Chapter 7

—Ecco il frutto della insubordinazione e della indipendenza, di questa matta morale del secolo!…

Cosiffatta breve, irosa conchiusione, pronunziata dopo una pausa, con non so qual feroce cupezza, dal padre Apollinare, strinse troppo forte il cuore del suo alunno, che più non seppe nè parlar nè pregare. Anzi, non potendo quasi reggersi in piede, s'abbandonò sulla prima seggiola che gli venne trovata; e se il mesto lume della lucernetta fosse giunto fino all'angolo ov'egli era, il Padre avrebbe veduto qualche lagrima rigargli la faccia.

Di lì a poco, non l'udendo pur fiatare, gli si volse di nuovo, ma con voce rabbonita:—Non intendo, per altro, di darvi troppa pena con quel che ho detto; solamente ho voluto farvi vedere come non bisogni confidare in noi, e nelle perfide illusioni della mente, e nelle superbie del mondo. Lasciamo fare a coloro che si sono assunti il grave carico di condurci, d'illuminarci, d'insegnarci a pensare, a sentire, a vivere. Voi dovete ormai essere in questa persuasione; i vostri studj, la vita che fate, l'avvenire a cui vi siete consacrato ve ne fanno un debito irremissibile. Morire al mondo…. morire alla volontà…. e poi, aspettare il premio della sommissione e della perseveranza.

Con questa predica, la quale, per dirla, era una delle solite dal Padre regalate al dabben giovinetto, egli stimava di tenere allacciata e compressa quell'anima bisognosa di puri affetti e di alte verità. Ma l'arido spirito non è parola di fede, e il gretto rigorismo non è consiglio di speranza e d'amore.

—Via, lasciam tutto questo: riprese l'ex frate: non è di voi che si tratta, ma della vostra famiglia. Prima di tutto, vi confesso che compiango l'abbandono in cui vedo la sorella vostra…. Ditemi un poco, quali sono le sue inclinazioni? la sua morale qual'è?…

—Oh, veda! essa è un angelo di bontà.

—Un angelo? badate a quel che dite, a simili irriverenti paragoni, de' quali, pur troppo, si fa sciupo a questo tempo.

—Voleva dire ch'è una giovine, come poche ce ne sono; è così savia, così buona; è come mia madre…. e poi attiva, onesta…. Oh se sapesse! con che virtù, con che coraggio veramente cristiano han sostenuto dolore, povertà e persecuzione….

E così dicendo, vivissimo affetto lo animava, e le sue guancie coprivansi di un leggier rossore.

—Che intendete di dire? accipigliato lo interruppe il superiore.

—No, non c'è fede nè virtù che abbia merito presso il Signore, se la virtù di que' buoni non gli è accetta.

—Fede? virtù? coraggio cristiano?… Ma dove avete imparato codesta confidenza tutta terrena, codesta cieca presunzione?… Io, vedete, io, con una parola potrei smentire tutto ciò che voi asserite così esplicitamente. Ma passo sopra anche a questo, per il turbamento in cui vi vedo…. se non che, ve ne prego ancora, moderatevi e date mente al poco che mi resta a dirvi.

—Parli, Padre, parli; e mi perdoni.

—Vi dirò dunque che ho in animo, per mezzo di certe pie e rispettabili persone, di sottrarre vostra sorella a' pericoli che la circondano; io ne aveva appunto già messa qualche parola alcun tempo fa; ma, adesso me ne fo un assoluto dovere; adesso, non c'è a perdere un'ora. Io son certo che in qualche pia casa, in alcuno di que' ritiri che la carità oculata apre anche in questa città alla virtù pericolante, ella potrebbe sperare d'essere accolta. Ma temo, ve lo confesso, temo la sua ripulsa, la sua ostinazione….

—E dunque, disse Celso con un sospiro, dovrebbe la nostra povera madre restar là, sola, in giorni come questi….

—Anche a lei si potrebbe pensare.

—Ma, se la Stella….

—Quella giovine cammina sull'orlo del precipizio, ve lo dico io; e…. tocca a voi a salvarla.

—A me? e come?

—Basta, per ora; sapete abbastanza, ci penserete su, e domani concerteremo meglio quello che convien fare. Voi siete forse lo strumento con che il cielo vuol menare a fine un'opera buona. Ora, ritiratevi pure; dormite in pace, e domani mi renderete grazie di ciò che intendo fare per la vostra famiglia e per voi.

E alzatosi dal seggiolone, egli congedava con un gesto grave l'abate, il quale mutolo e confuso salì al suo freddo stanzino. Il Padre poi passò nel salotto, ove la Dorotea avevagli apparecchiato, al solito, qualcosetta per la cena; e sedè per rimettere in sesto le potenze dello stomaco.

Capitolo Quinto

Amore e Odio sono veramente l'Ormuzd e l'Ariman che tengono il governo delle cose umane; e nella continua guerra che l'un l'altro si fanno, agitan del pari il potente e l'oppresso, turbano i sonni de' grandi e de' piccoli, stillano balsamo o veleno nella vita del più povero ed oscuro degli uomini. Amore e Odio non dimenticano mai; e per essi bisogna imparare quella dolorosa e fatale verità che il male non muore sulla terra. Ma quaggiù, noi vediamo che il piacere e il dolore, il bene e il male van dietro l'uno all'altro, e s'alternano, come le lucide ore e le ore brune, a tondo danzanti nel cielo della greca mitologia.—E che più? Vien tempo che anche il dolore si trasmuta per noi in ricordanza di soavità, in malinconico piacere; comechè abbiamo in noi stessi quasi sempre un rimedio alle sventure in quella forza di vita che, per non so qual sublime mistero, nutre insieme al dolore gli affetti che lo vincono e lo fanno, direi quasi, necessario. L'educazion del dolore suscita la virtù di combattere; perchè nel combattere è la vita.

Damiano, a quel tempo, vedevasi dinanzi la bella prospettiva dell'avvenire, come un cielo senza nubi, e contento dell'ignota ma onesta sua sorte d'allora, non pensava più alle angoscie passate, alla speranza un giorno sì cara e pur cagione di disinganni e di miseria. Ormai, l'unico suo voto era quello di rendere più sereni e più quieti i giorni che restavano da compire alla madre sua, circondandola d'attente e confortevoli cure, procacciando a lei e alla Stella, ove il potesse appena, quel poco agio che basta a render paghe e felici le anime buone vissute a lungo nell'aria della povertà. Le abitudini dell'assiduo lavoro e dello scarso bisogno gli avevan concesso di poter già mettere a parte alcune centinaja di lire, le quali confidava a mano a mano al vecchio signor Lorenzo, ch'era sempre l'unico suo consigliere e amico: onde riusciva, col picciol frutto che aveva cominciato a cavarne, a far qualche regaluccio alla Stella e alla mamma; ed era felice della loro gioja, della loro sorpresa.

Quando il principale gli dava libertà, soleva con uno o due degli artigiani suoi compagni andarne a diporto fuori della città, camminando per molte miglia, discorrendo all'avventata di tutto quanto gli venisse nell'anima, contento anche troppo, se in que' poveri giovani della sua età, fratelli suoi di fatica, avesse trovato alcuno che rispondesse alle idee non del tutto chiare, ma pur sentite e vagheggiate dal suo caldo pensiero; sia ch'egli parlasse dell'arte sua; sia che, levandosi quasi senza saperlo a più alte cose, tentasse d'esprimere alla meglio la semplice e generosa fede del suo cuore, e quella naturale persuasione di bontà e di giustizia che lo portavano ad amare così forte tutto ciò ch'era bello, tutto ciò ch'era buono.

Talvolta ancora si conduceva tutto solo fino all'umile stanza di Lorenzo. E il vecchio soldato, che, col tornar della bella stagione, si sentiva tornar la salute, il buon umore e la sua antica baldanza, lo vedeva così volentieri, e pregavalo che venisse a tenergli un po' di compagnia nella sua solita passeggiata. E pigliavano insieme verso a que' luoghi e per quelle stesse vie, fatte e rifatte tant'anni prima da lui e da Vittore, ricordandosi fra loro delle famose guerre d'Italia, di Spagna e di Russia, portando ancora la mano al cappello nel pronunziare il nome di Napoleone, e bestemmiando per aver campato dopo di lui.

Fermavasi per via, e appoggiandosi al bastone, il veterano parlava al figlio del suo fratello d'armi; parlava del gran cuore e della povertà di quel brav'uomo; poi passava a dir del suo paese, di tanti spergiuri, di tante infamie, di tanti tradimenti. Allora pareva rifarsi, qual era stato trent'anni prima, il fiero giacobino, il soldato patriota. E poi, al tornar del 5 maggio, ch'era pur l'anniversario della morte di Vittore, andavano silenziosi fino al cimitero del Gentilino. Lorenzo, all'occhiello del vecchio pastrano, aveva messo in quel dì un nuovo nastrino rancio e verde, nè diceva sillaba per tutta la strada; ma teneva gli occhi a terra, e il bastone sotto il braccio. E Damiano, venendogli a lato, provava allora una compassione, un dolore nell'anima, al veder cadere una lagrima dalle pupille del veterano su quella croce che portava il nome oscuro d'un eroe.

Così passando la sua onesta e operosa vita, nè più temendo per sua sorella, dopo quell'ultima spiegazione, esplicita abbastanza, che aveva avuto coll'Omobono, il nostro giovine, come tutti fanno quando ben cammina il presente, creava i più bei disegni per il futuro; nè scorgeva la tempesta che già s'adunava sopra di lui.

Era una domenica di luglio, non più di una settimana dopo l'incontro fatto di quel suo nemico; e in compagnia appunto del vecchio Lorenzo e di un altro giovinetto artigiano, col quale cominciava ad usare amicamente, aveva pensato fare un po' di festa, andando a merendar con loro fuor della porta Ticinese, in quella vecchia osteria che la tradizione del popolo ha destinata a luogo prediletto di gran ritrovo, in certe epoche dell'anno, e singolarmente nella festa di san Cristoforo.

Fuor dell'Arco ticinese, che il nostro Lorenzo s'ostinava, come sappiamo, a chiamar porta Marengo, seguendo la ripa delNaviglio grandee quella lunga costiera fiancheggiata di case e di tettoje, vedi in mezzo a un pittoresco gruppo di casali, detti la Cascina Campagnuola, l'antica chiesa di san Cristoforo. Fu dedicata, fin dal trecento, per voto de' buoni Milanesi dopo una fiera peste; e d'allora in poi, ogni anno, nell'ultima domenica di luglio, è costume dell'allegro popolo, divoto delle sue feste e buontempone, d'accorrere a venerare il santo gigante, e a finir la bella giornata nella vicina osteria dellaSamaritana, vecchia quasi al par della chiesa, e sulle aje e ne' prati che la circondano. È una delle poche feste popolari che ancora durano ab antico. E in quel dì puoi colà studiare e conoscere, qual è veramente, il popolo della vecchia Milano, colla sua romorosa ilarità, colla sua balda e franca bonomia, che di solito non invidia a nessuno dove faccia il buon pro, e canti, e non pensi al domani, sempre contento, sempre lo stesso. Dico, di solito, perchè ci sono de' giorni in cui è tutt'altro da quel che pare… e sente ancora il suo sangue antico.

La chiesa sorge in mezzo a un verde pratello, ombreggiata d'alberi secolari, fra i quali spunta l'acuto e gotico campanile; sulla doppia facciata, tra gli acuti archi e i pilastri, s'indovinano ancora le reliquie di vecchie dipinture, e la croce rossa in campo bianco della nostra antica repubblica, il biscione de' Visconti, e un altro stemma, che si vuole esser quello dell'abate di san Vincenzo in Prato; a fianco della porta maggiore appar tuttavia, quantunque sbiadita e mezzo coperta dall'intonaco più recente, la gran figura di san Cristoforo, col Bambino sur una spalla e nella destra il bordone del viandante, come sempre il dipinse la volgar tradizione.

In quel giorno, le due strade correnti lungo il canale, dalla porta Ticinese fino alla cascina Campagnuola, formicolavano d'una confusa moltitudine che andava e veniva, a schiere, a brigate, a famiglie intere: anche per il canale andavano e venivano continuamente parecchie barche, tirate da magri ronzoni, stracariche di tanta gente, che ogni poco minacciavano d'affondare. Que' che tornavan per acqua cantavano allegri a piena gola, e mettendo certi strilli sonori, significavano anche troppo la gioja della passata festa: i passeggieri delle due rive rispondevano a quelle canzoni, a que' gridori, e sventolavan frondi e banderuole, in segno di riconoscimento e di saluto; uomini, donne e fanciulli chiamavansi a nome di qua, di là, per ogni parte; salutavansi con tali sode dimostrazioni di fratellanza che facevano strillar le zitelle, bestemmiar gl'innamorati: e ad ogni biroccio, ad ogni carretta incontrata, era un far cerchio alla gente che su vi stava accalcata, un ripetere i canti, un ricominciar le grida trionfali e matte.

Nella piccola osteria poi, era un andirivieni, un tramestìo, una gazzarra di casa del diavolo; piene la cucina, le stanze terrene e il pian di sopra; intorno a lunghi deschi, alle rozze tavolaccie, su' panconi malfermi stavano a giuocare, a trincare, a urlar di gioja bande d'amici, di conoscenti, di compagnoni, tutti artigiani, garzoni, bottegai, braccianti, la più numerosa, la più disgraziata parte del popolo; i quali, per lo più, altro sollievo non trovano alla dura vita di sei giorni fuorchè di dimenticare il settimo fra mezzine e fiaschi, lontan dalle donne, da' figli e da' vecchi loro. Sedute sulle ripe e sparse per la campagna, nel dintorno della chiesa, avresti veduto le famiglie de' buoni borghigiani, le men povere e le più contente ch'eran venute alla festa del santo, cavar fuori de' canestri le loro provviste, e far qua e là, con una allegriona da non credere, il loro desinarino sull'erba. Era una scena tutta italiana, vivace, tumultuosa, degna che qualche pennello de' nostri giovani artisti la sapesse ritrarre; e parevan come la voce di questa scena il suonare a vespro delle campane, e il canto de' salmi ripercosso dalle vôlte della chiesuola affollata, e diffuso in lontananza per l'aria tranquilla; mentre vedevasi scendere il dorato riflesso del sole cadente sull'accolta moltitudine, sulle antiche mura del tempio, e sul vicino prospetto della città, come un lungo e malinconico saluto.

Nel giardinetto dell'osteria, sedevano a un deschetto, un po' lontani dal maggior chiasso e dalla folla de' bevitori, il nostro Lorenzo, Damiano e Giovanni, l'allegro compagno della fabbrica ch'era venuto con loro. Tra tutti e tre avevano rosicchiato una magra pollastrina arrosto, inaffiandola d'un buon boccale di bianco; e già pagato lo scotto, stavano chetamente cianciando fra loro, senza dar mente agli strilli, agli scambietti, alla filosofia tirata in iscena dagli altri, non pochi de' quali erano già in cimberli e, camminando a sbilenco, non sapevano più trovar l'uscita dal giardino dell'osteria.

Il signor Lorenzo, ch'era in vena quel dì, si piaceva in mezzo a quello strepito popolare, e cominciava a parlar con foga più pronta, più franca delle sue idee favorite. Ma Damiano, che fino allora era stato anch'esso più gajo del consueto, non rideva più, e stava fiso e pensieroso guardando l'antico soldato; mentre Giovanni, a ogni poco, usciva fuori a mezza voce con una canzone di fresco insegnatagli dalla sua bella amorosa.

Damiano non rideva più, dacchè s'accorse d'uno sciancato, ladra figura d'accattone, il quale s'era appostato all'angolo della tavola stessa, ov'egli sedeva cogli amici. Costui, lestamente zoppicando sulla sua stampella, aveva camminato fin là, sempre dietro a' passi loro, e facendo vista di non trovare altro luogo s'era colà messo; poi, fatto recare del miglior vino, vuotava bicchier sopra bicchiere, e di tanto in tanto lanciava uno sguardo di traverso a Damiano, con aria provocatrice.

Di lì a poco, furon vedute accostarsi a quella tavola due altre persone, le quali scambiarono prima fra loro qualche sommessa parola, poi un'occhiata col pitocco; e costui si tirò più vicino a Damiano, per lasciar luogo a' nuovi venuti.

Intanto, fra la gente stipata nell'osteria, e precisamente dietro un finestrone della cucina, un tale s'appostava, a cui sopratutto premeva di non esser notato, ma che seguiva, coll'impazienza negli atti e negli sguardi, la scena che stava per succedere in quel canto del giardino. E di là in effetto poteva vederne abbastanza, perchè la siepe di pruni, che separava l'orto dal cortiletto, era sfrondata e rotta in più d'un luogo.

—Ascoltate i miei giovani: diceva a voce alta il buon veterano, che in quella lieta giornata sentivasi, dopo il tedio di tanti mesi, ringalluzzare: Vedete! se tutti quelli che sono qui avessero capo e cuore, come voi due che, per dirla com'è, tenete un po' a quel ch'eravamo noi, vostro padre, o Damiano, ed io a' nostri bei tempi… oh! allora si potrebbe far qualcosa di meglio che non vuotar fiaschi, o cantar vespero, in onore e gloria del santo dal buon viaggio!

—Non parlate così forte, signor Lorenzo! l'interruppe Damiano, perchè, in pubblico, non si sa mai che razza di bracchi ci fiutino attorno.

—Eh! che m'importa a me? Tanto meglio! io per me, quel ch'ho nel cuore l'ho sulla lingua; la mia franca ragione l'ho detta sempre, in viso a tutti. E non son io, se…

—Bravo, signor Lorenzo! gridò l'ardito Giovanni: E così facessero tutti!…

—So quel che dico, io: ripeteva Damiano.

—Tu sei un buon giovine; anzi, sei un uomo! tornò da capo il veterano. Ma non hai veduto quello ch'ho veduto io!… E perchè gli uomini, in certi tempi, son come le pecore, tu vai dietro al vezzo degli altri, e non ti senti il coraggio di dir forte quel che pensi…. Lo so bene anch'io, che c'è de' traditori, de' rinnegati, e peggio. E non ho forse visto io andar tutto allacà de' cani, per causa di que' maladetti che han saputo dar a bere alla povera gente?….

—Pure, non potè tenersi d'osservare Damiano, è meglio far che parlare!

—Oh sì! benedetto te: ripigliò il vecchio: questa è la prima legge! Ma, chi svigna, o sta a covar l'uova, come si dice da noi, appena venga un buffo di traverso, cosa volete che faccia?… Lui, quell'ometto che faceva ballar il mondo sulle dita, non ha voluto saper che una cosa:Avanti!l'ho sentito io, le cento volte, gridare:Avanti, miei Italiani!E noi, avanti! sarà quel ch'ha da essere… e l'Europa era nostra. Ma, vedete, finchè egli camminò con noi, che sapevamo la sua strada, ha fatto quel ch'aveva a fare; poi, quando ha voluto impancarsi anche lui sopra un trono, e venire a patto coi tuppè, addio bel tempo!… Eh! fu pur troppo così!

—Caro signor Lorenzo, avrete ragione, ma, per carità, non dite di più: insistè Damiano.

—Oh, sta a vedere!…

—C'è della gente che cerca rogna….

—Sta bene! chi cerca trova. Credete ch'io abbia paura di qualcuno, io?

—E noi pure, disse Giovanni, siam qui pronti a dar di buona moneta a chi vuole; a ognuno il suo!

—Sì! gridò ancora Lorenzo: A ognuno il suo! Voi, buona gente, vi contentate di pane e di preti!… e venite qui a far baldoria, senza pensare all'jeri nè al domani; e non sentite, non pensate nemmanco a quel che potrebber fare i poveri diavoli; e se c'è un rinnegato che vi bestemmii le sue imposture, voi tremate! voi non sapete, no, piantar questo nel cuore d'una spia!…

E così dicendo, l'audace vecchio, afferrando un coltello che gli venne tra mano, ne ficcò d'un colpo la lama nelle tarlate assi del desco.

In quel momento, lo sciancato, ch'era lì coll'orecchio teso, senza perdere sillaba di quel dialogo, alzatosi di botto, cacciossi in mezzo tra Damiano e il vecchio soldato, e martellando sulla tavola colla sua stampella, gridò:—Chi è l'infame che insulta i galantuomini col nome di spia?

Con lui saltarono su gli altri due, che fino allora non s'erano occupati che di tracannar bicchieri, squadrando in cagnesco i vicini, senza però far nessuna parola. Appena Damiano li vide alzarsi e venir verso di lui con un'aria d'insulto e braveria, comprese ch'era cosa concertata, e che quelle faccie proibite volevano a ogni costo attaccar briga: pur non sapeva che pensarne, non ricordandosi d'aver mai veduto nessun di coloro.

Il primo che si fece innanzi, dal volto ulivastro, dai grigi mustacchi, schizzando furore dal solo occhio che gli restava, era armato d'un grosso bastone; e calcatosi in testa il cappello, stese la manca fin quasi a toccare il viso di Damiano. Intanto il compagno, che pareva un facchino vestito dal dì delle feste, abbrancò di lancio il braccio di Giovanni, che s'era vôlto per veder che fosse. L'uno, come forse l'indovina il lettore, era quel tristo del Martigny, il maestro di scherma, che, uso a garbugli e a risse, aveva preso sopra di sè d'aggiustar con Damiano le partite dell'Illustrissimo e quelle ancora del cavalier Lodovico. Il compagno era un furfante, postogli a' fianchi per conto suo, dallo stesso signor Omobono.

E costui appunto, tanto gli stava sul cuore la vendetta, era venuto in compagnia a quella festa, senza che nessuno il sapesse. L'uomo che da una finestra della cucina aguzzava gli occhi per vedere come andasse a finire la cosa, era lui.

Capitolo Sesto

Lorenzo e Giovanni balzarono in piedi a un tempo, stupefatti per quella provocazione; anche Damiano levossi, per toglier di mezzo una seria cagion di litigio; scavalcò la panca, e volgendosi a quell'ignoto che pareva volersela pigliar con lui, gli disse con ira a stento soffocata:—Venite in disparte voi, signore, se avete a dire con me; parlate pur chiaro, che son qui a rispondere.

—Corpo del diavolo! E come non avrei a dire…? cominciò l'altro, alzando la voce, e serrando in pugno il bastone.

—Non alzate la voce, l'interruppe Damiano. Se avete bisogno d'imparare a vivere, son qua io.

—È stato quel vecchio birbone, che m'ha fatto venir la muffa: ripigliò colui, levando il bastone verso Lorenzo; il quale, strabiliato ancora, non sapeva a chi volgersi de' tre che gli stavano attorno co' pugni stretti e la bestemmia in bocca.

—Lasciate stare quell'uomo: Damiano ripigliò: son qua io, rispondo io per lui.

—Non s'insultano così i galantuomini, come avete fatto voi….

—E chi v'ha detto una parola…?

—Quel vecchio vostro compagno ha dato della spia a qualcuno di noi…. e levò in aria il coltello, per il demonio!

—Via! non era per voi….

—L'ho veduto io, io l'ho sentito, vi dico… e non son uso a questa sorte di villanie….

—Voi sì piuttosto, continuava il giovine, a fatica frenandosi, voi sì vi poneste presso di noi, con un'aria insopportabile…. Fatevi indietro!

Fidando di tagliare a mezzo il diverbio, traevasi verso l'entrata del giardinetto, intanto che la gente, chiamata dal romore e dalla speranza di veder menare le mani, faceva ressa alla porta.

—Indietro voi! Noi siamo galantuomini….

—E noi chi siamo, per il cielo!

—Siete una mano di straccioni, e ve la darò io la lezione, io ve la darò, se non….

—Questa sera…. domani…. quando e dove a voi piace; ma non qui: non facciamo scene; ch'io non perda la pazienza.

—Che domani? che pazienza? Rispettate i cittadini, e non avrete brighe…. E così dicendo, l'insolente Martigny pigliò per l'abito Damiano e fece con una strappata per torselo d'innanzi.

Il giovine, a cui già bolliva il sangue, non ci vide più; e trovando impossibile di scampar altrimenti da quell'uomo, che pareva l'avesse giurata a lui, volle farla finita. E sferrò un pugno così violento nel petto del maestro di scherma, che lo mandò rovescioni sulla panca, sì che ne perdè il cappello, e rimbalzarono dal desco in terra fiaschi e bicchieri.

—Dalli—addosso—bravo!—uh! uh!—gridava la gente, accerchiando i due campioni.

Intanto Lorenzo e Giovanni, che la folla aveva divisi da Damiano, rimbeccavano ingiurie e bestemmie agli altri due compari del maestro; e tra la gente che li accerchiava, molti ridevano, molti potevano appena tenersi dal prender parte al parapiglia.

Lo sciancato faceva di sopra il capo mulinare la gruccia, gridando che avrebbe rotte le ossa del vecchio maladetto che non portava rispetto alla gente onesta: Giovanni, riurtando a forza, lo tratteneva, cercando tirarlo in altra parte; mentre il veterano, non sapendo più dove si fosse, gridava con furore:—Poveri imbecilli! che non capite nè manco che cosa siate!… Io, vecchio come sono, ho cuore di tenervi indietro tutti! Badate ch'io sono una vecchia lama, irruginita sì, ma salda ancora…. Largo vi dico! lasciatemi passare, ch'io ne voglio degli altri…. Dove sono i miei compagni?… Qua, Giovanni, Damiano!—E faceva per romper la folla che lo accerchiava.

—Uh! il vecchio matto?—Via di qua!—Cos'è stato?—Una spia…!—Addosso!—Lasciate stare la povera gente!—Abbasso il vecchio!—Dalli alla spia!—Dalli!

Così gridavano di qua, di là, senza saper che si fosse, senza cercare nessun perchè: avevano bevuto lietamente, e bisognava gridare, sfogare il caldo, far chiasso, menar le pugna; e urlavano tutti in una volta. Ma il disgraziato maestro di scherma, caduto sul campo al primo attacco di Damiano, e scornato da quanti gli eran d'attorno, volle rendere il colpo; rialzandosi, furiosamente corse sopra il giovine per rompergli sul capo il bastone dal pome di piombo; e:—Prenditi questo…. assassino!—urlò.

E forse il colpo sarebbe stato mortale, se in quella appunto, riconosciuto da lunge Damiano, senza pur sognare che l'onesto giovine potesse avere il torto, non si fosse cacciato innanzi un barbuto e fiero garzone, il quale, rotta con pochi urtoni la folla, precipitossi e fu a tempo d'afferrar di botto in aria il bastone dell'invelenito provocatore. Un grido d'applauso rispose d'ogni parte, tanto quell'improvvisa prova di destrezza e gagliardia piacque e fece la maraviglia di tutti.—Quel giovine protettore, sorgiunto così a proposito, era Bernardone, era quell'antico condiscepolo di Damiano, che da gran tempo più non l'aveva riveduto; e, secondo il suo costume, compariva dapertutto ove fossero feste, baldorie, amico sempre del vino, dell'allegria, delle belle fanciulle e della povera gente.

A quell'atto di Bernardone, lo scroscio d'una gran risata, e un batter di mani di tutti i circostanti, misero il colmo all'ira del Martigny, che in mezzo a due fuochi, e vedendo il giuoco pigliar la mala piega, bestemmiò in cuor suo il momento in che s'era messo in quella trista impresa; ma non volle nettare il campo, senza avere sfogata la sua bile, menando il bastone sul dosso dell'uno o dell'altro de' suoi antagonisti. Tornò infellonito alla riscossa, e tempestando colpi a ritta e a manca riuscì a farsi largo nella calca che più e più lo stringeva; ma Damiano e Bernardone, i quali, benchè senz'armi nè bastoni, pur non volevano indietreggiare, vista quella cieca furia, con una giravolta gli riuscirono alle spalle.

—Tien fermo, Damiano! gridò Bernardone, che gliela fo veder bella io, a questa faccia proibita!

—È matto! rispose Damiano: lasciamolo in pace!

—No, per diana bacco! quando i vecchi dan la volta, tocca ai giovani a insegnar loro il viver del mondo!—gridò l'amico.

—Eh! non l'aveva con me costui, ma con quell'altro là in quel gruppo di gente.—E additava il buon Lorenzo, il quale, serrato in mezzo a molti di quegli sfaccendati e bevitori, ajutato invano da' gagliardi polmoni e dalle salde pugna del Giovanni, cercava tuttora di far comprendere la ragione e d'aprirsi la via fra que' ribaldi arrancati e mezzo briachi, che avevan giurato di farlo uscir de' gangheri del tutto. Quando il Martigny si vide solo contro due, e capì andare i suoi colpi al vento, più accanito di prima, si volse indietro; e sperando trovar fra la gente chi pigliasse le sue parti:—Maledetti! gridò, che danno addosso in due a un galantuomo!… Eh! non c'è chi dia mano a un onesto cittadino contro i ladri e i birbanti?

—Sì, per dinci!… uno contro due è un'infamia! cominciò a dir uno tra la folla.

—Lasciateli stare! Che se la peschin tra loro!

—No, separateli!—Via! via! giù il bastone!—E viva!—Addosso da capo?—Dagli al vecchio! è una spia!—Ohe, ohe!

E la moltitudine ingrossava, e tutti volevan sapere, vedere, gridare a un tempo: balzavano sulle panche, sulle tavole, levavan per aria berretti, cappelli e bastoni, agitavano fazzoletti, scuotevan rami d'albero e ventaruole, in segno quasi di trionfo, e come pazzi di poter finire quel dì di festa collo spettacolo d'una bella baruffa. Damiano vedeva l'ora di spacciarsi di tutti, di confondersi tra la gente, per non far peggio; e malaugurando fra sè al pensiero che l'ebbe colà condotto, già stava per perdere il sangue freddo che l'aveva ajutato fino allora. Ma tutti gli occhi eran addosso a lui; e gli spettatori cresciuti di modo, che ormai ogni ritirata gli tornava impossibile. Bernardone poi, che moriva di voglia di romper sulle spalle del suo padrone istesso quel gran bastone che vedeva tuttora mulinar per aria, incalzava con furia sempre maggiore il maestro di scherma; tanto che costui, adoperate invano tutte le parate e le botte dell'arte sua, stanco, sfinito dalla rabbia e dalla fatica spesa nell'inutile lotta, cominciò a ritrarsi d'un passo e a cercar d'intorno cogli occhi spaurati i compagni suoi.

—A me, Michelaccio!—urlò, al vedere il facchino il quale, poco lontano, maledicendo si dibatteva fra le mani del Giovanni, che gli parevan due tenaglie. Il signor Lorenzo intanto era riuscito a salvar la sua vecchia testa dalla gruccia dello sciancato; e costui, disgiunto dal suo avversario per l'onda del popolo che andava e veniva nell'angusto giardino dell'osteria, si trovò a un tratto fuor della mischia: ma non per questo rifiniva dallo scagliar maledizioni.

Michelaccio, all'urlo del suo compagno, con una forte strappata si tolse da Giovanni, e rincacciati i più vicini, fu d'un balzo a fianco del Martigny.

—Dov'è? gridò costui allora, fatto più audace; dov'è, quel birbone che m'ha insultato?

—Siete voi che cercate pane per i vostri denti, scimiotto dal pel bigio?… gli replicò Bernardone, piantandosegli in faccia.

—Eh via! tornò a dire Damiano: tenete le mani a casa; giù quel bastone; e se volete ragione, ve la darò quando che sia.

—Che ragione?… siete prepotenti, infami; io sono un uomo d'onore: gridava il Martigny.

—Voi, Damiano l'interruppe, ci fate in pubblico ingiurie da galeotto: e volete….

—Ve le manderemo in gola! soggiunse Bernardone con un gesto di minaccia, e tenendosi a fatica.

—Siete ubbriachi, e siete vili voi!… urlò di nuovo lo schermidore.

E Damiano:—Finitela una volta! andiam fuori di qui!…

—Voglio soddisfazione sul momento….

—Fuori! vi dico; non mi tentate di più!

—No, voglio farvela vedere, canaglia!

—Fatevi indietro…. No? e tal sia di voi!

E come il Martigny, in quel punto, brandito di furia il bastone tentava, a tradimento, sferrar sul capo di Damiano un colpo decisivo, il giovine perdè la mente, e venutogli alla mano il coltello confitto poco prima da Lorenzo nel descaccio, ne lo trasse, e si scagliò contro il ribaldo assalitore. Un grido d'orrore, alla vista del coltello, uscì dalla gente; e il Martigny, scorgendo l'arma nel pugno del suo avversario, spaventato diè addietro, e gridò:—Ferma l'assassino!…

Tutta questa scena, durata pochi minuti appena, seguivano di lontano con ansiosa attenzione tre persone; le quali, abbenchè sembrassero straniere del tutto al tumulto, pure alla riuscita di quel brutto negozio mettevano la più seria importanza. L'uno, cioè il signor Omobono, dalla finestra terrena della cucina, poteva comodamente dominar l'orticello: e dietro le sue spalle due strani visi spuntavano; quello d'una donnaccia, con uno sgualcito cappello di paglia e vestita d'un vecchio abito di taffetà cangiante; e un'altra sembianza lunga, magra, con un paio d'occhiali verdi, che pareva la febbre personificata, sotto un gran cappello triangolare.

Perchè costoro, ne' quali non sarà difficile riconoscere la vecchia pegnataria Emerenziana, e lo sparuto don Aquilino, cappellano dell'Illustrissimo, fossero venuti col signor Omobono, e nella stessa vettura da nolo che lo trascinò a quella festa popolare, non sapremmo dirlo precisamente. Ma ben possiamo supporre che l'una e l'altro sentissero, presso a poco, in quel momento ciò che sentiva l'Omobono; comechè si guardassero fra loro di sottecchi, e l'una si mordesse le labbra, e l'altro scrollasse il capo. Di più, la stizzosa pegnataria, la quale aveva il tarlo col povero Damiano dal dì ch'esso più non volle vederla bazzicare in casa sua, non poteva star cheta, e lasciavasi fuggir di bocca qualche parola di trista significazione, come a dire:—Imprudenti!… Ma cosa fanno adesso?… Colui guasterà tutto…. Bravi! Cani!… Il cappellano, all'incontro, guardandosi le punte de' piedi, con certi atti di sospetto e di paura, mostrava come di mal animo si fosse lasciato condurre a quella spedizione, e come solo obbedisse ad un consiglio ch'era per lui più terribile d'un comando.

Ma il signor Omobono che, vedendo la mala parata per il maestro di scherma, andava cercando fra sè come potesse raddrizzar la cosa e farla riuscire al proprio intento, udito ch'ebbe appena quel: —Ferma! all'assassino!—Ferma, ferma! gridò anch'esso con una voce da squarciarsi la gola:—La guardia! La guardia!…

Quell'improvvisa chiamata: La guardia! fu come un tocco di magica verga, e mutò a un tratto la faccia delle cose. I combattenti o la folla soprastettero; e due gendarmi, alla testa di pochi soldati, coll'energica persuasione del calcio de' moschetti, fattasi la via per mezzo a quella stipata muraglia d'oziosi e di beoni, si trovarono nel centro del giardinetto, dove l'ondeggiare e il riurtar de' sopravegnenti aveva a poco a poco sospinti i diversi campioni di quell'arrabbiato scontro.

Il signor Omobono, che per il primo aveva veduta passar la pattuglia per la strada maestra, e gettato quel grido, appena entrarono i soldati per acchiappar nel parapiglia qualcuno a cui toccasse di vedere a scacchi il sole del domani, corse fuori anche lui; e tenendosi ormai sicuro d'ogni rischio, si mise dietro a' soldati, e pervenne con loro nel mezzo de' litiganti. Ma in quel punto che uno de' gendarmi, scorgendo luccicare un coltello in pugno a Damiano, gli si volgeva cagnescamente per porgli addosso le mani, all'Omobono il suo mal genio consigliava di farsi innanzi a metter pace, per veder meglio riuscire la vendetta, e guadagnarsi in uno dalla gente la riputazione di persona assennata e importante. Cacciossi dunque fra Giovanni e il veterano; i quali, poco badando alla venuta della forza, riappiccavano le lor nette ragioni contro quel traditore del maestro di scherma. E cominciò a far l'autorevole, a dir parole severe di minaccia e di rampogna:—Ohibò! lontani, lontani dico!… si rispetta così la legge?… Che gente!…. che vergogna!…. a casa, a casa!

Damiano, quantunque discosto da quel gruppo, vide e conobbe il signor Omobono; fu come un lampo che gli schiarò l'iniquo mistero. Pensò che que' tristi, accaniti per fargli fare un mal passo, non potevano essere che vili pagati da lui, o dal suo prepotente padrone; levò al cielo un'occhiata di disperazione, e battendosi col pugno la fronte, lasciò, senza saperlo, cadersi a' piedi il coltello che aveva poco prima levato in aria.

Uno de' gendarmi raccolse dal terreno quell'arma, e l'altro, con due de' soldati, arrestava l'un dopo l'altro Damiano, il Martigny che bestemmiava, e il vecchio signor Lorenzo, che voleva pur farsi sentire, e non aveva più fiato per dir parola. Bernardone, Giovanni e lo sciancato, cacciandosi in mezzo alla calca, s'erano già perduti. Damiano avvilito, turbato nel profondo del cuore, non voleva, al par d'un ladro, d'un assassino, attraversare in mezzo a' soldati il popolo curioso di veder lo scioglimento di quel garbuglio; ma aveva un bel volgersi a' soldati, un bel dire il suo nome e giurare di presentarsi subito egli stesso all'autorità. Essi lo spingevano innanzi cogli altri, senza dargli ascolto.

Se non che l'Omobono, il quale continuava a fare il paciere, rimestando, con gesti d'orrore, la storia di quel ch'era stato, punto forse dalla brama di veder più presto messo in muda Damiano, profferse generosamente la vettura da lui noleggiata, che stava aspettando, a pochi passi dall'osteria. I gendarmi non dissero di no, e il signor Omobono si diè premura di gridare:—Innanzi! al vetturino, che mezzo brillo barcollava a cassetta del legno. I soldati, i quali avevano serrato in mezzo i tre arrestati, li fecero salire nella vettura: Damiano non se lo lasciò dir due volte, che gli premeva di togliersi agli sguardi della moltitudine: Lorenzo, benchè non si desse pace di quell'ingiustizia, e guardando invelenito coloro che gli stavano alle calcagna, si facesse pregare, pure seguì l'esempio del suo disgraziato amico; ma il Martigny non voleva a nessun patto, e cominciò ad acciuffarsi coi soldati, che durarono fatica a spingerlo nella vettura.

Il signor Omobono, che teneva aperto lo sportello, gongolava in segreto di gioja, vedendoli andar bellamente in prigione, chè tanto non avrebbe sperato; quand'ecco i due soldati che stavangli dietro, con un urto gagliardo, vollero cacciar dentro lui pure in compagnia degli altri; gridò, tempestò, maledisse, per far loro capire ch'egli non c'entrava, che aveva voluto accomodar la cosa, che non ne sapeva nulla. Non ascoltarono ragioni; e una volta ch'ebbe messo per forza un piede sul predellino, un de' soldati serrandogli un braccio con tal grazia da slogargli una spalla, l'altro ajutandolo con una soda spinta di sotto in su, lo ficcarono nella vettura; e fattolo a forza sedere sul davanti in faccia al Martigny, richiusero lo sportello. Seguitava a gridare, a levar su, a cacciarsi mezzo fuor della portiera il mal capitato paciere, che lo lasciassero scendere, ch'era innocente, ch'era una persona di riguardo, ch'avrebbe dato conto di sè: la gente gli sghignazzava, gli urlava dietro; e il vetturino, a un cenno del gendarme ch'era salito al suo fianco, punse col mozzicone della frusta i due ronzini, che con trotto inusato tornarono verso la città, in mezzo alla moltitudine spensierata e chiassona che restituivasi alle sue case dalla festa di san Cristoforo.

Capitolo Settimo

Cominciava a fuggire il sole dall'alte loro finestre, quando Stella e sua madre, che Damiano aveva lasciate in casa, si posero a guardar nella via, se mai egli tornasse: e bisogna dire che la fanciulla, essendo la domenica, e vedendo l'aria e il cielo così belli, così sereni, sentisse, senza dirla, un po' di voglia d'uscire a spasso, come soleva fare qualche volta, insieme a suo fratello, in quelle rapide ore di libertà. Ma sapendo com'egli se ne fosse ito, dopo desinare, in compagnia del signor Lorenzo, poco speravano che avesse a tornar a casa prima di sera.

Poco di poi la Stella che, nel vagar d'uno in altro sereno pensiero, guardava nella via invidiando i passeggieri, s'accorse d'uno che veniva a gambe e levava gli occhi verso le loro finestre. Le parve di conoscerlo; e lo vide veramente svoltar nel portone della casa. Non sapeva ricordarsi chi fosse; ma senz'altro lo conosceva. Perchè mille negri e confusi pensieri le attraversarono la mente, nel breve tempo ch'egli mise a far le scale, a venirne fino alla loro porta?

—Mamma!… disse la Stella, al sentir quel passo che s'avvicinava; e impallidì.

—Cos'hai? perchè mi guardi così?

—Oh, mamma! io lo sento, qualche disgrazia è successa.

—Caro Iddio, che pensieri!

—Oh non sia al nostro Damiano!

S'udì battere un colpo violento alla porta; e Stella, prima di correre ad aprire, si rivolse alla madre:—È il Giovanni, un de' compagni di Damiano; certo c'è qualche cosa.

L'animoso giovinetto entrò, confuso, furibondo ancora di quel ch'era successo; ma si fermò su' due piedi, vedendo le donne; e non seppe trovar nulla a dire.

—Parlate, per amor del cielo! Cos'è stato?… E Damiano, dov'è?

—Oh signora Stella! cominciò a balbettare il giovine, cercando invano quel coraggio con che poco innanzi aveva fatto fronte a' tre galantuomini dell'osteria: signora Teresa…. Damiano…. era venuto con noi…

—Sì, sì; ma dov'è adesso?…

—Che gli sia successo qualche cosa? aggiunse la madre: dite su, per carità!

—Ecco cos'è stato….—E il Giovanni pareva che cercasse le parole nell'abbottonare e sbottonare il farsetto di frustagno.—Damiano ed io…. ma c'era anche quel brav'uomo del signor Lorenzo, vedete… A pensare, un uomo come quello, un cavaliere…. basta, bisogna dire che ci fosse un complotto, è roba d'inferno….. Ecco qui, per quanto si faccia, il sangue non è acqua di fagiuoli; e un galantuomo, quand'è tirato pei capegli….

Nè l'una ne l'altra, ansiose, incerte com'erano, riuscivano a comprendere una parola; ma la Stella si figurò ch'egli volesse forse parlare d'una rissa, e:—Com'è possibile, domandò, che Damiano si sia lasciato insultare?…. Ma dite su, dite la verità, se la è stata una lite, cosa n'è venuto?…

—Oh santo cielo! l'han ferito forse?…

—No, no, non vi spaventate, signora Teresa; non è stato niente, nessuno gli ha fatto del male; che nè lui, nè io vedete, ci lasciamo mettere in sacco da nessuno…. Ma, non so come la sia stata, quel birbone d'un forestiero che l'aveva con lui…. ma giuro che c'è sotto qualche diavoleria!

—E lui?

—Oh dite su!

—Lui vede che quel birbone gli viene addosso per accopparlo…. e fa per difendersi; io aveva ad aggiustar i conti con un camerata del forestiero…. Ecco, che sul più buono, capita in mezzo la pattuglia…. Io, per miracolo, arrivo a perdermi nella gente; ma gli altri, birboni e galantuomini, son belli e agguantati.

—E Damiano?

—Cosa volete? pur troppo, anche lui; ma per lui, non ci state a pensar su, stasera o doman mattina, torna qui; è certo, come due e due fan quattro; figuratevi…. un fior di giovine, come lui!

—E il signor Lorenzo?

—E lui? come vi diceva, un uomo di quella sorte?… l'han condotto via come un briccone…. Oh! ma non son io, se non la faccio pagar salata, a un per uno, a tutti e tre quei cani…. non so cosa darei per farla finita!

—Oh! ma intanto egli è là…. è in prigione! Povero Damiano, poverette noi!

Così venne alla famiglia l'annunzio di quella nuova e improvvisa sciagura.

La fanciulla, correndo coll'anima ad altri terrori, ad altre persecuzioni, si dava a pensare che Giovanni non le avesse detta tutta la verità, e pigliava a interrogarlo da capo, con un'angustia sempre più viva. Ma la mamma, abbenchè mutola e stordita di quel colpo, non pensò che al momento; e voltasi a frugar qua e là, dentro all'armadio e al cassettone, tolse fuori un po' di biancheria e qualche fazzoletto, mise in un cartoccino poche lire tenute in serbo da un pezzo per comperarsi un piccolo crocifisso d'argento, e facendo di tutto un involto, tornò a Giovanni, lo pose nelle mani di lui:—Voi siete un buon giovine; e avete, ne son certa, un po' di compassione di noi; fatemi dunque un piacere, a me, e al nostro povero Damiano, cercate d'andar là, ove l'han condotto; cercate di vederlo, e fate di dargli queste poche cose, e questi quattro soldi; ditegli che la sua mamma prega per lui!… E il Signore vi benedirà! Andate, più presto che potete; oh! se fosse questa sera….

—Così potessi! vorrei far ben altro io. Pazienza! a costo di restarci anch'io in quell'uccellanda, se mai m'avessero a conoscere, farò di tutto, signora Teresa; parola di Giovanni.

—E doman mattina….

—E doman mattina, se non viene lui, sarò qua io, a dirle quel che so.

E se n'andò, per non finire a piangere, chè già si sentiva un groppo alla gola.

Come passasse quella notte per la Teresa e la figliuola, io nol dirò, ma venuta la mattina, e non vedendo comparir nè Giovanni, nè Damiano, come ancora, senza dirselo, speravano, esse cominciarono a credere che non si trattasse di piccola cosa, secondo quel che aveva raccontato Giovanni. E, come avviene, le incertezze crescevano i terrori. Più tardi, non sapendo che ben fare, la povera donna era ita a raccontar la sua disgrazia e a raccomandarsi al vecchio curato di san Calimero, che le aveva sempre dimostrata non so quale premura, fin dal tempo che abitavano in Quadronno. Fu verso la sera dello stesso lunedì che la Stella credè bene di mettere a parte di quella trista vicenda il fratello abate; e come, là nella canonica, fosse ricevuta e di quali speranze confortata, già lo vedemmo.

Comparve alla fine, il seguente mattino, nella povera casa il signor Lorenzo; e a stento il riconobbero. Era pallido, stralunato, e le sue labbra tremavano ancora per la furia che dentro il rodeva. Raccontò come uscisse allora di prigione, senza sapere perchè vi fosse stato messo, perchè lasciato in libertà; raccontò che di Damiano non aveva potuto conoscer altro, se non che la cosa sarebbe stata forse un po' lunghetta. E mentr'era venuto per portare alle donne un po' di consolazione e di speranza, finì a sfogare tutta in una volta la rabbia che teneva in cuore da vent'anni, colle maledizioni le più indiavolate. A poco a poco s'acquietò, e giurò alla Teresa e alla Stella che non le avrebbe abbandonate, promettendo di far di tutto perchè fosse conosciuta l'innocenza di Damiano: e incolpava sè di quel tristissimo caso.

Aveva promesso di tornare; e tornò la mattina del martedì. Ma, nell'aprir l'uscio, venendogli veduta, fra la madre e la figlia, sotto un largo cappello da prete, una tonaca nera, si rabbujò nel pensiero; e borbottando:—Le si son messe in man de' preti, e ci stieno!—volse le spalle a quella porta. L'ex-frate, poich'era lui stesso, venuto in persona la stessa mattina, a persuader la vedova che dovesse pensar seriamente all'avvenire e salvar la figliuola da' pericoli del mondo; l'ex-frate non s'accorse di lui, e continuò le sue patetiche insinuazioni.

Così il capriccio d'un potente ozioso da una parte, dall'altra uno zelo vanitoso, indiscreto, agitavano il destino della povera famiglia. Ma gli oscuri fatti da ultimo narrati avevano un eco anche ne' dorati appartamenti, ove non di rado trovansi a fronte il vizio cortigiano, e il bachettonismo intollerante.

In un'ampia sala terrena del palazzo dell'Illustrissimo s'accoglieva, la domenica dopo quella in cui Damiano fu preso e messo prigione, un circolo di dame e cavalieri più dell'usato numeroso e magnifico. In quel dì aveva l'Illustrissimo convitate non poche persone della maggior distinzione allo splendido banchetto della domenica; e dopo il pranzo, comechè si fosse tuttavia nella mezza state, la nobile brigata s'era intrattenuta per alcun tempo ne' giardini, ai quali rispondevano le sale terrene del ricco appartamento. Due camerieri, nero il vestito, bianca la cravatta e bianchi i guanti, con un satellizio di servitori in livrea listata di stemmati galloni, giravano frammezzo alla comitiva, offerendo sugli argentei vassoj caffè e rosolii: nè intanto veniva meno la decente e contegnosa allegria de' convitati; anzi era un incrocicchiarsi di discorsi, di novelle e complimenti, massimamente nel nucleo di quella nobilissima adunanza, cioè fra coloro che sedevano a cerchio, fra due belle magnolie e due variopinte piramidi di vasi di fiori.

Sorgiungevano le carrozze a prendere alcuni degl'invitati; e dai cortili s'udiva strepito di ruote, scalpito di cavalli, e fors'anche qualche bestemmia degli automedonti in parrucchino.

Tutta quella nobiltà poi, sul primo imbrunire, era rientrata nelle sale già illuminate da doppieri e da lampane d'alabastro pendenti dalle storiate vôlte; e qua e là spartivasi in diversi gruppi, senza però che alcuno perdesse d'occhio il padrone e la padrona di casa.

Quest'ultima, seduta tutta sola, su d'un canapè coperto di raso turchino, aveva raccolte intorno a sè le dame men giovani e più sfoggiate d'abbigliamento. La vecchia dama, in que' giorni di solenne ricevimento, non appariva più qual'era agli occhi de' suoi più intimi nel restante della settimana; e la preponderanza del nome e del grado pigliavano nel cuor suo il luogo della pettegola curiosità de' fatti altrui, della segreta compiacenza con che pescava le occasioni di far fiorire e prosperare la società all'ombra della divozione, o piuttosto all'ombra del suo partito. Allora sapeva trovar parole cortesi, melliflue per gl'illustri amici; accoglieva con sorrisi d'adesione le profferte di servitù di quanti venissero a raccomandarsi alla sua influenza; e qualche volta mostrava perfino d'udir senza scandalo certi annedoti, certe storielle del gran mondo che alcuno le raccontasse, colorate o velate col vezzo degli spiriti molli ed eleganti. E così poteva, almeno, compassionare a sua posta le miserie umane.

In quella sera, fra il contraccambiarsi di onoranze, di proteste d'umiltà e servitù, fra uno strisciar d'inchini e un curvar delle reni e delle teste, suonavano ancora le inzuccherate melensaggini de' Caloandri di vecchia data, e ne sorridevano alcune dame, non senza aristocratica schifiltà. Ma su que' diversi parlari trionfava l'infranciosato cicalío de' giovani cavalieri, i quali facevan diversi crocchi, o presso gli aperti balconi della sala, o intorno a' tavolieri di giuoco.

E nondimeno, in quella titolata conversazione, si sarebbe potuto indovinare che una misteriosa preoccupazione signoreggiava gli animi di tutti; come le nuvole estive che in un cielo azzurro passano tratto tratto dinanzi al sole. Era facile presumere che una grave e diversa cura tenesse desti e sospettosi l'un dell'altro il padrone e la padrona; poichè marito e moglie, da un capo all'altro della sala, si sogguardavano alla sfuggita, quasi in atto d'ira a lungo simulata e di tacita disfida. Pareva che non pochi de' nobili invitati fossero nel segreto di quell'intestina discordia e pigliassero parte fra i due potenti rivali: e veramente, a ogni poco, la conversazione animata, romorosa, di subito languiva, moriva; e cominciavano qua e là per le sale le confidenze bisbigliate all'orecchio da vicino a vicino, mezzi sogghigni, parole tronche di maraviglia o di riserbo: tutti segni che bastavano a dinotare qualche cosa di grande e d'arcano che s'aspettasse o si temesse. Alla destra del canapè, ritta e altera, sedeva discorrendo colla padrona di casa un'altra dama ossequiata e potente, la contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo. Alla dignità della persona, all'abito di seta nera rabescata, al maestoso girar del capo, adorno d'una cresta di merletti, vedevasi in lei l'abitudine del comando, mista a quella specie d'umiltà superba, per la quale aveva saputo farsi quasi centro d'una nuova e segreta inquisizione. E l'Illustrissimo la temeva. Vicino a lei stavano in ampii seggioloni due altre contesse sue amiche, di nobiltà pura come l'oro, e di pietà famosa. Sul capo dell'una torreggiava un turbante di velo cilestrino che proteggeva due vistose ciocche bionde, fatte lavorare espressamente a Parigi; l'abito di mussola di seta che vestiva, non abbastanza accollato, pareva voler permettere di gettar lo sguardo sugli avanzi di tesori che un dì furono il tema di qualche arcadico sonetto, se la dama non si fosse tenuta con molta cura ravviluppata in una gran ciarpa turca che le scendeva fino a' piedi. L'altra contessa portava in vece una cuffia pomposa, somigliante al paniere di Flora; non aveva nè ricci, nè giojelli, non vestiva così sfoggiata come la sua vicina; ma le si vedeva nel languor degli occhi, nel torcere del collo e nella contegnosa postura una certa pretensione, comechè innocente, d'esser creduta giovine ancora: chi solo avesse guardato alle sopracciglia nere e al roseo delle guancie, non alle rughe sottili, nè agli occhi appannati, nè alle labbra a studio ristrette, poteva anche dire che al più toccasse la trentina.

Dietro a queste tre inseparabili potenze tenevano il campo cinque o sei signori, alcuni in piedi, altri seduti, facendo le spese della conversazione: due preti: un consigliere; e un zio materno della padrona di casa, uomo ricchissimo, che sputava tondo e non poteva soffrir contraddizioni: e presso al muro, nella penombra, quali astri minori, due persone di mezza età, che non fiatavan quasi mai se non interrogate, ma, guardando sempre all'ultimo che parlava, sorridevano, chinavano il capo in atto di consentimento.

—Cara signora marchesa: diceva con voce nasale l'incipriato consigliere Zebedia, ripigliando il filo del discorso, che una sdegnosa occhiata, volta a quella parte dal padrone di casa, aveva interrotto: io lo ripeto; se vogliamo riuscire a metter argine al torrente delle novità sovversive, bisogna che uniamo tutte le nostre forze, la volontà, la prudenza, la carità, e anche un po' d'accortezza; poi, con quel potere che naturalmente ci fu dato…. essendo noi in alto, e governando il presente, per meritarci il bene futuro…. dobbiamo adoperare a fondar le basi di quella terrena gerarchia, senza cui il mondo, in men di quarant'anni, andrebbe di nuovo nel caos.

—Eh! queste sono teorie e null'altro, signor mio: gli diè sulla voce con una cotale asprezza il conte Alberigo, zio della padrona. Vi so dir io che il mondo non andrà in polvere così presto; son migliaja d'anni che coloro, i quali la pensano al par di voi, cantano su questa solfa, e il mondo è sempre stato di chi l'ha saputo pigliare. La gente grida a quando a quando, strepita, tambussa, fa come l'asino a cui si tolga il basto, raglia, calcitra, fa il tombolo sull'erba; rimettetegli la cavezza, e torna contento a obbedire. Ma…. tocca a noi, a noi, vi dico, di saper comandare.

—Sì, sì: ripigliò il consigliere col suo tuono flemmatico: ma quando l'ordine sociale va sottosopra, quando si grida così forte per la vil moltitudine… un formicajo che finora tenne sempre il suo nome di plebe, e adesso crede nobilitarsi col nome di popolo…. eh! eh! eh!

—E notate! entrò a dire uno dei due tonsurati; e dalle opinioni sue, che in parte già conosce, non tarderà il lettore a ravvisare il padre Apollinare. Notate bene che, pur troppo, siam noi che li abbiam guasti e sbrigliati costoro. Quel gridar tutto di lumi, lumi, istruzione, incivilimento, umanità, e tant'altri paroloni, ha messo loro il capostorno, per tenermi al paragone, qui, del nostro conte Alberigo….

—Catechismo e abbecedario! aggiunse l'altro reverendo, un pingue e rubicondo canonico, l'erudito dell'illustre comitiva. Catechismo e abbecedario! la dev'esser questa la scienza del popolo, se si vuole che stia cheto al suo luogo. E tocca a noi, che abbiamo studiato, a sminuzzar loro tale dottrina. Il popolo, come lo vogliono questi filosofastri, questi profeti della moderna Babilonia, è un sogno, un'astrazione; bisogna studiarlo nel fatto questo popolo, che un classico, un sapientone del paganesimo chiamò giustamentebestia di molti capi…. Chi ha letto, ne sa.

—Don Fulgenzio mio, rispose il conte Alberigo, è ben vero che una parte della colpa è nostra; noi, in cambio di tenerci nel grado competente, abbiam cominciato a transigere: fatto il primo scalino….

—Certamente, siam andati giù giù, ci siam mischiati con la folla, e ne proviamo gli urtoni: aggiunse il consigliere Zebedia.

—Ma lo scandalo peggiore, si mise dentro allora nel discorso la contessa Cunegonda, la decadenza dell'ordine e delle podestà, e quindi la rovina della morale e il trionfo della miscredenza, furono la vergognosa mescolanza delle classi, la profusione delle ricchezze nel piacer mondano, la corruttela dell'oro sostituita allo spirito vero della carità, alla savia e oculata beneficenza.

Arrischiando cotali querele nel cerchio de' suoi fidi alleati, la vecchia dama guardava all'altro lato della sala, ove, in mezzo a più romorosa conversazione, primeggiava riverito, contornato, adulato, suo fratello l'Illustrissimo. E per comprendere tutta la portata di siffatte allusioni, conveniva essere nella confidenza di certe cose importanti e segrete, venute a galla nell'intimo crocchio della contessa Cunegonda, in quella stessa mattina. S'era parlato, ma sempre in nube e con tutta convenienza, di certi bassi e volgari intrighi, che potevan mettere in compromesso la dignità di qualche famiglia; s'era buccinato di certe indegne persone che, approfittando della debolezza dell'Illustrissimo, adoperavano il suo nome e il suo oro, per occasione di vizii e di vendette.

Anche la consorte dell'Illustrissimo, la quale fino allora, in sì dilicata materia, aveva saputo serbare il più scrupoloso riserbo, apparve in quella mattina, ad ora insolita, nel consiglio della dama cognata. Le due vecchie eccellenze confabularono in un appartato gabinetto, per mezz'ora buona.

E fu, dopo tal colloquio, che la contessa Cunegonda e i suoi inquisitori decisero, senza dimora nè riguardo, di soffocare, finchè c'era possibilità, quegli scandali. Venne in mezzo il padre Apollinare, il braccio destro della contessa, a parlare, in proposito, della famiglia di Damiano, e delle cose ch'eran succedute, aprendo anche un usciolino a' suoi sospetti: ma egli ne sapeva più che non dicesse. E la conchiusione fu che si togliesse da ogni pericolo quella povera giovine, collocandola al più presto in un ritiro: al che però si doveva riuscire con grand'arte e mistero; non volendo la contessa Cunegonda, a rischio d'uno scandalo peggiore, rompere guerra aperta all'Illustrissimo fratello.

Il quale, dal canto suo, bisogna dire che avesse subodorato qualche cosa di questa pia trama; poichè, qualche ora prima, al punto di sedere a tavola, al fido suo Rosso, venuto a fargli non so che misteriosa imbasciata, aveva risposto:—Fa domandare l'Omobono domani mattina; e la vedremo!

Capitolo Ottavo

Mentre così, da una parte del salone, s'agitavano in quel grave consesso opinioni, pregiudizj e piccole ire di congregazione o di partito, con le maestose apparenze d'ordine sociale, di moralità, di guasto popolar costume; dall'altra parte s'eran qua e là formati diversi gruppi, d'uomini e donne eleganti, secondo che volevano simpatia o curiosità, indifferenza o noja.

L'Illustrissimo aveva lasciato il corteggio de' vecchi alla sua dignitosa metà; e passando dall'uno all'altro de' crocchi più allegri, piacevasi di sfiorare, qua e là, le avventure curiose, la cronaca scandalosa della settimana, o le insulse novità della politica. Così, tenendo in credito la sua degnazione e popolarità, sentiva solleticarsi l'amor proprio da' complimenti che non gli mancavano; così spariva visibilmente dalla sua fronte la nube del sospetto e della inquietudine, onde per tutto il durar del pranzo parve offuscato il consueto suo buon umore.

Stava egli ritto in quel momento nel circolo d'alcune dame, le più giovani e le più belle della conversazione: neppur uno degli elegantissimi che loro facevan corona avrebbe osato contrastargli il diritto d'entrar nelle grazie di questa o di quella, con piacevolezze o complimenti a suo grado. Alcuni giovinetti di primo pelo, poco gelosi di lui, discorrevano fra loro a mezza voce, ridendosi forse delle sue pretensioni alle galanterie, e l'un l'altro da capo a piedi pavoneggiandosi con disinvoltura, occhieggiando e scambiando bei motti, nel gergo alla moda.

L'Illustrissimo s'inchinava con molta cortesia sulla spalliera d'un seggiolone, ove stava più abbandonata che adagiata una dama forestiera, donna sui trent'anni, bellezza famosa, la quale sebben cominciasse ad appassire, pur non aveva scordata la magia delle occhiate or languide or truci: un braccio ignudo e ben tornito, e il vezzo con cui, agitando il miniato ventaglio, concedeva all'aria commossa di scompor lievemente i veli del seno, chiamavanle intorno, come farfalle inquiete, i damerini più svenevoli e più azzimati. Ma l'Illustrissimo, antico buongustaio di bellezze, avevale posta tutta l'attenzione, e n'accoglieva essa l'omaggio con singolar compiacenza; intanto che tre o quattro altre signore, stelle di minor chiarezza, affettavano di non volgersi neppure verso la fortunata che loro usurpava in quella sera i primi onori. Pure non mancavano anche a quelle, tra i cavalieri di mezz'età, ammiratori più modesti; i quali co' frizzi d'uno spirito un po' stantìo chiamavano sulle labbra di quelle corrucciate un sorriso che presto fuggiva. Tra que' giovani signori del bel mondo notavansi alcune nostre conoscenze: il cavalier Lodovico, assiduo presso una signora vezzosa, alquanto attempatella, a cui parlava spesso misteriosamente; il conte Achille, che s'era discostato a cominciare una partita d'ecarté colla giovine sposa dell'amico suo; e infine il marchesino Roberto, il quale, come fa la cingallegra, balzellando leggiadramente dall'uno all'altro gruppo, da questa a quell'altra damina, diceva le più scempie cose del mondo, rideva, e faceva ridere.

Nel vano d'una finestra, due sconosciuti a' quali nessuno poneva mente, forse perchè, in quella vicinanza di purissimi sangui, nè l'uno nè l'altro aveva tampoco la miseria d'undon, se ne stavano a discorrere alla buona, osservando le variate scene di quella illustre commedia. Il più giovine, trasandato anzi che no del vestire, e con una lunga capigliatura cadente, non poteva essere che un letterato od un artista; l'altro, severo in volto, abbottonato l'abito, e con una tabacchiera d'oro in mano, non avresti fallato a dirlo un medico. Come poi fosse loro piovuta la fortuna d'un invito in quel giorno, nol sapevano neppur essi argomentare. Fatto sta, che trovandosi impacciati in mezzo a quelle etichette, e fuor di luogo, come in troppo rarefatta atmosfera, s'erano messi in disparte, ciarlando sotto voce di tutto quel che vedevano, intanto che venisse il buon punto d'imboccar la porta inosservati. E bisogna dir che ne sapessero abbastanza di tutte quelle grandezze, comechè non morisse loro la lingua in bocca.

—Ve l'ho detto io, che il nostro antìtrione è sempre quello: diceva il più giovine: il prurito de' suoi vecchi lo pizzica ancora…. Vedetelo, che fa il cicisbeo a quella novità d'oltremonti.

—Avete ragione; maledette queste pavoncelle forestiere, che ci portano le loro smorfie e il loro gergo!

—Eh! che volete? son passatempi…. e poi questa non è che opera buffa; il serio è dietro le scene.

—Cioè?

—Se fosse tutto qui, non ci sarebbe che da ridere; qui si scambiano cerimonie, si va in visibilio, l'un liscia l'altro…. roba falsa, princisbecche! Vorrei ben legger io dentro al picciol cuore di tutti questi grandi.

—Ma voi m'abborracciate della morale….

—Perdonate, sapete, se pago di questa moneta i favori dell'Illustrissimo; ma in capo mi frullano certe fantasie così nere, che temo non mi faccia mal pro il suo gran pranzo, a cui son venuto in mal'ora.

—Confesso, che ne abbiam sentito di belle; cose, cose…. che fanno angoscia allo stomaco…. scusatemi un po'….

—Lo dite dunque anche voi, dottore?

—Ma sì…. Date orecchio a quello sbarbatello che si dondola sull'anche, lì presso al paravento, dinanzi a quella dama dal color ch'essi dicono sentimentale, e che noi diciamo itterico.

—Di che cosa parlano?

—Imparate, se volete far breccia…. Li sentite? Lei ha detto:—Marchesino,c'est une mystification!E lui:—Pas vrai!… il filo de' diamanti che ha in fronte la famosa contessa, per me non vale il nastro che allaccia il vostro bel piedino!… Che, vi par della frase?

—Oro colato; non si può dir meglio.

—Lo so ben io, che a star qui nell'ombra, come facciam noi, c'è da goder mezzo mondo.

—Se ci sentissero!

—Pur troppo, a venire in certi siti, bisogna lasciar la carità del prossimo alla porta.

—Bella scusa!—E offerse al suo giovine vicino una presa di tabacco.

—Grazie no, dottore. Ma ditemi, chi sono quelle sfingi, che là, intorno al canapè, fanno tanta corte alla padrona di casa?

—Oh! quelli sì lo sanno il fatto loro. È la solita comitiva della sagrestia: là si fruga, là si giudica e si condanna; e quelle vecchie han le braccia lunghe, sapete! Però, tutto quel che fanno è per fin di bene; e prima di tutto, per fin di bene, vogliono comandar loro. Anche questa, giovinotto, è strada buona per far fortuna: pigliate l'imbeccata da una di quelle grinze contesse, e siete sicuro di toccare il segno.

—Obbligatissimo; spero proprio di non averne bisogno.

—Ah! ah!… Vedete, quest'oggi, io l'ho capita, c'è delle nuvole per aria. In tutta sera, l'Illustrissimo non ha mai aperto bocca nè colla signora moglie, nè colla contessa sorella. Ne' dì passati, a dirvela in confessione, s'è parlato di certe storie, cosette un po' losche per verità, e pare che l'Illustrissimo c'entri anche lui in qualche modo… S'è parlato…. ma, zitto! per amor del cielo! d'una giovine, alla quale si voleva…. far del bene…. mi capite?… e d'un suo fratello, o amante che sia, a cui si pensò di dare, così alla lesta, una buona bastonatura, per commissione….

—È impossibile! sarebbe una cosa infame, troppo infame!

—Forse non sarà vero; io non ve la do come cosa storica; ma pure, non so che di simile ci dev'essere.

—Permettetemi, dottore, ch'io non vi creda. E poi, cos'ha a fare ciò che mi dite, coll'aria che regna qui stasera, come di due campi nemici?

—Canzonate?… Mettete un po' che sia; e pensate voi che guai, che subisso n'avran fatto nel loro crocchio le cuffie e i parrucchini! Anzi, vi dirò, appunto l'aria che spira mi fa pensare ci sia del positivo.

—Siete pur maliziosi voi altri dottori!

—Eh! che volete? voi li scrivete i romanzi; noi ne siamo testimonii, e talvolta anche parte.

—Basta, voglio saperne di più.

—Abbiate però giudizio, se vi piace di godere qualch'altra volta le grazie dell'Illustrissimo.

—No, no; qui mi par di soffocare; non è luogo per me: può stare, ma non ci vengo altro in queste sale. Buon per noi che, tra i nostri signori, per dir vero, ce n'è pochi di simile stoffa; altrimenti, s'avrebbe ragion di dire….

—Eh! voi avete ancora troppa poesia in mente. Fate com'io fo; ridete in un cantuccio, e con una scrollatina di capo, dite: Fralezze umane!

I due sconosciuti passarono dietro le spalle d'alcuni servitori, sopravvenuti in quel punto ad apportar sorbetti e rinfreschi; infilarono le porte del sontuoso appartamento, e uscirono umili e pedestri, insalutati perfino dal guardaportone.

La conversazione intanto si faceva più animata in qualche gruppo; e se ne togli l'immobile circolo della padrona di casa, tutti gli altri, cavalieri e dame s'aggiravano di su, di giù, contraccambiavansi cortesie e saluti, parlavano di musica, di mode, di corsi e d'altre nullaggini. L'Illustrissimo non aveva ancora finito di chiacchierar colla contessa forestiera; ma dalle gentilezze di prima il colloquio piegava a non so qual vaga e indolente querela sul tedioso vivere in una città che non sia Londra, Parigi, o Pietroburgo. E vedevasi che l'Illustrissimo voleva sfogare un resto del suo mal umore; poichè, interrompendo la dama in mezzo a non so qual complimento:—Sono illusioni: le diceva: Milano è pettegola, come la più piccola città di provincia. Credete che qui si possa dire o far cosa alcuna, senza che tutti lo sappiano e ciarlino a loro posta?… Io per me sono sempre stato superiore a tali miserie…. ma intanto, le convenienze, i riguardi, l'opinione, non ci lasciano libertà nè pace.

La dama faceva le maraviglie, con un accento che aveva più del tartaro che del francese; e l'Illustrissimo seguiva:

—Così è, cara contessa! delle donne come voi ce n'è poche…. Di rado lo spirito e il buon gusto vanno di conserva colla bellezza; e le nostre signore…. Oh! non mi fate dir di più, che ne conterei di stupende.

Appunto allora, una sonora risata, di quelle che di rado turbavano gli echi delle magnifiche sale, interruppe le varie conversazioni; e tutti gli occhi si volsero al crocchio de' giovinotti più azzimati, i quali presso all'aperta balconata s'erano stretti ad udire una curiosa storiella che il marchesino Roberto finiva allora di raccontare:

—È proprio così, come ve l'ho detta: continuava nel suo falsetto l'imberbe garzone, racconciandosi intanto la lucida chioma arricciata e il nodo della cravatta:—E del povero Martigny non sapete nulla?… Quel diavolo incarnato ne ha fatto una delle sue, e non so come finirà. È stato un affar grosso e serio, ve lo dico io, una mezza rivoluzione; gli serrava addosso un centinajo d'artigiani e d'altri imbecilli…. e il maestro tira di qua…. para di là…. gira, pesta e tempesta…. in men che nol dico, ne mise alla ragione, cioè per terra, un venti almeno; e chi sa cosa avrebbe fatto degli altri, se non capitava sul luogo un fulmine di soldati e di gendarmi, che in un momento nettarono il campo di tutta la canaglia, e condussero il disgraziato Martigny in prigione.

A questa grave notizia, che il marchesino fece seguire ad una scandalosa avventura narrata dapprima, onde s'era desta la prepotente ilarità di que' giovani signori, tutti trasecolarono; alcuni si mostrarono scontenti; altri dubitarono, altri dissero che non ne credevano niente. Solo due persone non fecero motto, l'Illustrissimo e il cavalier Lodovico, i quali forse ne sapevano più degli altri. Ma la nuova di quell'accidente non era tale da occupar troppo a lungo la lieta adunanza; se ne rise ancora un poco, e la cosa finì.

A sera avanzata, signori e dame tornarono qua e là a' tavolieri di giuoco; e passavano dalla sala di conversazione in quella del bigliardo, e nelle altre splendenti stanze dell'appartamento. Più di una giovine marchesina, più d'una schizzinosa contessa, ammansandosi a poco a poco, degnaronsi di dare orecchio alle amabili confidenze di questo o di quello: alcuna dilungandosi di sala in sala, a braccio del più fortunato de' figurini alla moda, s'appartò non veduta sur un terrazzo tutto adorno di fiori esalanti soavissimo profumo; alcun altra, mollemente adagiata sovra morbido sofà, in solitario gabinetto rischiarato dalla timida luce d'una lampana d'alabastro, ascoltò per la prima volta da uno de' suoi adoratori misteriose confidenze, tutte scintillanti di motti francesi.


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