Ben presto dunque s'acconciarono col nuovo locatore, il quale, a mero riguardo del signor Domenico, si tenne contento, per il fitto, di cencinquanta lire all'anno. Col ricavo della suppellettile di sopravanzo venduta a un arcigno rigattiere, il quale teneva bottega sul terraggio di San Celso, pagarono il semestre anticipato, e pochi dì appresso, la povera e onesta famiglia dell'antico velite s'era così allocata nella sua novella abitazione. Assai triste, la Teresa e la figliuola abbandonarono la solitaria casa, dove avevano passato tanti anni che lor parevano in quel momento anche troppo felici; dove lasciavano tante piccole memorie, tante speranze ancor vive. Le donne semplici e casalinghe, come la Teresa, attaccano, direi quasi, una parte della lor vita alle care pareti, alle note finestre, a quegli arredi che mai non mutaron luogo, che furono testimonio de' loro giorni oscuri ed ugnali; altrove, non trovano più l'aria che prima respiravano, nè quel sole, nè quell'angolo del cielo che conoscevano, che amavano tanto.
Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo, nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità. E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via. Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva alla vista di chi venisse.
Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro destino.
Capitolo Sesto
Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.
Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che, disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via; tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore, per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la vita.
Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore; e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà ben presto un alto e onorato fine.
È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni, non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose, irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele; vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.
Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune, leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare; ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano, piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo, l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de' momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!
Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto, appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era povero.
Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile, non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de' nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi, riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni, la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia prediletta del cielo italiano.
Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma, avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista, non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia; risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri, si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir altro discorso di pittura nè di poesia.
Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti, come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta la sua biblioteca.
Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre, aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più difficile che dapprincipio non avesse creduto.
Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli, fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi; indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire, d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli, quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio, mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!… Alla svolta della via di Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato, qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo, ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità d'aver pace con sè medesimo.
Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre, la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto ne ajuto per sè.
Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita. Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova, l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.
Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro, Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere; allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte. L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora, gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi; da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè medesimo:—Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio; e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!
Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna, si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non sapeva rinunziare a quella cara tentazione.—Finirò questi due anni di studio, diceva fra sè, e poi… O l'arte ch'io amo, o qualunque altro più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere…. E poi, siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si vuole—finiva—ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!
Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa, costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche: bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di gentile.
Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora, s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza, che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi, non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale, smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto, l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si sentiva più forte e migliore.
Le due donne stavano sempre in casa, lavoravano sino a notte, e di solito non vedevano anima viva. Unica loro compagnia era l'antico tenente, che lasciavasi vedere due o tre volte la settimana, e godeva nelle lunghe sere raccontar le cose de' tempi suoi alla Stella o al giovinetto Celso. Poichè, quantunque avesse una predilezione per Damiano, il buon soldato voleva bene anche all'altro suo figlioccio; anzi andava da un pezzo ruminando che mai se ne sarebbe potuto fare, senza trovar cosa che gli piacesse. Ma la madre ci pensava più di lui; ed una sera, fra le altre, in uno di que' lunghi silenzii che sembrano mettere, fra poche persone raccolte, un'aria di mestizia e quasi di sospetto, la buona vedova si fe' coraggio, ed uscì a dire:—Non sa, signor Lorenzo? Il mio Celso vuol proprio andare a prete; è una vocazione che ha da un pezzo; e per me la tengo una vera grazia del Signore!
Strabiliò il vecchio cisalpino; fece una smorfia, come per mandar giù una bestemmia che gli era venuta sulla lingua, e guardò in faccia il figliuolo. Il quale arrossì, chinò timidamente il capo e non seppe dir nulla.
Damiano, quella sera, non era ancora tornato a casa, di modo che il discorso cadde. Ma prima d'andarsene, il signor Lorenzo, volgendosi a salutare la vedova, le aveva detto un po' brusco:—In quanto al vostro figliuolo, se vuol proprio fare il prete, che lo faccia; può ben essere un prete galantuomo. Ma per me, non mi cercate nè pareri, nè altro; lasciatemi pur fuori da questa faccenda, chè non c'entro io.—E si partì, senza aspettar Damiano, come di solito faceva.
Celso aveva allora diecisette anni; ma essendo stato da piccino gracile e infermiccio, era cresciuto meschino di membra, sicchè ne mostrava quindici appena. Venne al mondo in un anno di tristezza e di sventura per la Teresa, e del quale tanto lei che Vittore non parlavano che colle lagrime agli occhi; nell'anno che vide la rovina di Napoleone, e il rimpasto del passato. Vittore si teneva caro Damiano, il suo primogenito, sopra gli altri due; e soleva dire che quello era nato almeno nel suo miglior tempo, quando c'era ancora un'Italia. La buona Teresa in vece non poteva di queste ragioni far misura al suo affetto; e compensava anzi il suo secondo figliuolo, quel poverino travagliato e gramo, con più viva sollecitudine, con quella specie d'amorosa gelosia, onde non son commosse che le viscere d'una madre.
A dieci anni, il fanciullo infermò di lenta febbre; e inchiodato nel suo letto, per molti mesi tra la vita e la morte, non aveva avuto altro medico, altro angiolo salvatore che l'amor di sua madre. La semplice e pia donna, in mezzo all'angoscia, vedendo languire limato dalla consunzione quel suo caro, come povera pianticella a cui manchi il succo della vita e la luce del sole, non dubitò di far nel suo cuore un voto, che se dal Signore le fosse restituito il figliuolo, avrebbe fatto quant'era possibile per consacrarlo al suo santo servigio. Poteva essere un voto temerario, un voto inutile; ma in vece parve un'inspirazione di lassù. Poichè il fanciullo, riavutosi quasi miracolosamente, dimostrò col crescer dell'età un'indole quieta, composta a religiosi pensieri; e da sè, senza che ne lo consigliasse la madre, correva di nascosto quasi ogni dì alla chiesa del santo di cui portava il nome; amava poi, sopra ogni cosa, le belle funzioni delle domeniche e delle solenni feste della Madonna; ed era ritirato, studioso, esemplare, tanto che la sua timidità e il suo silenzio avevan fatto più d'una volta perder la flemma al vecchio Vittore, che non gli pareva di vedere in lui un suo figliuolo. Il giovinetto non aveva osato aprirsi con alcuno de' suoi; ma ben lo seppe indovinare la madre: quantunque, timida com'era anche lei, n'esultasse e tremasse ad un tempo. Cosicchè, finch'ebbe vivo il marito, temendo il rifiuto o il dispetto di lui, che aveva messo sopra i figliuoli tutt'altre intenzioni, non trovò mai un po' di coraggio per parlargli della vocazione di Celso.
Morto il vecchio soldato, la vedova s'era consigliata col proprio confessore, e gli aveva condotto il figliuolo, che finalmente disse la propria volontà di vestir l'abito chericale; aggiungendo che, al letto di morte di suo padre, gli era sembrato d'udire un'altra volta la voce del cielo che lo chiamava. La mamma Teresa ne pianse di contentezza, ringraziando Dio che le mandasse quella consolazione; e il prete, vedendo le buone disposizioni del giovinetto, trovò savio e giusto che si avesse a pensare, senza por tempo in mezzo, al suo avvenire; di più, promise di raccomandarlo affinchè ottenesse presto qualche piccolo beneficio, con cui, avute prima le superiori licenze, continuar gli studii ed entrar nel seminario senz'altri sagrifizii della famiglia. La stessa mattina la madre aveva parlato della cosa con Damiano; il quale, sebben vedesse più volentieri che il fratello per alcun tempo maturasse una deliberazione così grave, pure non seppe contraddire all'ardente voto di lui e a quello più ardente della madre; e anzi profferse i suoi tenui risparmi, fatti in que' pochi mesi, per le prime spese che fossero necessarie. Ed avevano anche posta qualche speranza nel compare Lorenzo; ma udite le brusche parole di lui, appena venne a sapere che al suo figlioccio volevan mettere il collar da prete, non entrarono più in tale argomento.
Capitolo settimo.
—L'Illustrissimo è alzato?
—Non si sa.
—Sarà visibile stamattina l'Illustrissimo?
—Non si sa.
—Il capo credenziere domanda a che ora si ha da tener pronta la colezione dell'Illustrissimo?
—Non si sa.
Nella lunga e tetra galleria d'un palazzo che portava un nome antico quasi come quello del nostro antico Milano, così domandava, con umiltà spagnolesca, un servitore in livrea gallonata su tutte le costure; e così a lui rispondeva, con serietà spartana, un cameriere vestito di nero, passeggiando su e giù col sussiego d'un ministro.
Il servitore s'inchinò, e senza risicare una sillaba di più, ripassò il vestibolo che precedeva la galleria e rientrò nella vasta anticamera; dove forse una diecina d'altri servitori stavano qua e là sparsi; quale sdrajato e dormiglioso già di mezza mattina, sopra una delle stemmate cassapanche; quale camminando innanzi e indietro per lo stanzone, colle mani sotto le falde delle livrea; altri discorrendola con burbanza fra di loro, come avvocati in conferenza, o lasciando a ogni poco scappar di bocca grasse risa e parolacce; alcuni poi aggruppati presso il loggiato del cortile, giuocando a tavola sopra un bisunto scacchiere; nè mancava quello che, togliendosi fuori l'una dopo l'altra dalle tasche della giubba non so che fette di prosciutto, sbocconcellava sbadatamente in disparte.
La campana maggiore del Duomo, a cui facevano eco tutte l'altre di Milano, annunziava il mezzogiorno; e l'Illustrissimo, usurpata un'ora al sonno, però che quella era mattina di ricevimento, rimosse la cortina azzurra del suo letto; e sporgendo una mano dal capezzale, tirò il cordone di seta.
Un omicciattolo corputo, tarchiato, volgare all'aspetto e al portamento, entrò subito nella camera del suo signore. Era il suo cameriere, e più che servo, consigliero e amico; il solo della casa che avesse licenza di penetrare negl'intimi appartamenti del padrone; e sapeva tenerlo codesto suo privilegio: era, se volete, il Mefistofele dell'Illustrissimo.
Appena entrato, costui aperse con cautela la finestra, socchiudendo però le gelosie, e calando le tende di seta, perchè la luce troppo viva non ferisse gli occhi del padrone; poi s'avvicinò al letto; e senza dir motto, versata da un nero fiaschetto in una tazza dal labbro dorato non so che mistura biancastra, la porse al suo signore. Levatosi a sedere, torcendo la bocca e il naso, egli la trangugiò; e borbottava al servo:—Quando finirà, briccone, questa tua maledetta bottiglia?
—L'aveva detto io, rispose colui a mezza voce, con uno sghigno che il rese più brutto; l'aveva detto che certe cose costan care a lor signori, come a noi poveri diavoli, eh! eh!
—Pazienza! disse il signore, ma guai a te, se questa sciatica non finisce presto!
Il servo rise ancora d'un riso più strano, ma non rispose altro. Ponendo appiè del padiglione su d'una seggiola a bracciuoli, le vesti del padrone in una cesta coperta di broccato, gli diè braccio a scendere del letto, lo ajutò a sedere, a vestirsi di sotto, a calzar le trapunte pianelle; poi, indossata che gli ebbe una morbida veste da camera, corse ad aprire la porta; e l'Illustrissimo trascinossi nel gabinetto vicino.
Quel gabinetto, adorno di specchi, di dorature, di bronzi scolpiti, di candelabri e di mille novità della moda, racchiudeva quanto il lusso, il comodo e l'eleganza ponno desiderare. Sulla pettiniera rivestita d'una copertina di merletto antico, una miriade di vaselli, tazze, boccette di cristallo, d'argento e d'oro, con essenze e manteche portentose; ne usciva una nube imbalsamata, da disgradarne il chiosco d'un sultano del Misore; dinanzi alla tonda specchiera, un seggiolone coperto di velluto cremisino; e accanto a quello, in atto rispettoso, con un rocchetto spiegato, il parrucchiere dell'Illustrissimo.
Il quale s'abbandonò sul seggiolone; e confidando la testa alle mani dell'esperto acconciatore, si voltò al cameriere, e:—Son di là? dimandò.
—Chi, Illustrissimo?
—Quelli che ci debbono essere.—
E fatto un cenno colla mano, volle dire che li facesse passare.
Intanto che vengon costoro, e che il degenere successore di Figaro sta architettando la bigia chioma del vecchio patrizio, con cauto riserbo solleviamo una parte del velo che copre questo gran personaggio.
Quantunque egli avesse già da lunga stagione cancellato dalla memoria in qual anno del passato secolo fosse venuto a consolar le genealogiche speranze della famiglia, nondimeno portava scritta nel volto la cifra dell'età sua; e al primo vederlo avresti detto: E' non aspetta più i suoi sessantaquattro. Alto della persona, lento e superbo lo sguardo, ed in una cotale incerta severità di lineamenti spirante l'indole vera della sua gentilesca prosapia, un misto d'antica bontà lombarda e d'albagia spagnuola. Portava un gran nome, anzi parecchi, un più dell'altro grande e illustre; poichè la ricchezza e lo splendore di due o tre famiglie feudali, andavano a finire in lui. Signore d'interi villaggi, di boschi e latifondi, non sapeva nemmeno le sue rendite; ma un'amministrazione formata d'un procuratore generale, di due ingegneri, di tre o quattro ragionieri e scritturali, tutti provvisti di pingue assegnamento le governava: per tal modo le ricchezze della casa, se (come succede) non ingrandivano, non venivan meno. Bisogna dire però che l'oro nelle sue casse non ammuffava; poichè i nobili appartamenti, le coppie de' cavalli forestieri, i sontuosi pranzi d'ogni settimana, e poi cuochi, credenzieri, camerieri, cocchieri, palafrenieri, e tutto l'altro sciame della livrea, tenevano in onore un'opulenza quasi proverbiale. Molte vedove d'antichi servitori di quella gran casata vivevano delle pensioni a loro fatte: ogni anno, a giorni dati, si distribuivano, per ordine dell'Illustrissimo, piccole doti a povere zitelle, per le quali era, nel resto dell'anno, un correre, un affaccendarsi e brigare di nonne, di zie, di madri e figliuole, con una litania di miserie. Aveva poi riservato per sè il diritto di conferire certi benefizii ecclesiastici, d'antico patronato della famiglia, coi quali intanto si procacciava una piccola corte di curati, canonici e coadiutori, pronti a contrastarsi con ira tremenda, per qualcuno dei loro protetti, il più magro benefiziuolo che uscisse vacante. Nè mancava chi a tempo sapesse levare a cielo la munificenza, la pietà illuminata di quel gran signore che non intralasciava il costume degli antenati, ristorando a tutto spendio qualche vecchio altare, qualche cadente oratorio di campagna, per mettervi poi in fronte lo scudo della famiglia inquartato di stemmi di tutti i colori, come un gherone della guarnaccia di Arlecchino, con una bella inscrizione in latino, del secol d'oro, della quale i posteri, inarcando le ciglia, dio sa che cosa diranno.
Con tutto ciò, quel gran personaggio, sebben potente per nome e ricchezza, non aveva mai voluto immischiarsi nella pubbliche faccende; e se in altro tempo ci fu tirato, come si suol dire, pei capegli, fece vedere di non voler saperne punto nè poco. Coll'orgoglio della nascita, aveva ereditato dai magnanimi lombi degli avi quella specie di egoismo feudale di lasciar che il mondo cammini a sua posta, purchè non abbia a tirare in compromesso lo splendor della casa e la rotondità de' suoi tenimenti: era peccato insomma che fosse nato al tempo nostro, anzichè al secolo di Filippo II, o di Filippo IV. Finchè durarono i privilegi, i fedecommessi e le altre prerogative, aveva menato intorno corteggio come di principe; poi, in mezzo alle convulsioni politiche del paese, in quella guerra di venti anni la quale mutò la faccia dell'Europa, visse di lunghi mesi in uno de' suoi castelli, lontano più che potè dal tuonar de' cannoni; si ristrinse nel cerchio della vita privata, obbedì mano mano all'opinione trionfante, pagò censi, tributi, gravezze, e si tenne così fedele amico al potere. Marchesi, conti e baroni, qualunque avesse titolo, autorità, era in casa sua il benvenuto; non già ch'egli avesse bisogno di loro, o ne cercasse l'amicizia a lui bastava che ancora il suo nome avesse un eco in mezzo al proprio ceto; che il fasto de' suoi appartamenti, che l'oro e i cristalli de' suoi conviti abbarbagliassero coloro che si movevano, per dir così, nella sua sfera, come satelliti d'un pianeta. Con tutto questo, uomo degnevole, quantunque freddo e altero alla sembianza, amico della mensa squisita e delle belle donne; perocchè molta briga non s'era pigliata mai della nobilissima dama compagna, alla quale quarant'anni prima aveva dato il nome, in ricambio della splendida dote che giovò in quel tempo a ristorare la breccia fatta dal 96 nella sua ricchezza.
Questa dama viveva ancora, e nello stesso palazzo aveva appartamento separato da quello del marito, non per altra ragione che per consuetudine principesca; aveva pure il suo corteo di consiglieri e parassiti. Marito e moglie si contraccambiavano cordiali proteste; l'uno faceva all'altra una quotidiana visita di cerimonia; nè l'Illustrissimo aveva mai mancato, in certe solennità di pranzi e di conversazioni, di quel rispetto, di quelle onoranze che la reciproca dignità esigeva. Nondimeno, la dama s'era permessa, più d'una volta, nel solito circolo serale, di dir sogghignando ad alcuno degli amici che il signor consorte non aveva smorzato ancora tutti i capricci di gioventù; soggiungendo poi seriamente che pur troppo la nobiltà andava perdendo di giorno in giorno importanza e decoro; e che si perdevano insieme l'ordine e la gerarchia della società. E i fortunati ammessi alla patetica partita de' tarocchi, nella solenne ora del tè, strozzavansi in gola le risa e le facevano eco.
Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera, l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in viso un:—Infame!
Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua volta.
Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera, sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:—Segretario: disse l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le schiene dalla curva presa.
—Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa; ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io, quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?… Risponderete poi alla lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e pio… notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso. Avete dunque capito, segretario?
—Illustrissimo, è come fosse fatto.—E s'incurvò di nuovo, fino a toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.
—Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:—A voi, maggiordomo.
—Ma… ma… se vossignoria permette, arrischiò il segretario, coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe… mi pare… il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale il reverendo subeconomo…. mi pare…. ebbe a farle parola.
—Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?….
—Non io… non io…. ma la bontà, il cuore di vossignoria che, trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora….
—Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?
Queste parole e il tuono con che furon dette avrebbero in altro momento gelata ogni risposta sulle labbra dell'umile segretario; ma bisogna dire che un gran motivo lo stringesse, se tenne fermo e facendo un'altra riverenza, aggiunse:—Quando non sia troppo ardire il mio, vorrei chiedere…. mi pare… che una persona, la quale gode il favore dell'illustrissima padrona…. il padre Apollinare, mi pare…. dovrebbe aver raccomandato a vossignoria un giovane chierico, di famiglia onesta, bisognosa.
—Ora capisco, avete anche voi le vostre premure, signor segretario: ve l'ho pur detto che non vi prendiate di siffatti impegni, se…. se vi piace l'aria di casa mia.
—Mille perdoni, Illustrissimo, ho fallato!… ma fu perchè….
—Ma, ma, ma…. non voglio nè i vostrima, nè i vostriperchè; le buone ragioni le so io; conosco come siete fatti voi tutti…. o qualche regalo, o qualc'altro interesse…. carità pelosa!
—Oh! prendo il cielo in testimonio….
—Lasciate in pace il cielo!
—Un'altra volta, Illustrissimo, mille e mille perdoni: volevo dir soltanto che la povera madre di quel giovine domanda un minuto d'udienza…. e le sue carte sono qui, in mia mano.
—Eh! che aspetti alla buon'ora! che gente! rubarmi tutto il dì! E voi, ci voleva tanto a spiegarvi? Via, datemi queste carte, e vediamo di che si tratta.
Pigliò le carte, ma senza pur gittarvi un'occhiata, senza aprirle, le mise giù sul tavolino, e voltosi al segretario:—Sapete voi qualche cosa di questa gente?
—Buona gente, Illustrissimo, buona e povera gente; una madre piena d'anni….
—E di catarro: non voglio vederla.
—Tre figliuoli; due maschi….
—Son pochi.
—E una fanciulla….
—Bella?
—Oh! oh! Illustrissimo…. io non so niente.
—Via, via, che lo sapete; l'ho ben capita io! bravo, segretario! non portate gli occhiali per niente. Ora veggo la raccomandazione, eh! eh! se l'ho detto subito, carità pelosa!
Il povero segretario pativa il martirio. La prima volta forse che voleva fare un po' di bene al prossimo, si trovava spacciato, come il topo negli artigli d'un vecchio leone. La famiglia di cui s'era arrischiato a parlare, era (come ben sa il lettore) quella della vedova Teresa: ella stessa se ne stava allora aspettando, giù nello stanzino del portinaio del palazzo, se venisse il buon punto di presentarsi a quel signore. Il vecchio cugino di lei, il negoziante di droghe da noi un poco conosciuto, si era indotto, per la gran ragione che non vedeva di dover metter fuori del suo, a raccomandar l'abatino al segretario che l'onorava della sua amicizia, essendo egli il droghiere della casa; ed il segretario aveva promesso, per uno speciale riguardo al signor Domenico. Se poi, nel promettere, avesse dato un pensiero a certi anniversarii pacchetti di cioccolattetutto caraccache gli accompagnavano l'augurio del buon Natale, non saprei dire. Ma intanto la Teresa aveva potuto consegnare in proprie mani del signor segretario le carte del suo Celso; ed ella stessa, come dicemmo, aspettava col batticuore, aspettava sperando in un ministerialeVedremo, di quel suo insperato protettore. Così stava la cosa; ed ecco perchè il poveraccio s'intese dal labbro del padrone accusar di carità pelosa.
A quelle parole, accompagnate da una risata sonora dell'Illustrissimo, il segretario indietreggiò; e il giallore del suo viso, dal mento scorcio fino alla calva nuca, divenne un rosso di fuoco; chinò il capo per nascondersi, balbettò qualche scusa che finì in un sibilo strano; ed ecclissandosi dietro al corpulento maggiordomo che in quella avanzavasi, imboccò la porta e disparve.
Così bisogna dir pur troppo che quasi sempre la fortuna o la disgrazia di chi ha bisogno d'altrui pende da un filo; è l'effetto del capriccio, del buono o malumore del momento, d'una parola, d'un'occhiata, d'uno sbadiglio. La conversazione fra il gran signore e il segretario, dal bel principio, aveva preso la mala piega; e di tal maniera, senza colpa di nessuno, il benefizio sospirato dalla povera donna per il suo figliuolo, era già ito in fumo.
Capitolo Ottavo
—A voi, maggiordomo: che novità?—Così l'Illustrissimo: e intanto il parrucchiere, dati gli ultimi tocchi all'edifizio della sua capigliatura, vi faceva cader sopra un nembo di polvere cipria, per velare il bigio di quella zazzera famosa: era codesta una sua vecchia consuetudine aristocratica, un ultimo tributo al costume de' suoi nonni. Le sue prime conquiste in amore egli le aveva fatte coll'incipriato tuppè; e forse, nella virtù del suo tuppè, sperava di vincere ancora.
—Illustrissimo: il maggiordomo rispose; aspetto gli ordini….
—La colezione, al solito, dopo la messa, nel salotto d'udienza: intanto riceverò qualcuno fino alle tre.
—Benissimo. E il pranzo?….
—Al solito: oggi è sabbato; avete ordinato?
—Sì, Illustrissimo, per i soliti invitati del sabbato; dodici coperti…
—È uno de' miei giorni di penitenza; ma che cosa fare? se non si mette insieme una dozzina di costoro, vi gridan la croce addosso. Per altro, un sistema ci vuole, e ciascuno cerca i pari suoi; ond'è che mi par benissimo pensato di tener la domenica per le persone di riguardo, e il martedì e il sabbato per l'altra gente. Io per me, dico il vero, non ho pregiudizj di ceto; anzi mi compiaccio di veder questi buoni diavoli farsi una festa di quella grazia di Dio che toccano due volte la settimana; e so mettermi alla loro portata, senza però darmi troppo fastidio. Via dunque, chi avremo oggi?
—Vossignoria lo sa: il dottor Durante: il signor Pino, ingegnere della casa; l'avvocato Natali, i due signori canonici, il signor coadiutore della parrocchia.
—Questi tre li digerisco, per riguardo a mia moglie. Poi?
—Poi il ragioniere Capra, il signor segretario, e il curato delle Cascine Nuove, venuto a Milano stamattina e invitato per ordine dell'illustrissima signora padrona. Anzi, egli aspetta il favore di riverire vossignoria.
—Già, lui! è un livello perpetuo. Mi par di vederlo colla coda dell'occhio spiare obliquamente il giro de' piatti, finchè non si fermino alla sua sinistra. Ah! ah! e un buon uomo, lo compatisco; egli porta con sè la memoria de' miei pranzi nella solitudine della sua cucina, e ne parla pur un mese colla serva, ah! ah!….
—Eh! eh! eh!—fece eco, con un cotal riso di rispetto, il maggiordomo.
—Via, delle scempiate d'oggi mi compenserò domani; chè almeno avrem commensali degni del pranzo. I biglietti d'invito li avete mandati tutti?
—Tutti, Illustrissimo.
—Non ebbi la risposta del conte Ippolito, e di sua moglie, nè quella del marchesino Alfonso…. A proposito, l'ho fatta di conio: che dirà la bella contessa, trovandosi col suo nuovo adoratore? Eh! via, in cuore mi ringrazierà, la gentile donnina; ed io pregherò il marchesino di servirla del braccio; è un fior di donna ancora la contessa!… somiglia un pochino a quell'antica mia…. a quella Rosalbina; ten ricordi, Rosso?
Questi commenti che l'Illustrissimo un po' faceva tra sè a mezza bocca, un po' indirizzava al fedel servitore, che Rosso appunto aveva nome, eran bevuti come oracoli dal parrucchiere e dai domestici. Il dì appresso, la novella degli amori del marchesino con la bella contessa doveva far le spese della conversazione nelle anticamere e nel tinello.
—E chi altro avremo? seguitò il signore; ricapitoliamo, maggiordomo.
—Quel signor principe russo, arrivato martedì, il quale passò un'ora fa, e lasciò i biglietti di visita per vossignoria….
—Bene.
—Il signor cavaliere Lavinio….
—Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel signor visconte francese….
—Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.
—Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di Champagne, una di….
—Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo darete le polizze all'amministrazione di casa.
Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.
Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più d'accompagnarne le frasi con qualcheoh! ah! eh!ovvero con mezzi sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.
Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario. Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo stomaco ne' talloni.
Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:—Don Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora; vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il benefizio è già impegnato per un altro…. Capperi, lei lo sa, il figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno…. Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don Aquilino.
Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte, dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro che un sospiroso—Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che furono per lui come una stilettata:—Caro don Aquilino, non faccia il dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.
Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì fuori di là.
Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni, andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora, giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:—Proprio voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa d'importanza a dirvi, signor Omobono.
Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato, chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli altri.
Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa, come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore, che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza; richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia, tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta; e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda, oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale, stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi morire.
Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e ficcando il capo dentro la porta invetriata:—Dov'è, disse, con voce stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?
—Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.
—Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare, come aspettano tanti.
—Oh mio Dio! proruppe la Teresa.
—Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così…. benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.
Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a confortarla, con serietà solenne:—Non ci pensate voi; sua signoria vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!—essa trovò il cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter piangere quanto n'aveva bisogno.
Celso rimase mortificato di vedere uscita a vuoto la sua prima speranza; ma Damiano, che solo non volendo contraddire a sua madre, l'aveva lasciata darsi attorno per arrivare all'anticamera di un signore, Damiano, a dir vero, non n'ebbe soverchio dispiacere. Celso aveva gittato le braccia al collo di lei, dicendole con voce commossa:
—Pazienza, mamma: il Signore non vuol farmi ancora questa grazia; ma studierò tanto e tanto, finchè venga il momento di poter vedere compita la mia vocazione.
Ma non era passata più di una settimana, quando il caso, o piuttosto qualche misterioso potere che con mano invisibile trova il filo di tante cose sconosciute ed oscure, venne a mutare in viva gioia lo sconforto della Teresa e del suo beniamino.
Stava un giorno la povera famiglia insieme raccolta dopo l'ora del desinare, allorchè udì battere all'uscio del ballatoio, e una voce ignota domandar licenza di venire innanzi. Era un prete alto della persona, pallido in viso, di modi lenti e severi; gli occhi, i passi, il gesto e le prime parole che disse annunziavano un misto di circospezione e bontà; non pronunziò il proprio nome, ma soggiunse che veniva da parte di monsignor arciprete della parrocchia e che veniva per bene. La Teresa si sentiva tutta confusa di quest'onore; e incominciò in cuore a ringraziar la Provvidenza. Quel prete aveva un accento forestiero; e Damiano, per quanto ne studiasse gli atti, le domande e le gravi riflessioni, non riusciva a immaginare il fine per cui venisse. Solo notò che il prete, ad ora ad ora, lasciava fuggir qualche rapida e furtiva occhiata sopra di lui, quasi che avesse indovinato i dubbii che gli pullulavano in cuore.
Ma la Teresa n'era incantata; ne beveva le parole, come vangelo; rispondeva a tutto, preveniva anzi le domande che le potesse fare; tutta per filo raccontava la storia della famiglia, delle loro disgrazie, delle poche speranze che avevano. E il prete a tranquillarla, a dirle che si facesse animo, a metterle innanzi religiose consolazioni e ragioni piene di carità e condite di patetica unzione. Per quel dì, egli si tenne sulle generali, e promise di ritornare e di prendersi a cuore la riuscita del giovine Celso; solamente volle, in contraccambio, che la madre e il figliuolo non facessero un passo senza dipendere da lui, nè prima che egli fosse tornato a visitarli.
Non molto andò che il prete ricomparve. Quella mattina della seconda visita, Damiano non era a casa; e l'ignoto visitatore potè meglio insinuarsi ne' segreti della famiglia, e negli animi delle tre buone creature che pendevano dalle sue lente parole, ora melliflue, or gravi, or facili ed ora severe. Prese Celso in disparte, e poichè l'ebbe a lungo interrogato, dimostrossi non malcontento dell'indole sua; e dettogli che di lì a due giorni venisse egli stesso a casa sua, alla canonica di san ***, per sentire le risoluzioni che avrebbe avuto a comunicargli, si congedò dalla famiglia maravigliata, accompagnato dalle benedizioni della Teresa. Egli aveva confidato al giovine come andasse debitore della sua fortuna ad una benefica dama della quale era costretto per allora a tacergli il nome; indi, partendosi, lo avvertì che quando fosse venuto per cercare di lui, domandasse del padre Apollinare.
Su queste cose si andò facendo in famiglia un caos di supposti; ma nessuno potè argomentare il vero. E neppure quando si seppe che il padre Apollinare profferiva al giovine Celso di venirne a star con lui, e ch'egli avrebbe pensato ad avviarlo negli studii teologici, e a dargli poi modo d'entrare negli ordini sacri, nessuno potè farsi ragione del come la cosa fosse accaduta, del come la dovesse riuscire. Ma la buona famiglia tenne per gran fortuna la profferta; madre e figliuola piangevano di gioia, d'una gioia amareggiata soltanto dal pensiero di separarsi dal loro Celso.
Due settimane di poi, il giovane cherico, pieno di speranza, abbandonava i suoi; e nella lontana canonica, in una cameretta a lui destinata dal padre Apollinare, studiava nascosto quanto è lungo il dì, svolgendo e annotando parecchi volumi dei padri e dottori della Chiesa, che il suo protettore gli aveva scelto dalla propria libreria. La Teresa si trovò per alcun tempo come deserta; ma poichè il Padre permise al giovine che ne andasse qualche rara volta a farle una breve visita, la buona donna si racconsolò; e ragionarono insieme della futura contentezza.
Capitolo Nono
Era una notte d'inverno. Nella loro stanza solitaria e fredda, stavano tuttavia al lavoro Stella e sua madre. Sedute nell'angolo vicino al focolare, su cui morivano fra la cenere gli ultimi carboni, al lume vacillante d'una candela di sego mezzo consunta, Stella al telaio ricamava di pagliuzze e fogliettine d'argento la tunica di velo d'un bel vestito da ballo, Teresa cuciva saldando gli ossicini d'un sottile imbusto fatto sur un modello parigino: l'abito e l'imbusto dovevano il domani cingere la snella persona d'una giovine deità del bel mondo. Lavoravano da un pezzo, senza smettere solo un minuto; ma interrompevano il frusciar del lavorìo di alcune rade e meste parole, parole dolorose della madre, tenere e confortatrici della figliuola. I pensieri di tutte e due eran però gli stessi.
Di tanto in tanto la Teresa, intirizzita dal freddo e dall'umido che penetravano per le scommessure delle imposte e per gli spiragli della porta, recavasi in grembo il caldanino, ne risvegliava il fuocherello, per riscaldarsi un poco le mani; e Stella pure era corsa due o tre volte a inginocchiarsi sul rialto del focolare, perchè sentiva gelare le sue piccole dita tutte rosse, che ormai non potevano più reggere la spola; e tornava poi più diligente e spedita al ricamo.
Bisogna entrare nelle case della povera gente, nelle soffitte, ne' solaj, nelle catapecchie; dove sconosciute all'occhio degli uomini, note a quello di Dio, tante madri con le abbandonate figliuole, tanti disgraziati artigiani con una corona d'innocenti creature, trovano per mezzo del lavoro, cui non misura giorno nè notte, abbastanza onde stentare la vita, così che possa venire il domani, al quale non han tempo di pensare. E là, meglio che altrove, ci potremo persuadere che nel mondo il bene e la virtù non debbono morire. Bisogna aver udito i poveri raccontare il segreto delle loro miserie; visitar quelle mura ove sta di casa la disgrazia che ha vergogna di sè medesima, e dar mente a que' timidi disegni arrischiati per migliorare un destino che non muta mai; veder la costanza della fatica, la rassegnazione coraggiosa che s'appaga di così poco, e diventa natura in quell'anime buone; la perseveranza, l'ingenuità e sovente anche la gioja che vengono a diradare il fosco dei dì penosi ed incerti; e imparare come si possa adempiere in dura vita a' doveri della paternità, della famiglia, dell'amore; bisogna, dico, vedere e saper tutto ciò per adorare giustamente la virtù che si nasconde, e sopporta quasi una condanna fatale. Non è giusto pretendere d'aver tocco il sommo della grandezza civile, quando si disprezza il lamento di una moltitudine la quale non ha la coscienza della propria forza.
Guai all'uomo che non ha fratello tra i poveri! Quando il poeta, il filosofo, il politico, condotti dalla giustizia e dalla ragione, non rifiuteranno la mano dell'ultimo degli uomini; quando, invece di porre il dito nelle più sozze piaghe dell'umanità e di torre il velo alle turpitudini della miseria, avranno sollevate dal fango le modeste e solitarie virtù che ancora sono da troppi derise e calpestate; allora forse la voce di chi parla il bene e difende la causa degli oppressi, sarà, più che non sia, ascoltata e benedetta!—
Era in quei giorni la fine del carnevale; e dall'alta loro stanza, la vedova e la figliuola udivano il sordo trepestìo delle carrozze signorili che andavano e venivano per ogni parte della città. Quel romor di ruote e di cavalli, dapprima cupo e confuso nell'aria silenziosa, crescente poi mano mano, facevasi più vicino e più distinto; ne tremavano le muraglie della casa, e traballavano ne' telaj delle finestre i piccoli vetri; poi il romore diminuivasi a poco a poco, facevasi quasi muto, finiva nella lontananza. E così, al pari di quel frastuono che turbava la notte, dovevano finire i tripudj della lieta stagione cittadina.
A quell'ora già tarda, Damiano non era ancora a casa; ma essendosi intrattenuto presso il negoziante della piazza, di cui, come dicemmo, teneva i registri, andavasene solo e pieno di pensieri per la corsia del Duomo, colla intenzione di tornarne a tenere un po' di compagnia alla madre e alla sorella; e voleva che passassero qualche ora più lieta, facendo loro la lettura di quella cara storia de' Promessi Sposi, di quel libro che porta il nome il più grande, il più bello del nostro tempo, e che, venuto in luce qualche anni prima, era già così popolare in tutta Italia. Quel nome, il nostro giovine e le due povere donne l'amavano già tanto; e quel libro aveva fatto per lungo tempo, nei giorni di libertà, tutta la loro gioja, la loro poetica festa, il loro carnevale.
Piovigginava. Nello svoltare il canto della via de' Pattari, Damiano s'imbattè faccia a faccia con un giovine, suo condiscepolo del liceo, che riconobbe subito e cercò schivare: ma colui non gliene diè tempo, e ravvisatolo al chiaror della lanterna della via che gli batteva sopra, lo pigliò risoluto per un braccio, e:—Sei tu, Damiano? dove vai?
—A casa: rispose asciutto il giovine, che non aveva voglia di legar con esso, conoscendolo come uno de' più scioperati e smargiassoni di tutta la scolaresca.
—Sei matto? replicò l'amico: vuoi andartene a letto all'ora de' polli? Siamo in carnevale, per diana!
—Son già le undici, e mia madre….
—Eh! baie: non sono battute le dieci, non ho udito il campanone della piazza de' Mercanti. E poi, che cosa importa? lascia che lei vada a dormire, e tu vieni con me.
—Non potrei…. piove, non vedi?
—Andremo a tetto.
—Dove?
—Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora. E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi…
—T'accerto che io….
—Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna, che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.
E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.
Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore l'inaspettato incontro.
Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile; Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori, e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri, su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva, si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.
Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata, più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni senza paura degli arghi del liceo.
In quella sala di bigliardo, frammezzo al fumo palpabile, erano cinque o sei giovani, pressochè tutti discinti il collo e senz'abito, quantunque l'inverno fosse aspro al di fuori; quale con un lungo cigarro fra i denti, quale con una corta pipa di gesso, di quelle che fanno la prima delizia degl'imberbi fumatori: i vestiti, i cappelli ammucchiati in un angolo; e que' giovani compari raccolti intorno al vecchio bigliardo, se ne stavano intenti ad una partita di sfida fra i due campioni della serata.
—Viva noi, buoni amici! gridò Bernardone entrando nella tana affumicata.
—Viva! risposero in coro tutti.
E l'un d'essi, levando il pugno:—Finalmente! si credeva che il vino t'avesse inchiodato a quest'ora sopra o sotto le panche dell'osteria!
—Eh! malann'aggia, non son novizio come tu, Barello. E poi, non abbiam per noi tutta la notte?
—Gli è che non sapevamo, gridò con voce di falsetto un altro mariuolo, piantandosegli in faccia: non sapevamo ove sia il festino a cui ne devi condurre; altrimenti t'avremmo piantato bell'e bene; e io pel primo t'avrei forse rubata a quest'ora l'amorosa.
—Bada a quel che dici, anitrino spennato! ch'io ti fo rimbeccar le parole con questa carezza…. E Bernardone levò in alto la destra, che parve volesse di botto schiacciar l'incauto vantatore.
—Via, via! saltò a dire un altro: rispetto a Bernardone ch'è il nostro capo, il fior degli amici! Andiamo, non si perda tempo.
E tre o quattro, cercando il proprio abito e il cappello nel mucchio de' panni rincantucciati, vociarono insieme:—Alla festa, alla festa!
—Ohe! ohe! che diavolo vi serra addosso? un minuto! dissero i due che giuocavano la partita di sfida: un minuto che abbiam finito.—E sopra il capo mulinando le aste del bigliardo, minacciarono romperle sulle schiene del primo che uscisse.
—A noi, Tita, gli ultimi colpi.
—Quindici alle bianche, venti alle nere.
—Marco non è a tiro di partita.
—Taci là, non parlarmi sul colpo!
—Bravo, bel raddoppio!
—Giù, alla maledetta: e diecinove.
—Gran Marchino! tengo per lui un da trentacinque.
—Vada, per Tita!
—Dalli, Tita!
—Tre punti, e fan ventitre.
—T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa, mi scappi il naso.
—È un demonio il Marchino.
—Diecinove e sei…. la partita è mia.
Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e trovarsi fra sua madre e sua sorella.
Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo, guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte: l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.