bambino lì seduto?» «Io non lo so davvero per Dio e per S. Giovanni; ha la madre, ma non ha padre ch’io sappia.» E in poche parole raccontò ad Alla tutta la storia del fanciullo. «Dio sa, soggiunse il senatore, se io homai veduto in tutta la mia vita una creatura virtuosa come quella, o se ho mai sentito parlare in questo mondo di altre donne, ragazze, maritate o vedove, che avessero tanta virtù. Io sono sicuro che essa preferirebbe una coltellata nel petto, prima di venir meno all’onestà, al quale passo nessuno potrebbe indurla, a nessun costo.»Il fanciullo somigliava alla madre quanto è possibile ad un figlio somigliarla: cosicchè il re Alla guardandolo rivedeva nella sua mente la sua Costanza, e con grande tristezza pensava se per avventura la madre del bambino non fosse la moglie sua. E di nascosto sospirando, ad un tratto si alzò da tavola per dare libero sfogo al suo dolore.«Per bacco, egli pensava, mi viene in mente una cosa: è vero che io dovrei con ragione pensare che mia moglie fosse morta nelle acque del mare: ma chi sa che Cristo non l’abbia condotta qui, come prima, abbandonata in mezzo al mare, la condusse nel mio paese?»La sera, dopo pranzo, Alla se ne andò a trovare il senatore, per esaminare un po’meglio il suo caso meraviglioso. Questi, per fare onore ad Alla, dette una gran festa, e subito mandò a chiamare Costanza: ma ognuno capisce che la disgraziata non aveva certo voglia di ballare. E quando sentì che la volevano ad una festa, non ebbe più la forza di reggersi in piedi.Alla appena la vide la salutò cortesemente, e non potè trattenere le lacrime dalla commozione, poichè al primo sguardo che gittò su di lei la riconobbe subito. Costanza, riconosciutolo, rimase muta come un albero, tanto il cuor suo fu sopraffatto dal dolore al pensiero della crudeltà con cui egli l’aveva trattata.Due volte svenne davanti a lui che piangeva e cercava di giustificarsi dicendo: «Dio e tutti i santi del cielo abbiano pietà dell’anima mia, se è vero che io sono innocente, del male che tu soffristi, come Maurizio, il figliolino mio, che tanto ti somiglia. Se non è vero, il diavolo mi porti via subito di qui.»Lungo fu il singhiozzare, e amaramente soffrirono tutti e due, prima che il lorocuore addolorato si calmasse. I loro lamenti e i loro pianti facevano pietà. Vi prego quindi di dispensarmi dal racconto di questa scena dolorosa, poichè per oggi io sono ormai stanco di cose tristi.Finalmente riconosciutasi la verità e l’innocenza di Alla, moglie e marito si baciarono almeno un centinaio di volte, e tutti e due furono così felici, che la loro felicità è paragonabile solo alla gioia eterna del paradiso, che fino ad ora nessuno ha visto e goduto in questo mondo.Costanza poi pregò il marito, in ricompensa della gran pena che le aveva innocentemente cagionato, a voler domandare, come speciale grazia, all’Imperatore che volesse degnarsi di desinare un giorno con loro; e lo pregò anche di non dirgli nulla di lei.Alcuni dicono, che l’invito lo portasse al babbo di Costanza lo stesso Maurizio: ma io credo che Alla non fosse così sciocco da mandare un bambino ad un personaggio così grande, come colui che era il fiore dei cristiani. Però è più probabile che Alla vi andasse da sè.L’Imperatore promise, gentilmente, di fare quanto il re Alla desiderava: ed io penso che egli guardasse con un certo interesse il piccolo Maurizio pensando alla sua Costanza. Alla intanto andò a far preparare tutto per bene e più inappuntabilmente che gli riuscì.Venuto il giorno stabilito, Alla e sua moglie si prepararono per andare a ricevere l’Imperatore: e in gran festa e pieni di gioia uscirono a cavallo. Costanza, appena rivide, finalmente, suo padre che veniva nella via, saltò giù da cavallo e gli cadde ai piedi. «Babbo, diss’ella, la tua giovane Costanza, dunque, non la riconosci più, e l’hai dimenticata?Io sono la figlia tua, la tua Costanza che tanto tempo fa tu mandasti in Siria; io sono colei che fu abbandonata in mezzo al mare, e condannata a morte. Ora, padre mio, per pietà non mandarmi più in nessuna città di pagani, e ringrazia questo signore, il quale è mio marito, della sua bontà.»Chi può ridire la gioia di tutti e tre al loro primo incontro? Ma è ora che io vengaalla fine della mia novella, giacchè il giorno passa rapidamente, ed io non voglio seccarvi più a lungo. Lasciamoli dunque, tutti a pranzo, felici e contenti mille volte più di quello che io potrei dire, e andiamo avanti.Il piccolo Maurizio, in seguito, fu fatto Imperatore dal papa, e visse da cristiano, onorando devotamente la santa chiesa. Ma io non voglio occuparmi di lui: la mia novella racconta solamente di Costanza. La storia della vita di Maurizio, chi la vuole sapere, la può trovare nelle anticheGesta Romanorum; io non me la ricordo più.Il re Alla, quando gli parve opportuno, prese la via per l’Inghilterra con la sua buona e diletta moglie, e là vissero tranquilli e contenti. Ma, credete a me, la gioia di questo mondo dura poco: si cambia dalla mattina alla sera, come il mare.Chi mai è vissuto, un giorno solo, in una felicità così completa, che per un momento non gli abbia turbato l’animo o l’ira, o un desiderio, o un altro stimolo qualunque come l’invidia, l’orgoglio, una passione, o una offesa? E tutto questo lodico perchè appunto anche la gioia di Alla con Costanza non durò che poco tempo.Poichè la morte che fa i conti con tutti ugualmente, grandi e piccoli, e da tutti, a scadenza fissa, riscuote il frutto e il capitale, dopo circa un anno (se io non erro) tolse da questo mondo Alla; di che Costanza ebbe grandissimo dolore. E giacchè Alla è morto, preghiamo Dio che voglia benedire l’anima sua. Costanza, per venire alla fine, se ne ritornò a Roma.Dove questa santa creatura ritrovò tutti i suoi amici vivi e freschi; e finalmente fu salva da tutte le sventure. Ritornata dal padre, si gettò ai suoi piedi, piangendo di gioia, e lodando centomila volte Iddio.Così vissero tutti santamente e pieni di misericordia, e non si separarono mai più fino a che non li divise la morte. Ed ora statevi bene, chè la mia novella è finita. E Cristo, che può mandare a noi la gioia dopo il dolore, ci abbia nella sua grazia, e ci protegga tutti quanti ci troviamo qui.

NOVELLADEL GIURECONSULTO▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪PROLOGOIlnostro oste si accorse che lo splendido sole aveva già compiuto la quarta parte, più mezz’ora buona, del suo corso giornaliero; e per quanto non avesse, in fondo, una grande dottrina, sapeva però che quello era il ventottesimo giorno di Aprile, cioè il messaggiero di Maggio. Egli osservò che l’ombra degli alberi, in terra, aveva la stessa lunghezza del fusto dell’albero che la proiettava, e da questo fatto calcolò che Febo, il quale riluceva in quel momento in tutto il suo splendore, era salito per quarantacinque gradi. Il che significava, in conclusione, che, dato quel giorno e quella latitudine, allora erano ledieci; perciò spinse avanti il suo cavallo dicendo:«Signori, ho l’onore di avvertire tutta questa brigata, che la quarta parte del giorno se n’è bell’e ita. Quindi, per amore di Dio e di San Giovanni, guardate, se vi riesce, di non perdere più tempo. Signori miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell’oro dello scrigno; poichè le ricchezze si possono in qualche modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna aMalkins[1]la verginità, una volta che la sua lascivia glie l’ha fatta perdere. Non stiamo, dunque, a marcire così nell’ozio.Signor giureconsulto, che Dio vi benedica, raccontateci voi, ora, una novella, secondo che abbiamo stabilito. Anche voi aveteacconsentito a sottomettervi al mio giudizio: fate dunque il vostro dovere, e mantenete la vostra promessa».«Oste, egli rispose,de par dieu jeo assente, giacchè non ho intenzione di mancare alla mia parola. Ogni promessa è debito, e vi ripeto che io farò volentierissimo l’obbligo mio. Gli stessi libri nostri dicono che la legge è uguale per tutti: ma tuttavia io non posso dirvi una novella discreta, che non sia stata già raccontata da Chaucer (sebbene l’arte del verso e della rima non sia il suo forte), in quell’antico idioma inglese nel quale, come tutti sanno, egli ebbe a scriverle. Poichè se non l’avrà raccontata in un libro, amico mio, sta pur sicuro che l’avrà raccontata in un altro. Sono più gli amanti di cui ha scritto la storia lui, o in un libro o nell’altro, che quelli semplicemente nominati da Ovidio nelle sue antichissimeepistole. Che cosa vi debbo dunque raccontare, se le novelle che io so, sono già state raccontate da Chaucer! Nella sua gioventù egli scrisse la novella di Ceyx e Alcyon, e quindi ha fatto la storia di tutte le donnee gli amanti più illustri. Chi avesse voglia di leggere il suo libro intitolato:La sacra leggenda di Cupido, vi troverà descritte le larghe e profonde ferite di Lucrezia e di Tisbe babilonese, vi troverà la storia di Didone che si trafigge con la spada per causa del traditore Enea, e di Fillide cambiata in albero pel suo Demofoonte. Vi troverà il pianto di Deianira, di Ermione, di Arianna e di Isifile, il nudo scoglio nel lontano mare, dove Leandro affogò per la sua bella Ero, le lacrime di Elena, il dolore di Briseide e di Laodamia, e la tua crudeltà, o regina Medea, che appendesti pel collo i figlioletti per vendicarti di Giasone, l’amante spergiuro. In quello stesso libro egli loda altamente la vostra fedeltà, o Ipermestra, Penelope, Alceste.Ma naturalmente non fa neppure parola del turpe esempio di Canace che amò, incestuosamente, il proprio fratello, nè (Dio ci scampi da certe novelle) ricorda la storia, raccontata da Apollonio Tirio, di quell’infame re Antioco che deflorò la propria figlia, gettandola (orribile a leggersi) a forzaper terra. Di tali turpi cose egli non volle mai scriverne, ed io, se me lo permettete, mi dispenso dal raccontarvele. Ma come farò, dunque, a dire anch’io, oggi, la mia novella? Certamente io mi guardo bene dal voler gareggiare con le Muse altrimenti dette Pieridi (voi capite, senza dubbio, che io alludo alle Metamorfosi); del resto poco m’importa di Ovidio: faccia pure quanti versi vuole, io parlerò in prosa». E detto questo, il giureconsulto, serio serio, incominciò la sua novella, e disse quello che segue.NOVELLA DEL GIURECONSULTOO miseria, male pieno di pericoli, sinonimo di sete, freddo, e fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, invano tenti di nascondere le piaghe delle tue ferite: esse sono così dolorose, che per forza devi mostrarle altrui. Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accattare, o a prendere a credenza il pane.Tu te la prendi con Cristo, e col cuore gonfio d’amarezza, dici ch’egli non distribuisce equamente le ricchezze sulla terra. Rimproveri, a torto, il tuo vicino, perchè mentre tu hai ben poco in questo mondo, a lui non manca nulla. E gridi: «Per Dio,verrà anche per lui il redde rationem, verrà il giorno in cui il fuoco gli brucerà la coda perchè non aiuta chi ha bisogno!»Ascolta, piuttosto, ciò che ti dice il savio: meglio la morte della miseria. Il tuo vicino, se sei povero, sarà il primo a guardarti dall’alto in basso: pel povero non c’è rispetto. Impara anche questo dai savi: i giorni del povero sono tutti uguali, tutti brutti lo stesso; perciò abbi giudizio prima di cacciarti da te in mezzo a tante spine.Se tu sei povero, neppure i tuoi fratelli ti possono vedere, e gli amici, ahimè, ti salutano tutti. Felici voi, o ricchi mercatanti, voi sì che siete gente rispettabile e con un po’ di sale in zucca; per voi non c’è doppio asso: ma il cinque e sei, ad ogni tiro di dadi, v’empie le tasche. Almeno, voi, per Natale potete ballare allegramente.Voi scrutate terre e mari in cerca di guadagno, e da gente savia conoscete le condizioni di ogni paese, e ne recate notizie e avventure di pace e di guerra. Ed ora, appunto, non saprei dove pescare una novella, se un mercante, morto parecchianni fa, non mi avesse raccontato questa che voglio dirvi.Nei tempi antichi, dunque, c’era in Siria una società di ricchi mercanti così bravi ed onesti, che avevano un estesissimo commercio di stoffe in oro e in seta dei più smaglianti colori. La loro merce era così bella e così nuova, che tutti reputavano una fortuna comprar da loro e cambiar con loro la merce.Ora accadde che questi mercanti una volta stabilirono di andare a Roma, non so se per affari, o per semplice divertimento; fatto sta che non vi mandarono i loro commessi, ma andarono da sè, e presero alloggio dove tornava loro più comodo per gli affari.Già da qualche tempo si trovavano per loro piacere in Roma, quando un bel giorno sentirono parlare della famosa Costanza figlia dell’Imperatore, la cui fama giungeva loro agli orecchi con sempre nuovi particolari.La voce che correva sulla bocca di tutti era questa: «Il nostro Imperatore, Dioce lo conservi, ha una figlia così bella e buona, che da che il mondo è mondo non si è vista l’eguale nè per bellezza nè per bontà. Dio la protegga, e possa essere un giorno la regina dell’Europa intera.La sua straordinaria bellezza è senza orgoglio, la sua gioventù non conosce capricci e non ha grilli per la testa. Ogni sua azione ha per guida la virtù, ed umiltà, in lei, vince superbia. Questa donna è un vero specchio di gentilezza: nel suo cuore alberga la pietà, e la sua mano è ministra di libertà e di misericordia».E tutto questo che la voce del popolo diceva, era vero come la voce di Dio. Ma torniamo a bomba: questi mercanti caricate le loro navi, e dopo aver veduto, finalmente quella benedetta fanciulla, ritornarono in Siria, e si rimisero ai loro affari come prima, passandosela da signori.Ora dovete sapere che questi mercanti erano molto in grazia al Sultano di Siria. Ed ogni volta che essi facevano ritorno da qualche paese straniero, egli pieno di affabile cortesia faceva loro festa e buon viso,e domandava, con grande interesse, notizie dei vari stati, per sapere se avevano visto o sentito nulla di bello e di meraviglioso.E questa volta fra le altre cose, essi gli parlarono con sì calda ammirazione dello splendore di Costanza, che il Sultano provava un grandissimo piacere a immaginarsi colla fantasia la figura di lei; ed ogni suo desiderio, ogni sua più grave cura ripose nell’amare questa fanciulla per tutta la vita.Ma fino dal giorno della sua nascita le stelle avevano scritto in quel gran libro che gli uomini chiamano il cielo, ch’egli, ahimè, doveva morire per amore. Poichè nelle stelle (e Dio sa se è vero) c’è scritto a chiare note (per chi vi sa leggere) il destino di ogni uomo.Molti anni prima che avvenisse, era scritta nelle stelle la morte di Ettore, di Achille, di Pompeo, di Cesare, la guerra di Tebe, la morte di Ercole, di Sansone, di Turno, e di Socrate. Ma gli uomini hanno un’intelligenza così corta, che nessuno di loro in quel libro ci sa leggere chiaro.Il Sultano, dunque, fece radunare il suo consiglio privato, e per esaurire in poche parole l’argomento, manifestò, senza altro, il suo desiderio, e disse che se non gli fosse concesso di possedere subito Costanza, non gli resterebbe che morire: lasciava a loro di trovare un rimedio per la sua vita.Ognuno allora disse la sua: furono fatte e ribattute molte proposte, molte ragioni furono addotte, giustamente, da una parte e dall’altra; si parlò di magia, di inganni, e finalmente per venire ad una conclusione, tutti non videro altro mezzo, non trovarono altra via che il matrimonio.Ma con ragione videro subito una grave difficoltà: naturalmente i loro riti erano così diversi da quelli del popolo di Cristo, che (dicevano essi) «nessun principe cristiano sarebbe contento di mandare a nozze col Sultano una figlia, facendole accettare i dolci riti del loro profeta Maometto».Ed egli rispose: «Piuttosto che rinunziare a Costanza, io son disposto, decisamente, a farmi cristiano. Io debbo esseresuo, e non posso fare diversamente, perciò, ve ne prego, risparmiatevi qualunque osservazione di questo genere; pensate piuttosto a salvarmi, e cercate con ogni mezzo di farmi avere colei, dalla quale dipende la mia vita: poichè io sento che non posso vivere molto in mezzo a tanto dolore».Perchè andare ancora per le lunghe? Per mezzo di trattative e di una ambasceria, con la mediazione del papa e di tutta la Chiesa, e con l’approvazione di tutta la nobiltà, fu stabilito, a dànno della religione maomettana e con vantaggio della cara legge di Cristo, quanto sentirete.Fu stabilito, cioè, che il Sultano, tutti i suoi baroni e tutti i suoi sudditi, si farebbero cristiani, ed egli sposerebbe Costanza (con non so quanto di dote, ma certo una bella somma), e così la sua vita sarebbe salva. Così fu convenuto e giurato da ambo le parti: ed ora, bella Costanza, Dio onnipotente ti accompagni.Qualcuno ora s’aspetterebbe forse che io raccontassi, per filo e per segno, tutti i preparativi che l’Imperatore e la sua cortefecero per le nozze di Costanza. Ma ognun di voi s’immagina bene che non sarebbe possibile raccontare, in quattro e quattr’otto, tutto ciò che si fece nell’occasione di un avvenimento così grande.Vescovi, conti, contesse, cavalieri di gran nome, ed altri personaggi, in una parola, furono mandati, ad accompagnarla. E fu annunziato a tutta la città che ognuno pregasse devotamente Cristo, affinchè volesse proteggere questo matrimonio, e accompagnasse per viaggio la spedizione.Venne il giorno della partenza (il triste, fatale giorno, aggiungo io), chè ormai non v’era più da aspettare, e tutti erano pronti. Costanza, straziata dal dolore, si levò pallida dal letto, e si vesti preparandosi a partire, vedendo bene che non le restava altro da fare.Ahimè! Qual meraviglia ch’ella piangesse? Lei che da quelli stessi i quali l’avevano tenuta fin allora così caramente, era mandata ora in un paese straniero, legata e soggetta ad un uomo che non aveva mai visto nè conosciuto? Io non voglio dire altro:ma so che in generale riescono sempre buoni mariti coloro che hanno conosciuto per tempo la loro moglie.«O babbo, diceva lei al momento di partire, la tua sventurata Costanza, la tua giovine figliuola, che con tanto amore hai visto crescere; o mamma mia, che dopo Cristo, il quale sta su nel cielo, sei la cosa a me più cara nel mondo, Costanza, la figliuola vostra, si raccomanda a voi. Pensate che essa deve andare in Siria e forse non vi rivedrà più.Ahimè, io devo andare in quel barbaro paese, perchè voi lo volete. Cristo che morì per la nostra redenzione mi conceda almeno la forza di poter fare la sua volontà. Io, disgraziata donna, non mi curo di morire: noi siamo nate per essere schiave e per fare penitenza sotto il dominio dell’uomo.»Io ci scommetto, vedete, che nemmeno quando Pirro abbattè le mura di Troia e Ilio andò in fiamme, o quando cadde Tebe, e neppure a Roma in mezzo alle stragi di Annibale che vinse per tre volte i Romani,si sentì un pianto così commovente e pietoso come in camera di Costanza al momento della sua partenza. Ma o piangendo o ridendo la poveretta dovè partire a tutti i costi.O crudele firmamento, tu nel tuo primo moto[1]quotidiano accozzi e trascini insieme, girando da oriente ad occidente, tutto ciò che da natura avrebbe avuto un altro indirizzo. I tuoi giri disposero le stelle in modo che, fin dal principio del doloroso viaggio, Marte distrusse questo matrimonio.Malaugurato oroscopo, per l’obliquo moto del quale il signore[2]è caduto, irremissibilmente, nel buio più profondo! O Marte, in questo momento tu sei Atyzar[3]! O pallida luna, il tuo cammino è sventurato; poichè tu volgi il corso colà dove nessuno ti vuole, ed hai abbandonato quel luogo dove stavi benissimo.Ahimè, stolto Imperatore di Roma! Non c’era proprio un astrologo in tutta la tua città? Non potevi scegliere, almeno, un tempo migliore di questo per il viaggio di nozze? Specialmente alle persone della tuacondizione manca forse il tempo di scegliere una bella giornata, e di consultare l’oroscopo, prima di mettersi in mare? Ma la questione, ahimè, è che noi siamo troppo ignoranti e troppo corti di cervello.La bella fanciulla, dunque, tutta addolorata, fu accompagnata da un gran seguito, e con tutti gli onori, sulla nave, e prima che questa si allontanasse disse: «Ora, Gesù Cristo sia con voi». E così, bella Costanza, buon viaggio; giacchè non c’è rimedio. La povera fanciulla faceva di tutto per non tradire il suo dolore; ma lasciamola navigare e andiamo avanti.La madre del Sultano, che era un vero pozzo di vizi, aveva spiato tutto, e s’era accorta del proponimento fatto da suo figlio di abbandonare l’antica religione di Maometto; e subito adunò il consiglio, e quando tutti furono presenti per sentire che cosa aveva da comunicare, si assise, e disse così:«Signori, voi tutti saprete che mio figlio sta per abbandonare le sante leggi del nostro Corano, datoci da Maometto messaggio di Dio. Ebbene, io faccio voto all’altissimoSignor nostro di perdere la vita, prima di rinnegare la religione di Maometto.Che vantaggio può venirne a noi da questa nuova religione, se non servaggio e sofferenze, e d’essere trascinati all’inferno per avere rinnegato Maometto il nostro creatore? Signori, dunque, mi assicurate di approvare il mio consiglio? Se lo approverete, io vi salverò in eterno».Tutti approvarono, e giurarono di vivere o morire con lei, e di non abbandonarla. E ciascuno prese l’impegno di fare il possibile perchè i propri amici prestassero l’opera loro. La Sultana allora si mise all’impresa nel modo che sentirete, e disse a tutti queste precise parole.«Noi fingeremo da principio di andare lieti al battesimo: tanto un po’ d’acqua fresca non ci potrà fare un gran male; ed io farò preparare tali feste e in mezzo a tanta allegria, che il Sultano, certamente, non sospetterà di nulla. Dicono che sua moglie sia la più pura e più bianca creatura battezzata: ed io vi prometto che essa non riuscirà a lavare tutto il rosso del sangue che la bagnerà,quand’anche portasse con sè una fontana».O Sultana iniqua, nuova Semiramide, serpente dall’aspetto di donna, donna simile al serpente che sta giù nel profondo dell’inferno, femmina ingannatrice, in te, nido d’ogni vizio, si accoglie tutto ciò che corrompe la virtù e l’innocenza per mezzo della malizia.E tu, o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro regno, ben ritrovasti subito la via di tornare fra noi per mezzo della donna. Tu facesti sì che Eva ci trascinasse nella schiavitù, e tu ora sconcludi questo matrimonio cristiano. Quando non vuoi comparire, ahimè, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna.La Sultana che io rimprovero e maltratto in questo modo, lasciò maturare a poco per volta il suo disegno preparandogli la strada; e senza farla tanto lunga ecco che cosa fece. Un giorno, montata a cavallo, se ne andò dal Sultano, e gli disse che aveva deciso di rinnegare la fede maomettana, e voleva ricevere il battesimodalla mano del prete, pentita di essere rimasta tanto tempo pagana.E lo scongiurò di concederle l’onore di festeggiare il popolo cristiano al suo arrivo nella Siria dicendo: «Io farò tutto quello che potrò per fargli onore». E il Sultano rispose: «Farò tutto ciò che vorrete, madre mia». E in ginocchio la ringraziava della sua domanda, e non sapeva più che cosa dire dalla contentezza. La Sultana allora lasciato suo figlio se ne ritornò a casa.Intanto i cristiani toccarono terra, e giunsero in Siria accompagnati da un grande seguito. Allora il Sultano mandò un messo a sua madre e attorno per tutto il regno, annunziando che sua moglie era finalmente arrivata, e pregando tutti di volere andare incontro alla regina, per tenere alto il decoro del regno.La folla dei Sirii e dei Romani era immensa, e tutti erano splendidamente vestiti. La madre del Sultano, riccamente abbigliata, con molta festa ricevè la sposa, e con tutta la gioia con cui una mamma accoglierebbe la propria figliuola. Quindi il corteo, montatoa cavallo, si avviò solennemente alla città, che era poco lontana dal mare.Il trionfo di Giulio Cesare, che Lucano leva fino alle stelle, non fu certo più splendido e maraviglioso di quello che questa festante turba celebrò. Ma quel velenoso scorpione della Sultana, col suo maligno spirito, sotto sotto meditava il morso mortale.Quando la comitiva fu giunta al palazzo, il Sultano, nella sua splendida divisa, andò, esultante e pieno di gioia, a riverire la sposa. Lasciamoli lì ora in mezzo al tripudio, e veniamo al momento in cui tutti pensarono che era ora di finire la veglia, e di andarsene a riposare.Intanto venne il giorno in cui la vecchia Sultana aveva stabilito di festeggiare, come ho già detto, il popolo cristiano, e tutti i figli di Cristo si erano preparati per la cerimonia. Bisognava vedere che cosa fu in quella occasione: il lusso e lo splendore uno non se l’immagina nemmeno; ma prima di alzarsi da tavola la pagarono salata.O improvviso e inaspettato dolore, tu succedi a ogni mondana gioia, che deve esseresempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per fine le lacrime. Non dimenticate mai questo consiglio pel vostro bene: ogni volta che vi pare d’essere felici, abbiate sempre davanti agli occhi il dolore e la sventura, che non tarderanno a raggiungervi.Per farvela corta, dunque, il Sultano e tutti i cristiani furono tagliati a pezzi mentre stavano a tavola, e la sola Costanza scampò all’eccidio. La maledetta vecchia con l’aiuto dei suoi riuscì a compiere questo esecrando delitto, per diventar lei imperatrice.Non vi fu cittadino della Siria, convertito al cristianesimo, che sorpreso dai consiglieri della Sultana non venisse trucidato prima che potesse scappare. Quindi presa la povera Costanza, la misero, in fretta, sopra una nave senza timone, alla mercè di Dio, e le dissero che, se era buona, se ne ritornasse dalla Siria in Italia.Le restituirono il piccolo tesoro che aveva portato come dote, le dettero una abbondante quantità di roba per mangiare,misero sulla nave delle vesti, quindi spiegarono le vele e la nave fu spinta nell’alto. Povera, buona Costanza, giovane e onesta figlia dell’Imperatore. Colui che ha in mano la fortuna e il destino di tutti sia ora il tuo timone.Prima che la nave si allontanasse dalla riva essa benedì tutti, poi rivolgendosi alla croce di Cristo disse: «O croce benedetta, pura fonte di felicità, bagnata del sangue del pietoso agnello che purificò il mondo delle sue antiche colpe, il giorno in cui io dovrò morire affogata in fondo al mare, salvami dalle unghie del diavolo.Albero glorioso, scudo dei fedeli, che solo fosti degno di portare il re del cielo sanguinante di ferite, il candido agnello trafitto a colpi di lancia; tu che metti in fuga il diavolo e lo allontani da tutti coloro che sono protetti amorosamente dai tuoi rami, salvami e dammi la forza di redimermi.»Passarono i giorni, passarono gli anni, e la povera Costanza spinta con la nave pel mare di Grecia arrivò, finalmente, per caso, allo stretto del Marocco; ma prima che leonde selvagge la portassero al suo destino, troppi amari bocconi dovè ancora mandar giù, per non morire di fame, sempre con la morte davanti agli occhi.Qualcuno di voi mi potrebbe domandare: «Come mai non fu uccisa anche lei insieme con gli altri cristiani? Chi la salvò dall’eccidio il giorno della festa?» Io vi risponderò allora con queste altre dimande: «Chi salvò Daniele nell’orribile spelonca dei leoni, dove tutti quelli che entrarono prima di lui, d’ogni condizione, furono divorati senza poter fuggire in nessun modo? Nessun altro che Dio lo salvò, Dio che egli portava nel cuore.A Dio piace mostrare in questo modo i suoi miracoli meravigliosi, affinchè noi possiamo vedere quanto è grande la sua potenza. Cristo il quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che solo i Sapienti conoscono, fa delle cose per un fine che la mente nostra non arriva a comprendere, cosicchè noi, per l’ignoranza nostra, non possiamo farci un’idea di quanto sia savia la sua provvidenza.Or dunque, poichè Costanza non fu uccisa il giorno della festa, chi fu che la salvò anche dal fondo del mare? Chi fu che salvò Giona nello stomaco del pesce che lo rigettò vivo a Ninive? Ben sa ognuno che fu precisamente Colui, il quale salvò il popolo Ebreo quando attraversò il mare a piedi asciutti.Chi ordinò ai quattro punti cardinali, spiriti della tempesta i quali hanno potere di mettere sotto sopra la terra e il mare, di non turbare la calma del mare della terra e degli alberi? Certo fu Colui il quale protesse sempre dalla tempesta questa donna giorno e notte.Dove mai, questa donna, potè trovare da mangiare e da bere? Come le potè bastare per tre anni e più la provvista che aveva nella nave? Chi nutrì Maria Egiziaca nelle spelonche del deserto? Nessun altro che Cristo, senza dubbio! Fu una cosa veramente meravigliosa sfamare cinquemila persone con cinque pani e due pesci: Dio mandò la sua abbondanza al gran bisogno di lei.Essa navigò dentro il nostro Oceano attraversandoil nostro vasto mare, finchè, finalmente, l’onda la gettò sotto un castello, del quale ora non ricordo il nome, nel lontano regno di Northumberland. E il bastimento si incagliò così fortemente nella rena, che non si mosse di lì per tutto il tempo di una marea: era volere di Cristo che Costanza restasse ferma in quel luogo.Il Castellano scese giù a vedere questo avanzo di naufragio, e girato tutto il bastimento trovò la povera donna sfinita dal dolore, e vide anche il tesoro che essa portava con sè sulla nave. Allora Costanza, nella sua lingua, domandò per misericordia che le si togliesse la vita, per liberarsi dal dolore in mezzo al quale si trovava.Essa parlava un latino alquanto corrotto, tuttavia riuscì a farsi capire. Il guardiano, quando fu stanco di cercare per tutta la nave, portò con sè a terra questa povera donna. La quale cadde in ginocchio, e ringraziò il messaggio di Dio. Ma non volle dire a nessuno chi era, nè colle buone nè colle cattive, a costo di morire.Diceva che il mare l’aveva tanto stordita,che aveva perso la memoria, e che questa era la verità. Il guardiano e sua moglie ebbero tanta compassione di lei, che piansero commossi. E Costanza si dimostrò subito così accurata e sollecita a servire e far piacere a tutti, che chi la vedeva se ne innamorava subito.Il Castellano e madonna Ermenegilda, sua moglie, erano pagani, e tutto il paese era pagano; ma Ermenegilda voleva bene a Costanza come alla sua vita. Costanza intanto durante il suo soggiorno in questo luogo, con amare lagrime pregava sempre il Signore, finchè Gesù convertì la moglie del Castellano.In tutta quella terra nessun cristiano aveva osato mai mettere piede; i cristiani erano stati cacciati di là dai pagani, che conquistarono tutto il Nord per mare e per terra. I cristiani fuggirono tutti a Wales, rimanendo in quest’isola, dove per qualche tempo trovarono un sicuro asilo.Ma ancora i Brettoni cristiani non erano stati espulsi così radicalmente, che non si trovasse qualcuno il quale in cuor suo venerasseCristo, ingannando la gente pagana. E proprio vicino al castello ve ne erano tre, uno dei quali era cieco, e non vedeva altro che con gli occhi della mente, i soli occhi che restano ai ciechi per vedere.Il sole risplendeva come in un giorno d’estate. Il Castellano e sua moglie insieme con Costanza, presero la via dritta al mare, per circa un quarto di miglio, girando per diporto qua e là, quando per caso incontrarono quel povero cristiano cieco, e curvo dagli anni.«Nel nome di Cristo (disse il vecchio Brettone), madonna Ermenegilda, fate ch’io riacquisti la vista.» La moglie del Castellano si spaventò a queste parole, per timore che il marito, sentendo che si era fatta cristiana, volesse ucciderla. Allora Costanza le fece coraggio, e le ordinò di fare la volontà di Cristo, come figlia della santa chiesa.Il Castellano non raccapezzando che cosa succedesse in quel momento domandò: «Ma come va questa faccenda?» E Costanza rispose: «Signore, è la potenza di Cristo, che salva gli uomini dalle insidie del demonio!».E preso a recitare il nostro credo, prima che fosse sera ebbe convertito anche il Castellano, il quale cominciò a credere in Cristo.Costui non era però il signore di questo luogo, dove aveva trovato Costanza; ma lo governava semplicemente, da molti anni, sotto il regno di Alla, re di Northumberland, uomo molto savio e dabbene come sentirete, e potente nemico degli Scozzesi. Ma ritorniamo al nostro racconto.Satana che sta sempre pronto per ingannarci, vide tutta la perfezione di Costanza, e cercò subito il modo di farle scontare l’opera buona da lei compiuta. E fece sì che un giovine cavaliere che abitava in quella città, si innamorò di lei così sensualmente, che egli sentiva che sarebbe morto se non riuscisse a sfogare le sue sozze voglie.Egli dunque le si mise intorno, ma non riuscì a nulla, perchè Costanza non volle peccare a nessun costo: allora, indispettito, pensò, per vendicarsi, di farla morire vergognosamente. Aspettò infatti che il Castellano fosse fuori del paese, e di nascosto, unanotte, entrò nella camera dove dormivano Ermenegilda e Costanza.Stanca per aver a lungo vegliato nelle sue orazioni, Costanza riposava tranquillamente, ed Ermenegilda lo stesso. Il cavaliere allora, tentato da Satana, si avvicinò piano piano al letto, e in un momento tagliò la gola ad Ermenegilda; e lasciato il coltello insanguinato vicino a Costanza, fuggì via, che Dio gli dia del male!Poco dopo ritornò il Castellano insieme con Alla re di questa terra, e trovata sua moglie così barbaramente uccisa, cominciò a piangere e a torcersi le mani dalla disperazione. Quando ad un tratto, ahimè, vide vicino a Costanza il coltello sanguinoso! Che cosa poteva dire la disgraziata? Dal gran dolore svenne.Il triste fatto fu subito riferito ad Alla. Il quale udito quando e come la povera Costanza era stata trovata nel bastimento, ebbe un senso di compassione, per una creatura così buona, caduta in tanto dolore e tanta sventura.Poichè quell’innocente andò davanti alre, come l’agnello che è condotto alla morte. Il cavaliere mentitore che aveva commesso il delitto l’accusava dicendo che lei sola, manifestamente, aveva assassinato Ermenegilda! Ma nonostante, sorse un grande mormorio fra il popolo, e tutti dicevano che non potevano immaginarsi come Costanza avesse potuto commettere una sì grande malvagità. Poichè l’avevano sempre veduta virtuosa, e affezionata a Ermenegilda quanto alla propria vita: e di ciò tutti facevano testimonianza, eccetto colui che aveva ucciso Ermenegilda col suo coltello. Questo gentile re tenne molto conto di queste deposizioni, e pensò di studiare a fondo la cosa, per riuscire a scoprire la verità.Ahi! povera Costanza, tu non hai un campione, e non puoi combattere da te! Ma Colui che morì per la nostra redenzione, e vinse Satana, Colui che porta pace dovunque con la sua presenza, sia oggi il tuo forte campione. Poichè se Cristo non fa, per te, un miracolo, tu, senza colpa alcuna, sarai tosto uccisa.Essa dunque si gettò in ginocchio e disse:«O Dio immortale che salvasti Susanna dalla calunnia, o pietosissima vergine Maria, figlia di S. Anna, tu il cui figlio è salutato dall’Osanna degli angeli: se io sono innocente soccorretemi, o io morrò.»Avete mai veduto, in mezzo ad una folla di gente, un uomo condotto al supplizio, senza speranza di grazia? È così pallido, che chiunque, appena lo vede, capisce anche fra mille persone, che quello è il condannato a morte. Tale era appunto l’aspetto di Costanza, mentre smarrita si guardava attorno.O regine che vivete beatamente nella vostra reggia, o duchesse e voi altre tutte, nobili dame, abbiate pietà della sventurata Costanza: la figlia di un imperatore si trova in tal modo abbandonata, senza che ci sia un’anima pietosa, alla quale possa chiedere aiuto. Ahi, tu figlia di sangue reale, in mezzo a tanto spavento e a tanto pericolo, non hai vicino un solo amico!Il re Alla sentiva tanta compassione (giacchè un cuore gentile è sempre pietoso), che piangeva dirottamente. «Or via, disse ad un tratto, andate in cerca di una bibbia, e sequesto cavaliere giurerà che fu proprio costei che uccise la donna, allora decideremo in qual modo dovremo fare giustizia.»Fu portata una bibbia che conteneva gli Evangeli scritti in lingua brettone, ed il cavaliere giurò sul sacro libro che Costanza era rea. Ma improvvisamente una mano misteriosa lo colpì fra il capo e il collo con tanta forza, ch’egli cadde a terra come una pietra, e gli occhi gli schizzarono via dalla testa in presenza di tutti quelli che erano lì.Nello stesso tempo si senti una voce che disse: «Tu hai calunniato davanti a Dio la innocente figlia della santa Chiesa. Tanto hai osato: non dico altro.» La folla rimase stupefatta di questo miracolo, e tutti, fatta eccezione di Costanza, rimasero come sbalorditi per paura della vendetta divina.Grande fu il timore e il pentimento di quanti avevano indegnamente sospettato della povera, innocente Costanza. E finì che dopo questo miracolo, e per opera di Costanza, il re e molti altri del paese (la bontà di Cristo sia lodata!) si convertirono subito al Cristianesimo.Il cavaliere spergiuro giudicato lì per lì da Alla, fu ucciso per la sua indegna falsità. Costanza, tuttavia, sentì molta compassione della sua morte. Dopo questo miracolo Gesù, colla sua bontà, fece sì che il re Alla sposasse solennemente questa santa donna, così buona e bella, la quale per opera di Cristo divenne una regina.Chi non gioì di questo avventurato matrimonio? Donegilda la madre del re, lei sola che era trista e malvagia. Il pensiero di quanto era avvenuto, spezzò il cuore maledetto di quella cattiva donna, la quale non voleva che il figlio, a suo dispetto, avesse preso per moglie una straniera che nessuno conosceva.Ed ora, siccome non mi piace farla tanto lunga, vi risparmio la descrizione delle feste. Perchè dovrei stare a raccontarvi lo splendore con cui furono celebrate le nozze, e dirvi, per esempio, chi giunse primo nelle corse che ebbero luogo, e magari chi suonava la tromba e chi il corno? Tanto, si sa, le novelle finiscono sempre ad un modo: tutti mangiarono e bevvero allegramente, ballarono,cantarono, si divertirono, e gli sposi finalmente se ne andarono a letto.E infatti anche i nostri sposi ci andarono, e ne avevano, d’altronde, tutto il diritto. È vero che il candore di una sposa è una cosa santa: ma, come si fa? Vien la notte in cui essa deve piegare la testa davanti a certe piccole necessità, che piacciono a chi le ha dato l’anello di sposa; e allora non c’è rimedio: per un poco bisogna mettere da una parte la santità.Dopo qualche tempo Costanza rimase incinta, e Alla, dovendo andare a combattere contro la Scozia, affidò la moglie al suo Castellano e alle cure di un vescovo. La bella Costanza, la moglie umile ed affabile del re, andò innanzi con la sua gravidanza, finchè un giorno, aspettando il volere di Cristo, si mise in letto coi dolori.Venne il momento, ed essa partorì un maschio che fu battezzato col nome di Maurizio. Il Castellano mandò subito un messaggio, e scrisse al re Alla, dandogli la fausta novella insieme ad altre notizie. Il messo prende la lettera, e se ne va per la sua strada.E con la speranza di guadagnare qualche cosa, va in fretta e in furia dalla madre del re, e dopo averla salutata cortesemente, le dice: «Signora, potete bene essere felice e contenta, e ringraziare mille e mille volte Dio: la regina ha partorito un maschio, che senza dubbio sarà la gioia e la benedizione di tutto il regno.»Ho qui la lettera sigillata che devo portare al re al più presto possibile: se desiderate qualche cosa per vostro figlio, io sono a vostra disposizione giorno e notte.» Donegilda rispose: «Per ora non ho bisogno di nulla: voglio solo, che tu passi qui la notte per riposare. Se avrò da darti qualche ordine, te lo darò domani.»Il servo prima di andare a letto si bevve birra e vino senza discrezione, e mentre dormiva, briaco, gli fu rubata la lettera dalla tasca. Fu astutamente scritta un’altra lettera, imitando il carattere del Castellano, la quale dava al re una notizia ben diversa, come sentirete.Questa lettera diceva dunque: «che la regina si era sgravata di una creatura cosìorribile e mostruosa che nessuno nel castello aveva il coraggio di guardarla solo per un momento. La madre che l’aveva partorita doveva essere certo una strega capitata là per qualche incantesimo o per qualche stregoneria, e nessuno la poteva soffrire.»Il re provò un grande dolore, quando lesse questa lettera, ma non manifestò a nessuno la ragione del suo grave dispiacere, e rispose di proprio pugno: «Sia ben venuto per sempre ciò che Cristo ha mandato a me che professo ormai la sua dottrina. Signore, sia ben venuto il tuo volere, e ciò che a te piace: io sottopongo ai tuoi ordini ogni mio desiderio. Abbiate cura di questo fanciullo, bello o brutto che sia, ed anche di mia moglie finchè io ritorni; Cristo, ove gli piaccia, potrà mandarmi un erede che mi sia più caro di questo.» Egli suggellò la lettera, piangendo di nascosto, e la fece consegnare subito al messo il quale, senz’altro, se ne tornò via.O messaggio briacone, il tuo respiro è affannoso, le gambe non ti reggono più etu tradirai ogni segreto. La mente è svanita, tu balbetti come una gazza, il tuo viso ha cambiato colore. Quando c’è l’ubriachezza, non ci sono più segreti davvero.O Donegilda, l’inglese nel quale io parlo non può descrivere la tua cattiveria e la tua tirannia: e perciò ti abbandono al tuo demonio, il quale penserà lui a far conoscere il tuo infame tradimento. E tu sei un essere umano? No, affè di Dio, io mento: tu sei uno spirito diabolico, io oso dire che sebbene tu cammini in questo mondo, l’anima tua è giù nell’inferno.Il messaggio, dunque, si congeda dal re, e si ferma, anche al ritorno, alla corte della madre di lui, la quale ne fu molto contenta, e cercava soddisfarlo in tutto quel che poteva. Egli bevve, e si rimpinzò bene la pancia, e quindi cominciò a dormire e a russare, da pari suo, tutta la notte, fino a che si levò il sole.Anche questa volta gli fu rubata la lettera del re, che fu sostituita da una contraffatta, nella quale il re domandava al Castellano, sotto la pena di impiccarlo perpunizione, che non permettesse a Costanza di rimanere nel suo regno più di tre giorni e la quarta parte di una marea.Aggiungeva che la mettesse, col bambino e con tutta la sua roba, nello stesso bastimento in cui era stata trovata, e la spingesse lungi da terra, ordinandole di non farsi più vedere.—O mia Costanza, ben doveva l’animo tuo sentir paura e soffrire sognando, allorchè Donegilda macchinò quest’infamia.Il messaggio la mattina svegliatosi prese la via pel castello, e portò la lettera al Castellano, il quale quando la lesse non potè fare a meno di dire: «Ahimè, ahimè! Cristo Signor nostro, come può durare questo mondo con gente così piena di malvagità?Dio possente, se questo è il tuo volere, poichè tu sei giudice infallibile, come puoi tu permettere che muoia l’innocenza, e la gente malvagia regni in prosperità?—O buona Costanza, ahimè, povero me, io debbo essere il tuo carnefice, o morire di una vergognosa morte, senza scampo.»Tutti, giovani e vecchi, quando sepperoche il re aveva mandato quella maledetta lettera, si misero a piangere: Costanza con la faccia pallida come quella di un morto, il quarto giorno si avviò verso il bastimento. E nonostante il suo dolore sopportò di buon animo il volere di Cristo, e inginocchiatasi sulla spiaggia, disse: «Signore, sia sempre ben venuto ciò che tu mi mandi.Colui che mi salvò dalla falsa accusa mentre ero qui fra voi in questa terra, mi può proteggere dal male e dalla vergogna in mezzo al mare salato, sebbene a me non sia dato ora di vedere come potrà salvarmi. Ma Egli è ancora potente come è stato sempre, ed io ho fede in Lui e nella sua cara Madre. Egli è la mia vela e il mio timone.»Il bambino le piangeva fra le braccia; allora lei inginocchiatasi, amorosamente gli disse: «Taci, figliolino mio, io non ti farò alcun male.» Indi si levò di testa il fazzoletto, e con quello gli coprì il viso, e cominciò a cullarlo tra le braccia, in fretta, levando gli occhi al cielo.Poi disse: «Madre, vergine santa Maria, per colpa purtroppo della donna, il genereumano fu perduto e condannato a morte, e per questo il figlio tuo fu messo in croce. Gli occhi tuoi benedetti videro tutto il suo tormento: perciò non c’è paragone fra il tuo dolore e quello che qualunque donna può sopportare.Tu ti vedesti uccidere il figlio davanti gli occhi: invece il figlio mio, il mio bambino, se Dio vuole, è ancora vivo: dunque, Vergine santa, a cui si raccomandano tutti gli addolorati, tu gloria di tutte le donne, tu Vergine bella, tu cielo di rifugio, tu splendida stella del giorno, abbi compassione del mio bambino, tu che col tuo cuore gentile senti pietà di ogni sofferente.»Poi soggiungeva: «Povero bambino, ahimè! che cosa hai tu fatto, tu che fino ad ora, affè di Dio, non commettesti alcun peccato! Perchè il crudele tuo padre ti vuole morto? Oh, abbiate compassione, caro Castellano: lasciate che il mio bambino resti con voi; e se non osate salvarlo, almeno baciatelo una volta in nome di suo padre.»E volgendo lo sguardo alla città disse: «Addio marito spietato!» Quindi si alzò,e camminò lungo la riva verso la nave, dove l’accompagnò tutta la folla. E sempre cercava di quetare il bambino, poi salutò tutti, e col pensiero di una santa benedì tutti e salì nella nave.La nave fu caricata di viveri abbondantemente, e in modo che durassero per lungo spazio: ed altre cose necessarie di cui aveva bisogno le furono questa volta concesse, per favore di Dio. Infatti Dio onnipotente le mandò un aiuto e un tempo favorevole. Non posso dirvi se il vento la riconduceva a casa: ma il fatto è che la nave filava dritta a vele gonfie nel mare.Subito dopo questo fatto, il re Alla ritorna al Castello, e domanda della moglie e del figlio. Il Castellano si sentì ghiacciare il sangue; e tosto raccontò tutto quello che era successo (voi lo sapete senza ch’io lo ripeta), e mostrò al re il suo sigillo e la sua lettera.«Sire, egli disse, io ho fatto senza dubbio quello che voi mi comandaste di fare sotto pena di morte.» Allora fu messo alla tortura il messaggio, e costretto a confessare,e a dire recisamente e senza bugie, dove si era fermato a dormire notte per notte. Così a forza di indagini e accurate ricerche, si potè raccapezzare chi era stato la causa di tanto male.Fu riconosciuta non so in qual modo la mano che aveva scritta la lettera, e tutto il veleno di questa opera infame. La fine però fu questa: il re Alla uccise sua madre, perchè aveva tradito la sua fede; così Donegilda andò a finire male come si meritava.Il dolore al quale Alla si abbandonava notte e giorno, per la moglie e pel figlio suo, nessuna lingua può ridirlo. Ma ritorniamo a Costanza, che errò pel mare afflitta e addolorata, per cinque anni e più, come piacque a Cristo, prima di toccare terra.Finalmente il mare la gettò insieme col figlio suo ai piedi di un castello pagano, di cui non ricordo il nome. Dio potente, che salvò tutto il genere umano, non li abbandoni ora che sono andati a cadere in mano dei pagani e stanno per lasciarci la vita.Giù dal castello vengono molte persone a vedere il bastimento e Costanza: e poco dopo, una notte, scese giù anche il maggiordomo del padrone (Dio gli dia male), un ladrone che aveva rinnegato la nostra fede, il quale, entrato solo nella nave, disse a Costanza che voleva, ad ogni costo, essere il suo amante.Così la povera donna cominciò da capo col dolore: il bambino suo piangeva, ed anche lei piangeva in modo da fare pietà. Maria benedetta allora le corse in aiuto, e per opera del suo forte volere e della sua potenza, il ladrone cadde improvvisamente dalla nave, ed affogò, per vendetta del cielo. In tal modo Cristo mantenne Costanza immacolata.O sozzo desiderio della lussuria, ecco quale è la tua fine: tu non solo consumi la mente dell’uomo, ma ne distruggi anche il corpo. L’ effetto dell’opera tua, o per meglio dire, della tua cieca libidine, è triste: quanti uomini non per altra ragione che per essere caduti in questo peccato sono stati uccisi, od hanno fatto una brutta fine!Questa povera donna, debole com’era, come poteva avere la forza di difendersi da se sola contro quel rinnegato?—O Golia, gigante smisurato, come potè annientarti Davide? Come potè egli, così giovane e senza armi, avere solamente coraggio di guardarti in faccia?—- Ognuno capisce bene che fu per grazia di Dio.Chi dette a Giuditta il coraggio e l’ardire di uccidere Oloferne nella sua tenda, salvando dalla sventura il popolo di Dio? Io dico che, come Dio mandò loro forza e coraggio salvandoli dal male, così mandò forza e coraggio a Costanza.Il suo bastimento, dunque, spinto dalle onde, si rimise in cammino, e uscì per lo stretto di Gibilterra e per Ceuta, andando sempre senza direzione ora ad Occidente ora a Nord e a Sud, e ora ad Oriente, per molti lunghi giorni, finchè la madre di Cristo (che sia sempre benedetta) pensò colla sua infinita bontà, di mettere un fine alle pene di Costanza.Ma lasciamo andare per un poco Costanza, e torniamo all’Imperatore di Roma,il quale apprese, per mezzo di lettere dalla Siria, la strage del popolo cristiano, e l’obbrobrio fatto a sua figlia da una vile traditrice, voglio dire la maledetta infame Sultana, che alla festa aveva fatto uccidere tutti i cristiani fino ad uno.Per questo fatto, dunque, l’Imperatore mandò subito uno dei suoi senatori con un seguito regale, e molti altri signori (Dio sa quanti) in Siria, a fare vendetta: e costoro infatti bruciarono, uccisero, e torturarono per quindici giorni di seguito il popolo di Siria e quindi, per non farla tanto lunga, si prepararono a tornare a Roma.Mentre il senatore, ritornava vittorioso a Roma, veleggiando con gran pompa, s’imbattè nella nave, che scorreva pel mare, come già sapete, e nella quale stava tutta afflitta la povera Costanza. Egli ignorava chi essa fosse, e per quale ragione si trovasse in quello stato. E Costanza non volle dire nulla, a costo di morire.Egli però la portò a Roma, e la consegnò col piccolo bambino alla moglie, con la quale ella visse per qualche tempo.In questo modo nostra Signora la Madonna, levò di mezzo ai dolori la povera Costanza; e, come lei, può liberarne molte altre ancora. Per molto tempo dunque ella rimase in quel luogo, sempre dedicata alle opere pietose, come era suo piacere.La moglie del senatore era zia di Costanza, ma non per questo la riconobbe. Io non voglio andare ancora molto per le lunghe, e ritornerò senz’altro al re Alla, del quale ho parlato molto prima, che ancora piange e si dispera per la moglie; lasciamo dunque Costanza sotto la protezione del senatore.Il re Alla, che aveva ucciso la madre, fu preso un giorno da tale pentimento, che sentì il bisogno di andare a Roma per fare penitenza, umiliandosi al papa e pregando ardentemente Gesù Cristo di perdonargli il turpe misfatto.Intanto corse la voce per tutta la città che Alla sarebbe venuto a Roma in pellegrinaggio; e la notizia si sparse per mezzo della sua gente che lo precedette per procurargli l’alloggio. Il senatore, saputo diquesto arrivo, gli andò incontro a cavallo, come era uso, insieme con molti della corte, per mostrargli la sua alta stima, e per il rispetto dovuto ad un re.Egli accolse con molta festa il re Alla, che se ne mostrò lietissimo, e tutti fecero a gara per onorarlo. Ora accadde, dopo qualche giorno, che il senatore andò, insieme col figlio di Costanza, ad una festa data al re Alla.Alcuni dicono, che egli portasse con sè alla festa il bambino per preghiera di Costanza; io non posso accertare ogni particolare, ma, comunque sia, il fatto è che il bambino vi si trovò e che, sempre per desiderio di sua madre, durante il pranzo sedeva di fronte al re.Il re Alla guardava con grande ammirazione il figliuolo di Costanza, e disse ad un tratto al senatore: «Di chi è quel bel bambino lì seduto?» «Io non lo so davvero per Dio e per S. Giovanni; ha la madre, ma non ha padre ch’io sappia.» E in poche parole raccontò ad Alla tutta la storia del fanciullo. «Dio sa, soggiunse il senatore, se io homai veduto in tutta la mia vita una creatura virtuosa come quella, o se ho mai sentito parlare in questo mondo di altre donne, ragazze, maritate o vedove, che avessero tanta virtù. Io sono sicuro che essa preferirebbe una coltellata nel petto, prima di venir meno all’onestà, al quale passo nessuno potrebbe indurla, a nessun costo.»Il fanciullo somigliava alla madre quanto è possibile ad un figlio somigliarla: cosicchè il re Alla guardandolo rivedeva nella sua mente la sua Costanza, e con grande tristezza pensava se per avventura la madre del bambino non fosse la moglie sua. E di nascosto sospirando, ad un tratto si alzò da tavola per dare libero sfogo al suo dolore.«Per bacco, egli pensava, mi viene in mente una cosa: è vero che io dovrei con ragione pensare che mia moglie fosse morta nelle acque del mare: ma chi sa che Cristo non l’abbia condotta qui, come prima, abbandonata in mezzo al mare, la condusse nel mio paese?»La sera, dopo pranzo, Alla se ne andò a trovare il senatore, per esaminare un po’meglio il suo caso meraviglioso. Questi, per fare onore ad Alla, dette una gran festa, e subito mandò a chiamare Costanza: ma ognuno capisce che la disgraziata non aveva certo voglia di ballare. E quando sentì che la volevano ad una festa, non ebbe più la forza di reggersi in piedi.Alla appena la vide la salutò cortesemente, e non potè trattenere le lacrime dalla commozione, poichè al primo sguardo che gittò su di lei la riconobbe subito. Costanza, riconosciutolo, rimase muta come un albero, tanto il cuor suo fu sopraffatto dal dolore al pensiero della crudeltà con cui egli l’aveva trattata.Due volte svenne davanti a lui che piangeva e cercava di giustificarsi dicendo: «Dio e tutti i santi del cielo abbiano pietà dell’anima mia, se è vero che io sono innocente, del male che tu soffristi, come Maurizio, il figliolino mio, che tanto ti somiglia. Se non è vero, il diavolo mi porti via subito di qui.»Lungo fu il singhiozzare, e amaramente soffrirono tutti e due, prima che il lorocuore addolorato si calmasse. I loro lamenti e i loro pianti facevano pietà. Vi prego quindi di dispensarmi dal racconto di questa scena dolorosa, poichè per oggi io sono ormai stanco di cose tristi.Finalmente riconosciutasi la verità e l’innocenza di Alla, moglie e marito si baciarono almeno un centinaio di volte, e tutti e due furono così felici, che la loro felicità è paragonabile solo alla gioia eterna del paradiso, che fino ad ora nessuno ha visto e goduto in questo mondo.Costanza poi pregò il marito, in ricompensa della gran pena che le aveva innocentemente cagionato, a voler domandare, come speciale grazia, all’Imperatore che volesse degnarsi di desinare un giorno con loro; e lo pregò anche di non dirgli nulla di lei.Alcuni dicono, che l’invito lo portasse al babbo di Costanza lo stesso Maurizio: ma io credo che Alla non fosse così sciocco da mandare un bambino ad un personaggio così grande, come colui che era il fiore dei cristiani. Però è più probabile che Alla vi andasse da sè.L’Imperatore promise, gentilmente, di fare quanto il re Alla desiderava: ed io penso che egli guardasse con un certo interesse il piccolo Maurizio pensando alla sua Costanza. Alla intanto andò a far preparare tutto per bene e più inappuntabilmente che gli riuscì.Venuto il giorno stabilito, Alla e sua moglie si prepararono per andare a ricevere l’Imperatore: e in gran festa e pieni di gioia uscirono a cavallo. Costanza, appena rivide, finalmente, suo padre che veniva nella via, saltò giù da cavallo e gli cadde ai piedi. «Babbo, diss’ella, la tua giovane Costanza, dunque, non la riconosci più, e l’hai dimenticata?Io sono la figlia tua, la tua Costanza che tanto tempo fa tu mandasti in Siria; io sono colei che fu abbandonata in mezzo al mare, e condannata a morte. Ora, padre mio, per pietà non mandarmi più in nessuna città di pagani, e ringrazia questo signore, il quale è mio marito, della sua bontà.»Chi può ridire la gioia di tutti e tre al loro primo incontro? Ma è ora che io vengaalla fine della mia novella, giacchè il giorno passa rapidamente, ed io non voglio seccarvi più a lungo. Lasciamoli dunque, tutti a pranzo, felici e contenti mille volte più di quello che io potrei dire, e andiamo avanti.Il piccolo Maurizio, in seguito, fu fatto Imperatore dal papa, e visse da cristiano, onorando devotamente la santa chiesa. Ma io non voglio occuparmi di lui: la mia novella racconta solamente di Costanza. La storia della vita di Maurizio, chi la vuole sapere, la può trovare nelle anticheGesta Romanorum; io non me la ricordo più.Il re Alla, quando gli parve opportuno, prese la via per l’Inghilterra con la sua buona e diletta moglie, e là vissero tranquilli e contenti. Ma, credete a me, la gioia di questo mondo dura poco: si cambia dalla mattina alla sera, come il mare.Chi mai è vissuto, un giorno solo, in una felicità così completa, che per un momento non gli abbia turbato l’animo o l’ira, o un desiderio, o un altro stimolo qualunque come l’invidia, l’orgoglio, una passione, o una offesa? E tutto questo lodico perchè appunto anche la gioia di Alla con Costanza non durò che poco tempo.Poichè la morte che fa i conti con tutti ugualmente, grandi e piccoli, e da tutti, a scadenza fissa, riscuote il frutto e il capitale, dopo circa un anno (se io non erro) tolse da questo mondo Alla; di che Costanza ebbe grandissimo dolore. E giacchè Alla è morto, preghiamo Dio che voglia benedire l’anima sua. Costanza, per venire alla fine, se ne ritornò a Roma.Dove questa santa creatura ritrovò tutti i suoi amici vivi e freschi; e finalmente fu salva da tutte le sventure. Ritornata dal padre, si gettò ai suoi piedi, piangendo di gioia, e lodando centomila volte Iddio.Così vissero tutti santamente e pieni di misericordia, e non si separarono mai più fino a che non li divise la morte. Ed ora statevi bene, chè la mia novella è finita. E Cristo, che può mandare a noi la gioia dopo il dolore, ci abbia nella sua grazia, e ci protegga tutti quanti ci troviamo qui.

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PROLOGO

Ilnostro oste si accorse che lo splendido sole aveva già compiuto la quarta parte, più mezz’ora buona, del suo corso giornaliero; e per quanto non avesse, in fondo, una grande dottrina, sapeva però che quello era il ventottesimo giorno di Aprile, cioè il messaggiero di Maggio. Egli osservò che l’ombra degli alberi, in terra, aveva la stessa lunghezza del fusto dell’albero che la proiettava, e da questo fatto calcolò che Febo, il quale riluceva in quel momento in tutto il suo splendore, era salito per quarantacinque gradi. Il che significava, in conclusione, che, dato quel giorno e quella latitudine, allora erano ledieci; perciò spinse avanti il suo cavallo dicendo:

«Signori, ho l’onore di avvertire tutta questa brigata, che la quarta parte del giorno se n’è bell’e ita. Quindi, per amore di Dio e di San Giovanni, guardate, se vi riesce, di non perdere più tempo. Signori miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell’oro dello scrigno; poichè le ricchezze si possono in qualche modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna aMalkins[1]la verginità, una volta che la sua lascivia glie l’ha fatta perdere. Non stiamo, dunque, a marcire così nell’ozio.

Signor giureconsulto, che Dio vi benedica, raccontateci voi, ora, una novella, secondo che abbiamo stabilito. Anche voi aveteacconsentito a sottomettervi al mio giudizio: fate dunque il vostro dovere, e mantenete la vostra promessa».

«Oste, egli rispose,de par dieu jeo assente, giacchè non ho intenzione di mancare alla mia parola. Ogni promessa è debito, e vi ripeto che io farò volentierissimo l’obbligo mio. Gli stessi libri nostri dicono che la legge è uguale per tutti: ma tuttavia io non posso dirvi una novella discreta, che non sia stata già raccontata da Chaucer (sebbene l’arte del verso e della rima non sia il suo forte), in quell’antico idioma inglese nel quale, come tutti sanno, egli ebbe a scriverle. Poichè se non l’avrà raccontata in un libro, amico mio, sta pur sicuro che l’avrà raccontata in un altro. Sono più gli amanti di cui ha scritto la storia lui, o in un libro o nell’altro, che quelli semplicemente nominati da Ovidio nelle sue antichissimeepistole. Che cosa vi debbo dunque raccontare, se le novelle che io so, sono già state raccontate da Chaucer! Nella sua gioventù egli scrisse la novella di Ceyx e Alcyon, e quindi ha fatto la storia di tutte le donnee gli amanti più illustri. Chi avesse voglia di leggere il suo libro intitolato:La sacra leggenda di Cupido, vi troverà descritte le larghe e profonde ferite di Lucrezia e di Tisbe babilonese, vi troverà la storia di Didone che si trafigge con la spada per causa del traditore Enea, e di Fillide cambiata in albero pel suo Demofoonte. Vi troverà il pianto di Deianira, di Ermione, di Arianna e di Isifile, il nudo scoglio nel lontano mare, dove Leandro affogò per la sua bella Ero, le lacrime di Elena, il dolore di Briseide e di Laodamia, e la tua crudeltà, o regina Medea, che appendesti pel collo i figlioletti per vendicarti di Giasone, l’amante spergiuro. In quello stesso libro egli loda altamente la vostra fedeltà, o Ipermestra, Penelope, Alceste.

Ma naturalmente non fa neppure parola del turpe esempio di Canace che amò, incestuosamente, il proprio fratello, nè (Dio ci scampi da certe novelle) ricorda la storia, raccontata da Apollonio Tirio, di quell’infame re Antioco che deflorò la propria figlia, gettandola (orribile a leggersi) a forzaper terra. Di tali turpi cose egli non volle mai scriverne, ed io, se me lo permettete, mi dispenso dal raccontarvele. Ma come farò, dunque, a dire anch’io, oggi, la mia novella? Certamente io mi guardo bene dal voler gareggiare con le Muse altrimenti dette Pieridi (voi capite, senza dubbio, che io alludo alle Metamorfosi); del resto poco m’importa di Ovidio: faccia pure quanti versi vuole, io parlerò in prosa». E detto questo, il giureconsulto, serio serio, incominciò la sua novella, e disse quello che segue.

O miseria, male pieno di pericoli, sinonimo di sete, freddo, e fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, invano tenti di nascondere le piaghe delle tue ferite: esse sono così dolorose, che per forza devi mostrarle altrui. Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accattare, o a prendere a credenza il pane.

Tu te la prendi con Cristo, e col cuore gonfio d’amarezza, dici ch’egli non distribuisce equamente le ricchezze sulla terra. Rimproveri, a torto, il tuo vicino, perchè mentre tu hai ben poco in questo mondo, a lui non manca nulla. E gridi: «Per Dio,verrà anche per lui il redde rationem, verrà il giorno in cui il fuoco gli brucerà la coda perchè non aiuta chi ha bisogno!»

Ascolta, piuttosto, ciò che ti dice il savio: meglio la morte della miseria. Il tuo vicino, se sei povero, sarà il primo a guardarti dall’alto in basso: pel povero non c’è rispetto. Impara anche questo dai savi: i giorni del povero sono tutti uguali, tutti brutti lo stesso; perciò abbi giudizio prima di cacciarti da te in mezzo a tante spine.

Se tu sei povero, neppure i tuoi fratelli ti possono vedere, e gli amici, ahimè, ti salutano tutti. Felici voi, o ricchi mercatanti, voi sì che siete gente rispettabile e con un po’ di sale in zucca; per voi non c’è doppio asso: ma il cinque e sei, ad ogni tiro di dadi, v’empie le tasche. Almeno, voi, per Natale potete ballare allegramente.

Voi scrutate terre e mari in cerca di guadagno, e da gente savia conoscete le condizioni di ogni paese, e ne recate notizie e avventure di pace e di guerra. Ed ora, appunto, non saprei dove pescare una novella, se un mercante, morto parecchianni fa, non mi avesse raccontato questa che voglio dirvi.

Nei tempi antichi, dunque, c’era in Siria una società di ricchi mercanti così bravi ed onesti, che avevano un estesissimo commercio di stoffe in oro e in seta dei più smaglianti colori. La loro merce era così bella e così nuova, che tutti reputavano una fortuna comprar da loro e cambiar con loro la merce.

Ora accadde che questi mercanti una volta stabilirono di andare a Roma, non so se per affari, o per semplice divertimento; fatto sta che non vi mandarono i loro commessi, ma andarono da sè, e presero alloggio dove tornava loro più comodo per gli affari.

Già da qualche tempo si trovavano per loro piacere in Roma, quando un bel giorno sentirono parlare della famosa Costanza figlia dell’Imperatore, la cui fama giungeva loro agli orecchi con sempre nuovi particolari.

La voce che correva sulla bocca di tutti era questa: «Il nostro Imperatore, Dioce lo conservi, ha una figlia così bella e buona, che da che il mondo è mondo non si è vista l’eguale nè per bellezza nè per bontà. Dio la protegga, e possa essere un giorno la regina dell’Europa intera.

La sua straordinaria bellezza è senza orgoglio, la sua gioventù non conosce capricci e non ha grilli per la testa. Ogni sua azione ha per guida la virtù, ed umiltà, in lei, vince superbia. Questa donna è un vero specchio di gentilezza: nel suo cuore alberga la pietà, e la sua mano è ministra di libertà e di misericordia».

E tutto questo che la voce del popolo diceva, era vero come la voce di Dio. Ma torniamo a bomba: questi mercanti caricate le loro navi, e dopo aver veduto, finalmente quella benedetta fanciulla, ritornarono in Siria, e si rimisero ai loro affari come prima, passandosela da signori.

Ora dovete sapere che questi mercanti erano molto in grazia al Sultano di Siria. Ed ogni volta che essi facevano ritorno da qualche paese straniero, egli pieno di affabile cortesia faceva loro festa e buon viso,e domandava, con grande interesse, notizie dei vari stati, per sapere se avevano visto o sentito nulla di bello e di meraviglioso.

E questa volta fra le altre cose, essi gli parlarono con sì calda ammirazione dello splendore di Costanza, che il Sultano provava un grandissimo piacere a immaginarsi colla fantasia la figura di lei; ed ogni suo desiderio, ogni sua più grave cura ripose nell’amare questa fanciulla per tutta la vita.

Ma fino dal giorno della sua nascita le stelle avevano scritto in quel gran libro che gli uomini chiamano il cielo, ch’egli, ahimè, doveva morire per amore. Poichè nelle stelle (e Dio sa se è vero) c’è scritto a chiare note (per chi vi sa leggere) il destino di ogni uomo.

Molti anni prima che avvenisse, era scritta nelle stelle la morte di Ettore, di Achille, di Pompeo, di Cesare, la guerra di Tebe, la morte di Ercole, di Sansone, di Turno, e di Socrate. Ma gli uomini hanno un’intelligenza così corta, che nessuno di loro in quel libro ci sa leggere chiaro.

Il Sultano, dunque, fece radunare il suo consiglio privato, e per esaurire in poche parole l’argomento, manifestò, senza altro, il suo desiderio, e disse che se non gli fosse concesso di possedere subito Costanza, non gli resterebbe che morire: lasciava a loro di trovare un rimedio per la sua vita.

Ognuno allora disse la sua: furono fatte e ribattute molte proposte, molte ragioni furono addotte, giustamente, da una parte e dall’altra; si parlò di magia, di inganni, e finalmente per venire ad una conclusione, tutti non videro altro mezzo, non trovarono altra via che il matrimonio.

Ma con ragione videro subito una grave difficoltà: naturalmente i loro riti erano così diversi da quelli del popolo di Cristo, che (dicevano essi) «nessun principe cristiano sarebbe contento di mandare a nozze col Sultano una figlia, facendole accettare i dolci riti del loro profeta Maometto».

Ed egli rispose: «Piuttosto che rinunziare a Costanza, io son disposto, decisamente, a farmi cristiano. Io debbo esseresuo, e non posso fare diversamente, perciò, ve ne prego, risparmiatevi qualunque osservazione di questo genere; pensate piuttosto a salvarmi, e cercate con ogni mezzo di farmi avere colei, dalla quale dipende la mia vita: poichè io sento che non posso vivere molto in mezzo a tanto dolore».

Perchè andare ancora per le lunghe? Per mezzo di trattative e di una ambasceria, con la mediazione del papa e di tutta la Chiesa, e con l’approvazione di tutta la nobiltà, fu stabilito, a dànno della religione maomettana e con vantaggio della cara legge di Cristo, quanto sentirete.

Fu stabilito, cioè, che il Sultano, tutti i suoi baroni e tutti i suoi sudditi, si farebbero cristiani, ed egli sposerebbe Costanza (con non so quanto di dote, ma certo una bella somma), e così la sua vita sarebbe salva. Così fu convenuto e giurato da ambo le parti: ed ora, bella Costanza, Dio onnipotente ti accompagni.

Qualcuno ora s’aspetterebbe forse che io raccontassi, per filo e per segno, tutti i preparativi che l’Imperatore e la sua cortefecero per le nozze di Costanza. Ma ognun di voi s’immagina bene che non sarebbe possibile raccontare, in quattro e quattr’otto, tutto ciò che si fece nell’occasione di un avvenimento così grande.

Vescovi, conti, contesse, cavalieri di gran nome, ed altri personaggi, in una parola, furono mandati, ad accompagnarla. E fu annunziato a tutta la città che ognuno pregasse devotamente Cristo, affinchè volesse proteggere questo matrimonio, e accompagnasse per viaggio la spedizione.

Venne il giorno della partenza (il triste, fatale giorno, aggiungo io), chè ormai non v’era più da aspettare, e tutti erano pronti. Costanza, straziata dal dolore, si levò pallida dal letto, e si vesti preparandosi a partire, vedendo bene che non le restava altro da fare.

Ahimè! Qual meraviglia ch’ella piangesse? Lei che da quelli stessi i quali l’avevano tenuta fin allora così caramente, era mandata ora in un paese straniero, legata e soggetta ad un uomo che non aveva mai visto nè conosciuto? Io non voglio dire altro:ma so che in generale riescono sempre buoni mariti coloro che hanno conosciuto per tempo la loro moglie.

«O babbo, diceva lei al momento di partire, la tua sventurata Costanza, la tua giovine figliuola, che con tanto amore hai visto crescere; o mamma mia, che dopo Cristo, il quale sta su nel cielo, sei la cosa a me più cara nel mondo, Costanza, la figliuola vostra, si raccomanda a voi. Pensate che essa deve andare in Siria e forse non vi rivedrà più.

Ahimè, io devo andare in quel barbaro paese, perchè voi lo volete. Cristo che morì per la nostra redenzione mi conceda almeno la forza di poter fare la sua volontà. Io, disgraziata donna, non mi curo di morire: noi siamo nate per essere schiave e per fare penitenza sotto il dominio dell’uomo.»

Io ci scommetto, vedete, che nemmeno quando Pirro abbattè le mura di Troia e Ilio andò in fiamme, o quando cadde Tebe, e neppure a Roma in mezzo alle stragi di Annibale che vinse per tre volte i Romani,si sentì un pianto così commovente e pietoso come in camera di Costanza al momento della sua partenza. Ma o piangendo o ridendo la poveretta dovè partire a tutti i costi.

O crudele firmamento, tu nel tuo primo moto[1]quotidiano accozzi e trascini insieme, girando da oriente ad occidente, tutto ciò che da natura avrebbe avuto un altro indirizzo. I tuoi giri disposero le stelle in modo che, fin dal principio del doloroso viaggio, Marte distrusse questo matrimonio.

Malaugurato oroscopo, per l’obliquo moto del quale il signore[2]è caduto, irremissibilmente, nel buio più profondo! O Marte, in questo momento tu sei Atyzar[3]! O pallida luna, il tuo cammino è sventurato; poichè tu volgi il corso colà dove nessuno ti vuole, ed hai abbandonato quel luogo dove stavi benissimo.

Ahimè, stolto Imperatore di Roma! Non c’era proprio un astrologo in tutta la tua città? Non potevi scegliere, almeno, un tempo migliore di questo per il viaggio di nozze? Specialmente alle persone della tuacondizione manca forse il tempo di scegliere una bella giornata, e di consultare l’oroscopo, prima di mettersi in mare? Ma la questione, ahimè, è che noi siamo troppo ignoranti e troppo corti di cervello.

La bella fanciulla, dunque, tutta addolorata, fu accompagnata da un gran seguito, e con tutti gli onori, sulla nave, e prima che questa si allontanasse disse: «Ora, Gesù Cristo sia con voi». E così, bella Costanza, buon viaggio; giacchè non c’è rimedio. La povera fanciulla faceva di tutto per non tradire il suo dolore; ma lasciamola navigare e andiamo avanti.

La madre del Sultano, che era un vero pozzo di vizi, aveva spiato tutto, e s’era accorta del proponimento fatto da suo figlio di abbandonare l’antica religione di Maometto; e subito adunò il consiglio, e quando tutti furono presenti per sentire che cosa aveva da comunicare, si assise, e disse così:

«Signori, voi tutti saprete che mio figlio sta per abbandonare le sante leggi del nostro Corano, datoci da Maometto messaggio di Dio. Ebbene, io faccio voto all’altissimoSignor nostro di perdere la vita, prima di rinnegare la religione di Maometto.

Che vantaggio può venirne a noi da questa nuova religione, se non servaggio e sofferenze, e d’essere trascinati all’inferno per avere rinnegato Maometto il nostro creatore? Signori, dunque, mi assicurate di approvare il mio consiglio? Se lo approverete, io vi salverò in eterno».

Tutti approvarono, e giurarono di vivere o morire con lei, e di non abbandonarla. E ciascuno prese l’impegno di fare il possibile perchè i propri amici prestassero l’opera loro. La Sultana allora si mise all’impresa nel modo che sentirete, e disse a tutti queste precise parole.

«Noi fingeremo da principio di andare lieti al battesimo: tanto un po’ d’acqua fresca non ci potrà fare un gran male; ed io farò preparare tali feste e in mezzo a tanta allegria, che il Sultano, certamente, non sospetterà di nulla. Dicono che sua moglie sia la più pura e più bianca creatura battezzata: ed io vi prometto che essa non riuscirà a lavare tutto il rosso del sangue che la bagnerà,quand’anche portasse con sè una fontana».

O Sultana iniqua, nuova Semiramide, serpente dall’aspetto di donna, donna simile al serpente che sta giù nel profondo dell’inferno, femmina ingannatrice, in te, nido d’ogni vizio, si accoglie tutto ciò che corrompe la virtù e l’innocenza per mezzo della malizia.

E tu, o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro regno, ben ritrovasti subito la via di tornare fra noi per mezzo della donna. Tu facesti sì che Eva ci trascinasse nella schiavitù, e tu ora sconcludi questo matrimonio cristiano. Quando non vuoi comparire, ahimè, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna.

La Sultana che io rimprovero e maltratto in questo modo, lasciò maturare a poco per volta il suo disegno preparandogli la strada; e senza farla tanto lunga ecco che cosa fece. Un giorno, montata a cavallo, se ne andò dal Sultano, e gli disse che aveva deciso di rinnegare la fede maomettana, e voleva ricevere il battesimodalla mano del prete, pentita di essere rimasta tanto tempo pagana.

E lo scongiurò di concederle l’onore di festeggiare il popolo cristiano al suo arrivo nella Siria dicendo: «Io farò tutto quello che potrò per fargli onore». E il Sultano rispose: «Farò tutto ciò che vorrete, madre mia». E in ginocchio la ringraziava della sua domanda, e non sapeva più che cosa dire dalla contentezza. La Sultana allora lasciato suo figlio se ne ritornò a casa.

Intanto i cristiani toccarono terra, e giunsero in Siria accompagnati da un grande seguito. Allora il Sultano mandò un messo a sua madre e attorno per tutto il regno, annunziando che sua moglie era finalmente arrivata, e pregando tutti di volere andare incontro alla regina, per tenere alto il decoro del regno.

La folla dei Sirii e dei Romani era immensa, e tutti erano splendidamente vestiti. La madre del Sultano, riccamente abbigliata, con molta festa ricevè la sposa, e con tutta la gioia con cui una mamma accoglierebbe la propria figliuola. Quindi il corteo, montatoa cavallo, si avviò solennemente alla città, che era poco lontana dal mare.

Il trionfo di Giulio Cesare, che Lucano leva fino alle stelle, non fu certo più splendido e maraviglioso di quello che questa festante turba celebrò. Ma quel velenoso scorpione della Sultana, col suo maligno spirito, sotto sotto meditava il morso mortale.

Quando la comitiva fu giunta al palazzo, il Sultano, nella sua splendida divisa, andò, esultante e pieno di gioia, a riverire la sposa. Lasciamoli lì ora in mezzo al tripudio, e veniamo al momento in cui tutti pensarono che era ora di finire la veglia, e di andarsene a riposare.

Intanto venne il giorno in cui la vecchia Sultana aveva stabilito di festeggiare, come ho già detto, il popolo cristiano, e tutti i figli di Cristo si erano preparati per la cerimonia. Bisognava vedere che cosa fu in quella occasione: il lusso e lo splendore uno non se l’immagina nemmeno; ma prima di alzarsi da tavola la pagarono salata.

O improvviso e inaspettato dolore, tu succedi a ogni mondana gioia, che deve esseresempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per fine le lacrime. Non dimenticate mai questo consiglio pel vostro bene: ogni volta che vi pare d’essere felici, abbiate sempre davanti agli occhi il dolore e la sventura, che non tarderanno a raggiungervi.

Per farvela corta, dunque, il Sultano e tutti i cristiani furono tagliati a pezzi mentre stavano a tavola, e la sola Costanza scampò all’eccidio. La maledetta vecchia con l’aiuto dei suoi riuscì a compiere questo esecrando delitto, per diventar lei imperatrice.

Non vi fu cittadino della Siria, convertito al cristianesimo, che sorpreso dai consiglieri della Sultana non venisse trucidato prima che potesse scappare. Quindi presa la povera Costanza, la misero, in fretta, sopra una nave senza timone, alla mercè di Dio, e le dissero che, se era buona, se ne ritornasse dalla Siria in Italia.

Le restituirono il piccolo tesoro che aveva portato come dote, le dettero una abbondante quantità di roba per mangiare,misero sulla nave delle vesti, quindi spiegarono le vele e la nave fu spinta nell’alto. Povera, buona Costanza, giovane e onesta figlia dell’Imperatore. Colui che ha in mano la fortuna e il destino di tutti sia ora il tuo timone.

Prima che la nave si allontanasse dalla riva essa benedì tutti, poi rivolgendosi alla croce di Cristo disse: «O croce benedetta, pura fonte di felicità, bagnata del sangue del pietoso agnello che purificò il mondo delle sue antiche colpe, il giorno in cui io dovrò morire affogata in fondo al mare, salvami dalle unghie del diavolo.

Albero glorioso, scudo dei fedeli, che solo fosti degno di portare il re del cielo sanguinante di ferite, il candido agnello trafitto a colpi di lancia; tu che metti in fuga il diavolo e lo allontani da tutti coloro che sono protetti amorosamente dai tuoi rami, salvami e dammi la forza di redimermi.»

Passarono i giorni, passarono gli anni, e la povera Costanza spinta con la nave pel mare di Grecia arrivò, finalmente, per caso, allo stretto del Marocco; ma prima che leonde selvagge la portassero al suo destino, troppi amari bocconi dovè ancora mandar giù, per non morire di fame, sempre con la morte davanti agli occhi.

Qualcuno di voi mi potrebbe domandare: «Come mai non fu uccisa anche lei insieme con gli altri cristiani? Chi la salvò dall’eccidio il giorno della festa?» Io vi risponderò allora con queste altre dimande: «Chi salvò Daniele nell’orribile spelonca dei leoni, dove tutti quelli che entrarono prima di lui, d’ogni condizione, furono divorati senza poter fuggire in nessun modo? Nessun altro che Dio lo salvò, Dio che egli portava nel cuore.

A Dio piace mostrare in questo modo i suoi miracoli meravigliosi, affinchè noi possiamo vedere quanto è grande la sua potenza. Cristo il quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che solo i Sapienti conoscono, fa delle cose per un fine che la mente nostra non arriva a comprendere, cosicchè noi, per l’ignoranza nostra, non possiamo farci un’idea di quanto sia savia la sua provvidenza.

Or dunque, poichè Costanza non fu uccisa il giorno della festa, chi fu che la salvò anche dal fondo del mare? Chi fu che salvò Giona nello stomaco del pesce che lo rigettò vivo a Ninive? Ben sa ognuno che fu precisamente Colui, il quale salvò il popolo Ebreo quando attraversò il mare a piedi asciutti.

Chi ordinò ai quattro punti cardinali, spiriti della tempesta i quali hanno potere di mettere sotto sopra la terra e il mare, di non turbare la calma del mare della terra e degli alberi? Certo fu Colui il quale protesse sempre dalla tempesta questa donna giorno e notte.

Dove mai, questa donna, potè trovare da mangiare e da bere? Come le potè bastare per tre anni e più la provvista che aveva nella nave? Chi nutrì Maria Egiziaca nelle spelonche del deserto? Nessun altro che Cristo, senza dubbio! Fu una cosa veramente meravigliosa sfamare cinquemila persone con cinque pani e due pesci: Dio mandò la sua abbondanza al gran bisogno di lei.

Essa navigò dentro il nostro Oceano attraversandoil nostro vasto mare, finchè, finalmente, l’onda la gettò sotto un castello, del quale ora non ricordo il nome, nel lontano regno di Northumberland. E il bastimento si incagliò così fortemente nella rena, che non si mosse di lì per tutto il tempo di una marea: era volere di Cristo che Costanza restasse ferma in quel luogo.

Il Castellano scese giù a vedere questo avanzo di naufragio, e girato tutto il bastimento trovò la povera donna sfinita dal dolore, e vide anche il tesoro che essa portava con sè sulla nave. Allora Costanza, nella sua lingua, domandò per misericordia che le si togliesse la vita, per liberarsi dal dolore in mezzo al quale si trovava.

Essa parlava un latino alquanto corrotto, tuttavia riuscì a farsi capire. Il guardiano, quando fu stanco di cercare per tutta la nave, portò con sè a terra questa povera donna. La quale cadde in ginocchio, e ringraziò il messaggio di Dio. Ma non volle dire a nessuno chi era, nè colle buone nè colle cattive, a costo di morire.

Diceva che il mare l’aveva tanto stordita,che aveva perso la memoria, e che questa era la verità. Il guardiano e sua moglie ebbero tanta compassione di lei, che piansero commossi. E Costanza si dimostrò subito così accurata e sollecita a servire e far piacere a tutti, che chi la vedeva se ne innamorava subito.

Il Castellano e madonna Ermenegilda, sua moglie, erano pagani, e tutto il paese era pagano; ma Ermenegilda voleva bene a Costanza come alla sua vita. Costanza intanto durante il suo soggiorno in questo luogo, con amare lagrime pregava sempre il Signore, finchè Gesù convertì la moglie del Castellano.

In tutta quella terra nessun cristiano aveva osato mai mettere piede; i cristiani erano stati cacciati di là dai pagani, che conquistarono tutto il Nord per mare e per terra. I cristiani fuggirono tutti a Wales, rimanendo in quest’isola, dove per qualche tempo trovarono un sicuro asilo.

Ma ancora i Brettoni cristiani non erano stati espulsi così radicalmente, che non si trovasse qualcuno il quale in cuor suo venerasseCristo, ingannando la gente pagana. E proprio vicino al castello ve ne erano tre, uno dei quali era cieco, e non vedeva altro che con gli occhi della mente, i soli occhi che restano ai ciechi per vedere.

Il sole risplendeva come in un giorno d’estate. Il Castellano e sua moglie insieme con Costanza, presero la via dritta al mare, per circa un quarto di miglio, girando per diporto qua e là, quando per caso incontrarono quel povero cristiano cieco, e curvo dagli anni.

«Nel nome di Cristo (disse il vecchio Brettone), madonna Ermenegilda, fate ch’io riacquisti la vista.» La moglie del Castellano si spaventò a queste parole, per timore che il marito, sentendo che si era fatta cristiana, volesse ucciderla. Allora Costanza le fece coraggio, e le ordinò di fare la volontà di Cristo, come figlia della santa chiesa.

Il Castellano non raccapezzando che cosa succedesse in quel momento domandò: «Ma come va questa faccenda?» E Costanza rispose: «Signore, è la potenza di Cristo, che salva gli uomini dalle insidie del demonio!».E preso a recitare il nostro credo, prima che fosse sera ebbe convertito anche il Castellano, il quale cominciò a credere in Cristo.

Costui non era però il signore di questo luogo, dove aveva trovato Costanza; ma lo governava semplicemente, da molti anni, sotto il regno di Alla, re di Northumberland, uomo molto savio e dabbene come sentirete, e potente nemico degli Scozzesi. Ma ritorniamo al nostro racconto.

Satana che sta sempre pronto per ingannarci, vide tutta la perfezione di Costanza, e cercò subito il modo di farle scontare l’opera buona da lei compiuta. E fece sì che un giovine cavaliere che abitava in quella città, si innamorò di lei così sensualmente, che egli sentiva che sarebbe morto se non riuscisse a sfogare le sue sozze voglie.

Egli dunque le si mise intorno, ma non riuscì a nulla, perchè Costanza non volle peccare a nessun costo: allora, indispettito, pensò, per vendicarsi, di farla morire vergognosamente. Aspettò infatti che il Castellano fosse fuori del paese, e di nascosto, unanotte, entrò nella camera dove dormivano Ermenegilda e Costanza.

Stanca per aver a lungo vegliato nelle sue orazioni, Costanza riposava tranquillamente, ed Ermenegilda lo stesso. Il cavaliere allora, tentato da Satana, si avvicinò piano piano al letto, e in un momento tagliò la gola ad Ermenegilda; e lasciato il coltello insanguinato vicino a Costanza, fuggì via, che Dio gli dia del male!

Poco dopo ritornò il Castellano insieme con Alla re di questa terra, e trovata sua moglie così barbaramente uccisa, cominciò a piangere e a torcersi le mani dalla disperazione. Quando ad un tratto, ahimè, vide vicino a Costanza il coltello sanguinoso! Che cosa poteva dire la disgraziata? Dal gran dolore svenne.

Il triste fatto fu subito riferito ad Alla. Il quale udito quando e come la povera Costanza era stata trovata nel bastimento, ebbe un senso di compassione, per una creatura così buona, caduta in tanto dolore e tanta sventura.

Poichè quell’innocente andò davanti alre, come l’agnello che è condotto alla morte. Il cavaliere mentitore che aveva commesso il delitto l’accusava dicendo che lei sola, manifestamente, aveva assassinato Ermenegilda! Ma nonostante, sorse un grande mormorio fra il popolo, e tutti dicevano che non potevano immaginarsi come Costanza avesse potuto commettere una sì grande malvagità. Poichè l’avevano sempre veduta virtuosa, e affezionata a Ermenegilda quanto alla propria vita: e di ciò tutti facevano testimonianza, eccetto colui che aveva ucciso Ermenegilda col suo coltello. Questo gentile re tenne molto conto di queste deposizioni, e pensò di studiare a fondo la cosa, per riuscire a scoprire la verità.

Ahi! povera Costanza, tu non hai un campione, e non puoi combattere da te! Ma Colui che morì per la nostra redenzione, e vinse Satana, Colui che porta pace dovunque con la sua presenza, sia oggi il tuo forte campione. Poichè se Cristo non fa, per te, un miracolo, tu, senza colpa alcuna, sarai tosto uccisa.

Essa dunque si gettò in ginocchio e disse:«O Dio immortale che salvasti Susanna dalla calunnia, o pietosissima vergine Maria, figlia di S. Anna, tu il cui figlio è salutato dall’Osanna degli angeli: se io sono innocente soccorretemi, o io morrò.»

Avete mai veduto, in mezzo ad una folla di gente, un uomo condotto al supplizio, senza speranza di grazia? È così pallido, che chiunque, appena lo vede, capisce anche fra mille persone, che quello è il condannato a morte. Tale era appunto l’aspetto di Costanza, mentre smarrita si guardava attorno.

O regine che vivete beatamente nella vostra reggia, o duchesse e voi altre tutte, nobili dame, abbiate pietà della sventurata Costanza: la figlia di un imperatore si trova in tal modo abbandonata, senza che ci sia un’anima pietosa, alla quale possa chiedere aiuto. Ahi, tu figlia di sangue reale, in mezzo a tanto spavento e a tanto pericolo, non hai vicino un solo amico!

Il re Alla sentiva tanta compassione (giacchè un cuore gentile è sempre pietoso), che piangeva dirottamente. «Or via, disse ad un tratto, andate in cerca di una bibbia, e sequesto cavaliere giurerà che fu proprio costei che uccise la donna, allora decideremo in qual modo dovremo fare giustizia.»

Fu portata una bibbia che conteneva gli Evangeli scritti in lingua brettone, ed il cavaliere giurò sul sacro libro che Costanza era rea. Ma improvvisamente una mano misteriosa lo colpì fra il capo e il collo con tanta forza, ch’egli cadde a terra come una pietra, e gli occhi gli schizzarono via dalla testa in presenza di tutti quelli che erano lì.

Nello stesso tempo si senti una voce che disse: «Tu hai calunniato davanti a Dio la innocente figlia della santa Chiesa. Tanto hai osato: non dico altro.» La folla rimase stupefatta di questo miracolo, e tutti, fatta eccezione di Costanza, rimasero come sbalorditi per paura della vendetta divina.

Grande fu il timore e il pentimento di quanti avevano indegnamente sospettato della povera, innocente Costanza. E finì che dopo questo miracolo, e per opera di Costanza, il re e molti altri del paese (la bontà di Cristo sia lodata!) si convertirono subito al Cristianesimo.

Il cavaliere spergiuro giudicato lì per lì da Alla, fu ucciso per la sua indegna falsità. Costanza, tuttavia, sentì molta compassione della sua morte. Dopo questo miracolo Gesù, colla sua bontà, fece sì che il re Alla sposasse solennemente questa santa donna, così buona e bella, la quale per opera di Cristo divenne una regina.

Chi non gioì di questo avventurato matrimonio? Donegilda la madre del re, lei sola che era trista e malvagia. Il pensiero di quanto era avvenuto, spezzò il cuore maledetto di quella cattiva donna, la quale non voleva che il figlio, a suo dispetto, avesse preso per moglie una straniera che nessuno conosceva.

Ed ora, siccome non mi piace farla tanto lunga, vi risparmio la descrizione delle feste. Perchè dovrei stare a raccontarvi lo splendore con cui furono celebrate le nozze, e dirvi, per esempio, chi giunse primo nelle corse che ebbero luogo, e magari chi suonava la tromba e chi il corno? Tanto, si sa, le novelle finiscono sempre ad un modo: tutti mangiarono e bevvero allegramente, ballarono,cantarono, si divertirono, e gli sposi finalmente se ne andarono a letto.

E infatti anche i nostri sposi ci andarono, e ne avevano, d’altronde, tutto il diritto. È vero che il candore di una sposa è una cosa santa: ma, come si fa? Vien la notte in cui essa deve piegare la testa davanti a certe piccole necessità, che piacciono a chi le ha dato l’anello di sposa; e allora non c’è rimedio: per un poco bisogna mettere da una parte la santità.

Dopo qualche tempo Costanza rimase incinta, e Alla, dovendo andare a combattere contro la Scozia, affidò la moglie al suo Castellano e alle cure di un vescovo. La bella Costanza, la moglie umile ed affabile del re, andò innanzi con la sua gravidanza, finchè un giorno, aspettando il volere di Cristo, si mise in letto coi dolori.

Venne il momento, ed essa partorì un maschio che fu battezzato col nome di Maurizio. Il Castellano mandò subito un messaggio, e scrisse al re Alla, dandogli la fausta novella insieme ad altre notizie. Il messo prende la lettera, e se ne va per la sua strada.

E con la speranza di guadagnare qualche cosa, va in fretta e in furia dalla madre del re, e dopo averla salutata cortesemente, le dice: «Signora, potete bene essere felice e contenta, e ringraziare mille e mille volte Dio: la regina ha partorito un maschio, che senza dubbio sarà la gioia e la benedizione di tutto il regno.»

Ho qui la lettera sigillata che devo portare al re al più presto possibile: se desiderate qualche cosa per vostro figlio, io sono a vostra disposizione giorno e notte.» Donegilda rispose: «Per ora non ho bisogno di nulla: voglio solo, che tu passi qui la notte per riposare. Se avrò da darti qualche ordine, te lo darò domani.»

Il servo prima di andare a letto si bevve birra e vino senza discrezione, e mentre dormiva, briaco, gli fu rubata la lettera dalla tasca. Fu astutamente scritta un’altra lettera, imitando il carattere del Castellano, la quale dava al re una notizia ben diversa, come sentirete.

Questa lettera diceva dunque: «che la regina si era sgravata di una creatura cosìorribile e mostruosa che nessuno nel castello aveva il coraggio di guardarla solo per un momento. La madre che l’aveva partorita doveva essere certo una strega capitata là per qualche incantesimo o per qualche stregoneria, e nessuno la poteva soffrire.»

Il re provò un grande dolore, quando lesse questa lettera, ma non manifestò a nessuno la ragione del suo grave dispiacere, e rispose di proprio pugno: «Sia ben venuto per sempre ciò che Cristo ha mandato a me che professo ormai la sua dottrina. Signore, sia ben venuto il tuo volere, e ciò che a te piace: io sottopongo ai tuoi ordini ogni mio desiderio. Abbiate cura di questo fanciullo, bello o brutto che sia, ed anche di mia moglie finchè io ritorni; Cristo, ove gli piaccia, potrà mandarmi un erede che mi sia più caro di questo.» Egli suggellò la lettera, piangendo di nascosto, e la fece consegnare subito al messo il quale, senz’altro, se ne tornò via.

O messaggio briacone, il tuo respiro è affannoso, le gambe non ti reggono più etu tradirai ogni segreto. La mente è svanita, tu balbetti come una gazza, il tuo viso ha cambiato colore. Quando c’è l’ubriachezza, non ci sono più segreti davvero.

O Donegilda, l’inglese nel quale io parlo non può descrivere la tua cattiveria e la tua tirannia: e perciò ti abbandono al tuo demonio, il quale penserà lui a far conoscere il tuo infame tradimento. E tu sei un essere umano? No, affè di Dio, io mento: tu sei uno spirito diabolico, io oso dire che sebbene tu cammini in questo mondo, l’anima tua è giù nell’inferno.

Il messaggio, dunque, si congeda dal re, e si ferma, anche al ritorno, alla corte della madre di lui, la quale ne fu molto contenta, e cercava soddisfarlo in tutto quel che poteva. Egli bevve, e si rimpinzò bene la pancia, e quindi cominciò a dormire e a russare, da pari suo, tutta la notte, fino a che si levò il sole.

Anche questa volta gli fu rubata la lettera del re, che fu sostituita da una contraffatta, nella quale il re domandava al Castellano, sotto la pena di impiccarlo perpunizione, che non permettesse a Costanza di rimanere nel suo regno più di tre giorni e la quarta parte di una marea.

Aggiungeva che la mettesse, col bambino e con tutta la sua roba, nello stesso bastimento in cui era stata trovata, e la spingesse lungi da terra, ordinandole di non farsi più vedere.—O mia Costanza, ben doveva l’animo tuo sentir paura e soffrire sognando, allorchè Donegilda macchinò quest’infamia.

Il messaggio la mattina svegliatosi prese la via pel castello, e portò la lettera al Castellano, il quale quando la lesse non potè fare a meno di dire: «Ahimè, ahimè! Cristo Signor nostro, come può durare questo mondo con gente così piena di malvagità?

Dio possente, se questo è il tuo volere, poichè tu sei giudice infallibile, come puoi tu permettere che muoia l’innocenza, e la gente malvagia regni in prosperità?—O buona Costanza, ahimè, povero me, io debbo essere il tuo carnefice, o morire di una vergognosa morte, senza scampo.»

Tutti, giovani e vecchi, quando sepperoche il re aveva mandato quella maledetta lettera, si misero a piangere: Costanza con la faccia pallida come quella di un morto, il quarto giorno si avviò verso il bastimento. E nonostante il suo dolore sopportò di buon animo il volere di Cristo, e inginocchiatasi sulla spiaggia, disse: «Signore, sia sempre ben venuto ciò che tu mi mandi.

Colui che mi salvò dalla falsa accusa mentre ero qui fra voi in questa terra, mi può proteggere dal male e dalla vergogna in mezzo al mare salato, sebbene a me non sia dato ora di vedere come potrà salvarmi. Ma Egli è ancora potente come è stato sempre, ed io ho fede in Lui e nella sua cara Madre. Egli è la mia vela e il mio timone.»

Il bambino le piangeva fra le braccia; allora lei inginocchiatasi, amorosamente gli disse: «Taci, figliolino mio, io non ti farò alcun male.» Indi si levò di testa il fazzoletto, e con quello gli coprì il viso, e cominciò a cullarlo tra le braccia, in fretta, levando gli occhi al cielo.

Poi disse: «Madre, vergine santa Maria, per colpa purtroppo della donna, il genereumano fu perduto e condannato a morte, e per questo il figlio tuo fu messo in croce. Gli occhi tuoi benedetti videro tutto il suo tormento: perciò non c’è paragone fra il tuo dolore e quello che qualunque donna può sopportare.

Tu ti vedesti uccidere il figlio davanti gli occhi: invece il figlio mio, il mio bambino, se Dio vuole, è ancora vivo: dunque, Vergine santa, a cui si raccomandano tutti gli addolorati, tu gloria di tutte le donne, tu Vergine bella, tu cielo di rifugio, tu splendida stella del giorno, abbi compassione del mio bambino, tu che col tuo cuore gentile senti pietà di ogni sofferente.»

Poi soggiungeva: «Povero bambino, ahimè! che cosa hai tu fatto, tu che fino ad ora, affè di Dio, non commettesti alcun peccato! Perchè il crudele tuo padre ti vuole morto? Oh, abbiate compassione, caro Castellano: lasciate che il mio bambino resti con voi; e se non osate salvarlo, almeno baciatelo una volta in nome di suo padre.»

E volgendo lo sguardo alla città disse: «Addio marito spietato!» Quindi si alzò,e camminò lungo la riva verso la nave, dove l’accompagnò tutta la folla. E sempre cercava di quetare il bambino, poi salutò tutti, e col pensiero di una santa benedì tutti e salì nella nave.

La nave fu caricata di viveri abbondantemente, e in modo che durassero per lungo spazio: ed altre cose necessarie di cui aveva bisogno le furono questa volta concesse, per favore di Dio. Infatti Dio onnipotente le mandò un aiuto e un tempo favorevole. Non posso dirvi se il vento la riconduceva a casa: ma il fatto è che la nave filava dritta a vele gonfie nel mare.

Subito dopo questo fatto, il re Alla ritorna al Castello, e domanda della moglie e del figlio. Il Castellano si sentì ghiacciare il sangue; e tosto raccontò tutto quello che era successo (voi lo sapete senza ch’io lo ripeta), e mostrò al re il suo sigillo e la sua lettera.

«Sire, egli disse, io ho fatto senza dubbio quello che voi mi comandaste di fare sotto pena di morte.» Allora fu messo alla tortura il messaggio, e costretto a confessare,e a dire recisamente e senza bugie, dove si era fermato a dormire notte per notte. Così a forza di indagini e accurate ricerche, si potè raccapezzare chi era stato la causa di tanto male.

Fu riconosciuta non so in qual modo la mano che aveva scritta la lettera, e tutto il veleno di questa opera infame. La fine però fu questa: il re Alla uccise sua madre, perchè aveva tradito la sua fede; così Donegilda andò a finire male come si meritava.

Il dolore al quale Alla si abbandonava notte e giorno, per la moglie e pel figlio suo, nessuna lingua può ridirlo. Ma ritorniamo a Costanza, che errò pel mare afflitta e addolorata, per cinque anni e più, come piacque a Cristo, prima di toccare terra.

Finalmente il mare la gettò insieme col figlio suo ai piedi di un castello pagano, di cui non ricordo il nome. Dio potente, che salvò tutto il genere umano, non li abbandoni ora che sono andati a cadere in mano dei pagani e stanno per lasciarci la vita.

Giù dal castello vengono molte persone a vedere il bastimento e Costanza: e poco dopo, una notte, scese giù anche il maggiordomo del padrone (Dio gli dia male), un ladrone che aveva rinnegato la nostra fede, il quale, entrato solo nella nave, disse a Costanza che voleva, ad ogni costo, essere il suo amante.

Così la povera donna cominciò da capo col dolore: il bambino suo piangeva, ed anche lei piangeva in modo da fare pietà. Maria benedetta allora le corse in aiuto, e per opera del suo forte volere e della sua potenza, il ladrone cadde improvvisamente dalla nave, ed affogò, per vendetta del cielo. In tal modo Cristo mantenne Costanza immacolata.

O sozzo desiderio della lussuria, ecco quale è la tua fine: tu non solo consumi la mente dell’uomo, ma ne distruggi anche il corpo. L’ effetto dell’opera tua, o per meglio dire, della tua cieca libidine, è triste: quanti uomini non per altra ragione che per essere caduti in questo peccato sono stati uccisi, od hanno fatto una brutta fine!

Questa povera donna, debole com’era, come poteva avere la forza di difendersi da se sola contro quel rinnegato?—O Golia, gigante smisurato, come potè annientarti Davide? Come potè egli, così giovane e senza armi, avere solamente coraggio di guardarti in faccia?—- Ognuno capisce bene che fu per grazia di Dio.

Chi dette a Giuditta il coraggio e l’ardire di uccidere Oloferne nella sua tenda, salvando dalla sventura il popolo di Dio? Io dico che, come Dio mandò loro forza e coraggio salvandoli dal male, così mandò forza e coraggio a Costanza.

Il suo bastimento, dunque, spinto dalle onde, si rimise in cammino, e uscì per lo stretto di Gibilterra e per Ceuta, andando sempre senza direzione ora ad Occidente ora a Nord e a Sud, e ora ad Oriente, per molti lunghi giorni, finchè la madre di Cristo (che sia sempre benedetta) pensò colla sua infinita bontà, di mettere un fine alle pene di Costanza.

Ma lasciamo andare per un poco Costanza, e torniamo all’Imperatore di Roma,il quale apprese, per mezzo di lettere dalla Siria, la strage del popolo cristiano, e l’obbrobrio fatto a sua figlia da una vile traditrice, voglio dire la maledetta infame Sultana, che alla festa aveva fatto uccidere tutti i cristiani fino ad uno.

Per questo fatto, dunque, l’Imperatore mandò subito uno dei suoi senatori con un seguito regale, e molti altri signori (Dio sa quanti) in Siria, a fare vendetta: e costoro infatti bruciarono, uccisero, e torturarono per quindici giorni di seguito il popolo di Siria e quindi, per non farla tanto lunga, si prepararono a tornare a Roma.

Mentre il senatore, ritornava vittorioso a Roma, veleggiando con gran pompa, s’imbattè nella nave, che scorreva pel mare, come già sapete, e nella quale stava tutta afflitta la povera Costanza. Egli ignorava chi essa fosse, e per quale ragione si trovasse in quello stato. E Costanza non volle dire nulla, a costo di morire.

Egli però la portò a Roma, e la consegnò col piccolo bambino alla moglie, con la quale ella visse per qualche tempo.

In questo modo nostra Signora la Madonna, levò di mezzo ai dolori la povera Costanza; e, come lei, può liberarne molte altre ancora. Per molto tempo dunque ella rimase in quel luogo, sempre dedicata alle opere pietose, come era suo piacere.

La moglie del senatore era zia di Costanza, ma non per questo la riconobbe. Io non voglio andare ancora molto per le lunghe, e ritornerò senz’altro al re Alla, del quale ho parlato molto prima, che ancora piange e si dispera per la moglie; lasciamo dunque Costanza sotto la protezione del senatore.

Il re Alla, che aveva ucciso la madre, fu preso un giorno da tale pentimento, che sentì il bisogno di andare a Roma per fare penitenza, umiliandosi al papa e pregando ardentemente Gesù Cristo di perdonargli il turpe misfatto.

Intanto corse la voce per tutta la città che Alla sarebbe venuto a Roma in pellegrinaggio; e la notizia si sparse per mezzo della sua gente che lo precedette per procurargli l’alloggio. Il senatore, saputo diquesto arrivo, gli andò incontro a cavallo, come era uso, insieme con molti della corte, per mostrargli la sua alta stima, e per il rispetto dovuto ad un re.

Egli accolse con molta festa il re Alla, che se ne mostrò lietissimo, e tutti fecero a gara per onorarlo. Ora accadde, dopo qualche giorno, che il senatore andò, insieme col figlio di Costanza, ad una festa data al re Alla.

Alcuni dicono, che egli portasse con sè alla festa il bambino per preghiera di Costanza; io non posso accertare ogni particolare, ma, comunque sia, il fatto è che il bambino vi si trovò e che, sempre per desiderio di sua madre, durante il pranzo sedeva di fronte al re.

Il re Alla guardava con grande ammirazione il figliuolo di Costanza, e disse ad un tratto al senatore: «Di chi è quel bel bambino lì seduto?» «Io non lo so davvero per Dio e per S. Giovanni; ha la madre, ma non ha padre ch’io sappia.» E in poche parole raccontò ad Alla tutta la storia del fanciullo. «Dio sa, soggiunse il senatore, se io homai veduto in tutta la mia vita una creatura virtuosa come quella, o se ho mai sentito parlare in questo mondo di altre donne, ragazze, maritate o vedove, che avessero tanta virtù. Io sono sicuro che essa preferirebbe una coltellata nel petto, prima di venir meno all’onestà, al quale passo nessuno potrebbe indurla, a nessun costo.»

Il fanciullo somigliava alla madre quanto è possibile ad un figlio somigliarla: cosicchè il re Alla guardandolo rivedeva nella sua mente la sua Costanza, e con grande tristezza pensava se per avventura la madre del bambino non fosse la moglie sua. E di nascosto sospirando, ad un tratto si alzò da tavola per dare libero sfogo al suo dolore.

«Per bacco, egli pensava, mi viene in mente una cosa: è vero che io dovrei con ragione pensare che mia moglie fosse morta nelle acque del mare: ma chi sa che Cristo non l’abbia condotta qui, come prima, abbandonata in mezzo al mare, la condusse nel mio paese?»

La sera, dopo pranzo, Alla se ne andò a trovare il senatore, per esaminare un po’meglio il suo caso meraviglioso. Questi, per fare onore ad Alla, dette una gran festa, e subito mandò a chiamare Costanza: ma ognuno capisce che la disgraziata non aveva certo voglia di ballare. E quando sentì che la volevano ad una festa, non ebbe più la forza di reggersi in piedi.

Alla appena la vide la salutò cortesemente, e non potè trattenere le lacrime dalla commozione, poichè al primo sguardo che gittò su di lei la riconobbe subito. Costanza, riconosciutolo, rimase muta come un albero, tanto il cuor suo fu sopraffatto dal dolore al pensiero della crudeltà con cui egli l’aveva trattata.

Due volte svenne davanti a lui che piangeva e cercava di giustificarsi dicendo: «Dio e tutti i santi del cielo abbiano pietà dell’anima mia, se è vero che io sono innocente, del male che tu soffristi, come Maurizio, il figliolino mio, che tanto ti somiglia. Se non è vero, il diavolo mi porti via subito di qui.»

Lungo fu il singhiozzare, e amaramente soffrirono tutti e due, prima che il lorocuore addolorato si calmasse. I loro lamenti e i loro pianti facevano pietà. Vi prego quindi di dispensarmi dal racconto di questa scena dolorosa, poichè per oggi io sono ormai stanco di cose tristi.

Finalmente riconosciutasi la verità e l’innocenza di Alla, moglie e marito si baciarono almeno un centinaio di volte, e tutti e due furono così felici, che la loro felicità è paragonabile solo alla gioia eterna del paradiso, che fino ad ora nessuno ha visto e goduto in questo mondo.

Costanza poi pregò il marito, in ricompensa della gran pena che le aveva innocentemente cagionato, a voler domandare, come speciale grazia, all’Imperatore che volesse degnarsi di desinare un giorno con loro; e lo pregò anche di non dirgli nulla di lei.

Alcuni dicono, che l’invito lo portasse al babbo di Costanza lo stesso Maurizio: ma io credo che Alla non fosse così sciocco da mandare un bambino ad un personaggio così grande, come colui che era il fiore dei cristiani. Però è più probabile che Alla vi andasse da sè.

L’Imperatore promise, gentilmente, di fare quanto il re Alla desiderava: ed io penso che egli guardasse con un certo interesse il piccolo Maurizio pensando alla sua Costanza. Alla intanto andò a far preparare tutto per bene e più inappuntabilmente che gli riuscì.

Venuto il giorno stabilito, Alla e sua moglie si prepararono per andare a ricevere l’Imperatore: e in gran festa e pieni di gioia uscirono a cavallo. Costanza, appena rivide, finalmente, suo padre che veniva nella via, saltò giù da cavallo e gli cadde ai piedi. «Babbo, diss’ella, la tua giovane Costanza, dunque, non la riconosci più, e l’hai dimenticata?

Io sono la figlia tua, la tua Costanza che tanto tempo fa tu mandasti in Siria; io sono colei che fu abbandonata in mezzo al mare, e condannata a morte. Ora, padre mio, per pietà non mandarmi più in nessuna città di pagani, e ringrazia questo signore, il quale è mio marito, della sua bontà.»

Chi può ridire la gioia di tutti e tre al loro primo incontro? Ma è ora che io vengaalla fine della mia novella, giacchè il giorno passa rapidamente, ed io non voglio seccarvi più a lungo. Lasciamoli dunque, tutti a pranzo, felici e contenti mille volte più di quello che io potrei dire, e andiamo avanti.

Il piccolo Maurizio, in seguito, fu fatto Imperatore dal papa, e visse da cristiano, onorando devotamente la santa chiesa. Ma io non voglio occuparmi di lui: la mia novella racconta solamente di Costanza. La storia della vita di Maurizio, chi la vuole sapere, la può trovare nelle anticheGesta Romanorum; io non me la ricordo più.

Il re Alla, quando gli parve opportuno, prese la via per l’Inghilterra con la sua buona e diletta moglie, e là vissero tranquilli e contenti. Ma, credete a me, la gioia di questo mondo dura poco: si cambia dalla mattina alla sera, come il mare.

Chi mai è vissuto, un giorno solo, in una felicità così completa, che per un momento non gli abbia turbato l’animo o l’ira, o un desiderio, o un altro stimolo qualunque come l’invidia, l’orgoglio, una passione, o una offesa? E tutto questo lodico perchè appunto anche la gioia di Alla con Costanza non durò che poco tempo.

Poichè la morte che fa i conti con tutti ugualmente, grandi e piccoli, e da tutti, a scadenza fissa, riscuote il frutto e il capitale, dopo circa un anno (se io non erro) tolse da questo mondo Alla; di che Costanza ebbe grandissimo dolore. E giacchè Alla è morto, preghiamo Dio che voglia benedire l’anima sua. Costanza, per venire alla fine, se ne ritornò a Roma.

Dove questa santa creatura ritrovò tutti i suoi amici vivi e freschi; e finalmente fu salva da tutte le sventure. Ritornata dal padre, si gettò ai suoi piedi, piangendo di gioia, e lodando centomila volte Iddio.

Così vissero tutti santamente e pieni di misericordia, e non si separarono mai più fino a che non li divise la morte. Ed ora statevi bene, chè la mia novella è finita. E Cristo, che può mandare a noi la gioia dopo il dolore, ci abbia nella sua grazia, e ci protegga tutti quanti ci troviamo qui.


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