CONCLUSIONEQuesti son gl'Italiani pervenuti a mia notizia, che nel passato secolo illustrarono le antiche lingue, o le moderne. La scarsità dell'ingegno, e la mancanzadi moltissimi libri mi ha impedito di rispondere degnamente al mio assunto. E tengo per fermo, che molti nomi illustri, e molte opere degne di ricordanza sono rimaste a me ignote, o dimenticate; talchè non porterebbono retto giudizio coloro, i quali dalle cose per me dette fin quì il valore e lo studio degl'Italiani in questa materia volessero misurare. Supplito avrebbe pienamente al mio difetto un uomo dotto molto, e felice posseditore d'una splendida libreria, che voleva cortesemente somministrarmi buon numero di notizie, che a me mancavano, ed avrebbe altresì emendati gli errori, ne' quali sarò caduto. Ma le moltiplici sue occupazioni, e la mal ferma salute gli hanno impedito di compiacermi. Ciò non ostante ancor solo da quel poco, che mi è riuscito di raccogliere parmi di poter dedurre le seguenti riflessioni. In primo luogo per ciò che spetta alla illustrazione della propia lingua non debbono gl'Italiani temere il confronto delle straniere nazioni. Anzi se mal non m'appongo niun'altra nazione al pari di noi ha illustrati gli autori, che nel fatto della lingua son classici. Che se alcune vanno superbe di molti fra i loro scrittori noi pure ne vantiamo parecchi eleganti e puri, nè temiamo il confronto. Riguardo alle straniere moderne lingue d'Europa non vedo qual vocabolario si possa paragonare a quello dell'Alberti per la Francese. Vantar potranno i Francesi le molte lor traduzioni dall'Italiano dal Tedesco dall'Inglese, e noi (lasciando star quelle prezzolate pe' libraj) ricordando i Mazza, i Paradisi, i Cesarotti ardiremo vantarle non inferiori di pregio, se sono inferiori di numero. E quì aggiugnerei volentieri il Milton del signor Papi, se non temessi d'esser rimproverato, che per servire alla mia causa io nomini gli scrittori del secolo decimonono. Lo studio della lingua Etrusca si può dir tutto nostro, nè abbiamo in ciò contradittori. Nel Greco siam vinti dai Tedeschi dagli Olandesi dagl'Inglesi inciò che direttamente riguarda l'illustrazione della lingua e degli Autori, perchè quantunque abbiamo il Mingarelli l'Ignarra e qualche altro, che ho nominato[548]; questi son pochi; il che avviene non per la mancanza di dotti Grecisti, ma per la scarsità di uomini pazienti, o perchè i nostri sono intenti a studiare le cose che contengono, o ad ammirarne lo stile, e quindi sono meno solleciti di tormentare il testo con sempre nuove mutazioni. Pe' volgarizzamenti però dal Greco non dubitiamo di contrastare cogli altri. Nel Latino vinciamo qualunque nazione, niuna potendo opporci un lessico simile a quello del Forcellini, nè tanti e così puri, ed eleganti scrittor Latini, come abbiamo noi. Per le lingue Orientali finalmente ci gloriamo d'un De Rossi d'un Caluso d'un Bugatti d'un P. Giorgi, oltre ad alcuni Missionarj, ed altri, che possiamo opporre ai più celebri stranieri senza timore[549]. Resta adunque che nel secolo decimonono non si arrestino gl'ingegni Italiani, e raddoppiando i loro sforzi faccian conoscere, che.......Secundis usque laboribusRomana pubes crevit[550].
Questi son gl'Italiani pervenuti a mia notizia, che nel passato secolo illustrarono le antiche lingue, o le moderne. La scarsità dell'ingegno, e la mancanzadi moltissimi libri mi ha impedito di rispondere degnamente al mio assunto. E tengo per fermo, che molti nomi illustri, e molte opere degne di ricordanza sono rimaste a me ignote, o dimenticate; talchè non porterebbono retto giudizio coloro, i quali dalle cose per me dette fin quì il valore e lo studio degl'Italiani in questa materia volessero misurare. Supplito avrebbe pienamente al mio difetto un uomo dotto molto, e felice posseditore d'una splendida libreria, che voleva cortesemente somministrarmi buon numero di notizie, che a me mancavano, ed avrebbe altresì emendati gli errori, ne' quali sarò caduto. Ma le moltiplici sue occupazioni, e la mal ferma salute gli hanno impedito di compiacermi. Ciò non ostante ancor solo da quel poco, che mi è riuscito di raccogliere parmi di poter dedurre le seguenti riflessioni. In primo luogo per ciò che spetta alla illustrazione della propia lingua non debbono gl'Italiani temere il confronto delle straniere nazioni. Anzi se mal non m'appongo niun'altra nazione al pari di noi ha illustrati gli autori, che nel fatto della lingua son classici. Che se alcune vanno superbe di molti fra i loro scrittori noi pure ne vantiamo parecchi eleganti e puri, nè temiamo il confronto. Riguardo alle straniere moderne lingue d'Europa non vedo qual vocabolario si possa paragonare a quello dell'Alberti per la Francese. Vantar potranno i Francesi le molte lor traduzioni dall'Italiano dal Tedesco dall'Inglese, e noi (lasciando star quelle prezzolate pe' libraj) ricordando i Mazza, i Paradisi, i Cesarotti ardiremo vantarle non inferiori di pregio, se sono inferiori di numero. E quì aggiugnerei volentieri il Milton del signor Papi, se non temessi d'esser rimproverato, che per servire alla mia causa io nomini gli scrittori del secolo decimonono. Lo studio della lingua Etrusca si può dir tutto nostro, nè abbiamo in ciò contradittori. Nel Greco siam vinti dai Tedeschi dagli Olandesi dagl'Inglesi inciò che direttamente riguarda l'illustrazione della lingua e degli Autori, perchè quantunque abbiamo il Mingarelli l'Ignarra e qualche altro, che ho nominato[548]; questi son pochi; il che avviene non per la mancanza di dotti Grecisti, ma per la scarsità di uomini pazienti, o perchè i nostri sono intenti a studiare le cose che contengono, o ad ammirarne lo stile, e quindi sono meno solleciti di tormentare il testo con sempre nuove mutazioni. Pe' volgarizzamenti però dal Greco non dubitiamo di contrastare cogli altri. Nel Latino vinciamo qualunque nazione, niuna potendo opporci un lessico simile a quello del Forcellini, nè tanti e così puri, ed eleganti scrittor Latini, come abbiamo noi. Per le lingue Orientali finalmente ci gloriamo d'un De Rossi d'un Caluso d'un Bugatti d'un P. Giorgi, oltre ad alcuni Missionarj, ed altri, che possiamo opporre ai più celebri stranieri senza timore[549]. Resta adunque che nel secolo decimonono non si arrestino gl'ingegni Italiani, e raddoppiando i loro sforzi faccian conoscere, che
.......Secundis usque laboribusRomana pubes crevit[550].
APPENDICEI. Mentre stampavasi la prima parte di questa mia operetta mi pervenne il ragionamento del signor Giammaria Puoti Napoletanosul trattato degli scrittori del trecento del conte Perticari e sulla proposta di giunte e correzioni al vocabolario della crusca de cav. Monti, stampato in Napoli dal Trani il 1818. in 8. A me non appartiene di dar giudizio dell'opera di questo dotto scrittore, che non ha veduta la luce, e nè pure è stata composta nel secolo da me preso in considerazione: e già non v'ha bisogno d'altrui giudizio, quando essa fu accolta con plauso dalla celebre società pontaniana di quella città. Poche osservazioni però mi sia concesso di fare, che riguardano alcune cose da me dette nella prima parte del mio libro, e sono più presto questioni di fatto, che di ragione. Ho considerato come lingue diverse i diversi idiomi, che nelle diverse parti d'Italia si parlano, e che da altri si chiamano dialetti. Ma il signor Puoti p. 64. dice, chela massa principale di ogni idioma risulta dai nomi, dai verbi, dalla conjugazione di questi, e dalla costruzione del discorso, e che in tutte le parti d'Italia i verbi, la loro conjugazione, i nomi, e la costruzione sono gli stessi. A me pare al contrario, che nomi e verbi moltissimi sieno diversi in queste lingue, e molto diversa altresì sia la conjugazione de' medesimi verbi. Lascio ai signori Genovesi, Piemontesi, Bolognesi, Milanesi, Bresciani e ad altrettali la decisione di ciò. Ma prosegue ivi il chiarissimo autore:che parli un uomo di qualunque parte d'Italia in presenza di abitatori di tutte le altre contrade di questo bellissimo e disgraziato paese; egli sarà inteso da tutti. Si sarà inteso se parlerà quella lingua, che egli ha imparata su i libri, non quella del suo paese. A me è avvenuto assai volte di sentirparlare fra loro cavalieri e dame genovesi, o piemontesi ne' loro natii linguaggi, nè mi è riuscito d'intendere pure una parola. Tornando di Francia nel mese di Maggio del 1799. visitai il vecchio signor marchese di Barol in Torino. Parlando a un italiano credei dovergli parlare Italiano, ma egli dopo poche parole reciprocamente dette mi pregò d'usare il Francese, dicendo, che poca pratica aveva della lingua Italiana. Sono però d'avviso, che sì fatta preghiera non mi avrebbe fatta se avessi parlato Piemontese.Il signor Puoti aggiugne, chela lingua Italica vaga per tutte le città d'Italia, ed in niuna si ferma. Io non so bene, che cosa egli abbia inteso con queste parole; so che l'Ariosto, (giova il ripeterlo, benchè parecchi altri l'abbiano detto) andò a Firenze a studiar quella lingua, nella quale scrisse il suo divino poema, ed altri fecero lo stesso. Il Tasso era sollecito d'adoperare voci toscane. Nelle sue lettere poetiche io leggo così.Mi pare anco di ricordarmi, ch'in quella stanza io scrissi: Appono. Appongoè meglio, e più Toscano; chepongodicono: e così credo, che si debba osservare ne' composti. Tas. Op.T. 10. p. 104.ed. Ven.Scorgeano,e scorgono credo toscanamente si dica. Ivi p. 119. Per difendere la vocerediensedaredienoporta l'esempio de' Toscani che usanoparienoperparevano. Ivi p. 128. Egli per la scelta delle voci cercava esempj degli antichi scrittori, e se non era schivo d'usar voci nuove, almeno aveva cura di foggiarle secondo l'uso de' Toscani. A me pare necessario un freno nell'introdurre voci nuove; altramente temo non forse, volendo troppo accrescer la lingua, traendo le parole da tutti i dialetti dell'Italia, (come vuole il Signor Puoti,) si faccia una confusione, che la guasti. Se ciò che in francese dicesidessert, in Firenze si chiamamesso delle frutte, io non lo chiameròdeserta, come dicesi nella mia patria, che è parola troppo francese, di làforse portata fra noi dai nostri mercatanti. Nè pure lo chiameròsparecchio, come questo scrittore p. 72. vorrebbe, che significa altro. Così alla vocesoglia, osogliolanon sostituirò senza necessitàpalaja, nè adalbicocca,crisomaloil che pure si propone da lui p. 96.[551]Così non parmi giusto il riprendere il chiarissimo signor Perticari, quando usò la vocegovernamento, che hanno pure usata alcuni buoni scrittori, e quando adoperò certi modi di dire, pe' quali si determina, o si accresce il superlativo, cometanto ricchissima, epiù antichissimi; il che egli chiamafallo usato a discapito del buon gusto, e delle regole eterne della lingua. (facc. 20—22.) Se però sovente i Greci, e non rade volte anche i Latini hanno adoperato così, credo che noi, seguendo il loro esempio, non dovremo temere di far onta al buon gusto, nè a quelle regole. L'arte critica, o, come altri dicono, la filosofia è necessaria alla Grammatica, come il sale alle vivande, che se è soverchio le rende spiacevoli.II. Alla facc. 30. della seconda parte ho parlato del Mazzocchi, e del suospicilegium Biblicum. Deesi aggiungere, che in questo libro T. 1. facc. 21. nota 8. parla d'una sua operade opificio sex dierum, nella quale certamente, come era suo costume, avrà fatto molto uso della lingua Ebraica.III. Ho mostrato il vivo mio desiderio, che s'intraprenda una nuova edizione dello Scapula. Mentre io scrivo queste cose mi è pervenuta quella fatta a Glascovv dal Duncan il 1816. in due volumi, e vedo che ben lungi dal soddisfare quel mio desiderio,essa non è che un'infelice speculazione tipografica. Quì non si ha che una replica dell'impressione Elzeviriana, cui sono state inserite le aggiunte dell'Askevv, le quali sono quasi tutte di poco o di niun momento. Parecchie migliaja di voci o di significanze si potevano raccogliere senza fatica dall'Appendice dello Scott, dal Tesoro Ecclesiastico del Suicero, dai Lessici dell'Hederico, del Damm, e dello Schneider, da quello di Senofonte, dalle Lezioni Lucianee dello Iensio, dalla ristampa eccellente del Morell fatta l'anno innanzi a Cambridge, e da cento altri libri; ma non vi si vedono.IV. Era già compiuto questo mio Ragionamento, quando dalla somma cortesia del signor Dottore (Haham) Samuel Coen di Livorno mi è pervenuta la notizia di parecchie opere Ebraiche del celebre Rabbino Ioseph Chaim David Azulai, le quali mi erano ignote. Esse mostrano vie più la molta dottrina di questo instancabile scrittore, che tanto onore ha fatto vivendo all'Ebrea Nazione d'Italia. Non potendo ormai più inserirne i titoli ai luoghi respettivi non debbo almeno tralasciare d'indicarli quì brevemente. Il Signor Coen è un egregio Poeta e fornito di vasta erudizione nell'Ebraica letteratura; e se io avessi avuto agio di consultarlo maggiormente questa mia opera sarebbe riuscita meno imperfetta. Ai titoli delle opere dell'Azulai ho aggiunta la spiegazione in Latino per comodo dei Lettori; il che ho voluto avvertire, affinchè, se qualche errore vi fosse, questo si attribuisca a me. Ad alcuni ho aggiunta ancora la citazione di quei luoghi della sacra Scrittura, che l'Autore ebbe forse in mira nello sceglierli.1.שער יוסף(Porta addens). Opera sul trattatoHoraiotdel Talmud. In essa mostra l'Autore una profonda e vasta erudizione ne' suoi giudizj, egualmente che ne' Consulti di Giurisprudenza Teologica aggiunti in fine. Egli era allora in età di soli diciassette anni, e meritò l'approvazione dei dotti di Gerusalemme, e di tutte le principali città.2.פתח עינים(Apertio, vellux oculorum). Tratta del Talmud in generale, sul quale dà una vasta quantità d'illustrazioni. È in due volumi.3.מראית העין(Visio, velindex oculi). Osservazioni sul Talmud. In fine vi sono alcuni trattati non mai pubblicati, che essendo venuti nelle sue mani egli li diede alla luce.4.בדכי יוסף(Genu addens). Tratta del Rituale del Rabbino Caro, che illustra con dotto Comento pieno di molta erudizione, e coll'ajuto di manuscritti non mai stampati prima di lui.5.מחזיק ברכה(Roborans benedictionem). Illustra i due soli primi tomi del detto Rituale, e risponde alle objezioni d'alcuni moderni contro le sue decisioni.6.חיים שאל ח״א שאלות ותשובות(Vitam petens(Ex Ps. 21. 5.)ParsI.Quaestiones et responsa). Consulti Teologici e Giuridici, e compimento dell'opera precedente, cioè le annotazioni ai Capi 87—402. del Rituale citato.7.ח״ב(Pars secunda). Consulti e annotazioni sul Rituale e sopra vari Autori, coll'aggiunta di due manuscritti d'antichi scrittori non pubblicati prima.8.יוסף אומץ ח״ג(Addens fortitudinem, Pars. tertia). Continuazione dello stesso soggetto.9.דברים אחדים(Verba unientia). Prediche sulle solennità scritte con molta eloquenza, ed alcune discussioni sopra materie Teologiche.10.אהבת דוד(Amor dilecti). Prediche sullo stesso soggetto.11.כסא דוד(Thronus dilecti) Prediche sullo stesso soggetto.12.רוח חיים(Spiritus vitae. Ex Gen. 6. 17. lb. 7. 22. ec). Opera manoscritta presso il figlio dell'autore, di cui ignoro il contenuto.13.דבש לפי(Mel ori.Ex Ps. 119. 103.) Dizionario di materie Teologiche, con alcune annotazioni in fine sulla leggenda della Pasqua d'azimi.14.עין זוכר מדבר קדמותseuיעיר אוזן(Excitabit aurem(ex Isai. 50. 4.)seu oculus commemorans ex verbo antiquitatis) Presenta per ordine alfabetico le regole necessarie all'intelligenza del Talmud, e molti assiomi sulla logica della stessa opera.15.ככר לאדן(Talentum Domini) Trattato sopra varj oggetti riguardanti il Talmud, con qualche supplimento al Dizionario degli uomini illustri.16.כסא רחמים(Thronus misericordiarum.) Trattato più ampio sulla stessa materia.17.שם הגדולים ח״א(Nomen magnorum, Pars prima) Seconda edizione molto accresciuta del Dizionario degli uomini illustri della Nazione Ebrea, a cui ha aggiunta una spiegazione deiPirkè Avòthcioè deiCapitoli de' Padri, che è una parte del Talmud contenente i detti e le sentenze degli antichi Rabbini.18.ח״ב(Pars secunda) È la seconda parte della stessa opera, e contiene inoltre alcune osservazioni sulle opere degli Autori Teologici piùillustri.19.ועד לחכמים ח״ג(Coetus sapientum. Pars tertia) Terzo volume.20.לב דוד(Cor dilecti) Contiene trentadue capitoli di morale, di cui i primi sei sono del celebre Rabbino Vitali profondo metafisico e cabalistico nato il 1543. in Palestina di famiglia oriunda Calabrese, e morto in Damasco il 1620.21.צפורן שמיר ומורה באצבע(scalprum, velunguis adamantis, et docens in digitis. Ex Ier. 17. 1. et Prov. 6. 13.) Trattato sull'offizio religioso; varie orazioni dell'autore, e massime di riti appartenenti alle sole orazioni.23.לדוד אמת(Amico veritatis) Compendio di Riti relativi alla sacra Bibbia, e regole sulla maniera di scriverla, e sull'epoche in cui si dee leggere, stampato tre volte, ed arricchito sempre di nuove aggiunte.23.יוסף תהלות(Augens psalmos) Spiegazioni dei Salmi di David e varie orazioni composte dall'Autore.24.שמחת הרגל ח״א(Laetitia pedis. ParsI.) Trattato sulla leggenda della Pasqua d'Azzimi. Vi è unito il testo con alcuni capitoli morali ed annotazioni.25.ח״ב רות(Laetitia pedis. ParsII.Ruth) Secondo volume della stessa opera. Tratta del libro di Ruth, e vi soggiunti alcuni capitoli sul soggetto del primo tomo con un trattato preso da un antichissimo Talmud manuscritto esistente nella città di Fez, che era ignoto.26.פני דוד(Facies dilecti) Annotazioni sul Pentateuco, e su i Capitoli de' Profeti, che dagli Ebrei si sogliono leggere tutti i sabati.27.חומת תנ״ך(Murus Legis, Prophetarum, et Hagiographorum). Commento su tutta la Sacra Bibbia stampato col Testo in quattro volumi.28.יוסף לחוק(Addens decreto) Raccolta di riti con assiomi morali destinata ad essere letta ogni giorno della settimana, uno squarcio per giorno.ὁIV. Al capo IX. della seconda parte fra i traduttori dal Greco vuolsi aggiugnere il chiarissimo signor Abate Giuseppe Biamonti professore d'eloquenza nell'università di Torino. I suoi volgarizzamenti non sono impressi; ma la celebrità dell'autore è tanta, e così nota è la sua perizia nella lingua Greca, che dobbiamo esser certi del plauso che otterrebbono, se egli, secondando gli altrui voti, li pubblicasse. Egli dunque ha tradotto Sofocle in prosa, i Persiani e l'Agamennone d'Eschilo, l'Iliade d'Omero, e la Rettorica d'Aristotele, la quale ha in oltre illustrata con parecchi esempj tratti dagli ottimi scrittori Greci, Latini, ed Italiani. Un mio dotto amico mi ha assicurato, che queste traduzioni sono scritte con somma purità di lingua: ma non v'ha bisogno d'altrui testimonianza per crederlo, imperciocchè nulla esce dalle sue mani, che non sia puramente scritto.
I. Mentre stampavasi la prima parte di questa mia operetta mi pervenne il ragionamento del signor Giammaria Puoti Napoletanosul trattato degli scrittori del trecento del conte Perticari e sulla proposta di giunte e correzioni al vocabolario della crusca de cav. Monti, stampato in Napoli dal Trani il 1818. in 8. A me non appartiene di dar giudizio dell'opera di questo dotto scrittore, che non ha veduta la luce, e nè pure è stata composta nel secolo da me preso in considerazione: e già non v'ha bisogno d'altrui giudizio, quando essa fu accolta con plauso dalla celebre società pontaniana di quella città. Poche osservazioni però mi sia concesso di fare, che riguardano alcune cose da me dette nella prima parte del mio libro, e sono più presto questioni di fatto, che di ragione. Ho considerato come lingue diverse i diversi idiomi, che nelle diverse parti d'Italia si parlano, e che da altri si chiamano dialetti. Ma il signor Puoti p. 64. dice, chela massa principale di ogni idioma risulta dai nomi, dai verbi, dalla conjugazione di questi, e dalla costruzione del discorso, e che in tutte le parti d'Italia i verbi, la loro conjugazione, i nomi, e la costruzione sono gli stessi. A me pare al contrario, che nomi e verbi moltissimi sieno diversi in queste lingue, e molto diversa altresì sia la conjugazione de' medesimi verbi. Lascio ai signori Genovesi, Piemontesi, Bolognesi, Milanesi, Bresciani e ad altrettali la decisione di ciò. Ma prosegue ivi il chiarissimo autore:che parli un uomo di qualunque parte d'Italia in presenza di abitatori di tutte le altre contrade di questo bellissimo e disgraziato paese; egli sarà inteso da tutti. Si sarà inteso se parlerà quella lingua, che egli ha imparata su i libri, non quella del suo paese. A me è avvenuto assai volte di sentirparlare fra loro cavalieri e dame genovesi, o piemontesi ne' loro natii linguaggi, nè mi è riuscito d'intendere pure una parola. Tornando di Francia nel mese di Maggio del 1799. visitai il vecchio signor marchese di Barol in Torino. Parlando a un italiano credei dovergli parlare Italiano, ma egli dopo poche parole reciprocamente dette mi pregò d'usare il Francese, dicendo, che poca pratica aveva della lingua Italiana. Sono però d'avviso, che sì fatta preghiera non mi avrebbe fatta se avessi parlato Piemontese.
Il signor Puoti aggiugne, chela lingua Italica vaga per tutte le città d'Italia, ed in niuna si ferma. Io non so bene, che cosa egli abbia inteso con queste parole; so che l'Ariosto, (giova il ripeterlo, benchè parecchi altri l'abbiano detto) andò a Firenze a studiar quella lingua, nella quale scrisse il suo divino poema, ed altri fecero lo stesso. Il Tasso era sollecito d'adoperare voci toscane. Nelle sue lettere poetiche io leggo così.Mi pare anco di ricordarmi, ch'in quella stanza io scrissi: Appono. Appongoè meglio, e più Toscano; chepongodicono: e così credo, che si debba osservare ne' composti. Tas. Op.T. 10. p. 104.ed. Ven.Scorgeano,e scorgono credo toscanamente si dica. Ivi p. 119. Per difendere la vocerediensedaredienoporta l'esempio de' Toscani che usanoparienoperparevano. Ivi p. 128. Egli per la scelta delle voci cercava esempj degli antichi scrittori, e se non era schivo d'usar voci nuove, almeno aveva cura di foggiarle secondo l'uso de' Toscani. A me pare necessario un freno nell'introdurre voci nuove; altramente temo non forse, volendo troppo accrescer la lingua, traendo le parole da tutti i dialetti dell'Italia, (come vuole il Signor Puoti,) si faccia una confusione, che la guasti. Se ciò che in francese dicesidessert, in Firenze si chiamamesso delle frutte, io non lo chiameròdeserta, come dicesi nella mia patria, che è parola troppo francese, di làforse portata fra noi dai nostri mercatanti. Nè pure lo chiameròsparecchio, come questo scrittore p. 72. vorrebbe, che significa altro. Così alla vocesoglia, osogliolanon sostituirò senza necessitàpalaja, nè adalbicocca,crisomaloil che pure si propone da lui p. 96.[551]Così non parmi giusto il riprendere il chiarissimo signor Perticari, quando usò la vocegovernamento, che hanno pure usata alcuni buoni scrittori, e quando adoperò certi modi di dire, pe' quali si determina, o si accresce il superlativo, cometanto ricchissima, epiù antichissimi; il che egli chiamafallo usato a discapito del buon gusto, e delle regole eterne della lingua. (facc. 20—22.) Se però sovente i Greci, e non rade volte anche i Latini hanno adoperato così, credo che noi, seguendo il loro esempio, non dovremo temere di far onta al buon gusto, nè a quelle regole. L'arte critica, o, come altri dicono, la filosofia è necessaria alla Grammatica, come il sale alle vivande, che se è soverchio le rende spiacevoli.
II. Alla facc. 30. della seconda parte ho parlato del Mazzocchi, e del suospicilegium Biblicum. Deesi aggiungere, che in questo libro T. 1. facc. 21. nota 8. parla d'una sua operade opificio sex dierum, nella quale certamente, come era suo costume, avrà fatto molto uso della lingua Ebraica.
III. Ho mostrato il vivo mio desiderio, che s'intraprenda una nuova edizione dello Scapula. Mentre io scrivo queste cose mi è pervenuta quella fatta a Glascovv dal Duncan il 1816. in due volumi, e vedo che ben lungi dal soddisfare quel mio desiderio,essa non è che un'infelice speculazione tipografica. Quì non si ha che una replica dell'impressione Elzeviriana, cui sono state inserite le aggiunte dell'Askevv, le quali sono quasi tutte di poco o di niun momento. Parecchie migliaja di voci o di significanze si potevano raccogliere senza fatica dall'Appendice dello Scott, dal Tesoro Ecclesiastico del Suicero, dai Lessici dell'Hederico, del Damm, e dello Schneider, da quello di Senofonte, dalle Lezioni Lucianee dello Iensio, dalla ristampa eccellente del Morell fatta l'anno innanzi a Cambridge, e da cento altri libri; ma non vi si vedono.
IV. Era già compiuto questo mio Ragionamento, quando dalla somma cortesia del signor Dottore (Haham) Samuel Coen di Livorno mi è pervenuta la notizia di parecchie opere Ebraiche del celebre Rabbino Ioseph Chaim David Azulai, le quali mi erano ignote. Esse mostrano vie più la molta dottrina di questo instancabile scrittore, che tanto onore ha fatto vivendo all'Ebrea Nazione d'Italia. Non potendo ormai più inserirne i titoli ai luoghi respettivi non debbo almeno tralasciare d'indicarli quì brevemente. Il Signor Coen è un egregio Poeta e fornito di vasta erudizione nell'Ebraica letteratura; e se io avessi avuto agio di consultarlo maggiormente questa mia opera sarebbe riuscita meno imperfetta. Ai titoli delle opere dell'Azulai ho aggiunta la spiegazione in Latino per comodo dei Lettori; il che ho voluto avvertire, affinchè, se qualche errore vi fosse, questo si attribuisca a me. Ad alcuni ho aggiunta ancora la citazione di quei luoghi della sacra Scrittura, che l'Autore ebbe forse in mira nello sceglierli.
1.שער יוסף(Porta addens). Opera sul trattatoHoraiotdel Talmud. In essa mostra l'Autore una profonda e vasta erudizione ne' suoi giudizj, egualmente che ne' Consulti di Giurisprudenza Teologica aggiunti in fine. Egli era allora in età di soli diciassette anni, e meritò l'approvazione dei dotti di Gerusalemme, e di tutte le principali città.
2.פתח עינים(Apertio, vellux oculorum). Tratta del Talmud in generale, sul quale dà una vasta quantità d'illustrazioni. È in due volumi.
3.מראית העין(Visio, velindex oculi). Osservazioni sul Talmud. In fine vi sono alcuni trattati non mai pubblicati, che essendo venuti nelle sue mani egli li diede alla luce.
4.בדכי יוסף(Genu addens). Tratta del Rituale del Rabbino Caro, che illustra con dotto Comento pieno di molta erudizione, e coll'ajuto di manuscritti non mai stampati prima di lui.
5.מחזיק ברכה(Roborans benedictionem). Illustra i due soli primi tomi del detto Rituale, e risponde alle objezioni d'alcuni moderni contro le sue decisioni.
6.חיים שאל ח״א שאלות ותשובות(Vitam petens(Ex Ps. 21. 5.)ParsI.Quaestiones et responsa). Consulti Teologici e Giuridici, e compimento dell'opera precedente, cioè le annotazioni ai Capi 87—402. del Rituale citato.
7.ח״ב(Pars secunda). Consulti e annotazioni sul Rituale e sopra vari Autori, coll'aggiunta di due manuscritti d'antichi scrittori non pubblicati prima.
8.יוסף אומץ ח״ג(Addens fortitudinem, Pars. tertia). Continuazione dello stesso soggetto.
9.דברים אחדים(Verba unientia). Prediche sulle solennità scritte con molta eloquenza, ed alcune discussioni sopra materie Teologiche.
10.אהבת דוד(Amor dilecti). Prediche sullo stesso soggetto.
11.כסא דוד(Thronus dilecti) Prediche sullo stesso soggetto.
12.רוח חיים(Spiritus vitae. Ex Gen. 6. 17. lb. 7. 22. ec). Opera manoscritta presso il figlio dell'autore, di cui ignoro il contenuto.
13.דבש לפי(Mel ori.Ex Ps. 119. 103.) Dizionario di materie Teologiche, con alcune annotazioni in fine sulla leggenda della Pasqua d'azimi.
14.עין זוכר מדבר קדמותseuיעיר אוזן(Excitabit aurem(ex Isai. 50. 4.)seu oculus commemorans ex verbo antiquitatis) Presenta per ordine alfabetico le regole necessarie all'intelligenza del Talmud, e molti assiomi sulla logica della stessa opera.
15.ככר לאדן(Talentum Domini) Trattato sopra varj oggetti riguardanti il Talmud, con qualche supplimento al Dizionario degli uomini illustri.
16.כסא רחמים(Thronus misericordiarum.) Trattato più ampio sulla stessa materia.
17.שם הגדולים ח״א(Nomen magnorum, Pars prima) Seconda edizione molto accresciuta del Dizionario degli uomini illustri della Nazione Ebrea, a cui ha aggiunta una spiegazione deiPirkè Avòthcioè deiCapitoli de' Padri, che è una parte del Talmud contenente i detti e le sentenze degli antichi Rabbini.
18.ח״ב(Pars secunda) È la seconda parte della stessa opera, e contiene inoltre alcune osservazioni sulle opere degli Autori Teologici piùillustri.
19.ועד לחכמים ח״ג(Coetus sapientum. Pars tertia) Terzo volume.
20.לב דוד(Cor dilecti) Contiene trentadue capitoli di morale, di cui i primi sei sono del celebre Rabbino Vitali profondo metafisico e cabalistico nato il 1543. in Palestina di famiglia oriunda Calabrese, e morto in Damasco il 1620.
21.צפורן שמיר ומורה באצבע(scalprum, velunguis adamantis, et docens in digitis. Ex Ier. 17. 1. et Prov. 6. 13.) Trattato sull'offizio religioso; varie orazioni dell'autore, e massime di riti appartenenti alle sole orazioni.
23.לדוד אמת(Amico veritatis) Compendio di Riti relativi alla sacra Bibbia, e regole sulla maniera di scriverla, e sull'epoche in cui si dee leggere, stampato tre volte, ed arricchito sempre di nuove aggiunte.
23.יוסף תהלות(Augens psalmos) Spiegazioni dei Salmi di David e varie orazioni composte dall'Autore.
24.שמחת הרגל ח״א(Laetitia pedis. ParsI.) Trattato sulla leggenda della Pasqua d'Azzimi. Vi è unito il testo con alcuni capitoli morali ed annotazioni.
25.ח״ב רות(Laetitia pedis. ParsII.Ruth) Secondo volume della stessa opera. Tratta del libro di Ruth, e vi soggiunti alcuni capitoli sul soggetto del primo tomo con un trattato preso da un antichissimo Talmud manuscritto esistente nella città di Fez, che era ignoto.
26.פני דוד(Facies dilecti) Annotazioni sul Pentateuco, e su i Capitoli de' Profeti, che dagli Ebrei si sogliono leggere tutti i sabati.
27.חומת תנ״ך(Murus Legis, Prophetarum, et Hagiographorum). Commento su tutta la Sacra Bibbia stampato col Testo in quattro volumi.
28.יוסף לחוק(Addens decreto) Raccolta di riti con assiomi morali destinata ad essere letta ogni giorno della settimana, uno squarcio per giorno.ὁ
IV. Al capo IX. della seconda parte fra i traduttori dal Greco vuolsi aggiugnere il chiarissimo signor Abate Giuseppe Biamonti professore d'eloquenza nell'università di Torino. I suoi volgarizzamenti non sono impressi; ma la celebrità dell'autore è tanta, e così nota è la sua perizia nella lingua Greca, che dobbiamo esser certi del plauso che otterrebbono, se egli, secondando gli altrui voti, li pubblicasse. Egli dunque ha tradotto Sofocle in prosa, i Persiani e l'Agamennone d'Eschilo, l'Iliade d'Omero, e la Rettorica d'Aristotele, la quale ha in oltre illustrata con parecchi esempj tratti dagli ottimi scrittori Greci, Latini, ed Italiani. Un mio dotto amico mi ha assicurato, che queste traduzioni sono scritte con somma purità di lingua: ma non v'ha bisogno d'altrui testimonianza per crederlo, imperciocchè nulla esce dalle sue mani, che non sia puramente scritto.
ERRORICORREZIONIParte I.p. 11. l. 18. de Baillydel Baillyp. 15. not.(14) Elog.Eloq.p. 17. not.(20) Elog.Eloq.p. 32. l. 2. AssaiAsprip. 44. l. 15. fattifallip. 44. l. 15. fattifallip. 54. not.(71) PucciPeccip. 54. not.(79) localibusjocalibusp. 57. l. 30. ornateornarep. 74. l. 12. intotolataintitolatap. 77. l. 28. altroaltriParte II.p. 9. not.(9) e del Mozzocchiè del Mazzocchip. 20. l. 8. scondosecondop. 20. l. 18. incoraggimentiincoraggiamentiop. 23. not.(28) laescionlascionp. 23. not.(28) sanctasanctaep. 28. l. 18. facevanofecerop. 39. not.(60)UgolniUgolinip. 39. not.(60)SacraiSacrip. 54. l. 13. facevanofecerop. 96. l. 1.anedottianeddotip. 99. l. 27. mancantimancatip. 109. l. 7.dispostedispostiGli altri errori, de' quali è più facile la correzione si lasciano alla benignità del lettore. Così si dica di quelli accaduti nelle parole Ebraiche o Greche, che gl'intelligenti di questa lingua emenderanno senza fatica.
Gli altri errori, de' quali è più facile la correzione si lasciano alla benignità del lettore. Così si dica di quelli accaduti nelle parole Ebraiche o Greche, che gl'intelligenti di questa lingua emenderanno senza fatica.