Delle LingueAraba, e Turca.CAPOXVIII.

Delle LingueAraba, e Turca.CAPOXVIII.Alla lingua Araba appartengono in parte alcune delle gloriose fatiche degli Assemani, delle quali ho parlato di sopra; e ad esse vuolsi aggiungere un breve compendio della Grammatica Arabica di Giuseppe Simonio, che non è però di molto momento[472]. Dagli Assemani non si debbono separare l'amico loro P. Benedetti, di cui ho parlato altrove, e il pronepote di Giuseppe Simonio signor Ab. Simone Assemani dotto Professore di lingue Orientali nell'Università di Padova. Il primo tradusse dall'Arabo le opere di Stefano Aldoense Patriarca d'Antiochia sulla liturgia, e sull'origine de' Maroniti[473]. Il secondo più e diverse cose ci ha date, e tutte pregevolissime, le quali domandano ora il mio discorso. Prima però che io dica di queste debbo far parola d'una turpe, e troppo celebre impostura per lui gloriosamente scoperta innanzi ad ogni altro[474]. Nel 1784. si pretese d'aver trovato il Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi in un manoscritto del Monastero di S. Martino di Palermo.Un certo Abate Vela Maltese Professore di lingua Araba ne fece la traduzione, e il Re di Napoli ne fece fare la stampa. Il 1786. furono mandati i primi fogli di quell'edizione al Professore Assemani, il quale per la cognizione grandissima, che ha di questa lingua, come prima ne ebbe lette poche linee vi scorse errori sì gravi e tali incongruenze, che dette di quel Codice giudizio sfavorevole. Confermò egli il suo giudizio, quando gli fu inviata una seconda, e più diligente impressione di quei primi fogli, i quali disse non essere intelligibili, tranne qualche linea scritta in lingua Maltese piuttosto che in Arabo. Ma il Signor Olao Tichsen Professore a Rostock dette una sentenza contraria, e dichiarò autentico il Codice. Nella diversità delle due opinioni si prestò fede al Professore straniero più che a quello abitante in Italia, al giudizio conforme alle concepite prevenzioni più che al contrario, e l'opera fu mandata in luce e dedicata al Re colla prefazione e le note del signor Airoldi[475]. Nè quì si arrestò l'Abate Vela, ma vantò un commercio di lettere con Marocco e nuovi Manoscritti. Si cominciò un'altra opera intitolata il Consiglio di Egitto, di cui pure l'Assemani avutone un saggio dette giudizio non diverso dal primo. Si volle allora por fine a' contrasti. Fu chiamato da Vienna il dotto signor Giuseppe Hager, che recatosi a Palermo, e veduti que' codici pronunziò esser questi una narrazione dei detti e fatti di Maometto guasta e interpolata, affinchè niuno potesse rilevarne il senso, e la parte leggibile scritta era in lingua Maltese. Scoperta finalmente così l'impostura trionfò la dottrina del ProfessorPadovano, e lo sciagurato Vela fu condannato alla carcere[476].Ma l'Assemani dette ancora più altri non equivoci segni delle profonde sue cognizioni in questa lingua. Tale è ilsaggio sull'origine culto letteratura e costumi degli Arabi avanti il Pseudo-profeta Maometto[477]. Altri prima di lui avevano trattato questo argomento, tra' quali giova quì ricordare il suo grande prozio Giuseppe Simonio Assemani in una dissertazione sull'origine, e religione di questa nazione, che egli aggiunse alla sua traduzione della Cronica Orientale di Benrahebo. Ma ciò che si era detto prima di lui è quì esposto più brevemente, e molte altre pregevoli notizie vi sono, che quegli scrittori o non conobbero, o dimenticarono. Non meno commendabile di questo libro è il Catalogo dei codici Orientali della Veneta libreria Nani[478]. Le opere in essi contenute sono indicate con diligenza, e se ne pubblica ancor qualche parte, come alcuni Calendarj, le vite d'alcuni antichi Filosofi, e la serie de' Monarchi Persiani, Arabi, e Turchi. Egli vi aggiunse la illustrazione delle monete Cufiche[479], e d'alcune tessere di vetro corredate d'iscrizionecufica, che quella nobile famiglia conserva; e quì non solo illustra dottamente le une, e l'altre, ma dà altresì la storia della Zecca Arabica, la quale mostra aver avuta origine nell'anno 76. dell'Egira, cioè 695. dell'era volgare, e parla delle otto Dinastie de' Principi, alle quali le monete Naniane appartengono[480]. Mi rincresce, che non ho veduto, nè in altro modo ho avuta bastante notizia della sua opera sul globo Celeste Cufico del Museo Borgiano, di cui perciò non posso parlare. Per lo stesso motivo debbo contentarmi d'indicar solamente la grand'opera del signor Canonico Rosario Gregorio intitolata,Rerum Arabicarum quae ad historiam Siculam spectant ampla collectio. E forse più altre opere a me ignote avrà somministrate la Sicilia, dove gli Arabici studj si coltivano con molto ardore. Se però son costretto a tacer di questo, ricorderò almeno l'epistola breve, ma dottissima del celebre P. Agostino Giorgi al signore Hvviid, nella quale delle versioni Arabiche del Vecchio Testamento parla con molta erudizione[481]. Debbo altresì far onorevolerimembranza della Romana Congregazione che dicesi di Propaganda, la quale mentre con ogni studio si adopera per diffondere i lumi dell'Evangelio fra i popoli più remoti, con questo intendimento fa comporre grammatiche e lessici delle lingue orientali o in esse fa tradurre più e diverse cose spettanti alla nostra Cattolica Religione. Non ebbero altra origine la breve Grammatica arabica dell'Assemani di cui sopra ho parlato, e le traduzioni in questa lingua d'una dichiarazione copiosa della Dottrina cristiana del 1770. d'un esercizio divoto alla Vergine santissima addolorata del 1763. d'un Breve del Pontefice Pio VI. ai Maroniti dei 17. Luglio 1779. e della Teologia Morale del P. Antoine del 1797.Per la lingua Saracena posso citar solamente una breve ma bella epistolain saracenicum Theodosii Distichondel Signor Abate de Rossi, che si legge nell'Appendice romana della storia bizantina. Si tratta ivi d'un distico scritto nel decimo secolo in una lingua antica molto, che ha sofferte grandi alterazioni, e scritto da un Greco, il quale probabilmente non la sapeva, e con caratteri Greci che non possono mai rappresentar gli Arabici. Bisognava dunque indovinare, e la divinazione richiedeva le cognizioni grandi dell'autore. La sua spiegazione però non piacque al P. Giorgi, che gl'indirizzò una più lunga lettera ripiena anch'essa di Arabica erudizione, nella quale propone una spiegazion diversa. Chi de' due ha ragione? Si tratta come ho detto d'indovinare, e perciò credo, che difficilmente gli uomini più dotti potranno decidere. Dirò però solamente, che la spiegazione del de Rossi è più naturale.Questa epistola mi conduce naturalmente a far parola della lingua Turca, della quale molto si è reso benemerito il chiarissimo signore Abate Giambattista Toderini colla sua opera della LetteraturaTurchesca[482]. Le scienze, gli ameni studj; le Accademie, le Biblioteche, la storia tipografica di Costantinopoli dal 1726. fino al 1786. tutto vi è accuratatamente, e copiosamente descritto. Troppo dovrei diffondermi se dovessi indicare le cose tutte, che in quest'opera si trovano, degne d'essere specialmente commendate. Basti solo il ricordare il Catalogo della Biblioteca del Serraglio, che niuno ha mai potuto ottenere, ed egli avendolo destramente fatto trascrivere lo ha quì pubblicato in lingua Turca, ed Italiana.Le lingue Turca, e Greca volgare volle insegnare il P. Bernardino Pianzola Minor Conventuale, ne raccolse le prime regole, e ne fece brevi dizionarj[483]. Ma troppo mancanti sono i suoi Dizionarj e troppo scarse le sue regole grammaticali. Oltre a ciò inopportunamente egli ha adoperate le nostre lettere, che non possono supplire alle lettere turche, e per la lingua Greca debbono produrre molti equivoci.Alla lingua Turca farò succeder la Kurda; non perchè le sia affine, ma perchè si parla nel Kurdistan provincia al signor Turco tributaria, nè avrei altro luogo dove potessi acconciamente favellarne. Essa trae l'origine dalla Persiana, ma col proceder degli anni, si è in tal guisa alterata, che si è formata una lingua nuova. Era questa ignota all'Europa, e il primo che ne abbia data la grammatica ed il Vocabolario è stato il P. Maurizio Garzoni Domenicano, chestette là Missionario per ben diciott'anni[484]. Non pretende l'autore, che l'opera sua sia perfetta, e che altri non possa un giorno migliorarla. E chi potrebbe esiger tanto, quando egli è il primo a dettar leggi di quella lingua non solamente fra i nostri, ma fra il popolo stesso, che la parla?

Alla lingua Araba appartengono in parte alcune delle gloriose fatiche degli Assemani, delle quali ho parlato di sopra; e ad esse vuolsi aggiungere un breve compendio della Grammatica Arabica di Giuseppe Simonio, che non è però di molto momento[472]. Dagli Assemani non si debbono separare l'amico loro P. Benedetti, di cui ho parlato altrove, e il pronepote di Giuseppe Simonio signor Ab. Simone Assemani dotto Professore di lingue Orientali nell'Università di Padova. Il primo tradusse dall'Arabo le opere di Stefano Aldoense Patriarca d'Antiochia sulla liturgia, e sull'origine de' Maroniti[473]. Il secondo più e diverse cose ci ha date, e tutte pregevolissime, le quali domandano ora il mio discorso. Prima però che io dica di queste debbo far parola d'una turpe, e troppo celebre impostura per lui gloriosamente scoperta innanzi ad ogni altro[474]. Nel 1784. si pretese d'aver trovato il Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi in un manoscritto del Monastero di S. Martino di Palermo.Un certo Abate Vela Maltese Professore di lingua Araba ne fece la traduzione, e il Re di Napoli ne fece fare la stampa. Il 1786. furono mandati i primi fogli di quell'edizione al Professore Assemani, il quale per la cognizione grandissima, che ha di questa lingua, come prima ne ebbe lette poche linee vi scorse errori sì gravi e tali incongruenze, che dette di quel Codice giudizio sfavorevole. Confermò egli il suo giudizio, quando gli fu inviata una seconda, e più diligente impressione di quei primi fogli, i quali disse non essere intelligibili, tranne qualche linea scritta in lingua Maltese piuttosto che in Arabo. Ma il Signor Olao Tichsen Professore a Rostock dette una sentenza contraria, e dichiarò autentico il Codice. Nella diversità delle due opinioni si prestò fede al Professore straniero più che a quello abitante in Italia, al giudizio conforme alle concepite prevenzioni più che al contrario, e l'opera fu mandata in luce e dedicata al Re colla prefazione e le note del signor Airoldi[475]. Nè quì si arrestò l'Abate Vela, ma vantò un commercio di lettere con Marocco e nuovi Manoscritti. Si cominciò un'altra opera intitolata il Consiglio di Egitto, di cui pure l'Assemani avutone un saggio dette giudizio non diverso dal primo. Si volle allora por fine a' contrasti. Fu chiamato da Vienna il dotto signor Giuseppe Hager, che recatosi a Palermo, e veduti que' codici pronunziò esser questi una narrazione dei detti e fatti di Maometto guasta e interpolata, affinchè niuno potesse rilevarne il senso, e la parte leggibile scritta era in lingua Maltese. Scoperta finalmente così l'impostura trionfò la dottrina del ProfessorPadovano, e lo sciagurato Vela fu condannato alla carcere[476].

Ma l'Assemani dette ancora più altri non equivoci segni delle profonde sue cognizioni in questa lingua. Tale è ilsaggio sull'origine culto letteratura e costumi degli Arabi avanti il Pseudo-profeta Maometto[477]. Altri prima di lui avevano trattato questo argomento, tra' quali giova quì ricordare il suo grande prozio Giuseppe Simonio Assemani in una dissertazione sull'origine, e religione di questa nazione, che egli aggiunse alla sua traduzione della Cronica Orientale di Benrahebo. Ma ciò che si era detto prima di lui è quì esposto più brevemente, e molte altre pregevoli notizie vi sono, che quegli scrittori o non conobbero, o dimenticarono. Non meno commendabile di questo libro è il Catalogo dei codici Orientali della Veneta libreria Nani[478]. Le opere in essi contenute sono indicate con diligenza, e se ne pubblica ancor qualche parte, come alcuni Calendarj, le vite d'alcuni antichi Filosofi, e la serie de' Monarchi Persiani, Arabi, e Turchi. Egli vi aggiunse la illustrazione delle monete Cufiche[479], e d'alcune tessere di vetro corredate d'iscrizionecufica, che quella nobile famiglia conserva; e quì non solo illustra dottamente le une, e l'altre, ma dà altresì la storia della Zecca Arabica, la quale mostra aver avuta origine nell'anno 76. dell'Egira, cioè 695. dell'era volgare, e parla delle otto Dinastie de' Principi, alle quali le monete Naniane appartengono[480]. Mi rincresce, che non ho veduto, nè in altro modo ho avuta bastante notizia della sua opera sul globo Celeste Cufico del Museo Borgiano, di cui perciò non posso parlare. Per lo stesso motivo debbo contentarmi d'indicar solamente la grand'opera del signor Canonico Rosario Gregorio intitolata,Rerum Arabicarum quae ad historiam Siculam spectant ampla collectio. E forse più altre opere a me ignote avrà somministrate la Sicilia, dove gli Arabici studj si coltivano con molto ardore. Se però son costretto a tacer di questo, ricorderò almeno l'epistola breve, ma dottissima del celebre P. Agostino Giorgi al signore Hvviid, nella quale delle versioni Arabiche del Vecchio Testamento parla con molta erudizione[481]. Debbo altresì far onorevolerimembranza della Romana Congregazione che dicesi di Propaganda, la quale mentre con ogni studio si adopera per diffondere i lumi dell'Evangelio fra i popoli più remoti, con questo intendimento fa comporre grammatiche e lessici delle lingue orientali o in esse fa tradurre più e diverse cose spettanti alla nostra Cattolica Religione. Non ebbero altra origine la breve Grammatica arabica dell'Assemani di cui sopra ho parlato, e le traduzioni in questa lingua d'una dichiarazione copiosa della Dottrina cristiana del 1770. d'un esercizio divoto alla Vergine santissima addolorata del 1763. d'un Breve del Pontefice Pio VI. ai Maroniti dei 17. Luglio 1779. e della Teologia Morale del P. Antoine del 1797.

Per la lingua Saracena posso citar solamente una breve ma bella epistolain saracenicum Theodosii Distichondel Signor Abate de Rossi, che si legge nell'Appendice romana della storia bizantina. Si tratta ivi d'un distico scritto nel decimo secolo in una lingua antica molto, che ha sofferte grandi alterazioni, e scritto da un Greco, il quale probabilmente non la sapeva, e con caratteri Greci che non possono mai rappresentar gli Arabici. Bisognava dunque indovinare, e la divinazione richiedeva le cognizioni grandi dell'autore. La sua spiegazione però non piacque al P. Giorgi, che gl'indirizzò una più lunga lettera ripiena anch'essa di Arabica erudizione, nella quale propone una spiegazion diversa. Chi de' due ha ragione? Si tratta come ho detto d'indovinare, e perciò credo, che difficilmente gli uomini più dotti potranno decidere. Dirò però solamente, che la spiegazione del de Rossi è più naturale.

Questa epistola mi conduce naturalmente a far parola della lingua Turca, della quale molto si è reso benemerito il chiarissimo signore Abate Giambattista Toderini colla sua opera della LetteraturaTurchesca[482]. Le scienze, gli ameni studj; le Accademie, le Biblioteche, la storia tipografica di Costantinopoli dal 1726. fino al 1786. tutto vi è accuratatamente, e copiosamente descritto. Troppo dovrei diffondermi se dovessi indicare le cose tutte, che in quest'opera si trovano, degne d'essere specialmente commendate. Basti solo il ricordare il Catalogo della Biblioteca del Serraglio, che niuno ha mai potuto ottenere, ed egli avendolo destramente fatto trascrivere lo ha quì pubblicato in lingua Turca, ed Italiana.

Le lingue Turca, e Greca volgare volle insegnare il P. Bernardino Pianzola Minor Conventuale, ne raccolse le prime regole, e ne fece brevi dizionarj[483]. Ma troppo mancanti sono i suoi Dizionarj e troppo scarse le sue regole grammaticali. Oltre a ciò inopportunamente egli ha adoperate le nostre lettere, che non possono supplire alle lettere turche, e per la lingua Greca debbono produrre molti equivoci.

Alla lingua Turca farò succeder la Kurda; non perchè le sia affine, ma perchè si parla nel Kurdistan provincia al signor Turco tributaria, nè avrei altro luogo dove potessi acconciamente favellarne. Essa trae l'origine dalla Persiana, ma col proceder degli anni, si è in tal guisa alterata, che si è formata una lingua nuova. Era questa ignota all'Europa, e il primo che ne abbia data la grammatica ed il Vocabolario è stato il P. Maurizio Garzoni Domenicano, chestette là Missionario per ben diciott'anni[484]. Non pretende l'autore, che l'opera sua sia perfetta, e che altri non possa un giorno migliorarla. E chi potrebbe esiger tanto, quando egli è il primo a dettar leggi di quella lingua non solamente fra i nostri, ma fra il popolo stesso, che la parla?

Delle LingueEtiopica, Persiana, Copta,Fenicia, e Palmirena.CAPOXIX.Fra le lingue, che dall'Ebraica provengono, o hanno con lei qualche affinità, tre ne rimangono, che tuttora sussistono, cioè l'Etiopica, la Persiana, e la Copta, e due che sono perdute, cioè la Fenicia; e la Palmirena. Per l'Etiopica quasi nulla s'è fatto in Italia. La sacra Congregazione di Propaganda fece tradurre in questa la dottrina Cristiana[485], e fece più volte stampare l'alfabeto[486]. Si debbono render grazie a quella Congregazione, che ha ordinate quelle due operette, e ne ha fatta la spesa: l'autor loro però non è Italiano, ma Etiope, cioè Monsignor Tobia Giorgio Ghbragzerio Vescovo Adulitano. L'Abate Amaduzzi nella prefazione, che secondo il suo costume aggiunse all'alfabeto, dà un breve saggiodella storia di questa lingua, e parla della differenza, che v'ha fra questo, e quello del Ludolf. Qualche illustrazione di questa lingua abbiamo ancora dal P. Agostino Giorgi nel suo alfabeto Tibetano, dove mostra la somiglianza, che è fra le lettere Etiopiche ed Amhariche, e quelle del Tibet, ed accenna l'utilità che dalla prima si può trarre per intendere parecchie voci Tibetane. Poco pure somministra la lingua Persiana. In primo luogo debbo ricordare l'alfabeto impresso pe' torchi di Propaganda, e preceduto anch'esso da una storica prefazione dell'Amaduzzi[487]. In secondo luogo si dee far menzione della Grammatica pubblicata dallo Zanolini. Ma dirà taluno, costui, che abbiam veduto più volte plagiario, tale forse fu pure in quest'opera? Sì, e la sua Gramatica altro non è che quella di Lodovico de Dieu stampata il 1639., siccome me ne fa avvertito il chiarissimo Signor Peyron.Molto più ricca messe però coglier potremo per la lingua Copta, o dell'Egitto. Il P. Kircher aveva data le grammatica di questa lingua, commendabile al tempo suo; ma la contezza che ora se ne ha, ci fa conoscere quanto essa è manchevole ed erronea. La Congregazione di Propaganda volle una nuova grammatica, e giudicò, che atto a bene eseguirla esser dovesse un nazionale più d'uno straniero. Laonde ne addossò l'incarico a Raffaele Tuki, che già da molti anni viveva in Roma, dove prima l'insegnava nel Seminario di Propaganda, e poi fu eletto a Vescovo Arsenovense. Egli si accinse all'impresa; ma l'esito non corrispose alla pubblica aspettazione[488].Non può negarsi, che molti utili precetti non vi siano, e pregevoli avvertimenti. Utile altresì è la copia grande d'esempj, che vi si vedono raccolti de' due dialetti Memfitico, e Tebaico, il secondo de' quali si è conosciuto per lui, e prima della pubblicazione di quest'opera era ignoto. Tale però è la confusione di quella sua Grammatica, tanti gli error tipografici, che difficilmente potrà esser utile ad apprendere questa lingua. Egregiamente è riuscito in questo intento il celebre signor Abate Valperga Caluso, che in poche carte sotto il nome di Didimo Taurinense ha dati i principali e più necessarj precetti della lingua Copta[489]. L'ordine, la chiarezza e la precisione, con che quest'uomo sommo gli ha espressi, fanno un vero contrapposto alla Grammatica del Tuki, e formano l'elogio dell'autore, che sapeva mostrarsi sempre grande qualunque fosse l'argomento, che da lui si prendesse a trattare. Nè quì si hanno solo gli elementi Grammaticali, ma nell'epistola al lettore se ne legge la storia, e si indica ciò che i moderni eruditi hanno fatto per illustrarla.Altri pure hanno esposta se non la storia, almeno l'origine di questa lingua. Domenico Diodati nella sua operade Christo Grece loquentep. 6. e seguenti aveva stabilito che gli Egiziani a tempo di Tolomeo Lago parlavano Greco, e che la lingua Copta nacque fra loro dall'invasione degli Arabi. A questo errore si oppose validamente il signor Abate de Rossi[490]provando, che è la lingua stessade' Faraoni, quantunque alterata molto dai Greci che occuparono l'Egitto. Qualche cosa disse pure su questo argomento il dotto P. de Magistris nel suo Daniele p. 371. e seguenti.Nè di più lunga e più seria confutazione abbisogna l'errore del Diodati. Se però altri volesse pure confermar maggiormente la contraria sentenza, che è la sentenza universale, potrebbe trar profitto dalla bell'opera del Signor Ignazio Rossi sulle etimologie di questa lingua[491], di cui parlerò fra poco. Un altro opuscolo d'Etimologie Egiziane scrisse il Passeri derivate dalla lingua Ebraica[492]. Ma troppo scarso è questo, e in parte le sue derivazioni sono alquanto arbitrarie, come se ne potrà convincere chiunque voglia solamente paragonarle con quelle del Rossi.Ad illustrare questa lingua molto contribuirono la Congregazione di Propaganda, il Cardinale Borgia, e la Veneta famiglia Nani. Vi contribuì quella Congregazione coll'ordinare al Tuki oltre alla Grammatica la pubblicazione dell'Eucologio Alessandrino[493], e poi il Salterio, e il Diurno pure d'Alessandria[494], le quali opere tutte videro la lucein Copto, ed Arabo. Il Cardinal Borgia vi contribuì coll'aprire le ricchezze del celebre suo museo. Egli da ogni parte raccoglieva i più rari e pregevoli monumenti antichi, e codici d'ogni maniera di lingue Orientali, che spesso faceva illustrare da uomini eruditi. Da questi il Ch. Federigo Munter di Coppenaghen stampò un saggio delle versioni di Daniele Memfitica, e Sahidica, e alcuni frammenti dell'epistole di S. Paolo a Timoteo[495]. Le quali edizioni ho volute indicare, perchè mentre si dà lode allo straniero dottissimo editore, si commendi altresì quel Porporato, amplissimo Mecenate degli studj Orientali, che le promosse. Ma se il Munter è forestiero, Italiano è il P. Agostino Giorgi, che due altre opere di questo genere pubblicò ripiene di dottrina, e d'erudizione, le quali provengono pure dal Museo Borgiano. E' la prima un frammento del Vangelo di S. Giovanni in dialetto Tebaico preso da un codice del quarto secolo[496]: contiene l'altra la narrazione de' miracoli di S. Coluto, e parte degli atti del Martirio di S. Panesniu[497]da un Codice dello stesso secolo. Lascio stare l'erudizion Teologica Liturgica e di storia Ecclesiastica, che quì si vede grandissima: lascio l'invettiva contro il P. Paolino da S. Bartolommeo, che abbiamo nella seconda opera p. CCI.—CCCV. e che meglio era il togliere, e parlo solo di ciò che spetta al mio argomento. Il frammento del Vangelo di S. Giovanni è scritto in un terzo dialetto, che era ignoto prima di questa edizione. Conferma egli nella prima opera l'opinione del signor Ab. Caluso, che la primitiva lingua dell'Egitto sia affine dell'Ebraica, di che si vedono alcuni vestigj anche adesso, non ostante la molta corruzione, che ha sofferta: parla dei dialetti Memfitico, e Tebaico, e del terzo ora scoperto, e mostra la differenza, che è tra loro: chiama questo Barmarico, o Psammirico, o Ammoniaco come proprio degli Ammoni nella Libia: ne accenna l'origine, e quanto è possibile, le vicende. In questa poi ugualmente che nella seconda reca molti Egiziani monumenti inediti, e tutto spiega, e rischiara mirabilmente, talchè a ragione il Munter dopo aver nominati i La Croze, gli Scholtz, i Woide, e gli altri più solenni maestri di questa lingua chiama il P. Giorgiin hac literaturae orientalis provincia facile principem[498].Non si distinse meno la Veneta famiglia Nani. Essa possiede nella sua celebre libreria parecchi manoscritti Copti, e incaricò il P. Luigi Mingarelli di farne il Catalogo. Egli nè pur l'alfabeto conosceva di questa lingua, e in pochi mesi l'apprese, copiò i codici, li tradusse, e gl'illustrò con note[499]. Diligenti sono le osservazioni paleografiche sopra ogni codice, dotte le annotazioni grammaticali intorno alle parole, che meritano qualche dichiarazione. Talvolta egli ha creduto di scoprir qualche errore in altri scrittori, e specialmente nel P. Giorgi. Questi però che non era molto facile a cedere il campo ai suoi contradittori, e darsi per vinto, rispose a quelle critiche nell'edizione de' miracoli di S. Coluto e negli atti di S. Panesniu, e pare che le sue risposte sieno vittoriose.Dottissimo in questa lingua è il Signor Abate Ignazio Rossi Exgesuita. Il P. Caballeros[500]c'insegna che da un testo a penna della libreria Angelica di Roma egli ha copiata la versione Copta de' Profeti minori e alcuni frammenti de' medesimi in dialettoTebaico, vi ha aggiunta la traduzione Latina, e parecchie illustrazioni. Manca solamente un benefico favoreggiatore de' buoni studi, che voglia mandare alle stampe questo suo dotto lavoro. E già della sua perizia in questa ed in altre lingue orientali abbiamo una nobile testimonianza nel suo Etimologico Egiziano[501]. Questo ha veduta la luce nel secolo presente, ma, essendo apprestato qualche tempo innanzi reputo non disdicevole al mio istituto il favellarne. Molta è in quest'opera l'erudizione nelle lingue orientali dalle quali si trae l'etimologia d'un numero grandissimo di voci Copte. Il che per mio avviso egli fece con gran ragione ricorrendo massimamente alla lingua araba. Perchè se dell'ebraica si fa grande uso per ispirare molte voci Copte, come non dovrà farsi altresì molto uso dell'Araba, la quale ha coll'Ebraica grandissima affinità? Come non si dovrà dir lo stesso dell'altre orientali, che parimente le sono affini?La lingua Fenicia e la Palmirena sono perdute, come ho detto e niuno ignora: ma l'esser perdute presentando una difficoltà maggiore, anzi che scorare, ha animato parecchi uomini dotti del passato secolo ad illustrarle. Sono fra questi l'Abate de Rossi, e il P. Giorgi, i quali in ciò che alle lingue Orientali appartiene, se l'erudizione e l'ingegno può bastare a superar le difficoltà, son sicuri di trionfarne. Il primo in una lettera all'Abate Amaduzzi spiegò un'iscrizione Fenicia[502]scoperta in Cagliari. La spiegazione è naturale, i supplimenti (giacchè la lapida è mancante) sembrano necessarj; il che è tutto ciò che si può desiderare. Lo stesso è da dirsi della interpetrazione delle iscrizioni Palmirenefatta dal P. Giorgi[503]. L'Abate Barthelemy nelle memorie dell'Accademia delle iscrizioni di Parigi T. 26. dette l'Alfabeto Palmireno, ma poco felicemente. Felice però è la sua scoperta che quelle lettere sieno Ebraiche miste alle Siriache. Il P. Giorgi per mezzo del chiarissimo Danese Adler ottenne un'esatta copia di quelle iscrizioni che i precedenti illustratori non avevano avuta. Stabilisce, che autori di esse sono i Magi Sacerdoti del Sole della setta e scuola di Zoroastro. Aggiunge nuove probabili congetture per provare, che i caratteri Ebraici e Assiri fossero quegli stessi, in cui da prima furono scritti i libri Mosaici. Il modo poi di leggere e di spiegare quelle iscrizioni in molte parti parrà a tutti felicissimo, e l'alfabeto, che dal suo libro si può raccogliere facilmente, si reputerà superiore a quello del Francese antiquario. Quantunque però io lo commendi altamente per questo, non so bene se lasci alcuna cosa a desiderare in questa parte. Meriterò forse la taccia di troppo ardimentoso, se pretendo trovar macchie nelle opere d'un uomo così grande: ma io dubito, che si possa quì ravvisare qualche cosa arbitraria sì nella lezione, come nella interpetrazione. Che che sia di ciò certo è che il libro è ricco, di molta erudizione, di sottile avvedimento, e di critica, e la sua divinazione o è vera, o è prossima alla verità.

Fra le lingue, che dall'Ebraica provengono, o hanno con lei qualche affinità, tre ne rimangono, che tuttora sussistono, cioè l'Etiopica, la Persiana, e la Copta, e due che sono perdute, cioè la Fenicia; e la Palmirena. Per l'Etiopica quasi nulla s'è fatto in Italia. La sacra Congregazione di Propaganda fece tradurre in questa la dottrina Cristiana[485], e fece più volte stampare l'alfabeto[486]. Si debbono render grazie a quella Congregazione, che ha ordinate quelle due operette, e ne ha fatta la spesa: l'autor loro però non è Italiano, ma Etiope, cioè Monsignor Tobia Giorgio Ghbragzerio Vescovo Adulitano. L'Abate Amaduzzi nella prefazione, che secondo il suo costume aggiunse all'alfabeto, dà un breve saggiodella storia di questa lingua, e parla della differenza, che v'ha fra questo, e quello del Ludolf. Qualche illustrazione di questa lingua abbiamo ancora dal P. Agostino Giorgi nel suo alfabeto Tibetano, dove mostra la somiglianza, che è fra le lettere Etiopiche ed Amhariche, e quelle del Tibet, ed accenna l'utilità che dalla prima si può trarre per intendere parecchie voci Tibetane. Poco pure somministra la lingua Persiana. In primo luogo debbo ricordare l'alfabeto impresso pe' torchi di Propaganda, e preceduto anch'esso da una storica prefazione dell'Amaduzzi[487]. In secondo luogo si dee far menzione della Grammatica pubblicata dallo Zanolini. Ma dirà taluno, costui, che abbiam veduto più volte plagiario, tale forse fu pure in quest'opera? Sì, e la sua Gramatica altro non è che quella di Lodovico de Dieu stampata il 1639., siccome me ne fa avvertito il chiarissimo Signor Peyron.

Molto più ricca messe però coglier potremo per la lingua Copta, o dell'Egitto. Il P. Kircher aveva data le grammatica di questa lingua, commendabile al tempo suo; ma la contezza che ora se ne ha, ci fa conoscere quanto essa è manchevole ed erronea. La Congregazione di Propaganda volle una nuova grammatica, e giudicò, che atto a bene eseguirla esser dovesse un nazionale più d'uno straniero. Laonde ne addossò l'incarico a Raffaele Tuki, che già da molti anni viveva in Roma, dove prima l'insegnava nel Seminario di Propaganda, e poi fu eletto a Vescovo Arsenovense. Egli si accinse all'impresa; ma l'esito non corrispose alla pubblica aspettazione[488].Non può negarsi, che molti utili precetti non vi siano, e pregevoli avvertimenti. Utile altresì è la copia grande d'esempj, che vi si vedono raccolti de' due dialetti Memfitico, e Tebaico, il secondo de' quali si è conosciuto per lui, e prima della pubblicazione di quest'opera era ignoto. Tale però è la confusione di quella sua Grammatica, tanti gli error tipografici, che difficilmente potrà esser utile ad apprendere questa lingua. Egregiamente è riuscito in questo intento il celebre signor Abate Valperga Caluso, che in poche carte sotto il nome di Didimo Taurinense ha dati i principali e più necessarj precetti della lingua Copta[489]. L'ordine, la chiarezza e la precisione, con che quest'uomo sommo gli ha espressi, fanno un vero contrapposto alla Grammatica del Tuki, e formano l'elogio dell'autore, che sapeva mostrarsi sempre grande qualunque fosse l'argomento, che da lui si prendesse a trattare. Nè quì si hanno solo gli elementi Grammaticali, ma nell'epistola al lettore se ne legge la storia, e si indica ciò che i moderni eruditi hanno fatto per illustrarla.

Altri pure hanno esposta se non la storia, almeno l'origine di questa lingua. Domenico Diodati nella sua operade Christo Grece loquentep. 6. e seguenti aveva stabilito che gli Egiziani a tempo di Tolomeo Lago parlavano Greco, e che la lingua Copta nacque fra loro dall'invasione degli Arabi. A questo errore si oppose validamente il signor Abate de Rossi[490]provando, che è la lingua stessade' Faraoni, quantunque alterata molto dai Greci che occuparono l'Egitto. Qualche cosa disse pure su questo argomento il dotto P. de Magistris nel suo Daniele p. 371. e seguenti.

Nè di più lunga e più seria confutazione abbisogna l'errore del Diodati. Se però altri volesse pure confermar maggiormente la contraria sentenza, che è la sentenza universale, potrebbe trar profitto dalla bell'opera del Signor Ignazio Rossi sulle etimologie di questa lingua[491], di cui parlerò fra poco. Un altro opuscolo d'Etimologie Egiziane scrisse il Passeri derivate dalla lingua Ebraica[492]. Ma troppo scarso è questo, e in parte le sue derivazioni sono alquanto arbitrarie, come se ne potrà convincere chiunque voglia solamente paragonarle con quelle del Rossi.

Ad illustrare questa lingua molto contribuirono la Congregazione di Propaganda, il Cardinale Borgia, e la Veneta famiglia Nani. Vi contribuì quella Congregazione coll'ordinare al Tuki oltre alla Grammatica la pubblicazione dell'Eucologio Alessandrino[493], e poi il Salterio, e il Diurno pure d'Alessandria[494], le quali opere tutte videro la lucein Copto, ed Arabo. Il Cardinal Borgia vi contribuì coll'aprire le ricchezze del celebre suo museo. Egli da ogni parte raccoglieva i più rari e pregevoli monumenti antichi, e codici d'ogni maniera di lingue Orientali, che spesso faceva illustrare da uomini eruditi. Da questi il Ch. Federigo Munter di Coppenaghen stampò un saggio delle versioni di Daniele Memfitica, e Sahidica, e alcuni frammenti dell'epistole di S. Paolo a Timoteo[495]. Le quali edizioni ho volute indicare, perchè mentre si dà lode allo straniero dottissimo editore, si commendi altresì quel Porporato, amplissimo Mecenate degli studj Orientali, che le promosse. Ma se il Munter è forestiero, Italiano è il P. Agostino Giorgi, che due altre opere di questo genere pubblicò ripiene di dottrina, e d'erudizione, le quali provengono pure dal Museo Borgiano. E' la prima un frammento del Vangelo di S. Giovanni in dialetto Tebaico preso da un codice del quarto secolo[496]: contiene l'altra la narrazione de' miracoli di S. Coluto, e parte degli atti del Martirio di S. Panesniu[497]da un Codice dello stesso secolo. Lascio stare l'erudizion Teologica Liturgica e di storia Ecclesiastica, che quì si vede grandissima: lascio l'invettiva contro il P. Paolino da S. Bartolommeo, che abbiamo nella seconda opera p. CCI.—CCCV. e che meglio era il togliere, e parlo solo di ciò che spetta al mio argomento. Il frammento del Vangelo di S. Giovanni è scritto in un terzo dialetto, che era ignoto prima di questa edizione. Conferma egli nella prima opera l'opinione del signor Ab. Caluso, che la primitiva lingua dell'Egitto sia affine dell'Ebraica, di che si vedono alcuni vestigj anche adesso, non ostante la molta corruzione, che ha sofferta: parla dei dialetti Memfitico, e Tebaico, e del terzo ora scoperto, e mostra la differenza, che è tra loro: chiama questo Barmarico, o Psammirico, o Ammoniaco come proprio degli Ammoni nella Libia: ne accenna l'origine, e quanto è possibile, le vicende. In questa poi ugualmente che nella seconda reca molti Egiziani monumenti inediti, e tutto spiega, e rischiara mirabilmente, talchè a ragione il Munter dopo aver nominati i La Croze, gli Scholtz, i Woide, e gli altri più solenni maestri di questa lingua chiama il P. Giorgiin hac literaturae orientalis provincia facile principem[498].

Non si distinse meno la Veneta famiglia Nani. Essa possiede nella sua celebre libreria parecchi manoscritti Copti, e incaricò il P. Luigi Mingarelli di farne il Catalogo. Egli nè pur l'alfabeto conosceva di questa lingua, e in pochi mesi l'apprese, copiò i codici, li tradusse, e gl'illustrò con note[499]. Diligenti sono le osservazioni paleografiche sopra ogni codice, dotte le annotazioni grammaticali intorno alle parole, che meritano qualche dichiarazione. Talvolta egli ha creduto di scoprir qualche errore in altri scrittori, e specialmente nel P. Giorgi. Questi però che non era molto facile a cedere il campo ai suoi contradittori, e darsi per vinto, rispose a quelle critiche nell'edizione de' miracoli di S. Coluto e negli atti di S. Panesniu, e pare che le sue risposte sieno vittoriose.

Dottissimo in questa lingua è il Signor Abate Ignazio Rossi Exgesuita. Il P. Caballeros[500]c'insegna che da un testo a penna della libreria Angelica di Roma egli ha copiata la versione Copta de' Profeti minori e alcuni frammenti de' medesimi in dialettoTebaico, vi ha aggiunta la traduzione Latina, e parecchie illustrazioni. Manca solamente un benefico favoreggiatore de' buoni studi, che voglia mandare alle stampe questo suo dotto lavoro. E già della sua perizia in questa ed in altre lingue orientali abbiamo una nobile testimonianza nel suo Etimologico Egiziano[501]. Questo ha veduta la luce nel secolo presente, ma, essendo apprestato qualche tempo innanzi reputo non disdicevole al mio istituto il favellarne. Molta è in quest'opera l'erudizione nelle lingue orientali dalle quali si trae l'etimologia d'un numero grandissimo di voci Copte. Il che per mio avviso egli fece con gran ragione ricorrendo massimamente alla lingua araba. Perchè se dell'ebraica si fa grande uso per ispirare molte voci Copte, come non dovrà farsi altresì molto uso dell'Araba, la quale ha coll'Ebraica grandissima affinità? Come non si dovrà dir lo stesso dell'altre orientali, che parimente le sono affini?

La lingua Fenicia e la Palmirena sono perdute, come ho detto e niuno ignora: ma l'esser perdute presentando una difficoltà maggiore, anzi che scorare, ha animato parecchi uomini dotti del passato secolo ad illustrarle. Sono fra questi l'Abate de Rossi, e il P. Giorgi, i quali in ciò che alle lingue Orientali appartiene, se l'erudizione e l'ingegno può bastare a superar le difficoltà, son sicuri di trionfarne. Il primo in una lettera all'Abate Amaduzzi spiegò un'iscrizione Fenicia[502]scoperta in Cagliari. La spiegazione è naturale, i supplimenti (giacchè la lapida è mancante) sembrano necessarj; il che è tutto ciò che si può desiderare. Lo stesso è da dirsi della interpetrazione delle iscrizioni Palmirenefatta dal P. Giorgi[503]. L'Abate Barthelemy nelle memorie dell'Accademia delle iscrizioni di Parigi T. 26. dette l'Alfabeto Palmireno, ma poco felicemente. Felice però è la sua scoperta che quelle lettere sieno Ebraiche miste alle Siriache. Il P. Giorgi per mezzo del chiarissimo Danese Adler ottenne un'esatta copia di quelle iscrizioni che i precedenti illustratori non avevano avuta. Stabilisce, che autori di esse sono i Magi Sacerdoti del Sole della setta e scuola di Zoroastro. Aggiunge nuove probabili congetture per provare, che i caratteri Ebraici e Assiri fossero quegli stessi, in cui da prima furono scritti i libri Mosaici. Il modo poi di leggere e di spiegare quelle iscrizioni in molte parti parrà a tutti felicissimo, e l'alfabeto, che dal suo libro si può raccogliere facilmente, si reputerà superiore a quello del Francese antiquario. Quantunque però io lo commendi altamente per questo, non so bene se lasci alcuna cosa a desiderare in questa parte. Meriterò forse la taccia di troppo ardimentoso, se pretendo trovar macchie nelle opere d'un uomo così grande: ma io dubito, che si possa quì ravvisare qualche cosa arbitraria sì nella lezione, come nella interpetrazione. Che che sia di ciò certo è che il libro è ricco, di molta erudizione, di sottile avvedimento, e di critica, e la sua divinazione o è vera, o è prossima alla verità.

Della linguaArmena.CAPOXX.Affatto diversa da queste è la lingua Armena, che si vuole esser lingua madre ed antichissima, quantunque siasi poi molto guasta e corrotta per l'introduzione di un numero grande di voci straniere e massimamente de' popoli confinanti, ed i suoi caratteri siano inventati solamente nel quinto secolo dell'Era volgare. L'Abate Amaduzzi diede un breve saggio della storia di questa lingua coll'Alfabeto della medesima[504]. Egli ricorda un Dizionariopentaglotto, che il P. Gabriele Villa Cappuccino aveva compilato delle lingue Armena letterale e volgare, Latina, Italiana, e Francese. Ne uscì il prospetto dai torchj di Propaganda il 1780. ma non so che l'opera sia poi venuta in luce. Ma a mostrare il valore degl'Italiani nell'Armeno basta l'edizione delle opere di S. Giacomo Nisibeno del Cardinale Niccolò Antonelli[505]che o si riguardi la cognizionedi questa lingua, o l'erudizione nelle scienze sacre e nell'ecclesiastica storia è tenuta in gran pregio. Ma una piccola colonia d'Armeni che si ricovera in Italia, da un Governo Italiano riceve asilo, e protezione, e questa prende a nuova sua patria dando opera diligente agli studj, non deve esser da me dimenticata. Un divoto drappello di monaci di quella nazione col loro istitutore Mechitar il 1702. fuggiti prima dal lor paese poi da Metone in Morea per vivere con sicurezza nella Cattolica comunione, e nella severa osservanza della monastica vita si ripararono nell'isoletta di S. Lazzaro di Venezia, dove molte opere dettero in luce nella loro lingua. Fra queste vuolsi nominare una bella Bibbia assai migliore di quella, che un altro Armeno avea pubblicata in Amsterdam il 1672. Lo stesso institutore Mechitar compilò un Lessico dell'antica lingua Armena lodatissimo, e lo fece uscire da' torchj Veneti in due volumi, e gli altri suoi Monaci molte opere tradussero elementari di grammatica, di rettorica di filosofia, e il P. Giovanni da Sebaste la somma di S. Tommaso[506].Nè ha cessato mai questo pio e dotto stuolo di rendersi benemerito della letteratura Armena, non meno che della Religione. Il signore Chahan di Cirbied Professore di lingue Orientali a Parigi ci ha dato recentemente un diligente ragguaglio delle letterarie fatiche da esso sostenute negli anni passati e lo ha inserito nelMagazzino Enciclopedico di M. Millin[507]. Hanno quei Monaci eretta una copiosa libreria, ed una stamperia migliore di quante mai furono e sono per quella lingua, corredata ancora dei caratteri nostri, Greci ed Arabi.Da' loro torchj uscirono molte traduzioni dal Latino, e dall'Italiano, alcune grammatiche, le istituzioni della rettorica dell'Arcivescovo Stefano Acontz, l'aritmetica del P. Aghamalian, e parecchi libri sull'educazione. Il P. Ciamciam pubblicò nel 1786. la storia dell'Armenia dalla prima sua origine fino al 1784. in tre volumi in 4. il P. Ingigian nel 1794. la descrizione in prosa e in versi del Bosforo di Costantinopoli, e il P. Bronian nell'anno medesimo un trattato di geometria teorica, e pratica. Nè hanno dimenticati gli antichi autori, ma nel 1790. dettero in luce le favole di Mikitor Kosch autore del secolo duodecimo, nel 1792. la spiegazione delNareklibro di preghiere, o piuttosto di conversazione con Dio, nel 1793. la storia delle guerre tra la Persia, e l'Armenia di Lazaro di Parbo che visse nel quinto secolo, e nel 1796. l'arte dell'eloquenza, o lecriedi Mosè di Khorene contemporaneo del precedente scrittore, cui il P. Zonrabian aggiunse molte annotazioni erudite[508]. Nè bastò ciò a quei prestantissimiMonaci, ma non rade volte hanno inviate in Armenia ed ovunque si trovano Armeni persone da essi ammaestrate per ispargere fra que' popoli l'amor delle lettere, e conservarli nell'esercizio della Religione,e della Cristiana Morale. Stranieri erano e sono que' monaci, e perciò i loro studj propriamente non appartengono a questo mio ragionamento. Se però ben si considera, le lettere e le arti si promuovono non solo per opera di coloro che le coltivano, ma ancora pe' Mecenati, che i coltivatori dell'une e dell'altre accolgono, e alimentano, ed incoraggiano. Che se gli scrittori di storia letteraria non credono d'aver bastevolmente descritti i progressi della letteratura, se de' Mecenati non fanno onorevol menzione, ragion voleva che io pure parlassi quì del Governo Veneto e del Cardinal Borgia e della famiglia Nani, per cui tante opere eccellenti relative alle lingue Orientali hanno veduta la luce. E molto più vuolsi dir ciò della Sacra Congregazione di Propaganda, alla quale, oltre ad alcune opere, di cui ho fatto parola si deve la maggior parte di quelle relative alle lingue Indiane, che ora mi restano da ricordare.

Affatto diversa da queste è la lingua Armena, che si vuole esser lingua madre ed antichissima, quantunque siasi poi molto guasta e corrotta per l'introduzione di un numero grande di voci straniere e massimamente de' popoli confinanti, ed i suoi caratteri siano inventati solamente nel quinto secolo dell'Era volgare. L'Abate Amaduzzi diede un breve saggio della storia di questa lingua coll'Alfabeto della medesima[504]. Egli ricorda un Dizionariopentaglotto, che il P. Gabriele Villa Cappuccino aveva compilato delle lingue Armena letterale e volgare, Latina, Italiana, e Francese. Ne uscì il prospetto dai torchj di Propaganda il 1780. ma non so che l'opera sia poi venuta in luce. Ma a mostrare il valore degl'Italiani nell'Armeno basta l'edizione delle opere di S. Giacomo Nisibeno del Cardinale Niccolò Antonelli[505]che o si riguardi la cognizionedi questa lingua, o l'erudizione nelle scienze sacre e nell'ecclesiastica storia è tenuta in gran pregio. Ma una piccola colonia d'Armeni che si ricovera in Italia, da un Governo Italiano riceve asilo, e protezione, e questa prende a nuova sua patria dando opera diligente agli studj, non deve esser da me dimenticata. Un divoto drappello di monaci di quella nazione col loro istitutore Mechitar il 1702. fuggiti prima dal lor paese poi da Metone in Morea per vivere con sicurezza nella Cattolica comunione, e nella severa osservanza della monastica vita si ripararono nell'isoletta di S. Lazzaro di Venezia, dove molte opere dettero in luce nella loro lingua. Fra queste vuolsi nominare una bella Bibbia assai migliore di quella, che un altro Armeno avea pubblicata in Amsterdam il 1672. Lo stesso institutore Mechitar compilò un Lessico dell'antica lingua Armena lodatissimo, e lo fece uscire da' torchj Veneti in due volumi, e gli altri suoi Monaci molte opere tradussero elementari di grammatica, di rettorica di filosofia, e il P. Giovanni da Sebaste la somma di S. Tommaso[506].

Nè ha cessato mai questo pio e dotto stuolo di rendersi benemerito della letteratura Armena, non meno che della Religione. Il signore Chahan di Cirbied Professore di lingue Orientali a Parigi ci ha dato recentemente un diligente ragguaglio delle letterarie fatiche da esso sostenute negli anni passati e lo ha inserito nelMagazzino Enciclopedico di M. Millin[507]. Hanno quei Monaci eretta una copiosa libreria, ed una stamperia migliore di quante mai furono e sono per quella lingua, corredata ancora dei caratteri nostri, Greci ed Arabi.Da' loro torchj uscirono molte traduzioni dal Latino, e dall'Italiano, alcune grammatiche, le istituzioni della rettorica dell'Arcivescovo Stefano Acontz, l'aritmetica del P. Aghamalian, e parecchi libri sull'educazione. Il P. Ciamciam pubblicò nel 1786. la storia dell'Armenia dalla prima sua origine fino al 1784. in tre volumi in 4. il P. Ingigian nel 1794. la descrizione in prosa e in versi del Bosforo di Costantinopoli, e il P. Bronian nell'anno medesimo un trattato di geometria teorica, e pratica. Nè hanno dimenticati gli antichi autori, ma nel 1790. dettero in luce le favole di Mikitor Kosch autore del secolo duodecimo, nel 1792. la spiegazione delNareklibro di preghiere, o piuttosto di conversazione con Dio, nel 1793. la storia delle guerre tra la Persia, e l'Armenia di Lazaro di Parbo che visse nel quinto secolo, e nel 1796. l'arte dell'eloquenza, o lecriedi Mosè di Khorene contemporaneo del precedente scrittore, cui il P. Zonrabian aggiunse molte annotazioni erudite[508]. Nè bastò ciò a quei prestantissimiMonaci, ma non rade volte hanno inviate in Armenia ed ovunque si trovano Armeni persone da essi ammaestrate per ispargere fra que' popoli l'amor delle lettere, e conservarli nell'esercizio della Religione,e della Cristiana Morale. Stranieri erano e sono que' monaci, e perciò i loro studj propriamente non appartengono a questo mio ragionamento. Se però ben si considera, le lettere e le arti si promuovono non solo per opera di coloro che le coltivano, ma ancora pe' Mecenati, che i coltivatori dell'une e dell'altre accolgono, e alimentano, ed incoraggiano. Che se gli scrittori di storia letteraria non credono d'aver bastevolmente descritti i progressi della letteratura, se de' Mecenati non fanno onorevol menzione, ragion voleva che io pure parlassi quì del Governo Veneto e del Cardinal Borgia e della famiglia Nani, per cui tante opere eccellenti relative alle lingue Orientali hanno veduta la luce. E molto più vuolsi dir ciò della Sacra Congregazione di Propaganda, alla quale, oltre ad alcune opere, di cui ho fatto parola si deve la maggior parte di quelle relative alle lingue Indiane, che ora mi restano da ricordare.

Delle Lingue Dell'Indie,e della China.CAPOXXI.Molto debbono all'Italia le lingue Indiane nel secolo, di cui parliamo. Deesi il primato in questa parte di letteratura al P. Paolino da S. Bartolommeo Carmelitano Scalzo Missionario all'Indie. La sacra Congregazione di Propaganda lo spedì, e molti anni lo mantenne all'Indie, essa eccitò e promosse i suoi studj, favorì e fece pubblicare la maggior parte e le più insigni delle sue opere: onde mentre io fo parola delle molte cose da lui scritte reputo che somma lode si debba a quei prestantissimi Porporati, i quali essendo suoi Mecenati giovarono nel tempo stesso alla religione e alle lettere. A lui dobbiamola grammatica della lingua Samscrit, che egli chiamaSamcsrdam, cioè della lingua antica, e come dicono letterata dell'Indie. Una ne pubblicò col titolo diSidharubam[509], che vuol dire appuntoGrammatica, o notizia delle parole, che si debbono tenere a mente. Precede una dissertazione sul nome, origine, eccellenza, antichità di questa lingua, nella quale altresì si sostiene, che è lingua madre, si mostra quanto sia estesa, e si indicano parecchi libri in essa scritti, fra' quali si dà in fine ilBhagavadamin quattordici strofe colla traduzione ed alcune note. Ma in questa grammatica egli seguì il metodo delle grammatiche Indiane, ed essa riuscì al maggior segno oscura, e confusa. Perciò molti eruditi, che desideravan pure d'acquistare qualche notizia di questa lingua si dolevano, che fosse troppo lontana dalle nostre idee, ed egli a loro preghiera una seconda ne compose intitolataVyacarana[510]. Lunga ed intricata è la grammatica di che fanno uso i Brahmani nell'India e appena potrebbe racchiudersi in cinque volumi. Quella parte che tratta delle declinazioni de' nomi, e delle conjugazioni, e contiene le principali regole intorno alte parti indeclinabili, s'intitolaVyacarana, e perciò questo nome il P. Paolino impose alla sua opera, quantunque essa oltre alle regole, che riguardano le parti dell'orazione, contenga ancora il trattato della sintassi, e un Dizionario. Io non so qual giudizio abbiano fatto gli uomini dotti di questa nuova grammatica. Se a me è lecito di esporre la mia opinione dirò che dobbiamo rendere moltegrazie all'autor suo, perchè finalmente ci si apre l'adito ad acquistar qualche idea d'una lingua, celebre tanto, e tanto difficile. Ma in primo luogo osservo, che il primo passo da farsi da chi vuole insegnare una lingua è di offerirne l'alfabeto, e pure il P. Paolino in due grammatiche non ha voluto darci, non dirò un alfabeto compiuto, ma nè pure sufficiente per leggere le opere sue, e convien ricorrere all'Alfabeto Grandonico del P. Peanio, di cui farò parola tra poco. In secondo luogo considero, che nel suo breve Dizionario non osserva l'ordine alfabetico, ma sì quella incomodissimo delle materie, e le parole tutte sono scritte colle nostre lettere non colle Grantamiche, delle quali si serve egli nell'opera. Ora le nostre ventiquattro lettere non possono mai esprimere i diversi suoni del numeroso Alfabeto Grantamico. A questo difetto supplisce in piccola parte un'altra bell'opera sua intitolataAmarasinha. Porta questo nome un Dizionario della lingua samscrit celebre presso i Brahmani, e chiamato così dal nome del suo autore, che viveva circa un mezzo secolo innanzi all'era volgare. Questo Dizionario potrebbe più presto chiamarsi una raccolta di sinonimi ed aggiunti. Esso è disposto per ordine di materie, e la prima sezione del capo primo, la quale sola fu pubblicata dal P. Paolino riguarda il Cielo, e gli Dei, di cui si danno tutti i nomi co' quali si possono indicare, e che ne spiegano l'indole, e la natura secondo l'Indiana Mitologia. Difficile impresa era lo stampare e spiegare anche una sola parte di questo libro, perchè manca ne' codici Indiani ogni distinzione di periodi, anzi ancora ogni divisione delle parole fra loro; talchè ciascuna linea si trova scritta, come se fosse una parola sola. E il P. Paolino, benchè dotto in questa lingua, non vi sarebbe riuscito senza il soccorso di un Brahamane, che lo ajutò, e senza le opere del P. Hanxleden Gesuita Tedesco, che nelle lingue Indiane era molto erudito.Nè queste sono le sole opere, che egli ci ha date ad illustrazione della lingua Indiana. A quest'oggetto medesimo tendono il viaggio all'Indie[511], il sistema Brahmanico[512], il Catalogo de' codici Borgiani[513], quello de' Codici di Propaganda[514]i proverbj Malabarici[515], le dissertazioni sugli antichi Indiani[516], sull'affinità della lingua latina colle Orientali[517]e su quella, che le lingue Zend, Samscrit, e Tedesca a suo giudizio hanno fra loro[518], la descrizione delle opere del P. Hanxleden[519], lo scitismo sviluppato[520], e la spiegazione d'alcuni monumenti del Museo Nani[521]. Un'altra opera ancoracol titolo di Biblioteca Indica[522]aveva preparata, che non ha però veduta la luce, nella quale e la storia letteraria dell'Indie, e la mitologia avrebbe illustrata, e nel tempo stesso molti punti relativi all'antica lingua di quelle contrade e a' moltiplici suoi dialetti moderni avrebbe rischiarati. Se la compiesse non so. Compiè bensì un compendio di Teologia morale da lui scritto nella volgar lingua del Malabar ad uso di quel Clero, che per decreto della Congregazione di Propaganda de' 19. Luglio del 1790. doveva stamparsi, nè so il motivo per cui quel decreto non ti eseguì[523].Sono queste le opere del P. Paolino da S. Bartolommeo, che lo hanno reso celebre fra noi, ugualmente che fra l'estere nazioni. Non è di questo luogo l'esaminare le sue opinioni intorno alle antichità e alla mitologia degl'Indiani, in cui ebbe un feroce e dotto avversario nel P. Agostino Giorgi. Forse ambedue sostennero cause non vere, pretendendo il primo, che la Greca mitologia e quella ancora di più e diversi altri popoli derivi dalla mitologia Indiana, e il secondo, che la mitologia Indiana sia un'alterazionedell'eresia de' Manichei[524]. Ma se in questo errò il P. Paolino, siccome credo, ebbe comune il suo errore con più altri uomini dottissimi nelle cose Indiane, e da altra parte ciò non diminuisce punto la molta lode, che gli si dee per aver tanto illustrata la lingua Samscrit, e poi ancora altri dialetti, e la storia letteraria di quelle contrade. Di ciò ho detto abbastanza, e debbo ora far parola d'altri parecchi, che a tempo suo, e prima di lui corsero in parte il medesimo arringo.La moltiplicità delle cose, che mi si para dinanzi in questa parte del mio argomento esige, che io le divida in due classi, e prima faccia parola di quelle opere, che a Grammatica appartengono, indi di quelle, che appartenendo alle antichità ed alla mitologia indirettamente illustrano le lingue, che si parlano nell'India. E prima di tutti richiama a se il mio discorso il P. Clemente Peanio Piemontese Carmelitano Scalzo e Missionario. Egli dopo aver diretta la formazione de' Caratteri della linguaGrandonica, oGranthamper la stamperia di Propaganda, ne descrisse l'alfabeto, e le regole per leggere, che ivi furono stampate[525]con una erudita prefazione dell'Abate Amaduzzi. E' questa la lingua, che nel Malabar è usata per le cose letterarie e sacre, e il suo alfabeto serve comodamente ancora alla lingua Samscrit. Volgarmente poi ivi si adopra la lingua Tamulica, intorno alla quale molto si affaticarono i Missionarj Italiani, dandone e Grammatiche, e Dizionarj[526]. Nè solamentela grammatica si illustrò per essi; ma più e diverse opere ancora si scrissero in quella lingua da' banditor del Vangelo pe' novelli fedeli, ed altre dallevarie lingue dell'Indie se ne trasportarono alla nostra, onde abbiamo il Catechismo in lingua Barmanica del P. Gaetano Mantegati[527]alcuni devoti Inni del P. Beschi, e un Catechismo del Vescovo Vigliotti, lacompendiaria legis explicatio omnibus Cristianis scitu necessaria(1772. in 8.) del P. Peanio, e un trattato de' Sacramenti del Vescovo Limirense Gio. Battista Multedo Genovese,[528]oltre al compendio di moral teologia del P. Paolino testè citato. Ed a mostrar gli errori dell'Idolatrica Religione il P. Gaetano Mantegati Barnabita ed ora Vescovo di Massimianopoli e Vicario Apostolico ne' Regni d'Ava e del Pegù scrisse alcuni dialoghi tra un Khien selvaggio ed un Siamese Talapoino, ne' quali la religione dei Talapoinisi confuta (P. Paol. Cod. Borg. p. 47.) e contro quella degl'Indiani il P. Giuseppe Maria di Garignano Cappuccino e Missionario a Nepal alla metà del secolo trapassato uno ne compose in lingua Indostana fra un Cristiano, e un Gentile Indostano sopra la verità di nostra religione, che al Re di Nepal fu presentato, e da un altro Cappuccino Missionario, cioè dal P. Marco dalla Tomba fu tradotto in Italiano[529]. E il nome di questo Missionario naturalmente mi conduce a parlare ora delle traduzioni d'antiche opere Indiane, siccome ho promesso, delle quali ne ha egli somministrate parecchie. Imperciocchè il poema per lui intitolatoSalecpuran, o piuttosto come il P. Paolino vorrebbe,Balapurana, o Balagapurana, il che vuol dire storia del fanciullo, cioè del DioKrshnal'Argianaguita, o canto d'Argiuna, ilDharmashastra, o instituzione alle opere di virtù e di pietà, in cui le principali tradizioni dell'Indiana mitologia s'interpetrano moralmente, ilMulpanu, cioè libro della radice o del fondamento, che una parte delle tradizioni medesime spiega fisicamente, l'Ultercand, che è l'ultimo tomo del gran libroRamaen, ossia dell'incarnazioneRam, del DioVishnuincarnato in Ram per uccidere il giganteRaun, o Ravana[530]. Queste opere, dissi, quel dotto e paziente Cappuccino volgarizzò. A queste traduzioni vuolsi aggiungere quella, che il P. Carpani Barnabita e Missionario fece dalla lingua del Pegù del libro intitolatoKammuvasull'instituzione e ordinazione dei Talapoini; il che è tutto quello che in questo genere è a mia notizia pervenuto[531].Utili altresì alla illustrazione di queste lingue furono que' Missionarj, che le antichità, gli usi, i costumi, e la religione presero a spiegare. Sul quale argomento si debbono per me ricordare le osservazioni del P. Carpani sopra due libri Barmani[532], il viaggio all'Indie Orientali del P. Marco dalla Tomba[533], e le sue osservazioni sopra le relazioni del sig. Holvvell Inglese relative al Bengala, e all'Indostan[534]e le notizie laconiche d'alcuni usi, sacrifizi, ed idoli nel regno di Nepal del P. Costantino d'Ascoli[535]. Della Mitologia, della letteratura, de' costumi, e degli usi degli Indiani ha parlato il Signor Lazzaro Papi con accuratezza, con eleganza, senza preoccupazione di sistema, e con una certa naturalezza che si concilia la persuasione[536]. L'opera sua non appartiene al secolo decimottavo, il quale solo debbo quì avere in mira; laonde contento d'avere in breve accennati i principali suoi pregj non ne dirò più oltre, e più tosto rivolgerò il mio discorso alla lingua del Tibet, o Tangut, come dicono gli abitanti.Il celebre P. Agostino Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue Orientali esortato dal CardinaleGiuseppe Spinelli e da Costantino Ruggieri Presidente della stamperia di Propaganda pubblicò il suo alfabeto Tibetano[537], e lo corredò con tanta profondità di dottrina, e vastità d'erudizione, che poche altre opere si possono vantare a quella uguali. Consultò egli il P. Cassiano Beligatti, che essendo vissuto lungo tempo nel Tibet in questa lingua, come in più altre era dottissimo. Erra di molto il chiarissimo Presidente dell'Accademia di Calcutta signor Iones, al quale è piaciuto d'asserire, che l'opera del P. Giorgi è tratta dalle carte del P. Cassiano[538], accusandolo falsamente di plagio. Se io domandassi al signore Iones le prove d'un'accusa così inconsiderata, niuna ne potrebbe addurre. Ma è inutile che io lo interroghi, quando la somma dottrina del P. Giorgi, e le sue opere attestano abbastanza, ch'egli non aveva bisogno di vestirsi dell'altrui penne per comparire e meritare il plauso dei letterati. Due specie di scrittura usano i Tibetani. Una serve alle cose della religione, della letteratura, e della magia, l'altra al privato commercio. Mostra il P. Giorgi brevemente la seconda, e si diffonde a lungo sulla prima, come ragion voleva. In fine v'aggiunge ilPater noster,l'ave Maria,il Credoi precetti del Decalogo, da lui tradotti in linguaTibetana, sei pubblici documenti di privilegi a favore di que' Missionarj Cappuccini da lui tradotti in Latino, e finalmente laTabula Tibetana e voluminibus non longe a fontibus Irtis repertis excerptastampata già negli atti degli eruditi di Lipsia in quella lingua e dal Bayer trasportata in Latino[539], ed ora quì dal P. Giorgi pubblicata di nuovo con molte sue erudite annotazioni. A tutto ciò egli ha premessa una lunga dottissima dissertazione sulla religione, la storia, e la geografia di questo paese, la quale pienamente fa conoscere quanto in lui fosse vasta l'erudizione, profonda la dottrina, estesa la cognizione delle lingue Orientali. L'opera sua, che alla santa Religion nostra era favorevole, ed impugnava le impudenti menzogne dette dal Beausobre contro i SS. Padri, e contro S. Agostino massimamente, doveva avere contradittori, e n'ebbe. Un anonimo affatto ignaro delle lingue Orientali fu il primo, che poche objezioni gli fece, e di niun momento[540], e a lui rispose l'Amaduzzi quantunque non palesasse il proprio nome[541]. Il Pauvv fu il secondo[542], che volle riprenderlo d'avere acremente criticato il Beausobre, dichiarò improbabile la sua cronologia de' Re Tibetani, e lo tacciò d'aver troppo facilmente creduto ai privilegj mostrati dai Missionarj Cappuccini, che non dubitò di chiamare impostori; la quale ultima ingiuriosa obiezione adottarono ancora gl'Inglesiautori della storia universale[543]. Lasciamo stare il Pauvv, l'opera del quale è caduta in quel totale oblio, che meritava. Riguardo agl'Inglesi dirò, che gli originali di quegl'impugnati privilegj furono dal Cardinal Borgia posti nella Biblioteca di Propaganda. Ora si dice che l'esterior loro aspetto niuna cosa offera atta a risvegliar qualche dubbio di falsità; ed è certo che niun dubbio pure risveglia il lor contenuto. Sarebbe poi stato desiderabile, che questi scrittori non avessero diffamato come impostori que' Missionarj, non avendo valevoli prove per farlo; quando non si creda, che co' Missionarj possano gli uomini onesti tenere un diverso contegno da quello che cogli altri uomini si dee tenere.Non molto dopo il P. Giorgi anche il P. Cassiano Beligatti pubblicò il suo alfabeto Tibetano che merita lode, ma non richiede nuove osservazioni[544]. Dotto altresì in questa lingua fu il P. Francesco Orazio da Penna di Billi nel paese d'Urbino Missionario anch'egli, e Cappuccino, che per ben venti anni la studiò, ed ebbe a maestro un solenne dottore di quelle contrade[545]. Egli è doppiamente benemerito della lingua Tibetana, e per la Corografia del Tibet che il P. Giorgi cita molte volte; e perchè inviò a Roma le lettere tutte di quell'alfabeto, che il Cardinal Belluga fece poi fondere in Roma dal Fantuzzi nel 1738. per la stamperia di Propaganda.Resta finalmente che si parli per me della lingua Chinese, della quale poco ho da dire. Due soli scrittori debbo quì ricordare, uno de' quali è il P. Giuseppe Cerù Lucchese de' Chierici Regolari Minori, e l'altro è il P. Domenico Perroni Napoletano de' Chierici Regolari della Madre di Dio, di quella Religione cioè, ch'è nata in Lucca da Lucchese Fondatore, per opera de' Lucchesi è cresciuta altrove, e benchè fra piccol numero racchiusa pure diede molti uomini chiarissimi nelle lettere, de' quali la massima parte è Lucchese. Ambedue furono Missionari alla China. Il Perroni visse colà 19. anni, dette opera diligente allo studio di quella lingua, e compose un Dizionario Chinese, e latino per comodo delle Missioni, che non è stampato[546]. Il P. Cerù stampò a Canton nel 1713. in lingua Chinese un libretto ascetico pe' Cristiani di quelle parti sulla divozione di S. Giuseppe colla novena di questo Santo. Di lui, e della sua perizia in questa lingua parla con lode il P. Viani nelDiario delle cose operate alla Cina da Monsignor Mezzabarba. Se si potesse prestar fede al P. Norberto si dovrebbe dire, che i suoi nemici si adoperassero di calunniarlo, e togliergli il credito di questa sua perizia[547]. Ma chi può credere alle menzogne di quel troppo celebre apostata impostore?

Molto debbono all'Italia le lingue Indiane nel secolo, di cui parliamo. Deesi il primato in questa parte di letteratura al P. Paolino da S. Bartolommeo Carmelitano Scalzo Missionario all'Indie. La sacra Congregazione di Propaganda lo spedì, e molti anni lo mantenne all'Indie, essa eccitò e promosse i suoi studj, favorì e fece pubblicare la maggior parte e le più insigni delle sue opere: onde mentre io fo parola delle molte cose da lui scritte reputo che somma lode si debba a quei prestantissimi Porporati, i quali essendo suoi Mecenati giovarono nel tempo stesso alla religione e alle lettere. A lui dobbiamola grammatica della lingua Samscrit, che egli chiamaSamcsrdam, cioè della lingua antica, e come dicono letterata dell'Indie. Una ne pubblicò col titolo diSidharubam[509], che vuol dire appuntoGrammatica, o notizia delle parole, che si debbono tenere a mente. Precede una dissertazione sul nome, origine, eccellenza, antichità di questa lingua, nella quale altresì si sostiene, che è lingua madre, si mostra quanto sia estesa, e si indicano parecchi libri in essa scritti, fra' quali si dà in fine ilBhagavadamin quattordici strofe colla traduzione ed alcune note. Ma in questa grammatica egli seguì il metodo delle grammatiche Indiane, ed essa riuscì al maggior segno oscura, e confusa. Perciò molti eruditi, che desideravan pure d'acquistare qualche notizia di questa lingua si dolevano, che fosse troppo lontana dalle nostre idee, ed egli a loro preghiera una seconda ne compose intitolataVyacarana[510]. Lunga ed intricata è la grammatica di che fanno uso i Brahmani nell'India e appena potrebbe racchiudersi in cinque volumi. Quella parte che tratta delle declinazioni de' nomi, e delle conjugazioni, e contiene le principali regole intorno alte parti indeclinabili, s'intitolaVyacarana, e perciò questo nome il P. Paolino impose alla sua opera, quantunque essa oltre alle regole, che riguardano le parti dell'orazione, contenga ancora il trattato della sintassi, e un Dizionario. Io non so qual giudizio abbiano fatto gli uomini dotti di questa nuova grammatica. Se a me è lecito di esporre la mia opinione dirò che dobbiamo rendere moltegrazie all'autor suo, perchè finalmente ci si apre l'adito ad acquistar qualche idea d'una lingua, celebre tanto, e tanto difficile. Ma in primo luogo osservo, che il primo passo da farsi da chi vuole insegnare una lingua è di offerirne l'alfabeto, e pure il P. Paolino in due grammatiche non ha voluto darci, non dirò un alfabeto compiuto, ma nè pure sufficiente per leggere le opere sue, e convien ricorrere all'Alfabeto Grandonico del P. Peanio, di cui farò parola tra poco. In secondo luogo considero, che nel suo breve Dizionario non osserva l'ordine alfabetico, ma sì quella incomodissimo delle materie, e le parole tutte sono scritte colle nostre lettere non colle Grantamiche, delle quali si serve egli nell'opera. Ora le nostre ventiquattro lettere non possono mai esprimere i diversi suoni del numeroso Alfabeto Grantamico. A questo difetto supplisce in piccola parte un'altra bell'opera sua intitolataAmarasinha. Porta questo nome un Dizionario della lingua samscrit celebre presso i Brahmani, e chiamato così dal nome del suo autore, che viveva circa un mezzo secolo innanzi all'era volgare. Questo Dizionario potrebbe più presto chiamarsi una raccolta di sinonimi ed aggiunti. Esso è disposto per ordine di materie, e la prima sezione del capo primo, la quale sola fu pubblicata dal P. Paolino riguarda il Cielo, e gli Dei, di cui si danno tutti i nomi co' quali si possono indicare, e che ne spiegano l'indole, e la natura secondo l'Indiana Mitologia. Difficile impresa era lo stampare e spiegare anche una sola parte di questo libro, perchè manca ne' codici Indiani ogni distinzione di periodi, anzi ancora ogni divisione delle parole fra loro; talchè ciascuna linea si trova scritta, come se fosse una parola sola. E il P. Paolino, benchè dotto in questa lingua, non vi sarebbe riuscito senza il soccorso di un Brahamane, che lo ajutò, e senza le opere del P. Hanxleden Gesuita Tedesco, che nelle lingue Indiane era molto erudito.

Nè queste sono le sole opere, che egli ci ha date ad illustrazione della lingua Indiana. A quest'oggetto medesimo tendono il viaggio all'Indie[511], il sistema Brahmanico[512], il Catalogo de' codici Borgiani[513], quello de' Codici di Propaganda[514]i proverbj Malabarici[515], le dissertazioni sugli antichi Indiani[516], sull'affinità della lingua latina colle Orientali[517]e su quella, che le lingue Zend, Samscrit, e Tedesca a suo giudizio hanno fra loro[518], la descrizione delle opere del P. Hanxleden[519], lo scitismo sviluppato[520], e la spiegazione d'alcuni monumenti del Museo Nani[521]. Un'altra opera ancoracol titolo di Biblioteca Indica[522]aveva preparata, che non ha però veduta la luce, nella quale e la storia letteraria dell'Indie, e la mitologia avrebbe illustrata, e nel tempo stesso molti punti relativi all'antica lingua di quelle contrade e a' moltiplici suoi dialetti moderni avrebbe rischiarati. Se la compiesse non so. Compiè bensì un compendio di Teologia morale da lui scritto nella volgar lingua del Malabar ad uso di quel Clero, che per decreto della Congregazione di Propaganda de' 19. Luglio del 1790. doveva stamparsi, nè so il motivo per cui quel decreto non ti eseguì[523].

Sono queste le opere del P. Paolino da S. Bartolommeo, che lo hanno reso celebre fra noi, ugualmente che fra l'estere nazioni. Non è di questo luogo l'esaminare le sue opinioni intorno alle antichità e alla mitologia degl'Indiani, in cui ebbe un feroce e dotto avversario nel P. Agostino Giorgi. Forse ambedue sostennero cause non vere, pretendendo il primo, che la Greca mitologia e quella ancora di più e diversi altri popoli derivi dalla mitologia Indiana, e il secondo, che la mitologia Indiana sia un'alterazionedell'eresia de' Manichei[524]. Ma se in questo errò il P. Paolino, siccome credo, ebbe comune il suo errore con più altri uomini dottissimi nelle cose Indiane, e da altra parte ciò non diminuisce punto la molta lode, che gli si dee per aver tanto illustrata la lingua Samscrit, e poi ancora altri dialetti, e la storia letteraria di quelle contrade. Di ciò ho detto abbastanza, e debbo ora far parola d'altri parecchi, che a tempo suo, e prima di lui corsero in parte il medesimo arringo.

La moltiplicità delle cose, che mi si para dinanzi in questa parte del mio argomento esige, che io le divida in due classi, e prima faccia parola di quelle opere, che a Grammatica appartengono, indi di quelle, che appartenendo alle antichità ed alla mitologia indirettamente illustrano le lingue, che si parlano nell'India. E prima di tutti richiama a se il mio discorso il P. Clemente Peanio Piemontese Carmelitano Scalzo e Missionario. Egli dopo aver diretta la formazione de' Caratteri della linguaGrandonica, oGranthamper la stamperia di Propaganda, ne descrisse l'alfabeto, e le regole per leggere, che ivi furono stampate[525]con una erudita prefazione dell'Abate Amaduzzi. E' questa la lingua, che nel Malabar è usata per le cose letterarie e sacre, e il suo alfabeto serve comodamente ancora alla lingua Samscrit. Volgarmente poi ivi si adopra la lingua Tamulica, intorno alla quale molto si affaticarono i Missionarj Italiani, dandone e Grammatiche, e Dizionarj[526]. Nè solamentela grammatica si illustrò per essi; ma più e diverse opere ancora si scrissero in quella lingua da' banditor del Vangelo pe' novelli fedeli, ed altre dallevarie lingue dell'Indie se ne trasportarono alla nostra, onde abbiamo il Catechismo in lingua Barmanica del P. Gaetano Mantegati[527]alcuni devoti Inni del P. Beschi, e un Catechismo del Vescovo Vigliotti, lacompendiaria legis explicatio omnibus Cristianis scitu necessaria(1772. in 8.) del P. Peanio, e un trattato de' Sacramenti del Vescovo Limirense Gio. Battista Multedo Genovese,[528]oltre al compendio di moral teologia del P. Paolino testè citato. Ed a mostrar gli errori dell'Idolatrica Religione il P. Gaetano Mantegati Barnabita ed ora Vescovo di Massimianopoli e Vicario Apostolico ne' Regni d'Ava e del Pegù scrisse alcuni dialoghi tra un Khien selvaggio ed un Siamese Talapoino, ne' quali la religione dei Talapoinisi confuta (P. Paol. Cod. Borg. p. 47.) e contro quella degl'Indiani il P. Giuseppe Maria di Garignano Cappuccino e Missionario a Nepal alla metà del secolo trapassato uno ne compose in lingua Indostana fra un Cristiano, e un Gentile Indostano sopra la verità di nostra religione, che al Re di Nepal fu presentato, e da un altro Cappuccino Missionario, cioè dal P. Marco dalla Tomba fu tradotto in Italiano[529]. E il nome di questo Missionario naturalmente mi conduce a parlare ora delle traduzioni d'antiche opere Indiane, siccome ho promesso, delle quali ne ha egli somministrate parecchie. Imperciocchè il poema per lui intitolatoSalecpuran, o piuttosto come il P. Paolino vorrebbe,Balapurana, o Balagapurana, il che vuol dire storia del fanciullo, cioè del DioKrshnal'Argianaguita, o canto d'Argiuna, ilDharmashastra, o instituzione alle opere di virtù e di pietà, in cui le principali tradizioni dell'Indiana mitologia s'interpetrano moralmente, ilMulpanu, cioè libro della radice o del fondamento, che una parte delle tradizioni medesime spiega fisicamente, l'Ultercand, che è l'ultimo tomo del gran libroRamaen, ossia dell'incarnazioneRam, del DioVishnuincarnato in Ram per uccidere il giganteRaun, o Ravana[530]. Queste opere, dissi, quel dotto e paziente Cappuccino volgarizzò. A queste traduzioni vuolsi aggiungere quella, che il P. Carpani Barnabita e Missionario fece dalla lingua del Pegù del libro intitolatoKammuvasull'instituzione e ordinazione dei Talapoini; il che è tutto quello che in questo genere è a mia notizia pervenuto[531].

Utili altresì alla illustrazione di queste lingue furono que' Missionarj, che le antichità, gli usi, i costumi, e la religione presero a spiegare. Sul quale argomento si debbono per me ricordare le osservazioni del P. Carpani sopra due libri Barmani[532], il viaggio all'Indie Orientali del P. Marco dalla Tomba[533], e le sue osservazioni sopra le relazioni del sig. Holvvell Inglese relative al Bengala, e all'Indostan[534]e le notizie laconiche d'alcuni usi, sacrifizi, ed idoli nel regno di Nepal del P. Costantino d'Ascoli[535]. Della Mitologia, della letteratura, de' costumi, e degli usi degli Indiani ha parlato il Signor Lazzaro Papi con accuratezza, con eleganza, senza preoccupazione di sistema, e con una certa naturalezza che si concilia la persuasione[536]. L'opera sua non appartiene al secolo decimottavo, il quale solo debbo quì avere in mira; laonde contento d'avere in breve accennati i principali suoi pregj non ne dirò più oltre, e più tosto rivolgerò il mio discorso alla lingua del Tibet, o Tangut, come dicono gli abitanti.

Il celebre P. Agostino Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue Orientali esortato dal CardinaleGiuseppe Spinelli e da Costantino Ruggieri Presidente della stamperia di Propaganda pubblicò il suo alfabeto Tibetano[537], e lo corredò con tanta profondità di dottrina, e vastità d'erudizione, che poche altre opere si possono vantare a quella uguali. Consultò egli il P. Cassiano Beligatti, che essendo vissuto lungo tempo nel Tibet in questa lingua, come in più altre era dottissimo. Erra di molto il chiarissimo Presidente dell'Accademia di Calcutta signor Iones, al quale è piaciuto d'asserire, che l'opera del P. Giorgi è tratta dalle carte del P. Cassiano[538], accusandolo falsamente di plagio. Se io domandassi al signore Iones le prove d'un'accusa così inconsiderata, niuna ne potrebbe addurre. Ma è inutile che io lo interroghi, quando la somma dottrina del P. Giorgi, e le sue opere attestano abbastanza, ch'egli non aveva bisogno di vestirsi dell'altrui penne per comparire e meritare il plauso dei letterati. Due specie di scrittura usano i Tibetani. Una serve alle cose della religione, della letteratura, e della magia, l'altra al privato commercio. Mostra il P. Giorgi brevemente la seconda, e si diffonde a lungo sulla prima, come ragion voleva. In fine v'aggiunge ilPater noster,l'ave Maria,il Credoi precetti del Decalogo, da lui tradotti in linguaTibetana, sei pubblici documenti di privilegi a favore di que' Missionarj Cappuccini da lui tradotti in Latino, e finalmente laTabula Tibetana e voluminibus non longe a fontibus Irtis repertis excerptastampata già negli atti degli eruditi di Lipsia in quella lingua e dal Bayer trasportata in Latino[539], ed ora quì dal P. Giorgi pubblicata di nuovo con molte sue erudite annotazioni. A tutto ciò egli ha premessa una lunga dottissima dissertazione sulla religione, la storia, e la geografia di questo paese, la quale pienamente fa conoscere quanto in lui fosse vasta l'erudizione, profonda la dottrina, estesa la cognizione delle lingue Orientali. L'opera sua, che alla santa Religion nostra era favorevole, ed impugnava le impudenti menzogne dette dal Beausobre contro i SS. Padri, e contro S. Agostino massimamente, doveva avere contradittori, e n'ebbe. Un anonimo affatto ignaro delle lingue Orientali fu il primo, che poche objezioni gli fece, e di niun momento[540], e a lui rispose l'Amaduzzi quantunque non palesasse il proprio nome[541]. Il Pauvv fu il secondo[542], che volle riprenderlo d'avere acremente criticato il Beausobre, dichiarò improbabile la sua cronologia de' Re Tibetani, e lo tacciò d'aver troppo facilmente creduto ai privilegj mostrati dai Missionarj Cappuccini, che non dubitò di chiamare impostori; la quale ultima ingiuriosa obiezione adottarono ancora gl'Inglesiautori della storia universale[543]. Lasciamo stare il Pauvv, l'opera del quale è caduta in quel totale oblio, che meritava. Riguardo agl'Inglesi dirò, che gli originali di quegl'impugnati privilegj furono dal Cardinal Borgia posti nella Biblioteca di Propaganda. Ora si dice che l'esterior loro aspetto niuna cosa offera atta a risvegliar qualche dubbio di falsità; ed è certo che niun dubbio pure risveglia il lor contenuto. Sarebbe poi stato desiderabile, che questi scrittori non avessero diffamato come impostori que' Missionarj, non avendo valevoli prove per farlo; quando non si creda, che co' Missionarj possano gli uomini onesti tenere un diverso contegno da quello che cogli altri uomini si dee tenere.

Non molto dopo il P. Giorgi anche il P. Cassiano Beligatti pubblicò il suo alfabeto Tibetano che merita lode, ma non richiede nuove osservazioni[544]. Dotto altresì in questa lingua fu il P. Francesco Orazio da Penna di Billi nel paese d'Urbino Missionario anch'egli, e Cappuccino, che per ben venti anni la studiò, ed ebbe a maestro un solenne dottore di quelle contrade[545]. Egli è doppiamente benemerito della lingua Tibetana, e per la Corografia del Tibet che il P. Giorgi cita molte volte; e perchè inviò a Roma le lettere tutte di quell'alfabeto, che il Cardinal Belluga fece poi fondere in Roma dal Fantuzzi nel 1738. per la stamperia di Propaganda.

Resta finalmente che si parli per me della lingua Chinese, della quale poco ho da dire. Due soli scrittori debbo quì ricordare, uno de' quali è il P. Giuseppe Cerù Lucchese de' Chierici Regolari Minori, e l'altro è il P. Domenico Perroni Napoletano de' Chierici Regolari della Madre di Dio, di quella Religione cioè, ch'è nata in Lucca da Lucchese Fondatore, per opera de' Lucchesi è cresciuta altrove, e benchè fra piccol numero racchiusa pure diede molti uomini chiarissimi nelle lettere, de' quali la massima parte è Lucchese. Ambedue furono Missionari alla China. Il Perroni visse colà 19. anni, dette opera diligente allo studio di quella lingua, e compose un Dizionario Chinese, e latino per comodo delle Missioni, che non è stampato[546]. Il P. Cerù stampò a Canton nel 1713. in lingua Chinese un libretto ascetico pe' Cristiani di quelle parti sulla divozione di S. Giuseppe colla novena di questo Santo. Di lui, e della sua perizia in questa lingua parla con lode il P. Viani nelDiario delle cose operate alla Cina da Monsignor Mezzabarba. Se si potesse prestar fede al P. Norberto si dovrebbe dire, che i suoi nemici si adoperassero di calunniarlo, e togliergli il credito di questa sua perizia[547]. Ma chi può credere alle menzogne di quel troppo celebre apostata impostore?


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