Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era la festa.
Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto. La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando, ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.
Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso, il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato, venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.
La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato, era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari, amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine, rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano, a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse. Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente, adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta; cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine, in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.
Capitolo Decimo
Già la festa, interrotta un istante per la fragorosa entrata della comitiva de' scolari, della bella ricominciò. I giovani suonatori, tornati con maggior lena al lor posto, intuonarono un baccanale: altro nome non poteva aver quella musica; comechè uno tempestasse con furia sulla stridente spinetta; un altro facesse guaìre il clarinetto; il terzo strimpellasse sulla scordata chitarra, e l'ultimo tenesse fronte a tal confusione d'accordi col reboar monotono del suo corno da caccia: era proprio una musica nuova, infernale. Ma i suonatori, che, per non essere pagati, non volevano perdere i diritti della compagnia di cui facevan parte, li avresti veduti, or l'uno or l'altro, metter giù lo stromento e correre a mischiarsi al tumulto dei ballerini, rubando a questo o a quello la sua silfide.
Le madri, le zie, le nonne facevano alla sala una corona di faccie strane, rugose, ma pur liete; armate il capo di certe cuffie cadenti, ravvolte ne' scialli di lana bigia, rossa o bruna; sicure poi, o confidenti, nella virtù delle figliuole, chiudevano un occhio allorchè passavano dinanzi a loro nei rapidi giri del vals o del galoppo; o si intrattenevano alla cheta fra loro, ridendo, soffregandosi le mani, facendo pettegolezzo or de' mariti, or de' padroni o che so io; e ad ogni po' sbirciavano nell'altra stanza, per vedere se il momento della cena fosse venuto.
I giovani ballavano senza posa; ciascuno s'era scelta la prediletta, e quanto durava la lena dei suonatori, quella de' ballerini durava. Al ricominciar d'ogni ballo, tornava ciascuno alla compagna di prima, e rado era che la cedesse: chi mai lo facesse per generosità, non ballando in quel giro, teneva l'occhio geloso sulla coppia che trascorrevagli dinanzi. Ma tutti, giovani e fanciulle, erano animati dalla medesima allegrezza; ballavano per la gioja di ballare, e la fatica pareva farli più vivaci e più ardenti: non v'era invidia, nè volontà di primeggiare, nè sospettar maligno, nè ipocondriaca eleganza, come ne' balli di quel che si chiama il gran mondo. Era un tramestìo, un parapiglia, una confusione; ma il tripudiare schietto, vero e folle, la gioja popolana brillava nel viso e nel cuore di tutti.
In mezzo a questa baldanzosa compagnia, alcuni uomini più maturi facevan crocchio, o si pigliavan diletto del veder girare e saltare le allegre fanciulle vestite di bianco, le quali a più d'uno mettevano i grilli. E v'era fra loro chi ringalluzzito sporgeva il mento dall'ampia cravatta e dimentico della sua quarantina e de' capegli bigi, lanciava occhiate e complimenti alla briosa zitella che pronta trascorrevagli innanzi, senza por mente a quest'omaggio. Eran costoro i più stimabili vicini, mercanti e bottegai, conoscenti o amici particolari della madre Pelagia.
Un d'essi, che si dava cert'aria d'importanza, quantunque si facesse lecito di frastornar talvolta alcuna delle giovani coppie, non peritandosi nemmanco d'allungar le mani, quasi per rubare in passando qualche ballerina, pareva tener sugli altri non so quale superiorità; parlava, sghignazzava più di tutti. Costui l'incontrammo una volta nel gabinetto dell'Illustrissimo; era quella persona misteriosa, di cui finora sappiamo appena che chiamavasi il signor Omobono. Sebbene qui apparisse tutt'altro di quel d'allora, vestito com'era d'un fino soprabito nero soppannato di velluto, e con ricca lattuga di merletti allo sparato della camicia, su cui brillava appuntato un bel diamante; pure metteva sospetto e ribrezzo il tetro e maligno suo sguardo, che somigliava a quello del lupo, o piuttosto a quello d'una spia. Ma come si trovasse frammezzo a quella credula e buona gente, raccolta a fare un po' di mattìa e di bagordo, nè perchè ci fosse venuto, non è facile indovinarlo.
Damiano, in quella stipata comitiva, stava come perduto. All'entrare, Bernardone lo aveva presentato quale amico suo e compagno di scuola, giovine di proposito; altri poi lo conoscevano e gli fecero buon viso, perchè veniva sotto l'egida del caporione. Nè mancò un tale, che battendogli su d'una spalla:—So, gli disse, che anche tu hai una bella sorellina, perchè non l'hai condotta con te?… Vedi mo, la Gigia, quella birbona, non ha voluto venire; e io sto qui in un cantone come un fungo…. Animo, Damiano, va a pigliar tua sorella; è un bel fiore, che manca al mazzo.
A queste parole, il giovine arrossì; e balbettando una mezza scusa, si trasse in disparte. Ma quel signor Omobono, dall'occhio attento e dall'orecchio fino, colse in aria le parole dello scolare, e stuzzicando a diritta e a manca con isbadate inchieste l'amor proprio delle vecchie sedute in circolo, venne ad informarsi di lì a poco del nome del giovine, della famiglia, del come e del dove poveramente vivessero la vedova e la figliuola; in breve tutto ciò che mostrava non voler conoscere e forse gli premeva.
Intanto, fanciulle e giovani, continuavano i loro festevoli giri con un tripudio, con una lena che faceva ballar con loro le fondamenta della casa. E più d'un vicino dal pian di sotto aveva dovuto balzar dal letto: e comparve colla berretta di notte e gli occhi fuor del viso, all'uscio della vecchia, per tempestare contro di quel terremoto che disturbava il quieto vivere di tutto il quartiere. Se non che, messa appena la mano sul nottolino dell'uscio, di botto Bernardone era corso a sostenere l'assalto; e il vicino, sbigottito dalla vociaccia e dal possente gesto dello scolare, raccomandavasi alle gambe, rifacendo gli scalini a quattro a quattro. Il baccano, l'infuriar de' ballerini e de' suonatori ricominciava più forte, e un coro di risate e di fischi accompagnava il notturno visitatore.
Più d'una volta Damiano tentò pian piano d'accostarsi alla porta, e fumarsela inosservato; ma l'uno o l'altro de' compagni, e più di tutti il signor Omobono che pareva avergli messa addosso particolar attenzione, gli attraversarono il passo. E sebbene, per quanto a ogni poco gli dicessero, non avesse mai voluto ballare, pure se lo tenevano in mezzo quegli amici a cui aveva in cuor suo augurato cento volte il malanno.
Ma già l'afa che regnava nel salotto, il polverio destato dalla furia di quaranta piedi nell'onda del vals fuggitivo e delle saltanti monferrine, avevano ridotto allo stremo stomachi e gole de' ballerini. D'ogni parte si cominciava a gridare:—Madre Pelagia, siamo a tempo?—Signora Emerenziana, è mezzanotte!—Oh che fame, madre Pelagia!—Per carità!—All'assalto, alle padelle!—-Viva noi! dalli! dalli!—E le folleggianti coppie scioglievansi, giovani e fanciulle facevano gruppo nel mezzo della sala, e si serravano appresso, attirati dal profumo delle vivande, troppo lente a comparire. Indi si precipitavano nella piccola antisala; dove la spietata padrona, rialzato un lembo del bianco grembiale, e levata la destra armata d'una gran mestola, in sembianza d'una strega interrotta nell'ora arcana delle malie, minacciava chi ardisse avvicinarsi a' suoi fornelli, che dalle brace crepitanti mandavano faville.
Appunto in quella, tambussano alla porta, la spalancano e balzan dentro improvvisi due inaspettati compagnoni; e con essi le risa, l'allegrezza, lo strepito raddoppiano. Chi erano? nessuno il sapeva, fuor di Bernardone, al quale gli arrivati susurraron, passando, una parola all'orecchio; ed egli rispose con unVivarimbombante, che passò il tetto della casa. Que' due, mascherati com'erano l'uno in abito di Puff, l'altro d'Arlecchino, incominciarono a far balzi, scambietti e capriole in sì matta guisa, a mandar fuori sì acute grida di gioja che tutti fecero cerchio a loro; e s'attaccò una guerra di motti, di gesti e di follìe le più strane e curiose del mondo. Nè meno ci volle della stridula voce della padrona che annunziava l'ora della cena per mettere un po' di calma in quella babilonia carnevalesca.
In men che nol dico, giovinotti e zitelle corsero a pigliar luogo di qua, di là, sulle seggiole vuote: e, come per incantesimo, formavansi da ogni parte, in ogni angolo, ne' vani delle finestre, gruppi sparsi: rimpetto a ciascuna fanciulla, ginocchio contro ginocchio, sedeva il suo ballerino fedele, in guisa da far de' ginocchi tavolino. I pochi che rimasero senza compagna n'andavano su e giù, malignando dietro i più fortunati di loro, e in mezzo allo strisciar delle seggiole, al bisbiglio, al cicalìo, distribuito a ogni coppia un piattello, una posata di peltro e un bicchiero, cominciò una nuova gara di piacevolezze e di risa, che facevano come per forza d'elettrico il giro d'ogni crocchio; ma non si potrebbero raccontarli i segreti, le arguzie, le matte risposte che si balestravano da un capo all'altro della vivace e romorosa baraonda. Quella poca volta, dicevano, volersela spassare per tutto il resto dell'anno; e tutti, ciò che avevano in cuore l'avevan sulle labbra. Oh che gioja, che felicità per quelle fanciulle senza pensieri mangiar nel piattello stesso, in compagnia del bel giovine che faceva loro battere il cuore, colle balde parole, colle misteriose promesse di fedeltà!
La stessa padrona di casa, e dietro a lei due brave comari entrarono a un punto; portava quella una capace marmitta di fumante risotto, che suol fare le delizie delle cene carnevalesche; e queste due gran piatti, sull'uno de' quali un monte di salame e di salsiccie, sull'altro un grosso pollo d'India arrostito: ne veniva a tutti l'acquolina alla bocca, e poco mancò che al profumo ne sdilinquissero nonne, zie e mammine. Quest'apparizione fu il segnal dell'assalto: s'udì un altissimo viva, e cinquanta mani corsero all'attacco. In un minuto, marmitta e piatti eran vuoti, netti come un deserto; a' discorsi della brigata, al gridìo, alla musica successe una tempesta, un battagliare di cucchiaj, di forchette sui tondi colmi d'ogni grazia di Dio. Banditi e complimenti e ritrosie e smorfiette schifiltose: ciascuno pensava a sè e alla compagna; un buon bicchiero di malvagìa, bevuto mezzo per uno, nettava dalla polve il gorgozzule delle amiche coppie. Nè i vecchi, nè le zitellone, rimaste tutta sera a veder ballare, se ne stavano con le mani in mano, comechè i migliori bocconi, i primi fiaschi strappati fosser per loro, e le ragazze e gli amici, per tenersele buone, le lasciassero fare.
Così passava la lieta notte. Ma Damiano, trovandosi colà a suo dispetto, attorniato da tanti pazzi nell'ora che avrebbe voluto esser libero e solo nella sua cameretta, tenuto d'occhio da due o tre maligni che gli pareva volessero pigliarsi gabbo di lui, si sentiva crescere il malumore; in segreto malediceva quel festino, che forse in altro dì gli sarebbe sembrato una delizia. Bestemmiò al carnevale, agli amici, a sè stesso.
Il peggio fu quando, voltosi a caso, trovossi a fianco quell'importuno che quasi sempre aveva tenuto gli occhi sopra di lui, il signor Omobono. Costui, spolpando beatamente un'anca di pollo, gli venne a brontolare all'orecchio:—E voi, caro giovinotto, non ballate? non mangiate?
—No, rispose Damiano.
—Eh, non fate l'imbecille, o dirò a tutti che siete innamorato…
Damiano tacque.
—Io vi conosco, sapete? voi, vostra madre e vostra sorella…. cappita! è un bel bottone di rosa, e le posso far del bene, io. Non dico per superbia, ma tratto i primi signori di Milano… Mi sembrate un buon giovine, so che avete avuto delle disgrazie; ma confidatevi in me e lasciate fare. Quando mi ci metto io nelle cose….
—Ma, signore…. cominciò tra iroso e superbo il giovine, che sentiva ripugnanza di colui e delle parole che gli cadevan di bocca a una a una, in tuono d'affettata compassione.
—Non occorr'altro; lasciate fare a chi tocca, verrò a farvi una visita; so dove state di casa; e parleremo con comodo; la vostra famiglia mi preme. Via, siate buono, il mio giovinetto! bevete questo bicchiero, fra noi, da buoni amici. E fidatevi di me.
—Nè io, nè i miei, non abbiam bisogno di nulla, signore! replicò, con mal celato disprezzo, Damiano. Si tolse dal crocchio che lo serrava; il signor Omobono fece per afferrargli il braccio, ma egli con una buona strappata, e con un urto a' vicini che gli eran d'impaccio, potè farsi un po' di largo, e trovossi per sua ventura vicino alla porta.
Allora, un impensato caso venne ad ajutarlo. La triplice fiammella dell'infiorata lucerna, che faceva la vece del lampadario, fumigava, vacillava, scoppiettava giù presso a morire; il che vedendo, un giovine magro e lungo il quale avanzava di tutto il capo i compagni:—A me, a me! gridò; e scavalcate scranne e fanciulle, stese la mano all'alta lampana; ma senza volerlo, e per far bene, rovesciolla. Il fuoco s'appiccò alla ghirlanda di fiori che la ornavano; e subito un gran bagliore, una fiamma rapida, fugace, poi tutto buio; la sala non rimase più rischiarata che da un moccolo dimenticato sulla spinetta. Le risate, le grida, lo spavento, la confusione, il gran guai che fu conseguenza di una disgrazia onde non venne male a nessuno, diedero tempo a Damiano con una pronta giravolta d'uscire non visto: trovata la scala, corse giù a precipizio, e senza por mente alla pioggia che s'era messa dirotta, camminò, respirando con gioja, fino a casa sua.
Sua madre e la Stella, in gran pena di cuore lo aspettavano, assidue tuttora al lavoro; l'una si lamentava di quando in quando della insolita tardanza del figliuolo; l'altra, benchè temesse in cuore, cercava soavi parole per rassicurarla. Egli le abbracciò con molto affetto, dissipò quell'angustia raccontando come, mal suo grado, alcuni compagni del liceo l'avessero trattenuto con loro, senza dir però nè perchè nè dove; esse, alla prima parola, come fan l'anime buone, si consolarono. Poi n'andarono chete a coricarsi; mentre Damiano, tornato nella sua stanza, accese la lucernetta sul tavolino di studio; e senza far romore, acciocchè lo credessero coricato, aperse i suoi cari volumi, che tante volte gli avevano popolato d'aeree, dolcissime visioni quella cameretta nuda, e fatto dimenticare le tediose cure della giornata; volse e rivolse fogli e quadernetti in cui era solito notar le più belle cose che leggeva e le memorie liete o malinconiche della sua fantasia; pagine semplici o poetiche che nessun cuore può intendere, altro che il cuore di chi le scrisse. Poi tolse fuori una cartella di disegni a matita, di schizzi e figure che a nessuno mai aveva ardito mostrare, e li fece scorrere lentamente, quasi cercando per entro a quei confusi frammenti una nuova e migliore inspirazione.
Nella solitudine della povertà, in quell'alto silenzio della notte, l'anima sua dapprima immiserita, sbattuta dalla vista di gioje volgari e sciocche che non sapeva più amare, era fatta leggera, libera; e poteva, egli pure, sollevarsi ne' poetici spazii dell'infinito. Contento di trovarsi solo, non arrossiva più degli affetti che gli agitavano il cuore e che in faccia degli altri non sapeva esprimere. Sentiva d'essere qualche cosa; e sollevando la fronte alla sgretolata soffitta, sembrava interrogar colle ardenti pupille un genio ignoto, l'angiolo che raccoglieva la sua preghiera e il suo sospiro, che gli svelava le divine forme della bellezza, e prometteva di fargli aperto a poco a poco il mistero dell'arte.
Fino a quel dì, Damiano non aveva osato confidare ad anima viva le speranze che gli davano coraggio e vita, rendendogli cara persino la volontà del soffrire. Parevagli che una voce potente lo chiamasse, una voce che diceva:—Anche tu puoi essere artista!—Ma questo misterioso ed unico amore, non doveva esser noto ad alcuno, neppure al suo vecchio amico il pittore Costanzo, a colui che, senza saperlo, aveva destata in esso la prima fiamma. Il buon uomo s'era fisso di dare un mestiero onorato al povero giovine, ma Damiano sentivasi nato per qualche cosa di più; amava l'arte, la bellezza, la verità, che gli erano apparse qua e là, ne' pochi monumenti cittadini de' tempi andati, nella maestà delle nostre chiese antiche, ne' sacri dipinti delle solitarie cappelle; aveva interrogato le grandi opere del passato, e voleva esser pittore. Mai nessuno sui primi tentativi della sua mano aveva gettato gli occhi: facendo mostra di que' fogli sgorbiati d'abbozzi strani, egli avrebbe creduto di profanar l'arte che amava tanto, e li tenne per sè; nessuno seppe, nè rinfocò il pensiero vitale di quelle bizzarre creazioni d'una giovine fantasia. Però la coscienza del bello, la fiducia di riuscire, e un'idea segreta, tormentosa, parlavano all'anima modesta di Damiano: cosicchè ebbe risoluto alla fine di farsi conoscere, di tentar la fortuna. In que' frastagli, in que' fogli tutti pieni di figure, andava da parecchi mesi cercando l'espressione d'un alto concetto già maturo nella sua mente, e che doveva essere il primo suo quadro.
Ma in quella notte, dopo un'ora d'entusiasmo, i pensieri più dolorosi della vita ripiombavano sul suo cuore. Si mise a riandare i molti affanni passati, chinò il capo sulla palma della mano; la sua fronte era ardente, sentiva batter le arterie; una nube gli veniva sugli occhi, e negli sparsi disegni onde aveva ingombro il tavolino non distingueva più nè linee, nè contorni, nè figure. Avrebbe voluto piangere, ma non poteva; la mente, instancabile tormentatrice, sembrava compiacersi de' dolori del cuore. Oh! v'ha di tali pensieri che non possiamo concepir due volte; v'ha un dolore necessario, il dolore che inspira e crea.
—O mio Dio, così pregava Damiano in quella notte, che mi ponesti nell'animo tale speranza, fa ch'io la nutra nell'umiltà e nell'aspettazione; ma toglimi da questo martirio della volontà che si stanca e trema al paragone dell'affetto; fa ch'io non senta dentro di me questa voce che mi grida sempre:—Povero pazzo, che ti credi qualche cosa e sei nulla!
E i suoi pensieri pigliavano un colore più cupo. Compiangeva sè medesimo come uno scempio ingannato che corresse dietro a un fantasma; poi, nella paura e nell'oppressione de' pensieri, sentiva un freddo nel cuore, e temeva che questa idea fissa gli facesse un dì o l'altro perdere il lume della ragione. E quella voce tornava a parlargli più aspra e severa:—Che hai tu fatto, per riuscire a qualche cosa di grande, in mezzo a tanti che nascono, vivono e muojono? Due anni di sogni, che t'assediano la notte; e tempo sprecato a gittar vane linee sopra la carta, a rimpastar colori su d'una disusata tavolozza, e scombiccherar col pennello le tele fruste del povero tuo maestro, ecco quel che facesti, l'arra del tuo avvenire!
Allora, agitandosi sotto il peso dello sconforto quasi mortale, diceva a sè medesimo:—Dunque farò sagrifizio della vita a un'ombra vana? Morirò col mio segreto, e porterò con me nella fossa questa febbre dell'anima, intanto che mia madre e mia sorella hanno il diritto di dire: Tu eri il solo che potevi salvarci dalla miseria, e non hai fatto nulla, nulla per noi?… No! no! io vedo, che sebben m'abbia a costar caro, pure bisogna ch'io soffochi in cuore queste illusioni. Che importa?… se non sarò pittore, sarò garzon di bottega, commesso, scritturale, qualche cosa come tutti gli altri. Ce n'è tanti che amano e sentono e soffrono al mondo! E sono anche loro miei fratelli. Lavorerò per il guadagno, alla giornata; e avrò il compenso di sostenere la povera vita di queste sante creature che sono l'eredità di mio padre, le sole anime che mi ameranno sulla terra. L'indifferenza de' compagni, la compassione, peggiore ancora del disprezzo, la necessità che viene innanzi, l'oggi e il domani, e la grandezza del destino che tu scongiuri, e questa malinconia che t'ha messo radice nel cuore, tutto non t'avverte che tu falli la via?… Se fossi solo quaggiù! potrei abbandonarmi a questa forza che mi strascina, come all'onda d'un torrente; tentar di riuscire, o morire! nessuno piangerebbe. Ma così… oh no no! almeno un po' d'amore, alcuno che mi sorrida, che mi dica una parola di cuore; e farò senza lamento la vita sconosciuta, sempre eguale, del povero che va e viene dalla soffitta alla bottega…. Esse mi benediranno; e tu, Signore, tu mi darai la forza che mi manca, per essere buon figliuolo e buon fratello!…
Pian piano si trasse alla finestra, l'aperse e guardò nel bujo; pioveva ancora. Non si accorse del freddo che gli penetrava nell'ossa; coll'anima vagheggiava tuttora le belle imagini che gli pareva veder fuggire per sempre. E fra sè pensava a coloro che avevano cominciato come lui, e col volere, colla fatica, colla ostinazione del coraggio eran pur saliti al sommo del tempio misterioso; e persuadevasi che, vinta la prima dolorosa prova, forse avrebbe trovato più facile il cammino. Figuravasi la gioja santa della madre e della sorella, una vita più tranquilla per loro, e una modesta fortuna, e una casa abitata in pace…. Ma poi, contava gli anni che dovevano passare, e vedeva ch'era pur forza vivere il domani.
—È impossibile, bisogna chinare il capo, è impossibile! Non ci pensiamo più; e nessuno lo sappia questo martirio!
E seduto di nuovo accanto al letto, le idee gli si mischiavano monche e aggruppate insieme nella mente: non era più meditare, era sentire e soffrire, senza aver più coscienza di sè medesimo. Eppure non lasciò sfuggirsi un lamento, non fece un sospiro, temendo che il più debole suono avesse a turbare il riposo di sua madre o di Stella. Ma nel cuore profondo, in quel centro del dolore, sopportava l'ineffabile tormento della sua vita incerta e abbandonata, la lotta della ragione contro l'amore.
Alla fine, non potè reggersi più sulla persona; per lo spasimo convulsivo tremava in tutte le membra; e lasciando cadere la testa arrovesciata da un lato sopra il tavolino, giacque in lungo e grave assopimento.
Alla prima ora del mattino, una mano bianca e leggiera si posò sulla sua spalla. Era la mano della Stella. Essa, vedendo il letto non tocco, la lucernetta tuttora accesa, il tavolino pieno di carte, credè che il fratello avesse vegliato tutta notte a studiare; e voleva rimuoverlo con dolce atto da quella incomoda postura, perchè si coricasse almeno per brev'ora.
Ma il giovine d'improvviso si riscosse, si alzò, e parve, al modo con che guardava all'intorno, avesse perduta la memoria e la conoscenza. Era pallidissimo, cerchiate di lividore le pupille; non rispose alle amorevoli parole della sorella, ma contemplatala fissamente a lungo, la baciò sulla fronte, poi scosse il capo. Di lì a poco, ripigliato il cappello, e detto che aveva bisogno dell'aria viva della mattina, uscì della povera stanzetta.
Capitolo Undecimo
Il tristo s'affatica sempre, disse già un sapiente, sia nel fabbricare i mali a danno d'altrui, sia nella paura che altri a suo danno li volti; cosicchè quanto va ruminando contro gli uomini, tanto paventa gli uomini non abbiano a macchinar contro di lui. Ma, pur troppo, v'ha di quelli che amano il male per il male; e mentre sudano per tender nel bujo le loro reti, non veggono la fine della sorda guerra ch'e' fanno ai buoni; perciocchè la malizia e il livore danno esca al delitto.
Abbandoniamo per poco la casa della vedova, e penetrando in quella del signor Omobono, che già incontrammo due volte alla sfuggita, potrem forse sapere in qual modo costui avesse sopportato il freddo rifiuto di Damiano all'offerta che gli fece della sua protezione, la sera stessa del festino.
Una femmina imbacuccata in uno scialle di Francia, del quale nessuno chimico avrebbe più saputo dire il colore, saliva le scale che conducevano alla rimota abitazione di quell'uomo misterioso.
—Chi è?
—Amici.
—Cioè, chi?
—Son'io, l'Emerenziana; aprite pure.
—Ho capito: vengo,
E il signor Omobono, messa nella toppa una grossa chiavaccia, la rigirò, alzando la bandella dall'arpione; poi cautamente aperse a mezzo un de' battenti. Veduto ch'era di fatto la vecchia pegnataria, si trasse indietro per lasciarla passare, e richiuse la porta. Dalla buja anticamera entrarono in un salottino tappezzato di sbiadita carta verdognola cadente a brandelli per l'umido delle pareti; ivi erano un tavolino, due seggiole di pelle scoriata, e una cassa forte di ferro incastonata nel muro, cui faceva difesa un paravento qua e là bucherato di feritoje, come una casamatta.
Ravvolto in una zimarra imbottita, dal collare foderato di pelle di gatto bigio, il signor Omobono si raccostò, strisciando le emerite pianelle, al camminetto dove, non si può dir bruciavano, ma andavano scoppiettando, due tizzoni umidicci e riarsi, posti in croce sopra un monticello di cenere; acconciatosi a sedere a cavalcione del fuoco, stese le calcagna su due mattoni messi là in vece d'alari; poi, sbirciata la vecchia con una trista smorfia che quella comprese, domandò a mezza voce:—E così?…
La madre Pelagia, che si era pure adagiata in un piccolo canapè a canto del cammino, rispose prima con un sogghigno di mal augurio, poi:—Bisogna vedere, continuò a mezza voce anch'essa: la cosa non è facile, come pare a prima vista. Può essere un affar buono, un affar d'oro, come suol dirsi; e si capisce che siete un buon segugio, compare mio. N'ho vedute delle altre, io, a fare una eccellente riuscita; perchè, m'intendo bene, voi pensate di trovarle un marito, a quel che m'avete detto….
—Sicuro, sicuro, a suo tempo…. brontolò l'Omobono.
—Quand'è così, chiudo un occhio sul resto; poichè tutti sanno che io sono una donna onesta…. E se non fosse per fin di bene….
—Eh via! me li avete già ricantati le cento volte questi vostri scrupoli. Al fatto, al fatto. Avete dunque saputo quel che mi preme, siete riuscita a fare un po' d'amicizia con la fanciulla?
—Adagio, signor Omobono; so e non so; c'è della buona disposizione, ma c'è pur qualche intoppo…. gente onestissima però; e la fanciulla non sa proprio niente di questo mondo.
—Tanto meglio! susurrò colui fra' denti.
—La madre è una povera bizzocca, la quale non vive che per un suo beniamino, da lei mandato a prete fuor di casa; la figliuola, per dirla, è una vera bellezzina; e quanto al giovine che avete visto in casa mia, ne potete giudicar meglio di me.
—Sì, sì, costui è il solo che non mi va per il verso e che potrebbe farmi qualche mal giuoco.
—È però un buon ragazzo, mi dicono.
—È un matto che non sa il proprio interesse, uno che non ha da vivere fino a domani, e vuol far del grande e dello schifo, con me?… Oh, verrà giù, ve lo dico io, verrà giù il figliuolo.
—Ma, intendiamoci: non vedo come mai… se avete delle buone intenzioni, a quel che dite….
—Mi pare d'essermi già spiegato con voi; io non c'entro per nulla, io. Non posso dir più di quanto ho già detto. Amo far del bene, dove posso; purchè ne venga un po' di bene anche a me, ci s'intende. Ora mettete che un gran personaggio, di quelli che hanno il gran niente da fare e la borsa piena, abbia udito dir bene di questa famiglia; mettete che gli stia a cuore d'ajutar la vedova, senza che voglia farsi conoscere; mettete che abbia degli obblighi antichi, lontani… ve ne può esser tanti e di tante sorta; mettete che questo personaggio m'abbia detto:—Omobono, voi che siete un uomo prudente, e al tempo stesso un uomo di mondo, cercate di vedere, di sapere…. il come, il dove, il perchè…. e se mai bisogna, disponete pure, anche in anticipazione, di qualche centinajo di lire….
A tali parole, la madre Pelagia rizzò gli orecchi e mostrò d'aver inteso, quantunque lo scaltrito Omobono avesse ravviluppato il suo dire in modo che la vecchia non ci avesse a veder chiaro.
—Lasciate fare a me, diss'ella alzandosi; ho capito, e farò quel che si può. Già ho messo da banda gli scrupoli, posto che voi m'assicurate che non c'è proprio niente di male, e che si tratta d'obbligazioni che quel signore ha verso la famiglia della quale parliamo. E poi, in ogni caso, mi garantite che avrò le spalle al muro?
—Andale là, andate franca che non si muoverà una mosca. Ma con questo, non fate con troppa premura; pigliate le cose alla lunga, quietamente, chè nessuno sappia, nè possa indovinar nulla; sopra tutto che il mio nome per ora non sia pronunziato; non mostrate nemmeno d'aver conoscenza di me.
—Non dubitate, siamo intesi; e quando ci sarà del nuovo mi lascierò vedere.
—No, no, non v'incomodate; verrò io stesso da voi, è meglio così: già sono di rado in casa, ho un diluvio d'affari addosso, e arrischiate dì non trovarmi; passerò io da voi.
—Non occorr'altro, come volete; intanto, state bene.
—A rivederci, signora Emerenziana.
E l'accompagnò fino alla porta, la schiuse e la riserrò dietro a lei con gran cautela. Quando si vide solo, lasciò fuggire una sonora e sconcia risata; poi, fregandosi le mani, cominciò a passeggiare in su e in giù per il salottino, ravvolgendo in mente cento pensieri che mano mano gli si dipingevano ne' mutamenti strani della fisonomia; e alcune parole gli scappavano come involontariamente di bocca:—Va pur là, vecchia strega, chè l'Omobono sa il fatto suo, e anche tu bevi grosso come gli altri…. Questa ragazza, questo fiore di cui non vidi da un gran pezzo il compagno, che pare proprio una madonnina, è quella che ci voleva…. essa deve fare in un modo o nell'altro la mia fortuna. Io non perdo il giudizio, no; e non arrischio un pelo…. e alla fin fine, se il mio giuoco non riesce, l'Illustrissimo finirà a pagar lui per me anche questa volta…. Pensate un po', s'io son uomo da fargli il cane da caccia, senza averne le mie ottime ragioni…. Ormai, tutti gli affari miei van bene, benone…. se il diavolo non ci mette la coda, innanzi che passino due anni, l'Omobono, il mercantuzzo fallito, si vedrà cavare il cappello da quei che adesso gli fanno fare anticamera e lo tengono per un barattiero venuto al pelatojo…. poveri barbagianni!—
E passando dietro al paravento, aprì l'usciuolo della sua cassa ferrata; facendo scattar la molla d'un ripostiglio segreto, ne trasse alcuni fasci di carte vecchie, ripassò molti conti, annotò parecchi chirografi bollati e non bollati, fece di molte somme e moltipliche, sfogliazzò registri e polizze di ricevuta, sprofondandosi del tutto in que' sogni di Mida.
Intanto, la famiglia della Teresa, abbastanza serena e benedetta in mezzo alle disgrazie, menava una vita umile e buona, una vita a cui la felicità non mancava, perchè non mancavano il lavoro e la speranza.
Solo Damiano, da qualche tempo, immalinconiva. La madre e la sorella vedevanlo quasi sempre sopra pensiero; mangiava poco al desinare, parlava meno; e se ne stava fuor di casa pressochè tutta la giornata. Non sapevano però com'egli passasse l'ore libere della mattina nello studio del vecchio pittore, al quale, dopo molto dubitare e molto pentirsi, aveva confidato di voler tentare a ogni modo se la sua vocazione per l'arte fosse vera, per riuscire a qualche cosa di bene o guarire per sempre. In mezzo a questo però, non era men frequente alle scuole del liceo; poichè avendo giurato di saper procurarsi, al più presto, il bisognevole per la famiglia, non voleva chiudersi l'unico sentiero a qualche onesto impiego. Intanto il poco che guadagnava presso il negoziante di pannine, lo metteva al coperto dell'imminente necessità e gli dava coraggio per l'avvenire.
Da lungo tempo la buona famiglia non aveva riveduto il signor Lorenzo, l'unico suo protettore e amico. Sulle prime non aveva sentito il vecchio soldato tutto il peso della perdita di Vittore; e le cure prestate agli orfani del suo commilitone, e un resto di fierezza del suo cuor da veterano gli avevano medicata per qualche mese la ferita. Ma l'abitudine di tutta la vita, ma il vedersi sparire d'intorno a uno a uno i pochi avanzi della gloria dell'Imperatore, coloro coi quali aveva sfidata e vinta la morte le mille volte, i suoi compagni di guerra, i suoi amici, che usava chiamare uomini d'uno stampo perduto; e quel trovarsi tutti i dì solo, sconosciuto, l'ultimo di quegli eroi che portavano scritto nella solcata fronte e nelle ferite del petto i grandi fatti del loro tempo; tutto ciò metteva nell'anima di Lorenzo una sdegnosa tristezza: e questa lo vinceva sì fattamente da tenerlo ancora lontano da que' soli i quali ancora sapevano far sì che qualche sorriso diradasse la sua serietà, e il frequente aggrottar de' suoi bigi sopraccigli.
Non faceva più i consueti passeggi fuor della porta Ticinese, da lui chiamata ancora porta Marengo, o lungo lo stradone di Mosca, o fuor dell'Arco del Sempione; andava tutt'al più da casa sua, ch'era in via di san Simone, a un piccolo e deserto caffè poco lontano, tenuto dalla vedova d'un altro suo povero commilitone morto nei gorghi della Beresina. E colà, sdrajato in un canto o ritto a guardar fuori della porta vetriata, se ne stava ore ed ore; talvolta l'intero giorno. Le sue visite alla Teresa divennero così meno frequenti; ma non già perchè fosse scemato il bene che portava a que' buoni. La consuetudine antica durava sì forte in lui, che talvolta vinceva l'unica affezione pur viva nel suo cuore, e dopo che non abitavano più la campestre casipola in Quadronno, ov'era andato per sedici anni tutti i dì dell'anno, non sapeva ancora trovar la strada della loro nuova abitazione. Ma il suo cuore non era cambiato; vivendo grettamente colla sua scarsa pensione di cavaliere (e dal giorno della morte di Vittore non s'era più veduto all'occhiello del suo sdruscito pastrano il nastro di quella corona) l'onesto vecchio aveva trovato modo, risparmiando qualcosa ogni mese, di cominciar a mettere insieme poche centinaja di lire, le quali destinava ad accasar la figliuola dell'amico, quando il momento fosse venuto. Era questo il suo segreto.
Pure, da qualche settimane, non usciva più. Seduto presso la finestra della sua stanza, dopo bevuta una scodella di caldo latte la mattina, rileggeva per la ventesima volta laStoria di Carlo XII, lasciando scappar qualche muto riso e scrollando il capo alla descrizione di quelle battaglie del secolo passato; poi, quando una vicina dabbene veniva a portargli qualche cosa per il desinare, la tratteneva per raccontarle le campagne del Grand'uomo, nelle quali aveva fatto anch'esso la parte sua, e che ormai non poteva più raccontare a nessuno. Bene spesso, a un tratto s'interrompeva; e una frase ardita, un grido di guerra del tempo andato finivano in una sorda imprecazione, in una bestemmia da soldataccio, che facevano scappar via l'onesta vicina.
Dopo alcun tempo di questa vita monotona, solitaria e direi quasi rabbiosa, il vecchio tenente cominciò a sentirsi mal disposto; poi infermò. Damiano, che da lungo tempo non aveva più saputo nulla di lui, venne per caso a visitarlo, e trovandolo malato, lo disse subitamente alla madre; la quale, tornata la pace col suo burbero amico, non lasciava passar giorno che non venisse con la figliuola ad assisterlo, a riconfortarlo. Era Damiano istesso che le accompagnava colà al mattino, e ritornava a prenderle, innanzi all'ora del desinare. Così quella rinata corrispondenza di cure e d'affetti ristorò in poco tempo la logora salute di Lorenzo, e fu per la nostra famiglia e per lui una gran consolazione.
E per non mettere in mezzo nessuna cagione di dispiacenza, il vecchio giacobino non parlò più di Celso, e di quel ch'era stato: chè ben vedeva non sarebbe riuscito a far capire alla signora Teresa le sue ragioni che credeva belle e buone. Se avesse saputo invece che il destino del giovine abate era proprio in mano di tali che pensavano far di lui ciò che nel suo rozzo buon senso egli medesimo antivedeva, non l'avrebbe tenuta in gola, per certo, a costo di romperla del tutto anche con la vedova del suo amico.
Così la Teresa, nell'aspettazione di un tempo migliore, viveva que' giorni occupati e tutti uguali della sua nuova povertà. Sul finir della quaresima, la signora Emerenziana, col pretesto di portarle a racconciare non so che merletti per commissione d'una mercantessa di mode, s'era trattenuta due buone ore colla vedova, e aveva saputo farla cantare su tutti i tuoni, compassionandola, e facendo un'eco infinita diohi!diahi!diSignor'Iddio!alla litania di guai che la credula donna le andava raccontando. Alcun tempo di poi, tornò in compagnia d'un signore, un po' sugli anni, che la Teresa non conosceva punto, ma che pure aveva l'aria d'una persona d'importanza. Glielo presentò come un ricco privato, un negoziante ritirato dagli affari, il quale aveva una superba commissione di lavori, nientemeno che parecchie dozzine di fazzoletti, di cuffie, d'accappatoj e d'altre simili finissime lingerie da ricamarsi per il corredo di nozze d'una illustre damina.
La Teresa, rimpastata di buona fede com'era, la credè una grande fortuna, e non rifiniva dal ringraziar quel signore, che intanto, girando intorno alla sfuggita i suoi piccoli occhi di ramarro, pareva studiasse nella rozza suppellettile di quelle stanze, nell'umile ma decente povertà, il segreto della loro vita domestica e sconosciuta. E facendo ballar colle dita la grossa catenella d'oro e il gruppetto di ciondoli di che andava ornato il panciotto, aveva l'aria di pesar sulla mano quanto potesse valere l'onestà di quelle abbandonate creature.
Innanzi lasciarle, aveva già pigliato con loro una tal'aria di confidenza e d'amichevole protezione, che la buona donna gli si raccomandò con molta e viva preghiera; anzi non esitò un momento ad invitarlo che ritornasse, per dare, se non altro, un'occhiata a' ricami delle cifre e degli stemmi, quando il lavoro fosse incominciato. Quel signore fece a simile invito un cotale atto d'assentimento, che mostrava un'affettata degnazione; ma nel suo sguardo, in tutta la sua persona appariva qualche cosa d'incerto e strano; così che la giovine Stella, la quale intanto s'era tenuta presso la finestra, al suo telajo, sentì nascere nel suo cuore, quantunque fosse un cuor di colomba, un segreto senso d'antipatia per quell'uomo.
Una settimana dipoi, costui lasciavasi vedere di nuovo; rimaneva colle due donne più lungo tempo, e menava buone tutte le ragioni che ripetevagli la Teresa; profferendosi a servirla dove potesse, per via delle tante conoscenze ch'egli vantava, di duchi, di conti, di marchesi, de' primi negozianti, e banchieri. E così egli soggiogò del tutto il cuore della onesta donna. La quale già lo stimava il fior de' galantuomini, una vera provvidenza: anzi, ell'andava fra sè imaginando il come l'avrebbe pregato di procacciar qualche buon impiego al suo Damiano, tanto che potesse anche lui vedersi una volta contento, con un pane onesto e sicuro. Ma, per quel dì, non osò fargliene parola.
Fu nel partire che il sedicente negoziante s'abbattè al piè delle scale in Damiano che se ne tornava a casa sua. Il giovine saliva, e nel passare a lato di quel signore, si volse a riguardarlo; gli era parso di riconoscere in lui quell'Omobono col quale s'era già incontrato al festino del mercoledì grasso.
Ma il signor Omobono (ch'era ben lui) si tirò sugli occhi, più che potè, il cappello; e mettendosi il fazzoletto alla faccia, come sorpreso da un impeto improvviso di tosse, svoltò lestamente la spalla del portone e si schermì dal curioso esame del giovine; il quale, preoccupato da' suoi foschi pensieri, credè d'avere sbagliato, e innanzi che fosse venuto alla sua porta, s'era già scordato di quella faccia del mal augurio. La Teresa poi, per una delle solite ragioni per cui le anime oneste credono di soverchio alle oneste intenzioni, non aveva voluto dir nulla al figliuolo della nuova conoscenza fatta; pensando di aspettare a raccontargli ogni cosa, allorchè le fosse riuscito di poter dare a lui pure qualche buona notizia. Vedendo sulla fronte della madre un'insolita serenità, anche la Stella non ardì parlarne col fratel suo; e cominciò anzi a dubitare che la ripugnanza provata dal suo cuore, alla sola vista di quell'uomo, poteva ben essere un'ingiusta apprensione, una vana ombra, un capriccio.
Capitolo Duodecimo
Era venuto il giovedì santo.
In quel giorno che rinnova le divine memorie alla fede e al dolore cristiano, la vedova, in compagnia della figliuola, secondo il pio costume del popolo nel quale vivono intatte le sante tradizioni del passato, compiva essa pure l'umile pellegrinaggio alle sette chiese, accompagnando nel consueto giro per la città la processione de' popolani che recitavano divote orazioni alla visita de' Sepolcri; avevano innalzato i loro cuori al Dio degli umili e de' credenti, implorando rassegnazione e speranza, la benedizione ne' travagli, e la contentezza dell'innocenza. Quel giorno d'austera solennità, quella continua schiera di donne, di fanciulle, d'intere famiglie seguenti la stessa via; le chiese affollate di popolo inginocchiato e pregante; e la stessa fatica del cammino e il conforto della preghiera e della sacra costumanza adempiuta, tutto aveva destato nelle loro anime buone una quieta gioja che da lungo tempo non erano avvezze a gustare.
Uscite del Duomo, poco innanzi che si facesse la sera, tornavano a casa, parlando fra loro di Damiano, il quale da parecchi dì erasi fatto assai più sereno e mite che prima non fosse. A un tratto, la Stella s'avvide che le seguitavano due sconosciuti, i quali da un pezzo si erano messi dietro a lei, di via in via, ed ora le stavano alle spalle, ora le camminavano dinanzi, e la guardavano sfacciatamente, discorrendo intanto fra loro, senza rispetto di farsi udire. Anche nel tempio, mentr'essa pregava a lato della madre, un di coloro le s'era accostato, facendole intoppo e susurrando non so quali parole da lei non intese. E intanto che quello l'aveva seguita nel Duomo, l'altro s'era fermato sotto l'arco del Coperto de' Figini: poi, all'uscir delle donne, s'erano riuniti e se n'andavano al braccio l'uno dell'altro. Ciò che prima la Stella aveva notato appena, le fissò i pensieri, quando intese dietro a sè lo scroscio d'una risata, e i discorsi di coloro le ferirono l'orecchio. Tremò come una foglia, e sentendosi quasi mancare si strinse alla madre: la quale, credendola affaticata dal camminare, e nulla sospettando, le disse: —Animo, Stella, chè siam quasi a casa.
Se la fanciulla non avesse indovinato che que' due le stavano alle calcagna a fine di vedere dov'ella fosse per entrare, le parole che correvan tra loro gliel'avrebbero chiarito. Erano due giovani signori, vestiti con eleganza alla moda del giorno, due di quegli attillati che camminano in aria di conquistatori lungo le frequenti nostre corsie, di su, di giù, all'ore consuete del passeggio, e più spesso sull'imbrunire, aspettando che la buona ventura mandi loro incontro qualche galante o misteriosa bellezza; studiosi d'andar segnati a dito da chi voglia o non voglia saperne di loro, accorti e leggiadri trovatori di lepidezze e passatempi; di quelli che pigliano le cose con buon gusto e capriccio; che si credono, essi soli nel genere umano, personecomme il faut, per dirla con una loro favorita espressione; senza curarsi mai di pensare, prima o dopo di fare; chè il pensare per essi è un di più.
—Ma, caro Lodovico! diceva l'uno, camminando lungo la muraglia, come seguisse a dispetto l'amico: Ma, caro Lodovico! bisogna proprio dire che tu metti da banda il buon genere.
Ed era veramente un tipo delbon tond'allora colui che parlava; dico d'allora, comechè tutti sappiano il buon tuono mutar vezzo e legge, trasformarsi come il Proteo della mitologia. All'arricciata capigliatura, a' lucidi mustacchi attorti sulla punta, allo studiato nodo della cravatta, all'abito fino che gli serrava il busto, a' guanti gialli, e più di tutto all'aria burbanzosa e al passo trionfale, si ravvisava in lui il giovine semideo del nostro tempo; il quale non ha ancora fra noi trovato il suo poeta che gl'insegni, come già fece il buon Parini a quello di settant'anni fa, l'arte d'ingannare
«……. questi nojosi e lenti «Giorni di vita, cui sì lungo tedio «E fastidio insoffribile accompagna;
e così di tutto si ride al mondo, e anche di sè medesimo.
—Ascolta un po', conte: disse l'altro, vestito anch'esso come l'ultimo figurino delle mode, sebbene non apparisse in lui quella scioperata arroganza che leggevasi a chiare note sul viso del compagno. Se poi si era fatto ad apostrofar l'amico, così in aria tra seria e scherzosa, con quel bel titolo di conte, n'aveva il perchè: quel titolo era un dolce solletico all'orecchio del giovine paladino.
—E che puoi dirmi ch'io non sappia? Tu sei mortalmente annojato della quaresima, e cerchi una distrazione….
—Sì, il far di madonnina di costei che tu vedi, mi va al cuore….
—E vorresti ch'io ti avessi a dar mano, eh? è per questo che m'hai tirato a forza fin qui, proprio all'ora che sulla porta del caffè io aspettava una persona, per accompagnarla alle prove del ballo nuovo.
—Una persona?… Gran che, conte Achille! per un amico puoi lasciare ch'essa ti tiri gli orecchi qualche volta!
—Ma non che mi graffii!
—Ah! ah! tu sei proprio ingattito di que' quattr'ossucci di ballerina.
—Ehi! come parli?
—Va via: come non si sappia che le vai appresso da tre anni, e che fai il geloso, come fosse una gran dama! E sì, che per entrarle in grazia devi andar giù chino, e non contarli… Va pure, che con le tue pretensioni, fai la bella figura!
—Non capisci niente: non sai che il mio è il gran genere?
—Sì, sì, fare anticamera ogni dì alla portaccia; dare il braccio alla ragazza da una parte, alla mamma bavosa dall'altra; fare il lacchè al carrozzone del peccato, quando riconduce a casa quell'olla di ninfe, e stare col servitor bisunto sulla predella del legno?…
—Matto, matto! rispondeva il conte, sganasciando dalle risa. So bene ch'è l'invidia che ti fa parlare. Ma via, non vado in collera: ora di' su, di codesta meschina che ne facciamo?
—Vienmi dietro, ch'io vegga dove sta di casa; poi ti dirò il resto. Già sai che ho miglior gusto di te; amo i fiori di primavera io, i bei bottoni di rosa….
—Te lo credo, se vuoi: ma sartorelle e cuffiarette non sono più in moda. A Parigi, è mercanzia per gli studenti e pei giovinotti di provincia: ce n'è a nugoli di questa roba: io per me, quando ci fui, non ne volli sapere.
—Che diavolo? ciascuno ha i suoi capricci; a te la scena, a me la bottega: così saremo sempre amici. Ma senti questa, conte mio…. Non sai che mio padre….
—Che c'è di nuovo? non vuol più pagare i tuoi debiti?
—Manco male, se fosse: e' ci sarebbe il rimedio; farne degli altri.
—È vero: che ha dunque il reo genitore?…
—Vuol darmi moglie.
—Vecchio pedante!… E la prendi?
—Che fare? finora non dissi nèsì, nèno: perchè, lo sai bene, i vecchi voglion fare a modo loro; e mio padre, che fin qui mi tenne allo stecchetto, con quelle idee antidiluviane d'ordine, d'economia e di sistema, mi rovina, mi tira all'etisia. Un matrimonio mi potrebbe tornar bene, sarei padrone del mio: d'altronde, il partito è magnifico, una figlia di buona casa, non brutta a quel che mi dicono, e duecentomila lire alla mano. Vedi, che c'è da pensarci sopra.
—Ah! ah! ah! Lodovico che becca moglie!… Bravo lui! stasera, al caffè, vo' far ridere gli amici.
—Per amor del cielo! giurami che non ne dirai parola, o me la piglio sul serio.
—Poveraccio! te la fanno, e ci caschi. Va là che non t'invidio: io sono libero, indipendente, non ho chi mi faccia il moralista, e posso dire che mi godo la vita. Ma già, capisco: finchè ci sono questi padri benedetti….
—Che vuoi farci? Il mio mi vuol troppo bene, nè pensa di lasciarmi così presto. Dovrei dunque aspettare fino a quarant'anni a far le cose a modo mio, continuando intanto, come ogni misero figlio di famiglia, colla mia magra mesata che mi basta appena pei sorbetti e pei guanti?
—Ti compatisco; ma doversi ingollar una moglie….
—Che importa? alla fine non ci metto gran pensiero: anzi, ti dirò in confidenza che sto per far contento il vecchio.
—Come? come, signorino? Prendete moglie, e avete come prima il grillo delle sartorelle e delle piccole crestaie?
—Non porto ancora la cavezza matrimoniale; e senza un po' di consolazione come andar incontro ai giorni della disgrazia?
—Si vede che sei proprio un cattivo soggetto. Ma chi è la sposa?
—La figliuola maggiore del barone Alberto, una baronessina, capisci…. ma, non si deve saperlo da nessuno ancora.
—Capisco: quanto alla sposa, non c'è male, non è il diavolo. Anzi, t'impegno fin d'adesso che mi presenti a lei; e ti prometto io di confortarla, intanto che tu correrai dietro alle sottane di percallo rigato.
—Sì, matto, vedremo. Ma intanto, non far ch'io perda la traccia di questa….
—Oh! noi siam buoni bracchi; e poi, è selvaggina che si lascia smacchiar facilmente.
—È il mio genere, la mia passione!
—Buona riuscita!
Di questo sconcio dialogo poco venne all'orecchio dell'innocente fanciulla; ma bastò per farla accorta del pericolo che correva, e rivelarle in confuso il perchè quei due le tenessero dietro. Fino a quel dì, nella pura anima sua, non era penetrato mai uno sgomento somigliante a quello. A sedici anni, il pudore, quel primo gemito della virtù tremante di sè medesima, non aveva commosso ancora il suo cuore d'angiolo; bastarono poche parole di que' due giovinastri alla moda a strappare il velo a' suoi pensieri intemerati. E doveva essere appunto in quel dì d'una religiosa e tremenda ricordanza! Povera Stella!
Nel primo suo terrore, le sopravenne l'idea di dire alla mamma che, prima di tornare a casa, entrassero un momento in una bottega non lontana, per cercarvi non so che lavoro. E glielo disse, sperando che i due smarissero intanto la sua traccia o si stancassero di seguirla. Ma, come la fanciulla non trovava quasi la voce per dir chiaro ciò che dentro sentiva, la madre non le diè ascolto; le parve un capriccio, perchè non s'era avvista ancora di cosa alcuna; e poi, stanca com'era, non vedeva l'ora di trovarsi in casa. Alla Stella bisognò rassegnarsi; ed entrarono nella loro porta.
I due signorini si fermarono, alternando ciarle e sogghigni, e segnando a dito la Stella, intanto che colla madre saliva le scale. Appunto in quella, Damiano venendo dall'opposta parte della via s'abbattè faccia a faccia ne' due giovani; i quali, strettasi la mano e accennando del capo alla fanciulla, pareva facessero in quel momento una scommessa fra loro.
D'un lampo egli indovinò; e, svoltando nel portone, urtò di proposito, nel passare, uno de' due galanti ch'erano sulla soglia. Il signor Lodovico, chè l'urtato era lui, si volse pieno di maraviglia e d'ira, e:—Che fai, villano? gridò.
—E tu, rispose il giovine piantandosegli dinanzi: e tu, che cosa vuoi qui?
—Oh bello! oh bello! esclamò il contino Achille.
—Tira dritto, esclamò il cavalier Lodovico, o te la insegno io!…
Ma il giovine, smorto in viso, l'afferrò per un braccio, e con voce tremante ma cupa:—Quelle due donne, dissegli, sono mia madre e mia sorella; e se qui ti trovo un'altra volta, guai a te!…
Così detto, lo guardò bene, poi salì prestamente dietro sua madre.
—È matto colui! diceva il contino.
—Matto e insolente: il compagno seguiva. Gli credi tu? sarà un asino d'artigiano che fa all'amore con la fanciulla, e crede mettermi paura. Me ne rido io; anzi, adesso mi ci provo di gusto; la è un'avventura che stuzzica l'amor proprio. Oh! vogliam vederla; e tu, caro conte, mi terrai parola.
I due amici, dopo un'altra stretta di mano, si separarono. L'uno se n'andò fra le quinte del teatro, di cui gli schiudevano i penetrali il suo patrizio nome e l'amicizia coll'impresario, ad ammirare la bella figliuola dell'aria, com'egli soleva poeticamente chiamar la ballerina. L'altro passò a fare una visita di cerimonia alla nobile donzella, che doveva essere, di lì a poco tempo, sua sposa.
Capitolo Decimoterzo
Se non t'incresca, o lettore, di scendere e salire per le anguste scale de' poveri, di entrar nelle nude soffitte; se ti conforti il vedere i sacrificj della virtù non conosciuta, e l'impeto dell'anime oneste e generose; seguiamo i passi di Damiano, che, al far del giorno, se ne va alacre e contento allo studio del pittore Costanzo.
Ma per quale segreta aspettazione tornavano a Damiano quella gioja, quell'ardore di vita e di volontà che da gran tempo più non sentiva? Pochi dì innanzi, non era vivere il suo, ma agitarsi in cupi e riluttanti pensieri; gli uomini, le cose che lo circondavano, erangli cagione d'ira o di tristezza; pensava ch'era solo, negletto, incerto del dove andare, stanco, oppresso dalla povertà da cui credeva impossibile di poter sollevare la famiglia sua. Ma ora, il mondo più non era per lui, come prima, un'immensa e misteriosa ingiustizia; ogni cosa gli pareva mutata; tutto prendeva agli occhi suoi un significato, una ragione; e per la prima volta, nella coscienza di sè medesimo, sentiva la pienezza della vita. Ora, egli non avrebbe dato, per qualunque tesoro al mondo, quell'affetto che gli scaldava il cuore.
Povero e onesto Damiano! Ciò che tanti altri, a vent'anni come lui, provano per forza di una prima passione d'amore, Damiano lo sentiva allora per un sentimento più alto e più puro, che acceso da gran tempo nell'anima sua, aveva alla fine trovato, dopo i lunghi sogni della fantasia, una espressione di bellezza, una forma viva e vera. Era un amore solitario e forte, una ispirazione di fiamma, che a lui dava per la prima volta il senso dell'infinito.
Camminava con passo leggiero; le vie, le case vedute tutti i giorni, che prima gli sembraron monotone, uggiose, che già gli stillarono l'angustia ne' pensieri, avevano agli occhi suoi in quella mattina quasi una novella apparenza, le trovava belle, ariose, allegre; tanto è vero che i luoghi vestono sempre il colore de' nostri pensieri. Vedeva un amico in ognuno che incontrasse; e sentivasi in cuore come una volontà di stringer la mano e raccontar la sua gioja a tutti i manovali e artigiani che passavangli a fianco, camminando alla fabbrica o alla bottega. Pensava che quella buona gente era, per la maggior parte, più povera di lui; eppure tutti erano come lui allegri e sereni, tutti suoi fratelli.
Salito al quinto piano della casa del pittore, lo trovò già in piedi, vestito del suo camiciotto di tela, e col fedele berretto di carta azzurrina sulla calva nuca, ritto presso la spalancata finestra, tutto inteso a macinare colori, a preparar la tavolozza. Dalla finestra, che rispondeva sur una lunga fila di tetti, si vedevano i comignoli di mezza la città; e fra quella moltitudine di altane, d'abbajni, di torricelle e campanili che somigliavano in lontananza una mano di soldati dispersi in un terreno selvatico e ineguale, dardeggiavano con singolare riflesso di luce gli obbliqui e vivissimi raggi del sole sorto appena sull'orizzonte. Un'aria freschetta, sottile, aveva cacciato da ogni parte del cielo i vapori della notte; e il primo sorriso del sole era per lo studio del povero pittore.
Quel buon Costanzo, al comparir del giovine, si fece più sereno in viso, e stringendogli con amorevolezza la destra:—Eccoti qui, gli disse, in compagnia del sole che mi saluta in questo momento. Bravo giovinotto! tu hai cuore e volontà, sai che tesoro sia il tempo, e nol getti, perdio! Così riuscirai a qualche cosa, e farai la tua via meglio che non abbia fatto io…. Vieni, vieni; la tua gran tela ti aspetta.
—Io ti voglio bene, come ti voleva bene il tuo povero figliuolo, o Costanzo: rispose il giovine. Tu solo sei stato il mio maestro; il poco ch'io so, è cosa tua.—E mettendosi sul cuore la mano di lui, con tenerezza profonda lo riguardava; poi, dopo una pausa:—Credi tu, soggiunse, credi tu…. che io….
—Per l'anima mia! son certo, com'è vero che vivo, che tu hai qui, e qui—e portava la destra prima al cuore, poi alla fronte—una cosa ch'io non so… ma che viene di lassù; in me l'ho cercata sempre e non l'ho trovata mai!… Perchè, io son sincero, vedi! non mi stimo più del giusto; i miei cinquantanove anni, se non altro, m'hanno insegnata questa verità.
—Non dir così, buon Costanzo; la fortuna ti fece sempre la smorfia; e per questo….
—E per questo, sto al pian de' gatti, più vicino al paradiso: sorridendo l'interruppe il pittore.
—Ma sei onesto e generoso; sei un buon artista; e i pochi che ti conoscono, ti amano, che più non si potrebbe.
—Oh! per me la è finita; son vecchio; tutti i miei ritratti e quelle teste di santi, sgorbiate in tanti anni, non m'han fatto un nome più famoso di quello del tabaccajo che sta qui sotto; ma n'ho cavato di che campare…. e poi tanto d'andar fino a Roma. Oh sì! per me adesso, posso morir contento…. Le ho vedute anch'io quelle glorie dell'arte italiana, dell'arte nostra! e ho potuto contemplar la faccia di quei quadri che sono stati il sogno di tutta la mia vita. Ma tu sei giovine, Damiano; tu li vedrai a tempo, amico! e se il pellegrinaggio dell'artista a me tolse l'ultima speranza, a te darà l'ispirazione e l'amore.
—Oh! che cosa potrò far io, Costanzo? Oggi son contento, pieno di buona fiducia; ma troppo di spesso, un certo presentimento, che mi sta in fondo del cuore, mi mette una nebbia nella mente e mi rompe la forza; in mezzo alla gioja, nell'ora più santa, una voce ironica e maligna par dirmi: Non pensare all'impossibile! È lo stesso, tutto è inutile!
—Ah giovine, giovine! la tua anima è di fuoco; e bruci l'avvenire, perchè non l'hai in pugno. Ma io ho l'esperienza; e mettendo al paragone quel ch'io ho fatto con quel che fai tu, col cuore in mano, ti dico: Io sono un pover'uomo, tu sei un pittore!
—Tu mi vuoi bene, onde parli così: ma nessuno dirà quel che tu dici. Io lo sento dentro di me; l'arte è troppo grande e le mie forze son troppo piccole; eppure, son questi i soli pensieri che mi possano confortar la vita. Lo seguirò quest'incantesimo che mi strascina; e se cadrò a mezzo del cammino, almeno potrò dire che non era vile la speranza, e che ho voluto anch'io!…
—Così, così forse avranno parlato, un dì, que' tali, al cui nome bisogna adesso cavare il cappello e abbassare il capo. Pure, tu non insuperbire per questo. La via è lunga, e costa spesso la vita. Ma tu sei il mio figliuolo d'adozione, e non dimenticherai il nome del vecchio Costanzo! Vieni qui, figliuolo.—E il buon uomo volle, quasi per forza, stringerlo fra le braccia, baciarlo sulla fronte. Poi ripigliò:—Non perdiam tempo, l'ore volano e ci rubano i pensieri e gli anni. Su dunque! al lavoro.
—Sì, maestro, amico mio! al lavoro, e Dio ci guardi! rispose Damiano.
E i due amici, raccolti i pennelli e prese l'asticciuole e le tavolozze si posero al cavalletto; Costanzo da un lato della finestra, innanzi a una tela vecchia su cui l'abbozzo d'un sant'Andrea Avellino andava sparendo sotto un ritratto di commissione, un volto rubicondo e grassoccio, due occhi piccoli, bigi e senza sopraccigli, una bocca atteggiata a melenso riso, e un mento sotto il mento, proprio la fisionomia d'un arricchito mercante d'olii e saponi; dall'altro lato, Damiano s'allogò dinanzi d'un'ampia tela sulla cui fresca imprimitura vedevasi delineata a franchi contorni la bella creazione ch'egli aveva da tanto tempo vagheggiata nell'ardente pensiero. Parecchi abbozzetti di quel medesimo quadro, con forza coloriti e con viva espressione d'affetto, erano sparsi vicino a lui, su d'una seggiola e d'una rozza tavola; e un volume scompagnato del Tasso stava aperto sullo sgabello a' suoi piedi.
Ma il giovine non riguardò a quegli abbozzi, ch'erano stati i primi arditi tentativi d'una mano inesperta e forse di soverchio commossa dallo entusiasmo; si raccolse tacitamente, direi quasi con religioso sgomento, dinanzi alla tela; contemplò, studiò coll'anima piuttosto che con gli occhi quelle linee leggermente tracciate, i profili, le teste, le movenze delle figure, che sovra il fondo non apparivano ancora se non come larve nella nebbia, ma che nella sua mente egli vedeva già spiranti e vive; trasse un sospiro, poi con mano tremante diede il primo tocco di pennello al suo quadro.
Il qual suo quadro, come ben lo indicava il libro lasciato a' piè del cavalletto, figurava uno dei più belli e commoventi episodii del poema di Torquato; l'innamorata Erminia che, pellegrinando con lo scudiero in deserta parte, ritrova morente il suo Tancredi. Il volume era aperto alla pagina che ha codeste bellissime stanze, le quali, lette una volta, non si partono dal cuore:
«Raccogli tu l'anima mia seguace,Drizzala tu dove la tua sen gìo:Così parla gemendo e si disfaceQuasi per gli occhi, e par conversa in rio.Rivenne quegli a quell'umor vivace,E le languide labbra alquanto aprio;Aprì le labbra e con le luci chiuseUn suo sospir con que' di lei confuse.»
«Sente la donna il cavalier che geme:E forza è pur che si conforti alquanto.Apri gli occhi, Tancredi, a queste estremeEsequie, grida, ch'io ti fo col pianto:Riguarda me che vo' venirne insiemeLa lunga strada, e vo' morirti accanto;Riguarda me, non ten fuggir sì presto:L'ultimo don ch'io ti domando è questo.»
«Apre Tancredi gli occhi, e poi gli abbassaTorbidi e gravi: ed ella pur si lagna.Dice Vafrino a lei: Questi non passa;Curisi dunque prima, e poi si piagna.Egli il disarma; ella tremante e lassaPorge la mano all'opere compagna.Mira e tratta le piaghe; e di feruteGiudice esperta, spera indi salute.»
«Vede che il mal dalla fiacchezza nasce,E dagli umori in troppa copia sparti.Ma non ha fuor che un velo onde gli fasceLe sue ferite, in sì solinghe parti.Amor le trova inusitate fasce,E di pietà le insegna insolite arti.Le asciugò con le chiome e rilegollePur con le chiome che troncar si volle.»
Era quest'episodio l'argomento proposto in quell'anno al pubblico concorso del premio di pittura.
Damiano, costretto dalla povertà e dalla necessità di trovar presto un pane certo, per poterlo spartire con sua madre e con sua sorella, aveva dovuto fino allora rinunziare alla naturale sua inclinazione per la pittura, alla quale, in altra fortuna, poteva forse del tutto consacrarsi. Non avendo mai frequentate le pubbliche scuole di belle arti, era stato fino a quel dì sconosciuto allievo di sconosciuto pittore; aveva dato allo studio del disegno le poche ore rubate a' libri di scuola, a' registri del mercante, al riposo della notte. Eppure lo faceva più per quel semplice e forte amore che il traeva all'arte, che per la fiducia di riuscire. Ma intanto, coll'applicazione solitaria e tranquilla, con quella volontà intensa e segreta che procede da un ingenito sentimento del bello, e che matura nella disgrazia, il giovine s'iniziava a poco a poco, senza quasi saperlo, ai misteri dell'arte sublime.
Un'inquietudine, un desiderio prepotente lo agitavano, gli facevano battere il cuore; il grande spettacolo del cielo, l'aspetto malinconico o sereno della pianura che circonda la vasta città; il verde degli alberi e delle irrigue praterie; gli sparsi casolari e i pochi avanzi della grandezza passata sorgenti ancora nel cerchio delle mura; le chiese più antiche, e l'opere famose de' pennelli della scuola lombarda, maraviglia di chi torna a visitare qualche deserta cappella, qualche abbandonato monastero; e quel miracolo dell'arte del medio evo, il Duomo, ove il buon giovine andava a meditare nell'ore della sua tetra malinconia; e la stessa infinita varietà della vita che, sempre e senza ch'egli lo volesse, gli dava affetti e pensieri, nella pace della famiglia, nel tumulto della piazza, nell'agitarsi del popolo, in mezzo al quale sentivasi superbo d'esser nato e d'andar perduto; in fine, tutto quanto gli stava d'intorno, avevagli a grado a grado insegnato l'unica scienza che può esser maestra dell'artista, l'armonia e la diversità della natura, mistero di bellezza. Perchè, il linguaggio della natura non è mai muto per l'anime commosse dall'alito divino: l'arte è figlia della natura; e per questa sola via essa traduce, per così dire, la verità.
Capitolo Decimoquarto
Nel cuor di Damiano era dunque nascosta una passione. Ma avrebbe avuto bisogno di tutt'altro uomo che del dabben Costanzo, per tentar quel volo a cui si credeva creato. Avrebbe avuto bisogno d'alcuno che nell'estasi e nella tristezza, nei patimenti, ne' dubbii e terrori dell'animo, avesse di buon ora preveduto il lampo dell'idea che tormenta sè medesima, e che spesso più forte della mente in cui vive, non può uscire senza spezzarne il sigillo. L'idea può esser la vita, può esser la morte. Nessuno aveva letto negli occhi di quel giovine, sul pallido e contemplativo suo viso, il segreto del cuore; nessuno mai gli aveva detta una parola rivelatrice, una di quelle parole che possono mutare il destino d'un uomo. Egli sentiva, amava, studiava, per sola coscienza di fare alcuna cosa che lo togliesse fuor della bassa sfera ove respirava a fatica; perchè, leggendo i prediletti poeti, disegnando, abbozzando testine e figure, gli pareva di esser meno infelice, e nulla più.
Pure, il momento decisivo di tutta la sua vita poteva esser quello. Il pensiero unico, fisso, che da un pezzo il tormentava, di far prova una volta di quella forza intima che voleva operare, era una vocazione, una necessità. Di quanta gioja e dolore fosse commosso dentro di sè, quanto patisse nell'entusiasmo e nello sconforto, nella fede e nel dubbio, è cosa che non può esser detta o compresa fuor da coloro i quali sanno come si possa vivere e morire per un pensiero.