Chapter 9

Nel momento che l'abate Teodoro, giunto all'angolo d'un antico murello, prima di svoltar nella via di San Barnaba, che riesce dalle mura al ponte dell'Ospitale, levava gli occhi, raccogliendo alla persona la cappa, s'accorse d'un uomo che veniva innanzi a onde, tentennando a ogni passo, e facendo prova, ma invano, di tenersi alla muraglia. Quantunque si fosse fatto sera, potè vedere, al lume della lanterna della via, che quell'uomo col pesto cappello calcato in testa, e coperto di luridi panni, lottava a fatica contro i fumi del vino, e falciava l'aria gesticolando colla destra, in atto d'ira e di maledizione. Scorse poi che, sotto l'altro braccio, egli si teneva ravvolto qualche cosa entro una vecchia coltre, della quale i lembi cadenti scopavano il terreno; e l'udiva bestemmiar con rotte voci, che gli vennero un poco distinte quando colui si fe' più vicino, senza pensare d'esser tenuto di vista.

—Malann'aggia! diceva esso.—L'uomo e la ragione…. sono due cose!…. Io sono un povero diavolo, non sono un uomo io….—E qui dava in uno scroscio di risa.—La fame…. cosa importa mai? è una brutta strega…. la fame! bisogna farla affogare in un tino di vin nuovo…. Anch'io fo così! quando ho fame, bevo…. Evviva la ragione!…

Queste parole mettevano un brivido al coadjutore, il quale avrebbe voluto pur sapere che cosa quel disgraziato portasse con sè; e fece per accostarsegli; ma lo teneva indietro il raccapriccio di veder l'anima, soffio di Dio, fatta così vile e imbrutita in una delle sue creature.

—Ah! ah! ah! ripigliava l'ubbriaco.—E la mia donna?… Io per me la lascio piangolare a conto e dir le litanie…. E men vo a berci sopra…. Senti, signor oste! tu sei il solo a cui do del signore…. senti bene! La mia donna mi fa un'altra creatura; bisogna cercarle un padrino…. non sarebbe buono quel barlotto che tu sai?… No? pazienza. C'è ancora laCà grande…. A' figliuoli di nessuno ci pensa la Provvidenza!… È una gran bella invenzione la Provvidenza!… Allegria in casa!… Presto dunque, oste del buco d'inferno…. un'altra gocciolina! Prendi questa povera stroppiatella…. e porta di quel da tredici!…

Il prete s'accorse, mentre il cencioso ubbriaco gli passava a fianco, che quella lacera coltre da lui trascinata dietro involgeva una creaturina appena nata; la quale, soffogata forse dal paterno braccio che forte la serrava, mise allora un vagito.

—Taci là, figlia della miseria!—gridava, sbarrando gli occhi e levando la destra sulla testina dell'innocente, quel miserabile—Taci! hai già imparato da tua madre a guaire?… Quella grama me n'ha già dati cinque della tua stampa, e se non ci fosse la santa che protegge i colombini…. lo so io quel che farei…. Taci, che non ti sentano, chè non vo' portarti indietro, io!—

E la bambinella a vagire di nuovo. Quel padre snaturato ruppe allora in altri accenti più pazzi che feroci; e il prete inorridito volle correre per istrappargli quella innocente, paventando forse un gran male. Ma colui, credendosi inseguito, precipitò i passi, giunse allo sportello di quella ruota, la quale nell'ore buje s'apre ad accogliere il deposito sacro di tante infelicissime, a cui la povertà o la colpa negò di portare in faccia al mondo il più bel nome che suoni in ogni idioma. Colà fermossi, girò gli occhi intorno, come fa la fiera che sente il cacciatore, svolse dalla coperta la bambinella, e fattosi innanzi barcollando, a stento riuscì a deporla entro l'oscuro pertugio; fece rigirar l'assito; poi, non potendo tenersi di metter fuori un urlo di gioia, s'avviò difilato verso il ponte, e cominciò a cantare non so che ribalda canzone da taverna, frammezzata di rochi strilli.

Addolorato da quella funesta scena, ma sollevato in una dal terrore che provò per la disgraziata creaturina, l'abate Teodoro, come la vide in sicuro, fatto più malinconico di prima, studiò il passo e rientrò nell'Ospitale, per quell'andito che fa capo al ponte.

Il buon prete che, al finir d'ogni sua giornata, benediceva al Signore, perchè gli avesse dato di rasciugar qualche lagrima, di versare in un'anima immortale il balsamo d'una pia speranza, con alcuna di quelle parole che fanno ritornar l'uomo a sè stesso; il buon prete aveva in quell'ora così pieno d'amarezza il cuore, che sentiva più doloroso il vuoto delle cose umane; e, dubitando quasi di sè, provava un ineffabile bisogno di raccogliersi nella pace dal santuario. Entrato nella piccola chiesa dell'Ospitale, s'inginocchiò. E pregando per quel miserabile e per la sua creatura, il pensiero di lui levossi alla sorgente d'ogni puro sentimento e d'ogni verità, a Dio; e contemplando coll'animo i grandi beneficj della Provvidenza, sentì rimorso della sua tristezza, e pianse d'aver dubitato un istante.

Uscito della chiesa, svoltò alla manca, e per il portico del cortile maggiore passò nella più antica parte del fabbricato, che è quella fatta innalzare da Francesco Sforza; e salita una scaletta riservata, si trovò nelle due stanze ch'erano a lui destinate in quell'abitazione del dolore e della morte.

La povera bambinella, che aveva veduto poc'anzi abbandonata nel primo dì della vita, forse a morire prima del tempo, forse a cercare invano il seno di mercenaria nutrice, gli richiamò alla mente, per una di quelle non rade corrispondenze de' pensieri, una memoria lontana, infelice; la memoria d'un fatto, che gli stava da un pezzo nel cuore, e del quale, con molto suo dolore, e per quanto gliene premesse, non aveva mai saputo riunire le rotte fila.

Appena giunto nella sua nuda cameretta, l'abate accese il lume, e frugò in un cassettino dello scrittojo, che ingombro di libri e fogli era situato sotto la finestra; di là tolse fuori un piccol fascio di carte. Il suggello della sopracoperta appariva rotto, ma il piego era annodato da una cordicella, di cui suggellati erano i capi. Si pose a sedere allo scrittojo, e con mano inquieta, aperto ch'ebbe il piego, fece scorrere parecchie carte, e si pose a leggerne alcune.

La prima di quelle carte, ch'egli andò a scegliere fra l'altre, come quella che fosse la più importante o la più preziosa, era la copia d'un antico atto d'esposizione cavato da' registri della Pia Casa di santa Caterina alla Ruota: v'erano descritti, insieme al nome e cognome che a caso vien posto al trovatello, gli altri contrassegni più precisi che potessero valere a constatarne l'identità personale.

Quell'atto portava in fronte la colomba col ramicello d'ulivo in bocca, emblema pietoso della pace del Signore, e, assicurata al disotto con suggello, come contrassegno di riconoscimento, una mezza immagine di sant'Anna, trovata sul bambino:

Il giorno 16 N. 183Ottobre 1811 1811

_Dalla P. C. degli Esposti a S. Caterina alla Ruota

NomeRocco R***

Età: anni — mesi — giornidue

trovato nel torno nella scorsa notte

alle ore 8-3/4 pomeridiane

involto in

Pannilini num. 3di tela fina orlati di merletto.

Copertine, num. 2, imbottite di percallo cilestro

Fascie num. 1fine.

Cuscini num. 1con. fodera bianca di tela battista ricamata.

Cuffini num. 1di mussolino ricamato, foderato di seta azzurra.

Camicietta num. 1di tela grossolana, marcata in cotone rosso colla letteraE. Un piccolo Agnusdei di panno bianco e nero, trapunto in seta bianca con un

Si è fatto battezzare il giorno 16 ottobre 1811_

Oltre a codesta carta, che il prete trascorse rapidamente coll'occhio, eranvi alcune lettere di diversa data e senza alcuna sottoscrizione. Fra quelle, a studio ne tolse fuori una, meno lacera e senza soprascritta, della quale vedevansi qua e là cancellate le parole: la scrittura appariva stentata, confusa; ma il contenuto era veramente l'espressione d'un'anima sventuratissima: e il buon prete, rileggendola, lasciava cadere a quando a quando fra le palme la testa, e gli venivano le lagrime.

«Signore!

«Se merita compassione una povera infelice, che ha perduto tutto a questo mondo, virtù, salute, onore, e quasi anche la vita, oh! non rifiuti almeno di ascoltare forse le ultime mie parole. Lei sa quello ch'io era, e a che sono ridotta; io non accuso nessuno della mia disgrazia, fuori di me stessa: ho tanto pianto, ho tanto pregato, che spero il Signore vorrà perdonare a me, e a lei pure. Sono tre anni, posso ben dirlo, che ho cominciato a morire; e in tutto questo tempo, lei non volle più vedermi, nè sentir più a parlare di me: eppure, se sapesse ciò che io ho patito, non mi lascierebbe finire così colla disperazione nell'anima. Una povera donna, che non ebbe altro conforto, altra speranza nella sua colpa, fuorchè una parola, un nome, che non potè mai sentir pronunziar dalla sua creatura, vive in miseria, nell'angolo d'un solaio, nascosta agli occhi di tutti, e oramai senza forza di levarsi dal letto del suo dolore. Questa donna merita lo stato a cui è venuta, perchè si lasciò ingannare, tradire, perche tradì i proprj doveri; ma le han tolto il suo figliuolo, gliel'hanno levato dalle braccia appena nato, dandole a credere che ben presto le sarebbe restituito; essa tacque, chinò la testa e pianse. La meschina non aveva più madre nè padre, nè nessuno al mondo; era stata per un mese invidiata, felice, circondata d'illusioni, vestita di fiori e di veli, come una povera vittima; poi discacciata, sola, nella vergogna e nell'infamia, collo spavento della vita e della morte. Cosa mai le restava a fare, se non che gettarsi, senza pensar più altro, nell'abisso che le era aperto dinanzi? Pure, trovò un po' di forza in sè medesima; e il pensiero di un innocente, frutto del suo peccato e maledetto per lei, questo pensiero l'ha salvata. Allora, ebbe la fede di vivere per lui soltanto, d'inginocchiarsi dinanzi a lui, di trovare nell'amor suo quel perdono che non ardisce domandar al Signore. Aspettò tre anni, e aspetta ancora…. Ma, adesso non è più tempo; il dì tremendo s'avvicina; e Dio avrà presto finito di contar le mie lagrime. Oh! che almeno Egli non le trovi poche al paragone della mia colpa!

«Se le resta qualche memoria del passato, o signore, non disprezzi la preghiera d'una povera moribonda: io non prego per me, ma prego per il mio figliuolo; ch'esso almeno non abbia a portare su questa terra la pena del suo nascimento, che non abbia a maledire il nome di sua madre!… Dopo tanto cercar di lui, ho saputo che vive ancora, ma lontano di qui, ma in tal luogo, dove a me sarebbe adesso impossibile ritrovarlo. In questo momento terribile, rinunzio volentieri alla speranza di vederlo una sola volta: così Dio mi tenga conto del sacrificio! Ma un pensiero, un rimorso che non mi lascia mai, è lo spavento ch'egli, nato nell'obbrobrio, cresciuto nella povertà, possa forse un giorno mettersi per la strada del vizio e del delitto…. Oh! fate, mio Dio, ch'egli almeno viva e muoja innocente, ch'egli sia salvo, s'io debbo morire disperata! Perdonatemi, o Signore, perdonatemi in lui!

«La forza di scrivere questa lunga lettera ha esausta la poca lena che mi restava: ora non ho più nulla a fare quaggiù. Chi sa se il buon sacerdote, che venne a confortarmi il cuore coi pensieri della religione, che mi parlò della infinita misericordia di Dio, e mi sostenne in quest'ultima giornata, vorrà incaricarsi di portarle queste parole d'una poveretta, che lei forse ha da tanto tempo dimenticata? Ascolti quell'uomo del Signore, che verrà a ricordarle il mio nome, il nome di una, che fra poche ore sarà morta. Egli le raccomanderà il mio figliuolo; gli provveda almanco di che vivere una vita sconosciuta e onesta; io la scongiuro, per tutto quanto lei ha di più sacro!… Si ricordi, che tutti abbiamo a morire, e che ogni nostra buona azione è scritta in cielo. Non lo sanno gli uomini, ma Dio lo sa chi sia il padre del mio povero figliuolo!… Oh se avessi la consolazione di finire nella certezza che quell'innocente non sarà abbandonato del tutto, benedirei il Signore di morire così presto, a venticinque anni, senza aver gustato una sola ora di felicità! Ma così…. Egli m'assista, e non mi tolga la fede e la speranza!»

«Marianna».

Letto ch'ebbe, l'abate Teodoro si rasciugò gli occhi, e sospirando disse:—Parmi ancora di vederla quella disgraziata, là sur uno stramazzo disteso a terra, tutta tremante, e senza pur la forza di piangere…. Era una giornata piovosa del marzo…. Povera donna! e morì rassegnata…. Ma quel potente signore, che volle come ridere allorchè io gli parlai, che rifiutò d'ascoltarmi quand'io m'arrischiava di mettergli dinanzi agli occhi quella scena…. Mi pare ieri!—Signor abate: mi disse: ella mi piglia un tuono che non s'usa più con certe persone…. In verità, non capisco di chi voglia parlare…. E poi, a che pigliarsi fastidio di cose che succedono tutti i giorni?… Il mondo è fatto così!—Queste erano le sue risposte. Buono ch'io non son solito a darmi vinto così presto! quando tornai all'assalto, quel signore alzò la voce, ma io parlai più forte di lui; allora il vidi venir giù a poco a poco, raumiliarsi, promettere di far qualche cosa. Che uomo!

Qui prese un altro di que' fogli; e come per tener dietro al filo de' pensieri che l'occupavano, vi corse sopra cogli occhi. Quel foglio, a lui medesimo indirizzato, era questo:

«Reverendo Signore!»

«Ho l'ordine di passare nelle sue pregiatissime mani la somma di milanesi lire seimila (dico L. 6000) da investirsi per la causa e ne' modi a lei noti; della quale somma ella potrà disporre, come e quando crederà meglio, a beneficio della persona per cui ebbe già ad interessare l'illustrissimo signor ****. Lo stesso illustrissimo signore dichiara però, secondo anche le precorse intelligenze, che non intende assumere nessun obbligo verso la detta persona, considerando questo assegno quale semplice e graziosa donazione.»

«Ciò mi onoro parteciparle, per espressa commissione, e starò attendendo il piacere di Lei, reverendo signore, per disporre il pagamento della somma sovraindicata; mentre mi protesto con tutta la stima,

Di Lei,«dev. obbl. umil. servitore.«M.*** procuratore.»

In seno a questa lettera c'era copia della ricevuta delle seimila lire che l'abate Teodoro aveva trasmessa a quel signore; comechè fosse persuaso che nulla di più sarebbegli fatto d'ottenere a pro dell'orfano d'una madre più disgraziata che colpevole, della quale, come ministro del Signore che perdona, volentieri aveva accettato la misera eredità. V'era pure una cartella del Monte dello Stato, portante l'annuo reddito di fiorini ottanta; poichè il prete, null'altro sapendo se non che il fanciullo era tuttora vivente, senza averne mai potuto scoprire alcuna traccia, volle serbar intatto e sicuro quel tenue peculio, ch'egli considerava come proprietà d'un suo pupillo. Anzi, per trovar modo a togliere dalle strette il giovinetto, ove la sorte favorisse le sue ricerche, aveva dato a frutto, d'anno in anno, presso un buon notajo di sua confidenza, gl'interessi di quella rendita a lui intestata; e così mano mano, sendo corsi quasi vent'anni, egli era giunto a raddoppiare il piccolo capitale. In ogni caso poi, pensava che, alla sua morte, quel danaro sarebbe stato de' poverelli. Le ricevute di que' frutti e le quietanze del notajo presso il quale avevali dati a mutuo, con uno specchietto delle somme relative al credito, erano fra quelle carte, unite tutte, dalla prima all'ultima, con un ordine scrupoloso.

Bisogna dire che l'abate Teodoro non avesse perduta ogni speranza di sdebitarsi del sacro dovere assunto; giacchè, dopo ch'ebbe ripassate le carte, le quali non credemmo inutile di por sott'occhio al lettore, pigliò, con non so quale convulsiva agitazione, un fascetto di lettere ch'era entro lo stesso cassettino dello scrittojo donde levò prima il piego.

—Ecco qui—diceva, trascorrendole e tornando a leggerne qualche brano, costretto quasi dall'intima forza del pensiero che quella sera lo signoreggiava—ecco qui l'attestato, come il Luogo Pio consegnasse a una balia in campagna il fanciullo; ecco le fedi di sopravvivenza di lui, firmate dal parroco, colle quali i contadini che l'avevano ricoverato venivano a ricever due volte l'anno quel poco di roba e danaro, che suol dare la Casa. Dopo il diecinove, quando il fanciullo poteva avere poco più di sett'anni, non ne trovai più indizio.—Tacque, e stette alquanto sopra pensiero.—Oh! se non fosse morto quel buon parroco di ***, ch'era proprio il padre della sua greggia, uom di senno e di cuore, come ne abbisognano alle nostre campagne, forse ne saprei di più…. Quell'ottimo amico era pur riuscito a seguir la traccia del povero giovinetto…. Era ben lui che allora mi scriveva: «Questo povero fanciullo pareva scemo dell'intelletto; la famiglia che il teneva in casa, lasciavalo tutto il dì solo nella campagna…. più d'una volta io stesso, ne' miei passeggi, lo trovai seduto su qualche rialto di terra, a guardar il sole, e mi faceva una gran compassione…. Un bel dì, non fu più visto nel paese: seppi però, da un curato amico, come fosse ricoverato qualche notte in un casale della sua parrocchia: ho scritto alla Deputazione di quel paese, e n'attendo risposta….»

—E in quest'altra:—«Non credo ch'egli sia morto, come voi dubitate; però, credo che non torni facile seguirlo nel suo misero pellegrinaggio. Ho saputo, or fa qualche mese, che un fanciullo perduto, di quattordici anni all'incirca, che potrebbe anche esser lui, fu visto a****, piccola terra a un venti miglia di qui. Se il Signore non ha avuto pietà di lui, se non lo tolse ancora di mezzo alle miserie di questo mondo, si dovrebbe pure, una volta o l'altra, averne contezza: potrebbe, fors'anche, essere stato chiuso in qualche pio ricovero come derelitto…»

—E un mese di poi, era ancora lui che, venuto a Milano, e passato apposta a ritrovarmi, mi diceva, ben me 'l ricordo: Ho speranza di farvi saper qualche cosa del vostro infelice orfanello; ho raccolte le più piccole circostanze, che mi danno non so quale conghiettura più fondata di ciò che avvenne di lui; ve ne scriverò al più presto.—Furono le stesse sue parole…. Ma!… dopo alcune settimane, quel brav'uomo non era più! Ed io non seppi far più nulla; e queste carte sono ancora qui, e tutto mi sta, come un rimorso, sulla coscienza….

Capitolo Decimoquarto

In quel punto, don Teodoro intese alcuni colpi leggieri e ripetuti all'uscio della scaletta; presumendo già chi potess'essere, si volse appena dallo scrittojo, e domandò:—Che c'è di nuovo?

—Don Teodoro, venga presto…. al numero trent'uno, crociera dell'Annunziata: una grama creatura, che, può darsi, ma non arriva a vedere il domani….

Così rispondevagli, entrando nella stanzuccia, un vecchio infermiere, colla cadente sopravvesta di tela verde e un goffo berrettino di felpa dello stesso colore, che appena proteggeva il suo calvo cucuzzolo. Era il capo infermiere delle crociere delle donne, un poveraccio che aveva consunto sessant'anni di vita fra le mura dell'Ospedale e quelle del vicino asilo de' trovatelli: dove, come tant'altri figli di nessuno, ebbe egli pure la sua culla e una capra per balia, e dipoi un tozzo di pane, fino a quando gli riuscì, per buona sorte, di farsi impiegare prima come portantino, poi come infermiere dello spedale: tutto il suo mondo era là. Vedeva entrare malati, feriti, agonizzanti; uscir pochi vivi, a furia i morti; sentiva passeggiando, colle mani intrecciate dietro le schiene, per le crociere affidate alla sua vigilanza, i lamenti d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, che finivano d'ogni guisa di morte: e per lui era lo stesso, una cosa naturale; vi poneva mente quanto il capo dell'orchestra, prima che s'alzi il sipario, agli stentati accordi de' suonatori. Egli soleva riconsegnare al povero, che partiva sano e allegro, i pochi panni con cui era venuto, con la medesima indifferenza che mostrava nel tirare il lenzuolo sulla faccia di quello che aveva appena reso l'anima a Dio. E con tutto questo, ilGhezzo, che così lo chiamavano tutti, perchè vestito, com'era sempre, di color verde, somigliava al ramarro a cui il lombardo dà siffatto nome, era forse il più galantuomo fra tutti gl'inservienti dell'Ospedale. E quantunque un po' brontolone, dove appena potesse far cosa alcuna per secondare il desiderio de' suoi ammalati o de' parenti, allorchè capitavano a visitarli, senza però transigere col proprio dovere, lo faceva volentieri; nè v'era pericolo che volesse il compenso nemmen della croce d'un quattrino. Il Ghezzo era una particolarità del suo genere: in quella casa del dolore, in mezzo alle tribolazioni, egli era dappertutto, egli dava orecchio a tutti i guaj; tirava innanzi con una buona scrollatina di spalle; ma poi faceva, come si dice, l'impossibile per ajutare chi ricorresse a lui; nè gli mancavano le occasioni.—Se i poveri diavoli non s'ajutano un po' per uno, diceva, chi volete che faccia per loro?…

—Don Teodoro! ripetè egli, vedendo che l'abate, contro il solito, era distratto: Faccia presto, le dico, se vuole arrivare in tempo.

—Andate innanzi: secco rispose: io vengo subito.

—Aspetto per farle lume, don Teodoro….

—Or bene, eccomi.

Il Ghezzo, pigliato il moccolo dallo scrittojo, precedeva il prete: e discesi così dalla scaletta, attraversarono lo spazioso cortile, e salirono al portico del piano superiore, rischiarato in quel punto dagli obbliqui raggi della luna, la quale cominciava a spuntare tersa e lucente, di sopra la lunga linea bruna formata dall'opposto lato dell'edificio. In quel vasto asilo delle miserie, in mezzo all'alto silenzio della notte, ai passi del vecchio infermiere e dell'abate rispondeva, sotto le vôlte de' portici, un'eco tanto malinconica, che don Teodoro, già prima addolorato nell'anima, diventava ancor più cupo e pensoso. Spirava un vento sottile, che faceva dondolar cigolando le lanterne appese qua e là, all'entrata d'ogni crociera; nè altro romore interrompeva quella mesta quiete notturna, fuorchè lo strepito di qualche catenaccio dischiuso con una strappata, o di qualche porta sbattuta dal vento, o il monotono rintocco dell'ore da tutti i campanili della città.

Ma, nel momento che don Teodoro, svoltata l'ala del portico, stava per entrare nella crociera dell'Annunziata in compagnia del Ghezzo, occupato, giusta il suo costume, a brontolar fra sè, vide all'altro capo del portico, in mezzo al bujo, comparir due lumi e alcune persone; e ben comprese che da quel lato un'altra infelice creatura moriva, e che un altro ministro del Signore le recava nel punto stesso il pane dell'ultimo viaggio. Quella vista lo richiamò al santo dovere del suo ministero; e facendo forza per cacciar dalla mente l'estranea sollecitudine che l'avea dominata, alzò l'anima a Dio; e, raccolti i pensieri, s'accinse più commosso che mai all'opera di consolazione e di perdono per la quale era chiamato.

Entrarono nella lunga, silenziosa crociera. Settanta povere donne, madri, fanciulle, vedove, spose, languivano colà l'una a fianco dell'altra, vittime dell'infinito numero delle febbri tifiche e acute, che sotto forme così mutabili e diverse mietono ogni anno tanta parte del popolo. Que' letti, distanti fra loro non più d'un braccio, coperti di una coltre a liste azzurre e bianche, con un piccolo crocifisso a capo di ciascuno; quella negra tabella, portante l'iscrizione della malattia e il numero del letto dell'inferma; quel numero dato a ciascuna, fin dal primo entrare, invece del suo nome, che nessuno forse pronunzierà più sulla terra; tutta questa trista scena, sebben fosse quella che di continuo aveva sotto gli occhi, non eragli sembrata mai così trista, mai non avevagli stretto il cuore come in quell'ora.

Attraversando per lo lungo la crociera, guardava di tanto in tanto, con pietosa apprensione, le povere ammalate, le quali, non potendo trovar requie, arse o abbrividite dalla febbre, sembravano come implorare da lui, con una lunga occhiata, una parola di conforto, una benedizione: avanzavasi, e ne scorgeva più d'una stendere fuor delle coltri lo scarno braccio, e bere a stento un po' d'acqua per mitigare il fuoco che le consumava; udiva qualche bisbigliata prece, qualche gemito sommesso e trattenuto di chi soffriva di più, e il respirar tardo, affannoso d'alcune da cui forse sarebbe stato chiamato fra poco. E tutte quelle creature del Signore, aspettando ciascuna l'ora sua, pativano e tacevano.

Abbenchè non passasse ora, senza che questa vista compassionevole gli rinnovasse i pensieri misteriosi e tremendi; nondimeno don Teodoro, che continuava volonteroso quel sagrifizio della sua vita, appunto perchè era per lui il sagrifizio di tutti i giorni, nè mai aveva perduto lo spirito del pietoso amore che, purificandosi in mezzo a miserie e a patimenti, diventa la virtù d'un santo, sollevava a quella vista, dal profondo dell'anima, una preghiera all'Eterno. In quell'istante, pensando a tante disavventure, a tanti dolori che sono sulla terra, egli domandava, per tutti i suoi fratelli, la rassegnazione e la fede.

Giunse allora al letto che portava il numero 31; e maravigliò vedendo che, a un'ora così tarda, contro il costume e le rigorose discipline del luogo, si trovassero ancora vicine a quel letto due persone sconosciute, silenziose, raccolte in sè stesse, nell'atteggiamento del più profondo cordoglio. Sostenuta da alcuni cuscini, se ne stava mezzo sollevata sul letto una donna già grave d'anni, dimagrita così che non si sarebbe detto giacersi un corpo umano tra quelle coltri, se i ginocchi rattratti, e le braccia stecchite e stese fuor delle lenzuola lungo l'accosciata persona non avessero indicato che su quel giaciglio una poveretta poteva ancora patire e lottar colla morte. Nel momento stesso l'ammalata stava come sotto l'oppressura di una sincope improvvisa; la sua testa era inclinata sul petto, le pupille chiuse, contornate da un lividore di morte, la bocca mezzo aperta, e senza respiro: il solo indizio che durasse la vita in lei era un convulsivo tremito delle mani, con le quali pareva far di continuo uno sforzo come se volesse premere qualche cosa che non trovava.

Era la vecchia e povera Teresa: vicina al gran passo, andava cercando con la sua mano quella del figliuolo che aveva almeno potuto rivedere prima di morire, del suo Damiano.

Il giovine, vestito di poveri panni, che stavasi vicino a quel letto, pallido, ritto, cogli occhi fissi, colle braccia in croce sul petto, era lui.

Il giorno innanzi, all'uscir della prigione, Damiano s'era incamminato, debole ancora e con non so qual turbamento nell'animo, verso casa sua. Credendo impossibile che tutti l'avessero così dimenticato, non sapeva che pensare di Rocco e del signor Lorenzo. Camminava incerto e vergognoso per le vie, quasi che tutti lo guardassero in faccia, e al pallor della sua fronte, agli abiti sdrusciti, al tremito di tutta la persona, avessero a indovinare ch'egli usciva del carcere. Ma il pensare che fra pochi momenti sarebbe stato nelle braccia della madre, ch'essa e la buona Stella lo sapevano innocente, lo confortò, gli diè lena, fecegli scordar tutto quello che aveva passato.

Per giungere alla piazza Fontana, egli aveva prese le vie poco frequentate; allorchè, tutto a un tratto, sentì chiamarsi per nome: a quella voce si guardò indietro…. e Damiamo vide Rocco che correva a lui.

I due amici si fermarono. Dopo quel lungo colloquio, dopo quello scambio di ricordanze e di forti affetti a cui s'erano invano frapposte le porte del carcere, rivedevansi finalmente. Nè l'uno, nè l'altro in sulle prime seppe trovar parola; si riguardarono muti, tenendosi strette le destre; ciò che sentivano in quel momento non avrebbero saputo dirselo.

—Ascolta, mio Rocco!… Tu lo vedi il mio cuore, non è vero?

—Oh! Damiano….. lasciam tutto il resto adesso; e parliamo di te…. di loro.

—Da tre settimane io ti stava aspettando. Dopo quel dì….

—Cosa avrai pensato di me?… Oh se tu sapessi!… Io era là tutti i giorni…. due o tre ore di fazione, là nel cortile… sotto a quella tua finestrina; e guardava in su, per niente. Non ho trovato più nessuno, dopo il Maldura, che mi desse mente a me…. Anche stamattina, vedi, ci son tornato. Oh! l'avessi pensata che l'era venuta l'ora della giustizia, tu m'avresti trovato, all'uscire, là sotto a quella porta.

—Buon Rocco! e io ti feci torto!…

—L'han capita dunque la birbonata che t'avevan fatta?…

—Non parliamo adesso: vieni, Rocco, dammi il tuo braccio…. Son fiacco, mezzo disfatto ancora; ma io voglio veder la mamma.

—Aspetta un poco…. dammi ascolto….

—Come? mi tiri indietro?… Non si va per di là…

—Capisco; ma sai bene che t'ho detto….

—Cosa?… Io non so nulla.

—Ma non t'ho contato, quando son venuto a trovarti, là in quel maladetto sito, non t'ho contato che la mamma Teresa…. aveva dovuto cambiar casa?

—Sì; ma non t'ho creduto io. E perchè avrebbe dovuto andar via così presto?…

—Senti, Damiano…. la tua povera mamma ha patito tanto dell'ingiustizia che t'han fatto. Pensa tu dunque….

—Che pensare? io voglio vederla, Rocco! Tu sai dov'è…. andiamo insieme da lei.

E così dicendo, gli tremava la voce, e con gli occhi smarriti fissavaRocco, che del pari mal sapeva mentire a quel che aveva in cuore.

—Tu non stai bene adesso, Damiano. Vieni con me…. andiamo prima….

—No! no! no!…. Tu non dici la verità, tu vuoi darmi a intendere quello che non è…. Rocco, di' su, di' su! la mia mamma…. la mia mamma… Dio benedetto!

L'amico, vedendo sulla faccia di Damiano il terribile pensiero che gli era balenato alla mente, e che non aveva avuto cuor di significare, comprese come non tornasse bene fargli mistero della verità. Ma gli mancava l'animo, gli mancava la parola.

—Io lo so…. ripigliò, senza tremare, Damiano: la mamma è…. malata?

—Sì, un poco, ma….

—Malata, dunque? malata, non è vero?…. Torna a dirlo.

—Sì, malata.

—Quand'è così, andiamo!

—Ma, lei forse non è nemmanco avvisata che sei in libertà…. e vederti, così all'improvviso….

—Non importa! andiamo, ti dico.

—Ma io, vedi, in coscienza, non posso….

—Come? non puoi?… In nome di Dio, ov'è la mamma?

—Povero Damiano!… Intanto che tu eri là, tra quattro muri, ci sono riusciti a condur via la Stella… Dicono che l'è andata a star bene, che non ha bisogno di nulla; ho cercato io del luogo, ma fin adesso son capitato male, non n'ho cavato nessun costrutto. La mamma Teresa, quando che fu sola, senza te, senza lei, ha cominciato a dar giù, a sentirsi male…. e un dì, non potendo più stare in piedi, non avendo anima che facesse per lei, si è rassegnata…. e si è fatta portare all'ospedale.

—All'Ospedale!…

A questo grido, pieno di dolore, Rocco ebbe tempo appena di sostener Damiano tra le braccia; giacchè al povero giovine non bastò la forza di sostenere il colpo; e venne manco nel mezzo della via.

Rocco lo trascinò nella vicina botteguccia d'un falegname: ajutato dal buon operaio, lo mise a sedere sur uno sgabellaccio; e fra loro due, bagnandogli la fronte con un po' d'acqua, vennero a capo di farlo rinvenire. Rimessosi in piedi, Damiano raccolse tutto il suo coraggio; usando una gran forza a sè medesimo, rese grazie a quel falegname della sua carità, e volle uscir con Rocco, pregandolo che l'accompagnasse fino all'Ospedale. Andarono insieme; ma, essendo vicina la sera, trovaron chiuse le porte, nè, per quanto pregassero, fu loro concesso di entrare. Rocco non sapeva ove condurre il suo disgraziato amico a passar la notte: dal dì ch'egli era tornato, aveva dormito sulla paglia, in una rimessa abbandonata, dove per compassione gli davan ricovero; ond'è che vergognavasi di dire all'amico che avrebbero spartito quel letto. Teneva però ancora in serbo un dieci lire, l'ultima sua ricchezza; e pensò che l'ora di farle esser buone a qualche cosa era quella. Entrò coll'amico in un'umile osteria; volle che mangiasse un boccone; poi, scorgendolo così oppresso, così rifinito, lo persuase di porsi a letto. Damiano l'obbedì; e quasi tutta la notte, mentre Rocco s'era seduto accanto a lui, continuarono a contraccambiarsi confidenze di dolore e parole di conforto.

Fu allora che Rocco narrò in che modo avesse saputo il caso della buona mamma Teresa, e quanto gli era noto e non ebbe cuore di palesargli la prima volta che si parlarono, là nella prigione; com'egli, appena venuto a Milano, dichiarato invalido, e messo in libertà dal militare, fosse corso alla piazza Fontana, a quella casa, a quel quarto piano a cui aveva sempre pensato, in tutto il tempo ch'era stato di là dalle care montagne del nostro paese; come, arrivato col batticuore a quella porta, si fosse trovato al tu per tu con la vecchia pegnataria, della quale non ricordava più il nome; e come costei, appena udì menzionar la mamma Teresa gli serrasse la porta in faccia, dicendogli nient'altro che:—Questa è casa mia; qui non c'è nè mamma, nè Teresa; andate all'ospedale, che se la c'è ancora, la troverete!…

Damiano sostenne, impassibile e muto, quella prova, la più difficile che il cielo gli avesse mandata. Egli non maledisse, non pianse; e concentrò tutto il suo dolore in un solo pensiero, nel pensiero di riveder sua madre, d'inginocchiarsi appiedi di quel letto abbandonato. Un solo lamento, in tutta quella notte, gli fuggì dal cuore: fu quando disse all'amico:—O Rocco! avresti fatto ben meglio a lasciarmi partire allora!….. Forse io non avrei condotto così, come ho fatto, la mia povera madre a morire all'ospedale.

Quando venne la mattina, stretti al braccio l'un dell'altro, s'incamminarono, senza far parole verso l'Ospedale maggiore.

Colà non trovarono chi sapesse loro indicare dove fosse stata portata la povera signora Teresa: ma, incontrato per caso il Ghezzo infermiere, a lui si raccomandarono: egli poi, sentendosi un poco frugar nel cuore, al veder quel giovine così sparuto e quel soldato, i quali con le lagrime agli occhi eran venuti a parlargli, li condusse al letto, dove languiva da due mesi colei ch'essi cercavano. Il Ghezzo aveva pigliato sopra di sè la responsabilità dell'infrazione alla regola; e consentì che rimanessero colà, per lungo tempo dopo l'ore consuete in cui sono permesse le visite agli ammalati: quella povera inferma, era la sola forse di tutta la crociera che da tante settimane stava in quel letto, senza aver mai veduto nessuno de' suoi; e scorgendola vicina al passo che dobbiamo far tutti, pensava che l'avrebbe forse benedetto anche lui.

L'inferma s'era sollevata un poco sulla persona; e, tenendo chiusi gli occhi, pregava, rassegnavasi a tutto quello che avrebbe di lei fatto il Signore, anche a non veder più i suoi figliuoli: pensava che Stella e Celso eran ricoverati in luogo sicuro, e offeriva al cielo anche l'angoscia provata per Damiano, la cui prigionia era forse stata per lei un colpo mortale.

Quando, aperti gli occhi, vide appiè del letto quel giovine, che la guardava pietosamente, senza osar di profferire il suo nome, sorrise un poco, scosse il capo, pensando che fosse un sogno, e ricominciò una preghiera. Ma la voce del Ghezzo, che si fe' sentire in quel punto:—Ehi! non conoscete più il vostro figliuolo?…. la richiamò alla verità.

—O santi del paradiso!… Sei proprio tu, Damiano?

—Sì, mamma.

—Dunque il Signore non me l'ha voluta negare questa consolazione?

—Non io, vedi, ma quelli che volevano farci del bene a modo loro, furono la causa di tutto: adesso m'hanno conosciuto innocente, e sono quì, sono quì con te, mamma…. Oh perdona al tuo figliuolo!

E chinandosi su quel letto, strinse amorosamente colle sue la scarna mano materna.

—E anch'io, mamma Teresa: si fe' animo a dire il buon Rocco, che, venuto innanzi in punta de' piedi, s'era posto dietro l'amico, anch'io ringrazio il cielo che ho potuto tornare a vedervi! Questo mio braccio non è più che un mozzicone; ma darei l'altro, per vedervi fuor del letto.

—E la Stella, dite, mamma, dov'è?…. Perchè, lei almeno, non la trovo vicina a questo letto?….

—Oh! lei è in miglior luogo: rispose con rassegnazione l'ammalata: è in una casa del Signore.

—Come? e vi ha abbandonata così, in questo momento?… non potè starsi dal dire il giovine.

—L'ho voluto io, Damiano; se non potrò più vederla, sarà un sagrifizio di più al Signore!

—No, mamma, non dite, non dite così; Stella non ve la strapperanno dal fianco que' tali, che han fatto già anche troppo per noi…. Ma verrà il momento… perchè un po' di giustizia la faremo anche noi! Sì, coloro che v'han ridotta su questo letto, ne hanno da scontare…. E una le paga tutte.

Ma s'avvide il giovine che l'infelice donna, atterrita per le violenti parole che gli prorompevano dell'animo esacerbato, volgendo il capo dall'altra parte, sentivasi oppressa da troppo forte passione, e sfuggiva il suo sguardo. Allora, supplicando chinò il capo dinanzi a lei; e colle più tenere e soavi espressioni che seppe trovare raddolcì l'amarezza che involontariamente le aveva versata in cuore; e così egli vide dissiparsi ogni nube da quella fronte venerata e cara. Le sedettero vicino i due giovani; e quando venne l'ora di staccarsi da lei, bisognò che l'onesto infermiere promettesse loro che li avrebbe lasciati tornare prima di sera. E tornarono, nè il Ghezzo seppe tener duro; cosicchè i due rimasero colà fino a notte fatta, discorrendo colla malata di tante cose che avevano nel cuore. Allora venne a sapere Damiano come e quando la Stella fosse stata collocata nel Ritiro; e sentendo come anche Celso da parecchie settimane avesse dovuto partire col suo superiore, senza che gli fosse nota la malattia della madre, comprese quel viluppo di sgraziate circostanze che in un punto avevan dispersa tutta la sua famiglia. Poi Rocco, per tenere un po' allegra la mamma Teresa, si fece a raccontarle la sua storia di que' due anni: e Damiano era caduto in profondi pensieri.

Ma la contentezza d'aver riveduto il figliuolo, e l'impeto di tanti e così diversi affetti risvegliati da quel lungo colloquio avevano prostrata del tutto la povera sofferente. A un'ora di notte, quando il Ghezzo venne per mandar in pace i due intrusi, trovò l'inferma svenuta, bagnata di freddo sudore, e i due giovani affaccendati inutilmente per richiamarla alla vita. Lo svenimento durava da quasi mezz'ora; e l'infermiere, il quale ben sapeva che la disgraziata era a mal punto, credè opportuno di correre a far avvisati, nello stesso momento, medico e confessore.

Don Teodoro giunse per il primo al letto della Teresa; e veduti appena i due giovani, imaginò di subito che non potevano essere se non i figliuoli di quella donna. Si avvicinò a lei, e toccandole il polso, s'accorse che la vita tornava a poco a poco, e che la sincope non poteva essere che conseguenza d'una forte e subitanea commozione. Racconsolati i figliuoli, i quali tremavano che quel deliquio fosse un presagio terribile, raccomandò ben bene all'infermiere ciò che avesse a fare per riaver l'ammalata; e quand'essa cominciò a risensare, volle che la lasciassero sola e quieta, dichiarando assolutamente impossibile che s'intrattenessero più a lungo. Ma li rassicurò, vedendoli levarsi di là come insensati per dolore, ch'essa non correva pericolo alcuno, e che il dì seguente, tornando a vederla all'ora permessa, avrebbero avuto ragione di ringraziare il Signore.

A Damiano toccarono il cuore le gravi e pietose parole del prete. Pigliò la mano della madre, la baciò, senza ch'ella se ne fosse accorta; e i due amici, tacitamente attraversando la crociera, uscirono dell'Ospedale.

Capitolo Decimoquinto

Quando, la mattina appresso, Damiano e Rocco vennero alla porta della crociera dell'Annunziata, aspettando l'ora che fosse riaperta, il Ghezzo, che aveva scorti salire, fece le viste di non por mente a loro, e tirò dritto. Gli era stata fatta, poco prima, una seria ripassata da uno de' medici ispettori, appunto per la licenza che il dì innanzi aveva pigliata; e come Damiano gli corse incontro, parve non lo conoscesse più. Ma, veduta una lagrima negli occhi del giovine, non potè proprio fare l'indiano, e prevenendo la sua domanda:—State di buon cuore: gli disse: la vostra mamma vuol guarire; l'avervi veduto è stata una medicina che le ha fatto un gran bene.—Con tutto ciò, non si lasciò smuovere da scongiuri, perchè potessero entrare innanzi l'ora.

I due giovani, trovandolo irremovibile, domandarono d'andar frattanto a riverire quel buon sacerdote col quale s'erano già incontrati; e l'infermiere indicò loro la via per salire alle sue stanze.

Entrarono timidamente; don Teodoro, che se ne stava leggendo, li riconobbe subito, e volle che sedessero: poi, date loro più consolanti nuove dell'inferma ch'era stato a rivedere la stessa mattina, li animò a metterlo a parte di quel poco che credessero potergli raccontare delle loro disgrazie.

—La famiglia de' poveri è la mia famiglia: diceva: apritemi il vostro cuore, e se non mi sarà concesso di giovarvi, potrò almeno dirvi qualche buona parola, in nome di Colui che mitiga tutti i dolori.

A Damiano quasi non pareva vero di trovare un uomo che loro parlasse come a fratelli suoi; e fu vinto da quell'espressione di serietà mista d'affetto, ch'era in ogni accento del prete. Si fece animo e gli raccontò, come seppe, la breve storia della sua vita, e le disgrazie che avevan condotto a quell'estremo la sua famiglia.

Quando don Teodoro intese che quel giovine, vestito ancora della grama casacca del soldato, non era fratello di Damiano, ma l'unico amico suo; quando udì il generoso sacrificio che il buon figliuolo fece della propria libertà, per non togliere a una famiglia non sua il solo sostegno che avesse, gli si volse maravigliato e commosso, tutto consolato di trovare un'anima così rara e onesta sotto a quella ruvida scorza, così piena d'amore e di virtù. Allora, volle sapere de' fatti loro qualcosa di più; come si fossero conosciuti, e dove, e quando: e Rocco, che in vita sua, fuor di Damiano, non aveva trovato mai nessuno che volesse dar mente a lui e alle sue fantasie, si mise a parlare, come il cuor gli diceva, de' suoi prim'anni, de' quali ben poco si ricordava; comechè quel tempo fosse stato per lui quasi un sogno di cui non aveva potuto mai trovare la spiegazione. Ma ricordavasi ancora che, da fanciullo, sentendo gli altri fanciulli domandar la mamma, egli si metteva a piangere, e fuggiva, fuggiva per le campagne, come il capriuolo selvaggio, non fermandosi che per guardar nel cielo lontano e infinito, se una voce domandasse lui pure, in quel modo che sentiva chiamar per nome i figliuoli degli altri.

Questa strana rivelazione colpì fortemente don Teodoro; e la certezza che il giovine doveva appartenere all'ampia famiglia di que' poveretti, i quali portano, vagando sulla terra, la pena della miseria, o d'una colpa da loro non commessa; la corrispondenza dell'età, del tempo, perfino la circostanza che l'aver perdute quasi del tutto le memorie della fanciullezza induceva il dubbio che veramente in allora la sua ragione fosse vacillante e scema; ogni cosa insomma veniva come a dar forma a un vago presentimento del prete, che Rocco potesse mai essere quel fanciullo da lui per tanto tempo e inutilmente cercato. E si rifece a interrogarlo più attento, notando le sue risposte, il menomo cenno che valesse a dargli qualche filo di verità: ma non mostrò al di fuori la grave preoccupazione del suo pensiero; chè non voleva turbare così la serena e semplice anima del povero soldato.

Anzi, appena s'avvide che le sue interrogazioni lo ponevano in non so quale impaccio, destando anche qualche ombra di sospetto in Damiano, tagliò a mezzo ogni discorso, e li congedò; ma non senza farsi promettere che sarebbero tornati al domani. Damiano passò tutto quel giorno a canto del letto di sua madre; la quale, riavutasi un poco dall'abbattimento del dì passato, cominciava a racquistar la buona speranza e non rifiniva di ringraziare il cielo che le avesse restituito il figliuolo.

Damiano non volle però, in quel giorno, metterla a parte de' pensieri che intanto avevano ricominciato a travagliarlo.

Egli si sentiva, come per lo addietro, animoso e onesto; il suo cuore, l'onor suo eran quelli di prima; e due mesi di carcere ingiustamente patito non dovevano averlo mutato in faccia a coloro che in passato gli avevan voluto bene. Così, poneva allora tutta la sua speranza nel signor Natale, quel negoziante di mobili, presso il quale s'era allogato prima del suo processo; lo stimava il re degli uomini, tenevasi persuaso che non gli avrebbe fatto il torto di licenziarlo. Voleva, senz'altro, presentarsegli franco e sincero al domani; e una volta che si fosse con lui racconciato, sperava di riuscire a trovarsi ancora un tetto, di farvi trasportar la mamma, appena si potesse; certo che allora anche la Stella sarebbe ritornata a star con loro; al modo, ci avrebbe pensato poi. A un giovine, come lui, non poteva mancar la forza di combattere contro la povertà, contro la oppressione della vita; capiva d'aver bisogno di tutta la serietà della sua mente, di tutta l'energia del suo cuore; e sperava ancora. Qualche cosa d'ignoto e di grande gli suscitava ancora la vita nell'anima; non avrebbe saputo spiegarlo, ma lo sentiva, che l'uomo è grande, solo perchè quello che ha dentro di sè non lo appaga, e perchè aspira sempre a qualche cosa, che non sa dire, ma che dev'essere il bene.

Intanto che Damiano usciva dal portone dell'Ospedale, seguendo queste confortatrici ispirazioni; intanto che apriva i suoi pensieri all'amico, il quale dal canto suo non davasi pace di non saper far altro che venirgli dietro come il cane del santo di cui portava il nome; poco lontano di là, tre persone, che da un pezzo non s'erano trovate e stupivan forse di trovarsi insieme, entravano in compagnia nell'antica osteria delBiscione. Due di loro, a prima vista l'avresti detto, s'eran messi d'accordo, e se la intendevano, anche senza spiegarsi; il terzo veniva innanzi a rilento, con non so qual titubanza e paura, quasi capisse e volesse anche significare colla sua ritrosia quello non essere luogo per lui. Ma i due l'avevan, per così dire, serrato in mezzo; e a furia di gentilezze e complimenti, se lo cacciavano innanzi. Si fecero aprire un'appartata stanzuccia a terreno, s'allogarono a una tavola, costringendo a sedere fra loro due il renitente convitato; e l'uno poi, che pareva il più autorevole, alla prima, comandò che fosse servito un buon cappone co' tartufi, e una bottiglia di Barbéra. L'altro allora cominciò a rassegnarsi, a farsi un po' sereno in ciera; pure sbirciava di qua e di là i compagni, poi la porta, come se ancora non si tenesse del tutto in sicuro.

—Oggi tratto io!—esclamò quel primo; e all'aria e al contegno l'avresti detto un signore, anche senza il bel diamante che gli spiccava sullo sparato della camicia. Egli faceva ogni studio per tener desto il buon umore colle cortesie e facezie, che non morivangli in bocca, ma più col non lasciar mai che vuoti riposasero sulla tavola i bicchieri de' due commensali. L'un d'essi, uom dozzinale, benchè insaccato in abiti nuovi con certa signoril pretensione, teneva sodo senza esser pregato: l'altro all'incontro stringevasi nelle spalle, cercando farsi piccino nel vecchio soprabito nero dentro il quale pareva ballare; e mentre con una mano pigliava il bicchiere, nascondeva coll'altra sotto la seggiola il suo cappello a tre venti.

—Le son proprio obbligato, cominciò colui che aveva comandata la cena, della sua condiscendenza, don Aquilino.

—Eh! eh! non dica tanto, mio caro signore.

Il prete che, sospinto un po' dalla paura, un po' dalla gola, non aveva saputo resistere all'invito del signor Omobono e del Rosso, cameriere dell'Illustrissimo, era veramente quel disgraziato di don Aquilino.

—Mi dica dunque lei, ripigliò colui, nel quale non è difficile conoscere lo stesso signor Omobono: mi dica lei, che gode il favore di tali che lo posson sapere…. Si racconta che, sotto apparenza di bene, alcun tempo fa, certa persona, che non voglio nominare…. siasi intrusa in certa famiglia…. per dar mano a certo intrigo…. non so se mi spieghi; pare che si trattasse nientemeno che di tirar per forza una giovine in convento.

—Oh, oh, oh! scrollando il capo, l'interruppe il prete; e fra sè pensava: Ohimè! dove sono incappato!

—Lei si maraviglia; ma, se io le dicessi che c'è chi fruga dentro in quella storia…. e ci si potrebbe trovare, gliene do parola io, abbastanza da metter lì un buon processo in regola.

—Ohibò! ohibò! tornò a dire il cappellano: e poi… scommetterei ch'è male informato, anzi…. son certo che falla.

—E se facessi il nome alla persona?…

—Il nome?… Io non ne so niente.

—Oh bella! chi dice che debba saperne qualcosa lei?

—Io non c'entro, dico.

Il povero cappellano era caduto nel tranello, per la paura; l'altro con un risolino muto, maligno, a fior di labbra, guardava di sottecchi il compare; il quale pareva dar mente più alla bottiglia che a tutto il resto, ma intanto non perdeva nè una parola nè un gesto de' due vicini.

—Davvero, che se io non avessi la fortuna di conoscerla da un bel pezzo, don Aquilino, crederei giusto di sospettar male….

—Come? come?

—Lei si scusa, con tale anticipata premura che si direbbe….

—Che?… Che?…

—Che le preme troppo di nasconder la parte da lei forse presa in quell'opera…. non del tutto caritatevole….

—Io non c'entro, le ripeto; e se qualcuno le avesse mai detto….

—Non le dò colpa di niente, io. Anzi, son di là da persuaso che, se appena ella avesse potuto metter bene, la cosa non sarebbe successa…. nè si vedrebbero per aria certi nugoli….

—Canzona, o dice davvero, signor mio?—E il povero don Aquilino, tremandogli la mano, non poteva infilzar colla forchetta il ghiotto boccone fumante sul suo piattello.

—Mi pare, seguitò l'altro, che non le sieno cose da ridere. Io ho della premura per lei; e però le parlo col cuore in mano, come a un amico. C'è una persona, m'ascolti bene, c'è una persona…. e anche questa non la voglio nominare… che si pigliò a male quella combriccola da sagrestia, tenendola come un'offesa fatta espressamente a lui. Non basta; le dirò che a quella persona, lei mi può capire benissimo, han messo in capo che la cosa fosse preparata da un pezzo, che si sien messe fuori certe imposture, certe invenzioni maligne, e che, in una parola, lei pure, lei don Aquilino, avesse tenuto mano a que' tali che s'eran messi in puntiglio di farlo star lui.

—Ma lei, signor mio, mi confonde la testa; io non so cosa voglia dire con tutti questi supposti. Io non ho mai fatto male a nessuno; quel poco che ho fatto a questo mondo, l'ho fatto per bene…. e se ho fallato, non è proprio stato per colpa mia.

—Ma lei non vuol capire: insisteva l'altro: non si tratta di lei adesso; solo si vorrebbe sapere, se veramente la giovine facesse quel passo di buona voglia, o se gliel'abbiano fatto fare….

—Cioè… cioè!… disse il cappellano, guardando in viso con sospetto colui, e come sfinito da quel penoso interrogatorio.

—Non si vuol già trappolarlo, caro don Aquilino; l'ha pur detto anche lei che aveva fallato. Si tratta dunque di rimediare…. e lei potrebbe….

—Cosa posso far io? per carità non mi tirino per i piedi…. e se c'è qualcuno che abbia i suoi fini….

—Già, si sa, sono i soliti garbugli di confraternita…. Ma, la vedremo!

Così si mise dentro anche il Rosso, col sordo sghignare di chi volge tutto in baja: nè altro disse; ma, abbrancando la terza bottiglia, ne spiccò di botto il collo colla lama del coltello, e mescendo nel bicchier del prete e nel proprio:—Viva il sciroppo di cantina, disse, che bacia e che morde! allegri! mandi a spasso gli scrupoli, don Aquilino.

—Zitto per carità! gli diè sulla voce, con basso, corruciato tuono il cappellano, a cui il poco che aveva bevuto non bastava a cacciar di corpo la paura: mi vogliono far giuocare una brutta carta…

—Eh! stia pure di buona coscienza: ripigliò il signor Omobono: chè i monsignori della Curia, benchè a due passi di qui, non la sentono. E poi, cosa fa di male? Sta piluccando un po' di grazia di Dio, in compagnia di due buoni cristiani, e vuota un bicchiero alla salute del prossimo…. Cosa ci avrebbero a ridire?…

—È vero che io…. ma….

—Ma, ma…. lo sa pure cosa dicevano i frati, se ben mi ricordo:Manducate quae apponuntur vobis; e l'avevano scritto a lettere di scatola sull'entrata del refettorio…. Eh! vada là, mi sarei fatto anch'io alla regola. Ma non perdiamo il tempo. Lei dunque potrebbe, al caso, attestare che la giovine, di cui si parlava, non entrò nel ritiro per assoluta e dichiarata vocazione?….

—Se debbo dire quel che a me pare…. veramente…

—Ma sì che l'ha detto. Non ci scambi le carte in mano….

—Lo confesso, n'ho avuto un po' di compassione.

—Ehi! ehi! signor cappellano, intendiamoci: uscì fuori brusco ilRosso, senza finir di vuotare il bicchiere.

—Ah! vi faceva compassione?… domandò ironicamente il signorOmobono.

—Oh finiamola! venne allora in mezzo il Rosso, per tagliar netto a quelle pappolate: Badi un po' anche a me, don Aquilino.

—Dica, dica pure, signor Rosso.—E pensava: A quest'altro adesso.

—Ecco qui; in due parole mi spiccio…. Qualunque cosa ella sentisse dire, in quanto alla giovine del ritiro, si guardi bene dall'immischiarsene, come ha fatto…. Non apra bocca con nessuno, per qualunque cosa che avesse a succedere…. E se mai, se lo metta in mente, se mai, fosse chiamato dall'autorità…. dico per un supposto…. lei farà bene a dichiarare che la giovine era stata condotta per forza in quella casa.

—Ma questo….

—Questo è quello che le consiglio di dire; per suo bene, per sua quiete.

—Che? c'è qualcosa per aria?….

—Sì, per dinci! Tutti i giorni ne succede una!….

S'intese un romore nella stanza attigua, come d'una seggiola rovesciata sul pavimento, e d'alcuni passi che s'avvicinavano.

Il signor Omobono balzò di subito in piedi; al Rosso morì in gola il discorso, e tutti e due volsero il capo a quella parte, onde lo strepito s'era udito. Don Aquilino, che nulla intese, ma vide l'improvviso sgomento de' due compagni, non sapendo più che pensare, tanto aveva la mente intronata e confusa, crede quasi d'esser caduto in un agguato, imaginò che la minaccia di cui parlavan coloro fosse già per compirsi. Non osava neppure girar gli occhi verso la porta, e si teneva aggrappato al desco, come il naufrago all'ultima tavola della nave.

—Eh via! che c'è? disse il signor Omobono, con un'alzata di spalle; ma egli pure, mutato in ciera, non avrebbe potuto rimettersi cheto a sedere, e teneva gli occhi inchiodati all'uscio.—Quel ladro dell'oste, continuò a voce più sommessa, m'aveva dato parola di lasciarci in santa libertà…. Andate a vedere, Rosso, ma pian pianino, per il buco della chiave, se mai ci fosse qualcuno di là.

—Cosa serve? disse colui.

—Andate là, fatemi questo piacere: so cosa dico.

—Sì, sì! per amor del cielo, che nessuno mi trovi qui…. barbugliò don Aquilino, perdendo quasi il fiato.

Il Rosso andò alla porta, sbirciò nell'altra stanza; tornando subito indietro, si rimise al suo posto, e cominciò a ridere sgangheratamente; poi, annaffiato il gorgozzule con un'altra sorsata, si volse al signor Omobono:

—Non c'è nessuno, ve lo dico io…. Vorrei vedere che a qualche bell'umore venisse in capo di fiutare i fatti nostri.

—Ma ho sentito io una pedata poco fa; e giurerei che han toccato la porta….

—È un sogno che fate: tornò a dir bruscamente il Rosso: e poi, chi volete…?

—Ma se mai…. soggiunse il cappellano, che aveva un cuor di grillo.

—Sarà stato qualche gatto che saltò giù da una tavola, o anche uno de' garzoni che passando avrà urtato in una seggiola: il signor Omobono disse alla sua volta, per rassicurare sè stesso e il compagno: E poi, fosse chiunque, non facciam combriccole noi, non diciam niente di male.

—Sì, ma un uomo come me, che non si vede mai all'osteria…. balbettava il pretoccolo.

—Eh! corpo del diavolo, lei è impastato di paura, caro signor cappellano. Cosa siamo noi? galantuomini meglio di lei, e manco impostori… gridò stizzito il Rosso.

—Siete un gran matto! disse il prete, che non vedeva l'ora d'uscire.

Si levarono dalla tavola; don Aquilino fece un sospirone, pensando fra sè che quella cena non gli avrebbe certamente fatto il buon pro; gli altri due scambiarono un'altra occhiata significativa, e s'incamminarono. Il prete veniva loro alle spalle.

Passando per la stanza, nella quale pochi istanti prima sembrò loro d'aver udito romore, s'accorsero d'una seggiola rovesciata dietro la tavola; e su questa eran due tondi, il resto d'un pane e una mezzina di terra. Il che li fece tornar sul pensiero che alcuno si fosse trattenuto in quella stanza e che potessero anche i loro discorsi essere stati uditi. Ma, supponendo amendue che colui al quale fosse nato il ghiribizzo di far loro la spia, non ne saprebbe cavar nessun costrutto, si tennero sicuri; e dopo che il signor Omobono ebbe pagato l'oste, uscirono all'aperto.

Don Aquilino, poco desideroso ch'altri il vedesse in compagnia di coloro, cavossi il cappello, balbettò uno scucito complimento; e cominciò a trottar lungo il muro della piazza Fontana, ringraziando il cielo di poter finalmente respirare un'aria più libera; abbenchè, nel camminare, ogni passeggiero, ogni lampada gli facesse come un barbaglio e a ogni poco gli sembrasse quasi sentirsi mancar la terra sotto i piedi.

Il signor Omobono e il Rosso, attraversata la piazza, si discostarono dall'opposto lato, ricominciando fra loro a parlar più chiaro, e con maggior gelosia.

Capitolo Decimosesto

Scantonava appena il malavventurato cappellano nella via delle Tanaglie, quando all'improvviso sentì una mano posarglisi sovra una spalla; e prima che si fosse vôlto per guardar chi fosse, quel leggier colpo era bastato a fargli gelare il sangue nelle vene. Si fermò, guardò, ma non riconobbe colui che gli s'era piantato al fianco. Era un giovinotto di volgare aspetto, con un giubbetto bigio e un berrettino di panno bianco orlato di rosso, somigliante a quello che portano i soldati. Mille pensieri a un punto s'urtarono nel cervello di don Aquilino: al vedere colui, s'imaginò che veramente fosse un soldato; avrebbe giurato che gli luccicasse in mano un pajo di manette.

—L'ho capita io, pensò in furia, che que' due birbaccioni m'han tirato in ballo, e che stan mulinando qualcosa di maledetto…. Forse i segugi eran già sulla loro pesta…. Sta a vedere che tocca a me, a me, che non ne so nulla….

Poteva pensare, ma non parlare; le sue labbra aride, convulse, non sapevano articolare un accento. Ma, fatto un eroico sforzo, riuscì alla fine a mandar fuori un fioco:—Cosa vuole, signor soldato?

—Niente, signor canonico, o quel che è; ovvero sia, per dir la verità, una cosa di niente…. Faccia la grazia di dirmi s'era lei che si trovava poco fa alBiscione, in compagnia di que' due che svoltano in questo momento l'angolo dell'Arcivescovado….?

—Io…. io…. non vedo nessuno; non so di chi voglia parlare, signor soldato; rispondeva, con tuono patetico, il prete.

—Via, non serve; già l'ho veduto io; torno a dir dunque che abbia la bontà di venire con me….

—Ma…. ma…. ma…. e dove?

—Oh! non c'è da aver paura; non sono già uno sbirro io: sono un buon figliuolo che vuol far piacere a un amico. E questo tale amico, che ha bisogno di dirle due parole… è, a due passi di qui in quella botteghina di caffè, là dirimpetto.

—Non conosco nè voi, nè il vostro amico: rispose don Aquilino, pigliando un po' di fiato; e sperava di trarsi d'impaccio col prendere un tuono serio.

—Non è niente di male, signor canonico: venga con me, non mi dica di no, veda; sarà contento poi.

—Se non posso… se non ho tempo! ho altro per il capo io…. E non son di que' preti che si lascian vedere ne' pubblici caffè….

—Che? non viene forse in questo momento dall'osteria….?

—Cosa sapete voi….? E poi… così, insieme a un soldato…!

—A un galantuomo, dica meglio; mentre, poco fa, s'era messo a tavola con due infami e dannati.

—Ohe! ohe! come parlate?

—Alle corte, vuol venire sì o no?… Se mi dà ascolto colle buone, meglio per lei: se no, troverò facilmente chi saprà farla parlare, a pochi passi di qui.

—Che? che? come?… È una minaccia questa?

—È un consiglio, signor canonico: venga con me, le dico, per pochi minuti; e le do parola che non si vuol farle niente, ma darle mezzo di riparare a un gran male.

—Non capisco, non capisco. Oh povero me, in che sorte di matassa mi sono imbrogliato!….. E dire che non so capirne niente….

—Lei capisce tutto, e verrà con me.—Ciò detto, pigliando forte donAquilino per un braccio, se lo trasse dietro a forza.

Era già notte, di modo che pochi passeggieri s'avvidero del colloquio rapido, concitato di quelle due persone; e se alcuno vi pose mente, non trovò poi nulla a dire quando li vide allontanarsi a braccio l'uno dell'altro, come due oneste conoscenze. Il prete, che tremava come fosse di gennajo, mal potendosi reggere sulle gambe sottili e fiacche, lasciavasi condurre da quel giovine ignoto; e la paura rinata più forte snebbiavagli in un momento l'intelletto. Egli malediceva in cuor suo l'ora che incontrò il signor Omobono col degno compagno suo, e la gola d'un ghiotto boccone e d'una bottiglia che l'avevano tirato in quell'antro; gli venne perfino in mente che fosse il castigo del cielo per la tentazione ch'egli ebbe di transigere colla coscienza.

Entrarono in quella botteguccia, che il soldato aveva poco prima additata. Era deserta; ma da un attiguo stanzino uscì con furia un giovine, il quale, veduti appena i due che venivano, si fece loro incontro e fulminò con un'occhiata lo sbaldanzito cappellano.

Costui era ancora troppo confuso, aveva il sangue troppo rimescolato, per riuscire a capir qualcosa di netto in tutta questa diavoleria, della quale si credeva la vittima. Quel giovine, con un gesto minaccioso, volle spiegarsi; ma il compagno, per distornar la gragnuola dal capo del tapino prete, gli tagliò le parole in bocca.

—Ecco il nostro signor canonico: disse Rocco (poich'era lui): con tutta la buona voglia è venuto qui, pronto a metterci a parte di tutto quel che a noi preme di sapere. S'accomodi, signor canonico…. Comanda qualcosa? rosolio, caffè, che so io?… Siamo anche noi di buon cuore, veda: s'accomodi, prenda fiato un momento; e c'intenderemo in due parole.

Damiano, che li aveva colà aspettati, pareva oppresso da interno prepotente affanno. Lo sguardo incerto e cupo; pallide, infossate le guancie per il patimento durato lungo tempo, e per il nuovo dolore; chi lo avesse veduto in quel giorno, più non avrebbe riconosciuto in lui l'ardito e sincero giovine di tre mesi addietro, che s'era fatto il maestro e l'amico d'una schiera di bravi artigiani, che cominciava a confidare in sè stesso e nella vita, e in qualche cosa di vero e di grande a cui sentiva di poter con loro aspirare.

Egli era là, commosso più dal cordoglio che dall'ira: quantunque nel volto gli si leggessero i cupi pensieri d'ira rinascenti al vedersi dinanzi quella sparuta figura, più dolorosa era la punta che gli aveva passato il cuore. Per sapere come così di subito fosse avvelenata quella prima contentezza da lui sentita al riveder la madre, ci bisogna tornare un poco addietro, al momento che Damiano e Rocco, la medesima mattina, si partivano dall'Ospedale.

Staccatosi appena, coll'animo un po' consolato, dal letto di sua madre, la quale dopo la crisi del dì innanzi s'era riavuta in modo quasi miracoloso, Damiano pensò, prima d'ogni altra cosa, d'andarne a cercar novella dal signor Lorenzo, ch'egli teneva pur sempre come suo amico e compare: gli stavano sul cuore tante cose da dirgli, e sperava da lui, se non ajuto, almeno qualche consiglio sincero e forte. Giunto nella lontana parte della città ove dimorava l'antico cisalpino, entrò in una vecchia casa, da cima a fondo tutta abitata da poveri; salì quelle scale a lui note, tirò il cordone che pendeva fuor della porta: aspettò, nessuno venne ad aprirgli. Sonò la seconda volta, pensando che poteva esser l'ora della consueta camminata del buon veterano; ma vide schiuder la porta d'un pigionale vicino: un vecchio calzolajo, a cui s'aggrappavano sulle gambe tre marmocchi, mise fuori il capo; e:—Quel giovinotto! disse: cercate del signor cavaliere?…. Potreste sonare fino al dì del giudizio; otto dì fa, l'han portato a star di casa al Gentilino.

Damiano guardò in faccia quell'uomo, e restò come dissennato; non domandò più nulla; ma, chinato il capo, stette un poco sopra pensiero:

—Egli è là con mio padre!… mormorò poi: Come farò io, senza di lui?…. Oh! almeno egli ha finito di portar la sua catena!

Il calzolajo nulla comprese; o, più che a lui, badava a far tacere i figliuoletti, che strillavano a coro. E Damiano, coll'anima piena di dolore, ma senza poter dire una parola, scendeva lentamente da quelle scale; allorchè una donnicciuola che saliva incontro a lui, passandogli accosto, lo guardò bene, quasi le fosse paruto di conoscerlo: poi, da mezza scala, si volse come persuasa che veramente quel giovine era colui ch'ella si pensava: tornò indietro con furia, lo raggiunse al momento che usciva sulla via, e senza complimenti, trattenendolo per un braccio, cominciò a dirgli ch'ella era la Caterina lavandaja; che stava da sette anni porta a porta con quello ch'egli veniva a cercare; che sapeva chi era lui, e che l'aveva veduto le tante volte venire a quella casa, in compagnia del povero signor cavaliere; e:—Già lei è giovine: seguitava con la pettegola sua ansia: e non doveva guardarmi a me che son vecchia; ma pazienza!…. Cosa ha detto di questa brutta storia?… In manco d'otto dì, buona notte, è andato via… Ma io l'ho indovinato, alla bella prima, subito che l'ho visto mettersi giù… Non c'è stato nessuno fuor di me, vede, che abbia fatto quel poco che si poteva per lui; ho a dire, che la settimana passata non ho dormito due notti…. era là a ogni momento, per veder se gli bisognasse qualcosa. Ma già quel benedett'uomo non parlava mai… Figurarsi! non m'ha nemmeno ringraziato una poca volta… E poi duro, ostinato, non ha voluto proprio mai sentir nominare ne' medici, nè preti; capitò lì, una mattina, uno de' coadjutori di san Lorenzo… un bravo prete, ch'è come un santo, e a sentirlo in pulpito, non c'è che dire, bisogna piangere… e nemanco di lui, non ha voluto saperne…. Ma il prete, duro anche lui; e scommetto che, all'ultimo, avrà avuto di grazia a recitarlo un atto di pentimento… Oh! le vicine han bel dire ch'è morto come un cane, proprio da dannato giacobino com'era stato sempre. Io, vede, la sera appresso, colle figliuole del Giovann'Antonio sellajo, gli ho detta su la sua brava terza parte del rosario…. che, se non sarà buona per lui, sarà buona per me…. Ma tutto questo non è quello ch'io voleva contarle…. Ecco qui: negli ultimi tre giorni, egli ripeteva a ogni poco il nome di Damiano… che è il suo, non è vero? io lo so bene… e si vedeva che quel povero cristiano pensava a qualche cosa che non voleva o non poteva dire… E poi: l'ultima sera, poco prima che andasse in agonia, m'ha fatta venire vicina… E perchè mo?… per farmi vedere un certo sacchettino di pelle che teneva al collo, raccomandandomi d'usargli la carità di stare attenta che i becchini, quando fossero venuti a portarlo via, non mettessero le unghie su quella reliquia. E io, a dirla proprio tal quale, quando che per lui la fu bella e finita, non poteva quietare, se non avessi saputo cosa mo ci fosse dentro in quel sacchetto…. Pensi, in cambio di qualche manata di zecchini, com'io pensava, ci trovai un po' di cenere…. Chi sa che diavoleria era quella!… Per far bene, l'ho portato al prete.


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