Non già che Damiano fosse persuaso d'aver ricevuto da Dio il dono doloroso del genio, nè ch'egli ponesse gran fede al dir del suo amico Costanzo; il quale, superbo dell'unico suo allievo, andava già almanaccando che dove Damiano si fosse fatto un bel nome, anche il suo forse non sarebbe morto con lui. Vedeva il giovine questa fanciullesca compiacenza, e gli era, piuttosto che buon presagio, sorgente di maggior dubitanza e di nuovo scoramento. Sulle prime, aveva promesso di mettersi all'opera tanto per satisfare alla piccola boria del maestro, e rispondere così in qualche modo all'affezione del buon vecchio. Ma appena si vide innanzi quella tela che aspettava dalla sua mano la vita, appena cominciò a vagheggiar col pensiero l'argomento, e aperse il volume su cui aveva pianto fin da' suoi primi anni, sognando le care visioni dell'amore e della bellezza, Damiano comprese che non avrebbe trovato più pace fino a che quel quadro non fosse fatto.
Così passarono alcuni mesi; e i forti pensieri che gli travagliavano lo spirito, e quelle immagini d'Erminia, di Tancredi e del loro cantore che notte e dì l'assediavano, l'avevano prostrato in tale profonda e taciturna contemplazione, che la madre e la sorella, ignare di ciò ch'era chiuso dentro al suo cuore, vedevano in quel misterioso contegno il presagio d'un gran male. Alla fine, quand'esso, dopo lunghe incertezze, ebbe sentito come snebbiarsi nella mente il proprio concetto, allora cominciò a provare un po' di calma, a farsi più sereno. Talvolta non somigliava più quello: con improvviso slancio di gioja, correva affettuosamente tra le braccia della madre, baciava con insolita tenerezza la Stella; ond'esse lo riguardavano, non sapendo che pensare, più atterrite quasi da codeste strane dimostrazioni d'amore che dall'abituale sua tristezza.
Ma egli tremava ancora di rivelare il suo segreto; e fino ad opera finita giurò di serbarlo gelosamente. E però volle da Costanzo la promessa che non avrebbe detto mai nulla a persona viva; e il brav'uomo gli tenne parola. Egli intanto, la notte, nel silenzio della cameretta, rileggeva il Goffredo, disegnava, schizzava di nascosto la sua composizione. E quando fu venuto il momento, s'accinse al lavoro col medesimo affetto, colla medesima religione che fecero più grandi i nostri pittori del tempo antico.
In que' giorni della settimana santa, ai quali torna adesso il nostro racconto, erano chiuse le scuole del liceo; cosicchè Damiano potè in breve vedere abbozzata la sua tela. Costanzo maravigliava, considerando la rapidità e il semplice modo con cui il giovine a grado a grado disponeva le parti del proprio lavoro; e cominciando anch'esso a comprenderne il concetto, gongolava, andava quasi in visibilio. Che più? una mattina, dimenticatosi del malaugurato ritratto del mercante d'olii e saponi che ritoccava da tre mesi con pazienza fiamminga, egli lasciossi andare a sgorbiar, fra bocca e naso di quel tondo visaccio, una bionda lanugine pari a quella che il suo giovine amico segnava intorno al pallido viso del cavalier crociato.
Ma corsi appena que' pochi dì felici, ne' quali il cuor di Damiano era diviso da questa terra, le dure bisogne della vita ripiombavano più gravi sopra di lui; la necessità, con mano di ferro, lo riconduceva tutte le sere allo scrittojo del negoziante di pannine, per mettere su que' grossi registri del dare e dell'avere cifre sopra cifre, polizze, sconti, cambiali: era il suo martirio. Ma il sagrificio gli era compensato quando, sul finir del mese, poneva in mano di sua madre un venti lire, scarso frutto della sua fatica: e già andava pensando che presto, uscito della scuola, o avrebbe potuto dedicarsi tutto all'arte così amata; ovvero gli sarebbe riuscito d'allogarsi in qualche cantuccio oscuro d'un ufficio, con un profitto modesto ma certo.
Intanto, combattuto ed incerto, continuava l'incominciato lavoro; il primo sole lo trovava dinanzi al suo quadro, da cui non toglievasi fino al toccar delle nove; a quell'ora, gittati da parte pennelli e tavolozza, correva a precipizio verso le scuole del liceo, e qualche fiata colle lagrime negli occhi. Ma in questa guerra continua del sentimento col dovere, del quotidiano bisogno colle grandi aspirazioni dell'anima, il povero giovine dimagrava, immalinconiva. Né la Teresa nè la Stella potevano ancora comprendere l'interno suo patimento; nel silenzio della casa, esse vedevano passare giorni e settimane, rassegnate al lavoro monotono, assiduo, con quella paziente speranza de' cuori fatti l'uno per l'altro.
Era la Teresa, come l'avrete a quest'ora ben conosciuta, una buona donna; ma niente di più. Il bene che le portava il suo Vittore, un bene per verità un po' fiero, un po' soldatesco, era stato per tant'anni l'unica gloria di lei: ma ora, lui perduto, benchè le fosse cresciuta la tenerezza per i tre figliuoli, non sapeva trovare in sè stessa forza bastante da sostenere sola i colpi della sventura. Gli anni della vecchiezza venivano, e il suo cuore, debole per natura e infiacchito dal tempo, sentiva il peso de' nuovi travagli a cui crescevano gravezza le memorie antiche e le antiche abitudini. Amava i figliuoli, si compiaceva in quel fior di grazia della Stella; avrebbe dato per Damiano, e più ancora per Celso, que' pochi dì che le restavano a vivere; ma nell'inesperienza d'una ingenua vita, non conosceva i profondi dolori del sagrificio, i quali pesavano sull'anima di Damiano, forte ma costretta ad umiliarsi; nè i pericoli che circondano la giovinezza abbandonata nella povertà. Religiosa e pia, essa aveva accettato senza rimpianto la sua condizione qual era; e poi, vissuta a lungo in condizione angusta sì ma non logorata dal continuo bisogno, non imaginava ancora la povertà che cosa fosse. Intanto la nobile costanza di Damiano e la serenità della Stella tenevano vivo il suo coraggio; e poi consolavasi collo sperare di riunirsi fra pochi anni al suo amato Celso, ch'ella già s'imaginava di vedere coadjutore, o curato. Il più caro de' suoi sogni era di tornare a star di casa in quelle parti di Milano che l'avevano veduta giovine e felice; di andare ogni mattina a sentir la messa del suo figliuolo, all'altare della Madonna di san Celso; e poi, di morire là in Quadronno, per essere portata al campo santo del Gentilino, non lontana dal suo Vittore.
Ma la Stella, co' suoi sedici anni, colla sua fede innocente e sicura, andava incontro alla vita, senza sgomento, senza dolore. Essa, nel segreto, indovinava ciò che doveva passare in cuor di sua madre, e qualche cosa sospettava anche dell'angoscia di Damiano. Pure, l'affettuoso costume di lei, quell'antiveggenza che solo appartiene a' cuori semplici e buoni, le avevano insegnato come far meno gravi e meno lunghi alla madre e al fratello l'ore della fatica, come rallegrare la muta alternativa del lavoro e della povertà. Spesso, seduta al telajo, cantava con limpida voce qualche canzone; la canzone d'una gioja che non era nel suo animo.
La prim'alba la vedeva levarsi sollecita dal picciol letto; e pian piano, aprendo un poco la finestra, inginocchiarsi in un canto, e pregare; mentre un raggio di luce, penetrando per il sottile spiraglio, scendeva a illuminarla. Poi, si poneva al telajo, intanto che la mamma riposava ancora; e per guadagnar l'ore, ricamava fiori, festoni e ghirlande in que' trasparenti tessuti che rapivano gli occhi, e de' quali nessuno doveva esser per lei. E non di rado, per risparmiare alla mamma il lavoro, si affrettava a finir di rimendare di sua mano le biancherie su cui l'aveva veduta, la sera innanzi, lasciar cadere il capo grave di sonno. Oh come se ne compiaceva la fanciulla, quando la povera madre, senza accorgersene, si rallegrava con sè stessa, di trovar finito ciò che parevale avere smesso cominciato appena!
Talvolta passava nell'altra stanza a salutar Damiano, innanzi che uscisse; e quando lo vedesse un poco più sereno, si faceva animo a dirgli che per certo egli le nascondeva qualche cosa, e che essa un dì o l'altro lo voleva proprio sapere. Parlavano sommesso, per non farsi udir dalla madre; ma Damiano non volle rivelare nemmeno a lei il gran tentativo al quale s'era accinto; cosicchè quand'essa, una mattina, sorridendo insieme e arrossendo, gli chiese se mai fosse innamorato, che sì poco dormiva e usciva prima del sole:—Sì, mia Stella! le risponse, e d'una bellezza così grande, che mi farà diventar pazzo o morire.—Ma subito aggiungeva non avesse a dargli mente, chè non era vero, e ch'egli invece usciva per leggere i suoi libri di studio all'aria aperta. E così dicendo, contemplava fiso la sorella; avresti detto ne studiasse i puri lineamenti, gli occhi azzurri, i leggeri sopraccigli, le sottili labbra più vive del corallo, e l'ovale così perfetto del viso. Era il pensier del pittore che cercava, nell'espressione di quel caro volto, il modello delle sembianze d'Erminia.
Partito il fratello, la fanciulla si dava attorno a ripulire, a rassettare ogni cosa nella camera; poi, udita tintinnir la campanella del cavalluccio d'un lattivendolo, scendeva alla porta di casa e comperava, per la colezione, una mezzina di latte, tepido ancora. Intanto la Teresa era anch'essa in piede; in poco d'ora, tutto tornava all'ordine; e le due stanzette parevan sì monde e pulite che avrebber fatto amare quella povertà onesta e decente. Rientrato Damiano, si faceva colezione tutti insieme, parlavasi del povero papà, di Celso, del signor Lorenzo, di tutti i piccoli fatti e discorsi che tessevano la loro ignota vita; poi Damiano alla scuola, le donne all'ago o al telajo, fino all'ora del desinare, di cui la Teresa voleva per sè la cura. Al dopopranzo, il giovine s'incamminava al banco del negoziante, le donne rimettevansi a lavorare presso la finestra; e fatta sera, Damiano, quando poteva essere in libertà, seduto in mezzo di loro, leggeva ad alta voce qualche volume vecchio della nostra storia, o disegnava strafori e ricami per la Stella. Così si succedevano, tutti eguali, i loro giorni, umili sì ma tranquilli; e n'era la gioja quell'amore che univa i loro cuori nel soffrire e nello sperare.
Fuor di qualche vicina che veniva talvolta a frastornar la Teresa nelle cure casalinghe, pettegoleggiando i fatti degli altri, volesse o no saperli, nessuno capitava in quella povera casa. Anche il signor Lorenzo lasciavasi veder più di rado, sia che gli acciacchi e il trovarsi solo a finir la strada degli anni, gli avessero messo il tedio addosso, sia che tenesse ancora il broncio, fin da quando s'era deciso di Celso, contro il suo sentimento. Non aveva mai potuto dirsela l'antico tenente nè con preti nè con frati; quantunque fosse vicino al far de' conti, c'era de' momenti in cui si ricordava con un cotal gusto selvaggio i murelli de' conventi scalati in altro tempo, e in altro paese, le cantine de' priori a cui aveva dato il secco coll'ajuto di pochi camerati, e qualche lampada d'argento e qualche turibolo ghermiti come preda di buona guerra. E poi, il vecchio soldato aveva anch'esso certe idee sui due figliuoli dell'amico: e da che s'era voluto fare e dire senza di lui, aveva giurato di lavarsene le mani. Ma non sentivasi cuor di farlo, pensando che quelle tre creature le aveva vedute venir su a poco a poco; e ricordandosi quell'ultima notte del moribondo suo fratello d'armi, e la promessa che non avrebbe abbandonati mai più que' figliuoli.
Così l'onesta famiglia di Vittore, alla quale eran rimasti l'onore e la virtù, unica ricchezza, viveva aspettando dall'avvenire un po' di bene. Ma la loro umile sorte non era abbastanza oscura ed ignota allo sguardo de' tristi. Coloro che van dietro al male vegliano nell'ombra; i buoni non sospettano; e sopra di essi non c'è che l'occhio di Dio.
Il signor Omobono non aveva dimenticato la povera ricamatrice, nè smessi i suoi scelerati disegni: ma ignorava che un altro, se non più astuto, più audace di lui, stava per attraversargli la via. Era costui il cavalier Lodovico; il quale, come volle il caso, spesso meno incomprensibile che nol sia la cattiveria degli uomini, s'era, come l'Omobono, giovato della vecchia pegnataria, per riuscire a far conoscenza colla bella fanciulla.
La vecchia pegnataria, la quale soleva chiudere un occhio sopra tal sorta di negozii, e compativa le fanciulle che avessero dato un'inciampatella, volle tener a bada tanto l'Omobono che il bel signorino; e si guardò bene dal parlar coll'uno o coll'altro di ciò che sapeva. Di più, con quel gusto maligno dell'intrigo, ch'era la sua politica, andava pensando che il vecchio o il giovane ci poteva cascar seriamente, e che la ragazza, non essendo sciocca, aveva trovato il bandolo della fortuna.
L'Emerenziana era, fra le donne del vicinato, quella che veniva più spesso a visitar la Teresa, a recarle del lavoro per le sue pratiche. Non passavan due giorni senza che tornasse, come la febbre quartana, a far la dottora colla vedova, che le dava troppo facile orecchio. Bisognava udirla cornacchiare i segreti di tutto il quartiere, dame o pedine, mercantesse od operaie che fossero; lasciar trasparire con certe reticenze, e sempre come in confessione i garbugli, i rigiri in cui si era invischiata ma per amor del bene, diceva certi imbrogli, certi coperchielle e matasse distrigate da lei sola: rigattiera e pegnataria ne sapeva, per verità, di belle; e il darla a bere era per essa l'arte di non lasciarsi metter di sotto dagli altri.
Capitava nell'ore che le due donne eran sole. S'era accorta, al primo veder Damiano, in quella sera del carnovale quando venne in casa sua, ch'egli non si sarebbe facilmente lasciato accalappiare, e volontieri schivava di rincontrarsi con lui. Anche la Stella, benchè tuttora senza sospetto, non era abbagliata dalle grandezze che andava cianciando quell'eterna promettitrice; ma ignara degli artificj e delle piccole infamie della vecchia scaltrita, si lasciò andare, quasi non volendo, a creder vero e sincero, in parte se non del tutto, ciò che udiva, ingannata da quell'aria di rozza bontà che traspariva dagli atti e dalle parole dell'Emerenziana.
Per la Teresa d'altra parte, la ragione migliore, la miglior prova d'amicizia e di premura era il lavorìo che per suo mezzo di giorno in giorno le andava crescendo, non pagato a stento, nè colla solita gretterìa; comechè il guadagno non si facesse mai aspettare, e la vedova in que' pochi mesi avesse potuto già metter da parte un gruzzolo di dugento lire. Poco piacque a Damiano, quando venne a saperla, quella pratica avviata da sua madre. Ma la Teresa non voleva essere persuasa; e un dì che il figliuolo le diede un po' sulla voce, perchè avesse consentito a Stella d'andarne in casa della pegnataria, si mise a piangere di cruccio, e disse a Damiano di quelle parole, ch'egli non pensava potessero mai uscir di bocca a sua madre. Gli disse ch'era un visionario, un cuor cattivo, e che se voleva così comandare e far tutto a modo suo, pensasse lui, più che non avesse fatto fin allora, alla famiglia.
Queste cose fecero dolore a Damiano. Chinò il capo e tacque; e da quel dì il nome della pegnataria più non venne sulle sue labbra. Usciva di casa col primo sole, come prima; ma non tornava che al far della notte; mangiando a quell'ora il poco che la sorella avevagli messo in serbo. Più increscioso e taciturno che per lo addietro non fosse, evitava lo sguardo della mamma, che ne pativa: e così se n'era ita da lui quella poca gioja, onde le giovenili speranze e i primi ardori dell'arte cominciavano a rallegrarlo. Ma poi, il disgusto fece luogo alla ragione; una sera si gettò nelle braccia di sua madre, e volle essere perdonato e benedetto.
Capitolo Decimoquinto.
Nel mondo fu veduto per secoli combattere il forte contro il debole; ora è cominciata la guerra del ricco e del povero, la quale potrà durare quanto il mondo stesso. La continua vicenda delle cose traveste, non muta, le umane passioni; ma riguardando il lor mesto spettacolo, ed è questa una delle più care consolazioni de' buoni, contempliamo con maggiore affetto la bontà che la grandezza. E chi non sa ch'è più facile conservar l'innocenza nella povertà della vita che la giustizia nella grandigia e nel fasto? La ricchezza, benchè onorata, invidiata dagli uomini, bisogna dire abbia in sè medesima un germe di sazietà e di corruzione; perchè, veramente, il ricco pare, ma di rado è felice. Certo che la virtù e la contentezza ponno essere quaggiù compagne dell'uom fortunato e grande, come di chi vive contento del poco; anzi, non v'ha, direi quasi, cosa più celeste della vera virtù nella grandezza: chi sparge il beneficio e l'esempio della bontà sulla terra, sarà sempre benedetto e amato. Ci sono molti che comprendono la parola recata da Colui, il quale disse gli uomini eguali e fratelli: ma pur troppo noi veggiamo tuttora quanto sia facile così d'abusare d'ogni più santa verità, come di creder lecito e giusto ciò ch'è soltanto conseguenza del pregiudizio umano e di quel misto di vero e di falso che forma quasi tutte le leggi del mondo.
Se nell'umile storia ch'io vo tessendo, voi vedete l'uom povero ed onesto a fronte del ricco vizioso e potente, non dite ch'io rinneghi per questo la virtù di chi siede in alto, o getti la maledizione sul capo di coloro che il mondo chiama felici. Il bene è la parte di tutti, e la virtù sulla terra è come l'aria pura che si respira più vicino al cielo. Ma fu veduto più d'una volta versarsi per beneficio il danaro di Giuda; e la stessa pietà disseccata dal fiato sottile dell'egoismo e della ipocrisia, far più tristi que' mali ch'essa pretendeva di sanare. Io non presumo di dipingere la società del mio tempo; scrivo la storia di povera e buona gente.
Alla porta d'un vecchio palazzo, situato in una parte solitaria di Milano, fermossi un dì, sull'ora del dopopranzo, una carrozza d'antica data, dalla quale, fatte tra loro non poche cerimonie, furono vedute scendere due persone, che dovevano essere, come suol dirsi, due pesci grossi, fattone giudizio dall'ampio cappello a triangolo equilatero e dalla cappa dell'uno, come dalla incipriata zazzera o dal pettoruto portamento dell'altro. Attraversato, il deserto cortile, salirono per uno scalone trionfale, adorno di statue polverose e monche, rappresentanti gli Dei dell'Olimpo, alle spaziose anticamere; l'unico servo, che vi dormicchiava da quattr'ore, si levò su dalla cassapanca, spaventato dal loro comparire; ma appena li ebbe riconosciuti, corse innanzi a spalancar le porte degl'interni appartamenti; e, annunziatili, mise dentro al segreto gabinetto della nobilissima sua padrona il consigliere Zebedia e il padre Apollinare.
La contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo, quella dama potente ch'egli stesso, se vi ricorda, teneva quasi in conto d'un ministro di stato, mosse dignitosamente verso i due venuti e con un gesto quasi regale invitolli a sedere. E i due, fatta di nuovo qualche cerimonia e qualche riverenza, obbedirono.
—Io vi aspettava, signori miei, cominciò la contessa: voi ben sapete quanto mi stia a cuore la buona e santa opera nella quale voi mi date mano. Se c'è molti ostacoli, c'è molto merito a vincerli; e….
—La signora contessa è donna incomparabile, si fece a dire il padre; la sua alta ed esemplar religione, i suoi sentimenti cristiani, le sue ricchezze consacrate al trionfo della buona morale, le sue grandi aderenze….
—Eh! padre, la dama l'interruppe; siamo ancora ben addietro; bisogna battere e ribattere; gli inciampi crescono ogni dì, e i frutti son pochi.
—Qualche cosa però s'è fatto, qualche cosa s'è guadagnato: disse, con sussiego, il consigliere.
—Sì, sì! ma ci vuol altro: con un po' di stizza repressa, aggiunse il padre.
—Vedete, per esempio, o signori, quel degnissimo mio signor fratello! ripigliò la dama. Non ci fu modo di persuaderlo ad assumere la carica che si voleva dargli; ho tentato parecchie volte; fu come parlare a un sordo.
—Peccato, considerò il padre: peccato veramente! il suo nome ci voleva.
—Per me, vi confesso, tornò a dire la dama, che sebbene io abbia fatti, in obbedienza a' vostri savii consigli, presso di lui que' passi che credeste necessarii, pure non era niente persuasa della sua buona e coscienziosa cooperazione. Lasciate ch'io lo dica senza riguardi: mio fratello è un buon uomo; ma non è fatto per noi. Egli ha certe idee, certi principii….. per dir la verità, all'età sua poco convenienti…. Vedete ch'io vi parlo schietta; facciamo senza di lui.
—Sia pur com'ella vuole, signora contessa disse inchinandosi il consigliere.
—Ma!… soggiunse il collega: io spero almeno che il capitale promesso non mancherà…. Ella sa bene gl'impegni che ci siamo addossati…. crescono tutti i dì: il Ritiro non ha guari fondato dalla specchiata carità di lei, ha bisogno di protezione e di soccorso….
—State pur tranquillo, buon padre, che noi non mancheremo al nostro dovere… finchè il Signore ci dà la grazia: disse lentamente la contessa Cunegonda, con un accento che balzò a un tratto dall'albagìa alla compunzione, come il tono musicale dal maggiore al minore.
—A proposito, ripres'ella indi a poco: E che c'è di nuovo del vostro protetto, del giovine chierico che tenete in casa?
—Del mio protetto? rispondeva il padre Apollinare: dica del suo, signora contessa! Io per me, non avrei potuto fargli quel poco di bene che gli fo, senza il sussidio di lei….
—Eh via! la piccola pensione che vi ho fissa per questo, è una vera inezia, non vale il tesoro ch'egli ha trovato in voi….
—Non mi mortifichi, per carità!
—Voi lo sapete, credo bene, consigliere: si spiegò coll'altro, a lui rivolgendosi. Il nostro buon padre, che Dio ce lo conservi sempre, si trova in un mar d'affari e d'angustie; è naturale, vorrebbe fare il bene per tutti. Ora ha pensato ch'egli avrebbe bisogno d'un segretario, d'una persona di confidenza, fatta a suo modo, di quelle che raramente si trovano; il caso gli mise proprio innanzi, alcun tempo fa, un giovine che promette bene di sè, che può e deve riuscire; questo giovine è povero, egli lo tirò con sè, e pensa a dargli un avvenire; io, com'è giusto, supplisco con quella pensioncella di che vi diceva; e così si fa due beni in uno.
—Qualche cosa ne sapeva, rispose il consigliere; ma mi consolo sempre, ogni volta che sento parlar d'una buona azione.
—Le dirò, signora contessa, prese allora la parola il padre Apollinare, che nella famiglia di quel giovine c'è ancora del bene a fare. È una di quelle famiglie, e so quel che dico, le quali, al pari di mille e mille del popolo, cominciano pur troppo a sentire in sè una specie di marasmo, di dissoluzione morale, che sono il frutto di certe dottrine sovvertitrici, spaventose, diffuse da più di un mezzo secolo per tutta Europa; zizzania sociale che va pigliando ogni dì più terreno e radice. Coloro che si sagrificano alla conservazione delle potestà costituite; coloro che posero le inconcusse incontrovertibili batterie dell'ordine contro le bande infellonite del moderno progresso, hanno combattuto e combatteranno…. Essi sanno che bisogna prevedere e provvedere….
La dama e il consigliere pendevano in estatico atteggiamento dalle parole pioventi, come rivi di mele, da quell'autorevole campion del partito dell'inerzia; e l'una scrollando la cuffia piramidale, l'altro l'incipriato cucuzzolo, ne accompagnavano le cadenze, a battuta.
—Ma per combattere che si faccia, seguitava vieppiù rinfiammandosi il padre, il nemico non si stanca e trova sempre armi ed offese. Molto avanza ancora del lievito infernale che bulicò sì fattamente sul finir del secolo passato: tutto ciò ch'era perduto non è riconquistato ancora…. il male sussiste; e guai, se ingangrenisce!… E per non dilungarmi in così trista via, eccovene in piccolo nella famiglia della quale si parlava, un palmare esempio. Un vecchio militare, mezzo rinnegato, amico del padre defunto, vuol governarla a suo capriccio: già ha guasto il cervello al maggiore de' figliuoli, un capo scarico da cui non si può cavarne nulla; per fortuna del cielo, si fu a tempo di salvare il minore, quel giovinetto del quale la degnissima signora contessa degna prendersi pensiero…. Ma non ci volle poco a venirne a fine, e per un filo quell'avanzo di giacobino non rovesciò tutto! Nè basta: c'è una figliuola, la quale tocca appunto l'età pericolosa; e in mezzo a una madre debole, a uno sventato fratello, a un vecchio peccatore, non c'è a garantire uno spillo per l'onestà sua. Ma noi non ci stancheremo nell'opera buona, noi veglieremo nell'ora che il leone rugge; non è vero, signora contessa?… Ricordiamoci quello ch'è stato detto…. Noi pure dobbiam essere pescatori d'uomini.
—Veramente, ora si tratterebbe di pescare una donna: non potè tenersi dai dire il consiglier Zebedia, il quale, con tutto il suo zelo e sussiego, nutriva certa predilezione per i motti piccanti e le freddure.
Rise, muta, a fior di labbra, la dama; il padre tacque e si fe' serio.
—Oh! ad altre cose e più importanti, soggiunse allora la contessa; passiamo, se non vi dà incomodo, nel mio gabinetto di studio, signori, e vi mostrerò il risultato delle corrispondenze di qui e di fuori, intavolate per il fine che voi sapete, sopra le quali mi bisogna il vostro prudentissimo avviso.
Ciò detto, si levò dal canapè; e attraversando con imperturbata dignità parecchie stanze, seguìta da' suoi due accoliti, il laico e il cherco, disparve ne' recessi del palagio.
Capitolo Decimosesto
Mentre le tre vecchie potenze mettevano così in comune importanti segreti, tirando pe' capegli que' principii che, secondo loro, dovrebbono essere i cardini del mondo, la povera famiglia, che s'eran degnate di prendere sotto la lor protezione, non sapeva i pericoli che più davvicino la minacciavano.
—Sentite, Teresa: diceva, la sera di quel dì stesso, la vecchia pegnataria alla vicina, lieta di averla trovata sola: domani ci sarà qualche cosa a spartire; ho fatto consegnare al palazzo di quel signore, di quel cavaliere che sapete, il corredo della biancheria, della quale fra me e voi s'era pigliata la commissione; una bellezza, vi dico niente, una bellezza!
—Lo credo bene; fra me e la figliuola vi abbiam spesi dietro gli occhi.
—Ma c'è de' guai, sapete: quel signore ha arricciato il naso sul conto…. figuratevi! che cosa ne sanno gli uomini? ho avuto bel dire, che non si stava in sul tirato, che c'era appena da vivere…. non l'ha voluta capire…. Per dir tutto in una parola, s'è concluso che quel conto l'avrebbe saldato la sua signora zia, e che si tornasse, o s'avesse a mandare per questa faccenda. Che cosa volete? Siamo stati in quest'accordo; e domani…
—Ci tornate voi?…
—Così potessi! Ma ho che fare fin sopra i capegli; andateci voi,Teresa; mandate la Stella, se non volete andar voi…
—Ma io, vedete, non so trovarci nè via nè verso, quando si tratta di conti.
—Mandateci la Stella, che l'è una piccola strega, e saprà fare… Già si tratta di parlare con una gran dama… e ci vuol proprio lei. Io e voi, Teresa, non sapremmo farcela valere; ma le ragazze l'han sempre la ragione, n'è vero?…
Quando la Teresa fece alla figliuola la commissione della signora Emerenziana, la fanciulla, senza esitare, acconsentì a recarsi, la mattina seguente, al palazzo di cui la vecchia aveva lasciato l'indirizzo.
Venuta la mattina, si preparava ad uscire; ma, forse per caso, Damiano si trattenne più dell'usato; ond'ella, per non parlarne con lui, che nulla ne sapeva, aspettò: tanto più che l'aveva veduto mordersi le labbra dispettoso, al solo udir menzionare dalla mamma la signora Emerenziana. Se non che il giovine notò qualche imbarazzo nella sorella, e stette pensoso; indi, preso il cappello, senz'altro dire, uscì di casa. Partito lui, la Stella s'acconciò il velo, un piccolo scialle di lana quadrettato, salutò con un bacio la mamma, e dicendole che n'andava per quel conto della signora Emerenziana, disparve. Appiè delle scale, non s'accorse di Damiano che, non visto, l'aveva aspettata, e che lasciatala avanzare un poco nella via, le si mise dietro.
Suonava per la città il mezzodì. Il cavalier Lodovico, approffittando d'una breve assenza di don Ambrogio, così chiamavasi il padre suo, aveva pensato d'invitare appunto quella mattina i più intimi amici suoi ad una splendida colezione. Stava da ben tre ore aspettando la piccola ricamatrice, e s'indispettiva che non fosse venuta ancora. Questa tardanza metteva sossopra il suo piano; e ci aveva studiato sopra non poco. Gli ordini i più precisi eran dati; e pensando di sbrigarsi in poco d'ora della sua nuova conquista, compiacevasi tutto di poter serbarne il racconto agli amici, in quella colezione, la quale doveva esser quasi un commiato dalla sua vita di scapolo.
Ma suonato il mezzodì, alcuni degl'invitati già capitavano; e la fanciulla non s'era veduta. Il dispetto del giovine cavaliere era al colmo: da mezz'ora andava masticando l'unica bestemmia inglese, ch'era tutto il saper suo di quella lingua.
Il conte Achille, quel suo fido Acate, che solo era a parte del segreto, entrando nel salottino a rincontro dell'amico, gli lesse in volto il malcontento; argomentò fra sè potesse essere per la mala riuscita del suo intrigo; ma, per allora, si tacque
In compagnia del barbuto conte ne venivano altri due signori; l'uno un giovinotto sulla trentina, il quale alla sfoggiata cravatta, all'abito stringato, mostrava ancora la pretensione d'uno zerbino di primo pelo; l'altro, uno smilzo giovincello che, avanzandosi a dondoloni, diè una forte stretta di mano all'amico, e cominciò a ridere di quel fatuo riso che spesso tien luogo del bello spirito. Costui, erede di un gran casato, e tronfio del suo nome e della fama de' suoi cavalli inglesi, era da poco tempo entrato nel gran mondo sotto l'egida d'una facile matura beltà.
Questi signori stavano in aspettazione nel salotto, sdrajati ne' seggioloni presso la tavola su cui erano sciorinati non pochi disegni di caricature equivoche, e parecchi volumi degli ultimi romanzi di fattura parigina; e, mentr'essi sbadigliavano beatamente, guardando gl'intagli rappresentanti i più famosi cavalli da corsa del Regno Unito che pendevano incorniciati dalle pareti, framezzo a fioretti sciabole e stocchi, a guanti di difesa e visiere e corazze imbottite, indispensabile fornitura d'ogni elegante spadaccino; il padron di casa andava e veniva inquieto, turbato, sfogando la sua bile or sull'uno or sull'altro de' servitori. Tornò poi nel salotto, e sdrajatosi in compagnia degli amici:—Chi manca ancora? domandò.
—Tu lo saprai, rispose Achille, lisciandosi col palmo della destra inguantata la colta barba: io, per me, quando prometto, son puntuale così coll'amico come coll'amante.
—Ben dici, bell'uomo! aggiunse uno de' colleghi: anch'io, dove si tratti di pranzo o colezione, sono esatto come un creditore.
—Chi dunque s'aspetta?… chiese il terzo.
—Oh vedete! ripigliò Lodovico: me n'era scordato; quella buona lana del Martigny, il nostro allegro maestro.
—E credi che verrà?
—Sì, per tenerci allegri, se vi sarà bisogno.
—Ma chi gl'insegna la creanza di farsi aspettare? interrogò il barbuto conte.
—Eccolo, eccolo qui, dissero gli altri: proprio all'ora del buon tuono.
Un servitore annunziava monsieur Martigny. Era costui nè grande nè piccolo di statura, di faccia sinistra e fatta ancor più brutta da due singolarità: era monocolo e bucherato dal vajuolo. Si fece innanzi, franco il volto e più franco il passo in mezzo alla elegante comitiva; il vecchio cappello, la grossa mazza che portava e lo sdruscito soprabito turchino abbottonato fino alla gola, facevano strano contrasto coll'attillatura di quello scelto giovenile drappello. Eppure egli era caro a tutti, e gli si facevano intorno, salutandolo col nome di maestro. Nessuno sapeva la sua vera storia, nè dove fosse nato, nè tutti i mestieri da lui assaggiati al mondo: c'era perfino chi diceva ch'egli già fosse un frate; che in altri tempi, gittata via la tonaca, imbracciò l'archibugio ne facesse d'ogni stampo, girando mezza l'Europa; finchè, infraciosato alla meglio il suo nome dozzinale in quel di Martigny, aveva raccapezzato non so che fortuna; e capitato a Milano, in fama di valente schermitore, era riuscito a mettere alla moda la scherma col bastone, quell'arte poco cavalleresca di bene accarezzar le spalle al prossimo.
Un servo diè la nuova che la colezione era pronta; e gli amici immantinente si precipitarono nell'attigua sala, sedettero intorno alla tavola, coperta di peregrine bottiglie e di squisiti manicaretti; e cominciarono l'attacco, pronti dal primo all'ultimo a far tutto l'onore possibile agli scudi del vecchio barbogio così bene spesi in anticipazione dal figliuol suo.
Ma ben si vedeva che il padroncino di casa aveva perduto il gajo umore. Gli amici o non s'erano, o fingevano non essersene accorti; solo il barbuto conte, di quando in quando, sogghignava e guardava di sottecchi l'amico, per fargli capire ch'egli a ragione non aveva mai creduto alle sue rodomontate amorose.
Quand'ecco uno de' servi, venuto dall'anticamera, si china all'orecchio del cavaliere, per dirgli qualche cosa in segreto. Lodovico si fa di bragia, a un tratto balza in piede; poi, battendo il pugno sulla tavola, in atto d'aver presa un'eroica risoluzione si volge al servo e dice:—Che passi pure.
—Entrate, bella tosa! grida il servo, aprendo la porta.
Era la Stella.
Appena l'ingannata fanciulla si trova in mezzo a tanta gente, in mezzo a quel romore, a quelle risa smodate, appena vede que' signori balzare in frotta dalla tavola e venirle incontro, e serrarle il passo alla fuga, gettando un grido di terrore si copre colle mani la faccia. Ma pur riconosce, in quel suo primo spavento, i due che tante volte le erano venuti dietro per la via; sente un gelo in tutte le vene; ma non trovando forza di difendersi o di fuggire, si lascia cadere sulle ginocchia.
Allora fu udito uno strepito, un'arrabattarsi di gente nell'anticamera; e facendosi la via frammezzo a' servi con una forte strappata, un giovine si precipitò in furia nella stanza. Accorrere alla caduta fanciulla, sollevarla dal terreno, schiudersi il passo con un gesto disperato fra quei che gli stavano d'attorno, ancora non rinvenuti dal primo stupore, fu cosa d'un momento.
Il cavalier Lodovico, a quest'improvvisa apparizione, aveva perduto il coraggio, nè sapeva trovar parola. Solo fra tutti quel tristo arnese del Martigny, che di botto credè d'indovinare ogni cosa, si fece innanzi; e presumendo che l'intrigo potesse pigliar mala piega, pensò di mettere alla ragione quel giovine disperato col fargli paura. Ma nell'atto ch'egli stese la mano per abbrancarlo, Damiano (poi ch'era desso) gli volse le spalle; e tirandosi verso la porta:—Questa è mia sorella, disse: guai al primo che la tocca!….
Poi fissò in volto al giovinetto cavaliere gli occhi pieni di furore, e pesando ogni parola, in modo che udissero tutti:—Io ti conosco, disse; tu sei un nobile, un ricco, ma ben puoi toccar su la mano al birbante, all'assassino. Io non so tenere spada o pistola, ma non ho paura di te, nè degli amici tuoi. Ciò che tu hai tentato, lo so bene! vuol altro che parole; però intanto nessuno ti torrà via il titolo d'infame ch'io ti getto in faccia. Che m'importa? se ti degnassi di voler ragione da me, non la ricuso: sono il figlio d'un soldato.
Così Damiano, condotto da una inspirazione del cielo sulle traccie della sorella, era giunto appena in tempo a salvarla dall'insulto e dalla vergogna. Egli in cuore sentiva che Stella era innocente, e che, per certo, doveva essere vittima di qualche scelerata macchinazione: ond'ebbe coraggio di parlare, e quelle poche sue parole animose bastarono a sbigottire l'insolente giovine e i suoi amici.
Ma, nell'atto che Damiano si mosse per uscire, parve che l'ira soffocata scoppiasse a un tratto dal petto del cavaliere: cacciato da subitaneo furore, al sentirsi sfidare da colui, impugnando il bastone del Martigny che primo gli venne alla mano, corse sopra a Damiano; e l'avrebbe percosso, se gli amici, più teneri dell'onor suo ch'egli non parve, non si fossero gettati in mezzo per trattenerlo. Il giovine, vedendolo diventar pallido, e sbuffar per la rabbia, lo guardò un'altra volta in faccia, e:—Non ho altro a dire! riprese: andiamo, sorella! l'uomo che si lascia calpestare, lo merita. Ma… non sono io quello.
Ciò detto, prese per mano la fanciulla e uscì, senza che alcuno osasse più attraversargli la via. Stella aveva lasciato cadere sulla faccia il velo, sotto il quale silenziosamente piangeva.
Partito il giovine popolano, non ci volle meno delle otto braccia di que' fedeli amici per tenere costretto a gran forza l'inferocito cavaliere, che tuttavia andava tempestando e imprecando da disgradarne il suo cozzone, e gridava di volere correr dietro e romper l'ossa a quell'audace pitocco, se non per altro, per punirlo d'avergli gittato una sfida. Come si riebbe un poco da codesta furia, per verità non del tutto cavalleresca, e come potè a suo agio vuotare un sacco d'improperii dietro al nostro Damiano, dandogli del matto, dell'imbecille e dell'asino, a ufo, Lodovico si fece serio e domandò a' compagni, a sgravio di coscienza, se mai potesse essere il caso eccezionale di battersi con quelmanant. Grave era il problema; tennero tra di loro consiglio; molti e diversi, ma tutti del paro strani e burleschi furono i pareri, o piuttosto i dispareri, messi in campo. Il losco Martigny, quel solo di loro ch'essendo venuto dal fango anche lui, sentiva muoversi un fondigliuolo di bile per gli smargiassi che gli bravavan d'attorno, e s'era anzi un poco compiaciuto del coraggio di Damiano, senza però lasciarne trapelare indizio, tenne duro per l'affermativa; gli altri finirono a unirsi nel voto del giovine marchesino Roberto, l'ultimo che parlò: non potere un gentiluomo avereun affar d'onorecon uno della canaglia; e tanto più non trattandosi che di una tapina, d'una sgualdrinella. L'uno opinava che il cavalierino avendo, come si dice, apparecchiato un bel tiro a quel pazzo, si sarebbe messo al torto col dargli soddisfazione; un altro che l'unico guaio fu il contrattempo per cui andò vuoto lo stratagemma; e il terzo che la sarebbe stata cosa da ridere un duello così fatto, non potendosi le ingiurie della bassa gente pagar d'altro che d'una buona bastonatura, col braccio di persone della loro portata. Infine, convenivano che se mai si fosse buccinata la cosa in una certa sfera di persone, ciascun di loro avrebbe messo al coperto il credito e il nome del cavaliere.
—Voi siete proprio i miei amici, conchius'egli allora. Qua la mano; e vuotiam da bravi un altro paio di bottiglie.
E si rimisero a tavola, come se nulla fosse avvenuto.
Ma la fama, che non apprese ancora a discernere le cose delle quali sia meglio tacer che dire, divulgò in pochi giorni di caffè in caffè, da questa a quella conversazione, la curiosa avventura. Se ne menò abbastanza romore; chi la disse a un modo, chi a un altro; ciascuno vi fece la propria giunta, il proprio commento; i fedeli amici del cavaliere soffiarono a più d'un orecchio lo spiritoso fatterello, come cosa genuina; l'avventura fu colorita, ingrossata; poco mancò non si facesse di don Lodovico un Cesare Borgia, un don Giovanni. Quel buon zazzerone di don Ambrogio, e i parenti illustri gridarono un poco allo scandalo; poi, per non mandare a monte lo sposalizio già bell'e accordato, battezzarono la cosa una scappatella di cervello balzano. I genitori della sposina, non augurando un gran bene da ciò ch'era stato, tentennarono il capo; ma, per amore e rispetto di quel galantuomone di don Ambrogio, non osarono ritirar la promessa; sibben vegliarono che non si fiatasse di nulla con la giovine, per non mettere una nube in quell'anima di quindici anni che ancora non sapeva che cosa fosse il mondo.
Il cavalierino però ebbe, tra sè e sè, a tremare per settimane parecchie: egli almeno in segreto rendeva giustizia a sè medesimo. Trovò buon consiglio di mutar aria per alcun tempo; e un viaggetto di piacere, fatto col consenso della famiglia della sposa, lungo le romantiche sponde del Reno fino a Baden, e due misere migliaia di franchi lasciati colà sul tavoliere a un conte russo e a un baronetto inglese, cancellarono dalla sua memoria tutto quel ch'era stato. Ritornato fra le braccia paterne, verso la metà dell'autunno, fece una visita di cerimonia a' parenti della sposa, i quali andarono in visibilio per l'eleganza de' suoi modi, e per quel gergo mezzo francese e mezzo inglese che in così breve tempo gli aveva dato un fare distintissimo.
Indi a poco, le sue sponsalizie con la baronessina Amalia furono celebrate, soddisfatissimo tutto il nobile parentado. Poi il viaggio di rigore de' due sposi a Roma e a Napoli, le feste del carnevale, il palchetto al teatro, la stemmata carrozza al Corso, e alcuni pranzi d'invito fecero salire in alto, fra i nomi più chiari del bel mondo milanese, quello del giovine e galante marito.
Allora, ne' circoli delle belle signore e ne' pranzetti cogli amici, s'arrischiò egli stesso a menzionar fra le sue giovenili conquiste quella della piccola ricamatrice, e la seppe colorire in modo che le dame anziane, scandolezzate, gli davano sulla voce; l'altre pudicamente sorridevano; e i compagni allegri gli battevan le mani. Chinandosi frattanto in leggiadra postura sulla spalliera del canapè ove sedeva la sposa dell'amico, il conte Achille le susurrava all'orecchio:—Ah! signora, bisogna vendicarsi, e presto, de' galanti tradimenti che le fa quello sventato di suo marito: bisogna dargli una lezione…. si fidi, si fidi di me!…
E la sposina arrossiva; nè osando riguardare il suo chiomato adoratore, mordeva co' labbruzzi gli orli dorati del ventaglio.
Capitolo Decimosettimo
Intanto nella povera famiglia si pativa. Allorchè la troppo confidente e buona Teresa cominciò a tremare nel suo cuore, allorchè cominciò a capire che cosa siano i cattivi, ad aprir gli occhi sui pericoli della sua innocente creatura, ella prese a sospettare di tutto e di tutti. In poco tempo, la voce di quel ch'era successo, portata attorno dalle curiose donnicciuole, travestita dalla malignità o dalla scempiaggine altrui, creduta al di là del vero anche da' buoni che spesso han troppo paura del male, fece metter molti occhi addosso alle due donne, e brulicare sul conto loro sospetti. Chi disse, chi ripetè, rincarando la dose; chi battezzò a dirittura la madre e la figliuola con nomi da non dire; e vi fu perfino chi s'attentò di mettersi su per le buje loro scale, battendo sfacciatamente a quell'uscio, su cui un modesto cartello portava scritto in bel corsivo:Ricamatrice e Cucitrice.
Da quel dì, la Stella non fu più veduta così ilare, così contenta come prima; da quel dì una nube di malinconia cominciò ad appannare il sereno della sua fronte; e per la prima volta, il sentimento della povertà e del disonore le turbò quella fede, nella quale era vissuta fino allora senza temere, senza odiar nessuno su questa terra.
Damiano, ferito nel più vivo del cuore, andava meditando vendetta; ben vedeva che, senza farsi ragione da sè, non sarebbe riuscito a nulla: poichè vecchia è la commedia del mondo, ove il vizio titolato e vestito d'oro grida più forte della virtù coperta di poveri panni e senza nome. E poi, superbo com'era dell'onor di suo padre, Damiano repugnava troppo a ripetere il nome di sua sorella in così trista faccenda; e scorgeva la necessità di tirare un velo su quel ch'era stato.
Ma, dopo fatta codesta risoluzione, tornava alle idee di prima; sentiva più vivo l'insulto sofferto; pensava che l'unica via di lavarlo era quella di forzare il giovine signore a stargli a fronte: quantunque sapesse d'esporsi a quasi certa morte, si compiacque per alcuni dì in tale consiglio; indifferente, se non pago, di togliersi alla vita, la quale, allora più che mai, parevagli difficile a portare. Non ne volle dir nulla a sua madre; e divisava il modo di costringere il nobile seduttore a battersi con lui.
Poi, dopo una notte vegliata nel tormento dell'anima, ripensando a sua madre, alla Stella, a Celso, sentì mancarsi il coraggio di morire. Venuta la mattina, andò a cercar del fratello e per buona ventura il trovò solo. Alle parole confuse, concitate di Damiano, il giovine cherico, già a parte dell'avvenuto, seppe leggergli negli occhi il suo progetto; e tanto disse e così affettuoso parlò che Damiano, gittandosegli al collo, pentito come d'un fallo commesso, gli promise che, come lui stesso aveva detto, lascierebbe al Signore il castigo de' cattivi.
Con tutto questo, il dì seguente tornò sopra a quel pensiero; tormentato dentro di sè da tanta incertezza, volle confidarsi col signor Lorenzo, come col solo suo protettore; persuaso che il vecchio soldato, non uso a pigliar mai in ischerzo nessuna cosa, l'avrebbe soccorso colla severa sua esperienza. E in verità; quando seppe il caso, quell'antico della guardia reale lasciò scapparsi di bocca certe negre bestemmie che non aveva scagliate fuor che a' cosacchi; e giurava d'aggiustar lui a ogni modo la cosa, come si doveva. Ma, ponderando seriamente, cominciò a dubitare, e poi vide che, se anche il nobiluzzo birbone si fosse degnato di battersi, Damiano poteva giuocare con lui un mal giuoco; pensò che alla fin fine egli doveva tenergli luogo di padre, e in tuono risoluto conchiuse che per allora bisognava rinunziare a quel proposito; soggiungendo con un cotal gesto misterioso: —Fidatevi pure di quel che vi dico io, non mancherà il momento di rendere pane per focaccia a quel cattivo mobile non solamente, ma a molti altri del suo stampo.
Quel che tagliò fuori ogni dubbio fu il sapere, quasi subito, che il signor cavaliere aveva stimato prudente di mutar aria per alcun tempo. Poi, di lì a pochi mesi, fatto che fu il matrimonio del quale abbiam parlato, nel cuor di Damiano, a quell'avanzo d'ira che vi stagnava, successe compassione e disprezzo; che se prima gli bolliva dentro la smania di vederlo diffamato come sel meritava, allora sentì quasi che avrebbe potuto perdonargli.
Così, tornato in pace con sè, la buona volontà di adempiere, come meglio sapeva, il suo dovere, nel momento del maggior bisogno, era in lui rinata più viva che mai. E come, finite allora le scuole del liceo, egli toccava ormai i vent'anni, si mise a pensar seriamente alla via che gli conveniva di scegliere.
Il buon mercante, presso il quale continuava quasi da due anni a regolare i libri di cassa, gli profferse in quel torno di tenerlo nel proprio fondaco, in qualità di commesso, raddoppiandogli l'assegnamento mensuale e dandogli di più speranza di qualche provvigione sugli utili del negozio. Ma Damiano sentiva che non avrebbe potuto piegare il collo con rassegnazione ad una vita così diversa dalla vita vagheggiata e sognata per tanto tempo; e rifiutò. La Teresa e la Stella dal canto loro lo consigliavano d'allogarsi in qualche ufficio, credendo che in pochi mesi avrebbe potuto coll'ingegno e colla buona volontà ottenere anche lui un impiego, come tanti altri. E Damiano, sebben vedesse la meschina prospettiva dell'avvenire, comechè egli non potesse fare gli studj superiori, già stava per appigliarsi a codesta determinazione; allorchè il vecchio pittore Costanzo venne in mezzo a guastare ogni cosa.
Egli non poteva patire che il giovine gittasse via così il più santo dono del cielo, l'inspirazione della bellezza. Una mattina che Damiano gli parlava del proprio avvenire, egli tirò in campo tutti gli argomenti possibili per dissuaderlo. Gli fece toccare le difficoltà, le spine della via sulla quale voleva mettersi; gli fece vedere impossibile d'ottenere, prima di tre o quattro anni, un impiego stabile; intanto egli era all'età della coscrizione, nè senza miracolo avrebbe potuto schivarla; che il miracolo lui stesso lo farebbe, dando ascolto al suo vecchio amico. E qui si spiegò chiaro, che avesse a finire ben presto il quadro del concorso a cui aveva lavorato parecchi mesi nell'inverno, e a mandarlo all'Esposizione: quel quadro, senza dubbio, doveva essere il più bello; e il suo giovine autore, coll'onor della corona, avrebbe goduto il privilegio legale di andar esente dal servigio militare.
Queste ragioni, scossero non poco i pensieri di Damiano. E sopra tutto l'idea della coscrizione che lo avrebbe potuto da un dì all'altro strappare a' suoi, questa spina che da un pezzo eragli fitta nel cuore senza che nemanco avesse osato parlarne con sua madre, fu quello che il vinse. Una timida ma calda speranza, che fino allora non aveva ardito confessare a nessuno, quasi neppure a sè stesso, e che poteva forse decidere il destino di tutta la sua vita, si rianimò in quel giorno; e già nel cuore egli dava volentieri ragione al vecchio Costanzo. Era la speranza di riuscire, quella che dà vita a tutte le cose grandi e belle. Pure, la sua mente dubitava ancora.
—Ascolta, amico mio, dicevagli il buon pittore, con voce così commossa che ben mostrava la verità di quel che sentiva. Ascolta; tu sei giovine e padrone della tua vita. Il Signore ti ha dato quel che a pochi egli dà, il fuoco dell'anima; ma guai se questo fuoco lo lasci morire!… Ama la pittura, amala com'io, quest'arte sublime…. Ma fatti coraggio, vinci gli uomini e il tempo, e avrai quello che non seppi trovar io, un nome. Io, vedi, fui un povero disgraziato; mi fece spavento il cammino che bisognava salire, e mi misi a sedere al basso. Ora son vecchio, ho perduto tutto; nè posso che rimpiangere il passato, come i vecchi fanno.
—Anima nobile e onesta! pensava il giovine, intanto che l'amico suo, ragionando, gli serrava con affetto la destra.
—Ma tu, seguiva Costanzo, hai la mente serena e la volontà calda; tu devi levarti, chè il puoi, sopra a questa gente che ti circonda e vorrebbe soffocarti collo spauracchio del bisogno, colla tirannia dell'impossibile; due cose che fanno morire quanto v'è di generoso, di vero. Soffri ancora per poco, e verrà giorno, te lo prometto io, che la moltitudine sarà costretta ad ammirarti, a ripetere con riverenza il tuo nome; e diranno: Vedete quel giovine? è un gran pittore, è l'allievo del vecchio Costanzo!… Oh! ch'io li possa sentire a dir così!…
—Ascolta, amico, lo interruppe Damiano; e chi mi darà tempo e libertà ch'io mi ponga a studiare?… Chi penserà intanto a mia madre?…
—Dammi ascolto, figliuolo, riprese il vecchio, e fa quel che dico; metti insieme una cinquantina di scudi…. a tua madre, a tua sorella penserò io… quel poco che posso…. e poi, la Provvidenza non c'è per niente. Fa dunque così; non dir nulla agl'ignoranti, i quali ridono sempre del povero che combatte e spera; va con Dio, va fino a Roma, e domanda il tuo avvenire a Raffaello, a Michelangiolo, a Guido e a quegli altri pochi loro fratelli. Se puoi piangere dinanzi a que' miracoli degli uomini, se il cuore ti batte più forte e la mano non ti trema, segui pure la via: potrà esser lunga e difficile, ma è certa. E quando il tuo cuore onesto ti dirà che sei degno del voto dei buoni e della parola di quelli che sanno, ritorna allora dal pellegrinaggio, a consolare tua madre, a rallegrare il tuo amico Costanzo…. Oh sì! io spero esserci ancora, quando sarà menzionato il tuo nome fra quelli per cui non va a morire l'onore della povera Italia nostra.
Così con ardore parlava il vecchio maestro; e per verità, non aveva parlato mai a Damiano con tanta persuasione, con tanta semplicità e grandezza d'affetto. Nè a lui pareva vero che un uomo dato al mestiero, costretto, da che viveva, a lottare colla povertà, sentisse ancora così altamente di quell'arte ch'eragli stata ben poco liberale de' doni suoi: forse per questo, ne pigliava maggior conforto e coraggio; e sentivasi commosso, ammirando quest'anima ingenua e buona, alla quale forse, in altro tempo, era mancato ciò che egli stesso andava allora cercando, forza e volontà.
Quel colloquio mutò il proposito di Damiano. Il dì appresso, tornò al suo quadro che aveva prima condotto quasi alla metà, e che rimaneva da un pezzo abbandonato e polveroso in un canto dello studio. Tornò al suo quadro, e promise all'amico che non avrebbe smesso di lavorare finchè non lo vedesse finito. Il termine del concorso era vicino; non aveva più d'un mese di tempo.
Dimenticato ogni rancore e sopito il malcontento che gli aveva fino allora avvelenato i pensieri, s'era messo con lena a lavorare, e vi stava quasi tutto il dì, non distolto da nessun'altra cura. In breve, quella vita solitaria, tutta occupata, tutta assorta in un'idea, in una speranza, divenne per lui una consolazione, un bisogno dell'anima.
Passò di tal maniera quel mese; e Damiano finì il suo quadro. Ma allora, come avviene del corpo dopo lunga fatica, egli ricadde quasi subitamente in uno spossamento strano, in una tristezza più profonda di prima; trovava pessimo quanto aveva fatto; e se un dì voleva ricominciare, l'altro era tentato di distruggere la prima creazione della sua mente e del suo pennello: diceva che il quadro non era suo, le figure tutt'altre da quelle che per tanto tempo aveva contemplato. Il buon Costanzo invece andava in estasi dinanzi a quella tela; e mentre il suo giovine amico sentivasi il prurito di farvi col mestichino un largo squarcio, egli lo preconizzava come il capo d'opera della Esposizione.
Intanto la Stella, sempre in casa, sempre al fianco della madre, che al cader della buona stagione cominciava a intristire, non soleva più imitare gorgheggiando il suo canarino, saltellante nella pulita gabbia sul davanzale; aveva scordate le semplici e allegre canzoni d'una volta. Ricamava, cuciva, per sè e per la mamma; la quale, essa pure, crucciavasi, vedendo venir meno il lavorìo, e diradarsi le pratiche a una a una: era questa una coperta vendetta della pegnataria, che, non avendo potuto riuscire a tirar nella rete la giovine ricamatrice, studiavasi a disfar quel poco avvantaggio che dapprima ella stessa, sotto impostura del bene, aveva procacciato alle due donne. E poco ci volle; perchè è più facile fare il male che il bene.
Dalla finestra, a cui stava seduta la Stella, vedevasi a dilungo la via, e una gran parte della piazza Fontana. Allorchè la fanciulla, smettendo un poco dal ricamo, affacciavasi al balcone, distratta a guardar la gente che passava, li fermava quasi involontariamente sulla casa situata all'angolo della piazza. Era la casa di quel ricco e avaro droghiere, suo parente, il quale fin da quando sua madre e lei, ne' primi dì della disgrazia, vennero a presentarsegli, non le volle riconoscere, comechè fossero i soli parenti che gli restavano. Fissando gli occhi su quella casa, le veniva in pensiero esser meglio patire in vita onesta, che marcire nell'oro che ammorba il cuore, se l'uomo il quale avrebbe potuto sollevarli, non s'era più ricordato di loro, come non fossero al mondo. E si persuadeva che bisogna esser povero per compatire sinceramente a chi è povero.
In questi pensieri, gli occhi della Stella cadevano talora sopra un uomo, il quale, ritto sulla larga porta del fondaco del droghiere, stava tutto il dì quanto è lungo, pestando e rimestando a due braccia scorze e spezie diverse nel capace mortajo, o rigirando sul fornello con paziente lena il tamburetto del caffè. Colui, che il monello ardito salutava col soprannome diPestapepe, aveva reso più d'una volta de' piccoli servigi alla nostra fanciulla, facendo per lei qualche commissioncella all'una o all'altra bottega, portandole su fino in casa un fardelletto, una bracciata di legne e non so che altro; nè mancava mai di salutarli, tanto lei che Damiano, quando passavano. Così tutti e due avevan preso a volergli bene, e di buon cuore rispondevano al suo saluto e se lo tenevano amico e lo chiamavano buon Rocco. Tutti gli altri del quartiere solevano invece chiamarlo Rocco il matto, o anche il Matto di piazza Fontana.
Capitolo Decimottavo
Rocco era uno di quegli sventurati che sovente s'incontrano in mezzo al popolo minuto, creature sconosciute che passano nel mondo, senza casa, senza via, senza eredità d'affetti; anime innocenti, che sembrano quaggiù dimenticate dalla Provvidenza: per loro la vita è una catena di giorni consumati dalla fatica e dalla miseria; eppur durano rassegnati e sereni, come se per essi fosse il dolore una cosa naturale, il pane cotidiano, l'aria che respirano. Non trovano quaggiù chi dia loro il nome di fratello, chi li compensi qualche volta, con una buona e compassionevole parola, di quanto loro negò natura; chi li sollevi dal fango in cui sono costretti a camminare, e li riconforti a vivere, a soffrire. Figliuoli della sventura, allorchè sono in mezzo alla gente e pensano a sè stessi, alla vita, alla felicità degli altri, debbono sentire un vuoto nell'anima, accorgersi di portare il peso d'una maledizione. Gli altri hanno una famiglia, una casa, il nome de' loro vecchi, la storia del passato a raccontare; essi non hanno che le memorie del pianto e dell'abbandono; non hanno che silenzio nel cuore. Più che la fortuna o la grandezza sospirano il conforto del domestico affetto, una famiglia che li conosca, che apprenda da loro il nome di padre e di madre. Che se v'hanno non pochi, venuti al mondo prima d'esserci chiamati, i quali sanno aprirsi una via nella folla, e conquistare, coll'astuzia o col coraggio, onore e ricchezza; se costoro ponno ridersi de' quarti di nobiltà e delle vecchie pergamene, come i bruni paladini del medio evo, superbi di sfoggiar sullo scudo la barra trasversale del bastardo; i moltissimi passano sulla terra infelici, ripudiati, deserti: e con essi altri infelici ne vanno, che nati di benedetta unione, nella casa de' poveri, pur sono nel primo dì rinnegati dai parenti, per inopia e per fame; povere anime, lasciate in mano al caso dell'altrui compassione! Succhieranno lo scarso latte di donna venale, o penderanno dalle poppe d'una capra; se non sono dalla morte mietuti nel primo anno, come dalla roncola del villano le margheritine del prato, n'andranno qua e là sperduti, per le campagne, per le officine, a stento guadagnandosi il pane, fino a che venga l'ora di tornare al Padre di tutti!
Anche Rocco, povero figliuolo, non aveva conosciuto padre nè madre. Appena si ricordava del tempo che, bambino ancora, nella casipola d'un contadino aveva cominciato a piangere, per la paura dell'accanita comare che lo batteva e malmenava, lasciandolo poi guajre tutto il dì in un canto dell'aja, nella fanghiglia, tra il razzolar de' polli e sotto la guardia del cane del pagliajo. Ma non si ricordava più che nessuno l'avesse baciato mai, come vedeva fare con gli altri fanciulli; che mai alla sua voce non si fosse volta la donna da lui nomata la mamma; che sempre gli fosse toccato il tozzo raffermo di due o tre dì, e l'avanzo de' panni smessi da' suoi fratelli di latte. Appena ebbe cinque o sei anni, gli ponevano, ogni mattino, fra mano una verghetta e il solito pan muffo, e il mandavano, quanto è lunga la giornata, fuori per la vasta prateria, o lungo le rive solitarie, in compagnia delle oche o de' porcellini; e guai se tornasse a casa, prima che il sole fosse sparito dietro il campanile del paese. La sola delizia, il solo sentimento di consolazione a lui rimasto di quel tempo era la memoria della chiesa del villaggio, alla quale correva la mattina della domenica, in frotta cogli altri fanciulletti. Com'era bello quell'altare, quel luogo venerato e tranquillo, rischiarato dal lume de' ceri, che parevangli tante stelle! Come stava attento alle mistiche funzioni che ancora non avevano per lui nessun significato, come pendeva dalle parole non comprese del curato, quando compariva sul pulpito, adorno d'una stola d'oro!
Così era passata la sua fanciullezza. Ma, solo e come perduto in una famiglia non sua, la quale, per la scarsa limosina d'un luogo pio, aveva stentato a prendersi quel carico, egli crebbe ignaro, selvaggio, come la nuda pianticella del deserto. Fino a cinque anni, non seppe quasi balbettar parola; l'occhio suo muto e fisso, la nativa rozzezza degli atti, la pigra usata postura, avrebbero dimostrato abbastanza in quel tempo, a chiunque si fosse fermato a guardarlo, la tardanza del sentimento e lo scarso lume del pensiero. Non provava nè piacer nè dolore, non amava nulla ancora, altro che il sole, sorgente dietro le lunghe file de' salici, che col tepido raggio gli sgranchiva le membra irrigidite e seminude. Rideva allora e saltellava, mettendo un grido di gioja che pareva un gemito e battendo le mani; povero fanciulletto!—Unico amico suo era il cane del casolare che spesso venivagli dietro, e sulla verde ripa accovacciavasi d'accanto a lui, per riscaldarsi al sole. Aveva tocco i quattordici anni, nè sapeva leggere; nessuno s'era sognato di dargli in mano l'abbecedario o mandarlo cogli altri fanciulli alla scuola del Comune; a nessuno era venuto in pensiero d'insegnargli a ripetere il nome del Signore; ond'egli, ogni volta che tornasse alla chiesa, inginocchiavasi vedendo gli altri far lo stesso, e piangeva non osservato, piangeva, senza sapere il perchè. Era questa la sua preghiera.
Fu verso a quell'età che la sua mente, fino allora appannata, provò per la prima volta un forte commovimento; fu allora che lo assalsero ignoti e nuovi affetti, a cui non bastava il suo cuore: comprese, per sola virtù, dell'intimo senso, il misero suo stato; e d'ogni intorno mirando le cose belle e gli uomini lieti e felici, gettato uno sguardo sopra sè medesimo, sentì nell'anima il primo dolore, dolore di morte. Oh quanta necessità d'amare e di dire altrui ciò che pativa, quanta forza d'incerto volere e quanta pietà di sè turbavano ad un tempo il fanciullo abbandonato! Ma a chi poteva domandare il perchè di tante cose che appena cominciava a conoscere e che gli opprimevano l'anima desta appena da un barlume di ragione?… Errava per le campagne correndo, ansando; parlava agli alberi, ai sassi, ai fiori della prateria, all'acqua fuggente; ogni oggetto prendeva vita agli occhi suoi; e nella sua rozza e ingenua aspirazione, invocava la nube che passa, il vento che spira tra le foglie, il baleno che solca il cielo. A poco a poco, il suo spirito, troppo fortemente agitato, incominciò a divenir giuoco di uno strano delirio. Ora si credeva un arbusto solitario; e, come fa il giunco acquidoso, l'avresti veduto tutto il dì inchino sulla riva del palude, mirando cader nell'acqua le lagrime che gli stillavano dagli occhi: ora si figurava d'essere un sasso, e colle braccia serrate al petto e le pupille fisse a terra, se ne stava, per lunghe ore, ritto a' piè della costiera, senza rispondere nè dar segno di vita a chi, per caso, passandogli avesse detto una parola. Ma, un giorno, fermatosi all'entrata del villaggio, per udir un mendicante, il quale di porta in porta andava canticchiando una canzone che finiva così:
Del tuo figlio ascolta il pianto;Madre mia, dove sei tu?
L'han portata al campo santo;Non verrà mai più, mai più!
quel giorno, egli pure uscì a piangere dirottamente: e d'allora in poi, impossessato forse della idea di trovar sua madre nel seno dell'ampia natura, dov'era vissuto sempre, ogni fiato d'aria, ogni brezza la più sottile parevagli una voce melodiosa che lo chiamasse per nome, e diceva ch'era la voce della madre sua. E levatosi dal terreno, n'andava là, donde l'aria spirava, dietro a quella voce; si perdeva nella foresta, sentendo tremare il cuore di gioja, a ogni stormir di foglia; e camminava dì e notte, senza stancarsi mai, senza cercar riposo; ma quando il vento taceva e facevasi l'aere tranquillo come prima, allora tutta la lena l'abbandonava, e sfinito di fame e di fatica, l'infelice cadeva, come corpo morto, nel mezzo della via.
In questa malinconica e dolorosa follìa, il povero figliuolo dell'aria, non vegliato mai da coloro che per carità lo ricoveravano ancora, dopo alcun tempo si smarrì lontano lontano dal paesello ov'erano trascorsi pieni d'amarezza i suoi primi anni. Raccolto una sera semivivo da due carrettaj sulla strada maestra, fu consegnato all'ufficio del comune più vicino, dove nessuno lo conosceva; e il deputato politico del luogo, non avendo riuscito a cavargli di bocca altro che il suo nome di Rocco, mandollo al Commissario. Costui, intrigato dagli affari, non se ne pigliò soverchio fastidio; e dichiaratolo, alla prima, imbecille e vagabondo, lo fece tradurre alla regia pretura. In tutto il viaggio, quel meschino non diè mai segno di pazzia; e senza dir nulla si lasciò strascinare come e dove volevano; nè un solo lamento uscì della sua bocca. E di colà lo trasportarono nella città, sopra una carretta, colla scorta di due guardie campestri. Gettato a passar la notte dentro un camerotto, in compagnia d'una dozzina di malviventi che lo accolsero con motti villani e sconce risa, quell'innocente si sentì soffocar l'anima nell'aria fetente del carcere; e ruppe d'improvviso in furiosi trasporti, in orribili strida. Vaneggiò per gran tempo, miseramente sbattuto da brividi e da convulsioni che facevano pietà e spavento. Fu subito condotto ad un ospizio di carità: dove stette per mesi, tra la vita e la morte, senza aver mai una lucida ora di ragione.
Finalmente, quando a Dio piacque, risanò: e parve che a poco a poco, col ridestarsi della vita, andasse morendo in lui tutta la memoria del passato. I medici dell'ospizio e gl'inservienti avevangli dimostrato un po' d'amore; ed egli seppe trovar parole di riconoscenza e lagrime di tenerezza, per esprimere la gratitudine sua a quella attenzione. D'allora in poi, sempre obbediente e rispettoso, adoperò modi ingenui e miti; parve un agnello. Parlava poco, era d'ogni cosa contento; cresciuta in guisa strana la sua fisica vigoria, voleva fare egli solo i più gravi e ruvidi servigi della casa. Ma colla forza del corpo, vedevasi invece rimpiccolirsi e mancare in lui il lume dell'anima; cosicchè sarebbesi detto inaridito già nel suo cuore il natural sentimento. Ora, passati parecchi mesi, un di que' signori del luogo pio, giudicandolo risanato, gli pose in mano poche lire, un certificato, come lo dicono, di miserabilità, e mandollo con Dio. Raccomandato da un buon ecclesiastico, aveva da prima trovato d'allogarsi come fattorino presso di un venditor di legnami; ma, non sapendo leggere nè scrivere, fu licenziato; e passò due o tre anni nella bottega d'un arrotino a girar la mola per dieci ore al giorno; pure in codesto duro mestiere, egli andava cantarellando, senza pensiero, ritornelli e brani di bizzarre canzoni campagnuole che già aveva udite o forse inventate, tanto per rallegrare la sua schiavitù. Alla fine, da quella bottega, passò al fondaco del droghiere, sulla piazza Fontana, dove ora lo ritroviamo; e già da tre anni vi stava, ultimo de' famigli di quel negoziante straricco ed avaro.
Tutti, dunque lo chiamavano il Matto di piazza Fontana: benchè, per certo, allora non fosse più matto di chi gli dava un tal nome; ma poichè nella sua innocenza del pensare, e nella semplicità di veder le cose, usciva a dir certe lampanti verità proprie tali quali sono, e faceva certe bizzarre osservazioni, di rado ben comprese, ma però significanti; le donne del contorno e i pochi che gli davan mente, dicevano che aveva spigionato il pian di sopra; o per dir com'esse, ch'era tocco nelnomine patris.
Rocco, sull'entrata dell'antico fondaco, armato il cucuzzolo d'una berretta d'incerato, rimboccate le maniche della camicia, rimestando col pestello nel sonoro mortajo, era il tipo vivente di quella figura di garzone che sullo sfianco delle imposte di ogni bottega di droghiere e d'ogni fabbrica di cioccolatte vedesi dipinto da qualche Michelangelo da colombaie. Non c'era nessuno fra le pratiche del negozio che, capitando per la libbra del zucchero o del caffè, per l'oncia del pepe o del ginepro, non dicesse passando un motto a Rocco; il quale, dove appena gli facesse un cattivo quarto di luna, rispondeva per le rime, proverbiando ognuno a sua posta.—Buon dì, matto; che novità?
—Novità vecchie; il galantuomo suda; miseria e povertà son sorelle; e a piuma a piuma l'oca si spenna.
—Eh, cosa vuoi dire?
—Niente: non c'è che i poveri diavoli che possan toccarsi la mano.
—Dammi, Rocco, i numeri del lotto: i matti la indovinano.
—Giuoca gli anni tuoi, il dì che sei nato, e quello che ti cascò in mente di vincere.
—Matto, ti saluto.
—Ti saluto, savio, che fai ammattire.
Così l'ignorante garzone faceva stare a segno i tristi che, senza compassione e per non so quale maligna abitudine, solevan pigliarsi giuoco di lui.
Ma Rocco, da qualche tempo, aveva mutato costume. Dove alcuno gli parlasse, più non rispondeva con quella sua arguta semplicità: scrollando il capo, sorrideva appena, e da indifferente e sospettoso ch'egli era, mostravasi tutto rassegnato, com'era stato nella sua fanciullezza. Non passava mai dinanzi una chiesa, non udiva il tocco d'una campana, che non si facesse il segno della croce; e se prima non perdeva mai lena per qualunque dura fatica, adesso invece ben sovente smetteva il lavoro; lasciandosi cadere sovra uno sgabello, chinava fra le mani il capo; e senza saperlo, trovavasi gli occhi pieni di pianto. Il suo principale, che fino allora l'aveva tenuto come una bestia da soma, un bel dì minacciò licenziarlo; ma il poveraccio mostravasi così compunto, così atterrito alla sola idea di trovarsi di nuovo solo in terra, che bisognò veramente promettergli di lasciarlo in pace presso al suo mortajo, sul limitare dell'antica bottega. Allora tornò a lavorare, a cantare come prima. Se non che, di tanto in tanto, rimaneva a un tratto immobile, come incantato, e troncava a mezzo i ritornelli delle sue canzoni.
Codesto singolar mutamento era dal tempo che i suoi giovani vicini, la bella ricamatrice e il fratel suo, vedendolo ogni dì e passandogli vicino, avevano cominciato a rispondere al suo saluto, a dirgli qualche parola, con quella sincerità che insegna ad amare i nostri fratelli sventurati come noi. Essendosi Damiano incontrato con lui, una mattina, in lontana parte della città, lo aveva fermato; e venutogli in compagnia lo domandò de' casi della sua vita. Era il primo in tanti anni che si fosse accorto della miseria di Rocco, che a lui chiedesse la sua storia, a lui che l'aveva da così lungo tempo dimenticata. Allora potè finalmente effondersi nel cuore d'un altro, dire tante cose che gli pesavano da tutta la vita sull'anima, e dirle senza vedere il sogghigno di chi l'ascoltava, Da quel dì, fu Damiano per lui più che amico, più che benefattore; tanto vale una dolce parola, tanto può un'occhiata di fraterno amore. Da quel dì, il primo pensiero del matto dabbene fu per i suoi due angioli custodi, come egli chiamava Damiano e la Stella. Per loro sarebbe corso nel fuoco: per loro, avrebbe dato libertà e vita. La sua gioja era quella di contemplare di lontano, come un'apparizione, la fanciulla, quando, col primo raggio dell'alba, usciva alla finestra, o quando stanca del ricamare, chinavasi sul davanzale e, aperta la gabbia, chiamava il canarino sulle sue dita.
Un dì, l'uccelletto fece capolino dall'usciolino socchiuso della sua prigione, e saltellando qua e là sull'aperta finestra, spiccò d'improvviso un bel volo, e andò a posarsi sul parapetto d'un'altana della casa di fronte. Appena se ne fu accorta, la fanciulla mise un grido; e tutta turbata correndo alla finestra, richiamava il suo canarino, imitandone colla voce il pigolio, e agitando nell'aria il fazzoletto bianco; ma poi che il fuggitivo non le rispondeva, anzi volava più alto, cominciò a piangere. E già credeva perduto per sempre il suo piccolo amico; quand'ecco su quel tetto, dal vano d'un abbaìno, vede spuntar fuori una testa, poi due braccia robuste che s'aggrappano alle travi e ai correnti, poi tutta la persona. Era Rocco.
Un freddo mortale la prese, pensando al pericolo che correva per lei quel giovine; e gli occhi pieni di spavento, il cuor tremante, senza respirare, seguiva ogni passo, ogni moto di quell'uomo, che di momento in momento le pareva vedere da tanta altezza precipitar nella via. Ma l'ardito Rocco, usando l'accortezza del gatto, camminava sugli obbliqui fianchi dei tetti, fin quasi al margine delle gronde, e arrampicandosi grado grado a' fumajuoli, di soppiatto seguiva lo svolazzar del canarino or su questo or su quel comignolo. E quando gli fu presso, strisciando dietro l'altana, s'attaccò a' bastoni dell'inferriata, arrischiò un salto che fece mettere uno strido d'orrore a tutte le donne intente a guardarlo da' balconi del vicinato; e ghermì il ribelle uccelletto. Se lo nascose in seno, tra le pieghe della camicia, e rivolto uno sguardo alla finestra di Stella, per la via ond'era venuto, calò.
Non si può ridir la festa della fanciulla, quando Rocco venne a riportarle il canarino. Egli non seppe dirle nulla, come se fatto avesse una cosa la più naturale; ma Stella, tuttora sbigottita del pericolo in cui lo vide, nel ringraziarlo con ingenuità affettuosa, lo rimproverò perchè si fosse posto a quel rischio per così poco: egli sorrise e non seppe dirle nulla ancora.
Ma, dopo questo caso, la conoscenza loro si fece più stretta, divenne la buona amicizia come c'è tra la povera gente, la più schietta di tutte l'amicizie. La vedova e la figliuola dovevano valersi del Rocco in ogni premura, in ogni occorrenza: appena avesse a far qualche cosa per loro, era felice, e si dava attorno con una contentezza da non credere. Di tanto in tanto, anche non chiamato, si faceva coraggio di venire a trovarle; e alla domenica, nell'ore libere del dopo pranzo, essendo in casa Damiano, egli non mancava mai di salire a tener compagnia a' suoi amici. La Stella lo aspettava, e qualche volta lo garriva un poco, se avesse tardato: poichè ella s'era messa all'impegno d'insegnargli a leggere; e il povero garzone pensava già di toccar il cielo col dito, vedendo che riuscivagli di cucire insieme qualche parola, quando studiava sul libro di preghiere della sua giovine maestra.