CAPITOLO VIII.DELLE FORTEZZE.

CAPITOLO VIII.DELLE FORTEZZE.Le fortezze che dagli uni si veggono, come indispensabili, e principal forza d'uno stato, dagli altri come inutili, anzi dannose, riputate; da Machiavelli e Guibert non corrispondenti nell'utile alle spese, ch'esigono, dichiarate, da Paruta, e Bausmard inalzate alle stelle, e di grande vantaggio considerate; nella guerra dei trenta, e dal gran Federico in quella dei sette anni, come oggetto il più degno di attirarsi le cure d'un generale, furono celebrate. Napoleone all'opposito, capitano di mente vasta, e di grandi concepimenti, conoscendo appieno che, dopo l'occupazione di tutto il territorio dello stato, della capitale, del governo, e di tutte le risorse, che alla difesa delle fortezze sono necessarie, quelle dovevano infallibilmente cadere; come oggetti secondarj capaci di contribuire alla occupazione del paese, non meno che ad assicurarne la conquista, solea considerarle. Ma se possano fra i tattici, e politici sull'utilità loro nei sistemi di attacco e difesa di uno statoin guerra regolare fra nazione, e nazione, o fra re, e re, tali nocevoli dispareri esistere; è però incontestabile che, se in una guerra d'insurrezione perviene un popolo al principio della contesa, o quindi ad impadronirsene, debbano le fortezze, di sommo vantaggio valutarsi. Imperciocchè ogni castello, rocca, fortezza, o piazza forte, potrebbero, non meno di base d'operazioni, alle bande del circondario, servire, che di deposito per le armi, polvere, vettovaglie, in somma per tutte le munizioni sì da guerra che da bocca, di punto di ritirata, qualora da ogni parte strettamente attaccate ed inseguite; d'ospedale pegli ammalati; di magazzeno pel bottino; di deposito pei cavalli; di arsenale per la fabbrica d'armi, e polvere da scoppio: vantaggi tutti indisputabili, che fortificando l'azione delle bande, possono la riuscita della contesa sommamente agevolare. E conversamente, di piccolo o di nessun nocumento saranno per essere le fortezze, se non si trovano dal popolo acquistate. In fatti il sistema della guerra nazionale d'insurrezione per bande, richiedendo, che tutta la superficie della penisola sia in ogni parte, in ogni direzione da drappelli d'armati coperta, che i villaggi, borghi, paesi, e città tutte all'annichilamento del comune nemico tutte le loroforze accoppino; in sì fatta guisa non sarà possibile a quello d'introdurre convogli nelle fortezze onde all'inevitabile mancanza delle munizioni di qualunque specie supplire, ed anche gli si renderan malagevoli, e pressocchè impossibili, od almeno infruttuose, lesortite. Se queste a piccola distanza dalla fortezza saranno spinte, dovendotutto, secondo questo sistema, essere devastato, o bruciato fino alla periferia dei raggi del centro strategico nemico, nulla gli avverrà di trovare, e se a maggior lontananza si deciderà di mandare i suoi distaccamenti, potranno esser quelli fuori della piazza, facilmente dalle bande tagliati e per tanto i spediti soldati, sempre nel rischio di essere tolti nel cammino, da questo mondo, oppure dalle fatiche spossati, vedendo le loro provvigioni predate, come tapini, al loro centro, malconci, e derelitti ritorneranno. Difficil cosa sarebbe, il dire se nel 1810 fosse in Catalogna il numero delle città spagnuole dai Francesi assediate od occupate, maggiore a quelle dalle bande nazionali, bloccate. Infatti le comunicazioni tra una piazza, e l'altra, erano talmente impedite, che non potevano i Francesi una lettera da Barcellona, fino a Gerona mandare, senza una scorta d'almeno cinquecento uomini per proteggerla, ed ordinariamentesuccedeva, che nè la lettera, nè la scorta potevano giungere al loro destino, ma bensì dovevano al luogo da dov'erano partite far ritorno, tutte le volte, che loro era dato di potere la loro quasi certa distruzione pel cammino, evitare. Oltracciò, tanto grande vantaggio da questo sistema di guerreggiare ne ridondava, che sebbene avessero i Francesi, mercè la loro disciplina e tattica, dieci battaglie campali, nel corso di sei anni, guadagnato, e di quasi tutte le piazze forti avessero il possesso; nulla dimeno, non fù loro, il durevole dominio d'un solo distretto della provincia, possibile ad assicurarsi.Tanto pell'esistenza nei secoli scorsi del sistema feudale, quanto per la divisione in che fin ad ora in differenti stati separati, fù tenuta, non meno, che per le molte guerre intestine, e forestiere da essa, per lo più a suo danno, ed a vantaggio degli stranieri sostenute; trovasi l'italica penisola, d'antichi castelli gli uni mezzi diroccati, gli altri ancora in buono stato coperta, sù d'eminenti punti, che signoreggian le vie situati, che ai feudatarii nei secoli scorsi appartenevano. Altissime torri, rocche di valevoli baluardi munite, fortezze di doppio muro cinte, vecchie cittadelle sprovvedute ed abbandonate, le une in pianura, le altresu rupi, che a profondissimi burroni e stretti sovrastano, sparse, in non picciolo numero in tal contrada rinvengonsi. Ma quantunque, ritrovinsi quei propugnacoli, quasi del tutto negletti, smantellati, ed a discrezione di fortuna in oggi dai possessori, lasciati, non per tanto impossibil cosa, dando principio alla guerra d'insurrezione, sarebbe, ad imitazione degli Spagnuoli, di riattarli, ed alla difesa come fortificazioni passaggiere, con sollecitudine apparecchiarli. Molte fortezze, ci dice il nostro Vacani, furono in quella guerra nella Spagna restaurate, e resero servigi importanti alla difesa generale, tali insomma, da dimostrare sempre più, quanto possa natura all'arte congiunta, nell'avvalorare gli sforzi generosi d'una paziente, e coraggiosa nazione.Stabilito dunque, che di sommo vantaggio, nella guerra di che trattiamo, sieno le fortezze, il conveniente modo di quelle prendere o difendere che in mano dei nemici o della nazione possano esistere; per quanto meglio ci fia possibile, ad esporre imprendiamo. Siccome non può un condottiero in questa guerra, finattantocchè colonne volanti o legioni di truppa regolare non siensi nelle provincie ordinate, avere a sua disposizione cannoni, nè macchine od utensili necessarj per un assedio, nè le variequalità d'armi riunire, che per la presa delle medesime, debbono l'una dall'altra in ajuto adoperarsi; nè avviene che per stratagemma, o per convenzione segreta con alcuni abitanti o difensori, potranno le bande, con successo, delle fortezze e propugnacoli, generalmente impossessarsi. Ed in fatti, deve degli stromenti necessarii ad un regolare assedio delle fortezze, un condottiero scarseggiare, nè può impedire, che vettovaglie non meno, che munizioni vengano in quelle, introdotte, nè far sì che per insopportabile inopia e rabbiosa fame sieno ad arrendersi costrette. Dovrà pertanto limitarsi di bloccarle, perchè quand'anche abbiano provvigioni a dovizia, desutile mai non sarà di tenerle in blocco e con quello il nemico molestare, ed in continuo servizio ed inquietudine il soldato avversario mantenere. Mina al blocco di Pamplona, con molti differenti modi, ora facendo sembianza d'attaccare, ora di fuggire, etc., i Francesi, travagliava, ed a stare costrignevali sulle loro guardie, di continuo rinchiusi. E se ad uscire baldanzosamente avventuravansi, facevagli col peggio indietro tornare. Così dovrà essere quel condottiero, come eccellente esemplare, da ogni altro condottiero, imitato. Aveva egli con un manifesto, guerra a morte e senza quartiere a qualunque Francese, uffiziale foss'egli, osoldato, indistintamente dichiarata: in ogni luogo ed in ogni tempo, con armi, o senza, in servizio o fuori d'azione, chiunque di quelli trovato si fosse; immantinenti esser doveva coll'assisasua di reggimento, e con unabollettasul petto portante l'inscrizione d'ordine di Mina, con le gambe in sù, e la testa in giù, ad uno degli alberi, lungo la strada, inesorabilmente appeso. Ogni casa, in che stato fosse un Francese, nascosto, ad essere in cenere ridotta, era condannata, ed a morte i padroni o gli abitanti di quella sentenziati. Se mai l'inimico da qualche abitante d'un villaggio, esservi in quello dei volontarj, avesse relazione, ricevuta, ed il numero di quelli non fosse maggiore di otto; un balzello di cinque cento ducati a quel villaggio che aveva informato, imponeva: e se qualche volontario fosse, per quella cagione, in mano dei nemici caduto, dava espresso comandamento, che a sorte quattro abitanti del villaggio si estraessero, ed in quello stante si archibugiassero. Era Pamplona e tutt'i villaggi, e case circostanti, dentro un raggio d'un miglio comprese, in istato d'assedio chiarita, ed a passare dentro quella linea, la pena di morte s'incorreva. Tenevano i distaccamenti astazzoin osservazione della linea, l'ordine preciso disparare addosso a chiunque oltre i limiti stabiliti, di scorrere s'avventurasse: e se avveniva, che la persona ferita o no, nelle loro mani giungesse, quella dovevano, senza indugio, all'albero più vicino per la gola impiccare. Aggiungeva inoltre, che qualunque persona con saggio avvedimento desiderasse Pamplona, durante quel tempo, abbandonare, sarebbe stata con l'umanità propria del carattere navarrese ricevuta, ma si doveva per ottenerne il permesso, a Mina personalmente presentare. Erano i militari d'ogni grado, a disertare invitati, con la promessa di lasciare a loro posta la scelta di militare negli eserciti spagnuoli, andare in Inghilterra od al loro paese ritornare. In qualunque di questi due ultimi casi, Mina di condurli salvi ad uno dei porti della costa marittima, loro, sopra sua fede, prometteva. Qualunque persona che avesse un disertore, ucciso, o tradito, o ricovero ed assistenza avessegli negato; dovevasi, tosto presa, da' volontarj, alla forca sospendere: ed a nessuno era dai limiti del rispettivo villaggio, in arbitrio di allontanarsi, senza d'un passaporto dell'alcalde, oRegidor, dal Parroco o da qualche ben conosciuto abitante in vece sua firmato. Chiunque, senza un regolare passaporto, fosse rinvenuto, comandava che fossepassato per le armi. I tenitori d'albergo e locande, erano sotto pena di morte, il passaporto a tutt'i loro ospiti, ed avventori, a domandare incaricati: e chiunque valido non l'esibisse, dovevano arrestare, ed alla più vicina banda rimetterlo. Se qualche villaggio sborsasse, od i primati di quello, il pagamento della multa di quarantapesetasper settimana, imposta dai Francesi, ai parenti ed amici dei volontarj sollecitassero; le proprietà di tutt'i magistrati, preti e persone influenti di quel villaggio, doveano a discrezione confiscarsi, ed una multaebdomadariadel doppio della somma di quella, ai padri, fratelli e congiunti delle persone dai Francesi in Pamplona impiegate, riceversi. Mina col suo manifesto imponeva, che in tutte le città, valli, etc., di Navarra, esser doveva in ogni quindici giorni, la prima e terza domenica del mese, in tutte le chiese dal prete officiante, letto e pubblicato; ed ogni qual volta ed in qualunque luogo stato fosse questo dovere trascurato od omesso; tutt'i magistrati, preti, notaj o scrivani della municipalità e due dei più influenti abitanti del paese, al supplizio inesorabilmente sentenziava.Questi furono i principali modi da Mina, durante il blocco di Pamplona praticati, chese indubitatamente non si possono come dolci e miti riconoscere; è però giuocoforza il convenire, doversi quelli nel genere di guerra di che trattiamo, come indispensabili, certamente stimare. Imperciocchè quegli esseri malvagi nel di cui core l'amor di patria non ha più forza, e quella, sono ad un vile timore, o personale riguardo, per immolare disposti; togliere si debbono di mezzo; ed al sistema di terrore dal nemico seguito, quello conviensi dialtro terrore, con giustizia opporre. Senza volerci nei molti particolari sopra di questi modi, arrestare, perchè pure alla guerra regolare appartengono; diremo non dimeno, che non mai una fortezza piccola o grande attaccare dovrassi, senz'aver prima tentato, con doni, con offerte, con promesse, da chi la comanda o dalla truppa, di difenderla incaricata, d'averne la cessione. Dice Pausania, al libro sesto, capitolo diecisette, «che i primi frà tutt'i popoli furono gli Spartani, che abbiano a forza di danaro, la fedeltà dei generali nemici, di sedurre tentato, ed a maggior gloria la vittoria venale, che quella col coraggio acquistata, s'attribuissero.» Ma se poscia, esauriti tutt'i mezzi di seduzione, duri vogliono i nemici alla difesa rimanere, essendo conveniente il sito, e vantaggiosa l'occupazione d'una data fortezza, giudicata,si dovrà da che vuol sorprenderla, con disegni, con modelli, per relazioni e con le proprie riconoscenze, perfettamente conoscere: quindi con una forza di molto superiore a quella del presidio, assalirla. Il più profondo secreto deve da chi comanda, essere mantenuto, ed il suo progetto, di quello in fuori, che a surrogarlo, in caso di morte, già trovisi destinato, e dai capi delle varie suddivisioni della sua truppa, in ciò che specificatamente e particolarmente loro appartenga, a nessuno, senza correre il più grande pericolo, dev'essere manifestato. Allorchè meno possano essere dai difensori prevedute, debbono le sorprese dei propugnacoli, effettuarsi. Le lunghe ed oscure notti d'inverno (dando tempo all'assalitore di giungere inaspettatamente da lontano, e fare i suoi preparativi, onde, due ore prima di giorno, dare la scalata alla piazza,) quelle operazioni notabilmente facilitano. Il vento, il freddo, la pioggia, rendendo pigre, ed intirizzite le vedette e le vegghie dei forti, a chi va per assalire, danno favore. Deve il condottiero dell'ora, in che il presidio le sue guardierilevae recasi ai baluardi a nuove sentinelle di gente fresca posare; essere diligentemente informato, ed alcune ore prima di quel momento, quando la guardia stanca bada con minore avvedutezzaalla difesa, con vigore attaccarlo. Varie bande unite sotto al comando d'un solo condottiero capo di quella operazione, potranno facilmente riescire. Sono queste sorprese ai fanti riservate, ma in di loro ajuto, una qualche piccola banda di cavalli, per decidere la zuffa nelle strade e piazze del paese, di molto converrebbe: ed altresì, allora quando da una grandissima distanza, si dovesse a quell'uopo, la truppa trasferire. Perciò nel loco distante due ore dalla piazza che si vuole attaccare, ed ove per prendere alcuna posa e mettersi in ordine pella divisata impresa, si fa il grand'alto, in groppa i fanti trasporteransi. Delle guide, informatori, spie, mercechè tali operazioni si maneggiano e delle necessarie cautele per non venire ingannato, e mancare all'intento, non ragioneremo, avendone in gran parte, nel capitolo 12 della prima parte, dove della spiagione abbiamo trattato, abbastanza discorso. Accenneremo dunque solo di passo, non doversi in quel caso le armi da fuoco mettere in uso, ma nel più profondo silenzio, all'arma bianca, quanti nemici ai posti avanzati s'incontrano, senza dare a nessuno di essi nemici campo a sparare, o fuggire, debbonsi tutti ammazzare: ed aggiungeremo, una volta giunti sulle mura, corpo a corpo e non collearmi di getto, essere di combattere, conveniente, ma solamente potersi quelle con vantaggio adoperare, quando già entrati nella piazza si vogliano gli abitanti, e difensori per più prestamente alla resa costringerli, con tiri spaventare. Tutt'i militari non solo, ma tutti gl'individui portanti armi, esser debbono sul posto a dirittura trucidati. Ai soli abitanti amici della patria, tranquilli e non a nostro danno armati, debbesi concedere benignamente quartiere. Diremo in oltre, che per evitare il difetto nelle sorprese assai frequente, vogliam dire, di non essere state le scale ben calcolate, debbonsi quelle di sufficiente lunghezza costruire, affinchè, fino sopra alle mura, giunger possano, e doversi pure quelle a due uomini, preferire, perchè oltre al vantaggio della maggior economia, molto più di coraggio, ed emulazione, deve negli aggressori, che in due alla stessa altezza trovansi a montare, indubitatamente infondere. Buona cosa pur sarà, se fattibile, di portare falconetti e cannoncini sopra dorso di mulo o sopra barelle, onde aprir le porte e le poterne, ed in mancanza dovrà farsi a quell'effetto, valevole uso di petardi, portar fascine, per riempire i fossi, che da una parte, o dall'altra del muro, possano rinvenirsi, portar mazze, ferri, spontoni, etc.,per rompere le porte di soccorso. Debbonsi dividere le forze in cinque squadre: una pell'attacco reale, un'altra pei falsi attacchi, la terza per far diversione, la quarta per rimanere di riserva, la quinta infine per assicurare la ritirata e guardare le spalle e gli stretti. Ognuna di queste, da un capo abile ed ardito comandata, qualora non riesca l'attacco reale ed alcuno dei drappelli dei falsi attacchi, ad entrare pervenga; alla gran corsa porteransi allora i due terzi di tutte le altre a congiungersi con quella, che già pone piede addentro, e mantenendo i rimanenti terzi un fuoco vivissimo e terribile, sempre più avvicineransi alla piazza, per l'attenzione delle truppe nemiche, sopra di loro attirare, ed impedire che a quelle attaccate, arrecato sia soccorso. Una volta nella fortezza entrate, dovranno le bande in tanti distaccamenti suddividersi; uno alla guardia del luogo per dove si è penetrato, immediatamente destinerassi, un secondo, per sostenere l'attacco, un terzo onde la porta dalla quale deve entrar la riserva, tosto aprire, un quarto per far il giro dei baluardi, un quinto per arrestare il comandante della piazza, tutto lo stato maggiore, e passarlo di botto per le armi, un sesto per assalire il corpo di guardia principale e tutt'i soldatiche lo compongono, esterminare, un settimo per coprire la porta della cittadella o castello, un ottavo per lo stess'oggetto, recherassi a quella dei quartieri, un nono per impossessarsi degli arsenali e magazzeni, un decimo per occupare le contrade, un undecimo dovrà mettersi in positura sulle piazze, un duodecimo arresterà tutt'i principali militari, civili, abitanti ed impiegati del paese, sotto guardia per custodirli. Avrà il condottiero questa fortezza, sorpresa o per tenerla, o per abbandonarla. Nel primo caso, stabilirà il presidio, e i danni portati dall'attacco, senza più altro aspettare, riparerà: ma nel secondo, tutto quanto gli conviene, e può portar via, non tralascierà di tosto acchiappare. Tutte le fortificazioni, egli farà, in modo da non poter più essere restaurate, rovinare: ed altresì invierà tutto quanto essere suppone al nemico di qualche utilità, in pronta e totale distruzione. Così, la maniera di sorprendere una fortezza, rapidamente accennata, senza degl'infiniti particolari ad un condottiero necessarissimi, nella spiegazione ingolfarci, locchè troppo a lungo ci condurrebbe, noi, coloro che sù di tal materia, istruzione vorrebbero, allo studio di tanti trattati sulla tattica inviamo, che del modo di portare tali sorprese ad effetto, imprendono particolarmente a spiegare. Potrebbersipure questi attacchi, di pieno giorno, intraprendere: ma della decisa superiorità della propria truppa e debolezza dell'avversa che senza pericolo di forte resistenza, si potesse ridurre, sarebbe di averne la certezza, mestieri. Per mezzo dell'astuzia e stratagemmi, puossi vincere la forza. Erodoto, al libro sesto, ci dice che buono, come abbiam ricordato e legittimo, qualunque mezzo potesse farli trionfare, gli Spartani consideravano, nè come cosa sconvenevole, usare della perfidia, nè la fede col nemico violare, per delitto avevano, quando della patria si trattava. Nel caso in che noi ci troviamo e nel sistema della nostra guerra, noi pure aver dobbiamo alle massime degli Spartani ricorso. E per impadronirsi d'un propugnacolo, non solo cercherà il condottiero di distruggere colla forza aperta il nemico, ma ben anche d'armi avvelenate, di carcasse, di razzi alla congreve etc., a tal proposito, maestrevolmente si varrà. Porrà opera inoltre onde materie fetide, sieno nella fortezza introdotte e che dalla morbosa loro infezione, appiccaticcie infermità, e maligna peste conseguano: con cautela i ruscelli, fontane, sorgenti, polle, insomma le acque tutte capaci a dissetare i difensori, dal loro ordinario corso devierà, o se fia che alcune lascii in quella penetrare,somma userà deligenza onde sieno previamente attossicate, e dolorosa subitanea morte a chi ne beve, succeda. Con astuzia farà sì, che i soldati stessi del nemico, da promesse, e regali sedotti, tolgano ai più influenti capi, agli uffiziali superiori, ed anche ai subalterni, la persona; ma dovrà sempre stare all'erta di non venire ingannato da chi, egli ingannare intenda. Molti altri sarebbero i stratagemmi, e le astuzie che indicare si potrebbero: solamente però di raccomandare la lettura di Pollieno, e Frontino che a lungo scrissero su di tal oggetto, ci contentiamo.Del modo di occupare una piazza per accordo particolare con qualche individuo, che apra le porte, ed in quella le bande di soppiatto introduca, a ragionare tuttavia ci rimane. Nella guerra nazionale in cui le più grandi, le più forti passioni dell'uomo trovansi con violenza eccitate, qualche astuto infingitore, che dal manto dell'ipocrisia coperto, serva per qualche tempo al nemico, e quindi un bel giorno, nelle mani della patria quella fortezza consegni, troppo malagevol cosa al certo non sarà di rintracciare, sopra tutto se si trova essere una piazza, in che d'abitanti civili numero competente, vi sia. In caso poi, che nessuno vi esista dalle sublimipassioni figlie dell'amor di patria stimolato, dovrà il condottiero a quelle persone appigliarsi, che dall'affetto per l'oro signoreggiate, od incostanti, o di una smisurata ambizione abbondevoli, o da un odio violento, e cieco, o dal desiderio di vendetta, essere trasportate s'avvegga, le quali baloccando, lusingando e vezzeggiando, potrà per loro mezzo, la fortezza ottenere. Somma diffidenza nelle persone, accuratezza nell'esame delle proposizioni, saranno dal condottiero impiegate, ostaggi, deposito dei beni nelle sue mani, da quei che debbono servirlo, come guarantigia della loro buona fede, non mancherà di richiedere, doviziose rimunerazioni in caso di buon successo, minaccia di esemplare castigo, e di morte infame in caso di rovescio, apertamente profferirà.Potrà il condottiero, per privato concerto co' cittadini, una mano de' suoi volontarj, nella piazza, di celato, introdurre, ed in casa della persona, con la quale tiene trattato, alloggiarli: potrà quella in un bel giorno, una porta, una poterna, un acquedotto, una latrina, per dargli il varco, all'ora, al momento dal condottiero determinato, aprire: mentre dassi la scalata alle mura, nel bollor dell'attacco, incendiando in varie parti la piazza, porgergliconvenevole ajuto; cospirare con gli abitanti, e per opinione, o per timore, in cooperazione alla resa della piazza portarli, ed a ciò, colle armi e coll'inganno cooperare. Se ferma è co' soldati la posta, potranno le velette, e le scolte, senza sparare o gridare all'armi, lasciarlo davanti le guardie quetamente passare, oppure ad un bel giorno, tutt'i loro superiori benanche avvelenare, finalmente in quelli sta di poter, senza rumore, la fortezza nelle sue mani, amichevolmente rimettere. Ma sarà sempre con quelli più che coicivili, di far le pratiche, pericoloso, ed assai maggiore diffidenza sarà con loro mestieri di usare. Onde la parte, sull'acconcio modo d'impadronirsi delle fortezze per privata consegna, di che preso abbiamo a tener ragionamento, compire; citeremo in esempio la presa di Figueras, fortezza delle più formidabili d'Europa, malagevole da pigliarsi se mai verun'altra ne fù, dalla natura e dall'arte resa fortissima, che comandata dal generale Guillot, al dire del generale San Ciro, alla pagina 272, cadde in potere di una mano di contadini in numero assai inferiore alla guarnigione dal rinomato condottiero, il dottore Rovira, capitanata. Ecco il nostro dotto Vacani, come spiegasi a tal proposito: «Era giustamentequell'epoca in cui l'armata di Catalogna veniva indebolita della truppa più attiva, ed in cui l'armata d'Aragona, ricevuto quel rinforzo, meditava maniera di adoperarlo prontamente, trovandosi l'un comandante d'armata a Saragozza, l'altro a Barcellona, Suchet, per radunare i mezzi, onde por mano al nuovo assedio, e Macdonald per aprirsi carriera colle poche sue truppe nell'alta Catalogna e liberare, se possibile, la linea d'operazione colla Francia: quando gli Spagnuoli, riconosciuto il bell'istante e cogliendolo da astuti, consumarono l'ardito loro piano di sorprendere Figueras. Erano in questa piazza due guardamagazzini catalani, di nome Zean, e Palapos, sotto al comando d'un capo commissario francese. Eglino avevano saputo ispirare tal confidenza, ch'eran loro lasciate le chiavi non meno de' magazzini interni che di quelli sotterranei che mettono ne' fossi della fortezza per la piccola poterna praticata sotto al ponte levatojo della porta principale. Il colonnello Rovira, di cui più volte si è parlato, come di uomo feroce, ed intraprendente, sedusse facilmente con pochissimo premio, quei due Spagnuoli, ebbe le chiavi di detta poterna, anzi tanta trovò in que' due l'affezione alla causa nazionale, che offerironsispontanee ad esporre ad ogni azzardo la propria vita per agevolargli il riacquisto della piazza, recandosi eglino stessi la notte che si fosse stabilito, ai magazzini onde aprirne agli aggressori l'accesso per didentro, e con accese faci illuminare ai loro passi il sito, guidargli ai quartieri del presidio, e del generale, e render in un istante solo, nulla la difesa ed intiera la vittoria. Ciò adunque stabilito, si trascelsero da Rovira settecento tra i più arditi micheletti dell'alta Catalogna, perchè affrontassero i primi pericoli ed aprissero ad una più numerosa colonna di truppe regolari, comandate dal generale Martinez, il passo alla conquista che gli sarebbe, in tal modo, agevolata. Tutto era pronto al principiare di aprile, per che si avesse in una notte ad eseguire la sorpresa: Macdonald rimanevasi isolato in Barcellona, Baraguey d'Illers era debole, e diviso tra Gerona, Hostalrich e la costa di Palamos, nè un più favorevole momento offerto si sarebbe per venire al riacquisto di Figueras, senza il timore di esservi di subito investiti. Non altro dunque, sembrava che si aspettasse, se non che la riunione di tutt'i corpi Spagnuoli, e la sortita dalla piazza della parte più attiva del presidio, che propriamente consisteva negl'Italiani sotto gliordini del capo battaglione Mazzoni. Accadde di fatto che nel mattino del dì 9 aprile, il governatore, allo scopo di raccogliere viveri d'intorno, e dissipare alcuni pochi attruppamenti che dicevansi formati nella valle limitrofa di Avinnonet, fece uscire la colonna italiana e porre a guardia dei bastioni e delle porte alcuni di quelli uomini che, pel momento inabili alla guerra, eran pure tenuti a deposito nel forte, perchè già volti a guarnigione e perchè questo era da tutti riputato inaccessibile a sorpresa.» E quindi l'istesso Vacani soggiunge: «Pertanto gli Spagnuoli, avendo maturato il loro piano di sorprenderlo, si tolsero il dì nove aprile, sotto gli ordini del colonello Rovira, dai monti di San Llorens e di Llers ed arrivarono fra il bujo d'una notte oscurissima e piovosa accanto all'acquedotto: di là salirono sullo spalto dell'opera a corno di san Zenone, entrarono dal nove al dieci di aprile non visti, nel cammino coperto, e mentre le guardie e sentinelle mollemente invigilate, riposavano silenziose in profonda quiete, sulla fede che loro era ispirata dall'altezza delle mura, e dallo stesso generale, scesero nel fosso e di soppiatto chini chini, fucile abbasso, le piastre al luccicare ricoperte, pervennero inosservati a toccar meta alla poterna, ove sicuri dell'evento, strepitoso,giacevansi ad aspettarli, i due Spagnuoli stipendiati nel forte da' Francesi.» Ed infine così prosegue: «Tutti dunque, e uffiziali e soldati, anco i più attivi, si giacevano inoperosi alla difesa, allorchè gli Spagnuoli penetrarono ne' magazzini sotterranei e di là francamente si volsero a disarmare la guardia napolitana che stavasi tranquilla a ponte alzato e porta chiusa all'ingresso principale: colà scambiaronsi i primi colpi di moschetto, i quali avvertirono non meno il presidio di un pericolo imprevisto, che la riserva spagnuola sullo spalto, di un successo già ottenuto. Accorre adunque subitamente quest'ultima sotto gli ordini del generale Martinez in sostegno di Rovira per lo stesso cammino ch'egli aveva battuto e che nessuno nel presidio, in quelle tenebre profonde, sapeva indovinare, e fù sì lesta nello spandersi nel forte in numero di tre mila combattenti, che in brevissimo tempo l'ebbe tutto occupato e saldamente conquistato, nulla ostante che que' pochi Italiani testè giunti dal difuori, radunandonsi i primi in sull'armi a quell'insolito rumore, siensi fatti di contro agli aggressori ed abbiano con essi impegnata una zuffa che fù breve ma animata, e costò alle due parti un equal numero di combattenti: trenta cinque furono gli uccisi o i feriti di queldrappello italiano nella mischia avvenuta nel mezzo della piazza; gli altri soverchiati da una forza assai maggiore, tentarono congiungersi con quelli raccolti tuttavia ne' quartieri o rinchiusi nelle basse scuderie. Ma prevenuti sull'un punto, e sull'altro dalla truppa spagnuola saggiamente divisa dall'avveduto generale Martinez, assecondato sempre da Rovira, da Dorguines, e dai due Palapos, dovettero essi pure soggiacere al disastro generale, e già fatto inevitabile. Il governatore che, sebbene più d'ogni altro, dovesse rispettare quel precetto:Che alla guerra è più a temersi lo stratagemma che la forza, l'ebbe anzi a vile, fù preso nelle stanze sue proprie, e nel tempo stesso furono presi tutti gli altri uffiziali che stavano nel forte.» Trattato avendo dei modi onde impossessarsi delle fortezze, che possono da un ardito ed avveduto condottiero essere con vantaggio in questa guerra impiegati, ci sarà ora necessario il metodo esporre per quelle difendere, quando sieno nelle nostre mani, e vengano dal nemico attaccate. Ma siccome tutta l'arte della difesa, nei precetti pella tattica consiste, e dei particolari, per la nostra guerra, non ve ne sono; perciò quel comandante che alla difesa d'una fortezza sarà dalla nazione destinato, dovrà quelli a puntino conoscere, ed a quelli del tutto uniformarsi:fitto sempre tenendo in mente che ogni pratica, ogni consiglio, ogni maneggio, ogni negozio, quando per la patria si combatte, allo scopo della resa coi nemici menato, deve a grave, ed imperdonabile delitto imputarsi. Nè breccie aperte, nè mancanza di viveri, nè malattie, nè peste, nè caduta del governo provisionale, nè mancanza di corrispondenze, nè mine, nè terremoti, debbono, per tener dell'evacuazione trattato, in questa guerra, sufficienti cagioni, considerarsi. A chi viene la difesa d'una fortezza dal popolo affidata, l'obbligo di quella fino all'ultimo sospiro difendere, e non mai col nemico pratiche usare, strettamente appartiene. Nulla dimeno se uno o più dei sopramentovati casi avvenissero, che la piazza in rischio certo ponessero di soggiacere alla forza maggiore; allora una generale e vigorosa sortita, gli sarà di tentare permesso, ed in quella, quanti più nemici cadrangli tra le mani, esterminando, e quindi colla sua truppa e cogli abitanti correre in bande ai monti, oppure con deciso accanimento combattendo, gloriosamente morire. Solo però nell'estremo caso, dovrassi alla generale sortita ricorrere e dopo aver date le disposizioni, affinchè all'entrar del nemico nella fortezza, tutte ad un tempo scoppino le mine, ed allora, allora ne vengaquella dalle fondamenta distrutta. Non trovando, in tal modo, il nemico nulla che di giovamento esser gli possa, in un ammasso di rovine soltanto consisterà la sua faticosa conquista.Onde in possesso della nazione insorta, possa una fortezza cadere, converrà che i soldati stessi, dal tiranno, od invasore, alla sua difesa comandati (accortisi la vera gloria nel contribuire alla publica felicità e non all'oppressione consistere) vergognandosi di contro la loro patria adoperarsi, agli oppressori disubbidiscano, e per la buona cosa si dichiarino; che dagli abitanti renitenti, i soldati soverchiati, e compressi, vengano all'arrendimento costretti, e sian le porte ai veri Italiani sbarrate; che i civili e i militari sullo stesso oggetto d'accordo, a gara l'ingresso favoriscano nei modi già indicati o che per ultimo, improvvisamente si occupino, se come inservibili dai tiranni tenute, e nella nostra guerra, di somma utilità considerate, facilmente (non avendo gente alla difesa) sorprese dalle bande esser possano. Quelle fortezze nelle mani della nazione cadranno, o al primo scoppio dell'insurrezione, o dopo d'essersi stabilito il governo provisionale. Se nel primo caso, ai condottieri principali e particolari operanti nella provincia e circondario, la cura di provvedere allaloro difesa, senza dubbio appartiene. Se nel secondo, sarà dovere dei consigli, assemblee, consulta etc., coi mezzi forniti dalla provincia, o dall'intero stato, di sostenerle e difenderle.Se una piazza isolata senz'abitanti, fia che venga della forza nazionale militare, in potere; dovrassi, secondo i principj della guerra regolare, sostenerla, ed ai condottieri dovranno sufficienti difensori presi nella provincia essere aggiunti, che coi militari, secondo il sistema regolare, agiscano ed alla difesa concorrano. Se fosse il presidio numeroso ed aumento non comportasse; una competente parte dell'antica guarnigione, con nuovi giovani dall'entusiasmo guidati, scambiar con destrezza converrebbe, e la parte uscente, per separati drappelli, ad altri propugnacoli inviare in guarnigione, ed in campo, per bande, disseminare. Dovrà pur essere il comandante persona dabbene e devota alla patria, che goda dell'intera confidenza della nazione, ed aver dee guarentigie di antecedenti fatti che sua fedeltà alla causa e capacità militare, pienamente mallevino. Se abitanti nella piazza vi fossero per contrarj alla buona causa conosciuti, ben bene esser dovranno osservati e contenuti. Ma se all'opposito quelli, com'è probabile,da generosi sentimenti d'amor di patria animati saranno; allora, quantunque sia le precauzioni sempre cosa buona da considerarsi, nondimeno cesseranno di essere d'assoluta necessità, e quegli abitanti che robusti e ben disposti, saranno di fare tutto il servizio eguale alla truppa di linea capaci, in corpi regolari si arroleranno e gli altri abitanti non arrolati nella linea, verranno eziandio, come stanziali, in decurie e centurie ordinati, ed avranno pure i loro luoghi per la defesa in caso di attacco, assegnati. Quando la truppa fosse stata dagli abitanti a cedere costretta, perchè quelli erano i più forti allora, dovendo i soldati ed uffiziali come nemici della buona causa essere supposti, epperciò ammazzati, si dovrà nella fortezza un competente corpo di truppe introdurre, all'uopo di ordinare gli abitanti alla difesa ed in quella ajutarli e dirigerli. In tutti gli altri suddetti casi, la truppa che occupa le fortezze, difenderalle. Non disagevol cosa sarà al provisionale governo di provvedervi: ma grandi e forti difficoltà, innumerevoli ostacoli, a' condottieri e fortezze frapporranno. Imperciocchè dovranno essi colla scarsità de' mezzi, quasi continuamente combattere. Non dimeno, con perspicacia ed attività, dallo spirito publico assecondati,per venirne a capo, insuperabile malagevolezza, non incontreranno. Le bande guerreggianti nel circondario delle fortezze, fino a che non esistano le colonne volanti e le legioni, come gli eserciti d'operazione, si dovranno in sostegno e sollievo della piazza adoperare. Non essendo lo scopo nostro di minutamente, i mezzi di cui si debba far uso per la difesa, indagare ed esporre, perchè alla guerra regolare appartengono, ci contenteremo poche maravigliose cittadine difese ai nostri leggitori citare che durante la guerra di Spagna contro di Napoleone, fecero il mondo intiero stupefatto rimanere: per la qualcosa saranno mai sempre Saragozza e Gerona, come alti esempii di virtù patria, dalla posterità venerate. Così il nostro Vacani spiegasi in proposito della prima: «Finalmente richiesta a grandi sagrifizi per la causa nazionale in questa guerra provocata contro l'imperatore de' Francesi, essa sviluppò nella difesa quell'amore di patria per cui facevano prodigj i Greci, ed i Romani, quello spirito stesso di pietà, e d'orgoglio nei combattimenti onde s'illustrarono gli erranti delle crociate, quell'odio alla tirannia che rese a libertà i Svizzeri, i Batavi, gli Americani.» In fatti quai sforzi inauditi non fece? Ecco come prosegueil già citato autore: «Quello che più de' far ammirare il sangue freddo, e la virtù dei cittadini, si è lo aver essi trincerato nell'interno della piazza, tutte le contrade, sbarrate le porte, e le finestre delle case, aperti tutti i muri con troniere, praticati passaggi difensivi dall'un punto all'altro, e trasformata ogni casa in ridotto, ogni convento in cittadella, o piazza d'arme, od arsenale, e fatto per tal modo dell'intiera città una rete di forti inestricabile, essendo sodamente stabilito nella mente dei difensori di non rendersi nè alla perdita del primo recinto, nè a quella del primo, o second'ordine di ostacoli interiori, nè ancor che ristretti in poca parte della città, ma di farsi agli estremi buon riparo di questa, per passare sull'altra riva dell'Ebro nel sobborgo parimenti trincerato, ed ove prolungar non si potesse la difesa, uscire al campo, per quel lato men coperto da nemici, evadersi, e raccogliersi ne' monti a nuova guerra.» Dalla pertinacia di quella difesa non men che da quella di Gerona, puossi toccar con mano quanto sia di sostenersi una fortezza capace, ove i cittadini colla truppa concorrono. Valgaci quanto dal generale San Ciro, rispettivamente a questa seconda piazza, viene alla pagina 285 del suo giornale, esposto, ondela nostra asserzione corroborare: «Le più belle difese fatte dalle truppe, non si avvicinano a quelle eseguite dagli abitanti, quando per un fanatismo qualunque, i loro occhi sono stati chiusi a tutt'i pericoli ed il cuore di essi, ad ogni timore. Senza cercar prove fuori di Catalogna, si paragoni la difesa di Rosas con quella di Gerona. Nella prima non vi erano che soldati, nell'altra i soldati erano sostenuti, o per meglio dire dominati dagli abitanti. Prendiamo un esempio ancor più ristretto nell'ultima di queste piazze. Il forte Monjuich non fù difeso che dalla truppa di linea, e fù certamente ben difeso; ma dal momento che vi si fece una breccia praticabile, o che i lavori degli assedianti furono sufficientemente vicini per dargli speranza d'impadronirsene, e che la riescita pareva possibile; fù tosto evacuato dalla guarnigione: mentre chè, malgrado le quattro breccie esistenti nel corpo della piazza di Gerona, breccie, che molti generali ed uffiziali superiori francesi avevano giudicate praticabilissime, poichè trenta piazze nelle ultime guerre s'erano rese in migliore situazione, senza che l'onore delle guarnigioni incaricate della loro difesa sia stato menomato; malgrado quelle quattro breccie, la guarnigione di Gerona, non si perdè d'animonel giorno diciannove settembre, seguente all'attacco vigoroso e simultaneo di quattro colonne che si presentarono in pien giorno per darle la scalata: e ciò perchè si trovava sostenuta ed incoraggita dalla vista dell'intiera popolazione della città, bene o male armata, e senza distinzione di stato e di sesso, che voleva concorrere nel pericolo e guarniva i baluardi. La giberna e lo schioppo si vedevano sulla sottana del frate e del prete, come sull'abito del crociato e del simplice artigiano, la minima agitazione dell'aria faceva sventolare e scoprire i nastri, coi quali si distinguevano le donne della compagnia di santaBarbara, delle quali alcune acquistarono in quel giorno la ricompensa e distinzione dei bravi. Quanti motivi di emulazione per gli uomini che componevano la guarnigione! Potevan essi forse far meno di quelle eroine dell'amor di patria? Potevano essi cedere in valore alle donne? Si osservi presso questo quadro, una difesa alla quale gli abitanti non prendano parte. Essi non pensano che alla loro conservazione, a quella delle loro case ed industria, sollecitano ed anche minacciano il comandante che fa la resistenza prescritta dal suo dovere, ma che gli rovina e porta la distruzione della loro città. Aggiungansi a ciò i lorosforzi, i loro maneggi per disanimare il soldato, ammutinarlo, etc. Qual contrasto! Abbiamo noi per tanto ad asserire, che la difesa d'una piazza non può essere intiera, quando non sia fatto dagli abitanti ajutati dalla truppa regolare? Dobbiam noi assicurare che non ve n'esiste, per poco che siano fortificate, le quali non sieno, in quel caso, suscettibili della più lunga difesa? E che una città come Gerona, non sarebbe mai stata presa, se l'esercito destinato per la difesa di Catalogna, ed in conseguenza per soccorrerla, avesse dimostrato un poco più di vigore, e se il suo morale non fosse stato così depresso, com'era e doveva esserlo, dopo la perdita di quattro battaglie seguite da altrettante rotte? I difensori di Gerona hanno spiegata la massima energia e niente omisero di quanto poteva procurar loro il vantaggio. Ritennero nella piazza trecento disertori napolitani e sempre gli opponevano all'esercito francese sulle breccie e nelle sortite, perchè conoscendo essi la sorte che loro aspettava, se quello fosse vincitore, erano sicuri che avrebbero combattuto con l'accanimento della disperazione: profittarono dell'entusiasmo degli abitanti e se ne valsero con grande vantaggio. Finalmente io credo loro non potersicontestare che abbiano fatto tutto quanto un militare, od un cittadino bramoso di difendere una piazza fino all'estremo, dovrà sempre fare quando sarà fortunato abbastanza per incontrare tutte, o almeno parte di quelle circostanze, in che si trovò il generale Alvarez, difensore di Gerona nel 1809.»Puossi ancora un altro caso presentare che, sebbene difficile in una guerra d'insurrezione nazionale; non dimeno è pure possibile, cioè che la truppa d'una fortezza si dichiari per la patria, e che gli abitanti sieno a quella contrarj. Allora dovrà essere spezial cura dei condottieri di aumentare e fortificare la guarnigione, e tutte le misure prendere, onde i danni che dalla sinistra intenzione degli abitanti nascere potrebbono, con profitto evitare. Al qual uopo, avendo il comandante che tutti si siano delle necessarie vettovaglie forniti pel tempo determinato, esattamente provvisto; fuori della piazza gl'inutili spingerà, sotto qualche pretesto tutti gli abitanti disarmerà, facendoli con numerose pattuglie contenere, ond'esse, circolando di continuo per la città, il buon ordine affermino, ed i suoi regolamenti ed ordini facciano eseguire, per mezzo de' quali le riunioni tumultuarie, gridi, domande e richieste collettive, le parole sediziose, etendenti a disanimare i difensori, saranno con severità proibite. Per la qualcosa tutt'i trasgressori de' suoi ordini, (senza emanciparsi il comandante, in detrimento della patria ed in pericolo suo e della piazza, ad essere pietoso) dovranno con capital pena, essere castigati. Farassi insomma da quegli abitanti temere, e per ovviare alla commistione dannosa in tal circostanza dei cittadini colla truppa, tutt'i meccanici del paese tenendo pel servizio della fortezza salariati, in continuo lavoro intratterralli. Altri al servizio dei forni, dei magazzeni e degli ospedali separatamente destinerà; tutti, a recar cibo e bevanda ai soldati che sono alle mura, alle porte, alle poterne, alle guardie avvanzate, previamente scelti, troveransi in continuo movimento. Quanti rimangano degli abitanti, in tante squadre, quanti quartieri vi sono nella città, dovrà ordinare. Resteranno questi continuamente di guardia, ma solo un terzo alla volta d'attivo servizio, onde l'incendio della città, prevenendo, impedire; di molle, crocchi, accette, scale e secchie muniti, le palle roventi dal nemico gettate, raccoglieranno, onde nell'acqua che a quell'uopo, in ogni casa si terrà, tosto s'immergano, i progressi delle fiamme da una casa all'altra (che pure colle pompe cercheranno dispegnere) tagliando, rovinando, rompendo, opportunamente si arrestino. Ogni squadra dovrà del suo quartiere occuparsi, e solamente in un caso urgente, e per ordine del comandante, potranno alcune volte, i varii terzi in riposo, essere, in un punto determinato, fuori del loro quartiere, chiamati e riuniti. Con severità quest'ordine mantenuto, ciascun abitante disarmato, al suo quartiere confinato, non potrà i volontarj con artifizii sedurre, e nemmeno, il suo timore, malcontento e cattive intenzioni agli altri concittadini comunicando, portar nocumento alla causa e la difesa impedire.In qualunque piazza, nella quale vi siano degli abitanti civili, procederà il comandante, a far loro prestar un solenne giuramento, prima d'intraprendere le operazioni. Tutti, di non mai cedere al nemico la piazza qualunque possa essere la sua situazione, giureranno, a che dovranno aggiungere la dichiarazione di doversi ammazzare chiunque sia, la parola,capitolazione, per pronunziare. Oltracciò faranno solenne sacramento di voler piuttosto un ammasso di gloriosi cadaveri sepolti sotto le rovine degli edifizj e delle mura della piazza, addivenire, che di vivere avviliti e coi barbarinegoziare, che veri e forti italiani, piuttostoche cedere, soffriranno e se d'uopo sarà morranno; tutto meno acerbo della schiavitù, doversi da uomini considerare!....... Se fosse la piazza investita ed attaccata, dovrà il comandante, passo a passo, difenderla, e quando soverchiato dal numero de' nemici, fia che si vegga, e che quelli, nell'interno, nel centro, nella piazza della fortezza, già siano penetrati, e nè di salvarla, nè di uscire, più non vegga speranza, ma solo di aprirsi disperatamente un passaggio nelle linea dell'avversario gli rimanga; allora da sè stesso nella parte principale, e da suoi confidenti nelle altre, alle miccie delle molte mine, che prima dell'avvicinarsi del nemico avrà preparate, e ben visitate, sarà la decisiva fiammella, con decisione, appiccata, e così nemici, abitanti, e truppa tutti ai baluardi, edifici e mura della piazza congiunti, con orrendo, e strepitoso scoppio, in generoso sacrifizio alla patria, di botto in aria sfracellati, salteranno e saranno per tal modo al nemico, le vittorie in Italia funeste!

Le fortezze che dagli uni si veggono, come indispensabili, e principal forza d'uno stato, dagli altri come inutili, anzi dannose, riputate; da Machiavelli e Guibert non corrispondenti nell'utile alle spese, ch'esigono, dichiarate, da Paruta, e Bausmard inalzate alle stelle, e di grande vantaggio considerate; nella guerra dei trenta, e dal gran Federico in quella dei sette anni, come oggetto il più degno di attirarsi le cure d'un generale, furono celebrate. Napoleone all'opposito, capitano di mente vasta, e di grandi concepimenti, conoscendo appieno che, dopo l'occupazione di tutto il territorio dello stato, della capitale, del governo, e di tutte le risorse, che alla difesa delle fortezze sono necessarie, quelle dovevano infallibilmente cadere; come oggetti secondarj capaci di contribuire alla occupazione del paese, non meno che ad assicurarne la conquista, solea considerarle. Ma se possano fra i tattici, e politici sull'utilità loro nei sistemi di attacco e difesa di uno statoin guerra regolare fra nazione, e nazione, o fra re, e re, tali nocevoli dispareri esistere; è però incontestabile che, se in una guerra d'insurrezione perviene un popolo al principio della contesa, o quindi ad impadronirsene, debbano le fortezze, di sommo vantaggio valutarsi. Imperciocchè ogni castello, rocca, fortezza, o piazza forte, potrebbero, non meno di base d'operazioni, alle bande del circondario, servire, che di deposito per le armi, polvere, vettovaglie, in somma per tutte le munizioni sì da guerra che da bocca, di punto di ritirata, qualora da ogni parte strettamente attaccate ed inseguite; d'ospedale pegli ammalati; di magazzeno pel bottino; di deposito pei cavalli; di arsenale per la fabbrica d'armi, e polvere da scoppio: vantaggi tutti indisputabili, che fortificando l'azione delle bande, possono la riuscita della contesa sommamente agevolare. E conversamente, di piccolo o di nessun nocumento saranno per essere le fortezze, se non si trovano dal popolo acquistate. In fatti il sistema della guerra nazionale d'insurrezione per bande, richiedendo, che tutta la superficie della penisola sia in ogni parte, in ogni direzione da drappelli d'armati coperta, che i villaggi, borghi, paesi, e città tutte all'annichilamento del comune nemico tutte le loroforze accoppino; in sì fatta guisa non sarà possibile a quello d'introdurre convogli nelle fortezze onde all'inevitabile mancanza delle munizioni di qualunque specie supplire, ed anche gli si renderan malagevoli, e pressocchè impossibili, od almeno infruttuose, lesortite. Se queste a piccola distanza dalla fortezza saranno spinte, dovendotutto, secondo questo sistema, essere devastato, o bruciato fino alla periferia dei raggi del centro strategico nemico, nulla gli avverrà di trovare, e se a maggior lontananza si deciderà di mandare i suoi distaccamenti, potranno esser quelli fuori della piazza, facilmente dalle bande tagliati e per tanto i spediti soldati, sempre nel rischio di essere tolti nel cammino, da questo mondo, oppure dalle fatiche spossati, vedendo le loro provvigioni predate, come tapini, al loro centro, malconci, e derelitti ritorneranno. Difficil cosa sarebbe, il dire se nel 1810 fosse in Catalogna il numero delle città spagnuole dai Francesi assediate od occupate, maggiore a quelle dalle bande nazionali, bloccate. Infatti le comunicazioni tra una piazza, e l'altra, erano talmente impedite, che non potevano i Francesi una lettera da Barcellona, fino a Gerona mandare, senza una scorta d'almeno cinquecento uomini per proteggerla, ed ordinariamentesuccedeva, che nè la lettera, nè la scorta potevano giungere al loro destino, ma bensì dovevano al luogo da dov'erano partite far ritorno, tutte le volte, che loro era dato di potere la loro quasi certa distruzione pel cammino, evitare. Oltracciò, tanto grande vantaggio da questo sistema di guerreggiare ne ridondava, che sebbene avessero i Francesi, mercè la loro disciplina e tattica, dieci battaglie campali, nel corso di sei anni, guadagnato, e di quasi tutte le piazze forti avessero il possesso; nulla dimeno, non fù loro, il durevole dominio d'un solo distretto della provincia, possibile ad assicurarsi.

Tanto pell'esistenza nei secoli scorsi del sistema feudale, quanto per la divisione in che fin ad ora in differenti stati separati, fù tenuta, non meno, che per le molte guerre intestine, e forestiere da essa, per lo più a suo danno, ed a vantaggio degli stranieri sostenute; trovasi l'italica penisola, d'antichi castelli gli uni mezzi diroccati, gli altri ancora in buono stato coperta, sù d'eminenti punti, che signoreggian le vie situati, che ai feudatarii nei secoli scorsi appartenevano. Altissime torri, rocche di valevoli baluardi munite, fortezze di doppio muro cinte, vecchie cittadelle sprovvedute ed abbandonate, le une in pianura, le altresu rupi, che a profondissimi burroni e stretti sovrastano, sparse, in non picciolo numero in tal contrada rinvengonsi. Ma quantunque, ritrovinsi quei propugnacoli, quasi del tutto negletti, smantellati, ed a discrezione di fortuna in oggi dai possessori, lasciati, non per tanto impossibil cosa, dando principio alla guerra d'insurrezione, sarebbe, ad imitazione degli Spagnuoli, di riattarli, ed alla difesa come fortificazioni passaggiere, con sollecitudine apparecchiarli. Molte fortezze, ci dice il nostro Vacani, furono in quella guerra nella Spagna restaurate, e resero servigi importanti alla difesa generale, tali insomma, da dimostrare sempre più, quanto possa natura all'arte congiunta, nell'avvalorare gli sforzi generosi d'una paziente, e coraggiosa nazione.

Stabilito dunque, che di sommo vantaggio, nella guerra di che trattiamo, sieno le fortezze, il conveniente modo di quelle prendere o difendere che in mano dei nemici o della nazione possano esistere; per quanto meglio ci fia possibile, ad esporre imprendiamo. Siccome non può un condottiero in questa guerra, finattantocchè colonne volanti o legioni di truppa regolare non siensi nelle provincie ordinate, avere a sua disposizione cannoni, nè macchine od utensili necessarj per un assedio, nè le variequalità d'armi riunire, che per la presa delle medesime, debbono l'una dall'altra in ajuto adoperarsi; nè avviene che per stratagemma, o per convenzione segreta con alcuni abitanti o difensori, potranno le bande, con successo, delle fortezze e propugnacoli, generalmente impossessarsi. Ed in fatti, deve degli stromenti necessarii ad un regolare assedio delle fortezze, un condottiero scarseggiare, nè può impedire, che vettovaglie non meno, che munizioni vengano in quelle, introdotte, nè far sì che per insopportabile inopia e rabbiosa fame sieno ad arrendersi costrette. Dovrà pertanto limitarsi di bloccarle, perchè quand'anche abbiano provvigioni a dovizia, desutile mai non sarà di tenerle in blocco e con quello il nemico molestare, ed in continuo servizio ed inquietudine il soldato avversario mantenere. Mina al blocco di Pamplona, con molti differenti modi, ora facendo sembianza d'attaccare, ora di fuggire, etc., i Francesi, travagliava, ed a stare costrignevali sulle loro guardie, di continuo rinchiusi. E se ad uscire baldanzosamente avventuravansi, facevagli col peggio indietro tornare. Così dovrà essere quel condottiero, come eccellente esemplare, da ogni altro condottiero, imitato. Aveva egli con un manifesto, guerra a morte e senza quartiere a qualunque Francese, uffiziale foss'egli, osoldato, indistintamente dichiarata: in ogni luogo ed in ogni tempo, con armi, o senza, in servizio o fuori d'azione, chiunque di quelli trovato si fosse; immantinenti esser doveva coll'assisasua di reggimento, e con unabollettasul petto portante l'inscrizione d'ordine di Mina, con le gambe in sù, e la testa in giù, ad uno degli alberi, lungo la strada, inesorabilmente appeso. Ogni casa, in che stato fosse un Francese, nascosto, ad essere in cenere ridotta, era condannata, ed a morte i padroni o gli abitanti di quella sentenziati. Se mai l'inimico da qualche abitante d'un villaggio, esservi in quello dei volontarj, avesse relazione, ricevuta, ed il numero di quelli non fosse maggiore di otto; un balzello di cinque cento ducati a quel villaggio che aveva informato, imponeva: e se qualche volontario fosse, per quella cagione, in mano dei nemici caduto, dava espresso comandamento, che a sorte quattro abitanti del villaggio si estraessero, ed in quello stante si archibugiassero. Era Pamplona e tutt'i villaggi, e case circostanti, dentro un raggio d'un miglio comprese, in istato d'assedio chiarita, ed a passare dentro quella linea, la pena di morte s'incorreva. Tenevano i distaccamenti astazzoin osservazione della linea, l'ordine preciso disparare addosso a chiunque oltre i limiti stabiliti, di scorrere s'avventurasse: e se avveniva, che la persona ferita o no, nelle loro mani giungesse, quella dovevano, senza indugio, all'albero più vicino per la gola impiccare. Aggiungeva inoltre, che qualunque persona con saggio avvedimento desiderasse Pamplona, durante quel tempo, abbandonare, sarebbe stata con l'umanità propria del carattere navarrese ricevuta, ma si doveva per ottenerne il permesso, a Mina personalmente presentare. Erano i militari d'ogni grado, a disertare invitati, con la promessa di lasciare a loro posta la scelta di militare negli eserciti spagnuoli, andare in Inghilterra od al loro paese ritornare. In qualunque di questi due ultimi casi, Mina di condurli salvi ad uno dei porti della costa marittima, loro, sopra sua fede, prometteva. Qualunque persona che avesse un disertore, ucciso, o tradito, o ricovero ed assistenza avessegli negato; dovevasi, tosto presa, da' volontarj, alla forca sospendere: ed a nessuno era dai limiti del rispettivo villaggio, in arbitrio di allontanarsi, senza d'un passaporto dell'alcalde, oRegidor, dal Parroco o da qualche ben conosciuto abitante in vece sua firmato. Chiunque, senza un regolare passaporto, fosse rinvenuto, comandava che fossepassato per le armi. I tenitori d'albergo e locande, erano sotto pena di morte, il passaporto a tutt'i loro ospiti, ed avventori, a domandare incaricati: e chiunque valido non l'esibisse, dovevano arrestare, ed alla più vicina banda rimetterlo. Se qualche villaggio sborsasse, od i primati di quello, il pagamento della multa di quarantapesetasper settimana, imposta dai Francesi, ai parenti ed amici dei volontarj sollecitassero; le proprietà di tutt'i magistrati, preti e persone influenti di quel villaggio, doveano a discrezione confiscarsi, ed una multaebdomadariadel doppio della somma di quella, ai padri, fratelli e congiunti delle persone dai Francesi in Pamplona impiegate, riceversi. Mina col suo manifesto imponeva, che in tutte le città, valli, etc., di Navarra, esser doveva in ogni quindici giorni, la prima e terza domenica del mese, in tutte le chiese dal prete officiante, letto e pubblicato; ed ogni qual volta ed in qualunque luogo stato fosse questo dovere trascurato od omesso; tutt'i magistrati, preti, notaj o scrivani della municipalità e due dei più influenti abitanti del paese, al supplizio inesorabilmente sentenziava.

Questi furono i principali modi da Mina, durante il blocco di Pamplona praticati, chese indubitatamente non si possono come dolci e miti riconoscere; è però giuocoforza il convenire, doversi quelli nel genere di guerra di che trattiamo, come indispensabili, certamente stimare. Imperciocchè quegli esseri malvagi nel di cui core l'amor di patria non ha più forza, e quella, sono ad un vile timore, o personale riguardo, per immolare disposti; togliere si debbono di mezzo; ed al sistema di terrore dal nemico seguito, quello conviensi dialtro terrore, con giustizia opporre. Senza volerci nei molti particolari sopra di questi modi, arrestare, perchè pure alla guerra regolare appartengono; diremo non dimeno, che non mai una fortezza piccola o grande attaccare dovrassi, senz'aver prima tentato, con doni, con offerte, con promesse, da chi la comanda o dalla truppa, di difenderla incaricata, d'averne la cessione. Dice Pausania, al libro sesto, capitolo diecisette, «che i primi frà tutt'i popoli furono gli Spartani, che abbiano a forza di danaro, la fedeltà dei generali nemici, di sedurre tentato, ed a maggior gloria la vittoria venale, che quella col coraggio acquistata, s'attribuissero.» Ma se poscia, esauriti tutt'i mezzi di seduzione, duri vogliono i nemici alla difesa rimanere, essendo conveniente il sito, e vantaggiosa l'occupazione d'una data fortezza, giudicata,si dovrà da che vuol sorprenderla, con disegni, con modelli, per relazioni e con le proprie riconoscenze, perfettamente conoscere: quindi con una forza di molto superiore a quella del presidio, assalirla. Il più profondo secreto deve da chi comanda, essere mantenuto, ed il suo progetto, di quello in fuori, che a surrogarlo, in caso di morte, già trovisi destinato, e dai capi delle varie suddivisioni della sua truppa, in ciò che specificatamente e particolarmente loro appartenga, a nessuno, senza correre il più grande pericolo, dev'essere manifestato. Allorchè meno possano essere dai difensori prevedute, debbono le sorprese dei propugnacoli, effettuarsi. Le lunghe ed oscure notti d'inverno (dando tempo all'assalitore di giungere inaspettatamente da lontano, e fare i suoi preparativi, onde, due ore prima di giorno, dare la scalata alla piazza,) quelle operazioni notabilmente facilitano. Il vento, il freddo, la pioggia, rendendo pigre, ed intirizzite le vedette e le vegghie dei forti, a chi va per assalire, danno favore. Deve il condottiero dell'ora, in che il presidio le sue guardierilevae recasi ai baluardi a nuove sentinelle di gente fresca posare; essere diligentemente informato, ed alcune ore prima di quel momento, quando la guardia stanca bada con minore avvedutezzaalla difesa, con vigore attaccarlo. Varie bande unite sotto al comando d'un solo condottiero capo di quella operazione, potranno facilmente riescire. Sono queste sorprese ai fanti riservate, ma in di loro ajuto, una qualche piccola banda di cavalli, per decidere la zuffa nelle strade e piazze del paese, di molto converrebbe: ed altresì, allora quando da una grandissima distanza, si dovesse a quell'uopo, la truppa trasferire. Perciò nel loco distante due ore dalla piazza che si vuole attaccare, ed ove per prendere alcuna posa e mettersi in ordine pella divisata impresa, si fa il grand'alto, in groppa i fanti trasporteransi. Delle guide, informatori, spie, mercechè tali operazioni si maneggiano e delle necessarie cautele per non venire ingannato, e mancare all'intento, non ragioneremo, avendone in gran parte, nel capitolo 12 della prima parte, dove della spiagione abbiamo trattato, abbastanza discorso. Accenneremo dunque solo di passo, non doversi in quel caso le armi da fuoco mettere in uso, ma nel più profondo silenzio, all'arma bianca, quanti nemici ai posti avanzati s'incontrano, senza dare a nessuno di essi nemici campo a sparare, o fuggire, debbonsi tutti ammazzare: ed aggiungeremo, una volta giunti sulle mura, corpo a corpo e non collearmi di getto, essere di combattere, conveniente, ma solamente potersi quelle con vantaggio adoperare, quando già entrati nella piazza si vogliano gli abitanti, e difensori per più prestamente alla resa costringerli, con tiri spaventare. Tutt'i militari non solo, ma tutti gl'individui portanti armi, esser debbono sul posto a dirittura trucidati. Ai soli abitanti amici della patria, tranquilli e non a nostro danno armati, debbesi concedere benignamente quartiere. Diremo in oltre, che per evitare il difetto nelle sorprese assai frequente, vogliam dire, di non essere state le scale ben calcolate, debbonsi quelle di sufficiente lunghezza costruire, affinchè, fino sopra alle mura, giunger possano, e doversi pure quelle a due uomini, preferire, perchè oltre al vantaggio della maggior economia, molto più di coraggio, ed emulazione, deve negli aggressori, che in due alla stessa altezza trovansi a montare, indubitatamente infondere. Buona cosa pur sarà, se fattibile, di portare falconetti e cannoncini sopra dorso di mulo o sopra barelle, onde aprir le porte e le poterne, ed in mancanza dovrà farsi a quell'effetto, valevole uso di petardi, portar fascine, per riempire i fossi, che da una parte, o dall'altra del muro, possano rinvenirsi, portar mazze, ferri, spontoni, etc.,per rompere le porte di soccorso. Debbonsi dividere le forze in cinque squadre: una pell'attacco reale, un'altra pei falsi attacchi, la terza per far diversione, la quarta per rimanere di riserva, la quinta infine per assicurare la ritirata e guardare le spalle e gli stretti. Ognuna di queste, da un capo abile ed ardito comandata, qualora non riesca l'attacco reale ed alcuno dei drappelli dei falsi attacchi, ad entrare pervenga; alla gran corsa porteransi allora i due terzi di tutte le altre a congiungersi con quella, che già pone piede addentro, e mantenendo i rimanenti terzi un fuoco vivissimo e terribile, sempre più avvicineransi alla piazza, per l'attenzione delle truppe nemiche, sopra di loro attirare, ed impedire che a quelle attaccate, arrecato sia soccorso. Una volta nella fortezza entrate, dovranno le bande in tanti distaccamenti suddividersi; uno alla guardia del luogo per dove si è penetrato, immediatamente destinerassi, un secondo, per sostenere l'attacco, un terzo onde la porta dalla quale deve entrar la riserva, tosto aprire, un quarto per far il giro dei baluardi, un quinto per arrestare il comandante della piazza, tutto lo stato maggiore, e passarlo di botto per le armi, un sesto per assalire il corpo di guardia principale e tutt'i soldatiche lo compongono, esterminare, un settimo per coprire la porta della cittadella o castello, un ottavo per lo stess'oggetto, recherassi a quella dei quartieri, un nono per impossessarsi degli arsenali e magazzeni, un decimo per occupare le contrade, un undecimo dovrà mettersi in positura sulle piazze, un duodecimo arresterà tutt'i principali militari, civili, abitanti ed impiegati del paese, sotto guardia per custodirli. Avrà il condottiero questa fortezza, sorpresa o per tenerla, o per abbandonarla. Nel primo caso, stabilirà il presidio, e i danni portati dall'attacco, senza più altro aspettare, riparerà: ma nel secondo, tutto quanto gli conviene, e può portar via, non tralascierà di tosto acchiappare. Tutte le fortificazioni, egli farà, in modo da non poter più essere restaurate, rovinare: ed altresì invierà tutto quanto essere suppone al nemico di qualche utilità, in pronta e totale distruzione. Così, la maniera di sorprendere una fortezza, rapidamente accennata, senza degl'infiniti particolari ad un condottiero necessarissimi, nella spiegazione ingolfarci, locchè troppo a lungo ci condurrebbe, noi, coloro che sù di tal materia, istruzione vorrebbero, allo studio di tanti trattati sulla tattica inviamo, che del modo di portare tali sorprese ad effetto, imprendono particolarmente a spiegare. Potrebbersipure questi attacchi, di pieno giorno, intraprendere: ma della decisa superiorità della propria truppa e debolezza dell'avversa che senza pericolo di forte resistenza, si potesse ridurre, sarebbe di averne la certezza, mestieri. Per mezzo dell'astuzia e stratagemmi, puossi vincere la forza. Erodoto, al libro sesto, ci dice che buono, come abbiam ricordato e legittimo, qualunque mezzo potesse farli trionfare, gli Spartani consideravano, nè come cosa sconvenevole, usare della perfidia, nè la fede col nemico violare, per delitto avevano, quando della patria si trattava. Nel caso in che noi ci troviamo e nel sistema della nostra guerra, noi pure aver dobbiamo alle massime degli Spartani ricorso. E per impadronirsi d'un propugnacolo, non solo cercherà il condottiero di distruggere colla forza aperta il nemico, ma ben anche d'armi avvelenate, di carcasse, di razzi alla congreve etc., a tal proposito, maestrevolmente si varrà. Porrà opera inoltre onde materie fetide, sieno nella fortezza introdotte e che dalla morbosa loro infezione, appiccaticcie infermità, e maligna peste conseguano: con cautela i ruscelli, fontane, sorgenti, polle, insomma le acque tutte capaci a dissetare i difensori, dal loro ordinario corso devierà, o se fia che alcune lascii in quella penetrare,somma userà deligenza onde sieno previamente attossicate, e dolorosa subitanea morte a chi ne beve, succeda. Con astuzia farà sì, che i soldati stessi del nemico, da promesse, e regali sedotti, tolgano ai più influenti capi, agli uffiziali superiori, ed anche ai subalterni, la persona; ma dovrà sempre stare all'erta di non venire ingannato da chi, egli ingannare intenda. Molti altri sarebbero i stratagemmi, e le astuzie che indicare si potrebbero: solamente però di raccomandare la lettura di Pollieno, e Frontino che a lungo scrissero su di tal oggetto, ci contentiamo.

Del modo di occupare una piazza per accordo particolare con qualche individuo, che apra le porte, ed in quella le bande di soppiatto introduca, a ragionare tuttavia ci rimane. Nella guerra nazionale in cui le più grandi, le più forti passioni dell'uomo trovansi con violenza eccitate, qualche astuto infingitore, che dal manto dell'ipocrisia coperto, serva per qualche tempo al nemico, e quindi un bel giorno, nelle mani della patria quella fortezza consegni, troppo malagevol cosa al certo non sarà di rintracciare, sopra tutto se si trova essere una piazza, in che d'abitanti civili numero competente, vi sia. In caso poi, che nessuno vi esista dalle sublimipassioni figlie dell'amor di patria stimolato, dovrà il condottiero a quelle persone appigliarsi, che dall'affetto per l'oro signoreggiate, od incostanti, o di una smisurata ambizione abbondevoli, o da un odio violento, e cieco, o dal desiderio di vendetta, essere trasportate s'avvegga, le quali baloccando, lusingando e vezzeggiando, potrà per loro mezzo, la fortezza ottenere. Somma diffidenza nelle persone, accuratezza nell'esame delle proposizioni, saranno dal condottiero impiegate, ostaggi, deposito dei beni nelle sue mani, da quei che debbono servirlo, come guarantigia della loro buona fede, non mancherà di richiedere, doviziose rimunerazioni in caso di buon successo, minaccia di esemplare castigo, e di morte infame in caso di rovescio, apertamente profferirà.

Potrà il condottiero, per privato concerto co' cittadini, una mano de' suoi volontarj, nella piazza, di celato, introdurre, ed in casa della persona, con la quale tiene trattato, alloggiarli: potrà quella in un bel giorno, una porta, una poterna, un acquedotto, una latrina, per dargli il varco, all'ora, al momento dal condottiero determinato, aprire: mentre dassi la scalata alle mura, nel bollor dell'attacco, incendiando in varie parti la piazza, porgergliconvenevole ajuto; cospirare con gli abitanti, e per opinione, o per timore, in cooperazione alla resa della piazza portarli, ed a ciò, colle armi e coll'inganno cooperare. Se ferma è co' soldati la posta, potranno le velette, e le scolte, senza sparare o gridare all'armi, lasciarlo davanti le guardie quetamente passare, oppure ad un bel giorno, tutt'i loro superiori benanche avvelenare, finalmente in quelli sta di poter, senza rumore, la fortezza nelle sue mani, amichevolmente rimettere. Ma sarà sempre con quelli più che coicivili, di far le pratiche, pericoloso, ed assai maggiore diffidenza sarà con loro mestieri di usare. Onde la parte, sull'acconcio modo d'impadronirsi delle fortezze per privata consegna, di che preso abbiamo a tener ragionamento, compire; citeremo in esempio la presa di Figueras, fortezza delle più formidabili d'Europa, malagevole da pigliarsi se mai verun'altra ne fù, dalla natura e dall'arte resa fortissima, che comandata dal generale Guillot, al dire del generale San Ciro, alla pagina 272, cadde in potere di una mano di contadini in numero assai inferiore alla guarnigione dal rinomato condottiero, il dottore Rovira, capitanata. Ecco il nostro dotto Vacani, come spiegasi a tal proposito: «Era giustamentequell'epoca in cui l'armata di Catalogna veniva indebolita della truppa più attiva, ed in cui l'armata d'Aragona, ricevuto quel rinforzo, meditava maniera di adoperarlo prontamente, trovandosi l'un comandante d'armata a Saragozza, l'altro a Barcellona, Suchet, per radunare i mezzi, onde por mano al nuovo assedio, e Macdonald per aprirsi carriera colle poche sue truppe nell'alta Catalogna e liberare, se possibile, la linea d'operazione colla Francia: quando gli Spagnuoli, riconosciuto il bell'istante e cogliendolo da astuti, consumarono l'ardito loro piano di sorprendere Figueras. Erano in questa piazza due guardamagazzini catalani, di nome Zean, e Palapos, sotto al comando d'un capo commissario francese. Eglino avevano saputo ispirare tal confidenza, ch'eran loro lasciate le chiavi non meno de' magazzini interni che di quelli sotterranei che mettono ne' fossi della fortezza per la piccola poterna praticata sotto al ponte levatojo della porta principale. Il colonnello Rovira, di cui più volte si è parlato, come di uomo feroce, ed intraprendente, sedusse facilmente con pochissimo premio, quei due Spagnuoli, ebbe le chiavi di detta poterna, anzi tanta trovò in que' due l'affezione alla causa nazionale, che offerironsispontanee ad esporre ad ogni azzardo la propria vita per agevolargli il riacquisto della piazza, recandosi eglino stessi la notte che si fosse stabilito, ai magazzini onde aprirne agli aggressori l'accesso per didentro, e con accese faci illuminare ai loro passi il sito, guidargli ai quartieri del presidio, e del generale, e render in un istante solo, nulla la difesa ed intiera la vittoria. Ciò adunque stabilito, si trascelsero da Rovira settecento tra i più arditi micheletti dell'alta Catalogna, perchè affrontassero i primi pericoli ed aprissero ad una più numerosa colonna di truppe regolari, comandate dal generale Martinez, il passo alla conquista che gli sarebbe, in tal modo, agevolata. Tutto era pronto al principiare di aprile, per che si avesse in una notte ad eseguire la sorpresa: Macdonald rimanevasi isolato in Barcellona, Baraguey d'Illers era debole, e diviso tra Gerona, Hostalrich e la costa di Palamos, nè un più favorevole momento offerto si sarebbe per venire al riacquisto di Figueras, senza il timore di esservi di subito investiti. Non altro dunque, sembrava che si aspettasse, se non che la riunione di tutt'i corpi Spagnuoli, e la sortita dalla piazza della parte più attiva del presidio, che propriamente consisteva negl'Italiani sotto gliordini del capo battaglione Mazzoni. Accadde di fatto che nel mattino del dì 9 aprile, il governatore, allo scopo di raccogliere viveri d'intorno, e dissipare alcuni pochi attruppamenti che dicevansi formati nella valle limitrofa di Avinnonet, fece uscire la colonna italiana e porre a guardia dei bastioni e delle porte alcuni di quelli uomini che, pel momento inabili alla guerra, eran pure tenuti a deposito nel forte, perchè già volti a guarnigione e perchè questo era da tutti riputato inaccessibile a sorpresa.» E quindi l'istesso Vacani soggiunge: «Pertanto gli Spagnuoli, avendo maturato il loro piano di sorprenderlo, si tolsero il dì nove aprile, sotto gli ordini del colonello Rovira, dai monti di San Llorens e di Llers ed arrivarono fra il bujo d'una notte oscurissima e piovosa accanto all'acquedotto: di là salirono sullo spalto dell'opera a corno di san Zenone, entrarono dal nove al dieci di aprile non visti, nel cammino coperto, e mentre le guardie e sentinelle mollemente invigilate, riposavano silenziose in profonda quiete, sulla fede che loro era ispirata dall'altezza delle mura, e dallo stesso generale, scesero nel fosso e di soppiatto chini chini, fucile abbasso, le piastre al luccicare ricoperte, pervennero inosservati a toccar meta alla poterna, ove sicuri dell'evento, strepitoso,giacevansi ad aspettarli, i due Spagnuoli stipendiati nel forte da' Francesi.» Ed infine così prosegue: «Tutti dunque, e uffiziali e soldati, anco i più attivi, si giacevano inoperosi alla difesa, allorchè gli Spagnuoli penetrarono ne' magazzini sotterranei e di là francamente si volsero a disarmare la guardia napolitana che stavasi tranquilla a ponte alzato e porta chiusa all'ingresso principale: colà scambiaronsi i primi colpi di moschetto, i quali avvertirono non meno il presidio di un pericolo imprevisto, che la riserva spagnuola sullo spalto, di un successo già ottenuto. Accorre adunque subitamente quest'ultima sotto gli ordini del generale Martinez in sostegno di Rovira per lo stesso cammino ch'egli aveva battuto e che nessuno nel presidio, in quelle tenebre profonde, sapeva indovinare, e fù sì lesta nello spandersi nel forte in numero di tre mila combattenti, che in brevissimo tempo l'ebbe tutto occupato e saldamente conquistato, nulla ostante che que' pochi Italiani testè giunti dal difuori, radunandonsi i primi in sull'armi a quell'insolito rumore, siensi fatti di contro agli aggressori ed abbiano con essi impegnata una zuffa che fù breve ma animata, e costò alle due parti un equal numero di combattenti: trenta cinque furono gli uccisi o i feriti di queldrappello italiano nella mischia avvenuta nel mezzo della piazza; gli altri soverchiati da una forza assai maggiore, tentarono congiungersi con quelli raccolti tuttavia ne' quartieri o rinchiusi nelle basse scuderie. Ma prevenuti sull'un punto, e sull'altro dalla truppa spagnuola saggiamente divisa dall'avveduto generale Martinez, assecondato sempre da Rovira, da Dorguines, e dai due Palapos, dovettero essi pure soggiacere al disastro generale, e già fatto inevitabile. Il governatore che, sebbene più d'ogni altro, dovesse rispettare quel precetto:Che alla guerra è più a temersi lo stratagemma che la forza, l'ebbe anzi a vile, fù preso nelle stanze sue proprie, e nel tempo stesso furono presi tutti gli altri uffiziali che stavano nel forte.» Trattato avendo dei modi onde impossessarsi delle fortezze, che possono da un ardito ed avveduto condottiero essere con vantaggio in questa guerra impiegati, ci sarà ora necessario il metodo esporre per quelle difendere, quando sieno nelle nostre mani, e vengano dal nemico attaccate. Ma siccome tutta l'arte della difesa, nei precetti pella tattica consiste, e dei particolari, per la nostra guerra, non ve ne sono; perciò quel comandante che alla difesa d'una fortezza sarà dalla nazione destinato, dovrà quelli a puntino conoscere, ed a quelli del tutto uniformarsi:fitto sempre tenendo in mente che ogni pratica, ogni consiglio, ogni maneggio, ogni negozio, quando per la patria si combatte, allo scopo della resa coi nemici menato, deve a grave, ed imperdonabile delitto imputarsi. Nè breccie aperte, nè mancanza di viveri, nè malattie, nè peste, nè caduta del governo provisionale, nè mancanza di corrispondenze, nè mine, nè terremoti, debbono, per tener dell'evacuazione trattato, in questa guerra, sufficienti cagioni, considerarsi. A chi viene la difesa d'una fortezza dal popolo affidata, l'obbligo di quella fino all'ultimo sospiro difendere, e non mai col nemico pratiche usare, strettamente appartiene. Nulla dimeno se uno o più dei sopramentovati casi avvenissero, che la piazza in rischio certo ponessero di soggiacere alla forza maggiore; allora una generale e vigorosa sortita, gli sarà di tentare permesso, ed in quella, quanti più nemici cadrangli tra le mani, esterminando, e quindi colla sua truppa e cogli abitanti correre in bande ai monti, oppure con deciso accanimento combattendo, gloriosamente morire. Solo però nell'estremo caso, dovrassi alla generale sortita ricorrere e dopo aver date le disposizioni, affinchè all'entrar del nemico nella fortezza, tutte ad un tempo scoppino le mine, ed allora, allora ne vengaquella dalle fondamenta distrutta. Non trovando, in tal modo, il nemico nulla che di giovamento esser gli possa, in un ammasso di rovine soltanto consisterà la sua faticosa conquista.

Onde in possesso della nazione insorta, possa una fortezza cadere, converrà che i soldati stessi, dal tiranno, od invasore, alla sua difesa comandati (accortisi la vera gloria nel contribuire alla publica felicità e non all'oppressione consistere) vergognandosi di contro la loro patria adoperarsi, agli oppressori disubbidiscano, e per la buona cosa si dichiarino; che dagli abitanti renitenti, i soldati soverchiati, e compressi, vengano all'arrendimento costretti, e sian le porte ai veri Italiani sbarrate; che i civili e i militari sullo stesso oggetto d'accordo, a gara l'ingresso favoriscano nei modi già indicati o che per ultimo, improvvisamente si occupino, se come inservibili dai tiranni tenute, e nella nostra guerra, di somma utilità considerate, facilmente (non avendo gente alla difesa) sorprese dalle bande esser possano. Quelle fortezze nelle mani della nazione cadranno, o al primo scoppio dell'insurrezione, o dopo d'essersi stabilito il governo provisionale. Se nel primo caso, ai condottieri principali e particolari operanti nella provincia e circondario, la cura di provvedere allaloro difesa, senza dubbio appartiene. Se nel secondo, sarà dovere dei consigli, assemblee, consulta etc., coi mezzi forniti dalla provincia, o dall'intero stato, di sostenerle e difenderle.

Se una piazza isolata senz'abitanti, fia che venga della forza nazionale militare, in potere; dovrassi, secondo i principj della guerra regolare, sostenerla, ed ai condottieri dovranno sufficienti difensori presi nella provincia essere aggiunti, che coi militari, secondo il sistema regolare, agiscano ed alla difesa concorrano. Se fosse il presidio numeroso ed aumento non comportasse; una competente parte dell'antica guarnigione, con nuovi giovani dall'entusiasmo guidati, scambiar con destrezza converrebbe, e la parte uscente, per separati drappelli, ad altri propugnacoli inviare in guarnigione, ed in campo, per bande, disseminare. Dovrà pur essere il comandante persona dabbene e devota alla patria, che goda dell'intera confidenza della nazione, ed aver dee guarentigie di antecedenti fatti che sua fedeltà alla causa e capacità militare, pienamente mallevino. Se abitanti nella piazza vi fossero per contrarj alla buona causa conosciuti, ben bene esser dovranno osservati e contenuti. Ma se all'opposito quelli, com'è probabile,da generosi sentimenti d'amor di patria animati saranno; allora, quantunque sia le precauzioni sempre cosa buona da considerarsi, nondimeno cesseranno di essere d'assoluta necessità, e quegli abitanti che robusti e ben disposti, saranno di fare tutto il servizio eguale alla truppa di linea capaci, in corpi regolari si arroleranno e gli altri abitanti non arrolati nella linea, verranno eziandio, come stanziali, in decurie e centurie ordinati, ed avranno pure i loro luoghi per la defesa in caso di attacco, assegnati. Quando la truppa fosse stata dagli abitanti a cedere costretta, perchè quelli erano i più forti allora, dovendo i soldati ed uffiziali come nemici della buona causa essere supposti, epperciò ammazzati, si dovrà nella fortezza un competente corpo di truppe introdurre, all'uopo di ordinare gli abitanti alla difesa ed in quella ajutarli e dirigerli. In tutti gli altri suddetti casi, la truppa che occupa le fortezze, difenderalle. Non disagevol cosa sarà al provisionale governo di provvedervi: ma grandi e forti difficoltà, innumerevoli ostacoli, a' condottieri e fortezze frapporranno. Imperciocchè dovranno essi colla scarsità de' mezzi, quasi continuamente combattere. Non dimeno, con perspicacia ed attività, dallo spirito publico assecondati,per venirne a capo, insuperabile malagevolezza, non incontreranno. Le bande guerreggianti nel circondario delle fortezze, fino a che non esistano le colonne volanti e le legioni, come gli eserciti d'operazione, si dovranno in sostegno e sollievo della piazza adoperare. Non essendo lo scopo nostro di minutamente, i mezzi di cui si debba far uso per la difesa, indagare ed esporre, perchè alla guerra regolare appartengono, ci contenteremo poche maravigliose cittadine difese ai nostri leggitori citare che durante la guerra di Spagna contro di Napoleone, fecero il mondo intiero stupefatto rimanere: per la qualcosa saranno mai sempre Saragozza e Gerona, come alti esempii di virtù patria, dalla posterità venerate. Così il nostro Vacani spiegasi in proposito della prima: «Finalmente richiesta a grandi sagrifizi per la causa nazionale in questa guerra provocata contro l'imperatore de' Francesi, essa sviluppò nella difesa quell'amore di patria per cui facevano prodigj i Greci, ed i Romani, quello spirito stesso di pietà, e d'orgoglio nei combattimenti onde s'illustrarono gli erranti delle crociate, quell'odio alla tirannia che rese a libertà i Svizzeri, i Batavi, gli Americani.» In fatti quai sforzi inauditi non fece? Ecco come prosegueil già citato autore: «Quello che più de' far ammirare il sangue freddo, e la virtù dei cittadini, si è lo aver essi trincerato nell'interno della piazza, tutte le contrade, sbarrate le porte, e le finestre delle case, aperti tutti i muri con troniere, praticati passaggi difensivi dall'un punto all'altro, e trasformata ogni casa in ridotto, ogni convento in cittadella, o piazza d'arme, od arsenale, e fatto per tal modo dell'intiera città una rete di forti inestricabile, essendo sodamente stabilito nella mente dei difensori di non rendersi nè alla perdita del primo recinto, nè a quella del primo, o second'ordine di ostacoli interiori, nè ancor che ristretti in poca parte della città, ma di farsi agli estremi buon riparo di questa, per passare sull'altra riva dell'Ebro nel sobborgo parimenti trincerato, ed ove prolungar non si potesse la difesa, uscire al campo, per quel lato men coperto da nemici, evadersi, e raccogliersi ne' monti a nuova guerra.» Dalla pertinacia di quella difesa non men che da quella di Gerona, puossi toccar con mano quanto sia di sostenersi una fortezza capace, ove i cittadini colla truppa concorrono. Valgaci quanto dal generale San Ciro, rispettivamente a questa seconda piazza, viene alla pagina 285 del suo giornale, esposto, ondela nostra asserzione corroborare: «Le più belle difese fatte dalle truppe, non si avvicinano a quelle eseguite dagli abitanti, quando per un fanatismo qualunque, i loro occhi sono stati chiusi a tutt'i pericoli ed il cuore di essi, ad ogni timore. Senza cercar prove fuori di Catalogna, si paragoni la difesa di Rosas con quella di Gerona. Nella prima non vi erano che soldati, nell'altra i soldati erano sostenuti, o per meglio dire dominati dagli abitanti. Prendiamo un esempio ancor più ristretto nell'ultima di queste piazze. Il forte Monjuich non fù difeso che dalla truppa di linea, e fù certamente ben difeso; ma dal momento che vi si fece una breccia praticabile, o che i lavori degli assedianti furono sufficientemente vicini per dargli speranza d'impadronirsene, e che la riescita pareva possibile; fù tosto evacuato dalla guarnigione: mentre chè, malgrado le quattro breccie esistenti nel corpo della piazza di Gerona, breccie, che molti generali ed uffiziali superiori francesi avevano giudicate praticabilissime, poichè trenta piazze nelle ultime guerre s'erano rese in migliore situazione, senza che l'onore delle guarnigioni incaricate della loro difesa sia stato menomato; malgrado quelle quattro breccie, la guarnigione di Gerona, non si perdè d'animonel giorno diciannove settembre, seguente all'attacco vigoroso e simultaneo di quattro colonne che si presentarono in pien giorno per darle la scalata: e ciò perchè si trovava sostenuta ed incoraggita dalla vista dell'intiera popolazione della città, bene o male armata, e senza distinzione di stato e di sesso, che voleva concorrere nel pericolo e guarniva i baluardi. La giberna e lo schioppo si vedevano sulla sottana del frate e del prete, come sull'abito del crociato e del simplice artigiano, la minima agitazione dell'aria faceva sventolare e scoprire i nastri, coi quali si distinguevano le donne della compagnia di santaBarbara, delle quali alcune acquistarono in quel giorno la ricompensa e distinzione dei bravi. Quanti motivi di emulazione per gli uomini che componevano la guarnigione! Potevan essi forse far meno di quelle eroine dell'amor di patria? Potevano essi cedere in valore alle donne? Si osservi presso questo quadro, una difesa alla quale gli abitanti non prendano parte. Essi non pensano che alla loro conservazione, a quella delle loro case ed industria, sollecitano ed anche minacciano il comandante che fa la resistenza prescritta dal suo dovere, ma che gli rovina e porta la distruzione della loro città. Aggiungansi a ciò i lorosforzi, i loro maneggi per disanimare il soldato, ammutinarlo, etc. Qual contrasto! Abbiamo noi per tanto ad asserire, che la difesa d'una piazza non può essere intiera, quando non sia fatto dagli abitanti ajutati dalla truppa regolare? Dobbiam noi assicurare che non ve n'esiste, per poco che siano fortificate, le quali non sieno, in quel caso, suscettibili della più lunga difesa? E che una città come Gerona, non sarebbe mai stata presa, se l'esercito destinato per la difesa di Catalogna, ed in conseguenza per soccorrerla, avesse dimostrato un poco più di vigore, e se il suo morale non fosse stato così depresso, com'era e doveva esserlo, dopo la perdita di quattro battaglie seguite da altrettante rotte? I difensori di Gerona hanno spiegata la massima energia e niente omisero di quanto poteva procurar loro il vantaggio. Ritennero nella piazza trecento disertori napolitani e sempre gli opponevano all'esercito francese sulle breccie e nelle sortite, perchè conoscendo essi la sorte che loro aspettava, se quello fosse vincitore, erano sicuri che avrebbero combattuto con l'accanimento della disperazione: profittarono dell'entusiasmo degli abitanti e se ne valsero con grande vantaggio. Finalmente io credo loro non potersicontestare che abbiano fatto tutto quanto un militare, od un cittadino bramoso di difendere una piazza fino all'estremo, dovrà sempre fare quando sarà fortunato abbastanza per incontrare tutte, o almeno parte di quelle circostanze, in che si trovò il generale Alvarez, difensore di Gerona nel 1809.»

Puossi ancora un altro caso presentare che, sebbene difficile in una guerra d'insurrezione nazionale; non dimeno è pure possibile, cioè che la truppa d'una fortezza si dichiari per la patria, e che gli abitanti sieno a quella contrarj. Allora dovrà essere spezial cura dei condottieri di aumentare e fortificare la guarnigione, e tutte le misure prendere, onde i danni che dalla sinistra intenzione degli abitanti nascere potrebbono, con profitto evitare. Al qual uopo, avendo il comandante che tutti si siano delle necessarie vettovaglie forniti pel tempo determinato, esattamente provvisto; fuori della piazza gl'inutili spingerà, sotto qualche pretesto tutti gli abitanti disarmerà, facendoli con numerose pattuglie contenere, ond'esse, circolando di continuo per la città, il buon ordine affermino, ed i suoi regolamenti ed ordini facciano eseguire, per mezzo de' quali le riunioni tumultuarie, gridi, domande e richieste collettive, le parole sediziose, etendenti a disanimare i difensori, saranno con severità proibite. Per la qualcosa tutt'i trasgressori de' suoi ordini, (senza emanciparsi il comandante, in detrimento della patria ed in pericolo suo e della piazza, ad essere pietoso) dovranno con capital pena, essere castigati. Farassi insomma da quegli abitanti temere, e per ovviare alla commistione dannosa in tal circostanza dei cittadini colla truppa, tutt'i meccanici del paese tenendo pel servizio della fortezza salariati, in continuo lavoro intratterralli. Altri al servizio dei forni, dei magazzeni e degli ospedali separatamente destinerà; tutti, a recar cibo e bevanda ai soldati che sono alle mura, alle porte, alle poterne, alle guardie avvanzate, previamente scelti, troveransi in continuo movimento. Quanti rimangano degli abitanti, in tante squadre, quanti quartieri vi sono nella città, dovrà ordinare. Resteranno questi continuamente di guardia, ma solo un terzo alla volta d'attivo servizio, onde l'incendio della città, prevenendo, impedire; di molle, crocchi, accette, scale e secchie muniti, le palle roventi dal nemico gettate, raccoglieranno, onde nell'acqua che a quell'uopo, in ogni casa si terrà, tosto s'immergano, i progressi delle fiamme da una casa all'altra (che pure colle pompe cercheranno dispegnere) tagliando, rovinando, rompendo, opportunamente si arrestino. Ogni squadra dovrà del suo quartiere occuparsi, e solamente in un caso urgente, e per ordine del comandante, potranno alcune volte, i varii terzi in riposo, essere, in un punto determinato, fuori del loro quartiere, chiamati e riuniti. Con severità quest'ordine mantenuto, ciascun abitante disarmato, al suo quartiere confinato, non potrà i volontarj con artifizii sedurre, e nemmeno, il suo timore, malcontento e cattive intenzioni agli altri concittadini comunicando, portar nocumento alla causa e la difesa impedire.

In qualunque piazza, nella quale vi siano degli abitanti civili, procederà il comandante, a far loro prestar un solenne giuramento, prima d'intraprendere le operazioni. Tutti, di non mai cedere al nemico la piazza qualunque possa essere la sua situazione, giureranno, a che dovranno aggiungere la dichiarazione di doversi ammazzare chiunque sia, la parola,capitolazione, per pronunziare. Oltracciò faranno solenne sacramento di voler piuttosto un ammasso di gloriosi cadaveri sepolti sotto le rovine degli edifizj e delle mura della piazza, addivenire, che di vivere avviliti e coi barbarinegoziare, che veri e forti italiani, piuttostoche cedere, soffriranno e se d'uopo sarà morranno; tutto meno acerbo della schiavitù, doversi da uomini considerare!....... Se fosse la piazza investita ed attaccata, dovrà il comandante, passo a passo, difenderla, e quando soverchiato dal numero de' nemici, fia che si vegga, e che quelli, nell'interno, nel centro, nella piazza della fortezza, già siano penetrati, e nè di salvarla, nè di uscire, più non vegga speranza, ma solo di aprirsi disperatamente un passaggio nelle linea dell'avversario gli rimanga; allora da sè stesso nella parte principale, e da suoi confidenti nelle altre, alle miccie delle molte mine, che prima dell'avvicinarsi del nemico avrà preparate, e ben visitate, sarà la decisiva fiammella, con decisione, appiccata, e così nemici, abitanti, e truppa tutti ai baluardi, edifici e mura della piazza congiunti, con orrendo, e strepitoso scoppio, in generoso sacrifizio alla patria, di botto in aria sfracellati, salteranno e saranno per tal modo al nemico, le vittorie in Italia funeste!


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