Chapter 11

—Potrà esser vero ciò ch'ella dice, ma è cosa che non mi tocca così da vicino, perchè ci sia necessità ch'io mi tenga in mente tutti questi particolari….

—Come?

—Se ho creduto mandarle qualche denaro per fare un po' di bene, non voglio averne merito, nè immischiarmi di più in questa faccenda: della somma, ella può farne ciò che vuole; non potrebb'essere in mani più sante.

Il prete scosse il capo, e seguitò:

—Quel fanciullo, o signore, vive. Dopo lunghe ricerche, dopo anni e anni d'incertezza, il caso mi poneva sulle sue traccie; io credo d'averlo ritrovato. Ora il fanciullo è un uomo; esso ignora del tutto la storia della sua prima età; perduto in mezzo alla campagna, non conobbe nè padre nè madre; nessuno gl'insegnò una parola d'amore, egli crebbe insensato, nudo, selvaggio; per mesi e per anni, non fece che piangere solitario e deriso da tutti, perchè la sua piccola mente a grado a grado svaniva; lo chiamavano per soprannome il povero pazzo. Ma c'è sopra di noi Chi si ricorda di tutti! Quel Dio che benedice il dolore degli oppressi fu la guida invisibile dell'errante fanciullo; e d'uno in altro villaggio, di casa in casa, il tapino si ridusse a vivere in questa città. Io non voglio stancare, o signore, la sua indulgenza, raccontando tutto ciò ch'esso fece e sofferse….

—Pare un romanzetto, caro signor abate, questa sua cantafera: lo interruppe con alterigia l'Illustrissimo. Sta poi che tutto sia vero, e più di tutto…. (questo il disse a voce più sommessa, e dopo una pausa) c'è qualche prova dell'identità del fanciullo?….

—Non mancan prove, illustre signore! rispose il prete. Ma io, quanto a me, non intendo farle valere; non intendo far parlare la legge, prima che parli la coscienza….

—Questa è una minaccia, cred'io. Se la piglia su questo tuono, non ne faremo nulla.—E sorrise, in modo da toglier quasi al prete quella pazienza, onde aveva sostenuto senza sdegno la noncuranza e il sarcasmo dell'Illustrissimo.

—Io son venuto, riprese don Teodoro con mite e tranquillo accento, a supplicarla nel nome di Chi tutto sa, e per la memoria di quello ch'è stato! Assecondi, ella n'ha tempo ancora, l'ultima preghiera d'una infelice ch'è morta: io per me non ho nè il dovere, nè l'intenzione, di propalare una trista avventura della quale conosco ogni particolare; anzi, da me, quel povero giovine non saprà altro se non che la Provvidenza l'ha destinato a espiare quaggiù il fallo di sua madre. Ma se, per altra via, egli venisse a conoscere il vero; se potesse mettere innanzi qualche ragione, qualche pretensione; se il mondo un dì o l'altro echeggiasse d'un processo lungo e scandaloso, d'un processo che non dovrebbe riuscire indifferente all'erede d'una gran casa….

—È cosa inaudita! nessuno ha osato mai parlarmi in cosiffatta maniera…. Buono, che per me ci vogliono altri spauracchi…. E io le giuro, per dio!

—Non giuri per nessuno, signore! si degni darmi orecchio, mi lasci finire. Il giovine di cui io parlo, nella sua semplicità e ignoranza, ha potuto conservare un'anima generosa e grande; poche di simili n'ha il mondo. Egli aveva trovata un'umile, onesta famiglia, che non gli rifiutò ciò che di più gli bisognava, affetto e compassione; aveva trovato un amico, e per quest'amico seppe fare il sagrificio della propria libertà, offrir la vita. Grandi e polenti persone condussero alla rovina quella buona gente; una vecchia madre all'ospedale, un figliuolo uscito a malapena innocente da un processo criminale, conseguenza d'un'insidia peggio che d'assassini; una fanciulla perseguitata, e a quest'ora forse…. perduta!

Così dicendo, il prete fissava gli occhi ardenti nel volto dell'Illustrissimo; il quale, compreso da un tremito che non poteva nascondere, impallidendo balbettò con infinta sbadataggine:

—Che storia è questa?

—È presso a poco la storia di tutti i giorni: seguì il prete, con voce mutata a un tratto in umile e dolorosa. Coloro che, al par di noi, di noi dico che portiam quest'abito, penetrano ne' nascondigli de' poveri, sanno quanto sia facile toglier loro l'unico, ultimo bene, la pace dell'onestà; sanno che lacrime costi a tante avvilite creature l'illusione d'un po' di fortuna; vedono nelle squallide case del popolo le traccie dell'oro de' ricchi, seminato dalla seduzione e dal capriccio. Così passa l'infamia d'una in altra generazione. Ben so che i buoni non mancano; che molti de' ricchi fanno il bene; e molti che il fanno, voglion che si sappia; le caritatevoli istituzioni, il danaro largito a sollievo dell'umanità sono un vanto giusto dell'età nostra, un pregio singolare di questa città; ma le beneficenze orgogliose non son quelle che migliorano il mondo; e la carità vera è nella giustizia, e nell'amore!…

L'Illustrissimo, piegata la testa sul petto, cupo nel pensiero, nulla rispose a queste gravi parole, che certamente non era uso a sentire. E gli pensava allo strano sviluppo di quest'avventura, dimenticata, soffocata da tanti anni, che gli faceva ritrovare un figlio in quella casa stessa ove, poco tempo prima, egli andò a cercare un'altra vittima. Il turbamento che stavagli in cuore era forse compassione, fors'anche rimorso; a questa voce interiore s'aggiunse un senso di mala disposizione in tutta la persona. Egli parve veramente sentirsi cader le forze, fluttuar più rapido il sangue, un freddo nelle membra, una nebbia ne' pensieri; insieme a tutto questo, l'incertezza del domani, e una paura; la paura della morte.

Ma il prete non aveva perduto nessun moto dell'uomo che gli stava dinanzi; e leggendogli in viso il terrore dell'anima, pensò che, forse per la prima volta, ciò che v'ha di più arcano nella natura percoteva l'opulento e corrotto patrizio. E satisfatto abbastanza ch'egli provasse quel terrore, anche senza confessarlo, ripigliò con voce più riverente:

—M'accorgo, signore, ch'io forse tratto con soverchio calore una giusta causa; ma ella mi perdonerà, se è vero ch'io leggo nel suo cuore una buona ispirazione. Ella può far del bene, e molto, alla famiglia per la quale io venni a parlarle; è pietà; è giustizia!…

—Oh! ascolti adesso anche me: disse l'Illustrissimo, rinfrancato dall'orgoglio. Io non so con che diritto ella sia qui venuto a farmi segno delle sue censure, a serrarmi i panni addosso con tante vane supposizioni. Rispetto lor signori; ma son avvezzo a pigliare il mondo com'è; ho fatto anch'io la mia parte di bene e di male, come tutti i figli d'Adamo; però non ne do conto a nessuno; e in quanto a lei, non la scelsi ancora per mio direttore di spirito….. Mi risparmi dunque altri consigli; e, in cambio de' suoi, io ne darò uno a lei; pensi bene un'altra volta a quello che fa, e a chi parla; l'abito che veste non le faccia creder lecito di trattare un par mio, come il primo mascalzone che si getti al piede del suo confessionale.

—Signore! ripigliò don Teodoro addolorato: non rinneghi la voce del cuore, non mi rimandi così. Ella deve sapere dove si trovi quella povera figliuola; deve sapere che un uomo perduto, malvagio, la sottrasse con un'insidia alla casa ov'era stata ricoverata; deve sapere che si mette innanzi il suo nome….

—Il mio nome? Per il cielo! io non ci entro per nulla in questi fatti. Ora capisco che l'hanno ingannata—E si sforzò di pigliare un tuono burlevole, e indifferente;—Se, per ajutare una giovine a fare un po' di fortuna…. per via lecita, mi spiego, per esempio, avviandola sul teatro, dove, se prometta bene, se sia bella, può far tesori al tempo che corre; se per far questo, dico, ho a tirarmi adosso le rappresaglie di tutta l'inquisizione, io posso anche riderne, mi pare…. Non s'adonti dunque, e mi compatisca! Ella mi vede inchiodato su questa seggiola; son castigato abbastanza, dacchè vennero a trovarmi, in una mattina, i due uccelli del malaugurio, il medico e il prete.

—Ella fa uno sforzo, o signore, per mentire a sè stesso, e scherzare. Ma non è questo il momento. A me bisogna ritrovar la giovine…. ritrovarla, prima di sera.

—Io non so nulla, le ripeto. Se c'è persona che abusi del mio nome, per qualche fine, per qualche vendetta….

—Come? ella dunque assente?…

—Che assentire? suppongo: e forse indovino.

—Cosa sento?… dunque è vero… E lei poteva?… Ma saremo a tempo?

—Le ripeto che non so nulla. Capisco che tutto questo è opera d'un cattivo soggetto, il quale, lo conosco abbastanza, si prese giuoco anche di me. In quanto all'essere a tempo, non so che dirle.

—Oh! sarebbe mai….—E levossi con impeto.

—Io me ne lavo le mani, io…. di tutto quel ch'è successo e che può succedere.

—Signore! proruppe don Teodoro; ella dovrà render conto di tutto a Colui che si ride delle violenze degli uomini! Le lagrime fatte spargere dall'umana prepotenza sono adesso quel che fu un tempo il sangue versato dai martiri…. Batterà l'ora della morte anche per lei; e in quel punto….

Ma l'Illustrissimo adirato levossi, e disse:

—Finite, tacete, e lasciatemi in pace una volta!

—Or bene, che vi giudichi il Signore!… Il mio dovere mi chiama altrove, e non ho un minuto da perdere. Ricordatevi che un'ora sola, in cui pensiamo seriamente a noi stessi può mutar tutta la vita!

Così detto, se n'andò, lasciando l'Illustrissimo in un mar d'incertezze e di terrori, sdegnato in una e confuso. E partito lui, il patrizio, sentendo crescersi il male, non ebbe coraggio di maledire il prete che osò parlargli come nessuno aveva osato mai, che non temè di minacciargli la giustizia del cielo.

Capitolo Ventesimoprimo

L'uomo cammina a gran passi sulla via del delitto. Nel dì stesso che accadevano le cose narrate nel precedente capitolo, il signor Omobono venne a sapere come la fuga della Stella dal Ritiro fosse già nota alle dame protettrici; le quali, scandolezzate dal mal esempio e piene di zelo, non avrebbero mancato di fare un subbisso, colle loro querele, in tutta la congregazione, e di portar fors'anche la cosa alla conoscenza delle autorità ecclesiastiche e secolari. Benchè la paura gli suggerisse in quel frangente un'estrema prudenza, nondimeno egli non seppe resistere all'ultima tentazione della vendetta. Ma volle compirla, mettendosi prima al sicuro d'ogni perigliosa conseguenza.

Al mattino, la fanciulla, dopo un'intera notte di pianto e di terrore, non aveva più sentito al di fuori della sua prigione nè voce, nè movimento. Si trascinò alla porta, e cominciò a battere, e domandare pietà. E la pegnataria, dalla quale il signor Omobono si partiva allor allora, dopo concertata ogni cosa, non fece la sorda a quelle preghiere. Ella aveva promesso di fare a modo dell'Omobono: con tutto che durasse un pezzo fra il sì e il no; e se non fosse stata la speranza di sbrigarsi al più presto della figliuola, e anche di quell'uomo, tutto viluppi e imbratti, che l'aveva tirata pe' capegli in quell'affaraccio, non avrebbe promesso.

Entrò nella cameretta, in aria premurosa e compassionevole, dicendo che non s'era già dimenticata di lei, e che veniva a portarle la colazione. E mise giù sulla tavola un tondo con una tazza di caffè e latte e un po' di pane.

La fanciulla, appena la vide, le corse incontro, le s'inginocchiò dinanzi piangendo e scongiurandola che la lasciasse partire. La vecchia, fingendosi impietosita, rispondevale ch'era ben giusto, e che fra poco sarebbe venuta a prenderla una brava persona sua conoscente, per accompagnarla presso alla sua mamma.

—Intanto, soggiunse, non lasciatevi andar così, la mia figliuola; dovete aver bisogno di pigliar qualche cosa; siete digiuna da forse ventiquattr'ore, chè nemmeno jer sera avete voluto mangiar nulla…. Datemi ascolto, bevete almeno quel po' di caffè col latte, ben caldo.

La fanciulla, aveva tanto bisogno di sperare che cominciò a credere a quelle bugiarde parole; e sentendosi veramente venir meno per tutto il patir che fece, prendeva dalle mani della vecchia la tazza: ma non potendo inghiottire un sol boccone di pane, s'accontentò di bere una parte di quel caffè col latte. Nè molto andò che, fosse effetto del lungo sfinimento della passata notte, fosse un'improvvisa stretta al cuore, la fanciulla sentì annebbiarsi gli occhi, le membra agghiadarsi; e cólta da vertigine, si lasciò cadere sulla seggiola più vicina e giacque come svenuta.

Allora la pegnataria non s'affrettò già per darle soccorso, ma fu d'un tratto nell'altra stanza, e fattasi alla finestra sulla via, l'aperse, e battè due o tre volte palma a palma. Un uomo inferraiolato se ne stava a pochi passi del portone: quantunque il segnale venisse così dall'alto, parve fosse là ad aspettarlo; poichè subito si mosse, e con un cenno fece avanzare una carrozza di nolo, appostata dietro l'angolo della via; poi, guardato ch'ebbe intorno con sospetto, svoltò nel portone.

Non passò un quarto d'ora, e l'uomo ricomparve: un altro venivagli dietro, reggendo sulle braccia una fanciulla, con uno scialle scuro in testa che le cadeva sul viso, e involto da una coltre il resto della persona. Una pigionale che, al passar di costoro, aveva fatto capolino dall'uscio, la credette una poveretta portata forse a morire all'ospedale; e usa anche troppo a così fatte scene, non vi fece poi sopra, colle vicine, nessuna ciancia.

I due, venuti al basso, s'accostarono al legno; l'uno n'aperse lo sportello, l'altro vi adagiò la fanciulla che sembrava piuttosto addormentata che svenuta; mentre il primo s'avanzò per dire una parola al vetturino. Costui, chinato il capo, frustò i cavalli, che malgrado il lor trotto ineguale, gareggiavano di non solita velocità.

Quando la Stella si risvegliò da quel grave sopore, il sole era alto. Guardossi intorno, tutta incerta e smemorata ancora, nè riconobbe dove fosse. Pensava d'aver sognato, di sognare ancora.

Era in una stanza vasta, quadrata, malinconica. Pochi mobili vecchi, tarlati, coperti di sbiadito damasco giallo la guernivano; da un lato una tavola, dall'altro un canapè massiccio e nano, sul quale ella s'era risvegliata in quel punto; nude le pareti, la vôlta fonda, sgretolata. Solo ornamento del tetro luogo, vedevasi pendere da una delle pareti, al di sopra dell'antico canapè, un gran quadro annerito, rappresentante un vecchio signore, in abito cavalieresco, ritto e severo, in attitudine di comando.

La fanciulla era corsa all'unico balcone, che lasciava entrare una pallida luce nella stanza: al basso, vide muraglie d'antico recinto, giardini abbandonati, grandi alberi da cui si staccavano, portate dal vento, le foglie ingiallite; vide, a qualche distanza, un gruppo di povere case, e fuggir da que' tetti qualche striscia di fumo biancastro; e campi all'ingiro e praterie attraversate da rigagnoli, divise da lunghissime file di salici e di pioppi sfrondati; e di lontano, sopra un cielo cenerognolo, uniforme, disegnarsi le bianche guglie del Duomo.

Quella finestra, alla quale smarrita, estatica affacciavasi la fanciulla, era altissima; e guardava il fianco d'un edificio antico, quadrato, ch'era stato altre volte la torre d'un castello. Il castello in gran parte più non esisteva, poichè la fronte dell'edifizio si vedeva restaurata colla pesante architettura di due secoli fa, e trasformata in un palazzotto; sola rimaneva tuttora in piedi la torre, con una tettoja sovrapposta allo spalto merlato; alcune delle vecchie finestre apparivano turate, altre erano munite di massiccie inferriate sporgenti; ma anche quella parte, fin allora la sola intatta dell'antico fabbricato, doveva essere in breve riattata, come lo indicava un impalcato di travi e d'assi costrutto da un fianco del terrazzo, poco al di sotto della finestra, donde stava a guardare la fanciulla.

In quel solitario e abbandonato palazzo, poche miglia lontano dalla città, e appartenente all'Illustrissimo, aveva il signor Omobono fatto condurre, giovandosi a tempo della protezione di quel potente signore, la povera Stella.

Quando, risensata del tutto, essa potè comprendere o piuttosto intravvedere la verità, quando ripensò a quel ch'era avvenuto e che parevale tuttora avvolto d'inesplicabile mistero, raccapricciò; e, coprendosi colle mani tremanti la faccia, ruppe in alto pianto. La solitudine, lo spavento, la certezza che, per piangere o gridar che facesse, nessuno poteva udirla, nessuno venire a salvarla; l'aspetto di quel luogo, il gelo che le correva per le membra, perfino il cupo sguardo che sembrava cader sopra di lei da quel ritratto del vecchio castellano; ogni cosa, ogni pensiero le aumentava l'angoscia dell'animo, la faceva disperare. Ripeteva il nome di sua madre, de' suoi fratelli; e poi piangeva, raccomandavasi alla Beata Vergine, e sperava ancora.

Passarono alcune ore. Quella gravezza di capo, quella specie di torpida nube che la opprimeva tuttora, in guisa che non riusciva a spiegare a sè stessa come nè quando, dall'angusta cameretta della pegnataria, fosse stata condotta in quel luogo deserto e sconosciuto, l'avevan resa di nuovo quasi insensibile; e non potendo più reggersi in piedi, gettossi di nuovo sugli scomposti cuscini del canapè. Cresceva a grado a grado nella stanza l'oscurità; e s'udivano poco lontano i rintocchi lenti d'una campana.

In quel punto, un romore confuso nelle stanze di sotto; un domandare e rispondere di due voci concitate e lo strepito d'un passo sulle scale, riscossero la Stella da quel letargo, che l'aveva tolta per poco alla conoscenza del suo pericolo, del suo spavento. Si levò a sedere, origliò; il cuore le batteva con rapidissimo sussulto; desiderava che alcuno venisse, fosse anche l'ignoto suo persecutore.

Non s'era ingannata; era il passo d'un uomo che saliva a quella stanza. La porta fu schiusa, e subitamente essa riconobbe, sebbene da lungo tempo non l'avesse più veduto, il signor Omobono. Costui s'avanzò col viso composto, colle mani serrate al petto, in atto di premurosa compassione. Ma la fanciulla non ardì levar la seconda volta gli occhi sopra di lui; essa tremava in ogni fibra; poco prima le aveva stretto il cuore il dubbio di trovarsi, senza difesa, in potere di quel vecchio signore che venne una volta nella sua povera casa per ingannarla coll'apparenza della protezione. Ora la vista del signor Omobono le mutava quel dubbio in certezza; essa trovavasi in faccia di colui ch'era stato l'artefice di tutte le sue disavventure.

L'Omobono fermossi con atto contegnoso, poco discosto dal canapè, dal quale la fanciulla non aveva avuto forza d'alzarsi.

—Mi conoscete, diss'egli? Oh dove mai vi trovo! Ma, io vi sono amico, non temete di nulla, povera giovine!

—No, no! è un inganno…. Non è vero! Io sono stata tradita! OhSignore, Signore, ajutatemi voi!

—Quietatevi, datemi ascolto; io son venuto per assistervi….

—No, non è vero…. È lei che ha fatto tutto questo male! Perchè son qui?…. Perchè viene lei?….

—Vi compatisco…. dopo uno spavento come quello che dovete aver provato…. Ma fatevi cuore…. sentite….

—No! no! Cosa ho fatto io di male per essere così trattata? Io non ho nessuno…. e m'han condotta qui per forza, m'han dato a bere qualche cosa…. ho perduta la mente…. Cos'è stato di me, lo sa il Signore.

—Ma chi vuol farvi del male? Siete qui in una casa sicura; nessuno vi toccherà un capello…

—Io voglio andar da mia madre, io!….

—È giusto.

—Lasciatemi andare, lasciatemi andare!… Oh! tutto questo mi toglie la mente.

—Datemi ascolto; e non vi spaventate così. Io ho sempre avuta della premura per vostra madre e per voi…. e posso far molto io….

—Impostore! impostore! Voi tutto il male che v'è stato possibile l'avete fatto… E non vi basta. Io so bene cosa pensate voi… lo so, lo so! E vi guardo in faccia, e ve lo dico!

—Passerà questa furia, e io potrò ancora farvi del bene….

—Dio santo, tu mi darai la forza di resistere!

Ma qui, invece, cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchio a piè di quell'uomo, lo tentò affannosa colla preghiera.

—Oh! perchè mai le preme che una povera creatura, come me, sia perduta, sagrificata per sempre?…. Cosa le abbiam fatto noi?… Sono stata divisa dalla mia mamma…. quando mi cercava, quando non aveva più nessuno…. Ho voluto tornare a casa mia…. Oh! se lei non è cattivo, se è vero che, non per farmi del male, sia venuto qui…. m'usi adesso un po' di compassione, mi conduca dalla mia povera mamma…. Vede, che io piango…. Bacierò le sue mani, pregherò il Signore per lei!

—Sì, sì! ma state quieta, non piangete così forte…. Vostra madre la tornerete a vedere….

—Oh! torni a dirlo…. mi consoli, non mi lasci pensare che voglia prendersi spasso di me!—E sollevandosi dal terreno, la fanciulla fece per uscire.

—Aspettate un momento: dove pensate d'andare? Da vostra madre, adesso no! prima di domani mattina non sarà possibile…. Ora siete qui, siete in sicuro, nessuno vuol farvi del male, Vostra madre poi non sa ancora quel ch'è stato.

—Oh mio Dio!

—Fidatevi; ci penso io….

—No! no! voglio uscir di qui.

—Siate ragionevole…. Non m'obbligate….

Oh! lasciatemi andar via!…—E come disperata, di nuovo si precipitò verso la porta.

Ma il signor Omobono, che vegliava ogni movimento della fanciulla, fu pronto a impedirle il passo, e mutando tuono e volto:—Aspettate, disse con ira soffocata: non potete uscir di qui senza di me! se vi movete, siete morta!

Capitolo Ventesimosecondo

A queste parole, a questa cupa, frenetica minaccia, Stella non ebbe più nessun dubbio, nessuna speranza. Ella si vedeva sola, indifesa, perduta; per fuggir dalle mani di quel mostro, non le rimaneva più che morire, precipitandosi dall'alta finestra. Questo disperato pensiero le attraversò la mente; ma tornando a fissar nel suo persecutore gli occhi smarriti, e scorgendo il maledetto riso che stavagli sulle labbra, sentì a un tratto tornarsi in cuore forza e coraggio.

Non fuggì più, non si ritrasse; ma immobile, pallida, incrociando le braccia sul seno, gli stette dinanzi. Non parlò, ma il suo sguardo parve dire:—Io non ti temo, io ti disprezzo!

In quell'istante, s'udì l'abbaiar d'un cane da' cortili del palazzotto. Il signor Omobono si scosse, tese l'orecchio, e aggrottando le ciglia:—Chi può essere?… susurrò fra i denti. All'urlo del cane, s'aggiunse quasi subito un romor lontano, confuso, come di gente che facesse per entrare a forza. A poco a poco lo strepito aumentò, s'udirono voci minacciose, e porte sbattute con violenza e romor di persone accorrenti.

Un lampo d'ineffabile speranza tornò a brillar sul viso della fanciulla, ma tosto disparve; e uno spavento più grande, l'aspettazione di più terribili cose, invase l'angosciato suo cuore. Quell'uomo vendicativo era là che la riguardava, agitato nello stesso tempo dalla rabbia e dal terrore. Essa allora, non potendo più sostenere quello strazio, tornò a gittarsi ginocchione dinanzi a lui, tornò a piangere, a pregare; ma le sue parole si confondevano: e quando non potè più parlare, pareva tuttavia, colle mani giunte, e cogli occhi spalancati e vitrei, domandar pietà per la sua innocenza.

—Perchè preghi adesso?… disse colui, con beffarda ironia. Perchè ti metti in ginocchio? Non sai che, per causa tua, sono stato insultato, cacciato via come un cane, non sai che ho bisogno di farti vedere quel che posso far io? Tu avevi un fratello, tu avevi una madre…. E io, io ho voluto che tu non avessi più nè fratello, nè madre…. Questa muore all'ospedale, quello marcirà sulla paglia d'una prigione…. E tu sei qui, con me; e di qui, nessuno ti può strappare… Puoi pregar finchè vuoi nel nome di Dio, che sarà lo stesso!…

Non aveva finite queste parole, quando, dal pian di sotto, s'udì una voce gridare:—Stella! Stella!

Era la voce di Damiano.

La fanciulla fece un balzo, levò al cielo le braccia, e con un grido di gioia slanciossi con furia verso la porta, presso la quale restava, come impietrito, lo scellerato Omobono.

In quel momento terribile, costui vedendosi perduto, e pur non volendo rinunziare alla sua vendetta, trasse fuori un coltello e vibrò un colpo alla fanciulla, che fuor di mente s'era gittata sopra di lui. Ma la mano di Dio stornò il ferro; la Stella svenne a' piedi dell'assassino, e, cadendo a rovescio, percosse il capo contro l'angolo d'un basso armadio ch'era presso l'entrata. L'infame, pensando alla propria vita, fuggito dalla stanza, sparve nel momento che Damiano e Rocco, trovata la scala segreta al piano superiore, precipitavansi nell'andito che metteva allo stanzone della torre.

Mentre Rocco si fermò a custodia della scala, Damiano spalancò la porta, e vide stesa sul pavimento sua sorella, che non dava più segno di vita; il sangue le bagnava la fronte, le vesti, e rigava il terreno: la credè morta, assassinata. Al grido ch'egli mise, anche il Rocco era accorso; la sollevarono, la posero a sedere; e mentre Rocco andava a cercare un po' d'acqua, per istagnare il sangue stillante ancora dalla ferita fronte di Stella, Damiano appoggiando la destra sul cuore di lei, s'accorse che batteva ancora.

In questo mezzo, uno scalpiccìo sordo ma vicino gli giunge all'orecchio; ed ecco che, spinto dall'ira e sperando trovar le traccie dell'assassino, raccomanda con uno sguardo la sorella all'amico, e in un baleno corre fuori. Tentando con furia le pareti del buio andito prima attraversato, sente cedere un'imposta; cacciasi arditamente per que' luoghi sconosciuti, e trovatosi in un soppalco, basso, ingombro di macerie e di travi, vede nel buio fondo muoversi qualche cosa: sembragli un uomo che si strascini carpone. Fatto cieco dal suo furore, afferrando una pistola che teneva nascosta, balza minaccioso incontro a colui, ch'altri non poteva essere che l'assassino di Stella. Ma, fatti appena pochi passi in quel nascondiglio, ove solo penetrava un barlume dalla cadente tettoia, pensa d'essersi ingannato, poichè là sotto più non vede alcuno. Nondimeno si fa innanzi; le assi tarlate su cui camminava gli scricchiolavan sotto…. quando a un tratto gli viene all'orecchio un tonfo, un urlo disperato; poi non ode più nulla.

La giustizia di Dio aveva punito l'insidiatore dell'innocenza. Il signor Omobono, per sottrarsi alla pena che già lo ghermiva, era vilmente fuggito, come dicemmo. Quando si vide seguitato e scoperto nel suo nascondiglio, da una finestrella s'era calato giù per l'altezza di qualche braccia, lungo il muro esteriore, fino a un terrazzo del piano sottoposto; di qui, trovando murata l'apertura, nè scoprendo altro luogo ove appiattarsi, aveva arrischiato di passar nella parte nuova del palazzo, ove giunto poteva tenersi certo della fuga: ma, per arrivar fin là, gli convenne tentare il passaggio sull'assito sporgente dal fianco della torre. Non era giunto a mezzo che, posto in fallo un piede, sentì mancarsi sotto una delle tavole dell'impalcato, cadde rovescioni, cercò, cadendo, d'aggrapparsi colle dita uncinate alle abetelle e ai correnti del ponte, ma invano; la tavola che s'era staccata lo stravoltò a capo in giù, e precipitò con essa sino al piede del palazzotto, là sotto alla finestra di quella stanza ove stava per compire il suo delitto. Egli visse ancora alcune ore, visse abbastanza per essere trasportato sur un lettuccio fino alla città; dove morì all'Ospedale, dopo aver deposta in faccia a un attuaro del tribunale la verità di quel ch'era stato, la propria colpa, e l'innocenza di coloro che furono da lui perseguitati. Il sacerdote che ne ascoltò la confessione fu l'abate Teodoro; e in mezzo a' terrori della dolorosa agonia, la parola dell'espiazione risonò, come una voce celeste, al capezzale del traviato.

Dire a lungo come Damiano e Rocco, dopo che s'erano staccati l'ultima volta dall'abate Teodoro, fossero riusciti a scoprir le traccie della fuggitiva fanciulla e di colui che in appresso l'aveva rapita, non è adesso mestieri. A Rocco era dovuta la prima e la migliore ispirazione; poichè, mentre Damiano furibondo andava mulinando i più strani propositi, Rocco aveva saputo trovar la via più diritta e il mezzo più spiccio per far venire la verità a galla. Egli, con una brusca visita fatta alla vecchia pegnataria, la quale s'era, dal canto suo, già pentita d'aver dato mano a quella iniquità, venne in brev'ora a capo di saperne anche più che non gli bisognasse, almeno per il momento. Allora i due compagni, senza perdere un minuto, erano usciti della città, e corsi al palazzotto; ove Damiano, entrato a forza, potè salvare per la seconda volta l'innocenza di sua sorella.

Ma quand'egli conobbe il misero fine di colui che da tanto tempo era stato per loro come l'angelo del male, sentì morirsi in cuore l'odio che aveva contro di lui sempre nudrito, e al desiderio di vendetta successe la compassione. Ma nè la Stella, nè sua madre vennero così presto a sapere qual fosse stato veramente l'orrendo caso. Damiano volle condur la sorella lontano da' luoghi che furono testimonj di quel fatto: e tornata co' suoi, la fanciulla, come per miracolo salvata, non ebbe altra cura, altro pensiero che quello di assistere la madre già quasi convalescente, e di farle dimenticare i tristi giorni passati.

Ma coloro che avevano in parte tessuto, restando nell'ombra, quell'odioso intrigo, gli uomini del bel mondo che non s'eran vergognati di mischiarsi in uno di que' drammi tenebrosi del trivio, ne' quali non giunge a frugare la mano della legge, e ch'essi van passando all'orecchio l'un dell'altro, con certo stile frizzante e spregiudicato, quando

»Co' festivi racconti intorno gira»L'elegante licenza……

costoro non si sognarono neppure di vedere il dito di Dio nella morte d'un uomo, a cui essi avevano stretta tante volte la mano, a cui avevan ripetuto di professare stima e amicizia. S'ha per altro a dire, che non parlarono più di lui.

Anche la povera famiglia, della quale abbiamo raccontata la storia, fu da essi in breve dimenticata. Altre e più infelici creature, nate dalla miseria, cresciute nelle umili officine, deserte nell'ignoranza, in mezzo al pericolo della giovinezza, e alle suggestioni dell'indigenza, furon vedute ingannar per corta stagione le noie del ricco scioperato, piangere e morire! Tradite, e poi derise, avranno creduto troppo facile la vita, sperato di poter dimenticare il tugurio in cui nacquero e il pane dell'onesta fatica…. poi, dopo un rapido sogno, desiderarono il pane di prima…. quel pane bagnato di lagrime innocenti! Anch'esse gustarono un'ora d'ebbrezza, e il capriccioso orgoglio della fortuna; ma le rose di cui tessevano ghirlanda, a' loro inanellati capegli, si sfogliarono; e allora si trovaron sole, finchè vennero la vergogna e il rimorso; venne il lurido bisogno, e poi tornò facile il delitto!—Intanto gli eroi de' fuggitivi amori continuarono allegre cene, e trionfi galanti; e parecchi n'andarono invidiati, e alcuna fra le regine della moda e della bellezza non isdegnò il corteggio de' più giovani e più fortunati di que' conquistatori.

Ma torniamo a' nostri buoni amici. Don Teodoro, quell'uom raro che aveva già fatto tanto per loro, persuase Damiano che, abbandonata la città il più presto possibile, andasse a stabilirsi colla famiglia nella pace di qualche lontano paesetto. A Rocco poi consegnò il capitale tenuto in serbo da tanto tempo, e cresciuto a dodicimila lire; di lì a poco altre seimila, che l'Illustrissimo avevagli fatte contare, dopo l'ultimo colloquio, col semplice avviso che fossero da lui adoperate secondo la sua intenzione. Rocco, al veder tant'oro, al pensar ch'era suo, da principio restò come trasognato; poi rifiutò, dicendo non voler toccare neppure un da venti soldi, senza saper da che mani gli venisse quella fortuna. Nè fu cosa da nulla per don Teodoro il capacitarlo, perchè avesse a ringraziar Dio, e a non cercare più in là. Il giovinotto s'impadronì d'una mano del buon prete, e baciandola disse:—Oh m'insegni lei quel che ho a fare, e mi metta il cuore in pace, con una parola di quelle che, fin adesso, non ho sentito dire che da lei.

Capitolo Ventesimoterzo

Albeggiava. Qua e là tremolavano, come smarrite nell'azzurro del cielo, le ultime stelle; non si vedeva un sol nuvoletto, e dietro a' monti più lontani andava dilatandosi a poco a poco quel casto lume del mattino che colora, mentre sorge a diradarli, i vapori dell'atmosfera: non è la gioja del sole, ma n'è il primo sorriso. L'aria tranquilla cominciava appena a sentire il freschissimo respiro delle montagne; e a grado a grado, quella parte di cielo, già candida e trasparente, tingevasi di vermiglio; lo splendido cerchio s'ingrandiva, trasmutandosi in oro i vapori che attraversavano l'oriente; di luce in luce il sereno, diventando più leggiero, pareva come allontanarsi; finchè un punto di fuoco uscì sull'orizzonte. Le opposte cime dell'Alpi, vestite ancora di neve, si fecero tutte di roseo colore, poi il verde de' vasti alberi sorgenti sull'alture più vicine ravvivavasi; l'allegra luce calava pei dossi erbosi; tutta la valle salutava la primavera.

Un giovine contemplava da un'alta riva, appoggiato a una rovere ancor brulla e quasi morta, quel bellissimo mattino. Da una parte, a poca distanza, vedeva spiccar tra il verde una cinquantina di case in lunga linea; un po' discosta la chiesa, e da quella dilungarsi le vie del monte e della valle: dall'altra parte, al piè dell'altura, era lo specchio d'un picciol lago, formato da' fiumicelli della montagna; dietro a quello, sopra la falda, verdeggiar per lungo tratto una bruna selva di pini, la cui malinconica tinta faceva campeggiar di più le ferrigne creste de' monti all'intorno, e le bianche casuccie del paesello. La valle s'allargava un poco verso levante, e il primo sole l'innondava con un torrente di luce: allora le acque del laghetto, prima nascoste da una striscia di nebbia, scintillavano de' vivi colori dell'iride; e da ponente spuntavano nell'ultima lontananza, ancora sotto un velo d'argento, le vette gigantesche del monte Rosa.

Quel villaggio è situato in un angolo remoto e tranquillo della nostra Lombardia, e quasi nel centro d'una delle più amene e pittoresche vallate che dal primo cerchio dell'Alpi s'aprono poco sopra di Varese, distendendosi fino alle solitarie rive del lago di Lugano. È una contrada poco conosciuta, poco visitata dai forestieri, usi a correre imperterriti l'infilzatura delle impressioni consacrate nelle loro Guide, cosicchè par quasi ne vengano a riscontrar se quel che c'è di bello nella povera Italia sia ancora a luogo. Il paese è consolato d'acque sorgenti e d'ombre antiche, sparso di poche e distanti terricciuole; poichè il terreno restìo e i comuni scarsi di censo conservano agli abitatori una povera indipendenza da' loro fratelli del piano.

In una di quelle terre, da circa sei mesi, erasi condotta a vivere la famiglia della Teresa. Alle buone intenzioni dell'abate Teodoro aveva sorriso la fortuna: egli era stato veramente un padre per i nostri amici. Per lui l'abate Celso finalmente potè togliersi di dosso la tremenda protezione del padre Apollinare, il quale, stimando venuto il momento, aveva cominciato a parlare aperto col giovine, esortandolo a rompere ogni legame del secolo, e ad entrare in una casa religiosa del suo ordine in altro paese. Don Teodoro seriamente interrogò l'abate sulla sua vocazione, e ben s'accorse che s'egli non aveva osato resistere fin allora a' consigli del padre Apollinare, fu solo per naturale timidità dell'animo. Pensò dunque sottrarlo alla sua influenza; e lo potè, malgrado le opposizioni incontrate sulle prime, dichiarando di portare la cosa dinanzi a persona a cui il Padre, quantunque potente, doveva nondimeno inchinarsi. Di qui, una guerricciuola sorda ma accanita, velenosa, di tutto il partito contro il buon prete. Un piccolo beneficio assegnato a Celso finì quella scaramuccia di politica da parlatorio: don Teodoro ottenne poi che l'abate potesse compire nel Seminario lo studio teologico, durante l'anno che ancor gli mancava, prima dì ricever l'ordine sacro. Intanto, per pochi dì, l'abate era venuto nel villaggio presso la sua famiglia.

In que' contorni, anche Rocco aveva potuto, comperando un bel poderetto, impiegare onestamente il capitale della ricchezza che don Teodoro avevagli procacciata. Governato con buona economia, quel piccolo tenimento doveva fruttare a tutta la famiglia di che vivere con agio bastante; comechè Rocco ormai si considerasse come uno de' figliuoli della Teresa, e volesse spartir con loro quel ben di Dio che gli era toccato. A stento però Damiano s'adattava al partito di far casa insieme: bisognò che prima don Teodoro gli confidasse con gran segretezza un suo pensiero, perchè egli si togliesse dalla sua ostinata ripulsa. In fine, non ebbe più ragioni da opporre, quando don Teodoro istesso, venuto apposta da Milano per fare una visita al vecchio curato del paese e a' suoi nuovi amici, lo chiamò a parte e gli mise in mano un foglio della Deputazione comunale che lo aveva nominato maestro di scuola, con duecentotrenta lire all'anno, provvisoriamente però, intanto che potesse avere la patente di maestro stabile. L'oscura ma più certa e onesta via che gli s'apriva, e il suo dovere di figlio gli facevano un dovere di accettare; e quantunque in cuor suo sentisse di non poter corrispondere come avrebbe voluto a quella prova di confidenza, accettò.

La famiglia dimorava in una casuccia attigua al fondo del beneficio. A breve tratto, un'altra piccola casa, più recente, più commoda, guardava dalla lenta costiera sovra una bella estensione di prati, e aveva a meriggio un vigneto ben soleggiato, a tramontana una falda di bosco; in tutto un sessanta pertiche di terreno, ove l'occhio riposavasi consolato dalla varia bellezza della campagna: era la modesta possessione di Rocco. Ma la casetta era chiusa, e nuda tuttavia d'ogni suppellettile; il nuovo padrone non aveva cuore di staccarsi da coloro ch'erano la sua famiglia, il suo mondo. Faceva vita con essi, mangiava all'umile loro desco, dormiva sopra un duro stramazzo nella stanza del suo amico.

Il giovine che, quella mattina, stava a contemplare il nascer del sole, era Damiano. Alcune stille di rugiada, cadendo sopra di lui dalle nodose braccia dell'albero a cui s'appoggiava, non lo riscotevano dalla sua muta contemplazione: la serenità del cielo, la rinverginata bellezza della natura non bastavano a dissipar dal suo volto la nube della malinconia. Da che egli si trovava in quel felice asilo de' campi, era mutato del tutto: i suoi cari lo vedevano dilungarsi solitario, camminar pensieroso in riva al piccol lago, talvolta sfuggire persino la compagnia del solo amico del suo cuore, del buon Rocco; il quale non sapeva imaginare donde nascesse in lui una così strana e dolorosa selvatichezza di vita. Levato quasi sempre un'ora prima dell'alba, saliva l'altipiano, donde poteva vedere per lo lungo quasi tutta la valle; e là s'intratteneva bene spesso per molte ore. Quando la campana del paesello sonava il segno della scuola, egli scendeva per rendersi all'umida stanzaccia, ov'erano raccolti da quindici a venti fanciulli, sparsi per le rozze panche, col sillabario e lo scartafaccio fra mano, che mettevansi in subita soggezione; comechè stessero più contegnosi dinanzi a lui che non al vecchio curato. Parlava poco, nè davasi gran pensiero di quel che potessero da lui imparare que' poveri figliuoli; poneva solo attenzione di non mancare al rigor del dovere. Talvolta i fanciulli lo vedevano colle gomita appoggiate sulla tavola star chino e pensoso lungo tempo, sempre sulla stessa pagina, e qualche muta lagrima cadergli sul lacero volume.

Quando, sul mezzodì, ricompariva a casa, la Stella era la prima che sollecita e serena veniva a incontrarlo; e Rocco dall'orto vicino, ove stava zappando o piantando, accorreva anch'esso a salutarlo con una gagliarda stretta di mano. Celso pure in que' dì cercava di fargli buona compagnia, e la mamma Teresa non badava a' fornelli della sua cucina, per raccontargli cento piccole cose, e tenerlo su allegro. Ma quelle testimonianze di tranquillo affetto, quella gioja schietta e sempre uguale che dapprima, anche ne' suoi dì più avversi, aveva sempre desiderate, ora non facevano che aumentargli la tristezza; e quantunque egli si studiasse di vincer sè stesso, o almeno di mostrarsi indifferente, capiva di non poter più provare in mezzo a' suoi quella che pur avrebbe dovuto essere la sua parte di felicità. Al rinnovarsi di tante affettuose dimostrazioni rispondeva con tenerezza e soavità come più sapeva; ma dentro di sè sentiva un vuoto, e mille diversi pensieri l'agitavano di continuo: era un tormento misterioso, più grande di tutto il dolore sostenuto fino a quel giorno. Udiva fratello e sorella, udiva la madre e l'amico discorrere con buona speranza del tempo avvenire, benedire il cielo per la sorte che aveva loro mandata, nè poteva dividere quella fiducia, quella contentezza; passeggiava verso sera insieme a Rocco e a Stella, mentre Celso veniva lor dietro sostenendo i passi della madre: essi, discorrendo delle passate disavventure, si consolavano colla quieta presente fortuna; egli invece sentiva quasi un'ira segreta, un'indicibile amarezza, la coscienza d'essere inutile a sè medesimo, grave agli altri. Nè ancora nessuno de' suoi aveva potuto leggergli nel profondo del cuore; e non sapevano che pensarne, tanto più che l'udivano dir qualche volta:—Io non ho più nulla a desiderare; la vostra felicità è la mia.

Così passava quasi tutti i giorni. Ma qual era la cagione di questo dolore, che fatto indivisibile compagno della sua vita, lo consumava segretamente?

Fino a quel dì non aveva egli stesso conosciuto il male segreto che già logorava la sua giovinezza. Perduto dietro alle ardenti fantasie, s'era abbandonato a quell'incerta aspettazione di un avvenire non conosciuto che appagasse l'immenso desiderio del suo cuore. Il voto della sua vita, non era più un sogno di gloria, era un sogno di libertà; e come nella sua anima malinconica ma forte, vedeva cosa naturale e giusta il sacrificio di sè stesso per ciò che sentiva dover esser vero e santo, nulla gli sarebbe costato il morire. Ma quella continua battaglia di pensieri contro ciò che vedeva succedere nel mondo, e i patiti disinganni, e la necessità di nascondere, di soffocare gl'impeti più generosi dell'animo, l'avevan prostrato in breve tempo nella muta inerzia di chi non ha più nulla ad amare.

—A che m'ha condotto tutto quello che ho tentato e sperato fin adesso?—pensava.—Quella magia della bellezza che m'aveva fatto animoso, per cercarmi un nome fra gli uomini, si è dissipata; ho scambiato la mia vanità per una sincera vocazione, ho creduto poter uscire della folla; e il primo tentativo m'ha rincacciato giù all'ultimo scalino. Pure, può essere stato per lo meglio. Adesso, mia madre potrà chiudere in pace i suoi giorni, mia sorella sarà felice lei pure, certo più felice di me…. Essa un giorno riusciva a leggermi nel cuore dubbj e speranze…. Ora, tutto è mutato. Quello che mi tormenta, essi non possono comprendere cosa sia; almeno vivano in pace; qui, la mia parte, io l'ho finita…. Ne ho veduti tanti con me patire e tacere! ho creduto poterli chiamar fratelli, almeno nella disgrazia!… E l'ardente sentimento che mi fa amare questo cielo così bello, questa terra dov'io son nato, dev'essere dunque inutile? Non è Dio che me l'ha dato questo affetto?… Ma perchè l'odio, l'ambizione, la vendetta potranno essere soddisfatte, e non lo può essere l'amore?…. La fatica, il bisogno di lavorare per vivere mi davano almeno di poter dimenticare questa speranza! Ora non è più così; ora è il pensare che mi tormenta. Eccomi qui solo, disoccupato, buono a nulla nè per me nè per gli altri; e ciò ch'io sento nell'anima, oggi mi pare una luce del cielo, domani mi parrà un delirio!…. Oh quando potrò dentro di me ritrovare la forza per vincere questa viltà che mi fa aver compassione di me stesso?…. No, io non voglio morir così.

Questi solitarii vaneggiamenti di Damiano eran fatti più affannosi, più amari dalle assidue letture d'alcuni libricciuoli che gli tenevano compagnia nelle lunghe passeggiate; in quella lettura egli soleva sprofondarsi sì fattamente, che le ore gli fuggivano come istanti, dimenticava la scuola e la casa, e qualche volta il suo dolore e sè stesso.

Un giorno, dopo aver divorato, nel suo favorito passeggio sull'altura, uno di que' piccoli volumi, s'era seduto sul muscoso terreno; e nuovi pensieri, ma più certi, più ardenti, gli stavano nell'animo. Eran due ore ch'egli leggeva e pensava; nè altre parole in quel suo meditare gli fuggivano di bocca, che queste:—Almeno non sarà inutile la mia morte, come la mia vita!—In quella, intese venire alcuno alla sua volta, Vedendo Rocco che saliva il sentiero del bosco, nascose il libro, s'alzò confuso, turbato, e gli mosse incontro.

—Damiano: gli disse l'amico giunto a pochi passi da lui: temeva non ti fossi perduto giù per la selva; come ti succede qualche volta, quando ci lasci senza dir nulla; ho voluto venire io stesso a cercarti…. perchè tu sei mio fratello…. e io, sai? ho qualcosa a dirti… qualcosa che non posso più tener nel cuore….

—So il tuo segreto, Rocco; lo so da un pezzo: rispose Damiano sorridendo con mestizia: tu vuoi bene alla Stella, e pensi che se la fosse tua….

—Come?… Tu dunque lo sai?

—Non solamente lo so; ma credo che la sia una benedizione del cielo per lei, e per tutti noi. Il tuo cuore è così buono, così generoso…. E mia sorella, vedi, conosce la tua virtù, sebbene io non le abbia mai detto nulla di te, nè della onesta tua speranza….

—Damiano! lo interruppe l'amico, con voce fatta tremante dalla commozione: so che quell'angiolo del cielo non avrà forse mai avuto un pensiero al mondo per un poveretto, come me. E io, forse, sarei morto piuttosto che parlare, vedi…. Ma una parola, una sola parola….

—Che io aveva già letta nel suo cuore prima di te, da un pezzo….

—Oh se tu sapessi!…. Pochi dì fa, lunedì passato, sedevamo laggiù sul ponte del mulino; tu non facevi attenzione a noi; e la mamma, come al solito, se la spassava a darmi un po' sulla voce, chè, tu sai, la mi tiene ancora uno strambo, e dice che voglio far sempre a mio modo, e ch'è quasi un peccato mi sia piovuto dal cielo un po' di fortuna: lo sai bene come è quella buona mamma! Io non trovava più cosa rispondere; e Celso lasciava dire. Allora la Stella si mise dalla mia, e disse così, proprio così:—Non lo sgridare, mamma; io gli voglio bene—e divenne un po' rossa, e poi subito—quasi come a mio fratello… Oh! non l'aveva mai detto, no, mai! E da quel momento mi par d'essere in sogno, non so più quel che faccia o dica, e ho quasi paura di diventar matto davvero. Ma, più ci penso e più sento che la è un'idea impossibile, e che in fine mi toccherà d'andar via….

—Andar via? ma perchè?

—Sì, sì, Damiano: potrei star qui ancora, dopo averla sentita dire….. che mi vuol bene…. quasi come a te?

—Ma non sei tu mio fratello?

—Sì, e non posso essere altro che tuo e suo fratello. Adesso, lo so quel che prima non ho avuto coraggio nemanco d'imaginare….

—Bene, adesso….

—Mi tocca d'andar via, perchè non ho più cuore di guardarla, senza pensare….

—Fatti animo, mio Rocco; ascolta pur l'inspirazione del tuo cuore.Parlerò io alla Stella per te; e credi a me, ne ringrazierà il cielo.

—No, no, per carità, non dirle niente; o almeno, non adesso… Cosa vuoi che ne faccia del bene ch'io le voglio, io gramo e brutto, storpio d'una mano, senza famiglia, senza nome, solo al mondo?

—Come? rifiuti dunque casa nostra? Noi non siam più nulla per te?…. Oh Rocco! noi ti dobbiamo tutto; e per quanto avessimo a fare, sarebbe ancor poco, in confronto di quello che tu hai fatto; e….

—Non dico che questo sia vero…. Ma come tu sei il mio amico, ti voglio raccontar su tutto. Oh se tu li indovinassi i pensieri che mi bollono in capo!… Via, è inutile, tutto è già come finito…. No, no, non sono sincero con te; ho ancora un filo di speranza; e mi manca il cuore di dirtelo….

—Sii buono, Rocco; non mi nasconder nulla. Il tuo pensare, lo so, è giusto….

—Senti dunque; poi dammi un po' di ragione, o dimmi addirittura che son matto. Ecco, cosa ho pensato di fare…. e se tu, sentito che mi avrai, non mi dici di no…. Basta, sarà quel che sarà.

—Cosa vuoi fare? dillo….

—Andrò giù a Milano, oggi, di qui a poco; parlerò con don Teodoro, mi metterò inginocchione a scongiurarlo che mi dica il nome di mio padre, che mi faccia almeno conoscere quello di mia madre, perchè io non sia più come un figliuolo di nessuno… Forse, a questo mondo, un po' di giustizia e di compassione c'è ancora; e il povero abbandonato ritroverà il compenso di tutto quello che ha sofferto…. Sì, Damiano, dimmi anche tu se non è giusto ch'io conosca la mia famiglia, ch'io ritrovi il mio nome! Allora tornerò qui; e se tu crederai che il poco bene che posso spartir con voi sia bastante per metter su casa da buona e onesta gente, andrò a parlare colla nostra mamma: Contentatevi ch'io sia proprio il vostro figliuolo. E tu dirai alla Stella che io…. che nessuno le potrebbe volere quel bene che le voglio io.

Detto questo, fece un gran sospiro, come gli fosse caduto un peso dal cuore. Damiano che, nello strano ma pur dilicato intento dell'amico, di voler avere un nome prima d'unir il suo al destino di Stella, aveva veduto la grande e altera virtù del suo cuore, non potè stornarlo dall'idea di quel viaggio alla città. Convennero dunque che non si sarebbe fatto parola di nulla fino al suo ritorno: e Rocco, con la scusa d'aver a riscuotere certo avanzo di capitale rimasto in mano di don Teodoro, si mise in via, senza perder un'ora. Damiano lo lasciò partire, persuaso già che egli e la Stella sarebbero stati alla fine marito e moglie.

Capitolo Ventesimoquarto

Rocco stette lontano due giorni; al mattino del terzo tornò, rincantucciato in una sconnessa vettura fino a Varese; e di là a piedi s'incamminò per la solitaria valle. Andava lentamente, pensando fra sè che forse per l'ultima volta egli vedeva que' luoghi così belli, così cari. Ma perchè non gli parevano più i luoghi di prima? Una tristezza più profonda di quella che in altro tempo avevagli turbata la vita e tolto quasi il lume dell'intelletto, gli s'era fitta nel cuore: in tutto il viaggio non aveva cambiata una parola con alcuno; una volta gli avevano domandato di che sito fosse: egli levò il capo, e guardò fisso un po' colui che faceva l'innocente domanda, poi gli rise in faccia con un riso beffardo e amaro: lo credettero matto. Nel restante del cammino poi, sull'alpestre costiera, non s'arrestò mai a riprender lena, fuorchè un istante, per bere un po' d'acqua al zampillo d'un rivoletto, sul principio della valle.

Era basso il sole, quando giunse presso il mulino, e sedè sul ponte, là dov'ebbe veduta, l'ultima volta prima di partire, la Stella: non si sentiva capace di fare un passo di più.

Ma poco stante, vide venir Damiano, che certo l'aspettava. Corse incontro a lui, gli gettò al collo le braccia, ma non seppe fare una parola.

—Cosa c'è di nuovo, Rocco? cosa c'è?… rispondimi, fatti cuore. Non sei più tu?…. non sei il mio fratello?

—Oh Damiano! cominciò a dire, dopo un istante, con voce soffocata: ancora uno, due giorni, e poi non vi vedrò più!

E qui, con molta titubanza e con una espressione d'amarezza che non può dirsi, gli raccontò la mala riuscita del suo tentativo. Giunto appena a Milano, era corso a trovare il suo benefattore; il quale, avendogli letto nell'animo da' primi dì che il conobbe e sapendo già al pari di lui il suo segreto, sorrise all'ingenuo, impacciato racconto che Rocco venne a fargli del suo onesto amore. Ma, quand'ebbe inteso perchè venisse il buon giovine, quando lo vide sforzarsi per non piangere, e capì che a qualunque costo voleva sapere il nome de' suoi parenti; allora il prete cominciò a farsi serio, a pensare; e sulle prime non trovò risposta. Forse l'affetto, che da tanto tempo l'aveva legato al destino del povero giovine, gli fece argomentare che si potesse ancora sperar d'abbattere colla parola della giustizia e dell'espiazione il vile pregiudizio che tutto assolve, e l'infamia che si pone la maschera della convenienza. Uomo dabbene e ingannato! con tanta esperienza delle cose e degli uomini, stimava tuttavia che quel ricco indurato nel male potesse essere domani migliore di quel che jeri fosse stato. Pure—pensava—l'uomo non è destinato al male, e non può riposare che nella giustizia. E sentiva d'aver ragione, pensando così.

Congedato Rocco, e dettogli di tornar la mattina appresso, il prete raccolse di nuovo tutte le carte ch'erano in sua mano, relative alla misteriosa nascita del fanciullo, alla sua sparizione e alle ricerche per tant'anni non intralasciate. Però dovette toccar con mano, svolgendo tali scritture un'altra volta, come tornasse impossibile non solo di far valere que' diritti dal codice non rifiutati agl'infelici che, prima d'esser chiamati, vennero al mondo; ma perfino di stabilire l'identità del giovine nelle forme legali. Gli ripugnava poi grandemente lo scandalo d'un processo; e pensò che il Signore, forse per lo meglio, aveva voluto così.

Al vegnente mattino, Rocco si lasciò vedere: egli sel fece sedere accanto; e pigliandolo per mano amorevolmente, gli confidò che gravi, insormontabili ragioni si opponevano al suo giusto desiderio: che l'uomo al quale egli non poteva dare il nome di padre, l'aveva respinto per sempre, e che avrebbe saputo trovar armi anche troppo valide contro ogni pretensione civile: così, a poco a poco, venne a parlargli anche della madre sua; gli disse ch'era morta pregando e piangendo per lui; e come sacra cosa gli confidò il nome di quella infelice, un nome dimenticato da tutti sulla terra.

Non pianse, non fece motto, non battè palpebra il giovine al pietoso racconto. Pendeva dalla bocca del prete, e negli occhi lucidi e immobili gli si vedeva tutta l'anima: allorchè don Teodoro tacque, egli si mise in ginocchio, e levando al cielo la faccia, si raccolse in sè stesso, come in atto di fare un voto, che Dio solo doveva sapere; poi disse forte:—Sia benedetto il Signore perchè la mia povera madre mi ha amato!

Quel dì stesso, verso il tramonto, volle andare al campo santo, ove don Teodoro gli disse che l'avevano portata, quasi vent'anni prima. Ma non trovò la croce, non trovò la fossa; nè gli fu dato di poter piangere sulla terra che coperse le reliquie della sventurata da cui ebbe la vita e il dolore.

Tornato al villaggio, la sua determinazione era fissa: voleva salutar Damiano, donargli tutto l'aver suo, poi andar lontano lontano, ad aspettar che Dio lo chiamasse presso sua madre. Ma Damiano, appena seppe indovinare questo disegno, onde poteva disfarsi per sempre ciò ch'egli stesso andava in quel tempo fra sè maturando tanto disse e tanto fece, che il buon Rocco finì a promettergli di non abbandonar mai più la famiglia. Pure, nè quella sera, nè il dì appresso, nè l'altro ancora non si lasciò vedere nella casetta.

Damiano, in quel torno, aveva ricevuto una lettera di don Teodoro, che lo consigliava a far sì che Rocco potesse sposare sua sorella, s'ella n'era contenta, e non avesse il cuore occupato: dicevagli esser questo un compenso destinato dalla Provvidenza; gli ricordava, comechè sapesse non esservene bisogno, ciò che l'ottimo giovine aveva fatto per lui; non taceva che, quantunque Rocco non fosse un bel giovine, come la Stella poteva meritare, pure la sua buona e onesta figura non l'avrebbero fatto scomparire al fianco di lei; e finiva la lettera così: «Io ho contato di molti anni, e la mia esperienza è lunga; ricordatevi, figliuolo, di quel che dice il primo libro del mondo: Ci son tre cose secondo lo spirito del Signore, la concordia de' fratelli, l'amor del prossimo, e l'uomo e la donna bene sortiti fra loro.—Io vedo la mano di Dio in questa unione; è Lui, che conduce il figlio innocente a fare ammenda delle colpe del padre.»

Damiano non pose mente a quest'ultime parole, che bene non comprese, lieto com'era che il consiglio di quel saggio uomo rispondesse al voto del suo cuore.

Sul far della sera, quando la famiglia si trovò raccolta sotto il frondoso castagno che proteggeva l'umile dimora, e in uno di que' silenzii che svegliano le care memorie e fanno sentir più vivo l'incanto d'una bella natura, Damiano, che sedeva fra Stella e la madre:—Vi ricordate, mamma, cominciò a dire, di quella notte che morì nostro padre, e della promessa ch'io gli ho fatta, quando ci dava la sua benedizione? Io ho preso sopra di me di tener il suo luogo, di conservar il suo nome onesto, di far di tutto per voi… Allora ho fidato troppo in me; non ho saputo darvi che angustia e povertà. Ma almeno posso dire: Siamo stati onesti! Quello ch'io doveva, l'ha fatto per me il Rocco; e più di me, dev'essere lui il vostro figliuolo.

Il buon giovine, che tenevasi in disparte e mostrava di non fare attenzione, alle prime parole di Damiano, saltò giù in furia dal muricciuolo su cui sedeva, e sparì dietro la siepe di robinie che fiancheggiava il piccolo spianato. La Stella chinò a terra gli occhi modesti, aspettando che agli altri fosse noto quello che più non era un mistero per lei: ma il cuore le batteva più rapido; il suo viso, che non aveva ancor perduta una certa pallidezza, s'invermigliava; e tutta in sè raccolta, pareva temere che si vedesse il virtuoso sentimento ond'era commossa: le sue nere pupille, i capegli bruni che rinterzati in due trecciuole le contornavano il viso, e uno schietto vestito di percallo color di rosa, le davano una grazia indicibile; ma più di tutto la faceva bella un'espressione soave di verecondia, ch'è la gemma la più cara della giovinezza.

—Dunque, ripigliò Damiano rivolgendosi alla madre che non riusciva a capire, il nostro Rocco altro non domanda, per tutto quel che ha fatto per noi, che di diventar proprio un de' vostri figliuoli; egli vuol bene alla Stella, e Stella non può trovare un marito più onesto di lui.

—È proprio vero? dimandò la vecchia Teresa, la quale, cogli occhi deboli ancora, andava cercando intorno, se il giovine fosse là.

—Egli non ha voluto restar qui, disse Celso, forse perchè non vuole sperar troppo….

—E vuole, soggiunse Damiano, lasciar libera voi e Stella nella vostra decisione. Ma noi conosciamo com'egli pensa; noi sappiamo che un cuore compagno al suo non batte sotto panni più fini….. E tu, Stella mia, cosa dici? tu che da un pezzo hai imparato a stimarlo, a volergli bene….

—Oh sì! rispose timidamente la fanciulla: io non ho conosciuto nessuno migliore di lui.

—E poi, non è forse vero, tornò a dir Damiano, che adesso noi possiam dire che viviamo del suo pane?….

—Così, tu saresti contenta? domandò la Teresa alla figliuola.

—Presso di te, mamma, e con lui, sento che lo sarò.

E le si fece più vicina e le gettò le braccia al collo.

—Ma voi, riprese Damiano, non conoscete ancora tutta l'onestà di Rocco; la sua unica speranza era di poterti sposare, o Stella: ma non s'è mai sentito il coraggio di parlare; e voleva piuttosto andar via di qui per sempre, perchè non aveva un nome a darti, perchè si credeva indegno di noi e condannato a portar lui solo la sua disgrazia. E non basta ancora; in compenso di quel po' di bene che gli abbiam voluto noi fin adesso, era pronto a lasciar tutto il fatto suo per noi; voleva farlo a qualunque costo, e pensava che non fosse virtù la sua, ma una cosa la più semplice, la più giusta.

—Ecco, disse la mamma Teresa, che io potrò morire in pace: non c'è dolore senza la sua consolazione.

—Sei proprio contenta, o Stella? tornò a chiederle Damiano. Oh! egli, io spero, sarà l'uomo del tuo cuore. Ora lasciate a me il pensiero del rimanente. Vado a cercar di Rocco laggiù nel pineto, ove credo che m'aspetti: anch'io ho un dì felice, dopo tanto tempo, ed è questo!

Scese dalla stessa parte per cui si era discostato l'amico, con una gioja pura nel cuore, che non avrebbe pensato di poter gustare ancora. In quel punto la luna sorgeva limpida dietro il ciglio della montagna, in un cielo tutto seminato di stelle.

Convenne però lasciar passare ancora parecchi mesi, prima che i due giovani fossero marito e moglie. Bisognò che si domandasse il consenso del tribunale al matrimonio; e come il cambiamento di domicilio della Teresa e de' suoi non era ancora provato nel modo che ordina la legge, fu necessario aspettare fintanto che il tribunale, la pretura e la deputazione, dopo un andirivieni di carte, avessero poste le cose in regola: e per questo, Damiano e Rocco dovettero ancora, sebbene a malincuore, far più d'un viaggio a Milano, dove la protezione del buon cappellano dell'Ospedale venne a proposito per toglier di mezzo altre difficoltà non previste. Allora si concertò, poichè già s'era perduto del tempo, d'attendere fino a che don Celso potesse dir messa; e anche per ciò nuovi passi e nuove faccende, affine di ottenere le dispense canoniche dell'età. E così fu stabilito che la prima messa di don Celso e il matrimonio di Stella si facessero subito dopo la Pentecoste di quell'anno.

Alla fine, i voti della buona famiglia furono compiuti. I contadini del paesello e quei del contorno accorsero curiosi e festeggianti alla messa nuova del giovine prete che, con la dolcezza del costume e la semplicità della vita, aveva già saputo farsi amare da quella brava gente. L'altare fu ornato degli apparamenti i più belli, e la fronte della chiesa tappezzata, in luogo d'arazzi, di rami di mortella e d'alloro; il suono festivo dell'organo confondevasi alle cantilene sacre de' buoni montanari.

Il primo sole aveva indorato le alture; e il tempo era bello. Per la via che attraverso il villaggio conduceva al piccolo tempio, fu veduta salire una schiera di donne e di fanciulle, vestite quasi tutte del pari, in quella rozza ma pittoresca foggia delle nostre alpigiane, con un bustino di filaticcia color rancio serrato alla persona e una sottana di cotonina scura, che lasciava veder mezza la gamba, le calze turchine e gli alti zoccoli: ma ciò che più rapiva eran que' visi aperti, quegli occhi neri e inquieti, que' capegli bruni e lucidi, con la loro corona degli spilli d'argento. Accompagnavano alla chiesa la novella sposa, quella buona Stella che tutti amavano; e anch'essa ne veniva con un vestito nuovo all'usanza montanara, che la faceva essere cento volte più bella. La mamma Teresa, spesseggiando i passi, tenevale dietro; Damiano e Rocco le avevano precedute nella chiesa.

Don Celso, assistito dal vecchio curato, celebrò per la prima volta il santo sagrifizio; la religiosa cerimonia commosse molti, ma la madre dei prete ne pianse di contentezza. Finita che fu la messa, Rocco e Stella s'inginocchiarono sui gradini dell'altare; don Celso li benedisse, ricevette da loro la sacra promessa, e pronunziò le parole dette dal Signore.

Durante la funzione, Damiano si tenne in disparte, assorto nel pensiero di quella felicità, ch'era parte della sua; e quando vide l'amico e la sorella scendere dall'altare tenendosi per mano, sentì una voce nel cuore che gli diceva:—Essi saranno contenti, e tu ora puoi seguire il cammino che ancor ti resta a fare.

Gli sposi andarono ad abitar la casetta, dove, prima di quel giorno, Rocco non aveva mai voluto metter piede, e che nel frattempo fece rabbellire come meglio seppe, affinchè fosse degna della figliuola dell'antico soldato di Napoleone. La terra che possedeva era sufficiente a dar loro di che vivere la vita umile e sconosciuta della campagna; vita non povera e non ricca, ma abbastanza felice. La mamma Teresa non volle distaccarsi dal suo don Celso; e come le due case non eran lontane l'una dall'altra più d'un trar di pietra, così può dirsi che facessero ancora una famiglia sola.

Essi non avevano più nulla a desiderare; ma Damiano nutriva nell'anima altri voti, altre speranze, altro amore. Il lungo contrasto in quegli anni sostenuto avevagli rapito per sempre il candore del desiderio, la pace della fede: dopo ch'ebbe veduta la maggioranza de' prepotenti e degl'ingannatori; dopo che, nel mondo a cui chiedeva così poco, i tristi gli ebbero versato in cuore il veleno dell'odio, d'ardito ch'egli era, si fe' torbido, insofferente; aveva voluto vivere per i suoi più cari; e fu inutilmente; sentiva bisogno d'amare; e povero e oppresso, amò i poveri e gli oppressi come lui; l'idea di far per loro il sagrificio di sè stesso e di quel poco che gli restava, divenne l'assidua, unica inspiratrice d'ogni sua volontà, il fine d'ogni sua aspettazione.

Passò quell'inverno; e Damiano, più tranquillo del solito, stette quasi sempre a fianco della madre e della sorella, attendendo con una premura più viva e più intelligente di prima alle cure della scuola e della casa, avviando a bene quanto potesse dare a' suoi la certezza dell'avvenire. E la Stella, la sua prediletta, non l'aveva da un pezzo veduto così pronto e sereno come allora. Al tornar della primavera, andò lontano, senza dir dove; ritornò dopo una settimana o poco più.

Indi a poco tempo, domandò alla madre la permissione d'andare a nuovo viaggio; e, dopo molta esitanza, le disse che forse la sua assenza poteva durare un anno; ma che da ciò dipendeva il bene di tutta la sua vita. Al che la povera vecchia rispose colle lagrime; non seppe dirgli di no, e strettamente abbracciandolo, gli diede la sua benedizione. Il dì appresso, al levar del sole, egli ascese lentamente, in compagnia di Stella, l'alta montagna che guarda verso il lago di Lugano; ma quello che a lei confidò, nessuno lo seppe. Giunto alla sommità, schiantò due rami da un'antica rovere; e con un nodo di vimini li congiunse in forma di croce. Sedettero per alcun tempo su quella cima; poi egli piantò la croce nella fenditura d'un sasso. Strinse al cuore la sorella, e dopo averla, senza piangere, baciata in fronte, le disse:

—Addio! Se non ritorno più, verrai a pregare per me presso a questa croce. Fino a oggi, ho fatto il poco che ho potuto, per nostra madre e per te: ora ho un'altra madre, a cui devo il mio cuore e la mia vita…. Il mio segreto è tuo; addio.

Si tolse con forza dalle braccia di lei, e discese a passi rapidi dall'altra parte della montagna.

Gli anni passarono; ma la sua famiglia non lo rivide più.

———

Da quel giorno eran corsi tredici anni. Nell'umile campo santo del paesello, verso il cadere del dì de' morti, una donna pregava, inginocchiata sull'erboso terreno, in mezzo a due fanciulletti, l'uno di forse dieci anni, l'altro di sette al più; i quali, colle manine in orazione e gli occhi fissi a una rozza croce senza nome, parevano accompagnare in quell'atto innocente la sua preghiera.

Il sole tramontò: e la donna, adempito ch'ebbe quel pio dovere verso i suoi poveri morti, uscì del cimitero, tenendo per mano i due ragazzetti. Essa mostrava poco più di trent'anni; gentile il viso e bello ancora, di quella beltà matura che par significare una melanconica pace dell'anima e della vita; vestita d'un corto e modesto abito di rigatino alla foggia del contado, coperta il capo e mezzo la persona d'uno scialle nero; lento e composto l'andare. Il più piccolo de' fanciulli, appena furon essi fuor del recinto, stringendosi alla donna, le disse, con una vocina tra paurosa e compassionevole:—Vedi, mamma, quel soldato seduto per terra là, al piede del murello!

Essa guardò a quella parte, che il figliuolo additava; e scorse in fatti, a pochi passi di loro, e mezzo nascosto da una fratta, un uomo colle spalle appoggiate al murello, più abbandonato che seduto; il quale, come s'avvide d'essere scoperto, fece uno sforzo per levarsi in piede, aggrappandosi a' ciottoli scalcinati del recinto e agli stecchi de' cespugli; vi riuscì e mosse verso di loro.

Alla faccia solcata, livida, polverosa, al guardo tetro e pieno di sospetto, ch'egli vibrava di sotto la tesa d'un largo cappello di feltro ornato d'una penna di falco; al guarnacchino, del quale mal si capiva il colore, comechè tutto fosse lordo di sangue e di fango, ma che pareva rosso; al passo vacillante ch'egli a stento sosteneva, appuntando in terra il calcio d'una corta carabina, la donna comprese che quel soldato doveva essere un povero fuggitivo, il quale, ferito e perduto, si fosse trascinato a quella parte, e per mancanza di lena o per tema di farsi vedere, avesse fatto sosta colà ad aspettar la notte. Non molto tempo era passato dall'ultima battaglia, combattuta a qualche distanza di quella valle; per quasi due mesi i silenzii di quell'alpestre contrada erano stati turbati dallo strepito della guerra, dal passar di frotte armate, dal lontano interrotto rimbombo del cannone. Anche in quel villaggio sperarono e tremarono; anche di là eran corsi non pochi, per offrire il braccio e la vita. Ma fu invano; e a quell'ora, tutto era finito.

—Voi siete un soldato del nostro paese: disse la donna, appena lo sconosciuto le si avvicinò: Forse…. avete bisogno di qualche cosa…. Forse siete ferito, stanco…. Venite con me; qui, nella nostra terra, son buoni….

—Vi ringrazio, con tutto il cuore: rispose quell'infelice: Per più d'un mese sono restato tra la vita e la morte, nella casipola d'un povero carbonajo, là dall'altra parte della montagna…. Jeri mi sono messo in istrada; ma contavo troppo sull'esser guarito…. Se mi fate la carità d'un pezzo di pane…. se mi date ch'io possa dormire al coperto questa notte, per ripigliare un po' di forza e mettermi in istato di passar il confine domani…. vi benedirò, e Dio vi benedirà anche lui.

Da queste parole, dal cortese modo con cui le pronunziò, e più ancora da una certa dilicatezza de' lineamenti, che, sebben patiti e smunti, lo indicavano di condizione un tempo più avventurata, ella fu tocca profondamente nel cuore; e sentì per quell'uomo una compassione che non avrebbe potuto dire. Fattogli cenno di seguitarla, si mosse per la prima lentamente, e dietro a lei i due figliuoli, guardando lo sconosciuto, con curiosa e mesta attenzione: il maggiore faceva uno sforzo più grande dell'età sua, per sostenergli il passo e servirgli come di bastone; il piccino s'era impossessato dello schioppo, e lo reggeva con fanciullesca fierezza sur una spalla.

Giunti, per una rimota stradetta, alla casa ch'era fuor del paese, un robusto campagnuolo, che portava il giubbone alla montanara, venne loro incontro; e di subito comprese la profferta pietosa che aveva fatto la sua donna.

—Mia buona e brava Stella!…. diss'egli; poi stese la mano all'infelice fuggiasco, col cuore amorevole e franco che gli parlava dal viso.

—Dopo tutto quel ch'è stato, ripigliò, e che Rocco ha fatta anche lui la parte sua, l'unica consolazione che gli rimane è di stringer la destra d'un fratello. E tu, Stella, me la dai questa consolazione. La buon'anima della mamma Teresa, per la quale hai pregato, e che da tre anni ci manca, sarà contenta anche lei a vederci far del bene.—Tu poi, Damiano—e metteva la mano sul capo del maggior de' fanciulli—ricordati che dovrai avere un cuore come il cuor di quest'uomo; e a te, Vittorino, forse tuo padre potrà dare un giorno un trastullo, come quello che tieni adesso in ispalla.


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