Chapter 10

Damiano, a quelle parole, si ricordò dell'ultima notte del suo povero padre.

Tornato, sul far della sera, al luogo ove Rocco l'aspettava, gli narrò questa nuova sciagura; gli confidò com'egli non sapesse più che far di sè stesso, come si sentisse sconfortato, avvilito, perduto. Ma Rocco, con la virtuosa franchezza d'un cuore che le disgrazie fanno più saldo, gli rammentò la madre, la sorella, ciò ch'egli dovesse fare, ciò che aveva promesso. Gli ripetè di volere spartir con lui l'ultimo pane, che, quanto a lui, anche storpio d'un braccio, avrebbe saputo guadagnarsi. Gli disse ch'era necessario e giusto parlare a ogni modo con quel prete che aveva veduto negli ultimi momenti il povero signor Lorenzo; e Damiano promise di farlo.

Di là eransi incamminati alla piazza Fontana; e Rocco, scorgendo l'amico così spossato, così malinconico, l'aveva condotto a fatica nell'osteria del Biscione, per offerirgli un boccone, un po' di brodo o, meglio, un buon bicchier di vino. Colà volle il caso che, dalla stanza in cui s'eran messi, i due giovani udissero in confuso qualcosa del dialogo di sopra narrato. Ecco perchè Rocco, che aveva la sua parte di malizia, ricorse allo spediente di sottoporre quel tristo di don Aquilino a un interrogatorio nelle forme.

—Scusi, cominciò serio Damiano, del modo forse sconveniente, con che noi….

Manco male, pensò don Aquilino, costui pare un po' più umano dall'altro compare; e rispose, pigliando fiato:—Veramente il modo è per lo meno… strano; e, davvero, non so come…

—Via, non si tratta di questo: gli tagliò l'altro le parole a mezzo: lei, signor canonico, desinò poco fa allegramente all'osteria, insieme a due birboni impostori, che, in poche parole, avevano la mente di tirarla dalla loro, d'impegnarla bel bello a dar mano a un'azione da galera.

—Oh! oh! miei signori, mi meraviglio di loro; vedo che m'han preso in iscambio, non c'è che dire. Mi lascino un pò andare, chè sarà ben per loro e per me.—E si volse a cercar la porta.

—Si fermi: gli disse Damiano.

—Si fermi! aggiunse Rocco con voce sorda e minaccevole; si fermi, signor canonico, e sieda lì.

Il prete ricominciò a smarrirsi, ma obbedì; e docile si pose a sedere sull'angolo dello scanno; un garzoncello portò il rosolio che avevano comandato; e Rocco, con aria di complimento, ne presentò un bicchierino al prete, il quale non seppe dir di no, e bevve, quantunque gli somigliasse veleno.

—Animo, signor canonico, gliel'ho pur detto; noi le vogliamo bene, e ci lasceremo amiconi.

—Non perdiamoci in discorsi inutili: ripigliò Damiano, corrugando le ciglia. Mi guardi bene in faccia; lei non mi riconosce più, lo so bene; ma io mi ricordo di lei, io che ho fatto la mia parte d'esperienza a questo mondo, io ho imparato a legger sul volto degli uomini il loro cuore. Oh se fosse vero quello ch'io temo pur troppo che sia!… Ma, a ogni modo… e per ciò appunto, ho voluto indirizzarmi a lei, sentire la verità. Que' due ch'erano con lei, l'uno lo conosco pur troppo, parlavano come ribaldi che sono…. parlavano d'una giovine cacciata per forza in un ritiro… d'un testimonio falso del quale si ha bisogno…. E perchè?

Don Aquilino era come seduto su' carboni ardenti; tentennava sullo scannetto, voleva e non voleva confessare; e poi, a dir vero, non aveva forse saputo capir giusto ciò che mulinassero que' due scellerati, come lo seppe Damiano. Cominciò a batter le palpebre, a torcer la bocca, con un sibilìo confuso; cosicchè Damiano perdè la poca pazienza a stento serbata fino allora.

—Parli, le ripeto, o ch'io…. Dica, chi è la giovine di cui parlavano?

—Ma se non so niente…. ma se, all'incontro, son coloro che voglion rovinarmi!—rispose, strascinando le parole, il prete.

—Oh sì, lo vedo: con amaro sorriso di sdegno seguiva Damiano: io la credeva un dappoco, uno scempio ingannato da uomini peggiori di lei; ho pensato che una parola di dolore, un sentimento di verità le avrebbero toccato il cuore, e che alla fine non si sarebbe sentito capace di dar mano a un delitto. Ma no! lei sa l'infamia che sta per esser tentata; potrebbe forse con una sua parola impedirla, e questa parola non ha cuore di pronunziarla…. Non capisce cosa sia lei?… Non capisce chi son io che le parlo?….

Damiano tremava parlando così: il prete lo riguardava senza fiatare; ma, per quanto si studiasse, non sapeva dire a sè medesimo chi mai potesse essere quel giovine.

—E se mai non lo sapesse ciò che pensan di fare coloro, io glielo dirò! Un di que' signori, che si crede buono a qualcosa, perchè si tira dietro una frotta di mangiapani e di leccazampe, un di que' tali che paga il male che fa fare, e colle cartapecore de' suoi vecchi si copre dalle mani della giustizia di questo mondo, s'è messo in capo di riuscire a qualunque costo a perdere una povera giovine…. Ce n'è tante che, senza cercar altro, si vendono per un po' d'oro, tante che invidiano forse questa fortuna!… Or bene, quel tale, io lo so! non s'è dimenticato di questa che, tra di loro, usan chiamare… una fantasia! Intanto che il fratello di quella poveretta è là, che marcisce in una prigione, innocente anche lui!…. e intanto ch'essi han la madre che muore all'ospedale…. egli avrà detto: Il momento buono è questo!…. Così si costuma di fare; quel che vogliono, vogliono; e poi tutto s'accomoda con mille, duemila lire…. è una bella dote, e bastante perchè si trovi chi le dia un nome, nome di galantuomo, e non cerchi conto del passato!…. Non è così?… E lei, senza scrupoli, vestito come è di que' panni, sarebbe capace di tener mano a un negozio di questa sorte?….

—Oh Signore! cosa mi tocca mai di sentire? mormorò don Aquilino, giungendo le mani, e turbato in cuore, un po' per la compassione sincera che cominciava a provare, un po' per non so qual razzolìo nella coscienza.

—Mi conosce adesso?…. Sa chi son io?….. Io sono il fratello di quella giovine, e so quel che si vuol fare della mia povera sorella. In questo momento, essa è là in un ritiro, e ve l'han trascinata per forza, nell'ora ch'essa doveva stare al letto di sua madre…. Anche questo lo so! dica dunque, forse non è vero?

Don Aquilino non tremava più: nel suo gramo cuore, egli era già vinto.

—Ma i muri di quella casa, ripigliò Damiano, non sono quelli che la salvano, lo vede anche lei! Or bene, io son quì… e ci penso io.

—E lei, signor canonico, si mise dentro Rocco, che fino allora aveva creduto bene di lasciar parlare l'amico, lei, deve fare tutto all'opposto di quanto le è stato detto; e ajutarci a dare il contrappelo a que' due galeotti, che son carne e ugna tra loro.

—Bontà del cielo! ora ho capito!… disse finalmente don Aquilino, che al suo solito finiva a darsi sempre, mani e piedi legato, all'ultimo che gli parlasse. Pensino un po', se io avrei voluto nemmen saperla cento miglia lontano una iniquità di questa fatta!.. L'ho ben sempre detto io:Anima ejus in bonis demorabitur, come c'è sul breviario… Loro, forse, non sanno il latino; e vuol dire che io ho bisogno di star sempre colle brave persone… come son loro due, per esempio.

Fatti dunque dentro di sè, in fretta, i suoi conti, il cappellano si decise, prima di tutto, di salvar sè medesimo, e poi di far servigio anche a due giovani, raccontando, non tutto quel che volevan sapere, ma quel poco ch'egli sapeva o aveva potuto argomentare. Damiano e Rocco, come volle, gli promisero di tener segreto il tutto, per non esporre a nessun risico, qualunque cosa avesse a succedere, il suo carattere e la sua convenienza. Così, poichè ebbe scarico il cuore di quel gran peso, a don Aquilino parve di tornare in vita; e nel suo segreto fece voto di non lasciarsi tirar mai più in nessuna briga, nemmeno colla più santa delle intenzioni; perchè—pensava—io non posso far mai niente di bene; e non ho mai da trovarlo il santo che mi aiuti.

Damiano, innanzi lasciarlo partire, gli prescrisse appuntino ciò che dovesse fare il giorno appresso: e Rocco, al momento di separarsi da don Aquilino, facendo crocchiar le dita, si volse a lui e:—Non le ho detto io, signor canonico, che saremmo andati via di qui buoni amici?…

Il cappellano sorrise, come meglio seppe. Ma, uscito appena della botteguccia, vedendo che i due giovani volgevano a dritta, egli prese subito la via a manca; e, camminando senza pur lasciar fuggire indietro un'occhiata, andò a rintanarsi prestamente in casa, intanto che Damiano e Rocco tornavano al misero bugigattolo, ove s'eran ricoverati la notte innanzi.

Capitolo Decimosettimo

Era passato un altro giorno. In una piccola sala, tappezzata di un bel damasco verde, ornata all'ingiro di ricchissima suppellettile forestiera e di quegli ampii e diversi seggioloni inventati così a proposito dalla moda per i lunghi ozj degli annojati del nostro tempo, un vecchio servitore in livrea s'affaccendava a ravvivare il fuoco sul camminetto, quantunque non fosse ancor finito l'autunno, e il bel sole d'ottobre cercasse di penetrare da due balconi, attraverso le doppie tende cadenti fino al suolo. Appena si destò la fiamma sul camminetto, dalla porta opposta a quella, per la quale usciva il servitore, videsi entrar la contessa Cunegonda.

Andò a sedere a una tavola di legno nero sottilmente intarsiata d'avorio, ov'ella soleva occuparsi della sua epistolare corrispondenza. E di fatto, su quella tavola vedevansi alcune cartelle di marocchino scuro, diverse lettere messe a fascio e annodate da fettuccie di seta, e parecchi libriccini divoti che soleva tener sempre alla mano, come piccioli doni alle pie persone che venissero per raccomandarsi a lei.

Pigliata allora la penna, con molta attenzione scrisse, l'una dopo l'altra, tre lettere: e bisogna supporre che trattassero di segreti alti e stringenti, comechè si fosse degnata di scriverle e suggellarle di sua propria mano. Que' tre fogli le stavano là sott'occhio, quand'ella trasse fuori dalla sopracoperta improntata d'un ampio stemma una lettera più grande, in forma tutta diplomatica, e la rilesse cogli occhi pieni di gioja e col superbo sorriso del generale che ha in pugno la vittoria.

Alla vecchia orgogliosa dama quella commozione pareva cancellar le grinze di almen dieci anni; un leggier vermiglio erale salito alle guancie avvizzite, si teneva alta e diritta sul busto, e coll'indice appuntato al foglio seguiva, parola per parola, tutto quel che v'era scritto.

—Sì, non c'è più dubbio: disse poi tra sè: abbiamo vinto anche questa volta! Le cose, si può dirlo, cominciano a camminar bene. Orsù, corran pure le mie lettere al loro destino.—E suonò un campanello che teneva sullo scrittojo. Poi, senza volgersi indietro:—Siete il Venanzio?… domandò al servo ch'entrava.

—Eccellenza sì.

—Portate subito queste lettere alle persone a cui sono indirizzate. Ma badate di non pigliar l'una per l'altra; andateci voi stesso, nè datevi il comodo di qualch'altra volta, quando, a fuggir la fatica, vi siete fatto servire da un altro servitore.

—Non dubiti, Eccellenza; farò il mio dovere.

—Sì, e aspetterete le risposte, se ve ne sono; andate lesto, e sopratutto non ciarlate, come so che vi piace di fare, e non fermatevi per via a…. capite cosa intendo dire?…

Il servo si mise una mano al petto, e con una profonda riverenza indietreggiando fino alla porta della sala, s'affrettò di compiere il cenno della contessa sua padrona.

La quale, rimasta sola, chinò il capo in atto di meditare; e sulla sua fronte una patetica serietà prese il luogo di quel baleno di gioja che avevale sgomberato poco innanzi da ogni nebbia il viso. Non potè più star cheta a sedere; e levatasi dallo scrittojo, cominciò a passeggiare per la sala, con principesco incesso; poi, fattasi vicino a uno dei balconi, gittò un'occhiata distratta nella via, sulla gente che passava; tornò indietro verso l'ampia specchiera del cammino, e fermandosi a guardare un quadro che, nella ricca cornice indorata tutta a fogliami e cartocci, sormontava la specchiera, incrocicchiò le braccia, e disse:—Ho regnato, e regno ancora!

Quel quadro figurava una bella e giovine donna dall'alta fronte, dal nero sopracciglio, dagli occhi di fuoco, vestita d'un sottil busto di raso cilestrino, scollato in guisa che l'occhio discopriva il ben tornito collo, ei molli ignudi avorii, come forse un dì aveva cantato alla bella dama qualche cicisbeo frugoniano. Sulla bionda parrucca, architettata a molteplici ricci, posava a sghembo un leggier cappellino di velluto nero ornato di una ghirlanda di rose e d'un bel mazzo di pioventi nastri d'ogni colore; le braccia, nude anch'esse fino al gomito, spiccavano fra un'onda di trine; e l'uno s'appoggiava vezzosamente al fianco, ripiegato l'altro sul seno reggeva colla piccola mano un prezioso ventaglio, dietro al quale non sapevi dir se volesse nascondere o svelare la sua bellezza.

Era questo il ritratto della contessa Cunegonda, quando non contava che ventidue primavere. Fissandovi gli occhi in quella mattina, essa dimenticò per un momento quasi cinquant'anni. E tornò a pensare alla sua gloria d'una volta, alle fiamme accese un dì per lei, agli omaggi del fior della nobiltà di quel tempo; pensò a qualche famoso duello di cui fu bella cagione, a que' buoni cavalieri serventi che le facevan codazzo, che aspettavano, spasimando per lunghi mesi, il permesso di baciar la sua mano, il saluto del ventaglio, un'occhiata, un sorriso.

Ma quella memoria, que' pensieri fuggivano; e chinati gli occhi, gettava quasi involontariamente un rapido sguardo nello specchio:—Non è più quel tempo!… diceva tra sè: Eppure, io sono ancor quella: amore è il sogno d'una primavera; ma l'opinione governa il mondo.—Così diceva, senza spiegar bene a sè stessa ciò che dentro sentiva in quel punto: intendeva forse che, se un giorno tenne la chiave de' cuori, or teneva quella de' cervelli degli uomini. E in vero, nella sua umiltà, essa non aveva creduto mai d'esser tanto necessaria nel mondo, come in quel giorno.

S'udì il romore d'una carrozza nel cortile; indi a poco si spalancarono le porte dell'appartamento; un cameriere annunziò ad alta voce:—La signora contessa Cleofe. La vecchia dama fece tre passi incontro all'amica; la quale, da questa inusata dimostrazione di premura, comprese che ci dovevano esser in aria delle importanti novità. Si baciarono sulle due gote, con quella problematica tenerezza che usan sovente fra loro le dame; e poi che furono sedute, la contessa Cleofe cominciò:—Mia buona amica, sa ella qualche cosa del grande affare che ci tiene sospese nell'aspettativa da tanto tempo…?

—L'ha proprio indovinata, contessa mia; la cosa è finalmente decisa: e nel dir questo divenne radiante e solenne.

—Dice da vero? dunque….

—La vittoria è nostra. Ho ricevuto stamane il decreto formale, che ne annunzia il pieno riconoscimento tanto desiderato da noi. Le dirò di più, che anche le lettere di Lione, di Modena e di Roma recano le nuove più certe, le più consolanti; di qui innanzi vedremo i nostri poveri sforzi coronati di migliore riuscita. Io ho già scritto questa mane al consigliere Alberico, al reverendo Padre, e a qualcun altro de' zelanti nostri promotori. Quanto al Padre, non so capir veramente come in questi ultimi mesi siasi mostrato, se m'è permessa l'espressione, un tantino accidioso; partire per le provincie, senza lasciar ricapito alcuno, e frattanto metter sulle nostre braccia tutta la matassa, che non è facile a strigarsi!

—In tutto ciò che posso, le offro, buona amica, la debole opera mia. Solo voglio dirle che bisogna adesso più che mai usare con somma prudenza, e non cantare tant'alto i recenti trionfi; perchè non poco giova alla nostra causa che la si creda perseguitata e oppressa. I nemici son molti, e l'erbe maligne pur troppo soffocano ancora i germogli del buon grano.

—Sì, contessa, ha ragione da un lato: disse, con tuono magnifico, la contessa Cunegonda: ma dall'altro, bisogna pure combattere all'aperto, a visiera alzata, come dicevasi al tempo de' Paladini; noi possiamo operare, possiam farci temere; e quando si tratta de' nostri principii assoluti, inconcussi, inespugnabili…. noi, noi dobbiamo, mi lasci continuar nella comparazione, gettare il guanto al secolo.

—E crede ella?…

—Così nelle grandi, come nelle piccole cose, io credo, non si deve mai transigere.

—Ma…. se…. poi…. calcando le parole ripigliò l'altra contessa: se poi ne dovesse venire, per un'ipotesi, qualche danno al credito, all'opinione, alle persone; se c'entrassero mai certe pubblicità scandalose….

—Che mi viene a far di tali meschini dubbj adesso? ho altri pensieri per il capo io….—Poi stette a guardar un poco la sua potente alleata, e soggiunse:—Ma ella, non m'inganno, parla con seconda intenzione; sì, ella deve saper qualche cosa che stima di dovermi tacere.—E a tal sospetto, si fece torbida nello sguardo e corrugò la fronte.

—Ella ha qualche riservata notizia, ripeto; e senza timor di fallare, dico che si tratta di cosa la quale può in qualche modo ferirmi: se non fosse, non mi guarderebbe come fa adesso. Ci conosciamo da un pezzo; e se per me ha dell'amicizia, deve parlare, dire quel ch'è vero, senza reticenze, senza riguardi.

—Ella mi scongiura in un modo, contessa…. Basta…. non vorrei dar corpo alle ombre. Si tratta d'una cosa che mi fu partecipata con gran riserbo; che non voglio credere, che non credo anzi.

—Or via, dica, contessa; ella mi fa morire d'impazienza.

—Pensandoci su, per altro, capisco anch'io che è affar da nulla; in un giorno di trionfo, com'è questo per noi, non val la pena di sturbarci per tali inezie. Ci sono interessi molto più gravi che ne tengono occupate.

—Se posso comandare, in nome dell'amicizia lo comando; parli, se non vuole che tutto sia finito tra noi, parli una volta.—E la vecchia impallidiva, commossa in ogni fibra da un tremito visibile, convulsivo.

—No, no; mi preme troppo la sua amicizia, perch'io vi rinunci per così piccola ragione. Via, si ricomponga, mi fa paura. Ecco la cosa qual'è. Si ricorda, contessa, di quella giovine, per nome Stella, la quale, saranno forse due mesi, abbiam fatto ricoverare, affinchè racquistasse colla pratica della pietà e della mortificazione una virtù, ch'è veramente, come esprimevasi quel nostro reverendo nel suo famoso panegirico di santa Filomena,la perla dell'innocenza nella conchiglia dell'onestà?

—Sì, sì, dice benissimo; ma non parliam del panegirico adesso….

—E bene, contessa, dico ch'ella non può essersi dimenticata di quella giovine; ne abbiam tenuto discorso più d'una volta; e deve pure aver presente che la superiora della casa ne aveva riferito come la figliuola, da principio rassegnata e ben disposta in ogni cosa, si fosse poi messe in testa certe idee ricalcitranti al bene, non facesse che piangere, e trascurata al lavoro, alle pratiche divote, cominciasse a mostrarsi restia, caparbia, non senza danno della disciplina e scandalo della comunità.

—Questo lo so; e fu per questo appunto che, non ha molto, facendo l'ordinaria visita al Ritiro, dissi alla madre Eleuteria che, in caso di recidiva, poteva aggravar la mano sulla sediziosa insolente, all'effetto di presto ravviarla al bene.

—Bisogna dire che ciò abbia fatto peggio; lo creda pure, mia buona amica; spesso il rigore non giova. O mal sofferente de' castighi, poca cosa del resto, un giorno a pane e acqua, qualche ora di silenzio; o fors'anche, come par più vero, soggiogata da maligne suggestioni, delle quali non si è potuto ancora trovare il filo, la giovine, jeri prima di sera, è sparita.

—Cosa sento?…. ma è proprio certo?

—Pensi! vengo io stessa dal Ritiro, ove la cosa produsse, pur troppo, un pessimo senso. E poi, è uno scandalo che, divulgato, potrebbe non poco pregiudicare la nostra appena fiorente istituzione…. E non è qui tutto….

—La cosa è grave e seria, contessa; e non voleva parlare?…

—Non voleva? mi fa torto. Ho le più sode ragioni, per non precipitare. In sè stessa, la sparizione di quella ricoverata non sarebbe tal cosa da temerne dispiacevoli conseguenze: ma ci sono de' sospetti…. delle circostanze… de' fatti che l'accompagnano, da' quali si deve argomentare….

—Ma ella parla in modo così incerto, così enigmatico, ch'io non so proprio entrare nelle circostanze che mi tace.

—Le assicuro che m'è difficile e doloroso al sommo il parlare…. Ma lo devo, e lo farò. Ecco dunque ciò che dalle prime indagini si può indovinare…. sospettare, dico. C'è nel Ritiro chi notò, da parecchi dì, una figura equivoca la quale pareva spiare intorno alla casa, dalla parte del giardino. Jeri mattina poi, una donna d'età, sconosciuta anche quella, si presentò per parlar colla figliuola, e si trattenne con essa lungamente; a tale che quando questa ritornò fra le compagne, fu veduta asciugarsi le lagrime, quantunque non dicesse parola. Di lì a tre ore, la fanciulla non c'era più.

—Ma che s'ha da inferirne?…

—Perdoni, buona amica. I primi sospetti mi posero facilmente in cammino. Ho interrogato, confrontato, pesato…. e alla fine, devo proprio dirlo?… Temo troppo che in questa trista avventura non entri una persona….

—Una persona?… Contessa!

—Desidero essermi ingannata. Ma, in confidenza, ella sa tutto quel ch'è successo, alcuni mesi sono, allorchè si è voluto salvar dal pericolo quella povera insidiata. Ella sa…. che una persona…. in una parola, il suo signor fratello….

A tal punto, la contessa Cleofe s'accorse che la nobile amica, sbalordita sulle prime da codesta rivelazione inaspettata, ripigliato, per così dire, l'equilibrio della sua difficile posizione, levando il capo in atto d'offesa dignità, s'accingeva a ribattere i suoi arditi supposti. E in effetto, prima di lasciarsi dir dall'amica ciò ch'ella sapeva, la contessa Cunegonda, l'interruppe:

—Io so, io vedo ciò che l'invidia e la calunnia osano farneticare, lavorando addosso ai grandi e ai potenti…. Conosco per prova che basta operar la beneficenza per vedersi sorgere in faccia, come un fantasma, l'ingratitudine. Cosa voglio dir con questo?… Nient'altro, contessa, se non che le cose da lei presunte, o rapportate…. sono perfidie…. invenzioni…. assurdi…..

—Cose rapportate?… perfidie?… È troppo, contessa, è troppo!

Le due vecchie dame si raddrizzarono accigliate, ombrose; dalle rughe de' loro volti appassiti pareva quasi trasparir l'odio, che covavano nel segreto; e per la prima volta dopo molt'anni, un'ira astiosa, sottile faceva traboccar da' loro cuori, muti ad ogni altro affetto, il veleno della gelosia e dell'orgoglio.

—Tant'è: riprese la contessa Cunegonda, non isgomentita dal torbido e sprezzante sguardo della rivale: da un pezzo io mi sono avvista come si tenti, per via di sotterfugi, d'intrighi, di calunnie, di provocazioni, suscitarmi intorno tanti raggruppi, tante difficoltà che mi sforzino ad abdicare quella primazia, la quale, indegnamente sì, ma pur tengo, nell'opinione e nel fatto. E ora, il dì che ho, posso dirlo, la vittoria in pugno, ora appunto mi si vorrebbe rapire il frutto delle infinite mie cure…. Ma sì, è ben chiaro; altri adesso agogna a far la parte mia…. e per questo, si creano mali esempi e scandali…. e si tira partito per sino dai vincoli del sangue….

—Basta così! io voleva lasciarla dire a suo talento; ma il decoro non regge a così incredibili assalti…. Io sospettata di menzogna, d'intrigo? io vogliosa d'autorità, di potenza?…. Io tacciata con ingiustizia così nera, e da chi?…. da quella che mi chiamava col nome d'amica, da quella a cui ho ceduto sempre e in tutto, colla massima condiscendenza, anzi con vero rispetto!…

—Peccato, se non altro, ch'io non me ne sia avvista mai!

—Ma già è finita… un'ombra, una parola, un niente può guastar l'amicizia la più salda, la più antica….

—Colpa del suo subdolo contegno….

—Dica del suo dispotismo!

—Oh! ripeta, se lo può!

—Sì… dispotismo, e il più assoluto. Non mi faccia parlare, non mi faccia recriminare; credo proprio che non sempre la divozione e la mansuetudine vanno di conserva….

—Anche questo!

—E forse possono aver ragione coloro i quali van dicendo che noi vogliam dominare, invadere, inquisire…. Ma di chi è la colpa?… chi è che adopera la religione per i fini mondani?

La più vecchia delle due contesse tremava per l'ira in ogni fibra visibilmente; ma i suoi occhi piccoli, acuti, parevano fulminar l'incauta rivale. Nondimeno fu abbastanza padrona di sè, per non trascorrere di più colle parole; e sorgendo dal seggiolone, con tutta la dignità del grado offeso:—Non rispondo a chi viene a insultarmi in casa mia… Sopporto l'ingiuria come una prova che mi viene di lassù; ma, offesa, compiango e perdono a chi m'offende…. a chi, offendendo, pensa d'aver ragione, crede di vincere!…

Ciò detto, a lei volse le spalle, e rientrò lentamente nelle più interne stanze.

—Ipocrita! ambiziosa!… le susurrò dietro l'altra contessa: Fa l'atto d'amor del prossimo, e vorrebbe vedermi sprofondare dinanzi a lei… ma io sì, l'ho fatta sprofondare!… Sono anni e anni che non gustai un quarto d'ora come questo!

Capitolo Decimottavo

Chi si mette sulla via del male, nè più si riguarda indietro, cammina senza memoria, senza speranza, senza rimorso; come Caino errante nel deserto, egli crede di poter fuggire la maledizione di Dio che gli sta sul capo. Nell'animo del cattivo stanno nascosti i più cupi, i più spaventosi misteri che l'Eterno impose all'umana natura; e la sua miseria maggiore, e la contraddizione più dolorosa è quel crearsi una fatale necessità del male, rinnegando del pari vizio e virtù, ridendo della fede e del sagrifizio, non credendo nè alla ragione nè all'amore.

Ma il vizio lasciasi dietro un solco che più non si cancella. Quante volte, se venga a stringerti la destra alcuno che in segreto ti odii, tu ne senti un ribrezzo involontario, un gelo nel cuore! Quante volte, senza sapere il perchè, cerchi di fuggire chi ostinato s'attacchi a' tuoi passi, o appena lasci cadere una volta sopra di te una gelida parola, un sarcasmo! Quel senso così mesto, benchè il più delle volte non paja più certo d'un'ombra che passa sulla muraglia, o più vivo del ricordo d'un tristo sogno, benchè non sia che lo stormir d'una foglia, il freddo che ti punga al toccar d'un verme, pure è come un sospetto di morte, è la parola segreta che ti fa cauto di colui che t'è vicino. Hai veduto la modesta pratolina, spuntata appena su breve zolla tra i rovi della siepe, languire ignota e senza colore là ove nacque, e al secondo mattino non mirar più il sole? Tal è dell'innocente, a cui nella primavera della vita s'accosti insidioso l'uomo abituato al male. Dov'è il balsamo che possa sanare la piaga d'un povero cuore tradito?

Il lettore conosce già l'oscuro e uggioso quartiere, ove abitava il signor Omobono: e sebbene quel ricovero fosse nelle parti più deserte e malinconiche della città, a nessuno conosciuto, come la tana del lupo, noi vi torneremo ancora una volta, per iscoprire, se ci torni possibile, i tortuosi avvolgimenti di quell'uomo malvagio che con sì coperti artificj continuava, per fredda crudeltà, la sua vendetta contro la sventurata famiglia della Teresa.

Egli era salito alle sue stanze, dopo che, incontratosi un'altra volta col Rosso, suo degno ajutante, concertò con lui il modo più sicuro per riuscire ne' loro scelerati disegni, de' quali abbiamo potuto intravedere una parte. Serrò, sprangò la porta; poi cavata una borsa fe' scorrer sulla tavola parecchie monete d'oro: erano il ricavato d'un'asta giudiziale, ch'egli aveva fatto tenere in quella stessa mattina per ricattarsi d'un suo credito. Un onesto e vedovo padre di famiglia, cacciato dall'ultimo ricetto della miseria, andava quel dì a limosinare il pane per i suoi figliuoli; ma il signor Omobono era stato, a lira e soldo, pagato di tutto il suo, capitale e interessi.

Passò dietro al paravento, e chiuso ch'ebbe il denaro in quel suo forziere incassato nel muro, si pose a tutto suo agio sul piccolo canapè, per riposarsi del molto correre che aveva fatto; e aggrottando le ciglia, cominciò a pensare.

Quand'egli, in compagnia del cameriere dell'Illustrissimo, aveva cercato di tirar dalla sua anche il malaccorto cappellano, non lo fece per altro fine, che per ravviluppare l'infamia da lui meditata in una tale matassa che non fosse più possibile, in qualunque caso, trovarne il bandolo. Servire al capriccio dell'Illustrissimo, non era il suo scopo. Superbo e vile nello stesso tempo, egli aveva sempre strisciato nel fango; ma in cuor suo disprezzava, abborriva coloro che stanno in alto. Entrato in grazia di non pochi signori, fra quelli che per inerzia o spensierataggine aman di trovare aperta a ogni lor cenno la borsa di qualche usuraio, egli aveva tesa intorno a sè una gran rete d'intrighi e di baratti; e vedendo crescer l'oro ne' suoi scrigni, agognava il momento di potere alla sua volta disprezzare, come s'era veduto per tanto tempo disprezzato e calcato nel suo niente. Così, egli s'era abituato a fare il male, colla sorda voluttà del tarlo che rode le fibre d'un bell'albero antico.

Dal primo dì che, in casa della pegnataria s'imbattè con Damiano, il signor Omobono, da lui ributtato, soffocò nel cuore la rabbia e la vergogna che n'aveva sentito. Non vide come quel giovine avesse già indovinato ciò ch'egli voleva, nel profferirgli amicizia; non pensò al male che egli ruminava nel suo segreto, ma al dispetto di trovarsi così disprezzato, o forse così ben conosciuto. Poi, quando venne in confidenza della vedova, quando conobbe la bella innocente figliuola, vi fu un momento in cui avrebbe voluto disfare ciò che fece prima, non per altro che per secondar la volontà di un ricco svogliato e potente. Ma in quel mezzo, le replicate minaccie di Damiano, e il livore che lo rodeva dal dì che gli convenne tranghiottire il più vituperoso degli insulti, lo acciccarono del tutto, e non pensò più che a vendicarsi. E la sua vendetta doveva essere la più certa, la più atroce; voleva veder rovinata per sempre la famiglia della povera Teresa. Se in allora, la paura più forte della rabbia non l'avesse trattenuto, un delitto sarebbe stato un'inezia per lui, purchè avesse potuto vedere infami fratello e sorella. Fu per non porre a rischio se medesimo, che persuase al Martigny quella trista impresa, della quale già sappiamo la mala riuscita. Però, sebbene il colpo uscisse a vuoto, egli non lasciava intanto di mungere molt'oro a' suoi illustri mandatarj; tanto più che seppe in faccia a loro esagerare il corso pericolo. Nè aveva dimenticato quanto gli costò il salvarsi dalle pericolose ricerche dell'autorità, quel giorno che, insieme al signor Lorenzo e a Damiano, era stato condotto dinanzi a un processante. Il nome dell'Illustrissimo e un volpino intreccio di bugie, spiattellate là in quel primo costituto, l'avevano fatto uscir netto per allora: ma non si tenne sicuro fino al momento che al Martigny, imbarcatosi in acque perigliose, udì imposto lo sfratto dal paese, comechè costui non potesse nemanco provare ove fosse nato, malgrado i certificati messi fuori, equivoci come i fatti suoi. Ma l'Omobono non sentì nè rimorsi, nè compassione; solo paura. Sapeva bene che, dopo tante cose, l'Illustrissimo poteva fors'anche essersi dimenticato di quel passatempo, ch'egli un dì volle offerirgli, per divagarlo dal tedio signorile dell'etichetta. Ma come, per il fine più occulto a cui lavorava sempre e agognava, l'Omobono, con diabolica insinuazione, aveva saputo a quando a quando ricordargli la giovine, ritoccandogli dello smacco che si volle fare a lui, col portargliela via proprio sotto il naso; l'Illustrissimo, un bel dì, in un accesso di stizza, uscì a dire che volentieri avrebbe dato una delle sue più belle cascine nuove per mandare a monte il piano della confraternita, la quale aveva stimato agevole dar la legge a lui.

Fu dopo aver veduta nell'Illustrissimo codesta disposizione d'animo che il signor Omobono, ormai sicuro di condurre a fine nello stesso tempo due negozj, accaparrarsi cioè di nuovo la benevolenza del nobile padrone, e venire a capo di quella vendetta alla quale parevagli d'aver lavorato fino allora inutilmente, credè giunto il momento di raccor le fila già disposte. Vide alla prima che il far rapire la giovine dal Ritiro sarebbe stata follia pericolosa; lo spediente poteva esser buono a' tempi antichi; ora il codice criminale parla troppo chiaro. Per mettersi al coperto d'ogni conseguenza, studiò il modo più acconcio d'indur la fanciulla a fuggire dal ricovero; e credè d'averlo trovato.

In quell'ora ch'egli passò, solo, seduto là nella sua muta e fredda stanza, ricorse col pensiero la tortuosa via tenuta fino a quel giorno; non tremò, non ebbe raccapriccio di sè stesso; solo una volta mormorò sordamente:—Se non fosse stato quel ch'è stato fra Damiano e me, non saremmo venuti a tal punto!…

Ma se in cuor suo egli non sentiva il delitto, la sinistra espressione del viso, l'inquietudine di certi moti involontarii che gli sfuggivano a quando a quando eran segno dell'impazienza e dell'odio che dentro lo rodevano, della maledizione che lo accompagnava.

Senza dubbio, egli stava colà in aspettazione; ma poi, non vedendo comparir nessuno, più non potè tenersi cheto; e levatosi in furia, si passò la mano sulla fronte, come per cacciar le idee che gli formicolavan nella mente: e di nuovo uscì.

Damiano aveva speso gran parte di quel dì per iscoprir le traccie di coloro, che insidiavano sua sorella: poichè, sebbene non gli fosse noto ancora il tristo viluppo della macchinazione, pur sospettava fortemente che le persone da lui spiate la sera innanzi fosser capaci d'un delitto. Gli premeva dunque più di tutto di ritrovar quel prete da cui aveva potuto già cavar non poco di quanto gli era mestieri di sapere. E comunque Rocco (chè ormai l'uno non poteva più far senza dell'altro) lo pressasse d'andarne difilato al Ritiro e di parlar fuor de' denti, tanto che gli lasciassero condur via la sorella, Damiano non ascoltò ragione, e volle prima stanar la persona che doveva, al caso, confermare colla propria testimonianza le sue parole.

Ma don Aquilino, con la troppa sua paura in corpo, era sparito: e a' due giovani, per quanti passi spendessero, nessuno seppe dar novella del dove fosse ito a finire. E anche di poi, per quante ricerche facesse tentare il suo illustrissimo padrone, non fu più udito parlare di quel pretoccolo, l'ultimo forse di coloro che saranno immortali ne' versi del buon Carlo Porta.

Al venir della sera, Damiano e Rocco, che speravano tuttavia poter giungere a tempo per mandare a vuoto l'infame tentativo, camminavano silenziosi sulle mura della città, poco discosto dalla porta Romana; poi svoltavano in una remota via che tra siepi e muricciuoli d'ortaglie e di verzieri, conduceva verso il Ritiro.

Sonava l'avemmaria da tutti i campanili della città; e i due n'andavan cauti e sospettosi, attenti a ogni pedata, a ogni romore vicino. Damiano aveva fisso di vegliar colà tutta notte, e al far giorno, presentarsi al Ritiro per domandare sua sorella, e ricondurla a qualunque costo presso la madre.

Rocco, che non aveva voluto abbandonare l'amico in quel frangente, gli veniva a lato più sereno di lui, per una speranza segreta di rivedere fra poco la buona Stella. Ma il cuore di Damiano batteva forte; e l'amico, strettagli una mano, la sentì fredda.

—Cos'hai, Damiano?

—Non lo so, Rocco. Un cattivo presentimento… Oh! cosa possiam far noi due contro la maledetta prepotenza di tutti costoro?

—Come! sei tu che parli, Damiano? tu, franco nelle disgrazie, come dev'essere un uomo?

—Sì, ho creduto di poter farlo il mio dovere. Ma quel ch'è successo, lo vedi!….

—Taci, siamo al punto di fare una giustizia anche noi!… Tu non puoi dire che, venuta l'ora, manchi Quello che ha detto: Ajutati, e ti ajuterò! Non è forse Lui che n'ha messo sulla via di questi traditori?…. E non è Lui, che anche stamattina, t'ha fatto trovare in mano dell'arciprete le trecento lire lasciate per te dal tuo vecchio compare?…. In questi momenti, sono….

—Una fortuna…. basteranno per vivere tre mesi; e poi….

—E poi, Dio vede….

—Hai ragione, Rocco; tu sei buono, e confidi nel cielo. Io, in cambio, sono avvilito, perduto…. e quasi, non credo più al bene.

Tacquero; indi, tutto sgomentito nella mente:—O mia sorella! disseDamiano: ti vedrò ancora?….

—Cosa pensi adesso? riprese Rocco: è ben vero che sarebbe stato far meglio correr subito a tirarla fuori da questa mal'aria… Ma non hai dato ascolto a me; hai voluto ostinarti per trovar que' birbaccioni sul fatto…. e c'entrava forse il gusto della vendetta, lasciami dire! Basta solo che non arriviam tardi.

—E sei tu che mi vieni a parlar così? e in un momento come questo?

—Sì, hai ragione…. Non darmi ascolto, sai. L'è un resto di quella mia paturna d'una volta…. Tutto andrà bene; è giusto che voi siate contenti alla fine…. La mamma guarirà presto, tornerà a stare con voi due…. Voi sarete felici; e Rocco?…. Rocco sarà come prima, solo al mondo.

—Taci adesso! lo interruppe Damiano: non ti pare che qualcuno venga di là?

—No; è l'angolo del murello che getta l'ombra lunga.

—E se il cappellano ci avesse traditi?

—È impossibile, moriva di spavento; e poi ha giurato….

—Per uno come lui, cos'importa?… E se, in cambio, con que' tali che volevano fargli fare una così ladra figura, egli avesse vuotato il sacco?… Se la paura fosse stata più forte del rimorso?….

—No, no; dopo quel ch'è stato jeri, scommetto che ha creduto più sano di cambiar aria.

—Così, per causa sua, abbiam perduto un giorno! E chi sa….

—L'aveva detto io che bisognava lasciarlo a cuocer nel brodo colui; e alla bella prima venir qui a cercar di quella poveretta.

Damiano stava pensoso; e di lì a un momento, afferrando l'amico per mano:

—E se tentassimo adesso d'entrar là dentro?…. di vedere, di sapere almanco….

—A quest'ora? sei matto?…. se non pensiamo noi a gettar giù l'uscio, quelle streghe di là dentro non ci aprono sicuro. Bisogna aver pazienza, aspettar domani.

—Ma noi, cosa facciamo adesso? Allontanarci di qui?…. No, per qualunque cosa al mondo. E se questa notte appunto que' dannati?… No, Rocco; io non mi muovo.

—Ci stai tu, eh! ci sto anch'io. Delle notti, alla serena, n'ho passate parecchie…. e qui, con te, a far la guardia per quella povera e buona Stella, mi parrà una notte del paradiso.

Sedettero a' piedi del murello, e continuarono a parlare, a voce sommessa, di ciò che più stava loro nell'animo, porgendo l'orecchio e interrompendosi a ogni più lieve romore; ma in tutta la notte non passò per quel solitario cammino anima viva. E Damiano che, per essere pronto a qualunque evento, aveva saputo vincere anche quel sopore della stanchezza che l'opprimeva, si diede a pensare che forse i suoi sospetti erano stati soverchi, e che a' persecutori della sua famiglia forse non bastava l'animo di consumar quell'ultimo delitto.

Venuta la mattina, appena s'accorsero che s'era fatto qualche movimento nella casa, vennero difilati alla porta del Ritiro.

Sonarono. Una vecchia fantesca, la quale stava spazzando il portichetto e l'andito, aperse la porta e domandò chi fosse. Quando Damiano, detto il proprio nome, domandò di parlare a sua sorella, la donna, facendo due spiritati occhiacci, si trasse indietro almen tre passi, e scrollando i lembi di una vecchia cuffia nera e due piccoli ricci bigi, appuntò per terra la scopa, come per ischermirsi da que' due, e:—So ben che mi canzona: disse con flemma: dopo quel ch'è stato ieri…. venir qui, con quell'aria innocente… è una vergognaccia!

Ma, insistendo Damiano con far più severo, anzi angoscioso, e cominciando Rocco a levar la voce, per darle a capir la ragione, la vecchia tentennò il capo:—Sarà vero, replicò, tutto quel che dicono; ma io non so altro, se non che la figliuola che loro signori vengon qui a cercare ha fatto uno scandalo, un precipizio…. Non tocca a me a parlare, a giudicare…. Ma, tant'e tanto, mi pare che l'avesse il suo merito anche lei…. con quel suo far di santerella!—E parendole che i due giovani non volessero capacitarsi:—Ma, sissignori: finì: non è forse lei che jeri, dopo il desinare della comunità, da vedere e non vedere, è sparita di qui, dalla parte dell'orto?…. Chi sa poi cosa ci sia sotto!…. Se un di lor due è suo fratello, potrà saperne più di me…. Io non posso che pregare per i poveri peccatori.

E ciò detto, ricondusse i due, che stupidi e fuor di senso quasi, guardavansi senza parlare, fino all'entrata; e messili fuori, chiuse la porta, poi corse a riferire alla superiora il tentativo fatto da quegli sconosciuti per intrudersi nel Ritiro.

Damiano si fermò un momento dinanzi a quella casa, come trasognato; poi levando la destra, in atto di muta disperazione, trasse un profondo sospiro e guardò il cielo. I due amici nulla si dissero; ma togliendosi di là, confusi, annientati da quel colpo inaspettato, eran fissi nello stesso pensiero; nel pensiero di ciò che poteva succedere, in quell'ora, della povera Stella. Ricorrere all'autorità, in un simile frangente, pensavano tutti e due essere tardi, forse inutile, forse impossibile; Damiano non agognava che di trovar l'uno o l'altro de' due scellerati, non potendo dubitare che la cosa fosse accaduta senza di loro; voleva trovarli, strappar loro per forza la verità, sapere in quel dì stesso, a qualunque costo, a costo d'un delitto, dove fosse sua sorella.

Ma il freddo durato in una lunga notte d'ottobre, i concitati pensieri e l'ira stessa che gli stava nel cuore avavano oppresso Damiano sì fattamente che non potè più reggersi in piedi. Rocco lo sosteneva pietosamente, ma non sapeva dirgli nulla. Vide aperte le porte d'una chiesa, e vi condusse l'amico. Damiano lasciossi cadere su d'una panca; in quell'istante gli tornò al pensiero l'ultima volta che Stella, colla sua dolce persuasione, l'aveva con lei condotto nella casa del Signore; e parevagli che la passione dell'odio cominciasse a quietarsi un poco; raccolse l'interno vigore che ancor gli restava, diede un'affettuosa occhiata al fedele compagno, e sentendo come un bisogno di pregare, inginocchiavasi.

—O Dio! diceva intanto nel cuore, scaccia da me la tentazione del male, dammi coraggio in quest'altra prova; Tu che lo puoi, conduci i miei passi, salva mia madre e mia sorella!—

All'uscir di chiesa, aveva deliberato ciò che gli restasse a fare. Vedeva troppo pericoloso raccontare a sua madre, in quell'estremo, la nuova sciagura, la più terribile di quante eran cadute sopra di loro: e poi, innanzi di mettersi sulle traccie de' rapitori di sua sorella, credè necessario di aprirsi coll'abate Teodoro, nel quale aveva trovato veramente l'uom giusto e forte… Non essendo molto discosto dall'Ospedale, vi corse, data al Rocco la posta sul vicino ponte; e salito in fretta al piccolo quartiere, bussò leggermente.

Non udendo rispondersi, e trovata aperta la porta, s'inoltrò adagio; vide seduto nell'altra stanza, al tavolo di studio, una persona, che credè essere lo stesso don Teodoro. S'arrischiò di pronunziarne il nome, e non avendo ottenuta risposta, pensò che non fosse lui; fattosi animo allora, domandò più forte:—Dica in grazia, starà molto a tornare don Teodoro?

La persona che sedeva con le spalle rivolte alla porta, appoggiate le gomita sulla tavola e la testa fra la mani, si riscosse a quella interrogazione; e voltandosi rapidamente, riconobbe Damiano, e gli corse incontro. Era Celso, che gettavasi nelle braccia del fratello.

—Oh Damiano! sia ringraziato il Signore: disse l'abate.

—Tu qui? ma come?

—Ah se tu sapessi! è don Teodoro che mi ha chiamato presso nostra madre; essa gli ha raccontate le nostre disgrazie. Io era lontano di qui… non son arrivato che jersera da un lungo viaggio. Una lettera di don Teodoro al mio superiore, m'ha fatto sapere la verità; e son venuto qui, a cercare della povera mamma. Qui era il mio posto!….

Damiano, a dir vero, nutriva un resto di rancore verso il fratello, dubitando che le insinuazioni del Padre Apollinare gli avessero spento per sempre l'affetto de' suoi; pensava, che di cuor debole e timoroso com'era sempre stato, non avrebbe saputo strigarsi dalle reti sottili a lui tese da' suoi gelosi protettori. Ma don Teodoro, appena seppe in parte, e in parte indovinò come stessero le cose, era riuscito a metter soggezione al Padre Apollinare, che non trovò prudente d'opporsi, per il momento. Il prete aveva parlato in nome d'una madre che vuol rivedere un figliuolo prima di morire: la sua lettera seria e sincera bastò, se non altro, a guastare un disegno che da lungo aveva concepito quel rappresentante d'un occulto potere.

—Oh quante cose ho a dirti, Celso! E la mamma, l'hai tu veduta?….

—Aspettava qui don Teodoro che mi conducesse a lei. Dopo quel ch'è stato…. mi sentiva mancar il cuore; ma andiamo, andiamo insieme, Damiano. Io vorrei, vedi, poter mostrarti quel che sento nell'anima…. E adesso, dimmi: Stella…

—Taci, per carità!—Questo nome, richiamandolo all'angoscia, che per poco taceva nel suo cuore, fu per lui un'altra ferita.

Pochi momenti di poi, la signora Teresa rivedeva i suoi due figliuoli: essa non potè dir loro molte parole, ma pianse di consolazione. E i suoi occhi pieni di lagrime andavan cercando la Stella, che le mancava. Povera madre! Ella non sapeva che destino sovrastasse in quell'ora alla sua fanciulla.

Capitolo Decimonono

Il dì innanzi, verso l'ora consueta del desinare della comunità, Stella usciva non vista della scuola ove stava colle compagne a lavorare. Attraversato un corritojo oscuro, che trovò per caso aperto, scendeva nell'orto; e trattenendo il respiro, bianca come il fazzoletto ond'avea coperto il seno, guardavasi indietro a ogni passo, per terrore che alcuna delle maestre si fosse già avvista della sua sparizione.

In quella mattina era stata veduta trattenersi a lungo in gran segreto con una donna che venne a cercarla: era una vedova, la Barbara, loro vicina di casa. S'era costei pigliato il carico d'annunziarle come sua madre fosse malata e in pericolo di morire: ma veniva mandata da un tale che metteva la più grande importanza all'effetto di quella dolorosa notizia.

Stella, camminando leggera sull'erba, rasente il basso recinto del giardino, giunse presso la porticina che rispondeva in una viuzza perduta, e di là sulla mura. Levò gli occhi al cielo, come per chieder perdono di quel passo; pensando a sua madre, non sentiva che il rimorso d'averla abbandonata: il dubbio poi di non poter forse giungere a tempo per vederla viva, la tolse d'ogni incertezza, d'ogni sgomento.

Allora trasse fuori una grossa chiave che nascosamente avevale recata la Barbara, e con quella si provò a disserrare il rugginoso catenaccio. Le sue piccole mani non avevano forza bastante; atterrita al più leggero scricchiolìo della toppa, già stava per ritornare su' suoi passi, quando, rimessa la mano sul bolzone, credè d'udire una voce che sommessamente la chiamasse dal di fuori. Il catenaccio cedè, la porta s'aperse. La persona che l'aveva chiamata per nome, e che là stava ad aspettarla, era la Barbara.

Costei la pigliò subito per mano, dicendole:—Andiamo, la mia figliuola…. lo sapeva bene che saresti venuta…. andiamo insieme, dalla tua povera mamma.

La Stella tremava come una foglia; fu presa da un involontario ribrezzo, appena che quella donna le toccò la mano; voleva tornare indietro, e un sospetto confuso le traversò la mente, che tutto potesse essere un orribile inganno. Ma le sovvennero le amare parole a lei dette dalla superiora la mattina, quand'essa le chiese licenza d'andare presso la madre morente.—Volete voi? le aveva risposto: non voglio io.—

Il ricordarsene le ridiede il coraggio che aveva già perduto; e senza più saper che facesse, lasciossi condur via; nè s'avvide d'un uomo il quale, a poca distanza, stava in agguato, e che allontanossi lungo il recinto, guardingo e frettoloso.

Battevano le tre ore.

Ella pensò ch'era il momento in cui le sue compagne del Ritiro, finita la scuola de' lavori, andavano in fila nel refettorio terreno; pensò che la sua fuga doveva già essere scoperta, e con ansietà, giungendo le mani, si volse alla Barbara.

—Per amor del cielo, mi conduca subito a casa; ho bisogno d'esser vicina alla mamma; io muojo di vergogna e di paura.

—Non far di queste smorfie…. Non andiamo verso casa, forse? guarda che la gente non s'accorga. Non parlare, rasciuga gli occhi.

—E lei m'aspetta…. non è vero?…

—Ma sicuro, non te l'ho detto cento volte?

—Oh! se non era lei che mi domandava….

—Sì, sì, vien pure con me, sarai contenta poi….

Attraversavano il ponte di porta Tosa; e di là, per il corso e per quelle viuzze che mettono alla piazza Fontana, s'avvicinavano a' luoghi ben noti alla Stella. Ignorava tuttora, e la Barbara aveva troppa ragione di tacerglielo, che la madre sua non fosse più là; sospirava di salire a quell'umile quarto piano, ove per tanto tempo avevano nascosta la loro povertà; e col pensiero vedeva il letto di sua madre nell'alcova, sentiva nel cuore la voce benedetta di lei.

—Ma non si sa niente di Damiano, di quel mio fratello?… chiese poi Stella alla sua accompagnatrice. Cosa n'è successo mai? è poi vero che l'abbian messo in libertà?

—Ma taci adesso….

—E il mio fratello abate? di lui mi vorrà ben dire quel che sa.

—T'ho detto di non parlare…. Non bisogna figurarsi d'esser fuori di pericolo; non è cosa da niente scappar da un Ritiro; e chi sa mai….

—Oh Signore! ma non è stata lei?….

—Quel ch'è fatto, è fatto! adesso bisogna aver prudenza, e lasciarti regolare.

Saliva Stella, col cuor tremante di gioja, le anguste scale di quella che fu casa sua, e giunta sull'ultima balconata s'avviò quasi correndo: trovò aperta la porta, si precipitò dentro, volò nell'altra stanza, gridando:—O mamma! povera mamma!….

Ma l'alcova era deserta; una donna, che Stella sulle prime non riconobbe, le venne incontro; e:

—Vieni pure, Stella: le disse: io non ti voglio del male a te…. questa è adesso casa mia; e se vuoi star qui con me….

Era la signora Emerenziana. Il sorriso che costei aveva sulle labbra, nel dir così, fece rabbrividire la Stella.

—Oh Dio Signore! gridò la tradita fanciulla: ma dov'è la mamma? per amor del cielo, dov'è?….

Si volse indietro, e la Barbara non era più là.

—Tua madre?…. disse la vecchia pegnataria con flemma: tua madre, è un pezzo che se n'è andata.

—Non è vero!… Ma come? ma dove? io non so niente. Oh! dove sono mai? Oh! mamma, dove sei?…. io voglio la mia mamma!

—Sta quieta, la mamma s'è ammalata….

—Io voglio vederla,

—E non sai mica, continuò in tuono benevolo l'altra colla sua falsa flemma, che l'hanno portata all'Ospedale?

La giovinetta sentì al cuore uno schianto, e cadde come morta fra le braccia della perversa vecchia….

Ricomparve indi a poco la Barbara; fra lei e la Emerenziana portarono la svenuta fanciulla in certe stanzette attigue, dalla pegnataria prese a pigione insieme al piccolo quartiere ove prima abitava la nostra povera famiglia. La posero sovra un lettuccio, in un bugigattolo, avanzo di solaio, senza finestre, fuorchè un abbaìno, dal quale cadeva a stento un po' di luce.

Così l'insidia, tessuta con tanta sottigliezza, con tanto segreto, si compiva oltre quanto sperassero coloro che l'avevano macchinata. Il nemico di Damiano poteva cominciare a rallegrarsi con sè stesso: egli era riuscito a trascinare l'ingannata fanciulla in una casa infame.

Le due vecchie non si pigliarono fastidio ch'ella fosse svenuta: quel deliquio, dicevano, non poteva venir più a proposito, per liberarle dalla noja del primo piagnisteo della fanciulla. Acconciata che l'ebbero sul lettuccio, uscirono senza pur volgere uno sguardo sopra di lei; diedero di chiave all'uscio, nè s'accorsero d'un lungo gemito dell'infelice, che in quel momento cominciava a ritornare alla vita.

Due altre comari del vicinato, messo il capo dentro della porta, domandarono la signora Emerenziana: esse forse non erano al bujo dell'avvenuto. La pegnataria, persuasa della necessità di tenersele buone, andò loro incontro con gioviale premura, e le fece venire innanzi; poi disse loro che non voleva proprio lasciarle andar via, prima di fare, alla buona e tra amiche, un po' di merenda. Detto fatto, ne spacciò una dal vendarrosti, che di fresco aveva aperto bottega sull'angolo della via; essa intanto, coll'altre, si mise ad apparecchiare, a cavar fuori da uno stracantone posate e tondi e bicchieri; quelli fessi, scompagnati questi, e venuti d'ogni parte per trovarsi insieme nella credenza della pegnataria. In breve una fumante cavolata, in cui nuotavano resti di salsiccia e d'altro carname, poi uno spicchio di vitella col ripieno di noci e un fiasco di vin vecchio, furon pronti sul desco; e le quattro femmine a sedervi d'attorno. Cominciò un coro, da disgradarne quello delle streghe del Macbetto; voci acute e roche, insulso e disonesto parlare, risa villane, e sbatter di bocche sdentate; qualche strilli di quando in quando, somiglianti al guair del gatto selvatico; ma sopra l'altre la voce chioccia della pegnataria che, a fine di rallegrar le comari, pigliava a raccontare a suo modo l'avventura di Stella.

Questa intanto, nella sua prigione, risensando a poco a poco, s'era sollevata sul duro giaciglio; e come si trovò sola, disperata d'ogni soccorso, balzò in terra, e fuor di sè cominciò a girar per l'angusta cameretta, cercando intorno un'uscita. Tutto a un tratto sostava, tendeva l'orecchio, figurandosi che tutto fosse un orribile sogno e che fra poco si sarebbe trovata nelle braccia di sua madre….

Ecco che, dall'altre stanze, penetrano fino a lei le stridule voci delle quattro vecchiarde e lo strepito delle stoviglie percosse; e, fra il gridare e il ridere, udì chiaro il proprio nome.

Lasciò cader le braccia lungo l'affralita persona, e intrecciando le mani, levò al cielo i begli occhi gonfi di lagrime: chiunque l'avesse veduta in tal'atto si sarebbe impietosito. Un misterioso sgomento assalì in quell'istante l'anima della giovinetta: non era terrore, non era ribrezzo; ricordavasi del giorno in cui, per la prima volta, indovinò a che insidie, a che pericoli vada incontro una poveretta, la quale non abbia altro bene al mondo che la sua onestà e la sua bellezza. Pensava alla madre, a Damiano ch'essa credeva tuttavia in prigione: egli solo, se fosse stato libero, come la salvò un'altra volta, avrebbe potuto salvarla in quell'ora. Poi s'inginocchiava, per raccomandarsi alla Madonna; ma la sua anima era troppo agitata e confusa, e a stento potè dire le prime parole dell'Ave Maria.

Poco prima di mezzanotte, udì stridere il catenaccio; e la signora Emerenziana, in atto di studiata compassione, venne per domandarle come si sentisse, se avesse riposato, se volesse bere o mangiare; si tenesse proprio come in casa sua.

Ciò parve alla fanciulla ancora più atroce di ogni tormento: era lo scherno aggiunto alla vendetta. Disse che non voleva nulla, che non voleva nessuno, e che, venuta appena la mattina, sarebbe partita da quella casa.

—E dove vuoi andare, povera figliuola?… rispondeva la vecchia, fra sè ruminando intanto che le sarebbe tornato acconcio di non trovarsi così sulle braccia, quella piagnolosa martirella.

La fanciulla sarebbe morta nel durar di quella notte, se l'angoscia e il delirare della mente in mezzo alle larve che la circondavano non l'avessero prostrata così che le convenne gittarsi di nuovo sul letto; dove il sonno, breve conforto, scese a prepararla a nuovo dolore.

Ma Damiano, in questo mezzo, certo appena della sparizione di sua sorella, non aveva perduto un momento. Dopo ch'ebbe lasciato il fratello abate presso al letto di sua madre, facendosi promettere che avrebbe per allora taciuto a lei, comechè troppo debole e oppressa, la recente disgrazia la quale poteva troncarle d'un colpo gli ultimi giorni, egli corse quasi disperato verso il palazzo dell'Illustrissimo; sapeva che là soltanto sarebbegli stato possibile trovar qualche traccia di colui che aveva preparato, o forse consumato quel vituperio. Com'uom fuor di sè, egli si sentiva capace di tutto.

Ma, giunto a pochi passi dal palazzo, vide venire a quella parte don Teodoro. Il coadiutore, scorgendo il giovine così mutato, così travolto in viso, lo trattenne, con piglio severo domandando che avesse. Alle prime parole di lui, argomentò che trattavasi di grave cosa; nè volendo avere a testimonii gl'indifferenti passeggieri, don Teodoro s'appartò con esso in una deserta via a fianco del palazzo, e fecesi contar su minutamente ogni cosa. Non appena ebbe udito i dubbj che fremevano nel cuor di Damiano, l'assicurò, quanto a sè, non credere che quella persona d'alto affare di cui sospettava, volesse intrigarsi in una impresa così scellerata, così pericolosa; si quietasse, chè avrebb'egli medesimo cercato di fargli saper prima di sera il luogo ove fosse la giovine; lasciasse in somma fare a lui, chè non gli somigliava difficile veder dentro in quella trama: nè gli tacque come, appunto allora, dovesse recarsi a parlare all'Illustrissimo, per un'altra ragione di non piccol momento.

Ma Damiano non voleva chetarsi; onde il prete si fe' da capo a consigliar tanto lui, quanto Rocco che si dessero attorno senza perder tempo, per cercare in altro modo qualche traccia della fuggitiva; senza però destar romore, affine di non mettere a rischio il buon nome della fanciulla: disse poi a Damiano ove l'avrebbe trovato dopo mezzodì, e lasciollo con queste parole:—Fatevi cuore, figliuolo: c'è lassù Quello che veglia sempre.

Noi seguiremo i passi dell'abate Teodoro, che tornava pensieroso, ma sicuro di sè stesso, verso il palazzo, colla coscienza di chi cammina per fare una buona azione.

Capitolo Ventesimo

Don Teodoro conosceva quella superba dimora, e quel vecchio erede d'un gran nome. S'era trovato alla presenza di lui, in una circostanza che il lettore non avrà forse dimenticata: quando, appena morta l'infelice Marianna, madre di quel perduto fanciullo di cui non aveva saputo in tanti anni raccogliere alcun preciso indizio, egli s'era presentato al fastoso signore, per adempiere l'ultima volontà della moribonda donna. Ma era passato tanto tempo, e temeva non poco che mal sortisse la prova, per la quale s'era fatto animo a tentar di nuovo il cuore di quell'uomo. Il saggio prete usava più spesso nelle case de' poveri che in quelle de' ricchi; egli pensava d'esser chiamato a spender la vita per sollevare gli oppressi, per umiliare i superbi: ond'è che la sua parola riusciva, di solito, poco accetta all'orecchio de' grandi; ma, sebbene avesse per ciò appunto di molti nemici, non osavan dichiararsegli tali apertamente, colla tema fors'anche d'ajutar per questa via il maggiore suo trionfo.

Al suo entrare nell'anticamera del palazzo, i servitori si guardarono tra loro in faccia, con non so qual maraviglia: pensando forse che il modesto prete fosse qualche nuova premura della padrona, e che avesse preso in fallo lo scalone degli appartamenti dell'Illustrissimo, un d'essi, alzando il gomito con atto villano:—Ha fallato, signor abate; dall'altro scalone.

—Non ho fallato; ho bisogno di parlare al vostro signore.

—Non si hanno ancora gli ordini dell'Illustrissimo, questa mattina.

—Andate a domandarglieli.

—Non si usa, signor curato, o quel ch'ell'è: ripigliò quel zotico, senza pur muoversi dallo scanno su cui stava a cavalcione.

—Se non volete annunziarmi, bisognerà che mi faccia innanzi io stesso.—E ciò disse, con tale dignità seria e sdegnosa, che l'insolente servo, credendolo qualcosa di più che non pareva, e dubitando delle conseguenze d'un granchio che avesse pigliato, stimò bene di domandare a un de' compagni, che cercasse del Rosso, per sapere se il padrone desse udienza.

—Dite ch'è l'abate Teodoro, e che viene per cosa di certa importanza: soggiunse il prete.

Intanto che l'altro servitore lo precedette, don Teodoro, camminando innanzi e indietro per la vasta anticamera e per l'attigua galleria, pensava a tutto il male che aveva fatto un capriccio di quel grande a cui stava per parlare; e qualche sguardo inquieto, che a ogni poco gittava sulla porta dell'interno appartamento, palesava la sua incertezza e il tedio dell'aspettare.

Passata mezz'ora buona, ricomparve il servo a dire che, quantunque l'Illustrissimo fosse occupato e poco ben disposto, valeva però fare un'eccezione per lui. E, con un certo rispetto, lo invitò a venirgli appresso.

Il vecchio patrizio, ravvolto in una morbida zimarra di broccato, se ne stava a grand'agio nel suo seggiolone, appoggiando un braccio sopra lo scrittojo; prezioso arredo d'antica data, tutto intarsii e dorature, a cui sormontava una foggia di scansìa con agate e lapislazzuli incrostati: di questo capolavoro del tempo di Francesco di Francia, l'Illustrissimo soleva dire, in confidenza, ch'era dono d'un gran contestabile a una sua arcavola di bellezza famosa. La guantiera d'argento che gli era vicina, con una tazza di cristallo e due nane boccie contenenti una pozione torbida, biancastra, a dir vero, mal non s'accordava colla livida e annebbiata sua fisonomia. Quella mattina egli s'era levato più tardi del consueto, dopo una notte insonne; e per cacciar l'uggia che si sentiva ne' pensieri aveva legicchiato alcune pagine d'uno scandaloso romanzo francese del secolo passato, e un insipido articolo di politica d'una gazzetta ufficiale ch'eragli fuggita di mano: poi non trovò di meglio che sfogar la bile con alcuno de' servi o dipendenti che gli capitasse innanzi. Quando gli annunziarono l'abate Teodoro, stava l'Illustrissimo combattendo contro la noja e il dispetto che da qualche tempo l'assediavano più importuni, e pensava al viaggio degli anni che andavano innanzi anche per lui, a quegli acciacchi che lasciavansi dietro.

Rimase un poco in forse; poi, fosse gusto di trovare una vittima nuova o diversa, fosse un'improvvisa mutazion di pensieri, disse al servo che facesse entrare il prete.

Don Teodoro, fattosi innanzi contegnoso e tranquillo, chinò il capo senza parlare, mentre l'Illustrissimo accennavagli di sedere. Eran corsi vent'anni dal giorno che questi due uomini s'eran trovati a fronte un dell'altro, in quella camera stessa; don Teodoro veniva per tentare un'altra volta nel cuore del patrizio la stessa corda che allora aveva inutilmente tentata: ma l'Illustrissimo, nel turbine d'una vita logorata da' piaceri, inebbriata dal fumo delle ricchezze, aveva perduta la memoria di quel colloquio, e di quel nome di cui il prete sperava destare un'eco in fondo dell'anima sua. Forse egli lo credeva qualche nuovo accolito della corte di sua sorella, qualche occulto esploratore dell'accampamento nemico: e gli sarebbe piaciuto di pigliar l'inviato della dama in quella medesima rete ch'esso voleva tendere a lui.—E saprò capir ben io (pensava) se costoro mettano già in conto l'usufrutto del fatto mio.

L'Illustrissimo continuava a tacere; il prete credè allora di poter rompere il silenzio pel primo.

—Non so veramente, s'io abbia l'onore d'essere riconosciuto da lei, signore.

—La conosco, signor abate… di nome almeno: freddo freddo rispose il patrizio, pigliando da una scatolina d'avorio e ponendosi in bocca non so che pastiglie gommose.

—È gran tempo ch'ebbi occasione di parlarle; ma suppongo… confido che non m'avrà dimenticato…

—In coscienza, non mi ricordo affatto.

—Son vent'anni… Io era venuto qui, in nome… in nome d'una infelice, morta a quel tempo…

Tacque un istante, ma come vide offuscarsi la fronte del vecchio, che facendosi ritto sulla persona cominciava a guardarlo fiso, ripetè:—A nome d'una infelice, e per domandarle una riparazione… che…

—Che? che?… favorisca di spiegarsi più chiaro, se le piace. Non so davvero cosa ella venga quì a raccontarmi: già loro preti, n'han sempre pronte di simiglianti storie…—E ciò gli disse con voce un poco risentita, mentre lo squadrava da capo a piedi, come per mostrargli maraviglia di quel suo audace esordio.

—Non si sdegni, o signore, di qualche espressione che può parerle troppo viva forse. Io so bene che, dove appena le dicessi un nome, ella non sarebbe certo così poco giusto da fare strapazzo d'un uomo che le parla con verità e franchezza. È ben vero che gli anni ci han mutati entrambi; ma ciò di che io voleva intrattenerla, non è cosa che s'abbia facilmente a dimenticare… Perdoni, dunque, signore!… Questa lettera mi farà conoscere.

E traendo un foglio, glielo pose sott'occhio. Era la lettera, scritta per ordine dell'Illustrissimo dal suo procuratore; quella stessa, con cui era stato fatto all'abate Teodoro assegnamento di sei mila lire, a beneficio d'una persona a lui nota. L'Illustrissimo vi gettò gli occhi sopra; e mal suo grado un visibile ribrezzo lo colse; si ricordava benissimo del prete; e tutti quegli anni passati dalla prima volta che lo vide gli parvero un breve sogno. Il nome della Marianna, dimenticata, morta da tanto tempo, gli venne quasi involontariamente sulle labbra; e don Teodoro se n'accorse. Fece silenzio, e fissò il mesto e penetrante suo sguardo nel viso accigliato dell'Illustrissimo; il quale, contro il solito, e a causa fors'anche della indisposizione che lo faceva a sè stesso più increscioso, non seppe sostener quell'occhiata severa, benchè in cuore s'infastidisse di non trovar parole per frenare, come avrebbe saputo in altro momento, la tracotanza dell'importuno visitatore.

—Signore! il prete ripigliò pacatamente, in atto di chi parla persuaso d'aver ragione: Ella ha un gran nome, e a questo mondo cammina tra i primi; onori, fortuna, illustri attenenze, quanto fa per solito il sogno o l'invidia degli altri, a lei tutto ciò è come un diritto: ma, per un uomo che trionfa quaggiù, quanti non piangono e soffrono! La via larga le è aperta dinanzi; ogni sua parola è, per il piccolo mondo che la circonda, una legge; ogni desiderio cosa fatta. La ricchezza dà il potere, e gli uomini si prostrano volentieri a quell'idolo che non fu rovesciato ancora dal suo piedestallo, e forse nol sarà mai, al vitello d'oro… I pochi che stanno in alto, di rado abbassan gli sguardi per interrogare i patimenti della moltitudine, costretta a strisciare a' loro piedi; non sanno per che fine la ricchezza a loro fu data; non veggono, all'incontro, che frutto della loro ricchezza è bene spesso la miseria altrui. Scusi, o signore, se io parlo senza molti rigiri; ella sa quel che m'intendo dire.

—Nè vedo, nè so, il perchè mi voglia regalar questo squarcio di predica sulla vanità delle ricchezze.—E frenandosi a stento, sorrideva ironicamente; poi:—So bene che molti di lor signori usano disprezzare ciò che non ponno avere per sè.

—Io non disprezzo i ricchi, e non li invidio. La ricchezza può esser dono del cielo; può essere anticipata maledizione. Nessuna cosa al mondo bisogna stimarla oltre l'uso che l'uomo può farne; e ben di rado, o mai, l'oro potrà dargli l'amore, l'amicizia, il santo affetto della patria, la virtù modesta e tranquilla nell'esercizio del dovere. La ricchezza è un bene, ma è quel bene che più d'ogni altro corrompe sè stesso; e corrompe altrui. Lasciam queste cose, abbastanza viete, se vuole, ma non per questo men vere; poco importano a ciò che venni per dirle.

—Sì, mi risparmi i quaresimali, signor abate; ringrazii poi la fortuna che oggi io non ho voglia d'inquietarmi, poichè mi sento non troppo bene: se no, l'avrei già pregato a cangiar di stile.

—Io le debbo essere importuno, lo comprendo; ma il motivo che io le accennava, e che appunto mi chiama, sarà la mia scusa. Quando, molti anni fa, venni a raccontarle gli ultimi momenti d'una infortunata che, giovine ancora, moriva quasi nella disperazione, lasciando in terra una creatura più misera di lei, un bambino senza nome, senza asilo, condannato a portare il peso d'una vergogna e d'una colpa non sue…. ella, o signore, non volle ascoltarmi; mi fece poco meno che cacciar fuori delle sue anticamere; in quel momento le tornava nojoso parlar di miserie. Ma ella sapeva d'aver grave ragione per compiangere quella sciagurata; e si pentì poi di non avermi dato ascolto: fu allora ch'io ricevetti, per ordine suo, una piccola somma colla quale provvedere a quell'innocente, già adottato dalla carità pubblica. Nè a lei era ignoto, perch'io stesso adempiva al dovere di dargliene conoscenza, come quel bambino affidato a una famiglia di contadini, fosse di poi sparito; ella sa ancora che la povera sua madre era già morta, senza nemmeno la consolazione di conoscere se il poverino vivesse tuttavia. Intanto il piccolo capitale, da me tenuto in deposito, s'accrebbe, e a quest'ora si è raddoppiato…


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