CAPITOLO XII.OPERAZIONI COMBINATE DI VARIE BANDE. — COMBATTIMENTI.

CAPITOLO XII.OPERAZIONI COMBINATE DI VARIE BANDE. — COMBATTIMENTI.Abbenchè sia da noi già stato altrove stabilito che una banda, rispettivamente alle speziali sue operazioni, debba della massima independenza godere; nulla di meno avvertire fa d'uopo, che in moltissimi casi, quandosu di tutta la superficie della penisola, troverassi il numero di quelle aumentato non poco sarà, di mestieri che molte bande, o dello stesso cantone, distretto e provincie od anche delle altre partizioni della penisola, operino concordemente, ed a vicenda sostenendosi in qualche attacco fra di loro combinato, porgansi amichevolmente la mano. Imperciocchè se debbesi costringere il nemico ad allontanare i suoi distaccamenti dalla sua base militare, come sì fatto risultamento potrebbesi da una sola banda ottenere? Ella è dunque indispensabil cosa, che frà loro i condottieri accordandosi, tutti uniti al vantaggio della difesa causa, concorrano. Non perderebbesi per avventura, nel caso contrario la vittoria: ma la contesa, d'assai più lunga durata e più pericolosa addiverrebbe. Per la qual cosa dovranno i condottieri d'un distretto, cantone, o provincia, per quanto il possano, fra di loro comunicare. E quando l'occasione di eseguire combinate operazioni, avverrà che lor si presenti: agir dovranno sotto la direzione di un solo, ch'eleverassi a condottiero in capo del distretto, cantone, o provincia, cui tutte le bande dovranno, per quella data operazione e finattantocchè il medesimo, loro non restituisca la libertà d'operare a loro talento, implicitamente obbedire. Nulladi meno quel condottiero principale nel distretto, cantone, o provincia, non dovrà mai riunire queste bande per farle, come truppa regolare e con evoluzioni, agire sulla fronte del nemico, etc.; ma limiterassi ad indicar loro ciò che debbano operare, la via da percorrere, i punti da difendere, la parte insomma che debbano avere nella generale combinazione, al condottiero fuggirà la presunzione di riputarsi tattico generale e di credere ch'ei possa da eguale ad eguale, misurarsi coi comandanti nemici, nè a quei delle colonne volanti e delle legioni, si dovrà pareggiare. Guerreggiare contr'essi come un buon condottiero ed a sole operazioni di banda limitarsi; ecco il partito cui deve appigliarsi: egli pensar deve di esser soltanto un direttore generale strategico di quelle bande, che trovansi nel circolo dov'egli è stabilito, e di esserlo unicamente pel tempo in che grandi operazioni, quando la concorrenza di tutte le bande o di molte di esse potrà servire vantaggiosamente alla patria, si dovran combinare. L'esecuzione de' suoi ordini sarà sempre alle circostanze locali soggetta, in che possa la banda avvertita d'agire, trovarsi: e se quelle mettessero all'obbedienza forte insuperabile impedimento, a tempo faranno il condottiero incapoavvertito, onde a ciò di provvederenon tardi. In somma sarà sempre ogni banda, in tutto quanto si riferisca alle sue speziali operazioni, del tutto independente: ma ogni qualvolta si tratti d'operazioni combinate, di movimenti generali, dovrà dal condottiero incapoimplicitamente dipendere. Da quanto, per le bande nei distretti, cantoni e provincie, abbiamo già detto, se ne può dedurre ciò, che si debba per l'estensione tutta della penisola, stabilire. Dirigerà un condottiero supremo, i condottieri principali di provincia, cantone, etc., in tutto quanto siano le operazioni generali d'Italia, per richiedere, e comanderà alle bande tutte, quante volte dovranno combinatamente operare. Dovranno il condottiero supremo ed i condottieri principali avere sotto ai loro ordini uno scelto e numeroso consiglio di direzione della guerra, che, non secondo il sistema degli stati maggiori e della tattica dovrà regolarsi, ma secondo quello di guerra leggiera irregolare per bande, di un genere pei militari, da quello a che sono stati usi per lo passato, del tutto diverso, e d'un assai più delicato, grave e faticoso servizio. Epperciò una trascendente perspicacia ed attività, saranno per chi alla direzione della guerra trovasi destinato, qualità necessarie. Il condottierosupremo nei distretti, cantoni e provincie, a misura che sorgano bande in quei circondarj, nominerà i condottieri principali di esse.Indicato avendo la generale direzione da seguirsi nelle combinate imprese, accenneremo che entrando una colonna nemica in una provincia, debbono per molestarla da ogni parte con buon successo, mettersi per le mosse, fra di loro previamente i condottieri d'accordo: e se con un attacco generale e violento, dal doppio della sua forza, potesse con celerità essere tal colonna totalmente distrutta; dovrebbero allora le bande piombandole combinatamente addosso, stritolarla e farla così dall'italica superficie in un punto sparire. Ma per giungere a tale scopo, dovranno senza dubbio le bande essere dal condottiero supremo con maturo calcolo e previdenza dirette. Resterà sempre a quell'uomo fitta nella memoria, quella massima di guerra da tutt'i maestri dell'arte, ripetuta: «Non basta potere con vantaggio il nemico assalire, ma debbesi da un buon capitano eziandio conoscere il modo di mettersi de' suoi attacchi al sicuro.»Quando volgesi alla tattica il pensiero, è incontrastabile, che venga dai combattimenti la guerra, constituita, e dalla riuscita di quellila sorte degl'imperj dipenda. Non è per altro men vero, che potrebbesi nel sistema della guerra d'insurrezione per bande, senza essere indispensabile di combattere, un uguale risultamento asseguire. Pur non dimeno, sia per un errore di calcolo nelle marcie, o per false informazioni, o per isbaglio, o per fretta di più prontamente la quistione decidere; quante volte nel combattimento un vantaggio reale apparisca, sempre accade che in questa guerra pur anco vi sianoaffrontate, più rare al certo che nelle altre guerre, ma che scansar non si possono. Dato per tanto non essendo al condottiero d'evitare il combattimento, dovrà in modo regolarsi di non venire a quello, purchè non si conosca forte abbastanza, anzi superiore all'avversario, ne' mezzi. Non mai dal condottiero ardito e prudente sarà temuto, nè disprezzato il nemico! Le varie bande riunite, saranno in corpi divise, onde reciprocamente al tempo della mischia si sostengano. Non mai dimenticando la massima, che fra i due guerreggianti, quegli sarà sempre vincitore, che, l'ultimo, avrà truppe fresche da far entrare nella lotta; terrà sempre il condottiero preparata una valida riserva, pel combattimento, all'uopo, rinforzare. Se l'esito sarà conforme alla brama, egli eseguirà quantoinsegna Tucidide al libro ottavo: «La miglior arte non è quella che dà la vittoria, ma quella che ne fa bene usare. Se il nemico si spaventa e fugge, inseguitelo.» Non trascurerà parimenti quanto vien dall'insigne Polibio al libro quarto, riferito: «Non basta l'avere spaventato e sorpreso il nemico: fa d'uopo inseguirlo senza posa e non arrestarsi agli assedj.»Se poi, di quanto abbiam supposto, conversamente accadesse, e che al numero, alla forza delle disposizioni o ad improvvise ed incalcolabili congiunture che non di rado alla guerra si presentano, o nell'amara necessità di cedere si rinvenisse per la sconfitta; il condottiero non dovrebbe per ciò disperare. Fù come abbiamo già detto, il generaleno importaquello, che salvò la Spagna: vuo' dire la calma e la costanza dopo i maggiori disastri. Pur ch'abbia il condottiero prima, della zuffa, la savia precauzione usata di dare ai volontarj, a luogo e giorno determinato, la posta ed il sito del ritrovo, prima dello sbandamento, ad ognuno chiaramente indicato; tosto chè siano quelli a siffatta operazione ammaestrati, non dovrà le funeste conseguenze di una rotta, come la truppa regolare, temere. Non prostrerà, nemmeno per un istante, le forze dell'animo,anzi, onde, qual nuovo Anteo, maggior di prima rinascere, dovrà l'azione, l'energia raddoppiare. Non dev'essere la nostra guerra, nè rispetto alle fisiche operazioni, nè all'influenza morale, come la regolare, della quale Federico Secondo favellando, disse a ragione: «Essere una battaglia perduta, d'assai meno funesta pel numero degli uomini, che costa, quanto pel cattivo effetto e lo scoraggiamento, che negli animi produce.» Secondo il sistema delle bande, nessun funesto effetto hassi mai da un rovescio, a paventare. Decisi fermamente i volontarj ed i condottieri a volere la guerra fino all'intiero adempimento del gran progetto, prolungare, oppure a intrepidamente morire; senza avvilimento, anzi lieti, al sito del ritrovo, individualmente accorreranno e di bel nuovo con sorprendente attività ed energia, il nemico al più presto ricomincieranno a molestare, traendo profitto dalla trascuranza propria ordinariamente di chi è vittorioso e si crede perfettamente sicuro. Perlocchè sforzeransi di, minacciosi, all'improvviso tosto ricomparire. Non avranno i volontarj della patria da temere i contadini delle campagne, e d'essere nel loro cammino da quelli perseguiti, denunciati, od assassinati, come loro succederebbe, se in paesi stranieriregolarmente guerreggiassero e come ai Tedeschi ed ai loro partigiani, dovrà in Italia senza fallo succedere. Imperciocchè lo spirito del popolo, sarà dovunque alla causa della patria favorevole: a pro di coloro che a rivendicare i suoi diritti ed a stabilire la sua felicità si accinsero, che per lui soffrono e per lui combattono, anzicchè per gl'ingordi oppressori del bel paese, mostrerassi infallantemente disposto. Nei sette anni, della guerra dell'independenza, non puossi, neppure con solo esempio citare, che uno Spagnuolo armato, sia stato dai contadini tradito, o per falsa informazione in mano ai Francesi mandato! Nè le promesse, nè le minaccie potevano, a tradire la causa nazionale, l'altiero Castigliano condurre. Nulla gli era più gradito che la vista d'un suo cittadino armato di schioppo, di spiedo, di picca, oppur di scure in cerca dei Francesi: egli, come sagro dovere considerava d'informarlo del luogo dove potrebbe rintracciare i suoi compagni, dove frattanto gli sarebbe facile di rinvenire uno o più Francesi, del sito conveniente per nascondersi, e prendere la mira, onde senza suo proprio rischio, svenarli, e per ischermirsi dal loro inseguimento, il sentiero migliore non meno che il tempoal buon successo, favorevole, cortesemente indicargli. In somma, tutte le informazioni atte a distruggere il nemico e la salvezza dei patrii compagni ad assicurare, furono da quelli, esattamente fornite. Quante volte, col più grande pericolo della vita, non hanno i contadini, nelle proprie case nascondendole, intiere bande salvato! Quanti contadini per aver dato asilo a qualche lor fratello; fuggiaschi, le fiamme dal tetto delle loro case sboccanti, non vedevansi da lunge con istoica tranquillità e disprezzo contemplare! E per avventura dovrem supporre differenti dallo Spagnuolo i contadini d'Italia, tosto che intendano che per loro si combatte, che non per causa forestiera ma italiana, impugnarono i loro fratelli le armi? Che pel bene di tutti, e non di pochi, fù l'irruginito brando sguainato? Vorremo insensati, o nemici di loro stessi supporli, col credere che lo straniero, o gli sgherri degl'interni tiranni, e non coloro che la loro persona, proprietà, vita e lumi, al bene di tutti gl'Italiani onninamente consagrarono, fossero i nostri contadini a favoreggiare inchinevoli?Ma se alle volte, inaspettate congiunture la forza del numero e l'abilità dell'avversario esser non potranno dal condottiero superate,ciò, nel caso, che quegli le qualità richieste possegga, per rarissimo devesi riputare. Nulla dimeno, si trovino i volontarj nell'acerba necessità di cercare individualmente lo scampo. Non rade volte avverrà che mossi da quel santo fuoco, nel cuore de' virtuosi, dall'amor patrio destato, maggiori del volgo degli uomini si mostreranno, e di molto, la forza nemica, sebbene di loro in numero assai più forte, con luminosissima gloria sorpasseranno. L'eroico esempio offerto dai volontarj di Mina nel combattimento che avvenne nelle vicinanze diLleria, può l'assunto da noi, evidentemente provare. Avevano i Francesi di bel nuovo guarnigione inEstella, e quella diLogrognoin considerabile modo aumentata. Occupava Sanatier con tre mila fanti e quattrocento cavallilos Arcos; il generale Brun con due mila fanti, e due cento cavalli santaCruz, e Reille con una divisione di egual numero, aveva presa posizione aLlegaria. In tal modo situati, un perfetto circolo formavano. Mina era ad Aguilar, e nessun altro mezzo di salvezza se non quello di rompere le linee del nemico, dalla parte dov'era situato Reille, gli rimaneva: tentativo arditissimo, che ad essere il suo retroguardo dalle due altre divisioni nemiche attaccato, oltremodo esponeva. Abbenchè pericolosauna tal evoluzione considerasse, pure non vedendo altro scampo; pure all'oggetto di passare il ponte di Murieta che, a men d'un miglio, giaceva da Reille distante, in oscurissima e piovosa notte, la sua marcia intraprese. Trovossi al primo apparir dell'aurora con solo quattro compagnie, avendo le altre, per cagione dell'oscurità e dirottissima pioggia, la strada totalmente smarrita, nè fù a' numerosi stracorridori in lor traccia mandati, fattibile di rinvenirle. Abbattutosi all'improvviso, marciando versoAbarzuza, in un distaccamento di venti usseri che scortavanoSalmerie, con soli dodici uomini, alla prima giunta, l'attaccò: vinse il convoglio, fece nove prigionieri, tre dei quali, colle sue stesse mani, quando aveva già il suo cavallo ferito: gli altri undici tutti furono da lui trucidati. In questo atto, i battaglioni comandati da Cruchaga, che avevano per isbaglio dal cammino deviato, trovaronsi sulla strada diLleriabagnati, stanchi, quasi a piedi nudi, e furono da un forte distaccamento di cavalleria nemica scoperti, che gl'inseguì, ed in luogo assai per loro svantaggioso, li raggiunse. Misersi tosto quelli in atto di combattere, s'appiccò la schermaglia, e seguinne un'accanitissima zuffa. Era il fuoco degli Spagnuoli spaventevole, sforzavasi la cavalleriafrancese, ma inutilmente, a caricare: erano i battaglioni di Mina impenetrabili. Una nube di palle, al retro fronte la costringeva; ma per avventura tristissima, sono le munizioni di quei prodi del tutto esauste! Un solo cartoccio più non posseggono! Dovranno essi dunque al numero più forte degli aggressori sottomettersi? Privi d'armi di getto, come potranno dalla cavalleria difendersi? L'ostinazione, il coraggio e l'amor di patria provvedono a tutto! Se mancano le armi di getto, verrassi all'urto con le armi da presso; messo lo schioppo, a traccolla, o gettatolo a terra, ogni volontario, la bajonetta brandisce. Uno o due nemici da trucidare, in prima cogli occhi trasceglie, furioso quindi, contro quelli si avventa; slanciandosi arrabbiato dentro misura, da sotto, i colpi delle lancie schermisce, cento ripetute volte la bajonetta con mirabile, prestezza nel corpo del cavallo conficca, l'insanguinato palafreno, al suolo col lanciere trabocca: fà questi per isvincolarsi dalle staffe e rialzarsi a difesa, ogni sforzo, ma quel volontario gliene toglie il destro, gli si avventa sopra e con le ginocchia, il petto gli preme, ed il micidiale strumento gli figge e rifigge profondamente nel seno. Se con incredibili sforzi, con le braccia, con le armi avviene al Francesedi poter tuttavia far difesa, nello Spagnuolo si fà maggior la ferocia, considerazione nessuna è ormai capace di contenerlo, colpi mortali, dall'avversario con rovello vibrati, sopporta anzicchè para: insanguinato dispregia le sue ferite; ma si ramucchia coll'inimico, pungendolo, mordendolo, calpestandolo, e con le mani la bocca squarciandogli, o strozzandolo isfogato nel sangue straniero un odio nobilissimo, al cadavere sottoposto aggomitolato, come leone vicino a morte ruggendo, esala l'ultim'aura di vita. Trecento volontarj in questa disastrosa ma insigne fazione, con bella gloria perirono: ma fù, in poc'ora, la colonna nemica intieramente distrutta. Questo si fù il disastro più grave sofferto da Mina durante tutta la guerra, ma molto minore di quanto dovevasi in lotta così diseguale temere.Trovavansi poscia il sovra esposto abbattimento, i volontarj da due giorni digiuni, di pioggia, e di sangue fino al collo, bagnati, scalzi e senza munizioni: ma noi diceva il condottiero costante, siamo veri e buoni Spagnuoli, ogni cosa facciamo, tutto con pazienza soffriamo ed anche pene maggiori, per la nostr'amatissima patria siamo preparati a volonterosamente soffrire! E con un generale forte e cordialeviva l'independenza, che per tutta la colonna,con dimostrazione di vero giubilo risuona, tutti rispondono all'allocuzione del prode.Ma perchè andremo le relazioni dei combattimenti degli stranieri quà e là raccogliendo, se a mille gli esempj potremmo noi ricordare di conflitti con somma gloria intrapresi, con fermezza eroica, dagl'Italiani a lunga pruova durati? Sì: da quegli stessi italiani che per funesta fortuna prodotta da una sinistra concatenazione di casi: pell'ignoranza o la malvagità di coloro che al maneggio della somma delle cose inopportunamente trovavansi, in Novara, ed in Rieti, con la vituperevole taccia di codardia, alle armi degli oppressori soggiacquero e furono a rifuggirsi e cercare amarissimo pane in terra straniera, costretti. Divenuti oggetti di stima e di compassione, tapinavano quegli oppressi in Ispagna. Quegl'Italiani, di essere più alle parole che alla guerra, gagliardi, dalla malignità sempre atroce al soccombente, accagionati, sebbene in piccolo numero, nulla dimeno, allora quando in Catalogna, per la difesa della libertà di Spagna guerreggiavano, tanto brillavano nei numerosi e quasi continui combattimenti, che prima contro agli apostolici soli, e poi contro ai Francesi di tal ciurmaglia protettori e collegati, sostennero, che ammirazione di tutti, benedizione dagli amicidella libertà, puri allori e perenne gloria, nella sventura acquistarono! Vorremmo pur tutti narrare i fatti, che tanto in quella guerra gl'Italiani illustrarono, onde con esatto racconto forse da altri sin oggi non intrapreso, la memoria di quegli esuli, a posteri raccomandare. Ma nostro scopo non essendo ora di narrar quelle pugne, lasciamo ad ingegno migliore del nostro, vasto campo a trascorrere. Onorevole impresa sarebbe pur questa, e della fama lesa a torto d'un branco d'Italiani, onesta vendicatrice. Noi sarem paghi di accennare i luminosi e mai sempre memorabili conflitti di Lladò e Llers, onde con la commemorazione di queste due sanguinose giornate, che tanto il valore degl'Italiani proscritti palesano, il nostro capitolo sù tal soggetto, con patrio elogio compire.Era Mina in quel tempo, comandante generale della Catalogna, e come quello, che un Montecucculi, un Federico, un Massena già credevasi addivenuto, perchè stato eragli conferito il grado di generale in capo, voleva trinciarla da grande ed in modo tutt'affatto diverso operare da quello che, quando sovrastava ad una banda, trasse tutta Europa in ammirazione, ed avevagli una così abbondante messe d'allori acquistata. Lungo tempoperò non tardarono gli avvenimenti a persuadergli, che non dal grado ma solamente da lungo studio e meditazioni, la capacità d'un generale proviene. Imperciocchè, quando contro a generali anziani, ammaestrati alla scuola del miglior capitano del secolo, fu astretto a comandare grandi evoluzioni di linea; quantunque di elementi che lo avrebbero reso di molto superiore al nemico, abbondasse, da poco saggio timore sorpreso, al nome solo di francese, allibbiva, di mantenersi al loro cospetto, l'animo non più sentia la forza. Mina le armi nemiche, qual bambino che sogna mostri, paventava, e come dal veleno dellatorpedineistupidito, di cozzare con la lor possa, più non osava: e quell'antica, pura gloria che degno lo facea di venerazione, in tal epoca, con viltà somma macchiando, rannicchiossi dentro Barcellona, e colà rinchiuso, oppresso dalla paura che la conoscenza della propria incapacità aveva in lui generato, non meno che da una smodata ambizione stimolato, e l'animo suo dai popolari sarcasmi trafitto, a trattare col nemico e a consegnargli la famosa piazza (che gli fù dalla patria confidata, onde fino alla morte la difendesse), dopo una lunga e vituperevole inazione, si spinse. Ma per eseguire il suo dispregevole divisamento; gli era d'uopo,da quel paese, tutti coloro che avrebbero a lui resistito coll'armi, per mezzo d'insidiose macchinazioni, allontanare. Era in fatti Barcellona, di viveri provveduta, senza breccie aperte, senza regolare assedio, ma semplicemente con pochissima forza, bloccata, senza peste, senza diserzione, senza insurrezione: anzi presentava il raro fenomeno di una fortezza, gli abitanti della quale, volevano resistere. Ma il Generale puntate le artiglierie della cittadella contro la città, ad arrendersi per forza, sotto pena di essere da lui stesso incendiati, e mandati a soqquadro se altrimenti pensassero, loro imponea. Agevol cosa riescir doveva la difesa di quella piazza, capace per sè sola di sostener lungo tempo la libertà della patria. Pertanto Mina, onde il suo pericolo scemare e liberarsi dalla soggezione e contrasto di tutti coloro, che non fuggirsene, com'egli pensava eseguire col sagrifizio dell'onore, ma la piazza fino, all'ultimo, volean mantenere o morire. Immediatamente formando una colonna composta tutta di animosi guerrieri, frà i quali brillavano gl'Italiani, come al solito in prima linea, ordinò che si mandasse, e sotto il comando del colonello Fernandez, a rinforzare la guarnigione diFigueras, mandolla. Ch'ei volesse puranche far cadere quella piazza in potere del nemico, fece credere a molti. Siccome si trovava quella piazza in penuria di grasce, così un rinforzo di bocche non potea che distruggere le poche residuali vettovaglie ed affrettarne la reddizione. Pertanto la spedizione di mille ottocento uomini si mosse, dal menzionato colonnello comandata, di cui erano integrante parte gl'Italiani sotto gli ordini del prode colonnello Pacchiarotti che alla testa di tutti marciavano, preceduti da una compagnia d'uffiziali col titolo di sacra, che apriva la via: ed in tutto, un battaglione di granatieri, ed un piccolo corpo di lancieri, formavano.Imbarcatasi nel porto di Barcellona, i militi sù varj piccoli legni disposti, in gran silenzio, per mezzo alle navi francesi che bloccavano il porto, senza essere scoperti felicemente passarono, e giunsero salvi nelle vicinanze di Arenz de Mar dove approdarono. Tosto sbarcata la divisione, immediatamente s'imbattè in otto carri del nemico guidati da soldati del treno, che dal trasporto di vettovaglie retrocedevano: furono gli uomini sugli stessi legni della spedizione, inviati prigionieri a Barcellona, e distrutti quei carri, i cavalli all'uso della colonna, si destinarono. Scelse Fernandez la via dei monti, sempre ad unpiccolo corpo di truppe più sicura e vantaggiosa, ma non potè però la molestia di varie colonne francesi, evitare, che uscite da Matarò, ed altre piazze, per otto continui giorni, e notti alla sua colonna un solo momento di riposo non lasciarono: tal che per ottenere che un momento la divisione potesse tranquillamente respirare, sempre doveva il comandante ben calcolare il tempo delle fermate del nemico, e di quelle, con avvedutezza, per dar ristoro alla sua truppa, valersi. Ciò non pertanto, abbenchè lassi dal lungo e penoso cammino, dalla fatica e dalla fame appenati, giungono finalmente alla distanza d'un miglio da Lladò, paese in che seimila franco-apostolici comandati dal campione dell'ultracissimogenerale Damas, collocati sù di due linee, in favore dei preti e della oppressione, campeggiano. Arresta Fernandez immantinente la divisione, la forma in colonna d'attacco, esegue la sua marcia in avanti. Tosto giunta sopra un ristretto piano, sulla cima d'una vetta in fronte al nemico schierato a poca distanza in battaglia, ma da un profondo burrone frammezzo esistente, separato, ordina il comandante alla truppa di nuovamente arrestarsi. E per contenere le già indicate colonne inimiche, che senza posa lo inseguono, schiera,fronte ad dietro,in attitudine offensiva, i lancieri alle spalle, divide in tre colonne d'attacco la truppa, ed al segnale da tutti gli oricalchi ripetuto, scagliasi nelbotrola divisione alla carica, l'erta salita della parte opposta, di gran corsa rimonta. Raggiunto il nemico, urtansi le schiere; cozzano con violenza fra loro le avverse bajonette, ed ecco tosto i franco-apostolici dalle due fortissime posizioni scacciati, e per opera de' soldati della costituzione che neppure un colpo spararono, eccoli strettamente inseguiti. Ma non è compiuto il trionfo: incontra l'ala destra una forte resistenza alla terza posizione, dove trovasi Damas, che inviperito, fuori di sè, fa ogni sforzo pel ristabilimento della giornata. Richiama Fernandez la cavalleria, ed in ajuto dell'ala in pericolo, di galoppo la invia. Giunti di volo da presso al luogo dove ferve la mischia, danno i lancieri ai loro cavalli carriera, ed una gagliarda carica spiccano a fondo: spingonsi con furioso impeto addosso, rovesciano; calcano, incalciano ed oltrepassano finalmente la linea. Dieciotto lancieri italiani cadon trafitti, ma la vittoria è pur d'essi. Sbaragliati in tutte le lor positure i Francesi, veggonsi i malcondotti vessilli dell'inquisizione e dei gigli, ambi contro la costituzioneriuniti, cadere vinti nel sangue ed ecco l'Italo-Ispana colonna, del campo di battaglia meritamente signora. Mille cinquecento uomini del nemico, in quest'azione perirono: il generale Damas si salvò per fortuna. Imperciocchè di cadere fra le mani de' lancieri italiani, che lo stringevano in mezzo, corse non leggiero pericolo, e dovè ad un errore, lo scampo. Due de' suoi ajutanti di campo furono colpiti, uno morì sul posto, e l'altro rimase gravemente ferito, e parimenti un gran numero di uffiziali. La compagnia sagra combattè con maraviglioso ardimento e ferocia. Sempre la prima ad affrontare il nemico senza intrattenersi a rispondere al suo fuoco, impetuosamente alla bajonetta se gli avventava, quei soldati a brani tagliava, e dopo grande rovina, delle lor posizioni s'impossessava. In questo modo, mille ottocento uomini affaticati, e da otto continui giorni di sole radici e poche patate in fretta prese lungo il cammino nei campi, miseramente nutriti, non avendo avuto altro che semplice acqua per bere, male armati ed equipaggiati, misero più di sei mila franco-apostolici di truppe fresche, fornite a profusione di tutto il necessario, in piena rotta, a gran vergogna di essi, e sopra tutto del generale, che per restaurare i roghi di Torquemada,ed il tiranno Fernando, con tanta imperizia pugnava. Ottenner la fine dei forti, combattendo, molti uffiziali italiani fra i quali il prode colonnello Pierleoni, ed il capitano Francescoli: spezzata una gamba da una palla di schioppo al capitano ajutante maggiore Ruggeri, questi a togliersi piuttosto da sè stesso la vita determinossi, che lo scorno di cadere nelle mani d'un abborrito nemico, a sopportare. Sciolto ad aperto il suo sacco, ne tolse con maravigliosa serenità un rasojo, poscia gl'infuocati sguardi verso la cara Italia volgendo, colle estreme parole, dicea: «A voi, o Italiani, che in patria rimaneste, e per cui moro, a voi tutti impongo di vendicare la mia morte sui tiranni che me l'han cagionata. Sia così la mia vendetta da voi col sangue compita, e la vostra futura felicità per secoli assicurata!» Ciò proferito, coll'accento di cordoglio e d'intrepidezza, l'arma fatale gli aperse le vene della gola, e col volto, co' pensieri all'Italia rivolti, a poco a poco abbassò gli occhi, che si velavano e perduto ogni senso, lasciò l'ultim'aura di vita. Il capitano Cassano e molti altri furono sul campo gravemente feriti. Ma benchè grande sia stato l'eccidio delle genti libere, fù però a quello degl'invasori, di gran lunga inferiore.Congregò Fernandez nella notte i capi di corpo: la sua volontà di marciare sopra Figueras e di penetrarvi, com'eragli stato dal generale ingiunto, fè lor manifesto. Ma si opposero a tal proposta i comandanti, lo stato derelitto della loro truppa, inopportunamente in lor sostegno allegando. Il solo colonnello Pacchiarotti affermativamente rispose, dicendo che il corpo italiano, a marciare il primo, e ad aprire colla forza la via, come quello ch'era sempre ad attaccare ed a ferire disposto, volontieri offerivasi. Ma ben calcolata la cattiva volontà degli altri, pensò Fernandez di rimanere sul luogo, rinunciando al progetto anteriore.Mossasi all'indomane alle quattro del mattino, la divisione alla volta di Llers, riconobbe al suo arrivo colà, con forte maraviglia, che il nemico trincerato, e da rinforzi ricevuti da Gerona e dalle frontiere della Francia ascendenti a circa dieci mila uomini di truppa fresca, con due nuove batterie d'artiglieria, notabilmente fortificato, sulla difensiva inallunatapositura, fermo attendealo. Non potè Fernandez, per la ristrettezza delle sue forze, dal precedente fatto d'arme appiccolate, che una sola colonna d'attacco formare, ed al fine di pervenire ad aprirsi unvarco, stretta in massa, contro al centro nemico la spinse. Dalla loro linea semicircolare, cominciarono i franco-apostolici un ben nutrito fuoco generale dalle corna al centro. Trovavasi la divisione al punto dell'angolo, dove dalle ale i tiri ad angolo retto, in forma di croce s'intersecavano, ma imperterrita, l'armi in riposo, con truce calma, in avanti seguiva. Giunta la testa alle trincee, vede che quelle superar non si possono, e guadagna uno scampo. Laonde or da un canto, or dall'altro, nell'incertezza di poter rinvenire un passaggio, in obliqua ed incerta direzione si avvia: piovono di continuo da ogni lato le palle, e quella pioggia vieppiù si addensa. Cadono ad ogni passo i morti, e i feriti sulle ammucchiate membra degli estinti compagni superstiti, in un caldo lago di sangue con ribrezzo camminano, e sopra un orrido impasto di terra e di cadaveri, que' guerrieri sdrucciolando, si veggono, ad ogni passo barcollare: spargesi lo scoraggimento in quella picciola truppa, ed impaurita alfine a titubare incomincia... oscilla... finalmente si sbanda: la colonna è sparita! Ma fermi e soli gli Italiani rimangono! Soli! Perchè in piena rotta, sparpagliatisi i loro stranieri compagni, volgono unicamente alla propria saluteil pensiero e gli sforzi. Gli Italiani proscritti, all'opposito, forti, senza speranza d'appoggio, formano con serena intrepidezza il quadrato, ed al terribile fuoco dell'avversario, con altro uguale rispondono. Invia ben tosto Damas un ajutante di campo ad intimare la resa, e a dar loro di finir la contesa, salutare ed amichevole consiglio. Essi fieramente rispondono di non volere i patti della resa accettare, ma imporre: che il quadrato ben deciso a morire, non cesserà di guerreggiare, finchè accordate non vengano, senza diminuzione, quelle condizioni che siano dal colonnello Pacchiarotti per essere al Damas manifestate. Ritorna con la risposta l'aiutante di campo al quartier generale: nessuno, per attaccare quel branco di valenti a corpo a corpo, bastevole ardimento possiede. Tutti non dimeno da lungi cercano di annientarlo, perchè negli estremi momenti, ancor lo paventano. Ma non peranche Damas, dalla paura del giorno antecedente, ristabilito, ed oltracciò giovando ad esso lui di sciogliere quel gruppo che ultimo, per la difesa della libertà spagnuola, rimanea nella Penisola, e compire la guerra di Catalogna; d'ammettere i patti che gli Italiani vogliono e non implorano, senza indugio consente. Pertanto onorevole capitolazione,da quegl'intrepidi, al generale franco-apostolico fu strappata, anzicchè ottenuta per generosità militare. In quel memorabile combattimento, gli uffiziali morti ed i feriti, furono moltissimi: e trà i primi si annoverano il capitano Lubrano, Amati e Bussi; fra gli ultimi i colonnelli Fernandez e Pacchiarotti medesimo. Il primo ristabilissi, ma l'altro colpito in un ginocchio, sì pel difetto degli opportuni servigi che per la violenza del male, frà gli acuti dolori della ferita e fra quelli anche più acuti dell'anima italiana, nell'ospedale di Perpignano, inviando egli pure coll'ultimo respiro, l'estremo pensiero all'Italia, degno di tanta patria morì!Queste morti generose addivengano seme di fortissimi eroi, che per la liberazione d'Italia, le armi ferocemente brandiscano e ottengano nobil vendetta di coloro che furono, per sola colpa d'amor di patria, dal coltello dei tiranni, in quella sacra terra svenati! Possa fra poco quel leggiadro paese, culla dell'antica gloria romana, patria di anime eccelse e nutrite delle più care ed onorate memorie; nel sangue, nella gloria, nella vendetta, nella maestà delle leggi, per età lunga, rinvenir la salute!

Abbenchè sia da noi già stato altrove stabilito che una banda, rispettivamente alle speziali sue operazioni, debba della massima independenza godere; nulla di meno avvertire fa d'uopo, che in moltissimi casi, quandosu di tutta la superficie della penisola, troverassi il numero di quelle aumentato non poco sarà, di mestieri che molte bande, o dello stesso cantone, distretto e provincie od anche delle altre partizioni della penisola, operino concordemente, ed a vicenda sostenendosi in qualche attacco fra di loro combinato, porgansi amichevolmente la mano. Imperciocchè se debbesi costringere il nemico ad allontanare i suoi distaccamenti dalla sua base militare, come sì fatto risultamento potrebbesi da una sola banda ottenere? Ella è dunque indispensabil cosa, che frà loro i condottieri accordandosi, tutti uniti al vantaggio della difesa causa, concorrano. Non perderebbesi per avventura, nel caso contrario la vittoria: ma la contesa, d'assai più lunga durata e più pericolosa addiverrebbe. Per la qual cosa dovranno i condottieri d'un distretto, cantone, o provincia, per quanto il possano, fra di loro comunicare. E quando l'occasione di eseguire combinate operazioni, avverrà che lor si presenti: agir dovranno sotto la direzione di un solo, ch'eleverassi a condottiero in capo del distretto, cantone, o provincia, cui tutte le bande dovranno, per quella data operazione e finattantocchè il medesimo, loro non restituisca la libertà d'operare a loro talento, implicitamente obbedire. Nulladi meno quel condottiero principale nel distretto, cantone, o provincia, non dovrà mai riunire queste bande per farle, come truppa regolare e con evoluzioni, agire sulla fronte del nemico, etc.; ma limiterassi ad indicar loro ciò che debbano operare, la via da percorrere, i punti da difendere, la parte insomma che debbano avere nella generale combinazione, al condottiero fuggirà la presunzione di riputarsi tattico generale e di credere ch'ei possa da eguale ad eguale, misurarsi coi comandanti nemici, nè a quei delle colonne volanti e delle legioni, si dovrà pareggiare. Guerreggiare contr'essi come un buon condottiero ed a sole operazioni di banda limitarsi; ecco il partito cui deve appigliarsi: egli pensar deve di esser soltanto un direttore generale strategico di quelle bande, che trovansi nel circolo dov'egli è stabilito, e di esserlo unicamente pel tempo in che grandi operazioni, quando la concorrenza di tutte le bande o di molte di esse potrà servire vantaggiosamente alla patria, si dovran combinare. L'esecuzione de' suoi ordini sarà sempre alle circostanze locali soggetta, in che possa la banda avvertita d'agire, trovarsi: e se quelle mettessero all'obbedienza forte insuperabile impedimento, a tempo faranno il condottiero incapoavvertito, onde a ciò di provvederenon tardi. In somma sarà sempre ogni banda, in tutto quanto si riferisca alle sue speziali operazioni, del tutto independente: ma ogni qualvolta si tratti d'operazioni combinate, di movimenti generali, dovrà dal condottiero incapoimplicitamente dipendere. Da quanto, per le bande nei distretti, cantoni e provincie, abbiamo già detto, se ne può dedurre ciò, che si debba per l'estensione tutta della penisola, stabilire. Dirigerà un condottiero supremo, i condottieri principali di provincia, cantone, etc., in tutto quanto siano le operazioni generali d'Italia, per richiedere, e comanderà alle bande tutte, quante volte dovranno combinatamente operare. Dovranno il condottiero supremo ed i condottieri principali avere sotto ai loro ordini uno scelto e numeroso consiglio di direzione della guerra, che, non secondo il sistema degli stati maggiori e della tattica dovrà regolarsi, ma secondo quello di guerra leggiera irregolare per bande, di un genere pei militari, da quello a che sono stati usi per lo passato, del tutto diverso, e d'un assai più delicato, grave e faticoso servizio. Epperciò una trascendente perspicacia ed attività, saranno per chi alla direzione della guerra trovasi destinato, qualità necessarie. Il condottierosupremo nei distretti, cantoni e provincie, a misura che sorgano bande in quei circondarj, nominerà i condottieri principali di esse.

Indicato avendo la generale direzione da seguirsi nelle combinate imprese, accenneremo che entrando una colonna nemica in una provincia, debbono per molestarla da ogni parte con buon successo, mettersi per le mosse, fra di loro previamente i condottieri d'accordo: e se con un attacco generale e violento, dal doppio della sua forza, potesse con celerità essere tal colonna totalmente distrutta; dovrebbero allora le bande piombandole combinatamente addosso, stritolarla e farla così dall'italica superficie in un punto sparire. Ma per giungere a tale scopo, dovranno senza dubbio le bande essere dal condottiero supremo con maturo calcolo e previdenza dirette. Resterà sempre a quell'uomo fitta nella memoria, quella massima di guerra da tutt'i maestri dell'arte, ripetuta: «Non basta potere con vantaggio il nemico assalire, ma debbesi da un buon capitano eziandio conoscere il modo di mettersi de' suoi attacchi al sicuro.»

Quando volgesi alla tattica il pensiero, è incontrastabile, che venga dai combattimenti la guerra, constituita, e dalla riuscita di quellila sorte degl'imperj dipenda. Non è per altro men vero, che potrebbesi nel sistema della guerra d'insurrezione per bande, senza essere indispensabile di combattere, un uguale risultamento asseguire. Pur non dimeno, sia per un errore di calcolo nelle marcie, o per false informazioni, o per isbaglio, o per fretta di più prontamente la quistione decidere; quante volte nel combattimento un vantaggio reale apparisca, sempre accade che in questa guerra pur anco vi sianoaffrontate, più rare al certo che nelle altre guerre, ma che scansar non si possono. Dato per tanto non essendo al condottiero d'evitare il combattimento, dovrà in modo regolarsi di non venire a quello, purchè non si conosca forte abbastanza, anzi superiore all'avversario, ne' mezzi. Non mai dal condottiero ardito e prudente sarà temuto, nè disprezzato il nemico! Le varie bande riunite, saranno in corpi divise, onde reciprocamente al tempo della mischia si sostengano. Non mai dimenticando la massima, che fra i due guerreggianti, quegli sarà sempre vincitore, che, l'ultimo, avrà truppe fresche da far entrare nella lotta; terrà sempre il condottiero preparata una valida riserva, pel combattimento, all'uopo, rinforzare. Se l'esito sarà conforme alla brama, egli eseguirà quantoinsegna Tucidide al libro ottavo: «La miglior arte non è quella che dà la vittoria, ma quella che ne fa bene usare. Se il nemico si spaventa e fugge, inseguitelo.» Non trascurerà parimenti quanto vien dall'insigne Polibio al libro quarto, riferito: «Non basta l'avere spaventato e sorpreso il nemico: fa d'uopo inseguirlo senza posa e non arrestarsi agli assedj.»

Se poi, di quanto abbiam supposto, conversamente accadesse, e che al numero, alla forza delle disposizioni o ad improvvise ed incalcolabili congiunture che non di rado alla guerra si presentano, o nell'amara necessità di cedere si rinvenisse per la sconfitta; il condottiero non dovrebbe per ciò disperare. Fù come abbiamo già detto, il generaleno importaquello, che salvò la Spagna: vuo' dire la calma e la costanza dopo i maggiori disastri. Pur ch'abbia il condottiero prima, della zuffa, la savia precauzione usata di dare ai volontarj, a luogo e giorno determinato, la posta ed il sito del ritrovo, prima dello sbandamento, ad ognuno chiaramente indicato; tosto chè siano quelli a siffatta operazione ammaestrati, non dovrà le funeste conseguenze di una rotta, come la truppa regolare, temere. Non prostrerà, nemmeno per un istante, le forze dell'animo,anzi, onde, qual nuovo Anteo, maggior di prima rinascere, dovrà l'azione, l'energia raddoppiare. Non dev'essere la nostra guerra, nè rispetto alle fisiche operazioni, nè all'influenza morale, come la regolare, della quale Federico Secondo favellando, disse a ragione: «Essere una battaglia perduta, d'assai meno funesta pel numero degli uomini, che costa, quanto pel cattivo effetto e lo scoraggiamento, che negli animi produce.» Secondo il sistema delle bande, nessun funesto effetto hassi mai da un rovescio, a paventare. Decisi fermamente i volontarj ed i condottieri a volere la guerra fino all'intiero adempimento del gran progetto, prolungare, oppure a intrepidamente morire; senza avvilimento, anzi lieti, al sito del ritrovo, individualmente accorreranno e di bel nuovo con sorprendente attività ed energia, il nemico al più presto ricomincieranno a molestare, traendo profitto dalla trascuranza propria ordinariamente di chi è vittorioso e si crede perfettamente sicuro. Perlocchè sforzeransi di, minacciosi, all'improvviso tosto ricomparire. Non avranno i volontarj della patria da temere i contadini delle campagne, e d'essere nel loro cammino da quelli perseguiti, denunciati, od assassinati, come loro succederebbe, se in paesi stranieriregolarmente guerreggiassero e come ai Tedeschi ed ai loro partigiani, dovrà in Italia senza fallo succedere. Imperciocchè lo spirito del popolo, sarà dovunque alla causa della patria favorevole: a pro di coloro che a rivendicare i suoi diritti ed a stabilire la sua felicità si accinsero, che per lui soffrono e per lui combattono, anzicchè per gl'ingordi oppressori del bel paese, mostrerassi infallantemente disposto. Nei sette anni, della guerra dell'independenza, non puossi, neppure con solo esempio citare, che uno Spagnuolo armato, sia stato dai contadini tradito, o per falsa informazione in mano ai Francesi mandato! Nè le promesse, nè le minaccie potevano, a tradire la causa nazionale, l'altiero Castigliano condurre. Nulla gli era più gradito che la vista d'un suo cittadino armato di schioppo, di spiedo, di picca, oppur di scure in cerca dei Francesi: egli, come sagro dovere considerava d'informarlo del luogo dove potrebbe rintracciare i suoi compagni, dove frattanto gli sarebbe facile di rinvenire uno o più Francesi, del sito conveniente per nascondersi, e prendere la mira, onde senza suo proprio rischio, svenarli, e per ischermirsi dal loro inseguimento, il sentiero migliore non meno che il tempoal buon successo, favorevole, cortesemente indicargli. In somma, tutte le informazioni atte a distruggere il nemico e la salvezza dei patrii compagni ad assicurare, furono da quelli, esattamente fornite. Quante volte, col più grande pericolo della vita, non hanno i contadini, nelle proprie case nascondendole, intiere bande salvato! Quanti contadini per aver dato asilo a qualche lor fratello; fuggiaschi, le fiamme dal tetto delle loro case sboccanti, non vedevansi da lunge con istoica tranquillità e disprezzo contemplare! E per avventura dovrem supporre differenti dallo Spagnuolo i contadini d'Italia, tosto che intendano che per loro si combatte, che non per causa forestiera ma italiana, impugnarono i loro fratelli le armi? Che pel bene di tutti, e non di pochi, fù l'irruginito brando sguainato? Vorremo insensati, o nemici di loro stessi supporli, col credere che lo straniero, o gli sgherri degl'interni tiranni, e non coloro che la loro persona, proprietà, vita e lumi, al bene di tutti gl'Italiani onninamente consagrarono, fossero i nostri contadini a favoreggiare inchinevoli?

Ma se alle volte, inaspettate congiunture la forza del numero e l'abilità dell'avversario esser non potranno dal condottiero superate,ciò, nel caso, che quegli le qualità richieste possegga, per rarissimo devesi riputare. Nulla dimeno, si trovino i volontarj nell'acerba necessità di cercare individualmente lo scampo. Non rade volte avverrà che mossi da quel santo fuoco, nel cuore de' virtuosi, dall'amor patrio destato, maggiori del volgo degli uomini si mostreranno, e di molto, la forza nemica, sebbene di loro in numero assai più forte, con luminosissima gloria sorpasseranno. L'eroico esempio offerto dai volontarj di Mina nel combattimento che avvenne nelle vicinanze diLleria, può l'assunto da noi, evidentemente provare. Avevano i Francesi di bel nuovo guarnigione inEstella, e quella diLogrognoin considerabile modo aumentata. Occupava Sanatier con tre mila fanti e quattrocento cavallilos Arcos; il generale Brun con due mila fanti, e due cento cavalli santaCruz, e Reille con una divisione di egual numero, aveva presa posizione aLlegaria. In tal modo situati, un perfetto circolo formavano. Mina era ad Aguilar, e nessun altro mezzo di salvezza se non quello di rompere le linee del nemico, dalla parte dov'era situato Reille, gli rimaneva: tentativo arditissimo, che ad essere il suo retroguardo dalle due altre divisioni nemiche attaccato, oltremodo esponeva. Abbenchè pericolosauna tal evoluzione considerasse, pure non vedendo altro scampo; pure all'oggetto di passare il ponte di Murieta che, a men d'un miglio, giaceva da Reille distante, in oscurissima e piovosa notte, la sua marcia intraprese. Trovossi al primo apparir dell'aurora con solo quattro compagnie, avendo le altre, per cagione dell'oscurità e dirottissima pioggia, la strada totalmente smarrita, nè fù a' numerosi stracorridori in lor traccia mandati, fattibile di rinvenirle. Abbattutosi all'improvviso, marciando versoAbarzuza, in un distaccamento di venti usseri che scortavanoSalmerie, con soli dodici uomini, alla prima giunta, l'attaccò: vinse il convoglio, fece nove prigionieri, tre dei quali, colle sue stesse mani, quando aveva già il suo cavallo ferito: gli altri undici tutti furono da lui trucidati. In questo atto, i battaglioni comandati da Cruchaga, che avevano per isbaglio dal cammino deviato, trovaronsi sulla strada diLleriabagnati, stanchi, quasi a piedi nudi, e furono da un forte distaccamento di cavalleria nemica scoperti, che gl'inseguì, ed in luogo assai per loro svantaggioso, li raggiunse. Misersi tosto quelli in atto di combattere, s'appiccò la schermaglia, e seguinne un'accanitissima zuffa. Era il fuoco degli Spagnuoli spaventevole, sforzavasi la cavalleriafrancese, ma inutilmente, a caricare: erano i battaglioni di Mina impenetrabili. Una nube di palle, al retro fronte la costringeva; ma per avventura tristissima, sono le munizioni di quei prodi del tutto esauste! Un solo cartoccio più non posseggono! Dovranno essi dunque al numero più forte degli aggressori sottomettersi? Privi d'armi di getto, come potranno dalla cavalleria difendersi? L'ostinazione, il coraggio e l'amor di patria provvedono a tutto! Se mancano le armi di getto, verrassi all'urto con le armi da presso; messo lo schioppo, a traccolla, o gettatolo a terra, ogni volontario, la bajonetta brandisce. Uno o due nemici da trucidare, in prima cogli occhi trasceglie, furioso quindi, contro quelli si avventa; slanciandosi arrabbiato dentro misura, da sotto, i colpi delle lancie schermisce, cento ripetute volte la bajonetta con mirabile, prestezza nel corpo del cavallo conficca, l'insanguinato palafreno, al suolo col lanciere trabocca: fà questi per isvincolarsi dalle staffe e rialzarsi a difesa, ogni sforzo, ma quel volontario gliene toglie il destro, gli si avventa sopra e con le ginocchia, il petto gli preme, ed il micidiale strumento gli figge e rifigge profondamente nel seno. Se con incredibili sforzi, con le braccia, con le armi avviene al Francesedi poter tuttavia far difesa, nello Spagnuolo si fà maggior la ferocia, considerazione nessuna è ormai capace di contenerlo, colpi mortali, dall'avversario con rovello vibrati, sopporta anzicchè para: insanguinato dispregia le sue ferite; ma si ramucchia coll'inimico, pungendolo, mordendolo, calpestandolo, e con le mani la bocca squarciandogli, o strozzandolo isfogato nel sangue straniero un odio nobilissimo, al cadavere sottoposto aggomitolato, come leone vicino a morte ruggendo, esala l'ultim'aura di vita. Trecento volontarj in questa disastrosa ma insigne fazione, con bella gloria perirono: ma fù, in poc'ora, la colonna nemica intieramente distrutta. Questo si fù il disastro più grave sofferto da Mina durante tutta la guerra, ma molto minore di quanto dovevasi in lotta così diseguale temere.

Trovavansi poscia il sovra esposto abbattimento, i volontarj da due giorni digiuni, di pioggia, e di sangue fino al collo, bagnati, scalzi e senza munizioni: ma noi diceva il condottiero costante, siamo veri e buoni Spagnuoli, ogni cosa facciamo, tutto con pazienza soffriamo ed anche pene maggiori, per la nostr'amatissima patria siamo preparati a volonterosamente soffrire! E con un generale forte e cordialeviva l'independenza, che per tutta la colonna,con dimostrazione di vero giubilo risuona, tutti rispondono all'allocuzione del prode.

Ma perchè andremo le relazioni dei combattimenti degli stranieri quà e là raccogliendo, se a mille gli esempj potremmo noi ricordare di conflitti con somma gloria intrapresi, con fermezza eroica, dagl'Italiani a lunga pruova durati? Sì: da quegli stessi italiani che per funesta fortuna prodotta da una sinistra concatenazione di casi: pell'ignoranza o la malvagità di coloro che al maneggio della somma delle cose inopportunamente trovavansi, in Novara, ed in Rieti, con la vituperevole taccia di codardia, alle armi degli oppressori soggiacquero e furono a rifuggirsi e cercare amarissimo pane in terra straniera, costretti. Divenuti oggetti di stima e di compassione, tapinavano quegli oppressi in Ispagna. Quegl'Italiani, di essere più alle parole che alla guerra, gagliardi, dalla malignità sempre atroce al soccombente, accagionati, sebbene in piccolo numero, nulla dimeno, allora quando in Catalogna, per la difesa della libertà di Spagna guerreggiavano, tanto brillavano nei numerosi e quasi continui combattimenti, che prima contro agli apostolici soli, e poi contro ai Francesi di tal ciurmaglia protettori e collegati, sostennero, che ammirazione di tutti, benedizione dagli amicidella libertà, puri allori e perenne gloria, nella sventura acquistarono! Vorremmo pur tutti narrare i fatti, che tanto in quella guerra gl'Italiani illustrarono, onde con esatto racconto forse da altri sin oggi non intrapreso, la memoria di quegli esuli, a posteri raccomandare. Ma nostro scopo non essendo ora di narrar quelle pugne, lasciamo ad ingegno migliore del nostro, vasto campo a trascorrere. Onorevole impresa sarebbe pur questa, e della fama lesa a torto d'un branco d'Italiani, onesta vendicatrice. Noi sarem paghi di accennare i luminosi e mai sempre memorabili conflitti di Lladò e Llers, onde con la commemorazione di queste due sanguinose giornate, che tanto il valore degl'Italiani proscritti palesano, il nostro capitolo sù tal soggetto, con patrio elogio compire.

Era Mina in quel tempo, comandante generale della Catalogna, e come quello, che un Montecucculi, un Federico, un Massena già credevasi addivenuto, perchè stato eragli conferito il grado di generale in capo, voleva trinciarla da grande ed in modo tutt'affatto diverso operare da quello che, quando sovrastava ad una banda, trasse tutta Europa in ammirazione, ed avevagli una così abbondante messe d'allori acquistata. Lungo tempoperò non tardarono gli avvenimenti a persuadergli, che non dal grado ma solamente da lungo studio e meditazioni, la capacità d'un generale proviene. Imperciocchè, quando contro a generali anziani, ammaestrati alla scuola del miglior capitano del secolo, fu astretto a comandare grandi evoluzioni di linea; quantunque di elementi che lo avrebbero reso di molto superiore al nemico, abbondasse, da poco saggio timore sorpreso, al nome solo di francese, allibbiva, di mantenersi al loro cospetto, l'animo non più sentia la forza. Mina le armi nemiche, qual bambino che sogna mostri, paventava, e come dal veleno dellatorpedineistupidito, di cozzare con la lor possa, più non osava: e quell'antica, pura gloria che degno lo facea di venerazione, in tal epoca, con viltà somma macchiando, rannicchiossi dentro Barcellona, e colà rinchiuso, oppresso dalla paura che la conoscenza della propria incapacità aveva in lui generato, non meno che da una smodata ambizione stimolato, e l'animo suo dai popolari sarcasmi trafitto, a trattare col nemico e a consegnargli la famosa piazza (che gli fù dalla patria confidata, onde fino alla morte la difendesse), dopo una lunga e vituperevole inazione, si spinse. Ma per eseguire il suo dispregevole divisamento; gli era d'uopo,da quel paese, tutti coloro che avrebbero a lui resistito coll'armi, per mezzo d'insidiose macchinazioni, allontanare. Era in fatti Barcellona, di viveri provveduta, senza breccie aperte, senza regolare assedio, ma semplicemente con pochissima forza, bloccata, senza peste, senza diserzione, senza insurrezione: anzi presentava il raro fenomeno di una fortezza, gli abitanti della quale, volevano resistere. Ma il Generale puntate le artiglierie della cittadella contro la città, ad arrendersi per forza, sotto pena di essere da lui stesso incendiati, e mandati a soqquadro se altrimenti pensassero, loro imponea. Agevol cosa riescir doveva la difesa di quella piazza, capace per sè sola di sostener lungo tempo la libertà della patria. Pertanto Mina, onde il suo pericolo scemare e liberarsi dalla soggezione e contrasto di tutti coloro, che non fuggirsene, com'egli pensava eseguire col sagrifizio dell'onore, ma la piazza fino, all'ultimo, volean mantenere o morire. Immediatamente formando una colonna composta tutta di animosi guerrieri, frà i quali brillavano gl'Italiani, come al solito in prima linea, ordinò che si mandasse, e sotto il comando del colonello Fernandez, a rinforzare la guarnigione diFigueras, mandolla. Ch'ei volesse puranche far cadere quella piazza in potere del nemico, fece credere a molti. Siccome si trovava quella piazza in penuria di grasce, così un rinforzo di bocche non potea che distruggere le poche residuali vettovaglie ed affrettarne la reddizione. Pertanto la spedizione di mille ottocento uomini si mosse, dal menzionato colonnello comandata, di cui erano integrante parte gl'Italiani sotto gli ordini del prode colonnello Pacchiarotti che alla testa di tutti marciavano, preceduti da una compagnia d'uffiziali col titolo di sacra, che apriva la via: ed in tutto, un battaglione di granatieri, ed un piccolo corpo di lancieri, formavano.

Imbarcatasi nel porto di Barcellona, i militi sù varj piccoli legni disposti, in gran silenzio, per mezzo alle navi francesi che bloccavano il porto, senza essere scoperti felicemente passarono, e giunsero salvi nelle vicinanze di Arenz de Mar dove approdarono. Tosto sbarcata la divisione, immediatamente s'imbattè in otto carri del nemico guidati da soldati del treno, che dal trasporto di vettovaglie retrocedevano: furono gli uomini sugli stessi legni della spedizione, inviati prigionieri a Barcellona, e distrutti quei carri, i cavalli all'uso della colonna, si destinarono. Scelse Fernandez la via dei monti, sempre ad unpiccolo corpo di truppe più sicura e vantaggiosa, ma non potè però la molestia di varie colonne francesi, evitare, che uscite da Matarò, ed altre piazze, per otto continui giorni, e notti alla sua colonna un solo momento di riposo non lasciarono: tal che per ottenere che un momento la divisione potesse tranquillamente respirare, sempre doveva il comandante ben calcolare il tempo delle fermate del nemico, e di quelle, con avvedutezza, per dar ristoro alla sua truppa, valersi. Ciò non pertanto, abbenchè lassi dal lungo e penoso cammino, dalla fatica e dalla fame appenati, giungono finalmente alla distanza d'un miglio da Lladò, paese in che seimila franco-apostolici comandati dal campione dell'ultracissimogenerale Damas, collocati sù di due linee, in favore dei preti e della oppressione, campeggiano. Arresta Fernandez immantinente la divisione, la forma in colonna d'attacco, esegue la sua marcia in avanti. Tosto giunta sopra un ristretto piano, sulla cima d'una vetta in fronte al nemico schierato a poca distanza in battaglia, ma da un profondo burrone frammezzo esistente, separato, ordina il comandante alla truppa di nuovamente arrestarsi. E per contenere le già indicate colonne inimiche, che senza posa lo inseguono, schiera,fronte ad dietro,in attitudine offensiva, i lancieri alle spalle, divide in tre colonne d'attacco la truppa, ed al segnale da tutti gli oricalchi ripetuto, scagliasi nelbotrola divisione alla carica, l'erta salita della parte opposta, di gran corsa rimonta. Raggiunto il nemico, urtansi le schiere; cozzano con violenza fra loro le avverse bajonette, ed ecco tosto i franco-apostolici dalle due fortissime posizioni scacciati, e per opera de' soldati della costituzione che neppure un colpo spararono, eccoli strettamente inseguiti. Ma non è compiuto il trionfo: incontra l'ala destra una forte resistenza alla terza posizione, dove trovasi Damas, che inviperito, fuori di sè, fa ogni sforzo pel ristabilimento della giornata. Richiama Fernandez la cavalleria, ed in ajuto dell'ala in pericolo, di galoppo la invia. Giunti di volo da presso al luogo dove ferve la mischia, danno i lancieri ai loro cavalli carriera, ed una gagliarda carica spiccano a fondo: spingonsi con furioso impeto addosso, rovesciano; calcano, incalciano ed oltrepassano finalmente la linea. Dieciotto lancieri italiani cadon trafitti, ma la vittoria è pur d'essi. Sbaragliati in tutte le lor positure i Francesi, veggonsi i malcondotti vessilli dell'inquisizione e dei gigli, ambi contro la costituzioneriuniti, cadere vinti nel sangue ed ecco l'Italo-Ispana colonna, del campo di battaglia meritamente signora. Mille cinquecento uomini del nemico, in quest'azione perirono: il generale Damas si salvò per fortuna. Imperciocchè di cadere fra le mani de' lancieri italiani, che lo stringevano in mezzo, corse non leggiero pericolo, e dovè ad un errore, lo scampo. Due de' suoi ajutanti di campo furono colpiti, uno morì sul posto, e l'altro rimase gravemente ferito, e parimenti un gran numero di uffiziali. La compagnia sagra combattè con maraviglioso ardimento e ferocia. Sempre la prima ad affrontare il nemico senza intrattenersi a rispondere al suo fuoco, impetuosamente alla bajonetta se gli avventava, quei soldati a brani tagliava, e dopo grande rovina, delle lor posizioni s'impossessava. In questo modo, mille ottocento uomini affaticati, e da otto continui giorni di sole radici e poche patate in fretta prese lungo il cammino nei campi, miseramente nutriti, non avendo avuto altro che semplice acqua per bere, male armati ed equipaggiati, misero più di sei mila franco-apostolici di truppe fresche, fornite a profusione di tutto il necessario, in piena rotta, a gran vergogna di essi, e sopra tutto del generale, che per restaurare i roghi di Torquemada,ed il tiranno Fernando, con tanta imperizia pugnava. Ottenner la fine dei forti, combattendo, molti uffiziali italiani fra i quali il prode colonnello Pierleoni, ed il capitano Francescoli: spezzata una gamba da una palla di schioppo al capitano ajutante maggiore Ruggeri, questi a togliersi piuttosto da sè stesso la vita determinossi, che lo scorno di cadere nelle mani d'un abborrito nemico, a sopportare. Sciolto ad aperto il suo sacco, ne tolse con maravigliosa serenità un rasojo, poscia gl'infuocati sguardi verso la cara Italia volgendo, colle estreme parole, dicea: «A voi, o Italiani, che in patria rimaneste, e per cui moro, a voi tutti impongo di vendicare la mia morte sui tiranni che me l'han cagionata. Sia così la mia vendetta da voi col sangue compita, e la vostra futura felicità per secoli assicurata!» Ciò proferito, coll'accento di cordoglio e d'intrepidezza, l'arma fatale gli aperse le vene della gola, e col volto, co' pensieri all'Italia rivolti, a poco a poco abbassò gli occhi, che si velavano e perduto ogni senso, lasciò l'ultim'aura di vita. Il capitano Cassano e molti altri furono sul campo gravemente feriti. Ma benchè grande sia stato l'eccidio delle genti libere, fù però a quello degl'invasori, di gran lunga inferiore.Congregò Fernandez nella notte i capi di corpo: la sua volontà di marciare sopra Figueras e di penetrarvi, com'eragli stato dal generale ingiunto, fè lor manifesto. Ma si opposero a tal proposta i comandanti, lo stato derelitto della loro truppa, inopportunamente in lor sostegno allegando. Il solo colonnello Pacchiarotti affermativamente rispose, dicendo che il corpo italiano, a marciare il primo, e ad aprire colla forza la via, come quello ch'era sempre ad attaccare ed a ferire disposto, volontieri offerivasi. Ma ben calcolata la cattiva volontà degli altri, pensò Fernandez di rimanere sul luogo, rinunciando al progetto anteriore.

Mossasi all'indomane alle quattro del mattino, la divisione alla volta di Llers, riconobbe al suo arrivo colà, con forte maraviglia, che il nemico trincerato, e da rinforzi ricevuti da Gerona e dalle frontiere della Francia ascendenti a circa dieci mila uomini di truppa fresca, con due nuove batterie d'artiglieria, notabilmente fortificato, sulla difensiva inallunatapositura, fermo attendealo. Non potè Fernandez, per la ristrettezza delle sue forze, dal precedente fatto d'arme appiccolate, che una sola colonna d'attacco formare, ed al fine di pervenire ad aprirsi unvarco, stretta in massa, contro al centro nemico la spinse. Dalla loro linea semicircolare, cominciarono i franco-apostolici un ben nutrito fuoco generale dalle corna al centro. Trovavasi la divisione al punto dell'angolo, dove dalle ale i tiri ad angolo retto, in forma di croce s'intersecavano, ma imperterrita, l'armi in riposo, con truce calma, in avanti seguiva. Giunta la testa alle trincee, vede che quelle superar non si possono, e guadagna uno scampo. Laonde or da un canto, or dall'altro, nell'incertezza di poter rinvenire un passaggio, in obliqua ed incerta direzione si avvia: piovono di continuo da ogni lato le palle, e quella pioggia vieppiù si addensa. Cadono ad ogni passo i morti, e i feriti sulle ammucchiate membra degli estinti compagni superstiti, in un caldo lago di sangue con ribrezzo camminano, e sopra un orrido impasto di terra e di cadaveri, que' guerrieri sdrucciolando, si veggono, ad ogni passo barcollare: spargesi lo scoraggimento in quella picciola truppa, ed impaurita alfine a titubare incomincia... oscilla... finalmente si sbanda: la colonna è sparita! Ma fermi e soli gli Italiani rimangono! Soli! Perchè in piena rotta, sparpagliatisi i loro stranieri compagni, volgono unicamente alla propria saluteil pensiero e gli sforzi. Gli Italiani proscritti, all'opposito, forti, senza speranza d'appoggio, formano con serena intrepidezza il quadrato, ed al terribile fuoco dell'avversario, con altro uguale rispondono. Invia ben tosto Damas un ajutante di campo ad intimare la resa, e a dar loro di finir la contesa, salutare ed amichevole consiglio. Essi fieramente rispondono di non volere i patti della resa accettare, ma imporre: che il quadrato ben deciso a morire, non cesserà di guerreggiare, finchè accordate non vengano, senza diminuzione, quelle condizioni che siano dal colonnello Pacchiarotti per essere al Damas manifestate. Ritorna con la risposta l'aiutante di campo al quartier generale: nessuno, per attaccare quel branco di valenti a corpo a corpo, bastevole ardimento possiede. Tutti non dimeno da lungi cercano di annientarlo, perchè negli estremi momenti, ancor lo paventano. Ma non peranche Damas, dalla paura del giorno antecedente, ristabilito, ed oltracciò giovando ad esso lui di sciogliere quel gruppo che ultimo, per la difesa della libertà spagnuola, rimanea nella Penisola, e compire la guerra di Catalogna; d'ammettere i patti che gli Italiani vogliono e non implorano, senza indugio consente. Pertanto onorevole capitolazione,da quegl'intrepidi, al generale franco-apostolico fu strappata, anzicchè ottenuta per generosità militare. In quel memorabile combattimento, gli uffiziali morti ed i feriti, furono moltissimi: e trà i primi si annoverano il capitano Lubrano, Amati e Bussi; fra gli ultimi i colonnelli Fernandez e Pacchiarotti medesimo. Il primo ristabilissi, ma l'altro colpito in un ginocchio, sì pel difetto degli opportuni servigi che per la violenza del male, frà gli acuti dolori della ferita e fra quelli anche più acuti dell'anima italiana, nell'ospedale di Perpignano, inviando egli pure coll'ultimo respiro, l'estremo pensiero all'Italia, degno di tanta patria morì!

Queste morti generose addivengano seme di fortissimi eroi, che per la liberazione d'Italia, le armi ferocemente brandiscano e ottengano nobil vendetta di coloro che furono, per sola colpa d'amor di patria, dal coltello dei tiranni, in quella sacra terra svenati! Possa fra poco quel leggiadro paese, culla dell'antica gloria romana, patria di anime eccelse e nutrite delle più care ed onorate memorie; nel sangue, nella gloria, nella vendetta, nella maestà delle leggi, per età lunga, rinvenir la salute!


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