—Santa Provvidenza! esclamò la madre. Non è vero, non può essere! io lo so di sicuro che sarai salvo; me l'hanno promesso. Sei tu, Damiano, che mi vuoi abbandonare; ma Dio, vedi, ti castigherà!
—Andate là, buona donna: riprese egli amaramente: vivete in buona fede; sono i signori che mi proteggono; sono io che v'abbandono, io che doveva lavorare, guadagnar la vita, fare il garzon di bottega, il fabbro, il falegname…. e che invece…. sono sempre stato un pan perduto.
—Per carità, Damiano, quietati: diceva la Stella: vedi in che stato è la povera mamma, come trema, come ti guarda!
—È il dolore che ti fa parlare: soggiungeva Celso dal canto suo, col cuore straziato. Tutto non è ancora perduto; e tu fai torto a te, al tuo buon senso….
—No, no, vi dico; la mamma ha ragione; e Dio castiga me e voi insieme perchè non ho fatto il mio dovere. Maledetta illusione!… maledetta superbia!… Se avessi avuto anch'io il coraggio che hanno tanti, che han tutti, non saremmo a questo termine!… Oh mamma, avete ragione; Dio mi castiga, l'ho meritato. Abbandonerò la mia casa, questi luoghi, questo cielo che pareva mi parlasse; andrò lontano, lontano, non tornerò più…. Celso farà lui quel ch'io doveva…. Ma, dopo un pezzo, quando penserete a Damiano, oh! gli perdonerete allora, ditemelo! e gli farete un po' di luogo nel vostro cuore; e qualche volta parlerete di lui colla Stella, e con Celso, non è vero mamma?… Lasciate ch'io la porti con me quest'idea che potrà darmi un po' di gioja, farmi dimenticare anni e anni di solitudine e di schiavitù!
Piangeva Stella; sua madre, senza piangere, senza parlare, si levò dalla seggiola, e aperse le braccia al figliuolo: Damiano vi si gettò con tutto l'abbandono dell'amore e del dolore.
Celso guardava commosso quell'abbracciamento; e l'atto con che poi rivolse gli occhi al cielo, fu come una preghiera. Oh! il Signore, in quel punto, avrà benedetta la povera famiglia.
Venuta la sera, Celso doveva tornarsene alla casa del suo superiore e maestro; Damiano ve lo accompagnò. Cammin facendo, i due fratelli si contraccambiavano confidenze e conforti; ma la mestizia di Damiano era cupa; egli ruppe più di una volta in parole d'ira e di maledizione. Prima di lasciare il fratello, a pochi passi della canonica di san ***, gli serrò con forza la mano, e:—Quando non sarò più con voi, gli disse, penserai tu alla mamma, alla Stella, al nostro buon nome…. Giura, fratello, giuralo per l'ora in cui morì nostro padre, guai a chi tocca il suo nome!
All'Ave Maria, tornò a casa; scrisse due lettere, una al signor Lorenzo, l'altra al suo vecchio amico il pittore: non aveva più cuore di rivederli.
V'ha de' momenti in cui l'anima, nella solitudine, nella notte, sente in un punto tutto il peso della vita, e patisce della stessa sua forza, il pensiero. Allora la vigorìa, la gioventù, il dolore vinto non contano più nulla; la ragione abbandonata a sè medesima, non sente più l'alito dell'affetto, ride delle lagrime, perchè essa non sa piangere; divora in un momento molti anni di vita, nè altro rimedio ai mali sa trovare che il disprezzo, veleno dell'egoismo; ovvero la più stolta delle consolazioni, il dubbio e la necessità del male.
Dire lo sgomento, i terrori, l'agonia che provò Damiano in quella notte, non è possibile, nè forse parrebbe cosa vera. Tutto il sentimento che fino a quel dì l'aveva fatto forte contro la trista vita, in un istante era svanito; tremava di sè, de' suoi pensieri; poi, con un soprassalto di paura volgevasi indietro, sentivasi perduto; e peggio ancora, si sentiva vile; e desiderava di morire.
Morire?… Questa parola gli mise il bujo nella mente; ma una volta che la terribile idea gli stette dinanzi, non potè più scacciarla da sè. Dopo lunghe ore di febbre morale, di martirio, al cospetto di quel futuro che non gli bastava l'animo d'incontrare, non pensò più nè al nome di suo padre, nè alla madre o alla sorella, infelicissime. Accosciato sulla sponda del letto, serrate al petto le braccia, pallido, immobile, si sprofondò in quel solo pensiero: poi, levatosi lentamente, guardossi attorno come chi commette un delitto, fece due o tre giri nella stanza, e con un sorriso forzato, quasi frenetico, mormorò:—Ho vissuto abbastanza per capire che cosa è la vita; nessuno saprà nulla di me, mai più!…
Aveva risoluto di fuggire, d'andare a morir dimenticato, lontano da casa, in un paese, dove combattendo per una patria non sua, potesse presto finire la vita; pensava di sottrarsi così alla sorte che lo aspettava, a un sagrificio per lui insopportabile.
La lucernetta che spandeva una luce moribonda sulla tavola sparsa di carte, di disegni e libri scompigliati, mandò un improvviso bagliore; la fiammella allungossi come una lingua di fuoco; e si spense. Dai piccoli vetri della finestra cominciava a penetrare il primo indistinto lume dell'alba.
Allora Damiano sospirò, un brivido mortale gli corse per l'ossa; soprastato alquanto, levò gli occhi al cielo; ma la testa gli ricadde sul petto: l'ultima voce della speranza non ebbe virtù di uscir del suo cuore.
Si levò risoluto per partire; ma, passando dinanzi la porta socchiusa dell'altra stanza, il pensiero di quelle due creature che sole lo amavano sulla terra, quei pensiero che tacque tutta notte, gli parlò allora, e sì forte che sentì di non potere staccarsi dalla vita senza dare un muto addio, senza contemplar per l'ultima volta coloro a cui volle ma non seppe rendere un solo giorno felice.
Entrò pianamente: la cortina dell'alcova era sollevata; il respirar greve della madre dormente gli veniva all'orecchio. Si fece innanzi; e il cuore battevagli più forte. Vide la Stella che inginocchiata a piedi del letto di sua madre, abbandonato il capo e le braccia sulle coltri, dormiva. Era in guarnellino succinto; mezzo disciolta la treccia, e giacente in quell'atteggiamento in cui vediamo talora scolpito un angelo che piange sovra una tomba. La buona fanciulla aveva continuato a lavorare silenziosa fino a tarda notte; poi, messasi in ginocchioni a pregare presso il letto materno, il sonno era venuto a trovarla in mezzo alla sua candida orazione.
Una soavità inesprimibile toccò l'animo di Damiano: quella vista fu come un avviso del cielo. Gli parve che un peso gli fosse tolto dai cuore; i cupi pensieri che aveangli dato tortura, che lo avevano condotto a disperato proposito, cominciarono a dileguarsi, come nebbia che vapora, al raggio dell'aureola che pareva circondar l'innocente addormentata. La Stella forse sognava in quel punto del fratel suo; e in sogno pregava ancora.
Damiano sospirò profondamente; quand'ecco, la giovinetta sorge d'improvviso sbigottita: poi riconoscere il fratello, gettarglisi al collo con tutta la forza del dolore, come se negli accesi sguardi e nella pallida faccia gli avesse già letto l'ascoso disegno, fu un momento. Non si dissero cosa alcuna, ma i loro occhi si parlarono e l'anime si compresero. Mentre Stella lo teneva abbracciato, Damiano si sentì tornar in cuore la pace; gli parve quasi si riaprisse il cielo per lui. Trovandosi fra le braccia di sua sorella, udendo la madre che, risvegliata in quel punto, chiamavalo a nome, più non seppe spiegare a sè stesso come, un momento prima, avesse potuto pensar di fuggire, di morire. Fatta la mattina, levate le donne e messo un po' d'ordine nella casa, Stella indossò il piccolo scialle e il suo velo; poi facendo per uscire, come soleva quando non la pressasse il lavoro, ad ascoltare una messa in Duomo, s'arrischiò di pregare il fratello che venisse con lei e colla mamma. Damiano, che da lungo tempo non era più entrato nella casa del Signore; udì quell'invito come una inspirazione:—Oh! tu non sai, disse, il bene che m'hai fatto!
Andò egli pure con loro, e là sotto gli archi del Tempio maestoso, dove fanciullo aveva trovate le prime speranze e le splendide immagini dell'arte, si prostrò dinanzi al tabernacolo, depose nella preghiera il segreto dell'anima, chiese colle semplici orazioni che gli aveva insegnate sua madre perdono e soccorso da Colui che, dopo avergli data la sua parte di dolore, gli dava allora quella consolazione.
Tornarono a casa; e Damiano sentivasi tutt'altro da quel di prima. Cominciò a figurarsi meno trista la propria sorte, tornarongli in mente i nomi di tanti che, prima del suo, erano usciti dall'urna de' coscritti; e trovò in sè stesso la forza di rassegnarsi al destino. Quel dì e i seguenti spese a metter in regola le poche faccende della famiglia; parlò col signor Lorenzo, a cui volle confidare l'ultimo frutto de' suoi guadagni di quell'anno; finalmente andò anche dal pittore Costanzo, a pregarlo d'informarsi qualche volta de' suoi, e di dargliene poi notizia, quando fosse lontano. Poi, stette ad aspettare che il giorno della visita del militare e quello della partenza, venissero; e bramava che la sua sorte fosse, quanto più presto, decisa.
Già da parecchie settimane, il giovine Rocco più non era tornato a visitare, come soleva, gli amici suoi. Damiano e le donne non sapevano che pensarne; quand'ecco, una mattina—era alla fin d'aprile—s'apre la porta, e tramutato di sembianza e di vestito, da non conoscerlo più, lo vedono comparire.
—Signora Teresa, signora Stella! diss'egli con voce timida e commossa: vengo a salutarvi, perchè… men vo lontano di qui, dove Dio vuole.
E stesa loro una mano, col rovescio dell'altra rasciugossi una lagrima. Era vestito d'una casacca nuova di tela grossolana; portava le uose nere e male assettate alle gambe, e sul berretto alla soldatesca, cucito in rosso il numero 8. Una gioja schietta gli sfolgorava dagli occhi di quando in quando; ma un misto di tenerezza e di non so qual vergogna lo faceva arrossire, gli troncava a mezzo le parole. A un tratto si fermò su' due piedi, come aspettasse che gli dicessero qualche cosa; e appoggiando il rovescio della mano al berretto, storpiò in modo burlesco il saluto del soldato.
Damiano era uscito; e le donne sulle prime non seppero spiegarsi quella metamorfosi del dabben giovinotto. Ma quand'egli, impacciato a parlare più ch'esse nol fossero a comprenderlo, balbettò che quel dì partiva collo schioppo e col zaino; e quando porse loro in un foglio con un gran sigillo non so che carte per Damiano, e fatta una giravolta sui talloni cercò d'imboccar la porta; allora la verità fu come un lampo per la Stella. La quale, correndo a lui col volto bagnato da lagrime di gioja e di riconoscenza, non potè stare dall'abbracciarlo come fratello, dicendogli:—Che il Signore ti compensi, o nostro amico, o nostro protettore! Egli accetti il tuo sagrifizio, Egli solo ti può benedire.
E ciò detto, lasciò con angelica espressione d'affetto cadere la testa sul cuore semplice e sublime di Rocco.
Arrossì il poveretto fin nel bianco degli occhi, si confuse, volle dir qualche cosa, e non lasciò capir altro che questo:—Quel ch'io fo, me lo insegna il mio buon angiolo!
E togliendosi bruscamente alle inchieste, alle premure, alle benedizioni della madre e della figliuola, per tema che Damiano tornasse troppo presto, aggiunse:—Pregate qualche volta anche per me, che non ho conosciuto nè padre, ne madre; a cui nessuno, fuori di voi, ha voluto bene!
E se ne andò difilato, senza aver coraggio di volgere indietro la testa.
Aveva lasciato alla vedova le carte che dichiaravano essere lui entrato al servizio militare in luogo di Damiano: e la mattina appresso, col cuor leggìero e contento, e colla persuasione di aver fatto la cosa più naturale del mondo, partiva cogli altri coscritti per lontane contrade, onde forse non doveva tornare mai più.
Fine del tomo primo.
Vol. 2.
1850
Capitolo Primo.
Che sarebbe mai la vita, se l'uomo non portasse con sè quella consolazione che da nessuna filosofia gli può esser data, ma ch'è più vera d'ogni filosofia, la speranza del bene? E dove andrebbe il figliuolo del povero a cercar la ragione della onestà e del coraggio, la sua allegrezza e la sua pace, la forza della fatica, l'affetto de' suoi, se non avesse la speranza, quella virtù bella come la fede, forte come l'amore?… Ah sì, tutti dal primo all'ultimo, dobbiam respirare e soffrire per qualche cosa di più grande, dì più vero, che non sia la giustizia di questo mondo.
La scuola severa delle nazioni, il cammino dell'incivilimento, quel progresso, di che tanto si scrive e si ragiona al nostro tempo, generano verità che, per esser feconde, debbono maturare nel popolo. Coloro che han cuore di rinnegar questo bisogno di libertà e di giustizia che ovunque si fa sentire, e coloro che non sanno levarsi col pensiero ad un'altezza, dalla quale l'individuo col suo egoismo e colle sue piccole passioni dispare nell'immensa luce del vero, e il mondo si presenta allo sguardo, qual fu da principio, l'opera di Dio, maledicono l'avvenire, s'attaccano ostinati al passato; e incapaci del sacrificio, adoperano a seminare odii, vendetta e corruzione, quasi per far necessaria e perpetua in terra la legge di Caino. Ma invece è scritto:—«Il ricco e il povero si scontrano l'un l'altro: il Signore è quello che li ha fatti tutti.»
Un anno vede passare uomini e cose; ma Dio non le perde di vista. Un anno passò, da che nella famiglia di Damiano eran succeduti i pochi e oscuri avvenimenti narrati fin qui; pochi e oscuri, ma pieni di contrasto, di dolore, e che potevano esser cagione d'altri affanni, d'altra miseria. E in quell'anno la disgrazia, che s'era dapprima ostinata nella sua persecuzione, pareva come averli dimenticati nella povera vita che menavano, sdegnosa forse di mettere a più dura prova le anime semplici e coraggiose che di buon'ora s'eran fatte dimestiche con essa. Anzi in quel tempo il cielo s'era fatto sereno anche sopra di loro; e come par più lucido e bello il cielo dopo la tempesta, così anche la vita, ben che di molto non fosse mutata per essi, passava almeno più tranquilla e più contenta; e poche liete vicende avevano posta ne' lor cuori quella confidenza del futuro che nessuno può promettere lunga e certa sulla terra, ma che pur sempre è grande ajuto a' buoni.
Non vo' già dire che alla nostra piccola famiglia fossero mancati in quell'anno giorni d'angustia e d'amarezza; e prima di riposare nella tranquillità in cui la ritroviamo al ripigliar del nostro racconto, aveva contate novelle disavventure, attraversate altre prove: il patimento e la disperazione erano entrati un'altra volta nella casuccia; e là s'era tribolato, s'era pianto e pregato ancora.
Damiano, allorquando seppe l'incomparibile sagrifizio che il buon Rocco aveva fatto per lui, non volle a nessun patto accettarlo; e senza por mente alle lagrime, agli scongiuri de' suoi, si profferse alle autorità per rompere l'obbligazione assunta in sua vece dal compagno; corse di qua, di là, ma non ne venne a capo, poichè tutto era in regola; e lo stesso signor Lorenzo, senza nulla dirne, aveva dato mano al buon garzone nel mandare innanzi quel suo generoso proposito. Altro rimedio dunque non vi sarebbe stato che d'arruolarsi egli pure in compagnia dell'amico, il quale per parte sua giurava di non voler lasciare il servizio militare, nel quale s'era fatto scrivere—diceva—proprio per genio e ardor guerriero. E poi il battaglione dei nuovi coscritti era partito; e non ci volle meno di tutta l'autorità ed eloquenza del vecchio commilitone del padre suo per distorre Damiano dall'ostinata volontà di dividere la sorte dell'uomo che aveva offerto la propria per la libertà di lui. Inoltre, l'antico soldato nutriva in segreto altri disegni sul figliuolo di Vittore; e per qual sia cosa non avrebbe sostenuto di lasciarlo partire; senza dir poi che, al suo modo di vedere, avrebbe creduto di far troppo oltraggio alla memoria del velite amico suo.
Ma l'interno scontento e l'urto di tanti e contrarj affetti, oltre ai travagli durati in quel tempo, avevano rotto le forze di Damiano; e una violenta febbre che lo sorprese fu quella, più di tutto il resto, che vinse l'ostinata sua ripulsa e gli fece consentire che Rocco avesse a dare otto anni della sua vita per lui. In questa non breve malattia, Stella, buona e amorosa consolatrice, non si distaccò mai dal suo capezzale; e Damiano, ch'era sempre taciturno e tetro, lasciava sfuggir qualche volta un leggiero sorriso d'amore appena la sorella venisse a sedergli a lato, e cercasse coll'ingenua dolcezza delle sue parole spargere qualche balsamo sull'anima sua malinconica e ferita. Ella sola poteva comprendere ciò che Damiano patisse; ella sola poteva avere la forza di soffocar l'angoscia e distrarre dall'inquieta mente del malato i fantasmi che l'assediavano tuttora, e che, al rincrudir della febbre, parevano pigliar rapido moto e sembianze più strane.
Già da prima Damiano avea giurato di dire addio per sempre all'arte, l'unica e la più cara cosa che fino a quel dì avesse avuto sulla terra: poichè fallire il primo passo, vedersi innanzi ogni dì più grandi dubbiezze da superare; i pericoli da vincere; la mancanza di una guida severa e forte, che lo reggesse sul principio del difficil sentiero; e più ancora la tirannia del bisogno che gl'imponeva di lavorar senza posa, per sostenere la sua e due altre vite a lui più care della sua; tutto l'aveva persuaso di rinunziare al primo suo sogno di gloria, e di mettersi senza dimora per qualche sicura e facile via che gli desse modo di trovare un pane quotidiano. La voce del dovere aveva parlato più forte; la ragione rinvigorita gli dimostrava che l'artigiano, se pure attivo e onesto, può esser utile, può esser grande nella mediocre sua sfera, meglio che il tronfio artista il quale prostituisce l'ingegno alle fastose passioncelle o alle lascivie della moda; meglio che il ricco, il quale si stima filantropo e tutore delle arti perchè getta alla cieca il suo oro a que' che si vendono, corpo e anima, a' suoi pranzi, alle ville, alle feste, vili peggio di que' giullari e di que' nani e buffoni che facevan codazzo a' tirannelli del medio evo, per diradar con motti e piacenterie le nebbie della lor noia. Damiano dunque si rassegnò, poichè gli veniva manco e tempo e studio e libertà, a cercarsi un'arte più umile, per la quale bastasse aver onestà, buone braccia e volontà costante.
Ma, caduto malato, gli convenne aspettare a mettere ad effetto il suo proponimento; e intanto la perdita del povero pittore Costanzo, di quel suo amico e maestro, che andava di lui così superbo, questa perdita che Stella voleva, ma non seppe, tenergli nascosta, aveva cresciuta la sua tristezza sì fattamente, che non parlò più del passato, e si consolò quasi d'aver rinunziato a tentare di riuscir grande nell'arte.
Appena si riebbe dal male sofferto, Damiano volle pagar l'ultimo tributo del cuore all'uomo semplice e virtuoso ch'egli aveva amato come fratello, venerato come padre; e andò al cimitero di san Gregorio fuori della porta Orientale, dove avevano sepolto, dopo il più gretto mortorio, il vecchio pittore. Quest'uomo, rimasto solo al mondo, poi ch'eragli morta la moglie e morto il figliuolo, aveva veduto svanire ad una ad una le sue liete aspettative; eppur seppe conservarsi nell'anima modesta le giovenili illusioni, l'ilarità e la pace d'una vita cominciata e compiuta in una nuda e antica soffitta, dinanzi al suo emerito cavalletto, a' suoi vecchi e polverosi modelli di gesso, non lasciando nessun desiderio quaggiù, fuor quello di potere avanzar tanto da andarne a morire a Roma, nella città eterna, nella patria degli artisti, com'egli usava dire. Damiano versò una lagrima sulla recente fossa dell'amico, e gli dolse di non averlo potuto vedere negli ultimi momenti, dubitando fosse morto col pensiero di essere stato, come da tutti, anche da lui dimenticato.
Un mese di poi, il giovine aveva cominciato una novella vita, e si sentiva contento della fatta risoluzione. Egli s'era allogato nell'officina d'uno de' più stimati intagliatori in legno che fossero nella città. E come, appunto di quel tempo, vedevansi tornate in onore, nelle case de' signori, le antiche suppellettili scolpite a fogliami e rabeschi, porte, specchiere, cornici fornite di bizzarri emblemi, di fiori, di puttini, di sfingi e di tutti i capricci dall'arte partoriti nel secolo del Bernino, il nostro Damiano, il quale conosceva per genio naturale e per istudio il disegno d'ornamenti, e avea somma facilità nell'abbozzar figure e fregi con novità e buon gusto, fu accolto, festeggiato dal padrone dell'officina, e posto di subito alla testa degli altri artigiani, affinchè ne vigilasse e dirigesse i lavori. Egli allora, volendo proprio riuscire a bene in quest'arte, comechè fosse la men lontana dagli studii da lui fatti e amati tanto, imprese a ricercar più attento come potesse acquistar quella maestria che aveva pur bastato a dar nome e fama a non pochi. Anzi, persuaso quanto sia facile, in questo genere dell'arte, il cadere nel lezioso, nel trito, nel falso, pose studio soprattutto ai modelli de' famosi fregi che sono ancora la maraviglia di chi li vede dipinti nelle logge del Vaticano e a cui die' nome Raffaello; s'innamorò di quel sapor d'arte antica che il Cellini trasfuse nelle sue delicate e stupende invenzioni; e cercò, per quanto era da lui, che tutte le opere lavorate nell'officina del suo principale avessero non so qual rimembranza di quella gentilezza d'arte italiana, che mai non potè scompagnarsi dal vero bello. In questo modo ogni più piccola opera che si fosse, ogni arnese, quantunque comune, dalla più modesta cornice di legno fino all'ampia seggiola stagliata, allo scolpito padiglione e alla superba scansia adorna di statuette e di stemmi, non usciva dal negozio del signor Natale, senza chiamar sopra di sè l'attenzione de' committenti, che vi trovavano eccellenza di pensiero e di fattura.
Così ben presto, la ricca bottega del signor Natale l'ebbe vinta sulle altre rivali in quell'arte; le commissioni, in pochi mesi, eransi più che addoppiate; parecchi fabbricatori e negozianti di suppellettili forestiere (come bisogna fare, per accontentar lo svanito gusto di tanti ricchi che aggrinzano il naso, solo al sentirsi proferta merce del paese) facevano di nascosto lavorare in quella fabbrica ogni sorta d'arredi e d'ornati, che poi vendevano a gran costo, come preziose novità venute di Parigi e di Londra; la perfezione del lavoro cresceva il diritto d'elevarne il prezzo, e quindi rendeva agevole di compensar meglio i buoni artigiani. Tutto questo il signor Natale lo doveva allo zelo, all'attività del nuovo commesso: di modo che, dopo i primi mesi, per tenersi sempre più a' propri negozii, s'indusse ad aumentargli la mercede, da tre a quattro lire al giorno, lasciandogli anche sperare di più, se l'industria avesse a continuar per quel buon cammino.
Ormai Damiano vedevasi più contento della propria condizione. La povertà, che prima aveva tenuto lui e la famiglia nelle sue strette, più non gli fece spavento, dacchè vide che col volere e colla rassegnazione un uomo può bastare a sè stesso ed a' suoi quando che sia. Gli artigiani, de' quali era il capo, gli volevano bene, perchè si mostrava amorevole e buono con loro, e studiava di tenerli in onore; sua madre e sua sorella, che per lui avevano cominciato a contar giorni migliori, non ristavano dal benedirlo, e vivevan contente della sua contentezza, vedendolo ogni dì, quanto prima era malinconico e sdegnoso, altrettanto sereno e in pace.
La bottega del maestro intagliatore era situata in una delle più larghe e frequenti corsìe, grandiosa, ben ordinata, fornita di macchine e modelli d'ogni maniera, sì che poche di simili, o nessuna, tu n'avresti trovato in Milano. Vi si contavano da trenta e più operaj, distribuiti a' diversi lavori d'intaglio, secondo che volevano esser fatti da mani più o meno adatte ed esperte; ma posti tutti quanti sotto la vigilanza di Damiano, il quale avea l'incumbenza di capo-disegnatore. E quegli operai, giovani la maggior parte, gli obbedivano tutti di buon grado, comechè egli se li tenesse quali amici e compagni, non esigendo da loro che puntualità, attività e concordia.
Eran sei mesi che il giovine si trovava così allogato nella sua novella condizione; e poteva dirsi veramente che l'officina avesse mutato faccia del tutto; poichè l'artefice, al cui luogo era entrato Damiano, non sapeva, un po' pel rozzo costume e un po' per ignoranza dell'arte, tenere imbrigliata quella mano d'uomini d'ogni stampo, che si ridevano di lui e s'eran fatti pressochè tutti rissosi e beoni. Ma quando Damiano venne e li conobbe, volle che, prima d'ogni cosa, fosse data licenza ai cattivi; e rinnovata così la piccola schiera degli operai, tutto camminò in breve a dovere.
I lavoratori erano separati in tre vasti locali a terreno, ben rischiarati da alte e frequenti finestre; le tavole de' modellatori, degl'intagliatori e dei semplici falegnami si succedevano in lungo ordine; cosicchè ciascuno a parte accudiva al proprio lavorìo, e pur tutti in una stavano sotto l'occhio del padrone, a cui bastava di venire a quando a quando sul principale ingresso dell'officina, e di volgere uno sguardo all'ingiro, per accertarsi in un momento come la faccenda non potesse camminare in modo più ordinato e pronto. A capo dell'officina, sopra un rialto ricinto da un cancello di legno, era il piccolo studio di Damiano; il quale, stando colà a disegnare, a rivedere o correggere i disegni preparati da' modellatori, teneva sempre l'attenzione su tutto l'andamento della manifattura, e bastava colla sua presenza a metter freno a que' tumulti e guaj che qualche volta, sebben di rado, venivano a nascere.
Così, al paragone di quella ch'era stata prima, la fabbrica del signor Natale era diventata un modello d'ordine, e di puntualità, cotanto può sopra le inquiete e resistenti volontà di molti la mitezza e il buon senno d'un solo, allorchè con sincerità e benevolenza non calpesti ma consigli, non rampogni ma persuada coloro a cui tocca obbedire.
I giorni operosi e alternati dalle cure diverse del novello stato fuggivano lieti e uguali al buon Damiano. Ogni mattino, trovandosi al suo scrittojo, in mezzo alle sue cartelle di disegni, a' pochi libri dell'arte sua e alle svariate e fantastiche creazioni della matita e del pennello, circondato da brava gente, fra cui non era un solo che non sarebbe, come si dice, ito nel fuoco per lui, sentiva vieppiù cara quella contentezza che viene dal dovere adempito e dalla virtù confidente nella riuscita; e ringraziava la Provvidenza che gli avesse fatto in tempo rinunziare a più alte, ma più dolorose speranze. Quando poi, la sera, ritornato a casa, trovava la vecchia mamma intenta ad apparecchiar quel desinare che la fortuna rabbonita le concedeva di non rifiutarsi, quando udiva la sorella canticchiare in armonia col canarino che rispondevale dalla gabbia sul davanzale, o la vedeva inchina al telajo trapuntar frettolosa, per non perdere gli ultimi raggi del sole morente dietro le aeree guglie del Duomo; allora, superbo quasi di pensare che quella modesta pace era opera sua, egli provava una gioja non mai gustata, non pur creduta in addietro, e gli spuntava negli occhi qualche lagrima di tenerezza. Anche la Teresa, da parecchi mesi rinfrancata di salute, più non aveva indosso quell'umor tetro e increscioso che già l'intristiva: e se ora, per gli anni cresciuti e per la vista che andava scemando, non reggeva più ad agucchiar tutto il dì com'era usata, godeva almeno di star sempre in faccende, qua e là per la casa, e di pensare a cento cose: dappoichè quel ch'era guadagno de' figliuoli era pur suo bene; nè più si vedeva stretta a darsi passione, ad anfanare in tutto per non morir di fame.
Allorchè poi all'onesto giovine riusciva con qualche risparmio, o regaluccio del principale, di poter comperare un vestitino di percallo od un cappellino di paglia per la sua Stella, ovvero uno scialle di lana color marrone, od una scatola da tabacco per la mamma, era in casa una festa, un'allegria per tutta settimana. Quelle anime eccellenti avevano perduto quasi la memoria delle disgrazie passate; e senza spavento di que' giorni in cui avevano dovuto lottar contro la povertà e l'infamia, e che potevan tornare, confidavano nel Signore e lo ringraziavano di non averli dimenticati. Il segreto poi della Teresa era il pensare al tempo non lontano in cui Celso, detta la prima messa, avrebbe ottenuta qualche piccola parrocchia in campagna e un loghicciuolo; e là avrebbe con sè raccolta tutta la famiglia.
Capitolo Secondo
Ma in mezzo a giorni così utili, così buoni, così lieti, la nostra famigliuola era stata un poco conturbata da due avvenimenti, i quali parevan di poco conto, nulla avendo di straordinario, e che invece furono gli anelli a cui doveva riannodarsi la catena delle disgrazie che l'aspettavano ancora.
Un giorno, Damiano passava dalla fabbrica allo studio terreno del signor Natale, situato all'opposta parte del cortile, recando seco il libro giornale delle fatture, com'era la pratica, affinchè il principale lo rivedesse, innanzi di pagar le mercedi agli artigiani. Appena messa la mano sulla maniglia della porta, gli vennero all'orecchio due voci alterate e violente: una era quella del signor Natale; l'altra voce, aspra, imperiosa non parvegli nuova; ma non sapeva ricordarsi dove l'avesse udita la prima volta. Egli stava per ritrarsi, allorchè il principale, accortosi d'alcuno che veniva:—Signor Damiano, gli disse, siete voi? fatevi pure innanzi, ho a parlarvi.
Il giovine entrò; e alzando gli occhi sulla persona che stava rimpetto al suo principale con albagìa e disprezzo, si sentì rimescolar tutto il sangue, e un rossore improvviso corrergli al volto, e una nebbia coprirgli la vista. Si fermò, fece forza a sè medesimo per contenersi e tacere: aveva già compreso che quel signore stava dibattendo col padrone, per ritardargli forse d'un altr'anno il pagamento di costose commissioni d'arredi e forniture, per le quali da gran tempo era suo debitore. Ma quando lo sguardo di questo signore s'incontrò nello sguardo di Damiano, la parola gli fu tronca sul labbro; la lunga polizza che teneva in mano spiegata gli sfuggì dalle dita, e involontariamente abbassando gli occhi dinanzi al lampo d'ira che fiammeggiò in quelli di Damiano, divenne bianco come un panno lavato. Le parole altere che stava per dire al negoziante finirono smozzicate in un garbuglio di frasi che non volevano significar nulla.
—Che c'è di nuovo, signor mio? disse il negoziante, strabiliando, nè sapendo come spiegare quell'improvviso mutamento di tuono, quella sprezzante signoril pretensione caduta di botto al sorgiungere di un testimonio.
—Nulla, nulla, nulla: balbettò quel signore: non fo per dire…. stava pensando…. credeva…. anzi non dubitate…. pagherò subito…. venite voi stesso, ma voi, sapete, entro domani…. anche quest'oggi, se volete, a casa mia…. e vi saranno puntualmente sborsate le milleduecento lire….
—Quando parla così, ha ragione, signore! riprese il negoziante: mi scusi, veda, mi scusi un po', se ho dimenticati i riguardi; vede bene, noi contiamo sui crediti grossi; sono i nostri capitali. Ma le ripeto, mi perdoni; e se mai non le tornasse comodo così subito, aspetterò qualche giorno ancora.
—No, no, venite pure domani…. vi aspetto e vi saluto.—E come si trovasse in aria non respirabile, ansante, trasudato, si tirò indietro fino alla porta, che pareva quasi gli mancasser sotto le gambe. Damiano crollò il capo in atto di compassione; tutto lo sdegno, che alla prima gli avea gonfiato il cuore, svanì; e pensando all'anima vilissima di colui che fuggiva spaurato da una sola sua occhiata, volle risparmiargli maggior vergogna, e non rispose al suo principale che, non sapendo capir nulla, gli domandò se conoscesse quel signore.
Era colui il cavalier Lodovico, quel giovinastro che un anno prima aveva creduto di poter facilmente tirare a male la sorella di Damiano. Egli era divenuto marito scioperato ed elegante; nella sua casa, addobbata come impone la barocca arte rediviva del seicento, passava per un de' tipi dell'uomo di moda. Dopo il suo matrimonio e i viaggi e la cresciuta boria e l'eredità del titolo e del censo paterno, il cavalier Lodovico non aveva più riveduto il giovine che un giorno, in casa sua, non temè di gittargli una sfida e di chiamarlo assassino. Forse più non pensava a quella insipida avventura. Ma il trovarsi, allorchè meno s'attendeva, al cospetto d'un uomo ch'egli doveva odiare più di qualunque altro, comechè il suo cuor di coniglio gli togliesse di guardarlo in faccia due volte; il pensar che colui poteva, quando che fosse, rovesciarlo dal piedestallo su cui con tanta pena erasi arrampicato, bastò a fargli quella mattina lo strano effetto che vedemmo.
Al punto d'uscire, il cavaliere per mala sorte inciampò, e barcollando volse indietro uno sguardo, quasi per cercar chi l'ajutasse a tenersi in piè: il signor Natale, buon uomo, s'alzò e a lui corse, temendo non cadesse per male improvviso; se non che Damiano, il qual sapeva il vero male di lui, stese il braccio e trattenne il negoziante, lanciando in quella al signor cavaliere una fredda occhiata. E con un sogghigno di più fredda ironia: —Lasci pure, disse, signor Natale, non s'incomodi; il signor cavaliere ha messo un piede in fallo!
Egli se n'andò; ma nel suo petto bolliva l'odio, e come tutti i vili, da quel dì cominciò a pensare di tirar sicura e nascosta vendetta di quella umiliazione.
Damiano ebbe il cuore di non ispiegare qual fosse il segreto di siffatto incontro al principale, che, sospettando qualche cosa, ripeteva le inchieste; nè la sera, quando tornò a casa, ne fiatò co' suoi, quantunque la sola vista di quell'uomo avesse rinfrescata nel fondo del suo animo la vecchia ruggine e il primo dolore di un insulto non rincacciato in gola a chi lo fece. Egli, in faccia a quell'uomo sentì per un minuto la gioja d'averlo quasi fatto sprofondar nella vergogna con un'occhiata, con un sogghigno; ma, passata codesta fiera voluttà d'un istante, la memoria del passato prese a tormentarlo, e ne fu per più giorni travagliato.
Non era corsa più d'una settimana da quell'incontro di mal augurio, quando un dì, poco prima dell'imbrunire, partendosi dal negozio innanzi la solita ora, e sboccando nella piazza Fontana all'angolo della casa, ove continuava a dimorar la famiglia, gli parve vedere svoltar nel portone un'altra persona, colla quale da lungo tempo non s'era incontrato. Era colui ch'egli riguardava a ragione come l'autore di tutto il male ch'era toccato a' suoi, l'unica persona forse, per la quale egli si fosse sentito capace d'odio; in una parola, il signor Omobono.
Al solo vederlo, una folla di pensieri gli occupò la mente; il cuore gli battè più rapido: e raddoppiò il passo dietro a lui. Aveva subito indovinato che quell'uom tristo, cogliendo la congiuntura della sua assenza, non aveva temuto di ritornare in casa sua; pieno di sospetto che non fosse la prima volta, e che sua madre, debole troppo, potesse dar fede ancora alle di lui infamie, cieco dalla rabbia che lo faceva gelare e sudare a un tempo, gli corse incontro difilato, e lo raggiunse ch'era già a capo della seconda scala.
Allora gli si piantò dinanzi; e levando il capo arditamente, gli attraversò il cammino, e:—Cosa viene a far qui, lei? gli disse.
—Vengo pe' fatti miei: rispose colui duramente: vada per i suoi.
—Non mi conosce più, signore?
—Non so chi sia. Mi lasci andare, dico.
—Non sa chi sono?
—So che lei è un temerario.
—Io son quello che v'ha detto, a voi, di non metter piede mai più in questa casa, se vi premeva il vostro fiato. Vi ricordate?
—Voi siete un matto. Lasciatemi andare o chiamo gente.
—Non chiamerete nessuno; ma darete ascolto a quel che ho a dirvi.
E fattosegli più accosto, gli serrò il braccio con forza convulsiva; sicchè l'altro, temendo un eccesso, si rivolse pieno di spavento per veder se alcuno venisse.
Ma Damiano il tenne forte, e squadrandolo da capo a piè, e crollando il capo, con voce sorda ma pur minacciosa, seguitò:—Noi siamo poveri, ma non abbiam bisogno di voi, nè di chi vi manda. Noi abbiamo la nostra onestà, voi mangiate il pane dell'infamia, e siete peggior del ladro, peggiore fors'anche della spia….
—Guarda che cosa dici! gurgugliò l'altro.
—Il tuo mestiere, io so qual è, o demonio! Ma bada, e tien bene a mente: io ti tengo d'occhio; e lo giuro, per Dio che ci vede, non verrai a capo del tuo mal disegno! Se poi ritorni sulle mie scale, le potresti misurar tutte d'un salto, te lo prometto io….
—Lasciatemi stare!
—Va pure…. ma no, aspetta.—E qui gli diè un altro squasso; onde colui di pallido si fe' livido, e sentì cadersi il cuore nelle calcagna.— Dirai a chi li manda o ti paga, che saprò, se capita, farlo stare a segno anche lui, come adesso te: che se lui annega nell'oro e può comperar la giustizia, io mi farò giustizia da me…. Ora va, cane senza denti, birbone dannato!
Queste ultime parole, dette dal giovine con fiera e chiara voce, come gliele dettò la stizza bestiale che sentiva in quel punto, furono udite da due pacifici vicini che salivano le scale dietro a loro; e punsero sì forte quello sciagurato di Omobono, che non volendo far mostra d'ingollare que' complimenti per verità un po' troppo netti e ricisi, fece un ultimo sforzo; e divincolandosi dalla stretta di Damiano, s'arrischiò d'assestargli in risposta, più saldo che potè, un pugno nelle costole. Ma il giovine gli afferrò colla manca il braccio in aria, e d'un manrovescio gli stampò sulla faccia le cinque dita della destra, e aggiunse:—Questo ti suggelli in capo le cose che t'ho detto, e stieno fra me e te!—L'altro n'ebbe di soverchio, e urlando per doglia e per rabbia, fece gli scalini a tre, a quattro; sceso più presto che non fosse poco innanzi salito, nascose la faccia nello scontrar que' due ch'erano stati a caso testimonii della fine del dialogo.
Costoro, argomentando forse di che si trattasse, ruppero in una risata, al vedere colui che se n'andava così sbaldanzito, come il cane del pagliajo colla coda fra le gambe.
L'incontro del cavaliere Ludovico, e quello del signor Omobono, bastarono ad avvelenare per alcun tempo la pace in che viveva allora Damiano. Egli non lasciò, con quel serio ragionare che usava quando un doloroso pensiero lo rodeva, di ricordare a sua madre le antiche imprudenze e il nuovo pericolo che correva la Stella; le rammentò il nome dì suo padre, e finì dicendo:—Dio non abbandona il povero, quando esso non si vergogna della sua povertà!
Verso quel tempo, eran giunte novelle dall'ultimo confine dell'Ungheria alla nostra famiglia: una lettera sgorbiata di grossi uncini e arpioni, in un linguaggio somigliante più al turchesco e al valacco, che all'italiano, ch'era stata scritta da un dabben sergente transilvano a nome di Rocco; il quale per la prima volta, dopo lungo tempo, faceva saper ch'era vivo a' buoni amici suoi.
Diceva loro, in quella lettera, ch'egli era contento, che la memoria di Damiano e di Stella l'accompagnava sempre in que' paesi luterani, quando, dì e notte, sotto un cielo color di fango, faceva sentinella lungo una riva gelata, alla vista delle nevose lande della Russia. Que' rozzi caratteri commossero Damiano, e fecero piangere un poco anche Stella e sua madre: egli rispose subito al suo lontano amico; disse, come potè meglio, il suo affetto a quel cuore ch'era per lui più che d'amico, più che di fratello; e si arrischiò di mandargli insieme alla lettera una bella doppia di Genova bene incartocciata, ch'era il frutto de' suoi risparmi di quell'anno, dicendogli che l'accettasse per amor suo, poichè tra fratelli tutto ha da esser comune. Il pensare a quell'anima incomparabile mitigò in que' dì il mal talento di Damiano, e riconciliandolo con le oneste gioje della virtù, il ricondusse più alacre e più sereno al quotidiano lavoro della fabbrica.
Una domenica, poco innanzi sera, il signor Omobono, passata appena una settimana dal dì che s'era buscata quella brutta lezione che tuttora gli bruciava la faccia e il cuore, sedeva in compagnia d'un altro, che il lettore già un poco conosce e non ha forse dimenticato del tutto, in una di quelle tenebrose botteguccie di tabaccajo, situate vicino alle porte della città, ne' luoghi poco frequentati, dove gli amici della pipa e del tresette si danno ritrovo per dimenticare i dì, l'un dopo l'altro, in fondo ai bicchieri dell'acquavite.
Il signor Omobono parlava sommesso e gesticolava con certa furia; e il suo ascoltatore, faccia torva, bronzina, con due folte sopracciglia nere e due grigi mustacchi, seguiva col suo sguardo sinistro e con una specie di grugnir sordo le parole di lui, accompagnandole col mover del capo, mentre colle gomita appuntate sul deschetto, batteva a quando a quando l'un contro l'altro i pugni.
—Dunque m'avete ben capito, signor Martini…. diceva l'Omobono.
—Eh! che mi rompete il timpano con questo vostro signor Martini a ogni minuto?
—Via! non andate in bestia.
—C'è bisogno di fare il nome alla gente?
—Lo so che non c'è bisogno, e vi domando scusa; ma già, tant'e tanto, non c'è chi vi possa conoscere; foste una volta il Martini, poi fra Martino, ora siete il signor Martigny: chi vi può stanar di sotto a quel vostro bigio pelo, fuor che il diavolo, vostro compare?
Colui fece un ghigno strano di compiacenza, da disgradarne quel suo compare; e brandendo a mezzo con rapido gesto la grossa canna d'India armata d'un pome di piombo, se la rigirava di sopra il capo, facendo mulinello con certa sua braveria, che scompigliò un poco e fe' bestemmiar fra i denti gli astanti e la bottegaia dal suo banco.
—Badate dunque, ripigliò l'Omobono, di far sì che nessuno sia posto in compromesso. L'amico, lo conoscete, è un magricciuolo, uno scempio, che con un buffetto gli fate baciar la terra.
—Tutto va bene; ma, il sapete, che io non m'immischio in nulla, disse il compagno facendo tonda e grossa la voce, se non ci va dell'onore….
—È un affar d'onore, ve lo dico io…. un grosso affare….
—So press'a poco—e tornava a parlar sommesso—di che si tratta; e non la guardo per il sottile. Quanto all'amico, lo conosco un po' anche lui…. è uno sbarbatello, ma sa il fatto suo; e l'ho veduto io in certa occasione mostrar, come si dice, il viso a chi si sia….
—Sarà! ma tanto più merita una lezione; è un della canaglia….
—Canaglia? piano; un par mio non l'appicca colla canaglia…. E poi, vi dico io che colui non ha cuor di piccione, e morde chi l'addenta.
—Il mio committente, quel signore che sapete…. perchè, torno a dirvelo, io non c'entro per niente in questa storia…. se lo conosco appena colui! e se anche m'avesse fatto del male non tengo l'osso in gola io…. Ma, con uno, come quel tale di cui vi parlava, la faccenda cammina diversamente…. Egli non se la potrebbe pigliare al tu per tu con simil razza…. e non di manco tiene una vecchia partita da saldare…. a qualunque costo. Ma lui…. capite? quando paga, paga bene.
—Questo è il manco! disse il collega scrollando il capo, ma non senza darsi involontariamente una fregatina di mani. Del rimanente, a voi tocca a far nascere l'occasione; perchè io, in questa sorte di cose, non son uso a metter fuoco ai buschi; e per non espormi a' garbugli del poi, non fo mai il provocatore. Voglio che la faccenda cammini chiara, come l'acqua fresca.
—Ci penso io, vi ripeto, e non abbiate paura di nulla: figuratevi, se una persona come voi, un amico, vorrei tirarlo in ballo, senza esser ben certo che ne venga fuori con onore!… Anche a me, mi preme più che non crediate. Così noi siamo, come suol dirsi, sicuri come due principi; e in certi casi, lo sapete, non si ha mai torto; c'è chi serra un occhio.
—Sta bene. Dunque….
—Dunque, mi rivedrete al più tardi domenica ventura: il luogo vel farò sapere. Ma, silenzio, per carità, signor Mar….
—E siam tornati al sicutera, corpo del diavolo!—E qui battè sul deschetto tale un pugno, che turò la bocca al compagno.
—Sia per non detto; un'altra caraffa…. e amici come prima.
—Eh! che del vostro birrone me ne infischio…. è un acquerello che nemanco vale a rasciacquar le gengìe. Fate portar del buon cognac; quello sì m'acconcia lo stomaco.
—Bottega! cognac, del buono.
—Subito! belò la padrona dal banco; e uno sciancato mariuolo, uscendo da un camerotto interno, mise innanzi ai due galantuomini una boccia impagliata e due nani bicchieri arrovesciati sur un vassojo di peltro; stappò la boccia, volse i bicchieri, e li colmò del liquore.
—Alla salute di quell'amico!
—Come volete; e alla nostra!
Il signor Omobono, che aveva fatto l'invito, cominciò a bere a centellini; l'antico maestro di scherma tracannò il bicchiere d'un fiato, e cogliendo il punto che l'altro mise giù il suo, votò pacatamente anche quello, come fosse un cordiale. Poi tolse fuori dalla tasca del lungo pastrano turchino una pipa corta e la borsa del tabacco, empì il camminello, e accostato il brano di una bisunta dama di cuori al lumicino ch'era in un canto della buja bottega, accese la pipa. Assaporando le prime boccate di fumo, si calcò il cappello sugli occhi, e se n'andò in compagnia del suo degno amico.
Capitolo Terzo
In un'angusta e solitaria cameretta dell'antica canonica di san ***, passava intanto i suoi dì, nel silenzio e nel raccoglimento de' sacri studj, Celso il minor fratello di Damiano, sotto la rigida, mortifera disciplina del padre Apollinare, suo protettore e maestro. Già abbiam veduto come quest'uomo, in una certa sfera dell'alta società, fosse riverito e potente. L'ex-frate, poichè egli era tale, sebben da tutti per segno di rispetto fosse ancora chiamato Padre, era venuto da parecchi anni a Milano; ma nessuno sapeva lo scopo della lunga stanza ch'egli vi aveva tenuto. Non era mai stato per certo un luminare della sua congregazione; ma, con una cotale austerità di frasi, col gelido costume, e con una specie di ascetica indifferenza alle cose del mondo, egli copriva forse alti e misteriosi fini. Da gran tempo cercava un'umile e mansueta creatura, della quale potesse foggiar l'animo a suo talento, e sperava d'averla rinvenuta in Celso.
Il buon chierico, aveva passato non breve stagione nell'assidua ubbidienza ad ogni benchè menomo volere del padre Apollinare, ch'egli chiamava suo benefattore; non movendo passo fuor di casa, non distaccandosi mai dai polverosi in-folio che il superiore gli faceva digerire l'uno appresso l'altro; non osando neppur chiedere di visitare la sua famiglia: e non si faceva lecito tampoco d'andarne a leggere l'ufficio della Madonna nell'attigua chiesa, senza la permissione del Padre.
Amava lo studio, amava la pace del meditare; e avendo di buon'ora raccolte le forze della mente e del cuore nella contemplazione delle sacre dottrine, seppe fare di questo studio l'unica contentezza della sua vita, il suo fine. Alla mattina, dopo le funzioni della chiesa vicina, alla quale soleva accompagnare il Padre, per servirgli la messa e attenderlo poi nella sacrestia, se ne tornava a casa con lui; e intanto che il superiore, nel damascato seggiolone a fianco del camminetto, sorbiva lentamente il cioccolatte, egli, seduto dall'altro canto, gli faceva ad alta voce lettura dell'ultimo quaderno dellaVoce della Verità, ovvero delleMemorie di religione e di morale, che il Padre a quando a quando interrompeva con qualche pio commento, fra l'una e l'altra fetterella di pane abbrustolato. Poi Celso ritiravasi nel suo camerino, dove una vecchia fantesca gli recava una scarsa zuppetta di brodo annacquato, solita sua colezione: il povero abate pensava alla mamma, alla povertà di casa sua; e quel magro cibo gli tornava abbastanza saporoso. Si metteva a studiare, e studiava colla quieta delizia dell'anime timide e buone; finchè non tornasse al suo ritiro la vecchia arcigna, per chiamarlo nel salotto. Il Padre gli regalava allora, per mezz'ora buona, una filatessa di consigli e d'avvertimenti morali, sfoggiando di tanto in tanto la quintessenza della sua dottrina teologica, che allo studioso abate, benchè non osasse pur confidarlo all'aria e quasi ne sentisse rimorso, non era mai sembrata gran cosa. Per tal guisa l'ex frate soggiogava a poco a poco quell'anima sì tenera del dovere. I molteplici affari, de' quali il Padre era centro, lo obbligavano ad una estesa e vigile corrispondenza, alla quale ormai non poteva più bastare da solo. Far venire un compagno sarebbe stato il meglio; ma la cosa nè era facile, nè prudente; e poi il Padre non voleva socii, non voleva riscontri. Fu per questo ch'egli aveva deciso di allevare sotto agli occhi proprj e formarsi, per dir così, una creatura, che fosse come cosa sua, attaccata al suo volere, di null'altro curante, sottomessa, muta. E questa fortuna era toccata al buon abate Celso.
Finita la cotidiana spirituale conferenza, il Padre, a un'ora dopo mezzodì, permetteva al suo alunno di tenergli compagnia al desinare; e allora, se pur nol vincesse qualche grave preoccupazione, si piaceva di spogliar la sua scorza austera; allora parlava anche, ma sempre con cauto riserbo, di cose mondane e di cittadini pettegolezzi, a' quali soleva pigliar parte, berteggiando a suo modo, anche la vecchia Dorotea che li serviva. Celso di tempo in tempo metteva egli pure qualche timida parola; ma ogni volta, appena desse ragione al Padre, la serva padrona gli saltava quasi al viso; e dove all'incontro, ch'era di rado, si fosse posto dalla parte di questa, l'ex-frate lo mangiava cogli occhi, strozzandogli in gola gli scarsi bocconi.
Bevuto il caffè, fatto un po' di chilo e un sonnellino, il Padre usciva. E di solito non tornava più a casa fino ad una cert'ora, senza che si riuscisse a sapere nè dove, nè che mai avesse a fare. L'abate intanto saliva al suo stanzino, a' fedeli volumi latini, alle solitarie meditazioni. Verso il tramonto, lo si vedeva attraversare, colle braccia raccolte al petto e gli occhi a terra, l'erboso cortile della canonica; entrar nella chiesa per la porta della sagrestia; e colà, nell'ombra del coro presso l'altare deserto, leggere e pregare fino a quando, data la benedizione della sera, la chiesa rimanesse deserta dagli ultimi fedeli. L'anima di Celso in quelle ore poteva sollevarsi al cielo; pregava per i suoi; domandava al Signore la grazia di camminare per la diritta via, e gli offeriva l'olocausto della sua giovinezza e l'incenso della sua fede.
Anche in questa rigida e monotona vita, Celso sperava e amava; ma nel tempo stesso provava una stanchezza, una malinconia che non di rado mutavansi in dubitanza e terrore. Era l'alito di quell'uomo che aveva cominciato a penetrare il suo spirito; era quell'alito che lo anneghittiva, senza quasi ch'egli lo sapesse. La vera e santa parola della religione non inaridisce i cuori; ma li tempra soavemente al bene; non è parola d'ira e di vendetta, ma di perdono e d'amore.
Celso aveva sortita un'anima sensitiva in un corpo gracile e delicato; e però quella cieca e paurosa dottrina, che insensibilmente gli veniva stillata in cuore dall'ex-frate, gli avvelenava quasi ogni fidanza del bene, e lo prostrava in lunghe e dolorose incertezze. Pensando al passato, la sua mente tornava limpida e sicura; egli sentiva più forte il bisogno d'amare coloro che vivevano e pativano con lui; venerava la memoria di sua madre, non aveva altro desiderio che di vedere i suoi cari, di vivere con loro.
Ma poi, appena udisse la voce del superiore, chinava il capo, adempiva il più piccolo suo cenno; e quasi sempre si pentiva de' pensieri che aveva avuto. Se usciva di casa, camminava timido, rasente la muraglia, raccolto nella breve sua cappa, il viso affilato, pallido sì ma dolce, le labbra smorte e sottili, la testa inchina: avresti detto che volesse fuggir frammezzo alla gente; e sovente faceva sorridere il passeggiero. Ma più d'uno guardandolo, con un segreto senso di compassione, usciva a dire:—Quel povero abatino non vuole arrivar a tempo a dir messa!
Così, per mancanza d'alimento, la sua oscura vita pareva consumarsi nel silenzio, come la lampana dimenticata nell'angolo d'una chiesa deserta.
Il vecchio orologio a pendolo, che spiccava sulla tavola del camminetto, nel salottino dell'ex frate, aveva già battute le sei del dopo pranzo; e contro l'usato il Padre tardava a rientrare in casa. La Dorotea, nella cucina a terreno, seduta presso la finestra, e inforcati gli occhiali sul naso, stava sgusciando semi di popone in un piattello; pareva che intanto biascicasse giaculatorie, ma in vero brontolava per la tardanza del padrone. E l'abate Celso s'era fermato nel salottino, aspettandolo, come credeva dover suo.
Seduto in un angolo, egli teneva fra mano un libretto, col quale aveva fatto da poco tempo conoscenza, e per caso, avendolo ritrovato mentre frugava nella libreria del Padre. Quella lettura, da principio, l'aveva turbato e commosso non poco nelle sue umili convinzioni, mettendo dentro di lui per la prima volta alle prese la ragione e il sentimento: e gli s'era accesa in cuore una fiamma, che facilmente poteva in breve distruggere la semenza sparsa per quasi due anni dalla rigida e gretta parola del Padre. Leggeva, e cadevagli intanto qualche lagrima; una vasta e sconosciuta regione parevagli che s'aprisse dinanzi al suo intelletto. Quel libro era un'antica edizione de'Pensieri del Pascal.
La vecchia Dorotea, la quale, fin dal principio, quando s'accorse che l'abatino non volle prendere da lei l'imbeccata, come le sarebbe tornato acconcio, non parlavagli mai, se non per mortificarlo o dirgli villania, quel dì, punta dalla voglia di saper come e perchè mai il padrone non fosse tornato ancora, entrò nella saletta, col pretesto di metter ordine a qualche cosa; e cominciò a stuzzicar con mezze parole il giovine Celso, il quale, sprofondato nella sua lettura, non le badava punto nè poco.
La saletta era quadrata e bassa, ma dipinta a scompartimenti con ghirlandette intrecciate di grappoli, sparse d'uccelletti e di conchiglie; alcuni quadroni vecchi e foschi, in nere tarlate cornici, la ornavano, dopo aver marcito per due secoli nel refettorio di qualche convento. Alle due finestre pendevano tende di percallo, di bianche fatte giallognole, che già ragnavano; sul pavimento un tappeto altra volta verde; in faccia al cammino un elegante canapè di mogano, coperto d'un bel trapunto a vivi colori, mobile degno del gabinetto d'una damina. Sulla sponda del camminetto, a lato della specchiera, pendevano quadretti di santini e madonne, ricamate sulla seta da nobili e divote mani; poi un mucchietto di libercoli ascetici, di manuali, il rituale e il breviario. V'eran pure qua e là su' tavolini, e per le scansie cento cosette d'arte, che mostravano la pretensione dell'ex-frate ad esser tenuto un buongustajo, statuìne di cera e di porcellana, vasi o canestri d'alabastro con frutti e fiori, galanterie d'oro falso; ricordi e doni votivi d'illustri coscienze.
Sorgeva sullo scrittojo una formidabile falange di latini in-folio, legati in pergamena, che quantunque non tocchi da anni, dovevan dare a' visitatori sommo concetto della sapienza teologica del Padre. Sotto un gran Crocifisso sculto in legno di bosso, che pendeva dalla parete tra la finestra e il camminetto, vedevasi l'inginocchiatojo; e presso a quello un comodo seggiolone coperto di rascia rossa: era là che alcuni peccatori titolati, ammessi all'intimità del Padre, venivano a prostrarsi in certi giorni a' piedi suoi.
Dall'altra lato sorgeva la libreria riservata, chiusa da ondate vetriere allo sguardo de' profani; e là dentro, in un cantuccio particolare e segreto a tutti, andava a seppellirsi il carteggio epistolare del Padre, e tutto ciò che potesse in qualche modo metterlo sott'occhio a persone delle quali a lui non tornava acconcio destar la vigilanza. Un altro scaffale rozzo e aperto, ingombro da cima a fondo di vecchi volumi teologici, ascetici, stava nella piccola anticamera: ed era quella la biblioteca a cui il Padre consentiva che ricorresse il giovine abate, nel primo entusiasmo dello studiare che in que' giorni lo rapiva da ogni altro pensiero della vita.
Intanto, la Dorotea masticava il suo mal umore, veggendo che don Celso non s'era pure accorto della venuta di lei: quando, a un tratto, nell'altra stanza s'udì un suono di campanello, prima leggiero, poi ripetuto, alla porticina dell'appartamento. S'accorse di subito la vecchia che non era il solito tocco del suo padrone; pur non riusciva a indovinare chi potesse mai venire a quell'ora. E si volse, per correre a vedere. Ma il passo della Dorotea non era così pronto come l'impazienza di quella persona: onde, innanzi ch'ella avesse attraversata l'anticamera e schiusa la gratellina della porta a spiar chi fosse, s'udì scampanellare un'altra volta.
—Che tu sia mal…. Misericordia! mi fa dire una bestemmia.—E intanto, tirando la stanghetta del chiavistello, schiuse a spiraglio la porta, e intravvide una giovinetta, che in modesto atto, anzi timoroso, chinata la faccia, stava esitante, senza farsi innanzi e senza parlare.
—Chi siete? cosa volete, a quest'ora?…
—Ah se sapesse!… scusi, sappia….
—Che scuse? chi siete?… ripete più risentita la vecchia, mettendo un pugno sull'anca.
—Forse non mi conosce più; sono la sorella dell'abate Celso…. ho bisogno, sul momento, di dirgli una parola.
—Sorella?… sul momento?… Che sorella?
—Si tratta d'una gran cosa…. Per amor del cielo! mi lasci venire innanzi.
—Mo, siete bella! sono obbligata a conoscervi io? a quest'ora non si va per le case….
—Oh! non mi faccia piangere…. è per la povera mamma, è per il nostro Damiano!…
—Andate via, vi dico; il Padre non c'è; e queste son ore illecite…. e non si parla con nessuno.
Se non che il giovine abate, per codesto diverbio distolto un istante dal meditare sul severo volume, alzando il capo, riconobbe la voce di sua sorella: e correva verso di lei nell'altra stanza:—Mia buona Stella, sei tu? perchè vieni qui, tu, così sola?…
Ma non ebbe finito di dire, che mentre la fanciulla affannosa s'avanzava verso di lui, nel vano della porta rimasta aperta, videsi comparire, all'incerto lume del crepuscolo che rifletteva sul pianerottolo, la negra e inquisitoria figura del padre Apollinare.
Capitolo Quarto
All'improvviso comparir del padre Apollinare, gelarono le parole sul labbro della tremante giovinetta, si snebbiò subitamente il volto della vecchia, e l'abate Celso, fulminato da quel noto sguardo austero, indietreggiò d'un passo; ma, nella confusione del momento, non si scordò d'intascar prestamente il tomo delPascal, che teneva ancora fra mano.
Il Padre, che per fermo aveva riconosciuta la giovine e indovinato fors'anche, press'a poco, a che ne venisse, si avanzò lento e contegnoso; e facendo capir con un cenno all'abate Celso che lo aspettava nel salotto, ve lo precedette. La vecchia, tra sospettosa e impaziente, gli si tenne alle calcagna, per veder di cavare dalle sue prime parole qualcosa dell'avvenuto, o, se non per altro, per metter male.
Intanto Stella, come rianimata dall'angoscia medesima che le stringeva il cuore, corse pronta a Celso, e giungendo le mani:—Ah tu non sai, proruppe sommessamente, tu non sai perchè vengo qui…. Il nostro Damiano….
—Damiano?… ma cosa è successo?—E Celso impallidì.
—Oh Signore! non ho il cuor di dirtelo…. ma, è vero! Ieri…. sulla bass'ora…. L'han preso, l'hanno condotto in prigione.
—Povera mamma! poveri noi!—esclamò il giovine abate; e subito, abbassando la voce:—Ma come?… ma perchè mai?
—Dio lo sa!
—Ma cos'ha fatto?…
—Per me, son certa che Damiano non ha fatto nulla di male.
Appena si dissero queste rapide, dolorose parole, la porta del salottino venne aperta dalla Dorotea, e fu udita la voce del Padre:—Don Celso, venite pure… E passi anche lei, quella giovine.
Senza più far motto, il fratello e la sorella, benchè tutti e due col cuore spezzato, si fecero innanzi. L'abate si accostò allo scrittojo, dietro al quale stava il Padre nell'imbottito seggiolone, colle braccia incrocicchiate, coll'occhio scrutatore, colla fronte impensierita. Ma la fanciulla, appena fu nella stanza, si fermò tutta peritosa tra la porta e la finestra: non osava sollevar gli occhi, e non sapeva perchè il cuor suo tremasse più di prima.
—Che cosa dunque siete venuta a fare in casa mia?… disse, rivolto alla giovine, con voce tutt'altro che confortatrice, il Padre.
La Stella non rispose, non ardì nemmanco levar la fronte da terra.
—Una disgrazia ben grande… cominciò a dire Celso, accorgendosi della timidezza e della confusione di lei.
—Mettete ch'io sappia già tutto: con più rigido accento s'indirizzò il Padre al suo giovine accolito: mettete ch'io sappia che Damiano, quel vostro fratello, il qual segue da un pezzo la mala via, cominci a ricogliere ciò ch'ha seminato.
—Ah no! no, non creda…. uscì con impeto allora la povera Stella, che troppo amava il suo Damiano per sentirlo malmenare così, nell'ora della disgrazia, e tacere.
—Come, Padre? lei dunque sa?… la interruppe Celso, affinchè non venisse a cadere anche sopra di lei il rimprovero del suo superiore.
—So quel che è: ripigliò l'ex frate, collo stesso rigido e monotono attento.
—Ma è una cattiveria, sa, è un'ingiustizia che gli han fatto…. disse la Stella, sfidando con innocente franchezza quell'impassibile sguardo. E poi:—Anche lei lo sa? e non son passate le ventiquattr'ore?…
—So tutto, ripeto. Gli è poco che vostra madre ha parlato col reverendo parroco di san Calimero; non è così?… D'altra parte, le son cose che, pur troppo, si ponno predire buona pezza prima che succedano.
—Oh! se lei conosce questa cosa trista, si fece coraggio a replicare l'abate, per carità, Padre, ci dica tutto quello che sa, ci tolga da quest'angustia, ci assicuri lei che nostro fratello è innocente.
—Non vi accorate così: con flemma riprese il Padre: son cose, è vero, che riguardano un poco le vostre attinenze col secolo….
—Ma è nostro fratello!… non potè star di ripetere la giovinetta.
—Un po' di rispetto, quella giovine; lasciatemi dire, e pensate ch'io vi posso far del bene. In quanto a voi, don Celso, lo sapete, quantunque a me non tocchi di farvene ricordare, quello che per voi ho già fatto. Alla morte di vostro padre, che, per verità, nel tristo tempo suo, poco e male ebbe a pensare a' figliuoli, io vi ho ricevuto in casa mia, per esaudir quel buon desiderio, a cui l'indole vostra e la divozione di vostra madre v'indirizzavano; vi ho fatto studiare, vi ho scampato dall'influsso de' pseudo-filosofi del tempo nostro; e come il vostro cuore è docile, ho potuto concepir di voi le migliori speranze.
—Ma io tremo adesso…. ma io penso…
—Pace, il mio giovine, pace, indifferenza, e sommissione: son queste le virtù necessarie, per ottenere la grazia d'un distacco totale dagli affetti e dalle cose di quaggiù.
—E la mia povera famiglia ch'è oppressa? e una madre….
—Vi ho detto: pace! e voi vi agitate e tremate, come l'uomo ch'è schiavo della passione e della colpa. Raccoglietevi un poco, ricomponete il cuore, e ragioniam delle cose pacatamente.
—È impossibile! io voglio vedere mia madre; in un momento come questo, essa ha bisogno di me; chi vuole che le parli, che le dica una parola di consolazione?… E poi… Damiano! chi lo ajuterà, chi farà un passo per lui?…..
Mentre così parlava con tutto il calor dell'anima affettuosa, Celso fece come per tirarsi più vicino alla sorella; e questa, a cui le gelide parole udite crescevano l'angoscia e lo sgomento, mosse vivacemente verso di lui.
—Sì, diss'ella: noi vogliamo andare dalla nostra mamma!
—Noi vogliamo!—E il Padre crollò un poco il capo, poi sorrise tra amaro e scherzoso; e continuò col medesimo tuono inesorabile:—Lasciate pensare a cui tocca; noi rimedieremo, per quanto si possa, al mal fatto, purchè la vostra volontà si pieghi e si rassegni ai rimedii necessarii. È bene che, per ora, voi, don Celso, rinunziate a veder vostra madre; è già notte, nè io potrei permettervi d'uscire; non sarebbe dicevole e onesto che, ad ore così tarde, vi faceste veder per la via insieme ad una giovine, ben che sia vostra sorella.
L'abate, avvezzo già da lungo tempo a una cieca e timorosa obbedienza, non sapeva più che ripetere; l'affettuosa e buona sua volontà finiva a ceder sempre all'inflessibile autorità del Padre, dalla quale non egli s'era arrischiato discostarsi mai. E per lo passato molte volte aveva provata nel cuore non so quale dolcezza nell'umile sagrificio di sè; ma in quella sera che l'affetto parlava più forte, più vivo, non sapeva rassegnarsi.
E cercava qualch'altra ragione da metter fuori; quando la Dorotea, la quale s'era tenuta in disparte durante quel colloquio, e pareva trionfar in sè stessa della piega che prendeva la cosa, non per altro che per segreta stizza e mal talento verso il timido abate, si fe' a un tratto in mezzo al fratello e alla sorella, e con un cotal suo fare d'ipocrita compunzione:
—Domando scusa, se dico anch'io una parola. Non può stare, certissimamente, come osserva sua signoria, che si passi sopra all'onestà e al decoro: ma intanto, appunto per la ragione che l'ora è indebita, questa giovine dovrebbe già trovarsi in casa sua; se le preme d'esser tenuta una figliuola onesta.
—Anche questo è ben vero; riprese l'ex-frate: cosicchè, don Celso, abbiate pazienza; bisogna che vostra sorella torni, senza perdere altro tempo, a casa…. Anzi, pensandoci su, troverei bene che la non avesse ad andar sola, e che la signora Dorotea volesse accompagnarla.
—Io? ma, come? e lei crede?….
—Ci avreste difficoltà? una donna come voi?
—Una donna come me? Cosa mai s'imagina vostra signoria?…. E come potrei tornarmene indietro così sola, attraversar di notte la città, nell'ora di tutti i pericoli, mettere in compromesso il mio carattere, il mio pudore?…. Dico la verità, che vostra signoria, in questi trent'anni, non mi ha mai comandato cosa simile.
Ma l'abate sentivasi tutt'altra voglia che di ridere; onde quel subitaneo inferocir della vecchia gli fece quasi più male, che non gli avessero fatto fin allora le gelide osservazioni del suo superiore. Se non che la Stella, raccogliendo il suo coraggio innocente e sicuro, tolse via ogni dubbio, e si fe' a dire:—È vero; ormai è notte, e la mamma mi aspetterà; domando perdono, se son venuta qui a disturbare. Celso, preghiamo il Signore, per Damiano e per noi… Quello ch'è lassù, non abbandona!
E senza attendere di più, uscì del salotto, e diede le spalle a quella casa, donde quasi la discacciava con indifferente apatia un uomo che invece avrebbe dovuto, per il sacro carattere che portava, compatire e consolare.
Il padre Apollinare, e l'abate rimasero soli. La Dorotea ch'era ita a chiuder la porta dietro la fanciulla, si sentì paga abbastanza che la cosa fosse riuscita al suo verso; accese la lucernetta di studio del suo padrone, e posta che l'ebbe sullo scrittojo, senza far altre parole, calò per l'interna scaletta nella cucina, e si rimise tranquilla al suo passatempo di sgusciar semi di popone.
L'ex frate non parlava, e Celso, turbato da mille diversi pensieri, avrebbe pur voluto domandargli qualche cosa di più chiaro e di più certo sul caso di Damiano; ma non osava.
Forse il Padre indovinò quella segreta angoscia, ma non mostrò d'accorgersene. Trasse fuori non so che lettere, le trascorse, le rilesse; si pose a scrivere lentamente; spolverò, ripiegò, suggellò il foglio, poi l'allogò a parte in uno stipo dello scrittojo.
Passò quasi mezz'ora; e l'animo di Celso, quantunque oppresso e travagliato, non aveva saputo formar un pensiero di collera o di amarezza contro colui ch'egli riguardava ancora come il suo benefattore. Alla fine, il Padre levò la testa, e come s'avvedesse in quel momento della presenza dell'abate:—Come? siete ancor qui? avete forse qualche cosa a dirmi?
—Potrei adesso, rispose con esitanza, andarmene coll'angustia che ho nel cuore? Ho veduto piangere mia sorella, non posso correre presso mia madre; e quanto al povero Damiano….
—Dite, dite pure.
—Quanto a lui, non so nulla ancora della verità; faccia il Signore che non sia!
—Non vi ho dunque detto abbastanza? ripigliò il Padre, corrugando la fronte, e col tuono severo di prima. Or bene, datemi ascolto. Non per nulla, io cercava fin qui di staccarvi dalla perniciosa influenza, non dirò della famiglia, ma del fratel vostro. Io sapeva come costui avesse cominciato male; e di fatto, non tardò a pregiudicar sè stesso in faccia alle persone oneste, a svegliar l'attenzione dell'autorità: sebben non avesse dato ancora serio motivo di censura, lo notavano come una testa calda, turbolenta…. Da ultimo, nella fabbrica ov'è impiegato, cominciò a mettersi in lega cogli artigiani più giovani e più disperati, a farsi loro caporione, e a menar baldoria nelle taverne de' sobborghi. Questi suoi capricci d'indipendenza, questa audacia erano tristi principj; e tristo, come doveva essere, ne fu l'effetto. Per dir tutto in una volta, jersera, ritrovandosi nella compagnia di molti altri scioperati in uno di que' luoghi aperti al bagordo e al cattivo costume, egli ne venne a rissa con alcuni malandati del suo stampo, passò a vie di fatto…. e colto in flagranti, fu catturato.
Come si rimanesse Celso, mentre gli ferivano il cuore, l'una dopo l'altra, queste implacabili parole, lo si può appena pensare. Le sue memorie, il suo affetto, ripugnavano a crederle vere; pur non sapeva imaginare nè come nè perchè mai il Padre avesse a nutrir quel rancore contro il suo sventurato fratello.