CAPITOLO XIII.DEI PRIGIONIERI.Quanto l'indole della guerra d'insurrezione, differente sia da quella regolare fra tiranno, e tiranno, fra re, e re, e fra republiche di lunga mano esistenti, non v'ha, chi le cose ponderando, non sia per, manifestamente in breve tempo, iscorgere, ed avendo già noi nel capitolo sesto, di ciò lungamente argomentato, d'internarci in più sottili disquisizioni sul particolare non ci occorre. Per altro, quella parte ai prigioni correlativa, brevemente accennare, fà d'uopo. I soldati che nelle attuali guerre regolari, e per altrui utilità impugnano le armi, al campo, uno spirito di particolare vendetta, seco loro non portano, ed i loro animi alla vista del nemico, della violenta passione propria di chi pe' suoi lari combatte, non s'inacerbiscono. Epperciò quella tanta umanità dopo la vittoria, quel buon trattamentode' prigioni al giorno d'oggi in quasi tutta Europa messo in pratica, dev'esserne l'immancabile conseguenza. Ma in una guerra d'insurrezione in che ogni cittadino è tenuto di prendere una parte viva, e personale, sarà tutt'il contrario certamente per avvenire. Niuna passione ha in noi tanta forza, nè con sì possente impeto all'oggetto propostole ci trasporta, quanto quella dall'amor patrio generata, e sollecitata. Epperciò seco portando, il volontario armato una particolare animosità, ed ogni giorno nel suo cuore, capitale odio contro i nemici della patria maggiormente avvampando, darà con ragione in rabbiosi trasporti, ed allo sfogo di una precipitosa, crudele, barbara vendetta, del tutto abbandonerassi; la quale quanto sconcia cosa, e di riprension degna in un esercito regolare sarebbe, altrettanto acconcia e di laude meritevole, (poichè da purissimo, e ferocissimo amor di patria prodotta) deve all'occhio dell'uomo dabbene apparire; per la qual cosa, effetti nelle guerre regolari del tutto sconosciuti, ed inattesi, dovranno dalle conseguenze della vittoria, senza dubbio emergere. Vago, ed incerto essendo il metodo d'operare delle bande, perchè debbono in continuo movimento mantenersi, sarà per loro indispensabil cosa, quella d'essere da tutti gl'impedimenti,da tutt'i pesi, alleggerite e per tal cagione non potranno, i prigionieri presi nella pugna, seco loro tradurre, essendo chiaro che quelli recando gravissimo imbarazzo, potrebbero la velocità dei movimenti ritardare, essere alle operazioni d'incaglio, se sono molti, ribellarsi, o della facilità, nella guerra leggiera, sempre esistente, per fuggire; (onde poi con maggiore accanimento la guerra contro di loro seguitare) in destro modo prevalersi. Come dovrà dunque un condottiero, quando gli avvenga far prigionieri regolarsi? Dovrà egli per avventura, fatto loro un solenne giuramento di non più servire contro l'Italia, prestare, metterli generosamente in libertà? No certamente; perchè non essendogli possibile nel gran numero di quelli, il nome, e figura dell'uom liberato, sempre risovvenirsi, non potrà dargli il meritato gastigo, se a quello, di spergiurare avverrà. Ed utile ammaestramento puossi dalla storia ricavare, essere quei giuramenti tenuti a vile dai soldati, quando vengono da forza superiore, soprattutto di popoli insorti, a prestarli costretti. Costoro li prendono a ciancia, e quelle armi, in loro mano liberamente rimesse, per castigare quella inconveniente generosità, in nuovo, e maggior danno della patria, e di quello stesso condottiero adoperano, e così deluso, rimansiil generoso, col male, e colle beffe. Non è di poca pena al cuore, e porta all'animo dell'uomo sensibile acerbissime trafitture, il dovere a chi in questa guerra si mette, necessariamente palesare, che una insurrezione ne' suoi principj, cattività non comporta, finattantocchè piazze, castelli, e provincie, sieno, di chi per la liberazione della patria è insorto, in sicuro, e quieto possesso.Nella guerra d'insurrezione per bande, soprattutto nei primi anni e finattantocchè non sia una forma stabile di governo consolidata, sarà a chicchessia negato quartiere, e tosto che cadrà un nemico fra le mani delle bande, verrà senza indugio alcuno trucidato. Dovrà esser questa, una guerra di distruzione, e ne avverrà che non dando quartiere sarà pure quello ai volontarj negato, e metterà in tal modo nella necessità di combattere furiosamente fino alla morte, ed in loro quell'eroico vigore manterrà, che ben sovente alla considerazione di potersi arrendere, ed essere dal nemico ben trattati, vacilla o s'intiepidisce. Certamente il quartiere alle guerre d'insurrezione mal conviene, soprattutto nel primo anno, è un delitto il darlo, una infamia il riceverlo. Quando i Tebani decisi e soli, pella libertà della patria generosamente combattevano, il quartiere dal nemicoloro pietosamente offerto, con dispetto ricusavano, ed anzi durante il saccheggio della loro città, i Macedoni, a levar loro la vita con pungenti sarcasmi, provocavano! Imperciocchè que' grandi animi, la dominazione straniera assai più crudele stimavano della morte stessa! Converrà nondimeno, secondo la perspicacia, e saviezza del condottiero, per le nozioni, e vantaggi che dalla conservazione di alcuni prigionieri in vita potrebbe a lui ridondare, trarre di quelli un conveniente partito; e quando una cagione, per lo migliore della guerra, militerà, dipenderà sempre dal suo arbitrio, di salvarli o distruggerli. Un riscatto forte, uno svelamento di progetti, e macchinazioni del nemico, appoggiato a prove, e colla cooperazione personale del prigione, onde a tempo, la verità, con vantaggio rinvenire; nozioni, trattative per l'occupazione immediata d'un qualche speziale conveniente punto; e mille altre simili circostanze utili al buon risultamento della causa, possono a ridimandare, cambiare, ed anche ad esentare un prigioniero dalla ben meritata morte, il condottiero, legittimamente indurre. Egli non dovrà mai però in qualsivoglia caso trovar si possa, da un sentimento di pietà, che in menoma parte, sia per essere alla patria, pregiudizievole, lasciarsi commovere;nè alla balìa d'un vano sentimento di generosità, che la sua ambizione gonfiando, esser possa alla vera convenienza del paese, contrario, sottomettersi, ma deve in ogni caso, dalla sola idea dell'utilità d'Italia esser sospinto; ed a quel fine soltanto dirizzar le sue opere, ed in ben dovuta oblazione, le sue sostanze, orgoglio, onore, ed esistenza, alla Patria, con giubilo consacrare.
Quanto l'indole della guerra d'insurrezione, differente sia da quella regolare fra tiranno, e tiranno, fra re, e re, e fra republiche di lunga mano esistenti, non v'ha, chi le cose ponderando, non sia per, manifestamente in breve tempo, iscorgere, ed avendo già noi nel capitolo sesto, di ciò lungamente argomentato, d'internarci in più sottili disquisizioni sul particolare non ci occorre. Per altro, quella parte ai prigioni correlativa, brevemente accennare, fà d'uopo. I soldati che nelle attuali guerre regolari, e per altrui utilità impugnano le armi, al campo, uno spirito di particolare vendetta, seco loro non portano, ed i loro animi alla vista del nemico, della violenta passione propria di chi pe' suoi lari combatte, non s'inacerbiscono. Epperciò quella tanta umanità dopo la vittoria, quel buon trattamentode' prigioni al giorno d'oggi in quasi tutta Europa messo in pratica, dev'esserne l'immancabile conseguenza. Ma in una guerra d'insurrezione in che ogni cittadino è tenuto di prendere una parte viva, e personale, sarà tutt'il contrario certamente per avvenire. Niuna passione ha in noi tanta forza, nè con sì possente impeto all'oggetto propostole ci trasporta, quanto quella dall'amor patrio generata, e sollecitata. Epperciò seco portando, il volontario armato una particolare animosità, ed ogni giorno nel suo cuore, capitale odio contro i nemici della patria maggiormente avvampando, darà con ragione in rabbiosi trasporti, ed allo sfogo di una precipitosa, crudele, barbara vendetta, del tutto abbandonerassi; la quale quanto sconcia cosa, e di riprension degna in un esercito regolare sarebbe, altrettanto acconcia e di laude meritevole, (poichè da purissimo, e ferocissimo amor di patria prodotta) deve all'occhio dell'uomo dabbene apparire; per la qual cosa, effetti nelle guerre regolari del tutto sconosciuti, ed inattesi, dovranno dalle conseguenze della vittoria, senza dubbio emergere. Vago, ed incerto essendo il metodo d'operare delle bande, perchè debbono in continuo movimento mantenersi, sarà per loro indispensabil cosa, quella d'essere da tutti gl'impedimenti,da tutt'i pesi, alleggerite e per tal cagione non potranno, i prigionieri presi nella pugna, seco loro tradurre, essendo chiaro che quelli recando gravissimo imbarazzo, potrebbero la velocità dei movimenti ritardare, essere alle operazioni d'incaglio, se sono molti, ribellarsi, o della facilità, nella guerra leggiera, sempre esistente, per fuggire; (onde poi con maggiore accanimento la guerra contro di loro seguitare) in destro modo prevalersi. Come dovrà dunque un condottiero, quando gli avvenga far prigionieri regolarsi? Dovrà egli per avventura, fatto loro un solenne giuramento di non più servire contro l'Italia, prestare, metterli generosamente in libertà? No certamente; perchè non essendogli possibile nel gran numero di quelli, il nome, e figura dell'uom liberato, sempre risovvenirsi, non potrà dargli il meritato gastigo, se a quello, di spergiurare avverrà. Ed utile ammaestramento puossi dalla storia ricavare, essere quei giuramenti tenuti a vile dai soldati, quando vengono da forza superiore, soprattutto di popoli insorti, a prestarli costretti. Costoro li prendono a ciancia, e quelle armi, in loro mano liberamente rimesse, per castigare quella inconveniente generosità, in nuovo, e maggior danno della patria, e di quello stesso condottiero adoperano, e così deluso, rimansiil generoso, col male, e colle beffe. Non è di poca pena al cuore, e porta all'animo dell'uomo sensibile acerbissime trafitture, il dovere a chi in questa guerra si mette, necessariamente palesare, che una insurrezione ne' suoi principj, cattività non comporta, finattantocchè piazze, castelli, e provincie, sieno, di chi per la liberazione della patria è insorto, in sicuro, e quieto possesso.
Nella guerra d'insurrezione per bande, soprattutto nei primi anni e finattantocchè non sia una forma stabile di governo consolidata, sarà a chicchessia negato quartiere, e tosto che cadrà un nemico fra le mani delle bande, verrà senza indugio alcuno trucidato. Dovrà esser questa, una guerra di distruzione, e ne avverrà che non dando quartiere sarà pure quello ai volontarj negato, e metterà in tal modo nella necessità di combattere furiosamente fino alla morte, ed in loro quell'eroico vigore manterrà, che ben sovente alla considerazione di potersi arrendere, ed essere dal nemico ben trattati, vacilla o s'intiepidisce. Certamente il quartiere alle guerre d'insurrezione mal conviene, soprattutto nel primo anno, è un delitto il darlo, una infamia il riceverlo. Quando i Tebani decisi e soli, pella libertà della patria generosamente combattevano, il quartiere dal nemicoloro pietosamente offerto, con dispetto ricusavano, ed anzi durante il saccheggio della loro città, i Macedoni, a levar loro la vita con pungenti sarcasmi, provocavano! Imperciocchè que' grandi animi, la dominazione straniera assai più crudele stimavano della morte stessa! Converrà nondimeno, secondo la perspicacia, e saviezza del condottiero, per le nozioni, e vantaggi che dalla conservazione di alcuni prigionieri in vita potrebbe a lui ridondare, trarre di quelli un conveniente partito; e quando una cagione, per lo migliore della guerra, militerà, dipenderà sempre dal suo arbitrio, di salvarli o distruggerli. Un riscatto forte, uno svelamento di progetti, e macchinazioni del nemico, appoggiato a prove, e colla cooperazione personale del prigione, onde a tempo, la verità, con vantaggio rinvenire; nozioni, trattative per l'occupazione immediata d'un qualche speziale conveniente punto; e mille altre simili circostanze utili al buon risultamento della causa, possono a ridimandare, cambiare, ed anche ad esentare un prigioniero dalla ben meritata morte, il condottiero, legittimamente indurre. Egli non dovrà mai però in qualsivoglia caso trovar si possa, da un sentimento di pietà, che in menoma parte, sia per essere alla patria, pregiudizievole, lasciarsi commovere;nè alla balìa d'un vano sentimento di generosità, che la sua ambizione gonfiando, esser possa alla vera convenienza del paese, contrario, sottomettersi, ma deve in ogni caso, dalla sola idea dell'utilità d'Italia esser sospinto; ed a quel fine soltanto dirizzar le sue opere, ed in ben dovuta oblazione, le sue sostanze, orgoglio, onore, ed esistenza, alla Patria, con giubilo consacrare.