The Project Gutenberg eBook ofDelitto ideale

The Project Gutenberg eBook ofDelitto idealeThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Delitto idealeAuthor: Luigi CapuanaRelease date: August 31, 2009 [eBook #29874]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive/Canadian Libraries)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELITTO IDEALE ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: Delitto idealeAuthor: Luigi CapuanaRelease date: August 31, 2009 [eBook #29874]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive/Canadian Libraries)

Title: Delitto ideale

Author: Luigi Capuana

Author: Luigi Capuana

Release date: August 31, 2009 [eBook #29874]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive/Canadian Libraries)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELITTO IDEALE ***

Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed

Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive/Canadian Libraries)

Luigi Capuana

DelittoIdeale

1902

REMO SANDRON — Editore

Libraio della Real Casa

Proprietà letteraria dell'Editore

Palermo, Tip. ANDO'.

Carissimo Amico,

Terminando di leggere la semplice storia dell'umile famiglia e dell'umile lite che vi ha fatto scrivere nell'Eau courantepagine così schiette e così evidenti da far dimenticare che si tratti di finzione d'arte—e questo mi sembra il più bel elogio a cui un romanziere possa aspirare—io pensavo:

L'amico Rod, come tanti altri, ha abbandonato la novella e da un pezzo!

E il caso vostro mi ha spinto a riflettere che non si tratta di un fenomeno personale quasi eccezionale, ma di tendenza, spiccata, del lavoro letterario di questi ultimi anni.

Il romanzo già uccide la novella?

A un novelliere impenitente come me il fatto dà molto da pensare. Anche nella ricca produzione francese i volumi di novelle cominciano a divenire di mano in mano più rari. Siamo lontani dal tempo in cui Guy de Maupassant conquistava la celebrità con parecchie serie di narrazioni, la più lunga delle quali non sorpassava le cinquanta pagine, e che ottenevano l'onore di frequenti ristampe.

A chi attribuire la colpa del quasi abbandono di un genere letterario fiorito riccamente per tanti secoli e in grande onore fino a pochi anni fà?

Nell'ansiosa fretta di vivere e di di godere che ci urge, avrebbe dovuto accadere altrimenti. Con narrazioni brevi, spigliate, sorridenti d'ironia e di umore, o piene di sentimento e di tragico raccapriccio, dove le figure tracciate alla lesta, di scorcio, dove le passioni condensate, rettificate come l'alcool, sembravano di corrisponder meglio alla febbrile richiesta di impressioni e di sensazioni rapidamente diverse, la novella avrebbe dovuto guadagnare terreno invece di perderne.

È avvenuto l'opposto, e quando più essa mostrava la sua grande facilità di adattarsi a ogni genere di soggetti, di poter quasi fare a meno dei soliti casi passionali e di spingersi verso regioni elevate, senza diminuire per questo la genialità della sua forma.

Peccato!

Per quali ragioni il romanzo ha preso in questi ultimi anni il sopravvento su la novella?

Ragioni puramente letterarie non ho saputo scoprirne. Veggo, però, che molti romanzi odierni, come contenuto, sono novelle più o meno abilmente diluite in trecento e più pagine, a furia di descrizioni e di pretesa analisi psicologica. Gli stessi fatti richiederebbero in una novella (Voi lo sapete meglio di me) sforzi d'ingegnosità tecnica infinitamente maggiori. La novella è il sonetto dell'arte narrativa.

E Voi non mi accuserete di esagerazione se affermerò che è più facile lo scrivere un mediocre romanzo anche di cinquecento pagine, che non un'eccellente novella di dieci paginette soltanto. È vero che le eccellenti novelle sono rare quanto gli eccellenti romanzi: ma io non ho ritegno di aggiungere che una mediocre novella vale qualche cosa di più di un mediocre romanzo, non fosse per altro, per la brevità; non ha tempo di annoiare i lettori.

Tutto questo, detto in testa a un volume di novelle, potrebbe sembrare un'orazionepro-domo sua. Voi non lo sospetterete, e voglio augurarmi che non lo sospetterà nessuno dei miei pochi lettori.

Certamente io desiderei che qualcuno si accorgesse dell'intenzione con che è stato messo insieme questo volume per mostrare i diversi atteggiamenti di cui è capace la novella odierna, se mai, per caso, qualcuno stimasse che metta conto perdere il suo tempo in simili osservazioni. E desiderei che se ne accorgesse non per interesse del mio volume—ormai l'età e l'esperienza mi han guarito da certe fisime—ma per ragioni più importanti e più generali quelle, intendo, che riguardano l'esistenza stessa della novella.

Ma forse queste ingenue malinconie faranno sorridere di compassione lettori e critici. Sono morte tante belle e nobili cose: possiamo lasciar morire tranquillamente e oscuramente la Novella!

E scusate, caro Rod, se per avere un pretesto di dirvi che vi ammiro e che vi voglio bene, Vi ho chiamato a parte di un inutile sfogo.

Roma, 5 aprile, 1902.

—E la giustizia?—esclamò Lastrucci.

—Quale?—replicò Morani.—Di quella del mondo di là, nessuno sa niente; la nostra, l'umana, è cosa talmente rozza, superficiale, barbarica, da non meritar punto di essere chiamata giustizia. Condanna o assolve alla cieca, per fatti esteriori, su testimonianze che affermano soltanto l'azione materiale, quel che meno importa in un delitto. Il vero delitto, lo spirituale, resultato del pensiero e della coscienza, le sfugge quasi sempre; e così essa spessissimo condanna quando dovrebbe assolvere e assolve, pur troppo! quando dovrebbe condannare.

—Ecco i tuoi soliti paradossi! La giustizia umana fa quel che può.Vorresti dunque punire fin le intenzioni nascoste?

—Certamente. Un omicidio pensato, maturato con lunga riflessione in tutti i suoi minimi particolari e poi non eseguito perchè l'energia dell'individuo si è già esaurita nell'idearlo e prepararlo, è forse delitto meno grave d'un omicidio realmente compiuto?

—Tu foggi un caso strano, eccezionale.

—Più comune di quanto immagini. Ed io ho conosciuto un uomo, degno veramente di questo nome, il quale si è giudicato da sè per un delitto di tal genere, e si è punito come se avesse proprio commesso l'omicidio soltanto fantasticato e progettato.

—Era pazzo costui.

—Era un gran savio, dovresti dire. La sua coscienza non gli dava pace. E siccome egli non poteva presentarsi a un giudice e accusarsi—il giudice avrebbe ragionato come te e lo avrebbe fatto chiudere in un manicomio—così per attutire i rimorsi, si è giudicato e si è condannato da sè ad espiare la stessa pena che il magistrato gli avrebbe inflitta, se avesse potuto giudicarlo secondo la legge ordinaria.

—Come ha fatto? E perchè avea voluto ammazzare?

—Per gelosia.

—Si sarà accordato almeno le attenuanti!—disse Lastrucci sorridendo.

—Nessuna attenuante—riprese Morani.—Oh! Non era uomo volgare. La profonda cultura e la esperienza della vita avrebbero dovuto metterlo in guardia contro i subdoli suggerimenti di quella bassa passione; infatti, riconosciutosi illuso dalle apparenze, egli pensava che sarebbe stato suo dovere sottrarsi al loro inganno. Invece, non aveva fatto nessuno sforzo; si era lasciato travolgere senza resistenza; e ciò rendeva imperdonabile agli occhi suoi l'intenzionale delitto.

—Non capisco. Siamo forse padroni di noi stessi in certe circostanze?

—Il mio amico giudicava che dobbiamo esser sempre padroni di noi stessi, se vogliamo dirci creature ragionevoli.

—Dal dovere all'essere ci corre un bel tratto. Costui, stimandosi creatura ragionevole, ragionava assai male.

—No. Tullio Dani ha fatto una nobilissima azione. La sua sublime eccezionalità consiste appunto in essa. Ascolta. Aveva preso moglie un po' tardi, a quarantacinque anni; e la sua signora, bellissima, ne aveva appena vent'otto. Bell'uomo anche lui, serio, indipendente, avea potuto sodisfare ogni suo desiderio, coltivando lo studio prediletto delle cose letterarie e filosofiche, intraprendendo lunghi viaggi in Europa e in America per aumentare la sua cultura, che l'eccessiva modestia gli ha impedito di mostrare agli altri con lavori d'arte o di riflessione. Non ha mai pubblicato neppure un articolo, e avrebbe potuto scrivere libri assai meglio di parecchi. Aveva anche, come suol dirsi, goduto la vita. La sua virile bellezza gli avea procacciato facilmente molte buone fortune presso le donne. E fino ai quarantaquattro anni gli era riuscito di conservare intatta la sua libertà di cuore, forse per un sentimento di egoismo prodotto dalla passione dello studio, forse perchè fino allora non gli era avvenuto d'incontrare la donna ideale da lui vagheggiata. La solitudine della sua vita—era rimasto orfano giovanissimo e non aveva stretti parenti—non gli era parsa mai grave. Pagava unicamente con la carità il suo debito di uomo sociale; e non attendeva che la gente si rivolgesse a lui. Andava incontro a coloro che soffrivano, e tra questi sapeva indovinare coloro che soffrivano più chiusamente in miseria schiva e rassegnata.

Dopo i quarantaquattro anni, egli cominciò ad accorgersi che il celibato stava per divenirgli increscioso. Sentiva di aver sodisfatto a bastanza le esigenze dell'intelletto, e di aver trascurato troppo quelle del sentimento.

Annunziandomi il suo prossimo matrimonio, mi avea domandato:

—Ti sembra che ci sia molta sproporzione tra la mia età e quella della futura mia moglie?

—No davvero—risposi.

Questa idea che lo aveva tenuto esitante parecchi mesi, dovette riaffacciarglisi, sei mesi dopo, alla mente quando egli sentì i primi sintomi della gelosia che parve invecchiarlo di dieci anni in pochissimo tempo. Credendolo colpito da male occulto che gli insidiasse la vita, lo sollecitavo caldamente di consultare un medico e di curarsi.

—Sto benissimo—rispondeva.

—La tua signora è impensierita—gli dissi una volta.

—Per così poco?—soggiunse con accento d'ironia e di tristezza.

Non osai d'insistere oltre, sospettando intime ragioni inesplicabili per me. La giovane sposa mi sembrava in continua adorazione davanti a lui. Bionda, piccola, gracile, sufficientemente colta da potere apprezzarne l'elevatissima intelligenza e la immensa bontà d'animo, io la stimavo vinta dal doppio fascino della virilità di quel bruno, alto e forte, e della luminosità dello spirito che gli raggiava negli occhi nerissimi e nell'ampia fronte. Sapevo che lo aveva amato lei prima di essere amata, e che questa circostanza avea molto contribuito ad affrettare la risoluzione e la decisione di lui.

Un anno dopo, la febbre tifoidea troncava quasi improvvisamente quella giovane vita. Il dolore di Tullio per tale perdita fu così straordinario, che io, ripensando molti particolari da me notati e parecchie sue strane risposte, fui indotto a sospettarlo esagerato ad arte per scancellare le impressioni che essi avean dovuto lasciarmi nell'animo.

Ero suo amico d'infanzia. Da che gli era passata la smania dei viaggi, ci vedevamo quasi tutti i giorni; e soltanto così avevo potuto intravvedere il terribile dramma che si era rapidamente svolto nella vita intima di lui. Conoscendo però la sua indole taciturna per quel che riguardava certi fatti personali, non mi attendevo più di poter essere un giorno o l'altro l'unico confidente di quel segreto che avea sconvolto all'ultimo la sua felice esistenza.

Una mattina lo vidi apparire in casa mia con un grosso plico di carte in mano.

—Ho bisogno dell'opera tua. Vengo a chiederti il grave sacrificio di essere per parecchi anni l'amministratore dei miei beni.

—Intraprendi un lungo viaggio?—domandai.

—No.

E, dopo breve pausa, soggiunse:

—Non ti faccio una confidenza; quel che ora ti dirò potrai ridirlo, se ti sembra opportuno. Vorrei anzi, come i primi cristiani, confessarmi in pubblico, ma temo di veder male interpretata la mia azione, di apparire ridicolo. Tu saprai intendermi e compatirmi.

Lo guardai ansioso, e con un breve gesto di assentimento lo invitai a proseguire.

—Sono stato un miserabile vigliacco!—egli disse energicamente.—Ho commesso l'infamia di contristare, calunniandola con indegni sospetti, la più buona, la più santa creatura che io abbia conosciuta in questo mondo. La morte è stata giusta privandomi di così gran tesoro; non ero più degno di possederlo. Ho fatto anche peggio; sono stato assassino… con l'intenzione soltanto; ma questa circostanza non significa niente. Ho goduto intera la malvagia sodisfazione che quel delitto mi avrebbe dato nel caso che avessi avuto la forza di compirlo, e ne sento vivissimo rimorso, quasi lo avessi davvero compiuto. La giustizia umana non può colpirmi; io però non mi reputo meno assassino per ciò. Mi son giudicato da me, inesorabilmente, e mi son condannato alla pena che avrei meritata se la mano avesse già posto in atto quel che il pensiero si è lungamente compiaciuto di architettare con la più raffinata malizia.

—Oh, Tullio!—esclamai.

—Ti meravigli di scoprir cascato tanto in basso colui che ha vagheggiato in tutta la sua vita i più eccelsi ideali d'arte e di pensiero? La miseria dello spirito umano è così grande, che dovresti piuttosto maravigliarti di non vedermi cascato ancora più in basso! Sappi però che, se non sono stato effettivamente assassino, la mia volontà non c'entra per nulla.

Si fermò un istante, scosse la testa, strizzando un po' gli occhi, poi riprese:

—Non riesco a spiegarmi neppur io come abbia cominciato a sospettare. Avrei dovuto reagire sùbito contro le prime impressioni prodotte da indizi riconosciuti fallaci. L'amor proprio, l'orgoglio lievemente feriti mi spinsero invece a dubitare di quel riconoscimento, a rimuginare quegli indizi, a ricercarne con intensa dolorosa voluttà altri nuovi. Forse li creò la mia fantasia, o forse un crudele destino mi ordì perfidi inganni con cento piccoli fatti facili ad apparire molto diversi da quel che essi erano in realtà…. Mia moglie, innocente, e senza nessun sospetto, non poteva evitare certe circostanze che congiuravano fatalmente a dar corpo alle ombre e mettermi l'inferno nel cuore. Avrei dovuto chiederle spiegazioni, avvertirla, ammonirla; non volli, sperando di sorprenderla in qualche atto da non permetterle sotterfugio alcuno per continuare ad ingannarmi. E più le mie ricerche, i miei agguati non ottenevano nessun convincente risultato, più io m'ostinavo a immaginare che la sua diabolica malizia riuscisse a farmi sfuggir di mano l'atroce vendetta il cui proponimento mi aveva già invasato l'animo. Non posso diffondermi in minuti particolari; il ricordo mi è insopportabile ora che sono convinto del mio inganno. Importa soltanto che tu sappia la vendetta meditata giorno e notte contro il creduto suo complice.

In quanto a lei, inattesamente, mi ero sentito a poco a poco sopraffare da compassionevole tenerezza; le perdonavo in grazia dell'amore che aveva avuto per me quando ancora ignoravo di essere amato da lei; le perdonavo per la sua bellezza, per la sua giovinezza, per l'inesperienza della vita, che avea dovuto agevolarne la trista caduta. Tutto il mio odio si concentrava su colui, sul creduto seduttore che non poteva avere scusa di sorta alcuna, che doveva aver operato il male sapendo di far male, e con lo squisito piacere di farlo a danno del mio onore, della mia felicità, anzi principalmente per questo. Volevo toglierlo dal mondo senza che si potesse mai scoprire qual braccio lo avesse colpito. E la lunga ricerca del mezzo arrivava talvolta fino a calmare i miei strazi. Avevo scelto l'arma: il rasoio. Da un mese mi mostravo in fidente relazione con lui. È inutile dirti il suo nome; è già molto l'averlo stimato capace di un'infamia; non voglio offenderlo ancora col far sapere ad altri che ho potuto crederlo tale. Il peggior tormento prodotto dalla gelosia è quel non sentirsi mai sicuri, quel vivere di dubbi e di sospetti che si vorrebbero veder distrutti, e che si teme di veder distrutti perchè un giorno essi potrebbero servire a farci raggiungere la paventata e pur desiderata certezza. Per ciò io attendendo il terribile momento in cui non avrei potuto dubitar più, maturavo il mio disegno, lo studiavo nei minimi particolari dell'atto vibrante, e arrivavo al punto di sentire nella concezione del delitto la stessa selvaggia voluttà che mi avrebbe dato l'attuazione di esso quando l'istante della certezza sarebbe scoccato. Per le vie, nel mio studio, a letto accanto a lei fingendo di dormire profondamente, io assalivo l'odiato, gli sprofondavo nel collo l'affilata lama del rasoio che doveva recidergli la carotide con tale rapidità da non fargli quasi accorgere di morire; e sentivo su la mano convulsa il caldo schizzo del sangue, e udivo il rantolo della gola squarciata, e vedevo l'annaspare di quel corpo che stramazzava con sordo rumore sul selciato. Ho assaporato, per due lunghi mesi, dieci, venti volte al giorno, questa feroce gioia assassina; ho assistito dieci, venti volte al giorno, al tetro immaginario spettacolo di quella morte; e tale crescente evidenza esso aveva raggiunto all'ultimo, che io mi riscotevo dall'impressione con lo stesso brivido di orrore e di brutale sodisfazione che mi sarebbe stato prodotto dalla realtà. Potrei dire di avere commesso non uno ma cento assassinî, giacchè ognuna di quelle ossessionanti rappresentazioni era una variante sempre più perfezionata, sempre più efficace della precedente; e così, alla fine, fui talmente pago di quelle fantasticate sensazioni, da sentir venir meno il bisogno di attuare la mia vendetta; lo sforzo del pensiero avea esaurito ogni mia fisica energia. Mi ero così internamente compiaciuto di ammazzare pensando, da non provar più nessun bisogno di altra sodisfazione materiale…. La realtà avrebbe, forse, potuto darmi sodisfazione più sincera e più acuta? Per questo, per questo soltanto, io non sono stato omicida nel volgare senso di questa parola! Appunto allora il caso mi faceva scoprire qual viluppo di incredibili circostanze era concorso a illudermi, a trarmi in inganno. Oh!… È orribile! A che cosa mi era servito dunque l'aver tanto studiato, osservato, meditato? Ho chiesto perdono a mia moglie inginocchiato davanti la sponda del suo letto di morte. La intelligenza offuscata dal male le ha impedito di comprendere. Nei vaneggiamenti del delirio, ella ripeteva continuamente:—Tullio, che cosa hai contro di me?… Che ti ho fatto? Perchè non mi ami più?—Ed è morta con questo affettuoso rimpianto su le labbra.

—Ebbene?—dissi io, vedendolo caduto in grave abbattimento.—Tutto ciò è naturale, è umano.

—Non può essere umano il delitto se rimane impunito!—egli esclamò, rilevando alteramente la testa.—Chi desidera la donna altrui, commette adulterio. Chi pensa di ammazzare, commette omicidio. Ed io mi sento omicida.

—Tullio! Tullio!—lo rimproverai.

—Non ho smarrito il senno!—egli riprese.—Per la pace del mio spirito, per la giustizia ideale ho voluto far questo: giudicarmi e condannarmi con la stessa imparzialità e serenità con che avrei giudicato qualunque persona accusata del mio stesso delitto. Domani l'altro partirò pel luogo da me scelto ad espiarvi la pena. La mia prigionia non differirà in niente da quella legale. Sarà dura, inesorabile, ed io diverrò tra pochi giorni il carceriere di me stesso….

—Era pazzo il tuo Tullio Dani!—ripetè Lastrucci stato fin allora ad ascoltare intentissimo.—Ed ha finito di espiare?

—Non ancora!—rispose Morani.

Alla risposta di Efisio Chiardi, Bedini fece una mossa d'incredulità.

—E non solamente—soggiunse Chiardi—non sono innamorato di quella signorina, ma non la posso soffrire! Mi è antipatica…. Non la posso soffrire!

—Ora eccedi!—disse quegli.—Capisco, fino a un certo punto, la tua riserbatezza. Ma da questo al volermi dare a intendere che ti è antipatica, che non la puoi soffrire… scusa….

—Riserbatezza?… Con te, caro Bedini? Eh, via!

—E se ti rivelassi da quale fonte ho potuto attingere la notizia?

—Ti convincerei con due parole che è fonte inquinata.

—Ebbene… L'ho saputo dalla mamma!

—Tua?

—No, di lei.

—Dalla signora Carlotta?… Casco dalle nuvole!

Infatti, due giorni avanti, incontrata in piazza di Spagna la signora Carlotta Nerucci con un gran mazzo di crisantemi bianchi in mano, Bedini l'aveva fermata per chiederle notizie della salute del marito che, l'ultimo giovedì—i Nerucci ricevevano gli amici ogni giovedì sera—non era comparso nella stanza da giuoco a farvi la immancabile partita a scopa, suo gradito divertimento.

—Ancora indisposto?

—Alla caccia delle quaglie, a Fiumicino! Io non m'impensierisco mai per lui, quando dice di non sentirsi bene. È di acciaio. Mi impensierisce invece… Ah queste benedette figliuole!

—La signorina Amelia? Eppure sembra un fior di salute!

—Non faccia l'ignaro! Come sa fingere bene!

Se fingeva bene! Sfido! Non sapeva niente.

—Ma…! È possibile?

La signora Carlotta non rinveniva dalla sorpresa.

Bedini era proprio mortificato d'ignorare quel che, come diceva la signora Carlotta, già sapevano tutti. E forse per farlo caritatevolmente uscire da quell'incredibile stato di inferiorità in cui si trovava di fronte atutti, tràttolo per un braccio in disparte, verso la salita di San Sebastiano, ella gli aveva raccontato per filo e per segno la dolorosa istoria che faceva ora strabiliare Efisio Chiardi udendola ripetere, quasi con le stesse parole, da lui.

—Insomma—conchiuse Bedini—è vero o non è vero che tu hai fatto tacitamente la corte alla signorina Amelia?

—Io? Io, invece, sono scappato via da quella casa, e non vi sono più ritornato, appunto quando sospettai che certe letture insieme, impostemi dalla signorina e da me sopportate per eccesso di cortesia, potevano far supporre…

—Ah, le letture insieme!…Noi leggevamo un giorno!… Dovevi immaginare dove saresti andato a finire.

—Si trattava, per me, di un po' di esercizio di inglese… e di nient'altro.

—È vero o non è vero, inoltre, che la signora Carlotta, da mamma seria e oculata, una sera si fece trovar lei in salotto, invece della figliuola, e ti disse che quelle letture potevano essere male interpretate dalle persone leggere, e che, se tu avevi buone e oneste intenzioni…?

—Non la lasciai finire; risposi:—Signora mia, non ho intenzioni di nessuna sorta, nè buone nè cattive; e quand'anche le avessi e onestissime, le mie condizioni finanziarie mi impedirebbero di manifestarle; so il mio dovere di galantuomo.—Che cosa dovevo dirle? Sua figlia è brutta, antipatica, ed io non frequento i suoi giovedì per lei, ma per un'altra persona?

—Chi sa che aria contrita hai preso parlando! La signora Carlotta ti ha visto frenare a stento le lagrime….

—Le risa, avrebbe dovuto dire.

—Era profondamente commossa anche lei; e per ciò disse alla figlia:—Poverino! Bisogna rassegnarsi ad attendere; è andato via più morto che vivo!—

—Zufolando per le scale! Sono matte, madre e figlia!

—E la signorina Amelia ora si tormenta per lei e per te, più per te che per lei; ha fin paura che un giorno o l'altro tu non disperi e non t'induca a commettere qualche pazzia!… Si consuma a vista d'occhio, gratissima del tuo riserbo, della tua eroica sincerità. Sarà tua, o di nessun altro! E la mamma, per non contrariarla e non far peggio, l'approva, la seconda:—Sì, sua, o di nessun altro!—

—Sono matte, madre e figlia!

—Senti: qualche rimorso devi averlo. Probabilmente non ti figuravi che un po' di corte poteva produrre così gravi conseguenze.

—Niente! Niente! Te lo giuro. E da quella sera in poi non mi sono più fatto vivo. Se le incontro per via, scantono; evito di andare nelle riunioni dove sospetto che potrei imbattermi in loro….

—Troppe cautele! Hanno ragione di figurarsi che non sai come consolarti.

—Ma se non c'è verso di disingannarle!

—Dunque già sapevi….

—Sì, qualche cosa sapevo; non potevo però immaginare che la loro stoltezza fosse arrivata fino al punto che tu mi dici.

—Va' là! Mi sembri già invanito di aver prodotto così grave guasto nel cuore di una ragazza.

—Fosse bella almeno!

—È giovane.

—Leziosa, pretenziosa, ridicolmente sentimentale!

—Eppure io credo che non sarebbe una cattiva moglie, non ostante la bruttezza, che non è poi tanta. A prima vista, sì, non dico di no….

—Spòsala!

—O tua o di nessun altro!—esclamò comicamente Bedini.—Quando certe ragazze si mettono in testa un'idea… sono tremende! Quella, vedi, è capace di consumarcisi!

—La compiango.

Aveva notato che da quel giorno in poi, ogni volta che si trovavano insieme, Efisio Chiardi, con questo o con quel pretesto, faceva cadere il discorso intorno alla fissazione, come la chiamava, della signorina Nerucci.

—Sembra che la gente si sia messa d'accordo per rendermela più uggiosa!—esclamava.—Tutti mi parlano di lei, della sua gran passione; e parecchi mi hanno già fatto capire che mi reputano, se non disonesto a dirittura, certamente poco delicato…. Mi ci arrabbio!

—Lasciali ciarlare. La tua coscienza è tranquilla?

—Tranquillissima.

—Io però posso dirti che madre e figlia hanno non solamente grandissima stima di te, ma che si affliggono profondamente della tua sorte. Sono convinte che tu soffri, che non hai pace, che non dormi più, che non ridi più, col pensiero fisso…!

—È un'aberrazione, a dirittura!

** *

Un mese dopo, Efisio Chiardi, passeggiando con lui pel gran viale delPincio, che in quell'ora era quasi deserto, gli diceva:

—La signorina Amelia mi fa pietà. Si è potuta illudere; è scusabile. Forse nessuno si era mostrato con lei così compiacente come me. Imperdonabile però è la sua mamma. Avrebbe dovuto capire lei, donna di età e di esperienza, il vero significato delle mie parole e della mia condotta. Invece, che cosa ha fatto? Ha alimentato, ha rafforzato l'illusione della figlia, forse per la stupida vanità di far credere che ha potuto ispirare una gran passione e sentirne il contraccolpo…. Come spiegare altrimenti la manìa di raccontare alla gente che sua figlia è infelice e che c'è un'altra persona—io—infelice altrettanto? Il bello è che più io protesto di non sentirmi punto infelice, e più esse si incaponiscono a credere che parli così per nascondere alla signorina il grave stato del mio cuore, perchè mi dimentichi almeno lei, non potendo dimenticarla io!—

E qualche settimana appresso, riprendendo lo stesso argomento a proposito delle nozze di un comune amico che aveva avuto il coraggio di sposare una ragazza un po' gobba,—o un po' sciancata, non ricordo bene—ma molto ricca, Efisio Chiardi declamava:

—Ecco, io capisco che uno sposi anche una brutta o una non bella—spesso la bruttezza e la bellezza della donna sono modi di vedere di chi guarda—purchè lo faccia per amore, per passione; lo capisco. L'amore è una grande scusa, specialmente se reciproco—giacchè non di rado qualcuno sposa unicamente per cavarsi una donna dal cuore; pare assurdo, ed è vero.—Ma sposare, come ha fatto Sarti, una specie di mostro perchè fornita di ricca dote, è cosa indegna di uomo onesto. Sarà un affare come un altro, una speculazione ben riuscita; ma è pure un vendere il proprio nome, un alienare la propria libertà… Io stesso, vedi, mi reputerei inescusabile se arrivassi a fare questo ragionamento nel caso mio:—Sei amato; spòsala dunque, quantunque tu non l'ami. Può anche darsi che in te l'amore nasca dopo.—

—E non ragioneresti male—lo interruppe Bedini.

—Malissimo. Mi piegherei a subire una soperchieria.

—Quale?

—La passione altrui. Oh bella! Ti confesso che più ci ripenso su e più mi indigno.

—Perchè ci ripensi?

—Perchè pare che tutti vi siate messi d'intesa per non farmi pensare ad altro. Non posso avvicinare un amico, un conoscente anche di quelli che non frequentano i giovedì di casa Nerucci, senza sentirmi dire:—Dunque?… Questi confetti quando?… Si decida una buona volta!—Vogliono prendermi pel collo, violentarmi; e mi rendono maggiormente odiosa quella povera ragazza, che infine poi—come figura—non è forse un ideale, ma è buona, virtuosa, rara donna di casa, e probabilmente sarebbe, sono di accordo con te, ottima moglie…

—Certamente—soggiunse Bedini.

—Ma che vuoi?—riprese Chiardi.—Con questo modo d'imporsi! Con questo voler far credere che io sia innamorato pazzo e pazzamente riamato! Devi convenirne, è troppo. Se mi lasciassi lusingare, se in un momento di debolezza… Oh! Dopo, arriverei a sentire orrore di me stesso. Ho un solo orgoglio, quello della mia libertà. Io torcerei il collo a quella mamma. La ragazza—sono giusto—la metto fuori di quistione. È illusa, ma sincera. Ieri, appunto, pensavo di scriverle una lunga lettera per disingannarla, per far cessare quel suo stato di tormentoso eccitamento… Mi fa pietà, te l'ho detto più volte. Mi dispiace di essere involontaria cagione… Involontariissima, te lo giuro… con te non farei misteri. Se avessi una minima ombra di colpa, se per leggerezza, o anche per inavvertenza, sentissi di aver contribuito a farle sospettare… Niente! Te lo giuro. Per questo m'ispira pietà. Debbo confessartelo? Quasi quasi, ora, guardata da lontano con gli occhi dell'immaginazione, non la giudico più tanto brutta quanto mi è parsa sempre. Ha un bel personale. Non è poco… E una certa grazia di modi… E quella stessa sua sentimentalità, riflettendoci bene, non è infine grave difetto… Ieri, dunque, pensavo di scriverle una lunga lettera; l'avevo anzi scritta a metà; ma poi mi son detto:—Che concludi? Non ti crederà. Potrà supporre che sia una cosa combinata coi parenti, o pure un altro tuo atto eroico…—A quel che pare mi stima capace di ogni eroismo…—Ed ho stracciato il foglio… Oh! Sono seccato, seccato, seccato!

—Me ne accorgo; per questo non te ne ho riparlato più. Sei tu ora…

—Mi sfogo con te che mi conosci meglio degli altri, che comprendi, e non sei sciocco da ripetermi come gli altri:—Questi confetti, quando?—

Bedini intanto osservava quanto mutato era il linguaggio di Efisio Chiardi dalla prima volta che gli aveva accennato della signorina Nerucci:—Mi è antipatica; non la posso soffrire. È brutta, leziosa, pretensiosa, ridicolmente sentimentale!—Ora, invece, per poco non la diceva bella… Le riconosceva certa grazia di modi, e più non ne trovava biasimevole la sentimentalità… Che cosa voleva dire questo cangiamento? Non riusciva a spiegarselo.

In fatto di amori specialmente, Efisio Chiardi amava il mistero. Soltanto per caso Bedini aveva scoperto qualche relazione femminile del suo amico; e tanta circospezione gli piaceva, quantunque egli fosse molto curioso—non lo nascondeva—dei fatti altrui. Lo interessavano, lo divertivano, forse perchè era uno sfaccendato e non sapeva come impiegar meglio il suo tempo. Direte che aveva istinti polizieschi… Ebbene, sì! Non arrossiva di confessare che qualche volta aveva seguito, per settimane, per mesi, le peste d'un intrigo amoroso e di persone che conosceva appena di vista, unicamente perchè un gesto, un'occhiata gli avevano fatto scorgere che sotto l'apparente indifferenza esse tramavano chi sa che cosa meritevole di essere scoperta. Nè si era mai acchetato fino a che non l'avea scoperta.

Quell'inatteso cangiamento di linguaggio gli aveva fatto rizzare le orecchie, e lo aveva messo in attenzione. Che l'amico Efisio volesse farsi giuoco di lui? Che le signore Nerucci, madre e figlia, avessero ragione? Gli sembrava che Chiardi, suo malgrado, si fosse tradito. La contraddizione tra le parole del primo giorno e queste ultime era evidentissima. Al solito, voleva fare il misterioso. Anche con lui? A che scopo? E il suo istinto poliziesco vedeva balzarsi davanti, nell'ombra, una bella impresa da tentare: afferrare il filo messogli in mano da Chiardi con quell'involontaria contradizione, e penetrare, guidato da esso, nel laberinto dei fatti e più nel cuore di lui e poi, all'ultimo dirgli sorridendo:—Perchè non sei stato sincero? Non sei riuscito a sviarmi. So quanto te, e forse meglio di te stesso, come stanno le cose!—Sarebbe stata una gran soddisfazione, una bella rivincita!

* * *

Ma appunto in quel tempo Bedini aveva dovuto assentarsi da Roma, e la sua curiosità era stata acuita durante i tre mesi di lontananza, dalle lettere che Efisio Chiardi gli scriveva ogni settimana regolarmente; lettere di due pagine dapprima, poi di quattro, poi di otto, e che avrebbero raggiunto la grossezza d'un opuscolo e di un volume, se la missione di Bedini presso la Biblioteca Nazionale di Firenze non fosse finalmente terminata.

Con la scusa di tenerlo informato dei pettegolezzi romani, del circolo dei loro amici specialmente, Efisio Chiardi gli parlava soltanto della signorina Nerucci che gli ispirava crescente e sempre più profonda pietà.

«Ma sai che è un bel caso questo! Non vorrei affatto occuparmi di lei e intanto sono costretto a non occuparmi quasi di altro. Quella strega della sua mamma sembra vada attorno unicamente per far sapere a tutti la mia disgrazia; parla più di me che di sua figlia. Sono oggetto della sua commiserazione; mi copre di ridicolo. Ora non posso più stare un minuto soprappensiero senza che qualcuno non mi dica compassionevolmente:—Eh, via! Lascia andare. Non c'è lei sola al mondo!—Protesto, mi stizzisco, e faccio peggio. Nessuno vuol credermi; debbo passare per forza da innamorato infelice!»

E alcuni giorni dopo:

«Sono furibondo. Ho incontrato Babolani, il gran chiacchierone; lo rammenti? Quel coso lungo, magro e col naso storto, che tempo addietro avea tentato di tirarsi sureporterdi giornali, ed ora fa l'agente di annunzi per non so quale ditta? Non lo vedevo da un secolo. Mi ha rotto le scatole due eterne ore! Capisci? Ora viene in iscena anche il padre! Babolani dice che il signor Nerucci gli ha parlato di me.—Elogi, al solito, della mia delicatezza di sentire. Le mie condizioni? Oh, io esagero! Dovrei avere maggior fiducia in me stesso. E poi la sua famiglia potrebbe facilmente aiutarmi a trovare un impiego, caso mai! Con tante conoscenze! Sarei adorato in quella casa. I genitori, pur di vedere felice la loro figliuola, farebbero qualunque sacrificio… E non occorre. Perchè mi ostino? Non mi accorgo dunque come mi sono ridotto? Mi consumo e faccio consumare quella povera creatura!—Anche questo! Mi consumo! E non sono stato mai così bene in salute, così allegro, così spensierato! C'è da ammattire… L'ho mandato al diavolo!»

E all'ultimo:

«Ci siamo trovati faccia a faccia! È stato impossibile evitarla.

«Era sola… Appena si accorse di me… Ho avuto, ti giuro, una di quelle paure!… Se si avvicinava? Se mi domandava…? Non so che cosa temessi che ella potesse mai domandarmi, a bruciapelo, in quel momento. So però che non sapevo che cosa avrei potuto risponderle… Mi è parsa un'altra!… In meglio… Già dovrei dirti che di lei ho visto soltanto gli occhi… che sono stati sempre belli, cioè grandi, espressivi. Allora, mi sembrava che di questa loro efficace espressività ella abusasse un pochino per posa sentimentale; lo dicevi anche tu; ma forse ci siamo ingannati. Ora, te lo confido con la più segreta intimità epistolare, erano proprio bellissimi, così pietosi, così imploranti!… E così rassegnati! Mi ha dato un solo sguardo ed è passata oltre, dignitosamente. Devo esserle parso uno stralunato… Infatti…! Fortuna che nessuno ci abbia visti! Altrimenti chi sa quanti e quali paralipomeni alla leggenda del nostro sventuratissimo amore!

«Ho capito in questa occasione che l'amore può fin operare il miracolo della trasformazione fisica della persona che ama. Figurati se io posso essere disposto a giudicare benevolmente Amelia, io che ho avuto per cagion sua tanti dispiaceri, tante noie, tante seccature!… Credo di essere diventato un po' verde dalla grande bile smossami da lei e dalla sua sciocchissima mamma. Se dunque io, così prevenuto contro di lei, ho dovuto riconoscere la straordinaria trasformazione avvenuta nella sua persona, vuol dire che questa è proprio grande, ed evidentissima. Me ne rallegro con Amelia; tanto è vero che tutti i guai non vengono per nuocere! E così quando la nostra commediola finirà—presto, amo di lusingarmi; ogni bel gioco dovrebbe durar poco, e questo dura da un buon pezzetto!—Amelia dovrà restarmi grata di tal beneficio, quantunque involontariamente arrecàtole; cosa assai rara, perchè ordinariamente gli amori morti lasciano dietro un'eredità di odi, di sdegni…»

—Filosofeggi troppo, caro mio!—esclamò Bedini, ripiegando la lettera.—E poi, come mai la signorina Nerucci, l'antipatica, l'insoffribile signorina Nerucci è diventata ora Amelia, e non soltanto buona ma quasi bella, per te?

* * *

E non vedeva l'ora di tornare a Roma per poter dire sul viso all'amico Efisio:—Eh via! Finitela! Sposatevi, se ne avete voglia; o fate all'amore tranquillamente, come gli altri fedeli cristiani, senza smorfie, senza posa per farvi compassionare!

Trovò Efisio Chiardi alla stazione. Pareva un uomo che stèsse su le spine. Impaziente di ogni minimo indugio, vedendo che non si avvicinava nessun facchino, aveva preso lui una delle valigie del Bedini e si avviava verso l'uscita, quando questi gli disse:

—Ma io ho bisogno di fermarmi al ristorante; ho proprio fame.

Chiardi non potè frenare una mossa di disappunto.

—Ti dispiace?—fece il Bedini.—Se hai fretta…

—Sì, ho fretta di parlarti, di consultarti…

—Parlerai mentre io mangerò, se non vuoi prendere qualche cosa anche tu.

—Grazie!

—Che ti accade?… Laggiù, a quel tavolino in disparte…Dunque…—soggiunse Bedini appena data l'ordinazione al cameriere.

—Credi tu alla suggestione?—cominciò Chiardi.—Eccone qui una vittima! Mi guardi negli occhi? Ridi? Non c'è niente da ridere. A furia di sentirmi ripetere da tutti che sono un innamorato infelice, a furia di esser costretto, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, a dover pensare incessantemente alla mia fantastica disgrazia…

—Bene, bene! Ho capito!

—Darei la testa ai muri! Vuol dire che era destinato così.

—Rispàrmiati la testa! Non occorrevano tante precauzioni oratorie per farmi sapere che finalmente…

—Precauzioni oratorie?

—Come vorresti chiamarle? Hai voluto fare, al tuo solito, il misterioso, ma non ci sei riuscito. Ti confesso, giacchè siamo a questo, che non ho mai creduto alle tue negazioni, e veggo con piacere che non mi sono ingannato. L'hai trovata bene: Suggestione! Serbala per gli altri. Io intanto ora posso domandarti:—E questi confetti, quando?—È inutile stralunare gli occhi, fingere di arrabbiarti…

—Mi arrabbio seriamente! Suggestione, sì, caro Bedini. E se volessi darti a intendere che ne sia dispiacente, mentirei. Dicevo:—darei la testa ai muri—pensando alla figura che farò presso molte persone… Ma, infine, che dovrà importarmene, è vero? Rendo felice una creatura che merita di esser tale; e rendo felice anche me, perchè non capita tutti i giorni essere amato fino al punto che sono amato io. Come sia accaduto, non saprei spiegartelo io stesso. Picchia oggi, picchia domani… E un bel mattino mi sono svegliato, proprio così! innamorato cotto, con mia grandissima maraviglia… Era destino! Se fosse diversamente, non avrei ora bisogno di te, della tua opera di amico… Ti attendevo con impazienza; voglio uscir sùbito da questa situazione imbarazzante. Bisogna che qualcuno vada a spiegare… vada a scusarmi… Non è facile. Conto su la tua abilità diplomatica… Io sono stato d'una crudezza sconveniente nel negare a tutti… Era la verità. Oggi non più… Se non è suggestione questa…! Non ridere, te ne prego.

—Meglio, meglio così!—esclamò all'ultimo Bedini, convinto che il suo amico non gli avrebbe fatto fare una parte ridicola quantunque si trattasse di commedia.

E il giorno dopo, verso le cinque, si presentava alla signora Nerucci lieto e sorridente, sicuro di apportarle una bella e inattesa notizia. Aveva creduto opportuno, per finezza diplomatica, pigliarla molto larga, ed era rimasto interdetto vedendo scattar infuriata la signora Carlotta appena egli aveva pronunciato il nome di Efisio Chiardi.

—Quel che ha fatto costui è un'infamità senza nome!

—Rifletta, signora mia!

—Ammogliato, con figli! Che cosa si era immaginato dunque?…

—Signora! Ammogliato, chi?

—Lui! Lui!… L'abbiamo scoperto per caso.

—Non può essere!

—Con un tegame, di cui ora si vergogna… Al suo paese, ad Oneglia!

Il povero Bedini non sapeva che cosa rispondere. Il contegno misterioso del Chiardi lo rendeva perplesso. Gli sembrava però impossibile che il suo amico avesse potuto spingere la sfacciataggine fino al punto di mettere in mezzo anche lui e in una faccenda così delicata… Ma la signora Carlotta gli chiudeva la bocca ripetendogli.

—Infamità senza nome! Per fortuna, mia figlia è già rinsavita, e sposerà, tra un mese, un gentiluomo degno di lei!

Bedini uscì di casa Nerucci rallegrandosi che la diplomazia lo avesse salvato dall'apparire complice di un brutto inganno, furioso contro Chiardi… ammogliato con un tegame di cui si vergognava, come gli aveva affermato la signora Carlotta.

Efisio Chiardi lo attendeva al Caffè del Parlamento, con una tazza di caffè che gli si era freddato davanti e in mano un giornale inglese illustrato di cui sfogliava distrattamente le pagine, senza neppure guardarle.

—Hai fatto presto!—gli disse.

—Senti!… Se è vero…—balbettò Bedini.

—Che cosa?

—Se è vero che tu hai moglie e figli…

—Io?

—Al tuo paese.

—Io?…

—Intanto sappi che la signorina, tra un mese, sposa!…

—Oh, Dio!… Ma è un'infamità!

—Così dice pure la signora Carlotta!

—Chi ha potuto inventare?…

—Certe cose non s'inventano!

—Ma che moglie! Che figli! Sono scapolo, scapolissimo!… Te lo giuro!

—Tanto, è inutile che tu ti affanni a protestare… Sarà, che posso dirti? un pretesto per giustificare il voltafaccia suo e della sua figlia… Non è pensata male!…. Oh le donne!

—Ma come? Deve finire così? Ora che io…

—Ti consolerai, va' là, anche tu! Ci si consola di tutto a questo mondo!

—No, devo scolparmi; non voglio che mi si creda capace di così vigliacca azione! E non voglio, no! no! lasciarmi rubare la felicità… Io l'amo… capisci… io l'amo ora!

—Amerai un'altra. Chiodo scaccia chiodo! In quanto a scoprire donde sia venuta fuori questa fandonia…

—Calunnia!—urlò il Chiardi, dimenticando di essere in un caffè.

—Zitto! Non far voltare la gente… Lascia fare a me.

—Chi è costui?… Tu lo sai: il nome! Ce la sbrigheremo tra noi due!

—Il mio stupore era tale in quel momento, che ho dimenticato di domandare alla signora Carlotta chi sposava sua figlia.

—Lo saprò; non sarà un mistero!

—Vuoi aggiungere ridicolo a ridicolo? Lasciami fare. E se scopro qualcosa di losco, giacchè devi anche ammettere che tutto questo può essere avvenuto semplicemente, naturalmente….

—Appiopparmi moglie e figli che non ho?… Semplicemente?Naturalmente?… Bedini! Tu hai voluto mettermi alla prova! Indovino?Di'? Hai voluto convincerti se amo davvero Amelia….

—Non fantasticare; niente affatto. Hai moglie—e brutta da vergognartene—e figli… secondo la signora Carlotta… E vi è chi ti libera dal commettere un delitto di bigamia… secondo la signora Carlotta. Non ho inventato niente; non ho voluto metterti alla prova… E sii omo! Chi sa se tu non debba un giorno ringraziare colui che forse ti impedisce di fare una grande sciocchezza. Suggestione, hai detto. Dunque la tua volontà non c'entra punto; il tuo cuore, nemmeno. La tua vanità, scusa, probabilmente per molta parte; il calcolo, inconsapevolmente, un pochino… E se poi la suggestione finisse? E tu ti ritrovassi allo stato di prima?

—Ero un imbecille allora, un cieco… Non può finire così! Non deve finire così! Vedrai! Vedrai!

—Lasciami fare, ti ripeto. Dammi due, tre giorni di tempo. Tu lo sai; quando mi metto in testa di scoprire una cosa!…

Ai curiosi succede come ai grandi scienziati o ai grandi inventori: il caso li aiuta in modo sorprendente.

Era stato Babolani, il gran chiacchierone Babolani. Due giorni dopo se ne vantava con Bedini incontrato per caso.

—Che vuoi, caro mio! Quella ragazza mi faceva pena. Allora pensai: Non c'è altro modo di guarirla.—E dissi al padre… Non ho detto una bugia sai?… Efisio Chiardi ha moglie e figli… ma non è lui, il nostro Efisio. Di Oneglia però; credo che in quel paese si chiamino tutti Efisio e tutti Chiardi. Non lo credi?… Ed è andata bene, magnificamente! L'amico Chiardi dovrà accendermi un bel cero di ringraziamento… È andata anche, se vogliamo, troppo bene. La signorina, lo sai? prende marito… Si è consolata presto; se pure non lo prende per dispetto, per vendetta; le donne sono capaci di tutto! Guarda com'è il mondo! Ho confidato a cinque o sei persone: «Dicono che Efisio Chiardi ha moglie al suo paese; così brutta, ch'egli se ne vergogna, e figli… Che ne sapete?» E tutte e sei, via, dai Nerucci a farsi un merito della scoperta. Guarda com'è il mondo!… Se non fosse stato a fin di bene… Perchè ridi?… Che pensi?

—Rido—rispose Bedini—perchè mi accorgo che in questo mondo si fanno più commedie che non se ne scrivano.

—E più divertenti dovresti aggiungere—disse Babolani.

—Secondo.

Per Chiardi non fu davvero molto divertente questa qui. Ma egli ora fa il bravo; e quando incontra a braccetto del marito colei che avea giurato di essere sua o di nessun'altro, si consola come da scampato pericolo, esclamando:

—Oh! Era troppo brutta! E diventerà peggio!… Se la goda!

Quantunque a Catania da otto giorni, mia moglie era tuttavia sotto il gran fascino dello spettacolo del mare, nuovo per lei. A ogni po', mentre la conducevo attorno per farle osservare chiese, monumenti, negozi, ella mi si attaccava al braccio e, con accento da bambina che vuol essere accontentata, mi sussurrava all'orecchio:

—Andiamo alla Marina?

—Ci siamo stati un'ora fa!

—Che importa? Oh, il mare! Mi sembra di non aver potuto ancora ammirarlo a bastanza. Andiamo?

La sentivo trasalire, sotto braccio, dal godimento anticipato che la prossima vista del mare le avrebbe prodotto. E appena ne scorgeva un lembo a traverso gli archi del viadotto e i rami degli alberi di Villa Pacini, prorompeva in esclamazioni che mi facevano sorridere e già mi sembravano esagerazioni femminili. Per contradirla, allora le dicevo:

—Ecco! È sempre lo stesso: acqua, acqua, acqua!

—Non è vero. Muta di aspetto da un'ora all'altra. Un'ora fa era azzurro; ora, guarda, è cenericcio.

—Effetto della luce.

—Bravo! Grazie della spiegazione!… Ma di qui non si vede bene; andiamo laggiù, su la panchina del Molo.

—Perchè non usciamo in barca fuori del porto?

—Ho paura.

—Di che cosa?

—Dell'acqua. Se sopravvenisse una tempesta….

—Le tempeste non scoppiano all'improvviso.

—Se la barca si capovolgesse….

—In che modo? Le barche paion cullate dalle onde allorchè il mare è tranquillo come in questo momento.

—Ho paura.

—Bada! Quando saremo andati via, rimpiangerai di non aver gustato il gran piacere di una gita in barca.

—Lo credo!—E soggiungeva:—Se si andasse con uno di quei grossi bastimenti, con un piroscafo, mi sentirei sicura; ma con queste barche che si direbbero tanti gusci di noce! Quante, in fila, là! Non sembrano grossi pesci a fior d'acqua? Si agitano, saltellano come cosa viva…. Oh, su un bastimento, su un piroscafo, sì!

—Hai torto. Nelle tempeste, le barche valgono assai meglio di quei grandi legni. Quando questi stanno per affondare, passeggeri ed equipaggio si salvano, lo sai bene, su le fragili imbarcazioni. Via! Dovresti vincere così sciocca paura.

—Un'altra volta. Ora sta' zitto; lasciami ammirare.

Di cima al muraglione della panchina del Molo, spalancava i begli occhi neri su la immensa distesa del Jonio scintillante di sole, e non aveva parole, non gesti per esprimere le diverse sensazioni che la invadevano in quel punto. Ed io, osservandola, le invidiavo la gioia della novità di quelle sensazioni che stentavo quasi a comprendere, abituato ormai, sin da quando ero studente, alla vista del mare, quantunque nato, come mia moglie, in cima alle rupi di Troina nell'interno della Sicilia.

** *

La più profonda impressione del nostro viaggio di nozze era stata perPaolina quello spettacolo; non finiva di riparlarne.

—Che cosa ti eri immaginato?—le domandavo, canzonandola un po'.

—Qualcosa di grande, d'immenso… e non sono arrivata alla realtà. Ora più lo guardo, più lo contemplo, e più vi scorgo particolari che da prima mi erano sfuggiti. Tu dici:—Il mare è azzurro come il cielo che vi si riflette.—Non è vero. Il mare è di cento colori, qua azzurro, là turchino, più in là violetto, più in là verde chiaro, verde cupo, giallastro, grigio, bianco…. di cento colori. Se non lo avessi visto, non lo avrei creduto. Ed ora che ho preso un po' di confidenza con lui…—soggiunse finalmente una mattina.

—Ah! Ti sei decisa!

—Sì, mi sono informata dalla cameriera dell'albergo: potremmo andare in barca fino a Ògnina e tornare, in poche ore, dopo aver fatto colazione colà.

—E se sopraggiungesse una tempesta?

—Non ridere di me!

—E se la barca si capovolgesse?

—Annegheremmo, abbracciati stretti… e addio!

—Sei diventata coraggiosa tutt'a un tratto?

—Avevo paura… per te. Giacchè ora dici che non c'è pericolo….

La guardai maravigliato e con un vivissimo impeto di gioia; di sollievo, dovrei dire.

Io credo che il viaggio di nozze sia, spesso, la prima e la più irrimediabile delusione della vita matrimoniale. Il passaggio dall'ideale fantasticato alla realtà è così brusco e così inatteso, che lascia un'orma profonda nell'animo, qualche cosa che forma poi l'infelicità delle due fidenti creature unitesi, forse un po' sbadatamente, per sempre.

Appunto in quegli otto giorni di vita di albergo, io avevo ricevuto dal contegno di Paolina, se non una cattiva impressione, un senso confuso di… di… non so come esprimermi. Insomma, mi era sembrato ch'ella mancasse di tenerezza, di abbandono, e che il suo spirito fosse più superficiale, più fanciullesco ch'ella non avesse mai lasciato trasparire in un anno di fidanzamento e di quasi quotidiana intimità. In certi momenti, sorprendevo in fondo al mio cuore un sordo e allora inesplicabile rancore contro di lei; e me ne indignavo come di un'ingiustizia verso la bella creatura di diciotto anni che io pretendevo diversa da quella che il sesso e l'età dovevano farla.

Non ero io assai più fanciullo e più leggero di lei, sentendo una specie di gelosia del mare che la invasava con la sua immensità? Non ero ridicolo?—sì, ridicolo—specialmente in quegli ultimi giorni, nell'accompagnarla alla marina con aria annoiata, musona e nel compiacermi di punzecchiarla, di canzonarla, di non nasconderle che la sua insaziabilità cominciava a sembrarmi indegna di lei?

—Avevo paura, per te!

Queste parole intanto erano state un'improvvisa rivelazione, soprattutto per l'accento con cui ella le aveva dette e per l'affettuosissimo sguardo con cui le aveva accompagnate.

Le presi il braccio, e poco dopo eravamo alla Marina in cerca di una barca e di un barcaiuolo che ci portasse a Ògnina, come Paolina aveva progettato.

* * *

A farlo apposta, quella mattina non trovavamo barche nè barcaiuoli disponibili, forse perchè giornata di domenica, forse perchè il bel tempo aveva suggerito a parecchi altri la stessa idea, forse perchè la più parte dei marinai erano usciti per la pesca.

—Pare impossibile! Proprio oggi!—esclamò Paolina.

All'ultimo un vecchietto, dopo di essersi consultato con due altri vecchi che fumavano tranquillamente in un canto e non si erano neppur degnati di rispondere alla nostra richiesta, venne ad offrirci l'opera sua.

—Basterete a remare voi solo?—gli dissi.

—Montino!

E il gesto e la voce del vecchio rivelarono l'orgoglio offeso da quel dubbio da me espresso.

Il mare non poteva essere più tranquillo. La barca scivolava su la superficie con leggere scossettine. E la riva sfilava di fianco a noi a poca distanza, elevandosi sempre più con nere rocce di lava che già nascondevano la campagna. Grotte si aprivano qua e là; stormi di palombi selvatici sbucavano da esse, di tratto in tratto, involandosi verso terra, mentre gli alcioni ci accompagnavano sfiorando l'acqua con ali spiegate che non producevano nessun lieve fruscìo.

Paolina era in èstasi, ed io dovevo impedirle di chinarsi ogni volta ch'ella tentava di afferrare qualcuna delle meduse erranti a fior d'acqua, opaline, iridate, simili a funghi cristallini portati via dalla corrente.

Mi maravigliavo ch'ella non sentisse nessun sintomo di mal di mare.

—Sei contenta di questa gita?

—Che delizia!

—Ecco Ògnina,—disse il barcaiolo.

* * *

Eravamo appena a metà della nostra colazione, quando il vecchio, che era andato a trovare un suo conoscente, si presentava annunziandoci:

—Bisogna partire sùbito. Si è levato un po' di vento, il mare si guasta.

Infatti pareva che avesse dei brividi; si increspava, si sollevava con frequenti crestine spumanti.

—Facciamo presto—insisteva il vecchio.

—Ci sarà pericolo?—domandò Paolina.

—No, padrona mia; ma è meglio far presto. Col mare non si sa mai….

Partimmo un po' sballottati. Paolina mi guardava negli occhi quasi per scrutarmi, e poi guardava il barcaiuolo, che faceva forza coi remi per resistere agli urti crescenti delle ondate. Io cominciavo a impensierirmi per lei. Questa volta certamente il mal di mare l'avrebbe fatta soffrire.

La barca balzava, si avvallava, si rialzava. Sprazzi di spuma arrivavano agli orli di essa.

Tutt'a un colpo il mare diventò più agitato. Il barcaiuolo stentava a farci procedere; ansimava, sudava, guardava attorno, lontano, e scoteva la testa. Certi scogli a fior d'acqua, che io avevo notati nell'andare, non si scorgevano più, sommersi sotto le ondate che si succedevano fitte, accavallandosi, spumeggiando.

—Ah, Madonna Santa!… Ah, sant'Agata benedetta!—brontolava il barcaiuolo.

Non era incoraggiante; ma io mi sforzavo di sorridere a Paolina, e di farle animo con gli sguardi.

—Sangue di…! Corpo di…!—bestemmiava sotto voce il barcaiolo, come più il mare si faceva cattivo.

—Hai paura?—domandai a Paolina.

—No.

—Tienti forte al panchetto.

—Sta' tranquillo, non occorre.

—Sant'Agata benedetta!… Madonna delle Grazie!—tornava e brontolava il vecchio, che sosteneva male le spinte delle onde e non riusciva più a filar diritto.

—Badate!—urlai.

Al mio grido egli fece uno sforzo, accompagnato da due o tre energiche bestemmie, e così lo scoglio in cui stavamo per investire fu, fortunatamente, evitato. Io lo avevo scorto mentre le ondate, rovesciandosi dall'altra parte, lo avevan lasciato per un istante scoperto. Era uno di quelli a fior d'acqua, pericolosissimo.

—Che cosa è stato?—domandò Paolina.

—Niente. Appoggiate più a sinistra—soggiunsi, rivolto al barcaiuolo.

—Sarebbe peggio—rispose.—Aah! Aah! Aah!

E aiutava con la voce lo sforzo di tutta la persona.

Allora fui stupito di veder Paolina calma, sorridente, e di udirla, prima, canticchiare a mezza voce, poi cantare a voce spiegata, quasi gli sbalzi della barca fossero cosa aggradevole. Ora non ricordo più che cosa ella cantasse, ma ho ancora nell'animo l'impressione di quella voce limpida, ferma, che gettava in mezzo al rumore delle onde agitate una dolce melodia del Bellini, o forse piuttosto del Verdi…. Io dovevo farmi violenza per non farle capire che cominciavo a temere qualche pericolo con quel barcaiolo vecchio, mezzo sfinito, che alternava con maggior frequenza invocazioni alla Madonna e a sant'Agata e brutali bestemmie. Eravamo lontani mezzo chilometro dalla punta del Molo; e Paolina, terminata una melodia, aveva impreso a cantarne un'altra più allegra, più squillante, senza mostrar di curarsi della crescente violenza del mare.

La punta del Molo era affollata di gente che pareva seguisse ansiosa con gli occhi la nostra barca lottante contro le onde.

—Vira, vira più al largo!—udii gridare.—Forza! Coraggio!

E quando fummo vicini, un marinaio ci gittò una fune che il vecchio afferrò. Saltato il primo su la banchina si buttava ginocchioni, scoppiando in lagrime, e toccava con la fronte il terreno, ringraziando la Madonna e sant'Agata dell'averlo salvato!

Paolina, appena posto piede a terra, impallidiva improvvisamente e mi si sveniva tra le braccia.

* * *

—Hai potuto far questo? Tu!

Mi pareva incredibile.

Ella aveva compreso assai meglio di me il pericolo in cui ci eravamo trovati; e intanto, per non farmi perdere coraggio col mostrarsi atterrita, si era messa a cantare, stando ferma al suo posto.

—Mi sentivo morire dallo spavento di annegare! Come abbia avuto quella forza non lo so neppur io…. Ti volevo tanto bene in quel punto!

—E dopo, ora?—dissi abbracciandola e coprendola di baci.

Fece soltanto un gesto, un rapido indimenticabile gesto.


Back to IndexNext