CAPITOLO IV.DIFESA ED ATTACCHI DI CONVOGLI. — IMBOSCATE.Una delle più frequenti dilicate operazioni d'un condottiero in questa guerra, quella si è certamente della difesa dei convogli, e loro introduzione nelle piazze, che di già, in favore della patria, si sono dichiarate, non meno che l'attacco di quelli del nemico, questo, il miglior modo essendo, per fargli patir la fame, ed alla ritirata indurlo ed a morire.Un comandante dunque di convoglio, terrà sempre la sua truppa in cinque distinte porzioni divisa, una delle quali sarà diantiguardo, l'altra diretroguardo, la terza di scorta al centro, la quarta di perlustratori, e scorridori, la quinta di riserva, ed ogni frazione, comandata da un uffiziale intelligente ed ardito. Sarà il convoglio, composto di bestie di soma, o di carri, o di ambidue. Nel primo modo, arriverà più leggiero, arriverà più presto, e sarà meno difficile con quello, di schivar il nemico. Il secondo e terzo modo sono più imbarazzanti, meno facili a nascondersi, ma possono i carri servire allo stesso convoglio, di riparo e difesa. Se viene attaccato sulla strada, il distaccamento della parte, dove cominciò l'attacco, si difenderà, e se si scorge, che quello sia reale, e non falso, accorrerà tostamente in ajuto, la riserva, la quale, impavida resisterà al vivissimo fuoco del nemico, che respingerà alla bajonetta, ma non inseguirà, ed in quel mentre dovrà, il convoglio, il suo cammino continuare. Se sarà possibile al convoglio di carri, essendo attaccato, d'entrare in qualche aja circondata da muri, in qualche cortile, od almeno in qualche spazio quadrato, fuori mano dalla strada, si collocheranno i carri in tondo, gli uni, accanto e contro, gli altri, coltimone in fuori, lasciandosi una sola apertura coperta da un carro situato per traverso nell'interno a cavaliere, e fatta salire sopra de' carri, la truppa del centro, la riserva in battaglia, dentro; l'antiguardoeretroguardouniti, schierati al difuori, ed i corridori sulla fronte, e sulle ale, aspetteranno e respingeranno l'attacco. Altri molti modi esistono di difesa, e di scorta, la conoscenza de' quali ricavar potrassi dallo studio dei numerosi autori d'arte militari, che di questa materia diffusamente trattarono. E noi ci limiteremo ad accennare la commendevole maniera, colla quale Don GiulianoSanchezintrodusse un convoglio di vettovaglie, e munizioni nella piazza di Ciudad Rodrigo, nell'anno 1811. Presentatosi quel capo alla testa di dugento lancieri nel piano in fronte al nemico, sulle cui linee di molto più forti, con decisione a tutta prova, e senza indugio slanciossi, le pose in confusione, le ruppe, quindi con tutto il convoglio, entro la piazza valorosamente penetrò. E sebbene abbia dovuto, nella sua ritirata da quella, essere a perdite considerevoli soggetto, impedì non dimeno, che la piazza, per fame soccombesse, e preda del nemico divenisse. Il convoglio dal generale O'Donnel stato nella piazza di Gerona introdotto, che civiene con tutt'i particolari, dal nostro Vaccani esposto, merita pure da noi una singolare menzione, e potrà sempre ai condottieri, che quell'opera mediteranno, servire di utile ammaestramento.Per attaccare un convoglio, sarà pure la forza, in varie porzioni, partita, con una riserva per sostenerle, e corridori per molestarlo da ogni parte. E se le circostanze e il sito lo permetteranno, si dovrà alla fronte, in fianco ed alle spalle, nel punto stesso animosamente assalire, dovranno i scorridori entrare nel centro dei carri, dei muli, etc., e la scorta non meno, che quei carrettieri ad arrendersi renitenti, mettere a morte, e nello stesso mentre, il convoglio spignere nella direzione della riserva generale, alla cui scorta e difesa si dovrà consagrare. Ai ponti, stretti, boschi, cammini in mezzo a' paludi, strade rotte, e piene di pantani, possonsi, con successo, attaccare i convogli, soprattutto, se sono dal corpo principale del nemico, distanti. Sono pure i giorni di pioggia, o di neve, a quel proposito favorevolissimi.Il modo il più frequente di attaccare i convogli in questa guerra, si è quello dell'imboscata, come più facile e più sicuro. Marciando nel più grande silenzio di notti, perlo più oscurissime, senza che un bisbiglio neppure si faccia udire, recherassi il condottiero, con la sua banda, nel luogo, lungo la strada già previamente da lui stabilito. In un folto bosco, o frà macigni, etc., ei prenderà posizione, stando vigile, ed aspettando, che il nemico si presenti. Avvertito da buoni informatori, che fra un quarto d'ora, sarà quegli a tiro, dividerà il condottiero, la sua forza in quattro porzioni, cioè una per attaccare il nemico da un lato della strada, l'altra per lo stess'oggetto, dall'altra parte; collocherà una terza per attaccarlo in fronte. Tutte quante ad un tratto, fuori del bosco, saltando, con orribili grida violentemente lo attaccheranno. La quarta, che sarà la riserva, se scorge pendere, nel combattimento, la probabilità in favore degli aggressori, e non essere il suo ajuto ad una delle tre frazioni, punto necessario, sarà dal condottiero, alle spalle del nemico, a tutta corsa mandata, onde tagliargli la ritirata, compire il fatto d'armi, e di tutto il convoglio impossessarsi. Se verrà quest'attacco ben diretto, e con ardimento e violenza eseguito, non v'ha dubbio che sia, contro d'una truppa regolare, certa la vittoria. Se si avrà cavalleria, potrà, con sommo vantaggio, essere nelle tre frazioni ripartita. Quella, dopo la prima scaricadei fanti, cadendo con impeto addosso ai difensori del convoglio, a colpi di sciabola, quanti più possa, ne ammazzerà. Nelle relazioni della guerra, con tanta gloria, dal prode Mina, sostenuta, trovansi ad ogni passo delle imboscate da lui tese al nemico, e per l'ordinario sempre con prese frequenti di convogli, e di ricco bottino, felicemente riescite. Tanto erano i Francesi da quella decisa banda di difensori della patria, molestati, che mettevano per distruggerla, ogni mezzo in opera. Per la qual cosa, fu Mina verso la fine di gennajo 1811, circondato da sette mila uomini. Ma quel leone non era già fatto per potersi tanto facilmente trar nella rete. Epperciò la sua prima disposizione fù quella di sparpagliare, secondo il solito, la banda e determinare a' volontarj un punto di riunione. Con quello spirito, che tanto lo rese agli usurpatori del suo paese, formidabile, stabilì quel punto, sui monti immediati e dominanti. Ed avendo colà tutte le difficoltà, superate che un vigilante, e possente nemico gli fece sorgere, vi riunì, Mina, i suoi valorosi compagni. Ei sempre si trovava da tutte le parti circondato, non vi era un punto ch'egli potesse occupare senza essere subitamente assalito, nè in quello rimanere in posizione e difendersi. Due mila uomini uscironodi Pamplona con una cavalleria in proporzione, per discacciarlo da quei monti. Mina, come quello, che conosceva non esservi altro scampo, che nell'assalire, non li attese; mandò all'istante Gorriz alCarascal, verso la sinistra della città, onde da quella parte, l'attenzione del nemico attirare, con ordine di attaccare qualunque convoglio, o scorta, che per quella strada passasse. Riescì tale disposizione perfettamente: le truppe francesi, che si erano avanzate per più d'un miglio, furono tosto, pel terrore cagionato da Gorriz, frettolosamente richiamate; cadde alla cieca il governatore della piazza, nella fossa scavatagli, e credendo che tutta la banda di Mina fosse, dov'era Gorriz, e le altre strade fossero sicure, fece alla volta di Vittoria, un convoglio di sessanta carri, con munizioni e vettovaglie, nel momento partire. Era quello, scortato da duecento uomini, e ad un'ora approssimativamente d'intervallo, era da altri mille, seguito. Trovavasi Mina, quando seppe la partenza di quel convoglio, a tre ore di marcia, distante dalla posizione conveniente per attaccarlo, coi volontarj digiuni. Ei lasciò Cruchaga, il suo secondo in comando, col corpo principale della truppa, e si mise coi cavalli, e due compagnie di fanti, a dirittura in marcia. Ma,per quanto sia stata quella, precipitosa, il convoglio aveva già il luogo, dov'egli intendeva di attaccarlo, trapassato. Nondimeno la cavalleria corse a tutta briglia sopra la scorta, e quella, siccome contava sulla forza maggiore, che a corto intervallo la seguiva, e sull'assistenza eziandio della guarnigione diZurzunch'era solamente quasi mezz'ora da quel luogo, distante, abbandonò i carri, prese sopra d'una vicina sommità, conveniente posizione, e preparossi alla difesa. Impadronitosi Mina del convoglio, non ebbe tempo di compiutamente distruggere la scorta. Era importante assicurarsi delle munizioni assai più, che l'acquisto d'un ricchissimo bottino, per lui preziose. Ma per ciò conseguire, la facilità non era certo assai grande. Da due parti, l'avvicinava il nemico in forza, e da una terza giungeva la scorta per assalirlo. Sopravvenne la notte, e tutt'i lati erano in fuoco; successe una mischia generale; vennero i combattenti a pugnare a corpo a corpo. Era cosa impossibile, in questo frangente, di salvar tutta la preda. Mina pervenne a raccozzar la sua gente. Sarebbe stato ben contento di poter distruggere le provvigioni, e ritirarsi in sicurezza, ma essendo in un grido generale, di voler piuttosto perire che abbandonare oggetti di tanta utilità, i volontarj prorrotti, gli fù forza aderire al lorovoto. Caricatisi gl'individui della banda, i cartocci sulle spalle, ne portarono via il numero di sessanta mila, senza badare agli altri affetti, fra i quali, pure oggetti esistevano di gran tentazione. Ma si contentarono di trasportare, per quanto potevano, sole munizioni di guerra; incendiarono i carri della polvere, bruciarono tutte le rimanenti provvigioni, e colla preziosa loro preda, nei monti, da dov'erano partiti, si ritirarono.Un'altra non men commendevole presa di convoglio, e degna di essere, come valevole esempio, esposta, dallo stesso Mina portata a felice risultamento, si è quella, ch'ebbe luogo nel tempo, che il re Giuseppe partì di Spagna, alla volta di Parigi per portarsi ad assistere al battesimo del figlio di Napoleone. Aveva Mina volontà di molestare quel re nel suo viaggio, ma non gli venne fatto, perchè troppo bene quegli conosceva il pericolo, per non prendere, prima di avventurarsi in viaggio, tutte le possibili, ed immaginabili precauzioni, ed ordinare, che tutt'i luoghi pericolosi della strada, venissero da una forza imponente occupati. Non dimeno Mina, sempre a quella, teneva l'occhio rivolto. In questo frattempo, sei mila Francesi da Pamplona, e Tudela, si disponevano a fare un movimento per discacciarlo daOstella. Dimostrandoegli di essere dal loro superior numero, impaurito, abbandonò quella piazza il 22 di marzo, e con tutta la sua banda, fece nella provincia di Alava, un'incursione. Giunse con tre de' suoi quattro battaglioni, e la cavalleria, nel mattino del giorno seguente, ad Orbiza, primo villaggio, che in quella provincia rinvenne. Il quarto battaglione passò per un'altra strada; ebbe Mina in quel villaggio notizia essere Massena, con una scorta di due mila uomini, aspettato in Vittoria, per dove si doveva alla volta di Francia indirizzare. La speranza di poter le forze sue con quelle d'un generale di tanta fama, una volta misurare, lusingava l'amor proprio di Mina, ed i suoi pensieri furono al modo di frastornare la marcia di quel maresciallo, immediatamente rivolti. Giunto la sera del giorno 24 verso le ore cinque, alPuerto di Azazeta, si fermò fino a notte oscura, pel timore, dovendo egli passare per le pianure vicino a Vittoria, di essere in quelle veduto dal nemico, ed assalito. Evitò per la stessa ragione, di entrare in alcun villaggio lungo il cammino; ed il giorno 25, alle quattro del mattino giunse inArtaban, montagna limitrofa traAlava, eGuipezeva; scelse il terreno; si mise in posizione; collocò un battaglione sulla sinistra della strada nei boschi, due sulladestra, e la cavalleria nel piano. Era sua intenzione di situare il quarto, quando arrivasse, in un boschetto, onde sorprendere ilretroguardonemico. Esisteva là vicino, soli sei miglia distante da Vittoria, un piccolo villaggio, tutti gli abitanti del quale senza eccezione de' vecchi, giovani, malati, donne, bambini, furono subito da Mina costretti a ritirarsi in un luogo da lui destinato nei monti, onde nessun di loro potesse dare al nemico, delle sue operazioni ragguaglio. Ei pose una guardia, con ordine di osservarli, e mantenerli quieti, e tranquilli per lo spazio di ore otto, passando per le armi, cioè alla bajonetta, chiunque puntualmente non obbedisse. Date quelle disposizioni, giunse un informatore con la notizia, che Massena era veramente arrivato a Vittoria, e che in vece di seguire il suo cammino, si sarebbe colà fermato, ma che un gran convoglio, con un generale in una carrozza, un colonello, un tenente colonello, e due donne in un'altra, mille e cento prigionieri, ed una scorta di due mila fanti, e due cento cavalli, era sul punto di partire. La speranza di liberare i prigionieri, compensò la non riuscita de' suoi disegni contro Massena. Non confidando implicitamente nell'informatore, per sicurezza contro gl'inganni, ordinò che fosse ad una punta sporgente di roccia, fortementelegato, quindi misegli una guardia con ordine di trucidarlo, se mai tentava di fuggire; ma nello stesso tempo gli promise una vistosa ricompensa, se la sua informazione si verificasse. Non si stette guari sospeso. Verso le ore otto comparvel'anti-guardonemico di cento fanti, e venti cavalli, che passarono senza essere molestati; un secondo distaccamento di trenta fanti, e dodeci cavalli, passò nello stesso modo. Imperciocchè non voleva Mina, coll'attaccare troppo presto, perdere l'oggetto, che si era proposto. Il grosso della truppa coi prigionieri, un numeroso convoglio di carri pieni di bottino, ed una delle carrozze, venne a poc'ora d'intervallo. Il battaglione situato alla sinistra, cominciò il fuoco, gli altri due dalla destra corsero addosso al nemico, e ne fecero una spaventevole generale strage. Gettaronsi, alla prima scarica, i prigionieri bocconi, per terra, evitando in quel modo, di cadere per mano de' loro stessi amici. Mina corse alla carrozza per salvare i passaggieri; i due uffiziali francesi rifiutarono di arrendersi, e colla sciabola valorosamente si difesero. Uno fù ammazzato, l'altro, che si chiamava il colonnello Laffitte, fù ferito, e fatto prigioniero in un con le donne che accompagnava. Comecchè messi in confusione, e terribilmente maltrattati, i Francesi,con la celerità d'una truppa ben disciplinata, ed esperimentata, furono in un subito riordinati, seicento fanti, cento cavalli del retroguardo, e l'altra carrozza, furono al primo fuoco mandati in dietro. La carrozza con la cavalleria si ritirò a Vittoria; la fanteria rimase, e si collocò sopra d'un'altura, da dove gli Spagnuoli che davano compimento alla loro vittoria, forte molestava. Dugento uomini della guarnigione francese diSalenas, vennero in soccorso dei loro compagni, ma furono respinti, e fino alle porte di quella fortezza, strettamente inseguiti. Il quarto battaglione di Mina giunse troppo tardi, per essere a parte della zuffa, ed i volontarj digiuni, e reduci da una marcia forzata di quindici ore; non dimeno, ad inseguire il nemico, pure ai commilitoni si unirono. In questo mentre, ebbero i Francesi da Vittoria nuovi rinforzi, la guarnigione diSalenasaumentata da una parte della guarnigione diMondragon, e da tutt'i punti circostanti delle vicinanze, si dimostrava di bel nuovo in attitudine offensiva. Mina, con gagliardìa sostenne la pugna ed ottenne di vincere la battaglia; durò cinque intere ore, senza intervallo. Non avevano gli Spagnuoli, dalle dieci del mattino del giorno antecedente, nè bevuto, nè mangiato, e pensò il condottiero essere cosa giudiziosa diassicurare quanto aveva guadagnato, piuttosto che ad una gloria incerta, quale sarebbe stata quella della loro completa distruzione, correre stoltamente dietro. Per la qual cosa, in un paese chiamatoZalduendo, distante sei ore dal campo di battaglia, col bottino si ritirò. Persero i Francesi l'intiero convoglio, e più di mille uomini, e fra gli uccisi fù rinvenuto un certo Val Buena, per l'addietro ajutante di campo del generale Castannos, il quale, rinnegata la fede alla patria, ed entrato al servizio degl'invasori, erasi per le sue crudeli azioni contro de' suoi compatrioti, acquistata una criminosa celebrità. Fù il bottino, doviziosissimo: mise Mina pel publico servizio, una parte del danaro in serbo, e presero i volontarj quanto fù loro dato trovare, e portare. Molti se ne viddero, tutti curvati sotto il peso di un carico d'oro, frutto della rapacità straniera, e dei saccheggi, che i nemici, d'apportare nella loro patria, s'affrettavano.Dalla desposizione del modo di procedere di Mina, ai casi e situazioni differenti, adattandola, potrà il condottiero, una giusta idea formarsi, del modo con cui si debbano i convogli attaccare, e delle precauzioni necessarie per la buona riescita degli agguati, od imboscate, per le quali, gran segreto, somma prudenza,ed un ben diretto ardore, continuamente in questa guerra si esigono.
Una delle più frequenti dilicate operazioni d'un condottiero in questa guerra, quella si è certamente della difesa dei convogli, e loro introduzione nelle piazze, che di già, in favore della patria, si sono dichiarate, non meno che l'attacco di quelli del nemico, questo, il miglior modo essendo, per fargli patir la fame, ed alla ritirata indurlo ed a morire.
Un comandante dunque di convoglio, terrà sempre la sua truppa in cinque distinte porzioni divisa, una delle quali sarà diantiguardo, l'altra diretroguardo, la terza di scorta al centro, la quarta di perlustratori, e scorridori, la quinta di riserva, ed ogni frazione, comandata da un uffiziale intelligente ed ardito. Sarà il convoglio, composto di bestie di soma, o di carri, o di ambidue. Nel primo modo, arriverà più leggiero, arriverà più presto, e sarà meno difficile con quello, di schivar il nemico. Il secondo e terzo modo sono più imbarazzanti, meno facili a nascondersi, ma possono i carri servire allo stesso convoglio, di riparo e difesa. Se viene attaccato sulla strada, il distaccamento della parte, dove cominciò l'attacco, si difenderà, e se si scorge, che quello sia reale, e non falso, accorrerà tostamente in ajuto, la riserva, la quale, impavida resisterà al vivissimo fuoco del nemico, che respingerà alla bajonetta, ma non inseguirà, ed in quel mentre dovrà, il convoglio, il suo cammino continuare. Se sarà possibile al convoglio di carri, essendo attaccato, d'entrare in qualche aja circondata da muri, in qualche cortile, od almeno in qualche spazio quadrato, fuori mano dalla strada, si collocheranno i carri in tondo, gli uni, accanto e contro, gli altri, coltimone in fuori, lasciandosi una sola apertura coperta da un carro situato per traverso nell'interno a cavaliere, e fatta salire sopra de' carri, la truppa del centro, la riserva in battaglia, dentro; l'antiguardoeretroguardouniti, schierati al difuori, ed i corridori sulla fronte, e sulle ale, aspetteranno e respingeranno l'attacco. Altri molti modi esistono di difesa, e di scorta, la conoscenza de' quali ricavar potrassi dallo studio dei numerosi autori d'arte militari, che di questa materia diffusamente trattarono. E noi ci limiteremo ad accennare la commendevole maniera, colla quale Don GiulianoSanchezintrodusse un convoglio di vettovaglie, e munizioni nella piazza di Ciudad Rodrigo, nell'anno 1811. Presentatosi quel capo alla testa di dugento lancieri nel piano in fronte al nemico, sulle cui linee di molto più forti, con decisione a tutta prova, e senza indugio slanciossi, le pose in confusione, le ruppe, quindi con tutto il convoglio, entro la piazza valorosamente penetrò. E sebbene abbia dovuto, nella sua ritirata da quella, essere a perdite considerevoli soggetto, impedì non dimeno, che la piazza, per fame soccombesse, e preda del nemico divenisse. Il convoglio dal generale O'Donnel stato nella piazza di Gerona introdotto, che civiene con tutt'i particolari, dal nostro Vaccani esposto, merita pure da noi una singolare menzione, e potrà sempre ai condottieri, che quell'opera mediteranno, servire di utile ammaestramento.
Per attaccare un convoglio, sarà pure la forza, in varie porzioni, partita, con una riserva per sostenerle, e corridori per molestarlo da ogni parte. E se le circostanze e il sito lo permetteranno, si dovrà alla fronte, in fianco ed alle spalle, nel punto stesso animosamente assalire, dovranno i scorridori entrare nel centro dei carri, dei muli, etc., e la scorta non meno, che quei carrettieri ad arrendersi renitenti, mettere a morte, e nello stesso mentre, il convoglio spignere nella direzione della riserva generale, alla cui scorta e difesa si dovrà consagrare. Ai ponti, stretti, boschi, cammini in mezzo a' paludi, strade rotte, e piene di pantani, possonsi, con successo, attaccare i convogli, soprattutto, se sono dal corpo principale del nemico, distanti. Sono pure i giorni di pioggia, o di neve, a quel proposito favorevolissimi.
Il modo il più frequente di attaccare i convogli in questa guerra, si è quello dell'imboscata, come più facile e più sicuro. Marciando nel più grande silenzio di notti, perlo più oscurissime, senza che un bisbiglio neppure si faccia udire, recherassi il condottiero, con la sua banda, nel luogo, lungo la strada già previamente da lui stabilito. In un folto bosco, o frà macigni, etc., ei prenderà posizione, stando vigile, ed aspettando, che il nemico si presenti. Avvertito da buoni informatori, che fra un quarto d'ora, sarà quegli a tiro, dividerà il condottiero, la sua forza in quattro porzioni, cioè una per attaccare il nemico da un lato della strada, l'altra per lo stess'oggetto, dall'altra parte; collocherà una terza per attaccarlo in fronte. Tutte quante ad un tratto, fuori del bosco, saltando, con orribili grida violentemente lo attaccheranno. La quarta, che sarà la riserva, se scorge pendere, nel combattimento, la probabilità in favore degli aggressori, e non essere il suo ajuto ad una delle tre frazioni, punto necessario, sarà dal condottiero, alle spalle del nemico, a tutta corsa mandata, onde tagliargli la ritirata, compire il fatto d'armi, e di tutto il convoglio impossessarsi. Se verrà quest'attacco ben diretto, e con ardimento e violenza eseguito, non v'ha dubbio che sia, contro d'una truppa regolare, certa la vittoria. Se si avrà cavalleria, potrà, con sommo vantaggio, essere nelle tre frazioni ripartita. Quella, dopo la prima scaricadei fanti, cadendo con impeto addosso ai difensori del convoglio, a colpi di sciabola, quanti più possa, ne ammazzerà. Nelle relazioni della guerra, con tanta gloria, dal prode Mina, sostenuta, trovansi ad ogni passo delle imboscate da lui tese al nemico, e per l'ordinario sempre con prese frequenti di convogli, e di ricco bottino, felicemente riescite. Tanto erano i Francesi da quella decisa banda di difensori della patria, molestati, che mettevano per distruggerla, ogni mezzo in opera. Per la qual cosa, fu Mina verso la fine di gennajo 1811, circondato da sette mila uomini. Ma quel leone non era già fatto per potersi tanto facilmente trar nella rete. Epperciò la sua prima disposizione fù quella di sparpagliare, secondo il solito, la banda e determinare a' volontarj un punto di riunione. Con quello spirito, che tanto lo rese agli usurpatori del suo paese, formidabile, stabilì quel punto, sui monti immediati e dominanti. Ed avendo colà tutte le difficoltà, superate che un vigilante, e possente nemico gli fece sorgere, vi riunì, Mina, i suoi valorosi compagni. Ei sempre si trovava da tutte le parti circondato, non vi era un punto ch'egli potesse occupare senza essere subitamente assalito, nè in quello rimanere in posizione e difendersi. Due mila uomini uscironodi Pamplona con una cavalleria in proporzione, per discacciarlo da quei monti. Mina, come quello, che conosceva non esservi altro scampo, che nell'assalire, non li attese; mandò all'istante Gorriz alCarascal, verso la sinistra della città, onde da quella parte, l'attenzione del nemico attirare, con ordine di attaccare qualunque convoglio, o scorta, che per quella strada passasse. Riescì tale disposizione perfettamente: le truppe francesi, che si erano avanzate per più d'un miglio, furono tosto, pel terrore cagionato da Gorriz, frettolosamente richiamate; cadde alla cieca il governatore della piazza, nella fossa scavatagli, e credendo che tutta la banda di Mina fosse, dov'era Gorriz, e le altre strade fossero sicure, fece alla volta di Vittoria, un convoglio di sessanta carri, con munizioni e vettovaglie, nel momento partire. Era quello, scortato da duecento uomini, e ad un'ora approssimativamente d'intervallo, era da altri mille, seguito. Trovavasi Mina, quando seppe la partenza di quel convoglio, a tre ore di marcia, distante dalla posizione conveniente per attaccarlo, coi volontarj digiuni. Ei lasciò Cruchaga, il suo secondo in comando, col corpo principale della truppa, e si mise coi cavalli, e due compagnie di fanti, a dirittura in marcia. Ma,per quanto sia stata quella, precipitosa, il convoglio aveva già il luogo, dov'egli intendeva di attaccarlo, trapassato. Nondimeno la cavalleria corse a tutta briglia sopra la scorta, e quella, siccome contava sulla forza maggiore, che a corto intervallo la seguiva, e sull'assistenza eziandio della guarnigione diZurzunch'era solamente quasi mezz'ora da quel luogo, distante, abbandonò i carri, prese sopra d'una vicina sommità, conveniente posizione, e preparossi alla difesa. Impadronitosi Mina del convoglio, non ebbe tempo di compiutamente distruggere la scorta. Era importante assicurarsi delle munizioni assai più, che l'acquisto d'un ricchissimo bottino, per lui preziose. Ma per ciò conseguire, la facilità non era certo assai grande. Da due parti, l'avvicinava il nemico in forza, e da una terza giungeva la scorta per assalirlo. Sopravvenne la notte, e tutt'i lati erano in fuoco; successe una mischia generale; vennero i combattenti a pugnare a corpo a corpo. Era cosa impossibile, in questo frangente, di salvar tutta la preda. Mina pervenne a raccozzar la sua gente. Sarebbe stato ben contento di poter distruggere le provvigioni, e ritirarsi in sicurezza, ma essendo in un grido generale, di voler piuttosto perire che abbandonare oggetti di tanta utilità, i volontarj prorrotti, gli fù forza aderire al lorovoto. Caricatisi gl'individui della banda, i cartocci sulle spalle, ne portarono via il numero di sessanta mila, senza badare agli altri affetti, fra i quali, pure oggetti esistevano di gran tentazione. Ma si contentarono di trasportare, per quanto potevano, sole munizioni di guerra; incendiarono i carri della polvere, bruciarono tutte le rimanenti provvigioni, e colla preziosa loro preda, nei monti, da dov'erano partiti, si ritirarono.
Un'altra non men commendevole presa di convoglio, e degna di essere, come valevole esempio, esposta, dallo stesso Mina portata a felice risultamento, si è quella, ch'ebbe luogo nel tempo, che il re Giuseppe partì di Spagna, alla volta di Parigi per portarsi ad assistere al battesimo del figlio di Napoleone. Aveva Mina volontà di molestare quel re nel suo viaggio, ma non gli venne fatto, perchè troppo bene quegli conosceva il pericolo, per non prendere, prima di avventurarsi in viaggio, tutte le possibili, ed immaginabili precauzioni, ed ordinare, che tutt'i luoghi pericolosi della strada, venissero da una forza imponente occupati. Non dimeno Mina, sempre a quella, teneva l'occhio rivolto. In questo frattempo, sei mila Francesi da Pamplona, e Tudela, si disponevano a fare un movimento per discacciarlo daOstella. Dimostrandoegli di essere dal loro superior numero, impaurito, abbandonò quella piazza il 22 di marzo, e con tutta la sua banda, fece nella provincia di Alava, un'incursione. Giunse con tre de' suoi quattro battaglioni, e la cavalleria, nel mattino del giorno seguente, ad Orbiza, primo villaggio, che in quella provincia rinvenne. Il quarto battaglione passò per un'altra strada; ebbe Mina in quel villaggio notizia essere Massena, con una scorta di due mila uomini, aspettato in Vittoria, per dove si doveva alla volta di Francia indirizzare. La speranza di poter le forze sue con quelle d'un generale di tanta fama, una volta misurare, lusingava l'amor proprio di Mina, ed i suoi pensieri furono al modo di frastornare la marcia di quel maresciallo, immediatamente rivolti. Giunto la sera del giorno 24 verso le ore cinque, alPuerto di Azazeta, si fermò fino a notte oscura, pel timore, dovendo egli passare per le pianure vicino a Vittoria, di essere in quelle veduto dal nemico, ed assalito. Evitò per la stessa ragione, di entrare in alcun villaggio lungo il cammino; ed il giorno 25, alle quattro del mattino giunse inArtaban, montagna limitrofa traAlava, eGuipezeva; scelse il terreno; si mise in posizione; collocò un battaglione sulla sinistra della strada nei boschi, due sulladestra, e la cavalleria nel piano. Era sua intenzione di situare il quarto, quando arrivasse, in un boschetto, onde sorprendere ilretroguardonemico. Esisteva là vicino, soli sei miglia distante da Vittoria, un piccolo villaggio, tutti gli abitanti del quale senza eccezione de' vecchi, giovani, malati, donne, bambini, furono subito da Mina costretti a ritirarsi in un luogo da lui destinato nei monti, onde nessun di loro potesse dare al nemico, delle sue operazioni ragguaglio. Ei pose una guardia, con ordine di osservarli, e mantenerli quieti, e tranquilli per lo spazio di ore otto, passando per le armi, cioè alla bajonetta, chiunque puntualmente non obbedisse. Date quelle disposizioni, giunse un informatore con la notizia, che Massena era veramente arrivato a Vittoria, e che in vece di seguire il suo cammino, si sarebbe colà fermato, ma che un gran convoglio, con un generale in una carrozza, un colonello, un tenente colonello, e due donne in un'altra, mille e cento prigionieri, ed una scorta di due mila fanti, e due cento cavalli, era sul punto di partire. La speranza di liberare i prigionieri, compensò la non riuscita de' suoi disegni contro Massena. Non confidando implicitamente nell'informatore, per sicurezza contro gl'inganni, ordinò che fosse ad una punta sporgente di roccia, fortementelegato, quindi misegli una guardia con ordine di trucidarlo, se mai tentava di fuggire; ma nello stesso tempo gli promise una vistosa ricompensa, se la sua informazione si verificasse. Non si stette guari sospeso. Verso le ore otto comparvel'anti-guardonemico di cento fanti, e venti cavalli, che passarono senza essere molestati; un secondo distaccamento di trenta fanti, e dodeci cavalli, passò nello stesso modo. Imperciocchè non voleva Mina, coll'attaccare troppo presto, perdere l'oggetto, che si era proposto. Il grosso della truppa coi prigionieri, un numeroso convoglio di carri pieni di bottino, ed una delle carrozze, venne a poc'ora d'intervallo. Il battaglione situato alla sinistra, cominciò il fuoco, gli altri due dalla destra corsero addosso al nemico, e ne fecero una spaventevole generale strage. Gettaronsi, alla prima scarica, i prigionieri bocconi, per terra, evitando in quel modo, di cadere per mano de' loro stessi amici. Mina corse alla carrozza per salvare i passaggieri; i due uffiziali francesi rifiutarono di arrendersi, e colla sciabola valorosamente si difesero. Uno fù ammazzato, l'altro, che si chiamava il colonnello Laffitte, fù ferito, e fatto prigioniero in un con le donne che accompagnava. Comecchè messi in confusione, e terribilmente maltrattati, i Francesi,con la celerità d'una truppa ben disciplinata, ed esperimentata, furono in un subito riordinati, seicento fanti, cento cavalli del retroguardo, e l'altra carrozza, furono al primo fuoco mandati in dietro. La carrozza con la cavalleria si ritirò a Vittoria; la fanteria rimase, e si collocò sopra d'un'altura, da dove gli Spagnuoli che davano compimento alla loro vittoria, forte molestava. Dugento uomini della guarnigione francese diSalenas, vennero in soccorso dei loro compagni, ma furono respinti, e fino alle porte di quella fortezza, strettamente inseguiti. Il quarto battaglione di Mina giunse troppo tardi, per essere a parte della zuffa, ed i volontarj digiuni, e reduci da una marcia forzata di quindici ore; non dimeno, ad inseguire il nemico, pure ai commilitoni si unirono. In questo mentre, ebbero i Francesi da Vittoria nuovi rinforzi, la guarnigione diSalenasaumentata da una parte della guarnigione diMondragon, e da tutt'i punti circostanti delle vicinanze, si dimostrava di bel nuovo in attitudine offensiva. Mina, con gagliardìa sostenne la pugna ed ottenne di vincere la battaglia; durò cinque intere ore, senza intervallo. Non avevano gli Spagnuoli, dalle dieci del mattino del giorno antecedente, nè bevuto, nè mangiato, e pensò il condottiero essere cosa giudiziosa diassicurare quanto aveva guadagnato, piuttosto che ad una gloria incerta, quale sarebbe stata quella della loro completa distruzione, correre stoltamente dietro. Per la qual cosa, in un paese chiamatoZalduendo, distante sei ore dal campo di battaglia, col bottino si ritirò. Persero i Francesi l'intiero convoglio, e più di mille uomini, e fra gli uccisi fù rinvenuto un certo Val Buena, per l'addietro ajutante di campo del generale Castannos, il quale, rinnegata la fede alla patria, ed entrato al servizio degl'invasori, erasi per le sue crudeli azioni contro de' suoi compatrioti, acquistata una criminosa celebrità. Fù il bottino, doviziosissimo: mise Mina pel publico servizio, una parte del danaro in serbo, e presero i volontarj quanto fù loro dato trovare, e portare. Molti se ne viddero, tutti curvati sotto il peso di un carico d'oro, frutto della rapacità straniera, e dei saccheggi, che i nemici, d'apportare nella loro patria, s'affrettavano.
Dalla desposizione del modo di procedere di Mina, ai casi e situazioni differenti, adattandola, potrà il condottiero, una giusta idea formarsi, del modo con cui si debbano i convogli attaccare, e delle precauzioni necessarie per la buona riescita degli agguati, od imboscate, per le quali, gran segreto, somma prudenza,ed un ben diretto ardore, continuamente in questa guerra si esigono.