A quell'ora, la contessa Cunegonda era già partita; e appena partita lei, anche la padrona di casa annunziò ad alcune delle dame che la circondavano come, per la sua solita emicrania, non potesse trattenersi di più: e rientrava nel suo appartamento. Questo fu come il segnale dello scioglimento del consiglio per tutti i suoi fedeli; disparvero l'un dopo l'altro; ma non senza fare all'Illustrissimo profondi inchini, augurii e saluti. Egli, che per dispetto aveva affettato di non accorgersi neppure che sua moglie avesse lasciata la sala, ringraziò con molta freddezza que' signori, e a più d'uno non rispose che con un leggiero chinar del capo.
Capitolo Nono
E la Stella?—La Stella intanto, a cui nulla era noto della sorda guerra che le due misteriose avverse potenze andavan facendo tra loro, quasi per disputarsela come una preda, aveva passato que' giorni in una muta e penosa incertezza.
Dopo la disgrazia succeduta a Damiano, la madre e la figliuola vedevansi innanzi un avvenire tristissimo, muto e senza speranza. Già da varie settimane si trovavan nella solitudine e nelle lagrime: continuavano a lavorare per vivere di giorno in giorno; ma il lavoro era scarso, mal pagato; mancava colui che con tutto il suo coraggio le sostenne fino allora, colui che coll'animoso sagrificio di sè medesimo seppe far loro dimenticare che il tempo della povertà potesse venire. Que' tali, che da prima si lasciarono vedere a ogni poco, spacciando promesse di favori e di protezioni, non s'erano più veduti; le due abbandonate donne, affatto sole, già non potevano pensare al domani senza spavento.
La Teresa, e per l'età e per le molte angustie patite, si sentiva venir meno la forza di dì in dì; il continuo lavorare le struggeva la fiacca salute; e già più d'una volta, al venir della tarda sera, accorgevasi di non esser riuscita a guadagnare quanto bastasse per il pane della giornata. La povera donna non diceva nulla; ma la Stella s'era bene accorta che la vista della mamma s'affievoliva; che ormai, nel cucir di bianco, essa più non sapeva infilar la cruna dell'ago; cosicchè s'era ridotta, la più gran parte del dì, a lavorar di maglie, rattoppando le calze grossolane de' vicini poveri com'essa.
Quella buona figliuola, comechè si sentisse la morte nel cuore, e non rare volte, quando stava al telajo, le cadessero lagrime mute sui graziosi ricami, faceva di tutto per supplire col lavoro più lesto, più attento e non intermesso, a ciò che la madre non poteva. Nondimeno era ancor troppo poco, per far loro sopportare con un po' di fiducia e di pace que' miserabili giorni. Quante volte ella, senza ristar dalla fatica, sollevava gli occhi al cielo con un sospiro di preghiera! Quante volte, nel mezzo d'un bel dì sereno, udendo la mamma rammaricarsi che facesse nuvolo e ci si vedesse appena, la fanciulla soffocava lo schianto del cuore, e mentiva, dicendo ch'essa pure distingueva a fatica i minuti disegni del ricamo.
Sulle prime, la Teresa usciva spesso a dire che quelle brave persone a cui s'era già tante volte raccomandata si sarebbero un dì o l'altro ricordate di lei; ma la Stella, che mai non aveva potuto creder sincere le belle parole di que' protettori, non sapeva persuader sè stessa che n'avesse a venir bene. Quando poi i giorni passarono, e si portarono via con sè quella tenue speranza; quando, dopo lunghe settimane, non riuscirono a saper nulla del destino di Damiano, e non videro comparir più nè Giovanni, nè il signor Lorenzo, i quali avevan pure data parola di far tutto il possibile per quel povero innocente; allora le due abbandonate conobbero che oramai non avevano che mettersi nelle mani della Provvidenza.
Esse non sapevano che nè l'onesto veterano, nè Giovanni il lavorante non eransi dimenticati del perseguitato Damiano; non sapevano che, se loro mancò il cuore di tornar su per quelle scale, non fu per altro se non perchè, con tutta la buona volontà, non vennero a capo, in tutto quel tempo, di saper nulla di consolante. Nè, d'altra parte esse avrebber sentito, ne' loro semplici cuori, nè imaginato come quell'esser così dimenticate, nel momento più doloroso, dalle potenti persone abbastanza informate della loro disgrazia, dipendeva forse da un calcolato concerto, per fini non facili a scoprirsi.
Così passavano, d'una in altra angoscia, d'uno in altro spavento, i giorni e i mesi. La Stella tremava per sua madre; ogni dì più, era stretta a convincersi ch'essa non poteva durare sotto a quel travaglio della povertà; e parevale, oltre la crescente debolezza degli occhi, covasse qualche male, che l'avrebbe da un momento all'altro ridotta nel letto. Celso venne ancora qualche rara volta, appena potè fuggire all'inasprita vigilanza del suo superiore; ma non venne che per crescere il loro affanno, piangendo anche lui, e non trovando nessuna via per fare ciò che pur sentiva essergli sacro dovere.
La Stella, in que' due mesi, facendo quasi miracoli, poteva giungere in tempo a pensare a tutto; e a furia di crucci, di stenti e di pietosi inganni, era riuscita fino allora a tener nascosta alla madre la mancanza delle cose più necessarie. Ma la povertà era in casa.
Già da parecchi dì non si vedeva più fuoco sul loro camminetto; spento il fornello, per mancanza di carbone, e perchè la scarsa provvigione di legne, fatta da Damiano alcuni mesi innanzi, era finita. La Stella, che faticava dì e notte, quando non le mancasse il lavoro, tornava quasi ogni mattina da due o tre onesti mercanti, sole pratiche a loro rimaste, cercando colle lagrime agli occhi qualche anticipazione sul prezzo de' ricami che aveva ancora in mano; ma non sempre poteva raccorre più di quanto bastasse per non morire quel giorno. A tarda mattina, un po' di pane raffermo e mezza chicchera di latte bastavano per la sua colezione; ma voleva che la mamma mangiasse qualcosa di caldo; e lesta scendeva ella stessa alla più vicina osteria, per farle bagnare col brodo appena fatto una piccola zuppa. Al cader del sole, le poche monete avanzate, eranle appena bastanti per comperarsi in quella osteria una scodella di minestra allungata, che spartivano fra tutte e due.
Il piangere poi che faceva la povera fanciulla, quando, di notte, si trovava sola, e non sapeva più pregare, e faticava a prender sonno nel suo umile lettuccio, il piangere e il pensare a quel ch'era, a quel che poteva essere, ella sola lo seppe.
Ma pur qualche volta consolavasi un poco, allorchè la mamma, che non s'era avvista ancora di tutta la verità, dicevale d'alcuna cosa che desiderasse avere, ed ella riusciva a contentarla. Spesso bisognava però che nascondesse con piccole menzogne quello che in casa non poteva farsi come di consueto: così, quando non ci furon più legne, le aveva detto come stimasse più comodo farsi dar la minestra dall'oste, fintanto che non tornasse Damiano, per aver libero tutto il giorno al lavoro. E la mamma non vedeva la Stella arrossire; non vedeva come in que' momenti, col darsi attorno a qualche cura, ella studiasse di nascondere che la sua voce tremava.
Intanto avvicinavasi il giorno d'un santo, che fa terrore a tanta povera gente, il giorno del san Michele. Sapeva bene la Stella come Damiano, di poco passata la Pasqua, avesse pensato a pagare al signor Pietro la metà della pigione di quell'anno: ma tenevasi pur certa che se prima del dì fatale, non fosse contato il restante, quest'uomo dal cuor di sasso, dopo essersi ricattato su quella po' di robicciuola che loro restava, le avrebbe mandate con Dio. Ma dove trovarle settantacinque lire? chè manco non ci voleva. E chi si sarebbe fidato d'imprestargliele? e come restituirle, se la disgrazia non si fosse stancata di star con loro? Lasciando poi, che alla modesta fanciulla ripugnava l'andarne qua e là a piangere, a raccontare la sua miseria; e che non voleva dir nulla alla mamma, per non vederla patire di più. Pensò che poteva ricorrere al signor Lorenzo: quel brav'uomo, l'avrebbe, se non altro, ajutata con un buon parere; si sarebbe dato attorno anche lui. Ma egli da un pezzo più non era tornato; onde la poveretta si mise in capo che di loro non volesse proprio saperne più.
Una mattina però si fe' cuore, e senza dir nulla alla mamma, andò ella stessa fino a casa sua, in via di san Simone. Ma non lo trovò: la porta era chiusa; e un vecchio calzolajo che abitava una stanza vicina, sullo stesso pianerottolo, le raccontò che da un bel pezzo il signor cavaliere sbucava col sole, e non si lasciava più trovar da nessuno.
Tornò a casa, non parlò; e venuto poi il mezzodì, disse alla mamma che doveva uscir di nuovo per certo lavoro a lei promesso; e pigliato di nascosto un picciol rinvolto, che già aveva preparato fin dalla mattina, se ne andò tutta tremante. Ella camminava rapida e confusa di via in via, quasi che temesse di esser veduta; le sembrava come se gli occhi di tutti la spiassero, e come se andasse a far del male. Schivando i luoghi più frequentati, sboccò nella via de' Tre Monasteri, ed entrò frettolosa nella porta del Monte di pietà.
È in quella casa, che va a finir tutto ciò che nel tugurio e nella soffitta è insegna di ricchezza, è reliquia d'agio o di comodità; è là che il povero si distacca da qualche preziosa memoria de' suoi vecchi, il miserabile impiegato dall'ultima sua posata d'argento, la vedova dell'operaio dal suo anello di sposa, dal crocifisso che pendeva al suo letto. Quanti misteri e quanti dolori potrebbero esser narrati da chi sapesse che cosa voglion dire tutti que' depositi della sciagura, così molteplici, così diversi, che di continuo vanno e vengono, e formano come gli anelli d'una catena che lega il povero alla sua povertà!… Ma quella casa è un luogo benedetto; e uomini santi furono i primi che già da secoli cominciarono a spartire, nelle mani di chi non ha pane, un tesoro a tempo raccolto dalla misericordia.
La Stella non era mai entrata colà, e non sapeva trovar parola per dire a che fosse venuta; ma una vecchia servente del luogo, nella quale, benchè la fosse incallita, non era del tutto morta la compassione, vide l'imbarazzo della poveretta; e facendosela venir dietro nelle stanze d'ufficio destinate a' depositi, pigliò dalle sue mani quel rinvolto, lo sciolse, e vi trovò una piletta d'argento, una grossa fibbia, d'argento anche questa, che pareva aver servito a una cintura militare, e una collanetta di belle granate col fermaglio d'oro: era tutto quanto della passata modesta fortuna restava alla famiglia. Quella collana poi l'aveva, per sua memoria, lasciata alla Stella una buona signora, morta da parecchi anni; la quale, allorchè abitavano in Quadronno, essendo priora della dottrina in san Celso, volle accompagnar la fanciulletta alla prima comunione. In pochi minuti fu stimato quel piccol deposito; e fatte alcune annotazioni sui registri dell'ufficio, quel signor impiegato mise in mano della Stella un biglietto di pegno, le contò ottanta lire di Milano; poi si voltò stizzito a un gruppo di donne, che s'affollavano colle loro miserie intorno al suo banco, e:—Una alla volta! disse: non è il pozzo di san Patrizio, questo!
Il pensiero dell'onor di suo padre e di Damiano, e l'affetto che dona coraggio e fede, sostennero la fanciulla in quel doloroso passo. Ritornò verso casa sua, più quieta, più franca, coll'interna persuasione d'aver compito un dovere: entrata in una chiesa, ripensò alla buona signora che in un dì più bello le aveva donata quella collanetta, e pregò per lei come per isdebitarsi d'essersi così divisa da quella memoria cara. Poi, ebbe coraggio, prima di svoltare nella piazza Fontana, di salire ella stessa al bugigattolo, ove si rimpiattava fra un monte di stracci e ferrerie, il signor Pietro, sottaffittatore del vasto casamento. Quell'avaro rantolone la ricevè con aria nè corrente nè brusca, non sapendo se venisse per pagare, o per cantar la solita canzone della disgrazia; ma si fe' netto in ciera, al toccar delle monete, che la fanciulla, con qualche parola di scusa, aveva posto sulla tavola. Alzò gli occhi, guardolla fisso, con una certa smorfia maligna, quasi che volesse domandare donde le fosse fioccato quel ben di Dio. Per buona ventura, ella non comprese.
Rientrata in casa, sentivasi come le fosse stato levato un peso dal cuore, e correva lieta alla mamma, per chiederle perdono di quel suo tardare, quando il suon d'una voce lenta e grave le venne all'orecchio. Si fece innanzi, e nella persona che, senza accorgersi della sua venuta, continuava a parlare autorevolmente alla mamma, essa riconobbe il Padre Apollinare.
Il Padre, dicendo aver saputo da poco tempo le strettezze della famiglia, veniva a proporre alla Teresa lo spediente di collocar la figliuola in un ritiro, dove non le sarebbe mancato nulla di quello ch'è necessario, diceva, per questa vita e per l'altra. Fu un colpo per la povera vedova quest'annunzio; ma non sapeva trovar ragioni per combattere que' solenni argomenti.
Appena s'accorse della fanciulla, il Padre la fece sedere, parlò a lungo anche a lei, senza voler che gli rispondesse; le fece comparir come una grazia quella ventura che le si offeriva così a proposito, le disse che a sua madre non sarebbe mancato più nulla, poichè s'ella acconsentisse ad entrare nel Ritiro, non doveva venir meno anche alla madre sua, la protezione d'alti personaggi, che le provvederebbero di quanto fosse di mestieri; le diede a capire, in aria di mistero, che dalla sua sommissione sarebbe venuto così il maggior bene per la famiglia tutta. E conchiudendo riflettesse seriamente a quel tanto che, in tutta coscienza, le aveva significato, si levò, lasciando le due donne confuse e senza fiato. Ma prima d'uscire, si volse indietro a promettere che sarebbe tornato la mattina appresso per sentire una decisione.
Quella sera, nell'intima consueta società della contessa Cunegonda, si menò non poco trionfo di così bella vittoria, e ci fu chi storpiò in proposito il patetico paragone della pecorella smarrita.
Stella, alla domane, levatasi coll'alba, aperse la sua finestra. L'aria freschissima, il sereno e la prima luce che irradiava la statua della Madonna del Duomo, la consolarono un poco dagli ardenti e nuovi pensieri che non le avevano lasciato gustare sola un'ora di sonno in tutta notte. Guardava malinconica la luce maestosamente riposarsi su quelle cento candide guglie erette al cielo, che da tant'anni vedeva ogni mattina indorate dal nascente sole, così leggiere, così trasparenti, che le imaginava scolpite dalla mano degli angioli; guardava le case, le finestre più alte che l'una dopo l'altra s'aprivano; e la sottoposta via, e la vicina piazza Fontana, ove compariva qualche lesto artigiano, o qualche femminetta del popolo, o la carriuola del lattivendolo. E pensava che il dì appresso non avrebbe respirato così sola e in libertà quell'aria che veniva dalla Brianza; pensava che non avrebbe veduto forse mai più que' tetti, quelle case, quella parte del cielo.
Tornò nell'angolo della stanza ov'era il suo letto; e pian piano, senza farsi sentire, distaccò dalla parete, ov'era appesa, la gabbia del suo canarino, e la posò sul davanzale. L'uccellino pigolava lietamente, e saltellando sugli staggi della gabbia, batteva le alette e pareva chiamasse col primo gorgheggio la sua buona amica. Stella gli sorrise, lo chiamò essa pure coll'usato vezzo, e dopo aver guardato svolazzar su e giù quel solo compagno d'ogni sua gioja e dolore, che le tornava sovente alla memoria il povero Rocco, stese la mano a un tratto, e come sorpresa da un pensiero, aperse lo sportellino della gabbia. Il canarino balzò fuori della piccola prigione, andò a posarsi sulla mano, e poi sur una spalla della giovinetta; di là spiccò un leggier volo, gorgheggiando più arguto, ma ritornò subito sul parapetto a cui Stella s'era appoggiata; fece per due o tre volte lo stesso, rivenne un momento sulla spalla di lei, quasi volesse renderle grazie della libertà, e salutarla ancora; alla fine prese il volo e fuggì via per l'aperto cielo. Quando Stella nol vide più, nè più intese il sottile suo canto, si rasciugò una lagrima; e partita dalla finestra, la socchiuse, perchè il sole, che alzandosi a grado a grado cominciava a penetrar nella stanza, non avesse a turbar troppo presto il sonno della madre entro l'alcova.
Preparò, come l'altre mattine, la colezione per la mamma e per sè; e andava pensando che forse da un dì all'altro, lasciato in libertà e conosciuto innocente, sarebbe tornato a casa il fratel suo; ma ella non le avrebbe posto più quella tazza e quel pane sul suo tavolo, presso il balcone. Mezz'ora di poi, Stella avea disfatto il letticciuolo in cui non doveva più dormire; e raccolte poche robe da portar con sè, e le piccole memorie della sua fanciullezza, cose che solo avevan pregio per lei, andò incontro alla mamma, colla faccia bella e serena come all'usato.
Indi a poco, s'aperse la porta, e il signor Lorenzo più rannuvolato, più sbattuto del solito, dopo tanto tempo, si lasciò vedere.
—Sei stata tu, la mia figliuola, cominciò a dire, che jer mattina sei venuta a trovare il vecchio lupo, a san Simone?… Non diventar rossa, che non è il caso. Vedi, se io t'ho indovinata! Quel mio vicino di casa, Gaspare il calzolajo, al quale tu hai parlato, diceva che l'era una bella tosa, così e così, con un far buono e la faccia un po' malinconica… È lei, senz'altro: ho detto io: ma cosa vorrà mai?… Vecchio maledetto ch'io sono! nè ho più tempo a mutar nè il pelo nè il vizio… e se mi va a traverso una parola, se un cristiano non fa a mio modo…. non son più io…. gli volto l'occhio; e lì, duro, incocciato, come un marmocchione…. Ma con te no, la mia Stella! con te, che sei la figliuola del mio Vittore, no!… Dì su, dunque; ti bisogna qualche cosa dal tuo compare? Dì su…
La Stella tremava; ella non s'era spiegata con sua madre; e, ben che molto avesse nel cuore, non sapeva che rispondere a quella interrogazione brusca insieme e affettuosa. Se non che il signor Lorenzo s'accorse che una lagrima cadeva dagli occhi della fanciulla: fece due passi innanzi, guardò lei, guardò la signora Teresa; e pensato un poco:—Che c'è di nuovo? ripigliò: nè tu parli, nè parlate voi…. Oh! la vedo, c'è magagna sotto. E cosa v'ho fatto io, perchè non vogliate più nulla da me?…. Quanto a voi, signora Teresa, lo so bene, sono i vostri preti che v'han messo su contro di me; ma io, tanto e tanto, voglio esser buono a qualcosa ancora…. Io penso a Vittore…. e non sono un voltafaccia io….
—Scusate, signor Lorenzo: disse finalmente la vedova: mi dispiace proprio che vi siate incomodato…. ma avete torto di pensar male di noi. Certo che ci sono…. delle brave persone che s'interessano a favore di me…. e della mia povera figliuola…. Anzi, vi dirò….
—Cosa serve, mamma?… timida la interruppe la Stella.
—Parlate chiaro una volta! disse il vecchio soldato, inquietandosi.Già n'avrete fatta un'altra delle vostre….
—Come sarebbe a dire, signor Lorenzo? quasi che il trovar chi pensa alla mia creatura, e il poterla allogare in una casa benedetta non sia una grazia singolare, una fortuna del cielo!…
—Se l'ho detto io! scappò fuori l'antico cisalpino, perdendo la flemma. Ecco, cos'hai fatto, o Vittore, a pigliarti una beata!… Vedi, dove vanno a finire i tuoi figliuoli. E io, vecchio mulo, che m'ostinava a volerne cavar qualcosa…. Già, l'ho capita da un pezzo! la casa del mio compagno d'armi non è più la mia casa. Bisogna che me ne vada via, com'era venuto, senza la medicina d'un po' d'amore…. Pazienza! morirò solo, e non importerà a nessuno che io non ci sia più…. Ma tu Stella, ricordati! se i tuoi protettori, un dì o l'altro, non facessero più nulla per te, il fratello di tuo padre venderà la sua croce d'onore, per darti un pezzo di pane.
E senz'aspettare quel che fossero per dirgli le donne, se n'andò in furia fino alla sua dimora, e stette chiuso per tutto quel giorno. Nessuno de' molti casi della sua vita aveva lasciata, come quello, un'amarezza così fiera nel suo cuore.
Partito lui, la Stella, senza parlare, gettava le braccia al collo di sua madre, prorompendo in un largo pianto.
Sul mezzodì, un modesto calesse coperto si fermò alla porta della casa. Poco stante, la Teresa, non ancora rinvenuta dallo sgomento in che l'aveva messa la brusca visita del veterano, vide entrare una dama, sul tramonto dell'età, dal viso secco e composto, colla cuffia bianca a bendoni, nera la veste, nero lo scialle. Le veniva alle spalle un prete dal collo torto e dalla logora zimarra; il quale, a ogni parola di lei, abbassava il capo; col forzato sorriso di chi assente per riverenza o paura. Quella dama era, nientemeno, la Contessa Cunegonda: nella sua qualità di dama protettrice del Ritiro, compariva, spalleggiata da don Aquilino, a lei mandato dalla cognata espressamente per compire quell'opera tra loro così caritatevolmente deliberata.
Don Aquilino volle dir qualche parola alla giovine, che umile s'era fatta innanzi, per baciar la mano della dama; ma la pia massima che stava per metter fuori finì in una muta contorsione di labbra. La contessa, salutando con degnevol cenno di mano la vecchia Teresa, la quale confondevasi a cercar ringraziamenti e scuse, trasse dolcemente a sè la fanciulla, e accarezzandole i neri e lisci capelli, le disse, con affettata unzione:—Venite, brava giovine! facciam di buon cuore il sacrificio della volontà ribelle… prepariamoci all'umiltà, alla cieca ubbidienza…. rispondiamo alla chiamata… e allora vinceremo i tre nemici dell'anima nostra, il mondo, il demonio, la carne.
La Stella commossa, non da queste parole, ma dalla forza degli affetti che l'avevano combattuta tutti que' giorni, volse indietro il capo, per non lasciar vedere le lagrime; mentre la Teresa, edificata dalle esortazioni della dama protettrice, giungeva le mani in atto di ammirazione compunta; e il restío cappellano, che non capiva del tutto quel metter quasi il coltello alla gola per far il bene, comechè non avesse l'animo di fiatar contro la potente volontà di chi lo mandava, a ogni poco traeva la tabacchiera dal taschino del giustacuore, e colle grosse prese del rapè cercava dissipare non so qual nebbietta dalla coscienza.
Dopo altre poche e serie parole, la Stella che avrebbe voluto ancora baciare e ribaciar la mamma, fece forza a sè stessa, e s'accontentò di stenderle la mano; poi subito, pigliando ella stessa il suo fardelletto, disse alla dama ch'era pronta. Un servo, che di fuori aspettava, accorse a levarle di mano l'involto; e don Aquilino, fino allora mutolo testimonio, fattosi gran coraggio, credè bene di cucir insieme questo magro conforto:—State di buon animo, figliuola! portate volentieri anche voi la vostra croce…. e poi, non andate già sotto clausura…. e se proprio non aveste vocazione….
Ma la dama, vibrandogli un'occhiata di fuoco, gli tagliò la parola:—Come parla, signor abate? le pare? mettere in dubbio il buon proposito di questa brava giovine?…. Il cielo glielo perdoni!
Il prete non ardì aggiunger sillaba; e facendo spalla alla porta strisciò una riverenza, e lasciò che la contessa e la giovine gli passassero innanzi. Alla Teresa mancò la forza di accompagnarle. Quel momento le riusciva troppo doloroso; e per la prima volta, l'idea di rimaner sola, di non poter forse veder più la figliuola le parve insopportabile.
Sentì lo strepito del calesse che s'allontanava; e giunte le mani in atto di preghiera, sollevò gli occhi al cielo. Poi li girò intorno, ma le pareva di nulla vedere; quasi tentone, si trasse fino all'angolo ov'era il letticciuolo: lo trovò disfatto; cercò coll'annebbiato sguardo la porta, per la quale era uscita la Stella; ma una tetra oscurità le copriva ogni cosa, come fosse già venuta la notte. Per la prima volta, un orribile dubbio le sorse in mente, il dubbio d'esser cieca per sempre. Si mise a sedere, e non potè piangere.
Le due povere stanze eran mute, ed essa era sola.
Capitolo Decimo
Intanto il calesse della dama protettrice avanzavasi, al pesante trotto di due cavalli svizzeri, verso il Ritiro. Stella, seduta rimpetto alla contessa, teneva chino il pallido viso e taceva; e questa, ritta sulla dignitosa persona, le volgeva a quando a quando una compassata parola che credeva di conforto. Ma il prete, rincantucciato a fianco della dama, nulla trovando a dire, girava gli occhi ora torbidi ora pietosi dall'una all'altra, e osava appena pensare nel fondo del cuore come il voler per forza che gli altri a questo mondo facciano il bene a nostro modo, non è quel fior di carità ch'essi pretendono. Attraversata gran parte della città, il calesse svoltò in una via lunga, deserta, fiancheggiata d'un'alta e tetra muraglia: indi fermossi all'ingresso del Ritiro. Don Aquilino smontò il primo, ma col piede quasi non sapeva trovare il predellino; si volse per dar mano alla giovine, che sebbene nel tragitto non avesse mai aperto bocca, pure, all'aspetto, pareva divenuta più sicura e tranquilla. La dama, nello scendere, si chinò all'orecchio del prete per susurrargli qualche cosa ch'egli appena comprese, e a cui rispose con un umile chinar del capo. Entrati nel vestibolo, don Aquilino tirò il cordone; e al primo toccar del campanello, la porta tarlata e massiccia del Ritiro s'aperse, senza che si fosse veduto alcuno. S'avanzarono per l'andito bujo, intanto che la porta, come s'era aperta, si richiuse dietro di loro. La dama si volse con piglio più dolce alla Stella, e prendendola per mano la guidò sotto un porticato basso, chiuso all'ingiro da vetriere cadenti, dalle quali penetrava una luce verdognola, opaca: di là passavano in un camerone terreno, deserto e fatto più tetro da vecchi quadri, bucherati e grommosi che pendevano dalle umide pareti. Il silenzio, l'aria morta e il freddo sepolcrale di quel luogo, destarono un vago terrore nella giovinetta, che, riguardando timidamente la dama:—Oh Signore! le disse: dove mi conduce? questa casa pare una prigione!…
Sorrise quella, e stringendosi al cuore la mano di Stella:—Abbiate pazienza, la mia figliuola; adesso troverete la vostra nuova famiglia.—E don Aquilino, a capo dimesso, strisciava dietro alla protettrice; e per consolarsi di quella trista spedizione, pensava che la signora contessa, nel ritorno, non avrebbe potuto a meno di pregarlo che volesse favorire quel giorno la sua tavola.
Attraversarono un altro andito, un'altra stanzaccia, e si trovarono alla fine in una specie di salotto di ricevimento, più decente, più arioso, che rispondeva sur un orticello: due donne d'età provetta, vestite di saia oscura, che sedevano presso un finestrone, al loro apparire si levarono in piedi, e rispettose mossero verso la dama. Ma questa permise con un cenno che tornassero a sedere; e sedendosi ella pure in un seggiolone addossato alla nuda parete, si volse alla più attempata delle due donne:—Madre Eleuteria: lentamente disse: ecco la giovine della quale le è stato parlato. Ella si raccomanda alla sua bontà, al suo compatimento; vogliamo sperare che un po' di vita edificante e ritirata varrà a far fruttare quelle disposizioni che la grazia spirituale, più che il merito e l'opera nostra, ha fatte nascere nell'animo suo. Avvicinatevi, Stella: baciate la mano della vostra superiora, della vostra nuova madre; noi vi poniamo sotto la sua tutela; e qui, se vi mostrerete docile, obbediente, se darete segni di compunzione, d'emenda, vi sarà restituita ben presto quella quiete di coscienza che il mondo vi voleva rapire. È bella la virtù che illibata passa attraverso il mar tempestoso della vita; ma la virtù che caduta si rialza è più bella e più gloriosa. Il cuor penitente è come il corallo che, uscendo dall'acqua all'aria, si assoda.
La fanciulla non sapeva spiegare a sè medesima quest'artificioso parlare. Ella si sentiva tranquilla, innocente; pensava e amava, come ne' primi dì della sua vita; e non per altra cosa che per il bene di sua madre e di suo fratello, accettando la prova che le era domandato, colà ne veniva con quello stesso religioso sentimento di purità con cui, pochi anni innanzi, s'accostò alla sua prima comunione; nè avrebbe potuto comprendere il perchè l'austera dama le imponesse come penitenza ciò ch'essa faceva per virtù d'amore. Ma un'idea incerta del male, uno sgomento confuso de' pensieri ch'essa non aveva provato mai, la contristavano; e mentre voleva dir qualche parola, si sentì come stringere il cuore da una fredda mano. Forse comprese che là non era il luogo della sua pace, che là altre angustie, altri terrori l'aspettavano; che forse era perduta per lei ogni contentezza, ogni serenità della vita. Incontrò lo sguardo severo di quelle donne, e ammutolì. Non la pietà incauta, faccendiera, nè l'insofferente zelo che fa servire le verità sante e consolatrici alla propria ambizione, sollevano le anime sconfortate alla speranza, alla rassegnazione. La parola compassionevole e amorosa, quella parola che trovò una consolazione per tutti i dolori, che col soffio della carità rinnovò la terra, non insegnava ad anneghittire gli affetti, a stringar la volontà nello scrupolo, a far pauroso il dovere: ma fu parola di libertà e d'amore.
—Essa è figlia d'un soldato: ripigliò indi a poco la dama protettrice: sua madre, troppo debole, trasandò quelle pratiche che potevano esser medicina alle cattive influenze mondane. Oggidì più che mai, in ogni stato si diffonde la zizzania del mal costume: v'ha di quelli che si fanno del vizio un mestiere; e questa poverina camminava sull'orlo dell'abisso: se non che, il cielo ha permesso non fossero vani gli sforzi di quelle persone le quali si consacrano a opere che il mondo chiama filantropiche, e che io dico cristianissime. In una parola, noi l'abbiamo salvata; e in questa casa, dove tante anime furono strappate al male, essa viene di buon grado, madre Eleuteria, sotto l'egida della sua virtù, a racquistare il candido vestimento dell'innocenza.
La dama, superba di codesta edificante parlata, guardava attenta or la madre Eleuteria, or la fanciulla, e pensava di leggere ne' loro composti visi il trionfo della sua clemenza. Allora, indirizzandosi a don Aquilino:—A lei, signor abate!… noi abbiam fatto la parte nostra; a lei, la sua.
Allora la madre Eleuteria, che non aveva pur detto una sillaba alla nuova figliuola, ma s'era fatta a guardarla alla sfuggita, s'alzò; e avvicinatasi a un vecchio armadio, l'aperse con una delle grosse chiavi che teneva appese alla cintura, ne trasse due registri e una cartella, e li depose sullo scrittojo ch'era nel mezzo della stanza, e dinanzi al quale s'era affrettato a sedersi don Aquilino, come obbedendo a una forza invisibile.
La madre Eleuteria (chè così era chiamata fin da quando, uscì ancor giovine dal suo monastero, soppresso fra gli ultimi, al cadere del passato secolo) teneva come superiora le redini di quella pia casa da poco tempo fondata per le povere zitelle. Avvezza alla muta disciplina del chiostro, essa vedeva a malincuore l'autorità, la tutela e gli scandagli che si usavano dalle persone da cui era stata chiamata a regolare il Ritiro; e avrebbe voluto a suo beneplacito fare e disfare, col sistema adoperato in altro tempo dalla madre priora nel convento ov'essa pronunciò i voti. Vecchia e irosa, voleva essere adulata, temuta; nè pativa che persone secolari e influenti nel mondo volessero dar legge a lei. Ne' trent'anni e più da che, logora dalle piccole passioni della vita monastica, s'era per così dire consumata nello squallore d'una soppressa casa di religione, essa non avea vagheggiato che una speranza, una gloria; quella di vedere riaprirsi, per opera sua, lo stesso convento dond'era stata cacciata, e di condurvi uno stuolo di povere creature, o, per usare un suo bel paragone, una famiglia di candide colombe. E su queste, sperava alla sua volta esercitar l'assoluto impero del quale non era riuscita a gustar la voluttà fino allora, causa la grave responsabilità e l'obbligo di piegarsi alla formalità, alle regole minute, a una a una prescritte dalla curiosità delle dame protettrici, e più di tutto dall'onnipotenza di chi poteva farle molto bene, o molto male, ajutando o tergiversando l'effetto dell'unica sua cura. La contessa Cunegonda, la quale aveva una autorità più grande, e però a lei tornava più incresciosa, era quella di cui la superiora del Ritiro sopportasse il giogo con maggiore dispetto. E la contessa ben sel sapeva; comechè si fosse accorta dal silenzio ostinato della vecchia, che per certo avrebbe fatto anche allora (come quasi sempre faceva) ogni prova per rifiutarsi all'accettazione della giovine, e perciò appunto volesse a ogni costo trionfare, e contasse più che altro sull'appoggio del pauroso prete. Il quale dal canto suo, in mezzo a quella lotta di poteri, pensava che non s'era mai trovato al mondo in un ginepraio così spinoso.
Egli dunque, messosi allo scrittojo, alzava e abbassava macchinalmente il capo sui libracci che aveva dinanzi, continuando a tenere la penna nel calamajo di peltro, senza saper come incominciare l'interrogatorio. Pur conveniva adempirla questa formalità, ch'era voluta dal regolamento della casa prima dell'ammissione di ciascuna zitella.
Bisogna che la superiora godesse di quel suo impaccio, poichè sguardando la dama con due occhi fulvi e maligni, e facendo scorrere colle dita convulse le avemmarie del rosario che le pendeva dalla cintura, sogghignava tra sè, pensando che, se il volesse, poteva col più lieve pretesto rimandar quella giovine; tanto più facilmente, che la vedeva colà condotta con certo mistero, del quale le sarebbe piaciuto aver la chiave. Ma la contessa, prevedendolo, andò incontro all'ostacolo; e come don Aquilino non voleva, o non sapeva fare il dover suo, levossi con mal celato dispetto, e venuta alla scrittojo:—Poichè vedo, disse, che qui si medita di stornare un'opera di carità, non so nè cerco per qual fine, bisognerà, ch'io medesima n'assuma tutta la responsabilità. In quel punto, la Stella si fece animo, e senza levare il capo cominciò a dire:—Mi perdonino, se mai son io causa di dispiaceri; ma, quand'abbiano sentito a dir qualcosa di me, oh! non lo credano, no, per carità!… Io sono povera, sono abbandonata; ma non ho fatto del male. La mia povera mamma ha avuto molte disgrazie; mio padre l'ho perduto da più di tre anni; un mio fratello non istava più in casa con noi; l'altro…. l'hanno condotto in prigione. E noi… siam restate senza nessuno. Oh! se qui posso lavorare e guadagnar qualche cosa per la mia mamma…. io sarò contenta. Ma non credano, per amor del cielo, che io abbia fatto del male; è una cosa che io non posso sentirla dire, perchè non è vera.
Don Aquilino scosse il capo, un po' stupito che la fanciulla si sentisse il cuor di parlare come aveva fatto, un po' malcontento di vedere come la povera ingannata lasciavasi bellamente incogliere da quella sorte. Ma le parole di lei forse toccarono la ruvida scorza della superiora; la quale, smesso per allora il proposito di tener forte contro ciò ch'essa chiamava un'intrusione, si fece alquanto più serena in viso, e rispose:—Poichè siete voi che mi pregate, figliuola, io non metterò innanzi certe difficoltà, che pure avrei diritto d'opporre… Prego solamente la signora contessa che si degni, per lo innanzi, di sentire in anticipazione anche il mio voto speciale; il regolamento me ne dà facoltà, e responsabile del buon andamento della casa, son io. Intanto, attesa l'ottima volontà di questa giovine, e per nessun altro rispetto, noti bene! per nessun altro rispetto… passo per questa volta la mancanza dei requisiti e carte…. come sarebbe dell'assenso scritto della madre e del contutore; e inoltre….
—Si calmi, madre Eleuteria: rispose, punta sul vivo, la contessa: tutto sarà fatto, come vuole; non mancherà nulla, lo dico io, perchè la giovine che le si presenta sia accolta senza nessun aggravio della sua coscienza. Perdoni…. per altro; ma ragioni gravi, e che mi è impossibile comunicarle, richiedono che questa fanciulla sia, senza perdere un'ora, ricoverata qui….
—Or bene, riprese la superiora, mi rimetto: solo, dove io non abbia a saper come stieno le cose, dichiaro di lavarmene le mani, e non rispondo di nessuna conseguenza.
—Sì, sì, lasci pensare a chi tocca. E lei, signor abate, non perda tempo, metta sul registro nome, condizione della giovine, giorno, eccetera: tutto poi sarà ratificato e posto in piena regola quanto prima, con quegli attestati, documenti e ricapiti che la madre superiora, o anche lei, don Aquilino, potessero desiderare.
—Obbedisco a chi può comandarmi: balbettò tutto umile il prete. E con mano tremante, quasi che scrivesse la propria condanna, si pose a sgorbiar d'uncini e graffi quel grosso libro su cui figuravano i nomi di tutte le ricoverate. E tirava in lungo, sperando che qualche incidente sorvenisse: ma fu inutile. Le donne lo lasciarono finire; e prima che avesse finito, la Stella, con licenza della dama protettrice, era stata condotta nell'interno della casa dall'altra vecchia, ch'era la maestra anziana.
Le fanciulle del Ritiro uscivano del piccolo refettorio, al momento che la lor nuova sorella venne a rincontrarle. Ella si trovò in mezzo a forse venti giovinette, poveramente vestite, delle quali la maggior parte, senza por mente a lei, si sbandarono di subito per la cameraccia terrena, ove solevano spassarsi per un'ora, dopo il desinare, prima di tornarne alla scuola o a' lavori. Due o tre di quelle cominciarono a fissarla curiose, a bisbigliar tra loro; ella restava in un angolo tutta sola e vergognosa. Credeva di trovarsi fra tante buone sorelle, che le facessero animo, che le domandassero della sua mamma, delle sue disgrazie; e nessuna la salutò, nessuna le disse una parola. Avrebbe pianto così volentieri; ma la soggezione e il batticuore le soffogavano anche le lagrime.
La stessa sera, nel gabinetto della contessa Cunegonda, si scambiarono le più calde congratulazioni per quella vittoria riportata sul secolo. Il Padre Apollinare, l'incipriato consigliere, e il conte Alberigo moralizzarono sulla necessità di raddoppiar di zelo per il miglioramento de' costumi del basso popolo; e la dama e due nobili amiche, fautrici anch'esse del Ritiro, si facevan tra loro le apologie per aver saputo, con tal rispetto delle apparenze, condurre a buon fine quella pratica. Tutti convennero che importava di tener segreta la cosa; poichè poteva da taluno credersi diretta ad attraversar certe mire perverse e a combattere lo scandalo col buon esempio.
E quella medesima sera, forse all'ora medesima, l'Illustrissimo, tornato a casa dal teatro prima del consueto, scese di carrozza e, senza nulla chiedere nè della padrona, nè d'altri, si ritirò subito nel proprio appartamento. Mentre il Rosso lo precedeva con gran premura, per tenersi pronto a' suoi cenni, se mai avesse voluto mettersi a letto; egli, contro il costume, si lasciò andare, come in distrazione, a far certe domande al suo fedel cameriere; le quali, a chiunque altro, fuor che a colui, potevano far nascere strane induzioni. Ma il Rosso, per sistema, non badava che a' fatti: cosicchè, quella sera, d'altro non s'accorse fuor che della cattiva luna del padrone.
—Ditemi un po'…. gli è un pezzo che non vedete l'Omobono?
—Non saprei…. quindici giorni.
—Pare impossibile! Non son io, se non vengo a capir bene che storia è questa…. Maledetti tutti!
—Si quieti, Illustrissimo, si quieti; badi che non sentendosi troppo bene….
—Taci tu.
Intanto egli s'era messo a sedere; e il Rosso, stirate le cortine, apparecchiavagli il letto. Dopo qualche silenzio, il signore ridomandò, ma sbadatamente:—Non avete sentito a raccontar nulla di nuovo?….
—No, Illustrissimo.
—Dite, conoscete voi la famiglia di una certa vedova…. della vedova d'un soldato di Napoleone?
—Aspetti! fosse quella che stava di casa là verso la piazza Fontana?
—Credo bene…. Non sai nulla dunque?
—No, perchè?
—M'era impegnato d'ajutarla quella famiglia; e mi si dice che altre persone…. di conto precisamente per farla a me, si sieno adoperate…. Ne hai notizia?
—Che io possa morire, Illustrissimo, se ne so qualche cosa.
—Eh! vedo che anche voi perdete il buon senso, non vi conosco più.
—Perdoni….
—Non importa. Posso farla vedere alle canonichesse e a tutto il partito…. Io, me la rido, ah! ah!…
—Mi sento consolare, vedendola a ridere.
—Basta così. Andate pure. Domani, di buon'ora, passerete dal signor Omobono; venga qui nella mattina, e non manchi, e non parli con nessuno. Al signor Consigliere, farete l'imbasciata che già v'ho dato…. avete capito bene?
—Non dubiti.
Intanto l'Illustrissimo s'era coricato. Ma, levandosi sul gomito:—Versatemi nella tazza la solita pozione…. È un altro impostore anche lui il dottore!
—Vorrei vederlo un po' quieto: disse il Rosso, con una smorfia che voleva parere un sorriso.
—Sì, sì… andate via, che sarà meglio…. Tirate le cortine, chiudete bene le porte…. tenete a mente quel che v'ho detto…. Così.
—Felice notte, Illustrissimo.
E il cameriere andandosene, almanaccava qual cosa mai al padrone avesse fatto montar la muffa, che lo sentiva dir parole così piene di bile.
—Comunque sia, egli ha bisogno di me: borbottò: e se stasera mi fa torto, domani avrà di grazia a sgaglioffare qualche bel sovrano, per tirarmi dalla sua.
E serrata a chiave la porta dell'appartamento, andò a dormir sopra al malumore dell'Illustrissimo.
Capitolo Undecimo
La prigione, ove Damiano stava intanto aspettando la fine del processo, che l'aveva incolto così in mal punto, era un camerotto umido, basso che rispondeva nel cortile delle carceri, di fronte a una muraglia bruna, altissima. In quella s'aprivano alcune rade finestre quadrate, munite di doppia inferriata, e mezzo nascoste da un assito inclinato, ond'era tolta ogni luce, ogni vista, fuorchè d'un lembo del cielo che da codesta specie di spiraglio potevasi contemplare. Erano le carceri comuni; e, per mancanza di luogo, chiunque venisse condotto in quelle triste mura vedeva passar non pochi dì fra la compagnia de' ribaldi d'ogni stampo, che quasi senza tregua sottentravano l'uno all'altro. Damiano, chiuso dapprima nella carcere comune, aveva di là veduto più d'una volta sorgere e cadere il sole; e ciò che che in que' dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo pesava una grave accusa; era indiziato come principale istigatore della rissa accaduta alla festa di san Cristoforo; non avendo solamente resistito alla forza pubblica, ma essendosi lasciato sorprendere sul fatto, con un'arma alla mano. Convenne che l'autorità inquirente spendesse alcun tempo, per verificare circostanze, esaminar prevenuti e testimonii, spacciar requisitorie, passare a confronti, prima di determinare se dovesse o no aprirsi contro i detenuti il processo criminale. Per buona ventura, il fermo contegno del giovine artigiano, la semplicità con cui espose l'accaduto e la concorde testimonianza di parecchie persone che, senza prendervi parte, furono presenti al fatto, sventaron di subito le intricate e maligne deposizioni fatte da coloro che speravano d'uscire al fine di perder Damiano. Il giudice, a cui toccò di sbrigare quel processo, che sebben fosse poca cosa, aveva nondimeno stuzzicato un gran vespaio, sospettò che il giovine accusato potesse esser vittima di qualche complotto; e nel sospetto lo tennero poi certe parole; dettegli a fior di labbra e con ostentata indifferenza da persona che molto poteva per il suo avvenire. Ma egli che, per ingegno e coscienza, aveva saputo meritarsi, quantunque in giovine età, l'onorevole carico del magistrato, raccapricciò di quella prevenzione che credeva si volesse istillargli: e adoperando tutta l'accortezza e il buon volere d'uno spirito saggio e onesto, seppe in poco tempo, se non dedur legalmente, conoscere almeno come stesse la cosa. Ma, di tutti gli accusati, non restava in carcere che Damiano: come che gli altri, mancando legali motivi per tenerli in cattura, fossero stati in quel mezzo rimandati, con ammonimento di presentarsi allorchè dovessero venir citati per la regolare inquisizione. E tal determinazione fu presa dopo che una persona di molta autorità seppe che in quella trista bisogna era implicato il Martigny, uomo indispensabile nel gran mondo.
Appena il giudice ebbe a scorgere l'onestà di Damiano, ingiunse fosse collocato a parte dagli altri prigionieri, gli si usasse tutto il possibile riguardo: fece anzi quant'era in lui, per metter fine al processo; ma non prevedute circostanze parevan sorgere in mezzo, ogni volta ch'egli s'accingesse a ripigliarne il protocollo.
Eran due mesi che quel giovine oppresso aspettava che fosse conosciuta la sua innocenza. Gli parevan due anni; e nel suo cuore, al rammarico de' primi dì, al pensiero dell'abbandono e dello squallore in cui s'imaginava di veder la famiglia, era succeduta un'ira soffocata, un fremere della volontà costretta a consumarsi nell'aspettativa; talvolta un delirar confuso, una maledizione della vita e della virtù. Solo, sempre solo, in faccia al bujo dell'avvenire; minacciato dall'infamia; oppresso dalle memorie di que' tre anni passati; consapevole della propria innocenza, e costretto a sopportar la vendetta di nemici troppo potenti, e l'indugio della giustizia; Damiano vedeva tornare il dì, tornar la notte, ma non udiva nessuna voce che gli dicesse di sperare. Così, dentro di sè, sentiva morire il coraggio, ultimo compagno dell'innocente.
Talora, ripensando a quelle illusioni, già da lui vagheggiate per tanto tempo, prorompeva a maledir gli uomini, sè stesso, la Provvidenza: e, abbrancando le grosse inferriate, domandava al cielo perchè l'avesse condannato a vivere; e provava un'orrenda tentazione di finirla, spezzandosi il cranio contro quelle barre. Talvolta poi si raffigurava alla mente il padre moribondo, la madre sua, l'abbandonata Stella, e sentivasi bagnato di lagrime il volto; pensava che forse l'anima di suo padre in cielo, e quelle due anime innocenti sulla terra, pregavano per lui che non poteva pregare; che forse il Signore non l'avrebbe dimenticato. Ma, per lo più, un invincibile abbattimento, una calma cupa gli prostravano l'anima e le forze; passava ore e giorni, immobile sur uno sgabello, presso all'aperta finestrella, con le gambe a cavalcioni e un gomito sul ginocchio, appoggiando alla mano la faccia, e guardando fuori, senza pensar più dove fosse, senza ricordarsi di nulla. E invidiava, con fanciullesca voglia, la rondine che attraversava quel poco cielo aperto, fin dove gli fosse dato giunger coll'occhio, il passero svolazzante sul tetto di fronte: e diceva di sè più felici il moscerino ronzante, e il ragno che tesseva la sua tela fra le spranghe di quel pertugio.
Un dì, vennegli all'orecchio il canto lontano e malinconico d'un altro prigioniere; non potè distinguerne le parole; ma, ingannato, credè di conoscere la voce di Giovanni, del suo compagno in quella trista scampagnata del san Cristoforo. Pensando che anche quel povero Giovanni avesse perduto, per cagion sua, e chi sa per quanto tempo, pane e libertà, sentì crescer l'angoscia che portava nel cuore. Per la prima volta, da che si trovava colà, cadde ginocchione, levò la mente a Dio, e pregò.—Nel pregare, sentì una consolazione così pura, così soave che si fe' a pensare come colui che ha fede nella verità non deve maledir, nè disperarsi, nè lasciarsi vincere dall'oppressione; perchè la giustizia è una sola, e la verità non può mancare.
Ma qui, domandava perchè mai in quel tempo nessuno v'era stato che, ricordandosi di lui, gli avesse fatto almeno saper novelle della sua famiglia: parevagli impossibile che nessuno spendesse qualche passo per ottenergli, se non altro, una pronta decisione del processo; ovvero sia, per cercar di vederlo, di mandargli una parola, un saluto. Gli repugnava di farsi amico del secondino, il solo che avrebbe forse potuto servirlo, più ch'egli non pensasse: pure, un dì, si rassegnò ad umiliarsi a quell'uomo; e lo pregò, esitante, se mai volesse incaricarsi di portare una parola, ch'egli avrebbe scritto, alla sua famiglia.
Il secondino negò sulle prime, dicendo ch'era un impiegato incorruttibile, e che mai non avrebbe tradito il proprio dovere per tutto l'oro del mondo; poi, venendo a patti colla coscienza, tornò verso il prigioniero; e senz'altro dire lo guardò, soffregando lievemente il polpastrello del pollice su quel dell'indice, con significanza. Il giovine non seppe rispondere, guardò via, però che non aveva nulla a dargli; e colui con uno sdegnoso:—Uf! e un'alzata di spalle, girando sulle calcagna, se n'andò, e rinchiavossi dietro con ira i catenacci.
Damiano si rassegnò, confidando che da un dì all'altro, chiamato alla presenza del giudice, e chiuso il processo, potesse finalmente esser conosciuto non colpevole di nessun delitto. Ma egli non sospettava le imputazioni che, sotto mano, per opera di testimonj venduti, erano state soffiate; non sapeva trattarsi, nientemeno, che di farlo apparir reo di sollevazione e di resistenza armata alla forza pubblica. Ma le accuse di persone diffamate, e le circostanze perfidamente inventate non valsero contro la parola precisa della legge, e contro la fermezza d'un giudice saggio. Il quale sempre più comprese l'accusato essere stato per forza tirato in quel garbuglio, per qualche intrigo di cui non riusciva a sviluppar le fila; contento però, nello svolgere il processo, di veder dissiparsi un pericolo da principio temuto, che l'inquisito dovesse consegnarsi al criminale. Il buon magistrato se ne consolava sinceramente; poichè egli non era un di coloro, i quali, dov'è appena un rimendo, fan di tutto per trovare uno schianto.
Era una notte d'agosto. Muta l'aria, e il cielo ingombro di nuvole nere, che passavano lentamente sulla luna; un'afa, una quiete nell'atmosfera, come quando s'avvicina un temporale; le muraglie della carcere, che, percosse tutto il dì dall'infocato sole, parevano mandar fuori tuttora una vampa; e d'ogni intorno, nel cortile delle prigioni, silenzio e oscurità. Damiano s'era gittato in un angolo, sul duro stramazzo; ma non trovava requie, nè sonno; i suoi pensieri non erano mai stati così mesti e dolorosi come in quella notte: e vedeva fargli cerchio strani fantasmi, e mano mano che lo stringevano più da vicino parevagli che diventassero giganti: sentiva come voci misteriose lontane, e risa di scherno; e un'ansia non mai provata gli toglieva quasi il respiro.
Indi a poco, romoreggiò il tuono in lontananza; e spessi e rapidi baleni, a schiarar sinistramente il bujo spazio del cortile; e agitarsi l'aria, e goccioloni di pioggia a flagellar la muraglia, a penetrar per la spalancata finestra nella stanza del prigioniero. Egli balzò dal giaciglio, corse all'inferrato pertugio, per respirar l'aria commossa; e fu come se la guerra degli elementi scatenati nell'alta notte lo rallegrasse, gli rendesse la vita. Seguiva coll'occhio ardente il crescere e l'infuriar del temporale; gioiva che la natura rispondesse colla sua voce alla tempesta ch'egli pure aveva in cuore; imaginando che ogni fulmine fosse quasi una maledizione del cielo alla terra, pensava allo sgomento che forse in quell'ora provavan ne' loro letti, sotto padiglioni di seta, coloro che lo avevano perseguitato; mentr'esso, tranquillo e sorridente, affacciavasi a quella scena, e ne ringraziava il cielo.
A poco a poco, il vento si racchetò, la luna, che s'era nascosta, si svolse dalle nubi diradate; il cielo tornò spazzato, e l'aria racconsolata e fresca. Le imagini dell'amore, le meste e sempre care rimembranze vennero nell'anima di Damiano al luogo de' pensieri d'ira e di vendetta. Egli s'era tolto dalla finestrella; e postosi a sedere sulla sponda del saccone che gli serviva di giaciglio, s'abbandonò a malinconiche fantasie.
—Oh! cos'è mai la vita?….. diceva fra sè: È come il dì ch'è passato…. come questa notte, prima di tempesta, e poi di pace. Tocca a noi a scegliere una delle due strade: può esser quella del bene, o quella del male…. Oh! perchè io, che ho domandato così poco al mondo, io, che non voglio altro che fede e amore, non ho saputo trovar fuori una sorte onesta, quieta sulla terra?…. Eppure, capisco che ho torto, quando maledico quelli che m'han fatto del male. E anche adesso…. anche qui, non vorrei mutare, per la lor vita, la mia. Com'è dunque che, mentr'essi mi tolgono la libertà, e mi costringono a starmi nella miseria, nel fango, a meno ch'io non voglia essere un birbante o un vile…. com'è, ch'io mi senta più sicuro, più forte di loro?…. com'è ch'io mi pento d'aver loro augurata la disgrazia, e vorrei compiangerli…. e quasi anche perdonare?
E dopo qualche silenzio del cuore, i suoi pensieri facevansi più distinti: non avrebbe saputo spiegarli così quali erano, ma li sentiva fortemente.
—Ah! è vero!—pensava—Bisogna bene che quelli che non vendon la vita, che passano per il mondo onesti e sinceri, e portano con sè all'ultimo giorno lo stesso cuore che loro ha dato il Signore; bisogna bene che questi, se non trovan altro compenso, abbian quello almeno di poter dire, e sentire in sè stessi: Siam contenti d'aver fatto il nostro dovere… E io, potrei dire così?… Ora, conosco che in questi anni che mi son passati così presto, forse ho tradito la mia sorte, forse ho confidato troppo in me e negli altri! Ma almeno, se fui temerario e imprudente, se mi mancò l'esperienza delle cose, nulla ho fatto mai per cattiva intenzione, nè per avvilire gli altri uomini. Solo ho creduto aver diritto a farli stare, i prepotenti che incontrai sul mio sentiero…. e dissi la verità, perchè sentiva che la verità vien fuori da' cuori onesti. E allora, cos'ho trovato? Gente che m'è venuta addosso come a un furioso!… Dio del cielo! se sapessero quel ch'io sento, se potessi dirlo a loro quel che spero e che patisco!… Quando io aveva perduta la mia prima speranza…. forse è stata fatalità, fors'anche giustizia…. io non ho accusato nessuno; contento del primo pane onesto che m'aveva dato la fatica, ho contato anch'io qualche dì felice!… Ma ora, cosa sarà della povera mamma e della povera Stella? Chi penserà a loro, chi le difenderà, se que' tali che credono di poter comperare coll'oro l'onestà della povera gente, tornassero a farsi vicini a loro, nella solitudine? Penso che il signor Lorenzo, quell'uomo che non ha paura di nessuno, non le avrà abbandonate… E il Signore, poi che mi dà questa forza di aspettare il giorno fissato da Lui, non c'è forse per tutti?
E qui, si raccoglieva alcun poco nella persuasione che, malgrado la sua prigionia, i suoi cari vivessero come prima in pace modesta e oscura, senz'altra angoscia che quella d'attendere il momento che egli tornasse fra le loro braccia.
—O sogni, o mie speranze d'una volta!—tornava a dir nel suo cuore—dove siete adesso? Quand'io non contava più di dieci anni, aveva trovato un compagno, e lo amava tanto, e credeva di poter passare con lui tutta la vita. Il mio cuore, fin d'allora, cominciò a battere per le cose che mi somigliavan grandi e belle!…. Mi ricordo ancora di quelle sere che, raggruppato fra le ginocchia di mio padre, io pendeva dalla sua bocca; nè osava respirare, al sentirlo raccontare i tempi della repubblica, le prime battaglie dei Cisalpini, e ripetere il nome di Bonaparte! La Stella, ch'era ancora ben piccola, mi guardava e nascondeva il viso nel vestito della mamma; ma io sguizzava di consolazione, superbo che mio padre si fosse trovato in quelle guerre di giganti. Povero padre! è morto ignoto, dimenticato, nè altro a noi lasciava che il suo antico onore!… Poi quando, ancora in quegli anni, io fuggiva di casa, e là nel silenzio del Duomo deserto, che mi pareva così vasto, così misterioso, io andava girando, come perduto, fra quelle colonne, fra quegli altari, o sedeva al piede d'un monumento, e qualche volta mi sentiva inquieto, nè sapeva perchè!…. Fu là che un giorno, sul tramonto, io m'era fermato poco lontano dall'altare di santa Tecla, a contemplar quel quadro antico dell'Annunciazione, quel quadro che allora, nella sua religiosa semplicità d'espressione, ho trovato così bello, così vero! In quel momento, un lungo raggio di mille colori, penetrando dalle storiate vetriere d'uno de' finestroni, cadeva sul quadro e lo rischiarava d'una tal magía di luce che mi figurai di vedere un'apparizione. Fu in quel punto che mi venne in mente, per la prima volta, che se una felicità doveva esserci anche per me su questa terra, sarebbe stata di potere un dì o l'altro far un quadro come quello.—Non fu che un sogno, lo vedo bene; ma, al ricordarmene, mi vien da piangere…. Pazienza! Non sarà tutto perduto!…
In siffatti pensieri, Damiano passò gran parte di quella estiva notte. Dall'ira allo sconforto, dall'amore e dalle incancellabili memorie del passato alla persuasione che bisogna accettare la vita qual ce la diede il Signore, per aver pace e speranza di bene, egli riprovò, in quelle poche ore, tutti gli affetti che avevano fino allora agitato l'oscura sua vita.
Ma una coscienza libera e forte, che sa patire e tacere, è la medicina più vera, più santa nelle sciagure. Dopo tutta quella interna battaglia, l'anima di Damiano s'era fatta serena. Si pose a giacere sul saccone di paglia, dormì tranquillo il restante della notte; e al suo ridestarsi, il sole era già alto.
Capitolo Duodecimo
Lungo il basso androne che metteva alle diverse prigioni, e fra l'altre a quella di Damiano, passeggiava da quasi un'ora il soldato che, sul mezzodì, vi avevano posto in sentinella. O che fosse già ristucco della fazione, o che altra cosa non andasse per il verso al soldato, l'avresti veduto fermarsi a ogni poco, e origliare alla porta or di questa, or di quella prigione; poi, come impaziente di tornare all'aperto, avvicinarsi ad una finestrina ingraticolata di ferro, che mandava nell'androne appena un fil di luce; e sguardar giù nel cortile, ove si scorgevan passare guardie, secondini e prigionieri che andavano e venivano. Ritornando poi indietro, sostava a capo della scala interna, e poneva l'occhio al basso con cert'aria di sospetto, come se colà stesse in aspettazione d'alcuno. Alla fine, si lasciò scappare a mezza voce:—È vero che, per un camerata, bisogna, come si dice, chiudere un occhio… perchè una mano lava l'altra…. questo si sa; ma se colui tarda a capitare, non so come l'andrà a finire…
In quella che così diceva il soldato, s'udì un passo su per le scale; e un giovinotto, soldato anche lui, fu lestamente in cima; guardò se non fosse spiato, poi venne franco al compagno.
—Sei tu?
—Non mi vedi?
—Va là…. non perdere un minuto…. t'ho dato parola, e ti lascio fare; ma quasi, quasi son pentito….
—Eh, tu sei galantuomo, Maldura; sei un buon camerata…. e l'abbiam fatta insieme la maladetta vita. Ma dì…. hai potuto scavare quel che mi preme?
—L'ho fatto cantare quel dannato secondino; e, se non fallo, la porta è quella là.
—Bene.
—Ma fa presto, sangue di me!…. ch'io non vo' stare alla catena corta, per amor tuo.
—Oh! tu hai fatto anche troppo…. è una parola che io voglio dire a un amico; e tu, credilo pure, fai un'opera di buon cristiano.
Non avevano scambiate fra loro, a sommessa voce, queste poche parole, che di già l'ultimo venuto, s'era messo accosto all'uscio ferrato che il compagno gli additava; si chinò a terra, e fece strisciar sotto l'imposta una cartolina ripiegata che tolse fuori dalla manica del suo guarnaccotto di grossa tela.
Damiano che, avvezzo già abbastanza al monotono alternar del passo d'una sentinella, nulla aveva udito di quanto s'eran detto i due soldati, stette un poco senza pur guardare verso la porta, preoccupato com'era dal pensare a ciò che sarebbe stato, se tanto si aspettava a far giustizia anche a lui. Ma un tocco leggiero che intese nella porta, gli fece volgere il capo; e senza poter nemmanco immaginar che fosse, corse a raccoglier quella carta, e l'aperse. Non erano che due linee sgorbiate a fatica su rozza cartaccia, sgrafii neri che somigliavan più uncini da stadera che parole. Ma Damiano comprese tutto; appena le tenne in mano, e riuscì a dicifrare una di quelle parole, tremò, divenne pallido, fissò gli occhi alla porta; pur non intese più nulla. Rilesse da capo: quella carta, dirizzate un po' l'aste, e messe a luogo non so che lettere rimaste nella penna, si poteva capire così:
"Ricordati, Damiano, che non sei solo; il povero Rocco è tornato; e, dovesse morire, farà qualche cosa per te".
Non aveva finito di leggere, che quel tocco alla porta fu ripetuto; e una voce, che da tanto tempo non aveva udita, sommessa pronunziò:
—Damiano!
—Dio del cielo! sei tu, Rocco?….
E corse, quasi fuor di sè, contro all'uscio sprangato, come se volesse gettarsi nelle braccia dell'amico suo. Il buon Rocco stava dall'altra parte, contentone d'esser riuscito a farsi conoscere, e cercando se mai, per qualche fessura, gli venisse fatto di vedere la faccia del suo Damiano.
—Damiano! diceva intanto: chi m'avesse detto che t'avrei trovato qui?…. È una gran birbonata che t'han fatto, lo so bene!… Oh, se potessi!… Intanto, è stata la Provvidenza che mi fa capitar qui adesso… Io ho del cuore…. sai? E per te…
Il giovine prigioniero si sentiva troppo commosso per poter rispondere: i pensieri gli si confondevano, gli pesavan sul cuore; non sapeva trovar nulla da dire a quell'uomo ch'eragli stato più che amico, più che fratello, che s'era sagrificato per lui. Sentiva che altro non avrebbe potuto se non istringerlo sopra il suo cuore…. E gli era impossibile.
—Damiano! tornò Rocco a dire: posto che questa maledetta porta non vuole che io t'abbia, per adesso, a vedere…. oh parlami! dimmi che sei contento di me… che mi vuoi bene ancora…. Ho tante cose a raccontarti anch'io….
—Rocco, mio Rocco!…. cominciò Damiano quasi piangendo: tu sei cento volte migliore di me…. Il Signore ti vuol bene, perchè t'ha dato un cuore, come nessuno l'ha al mondo…. Ma io, cosa potrò mai far io, per tutto quello che hai fatto per me?….
—Lascia andar questi discorsi adesso; c'è ben altro a pensare…. Io non ho che un quarto d'ora, o poco più, da poterti star vicino… È stato il Maldura, un mio camerata che, messo qui di guardia, m'ha lasciato fare il tiro…. Oh ti conterò tutto: ma prima, dimmi: dov'è la mamma Teresa? lo sai…. E lei? il mio angelo custode?….
—Rocco! non le hai vedute? non ne sai niente tu?…. Io sto qui a morire, da più di due mesi; non so più nulla di nessuno…. E non ho fatto del male, vedi, è stato un tristo accidente…. Ci ha da voler tanto a conoscere la verità?
—Dunque non sai niente anche tu?….
—Ma perchè parli così?… Non hai cercato di loro? Non le hai vedute? non sei stato in casa?
—In casa? no.
—Ma perchè non ci sei stato?
—Ci son tornato tre volte su quelle scale, ne' due dì passati; perchè, devi sapere che sono arrivato qui al principio della settimana, insieme a una compagnia de' nostri che mandano al paese… Come ti diceva dunque, ho parlato con la Margherita, quella vostra vicina; e fu lei che mi disse che…. la mamma Teresa aveva cambiato di casa; e che, quanto a te, un pezzo fa, una domenica… t'avevan messo qui dentro, e buona notte!
—Oh Rocco! in che momento ci troviamo!
—Cosa dici?…. Non crucciarti, sai, non pensar male…. E poi, c'è rimedio a tutto, quando si ha del cuore e la coscienza netta….
—Mi pare impossibile! È un miracolo del cielo…. Ma tu, Rocco, com'è che sei qui? Non sono venti mesi, da quel dì che la tua anima così grande t'ha fatto partir soldato per me…. e hai potuto tornare?….
—Se te l'ho detto, la è una storia lunga…. vorrei bene che tu la sapessi; e hai ragione di dire ch'è un miracolo, se son qui. Malann'aggia quest'uscio che sta fra noi due! Verrei così di gusto ad abbracciarti, a stare un po' con te, a dirti la mia storia.
—Non andar via, no; conta su, parla di te; è la prima voce che sento da due mesi, la prima che sento nell'anima…. ed è la tua, Rocco!
—Tu sei ancora quello, Damiano! che sia ringraziato il cielo. Starò qui presso, finchè il camerata non mi strapperà via…. È un buon cuore anche lui, il Maldura…. e se tutto quello che sentiamo dentro di noi, lo potessimo fare…. Basta, non è questo che importa adesso. Senti, Damiano, non son più quel Rocco d'una volta, a cui n'han fatto d'ogni stampa; ho messo giudizio anch'io, cioè ho cominciato a fidarmi poco degli uomini: ma non li ho pagati della stessa moneta ch'è toccata a me! Ho fatto una vita dannata abbastanza, là, in que' paesi luterani: eravamo sul confin de' Turchi, e non c'era poco da fare a tenerli indietro que' maledetti del turbante. Il loro mestiere è di nettar le stalle di que' patacconi del paese, portando via e bestie, e fieno, e tutto…. E noi mandati là, poveri diavoli, a far penitenza de' nostri peccati! Una notte, d'inverno…. è sempre inverno là… io, con altri sette de' nostri, facevamo la ronda a una terra di confine; non c'era strada, e s'andava giù, fino alle costole, nel fango e nella neve; alcuni, per conforto, avevano accese le loro pipe…. quando, all'improvviso… pin, pan, pan, pan… una ventina di que' cani rinnegati, ci serrano addosso…. e noi saldi là! Era il buon momento di pigliar caldo; ci siam fatti insieme, e giù una furia di schioppettate alla fortuna…. Li vediam voltare i cavalli, e in mezzo alla notte sparir come il vento…. Ma un di loro, scappando via, si butta indietro, tira…. e l'è toccata proprio a me! Son restato là per terra, come un asino; e quando il Maldura mi levò su, e lui e un camerata m'han portato via, e poi lasciato giù al nostro ospedale, io non ho saputo più altro. Dopo un mese, quando Dio ha voluto, son tornato in piedi; ma la palla di quel Turco dell'inferno m'era entrata in un braccio…. e il tuo Rocco aveva finito di far l'esercizio. Io però ho ringraziato il cielo, pensando subito che guadagnava cinque anni, e che forse sarei tornato a casa.
—Rocco, Rocco!
Così, con tuono basso ma focoso, scrollandolo forte per un braccio, lo chiamò il camerata. Ma egli non sapeva staccarsi da quel fianco dell'uscio, a cui s'era appoggiato.
—Rocco! e tutto questo, tu l'hai fatto per me! dicevagli Damiano.
—Sì, sì…. ma adesso bisogna ch'io ti lasci qui e dia la volta.
—Non andartene così!
—È il Maldura, vedi, è lui che mi strappa dal muro; è finita la guardia, e anche lui ha ragione…. Ma, lascia fare a me; tornerò…. ti darò conto di tutto….
—Ah sì; voglio saperlo, dove sono mia madre e mia sorella… Va, va, buon Rocco, non perder tempo. Che il Signore t'accompagni!
—Damiano! Non la darei quest'ora, per niente al mondo.
I due soldati s'allontanarono. Damiano tese l'orecchio finchè potè udire il suono de' loro passi: poi, quando non intese più nulla, strinse le mani, guardò in cielo, e il suo pensiero si levò con fede al Signore.
I giorni, e le settimane passarono, E Damiano altro non seppe nè di Rocco, nè de' suoi: questo dubbio era per lui un'angoscia mortale; e ricaduto nella disperazione e nelle cupe fantasie di prima, ammalò. Il medico delle prigioni, la seconda volta che lo vide, provò per lui simpatia; e persuaso che il male provenisse, più che d'altro, dall'incertezza che l'aveva oppresso, s'arrischiò di farne parola al giudice inquirente. Il quale, uomo giusto e di cuore, ottenne che in due giorni fosse spacciato quello a cui non erano bastati due mesi.
E Damiano, appena si riebbe, fu levato dal carcere e condotto alla presenza dall'autorità; e dopo serie ammonizioni per lo avvenire, gli fu detto ch'era in libertà, essendo stato sospeso il processo, per difetto di prove legali.
Capitolo Decimoterzo
L'abate Teodoro, uno de' cappellani dell'Ospital Maggiore, tornava, sul cadere d'un bel dì d'ottobre, lungo la strada che fiancheggia il canale interno della città, fra il ponte di porta Tosa e quello di porta Romana; dove appunto si chiama ilNavigliodell'Ospitale. Tornava solo da un breve passeggio, per ricondursi alle malinconiche stanzette che gli servivano d'abitazione in quel vasto edificio, nel quale a migliaja vanno a morire ogni anno i poveri di Milano e del contado. Egli non era vecchio: alto della persona, ma alquanto incurvato, avea lineamenti fortemente scolpiti e pallidi, lo sguardo pensoso e quasi sempre mezzo velato dalle palpebre: il suo passo rapido, come di persona sollecita d'arrivare al termine della sua via, e qualche involontario gesto con cui l'avresti veduto risponder talora all'interna agitazione, mostravano in esso l'uomo che conosce la vita e il dolore, e che animoso e forte vuol compiere quaggiù la vece che gli fu posta.
Era un giusto e sapiente prete, che amava l'oscurità, e l'umile coraggio d'una vita tutta di sagrificio e d'amore. Egli che, uscito appena del Seminario, e annoverato già fra i più eletti novelli sacerdoti, per dottrina teologica, congiunta a un assiduo studio d'erudizione civile, avrebbe potuto a buon diritto pretendere a qualche invidiata ecclesiastica dignità, o aspirare alla celebrità di sacro oratore, aveva chiesto invece un posto pericoloso, poco ambíto, ignoto quasi del tutto, quello di coadjutore spirituale al servizio de' poveri infermi dell'Ospitale maggiore. E colà, dove sapeva maggiore il bisogno di portar la parola di consolazione e di verità, egli viveva da sedici anni, modesto, non conosciuto dal mondo, come il primo dì che v'era entrato; ma benedetto più che padre, più che amico, da tutti gl'infelici che aveva confortato a patire, a rassegnarsi, a morire; da tutti i suoi fratelli che sortirono quaggiù l'eredità della disgrazia, e ne' quali volle imparare a conoscere, ad amare la gran famiglia umana. Amico di pochi altri preti, e di qualche giovine saggio e onesto, che per venirlo a ritrovare volentieri attraversava il malinconico ponte che mette al gran cortile dell'Ospitale, l'abate Teodoro passava i suoi giorni nella spontanea e sublime annegazione di sè medesimo, adoperandosi al bene, contento se gli rimanesse un'ora da consacrare alla vedova inferma, circondata dalla sua corona di figliuoli, o al vecchio povero e vergognoso languente sulla paglia nella buja soffitta, o all'artigiano che la febbre aveva strappato dal lavoro: e tra questi egli soleva spartire il frutto del suo piccol beneficio, del quale gli avanzava la maggior parte, comechè di ben poco gli facesse bisogno per vivere. Era, in una parola, uno di quegli uomini, de' quali così scarso è il mondo; che non sono nati per sè stessi, e che, non curando le spine del sentiero, insegnano a' proprii fratelli la vera virtù, la vera filosofia della vita, camminando sempre animosi e sicuri, colla coscienza che Dio, come disse il poeta:
Fece l'uom buono a bene….
Quel dì, l'abate Teodoro, più mesto e preoccupato del solito, s'incamminava a casa con passo lento e ineguale, pensando al tristo caso d'una povera madre ch'egli aveva poche ore prima assistita nell'agonia. Essa era morta di lenta e penosa consunzione, lasciando quaggiù dieci figliuoli: tre maschietti, il maggiore de' quali su' quattordici anni, e sette fanciulle, tapine creature, pressochè tutte rachitiche o scrofolose, a cui poco o nulla valeva d'avere il padre, lavoratore di seggiole di paglia, già logoro anch'esso dallo stento e dagli anni. Il pensare, che nel giro della superba e splendida Milano, languivano, come quella, tant'altre famiglie alle quali non poteva bastare la larghezza della pietà cittadina; il ricordarsi ch'egli stesso era l'ultimo d'una numerosa famiglia venuta in basso, e che aveva veduto morire in breve tempo padre e madre, e andarne disseminati fratelli e sorelle alla ventura nel mondo, moltiplicando il numero degl'infelici; queste e altre più amare considerazioni avevan raccolta una tetra nube sull'anima del buon coadjutore. V'ha di tali uomini che hanno bisogno di vivere nel sentimento del dolore; che in esso ritemprano, per dir così, le loro forze contro le ingiustizie terrene e la legge de' violenti; uomini che nacquero colla coscienza della sventura, accettarono severi e tranquilli le più difficili prove della vita, e che, giunti al fine della loro carriera, potranno dire come il forte antico: Il Signore mi coperse collo scudo della sua buona volontà. Essi vivono combattendo e sperando; essi sperano, perchè sanno che la sventura stessa è utile, quando s'afforza colla ragione; e che senza fede non c'è libertà.