Chapter 5

Capitolo Decimonono

Al principiar dell'agosto, furono aperte al pubblico le sale del palazzo di Brera. Fra i molti quadri mandati al concorso, uno ve n'era sul quale, più che sugli altri, fissavano gli occhi gl'intelligenti dell'arte, e que' che avevano il difficile carico di giudicare le opere del concorso e di attribuir l'onore della corona.

Quel quadro non era, per verità, un capolavoro: anzi i maestri vi avevano notate non lievi mende, parendo all'uno alquanto trasandata la composizione, all'altro poco accademico il gruppo delle figure, a un terzo male accurate le gradazioni de' toni nel colorire, che danno prova del giovine studioso. Ma, a rincontro e quasi in ammenda di tali difetti di scuola, i meglio avveduti, in quel quadro che sulle prime non faceva maraviglia alcuna, scorgevano il sentimento dell'arte, vergine ancora, ma libero e schietto, non meno che lo studio ingenuo del bello e del vero; nulla d'esagerato, di metodico nelle linee e nel colore; non risalti improvvisi, nè leziosi movimenti; ma pôse naturali, disegno gentile insieme e franco, armonia e purità di pennello; e sopra tutto, ciò che può essere soltanto dono d'inspirazione, lampo d'idea, una singolar verità nella espressione del dolore sulle belle sembianze del ferito cavaliero e della donna innamorata.

Era questo quadro il primo lavoro del nostro Damiano. Fra i tanti che lo videro, coloro che lo giudicarono, sopra gli altri, degno della corona furono i pochi e i buoni: vi scorgevano l'espressione d'un ingegno non inaridito dai precetti, ma ritemprato dalla naturale coscienza del bello; v'intravedevano un'anima compresa della serietà dell'arte, una capacità che faceva prova di sè, e meglio prometteva per lo avvenire. La maggior parte però, e quei che dell'arte fanno mercato, vivendo della gloriuzza accademica, delle rinomanze di gazzette, rimbeccandosi lodi e critiche, sguisciando fra i piccoli intrighi e le sorde invidie del mestiere, non vedevano nulla di raro o di bello nel quadro lodato; e forse, perchè lodato da' buoni, facevano studio di trovarlo cattivo. Così per lo più avviene, anche in ogni altra cosa; anche dove si tratti della virtù e dell'onore di chi appena si levi sopra il comune.

Delle altre opere mandate al concorso, e portanti al piede ciascuna un motto diverso, secondo l'uso, si nominava, o s'indovinava, l'autore: amici e compagni d'ogni concorrente, allievi di questo o di quel pittore in fama, se la intendevano, facevan crocchio, cominciavano una guerricciuola di brighe, d'impegni, di raccomandazioni; sono le solite armi con cui a questo mondo si procura di stuzzicar la giustizia nelle grandi e nelle piccole cose. Ma nessuno mai era riuscito a poter sapere di chi fosse l'ultimo quadro venuto, che fino allora, massime nella opinione de' giovani, pareva vincerla sul merito degli altri.

Costanzo, quantunque appena capisse in sè dalla gioja, argomentando l'immancabile trionfo del suo allievo, non gli mancò di parola; non essendosi lasciato andare a fiatar con persona viva il segreto del giovine pittore. E siccome Damiano tenne sempre nascosta la sua tela, e finita che l'ebbe non ne fece mai parola con nessuno; così neppure sua madre, neppure sua sorella sapevano imaginare che appunto in que' dì, pensieroso, distratto, indifferente com'era, aspettasse un giudizio che poteva decidere per sempre di lui.

Intanto il giorno solenne avvicinavasi. Ottimo e degno d'una civiltà che rispetta e onora nell'arte l'espressione della grandezza del popolo e certamente il beneficio della legge che assolve dal servigio delle armi il giovine cittadino, il quale, vincendo nell'arduo sperimento dell'accademia, promette di render alla patria quella corona dell'arte che ottenne per sè; ma, appunto perchè giusto e grande è il beneficio, imparziale e severa debb'essere la mano che lo comparte. Il modesto sentimento di sè, il dubbio di quel che aveva fatto, il veder colla mente qualcosa di meglio, tutto ciò atterriva Damiano, e gli esagerava le difficoltà del riuscire. Ma pure, non osò staccar gli occhi da quel lume di speranza, non osò d'interrogare la sorte che l'attendeva, ove quest'ultimo raggio fosse venuto a morire.

Pochi dì innanzi a quello in cui sogliono essere aperte le grandi sale dell'Esposizione, Damiano, per via d'una raccomandazione avuta dal pittore Costanzo, potè condurre la sua famiglia al palazzo di Brera. Le donne, quantunque sapessero ch'egli aveva cominciato a lavorar di pittura nello studio del signor Costanzo, non potevano figurarsi quella mattina che venissero a vedere un gran quadro fatto da Damiano, quel quadro ch'egli stesso aveva, quindici dì prima, caricato sulle spalle di Rocco, per mandarlo di nascosto al concorso. E già prima, il signor Costanzo avrebbe voluto darsi attorno, fare, dire, gridare: ma Damiano gli fece giurare di non fare solo un passo; e il galantuomo tacque.

Entrata appena la famiglia nella sala ov'erano disposti qua e là, sui cavalletti, i quadri de' concorrenti, ecco che la Stella mette un grido di gioja e riconosce, sulla prima tela che le si offre alla vista, il proprio volto in quello della bellissima giovinetta ivi dipinta. Allora comprese il segreto di suo fratello; e correndo con impeto ingenuo, affettuoso nelle braccia di lui, disse:—Oh perchè, Damiano, perchè fino ad oggi non hai voluto a parte de' tuoi pensieri quelli che ti vogliono tanto bene?

—Mia cara, buona sorella, le rispose il giovine, tenendola stretta al cuore; non dir nulla, per carità; tu mi vuoi bene, e vedi tutto bello; ma non sai che il bello dell'arte è quel fuoco che uccise chi lo rapì, come credevano gli antichi. Io non ho fatto nulla ancora… e, dentro di me, gelo e tremo.

Intanto anche la signora Teresa, avvicinatasi al quadro, domandava una cosa o l'altra, ora al signor Costanzo, al quale non pareva vero di poter dir quel che sentiva, ora al suo Celso, che dopo lungo tempo era venuto dalla solitudine dello studio a passar quel giorno presso la madre. La buona famiglia, da un solo affetto raccolta intorno al quadro, in quel momento sentiva una gioja ineffabile e santa, che brillava nel volto sereno di ciascuno. Era in verità una scena gentile e così vera che avrebbe commosso ogni cuore.

—Oh! spiegami un po', Damiano, come la è andata: a lui diceva sua madre, col volto sereno e con le lagrime negli occhi: dunque un quadro così bello, così grande, sei tu, proprio tu, che l'hai fatto?… E come hai potuto, il mio caro figliuolo, lavorar tanto in così poco tempo, fra gli studj della scuola e i travagli della nostra povera vita?

—Oh mamma, rispondeva, era il mio spasso, la mia consolazione!

—Capisco bene adesso, la Teresa ripigliava; capisco il mistero che ti teneva tutti i dì lontano dalla tua mamma per ore ed ore…. E io, vedete un po', andava imaginando certe ragioni, certe storie…. che il Signore me le perdoni!

—Madre mia, tornava a dir Damiano: la povertà e l'amore insegnano di grandi cose. Io, sì, ve lo confesso, nella mia fatica pensava più a voi che a me; e mi pareva di veder nell'avvenire que' giorni che forse avrei potuto farvi; a voi una vita meno angustiosa, meno grama; a me… Poi, bisognava proprio che io provassi: era una fiamma che io mi sentiva qui dentro! Con tutto questo, vedete, forse è un sogno, è sperar l'impossibile!

—Ecco, sei sempre quello! lo interruppe malinconicamente la Stella.

—Non parlar così a traverso, disse il signor Costanzo, facendo la voce grossa e severa: mi fai proprio rabbia!… la tua modestia è una bella cosa…. ma, quando è chiaro, come due e due fan quattro, che tu sei nato pittore…. Oh vorrei vederla!… capisco già che la va sempre di quel trotto; i buoni stanno allo scuro, e i nani si credono giganti. Ma qui, non c'è che dire…. tu devi vincerla su tutti: ho un par d'occhi anch'io…. e, al caso, mi sentiranno.

—Eh! voi mi volete bene, forse troppo! dicevagli il giovine.

—Sì: ma il ben che ti voglio non mi benda gli occhi, e posso dichiararti tondo che la tua Erminia vale lei sola tutte l'altre insieme che stanno qui attorno…. e se que' signori non hanno la vista d'una spanna….

—Guarda, mamma, com'è bella ed espressiva la faccia smorta di quel cavaliere che sembra proprio appena tornare in sè…. quello è Tancredi: non è vero, Damiano?—Così domandava la Stella, appoggiata al braccio del fratello, con amorevole compiacenza levando la piccola mano verso il quadro:—Me la ricordo bene la sua storia…. mi ricordo quell'amore della bella Erminia, che tu m'hai letto un dì nel Tasso…. Oh! que' versi mi facevan piangere.

—Buon Damiano! così anche Celso diceva il sentimento del proprio cuore al fratello. Dio ti fece un gran dono, e tu hai saputo metterlo a frutto. È impossibile che il tuo merito, adesso oscuro, non abbia ad essere, quando che sia, conosciuto e compensato. Sì, tu farai onore a' tuoi, al nome di nostro padre; e noi sarem fortunati di appartenerti.

—O miei buoni! il giovine esclamò: Che Dio vi protegga. Ma non mi parlate, non mi parlate così!—e s'era fatto severo in viso—So che il conforto di quelli che ci tengono in cuore val meglio della pubblica lode, la quale tante volte si vende e si compra a buon mercato: e il veder questa gioja sui vostri volti, e quelle lagrime di mia madre e di mia sorella, son per me un premio più grande della mia speranza. Ma se tutti v'ingannaste? Se fosse il bene che mi volete quello che vi fa vedere sulla mia fronte ciò che il Signore non vi ha messo, una luce ch'egli dà a ben pochi su questa terra!…. Allora, addio ai sogni del giovine, addio alle fantasie di tanto tempo, addio a' begli anni gettati via per nulla; per quanto io mi faccia non potrò più arrivare a quell'altezza dove il cuore libero respira!… E al destarmi, mi troverei tuttora al principio del cammino, senza più tempo, senza più lena di fare quello che avrei dovuto far prima… quello che tutti gli altri fanno.

—Vedi, come sei tu! mio povero fratello! lo riprendeva amorosa la Stella: questi sono i pensieri che ti facevano tristo e taciturno; e in vece di guardare il bene….

—Sì, aggiungeva la madre: in vece di sperare, tu vuoi togliermi la contentezza e la consolazione che m'avevi date. Ma no! è impossibile che quando si ha quel cuore e quel pensare che tu hai, non si riesca a tutto quel che si vuole. Ed io, intanto, ringrazio il Signore che m'abbia dato un figliuolo come il mio Damiano: sì, che Lui ti benedica.

A queste parole, il giovine sollevò la fronte rasserenata come prima; e parve, la sua mesta sembianza rischiararsi di quella luce interiore, che viene da un'anima pura e contenta. S'avvicinò alla madre; e chinandosi un poco, prese con riverenza la mano di lei, e la baciò.

Capitolo Ventesimo

Inosservato testimonio di questa scena, un uomo semplice all'aspetto, di mezzana statura, dai capegli già misti di bigio, e trasandato anzichè no del vestire, aveva udite, non volendo, le loro parole; aveva veduto quel figlio baciar con affetto la mano materna. Facendosi innanzi, si volse al giovine artista, e:—Siete voi, disse, che avete fatto questo quadro?… E l'atto, e il mite suono di voce, ma più ancora il lampo degli occhi intenti e gravi additavano in quel nuovo venuto l'uomo grande e modesto che conosce e sente, l'uomo di genio che sempre cerca le impronte della bellezza, che ovunque ne scopra alcuna, si rallegra e tiensi felice d'aver vissuto un giorno di più. Non lo avevano mai veduto; ma Damiano sentì batter forte il suo cuore appena incontrò, levando la testa, lo sguardo dello sconosciuto. Oh! che sentimento sarebbe stato il suo, se alcuno avesse detto allora a Damiano il nome di quell'uomo onorevole e illustre; nome ch'io taccio per riverenza alla più bella virtù degli uomini grandi.

Il giovine stette un poco sopra di sè; poi, vinto dall'impero di quello sguardo che non si staccava da lui:—Sì, rispose, con voce sicura: questo è il primo mio quadro.

—Voi siete nato pittore, o giovine! riprese lo sconosciuto: datemi la mano. Io non so chi siate, ma ho sentito le vostre parole, e già vi sono amico.

Una gioja inesprimibile balenò negli occhi di Damiano, nell'atto che stese la destra: l'altro la strinse fortemente nella sua, dicendogli:—No, non è vero che l'arte nostra sia morta, come grida una generazione d'egoisti, la quale si rassegna troppo facilmente a rinnegar patria, religione, famiglia e tutto! Noi Italiani siamo ancora qualche cosa, per dio! se pur da noi stessi non ci condanniamo a morir per sempre; la fiamma de' nostri antichi non è spenta del tutto; ma l'arte, questa patria del pensiero che cerca la bellezza, ha bisogno di figliuoli che facciano sagrifizio per essa. O giovine, non temere! Ascolta la voce che ti chiama, va pur dietro all'inspirazione del cielo: ma ti guarda da que' tristi che gelosi della buona coscienza degli altri, e d'animo imbecille, vorranno soffocarti nel cuore la divina scintilla. Vivi oscuro ed umile, studia lungamente; non istancarti del pensare; non andare in cerca dell'applauso, e non rider mai, nè da te nè con altri, dell'antica fede dell'arte. La via che cominci è dolorosa e lunga più che non pensi; ma se cammini di buon passo per tempo, se non hai sete troppo presto di un nome, se non vuoi dell'oro, tu potrai giungere là, dove a pochi è concesso…. Soffri, sii misero e forte; e un dì, forse, sarai grande!

A tali meste e solenni parole, la gioja che irradiava il volto di Damiano, disparve: le due donne, l'abate, e con essi Costanzo, s'erano discostati un poco e non osavano più aprir bocca, compresi da rispetto; cosicchè i due artisti rimasero soli in faccia al quadro. Allora lo sconosciuto, avvicinatosi lentamente alla tela, con voce pacata e sommessa, disse, e fece toccar al giovine ad uno ad uno i difetti che l'acuto suo sguardo vi aveva distinto: non erano molti, degni i più di scusa, e facili a venir tolti via; tali anzi che rivelavano una mente viva e ardita, la quale non aveva cercato ajuto che a sè medesima. Prontamente Damiano conobbe, a parte a parte, quelle mende che dapprima non aveva saputo trovar fuori; ed era appunto ciò che il faceva così malcontento dell'opera sua. Dopo questo, si fece lo sconosciuto a lodare la semplice invenzione, la forza del disegno, una certa naturale purezza di forme, un'armonia di colori, una buona temperanza di tinte e di gradazioni di luce; sopra tutto la verità e l'affetto che spiravano dalle due belle figure di Erminia e di Tancredi, nelle quali si poteva leggere quella espressione che inutilmente cercava sull'altre tele.

—Tu vedi, amico mio, conchiuse, ch'io son sincero con te: quelle due teste bastarono a rivelarmi ciò che un dì potrà fare il tuo pennello, o piuttosto l'anima tua. Queste care figure le hai vedute nella fantasia; le ha trovate, indovinate il tuo cuore; son due tipi, come diciam noi, che nessun maestro ti avrebbe potuto insegnare, fuorchè il miglior de' maestri, quello che vive qui dentro, l'amore. Ma ascoltami bene: io non so se tutti vedranno e giudicheranno al par di me; molti pregi, e pregi massimamente di studio e di scuola, spiccano negli altri quadri che ne stanno in giro; ma, te lo ripeto, nessuno ha ciò ch'io veggo nel tuo. Dove il giudizio toccasse a me, penso che tua sarebbe la corona: ma se mai la schizzinosa servilità al precetto e la pedanteria ci mettessero la coda; se mai ci fiatasse sopra l'ingiustizia ch'è losca, o l'intrigo che di soppiatto guasta le cose migliori, non ti smarrir dell'animo, o mio giovine; anzi fanne augurio per la vita penosa dell'artista che hai cominciata: perchè il genio costa dolore.

—Grazie, o signore! le sue parole io le terrò scritte qui dentro: rispose Damiano, fu un premio anche troppo grande per me quello che oggi ho udito dalla sua bocca…. Io non dimenticherò mai, che ho potuto stringere questa mano, come la mano d'un amico….

Il signor Costanzo s'avvicinò al nostro giovine, e gli disse in segreto il nome di quell'uomo con cui aveva parlato; nome ch'egli stesso era riuscito a sapere, domandandone un vecchio inserviente che di là passava. Damiano arrossì; le parole che cominciavano a uscirgli del cuore, a un tratto, gli mancarono; ma ebbe coraggio d'accostarglisi di nuovo, dicendo:—Questo giorno sarà uno de' più belli di tutta la mia vita!

Si lasciarono; e Damiano, partendosi con la famiglia, aveva l'anima rapita da lieti pensieri, e fra sè diceva:—Egli è il vero artista, egli è grande e buono!

Mentre così apparecchiavasi Damiano al cammino della vita e alle difficili prove che l'accompagnano, la sciagura che troppo presto aveva cominciato a seguitarlo, non s'era già perduta per via, e lo teneva d'occhio di lontano, come fa la tigre del deserto colla sua preda. Colui che una fatalità gli aveva suscitato contro, forse per mettere a prova la sua virtù e il suo coraggio, quel signor Omobono da lui temuto insieme ed abborrito, maturava in segreto il modo di tirar nelle sue mani la sorte della povera famiglia. Il genio del male, pareva averlo inspirato. Forse, se Damiano fin dal principio si fosse mostrato a lui devoto, se avesse accolto le sue profferte d'amicizia, il lievito dell'odio non sarebbesi diffuso nel cuor di quell'uomo. Nessuno poteva dire quali tristi pensieri egli covasse; perchè si fosse accanito così contro di quelle oneste creature. Fatto sta, che in quel tempo, quantunque non si fosse lasciato vedere, egli sapeva tutto ciò ch'era successo nella loro casa.

I nostri buoni amici intanto s'eran forse di lui dimenticati; però che i buoni, quasi sempre, credono troppo poco al male. Ma ciò che aveva voluto, che voleva ancora, egli il sapeva. E se i cattivi ponessero, per ritornare al bene, la più piccola parte dello studio che fanno per camminare spediti nella via del male, le ragioni del serpente non sarebbero ancora così spesso ascoltate; e l'animo sarebbe pago di quel conforto che viene dalla sperienza della virtù.

Era passato alcun tempo; e Damiano, pensando all'incerta riuscita del concorso, non sapeva por mente a nessuna cosa, non aveva pace un momento. Pure, per non so quale alterezza, fors'anche pel timore di mutare il dubbio che l'agitava in una trista certezza, non volle parlarne con nessuno, non volle neppur sapere il giorno nel quale la sua sorte dovevasi decidere; e fece forza a sè stesso per non pensarci. Ma il signor Costanzo non poteva star nella pelle; e se proprio in que' dì non fosse sopravvenuta una grossa febbre a inchiodarlo nel letto, non sarebbe stato cheto per certo, fino a che non avesse saputo di buon canale che la corona era posta al quadro del suo Damiano. Chi sa che appunto il dispetto di non saperlo di subito, non gli abbia tenuto addosso quella febbre una settimana di più.

Una mattina però, Damiano, partendosi dalla casa del pittore, andò quasi involontariamente e per non so quale presentimento verso la via di Brera. La maggior frequenza di gente che a quella parte incamminavasi, gli mise un ribrezzo nella persona; e confuso nella folla s'affrettò anch'esso verso l'antico e severo palazzo, dal quale era uscito l'ultima volta, pieno di così alta e bella speranza. Entrando nell'ampio cortile, parevagli che tutti gli occhi fossero sopra di lui; tremava e sudava al tempo stesso; forse l'anima sua sentiva già tutta la verità.

Pure, salì insieme cogli altri, che non gli ponevano mente, nè gli risparmiavano, in passando, qualche urto; attraversò la prima e la seconda sala già tutte piene di giovani allievi, di persone curiose o indifferenti: messo appena il piede nell'altro salone, vide pendere in faccia a sè sulla parete a destra un quadro, a capo del quale era attaccata la corona d'alloro!… E quel quadro non era il suo!

Altro non seppe, non vide; gli si annebbiò la vista, sentì una fitta nel cuore; e sarebbe forse caduto a terra, dove non si fosse appoggiato al piedestallo d'un monco colosso di scultura greca, a cui per caso trovavasi vicino. Nessuno s'accorse di ciò ch'egli pativa dentro di sè; anzi nel passare, un buon ambrogiano che voleva vedere, sapere, e non perdere il proprio tempo per nulla, se gli accostò, e additando il quadro incoronato, gli chiese ingenuamente:—Mi saprebbe dire che cosa sia quel quadro là, e perchè abbia quella corona?…

Il giovine risensò a quella voce, rialzò l'avvilita fronte, ma non potè lasciar di volgere un'occhiata al suo povero quadro confinato in un angolo, sotto una scarsa luce. Poi, con tutta la calma possibile, fece contento quell'ambrogiano dabbene, spiegandogli l'argomento della pittura, e dicendogli che il quadro colla corona, fra i molti mandati al concorso, era il più bello.

Uscì di quelle sale; ma non ebbe il coraggio di tornar subito a casa, di rivedere sua madre e sua sorella: rifatta la via fino alla dimora del pittore Costanzo, andò a sedere di nuovo al letto di lui; là, senza dir nulla, appoggiati i gomiti ai cuscini, chinò la testa nelle mani; e volle, ma non potè piangere.

Capitolo Ventesimoprimo

Il signor Omobono, che da parecchi mesi non s'era più lasciato vedere, un bel dì ricomparve in casa della vedova; e fu appunto in quel tempo che Damiano, dopo la mala riuscita del concorso, aveva perduto il coraggio e la buona speranza. Chi lavora per il male sa troppo spesso scegliere il buon momento per mettere la sua trista parola. Il signor Omobono, un di coloro che non accattan brighe colla coscienza, speditamente infilzò alle due donne una corona di bugie. Cominciò a dir loro che affari di gran peso l'avevano tenuto per tutto quel tempo fuor di Milano, ma che non per questo egli soleva dimenticare gli amici; s'informò minutamente delle cose della famiglia, mostrando di pigliarvi grandissima sollecitudine, e maravigliandosi all'udire ciò che sapeva di già meglio di loro. In pochi dì, potè così riconquistare la sua posizione. La Teresa s'era messa nelle mani di lui: anche la Stella, quantunque in fondo del cuore sentisse non so quale rimasuglio d'antipatia, pensava d'essere con lui ingiusta, se non gli credesse del tutto.

Come prima, faceva l'Omobono di non capitare in casa della Teresa che all'ore consuete in cui presumesse di non essere frastornato dalla presenza di Damiano, o da quella del signor tenente Lorenzo. Damiano, in que' dì, non sapendo che farsi della sua vita, andava dal mattino alla sera vagando alla ventura fuor di città lontano da tutti, e pieno di mesti pensieri; intanto che il signor Lorenzo, preoccupato anch'esso della malinconia del giovine, altro non faceva dal mattino alla sera che girar sulle sue traccie, per dargli una buona gridata e metterlo, come diceva, alla ragione.

La Teresa adunque si andava sfogando col signor Omobono di que' novelli suoi dispiaceri. Ma intanto ella non sapeva che una disgrazia assai più grande era vicina, non sapeva che il suo Damiano, compreso nella coscrizione di quell'anno, poteva essergli tolto da un giorno all'altro. Non ci pensava, o credeva forse che Damiano, unico sostegno di una vedova madre, dovesse essere, per diritto, franco dalla coscrizione: nè certo avrebbe potuto capire come bisognasse ch'ella non avesse modo di campar la vita e che gli altri figliuoli non toccassero ancora i quindici anni, per far godere a Damiano l'esenzione dalla legge militare.

Nè Damiano aveva mai parlato con essa di ciò che poteva succedere. Pareva ch'egli neppur ci pensasse; non cercava più del signor Costanzo, o del signor Lorenzo e neppur del buon Rocco; il quale forse era il solo che avesse indovinata l'angustia da lui compressa nel cuore; il solo che, al suo passare per la via, lo seguitasse a dilungo con uno sguardo, in cui erano pietà e amore.

Ma sorvenne il tempo che a Damiano bisognò per forza preparar sua madre al tristo avvenire che aspettava. E si provò, con certi discorsi in aria, a metter innanzi l'incertezza delle cose del mondo, la necessità di rassegnarsi, di sostenere con forza quel peso che non si può gittar di dosso: ma sua madre non voleva capire. Ben lo comprese la Stella; ben vide essa dove andassero a finire quelle rotte ed amare parole di Damiano. Pure ebbe cuor di non piangere; e, senza dir nulla al fratello, fu lei che a poco a poco, si studiò d'avvezzar la mamma a quel pensiero che Damiano le potesse un dì o l'altro abbandonare.

In mezzo a cosiffatto contrasto di domestiche affezioni e dolori, il signor Omobono continuava con assiduità le sue visite; e si sarebbe detto che i pensieri d'inferno che lo avevano istigato fino allora contro a Damiano e a' suoi, si fossero quasi per miracolo dissipati; tal'era la mitezza, tanta la bontà che alle due donne pareva di scorgere in esso, tanta la magia che l'innocente bellezza della Stella adoperava sopra di lui.

Il bel quadro di Damiano, testimonio muto della sua anima dolorosa e infelice, giaceva polveroso e dimenticato in un angolo della sua stanza, dietro il tavolino coperto pure di libri polverosi e dimenticati; poichè il giovine, dal giorno in cui si mise in mente che la sua vocazione d'artista era stata una matta superbia e null'altro, aveva detto addio a' pennelli, alle tele, ai libri; era divenuto indifferente a tutto. Una mattina, il signor Omobono, passando per quella stanza, volle vedere il quadro; lo portò egli stesso alla luce della finestra; e sfoggiando sentenze pittoriche e paroloni, i quali eran bevuti dalle donne con riverenza, disse il quadro avere il suo merito; essere un peccato il lasciarlo così tra i ragnateli; potersene quando che fosse cavar de' buoni danari; infine volere egli stesso pensare a trovar fuori un compratore.

La madre si consolò tutta, e la Stella rispose che avrebbe detto questa fortuna a Damiano: ma quel signore, per fini suoi particolari, soggiunse che si guardassero bene dal farne parola con lui, finchè la cosa non fosse veramente accomodata com'egli intendeva. Pensava la giovinetta che forse da quel quadro, s'era proprio bello come a lei pareva, si sarebbe potuto ritrarre tanto prezzo da trovare un supplente per Damiano, se mai, incolto dalla coscrizione, non avesse per sè la Provvidenza. Ma tenne per sè il buon pensiero, e neppure ardì confidarlo al fratello.

Pochi giorni appresso, Rocco che, al suo costume, se ne stava sgusciando aromatiche corteccie sul limitare del fondaco, vide fermarsi un bel carrozzino signorile, cosa per lo meno strana, presso il portone della casa ove abitava la famiglia di Damiano. Allungò il capo fuor della porta invetriata, aguzzò gli occhi; vide aprirsi lo sportello e poi scendere un tale che subito riconobbe, per averlo sovente incontrato in casa del suo principale, quantunque non sapesse fargli il nome; dietro a lui un signore di nobile e serio aspetto, piuttosto sull'età, vestito d'un largo soprabito soppannato di pelliccia di martora: anche quel signore si ricordava benissimo d'averlo veduto più d'una volta passare per le vie della città. Erano il signor Omobono e l'Illustrissimo.

Il povero fattorino si sentì come una stretta al cuore al primo vedere quel vecchio signore; senza saper perchè, un brulichìo di pensieri gli si mosse in mente; e non so che cosa avrebbe fatto per indovinare che venissero a fare que' due e che dicessero fra di loro, come chè li vedesse ridere e gesticolare in segreto. Ben s'era imaginato che andassero nella casa della signora Teresa, e ne sentiva dispetto, anzi rabbia, dolore; voleva persuadersi che la era una sua fantasia; ma una voce interiore gli suggeriva che ci doveva essere qualche mistero, che ci covava alcun chè di sinistro: ristette immobile come un piuolo, e le sue pupille non si distolsero più da quella porta e da quella carrozza.

Passò un'ora buona prima che vedesse scender dalle lunghe scale i due signori: il vecchio gentiluomo rimontò nel carrozzino; il suo satellite, fatta una gran riverenza col cappello in mano, si dilungò per la via. Ciò che passò nel cuore di Rocco in quell'ora eterna, nessuno lo seppe, altro che lui. Voleva correre dalla mamma Teresa, per domandar la causa di tale straordinaria visita, e non aveva coraggio; voleva raccontare la cosa a Damiano; ma non sì tosto lo vide spuntare a capo della piazza, si sentì morir le parole in bocca; quand'esso gli passò d'accanto, rispose timido al saluto di lui; e passato che fu, si battè con un pugno la fronte, e disse:—Povero me; povero matto ch'io sono!

Ma il dì seguente, all'ora medesima, egli vide venire la medesima carrozza e fermarsi dinanzi al portone. Il vecchio signore però era solo nel legno; se non che, nell'atto che poneva il piede sul predellino, il compagno del dì innanzi, che se ne stava, poco lontano, aspettandolo, mosse con rispetto verso di lui, e gli porse braccio a scendere. Il garzone, a quella vista, arse e gelò; ma non si tenne più. Appena i due furono entrati nell'andito del portone, egli sguisciò fuor della bottega, passò cautamente di fianco alla carrozza, e pigliate le scale, salì dietro le loro spalle, senza fare il più piccolo romore.

—Per bacco! sono un po' lunghe codeste scale: diceva il vecchio signore all'altro che lo precedeva.

—Abbia un poco di pazienza, Illustrissimo, e potrà raccorciarle della metà: rispondeva, con un sogghigno muto, colui.

—Ehi, ehi! non vi capisco: come sarebbe a dire?

—Sarebbe a dire che, se le cose vanno, ella potrà, Illustrissimo, fare un miracolo, trasportare il quarto al secondo piano.

—Briccone e matto! mi maraviglio di voi: che cosa credete? Se vi ho dato ascolto, se son venuto fin qui, se ci torno, è stato ed è solo perchè voglio veder io, quando si tratta di far del bene….

—Certo che sì; conosco il suo cuore, Illustrissimo. Se io le ho parlato ancora di questa famiglia, l'ho fatto per premura….

—Eh! voi siete un volpone; vi conosco, galantuomo! M'avete dato a credere che la giovine sia una perla….

—E lo mantengo.

—Ma io vi ho ben poca fede: so che le bazzicate da un pezzo in casa…. e basta questo….

—Baje! chi mai le ha detto, Illustrissimo?

—Chi? il Rosso.

—Impossibile: che cosa sa colui de' fatti miei? E poi, non ha veduto forse lei, Illustrissimo, non ha conosciuto, non s'è persuaso fin da jeri…. E tra sè intanto bestemmiava dietro al Rosso, suo rivale nel favore dell'Illustrissimo.

—Buona gente, sì, buona gente, ripigliò il signore: e son disposto a far qualche cosa per loro. In quanto alla giovine….

Fin qui Rocco non aveva perduto sillaba della conversazione; ma allo svoltar della scala, temendo d'esser veduto, ristette un poco; e sebbene sbirciasse in su e tendesse l'orecchio, non potè capire il resto della frase.

Poco di poi s'arrischiò a salire di nuovo, attirato quasi da incognita forza che gli faceva dimenticare ogni rispetto e pericolo.

—Vedete un po': diceva il signore, fermandosi a un pianerottolo, per pigliar fiato. Se almeno lo avessi saputo un anno fa, contentando la vecchia con quel piccolo benefizio ch'era venuto ad implorare, le sarei entrato in grazia; e a quest'ora… È vero che il chierico c'è ancora, a quel che ho sentito, e di benefizj da imbonire abatini non c'è penuria in casa….

—Grazie a' suoi santi nonni, Illustrissimo.

—Eh! eh! Cosicchè quello che non s'è fatto si può fare.

—In quanto al figliuolo maggiore, egli è necessario tenerlo basso…. perchè ha una testa…. e certe idee singolari….

—Eh! gli pagheremo quella tela impiastricciata che ho visto jeri, e felice notte.

—Basta che si contenti. A buon conto, in quest'anno ch'è per venire, la coscrizione ci potrebbe anche liberare di lui….

—Sta bene. Alla peggio, se costui ha le idee matte, saprò guarirlo io: la conosco da un pezzo la superbia de' pitocchi; pare che minacci il mondo; ma dà giù, sul più bello, al veder la faccia d'uno scudo.

E qui gli sfuggì dal labbro un superbo riso, al quale rispose l'Omobono con quel ghigno che aveva non so che di diabolico.

Giunti sull'ultimo ripiano, s'incamminarono per il ballatojo, nè ancora si trovavan dinanzi all'umile porta che Rocco lento e cauto li aveva raggiunti al sommo della scala: ma non ardì fare un passo di più; vide il vecchio signore raddrizzarsi con sussiego, rincalzarsi nella trincea della bianca cravatta, e arrovesciando sovra una spalla la pelliccia del pastrano, porre in mostra ciondoli e catenelle pendenti dall'occhiello dell'abito; poi, messo fuori un soffio di dignità sul pome di lapislazzuli che sormontava la sua canna d'India, entrare nella povera stanza. Il signor Omobono che lo aveva accompagnato fin là, si trasse di nuovo il cappello e, fattogli un'inchino, tornò indietro; cosicchè Rocco, per non esser veduto, bastò appena tempo d'acquattarsi in un angolo, dietro il parapetto della scala sullo stesso ripiano.

Quando si vide solo, Rocco balzò ratto in piedi; e sulla sua faccia di terreo colore, sulla fronte volgare dell'uomo che tutti chiamavano il povero matto, fu vista lampeggiare un'ira così grande e fiera, mista insieme di disprezzo e di dolore, che in quel momento non parve più lui. Non disse parola; ma, serrando i denti, levò in atto di maledizione la larga e callosa mano verso la porta per la quale era entrato l'uomo potente, guardò il cielo; poi discese rapidamente le scale.

Colla testa in fuoco, col cuore tremante al pensiero del pericolo che forse in quel punto correva il suo bell'angiolo, Rocco, ringraziando il cielo dell'inspirazione che gli aveva mandato, mulinava fra sè che cosa potesse fare. Non poteva vedere nessuna onesta ragione perchè il vecchio signore dovesse tornar così presto in quella casa; l'idea che vi fosse stato condotto dal signor Omobono, da tal uomo ch'egli stesso non poteva mai incontrare senza provare un ribollìo nel sangue, quest'idea fissa, prepotente lo atterriva; imaginava d'altronde che Damiano, per certo, era allo scuro di quel che avveniva; onde gli si parava dinanzi sempre più grande la necessità di trovar subito le fila di quella trama, o di troncare almeno per il momento, con un pretesto qualunque, quell'intrigo misterioso.

Capitolo Ventesimosecondo

Correre in traccia di Damiano, no: chi sa dove e quando gli sarebbe riuscito di ritrovarlo; quel bravo signor Lorenzo sarebbe stato l'uomo a proposito, ma egli lo conosceva appena, n'aveva soggezione, anzi paura, nè avrebbe saputo come dirgli la cosa. In questo turbamento di pensieri, che tutti gli si affacciarono in un punto nello scendere le scale, Rocco tornò in istrada, e vista la carrozza signorile ferma ad aspettare, e il grasso cocchiere, che sceso di cassetta, dondolavasi sulla persona a mezzo del marciapiede, mosse difilato a lui, con titubanza e facendo lo gnorri.

—Signor cocchiere? gli disse, cavandosi la berretta d'incerato, e sforzandosi di sorridere.

—Che cosa c'è? rispose, sguardandolo in cagnesco, il gallonatoAutomedonte.

—Nulla…. ecco…. perchè, vede qui—e si trasse di saccoccia una carta in forma di lettera, ch'egli stesso in fretta aveva ripiegata.

—Che cosa? dite su.

—Lei forse è della casa di quel signore che ho incontrato poco fa là dentro (e indicava il portone) e che mi regalò qualche cosa, perchè portassi subito questo biglietto al suo palazzo….

—Il mio padrone?… sarà lui: rispose l'altro che cascò di subito nella trappola che la bugia di Rocco gli aveva teso: E bene? Andate dunque.

—Gli è, replicò Rocco impacciato, che non so dove sia il palazzo….

—Come? non sai dove sia il palazzo ***, dell'illustrissimo mio padrone? Bestia che sei! gira di là—e gli appoggiò uno scapezzone che lo fece barcollare—che non puoi andare in fallo; poi torna, e vuoteremo un bicchier per uno alla salute del padrone.

Al Rocco bastò il nome della casa; e senz'altro dire la diede a gambe. Intanto egli sapeva chi fosse quel signore; e, camminando, studiava inventar qualche cosa che servisse a frastornare in qualunque modo i disegni ch'egli pensava (e lo avrebbe giurato) conducessero quell'uomo. Ma non aveva fatto cento passi, quando s'imbattè faccia a faccia nel signor Lorenzo, che a capo chino, a passo lento, e parlando fra sè e sè, pareva venirne appunto verso la dimora della vedova. Rocco si fermò; e sebbene, conoscendolo poco, non avesse mai osato aprir bocca col vecchio soldato, pure gli balenò in mente il pensiero di dirgli tutto e di fidarsi a lui. Il veterano non s'era accorto del garzone; dimodochè, quando Rocco, esitando come chi fa del male, e pronunziando a mezza voce:—Signor Lorenzo! ardì toccargli il braccio perchè si volgesse, egli si riscosse, e senza nemmeno guardare indietro, chiese:—Chi è là?

Il buon figliuolo raccolse il suo coraggio, e accompagnandosegli disse che veniva a nome della signora Teresa, di quella signora che aveva l'onore della sua conoscenza; e ch'essa lo pregava di passare da lei in giornata, per una cosa di premura.

—Eh! ci verrò, rispose il signor Lorenzo al giovine, dopo avergli data in isbieco un'occhiata d'uom che poco si fidi: ci verrò dimani.

—È impossibile; replicò il Rocco: l'aspetta quest'oggi, subito….

—Via, ho altro a fare; oggi non posso….

—Ma, poichè la è in queste parti….

—Che? che sapete voi? Oggi, no; e basta: E poi quella donna è una matta, e n'avrà una delle sue.

—No! signor Lorenzo; mi dia ascolto; bisogna proprio che lei venga con me, subito, senza perdere un momento: è il cielo che l'ha mandato.

Il povero Rocco disse queste poche parole con un accento così vero e doloroso, che il vecchio amico di Vittore si sentì come scosso ne' pensieri, s'accese d'un sospetto; e stringendo con forza il braccio del giovine:—Dite, dite su, presto—balbettò fra l'ira e il terrore—forse qualche disgrazia…. forse la buona Stella, la figliuola del mio Vittore…. non mi fate mistero! andiamo.

—Io non so, ma è per lei…. per quel caro angiolo che io tremo…. rispose Rocco, pieno di gioja segreta perchè il vecchio l'avesse compreso, prima ch'egli cominciasse a parlare. E, subito:—Per carità! le dirò….

—Ditemi tutto, e presto; ma andiamo intanto, andiamo innanzi.

Non era passato più di un quarto d'ora che il vecchio soldato di Napoleone, il secondo padre della Stella, a cui l'accorto garzone del droghiere confidò tutto quello che sospettava e temeva, entrava risoluto nelle umili stanze della vedova, senza pur domandare licenza di farsi innanzi, e senza cavarsi il cappello. Egli era alla presenza dell'Illustrissimo: la Teresa si levò da sedere tutta sgomentita; e la Stella, che stava in un angolo sul suo scannetto, si nascose colle mani la faccia.

Lorenzo stette un poco senza dir parola, non già perchè il superbo signore a cui veniva dinanzi gli mettesse soggezione o dubbio su quel che aveva a dire: ma per non so quale involontaria esitanza al vedergli all'occhiello del soprabito il nastrino di quella stessa corona d'onore ch'egli pure portava, come l'ultima reliquia di giorni che non dovevano tornar mai più. Ma fu un pensiero, un dubbio che passò; un altro pensiero gli disse che nulla v'era di comune tra quel grande e lui; che colui andava, per certo, debitore della croce che portava a' suoi scudi, alla sua nobiltà, ed egli invece l'aveva comprata sul campo della battaglia, col proprio sangue. Intanto l'Illustrissimo, quantunque maravigliato grandemente di quella brusca intervenzione, non aveva dato segno di malumore o di dispetto: ma volgendosi, tra ironico e compassionevole, alla signora Teresa, la quale guardando or l'uno or l'altro non sapeva più dove fosse, le domandò sbadato:

—Ehi! ditemi un po': chi è quest'uomo?

Arrossì a tale insolente interrogazione il veterano, e mordendosi le labbra, contento che colui gli desse appicco a parlare:—Quest'uomo?… ripetè: quest'uomo?… Certo che io non sono nè un marchese, nè un conte, nè altro titolato; ma qualcosa di meglio; sono, come dice, un uomo.

Non replicò direttamente l'Illustrissimo a codesta non meno insolente risposta; ma, volto sempre verso la vedova:—Voi conoscete, disse, degli originali, buona donna. È forse vostro fratello, cognato, parente?…

—Oh! signor mio, veda… cominciò la Teresa impacciata più che mai: è un amico nostro, un brav'uomo, un amico vecchio del mio povero marito. E se lei sapesse….

—E che importa di sapere a questo signore? la interruppe brusco il signor Lorenzo; sono amico di casa, e basta; l'amico mio, il padre di questa giovine ed io eravamo più che fratelli; Stella mi conosce, sono stato il primo ch'ella ha conosciuto…. E mi par bene d'aver diritto di venirci in casa vostra: non è vero, signora Teresa?

—Ma chi ve lo nega? riprese l'Illustrissimo, con qualche impazienza, volgendosi allora al signor Lorenzo.

—Vorrei vedere che qualcuno me lo negasse, che qualcuno credesse di mettere il piede qui dentro, a suo talento, e venire così alla buona, sotto maschera d'amicizia o di protezione, in queste mura, a distruggere il bene che vi abita, il bene che consola due creature, che, potrei dire, mi appartengono!

L'Illustrissimo, non uso a simile tuono di superiorità e di rimprovero, quantunque il veterano avesse parlato in guisa di supposto, doveva sentirsene ferito; e lo si poteva argomentare dalle torve occhiate che gli volgeva, e dall'inquieto agitarsi sulla rozza seggiola che al suo peso scricchiolava.

Alla fine, rotto il freno alla pazienza, l'offeso signore gridò:—E che vi pensate di venire a nojarmi colle vostre pretensioni? Siete ridicolo, per non dir altro: se avete qualcosa a fare in questa casa, fareste bene a trovar fuori altro momento.

—Ho qualcosa a fare, appunto come lei dice: e il momento è questo!—replicò con voce sonora e franca Lorenzo.

—Oh! vedete un poco che costui vuol mettermi soggezione!—E accompagnò tali parole con un riso di disprezzo.

—Io non voglio nè so metter soggezione a nessuno, ripigliò il veterano: ma sento in me una cosa che nessuno mi può togliere o guastare, e che si chiama onore: e so come si faccia star giù chi vuol soverchiare.

—Come parlate?…

—Parlo, come un uomo a cui batte qui dentro un cuore onesto; come un soldato che ha visto il mondo, e sa cosa vaglia, e ne fa conto quanto del fiocco de' suoi stivali. Un tale che faceva ballar sulle dita i re, ha toccato un giorno questa mano…. Ed io avrò paura di chi, per portare un nome scritto in carta pecora e contar gli scudi a migliaja, si crede lecito tutto?

—Ma costui dà volta al cervello!…

—Può essere! Ma intanto, non dimenticate ciò che questo vecchio matto vi dice.

—Per carità! uscì fuori con lamentevol voce la Teresa, la quale non capiva più nulla.

—Oh signor Lorenzo! timida aggiunse la Stella, che tutto comprese, e avrebbe voluto gettarsi nelle braccia del suo salvatore.

—Io non so, riprese pacato e severo il veterano, io non so quando veggo il male che si fa da quelli che il mondo chiama grandi, se possa dirsi che ci sia una Provvidenza. Ma so che la maggior parte è ancora dappertutto calpestata dai pochi; che ancora l'esser poveri è come un delitto; e i signori credono sempre d'aver ragione quando pagan l'infamia con un po' d'oro. Ma voi non vedete, e parlo a voi, perchè siete uno di quelli ch'io dico, non vedete tutto il male che vi divertite a fare; voi entrate nelle famiglie nostre e vi recate l'infamia come un beneficio; voi cercate la dimenticanza della noja signorile, la dimenticanza d'un giorno, d'un'ora…. E non pensate al dolore, alle lagrime che vi lasciate dietro, alle maledizioni che chiaman sopra di voi la vendetta di Dio!… Ma non sarà sempre così; se ne son veduti de' momenti in cui i potenti scontarono anch'essi la miseria da loro seminata nel mondo; e i dì che corrono non correranno sempre gli stessi, e la giustizia sarà più lunga!

—Quest'uomo non sa cosa si dica!—l'interruppe l'Illustrissimo, cercando nascondere il turbamento che suo malgrado gli s'era messo nel cuore.

—Eh via! tenete a mente, o signore, due altre parole di quest'uomo. Non so come mai abbiate saputo insinuarvi nella confidenza di queste buone creature; ma ne indovino il motivo. Il benefizio onesto e sincero teme, si nasconde; la vostra carità superba ostenta protezione e copre male la vergogna che marcisce di sotto. Voi volete rapire a questa povera casa la pace e la virtù che vi si nascondono: ma io ho gli occhi aperti…. e se fosse vero!…

—Basta così, costui è matto frenetico! disse l'Illustrissimo, alzandosi: non so come io abbia potuto sopportar finora le sue insensate ciancie; se volessi, potrei farlo pentire di quello che ha osato pensare, e dire….

Il veterano sogghignava alla sua volta; e, incrociate le braccia sul petto, andava picchiando colla punta del piede il terreno.

—Ringrazio il cielo, susurrava intanto, che ho potuto venire a tempo….

—Ringraziatelo d'avervi tolto il cervello: se non credessi che fosse così, la vedreste voi!…

E mosse per uscire. Le due donne, tuttora pallide e sbigottite, non sapevano farsi ragione dell'avvenuto. Ma l'Illustrissimo, giunto sulla porta, si rivolse e disse loro con aria benevola:—Mi rincresce ch'io non possa far nulla per voi: ma il mio carattere non lo permette, dacchè c'è chi sospetta le mie intenzioni; e poi, questo signore che tanto vi protegge, potrà fare anche la parte mia.—

E con tale schernevole saluto, se n'andò, ruminando tra sè la vergogna del fallito disegno e il modo più pronto di ricattarsi dell'offesa.

Partito lui, Lorenzo rimase immobile, al luogo istesso, incrociate ancora le braccia, china la testa, tutto in pensieri. Forse dubitava d'esser caduto in inganno, d'aver precipitato, d'aver tolto alla famiglia del suo amico un'onesta protezione. Ma più ci pensava, e più gli pareva impossibile che quel ricco signore non covasse qualche tristo intento, forse incerto, forse lontano, ma non men vero. Non poteva farne parola colle donne, vedendo il loro sgomento: esse non sapevano come rompere il silenzio, e pendevano da' rapidi sguardi, da' moti convulsivi dell'antico soldato.

In quella, entrò Damiano. Vide il signor Lorenzo nel mezzo della stanza, ritto e cruccioso, che non s'era accorto del venir suo; la madre che levando gli occhi pareva cominciare una preghiera; la Stella ansiosa correre a lui e abbracciarlo, nascondendogli in seno la faccia.

—Che c'è di nuovo, mamma? domandò Damiano.

Questa voce riscosse Lorenzo dalla sua preoccupazione: egli mosse verso il giovane che s'era trattenuto all'entrare, e pigliatolo per mano:—Ringrazia, gli disse, la Provvidenza che il tuo amico vecchio ci sia ancora, e possa far qualche cosa quaggiù. Sappi che son venuto forse in tempo per impedire un gran male, una disgrazia che poteva metter l'infamia sulla fronte di tua sorella, e di vostra madre, e sulla tua, se il caso non m'avesse condotto sui passi di chi la macchinava!…

—Che cosa dite, signor Lorenzo? domandò il giovine con voce soffocata dall'ira.

—Io ti dico che un uomo potente, un di quelli che gettano un tozzo di pane per il delitto che fanno commettere, aveva posto gli occhi addosso a tua sorella, e ha avuto il cuore di venir qui, egli stesso, pochi momenti fa!…

—Dio! forse quello che saliva in carrozza al momento ch'io svoltava in casa?

—Lui! lui! ma io ciò che sentiva, gliel'ho detto in faccia; ho parlato per te, Damiano, e per me; e l'ho ben visto che tremava e voleva bravarmi…. Eh! sono un vecchio tarlato; ma il cuore è sempre quello, cuore di galantuomo.

—Ah! per amor del cielo, s'arrischiò a dir la Teresa: se quel signore se la prendesse con noi? se volesse vendicarsi in qualche maniera? Forse egli….

—Forse? che forse?

—Ma… credete dunque che venisse con cattive intenzioni?… Egli voleva vedere il quadro di Damiano; lo voleva comprare, sai? lo voleva comprare.

—Povera donna! borbottò Lorenzo: già voi sarete sempre la stessa.

—Il mio quadro?… domandò con furia Damiano: E come seppe colui?…

—Ma, veramente…. rispose impacciata la Teresa.

—Su, dite, dite, c'è qualche mistero?

—Qualcuno glien'avrà parlato…. una brava persona…. per altro.

—Chi? chi?…

—Andrete in collera, se ve lo dico….

—Non volete spiegarvi voi?… Animo, Stella, parla, parla tu.

—Oh! Damiano: risposegli la sorella: guarda la mamma; non farla piangere.

—È tutt'una: voglio sapere chi è.

—Bene: disse allora, facendosi coraggio, la vedova: è un tale che può ajutarci e ajutare anche voi…. sì, vedete, me lo disse tante volte. È quel signor Omobono….

—Ancora quell'uomo?

—Non mi fate quegli occhi; non mi guardate così.

—Tacete! capisco adesso questo mistero d'inferno…. Voi siete tanto buona che non arrivate a comprenderlo. Ma il cielo ci ha protetto un'altra volta; ringraziatelo, ringraziatelo, vi dico. E voi pure, nostro amico! seguitò volgendosi al signor Lorenzo: voi pure siate benedetto.

Dette queste parole, Damiano si fe' cupo, parve dimenticar dove fosse, quanto aveva udito e detto. Un sorriso forzato, amaro, stavagli sulle labbra; e dalla penosa espressione del volto, da' moti della persona indovinavasi l'urto degli affetti del suo cuore. Tutto ad un tratto, si spiccò dalle donne, corse nella prima stanza, afferrò il suo quadro del Tancredi, staccandolo impetuosamente dalla parete, afferrò un rugginoso pugnale antico, ch'era sulla tavola accanto al letto, e si diede a stagliar per lo lungo la tela con furia crescente. I lembi ne caddero sparsi a terra; ma egli, non pago ancora, calpestò con gioja selvaggia lo scassinato telajo e i pochi avanzi del dipinto che ancor v'erano attaccati.

Quand'ebbe finita questa frenetica distruzione, pose giù il pugnale, si cacciò indietro con una mano i capegli, e guardandosi attorno, con terrore, quasi per conoscere dove fosse, andava mormorando fra sè:—Ora non c'è pericolo che qualcuno lo veda: addio, o fantasma del povero giovine!… Comincierò da capo la vita!…

Teresa, Stella e Lorenzo stavano a vedere sulla porta; ma nessuno di loro potè indovinare ciò che sentisse in quel momento l'anima del giovine artista.

Capitolo Ventesimoterzo

Era un giorno nuvoloso, sul finir d'aprile, il giorno che in Milano si tirarono a sorte i coscritti di quell'anno. Una moltitudine brulicante, agitata dal timore, dalla speranza, da tutti insieme gli affetti che commovono gli animi semplici e forti, stava in quel dì raccolta nel secondo cortile del vecchio palazzo del Comune, che fu, al tempo dei duchi, stanza del Carmagnola, poi divenne il Broletto nuovo, e conserva tuttavia codesto nome.

La folla, per la maggior parte di giovani, cittadini e del contado, d'ogni mestiere, d'ogni ordine popolare, stipavasi intorno ad un assito a recinto, nel cui mezzo sorgeva un impalcato protetto da un padiglione di tele listate di bianco e rosso, antichi colori del Comune, gloriosi anch'essi un giorno, quando a' tempi della lega lombarda sventolarono dall'antenna del Carroccio. Su quel rialto, diverse ragguardevoli persone vestite dell'assisa ricamata, ed alcuni sacerdoti in vesta talare, assistenti alla funzione, sedevano in giro ad una larga tavola coperta d'un verde tappeto. Sulla tavola, fra' quaderni, registri e processi verbali, aperti sotto gli occhi di que' signori, sorgevano tre urne, da ciascuna delle quali si tiravano a sorte, alla vista di tutti, i polizzini de' numeri e de' nomi, che passati di mano in mano dall'una all'altra delle circostanti autorità, venivano subito scritti e contrapposti su que' libracci. Una fila di soldati, facendo ala e testa al recinto, procacciava di tener lontana la folla che riurtante accerchiava il padiglione, lentamente movendosi a onde. Uno degli impiegati, intanto che gli altri scrivevano, annunciava a voce alta un numero e un nome; e ogni volta seguiva un sordo indistinto fremito della moltitudine, un agitarsi visibile di tutta quella calca. Eran pochi i nomi e i numeri che non destassero un grido, grido di gioja o di disperazione; un represso susurrío, un accennar confuso, un aprirsi della folla al passar del giovine che, tratto dall'urna il suo numero, correva giù dal palco; poi parole di congratulazione o di conforto, cenni di mano e agitar di fazzoletti e di cappelli; e donne piangenti che si facevano largo per andare a gettar le braccia al collo d'un figlio, d'un promesso sposo, d'un fratello; padri, parenti, amici che volevano la loro parte di contentezza o d'affanno; parole miste di lagrime, abbracciamenti di gaudio o di terrore, soffocate imprecazioni e ardenti preghiere. Erano scene patetiche e sublimi, dolorose e vere, che ad ogni istante si rinnovavano, e a cui pochi ponevan mente, chè tutti n'erano parte. Quando alcuno de' chiamati non avesse risposto, il curato della parrocchia a cui il chiamato apparteneva era quello che, posta la mano nell'urna, ne traeva la sorte; ma all'annunzio del numero, la moltitudine stava muta, tranquilla: colui del quale si decideva il destino non era in mezzo di loro.

All'andare e venire della moltitudine facevano inutile inciampo i drappelli de' soldati, posti a guardia delle porte del palazzo e degli ufficii sotto il porticato. Di qua, di là, d'ogni parte, gruppi d'uomini e donne, famiglie intere, facevano ressa per avvicinarsi all'alto palco, per udire la sentenza che tutti aspettavano: intanto altri sopraggiungevano dal di fuori, incontrandosi con quelli che, contenti della fortuna, volevano uscire; i fanciulletti, smarrita la traccia della madre o della nonna, piangevano forte: dalle vie più vicine, che formicolavan di gente, udivasi un misto suono di canzoni popolane, strillate da' garzoni che in lunghe file venivano dai sobborghi e dai comuni del distretto, a schiere a schiere, dietro una bandiera formata d'un fazzoletto rosso; inghirlandato d'erbe e di fiori: essi cercavano di soffocar nel canto la dolorosa aspettazione di dover lasciare que' luoghi, ne' quali avevano creduto di poter vivere e di poter amare.

Era una giornata malinconica per tutti; eppure cantavano. Il cielo anch'esso, sotto un manto di nuvole cinericcie, non lasciando calar su quell'adunata nemmeno un raggio di sole, pareva non voler udire quelle spensierate cantilene. E ben presto cominciò a piovigginare.

Poco stante dal luogo, ove si faceva l'estrazione de' coscritti, era un gruppo di cinque persone, mezzo nascoste da una delle colonne del portico. Senza alcuna esterna dimostrazione, ma coll'anima occupata da inquietudine e da terrore, esse non vedevano più che l'istante in cui l'annunziar d'un numero più o men alto doveva decidere anche per loro una lunga e mortale aspettativa. Era Damiano colla madre, e Stella, e Celso: avevano avuto il coraggio di venirne insieme ad ascoltar la loro sorte; e con essi era venuto anche Rocco, il povero matto garzone. Tacevano, e si riguardavano a ogni nome che uscisse dell'urna.

Passò un'ora: in quell'ora a tante altre madri toccò di tremare o di ringraziare il Signore. Finalmente, il Commissario disse ad alta voce il nome di Damiano.

Nessuno si presentò, nessuno rispose. Ben s'era mosso il giovine; ma, gettando uno sguardo sulla sorella, s'accorse ch'essa, all'udir quel nome, impallidiva e appoggiavasi alla colonna del portico per non cadere; dimenticò tutto, e rimase immobile al luogo dov'era. Pensò a quel che dovesse patire la Stella, la quale fino allora avea mostrato d'essere la più sorridente e affidata; capì che la mamma in quella confusione, stornata forse da' molti che parlavano a lei vicino, non aveva udito il nome di lui, nè ebbe cuore di fare un passo di più. Rocco intanto guardavasi attorno a dritta e a manca, con certi occhi svagati, e colle mani nelle tasche; a ogni poco, sollevava la fronte, come riscotendosi da un pensiero rinascente, che lo faceva sorridere fra sè stesso; e col chinar del capo a quando a quando pareva replicare di sì alla voce del cuor suo.

Non presentandosi alcuno a rispondere per Damiano, uno de' parrochi astanti pose nell'urna la mano: il Commissario prese la polizza e disse ad alta voce il numero 57: poi la fece passar nelle mani di que' signori impiegati.

Gli occhi di Damiano s'incontrarono un'altra volta con quei di Stella. Fu appunto allora, che un bottegajo del vicinato, un omaccione calvo e panciuto, che a pochi passi da loro contemplava con curiosa calma quella scena, uscì fuori a dire:—Gli sta bene a costui! s'è fidato alla sagrestia, e l'ha servito per la pasqua… ah! ah! ah!—Intanto il fratello e la sorella, senza dirsi parola, s'erano uniti in un solo sentimento, quello di nascondere alla madre la decisione fatale: essa poi, non avendo udito chiamare il figliuolo, s'illudeva già che non glielo avrebbero tolto, e pensava potesse anche essere effetto delle raccomandazioni che, nascostamente da lui, s'avea procurate in que' giorni. Celso invece comprese la cosa qual'era: ma Damiano vedendo gli occhi di lui pieni di lagrime, gli si chinò all'orecchio e stringendogli di nascosto la mano:—Non parlare, Celso: gli susurrò: non parlare, per amor della mamma! Chi sa? Dio può ancora ajutarmi!

Poco appresso, dilungatosi d'alcuni passi:—Andiamo a casa, mamma: soggiunse con far tranquillo: per oggi non sarò più domandato; me lo disse or ora, passando, uno di questi signori impiegati. Andiamo!

—Sì, sì, il mio figliuolo; andiam pure, ch'io non so più in che mondo mi sia. E poi, che importa lo star qui più o meno? Tutto è in mano del Signore, Egli darà ascolto alle mie orazioni.

Tornarono a casa, nè lungo la via si fece altra parola. Ma saliti alle loro stanze, andò la Stella a nascondersi in un angolo e cominciò a piangere dirottamente; e la madre, nell'udire quel pianto, a domandarne la cagione: cosicchè Damiano s'ingegnò a farle credere che la sorella avesse mal di capo, e si crucciasse di non poter lavorare in que' giorni che il bisogno si faceva maggiore. Ma non volendo la madre sentirla a pianger così, col dire che avevano troppi guai senza pensare a quelli che potesser venire, la fanciulla riuscì a soffocar lo schianto del cuore; e si mise, come al solito, al suo telajo.

In verità, come si può imaginare, la condizion della povera famiglia era in quegli ultimi mesi non poco scaduta; scemato della metà il lavoro; per la malattia di Teresa, perdute molte pratiche già bene avviate, cresciuta all'incontro la spesa, e consunti i pochi avanzi fatti da principio. Tutto quel che Damiamo ritraeva dal travaglio dell'intera settimana, bastava a stento a lasciarli vivere giorno per giorno. E il tempo della sventura sopravenne. Così al paro di tanti e tanti altri, de' quali è ignota ed oscura la povertà, perchè lo sforzo della fatica, la vergogna e un resto d'orgoglio la fan nascondere, vedevano anch'essi venir la miseria, la vedevano venire lenta, ma implacabile, dopo che invano credettero di poter sostenere il peso della vita col coraggio e colla fede.

Il solo che facesse, quantunque angustiato al par di loro dalla mala fortuna, tutto quel che poteva per ajutarli, era l'antico soldato di Napoleone. Ma poteva ben poco. Pure, già da un anno e mezzo, era lui che pagava la pigione de' suoi buoni e poveri amici: e, dicendo di voler tutto per sè tal diritto, per quel po' di tempo che aveva a campare, s'indispettiva al sentir parole di riconoscenza. Con tutto ciò, la memoria del passato faceva a lui e a Damiano veder più scuro l'avvenire; e l'ultima disgrazia che si aggruppava coll'altre, poteva essere come il principio della disperazione.

La Teresa, debole all'usato e confidente, s'ostinava nel credere che quel signore il quale alcun tempo prima era venuto ad offrir loro protezione, avrebbe certamente saputo adempir la promessa: in questa fede la tenne ferma una recente visita del signor Omobono, tornato apposta per discolparsi, colle migliori apparenze, di que' sospetti che l'ostinata avversione di Damiano aveva desto contro di lui nel cuor della vedova. E siccome l'animo umano troppo spesso vuole, direi, ostinarsi nella contraddizione e trovar nebbie nell'evidenza stessa, quando l'evidenza non sia opera sua; non parrà strano che la Teresa, rimproverata dal figliuolo come cieca e imprudente, volesse in cuor suo star dura in sul non essersi ingannata: dico, in cuor suo, perchè la buona donna non avrebbe forse osato di spiegarsi chiaro con Damiano, dopo ch'egli, un dì, in un momento di mal umore, le aveva detto di voler piuttosto morir di fame e veder morire lei e sua sorella, che ricevere l'elemosina di quel signore. Queste parole la Teresa non aveva saputo spiegarsele; nè s'era accorta come Damiano tenesse dentro le sue terribili ragioni, per non vedere avvilita lei stessa, e non turbare l'anima incontaminata della sorella, con certe rivelazioni che quasi sempre si lascian dietro lagrime e veleno.

Così l'occhio del potente vizioso fermandosi appena sull'umile casa ne aveva sbandito, forse per sempre, la libera pace, unica consolatrice delle comuni sventure.

Lo stesso giorno che seguì la decisione della sorte di Damiano, stavano insieme a desinare. E come quel dì, Celso, colla permissione del padre Apollinare, poteva passarlo tutto in compagnia della famiglia, la mamma si era studiata di fargli un po' di festa. Sulla piccola mensa, oltre la solitaria marmitta, compariva un piattello di carne lessa, e una torta di latte che aveva ammannita la Stella la mattina stessa, pensando la buona fortuna che, sperava, dovesse toccare a Damiano. Ma il cielo non l'aveva voluto! Imaginate dunque con che diversi affetti sedessero allora a quel deschetto. Scambiavano i figliuoli malinconiche occhiate; e per nascondere, almeno in quell'ora, alla mamma ciò ch'essa, per il pietoso inganno di Damiano, ancora ignorava, sforzavansi a vicenda di trangugiar qualche boccone e di dire qualche allegra parola.

La Teresa così, non avendo da un pezzo avuta la consolazione di vedersi riuniti d'intorno i suoi tre figli, e tenendosi quasi certa che Damiano potesse uscir salvo della coscrizione, lasciavasi andare ad un insolito buon umore; parlava ella sola per gli altri insieme, voleva che i figliuoli facessero buon viso al suo pranzetto. Ma aveva bel dire; la sua gioja li accuorava di più, e la loro parola cadeva languida, e fredda; come le rade stille d'un tralcio reciso che piange.

Capitolo Ventesimoquarto.

—Perchè mi guardate così, Damiano? cominciò la Teresa, un momento che il figlio, contemplandola fiso, pensava che fra poco non doveva veder più il caro volto materno, che ott'anni eran lunghi, che forse al suo ritorno non l'avrebbe più trovata su questa terra.

—Per nulla: rispose il giovine. Son contento che ti ritrovo molto meglio, mamma, della settimana passata.

—Ma pure hai qualche cosa, pensi a qualche mistero….

—Dio mio! che cosa posso pensare?

—Via, entrò Stella: sai bene, mamma, che Damiano n'ha anche troppo delle ragioni per crucciarsi. E dire che poteva esser l'onore e l'ajuto nostro, se appena avessero conosciuto il suo talento; ed ecco che per noi….

—Non toccar questa corda: l'interruppe Damiano: te ne prego di cuore. C'è degli uomini, ed è il maggior numero, io credo, tirati dalle circostanze per una via opposta a quella che vedono coll'anima: io son uno. Se non ci fosse mancato da vivere, o se dentro di me avessi trovato il coraggio di metter la testa in terra dinanzi a taluni, o di darmi a credere di più di quel poco ch'io sono, sarei riuscito. Invece ho fatto bene a dir addio all'idea matta che m'ha rotto il sonno per tanto tempo: sì, sì, ho fatto il mio dovere. Studiando anni e anni, avrei forse finito a valere niente di più d'un imbianchino: che bene vi avrei portato allora? la miseria.

—Metti da parte questi pensieri, Damiano: dicevagli Celso. Tu hai tanto maggior merito d'aver saputo rinunziare ad un avvenire che poteva essere così bello. Ma se le cose andassero per il giusto….

—Che vuoi? non fui la sola, ne sarò l'ultima vittima della sfortuna e dell'intrigo. Pure sì, lo confesso anch'io, sperava che la dovesse andar meglio! E le parole di quel pittore che non ho più veduto dopo quel dì, mi stanno qui nel cuore. So come vanno le cose. Due dì prima che fosse chiuso il concorso, fu portato un quadro migliore del mio. Molti avevan capito, e se l'eran detto all'orecchio, che c'era la mano di un maestro conosciuto, che il premiarlo sarebbe stata una brutta ingiustizia. Eppure il dì appresso, quel quadro portava una corona d'alloro e un nome; e molti han detto che quello non era il nome di chi l'aveva fatto. Forse non è vero…. forse era il suo!

—Ma senza queste cattiverie, prese a dire le Stella, oggi non ci toccherebbe….

—Che cosa? anche tu dunque?… l'interruppe la madre.

—Nulla, mamma, nulla: rispondeva Damiano: sapete che la Stella mi vuol troppo bene….

—Ma se invece, ripigliò la madre, tu m'avessi dato ascolto, se m'avessi lasciato parlar di te a qualche persona di proposito, la sarebbe andata altrimenti. E anche adesso, dove non fosse venuto in mente a me di mettermi in mano di qualcheduno, saresti, come sei, salvo dalla coscrizione?

—Per carità, mamma; non parlare, non parlare; lo sai ch'io non posso sentirle a dire certe cose…. Così cercò disviare il discorso Damiano.

—Ho sbagliato forse a far quel poco ch'io poteva, io povera donna, per il tuo bene?

—Dio ti benedica, mamma! però sarebbe meglio non gettar via così de' passi che posson menare a male….

—Ecco, sempre gridori e malcontenti: già son io che fo tutto colla testa nel sacco, che credo a tutti, che metto in compromesso la famiglia…. E alla Teresa cominciava a tremar la voce.

—Ma chi ti dice questo? ripigliò Damiano impazientito.

—Quietati, mamma; lo sai pure il bene che ti vogliamo: aggiunseCelso.

—Oh! ripetè quella: acquietarsi, tacere? se non me lo rinfaccia adesso, mi ricordo dell'altre volte. So che non gli andò mai per il verso quel negoziante che ci ha pur ajutati ne' brutti momenti, nè quell'altro signore che aveva promesso e poteva farci del bene. Ma già, lui non vuol dipendere da nessuno; e coi signori l'ha sempre avuta…. è quella benedetta superbiaccia che ha ereditata da suo padre; perchè anche col mio Vittore, con quel brav'uomo, qualche volta c'era da ammattire. Bisognerebbe però pensare a tirar innanzi altrimenti. In quanto a me, se mi cruccio, non è per me, ma per voi altri…. già non potrò durarla molto; e il Signore lo sa….

Qui la madre piangeva; Celso e Stella le si fecero intorno, cercarono di calmarla; Damiano, appoggiando i gomiti ala tavola, nascondevasi la faccia, pensava e lagrimava.

—Vedi, mamma, come fai: disse di lì a poco, tu li cerchi i crucci! È vero che, per me, avrò fallato a incocciarmi di poter solo bastare alla famiglia; ma io lo credeva, io lo voleva. Ora sento di aver troppo confidato in me; siam troppo poveri, i tempi son cattivi: ho lavorato, sudato, ma inutilmente; speriamo che Quello ch'è lassù non ci abbandoni. Pure, mamma, se tu sapessi tutta la verità; se tu pensassi che quando il ricco viene a parlare al povero, di rado il fa per bene…. Ma! guai al povero che si vende!

—È impossibile, ti dico, è impossibile; sono le tue solite malinconie; casa nostra ha un nome onorato, e vostro padre era cavaliere.

—Che importa? noi siamo nella miseria, e tutti i miserabili hanno lo stesso nome! gridò amaramente il giovine.

—Ma credi tu, tornava a insister la madre, mal soffrendo l'ostinarsi del figliuolo, contro ciò ch'essa faceva a fin di bene; credi tu che non mi prema il nostro onore?… e che se appena potessi dubitare, temere….

—Già tu sei impastata di buona fede, come sei stata sempre. E se quel dì che tu aprissi gli occhi, fosse troppo tardi?… E tutto quello che intanto si può dire di noi?… di mia sorella?… Pensa a quel ch'è successo, l'anno passato; pensaci.

—Oh! io per me ci ho pensato. Da quel dì che vostro padre m'è mancato, son sempre, come si dice, andata giù a oncia a oncia; ormai ci sarò per poco; e poi toccherà a voi a pensarci; allora farete quel che vi piace.

L'amarezza di queste parole fece ammutolire i figliuoli che, veggendo la madre prendere in mala parte quant'essi dicevano, stimarono meglio tacere che ritentar di persuaderla. Ma, per la verità, era da compatire la disgraziata donna se il lamentarsi diventava in lei più che un'abitudine, un diritto. In quel dì poi, illusa dalla fiducia di veder salvo Damiano, non avendo di che piangere, parevala quasi di trovare una compiacenza nel suo dolore passato, una gioja nel toccar le piaghe ancor vive del proprio cuore.

—Io poi lo so: ricominciava essa: nessun bene v'ho fatto, nè posso farvi a questo mondo; non ho più vista, nemmeno per agucchiar negli stracci, come ho fatto fin adesso; ho gli occhi stanchi, pieni di punture; forse li perderò del tutto…. ma prima che mi tocchi anche questa, il Signore, spero, mi chiamerà con lui.

—Non dir così, per amor di Dio, buona mamma: riprese Damiano. E che faremo noi senza di te? e che ti abbiam fatto perchè desideri tanto di abbandonarci?

—Non m'intendo che mi vogliate male; ma ormai non ho a far altro che starmi colla rocca in un cantone; sono un soprosso per voi!…

—Oh Signor Iddio! abbiate compassione di lei e di noi!… Damiano proruppe, con tale un accento che fece rabbrividir Celso, la sorella, e toccò anche l'inacerbito cuore della madre.—No, seguitava, non posso tacere; voleva nascondervi la verità, o dirla più tardi che potessi. Ma ora, voi me la strappate. Non voi, non voi partirete di qui, madre mia! Ma io, io, povero pazzo, sarò quello chè v'abbandonerà, e presto: è finita per me…. andrò dove mi manda la sorte…. partirò soldato.


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