DELLA BELLEZZA.
La bellezza dà l'ultima mano di possibile perfezione alla grandezza, ed alla varietà. L'artista giardiniere giugnerà a dare alle distinte parti e variate del suo totale quella bellezza, della quale sarannosuscettibili. Se, conforme l'opinione d'alcuni critici, la bellezza consistesse nelle qualità, per le quali gli oggetti cagionano un piacer sensibile, sarebbe evidente, che una parte di questo attributo risiederebbe di già nella grandezza, e nella varietà. È più probabile la tesi, che la bellezza risulta dall'organizzazione delle parti, onde meglio servire al loro fine, e dalla fusione armonica, e cospirante delle medesime parti a formare un tutto di maggior coerenza, e durata, per cui applicandosi questa ragionata teorìa alla bellezza campestre, ossia a quella de' giardini pittorici, essa risulterà dall'ottener meglio lo scopo, a cui sono diretti, quello cioè di costantemente ricreare. Ma la bellezza campestre, considerata per se stessa, pare che possa ridursi a due principali capi, colore, e movimento.
La proporzione in generale può altresì offrire qualche sorta di bellezza, ma quella del regno vegetabile non sembra necessariamente prescritta dalla proporzione. E diffatti quale proporzione troviamo noi mai tra i fiori delle piante, ed i lor rami, e tronchi; tra quelli dell'erbe, e de' loro steli? Il debil gambo della rosa si piega sotto il largo suo bottone, e il picciol fiore del pomo viene su d'un grand'albero; e tuttavìa l'arbusto, che ci dà la rosa, e l'albero, che porta i fiori del pomo, hanno, malgradola loro rispettiva disproporzione, una guarnitura molto piacevole.
La bellezza campestre risulterà specialmente dalle forme, ma non da quelle tanto esatte, che la natura impiega ne' suoi capi d'opera isolati, e che nell'arte del disegno determinano una parte così essenziale della bellezza. Nella disposizione de' ridenti paesetti, travagliando sopra grandi masse, poteva la natura abbandonarsi ad un maggior arbitrio, e non ha scrupolosamente osservata l'esattezza de' rapporti. Potrebbesi mai sostenere che nel guarnimento d'una roccia, ricoperta quì d'alti pini, e là d'umili cespugli, e perfino di semplice corallina, regni un'esatta osservanza delle proporzioni, o che nelle piante d'una selva, nella maniera che spiegano i rami loro, nel colorito delle foglie, domini un rapporto tale, che si possa render ragione, perchè queste situazioni, e queste forme debbano esser così, e non altrimenti?
Pare senza contraddizione vero, che, componendo paesetti, la natura non ha preteso in generale di produr la bellezza, compartendo agli oggetti una determinata forma, perchè degli oggetti della stessa specie, presentati sotto forme diverse, ed opposte, sembrano egualmente sempre belli. Noi troviamo bello un bosco, i cui alberi sono alti, e slanciati, e medesimamente troviamo bello un altro bosco,composto di bassi tronchi. Che il bosco s'incurvi in volte opache, o che lasci trapassar la luce del giorno, sempre ci cagionerà sommo diletto; che un fiume stenda l'ampio suo letto fra una valle, o che dividendo le sue acque cada dall'alto d'un monte, nell'uno e nell'altro caso potrà aver diritto alla bellezza.
Se gli oggetti campestri debbono dunque acquistar la bellezza dalle forme, pare che non possa essere per altro mezzo, che per quello delle curve. La linea retta non riesce assolutamente priva di bellezza in un paesino, ma egli è certo, che le curve somministrano un piacer più sensibile, ed apportano un'impressione più durevole. Una selva, che si prolunghi su colli, e fra valli, e si allarghi ora quà, ora là, riesce sicuramente più bella, che un'altra uniforme al lungo d'una pianura. È più evidente cosa, che il colore, ed il movimento sono parti essenziali della campestre bellezza.